I BARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

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AMMINISTRATOPOLI REGIONALE

NELL'INTERESSE DEI CITTADINI PUGLIESI ?

Dai dati del libro “La Casta” di Rizzo e Stella e dai dati del sito della Conferenza delle Regioni si nota come la retribuzione netta dei Governatori delle Regioni italiane sia un diritto liberticida: ognuno prende quello che vuole!

Scandaloso se si raffronta con i redditi lordi dei Governatori degli Stati Uniti.

Si noti bene: per gli italiano sono netti, per gli americani sono lordi. Inoltre i primi sono governatori di Regioni, i secondi sono governatori di Stati.

PUGLIA

228.631

 

CALIFORNIA

162.598

SARDEGNA

175.733

 

NEW YORK

130.656

SICILIA

171.954

 

MICHIGAN

129.197

CALABRIA

160.240

 

NEW JERSEY

127.737

VENETO

151.380

 

PENNSYLVANIA

119.997

LAZIO

150.576

 

ILLINOIS

113.576

CAMPANIA

148.656

 

WASHINGTON

110.215

LOMBARDIA

144.777

 

CONNECTICUT

109.489

MOLISE

144.457

 

OHIO

105.715

LIGURIA

139.342

 

VERMONT

105.078

PIEMONTE

135.251

 

WYOMING

76.642

VALLE D'AOSTA

126.740

 

UTAH

75.895

TRENTINO ALTO ADIGE

126.089

 

MONTANA

70.410

EMILIA ROMAGNA

120.073

 

ARIZONA

69.343

ABRUZZO

119.613

 

OREGON

68.321

BASILICATA

114.073

 

NORTH DAKOTA

67.505

MARCHE

101.734

 

COLORADO

65.693

FRIULI VENEZIA GIULIA

96.459

 

TENNESSEE

62.043

TOSCANA

89.980

 

ARKANSAS

59.013

UMBRIA

85.231

 

MAINE

51.094

APPARATO REGIONALE: IL PIU’ PAGATO IN ITALIA.

Gli stipendi per il Presidente, la Giunta, i Consiglieri, le Commissioni: un vero salasso per l’erario regionale.

Regione Puglia, quanto mi costi. Confrontando gli stipendi dei dirigenti politici delle Regioni, dal presidente ai consiglieri regionali, vari quotidiani, e da ultimo “Il Corriere della Sera”, hanno scoperto che in Puglia si pagano gli stipendi più alti. Se il presidente della Giunta Regionale percepisce 24.620 euro al mese, due volte rispetto al collega presidente della giunta regionale della Lombardia, chi siede nell'aula di via Capruzzi guadagna 16.115 euro, il doppio del compenso di un consigliere della Toscana, fermo, si fa per dire, a 8.082 euro. Lo stipendio di chi, invece, presiede l'assemblea è di 21.486 euro. Gli importi furono stabiliti con l'accordo di destra e sinistra. Intanto, i consiglieri pugliesi restano i più ricchi d'Italia.

In questo modo le poltrone regionali costano oltre 10 milioni di euro in più.

Tanto paga il contribuente: solo di stipendi, l’aggravio di costi è di oltre 2 milioni di euro all’anno per i cinque anni di legislatura. In tutto quasi 10,4 milioni. Conto stimato per difetto, visto che alcune spese non sono ancora quantificabili.

Le mosse iniziali del governatore di Rifondazione comunista, Niki Vendola, sono state.

Primo: aumentare gli assessori da 12 a 14 (massimo consentito dallo Statuto).

Secondo: sceglierne solo otto tra i consiglieri regionali.

Terzo: portare da sette a undici le commissioni consiliari (e la prima proposta era quattordici!).

Quarto: scegliere un capo di gabinetto fuori dalla Regione, che pure annovera centinaia di dirigenti con i requisiti per l’incarico.

Giunta regionale. Partiamo dagli assessori. Sei sono «esterni», ovvero non membri del Consiglio regionale. La differenza non è di poco conto: un consigliere che fa anche l’assessore riceve la normale indennità per la prima carica (che la Regione pagherebbe comunque) con una lieve maggiorazione per la seconda. Invece gli assessori «esterni» rappresentano stipendi extra. E non sono noccioline: le indennità si calcolano in rapporto a quelle dei parlamentari nazionali. Risultato: la Regione paga sei stipendi pieni in più, che costano 1.772.000 euro all’anno. Va aggiunto il costo delle strutture dei due nuovi assessorati: dalle auto blu al personale, dagli uffici alle missioni. Cifre non ancora quantificabili.

Commissioni consiliari. Fin qui il capitolo giunta. Poi c’è quello «commissioni consiliari». Erano sei da trentacinque anni, cioè da quando era nata la Regione. Il centrosinistra ha già deciso di farle diventare undici, quanti sono i gruppi della coalizione in Consiglio regionale. Alla Regione Puglia anche i muri sanno che l’aumento delle commissioni è l’escamotage per accontentare partiti e consiglieri smaniosi di poltrone. Tanto che sono già state distribuite le presidenze delle quattro commissioni che nasceranno a settembre: Mediterraneo ai Ds, Ambiente alla Margherita, Agricoltura allo Sdi, Servizi sociali all’Udeur. Ogni commissione ha un presidente, due vice e un consigliere segretario. Con undici organi anziché sette, non esisteranno più peones. Tutti i consiglieri avranno un incarico e un corrispondente aumento di stipendio: per il presidente di commissione ogni mese 2.238 euro in più, per i vice 895 euro, per i segretari 671. Solo di stipendi, le nuove commissioni costano 225.552 euro l’anno (107.424 ai presidenti, 85.920 ai vice, 32.208 ai segretari).

Capo di gabinetto. Vendola ha chiamato il coordinatore della sua campagna elettorale, Denny Gadaleta, e non un dirigente della Regione. Risultato: un altro stipendio da 80mila euro e spiccioli, esclusi premi di risultato e indennità di missione.

Consigli per una vecchiaia felice. Come si fa a lavorare (lavorare...) 15 anni e garantirsi una pensione di 10.071,8 euro lordi al mese (circa 7mila netti)? Rivolgersi per informazioni in via Capruzzi a Bari, sede del consiglio regionale della Puglia. Dove, alla faccia della crisi (per gli altri) è stata disposta l’erogazione dei vitalizi agli ex consiglieri, compreso l’ex vicepresidente Sandro Frisullo.

I vitalizi sono uno dei tanti regali previsti dalla legge 8 del 2003, meglio nota come legge De Cristofaro. Oltre a prevedere che ai consiglieri in attività spetti una indennità pari all’80% di quella dei parlamentari (da quest’anno sono 11.190,89 euro al mese) cui si aggiunge una diaria variabile ed esentasse, la legge ha pensato pure alla vecchiaia del consigliere. Che ha diritto, con almeno 5 anni di servizio ed a partire dai 60 anni d’età, a un vitalizio mensile pari al 40% dell’indennità. Più sono gli anni trascorsi in aula, più sale l’assegno (fino ad arrivare al 90% per chi ha fatto tre lustri o più) e più diminuisce l’età minima necessaria a ricevere il vitalizio (bastano 10 anni di presenza per ottenere il vitalizio a 55 anni). Gli anni, ovviamente, si calcolano all’italiana (bastano 6 mesi e un giorno), e per chi si fa riconoscere l’inabilità parziale o totale al lavoro non si calcolano affatto.

Naturalmente non c’è trucco e non c’è inganno. È tutto in regola, come la legge comanda. Per aver diritto al vitalizio, i consiglieri in attività lasciano ogni mese nelle casse dell’ente il 25% dell’indennità. Soldi ben spesi, dato che il vitalizio è come WinForLife, una rendita assolutamente cumulabile con qualunque altro reddito e con la pensione di anzianità o di vecchiaia.

Logico che nessuno se la faccia sfuggire. Finora, a fronte di 35 consiglieri non rieletti, l’hanno potuta chiedere in 19. Tra loro c’è pure l’ex vicepresidente Sandro Frisullo, che avendo trascorso in consiglio 15 anni di vita, ha diritto alla cifra massima (10.071 euro al mese). Frisullo, peraltro, è stato il primo in assoluto a sfruttare un’altra normetta inserita con lungimiranza nel 2003. A chi è stato destinatario di «misure cautelari tali da impedire l’effettivo esercizio del mandato», la legge garantisce il 50% dell’indennità, il 70% della diaria e il 100% del trattamento accessorio (in cui sono compresi i 900 euro di rimborso per il «rapporto con gli elettori»). Frisullo, arrestato il 18 marzo 2010 e tecnicamente in carica fino a maggio, per due mesi ha dunque ricevuto il sussidio regionale.

Tra gli ex consiglieri che portano a casa il vitalizio massimo ci sono anche Luciano Mineo, Roberto Ruocco, Nicola Tagliente e Giovanni Copertino. Pina Marmo, l’unica donna della passata legislatura, deve invece accontentarsi di appena 3.783 euro lordi al mese: con soli 5 anni di contribuzione, in virtù di un altro bizantinismo contenuto nella legge, può infatti ricevere un assegno leggermente ridotto anche se le mancano 3 anni ai fatidici 60 d’età.

Ora, è chiaro che non approfittare di questo beneficio sarebbe criminale. E infatti Antonio Scalera, che nella scorsa legislatura ha fatto solo 44 mesi, per poter accedere al vitalizio ha chiesto di versare i 38mila euro che mancano (2.377,18 euro per 16 mesi). Altri ancora, essendo troppo lontano il traguardo dei 5 anni, hanno chiesto indietro i contributi versati: si tratta di Zaccagnino (riceverà 36.599 euro), Caputo (20.674 euro) e degli ex assessori Magda Terrevoli e Gianfranco Viesti (20.854 euro a testa). Il tutto, naturalmente, senza contare la liquidazione che spetta agli ex consiglieri con almeno una legislatura alle spalle: un bell’assegnone da non meno di 129mila euro, tanto per rendere meno traumatico il ritorno tra i comuni mortali.

http://archiviostorico.corriere.it/2007/agosto/03/Regioni_sprechi_Governatori_difendono_co_9_070803105.shtml

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=15562

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2008/11/12/pop_stipendi.shtml

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=353718&IDCategoria=1

NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI PUGLIESI ?!?

Lo scandalo delle internalizzazioni. Assunzione senza concorso pubblico per stabilizzare i precari nella sanità, già afflitta dallo scandalo “Tedesco”, e nell'università. In questo modo migliaia di amici di sinistra vengono stabilizzati senza concorso pubblico, producendo illegalità, consenso politico con voto di scambio e parzialità di trattamento avverso gli avversari politici. Il 30 aprile 2010 su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare presso la Corte Costituzionale due leggi della Regione Puglia in materia di organizzazione del lavoro pubblico.

«In violazione del riparto di competenza tra norme statali e disciplina regionale, la legge regionale n. 4 del 2010 consente infatti la stabilizzazione di oltre 8000 precari tra dirigenti medici e personale ex LSU e proroga gli effetti delle procedure di stabilizzazione previste dalla precedente normativa regionale, ampliando così i destinatari delle stesse – spiega il ministero in una nota -. Inoltre, consente l’illegittimo inquadramento di personale proveniente da imprese o società cooperative all’interno di società, aziende o organismi della Regione Puglia in violazione della richiamata disciplina statale in materia di stabilizzazioni. Questa norma si pone altresì in contrasto sia con i principi costituzionali che riservano alla competenza esclusiva dello Stato la materia dell’ordinamento civile (contratti collettivi), sia con la giurisprudenza costituzionale che ha più volte ribadito come il pubblico concorso costituisca l'unica forma di reclutamento del personale idonea a garantire l'efficienza, il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione».

La seconda legge della Regione Puglia impugnata dal Governo, la n. 5 del 2010, autorizza invece il transito nei ruoli dell’Agenzia per il Diritto allo studio universitario (ADISU) del personale finora in servizio a tempo determinato, con conseguente inquadramento riservato, «in violazione della vigente disciplina statale e dei già citati principi costituzionali di cui agli articoli 3, 97 e 117, secondo comma, lett. l), della Costituzione», sottolinea il ministero.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=331316&IDCategoria=1

NELL'INTERESSE DELLE ASSOCIAZIONI PUGLIESI ?

La "Associazione Contro Tutte le Mafie" - ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell'attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura - UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. Il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d'armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all'albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l'associazione presso l'albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all'associazione, autorizzato dall'apposita commissione parlamentare. L'editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d'inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", il sunto e l'elenco degli scandali  e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.

La associazione "Libera" è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se "Libera" fosse l'unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all'Albo regionale.

200 mila euro. In favore della Cooperativa “Terre di Puglia – Libera Terra” (100 mila euro) e dell’Associazione Libera di don Luigi Ciotti (100 mila euro).

La cooperativa denominata «Terre di Puglia – Libera Terra» è formata da giovani pugliesi e si occupa della gestione dei terreni agricoli e degli altri beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Attualmente, in partenariato con la Prefettura e la Provincia di Brindisi, con l’Associazione Libera ed Italia Lavoro Spa, gestisce un progetto che prevede l’impiego a fini agricoli dei terreni confiscati alle mafie nella provincia di Brindisi, nei comuni di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico.

L’Associazione Libera di don Luigi Ciotti in Puglia sosterrà il progetto MOMArt (Motore Meridiano delle Arti), che prevede la trasformazione di una ex discoteca di Adelfia (Ba), centrale di spaccio e illegalità, in un luogo generatore di sviluppo sociale e civile per i giovani pugliesi.

Per il raggiungimento di questo obiettivo la Giunta il 15 luglio 2008 ha approvato un protocollo d’intesa tra Regione Puglia, Tribunale di Bari, Commissario governativo per i beni confiscati e Associazione Libera.

DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE 23 settembre 2009, n. 1747

"La Regione Puglia intende sviluppare azioni sui temi della legalità, della sicurezza partecipata e sul riutilizzo produttivo e sociale dei beni confiscati e realizzare adeguate iniziative di informazione, sensibilizzazione e animazione sul territorio pugliese; vi è una convergenza di interessi tra Libera e la Regione Puglia a porre in essere eventuali collaborazioni per il perseguimento dei fini sopra indicati. Si propone pertanto:
• di dichiarare la disponibilità della Regione Puglia ad avviare forma concrete di collaborazione tra Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e la Regione stessa al fine di condividere attività di ricerca, monitoraggio, informazione, sensibilizzazione e animazione territoriale sui temi della legalità, della sicurezza partecipata e del riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata:
• di approvare, a tal fine, uno schema di protocollo di intesa tra la Regione Puglia e Libera -Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, allegato al presente provvedimento."

In data 2-3-4 marzo 2010, il servizio di Stefania Petix, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia. In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro. Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.

Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento. In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.

Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.

In data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi). Con il protocollo l'Ente pubblico si assume l'onere del restante 10%.

“Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.

Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici. E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.

Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.

I giovani poi illusi di essere forza attiva pensano di poter contrastare il mal governo, la corruzione, la mafia. Sicuramente accorreranno per l'edizione del Forum internazionale “Otranto Legality Experience”, organizzato dal 29 agosto al 3 settembre, per il quale  l’assessore Fratoianni ha chiesto un finanziamento di 70.000 euro, che verrà concesso all’associazione Libera, che ha il monopolio delle attività antimafia, e ad Agnoletto. Sarà quello il luogo gioioso della moltiplicazione dei forum, delle discussioni guidate con la presenza dei soliti volti locali, nazionali e internazionali, sempre che siano di sinistra, e l’assoluta indifferenza della classe lavoratrice, dei numerosi disoccupati e del popolo pugliese.

http://www.diariodelweb.it/Articolo/Regioni/?d=20080905&id=42972

http://www.italiaterranostra.it/?p=5951

NELL’INTERESSE DELLE TV LOCALI PUGLIESI ?

La Regione Puglia di Vendola è indifferente alle proposte o alle esigenze di Tele Web Italia, www.telewebitalia.eu, la web tv di promozione e tutela del territorio. Lo stesso trattamento è riservato a tutte le altre tv locali pugliesi, salvo che non siano televisioni di parte.

Mentre sulle televisioni private pugliesi incombe un’autentica decimazione a seguito del superamento dell’analogico; mentre piange miseria con il governo nazionale, Vendola non trova di meglio, su proposta dell’Assessore Fratoianni, ossia del regista delle sua campagne auto-promozionali, che regalare 480 mila euro alla RAI TRE per una trasmissione immancabilmente destinata alla sua auto-apologia, con la quale saremmo molto lieti se fosse anche ulteriormente valorizzata l’indubbia professionalità del suo ex-Addetto Stampa». È quanto protesta il vice presidente del consiglio regionale pugliese del Pdl, Nino Marmo. «Su questa decisione, in quanto palesemente discriminatoria ai danni delle televisioni pugliesi, abbandonate di fatto al loro destino da un Vendola sempre più proiettato verso dimensioni nazionali se non universali - conclude Marmo – ho inviato un esposto al Corecom».

«La delibera con cui, il 25 giugno 2010, la Giunta Vendola ha regalato alla Rai Tv 480 milioni di euro per realizzare dieci puntate della trasmissione “Okkupati” alla modica cifra di 40mila euro a puntata, ha dell’incredibile», ribadisce il consigliere regionale de La Puglia prima di tutto, Andrea Caroppo. «Per tutta la campagna elettorale e fino nel convegno organizzato dal Corecom Puglia - dice Caroppo - Vendola e la sinistra hanno accusato il Governo Berlusconi di aver tagliato le gambe all’emittenza privata, di aver negato loro i fondi necessari per la stessa sopravvivenza delle piccole emittenti. Intanto nelle stesse ore la Giunta Vendola pensava bene di regalare 480mila euro alla Rai. Bella coerenza».

«A RaiTre 480mila euro per qualche puntata di una trasmissione, alle emittenti locali pugliesi soltanto chiacchiere», aggiunge dal canto suo Salvatore Greco, anche lui consigliere regionale della Puglia prima di tutto: «Altre Regioni italiane hanno emanato bandi per finanziare gli investimenti delle emittenti radiotelevisive locali in innovazione e tecnologie, provvedimenti fondamentali per la sopravvivenza delle tv territoriali costrette a far fronte a centinaia di migliaia se non milioni di euro in vista dello “switch off” e del passaggio al digitale terrestre. Il governatore, Nichi Vendola, da mesi difende a parole il diritto alla sopravvivenza delle televisioni locali ma finora non ha mosso un dito, concretamente, in loro favore».

La replica «Nessun furto alle emittenti regionali», mentre le argomentazioni dei consiglieri regionali del Pdl Marmo, Greco e Caroppo sono “molto sterili e demagogiche”: così l’assessore regionale all’Attuazione del programma e alle Politiche giovanili, Nicola Fratoianni, risponde alle accuse.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=347381&IDCategoria=1

NELL'INTERESSE DEGLI EMIGRANTI PUGLIESI ?

EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE, FONDI A PERDERE.

SOLO IL 10 % AGLI AVENTI DIRITTO

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, denuncia l’ennesima anomalia a danno dei più deboli. La Giunta Regionale ha dato avvio a fine febbraio, con la prima presa d’atto del disegno di legge presentato dall’Assessore Elena Gentile, al percorso per la formazione della nuova legge regionale per l’integrazione culturale e l’inclusione sociale degli immigrati in Puglia.

L’iniziativa può sembrare meritevole, se non ci si scontrasse con la realtà dei dati.

Si manifesta la volontà di includere socialmente gli immigrati extracomunitari in Puglia e poi si è incapaci, per dolo o per colpa, di accogliere i nostri emigranti pugliesi di rientro.

Dal Bollettino Ufficiale della Regione Puglia - n. 169 del 28-11-2007 si legge la Deliberazione della Giunta Regionale del 31 ottobre 2007, n. 1810.

La deliberazione riguarda il Piano 2007 degli “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” (Legge regionale n. 23/2000 – Regolamento regionale n. 8/2001 di attuazione della Legge regionale n. 23/2000). Dai criteri di ripartizione delle risorse si rileva il “BAZAR DEL TRUCCO”, le cui anomalie sono state oggetto di una denuncia penale da parte di alcuni emigranti pugliesi rientrati in patria.

I contributi economici una tantum per emigrati pugliesi che rientrano in Puglia, secondo i criteri e le modalità in vigore ai sensi della D.G.R. 1638/2005, riguardano contributi per acquisto prima casa, affitto e ristrutturazione immobili di proprietà e contributi per l'avvio e il potenziamento di attività produttive (artigianali, agricole, manifatturiere,ecc..). I contributi previsti sono pari a euro 170.000,00 a fronte di euro 1.419.265,00 previsti per tutto il piano di interventi.

Premettendo che molti uffici comunali non sono a conoscenza dei benefici a favore degli emigranti, in modo da rendere il contributo conosciuto e fruibile, è scandaloso che un piano di intervento per gli emigranti preveda proprio a loro favore solo il 10 % circa, da impiegare per il reinserimento abitativo e produttivo di corregionali pugliesi, mentre tutto il resto va ad una ripartizione che suscita qualche perplessità.

Non è diffamazione dire che “c’azzecca” il piano 2007 chiamato “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” con i cittadini pugliesi nel mondo. Agli emigranti che vogliono rientrare è destinata la infima somma di 170.000 euro a fronte di 1.420.000. Poteva essere chiamato benissimo “Piano 2007 per interventi di propaganda e promozione del sistema Puglia.”

La logica chiama il ragionamento:

1.250.000 euro per eventi culturali, gemellaggi, ed altro, cosa vuol significare se non eventi festaioli, a cui qualcuno partecipa, spesso viaggiando.

PIANO DI RIPARTIZIONE

ATTIVITA' ISTITUZIONALI

 

PREMIO PUGLIA

25.000

 

INTERVENTI AD INIZIATIVA REGIONALE

 

COMUNICAZIONE ED INFORMAZIONE

125.000

EVENTI CULTURALI

70.000

STUDI E RICERCHE

55.000

BORSE DI STUDIO

280.000

DOCUMENTAZIONE

9.265

INTERVENTI URGENTI ALLE ASSOCIAZIONI DI PUGLIESI NEL MONDO

30.000

 

SOVVENZIONI A PROGETTI DI ASSOCIAZIONI O ENTI

 

EVENTI CULTURALI

315.000

GEMELLAGGI

260.000

 

INTERVENTI SU RICHIESTA DELLE ASSOCIAZIONI

 

DOTAZIONE STRUMENTALE E LOGISTICA

80.000

 

INTERVENTI SU RICHIESTA PER REINSERIMENTI PRODUTTIVI ED ABITATIVI

 

CONTRIBUTI PER EMIGRANTI PUGLIESI DI RIENTRO

170.000

 

TOTALE

1.419.265

DR ANTONIO GIANGRANDE, PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE

NELL'INTERESSE DELLA CULTURA PUGLIESE ??

Il capogruppo di FI in Consiglio regionale, Rocco Palese, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Il Sindacato lavoratori della Comunicazione (Slc) aderente alla Cgil concorda come noi sull'illegittimità ed inutilità del progetto “Puglia Night Parade” 2008, puntando il dito accusatore sui benefici e sui ritorni dell'iniziativa tanto decantati dall'accoppiata Ostillio-Vendola, mente e braccio del più colossale spreco di denaro pubblico che la storia regionale ricordi e rileva che dei 6 milioni di euro della spesa prevista, solo il 5% (300.000 euro) andrà agli artisti pugliesi, mentre la parte da leone la faranno artisti di fama nazionale ed internazionale, il cui “peso" nel cast individuato è pari all'88%.

"Per giorni ho resistito alla tentazione di chiamare giornali e tv per dire ciò che penso sulla questione Notti Bianche regionali; ma essendo venuto a conoscenza di troppi particolari, non posso che gridare Vergogna! - Questo dice Mauro Arnesano, della “Notte Bianca” di Lecce... quella vera! - Per due anni consecutivi ho organizzato a Lecce l’evento “Notte Bianca”, che ha coinvolto ogni volta circa 300.000 persone, consentendo  a chiunque ha voluto aderire la possibilità di esserci, di farsi conoscere,  di divertirsi. Il tutto è stato sempre organizzato CON IL SOLO CONTRIBUTO DI PRIVATI, SENZA RICEVERE UN SOLO EURO NE’ DALLA REGIONE PUGLIA, NE’ DAL COMUNE DI LECCE, NE’ DALLA PROVINCIA DI LECCE. Le richieste di contributo non hanno avuto neanche l'onore di una risposta, sarebbe costata al massimo 60 centesimi di francobollo".

Oggi la Regione Puglia spende circa 6 MILIONI di Euro, di danari di tutti, per organizzare un evento “Le Notti Bianche Regionali”, il corrispondente dell’intera somma prevista per la cultura regionale nel quinquennio 2007-2013.

Io, nell’organizzare la Notte Bianca a Lecce, ho scelto una strategia completamente diversa: ho preferito 57 eventi gratuiti dislocati in tutta la città, coinvolgendo anche le periferie fino alle più tarde ore possibili (mission dell'evento, far vivere i luoghi della città di notte); ho scelto di promuovere gli  artisti locali (che rappresentavano il 90% dell’offerta culturale), anziché pagare solo quelli di fuori; ho coinvolto nell’apertura gli esercizi commerciali, ma anche  musei,  luoghi di interesse architettonico e culturale, Università,  Fondazioni, Enti, Associazioni di volontariato, culturali etc etc. Ho scelto un periodo morto, quando “non gira una lira”, ed ho saputo offrire il tutto esaurito ad alberghi, Ristoranti, Bar, Pub,  bed and breakfast ed anche alle Ferrovie dello Stato sulla tratta Roma-Lecce. Dopo tutto questo bel lavoro (che è stato possibile solo grazie alla collaborazione dei volontari, che non hanno preso un Euro ed hanno lavorato notte e giorno, con me per primo), qualcosa però abbiamo ricevuto dalla Regione, il patrocinio GRATUITO del Presidente della Regione Vendola  e dell'assessore Godelli: come si direbbe volgarmente in gergo, “se è gratis, ungimi tutto”….

http://www.brindisisera.it/news_dettaglio.asp?di=Politica&articolo=Notti+Bianche+%96+Palese%3A+%93Anche+la+CGIL+chiede+di+fermare+il+festival+rosso+dello+spreco%94&id_articolo=4477

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=6568&Itemid=61

NELL'INTERESSE DELLA SANITA' PUGLIESE ??

Tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, la sanità pugliese gestita da un comitato d’affari sotto la regìa della sinistra.

Il quadro delle inchieste di Bari è ormai chiaro: ne ha preso atto anche il governatore Nichi Vendola, che ha chiesto e ottenuto le dimissioni della giunta regionale. Aveva già fatto saltare un assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, caduto in piedi con la garanzia di entrare al Senato. Poi ha avuto la testa del direttore generale dell’Asl di Bari, Lea Cosentino, manager legata al Pd e amica di Giampiero Tarantini. Infine è toccato agli assessori, tutti. L’unico a resistere sul ponte di comando è lui, Vendola, che appena sente odore di guai giudiziari caccia gli altri per mostrare chi ha in pugno la «questione morale». Ma neppure il governatore potrà chiamarsi del tutto fuori, dal momento che è stato convocato lunedì 6 luglio 2009 in procura come persona informata dei fatti. Il presidente ha depositato un rapporto frutto di ispezioni e controlli forse tardivi.

Quanto sia esteso il marcio (presunto), lo dimostra il numero di inchieste aperte dalla procura di Bari. Quattro. E affidate ad altrettanti pm. Attività investigative nate da fonti diverse e che si muovono in tante direzioni. Nei fascicoli c’è di tutto. Ci sono i presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche. Ci sono i rapporti sospetti tra primari e cliniche riabilitative cui venivano indirizzati i pazienti. E ancora i grandi appalti per servizi e prodotti medicali preceduti e seguiti da feste e festini. I dubbi sull’accreditamento di strutture sanitarie private. Un appartamento nel centro di Bari utilizzato come garçonniere da politici di sinistra.

Su tutto sembra regnare un solo nome, quello del «grande burattinaio» Tarantini, il «re delle protesi» diventato famoso per aver portato un tot di bellezze, tra cui una prostituta di lusso, a casa di Silvio Berlusconi. Ma il «sistema Tarantini» è assai vasto, prevede rapporti con la politica che conta in Puglia (cioè soprattutto con il Pd, che governa la regione e gran parte delle province).

In realtà Tarantini è uno dei tanti: nell’inchiesta più articolata e - a quanto si dice - più pericolosa per la sinistra, di cui è titolare il sostituto procuratore della Dda Desirée Digeronimo, gli indagati sarebbero una ventina, tra cui Tedesco, la Cosentino, il direttore generale del policlinico di Bari Vitangelo Dattoli, il primario di ortopedia Vittorio Patella, la direttrice di un centro di riabilitazione Ilaria Tatò, l’imprenditore Enrico Intini grande amico di Massimo D’Alema. Le ipotesi di reato comprendono a vario titolo la corruzione, la turbativa d’asta, le false dichiarazioni, l’associazione per delinquere.

Succede così che le inchieste del pm Giuseppe Scelsi che hanno scatenato i veleni sulla vita privata di Berlusconi perdono peso: secondo il procuratore capo Emilio Marzano, è caduta l’ipotesi di indagare Tarantini per droga mentre la tranche sull’induzione alla prostituzione è sostanzialmente chiusa e sarà definita entro luglio. Crescono invece i capitoli sugli intrecci tra imprenditori, manager sanitari, funzionari della regione e politici della sinistra pugliese. Il primo dei quattro fascicoli, aperto nel 2000 dal pm Roberto Rossi e avviato a rapida conclusione, riguarda presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche e nei rapporti tra i Tarantini, aziende sanitarie pugliesi ed enti locali.

Personaggio chiave è Alberto Tedesco, che nonostante siano a lui riconducibili aziende del settore elettromedicale (concorrenti con Tarantini), è stato fino al 6 febbraio 2009 assessore alla sanità. Il conflitto d’interessi fu denunciato dall’Italia dei valori, partito esterno alla giunta regionale il quale ora rifiuta l’invito di Vendola di entrare nella maggioranza.

Sullo sfondo resta l’inchiesta sull’immobiliarista campano Alfredo Romeo, che non solleva più il clamore di qualche mese fa. Romeo ebbe un appalto dalla regione Puglia e dalle intercettazioni emergevano riferimenti a un referente pugliese.

«Riteniamo gravissime e degne di attenzione da parte del ministro della Giustizia le dichiarazioni del Capo della Procura di Bari, Emilio Marzano, in merito ad una delle inchieste in corso sulla sanità pugliese». Lo sostengono in una interrogazione parlamentare dell’8 luglio 2009 i deputati pugliesi del Pdl (primo firmatario Luigi Vitali), che aggiungono: «Il procuratore Marzano incredibilmente giustifica l'operato di un pm, Roberto Rossi, che tiene aperta fino ad oggi una inchiesta per fatti commessi tra il 2001 e il 2004, causando probabilmente, e per stessa ammissione del Procuratore Capo, la prescrizione dei reati, piuttosto che chiedergliene conto. Ma quel che è più grave è che sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi il procuratore Marzano aggiunge anche che ad alcuni degli indagati in questa inchiesta sarebbe stato contestato il reato di associazione a delinquere solo per "questioni di metodo legate al potenziale coordinamento con inchieste sorelle"».

«Insomma – dicono i deputati – non solo il procuratore giustifica un pm che tiene aperta una inchiesta per 5 anni arrivando forse a far prescrivere i reati, ma ammette candidamente che un reato gravissimo come l’associazione a delinquere viene contestato solo per questioni di metodo… Peccato che nel frattempo, nonostante reati prescritti e questioni di metodo, quelle persone siano finite in prima pagina su tutti i giornali accusate di associazione a delinquere. Quel che accade alla Procura di Bari è vergognoso: alcune inchieste su cui pure sembrano emergere fatti gravissimi e a quanto pare riscontrati vengono condotte con i guanti bianchi quasi giustificando l’esigenza di interrogare persone informate dei fatti, altre invece vengono direttamente sbattute in prima pagina con foto e nomi di persone a cui, a quanto dice il Procuratore, vengono ascritti contestati reati o prescritti o contestati solo per "metodo". Riteniamo che ci siano tutti gli elementi affinchè il Ministro della Giustizia valuti se avviare iniziative ispettive, al fine della individuazione delle responsabilità in ordine a questi gravissimi comportamenti».

Le cinque inchieste che hanno sconvolto la Puglia

Quattro le inchieste sulla sanità pugliese, più una, «figliata» dalle indagini sull’apparato sanitario, che ha riguardato i festini a base di droga e di escort riconducibili al giovane imprenditore pugliese Gianpaolo Tarantini, di 34 anni. Questa «quinta» inchiesta ha acceso i riflettori su presunti incontri con le escort nelle due dimore del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi: a Palazzo Grazioli a Roma e nella villa in Sardegna. Il premier non è indagato.

L’INDAGINE «TARANTINI 1» - ll pubblico ministero Roberto Rossi ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini a 23 persone, coinvolte in ipotesi accusatorie riguardanti fatti del periodo 2001-2004. I fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini, imprenditori del settore sanitario, l’attuale coordinatore regionale del movimento politico «la Puglia prima di tutto» (ma all’epoca dei fatti consigliere regionale in quota Udc) Salvatore Greco, insieme con una ventina di altre persone tra primari ospedalieri, dirigenti, funzionari e impiegati amministrativi, sono indagati dalla Procura di Bari per associazione per delinquere e concorso in falso nell’ambito di una inchiesta sulla fornitura di protesi, strumentario chirurgico e prodotti medicali.

L’INCHIESTA ACCREDITAMENTI - Il sostituto procuratore Lorenzo Nicastro ha avviato da oltre un anno un’inchiesta su una serie di convenzioni stipulate nel 2007 dall’assessorato alle Politiche della salute della Regione Puglia - all’epoca retto da Alberto Tedesco - con case di cura private di Bari e provincia. L’indagine riguarda la regolarità degli accreditamenti, per i quali la legge fissa precisi requisiti.

INDAGINE TEDESCO - L’inchiesta maggiore, che ha portato alle dimissioni dell’assessore alla Sanità, Alberto Tedesco e nel cui ambito ieri gli investigatori hanno acquisito documentazione sui bilanci di 5 partiti di centro sinistra, è condotta dai carabinieri del Reparto operativo provinciale ed è coordinata dal pm antimafia Desirée Digeronimo. Secondo la tesi elaborata dagli inquirenti un sistema creato da politici, amministratori delle Asl e imprenditori che operano nel settore della sanità avrebbe creato una specie di «cupola» affaristica interna alla pubblica amministrazione, capace di orientare forniture e appalti. Gli investigatori oltre che ipotizzare l’esistenza di una sistema di appalti per finanziare i partiti, formulano una serie di congetture su una presunta contiguità tra sistema politico e sistema mafioso.

«TARANTINI 2» - Il nome di Gianpaolo Tarantini è, insieme con quello della dottoressa Ilaria Sabina Tatò, specialista in fisiatria e medicina del lavoro, del professor Vittorio Patella, specialista in ortopedia e traumatologia e primario della II Clinica ortopedica del Policlinico di Bari, e da ieri anche del professor Pasqualino Ciappetta, docente ordinario di neurochirurgia. Nella seconda inchiesta, datata 2008-2009, sulla fornitura di protesi a strutture sanitarie pubbliche. L’inchiesta è coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Scelsi.

ESCORT E COCA - Dalla attività investigativa riguardante il caso-protesi è nata l’indagine, coordinata sempre dal dottor Scelsi, sul festini a base di coca e sulle accompagnatrici ingaggiate - secondo la ricostruzione degli investigatori - da Gianpaolo Tarantini per affiancarlo in cene negli ambienti del jet-set romano e barese. Tra le presunte escort, la barese 42enne Patrizia Daddario che avrebbe raccontato di avere trascorso una notte con il premier.

L'ex assessore pugliese alla sanità Alberto Tedesco, poi senatore del Pd, ha avuto un «ruolo di vertice» in «un’organizzazione criminale, radicatasi all’interno della pubblica amministrazione, tendente a condizionare le scelte della stessa allo scopo di perseguire i progetti illeciti del sodalizio in esame, che spaziano dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, alle forniture dei beni e servizi alle Asl, agli appalti nelle aziende ospedaliere pugliesi». È pesante l’accusa che il pm Desirè Digeronimo contestava a Tedesco già nei decreti di perquisizione e sequestro eseguiti dai carabinieri nell’aprile 2009 nell’ambito dell’inchiesta sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari che avrebbe gestito la sanità pugliese.

Col passare del tempo sembra che i sospetti del magistrato sia aumentati e ciò giustifica perché Digeronimo ha ordinato ai carabinieri di acquisire dalle sedi dei partiti del centrosinistra pugliese (Pd, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano, Prc e Socialisti Autonomisti) i bilanci dal 2005 al 2008 e tutta la documentazione bancaria. Il sospetto è che parte del danaro confluito nelle casse di alcune imprese vincitrici di appalti sia poi tornato, almeno in parte, ai partiti o agli stessi politici. La pubblica accusa non ha dubbi: Tedesco – è scritto nel decreto di perquisizione – aveva nel sodalizio criminoso «il ruolo di vertice» mentre il suo collaboratore Mario Malcangi era il collegamento tra Tedesco e il mondo imprenditoriale ed era incaricato di tessere «i contatti e a portare a compimento gli interessi del sodalizio». Interessi che spaziavano dalla gestione degli appalti per la sanità, all’accreditamento presso la Regione di strutture sanitarie private, alla nomina in quota politica dei direttori generali delle Ausl, ai concorsi per primario fino allo smaltimento dei rifiuti sanitari.

«Agli imprenditori e alle società – scrive il pm – viene garantita assistenza e un canale privilegiato per l’acquisizione di contratti, anche attraverso un illegale meccanismo di proroghe, per la fornitura di beni e/o servizi presso le Asl». Secondo la ricostruzione dell’accusa, il sistema ideato da Tedesco poteva contare anche su «soggetti intranei al sodalizio» e cioè su alcuni manager delle Asl pugliesi, che sono indagati. Dall’indagine – sottolinea il magistrato – emergono anche i presunti interessi di Tedesco con il mondo imprenditoriale, «nel quale figurano società direttamente o indirettamente riconducibili alla sua famiglia», che da sempre opera nel settore delle protesi sanitarie. In una conversazione, intercettata con una microspia il 30 giugno del 2008 e riportata nel provvedimento, Tedesco parla con l'imprenditore Diego Rana di ipotetiche correzioni da apportare al piano sanitario. «Ti preparo un appuntino?» chiede l'imprenditore che gestisce a Bernalda (Matera) un centro di riabilitazione. E lui: «No! Non c'è bisogno. Basta che mi dici gli errori dove stanno».

LA PROCURA ANTIMAFIA HA AVVIATO UNA SERIE DI VERIFICHE IN REGIONE.

Verifiche da parte della procura antimafia di Bari sull'attività amministrativa della giunta regionale pugliese, in carica dal 2005 fino ai primi giorni di luglio 2009, data, infatti, per decisione del presidente Nichi Vendola cinque assessori sono stati sostituiti. Gli accertamenti del pm della Dda, Desirè Digeronimo, riguarderebbero atti e delibere regionali, che il magistrato sospetta siano illegittimi.

Le delibere che vengono esaminate sono quelle proposte dall’allora assessore alla Sanità, Alberto Tedesco (poi senatore del Pd) e varate dalla giunta Vendola. Il pm vuole accertare se all’interno del governo pugliese Tedesco godeva dell’appoggio di alcuni assessori. Quindi, vuole accertare se vi siano state complicità. L'indagine della procura antimafia, che ha portato all’acquisizione dei bilanci dei partiti del centrosinistra, riguarda buona parte del settore sanitario regionale: gestione degli appalti, nomine dei direttori generali ed i concorsi per primari e l’accreditamento di strutture private da parte della Regione Puglia.

“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.

In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.

Sui corsi e ricorsi storici, inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

Specialmente se è tutto un corso e ricorso storico. Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici della corte d’appello di Bari di confermare la condanna a 3 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a Lucio Tarquinio, già consigliere regionale e vice presidente del Consiglio e Nicola Cardinale, ex direttore generale degli ospedali riuniti, accusati di turbativa d’asta per l’appalto per la vigilanza nella cittadella ospedaliera. L’accusa sostiene che il politico esercitò indebite pressioni sul manager per favorire una ditta; la difesa chiede l’assoluzione. Il pg Angela Tomasicchio ha chiesto la conferma delle nove condanne inflitte in primo grado per i due filoni dell’inchiesta Vigilantes.

LA STORIA

Un grande puzzle costruito su una montagna di euro, quelli della sanità (il buco regionale supera i 600 milioni di euro) e dell'ecologia (quest'ultimo, a sua volta, giocato sui business delle energie rinnovabili da un lato e delle discariche pro monnezza dall'altro), con la partecipazione di politici, imprese d'assalto, faccendieri, lacchè  e la solita delinquenza organizzata al seguito.

Cominciamo dai palazzi di giustizia. E come in un gioco di scatole cinesi - stavolta investigative - cerchiamo di dipanare l'intricata matassa. L'ultima, clamorosa inchiesta, condotta dal pm barese Giuseppe Scelsi, a base di ragazze disinvolte e incontri a luci rosse o rosè tra Villa Certosa, palazzo Grazioli e dintorni, in realtà parte da un filone d'indagine su sanità e appalti. Siamo solo al primo gradino, perché quel filone si innesta su uno ancor più corposo, portato avanti da un'altra toga pugliese, Desiree Digeronimo della Direzione Distrettuale Antimafia, la quale anni fa ha cominciato a far luce su una serie di “traffici” che vedono come epicentro la Regione, in particolare l'assessorato alla Sanità retto da Tedesco.

Non è finita, perché il tutto prende le mosse da un prima inchiesta, partita quattro anni fa, sempre nel mirino la sanità arcimilionaria: stavolta, passate ai raggi x, sono le attività del gruppo Cavallari - da sempre leader in campo sanitario - e soprattutto il gruppo CCR;(Case di cura riunite), poi diventato CBH;(Citta' di Bari hospital) e passato sotto il controllo di Banca Intesa. Quell'inchiesta del 2005 ha portato alla condanna definitiva di Francesco Cavallari per associazione mafiosa, pena poi patteggiata a 1 anno e 10 mesi. Scriveva in un articolo per il Corsera Carlo Vulpio a maggio 2005: «L'attuale CBH fattura più di cento miliardi di vecchie lire l'anno. Soldi che provengono quasi tutti dai servizi erogati in convenzione con la Regione. Lo stesso trattamento di cui godeva la CCR quando era ancora del patron Cavallari che, dice la sentenza, finanziava generosamente alcuni uomini politici, tra i quali uno, Claudio Lenoci, che operava con Cavallari per il tramite di ‘suoi uomini', in particolare Alberto Tedesco, consigliere regionale e poi assessore alla Sanità, con cui Cavallari ha avuto numerosi appuntamenti». Continua Vulpio «Il pm Lerario oggi sta indagando su una vendita che si sospetta essere stata pilotata dai tre commissari straordinari nominati per evitare il fallimento di Ccr e da funzionari del ministero dell'Industria (all' epoca retto da Enrico Letta, rappresentato dal suo consigliere Francesco Boccia, l' avversario alleato di Nichi Vendola, che doveva esserne il vice nella nuova giunta ma ha rinunciato). Il ruolo più da sponsor che non da vigilanza che organi pubblici avrebbero avuto nell' affare pone oggi alla giunta Vendola un grosso problema in tema di «sanità malata» . Anche perché tra i nuovi assessori ce n'è uno, Onofrio Introna, che era nel collegio sindacale di Cbh spa, e come Boccia sosteneva con fervore l'operato dei commissari e la validità della vendita, o svendita, del gruppo sanitario. Problema che lo stesso Vendola conosce bene, anche perché lui c'era al ministero dell'Industria, il 23 maggio 2000, quando se ne è discusso, e sa anche che 25 senatori di centrodestra, nel 2001, proposero una commissione parlamentare d'inchiesta su questa storia. Iniziativa poi lasciata cadere perché in Puglia governava Fitto. Al quale, sotto elezioni, Cbh non ha fatto mancare il proprio plauso pubblico per il piano di riordino ospedaliero».

Come in un cortocircuito: da Tedesco (2005) a Tedesco (2009), con un diversivo chiamato Tarantini. Scrive oggi lo stesso Vulpio (autore del recente “Roba Nostra”, edizioni il Saggiatore) sul suo blog: «La cosa più seria e importante, di cui non si sta parlando, è l'inchiesta sulla sanità pugliese. Roba tosta. Roba che scotta. E' un piatto bollente che da anni ambienti giudiziari e politici rigorosamente bipartisan cercano di raffreddare e di fronte al quale il signor Tarantini e la relativa puttanicizia appaiono poco più che una compagine di smandrappati».

Torniamo a Tedesco e all'inchiesta-chiave della Digeronimo. L'assessore è indagato per associazione a delinquere e truffa. Sentendo puzza di bruciato, si dimette perché sa bene di poter contare su un salvagente da novanta: un posto in Parlamento targato Pd, visto che è il primo dei non eletti alle ultime politiche e che, grazie alle europee del 6 giugno, si libera una poltrona a palazzo Madama, quella di Paolo Di Castro (ex ministro all'agricoltura nei governi di Romano Prodi e Massimo D'Alema), appena sbarcato a Strasburgo.

Sulle sue acrobatiche performance aveva scritto la Voce nel reportage “Modello Tedesco” di novembre 2007. Dove veniva minuziosamente dettagliata la mappa dei fedelissimi, quasi tutti ex uomini di Raffaele Fitto, che a maggio 2005, appena appreso della nomina di Tedesco come assessore alla Sanità, dichiarava con candore: «Tutto potevo immaginare meno di avere un assessore nella giunta Vendola». A cominciare da Lea Cosentino (coindagata nell'inchiesta Degeronimo), proveniente dalla Margherita, poi attivista per Forza Italia, quindi nominata da Fitto a capo di Sisri, una struttura sanitaria territoriale. Al vertice di Ares, l'agenzia regionale per la sanità, Tedesco pensa bene di confermare Mario Morlacco, non solo ideatore del contestatissimo piano sanitario made in Fitto, ma addirittura suo segretario particolare! Tedesco conferma tutti i fans di centrodestra, da An all'Udeur passando per Forza Italia, ai vertici di Asl e presidi sanitari: tra gli altri, Vincenzo Valente (Fitto doc) direttore amministrativo a Bari; Guido Scoditti (ex An, poi Margherita) all'Asl di Brindisi, dove viene nominato al vertice amministrativo Alfredo Rampino, prima An, poi Udeur ma soprattutto cugino di Fitto. Fino a Vitangelo Dattoli, voluto da Fitto al vertice dell'Asl di Foggia, “socialista autonomista”, proprio come Tedesco; e come Antonio Marra, ex assessore ai trasporti della Provincia di Lecce e coinvolto in una truffa da 20 milioni di euro per prescrizioni false di medicinali.

Un vero pallino, la sanità, per Tedesco e la sua dinasty. Fino al 2006 proprietario di Medical Surgery e Aesse Hospital, poi passate di mano per «evitare ogni ipotesi di conflitto di interesse», in campo sono rimasti il figlio Carlo Tedesco, a bordo della Eurohospital, costituita comunque (alla faccia del conflitto) a cinque mesi dall'insediamento sulla poltrona di assessore (settembre 2005) e il fratello Marcello Tedesco, in sella ad AF Medical. E appena nominato, Tedesco ha pensato subito alla famiglia (allargata), consegnando nelle mani del cognato, Bruno Falsea, la carica di direttore sanitario all'Asl Lecce 1.

Ed è proprio la prima della lista, la superfedele Cosentino, quarant'anni appena compiuti, il trait-d'union fra Tedesco e Tarantini. “Lady Asl”, infatti, e' stata ospite di Villa Certosa nei giorni della bollente estate 2008 in cui ha furoreggiato l'astro di Giampi e del suo lussureggiante codazzo femminile. Dal vertice di Ares la Cosentino è poi balzata alla strategica poltrona di direttore generale della Asl di Bari, crocevia di mega appalti e non solo. E' di fine giugno la perquisizione degli 007 della Guardia di Finanza nella sua abitazione, in cerca di documenti - a quanto pare - bollenti. E al calor bianco si annunciano i prossimi sviluppi dell'inchiesta Digeronimo, che vede ancora un protagonista in campo, Enrico Intini, altro pezzo da novanta nello straricco mondo che ruota intorno al mega business sanitario in Puglia. Le fiamme gialle, infatti, sempre a fine giugno e sempre su imput del dinamico pm barese, hanno rastrellato gli uffici del Gruppo Intini che sfiora i 200 milioni di euro come fatturato annuo, supera i tremila dipendenti, quartier generale alla periferia sud di Bari e sedi distaccate a Roma, in Italia e all'estero: anche stavolta alla ricerca di carte su commesse pubbliche. O meglio su un maxi appalto. «Da molti milioni di euro - sottolineano a Bari - tipo quello della Global Service di Alfredo Romeo a Napoli. Con tre personaggi intorno: Tarantino, Intini e la Cosentino».

Un bell'ambiente, di certo. E a proposito, l'ultima frontiera del business, per i due rampanti imprenditori, a quanto pare è proprio l'ecologia, la protezione ambientale. Subito fulminato sulla via delle energie rinnovabili, Tarantini, in sella alla Prod.Eco. Che poi, sulla carta, lascia. Fa capolino, invece, in Fulgor Investment, sede in Lussemburgo, come capita per svariate sigle dedite al lucroso campo delle energie rinnovabili (vedi Voce aprile e maggio 2009). Fulgor, a sua volta, controlla la SMA, passata dal colosso Finmeccanica proprio al gruppo Intini, per occuparsi, come sottolinea il suo oggetto sociale, di “tutela del territorio, ambiente e metereologia”.

Ma chi può essere l'interlocutore privilegiato per Fulgor-Sma? La Protezione civile, naturalmente. Ed e' per questo che Giampi organizza per fine 2008 un incontro romano tra Intini e il sottosegretario Guido Bertolaso. Ammette Intini: «Alla protezione civile hanno una short list, una sorta di elenco riservato di imprese da far intervenire in situazioni di emergenza, e a noi sarebbe piaciuto farne parte».

Alla short (o long) list di disponibili girls viene accostato - in ambienti giudiziari baresi - anche il nome del vicepresidente della regione Puglia, il pd Alessandro Frisullo. Del quale parla, davanti agli inquirenti, Alessandro Mannarini, il “fornitore” per i coca-party. «Lo conosco personalmente perché è di Lecce». E a proposito dei rappori tra Frisullo e Tarantini: «Li ho visti qualche volta passeggiare insieme. Cosa si siano detti non lo so». Dalemiano di ferro, numero due di Vendola, delega al bilanco, Frisullo ha sponsorizzato in pieno il piano a base di eolico spinto (secondo molti, “selvaggio”) della regione.

E concludiamo il giro di valzer tornando a bomba, ovvero il primo troncone dell'inchiesta del pm Desiree Digeronimo. Che punta dritta anche al cuore dell'ecologia, a base di monnezza e discariche. Tutto ruota intorno ad un asse di ferro, quello fra due sigle, Tradeco e Cogeam. La prima è riconducibile al re dei rifiuti pugliese, Carlo Columella, la seconda al gruppo di Emma Marcegaglia, numero uno di Confindustria. «Tradeco da vent'anni è proprietaria e gestore, tra le altre, della discarica di Altamura, una delle più grandi in Italia, capace di contenere 1 milione di metri cubi di spazzatura. Nel rapporto di Legambiente, a proposito delle ecomafie in Puglia, viene citato un solo nome, Tradeco». A parlare è l'anima storica di Radio Regio Stereo, Alessio Dipalo, autore di denunce al calor bianco, più volte minacciato, querelato a suon di milioni da imprenditori e politici. «Senza alcuna sentenza la sua radio è stata chiusa per mesi - punta l'indice Vulpio - e oggi le udienze nei processi per diffamazione a suo carico sono seguite regolarmente dal procuratore aggiunto, Marco Dinapoli, e addirittura dal procuratore capo di Bari, Emilio Marzano. Neanche si trattasse di Al Capone». Le denunce di Dipalo, comunque, in un'altra inchiesta sono diventate possenti capi d'accusa a carico di politici, imprenditori e pezzi da novanta di monnezza e ecologia: proprio quella di Digeronimo.

Da una discarica da novanta all'altra eccoci a quella di Burgesi, a un passo da Lecce, “dedicata” ai rifiuti speciali (quelli supertossici, per intendersi) e appannaggio di Cogeam acchiappatutto. «Domina incontrastato, Cogeam, in tutta la Puglia», sottolinea il cronista Cosimo Forina, che in anni di lavoro ha documentato l'assalto dei gruppi d'affari in splendide terre trasformate in maxi sversatoi. Subendo anche lui minacce e intimidazioni. Sulla discarica Buggeri (e sull'assalto delle torri eoliche in Salento) aveva denunciato senza peli sulla lingua Peppino Basile, il consigliere comunale di Ugento ucciso con una quarantina di coltellate  il 15 giugno 2008. «Ma un altro grande affare - punta l'indice Forina – è quello di Grottelline, nei pressi di Spinazzola, un sito archeologico che si vuol trasformare in discarica, per fortuna oggi sotto sequestro probatorio. Sulla vicenda - aggiunge - stanno succedendo cose molto strane: all'assessorato regionale per l'ambiente e' letteralmente sparita la memoria del computer, così come a inizio giugno si sono volatilizzati tutti i dati sensibili contenuti nei computer dell'Arpa di Lecce».

E chiudiamo il cerchio con il convitato di pietra. Osserva una addetto ai lavori del la procura di Bari: «Nell'affare delle energie rinnovabili si segnalano forti interessi di Cosa Nostra, specie gli affiliati di Matteo Messina Denaro. Mentre non stanno certo a guardare i Casalesi. E lo prova il crescente interesse della procura di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, sui business di Grottelline e non solo».

Il presunto intreccio tra politica e affari nella sanità pugliese, sulla quale sta indagando la Procura di Bari, avrebbe un precedente che risale a 15 anni fa. Lo sostiene nel prossimo numero di Panorama, in edicola venerdì 14 agosto, Francesco Cavallari, ex re delle cliniche private baresi, arrestato nel 1994, che nel giugno 1995 patteggiò la pena di 22 mesi per associazione mafiosa e alcuni episodi di corruzione. "Dalle mie dichiarazioni - racconta Cavallari a Panorama - rimasero coinvolti una sessantina di politici. Tra loro c'era anche il socialista Alberto Tedesco (coinvolto nell'attuale inchiesta barese ed eletto senatore nel PD), ma non venne indagato. Io non mi spiego la decisione del pm".

Tra le dazioni di danaro a cui fa cenno Cavallari, ce n'è una di 20 milioni di lire che l'ex re delle cliniche private dice di aver fatto a Massimo D'Alema, ma i pm baresi chiesero e ottennero l'archiviazione dell'accusa per finanziamento illecito ai partiti. Cavallari ricorda: "Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire".

Ma nell'inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni... Cavallari afferma: "Nell'agenda inizialmente annotai il nome "D'Alema" poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai come "Massimo". Il PM Alberto Maritati, poi eletto senatore nel PD, non mi ha creduto".

I rapporti fra Cavallari e l'ex premier iniziano a metà degli anni Ottanta e durano diversi mesi. "Fu Antonio Ricco, commercialista e direttore generale delle mie cliniche, oggi consulente personale del sindaco Emiliano (Ricco è indagato per corruzione in un'inchiesta sulla costruzione del centro direzionale San Paolo, ndr), a presentarmelo: andava in giro a chiedere soldi per conto del Partito comunista".

Cavallari incontrò il funzionario più volte: "Io, nel chiarire la mia posizione a Maritati, spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato. Una volta, a Roma, D'Alema sottolineò questi progressi, ma mi raccomandò un atteggiamento più dialogante nei confronti del sindacato rosso e non solo verso Cisl e Uil".

Un discorso che per gli avvocati di Cavallari prefigurava altri reati oltre al finanziamento illecito. Maritati fu di diverso avviso. Quattro anni dopo, il 30 giugno 1999, il magistrato viene eletto senatore e il 4 agosto è nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema.

Nel frattempo Cavallari venne condannato a 18 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa: "Non potevo reggere oltre, ero già stato operato al cuore: patteggiai". Fu l'unico condannato su un'ottantina di imputati.

Per l'ex re della sanità pugliese l'accusa di mafia resta indigesta: "Assumevo ex detenuti o i loro familiari per non saltare in aria. Che vantaggi avevo? La quiete". Per i magistrati, invece, i dipendenti «mafiosi» intimidivano il sindacato, anche se non ci sono state condanne. I carabinieri segnalarono episodi di tensione nell'azienda. «Macché minacce, mi sono salvato dalla Cgil grazie a D'Alema!" dice Cavallari.

Le coincidenze tra ieri e oggi non sono finite. Dalla memoria riemerge anche la figura di una affascinante ragazza bionda: "Io quella Patrizia D'Addario l'ho conosciuta. Me la presentò un giornalista con cui si accompagnava. Mi chiese di poter intrattenere i nostri ammalati con giochi di prestigio. Era una brava prestigiatrice, molto bella e di classe. Ma il direttore sanitario mi sconsigliò l'iniziativa".

Non finisce qui. E’ un pozzo senza fondo la Mele-story ricostruita dal superteste Francesco Cavallari. L' "amico Vittorio" viene dipinto, nei verbali di Milano e di Perugia, come un uomo che direttamente non chiede mai, ma che può contare su chi chiede per lui. Tra l'alto magistrato Vittorio Mele e il ras della sanità barese Cavallari c’è Antonio Ricco, il faccendiere amico di tutti i partiti della prima Repubblica. E Ricco, senza esitazioni, sollecita regali e soldi, promettendo e ottenendo in cambio favori giudiziari. Oggi Ricco conferma tutto quanto non gli nuoce - le feste, i viaggi, le frequentazioni -, nega quanto può danneggiarlo direttamente: un assegno, una busta con i soldi, i contributi in denaro. Ma Cavallari va avanti. Racconta di un costoso anello che fu portato alla signora Mele.

Della casa romana dei Salabé che Mele ottenne con la mediazione del fratello di Malpica, l'ex direttore del Sisde. Descrive come "il Pds gli presentò il conto per averlo appoggiato alla procura di Roma": e lui fu costretto ad archiviare l' inchiesta sui finanziamenti di Mosca al Pci. Ma ecco, capitolo per capitolo, la Mele-story. Il potente faccendiere Ricco. è durato 13 ore, a Perugia, il faccia a faccia tra Cavallari e Ricco, il padrone e l'uomo di fiducia. "Lo assunsi nel 1986. Me lo segnalò Nicola Quarta, l'ex presidente dc della giunta regionale pugliese. Mi disse: "Prenditelo: ti sarà utilissimo". Aveva lavorato per l' impresa di Romualdo Di Corato di Trani ed era amico di Vito Vattanzio, di Riccardo Misasi, di Adolfo Sarti. Aveva rapporti con Massimo D'Alema e Achille Occhetto. Era amico personale di Peppino Tatarella. Nel Psi contava su Claudio Lenoci e Rino Formica. Aveva agganci alla Corte dei conti e con moltissimi magistrati baresi. Poteva arrivare all' allora capo di stato maggiore dell' Arma, Domenico Pisani. Era ammanicato con la Finanza. A me ha provocato più guai che altro". 1988, cento milioni in regalo. Mele e Cavallari s'erano conosciuti nell' 87. Era stato Ricco - che oggi lo conferma - a fare le presentazioni. Ed era cominciato uno stillicidio di piccoli, medi, grandi regali per il futuro procuratore. Poi, per il weekend di tutti i santi, Mele arrivò a Bari. A casa Cavallari si vide con Ricco e l' ex consigliere istruttore Domenico Iandolo. Qualche mese prima il pm Vito Savino aveva chiesto l' archiviazione per un' accusa di truffa ai danni della Regione. Disse Ricco: "Stanno per archiviare la pratica". E Mele l' interruppe: "Ma come, Domenico, non l' hai ancora chiusa?". Iandolo rispose: "Lo sto facendo, non ci sono problemi". La mattina dopo Ricco chiese per Mele un presente di cento milioni. Spiegò che lui si doveva trasferire a Roma e un gruppo di amici aveva deciso di dargli una mano. Il giorno dopo Mele passò per un saluto e ricevette una busta. Ricco oggi conferma l'episodio, ma non ricorda quella consegna. Un cadeau da 50 milioni. Verso il 20 dicembre 1989 Ricco partì per un giro di auguri natalizi e propose a Cavallari di "fare un gesto di amicizia nei confronti di Mele". Un regalo di 50 milioni. Cavallari gli dette un assegno: ma Ricco oggi non ricorda bene chi l'abbia cambiato e a chi siano finiti quei soldi. Per Cavallari finirono a Mele.

Da Parigi alle Maldive. Fu un anno intenso quel 1990. Due viaggi memorabili e senza badare a spese. A settembre fu la volta di Parigi. Ricco propose di portare Mele, Cavallari accettò. C' era anche il pretore di Trani Renato La Serra. Tutti ospiti di Cavallari all' hotel Crillon, di place de la Concorde, uno dei più belli di Parigi. Mele ebbe una suite. Cavallari ha consegnato a Perugia l' estratto conto dell' American Express, con tanto di scheda per ogni ospite. E le foto che mostrano le serate al Lido, al Moulin Rouge e le cene al ristorante della Tour Eiffel. Andò tanto bene quella volta che Cavallari organizzò un altro viaggio per Natale: 13 giorni alle Maldive, al villaggio Aturuga. Ricco, Cavallari, Mele con moglie, figlia, figlio e nuora. Le foto rivelano che il gruppo era affiatato. Craxi, Martelli e il Psi. Fu anche un anno di aggiustamenti, il ' 90. Ligresti a Milano era in difficoltà per un palazzo abusivo. La faccenda era finita in Cassazione. Se ne occupò direttamente Bettino Craxi, che ne parlò con Lenoci, che coinvolse Cavallari. A Milano s'incontrarono lui, l'amico Franco Taverna, i due Ligresti, Salvatore e Antonino. Cavallari promise e andò a trovare Mele a Roma. Al magistrato brillarono gli occhi "perché poteva legarsi al Psi". Ma voleva avere un contatto diretto. E così avvenne. A Cavallari lo racconterà poi Ricco durante il viaggio alle Maldive. Sarà Claudio Martelli, tramite Filippo Verde, a chiedere a Mele "quel favore per un grande elettore del Psi come Ligresti". In cambio gli promise aiuti in futuro. Mele racconterà poi a Cavallari: "Il Psi mi ha appoggiato per il posto di procuratore. La firma per il concerto, dopo l' ok del Csm, è rimasta sul tavolo di Martelli non più di mezz'ora".

Il procuratore e l'anello. Anche il 1992 fu un anno intenso. A Mele fu chiesto di darsi da fare per "salvare" l'impresa Di Corato dallo scandalo Anas. A casa di Mele, a Napoli, andarono l' imprenditore in persona, che si presentò con un anello per la signora, e l' immancabile Ricco. Sarà poi l' ex generale della Gdf Ignazio Terranova, amministratore dell' impresa, a raccontare a Cavallari che Di Corato fu interrogato a Roma e gli fu contestata la concussione. Il generale, per sistemare la faccenda, raccolse un miliardo e 750 milioni. Interrogato a Milano, Terranova ha fatto ammissioni solo parziali. Il procuratore e il Sisde. Appena diventato capo della Procura di Roma Mele ebbe bisogno di una casa. Se ne occupò Ricco che si rivolse a un ex ufficiale della Gdf, fratello di Riccardo Malpica, allora direttore del Sisde. Fu trovata una soluzione eccellente: via della Croce 80, un appartamento dei Salabè per un paio di milioni al mese. In cambio, quello stesso anno, Mele avrebbe fatto in modo di far passare inosservati i miliardi di Malpica e soci scoperti in una filiale della Carimonte dal pm Antonino Vinci. Un regalo da 200 milioni. Del rapporto privilegiato Cavallari- Mele-Ricco avrebbe approfittato anche l' industriale Stefano Romanazzi  per il cognato Francesco Gaetano Caltagirone. Un giorno del 1993 Romanazzi parlò con i due e gli segnalò che Caltagirone aveva un problema giudiziario con un palazzo in costruzione da vendere al ministero della Sanità. Cavallari incontrò Mele a Roma e lui lo rassicurò raccontandogli che aveva avocato a sé il fasciscolo nominando un perito. Quel giorno Cavallari andò a pranzo a casa di Romanazzi, in via San Valentino, dove c' era anche Caltagirone, che oggi però giura di non conoscerlo.

La storia si concluse positivamente. Un giorno Ricco chiese a Cavallari il favore di ritirare una busta da Romanazzi e portarla a Mele. Cavallari eseguì. Ricco poi gli raccontò: "Hai visto che ben ragalo gli abbiamo fatto? In quella busta c' erano 200 milioni". Il procuratore e il Pds. è ampio il capitolo delle confidenze che Mele avrebbe fatto a Cavallari. Tra queste ce n' è una che allude un altro intervento giudiziario. Un giorno, mentre si lagnava per le difficoltà di ambientazione alla procura di Roma, Mele raccontò a Cavallari che anche il Pds gli aveva presentato il conto per l' appoggio datogli al Csm e lui aveva dovuto archiviare l' inchiesta sui finanziamenti di Mosca all' ex Pci.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=363169

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=250298&IDCategoria=11

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=2699&IDNotizia=256053

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=256052&IDCategoria=1

http://www.camelotdestraideale.it/2009/06/23/dalema-finanziamento-illecito-al-pci/

http://blog.panorama.it/italia/2009/06/25/dalle-escort-ai-finanziamenti-illeciti-la-rete-ricorda-i-peccati-dimenticati-del-pd/

http://www.ondaradio.info/index.php?option=com_content&task=view&id=10840&Itemid=48

http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=216

http://www.facebook.com/note.php?note_id=90375894148

http://www.affaritaliani.it/politica/inchiesta_bari_sanita_puglia_cavallari_dalema130809.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/03/28/elenco-di-cavallari-assegni-buste-anelli.html

NELL'INTERESSE DELLA GIUSTIZIA PUGLIESE ??

Il testo integrale della lettera del 7 agosto 2009 di Niki Vendola, Presidente della giunta regionale, alla Digeronimo, P.M. antimafia di Bari.

Gent.ma Dott.ssa Digeronimo, l’amore per la verità non mi consente più di tacere.

Ho l’impressione di assistere ad un paradossale capovolgimento logico per il quale i briganti prendono il posto dei galantuomini e viceversa. Io ho la buona e piena coscienza non solo di non aver mai commesso alcun illecito nella mia vita, ma viceversa di aver dedicato tutte le mie energie a battaglie di giustizia e legalità. “Nichi il puro” titola “Panorama” per stigmatizzare le mie presunte relazioni con un imprenditore che non conosco e a cui ho chiuso, dopo trent’anni, una discarica considerata un autentico eco-mostro (stupefacente notare che “L’Espresso” pubblica un articolo fotocopia del rotocalco rivale: sarebbe carino indagare sul calco diffamatorio che origina questa singolare sintonia di scrittura!). In effetti mi considero un puro: e non rinuncio ad aver fiducia nel genere umano e a credere che la giustizia debba alla fine trionfare. In questi anni di governo ogni volta che ne ho ravvisato la necessità ho adottato provvedimenti tanto tempestivi quanto drastici a tutela delle istituzioni: sono fatti noti, che fanno la differenza tra il presente e il passato.

Ma la sua indagine, dott.ssa Degironimo, sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla. Per antico rispetto verso la magistratura e verso di lei ho evitato, in queste settimane, di reagire alla girandola di anomalie con le quali si coltiva un’inchiesta la cui efficacia si può misurare esclusivamente sui Tg.

La prima anomalia è che lei non abbia sentito il dovere di astenersi, per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta.

La seconda anomalia riguarda l’aver trattenuto sotto la competenza della Procura Antimafia una mole di carte che hanno attinenza con eventuali profili di illiceità nella Pubblica Amministrazione.

La terza riguarda l’acquisizione di atti che costituiscono il processo di gestazione di alcune leggi, come se le leggi fossero sindacabili dall’autorità inquirente.

La quarta riguarda la incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta: che si svolge, in ogni suo momento, a microfoni aperti e sotto i riflettori. Così per la mia convocazione in Procura. Così per l’inaudita acquisizione dei bilanci di alcuni partiti e addirittura di alcune liste elettorali. Il polverone si è mangiato i fatti: quelli circostanziati legati al cosiddetto sistema Tarantini: e nella festosa scena abitata da questo imprenditore io, a differenza persino di alcuni magistrati, non ho mai messo piede.

Lei è così presa dalla sua inchiesta che forse non si è accorta di come essa clamorosamente precipita fuori dal recinto della giurisdizione: sono diventato io, la mia immagine, la mia storia, la posta in gioco di questa ignobile partita. Non dico altro. Il dolore lo può intuire. Qualcuno sta costruendo scientificamente la mia morte. Per me che amo disperatamente la vita è difficile non reagire. Le chiedo solo di riflettere su queste scarne parole.

Nichi Vendola

Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, dei senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.

Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".

Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un`intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un`indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un`indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".

Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano per ciò che mi concerne intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla, vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m.. E potrei continuare".

"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".

A questo si aggiunge che il palazzo di giustizia di via Nazariantz a Bari è "illegale, incapiente e insicuro". Ne è convinto il procuratore della Repubblica del capoluogo pugliese, Antonio Laudati, riferendosi alla struttura in cui sono ospitati da diversi anni gli uffici della procura della Repubblica, del gip-gup, del dibattimento penale di primo grado, il tribunale del Riesame e le sezioni di polizia giudiziaria.

“E' illegale perchè non rispetta la legge 626 (sulla sicurezza nei luoghi di lavoro) per cui tra poco – ha detto sorridendo – dovrò autodenunciarmi e trasmettere gli atti alla procura di Lecce. E’ incapiente perchè lo Stato paga 30 vice procuratori onorari che devono lavorare per l’ufficio ma, non avendo una sistemazione, lavorano a casa loro o portano fascicoli della procura nei loro studi legali. E’ insicuro anche perchè ieri è stato sequestrato un coltello a serramanico che veniva clandestinamente introdotto. Si tratta di un fatto serio perchè l’introduzione dell’arma era legata ad un’udienza che doveva essere tenuta”.

“Spero – ha concluso Laudati – che gli avvocati possano essere al mio fianco, anche perchè ho visto le aule di udienze e, onestamente, mi sembrano un caso unico in Italia in cui anche la figura dell’avvocato viene completamente svilita. Sono sicuro e convinto che le istituzioni locali vorranno collaborare per migliorare la situazione”.

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE TOTALE AUTORI IGNOTI AUTORI NOTI
  2.456.887 1.840.209 616.678
TOTALE CONDANNE ITALIA 198.263    
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 8%    
       
DENUNCE PUGLIA      
Foggia 24.368 15.643 8.725
Bari 61.003 44.814 16.189
Taranto 19.333 13.419 5.914
Brindisi 16.538 11.621 4.917
Lecce 28.202 20.373 7.829
Totale 149.444 105.870 43.574
       
CONDANNE PUGLIA      
Foggia 1.923    
Bari 5.639    
Taranto 5.513    
Brindisi 2.348    
Lecce 2.113    
Totale 17.536    
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 11%    

Tre procedimenti penali archiviati ogni ora. Settantadue al giorno, più di 12mila nei primi sei mesi di quest’anno. Sono gli «indagati» che si volatilizzano negli archivi del tribunale di Bari per una serie disparate di ragioni: le stesse, probabilmente, che sono alle origini delle dichiarazioni rese dal procuratore capo, Antonio Laudati, secondo il quale non ci sarebbero neanche più i magistrati per indagare sui reati meno gravi: e così ammette che furti e scippi resteranno impuniti perché non ci sono pm per indagare.

Una provocazione? Sulle prime potrebbe sembrare così, ma i dati parlano chiaro: basta confrontare il numero dei pubblici ministeri dei distretti di Bari e Palermo per comprendere che si viaggia nell’ordine di organici dimezzati.

L’allarme, il capo della procura di Bari, lo lancia nel mezzo dell’emergenza criminalità, toccando anche un nervo scoperto: quello della sete di giustizia, soprattutto da parte di chi si ritrova l’appartamento ripulito o la borsa strappata dal balordo di turno.

L’alto magistrato sa perfettamente che l’azione penale è obbligatoria, ma al tempo stesso avverte: di questo passo non si va da nessuna parte. E i dati della sezione del giudice delle indagini preliminari di Bari, diretta da Antonio Lovecchio, sembrano andare proprio in questa direzione: nel primo semestre del 2010, gli 11 (dei 13 previsti) giudici hanno mandato negli archivi del palazzo di giustizia oltre 12mila e 100 procedimenti contro persone note.

E altri 8mila sarebbero in attesa del «visto si archivi». Perchè, purtroppo, come accade per la procura, anche per il gip l’attività d’ufficio consiste nel mero smaltimento del fascicolo senza possibilità di approfondimento o meno del caso giudiziario. Per non parlare dei fascicoli contro ignoti: per intendersi, se vi rubano l’auto o ripuliscono l’appartamento. L’eventuale sopralluogo della Scientifica rischierebbe di non andare oltre gli archivi della questura.

Il problema, dunque, sono i numeri. Laudati non spara nel mucchio, ma è convinto di parlare sulla base di dati certi. I pm sono pochi, appena 67 (per il distretto che include Bari, Foggia e Lucera), cioè la metà di quelli di Palermo. E un terzo di quelli di Napoli nonostante i 43 omicidi avvenuti nel distretto in appena un anno. La coperta, dunque, è troppo corta. Tirandola da un parte c’è sempre qualcosa che non si riesce a coprire.

Eppure, «i reati contro il patrimonio sono decisamente quelli maggiormente percepiti dal cittadino comune, quelli che lo offendono maggiormente, quelli che lo fanno sentire non sufficientemente tutelato, dalla Magistratura e dalle forze dell’ordine, nei propri diritti e, perchè no, nei propri affetti».

Ma «con i pochi sostituti a disposizione - lamenta Laudati - si è costretti a fare delle scelte. Ritengo che questo non sia giusto, ma continuerà ad essere così se l’organico della Procura consentirà di fronteggiare solo le emergenze e i gravi fatti di sangue. Per questo mi impegnerò per dare al distretto di Bari un ufficio di Procura degno del prestigio e della crescita della società, spero con il sostegno di tutti».

NDR. "UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA: QUALI SONO I CRITERI DELLE SCELTE ADOTTATE PER DECIDERE QUALE DENUNCIA PENALE DEVE ESSERE ESAUDITA E QUALI SONO LE RISULTANZE DI PRODUTTIVITA' PER OGNI PM?!? SOTTO ORGANICITA' E' UNA COSA, IMPRODUTTIVITA' PER INETTITUDINE E' UN'ALTRA".

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

Quando la legge non è uguale per tutti.

Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia contestata ai denuncianti !!!!

Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.

L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia. Lorenzo Nicastro, divenuto assessore regionale dipietrista con la Giunta di Vendola, ha indagato su Fitto fino al giorno prima di candidarsi alle regionali pugliesi nel distretto in cui operava. A sollevare perplessità sulla candidatura del pm è stato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ribadendo che "il tema della credibilità della magistratura non può essere disgiunto da quello dell'inopportunità della partecipazione alla vita politica dei magistrati nei luoghi dove abbiano esercitato la giurisdizione, per evitare il rischio di indebite strumentalizzazioni dell'attività svolta". Roberto Rossi, è stato eletto nel Consiglio superiore della magistratura. Roberto Nitti, l’unico a essere rimasto nell’organico della Procura di Bari. Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie su Berlusconi. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.

L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari a fini politici verso alcuni organi di stampa".

"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e al contempo deputato al Parlamento, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”.

Lecce come Potenza.

La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce il 12 luglio 2010 ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.

SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA PUGLIESE: BEN RIPOSTA.

Mesi di indagine: otto. Fughe di notizie: 187. Se la chiamano procura «colabrodo», un motivo ci sarà. E ventuno violazioni di atti segretati ogni mese paiono sufficienti. D’altra parte, da quando siede nel suo nuovo ufficio, il principale impegno del procuratore capo Laudati sembra essere stato «tappare» i buchi di cui sopra, contenere le falle, armonizzare il lavoro dei magistrati, riorganizzare la gestione del suo ufficio. Cercando in tutto questo di tenere le fila delle tante inchieste aperte.

Fra veleni e accuse incrociate l’estate 2009 la procura di Bari era infatti al centro dell’attenzione mondiale per le note vicende. La Sanitopoli pugliese esplodeva annunciata da D’Alema in diretta tv, travolgendo non i vertici politici locali del centrosinistra (il cui ruolo centrale nelle inchieste emergerà solo più tardi, sfociando nel clamoroso arresto proprio di un dalemiano, il vice di Vendola, Sandro Frisullo) bensì il capo del governo, Silvio Berlusconi, tirato in mezzo a un giro di ragazze che ruotava intorno a un giovane imprenditore, Gianpaolo Tarantini. In quei giorni le attenzioni e i titoli sono solo per Patrizia D’Addario, la escort che aveva consegnato in procura foto e registrazioni audio di due serate a Palazzo Grazioli e che anziché restare in cassaforte era subito finito in edicola. E quando in autunno cominciano a venir fuori le magagne della macchina amministrativa regionale guidata dal centrosinistra, ecco che a settembre sui giornali finisce una «verbalata» di Tarantini sulle cene a Palazzo Grazioli. Laudati si insedia proprio quel giorno, e quel «benvenuto», percepito come un segnale a lui diretto, non lo manda giù bene. Così ai tanti fascicoli su protesi, escort e appalti se ne aggiunge uno: fuga di notizie. Per una volta non è un’inchiesta di routine, una di quelle che si risolvono in perquisizioni ai giornalisti seguite da scontate archiviazioni. Stavolta l’indagine è approfondita, lunga e finalizzata a scoprire non solo la talpa, ma le debolezze della filiera mediatico-giudiziaria. La conducono poliziotti arrivati da fuori Bari, non «contaminabili», con tecniche degne dell’antimafia. Il timore è che nei mesi del «tutti contro tutti», quando nulla restava segreto e in procura regnava l’anarchia, vi siano state pressioni per orientare politicamente le indagini, pilotando proprio certe fughe di notizie e strumentalizzandole per scopi che con la giustizia c’entrano poco. Due esempi che gli inquirenti avrebbero valutato riguarderebbero proprio i «festini» del premier e l’indagine sul governatore pugliese Nichi Vendola.

Da investigatore di punta della procura di Bari a soggetto «investigato» dalla stessa procura. Insolita parabola per il tenente colonnello della guardia di finanza, Salvatore Paglino, responsabile delle indagini sulle note inchieste pugliesi che hanno preso di mira il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L’ufficiale della Gdf barese, poi trasferito su sua richiesta in una città del Nordest, sarebbe finito incidentalmente nella rete buttata dalla procura del capoluogo, intenzionata a fare luce sulle continue fughe di notizie che hanno contraddistinto sia i procedimenti sulle escort a Palazzo Grazioli avviati a Bari, che le «pressioni» istituzionali per bloccare determinati programmi Rai, sfociate nel fascicolo sull’Agcom a Trani.

Il nome del colonnello, infatti, si ritrova negli accertamenti svolti dall’ufficio del capo degli uffici giudiziari baresi, Antonio Laudati, relativamente a un presunto «stalking» operato dall’ufficiale nei confronti di alcune ragazze precedentemente ascoltate come persone informate sui fatti in relazione alle rivelazioni di Patrizia D’Addario, la prostituta che entrò con un registratore nella residenza romana del premier e che oggi è oggetto, anch’essa, di accertamenti a margine dell’ipotesi di «complotto» ai danni del capo del governo.

In realtà il fascicolo d’indagine sarebbe molto più ampio, tanto da poter definire «quasi marginali» le presunte condotte scorrette del colonnello nei confronti delle ragazze. E includerebbe il filone nato in seguito alla fuga di notizie che portò gli interrogatori del re delle protesi Gianpaolo Tarantini, che dovevano essere blindati, sulla prima pagina del Corriere della sera il giorno stesso in cui Laudati si insediava come procuratore capo.

Quei faldoni, che contengono anche le prove raccolte a proposito delle presunte molestie telefoniche, confermate a verbale da alcune delle vittime. Quello che emergerebbe, più che un «complotto» in senso stretto, sarebbe una rete di interessi giudiziari e mediatici tesi a orientare politicamente alcuni frangenti delle inchieste sulla sanità pugliese. E le risultanze di mesi di indagine avrebbero portato a individuare nomi di rilievo tra quanti hanno lavorato a vario titolo alla caldissima estate giudiziaria pugliese del 2009.

Tra i nomi che ricorrono c’è appunto quello di Paglino, investigatore di punta proprio nell’indagine su Berlusconi e sui giri di ragazze gestiti da Tarantini per incrementare il proprio business. Un protagonista, spesso presente negli interrogatori chiave sia delle giovani e belle testimoni dell’affaire D’Addario-Tarantini, che dei vip nell’inchiesta tranese sulle presunte pressioni del premier per boicottare Annozero. C’era lui, per esempio, con il pm di fronte al direttore del Tg1 Augusto Minzolini e del commissario dell’authority Giancarlo Innocenzi.

Quali siano le ipotesi avanzate dai pm che hanno chiuso le indagini nei suoi confronti non è dato sapere, ma certamente nel corso dell’inchiesta su fuga di notizie e anomalie della Sanitopoli pugliese gli inquirenti sono sbattuti su quei tabulati e su quei messaggi sospetti. Sarebbero centinaia gli approcci telefonici nei confronti di testimoni, troppi per essere casuali o attinenti al suo ruolo istituzionale, secondo gli inquirenti. Che avrebbero riscontrato con interrogatori e attività di verifica la consistenza delle «attenzioni particolari» che il colonnello Paglino avrebbe rivolto alle ragazze del giro di Tarantini. Proprio una di queste ultime, convocata in procura, avrebbe confermato di aver subìto per mesi pressioni, messaggi e chiamate da parte dell’ufficiale, per motivi che, con le indagini, non avevano nulla a che vedere. Contattato dal Giornale l’ufficiale resta abbottonato e nega tutto: «Io non ne so niente, non sto nemmeno più a Bari, non so dire niente e vi saluto, arrivederci».

Molestie? Stalking? Ma che l’uomo alla guida del gruppo investigativo della gdf in azione a Bari volesse offrire amicizia, conforto o chissà che altro - comunque, va ribadito, non attinente alle indagini - a persone che erano testimoni in un’inchiesta delicata, e quindi in condizioni di potenziale sudditanza, è già così qualcosa di talmente poco ortodosso da insospettire i pm.

Terry De Nicolò era una ragazza della "scuderia" Tarantini. È diventata bersaglio di Salvatore Paglino, il finanziere che a Bari indagò su Berlusconi: "Mi chiamava 30 volte al giorno, citofonava, mi seguiva. Insisteva: voleva salire da me".

Appuntamento sul lungomare. Dopo molte insistenze vince la curiosità. Terry De Nicolò, protagonista suo malgrado dell’inchiesta che ha finito per portare in carcere l’ex vice di Vendola, Sandro Frisullo, una delle ragazze che Gianpi Tarantini aveva invitato alle feste a Palazzo Grazioli per ingraziarsi il premier, arriva su un’utilitaria rossa. Accosta, scende dall’auto, lo sguardo nascosto da un paio di occhiali scuri. «Di che cosa si tratta, ’sta volta?». Le diciamo un nome, quello del tenente colonnello Salvatore Paglino, l’uomo che indagò su Berlusconi e la D’Addario, l’ufficiale che poi, a Trani, ha condotto l’inchiesta sul caso Agcom, che vedeva il premier indagato. Avrebbe tempestato di messaggi e chiamate alcune testimoni dell’inchiesta barese. E la procura avrebbe indagato su quell’episodio. Terry si stringe nelle spalle. «Sì, ero io la destinataria. E non credo d’essere l’unica. Ne ho già parlato mesi fa ai magistrati».

L’inchiesta ora è chiusa. Ci racconta com’è andata?
«Maggio 2009, un anno fa. Gli investigatori di Bari che indagavano sulla vicenda Tarantini-D’Addario mi convocano. Incontro per la prima volta quel colonnello che poi avrei ritrovato sempre accanto al pm Scelsi, e non solo lì».

E quindi?
«Ho fatto altri interrogatori, si era nel pieno dell’inchiesta Tarantini e il colonnello Paglino era sempre lì, tranne forse una volta, a far domande sulle feste a palazzo Grazioli e tutto il resto. Terminate le deposizioni il colonnello inizia con gli sms».

Prego?
«Mi tempesta di messaggini, mi chiama. Con insistenza sempre maggiore, fino a settembre, poi una tregua, e a novembre ricomincia. Devo dire la verità: all’inizio era gentile, quasi formale, pensavo fosse una strategia per carpirmi chissà quali segreti. Ma davvero non avevo altro da dire. Ma ho capito quasi subito che puntava ad altro. Anche perché non mi spiegavo tutte quelle chiamate, frequentissime, ossessive».

Quanto frequenti? Quanto ossessive?
«Un’infinità, centinaia di sms, molti dei quali conservo ancora, piovuti a tutte le ore, fino a trenta telefonate al giorno. E se non rispondevo, lui continuava, insisteva, non mollava mai. Cominciava in tarda mattinata e andava avanti per ore, anche fino a notte, qualche volta».

Cosa scriveva, messaggi attinenti all’inchiesta?
«Macché. “Dai vediamoci”, oppure, “sono sotto, fammi salire a casa”, roba così. Io prendevo tempo, gli dicevo che ero col fidanzato o con mia madre, anche se non era vero. Quando non sapevo come uscirne gli proponevo di vederci in luoghi pubblici, tipo al bar. Una volta mi ha raggiunto in un bar, sospetto che mi avesse seguita fino lì. Ma invece di parlare dell’inchiesta si guardava intorno e parlava di questioni personali. A parte quella volta, i miei tentativi di dirottare lontano da casa le sue richieste di incontro sono andati sempre falliti. Lui diceva “no, meglio di no, se ci vedono è pericoloso. A casa tua è meglio”. Faceva anche le poste sotto casa. Avevo crisi di panico appena vedevo le macchine della Guardia di finanza. E quando gli chiedevo conto di quegli appostamenti, si giustificava dicendo che aveva accompagnato un magistrato, o che si trovava a passare da lì perché andava in una caserma lì vicino. Se fosse vero o no, io non lo so. Di certo l’ho visto spesso aggirarsi intorno a casa mia».

E alla fine l’ha fatto salire?
«No. Non è mai salito da solo, ma non è stato facile tenerlo fuori dalla porta. Inventavo sempre scuse. Più di una volta mi ha detto, seccato, che non mi credeva, che era impossibile che non fossi mai sola in casa nell’arco della giornata. È capitato anche che citofonasse, per fortuna avevo il video, sapevo che era lui e non rispondevo. Insomma, era un’ossessione, e io ero in preda all’ansia».

Lo ha denunciato?
«No».

E perché, scusi?
«Ma come perché? Ero terrorizzata. Vivevo un incubo in quel periodo. Tutti mi tartassavano: giornalisti, finanzieri, amici, avvocati, magistrati. Non si parlava d’altro che del premier, delle serate a palazzo Grazioli a cui anche io avevo partecipato. Avete idea di quanti vostri colleghi insistevano perché raccontassi particolari piccanti su Berlusconi, sulle feste, sugli altri politici? Che cosa avrei dovuto fare? Denunciare quello che per me era il capo degli investigatori della procura? Di chi avrei dovuto fidarmi? E a chi avrebbero creduto, a me, che mi chiamavano escort, e mi dipingevano per quello che non ero, o a lui? E poi grazie al cielo ero riuscita a tenerlo lontano da casa, non è che mi avesse mai messo le mani addosso. Dovevo dire che mi tormentava? Era la parola del capo degli inquirenti contro la mia. Speravo solo che finisse».

Lei però poi ne ha parlato a verbale.
«Certo che ne ho parlato, ma non spontaneamente. Me l’hanno chiesto loro. Il nome del colonnello me lo hanno fatto loro. I pm».

Quando?
«Il pomeriggio del 13 novembre, un venerdì, mi presento in procura perché avevo ricevuto un mandato di comparizione dai magistrati di Bari. Pensavo all’ennesimo interrogatorio su Tarantini. Una volta lì capisco che qualcosa non torna. Di Gianpi (Tarantini, ndr) i pm non parlano. Si informano su chi frequento, chiedono se ho problemi con qualcuno, e con chi avessi continui contatti telefonici...».

E lei?
«Dico loro che non capisco, ed era vero. Ma insistono, mi mostrano un numero di cellulare. “Le dice niente questo?”. Lì per lì non lo riconosco. Insistono: “Ci sono centinaia di chiamate e messaggi che lei ha ricevuto da questo numero”. A quel punto sudo freddo, ma ancora non pensavo fosse lui. Così lo digito sul telefonino e, chiamandolo, vedo quel nome salvato in rubrica: “Colonnello”. Capisco e sbianco».

Che cosa aveva capito?
«Che i pm sapevano già tutto. Degli sms, delle telefonate, delle insistenze. Di fronte all’evidenza, e alle loro domande dettagliate, non ho potuto più evitare di dire quel che mi era capitato. A dirla tutta mi sono tolta un bel peso. E alla fine sono stata fortunata, perché mi è sembrato di capire che non sono stata la sola ragazza a essere stata oggetto di attenzioni particolari. Ho capito allora che avevo fatto molto bene a non farlo mai salire a casa».

Da allora l’ha più sentito?
«Sì, dopo l’interrogatorio. Quando i magistrati mi chiesero di controllare quel numero, involontariamente feci partire uno squillo. Il colonnello se ne sarà accorto perché, nei giorni successivi, ricominciò a chiamare insistentemente. Non so se sospettasse qualcosa o se fosse solo tornato alla carica...».

Morale della storia?
«Non so come sia proseguita questa vicenda, che fine abbiano fatte le indagini. So che mi fidavo di un inquirente che di questa fiducia ha sicuramente abusato. È possibile che una testimone si ritrovi marcata stretta da un ufficiale che l’ha interrogata, manco fosse uno spasimante ossessivo? Stalking, molestie. Io non lo so, non sta a me giudicare. So solo che non auguro a nessuno di provare quel che è toccato a me. A nessuno».

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/Introduzione.jsp

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl01-0010011000&an=2003&ig=1&ct=67&id=4A|23A|18A

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl0100010011000&an=2006&ig=2&ct=40&id=4A|18A|23A

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl0100040164300&an=2006&ig=1&ct=40&id=4A|18A|23A

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl01-0040164300&an=2003&ig=1&ct=67&id=4A|23A|18A

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http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2010/16-giugno-2010/fuga-notizie-bufera-intercettate-telefonate-giudici-giornalisti--1703208719937.shtml

http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/07/13/news/talpe_in_tribunale_a_bari_assolto_l_ex_gip_sabatelli-5547311/

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http://www.associazionemagistrati.it/HOME/seminari_sezionali/bari/intervento_cassano.doc

http://www.ilgiornale.it/interni/nei_guai_lufficiale_che_indago_daddario-gate/27-05-2010/articolo-id=448376-page=0-comments=1

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http://www.ilgiornale.it/interni/de_nicolo_pedinata_e_molestata_colonnello/28-05-2010/articolo-id=448634-page=0-comments=1


SICUREZZOPOLI

 


AMBIENTOPOLI

Un terzo scuole pugliesi costruito in zone inquinate.

Un terzo delle scuole pugliesi è stato costruito in zone inquinate. Ben 937 sedi scolastiche, su un totale di 2.627, sono nate all’interno o nelle vicinanze delle aree industriali (131), sotto le antenne di radio e televisioni (632), a confine con le discariche (42) o gli aeroporti (29), sopra gli elettrodotti (103). L’inquinamento elettromagnetico mette ogni giorno in pericolo la salute di migliaia di studenti e insegnanti. I mali della scuola non vanno perciò ricercati esclusivamente negli edifici che cadono a pezzi, nelle richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria indispensabili a garantire la funzionalità degli edifici, nei banchi e nelle sedie rotte, nelle palestre spesso chiuse perché inagibili. Sicurezza è anche vivere in un ambiente sano, al riparo da smog, radiazioni prodotte da cavi elettrici e reti per i telefoni cellulari, inquinamento acustico.

È ancora il rapporto «La scuola in controluce» - la ricerca a due mani che porta la firma dell’Ufficio scolastico regionale e dell’assessorato regionale al Diritto allo studio - a far emergere la contraddizione: i templi del sapere, i luoghi di formazione delle giovani generazioni sono fonti di pericolo.

Nella classifica delle scuole messe peggio, il primo posto va alla provincia di Bari (417 istituti in aree non idonee), seguita da Lecce (190), Foggia (130), Taranto (117) e Brindisi (83). Le antenne di radio e televisioni destano il maggiore allarme. Ben 632 plessi - fra sedi centrali, succursali e sezioni distaccate - si trovano all’ombra delle antenne. A Loseto, quartiere periferico del capoluogo pugliese, la materna comunale prende il nome dalla strada sulla quale si affaccia: via della Rai. Uno sguardo al cielo e il mistero è presto svelato: pali e tralicci si rincorrono uno dietro l’altro.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=216431&IDCategoria=11


ABUSI EDILIZI

VIDEO PUNTA PEROTTI: ABBATTIMENTO E CONDANNA

PUNTA PEROTTI: UNA STORIA ITALIANA. LA CRONISTORIA

Punta Perotti è il nome di un complesso immobiliare che fu edificato sul lungomare di Bari, all'altezza della spiaggia di Pane e Pomodoro.

L'opera fu realizzata dai gruppi imprenditoriali Andidero, Matarrese e Quistelli, che ricevettero regolare autorizzazione dal Comune di Bari.

1995. Si aprono i cantieri.

1996. I pm Rossi e Angelillis avviano l'indagine sulla presunta violazione alla legislazione sull'ambiente relativa alla costruzione dei tre edifici di Punta Perotti, realizzata dalle imprese Sud Fondi, del Gruppo Matarrese, Mabar, del gruppo Andidero e Iema di Antonio Quistelli. Una delle norme violate sarebbe il divieto di costruire a meno di trecento metri dalla costa fissato dalla legge Galasso.

Marzo 1997. I pm chiedono e ottengono dal gip il sequestro preventivo dei fabbricati di Punta Perotti.

Novembre 1997. La Cassazione annulla il sequestro affermando, sia pure con una valutazione sommaria, che le costruzioni sono state realizzate nel rispetto della legge.

Febbraio 1999. Il gup Mitola, con rito abbreviato, assolve i costruttori e progettisti "per errore scusabile", ma ordina la confisca degli immobili e il trasferimento nel patrimonio del Comune per lottizzazione abusiva.

Giugno 2000. La prima sezione penale della Corte di appello assolve gli otto imputati "per non aver commesso il fatto" e ordina la restituzione degli edifici ai costruttori. Il Pg Dibitonto presenta ricorso in Cassazione.

Gennaio 2001. La Cassazione annulla il verdetto di appello e conferma definitivamente la confisca. A seguito di tale sentenza la società Sudfondi propone il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato italiano, ritenendo la misura della confisca incompatibile con la ritenuta assenza di reato che ha portato alla assoluzione.

Primavera 2001. Il Comune trascrive la confisca, diventando proprietario degli immobili.

2001-2003. I costruttori, con alcuni incidenti di esecuzione, chiedono al gip la restituzione dei palazzi, senza ottenerla. La cassazione conferma la sentenza del gip. Tutti i provvedimenti successivi dicono che è obbligo del Comune demolire.

Aprile-Maggio-Giugno 2004. La società costruttrice degli immobili, la Salvatore Matarrese s.p.a., acquista da una banca il credito garantito da ipoteca da quest'ultima vantato nei confronti dell'impresa proprietaria, Sudfondi s.r.l. (società appartenente sempre al gruppo Matarrese) e a maggio sottopone a pignoramento gli immobili confiscati, divenuti già proprietà del Comune, facendo valere il proprio credito – anziché verso la sua debitrice Sudfondi – verso il Comune divenuto proprietario di beni "ipotecati". In questo modo l'azione esecutiva dei Matarrese tenderebbe a bloccare la demolizione, perché gli edifici risulterebbero pignorati e quindi intoccabili. A giugno l'Amministrazione comunale propone opposizione all'esecuzione.

Luglio 2004. Michele Emiliano, eletto sindaco, si insedia al Comune di Bari. Il Comune di Bari ottiene dal giudice civile una decisione favorevole: i palazzi - spiega a più riprese il Tribunale - sono abusivi, quindi per legge non esistono e non possono essere pignorati.

Dicembre 2004. Il giudice del pignoramento dichiara che non si può procedere a pignoramento e dispone la liberazione dal vincolo perché i fabbricati pignorati sono incommerciabili e destinati alla demolizione e quindi non possono essere oggetto di vendita nel processo di esecuzione. L'impresa Matarrese si oppone a questo provvedimento con un giudizio che viene definito solo a ottobre 2005.

Febbraio 2005. Nel frattempo, il giudice della opposizione fatta dal Comune a giugno 2004 dichiara estinta l'ipoteca sui fabbricati in virtù della quale la Matarrese s.p.a. aveva fatto il pignoramento.

Agosto 2005. Il Comune di Bari indice la gara per la selezione del soggetto che dovrà effettuare le operazioni di demolizione.

Ottobre 2005. Il Tribunale di Bari, il 12 ottobre rigetta l'azione fatta dalla Matarrese s.p.a. contro il provvedimento del giudice dell'esecuzione del 22 dicembre 2004, dichiarando immediatamente demolibili gli immobili, confermando quindi le pronunzie favorevoli ottenute dal Comune sino a quel momento, ritenendo la necessità che il processo di esecuzione fosse riattivato al fine della pronunzia anche sull'area sottostante i palazzi. Infatti, tornato il processo nelle mani del giudice dell'esecuzione, lo stesso il 27 ottobre dichiara l'improcedibilità del pignoramento anche sui suoli sottostanti e dispone la liberazione degli immobili dal vincolo. La Salvatore Matarrese s.p.a. impugna il provvedimento.

Ottobre 2005. Il Comune aggiudica la gara per la demolizione dei fabbricati di Punta Perotti alla ditta General Smontaggi di Novara. La gara viene impugnata, ma il tar e poi il Consiglio di Stato rigettano i ricorsi.

Dicembre 2005. La Matarrese s.p.a. si oppone all'ordinanza del 27 ottobre e all'udienza del 10 gennaio 2006 ricusa il giudice, dott. Scoditti, il quale sospende il processo. La ricusazione viene rigettata con provvedimento di fine marzo 2006.

Gennaio 2006. Le società Sud Fondi, di Matarrese, e Mabar, di Andidero, citano in giudizio Comune, Regione e Ministero dei Beni culturali chiedendo un risarcimento di 570 milioni di euro: nell'atto di citazione si segnala che tutte le autorizzazioni necessarie erano state rilasciate. L'Avvocatura Comunale si mette al lavoro per predisporre la difesa e la domanda riconvenzionale da proporre al gruppo Matarrese. L'udienza è fissata per l'8 maggio 2006.

Febbraio 2006. La Matarrese s.p.a. ricorre in Cassazione contro la decisione del pignoramento, favorevole al Comune.

Febbraio 2006. Matarrese s.p.a. propone appello contro la sentenza del febbraio 2005 che ha dichiarato l'estinzione dell'ipoteca. L'appello si discuterà a giugno 2006.

2 marzo 2006. Michele Matarrese, in Procura, chiede formalmente l'apertura di un'indagine penale sul Sindaco, Michele Emiliano, e su alcuni dirigenti comunali e inoltre il sequestro preventivo degli immobili in attesa del pronunciamento della Cassazione. Lo stesso giorno, in una Conferenza di servizi in cui partecipano il Comune di Bari, Capitaneria di Porto, R.F.I., Trenitalia, Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, Ausl Bari/4, Amgas, Enel, Aqp, Telecom, Arpa, Enac, Enav, General Smontaggi, Questura e Prefettura, vengono individuate le date per la demolizione.

24 marzo 2006. La Matarrese s.p.a. chiede alla Procura Generale di avocare le indagini in quanto la procura della Repubblica sarebbe rimasta inerte sulla sua denuncia e richiesta di sequestro.

Fine marzo 2006. Viene respinta la richiesta di avocazione delle indagini presentata dalla Matarrese s.p.a..

27 marzo. La Matarrese s.p.a. chiede al Tribunale di Bari un provvedimento di urgenza per tutelare i palazzi, che ancora pretende sottoposti a pignoramento.

30 marzo 2006. Il Tribunale di Bari rigetta la richiesta ritenendola inammissibile.

31 marzo 2006. La Matarrese s.p.a. propone reclamo contro questa decisione.

31 marzo 2006. Viene disposta dalla Procura della Repubblica l'archiviazione delle indagini a carico del Sindaco e dei dirigenti del Comune.

1 aprile 2006. Il tribunale in collegio ritiene inammissibile il reclamo e lo rigetta.

2 aprile 2006. Primo "sparo" per la demolizione di Punta Perotti.

20 gennaio 2009. Punta Perotti, Italia condannata: "Violata la proprietà privata". La Corte europea accoglie la richiesta di indennizzo presentata dai costruttori dopo l'esproprio del complesso abbattuto nel 2006. La confisca dei terreni di Punta Perotti da parte dello Stato rappresenta "una violazione" del diritto di protezione della proprietà privata e della Convenzione per i diritti dell'uomo. E' quanto stabilisce la Corte europea per i diritti umani che si è espressa in merito al ricorso contro la Repubblica italiana presentato il 25 settembre 2001 dalle società Sud Fondi, Mabar e Iema. Nel caso della confisca "c'è stata una violazione dell'articolo 7 della Convenzione" e "dell'articolo 1 del Protocollo numero 1" si legge nella sentenza della Corte con sede a Strasburgo. "La confisca dei terreni e delle costruzioni oggetto della controversia di cui erano proprietari i ricorrenti costituisce un'ingerenza nel godimento del loro diritto al rispetto dei beni" affermano i giudici nella loro decisione. "La Corte - prosegue il documento - constata che l'infrazione in base a cui è stata inflitta ai ricorrenti la confisca non aveva base legale ai sensi della Convenzione e la sanzione inflitta ai ricorrenti era arbitraria. Questa conclusione porta la Corte a dire che l'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti era arbitraria e che c'è stata una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1". Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge. La Corte europea conferma così quanto a suo tempo venne rilevato dalla Corte di Cassazione italiana quando assolse i costruttori di Punta Perotti "per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal formulate". Nella sentenza dei giudici europei si legge che al tempo in cui si svolsero i fatti "le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione". I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l'Italia per la violazione del diritto alla proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà. Ma non solo. "La Corte osserva che il comune di Bari, responsabile di aver concesso i permessi di costruzione abusiva, è l'organismo che è diventato proprietario dei beni confiscati, che è paradossale". La Corte stabilisce dunque che "c'è una violazione dell'articolo 7 della Convenzione; c'è una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1" e impone all'Italia di "versare ai ricorrenti entro tre mesi dal momento in cui la sentenza sarà definitiva", 40.000 euro per Sud Fondi, Iema e Mabar: nel dettaglio, 10.000 euro per i danni morali e 30.000 di spese. Le società proprietarie dei terreni avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo chiedendo di condannare lo Stato italiano perché la confisca, disposta dal giudice penale, in caso di assoluzione degli imputati incorre nella violazione dell’art.7 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. I proprietari hanno chiesto la restituzione dei terreni, oppure, in alternativa, di procedere alla liquidazione del valore per equivalente e di liquidare in ogni caso i danni morali subiti. L’ammontare della richiesta è di alcune centinaia di milioni di euro.

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/38940

http://bari.repubblica.it/dettaglio/articolo/1577781

http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/ambiente/punta-perotti-condanna/punta-perotti-condanna/punta-perotti-condanna.html?ref=rephpnews


MEDIOPOLI

I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’

Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli.

Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98.

Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia.

13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti.

Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006.

Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione.

La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza.

E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

A tanta meticolosità si contrappone l'inchiesta sulle baronie baresi.

Dalla redazione di "Repubblica" di Palermo per svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi.

"L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra" di Attilio Bolzoni.

PERO' SE SI DENUNCIANO ERRORI: SCATTA LA REAZIONE

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione 'Il Graffio', che lunedì sera ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima.

Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per 'il Graffio'), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale).

http://www.telenorba.it/home/news_det.php?nid=7482

http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/scuola_e_universita/famibari/famibari/famibari.html

http://www.iltempo.it/adnkronos/?q=YToxOntzOjEyOiJ4bWxfZmlsZW5hbWUiO3M6MjE6IkFETjIwMDgwNDA1MjEyMDEzLnhtbCI7fQ==


MALAGIUSTIZIOPOLI

 

GIUSTIZIA INGIUSTA. ITALIA FANALINO DI CODA NEL MONDO: E' 156/MA SU 181 PAESI NELLA CLASSIFICA INTERNAZIONALE DEL SISTEMA GIUDIZIARIO.

"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".

Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità'''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.

«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»

Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.

Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.

«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»

''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.

“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.

«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»

Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.

Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.

Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.

Ma non è solo questo.

Dopo circa due ore e mezzo di camera di Consiglio, il Tribunale di Lecce ha emesso ieri sera la sentenza nei confronti dell'ex giudice onorario aggregato Italo Ferrieri Caputi, di 71 anni di Bari, accusato di concussione e corruzione in atti giudiziari.

La prima sezione penale lo ha condannato a 5 anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici ed interdizione legale per tutta la durata della pena, nonché al risarcimento dei danni nei confronti del Ministero di Grazia e Giustizia per un importo pari a 50mila euro, più altri 5mila euro in favore dell'altra parte offesa, oltre al pagamento delle spese legali in favore di entrambe le parti civili costituitesi in giudizio.

Un altro imputato, Pietro Antonio Masellis, 63enne di Bitonto (Ba), ex consulente tecnico di cui si avvaleva il Ferrieri Caputi nelle sue cause presso il Tribunale Tributario di Bari, aveva già patteggiato una pena a 2 anni di reclusione.

I carabinieri della Compagnia di Altamura alla fine del 2005 scoprirono che il giudice ed il consulente avevano chiesto e ricevuto da un avvocato di Altamura 3mila euro in cambio di una "sentenza favorevole", soldi poi divisi equamente tra i due condannati.

Il legale si era rivolto ai carabinieri, che colsero in flagranza, con i soldi in tasca, il giudice ed il suo aiutante.

Se non bastasse c'è la cupola dei Giudici di Pace.

L'indagine è partita da alcuni accertamenti bancari. Indagando sui prestanome di alcuni pregiudicati, coinvolti in inchieste di mafia, gli investigatori sono arrivati a loro. Ai presunti componenti di quello che ora viene definito un «comitato politico affaristico», di un'associazione che scriveva le sentenze prima ancora delle udienze. Sono alcuni particolari che emergono dall'inchiesta che, con le perquisizioni di venerdì, ha travolto l'ufficio dei giudici di pace. I carabinieri dagli uffici e dalle abitazioni degli indagati hanno portati via computer, floppy disk e documenti. Da una prima analisi del materiale, la tesi dell'accusa è uscita rafforzata. Sono stati trovati elementi interessanti, carte che se non provano almeno confermano la prima, iniziale ipotesi di lavoro. E poi ci sono gli accertamenti bancari.

I primi sono quelli condotti nella prima fase dell'inchiesta, quelli che hanno permesso di dare il via all'indagine, ora coordinata per competenza dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Gli investigatori della Dda di Bari stava svolgendo controlli patrimoniali sui prestanome di alcuni pregiudicati. E si sono imbattuti su movimenti sospetti, prelievi di denaro poco chiari. Hanno compiuto approfondimenti e le carte dall'ufficio del pm Desirèe Digeronimo sono state trasmesse alla procura di Lecce che, per competenza, indaga sui giudici del distretto di Bari.

Ora l'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Cataldo Motta e dal sostituto Elsa Valeria Mignone. Quattro i giudici di pace perquisiti. Si tratta di Pietro Mascolo (in servizio nel capoluogo pugliese sino all'estate scorsa quando è andato in pensione), Vito Squicciarini (al lavoro nella sede di Modugno e autosospesosi dopo il blitz dei carabinieri), Roberto Cristallini e Angelo Scardigno, rispettivamente in servizio a Corato e Bari. Indagati anche quattro avvocati Gianfranco Bellini, Eugenio Di Desidero, Sergio Vincenzo e Cipriano Popolizio. L'inchiesta ruota attorno alle pratiche per la revoca delle sospensioni delle patente. Documento che viene ritirato ai pregiudicati, sottoposti alla misura della sorveglianza speciale.

Ai giudici di pace, gli avvocati si rivolgevano, impugnando il provvedimento della prefettura. Chiedevano che ai propri assistiti venisse restituita la patente. E loro, secondo la tesi dell'accusa, avrebbero accolto le richieste, in cambio avrebbero ottenuto un tornaconto personale. Questo almeno pensano i carabinieri del reparto operativo che concentrano l'attenzione su cento pratiche sospette, provvedimenti con i quali piccoli pregiudicati hanno ottenuto la revoca della sospensione della patente.

E poi c'è il capitolo dell'infortunistica stradale, dei risarcimenti concessi grazie a perizie compiacenti, ad accordi stretti, prima delle udienze, tra giudici di pace e avvocati. E intanto, da ieri, si sono mossi ufficialmente anche la presidenza del Tribunale e l'ordine degli avvocati che hanno chiesto notizie dell'indagine alla procura di Lecce. Il consiglio giudiziario, chiamato a proporre azioni disciplinari nei confronti dei giudici di pace, si riunirà nei prossimi giorni, mentre l'ordine degli avvocati attende notizie formali per convocare i legali, coinvolti nell'inchiesta, prima di procedere con le sospensioni cautelari.

E poi, la polizia giudiziaria di Lecce ha arrestato il 19 febbraio 2008 un giudice del tribunale civile di Bari con l'accusa di concussione.

Lo hanno riferito a Reuters fonti della polizia giudiziaria di Lecce che ha eseguito stamani l'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura salentina, competente sulle indagini sui magistrati della Corte d'Appello di Bari.

Il giudice, Domenico Ancona, è stato arrestato assieme al geometra Domenico Lorusso, perito del tribunale barese.

Nell'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Cataldo Motta, sono stati contestati ad Ancona diversi episodi di concussione.

Il mese scorso Ancona fu rinviato a giudizio dal gip del tribunale di Lecce per un presunto tentativo di concussione ai danni del Consorzio che studia l'uomo di Altamura, lo scheletro scoperto nel 1993 in una nicchia della grotta di Lamalunga, in Puglia.

Il presunto coinvolgimento del giudice Ancona venne a galla nell'ambito di un'inchiesta che nel 2007 aveva già visto la condanna a 4 anni di reclusione di un altro giudice barese, Michele Salvatore. Salvatore fu condannato con l'accusa di aver chiesto una tangente di 75mila euro per firmare una sentenza favorevole al Consorzio che studia l'Uomo di Altamura.

E poi ci sono i mafiosi scarcerati.

Quando c'è da discutere sui problemi che affliggono l’Italia si arriva sempre alla medesima conclusione: nella penisola manca la certezza della pena. Che si tratti di mafia, di violenza negli stadi o di appalti truccati, la burocrazia lumaca e le falle del sistema giudiziario fanno si che l'epilogo di molte vicende sia, tristemente, sempre lo stesso. L'elenco potrebbe essere interminabile. Alla lunga sfilza di casi simili si aggiunge il 15 aprile 2009 l'assurdo episodio di Bari. Nel capoluogo pugliese, infatti, Rosa Anna De Palo, giudice dell'udienza preliminare del Tribunale, non ha depositato le motivazioni della sentenza di primo grado che condannava 21 presunti mafiosi e narcotrafficanti nell'ambito del maxiprocesso “Eclissi”, nei confronti del clan “Strisciuglio”. A seguito della prima fase di tale processo, conclusasi il 16 gennaio 2008, erano stati condannati anche un'altra trentina di imputati che verranno scarcerati in ottobre 2009. Ci si interroga ora sulle motivazioni che hanno spinto la De Palo a non depositare le motivazioni sebbene avesse avuto oltre 15 mesi a disposizione. Intanto le forze di polizia sono state allertate per far fronte a questa possibile minaccia.

Sono molto preoccupato» ammette il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. Non capita tutti i giorni che liberino ventuno delinquenti, o presunti tali, perché un giudice non riesce a depositare le motivazioni della sentenza di condanna.

«Non è nemmeno la prima volta che in questo distretto giudiziario accadono cose del genere: la mafia foggiana aveva beneficiato dello stesso trattamento. In quel caso perché non erano state trascritte secondo tempi utili una serie di intercettazioni telefoniche. Oggi come ieri, il risultato non cambia: non riescono ad essere osservati i termini fissati dalla legge. Qualsiasi scusa per giustificare comportamenti di questo tipo, non ha fondamento».

Rimedi?
«Ho chiesto al prefetto Schilardi di convocare una riunione col procuratore della Repubblica e con i vertici delle forze di polizia».

Ci sarà anche il numero due del Viminale?
«Sì, certamente. Insieme con tutti quanti gli altri, voglio valutare bene l´impatto che queste scarcerazioni provocano in termini di incremento della pericolosità».

Cioè?
«Un mafioso non può fare altro che il mafioso. Questa regola, verosimilmente, sarà seguita pure in questa occasione: ritorneranno a fare quello che facevano prima di essere arrestati».

Non c´è da stare allegri.
«Ci sarà, temo inevitabilmente, un deficit di sicurezza ed un incremento di insicurezza».

Mantovano pecca di pessimismo?
«Non stiamo mica parlando di agnellini».

Il presidente dell´Anm Salvatore Casciaro, fa sapere che «le scarcerazioni non riguardano le imputazioni e le condanne più gravi».
«Invidio chi riesce a fare distinzioni».

Quali, scusi?
«Quella fra chi è imputato di strage e di omicidio, e che non esce dal carcere, e chi è accusato solo di associazione per delinquere. Solo fra virgolette, mi raccomando. Gente, insomma, che sembra destinata esclusivamente a fare ammuina, come dicono a Napoli. Non è così, naturalmente».

Perché, che cosa potrebbe succedere?
«C´è un rischio per la collettività. Siamo di fronte a scarcerazioni improvvide: adesso si tratta di comprendere come contenerle».

Il responsabile della giunta dell'Anm, sostiene: il gup Anna Rosa De Palo, promossa dal Csm alla guida del tribunale per i minori, è «bravo e stimato» e se fosse stato «esonerato dalle urgenze» avrebbe potuto scrivere la sentenza che ancora non c´è.
«A me risulta che avesse avuto l'esonero proprio per scrivere quella sentenza. Poteva ad ogni buon conto segnalare eventuali problemi al capo dell'ufficio, e si sarebbe trovata la maniera di risolverli».

La maniera di risolverli.
«Bari non è Gela o la Calabria dove l'assenza di giudici è cronica. L´Anm piuttosto, la smetta di difendere acriticamente i suoi associati. Mi attenderei un minimo di riflessione: possibile che perfino davanti a fatti pesanti come questo, la colpa è sempre degli altri? Del Parlamento, del governo, dei partiti... E´ come rifiutarsi di capire».

A riguardo ci sono dei precedenti eclatanti.

Edi Pinatto non farà  mai più il magistrato in quanto, avendo impiegato otto anni per scrivere una sentenza di mafia, ha gettato "discredito sul prestigio della magistratura tutta". Ecco perché le sezioni unite civili della Cassazione hanno respinto il ricorso presentato dall'ex giudice di Gela, poi pm a Milano, sospeso dal Csm dalle sue funzione di giudice per avere appunto impiegato otto anni per stendere una sentenza che riguardava capi mafia, scarcerati per decorrenza dei termini. Il magistrato, il 7 luglio del 2008, era stato sospeso dalle sue funzioni con provvedimento del Csm.

Inutilmente Edi Pinatto si è difeso in Cassazione, lamentando un "eccesso di potere" da parte della magistratura nell'ordinare la sua rimozione da giudice. Secondo Pinatto, infatti, nei suoi confronti avrebbero potuto adottare una linea più morbida. Piazza Cavour non ha condiviso la linea difensiva e ha respinto il ricorso, evidenziando che "il ritardo" nella stesura della sentenza di mafia "si è tradotto in un diniego di giustizia lungamente protratto in netto ed insanabile contrasto con il principio di ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 della Costituzione".

Tutto questo "ha inevitabilmente provocato nella pubblica opinione una assoluta caduta di stima - annota la Suprema Corte nella sentenza 8615 -, fiducia e considerazione nella persona del dottor Pinatto del tutto incompatibile con l'esercizio delle funzioni giudiziarie". Infatti, dicono gli 'ermellini', "il ritardo ha superato la soglia della ragionevolezza e giustificabilità  e ha gettato discredito sul prestigio del magistrato e della magistratura tutta".

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=225420&IDCategoria=1

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=225416

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallabasilicata_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=225412

http://www.agi.it/ultime-notizie-page/200901301237-pol-rom1075-art.html

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324966

http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/politica/rep_politica_n_3527117.html

http://www.asca.it/news-GIUSTIZIA__PG_ESPOSITO__NO_A_POLITICIZZAZIONE_MAGISTRATURA-806173-ORA-.html

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=6665&Itemid=60

http://bari.repubblica.it/dettaglio/Giudici-di-pace-una-cupola-manipolava-i-processi/1424961?ref=rephp

http://it.notizie.yahoo.com/rtrs/20080219/tts-giudice-bari-arrestato-ca02f96_1.html

http://www.notiziarioitaliano.it/?sezione=puglia&articolo=7414

http://bari.repubblica.it/dettaglio/boss-scarcerati-bufera-sui-giudici-il-tribunale-chiede-spiegazioni/1618564

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/98014


INGIUSTIZIOPOLI

SITUAZIONE CARCERARIA IN PUGLIA.

Tutte le carceri pugliesi vanno chiuse, «sono fuori legge». È quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, alle luce delle visite effettuate negli istituti penitenziari della regione per verificare le condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria.

«La situazione di degrado delle condizioni igienico-sanitarie dovuta alla fatiscenza delle strutture carcerarie – si legge in una nota firmata da Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe – è stata aggravata dal grave sovraffollamento dei detenuti che ormai ha superato la popolazione detenuta prima dell’indulto, con circa 3600 detenuti, di cui 600 stranieri». Per questo motivo, il sindacato ha inviato alle Asl competenti una richiesta di intervento ai sensi dell’art.11 della legge 345/75 e successive modificazioni che prevede che «il medico provinciale (ora Asl) visiti almeno due volte l’anno gli istituti di prevenzione e di pena allo scopo di accertare lo stato igienico-sanitario, l’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario e le condizioni igieniche e sanitarie dei ristretti negli istituti» e riferisca «sulle visite compiute e sui provvedimenti da adottare al ministero della sanità e a quello di grazia e giustizia informando i competenti uffici regionali e il magistrato di sorveglianza».

Se le cose «non cambieranno – continua la nota - interverrà la magistratura ordinaria a cui nei giorni scorsi abbiamo trasmesso per conoscenza una dettagliata relazione informando della situazione anche il magistrato di sorveglianza, l’ispettorato del lavoro, il presidente della regione, i presidenti delle province, i sindaci interessati». L'attuale situazione, infatti, secondo il sindacato, «oltre ad andare contro alcune leggi costituzionali ed ordinarie che dovrebbero tutelare i lavoratori nonché la popolazione detenuta, ne offende la dignità». Durante le sue visite nei penitenziari pugliesi, il Sappe afferma di aver trovato stanze di 1,5 x 3 metri che ospitano fino a 5 detenuti, stanze per 3 posti con 7 detenuti senza acqua, cubicoli stretti e maleodoranti con il bagno a vista, sezioni detentive in cui cadono pezzi di intonaco, muri scrostati, precaria assistenza sanitaria, mancanza di medicinali, cucine fuori legge, sezioni detentive scarsamente illuminate che emanano cattivi odori dovuti all’umidità, al fumo, al cibo, nonché detenuti affetti da diverse patologie, che vivono in maniera promiscua, mancando letti, materassi, lenzuola e coperte.

In carcere 11 anni ma era innocente scagionato grazie alla sua compagna.

E' lei che non ha mai mollato. Per dieci anni ha cercato le prove per scagionare il compagno, in carcere per omicidio. è lei che non ha mai smesso di credere a quel giuramento. «Sono innocente», le disse prima di essere sbattuto in cella. Giuseppe Lastella, ragioniere di Bari accusato ingiustamente, in carcere c' è rimasto per undici anni. Avrebbe dovuto scontarne trenta se non ci fossero stati l' amore, la tenacia, la forza di Elisabetta che è riuscita a far riaprire il processo e a cambiare un destino baro. Era l' aprile del 1990, in provincia di Cosenza fu ucciso un pregiudicato coinvolto in un traffico di stupefacenti, Domenico Chionna. Prima di morire fece il nome dei suoi killer e indicò un autosalone gestito da Giuseppe Lastella. Il ragioniere fu rinviato a giudizio ma assolto in primo grado. Seguì l' appello del pubblico ministero, e il secondo processo a Catanzaro si concluse con una condanna a trent' anni. La sentenza fu impugnata in Cassazione che l' annullò, affidando il nuovo giudizio alla corte d' Assise di Reggio Calabria. La gioia durò poco, il 26 ottobre del 1994 arrivò di nuovo una condanna a trent' anni, poi confermata a piazza Cavour. Giuseppe Lastella rimase in carcere. Sembrava una situazione irrimediabile, ma Elisabetta decise di non rassegnarsi.

Credeva al suo uomo, credeva a ciò che le diceva il cuore. Diventò un segugio. Fu così che si mise a fare indagini per conto suo. E riuscì a trovare nuovi indizi. Gli avvocati chiesero la revisione del processo. Domanda respinta. Elisabetta decise di insistere con l' ennesimo ricorso in Cassazione, che a sorpresa dispose un processo di revisione davanti alla corte d' Appello di Salerno: il giudizio è stato dichiarato ammissibile perché due presunti complici di Lastella dichiararono che questi era completamente estraneo all' omicidio.  «Se dopo undici anni la storia è finita bene - dice l' avvocato Gregorio De Palma, del foro di Bari - lo si deve soprattutto all' amore e alla tenacia della compagna dell' imputato. Non lo ha mai abbandonato, ha partecipato a tutti i processi, non ha mai messo di sperare e di lottare».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/10/19/in-carcere-11-anni-ma-era-innocente.html

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=216933&IDCategoria=11


SANITOPOLI A BARI

FARMATRUFFA AL SSN: 101 A PROCESSO. 20 MILIONI DI EURO DI DANNO.

Secondo l’accusa, i medici di base dopo aver ricevuto danaro ed altre utilità degli informatori scientifici hanno prescritto farmaci all’insaputa dei loro pazienti ma avvalendosi della complicità dei farmacisti. La presunta farma-truffa da circa 20 milioni di euro.

La grande truffa al servizio sanitario. Le case farmaceutiche versano 7 milioni.

Hanno patteggiato la pena Pfizer (1,5 milioni di euro), Astrazeneca (900mila), Lusofarmaco (1,016 milioni), Novartis (1,010 milioni), Recordati (724mila), Bracco (718mila), Bristol Myers Squibb (359mila), Biofutura (474mila), Glaxosmitkline (419mila).

La Procura di Bari ha riscosso circa sette milioni e 120 mila euro da nove case farmaceutiche che hanno patteggiato la pena al termine del procedimento sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche in relazione ad una truffa di circa 20 milioni di euro ai danni del Servizio sanitario nazionale. La notizia, già anticipata a novembre scorso, è stata ufficializzata oggi dal procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano.

Hanno patteggiato la pena e hanno versato le somme (a titolo di risarcimento danni, di maggior profitto e di sanzione) le società: Pfizer (1,5 milioni di euro), Astrazeneca (900mila), Lusofarmaco (1,016 milioni), Novartis (1,010 milioni), Recordati (724mila), Bracco (718mila), Bristol Myers Squibb (359mila), Biofutura (474mila), Glaxosmitkline (419mila).

L'indagine, nel procedimento a carico delle persone fisiche, ha già portato al rinvio a giudizio di 101 persone - tra farmacisti, medici di base e informatori scientifici - accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni del Ssn e alla corruzione.

Centouno rinvii a giudizio, un patteggiamento della pena, quattro proscioglimenti (due dei quali per morte) e cinque avvii di processo con rito abbreviato: si è conclusa così a Bari l’udienza preliminare a 111 imputati accusati di aver preso parte, tra il 2000 e il 2003, ad una presunta farma-truffa da circa 20 milioni di euro ai danni del servizio sanitario nazionale.

Lo ha deciso il gup del Tribunale di Bari Antonio Lovecchio accogliendo le richieste del pm inquirente, Ciro Angelillis.
Tra gli imputati ci sono capi area e informatori scientifici di note case farmaceutiche, anche multinazionali, medici di base e farmacisti. Sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla truffa di corruzione, falso, riciclaggio e comparaggio.

Secondo l’accusa, i medici di base dopo aver ricevuto danaro ed altre utilità degli informatori scientifici hanno prescritto farmaci all’insaputa dei loro pazienti ma avvalendosi della complicità dei farmacisti. Questi, dopo aver tolto le fustelle dai medicinali, provvedevano a gettare le confezioni nella spazzatura: in questo modo si sarebbero sbarazzati anche di farmaci salva vita che avevano un prezzo unitario che arrivava fino a 700 euro per confezione.

http://bari.repubblica.it/dettaglio/Truffa-farmaci-rimborsi-per-sette-milioni/1591161?ref=rephp

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=206368&IDCategoria=1


ESAMI TRUCCATI

Concluse le indagini a Bari: 35 indagati per «esamopoli».

La procura di Bari ha inviato a 35 persone un avviso di conclusione delle indagini per l’inchiesta chiamata «Esamopoli», legata a un giro d’affari (circa 50.000 euro in otto mesi) per la compravendita di esami e di tesi di laurea nella facoltà di economia dell’Università di Bari.

L'inchiesta il 3 aprile 2008 portò all’arresto di sei persone e all’emissione di provvedimenti interdittivi. Agli indagati il pm inquirente, Francesca Pirrelli, contesta, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, concussione, corruzione, falso e rivelazione del segreto d’ufficio. Ai «domiciliari» furono posti il docente di matematica Pasquale Barile, in pensione da qualche tempo, l'assistente di matematica Massimo Del Vecchio, Lucia Lavermicocca, segretaria del dipartimento studi aziendali della facoltà, Sergio Riso e Giuseppe Maurogiovanni, addetti alle aule, e il funzionario a riposo della facoltà Michele Milillo. Le indagini dei carabinieri hanno accertato che gli esami venivano venduti con formule «all inclusive» a cifre oscillanti tra i 700 e i 3.000 euro.

Le vittime erano studenti italiani fuori sede e studenti greci, cioè coloro che incontravano maggiori difficoltà nel sostenere le prove. Dall’inchiesta è emerso che uno studente ha sborsato 15 mila euro per superare una serie di esami.

Esami pagati in natura o con mazzette. Studentesse pronte a tutto. E un dossier segreto rivela come una cupola con docenti e politici si spartiva cattedre e concorsi nell’ateneo di Bari

È un «mosaico, una tessera che va ad incastrarsi con l'altra, perché là non esiste una persona indipendente... tutti quanti fanno parte di un ingranaggio perverso, tutti! Voglio essere molto buono, il 30 per cento delle persone che si sono laureate nell'ultimo decennio non sarebbero più laureate». Ecco che cos'è stata per anni l'Università di Bari, e in particolare la facoltà di Economia, secondo Massimo Del Vecchio, 46 anni, professore o, meglio, "cultore della materia" a Matematica.

Per la Procura di Bari Del Vecchio è la tesserina magica nel sistema della compravendita degli esami universitari. Una rete organizzata a cellule: gli studenti avvicinano i bidelli, i bidelli avvicinano chi di dovere e l'esame si supera. C'è un tariffario, si arriva fino a 2 mila euro. Ci sono i filmati che dimostrano i passaggi di denaro da una mano all'altra, due mazzette prese in flagrante. Ci sono anche le intercettazioni che raccontano favori sessuali. Centinaia di pagine che hanno spinto il sostituto procuratore Francesca Pirrelli a chiedere e ottenere l'arresto di sei persone: due dipendenti dell'università, due bidelli e due professori, uno dei quali è appunto Del Vecchio. Altri quattro docenti rischiano l'interdizione, compresa la presidente del corso di laurea. E l'inchiesta potrebbe presto allargarsi ancora. Da qualche giorno, sotto gli occhi del comandante provinciale dei carabinieri, Gianfranco Cavallo, c'è un particolare in più.

La tessera che chiuderebbe il mosaico: al momento dell'arresto a casa di Del Vecchio sono state trovate una dozzina di pagine, scritte in corsivo, fitte di nomi e cognomi, episodi, riferimenti, intrecci, nuove rivelazioni. Un memoriale - che ora viene valutato dagli uomini del tenente Michele Cataneo - che svelerebbe tutti i segreti della facoltà e dell'università, dove una cupola gestirebbe le elezioni del preside, del rettore e i concorsi universitari. Ci sono nomi di alcuni tra i più noti professori della città e quello di un parlamentare del Pdl.

Appunti che non sorprendono, perché confermano il quadro delle registrazioni telefoniche. Nelle quali Del Vecchio spiegava: «Qui ci sono tre-quattro famiglie importanti: non è che loro determinano soltanto il nuovo preside, ma determinano chi si deve mettere alle cattedre. Perché al preside dicono: "Noi abbiamo la possibilità di farti preside, però dopo che ti abbiamo fatto preside tu...". Alla prossima tornata sono ancora più forte di prima e dirò a un altro preside: "Vedi che se non vengo io, tu non vieni nominato". Allora tu verrai da me e mi dirai: "Cosa vuoi da me?". Due parenti falli entrare... Così il mio potere aumenterà sempre». Al professore i carabinieri hanno sequestrato «copioso materiale cartaceo» con numeri di telefono «abbinati a giovani donne», nonché «voluminoso dossier fotografico dall'esplicito contenuto erotico, ritraente giovani donne, molte delle quali verosimilmente studentesse ». Il docente era proprio al telefono con una studentessa, il 12 aprile 2006.

Del Vecchio: «Tu, ti devi aprire, ti devi aprire proprio... perché se ti apri a metà poi... ti metti in una situazione di tranquillità locale, perché se vedo che tu anziché aprirti ti copri, mi copro anche io... Se non ti sbottoni... io non ti posso fare niente».

Studentessa: «Professore, se lei mi dice ho la soluzione al tuo problema, io domani stesso sto qua... ».

Del Vecchio: «Io non intendevo sbottonati in senso figurato, io intendo in un altro senso...».

Studentessa: «Io, professore domani le porto i soldi». Del Vecchio: «Non intendevo nemmeno in senso economico... Va bè andiamo avanti».

Secondo Del Vecchio però il baratto sessuale non è un'abitudine isolata alla facoltà di Economia e Commercio. Lo fanno i professori ma anche i bidelli. Parla per cognizione di causa perché in tanti si rivolgevano poi a lui per fare superare l'esame di matematica. Così racconta a un amico.

Del Vecchio: «Nicola (ndr, un bidello) si è fatto le studentesse greche in facoltà nell'Aula magna».

Amico: «Davvero?».

Del Vecchio: «Sì, nell'aula magna dove si riuniscono per decidere... là non ci sono nemmeno le finestre, capito?... Una ragazza di Bitonto era stata con Nicola che voleva alcuni giochetti... orali. Questa si è rifiutata e ha detto, giochiamo in questo modo... Io l'ho saputo perché questa doveva fare matematica, Nicola su matematica non poteva fare niente».

Amico: «Era cosa vostra».

Anche l'11 gennaio 2006 Del Vecchio parla con una studentessa. E allude - scrivono i carabinieri - a «rapporti sessuali intrattenuti tra studentesse, docenti e addetti alle aule allo scopo di superare gli esami».

Del Vecchio: «Tu, non ti devi spaventare, perché certe cose esistono a Bari... Io te lo dico sapendo che sei una persona che rimane qua...». E indica i nomi di alcuni docenti, non indagati. Poi prosegue: «Lui se li porta in quell'albergo; proprio ti posso dire anche il numero della stanza dove va, perché là è amico del proprietario... Una volta fu sgamato dalla moglie, si separarono pure... Poi si fanno anche i bidelli le ragazze. I bidelli non belli, quelli proprio che una dice: "Madonna, neanche se stessi in punto di morte..."».

Il 21 gennaio, invece, sempre Del Vecchio «illustra alla candidata le modalità di superamento dell'esame di inglese mediante il versamento di una mazzetta di 1.500 euro ». Ma come al solito il discorso cade anche sul sesso:

Del Vecchio: «Se puoi essere interessata dopo all'inglese, l'altro te lo posso far fare con molto poco... Per tutte e due le lingue... 1.500 euro». Poi ride. E spiega come funziona nelle altre facoltà.

Del Vecchio: «A Giurisprudenza non solo si comprano, ma bisogna vedere anche con quale metodo si comprano: se in euro o in natura. Io là conosco ragazze che si vendono proprio. Oh Dio, stanno anche a Economia... Hanno una storia con il professore che fa diritto ed è una storia che si chiude dopo la verbalizzazione sul libretto, poi hanno una storia con quell'altro... Ti dico che sono molto belle queste si vogliono solo... divertire. Cose che succedono anche da noi ma a Giurisprudenza, succede ancora di più perché il numero di cultori della materia è maggiore...».

La ragazza non sembra stupirsi. Laconica infatti commenta: «Sì, è logico». Accanto alla compravendita degli esami c'è quella delle tesi. C'è il caso per esempio di «una tesi procurata da Vincenzo Milillo (il bidello al centro dell'inchiesta, ndr) e approntata dal docente Giorgio Cusatelli», in cambio di un assegno da 2.500 euro. «Il professore - si rassicurano al telefono gli indagati - ha detto che se la vedeva tutta lui... Nicola si deve mettere d'accordo con il professore... Si segnasse tutto quello che gli dice, è il professore che sta dirigendo tutto... La tesi si fa allo scanner, non c'è bisogno di scriverla due volte. Viene nel computer, già. Si va sopra e si cambiano solo le frasi dove ha cambiato quello... e se no dobbiamo scrivere tutto di nuovo. E che siamo, fessi?». No, fessi no. Ma almeno riconoscenti: «Avevo appuntamento con il professor Cusatelli gli ho portato il vino, dieci litri di vino proprio buono».

Nell'inchiesta emerge poi una fitta rete di raccomandazioni su alcuni esami, al centro della quale si troverebbe il professore ordinario di Diritto del Lavoro, Antonio De Feo. Presidente del Circolo tennis, De Feo è un uomo di fiducia del parlamentare della Cdl ed ex governatore pugliese, Raffaele Fitto: il docente anni fa è stato arrestato con l'accusa di aver favorito un amico e parente dell'onorevole nella vendita di una società di cui era curatore fallimentare.

Fitto viene più volte nominato da De Feo anche in questa inchiesta. Il professore si premura per esempio con la sua segretaria di preparare «una cartellina dei raccomandati... perché poi farò una lettera se appoggiano Fitto». Il 15 febbraio del 2005 lo chiama invece il capo di gabinetto dell'allora governatore pugliese, Mario De Donatis che gli aveva chiesto una raccomandazione per una studentessa.

De Donatis: «L'ha fatta?».

De Feo: «Già fatta... già fatta...».

De Donatis: «Quanto?».

De Feo: «Io mi scrivo tutti ricordati...».

De Donatis: «Dammi un giorno del mese... ».

De Feo: «Un giorno del mese vuoi tu... (ride)... Aspetta, aspetta un attimo, sto facendomi dare il verbale.... Giorno trenta!».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.php?IDNotizia=216312&IDCategoria=1

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/110-sesso-e-lode/2022070&ref=hpsp


CONCORSI TRUCCATI

VIDEO INCHIESTA

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

Miracoli all'Asl di Bari: in 58 assunti «perchè non riescono a guarire»

Il problema, effettivamente, sembrava serio. Settanta persone che non rispondevano ai trattamenti medici, team di psicologi impotenti di fronte a patologie che sembravano incurabili. Ed ecco che nel 2007, alla Asl di Bari, qualcuno ebbe l’idea: li guariremo, scrissero, dando loro un posto di lavoro a tempo indeterminato. Nel campionario dei modi creativi con cui è stato gestito il sistema sanitario pugliese, questo è il più particolare: 58 assunzioni che alla fine la Asl è stata costretta a revocare. Perché far passare per disagiata gente che stava benissimo, tanto da potersi iscrivere a un partito, era decisamente troppo.

Facciamo un salto a novembre del 2007, quando la Asl di Bari rinnova i suoi tirocini formativi con la firma del subcommissario Rocco Canosa. Si tratta di uno strumento con cui è possibile avviare al lavoro persone svantaggiate che poi – in determinate condizioni – possono essere assunte: la scelta dei beneficiari deve avvenire con un bando pubblico. Alla Asl di Bari, invece, la lista dei tirocinanti fu fatta su «segnalazione» di alcuni medici, e forse di qualcun altro.

Prima di arrivare alle assunzioni, dunque, c'era da risolvere questo problema. Come giustificare il fatto di essersi «dimenticati» il bando pubblico? Ci pensa un parere di 11 pagine steso dalla Struttura burocratico legale ex Ausl Ba/2. Un vero capolavoro che – prendendola un po' alla lontana – sembra suggerire al legislatore la soluzione definitiva per tutte le patologie incurabili. «La urgenza di ricorrere alle forme di inserimento lavorativo essenzialmente come percorso terapeutico (…) è legata alla gravità delle patologie stesse; la insostituibilità di tali interventi terapeutici in aggiunta ai protocolli farmaceutici è sostanzialmente legata alla insufficienza di questi».

E dunque? «La giurisprudenza si è già occupata in sede di applicazione del precetto di cui all'art. 32 Cost. della deroga a protocolli istituzionali, laddove, in presenza della gravità della patologia rispetto al valore “vita”, dell'urgenza di ricorrere a forme alternative di cura ancorché non rientranti nei prontuari farmaceutici ufficiali e della insostituibilità di tali cure, si è potuto neutralizzare quelle forme ostative di tipo strettamente burocratico-amministrative pur di raggiungere tali virtuosi obiettivi». Le «forme ostative di tipo strettamente burocratico-amministrative», secondo gli illuminati giuristi della Asl, sarebbero i bandi pubblici. Che si possono pure dimenticare («neutralizzare») di fronte a cure che non funzionano: perché un posto di lavoro, si sa, è una medicina universale.

E’ un po’ come se a un candidato sindaco sconfitto e caduto in depressione, la Asl dovesse garantire una poltrona di primo cittadino, ovviamente senza passare dalle elezioni. Oppure se a un allenatore di calcio trombato e che non dorme più, l'Asl dovesse garantire una nuova panchina.

Ma torniamo alla storia. A partire da maggio 2008 partono i tirocini formativi per 70 persone: sono (dovrebbero essere) disagiati psichici o ex tossicodipendenti. Che evidentemente non sono tutti uguali, perché a fine anno l'Asl ne assume solo 56 più altri 6 che non si sa bene da dove saltino fuori. A tutti gli altri viene detto che i tirocini termineranno ad aprile 2009. Poi, arrivederci e grazie. E così sul tavolo del direttore generale della Asl e sulla scrivania di Vendola cominciano ad arrivare alcune lettere di protesta, che la «Gazzetta» ha esaminato e che raccontano una storia singolare. Molti degli assunti, dicono gli esclusi firmandosi con nome e cognome, godono di ottima salute. Qualcuno di loro, accusano, è stato inserito nell'elenco su segnalazione di certi sindacalisti. Un tirocinante, messo a lavorare in un laboratorio di falegnameria, svela che il suo compito era aggiustare i mobili portati lì da un dirigente della Asl. E quei 6 «aggiunti» alla lista degli assunti figurano in un foglio Excel (di cui la «Gazzetta» ha avuto copia) il cui titolo è PD_Puglia_2007. Sembrerebbe la lista degli iscritti al partito in occasione delle primarie.

Insomma, un bel pasticcio. Tanto che lo scorso aprile (con la delibera 955) il direttore generale della Asl ferma tutto. Annulla i contratti di assunzione («inficiati da nullità per violazione delle richiamate norme imperative») e manda le carte all'ufficio provinciale del lavoro. A oggi, nessuno si è azzardato a fare ricorso.

È interessante notare che la delibera iniziale, quella del 2007, porta la firma di Rocco Canosa, oggi direttore generale della Asl Bat. È lo stesso manager che, come la «Gazzetta» ha già raccontato, ha bandito a Barletta le 22 borse di studio assegnate per tre anni alle stesse 7 persone. Il manager che ad aprile ha annullato tutto è invece Lea Cosentino, dimissionata dalla Regione dopo il suo coinvolgimento nell'indagine su Tarantini: il fascicolo penale va verso l'archiviazione ma, ha spiegato l'assessore Fiore, la Cosentino ha «violato il rapporto di fiducia».

Intanto i veri disagiati psichici inseriti nel famoso elenco (sì, qualche vero bisognoso c'era) sono ancora a spasso. Sempre disperati, ma senza tessere di partito.

CORSI E RICORSI STORICI. 2009

TEST TRUCCATI PER L'ACCESSO IN ODONTOIATRIA

Nel corso dell’irruzione nell’appartamento di via dei Papaveri ad Altamura (di proprietà di un assessore) dove una specie di commissione di esperti di matematica, fisica, biologia e chimica stava cercando di trovare le risposte ai quiz contenuti nella traccia (unica per tutti gli atenei italiani) della prova di ammissione alla facoltà di Odontoiatria, gli investigatori della guardia di finanza hanno trovato diversi oggetti di interesse archeologico. Si tratta di reperti la cui provenienza si ipotizza possa essere illegale. Per questa ragione sono stati requisiti. 

Un aspetto comunque marginale emerso nell’ambito di una vicenda nella quale oltre alle otto persone trovate nell’appartamento di Altamura, risulterebbero coinvolto anche il presidente del corso di laurea in Odontoiatria della Facoltà di medicina e Chirurgia della Università di Bari, il professor Felice Roberto Grassi al quale è stato notificato l’avviso di garanzia contestualmente (forse proprio in veste di presidente del corso) alla perquisizione effettuata dai finanzieri, venerdì mattina, mentre era in corso la prova di ammissione, nella segreteria amministrativa di Odontoiatria.

Da quello che si è saputo gli investigatori hanno notificato un ulteriore avviso di garanzia ad un informatore scientifico al quale alcuni suoi clienti (medici odontoiatri e odontotecnici), genitori di giovani che avevano in animo di partecipare all’esame a quiz, si sono rivolti per cercare qualcuno che potesse favorire l’ambizione dei loro figli. Al rappresentate di prodotti per l’odontoiatria sono stati sequestrati due telefoni cellulari e un personal computer.

Una cinquantina sono state le perquisizioni eseguite, alcune «semplici» altre per decreto a carico di persone indagate. Gli studenti baresi che nei campus di Foggia, Napoli e altri (potrebbero essere coinvolte le università di Verona e Milano ma su questi nomi non ci sono conferme) stavano aspettando l’«aiutino», sarebbero una quindicina ma potrebbero essere molti di più.

Gli investigatori, dopo il blitz hanno esaminato tabulati telefonici per individuare altre utenze mobili (cellulari e palmari di ultima generazione) collegate al gruppo di «intelligence service» preso con le mani nella marmellata, ossia con la traccia del tema (composto da 80 domande a risposta multipla) inviato ad Altamura attraverso una e-mail forse partita da una delle aule di esame, forse da un’altra sede. Si parla anche dell’ipotetico utilizzo di un sistema fotografico (forse quello installato sui cellulari) per riprodurre e inviare i quesiti. 

A quanto pare l’appartamento di via dei Papaveri nel quale gli investigatori hanno sorpreso gli otto «luminari» al lavoro sarebbe nella disponibilità dell’odontotecnico Francesco Miglionico, assessore comunale ad Altamura, con un figlio tra le centinaia di esaminandi. Tra le otto persone che la guardia di finanza ha identificato c’è anche il ricercatore barese Andrea Ballini già coinvolto con Grassi e altre undici persone in un concorso per l’assegnazione di posti di dottorato di ricerca in Biotecnologie applicate alle scienze odontostomatologie, presso l’Università di Bari. Nel corso delle perquisizioni gli investigatori hanno collezionato personal computer, telefonini e palmari. Non è noto al momento il numero degli indagati, si parla di una trentina di persone.

L’inchiesta si sta sviluppando sotto la direzione dei sostituti procuratori Francesca Romana Pirrelli e Renato Nitti. I reati contestati sono quelli soliti in questi casi: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, alla corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, alla rivelazione e utilizzazione dei segreti di ufficio.

CORSI E RICORSI STORICI. 2008

BARI, UNDICI INDAGATI IN UNIVERSITA'. ABUSI AD UN CONCORSO DI ODONTOIATRIA.

Corruzione o truffa: sono i reati che la procura di Bari ipotizza nei confronti di undici persone tra docenti e candidati al concorso per dottorato di ricerca della facoltà di odontoiatria della locale università. Le indagini sono state avviate dopo l'inoltro in procura di un esposto nel quale si segnalava che, già prima delle prove del concorso, venivano indicati i nomi dei quattro vincitori.

CORSI E RICORSI STORICI. 2007

BARI, TRENTA INDAGATI IN UNIVERSITA'. ABUSI AD UN CONCORSO DI ODONTOIATRIA.

Sono un trentina gli studenti che hanno tentato di barare ai test di ammissione alle facoltà a numero chiuso di medicina e odontoiatria di Bari, Ancona e Chieti il 4 e 5 settembre 2007. La procura presso il tribunale di Bari trasmetterà domani al rettore dell'università del capoluogo pugliese, Corrado Petrocelli, l'elenco con i nomi. La decisione è stata presa oggi dal procuratore, Emilio Marzano, e dal pm inquirente, Francesca Romana Pirrelli.

L'elenco. Secondo fonti inquirenti, l'elenco dovrebbe contenere "tra i 20 e i 30 nominativi" di studenti che avrebbero ricevuto dall'esterno (con telefonate e messaggi giunti sui loro cellulari) le risposte ai quiz della prova di ammissione. Risposte che provenivano da due 'centri di ascolto' allestiti a poca distanza dall'aula in cui si svolgevano le prove.

Perquisizioni e sequestri. Nell'ambito delle indagini nei giorni scorsi il pm Pirrelli ha fatto compiere alla Guardia di finanza di Bari perquisizioni e sequestri a carico di sette persone - tra cui due docenti universitari di Bari e Ancona - iscritte nel registro degli indagati per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla corruzione. Nel registro degli indagati finiranno presto anche gli studenti che hanno barato durante i test.

Dalla procura, però, dovrebbe solo partire l'elenco dei nomi degli studenti sotto indagine e che sarebbero stati intercettati anche durante i test, ma non le fonti di prova a loro carico, essendo gli atti coperti dal segreto istruttorio. L'elenco dei nomi sarà fornito anche perché, è il ragionamento degli investigatori, dal punto di vista amministrativo il solo possesso del telefonino da parte di un candidato alla prova è causa di esclusione.

UNIVERSITA', CONCORSI TRUCCATI. ARRESTATI 5 CARDIOLOGI.

L'accusa: formavano un'associazione per delinquere allo scopo di inserire amici e conoscenti nelle facoltà di Bari, Firenze e Pisa. "Riuscivano a controllare le commissioni esaminatrici".

Cinque cardiologi sono stati arrestati oggi dalla guardia di finanza nell'ambito dell'inchiesta sui presunti concorsi universitari truccati. Il provvedimento del gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis ha raggiunto i professori Livio Dei Cas, di 62 anni, primario cardiologo all'ospedale Civile di Brescia e docente universitario, Paolo Rizzon, di 72 anni, fondatore della scuola di cardiologia dell'Università di Bari, il pisano Mario Mariani, di 68, il milanese Maurizio Guazzi, di 69, e il fiorentino Luigi Padeletti, di 57. L'accusa è di associazione a delinquere, corruzione e falso. A tutti è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari.

L'ipotesi investigativa è di aver costituito e preso parte a un'associazione per delinquere attraverso la quale hanno fatto vincere a candidati a loro graditi diversi concorsi per docente ordinario e associato e per ricercatore nelle facoltà di cardiologia delle università di Bari, Firenze e Pisa. Per ottenere questo scopo i medici avrebbero anche controllato presso alcune università italiane l'elezione di componenti delle commissioni esaminatrici.

L'accusa era contenuta nell'avviso di proroga delle indagini preliminari notificato lo scorso 26 maggio dalla guardia di finanza a sette persone. Al centro dell'inchiesta della procura barese c'è una decina di concorsi che sarebbero stati truccati in diversi atenei italiani.

I magistrati avrebbero accertato che i concorsi erano solo una formalità per procedere all'assunzione dei docenti universitari (ordinari e associati, in forma più attenuata anche quella di ricercatori) perché l'indicazione del nominativo della persona che doveva risultare idonea al concorso era già stato definito in precedenza. Nell'ambito della stessa inchiesta il 19 maggio scorso fu bloccato un concorso indetto a Firenze e furono sequestrati i relativi atti.

Oltre ai cinque cardiologi arrestati, ricevettero avviso di proroga Giovanni Modica, di 74 anni, di Catania, e Mario Erminio Lepera, barese, di 41 anni. Lepera - in concorso con Rizzon - è indagato per tentativo di estorsione continuata per aver costretto qualcuno a far ottenere loro varie utilità.

Il reato di corruzione fa riferimento a presunti scambi di favori che si sarebbero fatti i componenti delle commissioni esaminatrici dei concorsi che, di volta in volta, sostiene l'accusa, si sono favoriti per far vincere a persone a loro gradite le gare. Tra coloro che avrebbero beneficiato delle assunzioni ci sono figli, nipoti, amanti e allievi dei cardiologi.

PARENTOPOLI A BARI

da Il Messaggero del 5 aprile 2007, pag. 1

Colonialismo? C’è chi, di fronte allo scandalo dei concorsi universitari pilotati e delle famiglie plenipotenziarie in certe facoltà, è arrivato a proporre la presenza di professori stranieri nelle commissioni che valutano docenti e ricercatori. In nome dell’italianità, dell’autonomia, della libertà, della Costituzione, dei principi repubblicani, l’idea è subito abortita. Anche se ieri il ministro Mussi ha annunciato, nell’intervista al Messaggero, di volerla introdurre nella bozza di riforma dei concorsi. «E’ fondamentale allontanarsi dalla perversa logica dello scambio!», dicono i più. Tutti d’accordo, a parole: il compito anonimo, come in molti altri concorsi, però non lo vuole quasi nessuno. Ecco, così, germinare negli anni, proliferare, infine esplodere, termitai con molte, troppe regine lungo corridoi inestricabili. E inesplicabili: per complessità levantina, “aum aum” mafioso, “quaquaraquà” burocratese. Corridoi in cui tentano di incunearsi forze dell’ordine e magistrati, trovando di tutto, ma potendo fare ben poco. L’università di Bari, la più grande del Sud insieme a Napoli, da un paio d’anni è la Treccani di quanto può accadere, non dovrebbe accadere, però accade negli atenei italiani.

Mafia? - Se venisse provata l’associazione di stampo mafioso, chi ha pilotato certi concorsi non sarebbe tutelato dall’indulto. Come provarla, però? Emanuele De Maria, sostituto procuratore, si stringe nelle spalle: i suoi armadi traboccano di faldoni, e sugli armadi altri faldoni. E dentro di lui la frustrazione di un magistrato che lavora in un palazzo di giustizia abusivo (a Bari succede anche questo), fra qualche mese arriverà a processo, ma poi? «Certo, l’indulto non estingue il reato, però...». Ha messo ai domiciliari sei medici-commissari a un concorso di cardiologia (associazione a delinquere e corruzione), fra poco saranno processati, poi si vedrà.
«Quel professore è molto inviso alla fascia degli ordinari che si muovono in un sistema simile alla mafia», diceva un commissario del concorso di medicina interna bandito due anni fa. Docente intercettato, la conversazione è in una istanza di ricusazione presentata all’università da un candidato. «Ho detto a un collega che ci doveva dare una mano. Ma tu cosa ci dai in cambio? gli ho risposto», dice un altro docente. Fra innumerevoli ”a buon rendere” pronunciati via telefono, tra frasi come: «Per questa cosa qua dovete darmi in cambio un’idoneità», due settimane fa partono avvisi di garanzia contro sei docenti di medicina interna baresi, un palermitano, un milanese, un foggiano e il novarese Ettore Bartoli, in alcune chiacchierate definito ”burattinaio” dei concorsi in tutt’Italia. Giuseppe Palasciano lascia la commissione, si muovono accademici di mezz’Italia, si scoprono altri quattro concorsi sospetti destinati agli amici degli amici.

“Ci siamo ribellati” - Emilio Tafaro, 66 anni, professore associato da un ventennio, scrive alla Procura: «Mi sentivo vittima di una irregolarità.» Rincara il ricercatore Edoardo Guastamacchia: «Discriminato? Certamente sì, lo sono.» Già sei anni fa una ventina di medici universitari baresi chiedevano che Riccardo Giorgino non restasse primario di endocrinologia, poltrona che ha poi tramandato al figlio Francesco: indagati entrambi. L’erede, associato nel 2000 con un concorso bandito dall’università di Bari, pochi mesi dopo divenne ordinario a Chieti. Ancora poco e rieccolo a Bari, professore con la benedizione del padre.

Lo scambio - Giuseppe Palasciano, coinvolto nel famigerato concorso per medicina interna: «Giusto occuparsi di parentopoli. Non a caso i miei figli non hanno studiato medicina.» Il figlio Fabrizio è infatti dottorando di archeologia a Foggia, dove preside è Franca Pinto Minerva. La signora ha un figlio, Francesco, specialista in medicina interna. Chi è suo direttore? Esatto: Palasciano senior. Non è medico nemmeno Nicola Barbuti, figlio dell’ex docente Salvatore. Lavora a Scienze della formazione, dipartimento di Scienze storiche di Giovanna Da Molin. Il figlio di quest’ultima, Christian Napoli, è ricercatore a Igiene: la specializzazione di Barbuti padre. Questi esempi dimostrano che “parentopoli” può anche non essere un fatto giudiziario. Inchieste a parte, all’ateneo di Bari il fenomeno ha una connotazione sociologica e di costume. Quasi fosse il carattere distintivo di un certo modo di vivere l’accademia. E di tramandarla alle generazioni future. Gianluca e Raffaella Girone, figli dell’ex rettore Giovanni, lavorano nel dipartimento di studi aziendali, da sempre area dei Massari, otto-docenti-otto tutti a Bari. E la figlia di Lanfranco Massari, Antonella, è ordinaria al dipartimento di Scienze statistiche: “roba” dei Girone.

Oggi sposi - Le alleanze si stringono anche per matrimonio. Franco Dammacco, prorettore in epoca Girone, medico di fama coinvolto nello scandalo di medicina interna, era membro della commissione che sei anni fa promosse Vito Racanelli. Il quale, nello spazio di alcune settimane, impalmò sua figlia Rossana. Una casalinga? Un’impiegata? No: ricercatrice di oculistica nella clinica del professor Carlo Sborgia. Un nome entrato, suo malgrado, nella giostra dei concorsi: il professor Renato Meduri, di Bologna, lo accusa di non aver fatto promuovere sua moglie Lucia Scorolli. La commissione si riunì a Bari, la storia ha avuto un brutto seguito di minacce e di proiettili spediti a un altro oculista.

Tengo famiglia - Alla facoltà di Medicina di Bari trentacinque docenti risparmiano benzina. Figli, nipoti e parenti vari, infatti, lavorano nello stesso posto, si può viaggiare con un’auto sola. Se Giorgino è accusato di aver pilotato la successione del figlio, e di avere spinto anche il cognato di Francesco, basta spingersi a Economia per piombare dentro Dinasty. In un solo corridoio ecco il chiarissimo professor Giovanni Tatarano, il figlio Marco e la figlia Maria Chiara. Roba da dilettanti: i Dell’Atti sono il doppio, i Girone anche. E i Massari addirittura otto, tutti a Economia. In pratica, una facoltà in appalto. Medicina? Il 40 per cento dei figli dei primari è nella medesima facoltà dei genitori. Davide Canfora è neo ordinario a Lettere. Ha superato Federico Sanguineti, figlio del poeta Edoardo. Papà non è uno qualunque, ma Luciano Canfora, filologo, che ha in università la moglie e la figlia Irene, quest’ultima ben inserita a Legge nel dipartimento già diretto dal cognato, e anche la nuora, sposa del figliolo.

Studiare? E’ da scemi - Millecinquecento euro per un esame, cinquemila e ne compri quattro. Si accettano assegni. I carabinieri hanno scoperto uno studente di Economia che passava quattrini a un bidello, poi gli indagati sono diventati una ventina. Le indagini sono state estese a Medicina e a Legge. Prezzo delle tesi, duemila euro, due sono state sequestrate il giorno prima della discussione.

UNIVERSITA': AFFARE DI FAMIGLIA. A BARI MOGLI E FIGLI IN CATTEDRA

BARI - La stanza numero 24 è quella del professore Giovanni Tatarano, ordinario di Diritto privato. Suo figlio Marco insegna lì accanto, nella stanza numero 4. Sua figlia Maria Chiara riceve gli studenti proprio di fronte a papà, nella stanza numero 12.

Tutta la famiglia in un corridoio. E non come quegli altri, che si sono sparpagliati invece su quattro piani e sopra cinque cattedre. Quegli altri che si chiamano Dell'Atti, tutti parenti, tutti docenti.

Ma mai tanti e mai tanto esimi come i Massari, nove tra fratelli e nipoti e cugini, probabilmente la tribù accademica più numerosa d'Italia. Benvenuti all'Università di Bari, benvenuti nella città dove in pochi intimi si spartiscono il sapere e il potere.

Buongiorno, dov'è la stanza del professore Girone? "Girone chi?", risponde spazientito il vecchio custode di Economia e Commercio. Girone Giovanni il Magnifico Rettore o Girone Raffaella che è sua figlia?, Girone Gianluca che è suo figlio o Girone Sallustio Giulia che è sua moglie? In ordine, stanza numero 3, stanza numero 26, stanza numero 58, stanza numero 13. E aggiunge, sempre più infastidito il custode: "Poi se vuole parlare con un altro parente stretto dei Girone, ci sarebbe pure il dottore Francesco Campobasso, associato di statistica, che è il marito della professoressa Raffaella, quinto piano, stanza numero 19".

E' cominciato così il nostro viaggio in quel labirinto che è l'Ateneo pugliese, concorsi pilotati, test truccati, esami comprati e venduti, tentate estorsioni e una Parentopoli che è ormai al di là del bene e del male. Lo scandalo sta dilagando. E a Bari, per la prima volta la razza barona trema. Sussurri, voci, grida. Si sta scoprendo un vero verminaio nell'Università dalle più antiche tradizioni delle Puglie. Facoltà dopo facoltà, dipartimento dopo dipartimento. E anche sotto la spinta di una valanga di anonimi.

Sono tanti i Corvi che volano nel cielo di Bari in queste settimane di paura. Raccontano di tutto e di tutti, spiegano in lunghe lettere (con tanto di allegati grafici e di alberi genealogici) come una mezza dozzina di clan accademici hanno allungato le mani sull'Università. "Arrivano ogni mattina sulle scrivanie dei sostituti con la posta prioritaria", confessa il procuratore aggiunto Marco Dinapoli, il magistrato che coordina le indagini sulla pubblica amministrazione. Denunce di combine nelle commissioni esaminatrici, nomi, cognomi, favori incrociati per piazzare di qua e di là consanguinei o amanti, fidanzati e generi. Ci sono inchieste aperte dappertutto. A Veterinaria e a Matematica, a Scienze delle Comunicazioni, a Cardiologia, a Ginecologia, a Genetica, al Politecnico. Ma è Economia e Commercio - dove il rettore Giovanni Girone è ordinario di Statistica - che è il cuore della razza barona barese, è in quell'edificio grigio a cinque piani il suq delle cattedre.

Sono tutte qui le grandi famiglie accademiche, tutte super rappresentate a cominciare da quella del Magnifico fino agli illustrissimi Massari, tre fratelli - Giansiro, Lamberto e Lanfranco - e poi un nugolo di figli ricercatori. Concorsi a regola d'arte, carte naturalmente sempre a posto come vuole la legge. Tanto a vincere sono soprattutto i parenti. Il preside della facoltà si chiama Carlo Cecchi e allarga sconsolato le braccia: "A me i professori me li regalano le commissioni aggiudicatrici dei concorsi: cosa posso fare io? Io non sono mai stato nelle commissioni di esami".

Senza vergogna e senza pudore una dozzina di clan accademici, anno dopo anno, si sono impadroniti dell'Ateneo. "E' come se ci fosse stata una competizione tra alcuni professori a chi riusciva a collocare più membri del proprio gruppo familiare", commenta Nicola Colaianni, ex magistrato di Cassazione, il docente di Diritto pubblico nominato dal senato accademico a presiedere una commissione d'inchiesta sui buchi neri dell'ateneo. La sua relazione finale l'altro ieri è finita dritta dritta alla procura della Repubblica.

Ci sono i clan ad Economia e Commercio e ci sono quelli al Policlinico, altro girone infernale della cultura universitaria pugliese. Clan e ancora clan, lo scambio di promesse per un posto di ricercatore o di associato, i figli e i nipoti tutti specializzandi, sempre gli stessi nomi che occupano le stesse cattedre: i Ponzio a Lingue, i Foti al Politecnico e via via tutti gli altri. Fino alle grandi famiglie dei "professori" del Policlinico. Quasi tutti hanno trovato un dottorato di ricerca o un incarico nella stessa clinica del padre o dello zio o del cugino. A Psichiatria. A Ortopedia. A Neurochirurgia. A Endocrinologia. A Chirurgia generale. Un elenco infinito. Con il 40 per cento circa dei figli dei primari nella stessa facoltà dei padri e, molto spesso, nella stessa struttura operativa. Con l'età dei "fortunati" parenti a volte molto sospetta, mediamente dieci anni più bassa di quella dei loro colleghi senza blasone.

Privilegi di casta e anche qualcosa di più. Come quell'holding che gestiva concorsi con il trucco a Cardiologia, il fondatore della scuola barese Paolo Rizzon arrestato per associazione a delinquere "finalizzata al falso e alla corruzione", secondo i giudici un componente di rango di una sorta di Cupola che "dirigeva" gli affari della cardiologia. E non solo in Puglia. O come il primario di Ginecologia e ostetricia Sergio Schonauer, indagato per avere votato una commissione che avrebbe dovuto giudicare suo figlio Luca per un posto di ricercatore nella sua stessa clinica. E' la prepotente "normalità" di questa Bari universitaria che si sente impunita, è l'intrigo alla luce del sole, l'omertà delle complicità estese.

Rettore, ma cos'è questa sua Università, una sola grande famiglia? Prima Giovanni Girone travolge con la sua mole un gruppo di giornalisti e si fa sfuggire un magnifico "vaff...", poi si scusa, minaccia la solita querela a chiunque parli o scriva dei suoi e degli altri parenti cattedratici, finalmente si placa e ci fa entrare nella sua stanza. Alle sue spalle due grandi foto, una di Padre Pio e l'altra di Aldo Moro. E alla fine Girone sospira: "I nomi non c'entrano, i concorsi o sono corretti o non sono corretti. E nel caso di mia moglie e dei miei figli è stato tutto regolarissimo: quel che conta è soltanto la produzione scientifica". Così parla il Magnifico rettore dell'Università di Bari, l'ateneo delle grandi tribù.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=276559&IDCategoria=11  

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=265283&IDCategoria=11

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo438787.shtml

http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/scuola_e_universita/servizi/test-universit-/mussi-corruzione/mussi-corruzione.html

http://www.repubblica.it/2004/f/sezioni/cronaca/cardiologi/cardiologi/cardiologi.html

http://www.radicali.it/view.php?id=91912

su http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/scuola_e_universita/famibari/famibari/famibari.html


IMPIEGATOPOLI

TANGENTI AD ISPETTORI DEL LAVORO.

L'obiettivo era di 'ammorbidire' accertamenti e ispezioni nei luoghi di lavoro; lo strumento per raggiungerlo erano le tangenti a funzionari pubblici, ispettori e consulenti del lavoro. E’ il quadro delineato dagli accertamenti della Guardia di finanza del comando di Bari e della Compagnia di Barletta (Bari), che ha eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare (cinque in carcere e 11 ai domiciliari) nei confronti di altrettante persone accusate di corruzione e concussione. In tutto gli indagati sono 24.

L'OPERAZIONE - I finanzieri hanno eseguito a Bari e provincia una quarantina di perquisizioni, una delle quali nell’ufficio provinciale del lavoro di Bari, in abitazioni, uffici pubblici, Centri di assistenza fiscale (Caf), sedi di associazioni di categoria legate al mondo agricolo, studi professionali e imprese. Il provvedimento restrittivo è stato firmato dal gip del tribunale di Trani (Bari), Roberto Oliveri del Castillo, su richiesta del pm Michele Ruggero, che ha diretto le indagini.

GLI ARRESTATI -  In manette sono finiti 16 insospettabili professionisti tra pubblici ufficiali, commercialisti, consulenti e ispettori del lavoro. Il gip del tribunale di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, li accusa a vario titolo accusati di corruzione, concussione e rivelazione di segreti d'ufficio; incastrati da intercettazioni telefoniche e riprese filmate. professionisti coinvolti sono di Bari, Trani, Bisceglie, Corato, Ruvo di Puglia, Bitonto e Sannicandro. In tutto 24 gli indagati.

Tra gli arrestati ci sono anche un consigliere provinciale di Bari, Salvatore Tupputi, di 56 anni, eletto nel gruppo dei Socialisti Autonomisti, e un carabiniere di Turi (Bari), Diego Guarnaccia, di 37 anni, di Turi (Bari) in servizio al Nucleo ispettorato lavoro. In carcere sono stati portati un consulente del lavoro di Bari e quattro funzionari dell’Ufficio provinciale del lavoro di Bari, gli altri undici arrestati hanno beneficiato dei domiciliari.

LE INDAGINI - L'inchiesta è partita dalla denuncia del titolare di un’officina di autolavaggio di Canosa di Puglia (Bari), al quale nel corso di una ispezione venne contestata la presenza di lavoratori in nero. Gli ispettori, anzichè contestare e sanzionare, scelsero la strada della tangente, chiedendo all’imprenditore 3.000 euro per ciascun lavoratore in nero scoperto, ma l’imprenditore denunciò poi tutto ai finanzieri.

LE INTERCETTAZIONI - I militari hanno utilizzato intercettazioni telefoniche e ambientali, piazzando una telecamera nella sede dell’Ufficio provinciale del lavoro di Bari. Così hanno ripreso anche il passaggio di denaro sotto la scrivania da un imprenditore al funzionario. In altre occasioni invece lo scambio di denaro avveniva in strada. Le tangenti partivano da un migliaio di euro per arrivare fino a tre-quattromila euro, denaro che non è stato recuperato. Sono invece stati sequestrati tre telefoni cellulari di ultima generazione, regali fatti per compiacere i funzionari e altri indagati.

http://bari.repubblica.it/dettaglio/Sedici-arresti-per-corruzione-e-concussione-/1575293?ref=rephp

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.php?IDCategoria=1&IDNotizia=221825