TELESE TERME

Un sodalizio criminoso costituito da amministratori, funzionari, impiegati pubblici e imprenditori locali e loro dipendenti per truccare gli appalti pubblici. È quanto scoperto dalla Guardia di Finanza di Benevento, su mandato della locale Procura. Un giro illecito dedito a turbare, in modo «seriale e continuativo», la libertà degli incanti nel Sannio grazie a collusioni, falsi in atti pubblici e altri mezzi illeciti per consentirne l’aggiudicazione sempre a favore di un numero ristretto di imprese aggregato tra loro in modo da costituire un vero e proprio "cartello".

Quindici le ordinanze di custodia cautelare, di cui 12 in carcere e tre agli arresti domiciliari oltre a due misure interdittive. Tra le persone arrestate anche il primo cittadino di Telese Terme, Giuseppe D’Occhio. Denunciati, inoltre, 55 operatori economici, 5 tra dipendenti e amministratori comunali di Telese Terme. Sotto sequestro beni mobili e immobili, oltre a conti correnti bancari e postali nella disponibilità degli indagati per un valore di oltre due milioni di euro. Le indagini hanno interessato l’analisi di oltre 130 conti correnti intestati a funzionari pubblici e a imprenditori mentre sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine sono finiti oltre 50 appalti per opere pubbliche e forniture.

I reati contestati, oltre all’associazione per delinquere vanno dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti. Sono stati, inoltre, accertati reati di falso ideologico in atti pubblici, truffe, frodi nelle pubbliche forniture, favoreggiamento reale e false fatturazioni. Secondo quanto accertato, questo “cartello” è divenuto, nel corso del tempo, il destinatario «egemone» dell’ingente flusso di denaro transitato attraverso il Comune di Telese Terme. Soldi che sarebbero stati destinati alla realizzazione di opere pubbliche e all’acquisto di forniture oltre che fonte di arricchimento illecito per le imprese locali e per qualche amministratore che figurerebbe sul libro paga delle imprese corrotte. Gli imprenditori avevano, secondo le accuse, creato fondi neri mediante l’utilizzo di fatture fittizie, operazione necessaria per giustificare costi mai sostenuti nell’esecuzione di appalti pubblici. Il sistema aveva, secondo quanto scrive il procuratore capo di Benevento, Giuseppe Maddalena, «radicalmente alterato la libera concorrenza con ingenti danni erariali».

Le indagini si sono avvalse dell’acquisizione di un’ingente documentazione, di una serie di intercettazioni e di interrogatori di persone informate dei fatti, oltre che di accertamenti bancari. Fondamentali anche alcune consulenze tecniche come una perizia calligrafica e un’altra di carattere amministrativo-finanziario. I riscontri hanno permesso di accertare che le offerte delle imprese per partecipare ai vari appalti provenivano da una stessa “mano” e dalla stessa azienda ed erano, quindi, «frutto di un accordo preventivo per la spartizione degli appalti». È stato ipotizzato che fosse stata creata una sorta di turnazione delle imprese che costituivano il “cartello” nell’aggiudicarsi gli appalti, con ribassi significativi tra lo 0,45% e l’1,55% mentre quelli elaborati dall’autorità di vigilanza specifica in media oscillavano tra il 15,90% e il 33,80%, con danni per le casse pubbliche di oltre due milioni di euro. Era stato, inoltre, predisposto un elenco di ditte da invitare a licitazione privata, attribuendo alle imprese che costituivano il cartello un numero d’ordine a ogni sequenza di 30 numeri, non casuale, dato che la legge 109/04 prevede che a ogni appalto debbano essere invitate 30 ditte.

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