
I CASERTANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
SCUOLA PUBBLICA E PARITARIA
Caserta, il boom delle "paritarie". Il Reportage di Mario Reggio.
Per ogni scuola pubblica due private. Viaggio nella provincia che detiene il primato nazionale degli istituti paritari: quasi quattrocento contro i 217 statali. Ma dietro a questo successo c'è spesso un segreto inconfessabile: buste paga in ordine, ma in realtà stipendi al nero di poche centinaia di euro. E i prof ci stanno un po' per paura e un po' perchè è l'unico modo di fare punti per i concorsi. Caserta, Santa Maria Capua Vetere, Capua, Aversa. Un interminabile serpente di case e palazzi. Traffico caotico ma vivace. Lungo i chilometri d'asfalto decine di cartelloni pubblicitari: istituto paritario... scuola materna e primaria. Istituto paritario... recupero anni scolastici, dalla primaria al diploma. “La provincia di Caserta vanta il record nazionale delle scuole paritarie – spiega Enrico Grillo, segretario provinciale della Cgil Scuola, il nostro chaperon nel viaggio alla scoperta di questo mondo sommerso – qui da noi le scuole statali sono 217, mentre quelle paritarie sfiorano quota quattrocento. Su scala nazionale, il rapporto è 74 per cento di scuole statali e 24 per cento paritarie”.
Prima tappa del viaggio Santa Maria Capua Vetere. Il primo incontro con l'insegnante di una elementare paritaria è un flop. “Niente macchina da presa, niente registratore, non vi dico neanche il mio nome – taglia corto – non voglio passare guai, io sto lì solo per accumulare punteggio. Altro non vi dico”. Il secondo appuntamento va meglio. Dopo molte insistenze la maestra accetta di parlare. “La telecamera va bene, ma io mi metto di spalle e dobbiamo togliere tutto quello che potrebbe far capire in che posto ci troviamo”. La tensione si scioglie e le prime verità vengono a galla. “Alla fine del mese ti danno il foglio stipendio legale, ma in realtà la tua paga non supera i 250 euro al mese, non hai orari né ferie e, se ti va male, ti paghi anche i contributi. L'unico mio obiettivo è incassare alla fine dell'anno i dodici punti che, assieme agli altri accumulati negli anni, mi permetteranno di fare un concorso nella scuola pubblica”. Marta, nome di fantasia come tutti quelli che seguiranno, saluta: “Mi raccomando non fatemi passare guai”.
Si risale in macchina, il traffico è meno caotico perchè è ora di pranzo, obiettivo una trattoria di Capua. Ad attenderci il signor Roberto, un uomo sulla cinquantina, giacca e cravatta, sguardo preoccupato. Lo chef consiglia minestrone, pasta e fagioli, gnocchi alla sorrentina, vino rosso della casa. Il signor Roberto non è insegnante, lavora come contabile da molti anni in una scuola paritaria che dalla materna ti porta al liceo. “Il corpo docente è di buon livello, ma il meccanismo è sempre lo stesso: buste paga ufficiali e retribuzioni in nero. Da noi, però, si pagano i contributi. I docenti più esperti e fedeli arrivano a prendere anche 700 euro al mese. Il padrone è un imprenditore che ha capito come la scuola può essere fonte di lauti guadagni. Da noi c'è il tempo pieno alle elementari e si applica il modulo delle tre maestre. I bambini entrano alle otto del mattino e escono alle cinque del pomeriggio. La retta non è esosa: 300 euro al mese, più l'iscrizione e la mensa. Le domande di iscrizione sono in continuo aumento. Poi abbiamo il recupero degli anni scolastici”. Come funziona? Il signor Roberto vuota il sacco: “Molti degli studenti delle superiori vengono da altri comuni e alcuni da fuori regione. Il primo passaggio è il certificato di residenza dell'allievo, che deve soggiornare nel comune dove sta la scuola – spiega – ma non è difficile, abbiamo ottimi rapporti sia con il Comune che con la Provincia, come dire che non si nega un favore ad un amico. Lo studente in realtà è presente solo alcuni giorni a settimana, segue i corsi, recupera gli anni e alla fine arriva alla maturità. I prezzi variano da duemila a tremila euro l'anno, poi la tassa per l'esame finale. Più tardi ci si iscrive e più sale il prezzo”. Signor Roberto, nelle scuole paritarie c'è la camorra? “La gente vuole stare tranquilla, non vuole guai. D'altro canto, basta avere un prestanome e tutto si risolve. Nessuno le dirà se c'è e dove sta la camorra. Qui ci conviviamo da anni e conosciamo anche il loro codice. Se rompi le scatole, per prima cosa ti trovi sotto casa un uomo che ti dice buongiorno, volta le spalle e se ne va – racconta Roberto –. Se continui, arriva a casa una telefonata anonima. Se insisti, ti sparisce la macchina, ma spesso te la fanno ritrovare sotto casa dopo un paio di giorni. L'ultimo avviso consiste nel darti fuoco all'automobile. La gente non vuole guai”. La lunga chiaccherata si conclude con due caffè forti, neri, fatti con la macchinetta napoletana. Il signor Roberto esce prima e sparisce.
Di nuovo in macchina, destinazione la Camera del Lavoro di Aversa. Il traffico è ripreso, caotico, eppure nessuno mostra nervosismo anche quando due giovani in moto e senza casco ti tagliano la strada all'improvviso. “Qui c'è rassegnazione, ed è un veleno che uccide la società civile – dice Enrico Grillo –. La gente non parla, tutti sanno, ma sono in pochi quelli che denunciano, intanto l'imprenditoria intelligente sta approfittando dell'agonia della scuola pubblica per aumentare il numero di studenti e ci sta riuscendo. Nella statale si tagliano le cattedre, il tempo pieno non esiste più ed è scontato che i genitori che lavorano fanno uno sforzo per mandare i loro figli in una scuola paritaria dove si fa anche quello che un tempo si chiamava doposcuola. Molte delle scuole paritarie pagano i docenti poche centinaia di euro, quindi i costi di esercizio sono molto bassi, poi hanno anche i contributi statali. In Campania sono più di 35 milioni di euro”. L'Ufficio scolastico regionale esegue i controlli periodici che è tenuto a fare per legge? “L'Ufficio è in condizioni disastrose – commenta Grillo – dovrebbe avere in organico trenta ispettori invece ce ne sono solo quindici per tutto il territorio regionale". E le poche volte che parte un ispettore da Napoli alla scuola arriva immancabilmente una telefonata che annuncia la visita. Imprigionati nel traffico di Aversa, c'è la possibilità di dare uno sguardo intorno. Sul corso s'innalza un palazzo di sei piani, color sabbia, tre terrazzi per piano, segno evidente che si tratta di una costruzione destinata alla “civile abitazione”. Invece no. All'entrata un cartellone: liceo statale G. Siani. La scuola è dedicata al cronista del Mattino ucciso dalla camorra. Seconda sorpresa, il palazzo è “fittato”, come si dice da queste parti, da un privato alla Provincia per quattro milioni di euro l'anno. Dopo quattro traverse appare la Camera del Lavoro. Lì dovrebbero aspettarci cinque insegnanti. L'appuntamento è per le 17. Si fanno le cinque e mezza ma non si vede nessuno. Poi nella stanza fa capolino una giovane. Appena vede la telecamera mostra segni di nervosismo. “Non voglio essere ripresa. Posso dirvi solo che ho lavorato in una scuola primaria, mi davano 250 euro al mese e facevo di tutto: badavo ai bambini, pulivo le classi, facevo anche la spesa per la direttrice. Una volta arrivò un ispettore, ma noi giovani eravamo già uscite in strada. Ora lavoro in una scuola di suore e tutto va bene”. Poi arriva Arianna che accetta di farsi riprendere, ma di spalle. La sua storia è uguale a tutte le altre. “Sono sei anni che lavoro in quella scuola, non vedo l'ora di andarmene e con il punteggio accumulato fare un concorso nella scuola pubblica”.
Il ritorno a Caserta è faticoso: decine di camion che sfrecciano a tutta velocità, auto che viaggiano a fari spenti, mentre due elicotteri dei carabinieri volteggiano nel cielo scuro. “A quelli ci siamo abituati e nessuno ci fa caso”, commenta Enrico Grillo. Nessuno poteva immaginare che si trattava dei preparativi per la cattura di Michele Zagaria. Finalmente Caserta. All'orizzonte fari e luci illuminano a giorno il “Centro Campania”. “E' il centro commerciale più grande della Campania, sono riusciti a stravolgere il piano regolatore per costruire questi enormi viadotti che portano alla struttura. Qui ogni domenica si forma un ingorgo gigantesco, la gente viene anche dalle altre province”. Chi può aver investito tutti quei soldi? Tutti lo sanno ma nessuno pronuncia la parola che fa paura.
POLITICA E CAMORRA
L'ANTICAMORRA? IN UNA STALLA.
Così come dall’inchiesta di “La Repubblica”. Testi e Video: Caserta, tra polvere e topi contro il clan dei Casalesi. Commissariati ridotti a porcili, uffici in condizioni tali per cui non è possibile viverci o lavorarci. Lo dicono gli ispettori più volte chiamati a verificare gli ambienti in cui lo Stato dovrebbe "riaffermare la propria presenza sul territorio". La frase è del ministro Maroni, ma i fatti raccontano una realtà di incredibile degrado.
Commissariati anticamorra come "stalle". Poliziotti costretti a vivere in uffici "in stato di totale abbandono in termini di pulizie" nei quali sono "violate le più elementari norme della legge 626 sulla sicurezza nei posti di lavoro". Accade nel Casertano, terra di Gomorra, quartier generale della Polizia di Stato della lotta al clan dei Casalesi. È qui il posto che il ministero dell'Interno ha elevato a esempio (il cosiddetto "modello Caserta"), di come si combatte la malavita organizzata e di come - sono le parole del ministro Maroni pronunciate nel 2009, all'indomani della strage di Castelvolturno nella quale i camorristi trucidarono 6 senegalesi - "lo Stato deve riaffermare la propria presenza sul territorio".
Ma è in questo contesto di frontiera che si registra la ribellione degli agenti, che insorgono contro il ministero dell'Interno che li "ha abbandonati" al loro destino, lasciandoli in mezzo a "spazzatura, disordine e sporcizia", "in locali disastrati" come quelli del posto fisso di polizia di Casapesenna e della Squadra Mobile di Casal di Principe, la città indicata dallo scrittore Roberto Saviano come il "cuore" del clan dei Casalesi.
La denuncia, senza precedenti in Italia, viene dai sindacati di polizia (in particolare dal Siap) ed è stata rivolta direttamente al prefetto di Caserta. "Metà questura - denuncia in Prefettura il segretario provinciale Siap, Silvio Iannotta - e l'80 per cento dei commissariati del Casertano versano in una situazione di degrado diventata intollerabile per l'inesistenza delle più elementari regole d'igiene dei locali". "Da diverse settimane - si legge ancora nella denuncia - non si effettuano più pulizie in taluni uffici. Ciò provoca un estremo disagio non solo per gli agenti che vi devono lavorare, ma anche per gli utenti che, recandosi in questi uffici, sono pervasi da un sentimento di chiaro imbarazzo per la disattenzione della legge 626".
La denuncia al prefetto dei sindacati di polizia trae forza dalle relazioni tecniche del Servizio di prevenzione e Protezione della Questura che da due anni a questa parte ha effettuato decine di sopralluoghi corredati da centinaia di fotografie. Immagini che dimostrano come l'80 per cento dei commissariati in terra di camorra, in quel "modello Caserta" fiore all'occhiello di Maroni, da Aversa a Marcianise, da Sessa Aurunca a Castelvolturno, da Casal di Principe a Casalpesenna (ma anche metà della stessa Questura di Caserta), si trovino "in condizioni scadentissime". Fili elettrici scoperti, uffici trasformati in depositi di immondizia, sedie rotte, bagni inagibili, muri scrostati, autorimesse diventate discariche, macchie di olio, scatoloni ammucchiati alla rinfusa, batterie rotte, pezzi di computer, infissi rotti abbandonati, faldoni giudiziari rosi dall'umidità. E poi mucchi di spazzatura ovunque, muffa, ruggine, incrostazioni, disordine, aria resa insalubre dalla mancanza di finestre, presenza di insetti, di topi. Una vetrata andata in frantumi per una sparatoria avvenuta 9 anni fa non è mai stata sostituita. Secondo i verbali redatti dal responasbile del Servizio di prevenzione, dottor Aldo Poli, e dal Medico competente dottoressa Alessandra Zibella, ad Aversa, ad esempio - dove si nascondeva il boss Michele Zagaria - "gli alloggi collettivi di servizio del commissariato sono assolutamente inadeguati".
"L'ambiente è insalubre - si legge ancora nella relazione del 29 marzo scorso - per uno scadentissimo livello delle pulizie, per la presenza di servizi igienici deficitari, incrostati e malfunzionanti, per vistose infiltrazioni di umidità e per la presenza di materiale lettereccio e di arredo accantonato nei corridoi". A Castelvolturno, teatro della strage del 18 settembre 2008, "le condizioni igienico sanitarie in cui versa la struttura di polizia - scrivono i dottori Poli e Zibella - risultano seriamente compromesse. Il livello delle pulizie nei bagni e negli spogliatoi è assai deficitario". E poi: "L'autorimessa versa in totale stato di abbandono. E l'inferriata sovrastante il cancello automatico di ingresso, causa presenza di ampie zone di ruggine, è a forte pericolo di crollo". Nella Questura di Caserta, annotano i due ispettori, "nell'autorimessa le condizioni igienico sanitarie sono pessime. Nel magazzino vestiario l'aria è pesante e l'ambiente insalubre per chi vi lavora. I locali della Scientifica presentano criticità per l'inquinamento dell'aria. L'armeria non ha un idoneo impianto antincendio. Gli infissi del magazzino Immigrazione sono sudici. Il pavimento dell'Urp è in condizioni igieniche scadentissime, le condizioni igienico sanitarie dei bagni vicino all'ufficio Immigrazione sono inaccettabili".
"La situazione è drammatica - conferma Giuseppe Tiani, il segretario nazionale del Siap - perché queste criticità sono state denunciate da almeno un anno, ma in questi 12 mesi nulla è stato fatto. Anzi le condizioni igieniche sono addirittura peggiorate in tutti gli uffici ispezionati. Non è così, lasciando i poliziotti che lottano la camorra in questo stato di umiliante degrado, che si combatte la camorra. Il governo da una parte fa vedere i muscoli approvando leggi antimafia, dall'altra, però, con i tagli di risorse al Comparto sicurezza, provoca malessere tra i poliziotti che quelle leggi devono applicare: gli agenti abbandonati in strutture fatiscenti, in vere e proprie "stalle", subiscono una demotivazione professionale perché non sentono un riconoscimento oggettivo del loro lavoro. E non vorremmo che quel malessere che serpeggia da tempo fra le forze dell'ordine sia un messaggio interpretato dalla camorra come un abbassamento della guardia". Giuseppe Tiani, segretario generale Siap, denuncia: "Il problema del crimine è serio, è antico, e va combattuto sul piano strutturale. Ma se le strutture sono queste, credo che avremo difficoltà. Ormai affidiamo la nostra sicurezza alla forza di volontà".
La lotta alla camorra ed alla illegalità non deve essere, né sembrare, lotta di parte o di facciata.
Nè deve mirare a criminalizzare una intera classe politica o a denigrare l’immagine di una regione, forte della sua storia, cultura e tradizione. I media nel nord vanno a nozze nel creare un solco incolmabile con la loro Padania.
La sinistra non si deve appropriare di una battaglia di civiltà, per il sol fatto di essere capace di fare corpo unico nella difesa della sue fazioni, delle sue posizioni, delle sue bandiere.
Ognuno di noi ha scheletri nell’armadio. Nessuno viene da Marte.
L’onestà intellettuale pretende che nessuno si erga a paladino della legalità e della ragione, sbandierando la sua presunta superiorità morale.
Noi, “Associazione Contro Tutte le Mafie”, unico sodalizio nazionale pluritematico, ben conosciamo tutte le realtà: dall'Alto Adige alla Sicilia. In loco abbiamo denunciato infiltrazioni camorristiche nella vicina provincia di Latina, con conseguente sospensione delle giunte comunali interessate.
Abbiamo scritto un libro che parla delle nefandezze italiane, taciute dai media ed impunite dalle istituzioni.
Di contro abbiamo avuto attacchi dalla mafia e dall’antimafia.
Purtroppo, a ragion veduta, non siamo di sinistra, né santifichiamo i magistrati. E questo ci penalizza.
Ma la realtà deve essere conosciuta da tutti, pur pagando, noi, un prezzo altissimo per le nostre esistenze.
Sul Magazine del Corriere della Sera del 15 ottobre 2009, pag 78, vi è «L’intervista » di Vittorio Zincone a Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli.
Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare controcorrente sul tema Saviano è impegnativo.
Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: "A noi della squadra mobile fu data la delega per riscontrare quel che Roberto Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta. Ho arrestato centinaia di delinquenti - ha aggiunto il capo della squadra mobile - Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. Resto perplesso quando vedo scortate persone, che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti, che combattono la camorra da anni. 'Gomorra' ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un'immagine eroica della lotta alla criminalità" perché "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare".
All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.
Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?
E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti, presidente di "Libera", non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
A tal proposito vi è l’intervento di Vittorio Sgarbi, critico d’arte, opinionista Tv, già parlamentare e sindaco di Salemi, in Sicilia: “sono anche uomo di parola, e di denuncia, ma senza accettare regole e senza essere iscritto al club dei professionisti dell’antimafia.
Cosicché senza avere il sostegno di Repubblica, di Annozero, di Marco Travaglio, di Rita Borsellino, di Sonia Alfano, quando io ho denunciato gli interessi della mafia della schifosa impresa dei parchi eolici, improvvisamente cresciuti nella provincia di Trapani, nessuno, dico nessuno, dei sopra citati professionisti dell’antimafia (diversamente da quanto è accaduto in Sardegna) mi ha seguito e sostenuto, con l’eccezione del sindaco di Gela, Rosario Crocetta. E sarei stato ancora più solo se un’indagine della magistratura non avesse portato all’arresto di tredici persone, tra imprenditori, politici e mafiosi, sotto il controllo di Messina Denaro, a conferma delle mie posizioni. La lotta continua e nel frattempo ho ricevuto buste con pallottole, teste mozze di maiale, cani morti e innumerevoli, quotidiane, telefonate anonime.
La premessa era necessaria per dire che anch’io, come Saviano, sono sotto scorta, nella forma più lieve della cosiddetta «tutela», assegnatami dopo le minacce e con l’obiettivo di prevenire rischi per rivendicazioni annunciate perché io sono in una posizione singolare: sono minacciato anche dall’antimafia, o sedicente tale che non mi perdona le critiche alla magistratura e in particolare a Caselli e si apposta, con evidente intenzione provocatoria e inevitabili telecamere a ogni mio incontro pubblico, non per sostenere la mia azione contro la mafia, ma per denunciare le mie critiche all’antimafia. Basterà ricordare la mia presa di posizione rispetto al suicidio del giudice Lombardini dopo essere stato interrogato nel suo ufficio a Cagliari dai magistrati di Palermo e sull’arresto di un prete, padre Frititta, mostrato in manette perché accusato di avere confessato un mafioso, e poi, naturalmente, assolto perché il fatto non sussisteva nell’indifferenza generale. Ma non è consentito criticare gli intoccabili, indicare le loro distrazioni, l’impegno straordinario su falsi obiettivi, i veri obiettivi mancanti.
Ne consegue che io mi sono trovato paradossalmente minacciato dalla mafia e dall’antimafia, non essendo, come Roberto Saviano, politicamente corretto, e cioè da una parte sola. “Gomorra”. Un libro Mondadori, una pubblicità Mondatori (la Mondadori dell’odiato Berlusconi, ndr). Niente di male ma, mentre si invoca la libertà di parola per sé, eroe minacciato, si indicano i nemici in altri, che hanno o dovrebbero avere diritto di legittima critica, o per lo meno di dubbio, e che sono accusati di non difendere il minacciato Saviano, di abbandonarlo, di far mancare «l’impegno unitario» di stare con lui, dalla sua parte e di proteggerlo.
Chi lo critica non ha nome, non merita di essere citato, è «un funzionario». Saviano scrive «Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero de Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario». Toccherà a me dire che il «funzionario» è Vittorio Pisani. Un uomo che rischia la vita. Mi sia consentito dargli parola per rispondere a Saviano: «Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato… Be’, giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta». Che ragioni ha Pisani di esporsi, mettersi contro tutti e dire quello che ha detto? Non c’è antipatia nella sua intervista e non c’è neppure contrapposizione politica. Semplicemente la consapevolezza che le cose che ha scritto Saviano le hanno scritte altri giornalisti, senza pubblicare libri fortunati e reclamizzati, senza fare le vittime e senza avere scorte. Il fatto è che, come alcuni, come i magistrati di Palermo, come il presidente della Repubblica, Saviano appartiene alla categoria degli intoccabili. Io invece a quella dei toccabili. Faccio e ricevo critiche e non esalto la mafia descrivendomi come un eroe minacciato dall’antimafia. Non riesco a dividere il mondo in buoni e cattivi. Non sono fiero, ma sono incazzato contro chi vede distruggere la Sicilia, la Campania, la Puglia e tace raccontando di essere minacciato. Ma Saviano ha mai visto la distruzione del paesaggio fatta nelle regioni meridionali dagli speculatori dell’eolico, crocefiggendo montagne, solo per cupidigia di denaro?
E perché ha taciuto? E perché tace? E con lui tutti gli amici di Beppe Grillo, di Travaglio, di Di Pietro, di Santoro pronti a esprimere solidarietà e a firmare appelli. Io sto con Vittorio Pisani e credo alla sua parola e al suo impegno di poliziotto. Saviano ricorderà che Montanelli fu gambizzato, che Costanzo sfuggì a un attentato, e che altri giornalisti come Walter Tobagi, o Peppino Impastato (non solo magistrati) sono stati uccisi. I giornalisti che dicono la verità sono a rischio, siamo a rischio, ma nessuno può pretendere di essere intoccabile, nessuno ha diritto di indignarsi o di fare emozioni degli affetti per una critica, né Saviano, né il presidente della Repubblica.
A meno che non aspirino e non glielo vorrei augurare a diventare come padre Pio, e a pretendere non ragionamenti, valutazioni, discussioni, ma atti di fede. Con questa logica, come chi critica il capo dello Stato, anche chi critica Saviano rischierà di essere processato per vilipendio a «professionista dell’antimafia». Sciascia laico e irriverente, resterebbe senza parole. Lui, non «intoccabile», ma toccabilissimo (dalla sinistra, ndr).”
QUANDO LA QUESTIONE MORALE E’ BIPARTIZAN.
Antonio Giangrande: “La presente inchiesta coordina varie fonti pubbliche, in calce citate, che da sole non sarebbero state esaustive della realtà dei fatti. Le contrapposizioni ideologiche delle fonti, o il mancato intervento della magistratura, ha imposto il coordinamento e l’aggiunta delle posizioni di alcuni esponenti politici, che non risultano indagati, ma che meritano di essere conosciute.
Giusto per fare un quadro politico completo ed imparziale e per svelare improbabili superiorità morali. In questo modo nessuno si sentirà discriminato.
Siamo garantisti, per questo diamo la parola prima ai protagonisti”.
Per tutti parla Mario Landolfi: «In Campania sono inquisiti Bassolino, Mastella, Pecoraro Scanio, Bocchino e sono inquisito anch’io. O c’è un’epidemia o c’è un certo protagonismo giudiziario. Protagonismo che meriterebbe maggiore attenzione».
C’è il politico che prende voti grazie al sostegno della camorra e quello che cambia in continuazione casacca, c’è l’ex ministro della giustizia e i suoi intrecci familiari e l’assessore comunale, che trucca atti pubblici per entrare nelle grazie dell’imprenditore di turno. E’ una fotografia impietosa della situazione politica di Napoli e della Campania quella scattata da Bruno De Stefano e Vincenzo Iurillo, autori de La casta della mondezza. Ma la nostra inchiesta va molto oltre, per non essere tacciati di parzialità.
Oltre 50 politici coinvolti nelle inchieste. Da Bassolino a Landolfi, il fronte bipartisan. I più importanti in ordine alfabetico.
Politici di grande rilievo, anche nazionale, sotto inchiesta per i reati più gravi. Ecco la classe dirigente della Campania. Parlamentari, amministratori, consiglieri regionali di sinistra, di centro e di destra, in una terra attraversata da una questione morale bipartisan.
I leader di una regione che dal 2000 ha speso 13 miliardi di fondi europei e sta per investirne altri 15. Una regione caduta nel baratro dell’emergenza spazzatura, la più grave catastrofe ambientale dai tempi del colera. Una regione in cui intere aree sono soggiogate da una camorra sanguinaria, che la politica ha combattuto con risultati altalenanti, oppure, nei casi peggiori, ha sfruttato scendendo a patti coi clan,. Secondo stime prudenziali sono almeno una cinquantina i politici indagati in Campania. In una regione ad alta densità criminale, la politica avrebbe dovuto produrre anticorpi più resistenti al rischio di infiltrazioni e degenerazioni nella gestione della cosa pubblica. Invece a Napoli e dintorni è accaduto esattamente il contrario. C’ è chi è accusato di truccare appalti, chi di associazione per delinquere. C’è l’imputato di omicidio colposo per non esserci accorto di una situazione di pericolo e c’è l’indagato di riciclaggio.
Luigi Anzalone. Ex presidente della Provincia di Avellino, consigliere regionale del Pd, Anzalone è imputato in Appello per omicidio colposo plurimo in seguito alla frana della montagna di Pizzo Alvano, a Quindici, del 5 maggio ’98. Undici le vittime. In primo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. Stamane potrebbe uscire la sentenza di secondo grado.
Antonio Bassolino. Governatore della Campania, membro dell’assemblea nazionale del Pd. È imputato per truffa aggravata e frode in pubbliche forniture nell’ambito del processo sul disastro rifiuti. In uno stralcio del procedimento, relativo alle consulenze del commissariato di governo per l’emergenza spazzatura, deve difendersi da una richiesta di rinvio a giudizio per peculato e falso. Un altro procedimento, relativo alle spese dei lavori di un casale in Toscana, è stato trasferito alla Procura di Arezzo. La Corte dei conti lo ha condannato due volte in primo grado per risarcire gli sprechi della sua gestione commissariale: dovrebbe versare più di 3 milioni di euro. Su entrambe le sentenze pende un ricorso. Il presidente della Regione Campania è stato imputato con altri 25, tra cui i vertici della Impregilo nel processo sui rifiuti in qualità di commissario straordinario per abuso d'ufficio, frode in forniture pubbliche, violazioni ambientali e truffa aggravata. Il processo è da un anno nella fase dibattimentale. Ha fatto discutere non poco la lista che annovera ben 536 testimoni e che rallenta di fatto l'arrivo di una sentenza, facilitando il sopraggiungere della prescrizione. I numerosi rinvii delle udienze si sono avuti nella prima fase del dibattimento anche per i continui cambi alla presidenza del collegio giudicante ora guidato da Adele Scaramella. Bassolino risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta sulle bonifiche ambientali. La Corte dei Conti ha invece stabilito in primo grado la responsabilità del governatore, in qualità di commissario ai rifiuti, per il progetto Sirenetta. La sentenza è stata impugnata in appello di fronte alle sezioni centrali. Giudicata eccessiva la spesa di 47mila euro per la commissione di gara per la realizzazione del call center (da molti definito fantasma) nell'ambito del progetto PanProtezione Ambiente e Natura.
Italo Bocchino. Vice capogruppo del Pdl alla Camera, candidato sconfitto da Bassolino alle regionali del 2005 in quota An, Bocchino è inquisito in Magnanapoli, l’inchiesta sul sistema Romeo per il controllo degli appalti del Comune di Napoli.
Ciro Borriello. Sindaco di Torre del Greco noto per numerosi cambi di casacca: indagato dalla Corte dei Conti per i danni derivati dalla mancata raccolta differenziata nell'ambito dell'emergenza rifiuti.
Angelo Brancaccio. Consigliere regionale dell’Udeur, ex Ds, nel 2007 è stato arrestato e in seguito rinviato a giudizio per una sfilza di reati contro la pubblica amministrazione, relativi al periodo in cui è stato sindaco di Orta d’Atella, nel casertano.
Enrico Cardillo. Ex assessore al Bilancio di Napoli, Pd. E’ in corso nei suoi confronti un processo con rito abbreviato per Magnanapoli, l’inchiesta sui presunti appalti truccati e telecomandati dall’immobiliarista Alfredo Romeo. Il pm ha chiesto una condanna a sei anni.
Luigi Cesaro. presidente Pdl della provincia di Napoli, è chiamato in causa dal pentito Gaetano Vassallo, uno degli accusatori di Cosentino. Vassallo lo ha definito “uomo vicino al clan Bidognetti” e racconta l’esistenza di un patto tra Cesaro e la camorra casalese per la realizzazione dei lavori di riconversione degli stabilimenti Texas di Aversa.
Aniello Cimatile. Il presidente della Provincia di Benevento, Pd, docente universitario, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti e sui collaudi degli impianti di Cdr. Per un breve periodo a giugno 2009 è stato sottoposto agli arresti domiciliari.
Carmelo Conte. Già ministro Psi del governo Andreotti e candidato alle politiche con Berlusconi, oggi è un leader del Pd salernitano. E’ imputato in Corte d’Appello per concorso esterno in associazione camorristica, per presunte collusioni con il clan Maiale, attivo nella piana del Sele. In primo grado è stato assolto con formula piena, ma il sostituto pg ha presentato ricorso. E’ stato invece condannato in primo grado a quattro anni e dieci mesi per aver estorto negli anni Ottanta finanziamenti per il Giornale di Napoli.
Roberto Conte. Ex consigliere regionale del Pd, a giugno 2009 è stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe versato nelle mani di due galoppini del boss Giuseppe Misso 120 milioni di lire in cambio del sostegno del clan della Sanità alle elezioni regionali del 2000. All’epoca militava nei Verdi.
Nicola Cosentino Il deputato di Casal di Principe, sottosegretario Pdl all’economia. Il Gip di Napoli ne ha disposto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Cosentino è accusato di collusioni con i clan Bidognetti e Schiavone, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale sin dagli anni ‘90.
Andrea Cozzolino Europarlamentare Pd, molto vicino a Bassolino, il potentissimo ex assessore regionale all’Agricoltura è sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.
Rosetta D'Amelio. Ex sindaco di Lioni in provincia di Avellino attuale assessore alle politiche sociali della regione Campania Pd: condannata a sei mesi di reclusione per abuso d'ufficio.
Vincenzo De Luca. Sindaco di Salerno, Bersani lo ha cooptato nella direzione nazionale Pd. Due volte rinviato a giudizio nell’ambito delle inchieste sull’assegnazione dei suoli industriali liberati in seguito alla dismissione della Ideal Standard e sulla delocalizzazione dell’ex Mcm. In questa seconda tranche condivide lo status di imputato con Gianni Lettieri, presidente degli industriali di Napoli.
Ugo De Flaviis. E’ stato assessore campano all’Ambiente fino al 2004. Dopo alcune vicissitudini è tornato nell’Udeur e si è seduto affianco a Mastella in una recente conferenza stampa a Napoli. Sul versante giudiziario, De Flaviis è imputato per l’alluvione di Nocera Inferiore insieme con Luigi Nocera. Nel settembre 2008 Sandra Mastella lo ha nominato nello staff della presidenza del consiglio regionale come responsabile dei rapporti con le istituzioni locali.
Sergio De Gregorio. Il senatore “transfugo” da Di Pietro a Berlusconi è indagato per riciclaggio. L’inchiesta si riferisce ai rapporti economici intercorsi nel periodo 2004-2005 tra il politico e il presunto contrabbandiere Rocco Cafiero. La procura ha fatto ricorso al Riesame contro il rigetto della richiesta di arresto da parte del gip, rendendo così pubblica la partita giudiziaria in corso.
Ferdinando Di Mezza. Ex assessore al Patrimonio Pd: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.
Fernando Errico. Il consigliere regionale del beneventano divide con Clemente e Sandra Mastella alcune accuse nell’inchiesta sull’Udeur connection. Dall’Abruzzo, dove si è rifugiato causa divieto di dimora in Campania, ha annunciato le dimissioni da capogruppo del Campanile.
Antonio Fantini. Ex segretario regionale Udeur. condannato a due mesi e dieci mesi di reclusione nell'ambito della ricostruzione post-terremoto.
Nicola Ferraro. Consigliere regionale Udeur, presidente della commissione Affari Istituzionali. È sotto processo insieme alla Mastella per tentata concussione. Secondo un pentito di camorra, Michele Froncillo, Ferraro è stato eletto grazie al sostegno interessato del clan Belforte di Marcianise. Froncillo rivela che Ferraro, per ingraziarsi Mastella, avrebbe regalato un Porsche Cayenne al figlio dell’ex Guardasigilli, acquistato presso la concessionaria di un parente del boss. Mastella respinge con fermezza questa ricostruzione e annuncia azioni legali.
Marco Fiorentino. Sindaco di Sorrento, azzurro, poi Udeur, poi di nuovo berlusconiano. E’ imputato di omissione d’atti d’ufficio e omicidio colposo per la tragedia del 1 maggio 2007, quando una gru che si muoveva sopra un’area non transennata, di fronte al municipio, precipitò al suolo uccidendo due donne. E’ accusato di non aver emesso un’ordinanza di tutela dell’incolumità pubblica nei confronti della ditta che stava montando le luminarie.
Corrado Gabriele. Assessore regionale al Lavoro per Rifondazione: imputato per molestie sessuali.
Giuseppe Gambale. Ex assessore a Napoli del Partito democratico: imputato nel processo Global Service per associazione per delinquere.
Alberico Gambino. Esponente di spicco del Pdl salerninato, già sindaco di Scafati e assessore provinciale della giunta Cirielli. È stato sospeso da primo cittadino e si è dimesso da assessore in seguito a una condanna in primo grado a un anno e sei mesi per peculato: gli si contesta l’uso improprio della carta di credito dell’amministrazione comunale. Cirielli lo ha ‘ripescato’ assumendolo nel suo staff.
Amedeo Labocetta. Deputato Pdl, è considerato dai pm un sodale di Romeo e divide con l’immobiliarista alcune accuse dell’inchiesta sugli appalti truccati a Napoli. Ha preferito non aderire al rito abbreviato.
Mario Landolfi Deputato e vice coordinatore regionale del Pdl, è coinvolto in un’inchiesta della Dda sui rapporti tra politica, imprenditoria e camorra e relativa allo smaltimento dei rifiuti a Mondragone e in provincia di Caserta attraverso l’Eco 4 dei fratelli Orsi. Gli inquirenti gli contestano il reato di corruzione e truffa con l’aggravante di aver favorito il clan La Torre.
Felice Laudario. Ex assessore all'Edilizia in quota Sdi: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.
Renzo Lusetti. Parlamentare del Partito democratico. Nel filone Global Service figura con Italo Bocchino. Per loro la Procura avanzò richiesta di autorizzazione a procedere. Sulla questione però è stata sollevata un'eccezione di costituzionalità. Secondo la difesa il Gip non avrebbe potuto mandare gli atti direttamente alla Camera dei Deputati.
Sandra Lonardo Mastella. La presidente del consiglio regionale della Campania è stata rinviato a giudizio per tentata concussione per aver provato a imporre, senza successo, la nomina di tre primari all’ospedale di Caserta. Nell’inchiesta-bis sull’Udeur connection, appalti e raccomandazioni all’Arpac, le è stata inflitta la misura del divieto di dimora in Campania.
Clemente Mastella. L’ex ministro della Giustizia di Prodi, europarlamentare del Pdl in quota Udeur, è accusato dai pm di Napoli di essere il leader di un’associazione per delinquere finalizzata a spartirsi nomine e appalti con criteri clientelari nell’Arpac e negli altri enti controllati dal Campanile. Per lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concussione ai danni di Bassolino. Insieme a due ex assessori regionali avrebbe minacciato una crisi in giunta per ottenere la nomina di un suo uomo all’Asi di Benevento.
Gianfranco Nappi. Ex capo della segreteria di Bassolino, sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.
Luigi Nocera. Ex mastelliano, candidato dell’Udc alle ultime Europee, è stato a lungo assessore regionale all’Ambiente. In questa veste ha segnalato 100 assunzioni all’Arpac, l’agenzia per la protezione ambientale, ed è finito sotto inchiesta per una raffica di reati contro la Pubblica amministrazione. Gli inquirenti lo ritengono uno dei perni del sistema Mastella, almeno fino a quando ha militato nel Campanile. Imputato di concussione per la nomina all’Asi di Benevento estorta a Bassolino, indagato per associazione a delinquere e altre accuse nell’inchiesta – bis sull’Udeur connection, deve difendersi anche da una richiesta di rinvio a giudizio per l’alluvione dell’area di Sant’Anna e Villanova, a Nocera Inferiore, nell’ottobre del 2007: 90 parti offese, 1,2 milioni di euro di danni alle strutture pubbliche, 4,5 milioni di euro di danni per i privati.
Marco Nonno. Di Alleanza nazionale ma sospeso dalla carica di consigliere comunale a Napoli : imputato nel processo sugli scontri per la discarica di Pianura per devastazione e associazione per delinquere.
Alfonso Pecoraro Scanio. L’ex ministro verde dell’Ambiente è indagato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati contro la pubblica amministrazione. Avrebbe promesso e compiuto favori di vario tipo in cambio di viaggi e soggiorni gratis in Italia e all’estero. Sentenzierà il Tribunale dei Ministri. È indagato anche a Crotone nell’inchiesta sulle mazzette per la realizzazione di centrali elettriche a turbogas della Calabria.
Gaetano Pesce Fino a giugno l’esponente di An è stato vice presidente del consiglio provinciale di Napoli. E’ stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito la camorra. La vicenda risale al periodo in cui Pesce era sindaco di S. Gennaro Vesuviano: l’amministrazione, poi sciolta, avrebbe avuto un occhio di riguardo per le aziende e gli affari del clan di Mario Fabbrocino.
Giuseppe Petrella. Ex deputato dei Democratici di sinistra: condannato a sei mesi con pena sospesa per minacce.
Salvatore Perrotta. Sindaco di Marano: indagato per discarica abusiva a Marano.
Americo Porfidia. Indagato per camorra in qualità di sindaco di Recale per l'Italia dei valori.
Antonio Pugliese. Ex vicepresidente della provincia di Napoli nel centrosinistra, si è poi candidato nella tornata successiva nel centrodestra. E’ imputato nell’affaire Romeo per un appalto di competenza provinciale: il pm ha chiesto 6 anni e otto mesi di condanna.
Dario Rotondo. L’ex sindaco di Pietravairano (Caserta), di Alleanza nazionale, a maggio è stato arrestato assieme all’assessore ai Lavori pubblici e ad altre sette persone, nell’ambito di un’inchiesta sulla spartizione degli appalti comunali in cambio di tangenti. L’operazione è scattata due settimane prima delle elezioni comunali, vinte dall’opposizione.
Domenico Zinzi Il parlamentare dell’Udc è sotto processo con Anzalone e altri imputati per la frana di Quindici. Tre anni di condanna in primo grado, per una storia che risale al periodo in cui era assessore regionale alla Protezione Civile.
Italia Dei Valori. Partito dell’anticasta, se lo si osserva da lontano; gabbiano con le ali appesantite dalla zavorra di esponenti dal dubbio passato e dai molteplici cambi di casacca, se si avvicina il punto di osservazione. Ecco Italia dei valori secondo MicroMega, la rivista che, nel numero, quello dedicato a Teresa Strada, di Emergency, riserva un’inchiesta approfondita alla creatura dell’ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. La firma Marco Zerbino, che scrive più di una pagina sulla «Campania infelix» e sugli esponenti di Italia dei valori all’ombra del Vesuvio.
Di Nello Formisano, il segretario regionale del partito, riferisce l’iscrizione alla Massoneria, citando un’inchiesta pubblicata tempo fa dal mensile la Voce della Campania. Racconta che rappresenta l’ala 'pragmatica' del partito e gli attribuisce il demerito di avere candidato nel 2006 al senato Sergio De Gregorio. «Il quale — scrive ancora Zerbino — dirigerà poi il quotidiano del partito, Italia dei valori, nella cui redazione Formisano aveva piazzato il figlio come praticante». «Il segretario regionale di Idv — si legge ancora su MicroMega — ha inoltre traghettato nel partito Mimmo Porfidia e Nicola Marrazzo». Riguardo al primo, sostiene la rivista: «Il suo nome compariva, insieme a quello di altre sedici persone, in una informativa del 2005 che la Squadra Mobile di Caserta aveva successivamente trasmesso alla Direzione investigativa antimafia. Negli ultimi giorni del 2008 la notizia, appresa dai giornali, di essere indagato per 416 bis mandò a Porfidia di traverso il panettone».
Quanto a Marrazzo, rileva Zerbino: «Ex Dc poi passato ai Democratici, alla Margherita, a Rinnovamento italiano e infine a Idv. Già consigliere regionale. La sua famiglia possiede diverse imprese impegnate nel settore dei rifiuti, quattro delle quali si sono viste ritirare dalla Prefettura il certificato antimafia. Marrazzo è stato uno dei protagonisti dello scandalo che, nell’ottobre 1991, portò allo scioglimento per infiltrazioni mafiose dell’amministrazione comunale di Casandrino». La rivista passa in rassegna anche la vicenda di Cosimo Silvestro, ex consigliere regionale di Idv, che aveva tra i collaboratori un imprenditore pomiglianese del settore della ristorazione più volte fermato dai carabinieri in compagnia di pregiudicati. Un’inchiesta, quella di MicroMega, che non è passata naturalmente inosservata. La Stampa, ad esempio, l’ha ripresa in un ampio servizio e c’è già chi ritorna a parlare, come aveva scritto il Corriere della Sera, di un caso campano nel partito di Di Pietro.
Certo è che dalle informative contenute negli atti depositati emerge una figura, quella di Mautone, «al centro di un sistema di potere molto forte... volàno di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici». Un sistema che vede l'ex provveditore come punto di riferimento anche per 5 esponenti dell'Italia dei valori, compreso il figlio del leader del partito, Cristiano Di Pietro. Nessuno di loro risulta tra gli indagati, come a proposito di Di Pietro jr sottolineava un comunicato dell'Idv. Nelle carte dell'inchiesta-Romeo emergono però richieste precise avanzate da parlamentari in carica, come il deputato Nello Formisano e il senatore Aniello Di Nardo. Quest'ultimo in una telefonata ricorda a Mautone di un suo amico «che doveva essere chiamato» e non è stato più convocato per dei lavori di impiantistica di una galleria a Vico Equense. In un'altra conversazione segnala due architetti amici di Cristiano Di Pietro «ai quali non bisogna far prendere collera».
Americo Porfidia, deputato dell'Idv e sindaco di Recale, in provincia di Caserta, poi, è inserito tra le persone che hanno rapporti istituzionali con Mautone, e l'informativa degli investigatori precisa anche che a suo carico la Squadra mobile di Caserta ha aperto un procedimento penale per un'ipotesi di reato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Cardiologo, deputato in carica, a Mautone si è rivolto per chiedere consiglio per investimenti pubblici nel casertano.
L'intreccio di richieste che dalla Campania provava ad incidere su Roma sfocia anche in un emendamento da inserire in Finanziaria. Nell'ottobre 2007 Mautone chiede a Formisano una modifica per favorire un contributo a favore della "casa degli anziani" cui è interessato Francesco Manzi, consigliere regionale della Campania che fa riferimento al partito di Di Pietro. Spicca, infine, una telefonata tra Mautone e Cristiano Di Pietro sul tema forniture pubbliche: per l'impresa che realizza l'impianto elettrico di una caserma a Termoli e per dove va a rifornirsi del materiale. I due parlano delle percentuali di ribasso per la gara d'appalto: percentuali ritoccate "al rialzo" su suggerimento di Mautone, avallato da Di Pietro junior. Dal Pdl attacco di Maurizio Gasparri al leader dell'Idv: «Come ha fatto il babbo a sapere che erano intercettate le telefonate tra il pargolo e Mautone?
Autore: Antonio Giangrande, Presidente Associazione Contro Tutte le Mafie.
Fonti:
http://www.osservatorio-sicilia.it/2009/10/18/vittorio-sgarbi-saviano-e-napolitano-gli-intoccabili/
(Vincenzo Iurillo, Il Fatto, 12-11-2009)
(Vincenzo Iurillo, Il Fatto, 13-11-2009)
http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=996001
http://discutere.wordpress.com/2009/11/13/destra-sinistra-centro-appuntamento-in-tribunale/
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/12/napoli-inchiesta-appalti-idv.shtml?
AMMINISTRATOPOLI
MASOCHISTI. Per la serie: rompiamo i giocattoli che funzionano e facciamoci ridere dietro.
La crisi dei rifiuti in Campania è un’emergenza con cui, da anni, convivono diversi paesi della regione. Non tutti i Comuni hanno però questo problema. Luigi Pelazza accende i riflettori su una ventina di paesi della Provincia di Caserta che, grazie a una virtuosa raccolta differenziata, sembrano non essere toccati dai problemi di città poco distanti. Questi centri abitati, infatti, possono vantare, a fronte del pareggio di bilancio, una percentuale di raccolta differenziata con punte che superano il 60%. Una percentuale che straccia le più blasonate ed osannate località centro settentrionali. Una situazione ottimale che dal 1° gennaio 2012 ha subito una modificazione in seguito alla legge 26/2010 che prevede che la gestione dei rifiuti sia affidata ad un consorzio provinciale, tra le diverse incognite legate ai suoi costi. Visto l’ottimale funzionamento dei Comuni e la cogenza della legge che obbliga gli stessi comuni virtuosi ad aderire obbligatoriamente al consorzio, modificando un sistema ben collaudato di raccolta differenziata, lo stesso Presidente della Provincia di Caserta Domenico Zinzi, tramite le Iene, fa un appello per modificare questa legge.
Tutti ormai sappiamo che la Campania è flagellata dalla crisi dei rifiuti. Non tutti però sanno che una ventina di Paesi della provincia di Caserta si sono salvati da questa crisi, grazie a una raccolta differenziata più che efficiente. La percentuale di questo tipo di raccolta sfiora anche il 60%, un dato più che positivo. Tuttavia, la situazione è cambiata a causa della legge 26/2010: in base al testo normativo, la gestione dei rifiuti passerà a un consorzio provinciale, senza alcuna garanzia di funzionamento e contenimento dei costi. Per chi non si conformerà subirà l'intervento coatto da parte del Prefetto, con il commissariamento del Comune. A differenza di quanto ci si aspetterebbe, il servizio del "Le Iene" del 16 novembre 2011 ha illustrato la situazione di alcuni comuni che ha stupito i molti prevenuti. Luigi Pelazza si è recato in queste cittadine della provincia di Caserta dove la raccolta differenziata è fatta scrupolosamente, niente buste dell’immondizia per strada, niente bidoni traboccanti pattume. Niente a che vedere con le immagini che molti di noi hanno visto in tv di una Napoli immersa nella sporcizia. Questi comuni sono riusciti ad ottenere una percentuale di raccolta differenziata che, in alcuni casi, superano il 60%, tra le più alte d’Italia. Nonostante questo esempio di civiltà e rispetto della legge, la situazione è drasticamente cambiata a causa della legge 26/2010, che prevede la gestione dei rifiuti affidata ad un consorzio provinciale. Nasce così il problema dei costi potrebbe aumentare in maniera vertiginosa e che potrebbero risultare ingestibili da parte di questi comuni. Da qui la protesta dei Sindaci dei comuni interessati sulla trasmissione del “Le Iene”.
«Drammatica», così definisce la situazione finanziaria e gestionale del Consorzio unico di bacino (Cub) di Caserta Domenico Zinzi. Il presidente della Provincia ha inviato una lunga lettera inviata ai sindaci dei Comuni di Terra di Lavoro sulla situazione del consorzio. Lettera spedita ai sindacati, per conoscenza anche ai parlamentari casertani, al presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, al prefetto Ezio Monaco, al commissario dell'articolazione casertana del Cub, Gaetano Farina Briamonte e all'amministratore unico della Gisec, Felice Di Persia.
Al centro della questione c'è da un lato il Consorzio unico che rischia il dissesto e dall'altro le 58 città consorziate rischiano una nuova emergenza rifiuti. «Se le amministrazioni comunali inadempienti non provvedono al pagamento delle quote, anche parziale e riferito agli anni 2010 e 2011 - spiega Zinzi - il Consorzio rischia il collasso, con la possibilità che vi sia una nuova emergenza rifiuti sull'intero territorio». Le quote dei comuni serviranno a coprire gli stipendi dei lavoratori almeno fino al 31 dicembre. «La drammatica fase che sta attraversando il Cub sotto il profilo gestionale - ha aggiunto il presidente della Provincia - è anche frutto delle scelte scellerate compiute in passato da chi ha retto in maniera formale e informale le sorti del Consorzio Unico e dei disciolti Consorzi in precedenza operanti sul territorio provinciale».
I problemi gestionali, inoltre, sarebbero legati a «scelte inaccettabili» e a «un aumento indiscriminato del personale». Il presidente della Provincia, poi, ha annunciato che saranno convocati i sindaci dei Comuni serviti dall'articolazione casertana del Consorzio Unico di Bacino ai fini «della sottoscrizione di una delega irrevocabile all'incasso, a favore della Gisec, delle somme introitate, a titolo di Tarsu/Tia, a valere sull'esercizio finanziario 2012, che opererà anche in ipotesi di proroga della legge 26/2010. Tale delega - ha continuato Zinzi - costituisce una condizione necessaria per il subentro della Gisec, a partire dall' 1 gennaio 2012, nell'erogazione dei servizi di igiene urbana, non potendosi in alcun modo consentire una dissociazione tra titolarità dei servizi e materiale disponibilità delle relative risorse finanziarie». Infine, l'appello: «Oltre che ai sindaci - ha concluso Zinzi - mi rivolgo anche ai parlamentari, ai consiglieri regionali e ai consiglieri provinciali. Tutti insieme dobbiamo lavorare per evitare che si materializzi uno scenario apocalittico».
Autovelox con il trucco, 200 indagati:Sotto accusa sindaci, assessori e comandanti delle polizie municipali: truccavano multe e sistemi di rilevamento.
Autovelox col trucco: più di 200 persone, tra cui molti sindaci, assessori e comandanti delle Polizie municipali, sono indagate nel Casertano nell’ambito di un’operazione condotta dal comando della compagnia dei carabinieri di Capua e della Stradale di Caserta in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo emesso dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.
INGENTI PROFITTI - Comuni e ditte, secondo l'accusa, avevano creato un modo «facile» per fare soldi, «ritoccando» le immagini inviate agli automobilisti. Le indagini, poi sfociate nell’emissione del decreto, hanno avuto infatti per oggetto il rilevamento delle infrazioni attraverso autovelox, photored o altri macchinari simili. Destinatari dei provvedimenti numerosi Comuni della provincia di Caserta e di società. L’indagine ha evidenziato un sistema «creato dai Comuni e dalle società che, in violazione di legge, rappresentava un modo di facile, ingiusto e rilevante profitto».
INFRAZIONI ILLECITE - Le condotte contestate riguardano le modalità di affidamento del servizio da parte dei Comuni alle ditte private, la non corretta indicazione in bilancio delle somme provento delle sanzioni, le illecite modalità di rilevazione delle infrazioni. Ed ancora, l’omessa comunicazione alle competenti autorità delle infrazioni per il decurtamento dei punti e illeciti nel trattamento dei dati personali. I reati contestati riguardano la truffa, l’abuso d’ufficio, la turbata libertà degli incanti, la falsità ideologica commessa da un pubblico ufficiale in atti pubblici, il rifiuto e l’omissione di atti d’ufficio. E poi, la soppressione, la distruzione e l’occultamento di atti veri, la violazione del codice della privacy per il trattamento dei dati personali.
I SEQUESTRI - Le somme incassate dai Comuni attraverso gli autovelox col trucco sono state sequestrate come quelle ricevute dalle società coinvolte e corrisposte dai Comuni per il noleggio e i servizi relativi al rilievo delle infrazioni mediante autovelox o strumentazioni simili. Analogo provvedimento riguarda le apparecchiature stesse e la documentazione cartacea e informatica relativa al rilievo delle infrazioni.
LE DENUNCE DEGLI AUTOMOBILISTI - L'inchiesta è stata avviata nel 2005 dai carabinieri di Capua, dopo le denunce presentate da automobilisti. Ai sindaci di 33 comuni, ad altri amministratori ed ai comandanti delle polizie municipali, viene contestato, tra l’altro, di avere installato autovelox e photored senza uno studio sulla pericolosità e sull’intensità del traffico, spesso con il trucco, ovvero senza idonea segnalazione, nascosti tra gli alberi o posizionati dopo una curva e con una improvvisa variazione del limite di velocità previsto sulla stessa strada. La constatazione delle infrazioni attraverso i riscontri fotografici non veniva effettuata dai vigili urbani e, dunque, da un pubblico ufficiale ma da dipendenti delle stesse società che provvedevano anche a redigere i verbali ai quali, poi, apponevano la firma digitale di un vigile urbano.
SENZA APPALTO A sindaci ed altri amministratori comunali di quasi tutti i 33 comuni del casertano vengono anche contestati accordi diretti con le ditte per l’installazione ed il funzionamento delle apparecchiature e non attraverso regolari bandi di gare. Al centro dell’indagine compensi alle ditte non fissi ma proporzionali all’entità della sanzione comminata all’automobilista. Poi, l’iscrizione nel bilancio comunale di somme di denaro non corrispondenti all’effettiva entità degli introiti derivanti alle sanzioni per infrazioni al codice della strada. Non era stato, poi impiegato, come prescrive la legge, il 50 per cento delle somme riscosse per il miglioramento delle strade e le opere destinate alla sicurezza stradale nei singoli comuni.
MALASANITA'
Per la mafia dei funerali le salme valgono 200 euro Arrestate 22 persone
«Fammi un piacere, quando vai a prendere il morto, dài la mazzetta a quelli sotto la sala mortuaria». È uno dei tanti dialoghi registrati dai carabinieri di Caserta e di Santa Maria Capua Vetere, intercorsi tra due impresari di pompe funebri casertani, arrestati all'alba di ieri in base a una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Antonio Baldassarre.
Diciassette persone sono finite in cella, cinque agli arresti domiciliari, mentre, altre undici hanno ricevuto una misura interdittiva. L'accusa, a vario titolo, per gli arrestati è di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, illecita concorrenza operata con violenza e minaccia nel settore delle imprese funebri, alla ripartizione secondo criteri territoriali delle esequie relative a decessi.
Il racket ruotava attorno a tre figure essenziali: gli addetti alla sala mortuaria dell'Azienda ospedaliera casertana. Erano loro che, avvertivano tempestivamente gli impresari di pompe funebri, che c'era «un morto da venire a prendere». Secondo quanto accertato dagli investigatori, gli infermieri non solo avvisavano gli imprenditori delle ditte per garantire loro la tempestività in ospedale ma facevano anche intendere ai familiari dei defunti che il servizio fosse convenzionato con la struttura pubblica. Grazie a loro, a Caserta e provincia, si era creata una sorta di monopolio: lavoravano solo quattro agenzie di pompe funebri, più un paio del Napoletano, che si erano spartite il territorio. Le altre, zac! Tutte tagliate fuori. E, per chi non accettava questa dittatura del funerale, erano minacce e violenze. Ma, nonostante il clima di intimidazione, qualcuna delle vittime si è ribellata alle prepotenze e ha denunciato tutto ai carabinieri.
Il monopolio è durato almeno una decina di anni. Imponente il giro di affari, quantificato in diverse centinaia di milioni di euro. Anche i tre infermieri in servizio presso l'Istituto di medicina legale dell'Azienda ospedaliera San Sebastiano di Caserta, se proprio non si sono arricchiti, poco ci manca. Quei millequattrocento euro di stipendio che gli passava lo Stato ogni mese, era un'inezia, rispetto al superstipendio da manager di grande azienda, che le pompe funebri consegnavano ai presunti corrotti: dai 5 ai seimila euro. Nel dettaglio, ogni salma valeva 100 euro, ma la cifra raddoppiava per i funerali importanti o per i feretri da trasportare fuori regione o addirittura all'estero. Dall'attività investigativa è emerso anche che uno dei tre infermieri truffava i colleghi di corruzione, tenendo per sé anche la parte destinata agli altri due.
Emblematica appare una vicenda avvenuta un paio di anni fa in occasione del funerale di una donna, deceduta a Casapulla, la cui salma era da trasferire al cimitero di Lusciano (entrambe località del Casertano). Le esequie erano a carico di una ditta esclusa dalla spartizione (il cui titolare nel frattempo stava collaborando con i carabinieri) ma il carro funebre, una volta giunto a destinazione, ebbe l'amara sorpresa di trovare parcheggiato davanti alla chiesa, l'autocarro di una delle ditte del racket. Accanto al mezzo, una «scorta» minacciosa e armata di due pistole. Il titolare della ditta, che aveva eseguito il trasporto della donna deceduta, fu affrontato a muso duro dal collega dell'agenzia che operava in regime di monopolio. «La bara la portiamo noi dentro, voi dovete andare via di qui». Al rifiuto, uno degli indagati, gli disse: «Cornuti, andate via di qui... Stanotte vi incendio tutti e due gli uffici che avete». La seconda parte del funerale della donna, fu portata a compimento dalla ditta che faceva parte del racket.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324027