I BOLOGNESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

 


STRAGI DI STATO

Trenta anni di indagini e sentenze.

Ecco un riepilogo della lunga inchiesta giudiziaria, tra depistaggi di servizi deviati e colpi di scena, su quel 2 agosto 1980, quando una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna causando 85 morti e 200 feriti. Quello di Bologna è stato l'attentato più grave della storia italiana ed è avvenuto poco più di un mese dopo la strage di Ustica sull'aereo partito da Bologna.

28 AGO 1980: arrestate diverse persone sulla base delle rivelazioni del pentito Giorgio Farina. Gli ordini di cattura sono 47 in tutto. Nella primavera del 1981 per competenza territoriale Bologna passa a Roma le indagini su 44 dei 47 indagati. Nell'aprile 1986 Roma scagiona tutti dall'accusa di associazione sovversiva.

6 FEB 1981: arrestato Giuseppe Valerio 'Giusva' Fioravanti, accusato anche di concorso nella strage di Bologna.

1 GIU 1981: si forma l'Associazione dei familiari delle vittime della strage.

5 MAR 1982: arrestata Francesca Mambro, colpita, tra le altre accuse, da un mandato di cattura per concorso nella strage. Lei e il suo compagno Fioravanti sono stati accusati da Massimo Sparti.

14 GIU 1986: 20 persone sono rinviate a giudizio per la strage.

19 GEN 1987: comincia a Bologna il processo di primo grado. L'11 luglio 1988 la seconda corte d'assise condanna all'ergastolo per il reato di strage Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco, per calunnia pluriaggravata a 10 anni di reclusione Licio Gelli (cinque anni condonati), Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte (tre anni condonati ciascuno). Otto le condanne per banda armata.

25 OTT 1989: comincia il processo d'appello. Il 18 luglio 1990 la corte d'assise d'appello annulla i quattro ergastoli inflitti in primo grado a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco e li assolve dall'accusa di essere gli autori materiali della strage. La sentenza condanna per concorso nel reato di calunnia Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte a tre anni di reclusione ciascuno, tutti condonati. Per banda armata Valerio Fioravanti è condannato a 13 anni, Francesca Mambro a 12 anni, Gilberto Cavallini a 11 anni ed Egidio Giuliani a otto anni.

12 FEB 1992: la Corte di Cassazione a sezioni unite annulla la sentenza d'appello con rinvio ad un processo d'appello bis.

16 MAG 1994: una sentenza della prima corte d'assise d'appello di Bologna condanna all'ergastolo per la strage Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco, mentre assolve Massimiliano Fachini. Per il depistaggio delle indagini la corte condanna a dieci anni per calunnia aggravata da finalità di terrorismo Licio Gelli e Francesco Pazienza, a otto anni e cinque mesi Pietro Musumeci e a sette anni e 11 mesi Giuseppe Belmonte. Cinque le condanne per banda armata.

23 NOV 1995: le sezioni penali unite della corte di Cassazione confermano la sentenza d'appello che condanna all'ergastolo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, confermate anche l'assoluzione per Massimiliano Fachini e le condanne per Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Per Sergio Picciafuoco la corte di Cassazione dispone l'annullamento della sentenza con rinvio a Firenze.

18 GIU 1996: la corte d'assise d'appello di Firenze assolve Sergio Picciafuoco ''per non aver commesso il fatto'' dall'accusa di strage. Il 15 aprile 1997 la Cassazione conferma l'assoluzione.

30 GEN 2000: una sentenza del tribunale dei minori di Bologna assolve Luigi Ciavardini, ex appartenente ai Nar, dall'accusa di aver partecipato alla strage, ma lo condanna a tre anni di reclusione per banda armata. Ciavardini all'epoca della strage aveva 17 anni.

17 NOV 2005: la procura di Bologna conferma di aver dato vita ad un'inchiesta bis sulla strage, nata dalle risultanze della commissione Mitrokhin. Al centro dei nuovi accertamenti (il fascicolo è contro ignoti) il terrorismo palestinese e due personaggi: il terrorista internazionale Carlos, conosciuto anche come 'lo sciacallo', e Tomas Kram, delle 'Revolutionaere Zellen' tedesche, esperto di esplosivi e legato a Carlos, che pernottò a Bologna nella notte tra l'1 e il 2 agosto, peraltro registrandosi in albergo col proprio nome.

11 APR 2007: la sentenza della Cassazione chiude la stagione dei processi contro Ciavardini. Per la Suprema Corte, che conferma la condanna di Ciavardini a 30 anni di carcere, l'ex Nar ha aiutato Mambro e Fioravanti nell'esecuzione della strage e vi ha partecipato materialmente. Il 24 marzo 2009 a Ciavardini è concessa la semilibertà.

APR 2009: al termine dei cinque anni di libertà condizionata che ha estinto la pena, Fioravanti torna in libertà. Il 7 ottobre 2008 il tribunale di sorveglianza di Roma aveva concesso la libertà condizionale alla Mambro fino al 2013. Mambro e Fioravanti hanno sempre negato di aver messo la bomba alla stazione di Bologna.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/07/27/visualizza_new.html_1876051764.html


POLITICOPOLI

L'ex sindaco di Bologna Flavio Delbono condannato a un anno e sette mesi per il Cinzia-gate. Il resoconto su “Il Sole 24 ore”.

Si chiude la partita del primo filone del Cinzia-gate, l'inchiesta che ha inizio nel 2010 ed ha fatto capitolare l'ex sindaco di Bologna Flavio Delbono dopo neanche sei mesi alla guida di Palazzo D'Accursio. Il Gup di Bologna, Bruno Perla, ha accettato l'accordo di patteggiamento che era stato raggiunto a dicembre fra i legali dell'ex primo cittadino e il pm Morena Plazzi, a proposito dell'uso illecito – secondo l'accusa – di denaro pubblico per pagare spese personali e viaggi fatti da Delbono con l'allora segretaria ed ex fidanzata Cinzia Cracchi, fra il 2003 e il 2008, quand'era vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. In questo filone Delbono rispondeva dei reati di di truffa aggravata, peculato, intralcio alla giustizia e induzione a rendere false dichiarazioni ai magistrati. Per l'ex sindaco Pd di Bologna è arrivata dunque la condanna patteggiata a un anno, sette mesi e 10 giorni. Essendo la pena inferiore ai tre anni Delbono si è risparmiato l'interdizione dai pubblici uffici che lo avrebbe obbligato a lasciare l'incarico all'università, dove insegna alla facoltà di Economia. Contestualmente alla proposta di patteggiamento, l'ex sindaco aveva inoltre versato un assegno di oltre 46mila euro alla Regione Emilia-Romagna a titolo di risarcimento: una cifra comprensiva di danno patrimoniale, danno d'immagine, interessi. Nell'ambito della stessa tranche d'inchiesta è stata invece assolta, per non aver commesso il fatto, l'ex assessore comunale al Welfare, Luisa Lazzaroni, fedelissima di Delbono, in giudizio (con il rito abbreviato) con l'accusa, parimenti a Delbono, di aver esercitato pressioni sulla Cracchi e quindi, tecnicamente, accusata di induzione a rendere false testimonianza e intralcio alla giustizia. Il patteggiamento per questo primo filone del Cinzia-gate non chiude comunque i conti di Delbono con la giustizia. A breve è attesa la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura felsinea per la vicenda del "bonus" mantenuto in busta paga a Cinzia Cracchi dopo il suo passaggio (a quanto sembra non condiviso dalla Cracchi) in pianta stabile dalla Regione al Cup, centro di prenotazione sanitaria controllato da Viale Aldo Moro. Per questa vicenda Delbono, il direttore generale del Cup Mauro Moruzzi, l'ex direttore generale del Comune Gaudenzio Garavini hanno ricevuto l'avviso di fine indagine per abuso d'ufficio (Delbono è accusato di concorso esterno). All'ex sindaco di Bologna viene infine contestata, in un altro filone d'inchiesta ancora aperto, anche l'ipotesi di corruzione per i suoi rapporti con Mirko Divani, consulente e fornitore del Cup e intestatario del bancomat che Delbono affidò per anni alla Cracchi per permetterle di prelevare denaro.


MALAGIUSTIZIA

IL CASO DEL CARCERE. Raccontato da “Il Corriere della Sera”. Bufera su Pratello. Indagano due Procure. Violenze, coinvolti 25 minori. E ora anche i dirigenti rischiano.

Quattro tentativi di suicidio, un presunto abuso sessuale in cella nei confronti di un ragazzino di 15 anni da parte di due detenuti poco più grandi e altre violenze sfumate per un niente. Poi risse, agenti della polizia penitenziaria percossi, lesioni, atti di nonnismo, pesanti scherzi da caserma, estorsioni, danneggiamenti e incendi. Succedeva di tutto nel carcere minorile del Pratello e lì restava, tra le quattro mura di quello che la relazione degli ispettori mandati a Bologna dal ministro della Giustizia Paola Severino, dopo la segnalazione del procuratore dei minori Ugo Pastore, descrive come un girone infernale. Una terra di nessuno, un mondo a parte, gestito in modo autoreferenziale, dove tutto ciò che accadeva veniva annotato nel registro disciplinare, ma mai segnalato alla magistratura.

Una «diffusa e persistente violazione di obblighi di correttezza gestionale», secondo l’analisi del ministero. Trentasei episodi dal gennaio 2010, e 25 ragazzi ora indagati ma mai denunciati dai vertici. È uno scenario inquietante quello ipotizzato dagli ispettori del Dap e scoperchiato dall’inchiesta del procuratore Pastore iniziata mesi fa, ma deflagrata dopo la lettera mandata da due assistenti sociali ai dirigenti del carcere sulla presunta violenza sessuale, a settembre, ai danni di un 15enne. Il 16enne e il 17enne indicati come responsabili furono puniti con due giorni di sospensione dalle attività comuni, ma nessuno ha denunciato il reato: né il direttore Lorenzo Roccaro, né il capo della penitenziaria Aurelio Morgillo, né il provveditore Giuseppe Centomani. Succedeva sempre così, una sorta di gestione familistica: «Per non rovinare i ragazzi», dice ora qualcuno. Pastore ne è venuto a conoscenza per vie indirette, solo grazie al magistrato di sorveglianza, e a quel punto ha fatto arrestare e trasferire i due. E mercoledì, a seguito degli accertamenti del capo degli ispettori del Dap, Francesco Cascini, è scattata la rimozione per Centomani, Morgillo e Roccaro.

«Appena venuta a conoscenza della situazione ho agito con fermezza e determinazione», ha fatto sapere la Guardasigilli appena insediata. Il procuratore Pastore ha affidato le indagini ai carabinieri di Porta Lame. Agli atti ci sono i referti sanitari dei ragazzi che riportano traumi e lesioni anche di 30 giorni. Fatti sovrapponibili a quelli contenuti nel registro disciplinare del carcere poi acquisiti dai carabinieri. All’esterno della struttura, secondo gli 007 ministeriali, non uscivano nemmeno gli spifferi. Ma qualcosa che non quadrava c’era già. Nel marzo 2011 il procuratore aveva invitato la polizia giudiziaria a seguire le procedure previste in caso di reati, cioè ad applicare la legge. A quanto pare alcuni agenti cercavano di comportarsi correttamente, tanto che sono state trovate segnalazioni che, però, erano rimaste al Pratello. Quando il 6 dicembre 2011 gli ispettori si sono presentati a sorpresa, i detenuti hanno descritto uno scenario da brividi: scarso cibo, un utilizzo eccessivo della cella d’isolamento e punizioni sopra le righe, con i manganelli, da parte degli agenti. Aspetti che andranno verificati dalla Procura ordinaria, interessata immediatamente da quella dei minori, che ha aperto un fascicolo per ora contro ignoti per omesso rapporto. Non è escluso che siano ipotizzati reati a carico degli agenti che però, siccome annotavano nei registri le punizioni, forse non agivano nella consapevolezza di commettere illeciti. Se i fatti fossero confermati i tre dirigenti e gli agenti rischierebbero grosso. Per il procuratore Pastore l’intervento del ministero è stato «tempestivo e risolutivo,un segnale che fa ben sperare in una prospettiva di maggiori garanzie di legalità e tutela dei detenuti».

La versione di “La Repubblica”. IL CASO: Stupri, pestaggi, risse e terrore, le verità taciute del carcere del Pratello. Venticinque ragazzi protagonisti di episodi di bullismo verso i coetanei, gli agenti lasciavano correre senza fare rapporto: è quanto ha stabilito l'ispettore ministeriale dopo la segnalazione della Procura dei minori. Episodi annotati sul registro disciplinare ma mai comunicati all'autorità giudiziaria. Il ministro Severino ha rimosso i direttori. Francesco Cascini si è fatto aprire le celle del Pratello alle otto e mezzo. Otto di sera, non di mattina. Un orario strano, fuori ordinanza. L'hanno preso per un padre, un confessore, un salvatore, quell'ispettore spedito d'urgenza a Bologna. Lui stava a sentire le sofferenze di ragazzi che non avevano fino a quel momento trovato o la forza o le persone giuste per confidarsi. Per qualche detenuto, dopo quell'incontro, forse l'ennesima notte chiuso in cella sarebbe stata meno terribile. La relazione finale del super-ispettore, inviata sia alla Procura ordinaria sia a quella dei Minori, è la storia di un clima di terrore e di sopraffazione al carcere minorile di Bologna in cui erano immersi alcuni degli ospiti del Pratello, già provati dalla privazione della libertà. Episodi che però non sono mai stati comunicati all'autorità giudiziaria. Per questo il ministro Severino ha rimosso i direttori dell'istituto carcerario. Sono trenta i casi di abusi presi in esame dalla Procura dei Minori negli ultimi due anni. Sono venticinque i ragazzi che di volta in volta - anche più di una volta - sono stati protagonisti di azioni di bullismo e di violenza nei confronti di altri ragazzi magari più piccoli o più deboli o di un altra etnìa (ci sono stati anche scontri tra slavi e nordafricani). Se un caso di estorsione capita davanti a una scuola, se una baby gang sequestra il telefonino di un ragazzo per strada, ci si indigna, si fa una denuncia e si apre un'inchiesta. Ma se un ragazzo che magari aveva già compiuto 18 anni e costringeva un compagno di cella a cedergli sotto minaccia di botte il poco cibo che conservava per sé perché aveva mangiato solo un piatto di minestra alla mensa, questo passava inosservato. Al massimo, si segnava l'infrazione sul libro disciplinare, ma nulla trapelava all'esterno. La vittima che pativa la fame perché passava il suo cibo all'altro non meritava considerazione diversa dal suo "nemico". E anche se è un aspetto apparentemente secondario, gli ispettori hanno rilevato che alla mensa non veniva seguita nessuna regola alimentare precisa. In celle che sono state trovate sporche e dove si accovacciavano anche quattro ragazzi - perché un intero piano dell'istituto dopo la ristrutturazione veniva lasciato vuoto ufficialmente per carenza di personale - le estorsioni erano ancora più odiose, nell'ambiente chiuso di un carcere, senza nessuno cui chiedere aiuto. Dalla somma degli episodi, emerge il quadro di una situazione in cui "nonnismo" e "bullismo" venivano tollerati pensando che un atteggiamento "morbido" fosse educativo. L'episodio più grave - ma si indaga anche per altri fatti gravi, non sessuali, ancora segreti - è una violenza sessuale che secondo l'accusa è stata compiuta su di un ragazzo di sedici anni da parte di due diciassettenni, entrambi trasferiti. Uno era già uscito dal carcere e l'hanno arrestato di nuovo. Ma prima di questo episodio di settembre ci sono stati altri due tentativi di violenza, uno dei quali annunciato e sventato. Quattro i tentativi di suicidio, nemmeno questi segnalati alla Procura dei Minori. Neppure quando qualche ragazzo più violento si scagliava contro le guardie ferendole si veniva a sapere nulla. Non risultano invece - almeno questo è un fatto positivo - sotto inchiesta sorveglianti che abbiano picchiato i detenuti. Ma l'ispettore scrive anche che le misure di isolamento venivano decise in modo improprio, senza per esempio spiegare le motivazioni delle misure. Quattro agenti penitenziari hanno patteggiato la pena per non aver verbalizzato che un ventenne, Bright Ofori, prima della fuga avvenuta nell'estate del 2009, aveva sequestrato una donna delle pulizie. Vennero denunciati dall'allora direttrice Paola Ziccone. Quel pasticcio, oltre ad essere stato raccontato dagli organi di informazione, giunse quella volta anche sul tavolo della Procura ordinaria. Un evento-spia che, dopo le indagini effettuate in questi mesi con le conseguenze del caso, possono far pensare all'esistenza di un vero e proprio "sistema".

RAPIMENTI DI STATO.

Sono stati fermati in Svizzera Massimiliano Camparini e Gilda Fontana, i genitori che il 16 luglio 2010 avevano prelevato la figlia Anna Giulia, cinque anni, dalla casa estiva di Massa Marittima dell'associazione cui la piccola era stata affidata. Con i coniugi c'era anche la bambina. Il legale della coppia, l'avvocato Raffaele Miraglia di Modena, ha detto di aver avuto la notizia al telefono dai suoi assistiti, che nella serata sono stati portati a Massa dove sono indagati per la sottrazione della bambina. «Domani andrò anche io in Toscana - ha detto Miraglia - per l'eventuale interrogatorio di garanzia». Anna Giulia, sempre a quanto ha appreso l'avvocato, è stata riaffidata alla tutrice. «Non so se dormirà a casa sua», ha commentato. Miraglia ha raccontato che, da quanto gli è stato riferito, la bambina «ha avuto una reazione bruttissima» al momento del distacco dai genitori. «La madre si è sentita male», ha detto ancora, mentre i genitori, ha aggiunto, hanno ribadito di aver trascorso con la figlia «i giorni più belli della loro vita».

LE TAPPE DELLA VICENDA - Anna Giulia era stata prelevata dai genitori, Massimiliano Camparini e Gilda Fontana, venerdì 16 luglio 2010 in una casa vacanze gestita dalle suore del Cenacolo Francescano di Reggio Emilia a Marina di Massa, in Versilia. Appena due giorni prima la bambina aveva compiuto cinque anni. Il Tribunale per i minorenni di Bologna aveva sospeso la potestà genitoriale ai genitori il 7 agosto 2008, affidando la bambina ai servizi sociali. Già il 5 marzo 2010, durante un incontro protetto con la figlioletta a Reggio Emilia, i genitori avevano distratto un'assistente sociale e avevano preso la piccola, fuggendo verso la Slovenia. Quattro giorni dopo, grazie anche ad una lunga trattativa con la nonna paterna, la Squadra Mobile reggiana aveva rintracciato i fuggitivi e li aveva raggiunti a Rabuiese (Trieste). Ma la vicenda non era conclusa. Il 5 aprile 2010 il padre e la madre della bimba si erano incatenati davanti al Colosseo, a Roma, raccontando poi la loro storia alle telecamere della trasmissione di Raitre Chi l'ha visto?'. E il 3 maggio Massimiliano Camparini e Gilda Fontana avevano scritto una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendogli un aiuto per cercare di risolvere la situazione. Infine, il 16 luglio i genitori si erano presentati nella casa di San Francesco a Marina di Massa, dove Anna Giulia era ospite per le vacanze estive, e l'avevano prelevata. Il loro legale, l'avvocato modenese Francesco Miraglia, dal primo momento aveva detto che genitori e figlia stavano bene assieme e che la bimba era «serena e felice». Sulle loro tracce si erano subito messi i carabinieri di Massa Carrara e la questura di Reggio Emilia. Appena martedì pomeriggio il legale aveva diffuso una dichiarazione dei genitori: «Continueremo a stare dove stiamo», avevano fatto sapere padre e madre, aggiungendo che la «superficialità degli interventi» del sottosegretario Carlo Giovanardi, del presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna Maurizio Millo (che si erano detti disponibili a valutare la vicenda ma solo dopo la «liberazione» della bimba), della tutrice Sabrina Tagliati, dei familiari, dei politici e avvocati «che non hanno nulla a che fare con la loro vicenda», li aveva convinti sempre di più «di aver scelto la strada migliore e di continuare a stare lontano da questa giustizia».

«MALAGIUSTIZIA» - Proprio di «malagiustizia» ha parlato più volte l'avvocato Miraglia, sostenendo tra l'altro che non erano vecchi problemi di tossicodipendenza dei genitori, in particolare del padre, ad aver allontanato la bimba dai genitori, ma presunte «condizioni fatiscenti» del loro alloggio. Appena due giorni fa, lunedì, si è svolta davanti al Tribunale per i minori di Bologna, nella centrale via del Pratello, una manifestazione promossa da alcune associazioni di genitori che vivono situazioni analoghe a quelle dei Camparini. In questi due anni, tra l'altro, più volte la nonna materna, Liana Cartinazzi, aveva chiesto di poter avere la custodia di Anna Giulia (la donna aveva già cresciuto il primo figlio di Gilda, oggi maggiorenne), ma i servizi sociali reggiani hanno dato una risposta negativa.

Davanti al tribunale dei minorenni di Bologna: Bimba«rapita» dai genitori. Presidio di solidarietà ai Camparini.

In una quindicina hanno protestato per denunciare «gli abusi del tribunale verso noi genitori» e contro «il business dei bambini "sottratti"» alle famiglie.

Sono arrivati in una quindicina, per protestare davanti al tribunale per i minorenni di Bologna: hanno espresso «solidarietà alla famiglia Camparini» e denunciato «gli abusi che il tribunale compie nei confronti di noi genitori, che non possiamo più avere i nostri figli».

LA VICENDA DELLA PICCOLA ANNA GIULIA - Il presidio, organizzato il 26 luglio 2010 da alcune associazioni tra cui Gesef (Genitori separati dai figli) e Ccdu (Comitato di cittadini per i diritti umani di Trento), ha preso come spunto la vicenda del padre e della madre di Reggio Emilia - i Camparini, appunto - ai quali è stata sospesa la potestà genitoriale e che fa hanno «prelevato» la figlia Anna Giulia, 5 anni, dalla casa vacanze di Marina di Massa a cui era stata affidata.

Partendo da questa vicenda, gli attivisti si sono rivolti «a tutte quelle famiglie che stanno subendo lo stesso trattamento», come ha spiegato Silvia Pini di Gesef. «Molti di noi - ha spiegato- sono andati ai servizi sociali per avere un aiuto e si sono visti sottratti i bambini. Ora io mia figlia, sei anni, la posso vedere solo tre volte alla settimana». E questo, denunciano i genitori, per loro «è un business: lo Stato paga tra i 100 e i 300 euro al giorno alle strutture per ogni bambino "sottratto". E sono 26.000 in Italia».

«Continueremo a stare dove siamo. E sarà dura separarci, per tutti». Dopo undici giorni di silenzio i genitori di Anna Giulia escono allo scoperto inviando un messaggio forte. E lo fanno, all’indomani della manifestazione ad alta tensione che lunedì mattina si è svolta davanti all’ingresso del tribunale per i Minorenni di Bologna, dove diverse associazioni hanno urlato la loro solidarietà nei confronti di Massimiliano Camparini e Gilda Fontana, i genitori della piccola Anna Giulia. La famiglia Camparini, però, stavolta va all’attacco e punta il dito contro le suore del cenacolo francescano di Marina di Massa dove il 16 luglio scorso, i genitori di Anna Giulia, si sono rimpossessati della figlia.

«Quel venerdì - dicono tramite una nota del loro legale Francesco Miraglia - si mangiava le unghie, era terrorizzata dalle punizioni delle suore e dai castighi a cui le stesse suore la costringevano. Con noi sta benissimo, fino al punto di dire più volte: stiamo vivendo una favola. E’ allegra e piena di vita. In altre parole, la bambina ci ha confermato tutti quei maltrattamenti che subiva all’i nterno della casa d’accoglienza che noi come genitori avevamo già denunciato alla consulente del tribunale, ma che la stessa ad oggi non si è sentita in dovere di prendere in considerazione. Altrettanto ha fatto il tribunale, non consentendo alla nostra difesa di estrarre copie delle registrazioni delle operazioni peritali. Ad ogni modo, faremo di tutto per evitare che nostra figlia possa ritornare in simili posti. Con questi atteggiamenti delle istituzioni, arroganti e prepotenti, continueremo a stare dove siamo. Ogni giorno che passa nostra figlia è sempre più meravigliosa e sarà dura separarci per tutti». Parole durissime, una presa di posizione decisa e che conferma come la famiglia Camparini abbia deciso di proseguire sulla propria strada, senza dare alcun ascolto agli appelli delle diverse istituzioni. «Massimiliano e Gilda - aggiunge il loro avvocato - si sentono in dovere di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato alla manifestazione in loro solidarietà a Bologna contro i provvedimenti dei giudici del tribunale per i minorenni, manifestazione che hanno seguito attraverso i mass media. Hanno ascoltato pure i vari appelli: del ministro, del presidente Millo, della tutrice, dei familiari, dei politici e avvocati che non hanno nulla a che fare con la loro vicenda. Riferiscono, che la superficialità dei loro interventi li convince sempre di più di aver scelto la strada migliore e di continuare a stare lontano da questa giustizia».

BOLOGNA E I FASCICOLI SPARITI. SALTANO 2.321 PROCESSI. DIMENTICATI IN UN ARMADIO. LA SCOPERTA DEGLI 007 DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA.

Riguardano udienze a citazione diretta con pena fino a 4 anni: furti, truffe, lesioni colpose, infortuni sul lavoro.

Chiamatelo pure l'armadietto della vergogna. Un normale mobile da ufficio a due ante, addossato ad un muro nella cancelleria della Procura di Bologna. Anonimo, probabilmente grigio. A stupire è il contenuto, 2.321 fascicoli di indagine per i quali il Tribunale aveva fissato la data d'inizio del processo. Ma invece di procedere con le citazioni a giudizio, ovvero le notifiche alle parti interessate, quei procedimenti sono stati messi sotto chiave. Ad ingiallire fino al sopraggiungere, nella maggioranza dei casi, della morte naturale, ovvero la prescrizione. Senza che nessun pubblico ministero sentisse la necessità di chiedere dove fosse andata a finire la sua inchiesta. La somiglianza con l'originale si limita al contenitore. Il vero armadio della vergogna, quello che per quarant'anni nascose i fascicoli sulle stragi naziste in Italia, rivelò una storia di connivenze e volontà politica. Ma nel suo piccolo, anche l'omologo bolognese rappresenta qualcosa. La difficoltà della magistratura a fronteggiare carichi di lavoro crescenti. Oppure, una certa incuria da parte dei titolari di quei procedimenti e dei loro superiori che non può essere spiegata soltanto con le carenze di personale amministrativo e di mezzi. Dipende da come la si guarda. Come al solito, quando si tratta di giustizia.

Quel che colpisce è l'entità dello spreco nascosto dietro a quella cifra. Prendere i 2.321 fascicoli, che riguardano processi a citazione diretta, che prevedono pene fino a quattro anni. C'è di tutto, furti, truffe, ricettazione, appropriazioni indebite, lesioni colpose, infortuni sul lavoro. La gran massa di quello che negli uffici giudiziari viene definito «ordinario », anche se le definizione non è lusinghiera per chi li ha dovuti subire, quei reati. In termini di «fatturato», è più di un decimo delle notizie di reato che si accumulano in un anno. Ogni dieci procedimenti, ne è andato perso uno. Adesso, moltiplicare 2.321 per il lavoro degli investigatori, i soldi spesi per perizie e intercettazioni. Tutto evaporato, tutto inutile, perché nessuno ha sentito il bisogno di prendere in mano quei fascicoli pronti per il processo. La scoperta avviene alla fine del 2008, nel mezzo di una ispezione ordinaria disposta dal ministero della Giustizia che si è conclusa soltanto a febbraio. La visita è dovuta all'eterno conflitto tra la magistratura inquirente bolognese e quella giudicante. La Procura accusa il Tribunale di lavorare a rilento, addirittura ignorando le richieste sempre più pressanti di fissazione dei processi. Addirittura quantifica il numero dei procedimenti per i quali ha chiuso le indagini e predisposto al citazione a giudizio, senza che venisse mai fissata l'udienza.

Il Tribunale risponde con una parziale ammissione di colpa. Tutto vero, dice. Ma a noi risultano «solo» 8-9000 fascicoli, antecedenti all'anno in corso. Comunque tanti. Degli altri, quelli che mancano per arrivare a quota 11.000, non ne sappiamo nulla. Il mistero dura poco, anche se sul suo scioglimento le versioni divergono. Quella più romanzata prevede la scoperta dell'armadietto da parte degli ispettori ministeriali. In Procura sostengono invece di che si tratti del risultato di una indagine interna, avviata dal procuratore Silverio Piro, reggente dell'ufficio in attesa che il Csm trovi un successore a Enrico De Nicola, andato in pensione nel luglio del 2008. Comunque sia, 2.321 fascicoli per i quali i processi sono stati fissati, ma nessuno che in Procura abbia messo la firma per farli partire. L'incombenza spetta all'ufficio notifiche, ovvero alla cancelleria. La spiegazione della responsabile è disarmante. Non ce la facciamo, dice, a tenere questi ritmi di lavoro. E quindi ci siamo tenuti i fascicoli nell'armadio.

Il danno, e naturalmente pure la beffa. Perché la scelta di «nascondere» alla vista gli incartamenti nasce dal ritorno sulla retta via del tribunale, che dopo tanti solleciti della procura, e un nuovo presidente, dall'inizio del 2008 ha cominciato a dedicarsi maggiormente al processo penale, cercando di «smaltire» il più possibile l'arretrato. Il nuovo e più virtuoso corso avrebbe però prodotto un curioso effetto collaterale, il crollo dell'ufficio udienze. Dopo la scoperta, la responsabilità delle notifiche è tornata di competenza dei pubblici ministeri. «A causa della delicatezza della questione», Piro sceglie di non commentare, limitandosi a sottolineare come con il tribunale «vi sia un clima di ritrovata armonia ». Le scuse ci sarebbero anche, i tagli alla giustizia, eccetera. E queste cose succedono anche altrove. Mai però con questi numeri, che lasciano lo spazio a parecchie domande. Per quale ragione si è scelto di delegare la gestione delle notifiche dei procedimenti «ordinari» alla cancelleria? Possibile che nessun magistrato abbia mai chiesto conto della sorte dei suoi fascicoli? E infine, perché da parte dei vertici della procura non è stato fatto alcun controllo? Gli ispettori del ministero hanno sentito il bisogno di un supplemento di indagine, sottolineando come il caso bolognese sia «abnorme». Vergogna forse no, ma le belle figure sono decisamente un'altra cosa.

http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_28/figlia-rapita-genitori-fermati-in-svizzera_6b7cb99c-9a05-11df-8339-00144f02aabe.shtml

http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2010/26-luglio-2010/bimbarapita-genitori-presidio-solidarieta-camparini--1703464042163.shtml

http://gazzettadireggio.gelocal.it/dettaglio/articolo/2206403

http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_18/bologna_fascicoli_spariti_processi_imarisio_106acdbc-1385-11de-9b77-00144f02aabc.shtml


AFFITTOPOLI A BOLOGNA

Bologna - Centonove proprietari, su 125 che hanno risposto a un apposito questionario, spacciavano per rurale un fabbricato che in realtà non lo era per un'evasione dell'Irpef superiore ai 3,3 milioni di euro e 330.000 euro dell'Ici. C'era poi chi subaffittava in nero un appartamento a otto studenti universitari guadagnando circa 9.000 euro l'anno che ovviamente non ha mai dichiarato per un reddito nascosto al Fisco di circa 64.000 euro.

Sono alcune delle anomalie emerse dopo i controlli della Guardia di Finanza di Bologna per contrastare gli affitti in nero e l'evasione delle imposte con l'escamotage delle abitazioni rurali nel capoluogo emiliano.

Controlli svolti in accordo con il Comune e l'Università di Bologna.

IL CARO CASA. Affitti in nero: controlli incrociati. Il 48% dei contratti è irregolare.

E’ quanto emerge dalla prima tranche della campagna indetta da Guardia di Finanza, Comune e Università. Dei 720 studenti a cui e’ stato recapitato il questionario, solo 520 hanno risposto e di questi sono irregolari il 48%.

Meno della metà degli studenti fuori sede, il 48%, ha un contratto d’affitto in regola; e tra gli altri, almeno il 26% è in "nero", o perché il contratto non è stato registrato o perché il proprietario non ha reso noti i redditi nella propria dichiarazione. E’ quanto emerge dalla prima tranche dei controlli incrociati tra la Guardia di Finanza, il Comune e l’Università di Bologna, che oggi hanno lanciato la campagna informativa per la regolarizzazione degli affitti con un manuale, "Affitti in nero, convenienza zero", da distribuire anche tra gli studenti. Ma i tre enti contano sull’effetto-deterrente dei primi controlli, compiuti sulla platea potenziale di 12.500 fuorisede individuati in città.

Dei 720 studenti a cui è stato recapitato il questionario dei finanzieri, solo 520 hanno risposto; agli altri 200, se non invieranno i dati, arriverà una sanzione da 258 a 2.065 euro. Ma anche tra i 520 che hanno inviato la risposta alla Finanza, solo il 48% e’ risultato in regola.

In "nero" sono risultate 135 situazioni, ma altri 86 casi (gli studenti dichiarano di avere un contratto di comodato) verranno approfonditi perchè giudicati poco convincenti. Un altro 9% degli studenti ha invece dichiarato di essere proprietario dell’alloggio mentre con speranza si guarda il 2%, una decina di persone, che ha provveduto subito a regolarizzare il contratto. "Faccio molto affidamento su questo inizio, che avrà anche un effetto deterrenza- spiega il sindaco Sergio Cofferati, alla conferenza stampa tenuta in Comune- l’obiettivo è la regolarizzazione per intero del mondo del ’nero’". Per il primo cittadino quelli emersi "sono numeri molto significativi, non un sondaggio ma numeri che offrono uno spaccato attendibile".

Tra l’altro, gli studenti hanno dimostrato spesso di non conoscere le norme. "Il 69% hanno telefonato o sono venuti da noi- spiega il comandante provinciale della Gdf, il colonnello Pietro Burla- non solo per sapere come dovevano compilare il questionario, ma anche per sapere com’è la normativa". Ma gli accertamenti "incrociati" non riguardano solo gli studenti universitari in collaborazione con Palazzo Poggi che in questo caso ha messo a disposizione i domicili dichiarati dagli universitari fuori sede. Nel mirino del Comune ci sono anche affitti in genere.

"Abbiamo individuato 200 soggetti di cui sappiamo già che non hanno un contratto d’affitto", annuncia l’assessore alla Casa Virginio Merola.

http://www.bologna2000.com/modules.php?name=News&file=article&sid=62765

Resto del Carlino del 4 giugno ’07
http://passepartout-bologna.blogspot.com/2007/06/affitti-in-nero-bologna-il-48-dei.html


 MALASANITA' A BOLOGNA

AL SANT'ORSOLA DI BOLOGNA: Tubo dimenticato nell'addome di una paziente di Vignola.

La donna, 75 anni, ha trascorso dieci mesi di inferno in preda a forti dolori. Poi, con un secondo intervento eseguito al Policlinico di Modena, le hanno rimosso il corpo estraneo. Ora un primario è accusato di lesioni colpose.

Le hanno dimenticato un tubicino nell’addome dopo averla operata all’intestino. Tanto che la donna, una 75enne di Vignola, ha passato dieci mesi di inferno, in preda a forti dolori, fino a quando non le hanno estratto il corpo estraneo con un secondo intervento, eseguito però al Policlinico di Modena. La vicenda è accaduta all’ospedale Sant’Orsola di Bologna e ora il direttore del reparto di chirurgia generale, professor Gilberto Poggioli, deve rispondere davanti al giudice di pace del reato di lesioni colpose. La prima udienza si è svolta nei giorni scorsi e il processo è stato aggiornato a settembre. Intanto la vittima del presunto errore medico, una pensionata che abita con il marito e la figlia, si dice "amareggiata per il trattamento del Policlinico bolognese".

TUTTO comincia agli inizi del 2005: la signora è affetta da un tumore e si rende necessario eseguire un’operazione all’intestino. L’intervento di anastomosi colo-rettale viene eseguito in laparoscopia il 7 febbraio: dell’equipe chirurgica fanno parte Poggioli e altri tre medici (due chirurghi e un anestesista). Ma non tutto fila liscio: come accertato dal perito della Procura di Bologna, dai medici "viene accidentalmente lasciato un tratto di catetere nella fossa iliaca destra", vicino all’inguine.

LA PRESENZA del corpo estraneo genera ovviamente una reazione infiammatoria, che provoca forti dolori alla paziente. La quale, dopo essere stata dimessa il 15 febbraio, passa un’estate d’inferno e alla fine è costretta a tornare in ospedale per fare esami che chiariscano la causa dei dolori. Si rivolge ancora con fiducia al Sant’Orsola: prima una Tac (il 13 settembre) e poi due ecografie (14 e 24 ottobre) non lasciano dubbi a riguardo: un tubicino di sette-otto centimetri di lunghezza e cinque millimetri di diametro è presente nell’addome. Inevitabile, a quel punto, il secondo intervento per togliere il catetere. L’operazione viene eseguita in un altro ospedale senza problemi il 12 dicembre 2005.

TERMINATA la convalescenza, la donna, assistita dagli avvocati Luca Sirotti e Novella Rossettini, sporge querela contro il Sant’Orsola. L’inchiesta è condotta dal procuratore aggiunto Luigi Persico, che affida la perizia al dottor Tudini. Il quale conclude: "Si ravvisa un comportamento colposo in termini di negligenza in capo all’operatore che tecnicamente realizzò l’intervento. Nel referto non si fa menzione di quale degli appartenenti all’equipe chirurgica abbia svolto tale ruolo". La Procura cita a giudizio per lesioni colpose ("alla paziente è derivata una malattia con durata compresa fra 15 e 20 giorni", senza danni permanenti) il professor Poggioli. Dopo alcuni tentativi di trovare un accordo le parti non si sono accordate e ora il processo è aggiornato a ottobre.

"QUEL tubicino non è stato dimenticato dal professor Poggioli — dice il suo legale, avvocato Andrea Martinelli —, il quale ha eseguito l’intervento in maniera corretta. Il tubicino è stato appositamente lasciato, in quanto serviva per il drenaggio. Quando, qualche giorno dopo, si è trattato di estrarlo, accidentalmente ne è rimasta un piccola parte sotto pelle. Ma della rimozione non si è occupato ovviamente il professor Poggioli. E lo dimostreremo".

TAC SCAMBIATE: TOLGONO UN RENE SANO. UNA DONNA MUORE DOPO L’OPERAZIONE.

La paziente 54enne è stata sottoposta a un intervento di asportazione di un rene durante il quale le erano state attribuite le immagini radiologiche di un'altra paziente con lo stesso cognome. L'azienda ospedaliera parla di "drammatico errore". Il ministro Turco invia due esperti per le indagini

Una donna bolognese di 54 anni è morta oggi al policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna dopo che, due giorni fa, era stata sottoposta ad un intervento di asportazione di un rene durante il quale alla paziente erano state attribuite per errore le immagini radiologiche digitali di un'altra paziente, con la stesso cognome, sottoposta al medesimo esame (Uro-Tac).

A dare la notizia un comunicato dell'Ufficio stampa dell' azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna. L'azienda ha segnalato il fatto alla Procura che ha già aperto un fascicolo, affidato al Pm di turno Francesco Caleca. Nel comunicato, in cui si parla di '' drammatico errore '', la Direzione aziendale esprime ''profondo rincrescimento per quanto è accaduto '' e '' rinnova ai familiari della signora il proprio cordoglio per il dolore che li ha colpiti ''.

Secondo la ricostruzione fatta nel comunicato '' il chirurgo, quando l'intervento era già in fase avanzata e non più reversibile, ha rilevato una forte discrepanza con l'immagine ed il referto radiologico, sulla base del quale era stata formulata l'indicazione all'intervento. L'intervento è stato portato a termine. La paziente stessa ed i suoi familiari erano stati informati dai professionisti su quanto accaduto. Improvvisamente questa mattina la paziente è deceduta ''.

L'Azienda, oltre a segnalare il fatto alla Procura ('' con la quale collabora per l'espletamento delle indagini ''), ha contestualmente avviato ''un'indagine interna per una puntuale ricostruzione dei fatti, per l'individuazione delle responsabilità e per l'attivazione dei conseguenti provvedimenti disciplinari ''. La Direzione aziendale sta valutando '' l'opportunità di assumere provvedimenti cautelativi urgenti ''. E' stato espresso anche l'impegno ''di revisionare il sistema e le procedure che gestiscono le immagini radiologiche digitali ponendosi l'obiettivo di ridurre ulteriormente il rischio di errori umani, ciò al fine di prevenire il ripetersi di tali drammatici errori ''.

'' Una tragedia di gravità inusitata, che non si sarebbe mai dovuta verificare ''. L' assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia- Romagna, Giovanni Bissoni, ha definito così il caso della signora di 54 morta all'Ospedale S.Orsola-Malpighi di Bologna dopo un intervento basato su esami fatti ad un'altra donna. La Regione ha già istituito una Commissione di indagine e informato il ministro.

OPERATO, MA ERA SANO

Quando i dottori gli hanno detto: «Il tumore al retto non c'è», lui, 78 anni, non sapeva se tirare un sospiro di sollievo, prendersela con il mondo o credere a un miracolo. Perché nel frattempo " ormai sono passati quasi 11 mesi " si era fatto venti giorni d'ospedale, un bel po' di esami e due operazioni molto complesse in una settimana. Ed era uscito dal Sant'Orsola stomizzato, insomma con il sacchetto. Vuol dire una vita diversa. «Se prima faceva 100 cose, adesso ne fa 70», traducono gli avvocati dello studio legale Bonazzi, che hanno appena inoltrato all'ospedale e all'azienda Usl una richiesta di risarcimento. Richiesta appoggiata da una perizia del professor Vergari, che valuta un trenta per cento di danno biologico per quella che considera «l'ipotesi più verosimile: un errore diagnostico. Errore grave e inescusabile, avendo portato a un intervento chirurgico particolarmente impegnativo assolutamente non necessario per la patologia in atto». Racconta il paziente: «Faccio il commerciante, adesso mi sento a disagio con la gente. Sono stanco e depresso. E la mia vita sessuale è azzerata».

Bartolomei a pag. 3 Dal "Il Resto del Carlino" edizione di Bologna 21 Gennaio 2001 pag. 1

«Si assicura che le indagini interne, di prossima conclusione, consentiranno di fare piena luce sulle cause che possano aver procurato un eventuale errore». Così la direzione del Sant'Orsola Malpighi sul caso del 78enne operato di tumore, stomizzato e infine dimesso dall'ospedale come «sano». Hanno scambiato gli esami o qualcos'altro? Non è ancora chiaro. Intanto il professor Vergari, perito di parte, ritiene «certamente anomala l'ipotedi una potenziale regressione della patologia».

Servizio a pag. 7 Dal "Il Resto del Carlino" edizione di Bologna 23 Gennaio 2001 pag. 1

http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/modena/2008/02/11/64107-tubo_dimenticato_nell_addome.shtml

http://qn.quotidiano.net/2007/09/27/38687-scambiate_tolgono_rene_sano.shtml

http://www.elio.org/caso/


POLIZIOTTOPOLI A BOLOGNA

La denuncia: 'Così la polizia mi ha massacrato' di Paolo Biondani su “L’Espesso”. Le cariche dopo una partita. Le manganellate alla testa. Un mese di coma. Poi il risveglio, ma con un'invalidità che durerà tutta la vita. Poi lui trova la forza di parlare e un'agente coraggiosa fa scoppiare il caso.

Un giovane tifoso del Brescia massacrato a manganellate che finisce in coma. I medici lo danno per spacciato: se ce la farà a sopravvivere, dicono ai genitori, "sarà un vegetale". Dopo più di un mese di buio, invece, il ragazzo si risveglia. Parla, anche se con molta fatica. E' ancora intubato quando, alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un'inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine. Scopre verbali truccati. Testimonianze insabbiate. Filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l'omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. Un giudice ordina di procedere. E adesso, a Verona, sta per aprirsi un processo simbolo contro otto celerini del reparto di Bologna. Una squadraccia, secondo l'accusa, capace non solo di usare "violenza immotivata e insensata su persone inermi", ma anche di inquinare le prove fino a rovesciare le colpe sulle vittime.

"L'Espresso" ha ricostruito i retroscena di quella misteriosa giornata di guerriglia tra tifosi e polizia, con testimonianze e filmati inediti, scoprendo un filo nero che collega tanti casi in apparenza separati di degenerazione delle divise. Un viaggio nel male oscuro che contamina e divide le nostre forze di polizia. "La mia storia è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani... La differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare". Paolo Scaroni oggi ha 34 anni e il 100 per cento d'invalidità civile. Cammina per Brescia, la sua città, strascicando un piede rimasto paralizzato. La voce esce spezzata e lui se ne scusa ("Sono i postumi del trauma"): "Sono molto legato ai familiari di Aldovrandi. Suonava il clarinetto come me, nelle nostre vicende ci sono coincidenze incredibili. Io sono stato massacrato alle otto di sera, lui è stato ammazzato la stessa notte, sei ore dopo. Ora vogliamo fondare un'associazione: familiari delle vittime della polizia".

Suo padre, bresciano di Castenedolo, capelli bianchi e mani callose, riassume il problema scuotendo la testa: "Ho sempre avuto rispetto delle forze dell'ordine. Ma adesso, quando vedo un'uniforme, non ho più fiducia".

Quello di Paolo è un dolore speciale: "Oggi la cosa che mi fa più male è che mi hanno cancellato l'infanzia e l'adolescenza. Ho perso tutti i ricordi dei miei primi vent'anni di esistenza". La vita del ragazzo senza memoria è cambiata il 24 settembre 2005. Paolo, allevatore di tori, fisico da atleta, è in trasferta a Verona con 800 tifosi. Il suo gruppo, Brescia 1911, è il più popolare e radicato. Hanno un loro codice: botte sì, ma solo a mani nude. "Niente coltelli, no droga", scrivono sugli striscioni. In quei giorni si sentono scomodi: tifosi di provincia che protestano contro "i padroni del calcio-tv" e "le schedature". Dopo la partita, i bresciani vengono scortati in stazione. E qui si scatena l'inferno: tre cariche della celere, violentissime.

L'inchiesta ha identificato 32 tifosi feriti, quasi tutti colpiti alla schiena. Foto e video recuperati da "l'Espresso" mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L'ambulanza arriva con più di mezz'ora di ritardo. Secondo la relazione ufficiale firmata da F. M., dirigente della questura di Verona, la colpa è tutta dei tifosi. Il funzionario dichiara che gli ultras bresciani "occupavano il primo binario bloccando la testa del treno", con la pretesa di "far rilasciare due arrestati". Appena le divise si avvicinano, giura il pubblico ufficiale, "il fronte dei tifosi assalta i nostri reparti con cinghie, aste di ferro, calci, pugni e scagliando massi presi dai binari". La celere li carica "solo per prevenire violenze sui viaggiatori". Paolo non è neppure nominato: una riga nella penultima pagina del rapporto cita solo "un tifoso colto da malore a bordo del treno". Chi lo ha picchiato? "Scontri con gli ultras veronesi", è la prima versione, che crolla subito: la stazione era vuota, dentro c'erano solo i bresciani scortati dagli agenti. Quindi un celerino ne racconta un'altra: Paolo sarebbe stato ferito da "uno dei massi lanciati dagli ultras" suoi amici. Da quel giorno, per tre mesi, i tifosi di Brescia 1911 smettono di andare allo stadio: la domenica vanno a Verona in ospedale a tifare per Paolo. Che il 30 ottobre, quando ogni speranza sembra spenta, improvvisamente si risveglia durante un prelievo di sangue. In novembre la poliziotta Margherita T. riesce a interrogarlo. Mozziconi di frasi, che ricostruiscono il pestaggio: "Erano almeno quattro celerini, con i caschi. Mi urlavano: bastardo. Picchiavano con i manganelli impugnati al contrario per farmi più male". E non volevano solo immobilizzarlo: i referti medici confermano che Paolo è stato colpito "sempre e solo alla testa". La poliziotta interroga il personale del treno. E scopre che la storia dei binari occupati dagli ultras era una balla. "I tifosi erano assolutamente tranquilli, noi eravamo pronti a partire: non ho visto nessun atto di violenza, provocazione o lancio di oggetti", dichiarano i macchinisti. Ma chi ha scatenato il caos? Quattro agenti della polizia ferroviaria testimoniano che "i disordini sono cominciati solo quando la celere ha lanciato lacrimogeni dentro uno scompartimento dove c'erano tante donne e bambini piangenti". Particolare importante: "Prima non avevamo visto nulla che giustificasse il lancio del gas". Solo allora "un centinaio di tifosi, arrabbiati e lacrimanti, ci hanno minacciato, chiedendoci come fosse possibile lanciare lacrimogeni su un treno con bambini". Ma subito, dicono gli stessi agenti, "i capi ultras si sono messi in mezzo, facendo da pacieri, per calmare gli altri tifosi dicendo che noi della Polfer non c'entravamo". In quel momento la celere carica l'intera tifoseria. Seguono 30 minuti di macelleria da Stato di polizia. La verità dei fatti è confermata anche dai funzionari presenti della Digos di Brescia, che la stessa notte cominciano a raccogliere testimonianze e referti dei tifosi feriti. Quindi la poliziotta di Verona scopre che i filmati dei suoi colleghi, che in teoria dovrebbero aver ripreso tutti gli scontri, si interrompono proprio nei minuti in cui Paolo è stato massacrato. Peggio: nella versione consegnata ai magistrati è stato tagliato il commento finale di due agenti. "Adesso il questore ci incarna...". "Ascolta, tu prova a guardare subito le immagini di quando il...". Fine del filmato della polizia. Mentre Scaroni passa altri 64 giorni in rianimazione, i suoi amici di Brescia 1911 si tassano per pagargli le spese legali e imbandierano la curva con uno striscione mai visto: "Giustizia per Paolo". Il tam tam unisce decine di tifoserie rivali. In febbraio Brescia è invasa da ultras di mezza Italia. Un corteo con migliaia di tifosi, preceduto da uno storico abbraccio tra i capi delle curve "nemiche" del Brescia e dell'Atalanta. "Non ci interessa che i poliziotti finiscano in galera, noi vogliamo la verità", dice ora Diego Piccinelli, il responsabile di Brescia 1911. "Nessuno potrà ridarmi la memoria o il lavoro", aggiunge Paolo, "ma il mio processo deve fermare i poliziotti violenti: a scatenare la parte peggiore è la sicurezza di farla franca".

Come molti altri processi contro uomini della legge, però, anche questo naviga controcorrente. Solo la ricostruzione dei fatti, cioè la demolizione delle bugie ufficiali, è durata quattro anni. Il pm di turno a Verona aveva chiesto per due volte l'archiviazione, sostenendo che i caschi impedivano di riconoscere gli agenti picchiatori. Il rinvio a giudizio è stato imposto da un ex giudice istruttore, Sandro Sperandio. Ora finalmente si va in aula: prima udienza il 25 marzo 2011. Ma l'avvocato di parte civile, Alessandro Mainardi, teme un finale all'italiana: "Rischiamo una prescrizione che sarebbe vergognosa. Se non c'è certezza della pena per le forze di polizia, come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella giustizia? Sulle responsabilità individuali siamo tutti garantisti. Ma qui, dopo tante menzogne, una cosa è certa: un ragazzo inerme è stato ridotto in fin di vita da una squadraccia che indossa ancora la divisa. Uno Stato civile avrebbe almeno risarcito i danni. Invece, dopo cinque anni, il ministero dell'Interno non si è ancora degnato di offrire un soldo". Tre mesi fa Paolo ha scritto al ministro Roberto Maroni: "La violenza va condannata e l'omertà va combattuta prima di tutto da chi rappresenta la legge". Da Roma nessuna risposta.

Un ex generale della Guardia di Finanza in pensione si è tolto la vita giovedì mattina 1 luglio 2010 a Bologna durante una perquisizione disposta dalla Procura di Bologna nell'ambito dell'indagine sulla società Rimini Yacht. Ci sarebbero state anche altre perquisizioni nei riguardi di altri ufficiali della Finanza ancora in servizio. Tali hanno riguardato dieci persone, tra cui l'ex generale delle Fiamme Gialle. Le accuse contestate sono di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, rivelazione e utilizzazione del segreto d'ufficio, omessa denuncia del reato da parte di pubblico ufficiale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.

120 persone rinviate a giudizio, tra cui 30 poliziotti e 2 carabinieri: ma la lista nera si allunga su avvocati, medici e carrozzieri.

Il gioco era semplice: si denunciavano periodicamente sinistri inventati per incassare risarcimenti a catena. Buona la prima: ma il trucco funziona e la cricca persevera fino a quando la città di Bologna salta al secondo posto in Italia (dopo Napoli) per numero di indennizzi automobilistici.

IL CASO UNO BIANCA

Una scia di sangue lunga più di sette anni ha terrorizzato un’intera regione come l’Emilia-Romagna. 23 delitti senza movente, una strage strisciante. Rapine da pochi spiccioli per massacrare benzinai, zingari, extracomunitari, carabinieri, impiegati di banca, semplici testimoni. Un eccidio pianificato, una violenza bestiale per un rebus senza soluzione.

Chi sono i poliziotti assassini della Uno bianca? Folli esegeti dello sterminio, "assassini nati" nostrani o Terminator al servizio di forze occulte? Chi li ha protetti, chi li ha guidati, chi ha tirato i fili di questi burattini armati fino ai denti?
Una Questura inquinata, quella di Bologna. Una magistratura cittadina ciecamente lanciata - e con ostinazione degna di miglior causa – sempre e comunque su piste sbagliate e devianti. 55 innocenti condannati per reati commessi da altri. E in trasparenza una misteriosa trama di appoggi e coperture. Un altro mistero di Stato.

Un gruppo di poliziotti, tre fratelli. Ventiquattro morti, centodue feriti, centotre azioni criminali. Sta dentro queste cifre il bollettino di guerra di sette anni e mezzo di attività criminale della "banda della Uno bianca". A Radio 24, parla Rosanna Zecchi, moglie di Primo Zecchi, una delle vittime della banda Uno Bianca, testimone ucciso dalla banda nell'ottobre del '90. Quello che sentirete é un racconto lucido, preciso, puntuale, denso di rabbia ma mai di rancore.

La storia della Uno Bianca é tragedia e pagina oscura della storia dell'Italia contemporanea, saga familiare e cronaca nera.........

La banda entra in azione nel 1987. Uomini armati, efficienti, decisi, attaccano supermercati, banche, caselli autostradali, distributori di benzina. A Casalecchio sul Reno non rubano niente, un furgone blindato aveva già portato via l'incasso. Uccidono però due carabinieri di 22 anni e feriscono tre persone. Le rapine si succedono una dopo l'altra, almeno una decina e in un'occasione viene colpito il testimone Primo Zecchi. Poi la sparatoria contro due immigrati arabi e l' assalto a un campo di nomadi alla periferia di Bologna. Infine c'é il salto di qualità, l'episodio più sanguinoso e occulto: la strage del Pilastro contro i carabinieri.

Questa é invece la deposizione di Roberto Savi al processo di primo grado davanti alla Corte d'Assise di Bologna proprio sulla strage del Pilastro.

Gli uomini della Uno Bianca sembrano invincibili, le loro azioni fuminee, le vie di fuga sono collaudate ma altri occhi osservano le loro azioni:sono quelli di due sconosciuti poliziotti di Rimini: Luciano Baglioni e Pietro Costanza. Nel novembre del '94 imboccano la pista giusta e si mettono sulle tracce degli assassini. Ripercorrono date e gli orari delle rapine e degli omicidi, controllano i ritratti dei banditi descritti dai testimoni. Ma le indagini ufficiali si concentrano sulla malavita locale o quella catanese d'importazione. Baglioni e Costanza invece conservano un sospetto: gli autori possono essere poliziotti, magari loro stessi colleghi. Sparano troppo bene, conoscono strade e i viottoli. Riescono sempre a fuggire, ad eludere i posti di blocco.

Luciano Baglioni. E' il punto centrale ricostruito anche dalla fiction Uno Bianca che trasmettiamo per gentile connessione della casa di produzione Taodue.

Questa invece non é fiction, é storia vera. E' la mattina del 3 novembre 1994. La svolta. Baglioni e Costanza sono davanti a una banca di San Giustina, in provincia di Rimini. E' un attimo, forse meno di un secondo. Osservano una Uno bianca con la targa talmente sporca da risultare illeggibile. E quindi sospetta. All'interno c'è un uomo alto. Baglioni e Costanza guardano i suoi occhi. Il volto corrisponde all'unica immagine esistente dei killer, quella incisa sul video della telecamera di una delle banche rapinate in precedenza. Ancora non lo sanno, ma davanti a loro c'é Fabio Savi che sta facendo un sopralluogo di fronte a un possibile obiettivo. Inizia la caccia al killer. Lo seguono, lo perdono, lo ritrovano a Torriana mentre sale le scale della sua abitazione, al numero 29 di Piazza della Libertà. Poi se lo vedono sbucare davanti in un bar del paese in un primo, casuale, teso, incontro.

Cinque poliziotti, attrezzati, armati, preparati, senza scrupoli. Con le palette di servizio e i tesserini potevano perfino muoversi lungo le strade della Romagna, senza destare sospetto alcuno. I loro telefoni vengono messi sotto controllo, cominciano i pedinamenti di Fabio Savi. Si scopre chi è a muovere i fili. Il colpo è forte. I Savi vengono catturati insieme ai loro complici. Confessano, poi ritrattano, ma le prove sono talmente schiaccianti ed evidenti da non lasciare dubbi. I Tribunali di Rimini, Pesaro e Bologna li condannano all'ergastolo il 6 marzo 1996.

Chi erano veramente i componenti della Uno Bianca? Fanatici razzisti, rapinatori pieni di scrupoli, schegge impazzite di un disegno più complesso? Dopo il terrore scatenato nell'ex isola felice dell'Emilia Romagna tra il 1985 e il 1994, quattro processi con condanne pesantissime, rimangono molti dubbi. La reale motivazione che ha spinto i fratelli Savi e i loro complici è rimasta oscura. Così come le protezioni di cui hanno goduto, forse troppe per dei semplici rapinatori. C'era una mente dietro quella follia sanguinaria? Rosanna Zecchi é la presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della Uno Bianca. Almeno lei ha una risposta plausibile.

24 morti, 102 feriti, 103 azioni criminali: la banda della Uno Bianca (così definita perché utilizzava sempre una autovettura di quel tipo e colore) entrò in azione nel 1987. Tre uomini armati, efficienti e decisi, attaccavano supermercati coop, banche, caselli autostradali, distributori di benzina. Sovente il bottino era misero ma costante è l'utilizzo delle armi da fuoco che feriscono e uccidono benzinai, impiegati di banca, carabinieri, guardie giurate, testimoni, passanti.

Dal 1990 i bersagli diventano anche gli abitanti di campi nomadi (23 dicembre 1990) e gli immigrati nordafricani (18 agosto 1991).

Uno degli episodi più sanguinosi è la strage avvenuta al Pilastro (un quartiere popolare di Bologna). Qui, il 4 gennaio 1991 tre carabinieri in normale servizio di pattuglia vennero ammazzati a sangue freddo dagli uomini della Uno bianca.

I componenti di questa banda erano per la maggior parte poliziotti in servizio a Bologna: Roberto ed Alberto Savi (condannati all'ergastolo), Pietro Gugliotta (condannato a 15 anni) e Marino Occhipinti (ergastolo), Luca Vallicelli fu condannato per fatti marginali e patteggiò la pena. Un altro dei fratelli Savi, Fabio era l'ultimo componente della banda e fu condannato all'ergastolo.

http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=76997,1,1

http://www.misteriditalia.com/unobianca/

http://www2.radio24.ilsole24ore.com/speciali1/speciale_gialloenero20032004_3.htm

http://www.reti-invisibili.net/unobianca/


CONCORSI TRUCCATI A BOLOGNA

ESAMI FORENSI TRUCCATI

Infuria la polemica dopo la tre giorni di esami per gli aspiranti avvocati svoltasi al Palacongressi di Rimini. Molti praticanti e associazioni hanno segnalato ai commissari d’esame il fatto che alcune tracce dei temi da svolgere erano già state diffuse via internet ancor prima dell’inizio delle prove. Così è successo, secondo la testimonianza di qualcuno, che ci fossero candidati arrivati con il compito già fatto o quasi. Uno scandalo che potrebbe invalidare l’esame.

Tra i 2.400 candidati che hanno partecipato al durissimo esame di abilitazione alla professione di avvocato, nell’ultimo giorno di lavoro la tensione è stata altissima. Un po’ la difficoltà psicologica e fisica dell’esame, un po’ per le notizie sempre più diffuse di brogli e trucchi per scavalcare la prova.

Una tensione talmente alta che si sono registrati anche malori e addirittura una ragazza è stata soccorsa dai sanitari. Del resto per molti dei praticanti che hanno partecipato alle prove si tratta di un esame fondamentale per il proprio futuro professionale e non solo. Notizie di irregolarità sono arrivate anche da altre città d’Italia in cui si è svolto l’esame, ma ancora non è noto se siano state prese decisioni sulla validità delle prove.

TEST TRUCCATI: A BOLOGNA I QUIZ CON L'ALFABETO MUTO. LA MAGISTRATURA INDAGA

Indaga la magistratura sulle prove di ingresso a medicina

Continua ad allargarsi l'inchiesta sui test di ammissione alla facoltà di medicina, questa volta nel mirino della giustizia finisce l'ateneo di Bologna. Ora spetta al procuratore capo Enrico De Nicola e al sostituto Enrico Cieri fare luce su ciò che accadeva nel capoluogo emiliano, dopo che alcuni partecipanti hanno fornito la loro versione dei fatti su come andavano le prove. Ciò che emerge sono le solite buste sigillate e poi riaperte per correggere gli elaborati a tempo scaduto e figure presenti alla prova che con certi candidati assumevano il ruolo del suggeritore. Ma all'Università di Bologna spunta una nuova peculiarità nei metodi adottati per passare la prova: si usava l'alfabeto muto per ottenere le risposte esatte dei quiz.

A dare il via all'inchiesta, riporta il Messaggero, sarebbero state quattro ragazze che nel mese di settembre hanno sostenuto la prova e ora hanno mandato un esposto alla Procura. Nelle carte si parlerebbe di un via-vai molto sospetto di studenti avanti in età che sembravano assumere il ruolo di suggeritori di alcuni candidati. Ora sulla vicenda indaga la magistratura.

Sono quarantasei gli avvisi di fine indagine inviati dal Pm di Bologna Enrico Cieri nell'inchiesta sui concorsi di medicina dell'Università emiliana che sarebbero stati "pilotati" e sui rapporti anomali tra case farmaceutiche e medici. Richiesta di archiviazione per il Rettore Calzolari. Tra i destinatari ci sono anche la preside della facoltà di medicina dell' università di Bologna, Maria Paola Landini,e il direttore del dipartimento di medicina interna e gastroenterologia del capoluogo emiliano, prof.Roberto Corinaldesi.

Sono però cadute accuse di associazione per delinquere e per alcuni fatti di corruzione. Parallelamente ci sono 28 richieste di archiviazione per altrettanti indagati, tra cui il rettore dell'ateneo bolognese Pier Ugo Calzolari.

Nella tranche relativa alle case farmaceutiche sono chiamate in causa come responsabili amministrative per fatti di corruzione due aziende. Per altre cinque imprese farmaceutiche c'è l'uscita dall'inchiesta. Degli 11 concorsi, tenuti in varie università italiane, per quattro c'è stata l'archiviazione. Negli altri sette, quasi tutti di gastroenterologia, uno di igiene, sono state riscontrati - secondo le indagini di Cieri e della Guardia di Finanza - i reati di abuso d'ufficio e falso in atto pubblico.

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