I BRESCIANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!


Le Iene - Brescia 1911
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AVVOCATOPOLI

DA BRESCIA A REGGIO CALABRIA. COSI’ IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, MARIASTELLA GELMINI, DIVENTO’ AVVOCATO.

L'esame di abilitazione all'albo nel 2001. Il Ministro dell'Istruzione: «Dovevo lavorare subito».

Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini.

La notizia, stupefacente è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l'hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po' di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, Presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell'esame. Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d'esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%. Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini.

Va be' ! Però una volta divenuti avvocati, pur con concorso truccato, ci si deve attenere alla correttezza e alla probità. O no ?!?

Sostituiva la sorella gemella quando era giudice di pace.

Si è concluso con due condanne il processo in tribunale a Brescia nei confronti di due gemelle milanesi di 54 anni coinvolte in una vicenda di falso ideologico. Gabriella e Patrizia Odisio sono due gemelle molto somiglianti tra loro. Ma solo la prima all'epoca dei fatti, tra il 1998 e il 2001, era già avvocato: la seconda lo è diventata successivamente.

Nonostante questo Patrizia Odisio, sfruttando la somiglianza, sulla base di quanto denunciato da un vigile urbano in pensione, avrebbe sostituito la sorella, d'accordo con lei, durante le udienze.

Questo sarebbe avvenuto, in particolare, quando Gabriella Odisio era impegnata come giudice di pace. Il pensionato se n'è accorto e ha sporto denuncia. Le due sorelle sono state condannate a un anno e tre mesi, con la sospensione della pena, per falso ideologico. Gabriella Odisio era accusata anche di truffa e falsità ideologica in certificato amministrativo, ma è stata assolta da queste accuse. Le due gemelle non si sono mai presentate in aula durante il processo a Brescia.

http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_04/stella_dbaef098-7a47-11dd-a3dd-00144f02aabc.shtml

http://milano.repubblica.it/dettaglio/brescia-sostituiva-la-sorella-gemella-quando-era-giudice-di-pace:-condannate/1764436


USUROPOLI

TASSO AL 446%: NON E’ USURA !!

Le archiviazioni dei procedimenti penali, inibiscono ogni forma di ribellione e di lotta contro il reato di usura e di estorsione. Ogni proclama a tutela delle vittime è solo specchio per le allodole, perché senza condanna non c’è indennizzo statale.

La sig.ra Lorena Sacchi di Brescia combatte da anni contro il sistema dell’usura e dell’estorsione. Per quanto le riguarda, a fronte del tasso usurario del 446 % a suo danno riscontrato dal perito della Procura di Brescia, inspiegabilmente lo stesso Ufficio requirente ha richiesto l’archiviazione del procedimento 9097/02 RG. L’opposizione presentata ha avuto esito negativo. Con i tempi della giustizia il reato di estorsione è prescritto, ben 6 anni di fase di indagini preliminari.

Non si deve pensare che questi tipi di reati siano di pertinenza esclusivamente meridionale, per il sol fatto che la magistratura archivia e i media tacciono. Sotto la cenere del perbenismo cova una coltre di illegalità impunita e sottaciuta e a farne le spese sono tantissimi cittadini come la sig.ra Sacchi. Dai dati ufficiali, riscontrabili su www.controtuttelemafie.it al link malagiustiziopoli, si evidenzia che solo 4 reati su 100 sono puniti, e solo il 69 % dei reati è denunciato.

 http://www.adnkronos.com:80/IGN/UGC/?ugcid=14280 


SICUREZZOPOLI

Si è concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e il 2005.

Le condanne sono state emesse dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e dei due ideatori ed esecutori dei reati.

I condannati sono agenti che lavoravano presso la Squadra Volanti della Questura di Milano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".

A volte accettavano promesse "di pagamento della metà del valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro di prezzo dell’acquisto".

Di stesso tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008 la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009 altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni spacciatori.

http://ilgiorno.ilsole24ore.com/milano/2009/07/14/205366-abuso_potere_mentre_erano_servizio.shtml

http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/69414_rapina_e_estorsione_poliziotti_condannati/


MAGISTROPOLI

LA BANDA IN DIVISA.

Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.

Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.

Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».

Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.

Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.

«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.

Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».

E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.

Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?

La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.

Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.

Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».

http://www.unita.it/news/82144/la_banda_in_divisa


IMPUNITOPOLI

Giudice fannullone per cinque anni Assolto: "La moglie l'ha lasciato...". Fatto allucinante di abusi ed impunità riportato da “Il Giornale”.

Non stava bene, il giudice. E non da ieri. A dire il vero, erano anni che aveva la testa altrove. Cinque anni. Così preso dai suoi problemi familiari, il magistrato, da accumulare fascicoli sulla sua scrivania. Un monte di carte. Però non s’è arreso. O meglio, non ha mollato la presa. Quell’ufficio l’ha tenuto occupato, pur facendo poco o nulla di quanto gli veniva richiesto. E anche se a mezzo servizio (e forse anche meno), ogni mese è passato all’incasso. Stipendio e anzianità di servizio. Insomma, quel che si dice una carriera. Finché il giocattolo si è rotto. Finché, cioè, qualcuno non ha presentato un esposto al Csm e una denuncia penale. Così il magistrato è stato rinviato a giudizio dal gip di Brescia con l’accusa di omissione in atti d’ufficio. Con il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 4 mesi. E con l’imputato che ha ammesso che era vero, aveva accumulato ritardi, ma il fatto è che la moglie l’aveva lasciato e per questo non riusciva più a lavorare. E per dire quanto stava male, ha spiegato che il problema non riguardava solo il caso per cui si trovava a processo, ma qualcosa come 300 (trecento!) fascicoli. E com’è andata a finire? Assolto nel giro di una mattinata. Per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè, mica colpa sua. È che da quando la consorte l’ha mollato non ce l’ha più fatta.

La storia di Giuseppe Maria Blumetti, giudice della sesta sezione civile del Tribunale di Milano, parte da lontano. E inizia, più o meno, dieci anni fa. Quando sulla sua scrivania finisce una causa di separazione come ce n’è a migliaia nel Palazzaccio del capoluogo lombardo. Una pratica banale. Il magistrato era chiamato a stabilire - sulla base di una perizia - il valore di alcuni beni attribuiti da una precedente sentenza a un marito, ma che la moglie aveva fatto sparire. In altre parole, l’uomo - non potendo mettere le mani su quei beni - chiedeva di poterne almeno monetizzare il prezzo. Nel 2001, inizia la causa per l’accertamento del valore. Nel 2003, viene depositata la perizia (che fissa la cifra di 230mila euro). Poi, il buio. Codice alla mano, il giudice avrebbe avuto 30 giorni di tempo per firmare la sua ordinanza. Ma siccome siamo in Italia, come spesso accade quei trenta giorni vengono dilatati dal processo civile. Due mesi. Tre mesi. Sei mesi. Un anno. Due. Niente. La sentenza non arriva. L’avvocato che segue la causa tra marito e moglie cerca di sollecitare la pratica, ma dall’ufficio del giudice nessuna risposta. I colleghi del magistrato allargano le braccia, ammettendo di essere a conoscenza del problema ma non sapendo come risolverlo. Fino a quando il legale non decide che la misura è colma, e nel 2008 - cioè, dopo cinque anni di inutile attesa - presenta un esposto al Consiglio superiore della magistratura (che avrebbe sospeso la toga dalle funzioni) e una denuncia penale. E così il giudice «lumaca» finisce a processo.

Quel che accade davanti al collegio della I sezione del tribunale di Brescia, però, ha il sapore del grottesco. La prima udienza, infatti, è anche l’ultima. Al pubblico ministero e all’avvocato di parte civile, che si attendevano un’udienza «filtro» per iniziare a discutere del caso, viene comunicato che la vicenda va affrontata senza perdere altro tempo, che si procede all’immediata discussione, che ci sarà la camera di consiglio e la sentenza. È il 18 marzo 2010. Il giudice-imputato spiega al collegio che la ragioni di quel ritardo erano dovute al suo stato di prostrazione psichica (e a riprova porta due perizie), e che le sue difficoltà l’avevano portato a trascurare qualcosa come 300 fascicoli che gli erano stati affidati. Non esattamente un’attenuante. Avrebbe potuto prendersi un periodo di malattia, un’aspettativa, ammettere di non essere in grado di fare fronte al carico di lavoro e passare la mano a qualche collega. Avrebbe potuto - extrema ratio - persino dimettersi. E invece no. Ha accumulato ritardi su ritardi. E pace a chi chiede alla giustizia di essere - se non rapida - almeno decente. Il Tribunale, però, l’ha assolto per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè non c’è il dolo, e - soprattutto - l’imputato era afflitto da una condizione che gli impediva sì di assolvere le sue funzioni, ma non di vedersi accreditato lo stipendio ogni mese, per dodici mesi, nei cinque anni in cui non ha fatto nulla. Ma se non poteva lavorare, per quale ragione non l’ha responsabilmente ammesso prima di mettere un’altra zavorra al sistema? Tant’è, assolto. Subito. Nel giro di una mattinata. In due ore. E poi si dice che non esiste il processo breve.

http://www.ilgiornale.it/interni/giudice_depresso_puo_fare_fannullone/14-04-2010/articolo-id=437541-page=0-comments=1