QUINDICI

ANCORA FANGO SU QUINDICI.

Questa volta non ci sono morti, ma arresti eccellenti.

A provocare la frana sono stati gli inquirenti della Dda di Napoli: hanno sepolto decenni di amministrazione pubblica nel comune del Vallo. E travolto il sindaco Antonio Siniscalchi, ritenuto affiliato al clan Graziano. Il referente che ha garantito alla camorra gli affari per la ricostruzione dopo la frana, quella vera, del cinque maggio ‘98. Tre anni di indagini, un dossier di quattrocento pagine. Decine di faldoni: intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti. Una maxi inchiesta che ha ricostruito gli intrecci perversi tra il potere politico a Quindici e gli interessi della malavita organizzata.

In cella, oltre al sindaco Siniscalchi, anche il suo vice, Alfonso Graziano, e l’assessore Sabato Vivenzio. Insieme a loro i vertici del clan Graziano: Adriano e Antonio Graziano, Chiara Manzi e Alba Scibelli (ai quali il provvedimento è stato notificato in carcere: sono già reclusi per la strage del 26 maggio), il boss Arturo Graziano, il figlio Fiore (che è stato ammanettato qualche giorno fa), Felice Graziano e Antonio Peluso.

Irreperibile l’ex poliziotto Antonio Mazzocchi, scarcerato la scorsa settimana dal Riesame (era dentro per la strage di via Cassese). Diversi gli indagati, tra loro anche alcuni funzionari regionali (e su questo filone la Procura ha confermato l’esistenza di una indagine).

L’inchiesta è stata coordinata dai piemme della distrettuale, Domenico Airoma e Manuela Mazzi. Il blitz è stato effettuato, all’alba della notte scorsa, dai carabinieri della compagnia di Baiano, al comando del capitano Ligato e del tenente Guglielmi. Le accuse sono molto gravi. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio (il ferimento di Giuseppe Pacia, a Taurano), concussione, abuso in atti d’ufficio, falso in atti pubblici e truffa.

C’è una frase, pronunciata da Airoma durante la conferenza stampa, e pronunciata durante una intercettazione dal sindaco Siniscalchi, che disegna - secondo gli inquirenti - il quadro preciso dell’intreccio tra camorra e amministrazione: «Questi devono capire che ora per fare i camorristi bisogna usare la testa». Lasciando intendere che era finito il tempo delle pistole e bisognava passare a strategie più sottili. Per gli inquirenti Antonio Siniscalchi non è “semplicemente” un sindaco che è stato avvicinato dai clan.

È qualcosa di più: è il referente messo a capo del Comune dalla malavita organizzata. Il garante con le istituzioni. Un affiliato a tutti gli effetti. La “faccia pulita” del clan. Accuse gravi, pesantissime, che gettano un’ombra cupa su questi anni quindicesi. Che macchiano d’infamia le lotte di Siniscalchi, sempre pronto a dare battaglia per quei contributi “negati”, per i ritardi di una Regione distratta, per il suo paese che continuava a vivere con l’incubo della frana. Ora c’è il sospetto, suffragato dall’ordinanza di custodia cautelare, che quelle durissime prese di posizione non erano per il bene del suo paese, ma per gli interessi dei clan. Anche la parabola politica del sindaco è letta dagli inquirenti in chiave camorristica.

Il procuratore Agostino Cordova definisce «significativa l’assenza di altri concorrenti nelle elezioni amministrative del ‘96». Ma non solo: Siniscalchi è stato candidato unico anche nell’aprile del 2000, quando «ottenne un afflusso alle urne plebiscitario e una autentica pioggia di preferenze: 1246 voti su 1434 schede votate». Il procuratore Cordova continua, riferendo un episodio preciso e inquietante: «Dopo l’elezione, dalla sede dei seggi elettorali, si è snodato un corteo a piedi, al quale ha partecipato lo stesso sindaco, i consiglieri e i loro più aperti sostenitori. Per le vie del paese sono stati allestiti tavoli imbanditi con dolci e bevande, con donne che lanciavano sui vincitori dei petali di fiori. Subito dopo, i festanti, a bordo di vetture, hanno raggiunto la frazione Bosagro, sfilando davanti all’abitazione di Arturo Graziano, detto ‘O guaglione”, uno dei leader indiscussi della famiglia. Il boss, fermo davanti al passo carraio che conduce alla sua villa ha risposto con cenni di saluto, rivolti agli occupanti delle auto, da una delle quali con un megafono qualcuno urlava: «Don Arturo, olé». Era il segno che il padrino benediceva quella elezione.

Dietro le dimissioni la verità. Un uomo in bilico Antonio Siniscalchi, sindaco di un comune difficile. Quando è iniziata la guerra agli imprenditori, condotta da componenti delle famiglia Graziano, ha tentato di farsi da parte. Le sue dimissioni sono arrivate quasi nello stesso periodo dei primi attentati. Quando quattro camion della ditta di Felice Graziano sono stati dati alle fiamme. Se lui doveva essere il garante di un equilibrio, quell’equilibrio si era spezzato. Ne ha avuto la certezza qualche giorno dopo, quando un proiettile calibro 22 ha ucciso a Lauro un imprenditore quindicese, Francesco Santaniello. La situazione è precipitata, fino alla strage di via Cassese. Fino a quelle tre donne dei Cava massacrate dai Graziano. Fino all’alba di ieri, quando le manette si sono strette ai suoi polsi. Il sindaco sapeva dell’indagine. La Dia si è recata più volte al Comune, soprattutto per sequestrare dei documenti. I carabinieri della compagnia di Baiano hanno lavorato senza tregua per mesi, o meglio, per anni.

Le battaglie del sindaco di Quindici hanno perso consistenza. L’ultimo segnale: non ha partecipato alla fiaccolata anticamorra organizzata a Lauro e alla quale hanno dato la loro adesione tutti i primi cittadini del Vallo. «Non presenzio a manifestazioni alla don Riboldi». Una assenza che si è notata. Ed una giustificazione che ha convinto pochi.

Il sindaco, evidentemente, ha ritenuto inopportuno partecipare ad una manifestazione anticamorra quando proprio la Dda aveva avviato (e stava per concludere) una indagine per presunti collegamenti con la malavita organizzata nei suoi confronti. Una inchiesta che era iniziata poco dopo la frana del cinque maggio del ‘98. Erano i giorni della tragedia e della solidarietà. Ma la guerra tra clan per la conquista degli appalti pubblici poteva dirsi iniziata. Mentre il paese era a rischio sgombero, le “famiglie” già sparavano contro i camion delle ditte indesiderate, quelle che si stavano occupando dei primi lavori per il trasferimento dell’enorme massa di fango che si era staccata dal Pizzo d’Alvano per ricoprire buona parte del paese. Spari, incendi e furti: non è stato escluso nessun mezzo per intimidire, nonostante la massiccia presenza delle forze dell’ordine. In quella zona la vera forza delle famiglie è l’omertà: assoluta, totale, mai scalfita dalle “infamie” di un collaboratore di giustizia.

In quei giorni il sindaco Siniscalchi, grazie alla sua prontezza, è riuscito ad evitare che la tragedia di Quindici venisse ricordata come una ecatombe (con gli stessi morti della vicina Sarno). Quella immagine “eroica”, con i consigli comunali in un garage e lui in perenne giacca a vento arancione, viene oggi macchiata da queste accuse. Il “sindaco eroe” era un camorrista, secondo gli inquirenti della Dda. E il suo nome è finito nella lista nera dei sindaci affiliati ai Graziano. Ora si aprono giorni terribili per Quindici. Il clima era già teso dopo la strage di via Cassese, ore è diventato assolutamente irrespirabile. C’è un clan ferito, quello dei Cava), ed uno decapitato (i Graziano). Tra i due fuochi tanta gente comune, con la voglia di voltare pagine, di andare oltre la faida e la camorra, oltre l’omertà e la legge del taglione. E questo, proprio questo, è il momento di stare vicini alla gente di Quindici.

Il sindaco barricadero. Quello pronto a dare battaglia per la sua gente. Quello che marciava su Napoli per protestare contro i ritardi della Regione. Quello che dopo la frana non ha risparmiato energie per assicurare un governo al paese. Quel sindaco, Antonio Siniscalchi, è ora in cella, accusato di aver fatto di tutto per aiutare la camorra, alla quale - secondo gli inquirenti - è affiliato. Un sindaco al soldo dei Graziano. Come da trenta anni a Quindici, con l’eccezione di Olga Santaniello (una parentesi ribattezzata “primavera quindicese”, durata troppo poco). Antonio Siniscalchi è vicino all’Udeur di Clemente Mastella. In passato è stato eletto come consigliere, sempre nel Comune di Quindici, nelle fila della Democrazia Cristiana (era all’opposizione quando sindaco era Carmine Graziano). Sposato, con tre figli, applicato di segreteria in una scuola di Pago Vallo Lauro e titolare, con il fratello, di una avviata ditta di import-export di nocciole. Un suo fratello, Atlante, è latitante. Per gli inquirenti è vicino ai clan della malavita organizzata. È un po’ imbarazzante parlare di Antonio Siniscalchi in certi termini, dopo tanti anni trascorsi a raccontare le sue “battaglie”. Ed è imbarazzante pensare che tutte le sue sfide, le accuse alla Regione, fossero solo nel nome e per conto dei padrini. Siniscalchi sarà interrogato domani mattina dal gip (è assistito insieme a tutti gli altri imputati dall’avvocato Raffaele Bizzarro).

Soldi pubblici per il bunker del boss. La villa bunker di Arturo Graziano rientra nell’inchiesta: un muro di contenimento, realizzato con i fondi per la frana, non era altro che una “muraglia” alta tre metri a protezione della casa del boss. Ma non solo: con i fondi dello Stato il sindaco ha anche realizzato una strada privata per il boss e l’illuminazione pubblica nella zona non è indirizzata verso la strada, no, fa luce sempre a quella villa. E a proposito di ville, come dimenticare il caso della residenza del boss Antonio Cava (l’altra famiglia), confiscata dai tribunali e concessa, dal sindaco Siniscalchi, in fitto allo stesso capoclan? In questo caso la Prefettura è rimasta colpevolmente silenziosa. Il sindaco avrebbe anche imposto a ditte impegnate nei lavori di “messa in sicurezza” l’assunzione di personale da lui segnalato (per conto dei clan?). E in una intercettazione ha anche dato consigli ai boss: «La camorra deve usare la testa…».

Una frase che ha convinto gli inquirenti: il sindaco è un affiliato alla malavita organizzata. La tensione a Quindici è ora altissima. Dopo la strage di Lauro, la risposta delle forze dell’ordine (con nove arresti), ora questo nuovo blitz. Ma non é finita. Altre indagini sono in corso, questa volta della polizia (sulla famiglia Cava), mentre si stanno cercando possibili referenti dei Graziano anche alla Regione. Il piccolo comune del Vallo resta di nuovo senza sindaco. Nel paese spaccato dall’odio e dagli interessi della camorra resta una impresa non solo governare, ma anche candidarsi alle amministrative. Qualche anno fa, prima delle elezioni di Siniscalchi (nel ‘96), qualche ottimista parlò di “primavera di Quindici”. Era sindaco Olga Santaniello, la farmacista poi uccisa proprio dalla frana del 5 maggio ‘98. Da quella primavera è venuto fuori altro terrore, ed altri morti.

A questo punto il Comune è finito. «A questo punto il Comune è finito. E’ distrutto nell’immagine e nella credibilità». Sono le parole amare che ci confida a caldo il segretario particolare del sindaco Siniscalchi, Anacleto Ferrentino: «In Comune siamo rimasti sbalorditi questa mattina (ieri per chi legge, ndr.) nell’apprendere della notizia degli arresti del sindaco, del vicesindaco e di un assessore. E’ stata davvero una sorpresa sapere che il primo cittadino era rimasto coinvolto in una simile vicenda. Era l’ultima persona che ci aspettavamo finisse in manette. Anche perché in questi anni di amministrazione ha sempre lavorato per lo sviluppo del paese e per il bene comune dei cittadini. Credo che questa operazione sia solo una scusa per suscitare clamore». Come Ferrentino, sono rimasti scioccati anche gli altri componenti dell’amministrazione. «Dopo la frana del maggio 1998 - continua il segretario - e dopo il riacutizzarsi della faida tra i clan, questa è stata la tegola che ha definitivamente distrutto la nostra realtà. Siamo stufi di essere etichettati come camorristi o conniventi. Ora il nostro unico desiderio è quello di fare chiarezza. Perché se questa volta ha pagato il sindaco è solo il risultato di un’ulteriore ricerca di vittime».

Quindici sotto choc, piazze deserte Sarà anche per colpa del caldo asfissiante, ma il fiato all’intero paese è stato tolto dai dodici arresti. Sarà per il caldo, ma Quindici è deserta.E intanto, nei canaloni della messa in sicurezza cresce l’erba. E’ già alta. I tunnel “raccogli fango” sono stati costruiti più di due anni fa e la manutenzione è latitante (come una delle dodici persone per le quali sono stati emessi gli ordini di cattura). Sarà anche l’afa, ma non c’è una sola persona nella piazza di Quindici. Incrociamo all’improvviso una signora. Avrà sui quarant’anni. Cammina adagio, a piccoli passi lenti. Le braccia conserte, lo sguardo triste, abbassato: sembra quasi sul punto di piangere. Guarda a terra e neanche quando le passiamo accanto alza lo sguardo. E’ il simbolo di un paese distrutto. Di nuovo. Quindici è un paese triste oggi. Si è svegliato con i carabinieri che son tornati a bussare alle sue porte. Un’altra iattura si è abbattuta su di un paese che ne ha già passate tante. Dopo la frana, dopo la faida risvegliata, ora c’è anche un’intera amministrazione comunale messa in discussione. E’ accusata di collusioni con la camorra. In manette il sindaco, il vicesindaco e un assessore.

E’ un prezzo alto quello che sono chiamati a pagare i cittadini. E’ un paese in ginocchio, piegato tra la criminalità, la corruzione e la voglia di vivere in pace. Una pace che mai come in questa zona della Campania costa cara. Il prezzo da pagare è l’omertà, o quantomeno la capacità di sopravvivere senza “dare fastidio” a chi ha il coltello dalla parte del manico.

Nella piazza di Quindici, ieri mattina, ha chiuso presto anche il bar. Sarà per l’afa, ma evidentemente non era una giornata adatta per le solite quattro chiacchiere davanti ad un caffè. Non era “conveniente” intrattenersi a parlare nella centralissima piazza a pochi passi dal palazzo Comunale, quello vecchio. Quello spazzato via dalla frana del maggio 1998 e che ora ospita i lavori di ristrutturazione. Quei lavori per i quali si sta ipotizzando una “malsana” gestione degli appalti. Sarà per il caldo torrido, ma non c’è nemmeno un operaio al lavoro in quella che era la sede storica del Municipio. Ora gli uffici comunali sono stati temporaneamente spostati in un altro edificio, distante poche decine di metri, dove sono ubicate anche le stanze del Coc, il Centro Operativo Comunale che tante volte è stato attivato dopo quel terribile maggio del 1998. Sarà per la canicola, ma sono deserte anche le strade che percorriamo per arrivare agli altri cantieri post-frana. Una serie di stradine intercomunali che vengono costeggiate da una serpentina labirintica di canaloni. Sono le valvole di sfogo pronte ad entrare in funzione qualora la montagna decidesse di piangere nuovo fango. In teoria dovrebbero essere già operative, ma non c’è manutenzione. Due delle vasche di raccolta che incrociamo sono già colme: di erbacce alte un metro. Se la tragedia si dovesse ripetere i canaloni si troverebbero ad essere già parzialmente occupati dalla troppo ricca vegetazione. La sua crescita è esplosa in quest’ultimo mese, anche a causa del gran caldo che ha aggredito all’improvviso l’intera provincia di Avellino. La ricchezza floreale che spicca dentro e fuori i canali anti-frana contrasta in maniera quasi tragica con la desolazione umana che avvolge Quindici. Di nuovo un paese in lutto.

11 marzo 2004 - Siniscalchi condannato a 8 anni. Due condanne e quattro assoluzioni nel processo per le presunte infiltrazioni della camorra nell’amministrazione del Comune di Quindici. Il giudice per le udienze preliminari, Marotta, ha condannato ad otto anni di reclusione l’ex sindaco, Antonio Siniscalchi, e il boss Arturo Graziano (per entrambi il magistrato del pubblico ministero, Mazzi, aveva chiesto sei anni di carcere). Assolti: il vice sindaco Alfonso Graziano (richiesta: sei anni), l’assessore Vivenzio Sabato (due anni e due mesi), l’imprenditore Felice Graziano (quattro anni), e Fiore Graziano (era già stata proposta l’assoluzione), figlio di Arturo Graziano. Gli imputati erano tutti assistiti dall’avvocato Raffaele Bizzarro. La sentenza è stata emessa dopo più di cinque ore di camera di consiglio. Si attendono ora le motivazioni del verdetto. Un po’ sorprende la dura condanna inflitta al sindaco e l’assoluzione del suo vice (che ha anche una parentela con i Graziano). A carico dell’ex primo cittadino sono pesati comunque i contenuti delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Avrebbe pronunciato frasi che sia gli inquirenti della direzione distrettuale antimafia sia il giudice hanno valutato come “incriminanti”.

Stessa cosa per il boss Arturo Graziano. Ma non solo: il magistrato ha evidentemente ritenuto “significativo” l’episodio - segnalato dai carabinieri, e che il difensore degli imputati ha tentato di smontare nel corso della discussione - del corteo in festa, nel giorno della rielezione di Siniscalchi, proprio sotto l’abitazione del boss. Restano sotto processo, ma con rito ordinario, altri quattro imputati nello stesso procedimento: Luigi Salvatore Graziano, la moglie Chiara Manzi, i figli Adriano e Antonio. Nei loro confronti è iniziato da qualche udienza il procedimento davanti ai giudici del Tribunale di Avellino.

http://www.ottopagine.it/i-delitti/la-strage-di-lauro/arrestato-il-sindaco-per-camorra/