
I CATANESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
MALAMMINISTRAZIONE
CATANIA, 850 MILIONI DI EURO SPRECATI.
Report accusa Scapagnini: "Dilapidati i fondi post terremoto". Megaparcheggi mai ultimati, strade anti-tsunami ferme, scuole che crollano.
Che fine hanno fatto gli 850 milioni di euro, disposti nel 2002 dal governo Berlusconi per mettere in sicurezza la città di Catania dai rischi sismici e risolvere l'emergenza traffico? Una montagna di soldi che piovvero sul sindaco Umberto Scapagnini - medico del premier, la cui amministrazione ha portato il Comune a un passo dalla bancarotta - senza che dovesse passare dal consiglio comunale. Scapagnini fu nominato commissario dell'Ufficio speciale e il tesoretto poté essere speso "per cassa e non per competenza": in altre parole, senza alcuna rendicontazione. Sette anni dopo il bilancio è desolante. Gli 850 milioni sono stati spesi per costruire cinque megaparcheggi scambiatori: tutti abbandonati.
Il più grande, il parking Fontanarossa, attaccato all'aeroporto, appaltato al consorzio Uniter, è costato 13 milioni, dopo i 5 milioni 700 mila euro sborsati per espropriare il terreno: è fermo da anni. Temendo lo tsunami - lo tsunami! - fu realizzata in alternativa al lungomare un'ipotetica via di fuga, ma la strada, il viale De Gasperi, finisce sfortunatamente in un vicolo cieco. Le scale antincendio nelle scuole penzolano nel vuoto, le crepe nei muri mascherate da una passata di intonaco, com'è avvenuto alla scuola Brancati, sul punto di crollare. E le caserme, gli ospedali, i palazzi strategici della città più sismica d'Europa? Perché non sono stati messi a norma? Il destino incerto di questi 850 milioni - ma secondo una relazione del capo della Protezione civile Guido Bertolaso si tratterebbe di una cifra compresa tra 1,5 e 2 miliardi di euro: fondi avanzati dalla legge 433/1990 - è stato denunciato da "Report" domenica 15 marzo 2009, la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai3, con un'inchiesta di Sigfrido Ranucci, "I Viceré".
Quando piove il Villaggio Goretti sembra il Canal Grande e gli abitanti lo circumnavigano in gondola con amaro fatalismo: "Semu consumati". Siamo rovinati. Si poteva sistemare con i fondi Fas, ma i 140 milioni concessi ad ottobre dal Cipe sono stati utilizzati per salvare il municipio dalla bancarotta. Un salvataggio che fa ancora piangere di rabbia i sindaci virtuosi.
Catania è una buona metafora del Mezzogiorno d'Italia. Benché sul lastrico, impazzita di traffico - i pochi vigili stanno al cellulare mentre tutt'intorno gli scooter transitano impuniti senza casco - sommersa da cumuli d'immondizia e con i cani randagi che percorrono indisturbati il centro storico, come denuncia un fotoservizio dell'onorevole Enzo Bianco, da sempre vota per Berlusconi. "Report" rivela che la società dedita alla riscossione dei tributi dell'acqua, la Sidra, vanta crediti con il Comune per 22 milioni di euro poiché le varie giunte si sono rifiutate per anni di riscuotere la tassa nei quartieri popolari, serbatoi di voti del centrodestra. La Sidra spende migliaia di euro per singolari sponsorizzazioni: il concorso di Miss Muretto, le feste dei zampognari di Lentini, castagne e ciondoli. "Ma lo volete capire che l'83 per cento della città non sta con voi" urla il sindaco Raffaele Stancanelli (An), durante un incontro con l'associazione Cittàinsieme, punta avanzata della società civile.
Stancanelli ha appena stanziato 553 mila euro per contribuire alla festa di Sant'Agata. Un miliardo di vecchie lire sono un mucchio di quattrini in un municipio che aveva accumulato debiti per quasi un miliardo di euro, le cui aziende partecipate lamentano passivi pari a 120 milioni di euro.
La mafia governa molti gangli vitali della città. Il 12 marzo è cominciato il processo al clan Santapaola, che sino al 2005 avrebbe controllato la rutilante festa di Sant'Agata per accrescere così il proprio prestigio. Nel circolo Sant'Agat la tessera numero uno era di Nino Santapaola, la numero due di un altro mafioso, Enzo Mangion. "Che significa? Sempre un cittadino catanese è?", commentano i devoti. I Santapaola e i Mangion sorreggono le reliquie, dirigono la processione dal cereo, come dimostrano le foto allegate agli atti del dibattimento.
Nel 2004 la candelora venne fatta fermare nei pressi dell'abitazione di Giuseppe Mangion, detto "U zu Pippu", scarcerato tre mesi prima dal carcere di Pisa. Esplosero fuochi d'artificio, spararono botti. Una città dove le regole del gioco sono truccate, denuncia la Gabanelli. Ogni tanto nel filmato fa capolino Scapagnini, affabile, suadente. "Berlusconi vivrà più di cent'anni in buone condizioni". Il premier, rivela una farmacista del centro, si rifornisce da loro. Lei prepara con le sue mani un farmaco miracoloso. A che serve, le chiede Ranucci con la telecamera nascosta: "Ha anche un'azione tipo endorfine che rasserena e poi potenzia anche il coso muscolare...".
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/caso-catania/caso-catania/caso-catania.html
CATANIA: COMUNE AL DISSESTO, MA I DIRIGENTI RICEVONO PREMIO DI UN MILIONE.
Ancora guai per il comune di Catania, vicino al dissesto finanziario. La Procura della Repubblica di Catania ha aperto un'inchiesta conoscitiva sulla concessione di premi di produzione, di circa 18 mila euro ciascuno, ai dirigenti del comune del capoluogo etneo, per un ammontare complessivo di poco meno di un milione di euro.
Militari della guardia di finanza, su disposizione del procuratore capo Vincenzo D'Agata e del sostituto Barbara Laudani, hanno acquisito copia dei provvedimenti. La disposizione del pagamento era stata contestata anche dal sindaco, Raffaele Stancanelli, che l'ha ritenuta «forse legittima ma certamente inopportuna visto che il Comune rischia il dissesto finanziario».
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31498&sez=HOME_INITALIA
L'elefantino simbolo di Catania è salvo: una mano pietosa ha rimosso l'asta su eBay («Causa dissesto finanziario vendesi statua raffigurante un elefante conosciuta come U Liotru») indetta da un feroce burlone. Resta da salvare Catania. Il che, al momento, appare più complicato. Basti dire che i cittadini risultano avere un debito municipale di 3.379 euro a testa. Pari quasi a quello dei tarantini, il cui Comune è sprofondato nell'abisso umiliante del dissesto finanziario. Abisso che i catanesi vedono ormai prossimo. Di giorno, s'intende. Di notte, infatti, non vedono più niente: stufa di aspettare il pagamento delle bollette, l'Enel ha tagliato la luce a larga parte dei lampioni cittadini. Anche e soprattutto nei quartieri a rischio.
Al punto che La Sicilia, qualche settimana fa, è arrivata a esultare amara per il ritorno dell'illuminazione il giorno della festa della patrona: «Sant'Agata “riaccende” Catania / Ma subito dopo è tornato il buio». «Chi di munnizza ferisce di munnizza perisce», sospirava venerdì sera qualche passante in piazza Duomo, davanti ai cassonetti di spazzatura rovesciati in mezzo al salotto buono della città dai dipendenti di una delle cooperative di netturbini senza stipendio da un mese. E questo è il tema al quale si aggrappano i cittadini etnei: possibile che Silvio Berlusconi, dopo aver fatto un figurone rimuovendo la spazzatura nelle strade di Napoli, si esponga davvero al rischio che proprio Catania, cioè la città dove nella primavera 2005 la destra riuscì ad arroccarsi e a resistere dopo una serie di vittorie della sinistra che sembrava inarrestabile, sia sommersa dai rifiuti e travolta dalle proteste di piazza? Possibile che non riesca a fare un miracolo per salvare dalla catastrofe il municipio governato dall'aprile del 2000 e fino a tre mesi fa proprio dal suo medico di fiducia, Umberto Scapagnini? «E che c'entro io? — è sbottato ieri con Il giornale di Sicilia l'ex sindaco, famoso anche per le sue fortune galanti, presentandosi alla riunione convocata dal suo successore con tutti i parlamentari cittadini —. La situazione era già grave prima e noi siamo stati martirizzati dal governo di centrosinistra che ci faceva arrivare in ritardo i finanziamenti. Colpa loro e della Sovrintendenza, che ha impedito che vendessimo degli immobili che ci avrebbero permesso di tenere i conti in ordine ».
Dunque? «Dunque sono d'accordo: facciamo una commissione d'inchiesta e vediamo ». Un rapporto della Corte dei Conti, datato a giugno nei giorni delle dimissioni di quello che la sinistra ha ribattezzato per l'effervescenza «Sciampagnini », offre una versione diversa. E denuncia «gravi irregolarità », «carente attendibilità delle scritture contabili », «indeterminatezza delle risorse », «insufficienza delle risorse destinate al bilancio 2003»... E così via. Fino a precisare che la Sovrintendenza, a proposito di quegli immobili che il Municipio voleva vendere per tappare un po' di buchi (resta indimenticabile il dirottamento alle casse catanesi di soldi tolti dai fondi dell'8 per mille per pagare tra l'altro i ballerini brasiliani che avevano danzato sotto l'Etna per la gioia di Surama De Castro, la bella carioca che allietava il primo cittadino) aveva verificato la loro «appartenenza al patrimonio indisponibile». Di più, bacchettavano i magistrati contabili: la situazione già a giugno appariva «fortemente compromessa » per la «mancata tempestiva soluzione dei gravi problemi manifestatisi ben prima del 2003». Quando al governo, per capirci, non c'era la sinistra ma la destra. In una recentissima lettera a Berlusconi, Raffaele Stancanelli, il sindaco che proviene da An, chiede aiuto per «la difficilissima e gravissima situazione in cui versa il Comune di Catania per l'enorme situazione debitoria che ho ereditato e che ammonta a euro 357.000.000 a cui va aggiunto l'indebitamento complessivo delle società partecipate pari, al 31/12/2007, a euro 100.511.475; ed in queste somme non è compreso il debito residuo». Il quale, come si legge in una relazione della Ragioneria Generale alla Corte dei Conti, firmata mercoledì dallo stesso sindaco, aggrava il buco di altri 549.709.272 euro. Totale: oltre un miliardo e sette milioni di euro. Pari, appunto, a quei 3.379 euro di «rosso» pro capite di cui dicevamo. Quasi seicento (dati Standard & Poor's) più di ogni milanese, quasi mille più di ogni romano. «Dalle fredde cifre che ho elencato si evince una situazione che pesa come un macigno sulla città», scrive Stancanelli. E si sfoga: «Un'Amministrazione che non riesca a soddisfare i tanti fornitori che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro (con inevitabili ricadute sulla stessa vivibilità, con mezza città al buio, strade dissestate, servizi sociali allo sbando, notevoli ritardi nei pagamenti degli stipendi, scuole sfrattate per morosità, etc. etc.) non può aspirare ad alcun futuro». Gli esempi del progressivo degrado, sotto l'occhio di Francesco Bruno che fa insieme il ragioniere generale del Comune e della Provincia fino a ieri governata dal potente Raffaele Lombardo, non si contano. Vigili urbani che per motivi elettorali sono stati via via promossi in massa col risultato che oggi su 540 poliziotti municipali solo 5 sono vigili semplici e 535 ispettori i quali, sia pur carichi di onori, devono uscire in strada il meno possibile perché spesso mancano i soldi per la benzina.
Organici gonfiati a dismisura tanto che oggi, dopo la sistemazione di altri duecento Lsu per l'80% stipendiati dalla Regione e presi in carico nonostante mancasse la copertura finanziaria, c'è un dipendente comunale ogni 72 catanesi. Stipendi distribuiti facendo i salti mortali o non distribuiti affatto, come quelli dei tre revisori dei conti ai quali il Municipio (così imparano a volere mettere il naso...) non solo ha tolto l'ufficio ma ha smesso di pagare il dovuto. Due milioni di premi di produzione (il responsabile del personale è stato sospeso solo ieri) distribuiti ai funzionari per i «brillanti» risultati. Consulenze strampalate come quella da 24 mila euro data («consulente per lo sviluppo industriale ») a una sventola ventenne nota per essere stata Miss Eritrea. Per non dire delle municipalizzate. Lo scrive, nel suo sfogo a Berlusconi, lo stesso sindaco: «Con quale autorevolezza si potrà intervenire drasticamente sulle società partecipate, vera piaga non solo del bilancio, sol che si consideri come l'energia, fattore di ricchezza e di guadagno in tutto il mondo, sia diventata a Catania causa di dissesto economico e di diffuso clientelismo?» L'ultimo bilancio consuntivo dell'Amt, l'azienda municipale dei trasporti, si riassume in poche cifre: tre milioni di viaggiatori (il 10%) persi in un anno, una vendita di biglietti che non arriva a coprire neppure un quinto dei costi (oltre un terzo, a Milano), un buco salito nei soli ultimi cinque anni a quasi 83 milioni di euro. Vale a dire 83 mila euro per ogni dipendente. Insomma: un disastro tale che perfino Enzo Bianco, cioè l'uomo che aveva sfidato la destra alle comunali del 2005 e che dell'amministrazione di «Sciampagnini» pensa il peggio del peggio, si è spinto a scrivere a Tremonti pregandolo, al di là delle responsabilità del dissesto che devono essere accertate, di «adoperarsi, in quanto titolare del dicastero azionista di riferimento della Cassa Depositi e Prestiti, affinché questa possa dare una riposta positiva alla richiesta di dilazione dei mutui». Quanto sia profondo il precipizio spalancato davanti, del resto, lo ammette lo stesso sindaco Stancanelli (confortato da Berlusconi con parole rassicuranti) che nella missiva alla Corte dei Conti di mercoledì, dopo essersi lamentato di come il ministero dell'Economia abbia liquidato la sua richiesta di un via libera sul piano di risanamento dicendo di «non essere l'autorità deputata ad esprimere pareri» e dopo aver criticato la durezza dell'Istat che quel piano gli ha bocciato, paventa che Catania precipiti entro settembre «in uno stato di dissesto ineludibile ». Una crisi, scusate la battuta, al buio.
http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_20/catania_crisi_5823ccd8-86dd-11dd-bd39-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano
CATANIA È TUTTA UN BUCO
Municipio in bancarotta, senza più soldi per la luce. Cantieri incompiuti ovunque. Opere inaugurate e abbandonate. Vita di una città con l'acqua alla gola.
Uno squarcio lungo 508 metri e largo 176, nel cuore della città. Terriccio sbancato cinquant'anni fa, palizzate cadenti, arbusti rinsecchiti, e in mezzo al buco le ultime tre baracche di rom rimaste dopo lo sgombero. Ora pare davvero che ci metteranno mano, alla ricostruzione di Corso Martiri della libertà. Ma 'il cratere', come lo chiamano, è così da quando, 35 anni fa, il ricorso di un ingegnere bloccò a metà l'orrenda cementificazione con cui Istica, allora società di emanazione vaticana, aveva spianato e rifatto l'intero corso Sicilia.
Desolante immagine di una città vitale ma inconcludente. Bellissima nel suo barocco settecentesco ma all'abbandono. Fiera della sua movida notturna e delle famiglie a spasso fino alle ore piccole a ingollare granite di mandorla, orgogliosamente indicate persino dalla ragazza del trenino per turisti; ma incapace di portare a termine alcunché.
Lavori fermi, vite sospese, inaugurazioni fasulle, soldi al vento, questa è Catania. E casse vuote: il neosindaco Raffaele Stancanelli, di An ma legatissimo al presidente della Regione Raffaele Lombardo "fin dai tempi in cui eravamo compagni di banco ai Salesiani", si ritrova sulle spalle il mostruoso buco finanziario, specchio di quello fisico di corso Martiri, accumulato nei sei anni di gestione dell'ex-sindaco Umberto Scapagnini, il medico di Berlusconi ora senatore di Forza Italia.
La fotografia che Stancanelli fa della sua città è impietosa: "Abbiamo debiti per novecento milioni di euro, mezza Catania è al buio perché dobbiamo 16 milioni alla società che gestisce l'erogazione, i fornitori aspettano 140 milioni, le cooperative che assistono anziani e malati non pagano gli stipendi da mesi. E i debiti fuori bilancio neanche sappiamo a quanto ammontano. Nel disastro c'è di buono che non mi si può ricattare: i soldi sono finiti, non ce n'è per nessuno!".
Spera di salvarsi trattando con la Cassa depositi e prestiti l'allungamento della restituzione del debito, tagliando 18 milioni di rate all'anno: ci sarebbero due istituti di crediti pronti a rifinanziare, Hsh e Banca di Scozia. Sempre che Tremonti non gli faccia lo sgambetto. Sennò il Comune dovrà dichiarare il dissesto, i fornitori saranno pagati al 30 per cento, duecento aziende falliranno, le addizionali locali saliranno alle stelle. E Catania sprofonderà peggio che sotto l'eruzione del 1669.
Da senatore non s'è dimesso, Stancanelli: "Ma se appena insediato mi hanno iscritto nel registro degli indagati per occupazione abusiva di suolo demaniale!". Vero. Alla prima uscita pubblica aveva inaugurato il solarium, grande piattaforma in legno sul lungomare, fatta perché i catanesi si godessero i bagni, senza ingolfarsi in un traffico infernale per arrivare fino a Plaja. Per una settimana ci si sono stipate duemila persone al giorno, incuranti, come l'amministrazione che li ha messi, dei due cartelli a lato che recitano uno 'divieto di balneazione' e l'altro 'attenzione, non ci sono bagnini'. Poi è arrivata la Guardia costiera che ha chiuso e sequestrato il solarium fuorilegge: e adesso se appena t'azzardi a oltrepassare il nastro che lo circonda ti blocca uno dei 540 vigili in forza al Comune: per la cronaca, 5 semplici e 535 ispettori. Così si campa, in una città con l'acqua alla gola.
È il regno dell'una tantum. Nel senso che, come il solarium, le cose si usano una volta e via. È penoso ficcare il naso nel teatro di viale Moncada al quartiere Librino: struttura modernissima, la inaugurarono dieci anni fa, ci fecero una rappresentazione il primo Natale, poi fine dei giochi e delle recite. Ora lì dentro, in quelli che erano i camerini ormai senza infissi, ci smantellano i motorini rubati, e un puzzo ti prende alla gola perché ci bruciano i fili elettrici per liberarli dalla plastica e vendersi il rame. Ma il muraglione di palazzi del Librino è così, quasi una incontrollabile deformazione umana dell'algido piano architettonico disegnato da Kenzo Tange nei primi anni settanta: come Secondigliano a Napoli, come lo Zen a Palermo. "Lo vede? Venti milioni di euro sono costati quel palasport e quella villa coi campi di calcio. Crede che mio figlio ci abbia mai potuto mettere piede?", indica Armando Battaglia, lavoratore sull'autostrada e sindacalista.
All'altro lato della strada, sul marciapiede del famigerato Palazzo di cemento, stazionano spacciatori in passamontagna, e sono le 11 di mattina. Ma quando con un minimo di circospezione chiedi ai ragazzi del posto qualche dritta per aggiornare lo schemino delle cosche, i Santapaola e i Laudani, i sottoclan, le spartizioni, le guerre e le tregue, il ventiquattrenne Totò ti guarda col sopracciglio all'insù e ti dice: "Scusa, ma perché dovrei mettermi a spacciare quando posso aiutare un politico e poi candidarmi alle prossime elezioni per la circoscrizione, che se mi va dritta arrivo in Comune, e se mi va storta un posto comunque quelli prima o poi me lo danno?"
Ecco la politica, l'amministrazione, a Catania. Del tutto assente quanto ai servizi che dà a cittadini abituati a farne a meno. Onnipresente e pervasiva come rete di sottolavori, mance, piccoli scambi preelettorali, luccichìo di ipotetiche chance personali, imbuto obbligato di aspirazioni e speranze. Tutto dipende da quello che il politico ti lascia o non ti lascia fare: come le centinaia di bancarelle abusive che ogni martedì circondano la caserma dei vigili e la sede della municipalità del Librino, dove Scapagnini lo acclamavano perché non mandava mai un controllo e non lasciava aprire neanche un piccolo supermercato.
C'è un'altra Catania? Forse. Ma debole, incerta, comunque dipendente e penalizzata dalla politica: come la libreria caffetteria Tertulia di fianco al Teatro Massimo, punto d'incontro di fotografi, giovani artisti, ragazzi che suonano, cineasti di belle speranze tutti presi a organizzare una rassegna di cortometraggi per settembre, e buone forchette: "Fino a due anni fa avevamo una serata jazz ogni mercoledì", raccontano il libraio Ciccio Distefano e il giovane ristoratore Giovanni Pistritto: "poi il Comune ha smesso di fare teatro e concerti in piazza, e s'è spento anche il resto. Ora c'è un po' di ripresa. Vedremo".
Oppure sta, l'altra Catania, sulla carta. Nei grandi progetti, legati anch'essi a doppio filo alla politica, da questa dipendenti e insieme pesantemente in grado di orientarla e manovrarla. Il clou è il cratere di corso Martiri descritto all'inizio. Dove stanno per edificare 400 mila metri cubi, 5 a metro quadro: non pochi, ma meglio dei 18 dei palazzacci di corso Sicilia. Di verde a Catania c'è solo il lussureggiante giardino settecentesco di Villa Bellini, in ristrutturazione da tre anni: perché nel cratere non ci fanno invece Central park? "Creda, non c'è catanese che non abbia fantasticato su cosa farci: foresta urbana di sequoie, bambinopoli, ripristino delle case chiuse che qui imperavano quand'ero ragazzino e mio padre non mi ci faceva neanche avvicinare. Ma altre sono le logiche di rinascita di una città": Aldo Palmeri, sessant'anni e una storia da amministratore delegato Benetton, privatizzatore della Centrale del latte di Roma con Rutelli sindaco, liquidatore della Gepi che trasformò in Itainvest, consulente con una sua 'boutique finanziaria', è da febbraio amministratore delegato di Istica e Cecos, del costruttore romano Alessandro Parnasi che rilevò l'area quando la società vaticana fallì.
"Il nostro", rivendica, "è un intervento di alto profilo, mica una volgare lottizzazione! Rilancerà l'intero quartiere circostante di San Berillo, darà lavoro a sei-ottomila addetti fino al 2014, doterà la città di strutture come il nuovo mercato coperto, la Questura (ma il ministero degli Interni ne pagherà l'affitto, ndr.), 37 mila metri quadri di verde pubblico e altrettanti di parcheggio pubblico sotterraneo a due piani. E farà da volano per il recupero del waterfront. L'intera Catania cambierà volto!".
Il planivolumetrico è pronto, e l'architetto Massimiliano Fuksas è all'opera per stendere sia il masterplan dell'area, completamente pedonalizzata, sia il progetto del mercato, che cancellerà l'attuale baraonda di bancarelle nella vicina piazza Carlo Alberto: "Caratteristico? Ma è una schifezza, un covo di illegalità. Diventerà il nostro Campo dei fiori!", dice Palmeri. La scuola esistente verrà abbattuta, dicono che gli studenti sono in calo. Improbabile anche la chiesa sul terreno della Curia: pare preferiscano monetizzare. Previsti un grande mall commerciale di lusso, un albergo a 5 stelle, un teatro. Per un quarto del totale si farà edilizia residenziale.
Costruttori gli altri due gruppi che gestiscono il business: Eurocostruzioni di Giuseppe Garraffo, imprenditore catanese; e Risanamento San Berillo, società del consorzio Uniter che ha mille dipendenti in tutta Italia, e per figure chiave Mimmo Costanzo, ex assessore di centrosinistra con Bianco, e Santo Campione, ex uomo di fiducia di Mario Rendo, negli anni Ottanta uno dei Quattro Cavalieri di Catania. Se si aggiungono l'altro grande costruttore catanese Ennio Virlinzi e Mario Ciancio Sanfilippo, editore de 'La Sicilia' e di due tv, si ha la mappa del nuovo potere economico catanese. Ciancio, poi, è uno che deve avere la sfera di cristallo, se quasi tutti i terreni da lui acquistati come agricoli riesce poi a rivenderli come edificabili una volta approvati progetti di centri commerciali, ospedali, residence. Ciancio e Virlinzi entreranno nel business di corso Martiri? "Vedremo più in là", risponde suadente Palmeri. Intanto comprano nel circostante quartiere San Berillo. Dove i prezzi salgono a vista d'occhio. Anche quell'area è tutta da risanare e recuperare. È il business prossimo venturo.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Catania-e-tutta-un-buco/2036050&ref=hpsp
SCAPAGNINI CONDANNATO A DUE ANNI E 6 MESI.
L’ex sindaco di Catania condannato: «Ho agito per il bene della gente»
CATANIA – 3 MAGGIO 2008 - Due anni e sei mesi per l’ex sindaco di Catania Umberto Scapagnini, oggi deputato del Pdl alla Camera. È la sentenza di primo grado del tribunale di Catania per abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale riguardo i contributi previdenziali concessi, tre giorni prima delle elezioni comunali del 2005, dal comune di Catania ai dipendenti per i danni causati dalla cenere dell’Etna.
«Sono molto amareggiato», ha commentato Scapagnini che è stato raggiunto al telefono dal Giornale. «Ricorreremo in appello». A metà del 2005, 4mila impiegati ricevettero in busta paga una somma compresa tra i 300 e i 1000 euro, per i danni subiti dalla cenere lavica. Al centro dell’inchiesta vi furono due delibere della giunta comunale per la restituzione dei contributi il cui prelievo doveva essere invece sospeso durante l’emergenza cenere lavica creata da una fase eruttiva dell’Etna.
«Sono pienamente convinto, ha detto Scapagnini, che abbiamo agito nell’interesse dei nostri concittadini e secondo legge. Siamo accusati di aver pagato ai dipendenti comunali una somma corrispondente a parte degli interessi maturati per la mancata sospensione dei contributi previdenziali, a seguito dell’eruzione. Abbiamo fatto tutto in piena sintonia con il parere dell’avvocatura comunale; tutto ciò alla luce anche del fatto che l’ente comunale era stato ripetutamente citato in giudizio per la mancata corresponsione da centinaia di dipendenti». Scapagnini ha poi ricordato che «la vicinanza temporale dei fatti con la scadenza elettorale non può certamente cambiare la sostanza delle cose, ovvero il riconoscimento di sacrosanti diritti di cittadini catanesi sostenuti, ripetutamente e nelle più varie sedi, da tutti i partiti politici e dalle forze sociali».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=258836
TRUFFOPOLI
TRUFFA AL SERVIZIO SANITARIO, SCOPERTI 21MILA PAZIENTI "MORTI"
Catania, medici pagati da anni, ma i loro pazienti erano morti.
La Guardia di Finanza scopre una maxitruffa: 21mila i casi. Il danno all'erario sarebbe di circa 4 milioni e 200 mila euro.
CATANIA – 10 luglio 2008 - Erano morti da anni, alcuni anche da diversi decenni, ma i loro medici di famiglia hanno continuato ad essere pagati per la loro assistenza dall'Azienda sanitaria. Sono circa 21 mila i casi di persone decedute ancora in 'cura' scoperti dalla guardia di finanza di Catania che ha eseguito controlli incrociati su oltre un milione di cittadini.
Secondo le Fiamme gialle il danno all'erario sarebbe di circa 4 milioni e 200 mila euro, per gli ultimi cinque anni.
Gli accertamenti hanno permesso di scoprire che molti pazienti passati a miglior vita hanno goduto dell'assistenza medica per un periodo superiore a 35 anni, senza che nessuno si accorgesse della loro morte. Per le indagini i militari si sono avvalsi dei dati forniti dalla stessa Ausl 3 relativi agli assistiti e quelli provenienti dai vari uffici Anagrafe dei Comuni della provincia. I medici di famiglia incassano mensilmente circa 6 euro per ogni paziente assistito.
I dati delle indagini sono stati trasmessi al vaglio della Corte dei conti per le valutazione dei profili di responsabilità amministrativa per danno erariale, mentre si sta valutando l'ipotesi di profili di rilievo penale.
http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/medici-truffa/medici-truffa/medici-truffa.html
5000 FALSI BRACCIANTI: OLTRE 15 MILIONI DI EURO DI DANNO ALL'INPS
Danni per 15 milioni di euro all'ente previdenziale, 23 persone arrestate
Catania, truffa all'Inps: 5.000 falsi braccianti
Tre organizzazioni criminali reclutavano disoccupati: interi condomini "lavoravano" come falsi agricoltori
CATANIA – 15 nov. 2005 - Ventitrè arresti, 15 milioni di euro frodati all'Inps, 5.000 falsi braccianti: questi i numeri di una truffa a Catania ai danni dell'ente previdenziale, scoperta dalla guardia di finanza. Sono state emesse due ordinanze di custodia cautelare, una firmata dal gip Antonino Fallone, l'altra dal gip Alba Sammartino. I provvedimenti riguardavano in totale 24 persone, ma gli arresti eseguiti sono 23 perchè un indagato è sfuggito alla cattura. Effettuate anche una settantina di perquisizioni presso le sedi di imprese, gli studi di diversi professionisti, e uffici pubblici. Disposto anche il sequestro di beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie per circa 5.500 euro.
Nell'operazione, denominata «Braccia rubate all'agricoltura», sono stati impegnati oltre 300 finanzieri. Tra gli arrestati ci sono anche un funzionario della sede Inps di Catania, Antonino Contino, 63 anni, suo figlio Mario, 37 anni, e quattro funzionari di un patronato, Vincenzo Di Mari, 39 anni, Giuseppe Battaglia, 45 anni, Agatino Mazzeo, 39 anni, e Pietro Scalisi, 45 anni. Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al falso.
Secondo gli inquirenti, nel Catanese operavano tre organizzazioni criminali che procuravano l'erogazione dell'indennità di disoccupazione dell'Inps a favore dei falsi braccianti. Erano state costituite a questo scopo aziende agricole fittizie, che certificavano l'assunzione dei falsi braccianti. A capo dei tre gruppi c'erano secondo gli inquirenti Agatino Di Stefano, 52 anni, pregiudicato, noto come «zio Tino», i fratelli Alfio e Vittorio Toscano, rispettivamente di 55 e 32 anni, e Antonino Strano, 41 anni. Le ditte fantasma erano sparse tra i Comuni di Paternò, Adrano, Bronte, Scordia, Biancavilla, e Santa Maria di Licodia.
Per le tre organizzazioni lavoravano anche diversi «procacciatori» che reperivano le persone disponibili a essere "assunti" come (falsi) braccianti: questo era il ruolo, secono l'accusa, di Graziano Balsamo, Carla Abate, Erasmo Michele Barberio, Francesca Motta, Nunzia Condorelli. I falsi documenti attestanti l'esistenza delle ditte e l'assunzione dei lavoratori venivano prodotti dallo studio professionale della ragioniera Rosaria Toscano, 44 anni, sorella di Alfio e Vittorio Toscano, e dai funzionari dei patronati. Le tre organizzazioni riuscivano anche a venire in possesso dei tabulati dell'Inps relativi alle erogazioni dell'assegno di disoccupazione per i falsi braccianti: in tal modo veniva riscontrato l'avvenuto pagamento, del quale metà andava al bracciante e metà agli organizzatori della truffa.
Tra i falsi braccianti agricoli, la Guardia di Finanza ha individuato anche un siciliano da tempo residente nel Lussemburgo e che veniva periodicamente a Catania solo per incassare l'assegno di disoccupazione dell'Inps. I lavoratori fittizi erano però in maggioranza persone disoccupate e bisognose, residenti nella provincia di Catania: sono stati documentati casi di interi condomini i cui abitanti erano tutti stati reclutati come falsi braccianti. L'Inps, oltre ad aver sborsato milioni di euro per prestazioni previdenziali non dovute, ha subito anche la beffa dell'evasione contributiva: le 18 aziende agricole fantasma infatti non effettuavano alcun versamento per i braccianti che dichiaravano di avere assunto.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/11_Novembre/15/inps.shtml
MAGISTROPOLI
Caso Catania. Denunce, querele, rinvii a giudizio ed altro.
di Giambattista Scidà - 14 gennaio 2011 su Antimafia duemila
"Anni addietro indirizzai all'on. Forgione, Presidente della Commissione Antimafia, della XV legislatura, da poco entrata in funzione, la lettera aperta che si può leggere nel blog http://scida.wordpress.com, proponendogli, in fine, una pubblica discussione... ...sul tema da me affrontato: alla quale partecipassero l'on. Anna Finocchiaro e don Luigi Ciotti. Forgione non rispose; la Finocchiaro e Ciotti non interloquirono; e i media, sia locali che nazionali, fecero attorno al mio scritto una specie di vuoto pneumatico: uniche eccezioni un sito internet (www.terrelibere.org) e il quotidiano L'Unità. Il magistrato, del quale criticavo la chiamata a consulente della Commissione, mi denunciò e querelò: per calunnia; per diffamazione; e per diffamazione a mezzo stampa, come concorrente con l'autore dell'articolo apparso sul citato quotidiano. La Procura Repubblica di Roma escluse di potermi incriminare per calunnia (era certo il mio convincimento di sussistenza dei fatti affermati), ma mi accusò di diffamazione, perchè i fatti stessi, da me creduti reali, non erano, per essa, tali (non mi è noto, perchè non risulta dal fascicolo, da quale indagine mai avesse ricavato ragione di negarli), e anche mi accusò di diffamazione a mezzo stampa, in concorso col giornalista (che non conoscevo e del cui articolo avevo avuto la prima notizia solo dopo la pubblicazione). Il dibattimento avrà inizio in marzo, ed io sono lieto che il querelante e il quotidiano La Sicilia (12/01/2011 p.8) ne abbiano dato annuncio: è bene, per Catania, per la Giustizia e per me, che delle udienze diano conto le cronache, mettendo i concittadini nella condizione di poterne seguire lo svolgimento: all'opposto di quanto avvenuto, sinora, nel processo a carico di Travaglio, Giustolisi e Flores – querelante altro magistrato della Procura Repubblica etnea; corpo del reato un articolo di MicroMega – che i media locali e nazionali hanno tenuto a fasciare di silenzio (come da me deplorato, sul citato blog, con lo scritto “Il Caso Catania davanti al Tribunale di Roma”). Un bel “grazie!”, dunque, a chi ne ha scritto. La vicenda arricchisce e completa, mentre raggiungo l'ottantunesimo anno d'età, la mia già ricca esperienza: della quale evoco qui due capitoli non ancora remoti. Nel dicembre 2000 (continuavo nel mio servizio di Presidente del Tribunale penale dei Minori) tornai a rivolgermi al CSM – del quale faceva parte, dal '98, un ex Pretore di Catania, ed ex Sostituto Procuratore della Repubblica nella stessa sede; e chiesi di nuovo, come già nel '96, che si volesse far luce sul processo per il grandioso appalto di viale Africa (Centro Fieristico Le Ciminiere) e su certo suo antecedente (l'appalto, a suo tempo aggiudicatosi da quello stesso imprenditore per la costruzione della Pretura di via Crispi). Il processo era stato impostato da quel tale componente del CSM. E tornai a richiamare, come durante il quadriennio '94 – '98, altro processo, a carico di giornalisti, nel quale avevano deposto come testi (Trib. di Roma, VII Sezione; 1992, 9 febbraio) due magistrati entrambi in servizio a Catania: qualcuno dei quali aveva mentito. Uno dei due ero io. La I Commissione del CSM fu dissuasa dal sentirmi, e persuasa ad agire contro di me. Venne impalcata, pur nella palese mancanza di motivi, una procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità con l'ambiente e con la funzione; la proposta in mio danno fu deliberata il 9 novembre 2000 e subito resa nota con un “lancio” ANSA. Fulminea, la nemesi piombò su quella dismisura. La reazione della coscienza pubblica, a Catania e fuori Catania – in seno alla Commissione Antimafia, tra i giudici minorili italiani riuniti a congresso, e sulle testate giornalistiche – fu tale che gli stessi proponenti corsero a bloccare con un pretesto la marcia di quella loro creatura verso il plenum. L'ispezione ministeriale, che essi chiesero in alternativa, confermò l'impossibilità di contestarmi addebiti fondati. Per la Commissione, l'avventura esitò in un disastro. Ma inutilmente io la sfidai o ad archiviare gli atti o a mandarmi, finalmente, davanti al plenum: essa schivò sia l'umiliazione dell'archiviare, sia la rotta del “giudizio”, pubblico e di certamente incontenibile risonanza, aspettando che io uscissi dal campo per raggiunti limiti d'età (72 anni il 22/01/2002). Il cortese lettore vorrà a questo punto notare: sulla mia vecchia testa, prima che i fulmini delle querele e denunce del magistrato catanese, quelli del CSM. Ma in mezzo, tra fulmini e fulmini, i disegni, a mio riguardo, della malavita. “Presidente Sciatà, la sua vita è in pericolo perchè si è messo contro le persone sbagliate..........”: così una lettera indirizzatami, il 25 agosto 2001, da un detenuto nel carcere catanese di piazza Lanza. Che cosa avevo mai fatto? il 7/12/2000, chiamato dalla Commissione Antimafia (come auspicavano migliaia e migliaia di catanesi), avevo deplorato l'acquisto di un alloggio in villa, in San Giovanni la Punta, fatto da un magistrato della Procura Repubblica di Catania: costruttore e venditore un affiliato al clan Laudani (Rizzo Carmelo), poi fatto uccidere dai capi. Ma il magistrato fece presto a smentirmi, producendo al CSM e in altre sedi l'atto di compravendita: costruttore e venditore tutt'altra persona affatto estranea alla mafia: il cavaliere A. Il CSM (quella stessa Commissione I che aveva voluto perseguire me) intervenne allora, senza sentirmi, a tutela di lui, che di tutela faceva richiesta, e contro di me. Il plenum ne accolse a maggioranza le proposte. Il seguito fu sconvolgente. Il cavaliere A svelò ai CC di non aver costruito nulla e di non avere intascato alcuna parte del prezzo: si era prestato ad una finzione. E consegnò la dichiarazione, a firma del magistrato compratore, da costui rilasciatagli perchè si prestasse a fingere. Di tutto ciò, la causa prima ero stato io, con le mie dichiarazioni all'Antimafia. Quando mi giunse la lettera del detenuto, la situazione del magistrato compratore, già difficile sino ad un momento prima del voto consiliare che lo salvava, si era fatta difficilissima, e gli affiliati al clan dei Laudani avevano buon motivo di volermi punire. Chiesi, ma non potei ottenere, che si desse corso alle indagini del caso. L'uomo, del quale doveva essere disposto l'immediato trasferimento in altro carcere, per lui sicuro, fu lasciato lì, tra quelle mura, in mezzo a quelle temibili e ormai allarmate presenze; e si comportò come ognuno al suo posto avrebbe fatto. Riconobbe, sì, lettera e firma, indicando nel “caso Catania”, l'origine del pericolo segnalatomi, ma eluse la domanda circa le fonti del suo sapere, asserendo di non averne avuto altra che l'animo suo stesso. La lettera fu separata dagli atti delle indagini, provocate dalle rivelazioni del cavaliere A, e venne avviata all'archivio, come già le dichiarazioni mie all'Antimafia, e come in sèguito le stesse indagini. Il catalogo, cortese lettore, è questo: all'assalto di Scidà, negli ultimi dieci anni, il CSM; all'assalto la malavita; all'assalto, dato che ancora egli non si risolve a tacere, denunce e querele. Ma le attenzioni per lui erano cominciate ben prima, all'inizio degli anni '80, e avevano riempito di sè gran parte di quel decennio. Le rivisiterò per chi ha la bontà di leggermi."
Caso Catania: La verità nel nome del popolo italiano
di Giorgio Bongiovanni - 11 gennaio 2011 su Antimafia duemila
"Una fotografia di diversi anni fa pubblicata oggi dal Fatto Quotidiano, a margine di un articolo firmato da Giuseppe Giustolisi, ha riacceso i riflettori sul cosiddetto “caso Catania”, una vicenda giudiziaria attraversata da ibride connessioni tra criminalità e frange della magistratura etnea. Nell'immagine riprodotta si distingue l'attuale procuratore aggiunto di Catania, Giuseppe Gennaro, seduto accanto all'imprenditore di San Giovanni La Punta (CT), Carmelo Rizzo, affiliato al potente clan Laudani e ucciso da Cosa Nostra nel 1997. Immediata è scattata la polemica e la relativa levata di scudi da parte del diretto interessato che ha annunciato querela per l'autore dell'articolo. “La foto pubblicata ritrae me presso un'abitazione, diversa dalla mia – ha affermato Gennaro ai microfoni dell'Ansa – in occasione della prima comunione del figlio del mio vicino di casa cui ero stato invitato insieme alla mia famiglia: non so dire chi fossero le persone ritratte insieme a me, invitati dal mio ospite, quindi una potrebbe anche essere il Rizzo di cui parla il giornalista, io continuo ad ignorarlo. Non sapevo allora ed ignoro ancor oggi quali fossero le sembianze del Rizzo che non mi è stato mai presentato da alcuno. Sfido chiunque a dimostrare il contrario con prove certe e non con mere suggestioni”. “È opportuno ribadire – ha sottolineato poi il procuratore aggiunto di Catania – che l'intera vicenda riguardante l'acquisto della mia casa è stata valutata dal Gip di Messina che ha accolto la richiesta di archiviazione del Procuratore della Repubblica”. Parole sante, ma nella richiesta di archiviazione per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti dello stesso Gennaro, firmata il 18 luglio 2003 dal magistrato messinese Rosa Raffa (attuale procuratore capo di Patti), la procura di Messina afferma: “Che il dottore Gennaro abbia negato di conoscere Rizzo Carmelo, in ciò smentito dalle dichiarazioni di Caruso Carmelo, Gemma Antonino, Villaggio Giuseppe e dall'assegno di c/c dell'importo di £. 9.000.000 emesso nel febbraio 1991 dal magistrato all'ordine di se stesso e poi girato alla 'G.C. F.lli Rizzo s.n.c.', non appare significativo sotto il profilo probatorio. Si tratta infatti di una scelta difensiva del dottore Gennaro tesa a prendere le distanze da un malavitoso”. La gravità di tale menzogna sposta quindi l'intera questione dal piano penale a quello etico e deontologico. Gennaro continua a ribadire di non aver mai conosciuto Rizzo, ma un dispositivo giudiziario lo smentisce inequivocabilmente. Con la pubblicazione della foto che lo riguarda la sua versione perde quel minimo di credibilità accettabile. Per onore del vero la storia di questa fotografia inizia il 4 gennaio scorso a Palazzolo Acreide (SR), città natale del giornalista ucciso dalla mafia nel 1984 Pippo Fava. Quel giorno Pino Finocchiaro, giornalista di RaiNews24, modera un dibattito che precede la consegna del premio giornalistico Pippo Fava-giovani a Gaetano Alessi, fondatore della testata giornalistica Ad Est. Ed è lo stesso Finocchiaro a mostrare per la prima volta al pubblico in sala la foto che ritrae Giuseppe Gennaro insieme a Carmelo Rizzo. Il giornalista di RaiNews24 racconta ai presenti l'episodio dell'acquisto di una villa da parte di Giuseppe Gennaro; l'immobile è di fatto della ditta “Di Stefano Costruzioni”, uno dei soci è la moglie di Carmelo Rizzo che in realtà era colui che gestiva l'impresa. Finocchiaro specifica poi che Gennaro ha sempre negato di avere mai acquistato quella villa direttamente da Rizzo e soprattutto di avere mai incontrato l'imprenditore mafioso. Nell'atto di compravendita non risultano infatti i nomi della “Di Stefano”, né tantomeno di Carmelo Rizzo, ma bensì di un certo signor Arcidiacono che dichiarerà poi a verbale davanti agli investigatori di aver svolto la funzione di prestanome. Martedì 4 gennaio al fianco di Pino Finocchiaro c'è anche Nicolò Marino, attuale sostituto procuratore a Caltanissetta, già pm alla Dda di Catania. Marino non commenta la fotografia, preferisce rammentare la sua denuncia del 2001 alla Commissione Antimafia su quegli ibridi “connubi” del “caso Catania”; una denuncia avvenuta a distanza di qualche settimana da quella dell'ex presidente del tribunale dei minori, Giovanbattista Scidà, che per primo aveva puntato il dito su gravi comportamenti di alcuni magistrati catanesi. La foto incriminata comincia quindi a circolare su Facebook, viene ripresa dal blog di Pino Finocchiaro, dal blog di Riccardo Orioles U Cuntu e dal sito di Liberainformazione, per poi approdare sulle pagine del Fatto Quotidiano. Negli stessi giorni la Corte di Appello di Catania, dopo una precedente assoluzione in I° grado, emette la sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti del boss mafioso Alfio Laudani, ritenuto il mandante dell'omicidio di Carmelo Rizzo (assassinato prima che si potesse pentire, ndr). A tutt'oggi pesa l'incognita del successore alla poltrona di procuratore capo di Catania. Nel giro di un mese quella poltrona sarà libera in vista del pensionamento dell'attuale procuratore Vincenzo D'Agata. E non è un dettaglio. Giuseppe Gennaro è fra coloro che ambiscono a questo posto. Per l'attuale procuratore aggiunto di Catania resta da sciogliere il nodo etico-morale (di cui si fa riferimento nella richiesta di archiviazione che lo vedeva indagato per concorso esterno in associazione mafiosa) che, ora più che mai, lo costringe a fare definitivamente chiarezza su un episodio imbarazzante che compromette l'integrità del ruolo che svolge o che potrà svolgere. Per chi come lui va nelle aule di giustizia e parla “in nome del popolo italiano” è indispensabile rendere conto delle proprie azioni “al popolo italiano” verso il quale ha il dovere morale di dire la verità. Altrimenti non resta che dimettersi dalla magistratura per non infangare la memoria di Falcone, Borsellino e di tutti gli altri magistrati uccisi nel nome del principio sacrosanto della giustizia."
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-05864
presentata da ANGELA NAPOLI giovedì 27 marzo 2003 nella seduta n.288
ANGELA NAPOLI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
fin dal 27 marzo 2000, con atto ispettivo n. 4-29179 l'interrogante ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti;
infatti, il tribunale di Messina è sede di inchiesta su alcuni magistrati catanesi; il tribunale di Reggio Calabria è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e catanesi; il tribunale di Catania è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e reggini;
all'interrogante appariva, ad esempio, già allora inquietante la circostanza che uno degli inquirenti catanesi, titolare delle indagini sui colleghi messinesi e reggini, fosse egli stesso indagato a Messina;
durante i lavori svolti dalla Commissione nazionale antimafia nella XIII Legislatura era già emerso il "caso Catania", con il coinvolgimento di magistrati della procura della Repubblica di Catania per i quali era stata aperta una fase di indagine da parte della procura della Repubblica di Messina;
la fine della XIII Legislatura ha impedito alla precedente Commissione nazionale antimafia di fare piena luce sulle dichiarazioni rese alla stessa da Giambattista Scidà, ex Presidente del tribunale dei minori di Catania e dal dottor Nicolò Marino relative ad ipotetiche collusioni tra alcuni magistrati catanesi con uomini politici ed uomini della criminalità organizzata;
il Presidente Scidà aveva, infatti, denunziato che "la procura di Catania avrebbe assunto una posizione di vero dominio, incamerando notizie di reato senza approfondirle" ed in particolare ha sottolineato il fatto che il processo sull'ospedale "Garibaldi", "sarebbe stato bloccato per mesi dal dottor Carlo Busacca, Procuratore capo presso il tribunale di Catania, allo scopo di non sottoporre ad indagini Ignazio Sciortino, cognato del sostituto procuratore Carlo Caponcello";
il dottor Nicolò Marino divenne, invece, vittima del "caso Catania", in quanto, da titolare dell'inchiesta sull'ospedale "Garibaldi", ha attenzionato la relativa Commissione anomalie incaricata di valutare le offerte per la gara, che avrebbe escluso irregolarmente la ditta Costanzo per aggiudicare l'appalto alla cooperativa rossa di Giulio Romagnoli;
della Commissione faceva parte anche Sciortino e mentre gli altri componenti furono arrestati, questo fu invece lasciato libero;
peraltro nel comune di San Giovanni La Punta Giuseppe Gennaro, procuratore aggiunto di Catania ha comprato una villa che, secondo un'informativa della polizia, gli sarebbe stata ceduta da un costruttore legato al clan Laudani;
così oggi a Messina sono in corso indagini sul Capo della procura di Catania Mario Busacca, sul procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e sul PM Carlo Caponcello, e contemporaneamente a Catania si celebrano processi a carico dell'ex sostituto procuratore della DNA, Giovanni Lembo e dell'ex Capo del GIP Marcello Mondello (vedi notizie stampa giugno-luglio 2002);
della procedura penale del conflitto insorto in seno agli uffici giudiziari catanesi è stata quindi interessata la procura della Repubblica di Messina che ha elevato imputazioni nei confronti del dottor Busacca, per le quali è stata successivamente richiesta l'archiviazione;
proseguono, invece, le indagini che riguardano il dottor Giuseppe Gennaro;
le reciprocità delle due procure di Catania e Messina sono state evidenziate anche dal fallimento "Ceruso C. e F. srl" in cui è stato coinvolto l'imprenditore Angelo Scammacca di Catania che aveva denunziato il magistrato della città Francesco D'Alessandro;
nell'esposto dello Scammacca è stato denunciato che il fallimento sarebbe stato trattato in modo illecito per favorire alcuni personaggi collusi con la mafia;
il giudice D'Alessandro, all'interno dello stesso fallimento, ha svolto le funzioni di giudice delegato, giudice istruttore e consigliere estensore della sentenza in appello;
il giudice D'Alessandro presiede il processo Lembo-Sparacio;
un procedimento nei confronti del giudice D'Alessandro, dopo essere transitato dalle procure di Messina e Reggio Calabria confluirà, per competenza, a Catania;
l'assemblea della camera penale di Catania ha chiesto, inoltre, un'ispezione alla procura della Repubblica in merito alla gestione del collaboratore di giustizia Angelo Mascali, il quale durante la sua collaborazione avrebbe continuato a controllare il racket delle estorsioni e dell'usura con alcuni familiari legati alla cosca Santapaola -:
se non intenda dover avviare urgentemente adeguate visite ispettive presso le procure di Catania, Messina e Reggio Calabria, così come già richiesto dall'interrogante con l'atto ispettivo n. 4-29179;
se non ritenga, altresì, di dover fornire all'interrogante ed alla Commissione nazionale antimafia le risultanze di precedenti visite ispettive effettuate presso le tre procure in questione;
se non ritenga, ancora, di voler salvaguardare l'autonomia e l'immagine della magistratura richiedendo gli opportuni interventi nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali situazioni a discapito della vera giustizia.(4-05864)
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-05317
presentata da VINCENZO FRAGALA' martedì 4 febbraio 2003 nella seduta n.258
FRAGALÀ. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
dall'inchiesta svolta dalla Commissione Parlamentare Antimafia nel corso della XIII legislatura sul cosiddetto "caso Catania" sono emerse ipotesi gravissime di rapporti tra magistrati della Procura della Repubblica di Catania, esponenti politici ed associazioni mafiose che hanno dato luogo all'apertura di fascicoli d'indagine a carico di detti magistrati presso la competente Procura della Repubblica di Messina;
in particolare, come riportato da notizie di stampa (La Gazzetta del Sud del 18 giugno 2002, pagina 33, Il Giornale del 19 giugno 2002, pagina 7 e Il Giornale del 15 luglio 2002, pagina 8), risultano essere sottoposti ad indagine, tra gli altri, il Procuratore capo, dottor Mario Busacca (per il reato di abuso d'ufficio) ed il suo aggiunto, per altro coordinatore della direzione distrettuale antimafia, dottor Giuseppe Gennaro (da fonti giornalistiche anche per il reato di cui all'articolo 416-bis del codice penale);
mentre proseguono le indagini che riguardano il dottor Gennaro, pare siano state concluse quelle relative al dottor Busacca (Controvento, mensile in attesa di registrazione, pubblicato a Catania nel dicembre 2002, pagina 3) con una richiesta di archiviazione del procedimento n. 4748/02 N.R. nella quale, in modo circostanziato, si afferma che il dottor Busacca in effetti ha posto in essere tutti gli elementi costitutivi del reato per il quale è stato indagato ad esclusione solo del perseguimento di un vantaggio patrimoniale;
essendo la condotta contestata al dottor Busacca, attinente alle pressioni dallo stesso esercitate per impedire l'iscrizione nel registro degli indagati di un congiunto di altro magistrato del suo stesso ufficio per reato connesso a reati di mafia, finisce per essere evidente che si è avuta una gravissima interferenza nell'ordinaria gestione dell'ufficio, così come è avvenuto per altri comportamenti tenuti dallo stesso magistrato per altri processi (in particolare, esternazioni ed interviste rilasciate in delicatissime fasi di indagine per il procedimento contro Scuto Sebastiano e la mafia di S. Giovanni La Punta) pure esplicitamente presi in considerazione nella richiesta di archiviazione;
pur richiedendo l'archiviazione per i fatti suddetti, i magistrati della procura della Repubblica di Messina hanno ritenuto che tali comportamenti, penalmente siano rilevanti sotto il profilo disciplinare e, per tale motivo, hanno trasmesso copia degli atti ai titolari dell'azione disciplinare e cioè al Ministro della giustizia e al Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione ed al CSM, che ne sono quindi legittimamente a conoscenza;
risulta all'interrogante che il Ministro avrebbe intenzione di avviare un'ispezione del Ministero della giustizia presso gli uffici giudiziari catanesi e, pur potendo i fatti dar luogo a specifica inchiesta, tuttavia dovrebbero essere riscontrati dagli ispettori per le gravi, documentate e riconosciute (anche in sede giudiziaria) interferenze sull'ordinaria gestione dell'ufficio della procura della Repubblica di Catania, peraltro oggetto di numerosi e circostanziati esposti e relazioni versate agli atti della Commissione Parlamentare Antimafia, del CSM e della Procura Generale di Catania -:
quali siano le iniziative urgenti che il Ministro della giustizia, a fronte di tali gravissimi e documentati fatti, intenda adottare;
se e quali iniziative intenda assumere per salvaguardare l'onorabilità, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, e specificamente di quella catanese, non coinvolta e di quella di Messina che ha il diritto/dovere di operare nel rispetto che le è dovuto;
se agli ispettori in opera a Catania sia stata fornita la documentazione già in possesso del ministero della giustizia, per verificare se, come affermano i magistrati di Messina, ci siano effettivamente state pressioni ed interferenze attinenti alla corretta gestione della procura della Repubblica di Catania da parte dei vertici dell'ufficio;
se, in ogni caso, non ritenga opportuno disporre l'apertura di specifica inchiesta amministrativa.(4-05317)
Interrogazione a risposta scritta 4-05257
presentata da NICHI VENDOLA giovedì 30 gennaio 2003 nella seduta n.256
VENDOLA. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
da notizie di stampa si apprende che:
il 23 gennaio 2001 il dottor Nicolò Marino, sostituto procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia del tribunale di Catania, rendeva alla Commissione parlamentare antimafia dichiarazioni con le quali denunciava comportamenti anomali da parte del procuratore distrettuale dello stesso ufficio di procura, dottor Mario Busacca;
in particolare, il dottor Marino denunciava la condotta abusiva del dottor Busacca relativamente ad una indagine di una certa delicatezza: e cioè un reiterato intervento favoritistico nei confronti di tale ingegner Ignazio Sciortino, cognato di altro sostituto della stessa procura (dottor Carlo Caponcello), denunciato per gravi reati in materia di appalti;
il dottor Busacca tentava ripetutamente di scongiurare persino l'iscrizione, da parte del dottor Marino, dell'ingegner Sciortino nel registro degli indagati: non vale la pena di sottolineare quanto quella iscrizione fosse, a norma di legge, un atto obbligatorio;
in data 15 marzo 2001 il procuratore Mario Busacca rilasciava un'intervista al quotidiano La Sicilia sulle vicende catanesi nella quale sminuiva la consistenza degli indizi a carico dell'imprenditore Sebastiano Scuto, coimputato dell'ingegner Sciortino; l'intervista precedeva di pochi giorni la fissazione dell'udienza presso il tribunale del riesame di Catania relativa alla richiesta di revoca della misura cautelare emessa dal gip nei confronti dei due suddetti coimputati;
la procura distrettuale della Repubblica presso il tribunale di Messina, interessata ex articolo 11 del codice di procedura penale del conflitto insorto in seno agli uffici giudiziari catanesi, elevava imputazione nei confronti del dottor Busacca per il reato di abuso d'ufficio in relazione alle resistenze dapprima opposte nei confronti del dottor Marino per non fare iscrivere l'ingegner Sciortino nel registro degli indagati (atto dovuto per legge), e, successivamente, perché non ne fosse richiesta la cattura nell'ambito del procedimento penale relativo all'appalto per i lavori del secondo lotto dell'ospedale Garibaldi di Catania, provvedimento eseguito solo per gli altri coimputati;
con provvedimento dell'11 luglio 2002 l'ufficio di procura di Messina richiedeva l'archiviazione della posizione del dottor Busacca;
scrivono i magistrati che "appare evidente la sussistenza di atti idonei ed univocamente posti in essere in violazione di legge", ma nei fatti addebitati a Busacca mancherebbe, tuttavia, il vantaggio di naturale patrimoniale dell'ingegner Sciortino, cioè l'elemento oggettivo del reato;
è evidente quindi, che le condotte del dottor Busacca sono sicuramente meritevoli di valutazione sotto il profilo penale e disciplinare;
alla luce del provvedimento adottato dal pubblico ministero di Messina sull'operato del dottor Busacca emerge chiara, ad avviso dell'interrogante, la violazione dell'articolo 18 del regio decreto-legge 31 maggio 1946 n. 511 (ordinamento giudiziario) per avere il dottor Busacca mancato ai suoi doveri, rendendosi perciò immeritevole di fiducia e considerazione e compromettendo il pregio dell'ordine giudiziario e ciò per aver impedito al dottor Nicolò Marino l'iscrizione dell'ingegner Sciortino nel registro degli indagati per interessi non di giustizia -:
quali iniziative disciplinari intenda adottare nei confronti del dottor Mario Busacca, procuratore capo presso il tribunale di Catania. (4-05257)