
I CATANZARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
SANITOPOLI
Carmelo Abbate su "Panorama" racconta la sua inchiesta filmata sulla Sanità italiana.
Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell’inesistente associazione Orchidea bianca onlus. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione. È bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie.
Trattato come un medico da pazienti, inservienti, infermieri, colleghi. Questi ultimi mi hanno accolto nei loro camerini, mi hanno assegnato l’armadietto e gli indumenti da lavoro. Sono entrato a contatto diretto con i malati, ho fatto il giro di visite del mattino e ho preso parte (ma non ho preso i ferri in mano, tranquilli) a interventi chirurgici.
Gli ospedali al centro di questa inchiesta sono quattro: a Catanzaro, Napoli, Isernia e Venafro, in provincia di Isernia. Nel corso dell’indagine (tutta documentata da una telecamera nascosta) ho visto barboni che mangiano e dormono a pochi metri dai malati, zingare che passano fra i letti a chiedere l’elemosina, cinesi che entrano nei reparti per vendere ai bambini giocattoli privi di ogni standard di sicurezza.
Poi medici e infermieri che fumano, alcuni perfino dentro i blocchi operatori. Ho seriamente rischiato di togliere dei punti di sutura dalla testa di una donna. Soprattutto, ho visto da vicino come il personale sanitario si comporta a volte nei nostri ospedali. Come vengono ignorate le più basilari regole di comportamento e di igiene, la cui inosservanza provoca ogni anno circa 500 mila infezioni e più di 5 mila morti. Pazienti che erano andati a curarsi per altre cause.
Sono le 7 di martedì 29 settembre, Ospedale Pugliese di Catanzaro. Per un’ora faccio su e giù con gli ascensori. Le norme prescrivono che la biancheria pulita segua un percorso diverso da quella sporca. I rifiuti ospedalieri, organici, non devono transitare negli stessi ascensori utilizzati da medici, pazienti o per il cibo. A Catanzaro non funziona così. Passa tutto per lo stesso montacarichi. Ci sono dentro quando si apre la porta. Un operaio: «Dottò, sta scendendo?». Rispondo di sì e lui spinge all’interno il carrello con un bel po’ di bidoni gialli messi uno sopra l’altro fino al soffitto. Ci stringiamo nel poco spazio disponibile. Li abbiamo addosso. Nell’etichetta esterna c’è scritto: «Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo». Dentro possono esserci garze imbevute di sangue, siringhe, residui di interventi chirurgici, anche materiale radioattivo utilizzato nella medicina nucleare. La porta dell’ascensore si apre, pochi minuti dopo sono sempre lì con il carrello del cibo.
Alle 8 e mezzo eccomi in pediatria. Entro nella saletta dei medici. Ce ne sono tre, più due infermiere. Mi presento: sono il dottor Trimarchi dell’associazione Orchidea bianca onlus. Dico tutto velocemente, come fosse la più famosa organizzazione sanitaria italiana, nella speranza di far scattare il tipico meccanismo per cui non chiedi ulteriori informazioni per paura di passare per deficiente davanti agli altri. È andata. Spiego che mi sono appena laureato e che la nostra struttura ci manda a fare degli stage in giro per gli ospedali. Vorrei stare un giorno con loro per vedere come lavorano. Non c’è problema, nessuno chiede una lettera di incarico, un documento, una preventiva richiesta alla direzione generale. Nulla. Mi accettano sulla parola.
Da questo momento parte quel processo che poi si ripeterà in alcuni dei centri successivi: basta farsi vedere in giro con un infermiere o un medico perché tutti gli altri ti considerino uno di loro, un nuovo arrivato. Ogni minuto che passa, ogni gesto è un tassello che va ad arricchire la tua tracciabilità. Fino a non riuscire più a risalire al momento originario. Ovvero, come sei entrato lì. Chi ti ha mandato. Chi ti ha aperto le porte per primo.
Sono a tutti gli effetti il dottor Trimarchi. Il primo a darmene atto è l’imbianchino che dipinge i muri del corridoio. Mi saluta con una certa deferenza. La puzza della vernice si sente, eccome. Le infermiere mi accolgono nella loro saletta. Una mi prepara il caffè. Poi mi offre una sigaretta. Lei accende e apre la finestra. Mi infilo nella camera dei medici. Anche qui si fuma.
Dopo mezz’ora il battaglione muove alla volta delle camere dei bambini per il consueto giro mattutino delle visite. Alla testa c’è il medico più esperto. Camice aperto, mani in tasca o a giocare con le chiavi, passa da un letto all’altro dispensando affettuosi buffetti e barzellette. Le visite avvengono tutte senza guanti e senza un minimo di privacy, ogni comunicazione è a partecipazione collettiva.
Prima mi sono informato sulle diagnosi dei malati: c’è chi ha un’infezione generalizzata, chi da morso di zecca, chi ha la mononucleosi, l’epatite. In una stanza ci sono tre letti: due adolescenti e un bambino. Dopo aver toccato le ragazze il medico infila la mano dentro la bocca del piccoletto. Ma non vede bene. Allora afferra la tapparella, la tira su. Poi fa alzare il bambino, lo mette a favore di luce e gli rificca la stessa mano in bocca. Un altro bambino ha delle strane macchie sul corpo. Dietro un orecchio la pelle è aperta. Il medico ci passa le mani, poi invita l’assistente ad avvicinarsi. Tocca pure lei. Senza guanti. L’équipe si consulta. Non si riesce a capire a cosa siano dovute. Le gambe sono piene. Uno butta lì l’ipotesi tubercolosi, un altro epatite.
Durante una visita, il medico mi coinvolge: «Lei che ne pensa, dottor Trimarchi?». Sono con le spalle al muro, non so cosa fare. Ripete la domanda, vuole sapere se in presenza di quei valori la diagnosi è corretta. Rispondo che non lo so, non è quella la mia specializzazione. «E in che cosa siete specializzato voi, dottore?». Già, bella domanda. In sociologia, in sociologia medica, ecco. Dico così e subito mi do del deficiente. Ma che c’entra la sociol…? «Bene!» esclama il medico. «Ho giusto un caso di cui vi potete occupare allora». Sono pronto. «Una bambina alla quale abbiamo scoperto il diabete. Ma la mamma, che è qui con lei, è analfabeta». In una camera singola c’è un bambino con gravi malformazioni. Sembra affetto da sindrome di Down. È grasso, gonfio dalla testa ai piedi, sproporzionato.
Mentre il medico si avvicina lui gli sfila lo
stetoscopio dalla giacca. Ci gioca con le mani. Se lo attacca alle orecchie, al
petto. Alla fine il dottore lo riprende e lo rimette in tasca. Ci sono altri
piccoli da visitare.
Intorno alle 11 esco e vado a prendere il caffè al bar di fronte all’ospedale.
Con camice e zoccoli, cosa vietata. Ma sono in buona compagnia. Torno
dentro, sulle scale trovo una zingara che chiede l’elemosina. La tengo d’occhio.
Dopo un po’ si infila in un reparto, si fa largo tra i parenti in visita, arriva
perfino ai letti dei malati.
Provo a entrare nel blocco operatorio. Suono il campanello. Un’infermiera mi apre la porta. Saluto con piglio sicuro e vado dentro. Dopo pochi metri c’è un’altra porta a vetri opachi. Su un cartello c’è un avviso rivolto a tutto il personale: «Si ricorda che è assolutamente vietato entrare nelle sale operatorie senza divise, calzari, cappellini e mascherine adeguate». Gli indumenti sono lì a fianco. Li ignoro. La porta si apre su un corridoio, sulla destra ci sono due sale operatorie. Un infermiere mi viene incontro. Non ha calzari, cuffia, guanti: nulla. Gli dico che sto cercando il dottor Vattelappesca, un dottore di cui ho letto il nome su un cartello in giro. «Sta al piano di sotto». Ribatto: mi ha detto di trovarci qui per prendere accordi per un intervento. Tanto basta, semaforo verde. La scena si ripete identica nella camera successiva. Sulla soglia una donna parla al cellulare. La chiamata sembra di lavoro. La seguo dentro. Mette il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni, prende una garza e si rimette al lavoro. Non ha cambiato i guanti. Le sue mani si posano sull’uomo operato. Con lei c’è un’altra donna: naso fuori dalla mascherina. A un metro, una infermiera vestita come fosse in reparto. Ha soltanto una cuffia sui capelli, che lascia scoperti grandi ciuffi sul davanti. Non ha i calzari. Come me, che sto a due metri dal lettino operatorio con le stesse scarpe che avevo poco prima al bar di fronte all’ospedale.
All’uscita del reparto un uomo mi chiede com’è
andata l’operazione, è preoccupato. Rispondo che è tutto ok e prego Dio che sia
vero. Lo rassicuro, la madre si è risvegliata. Mi stringe le mani, mi ringrazia,
dice che però si tratta della moglie.
Un infermiere mi ha raccontato di un barbone
che mangia e dorme dentro la struttura. Lo trovo seduto davanti al
reparto di medicina nucleare, tra l’ascensore e la corsia, dove passano i
malati. È grosso, dorme piegato su se stesso. Ha due sacchetti pieni di
cianfrusaglie. Le gambe sono gonfie, le caviglie non si distinguono. Puzza. Ha i
capelli lunghi e la barba. Accanto a lui c’è un piatto di plastica con i resti
del pranzo che ha appena consumato. Lo chiamano «Carminuzzo», diminuitivo di
Carmelo, ha il mio stesso nome.
Continuo il giro. Fra gente che mi chiede informazioni. Non so che rispondere, mi scuso, dico che è il mio primo giorno. Mi becco auguri e pure qualche bacio. Incrocio una ragazza cinese. Ha uno zaino sulle spalle e una sorta di bancarella ambulante davanti con bracciali, orologi e giocattoli. La seguo. Un’infermiera le chiede un cinturino, contrattano. Entra ed esce dalle stanze, anche in pediatria, dove vende i suoi giochi di plastica privi degli standard di sicurezza previsti dall’Unione Europea.
MAGISTROPOLI
LE RESPONSABILITA' DI STATO, POLITICA, MAGISTRATURA
UNA MAGISTRATURA
INDIFFERENTE NEL RACCONTO DEL GIUDICE EMILIO SIRIANNI
di Donatella Stasio (giornalista)
"Vivo e lavoro in Calabria, il luogo delle regole capovolte, la terra dell'inenarrabile che tuttavia vorrei provare a narrare. Perché da noi non accade nulla di diverso da quanto accade altrove, accade semplicemente di più. Siamo sempre dieci passi avanti nel declino civile, politico, istituzionale e forse potremmo descrivere il paesaggio dietro la curva che non avete ancora imboccato ...".
Comincia così il racconto di Emilio Sirianni,
giudice del lavoro a Cosenza. Calabrese, 47 anni, di cui 11 trascorsi nelle
Procure della Regione, è un "giudice di frontiera", come si dice di chi lavora
nelle "sedi disagiate" impegnate nella lotta alla mafia. Luoghi dove spesso si
finisce non per scelta ma per necessità, con la speranza di andarsene, prima o
poi, in una sede "agiata".
Il suo è un racconto inedito, anche se qualche tempo fa lo ha in parte
anticipato in un Congresso di "Magistratura democratica", gelando la platea.
È il racconto della magistratura che in Calabria vive e lavora, ma non quella che solitamente finisce sulle pagine dei giornali, eroica o collusa a seconda dei casi.
Il suo non è un racconto di veleni o di corvi, di faide o di lotte di potere. Ma di una magistratura che - per indifferenza o pigrizia, per paura o connivenza, per furbizia o conformismo - gira la testa dall'altra parte, strizza l'occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell'ufficio. E "che accetta - dice Sirianni - l'umiliante baratto fra la convenienza personale e la rinuncia a qualsiasi prospettiva di cambiamento, perché l'unico cambiamento immaginabile è il premio di essere trasferito nell'agognata sede agiata".
Una magistratura, insomma, incapace di "autogovernarsi", qui più che altrove, e che contribuisce a indebolire la credibilità dello Stato.
Una fotografia desolante, anche se non deve far dimenticare l'impegno, la professionalità e il sacrificio dei giudici "che tirano la carretta nell'oscurità" e vivono una solitudine diversa, perché non l'hanno scelta.
"Così come, in Calabria, non ci si scandalizza per un concorso truccato ma lo si accetta come una fatalità, allo stesso modo - spiega Sirianni - il magistrato calabrese quasi mai reagisce o denuncia, preferisce adattarsi a prassi dubbie, assistere indifferente a condotte inammissibili. La stessa indifferenza che soffocala cosiddetta società civile si respira nei corridoi dei palazzi di giustizia".
Il racconto.
Nel novembre 2006 fu arrestato un Presidente di sezione del Tribunale civile di Vibo Valentia (Patrizia Pasquin - ndr) insieme ad alcuni pericolosi "ndranghetisti" locali.
"Il Tribunale di Vibo ha competenza su una zona ad altissima densità mafiosa. Eppure, sia prima sia dopo l'arresto c'è stato un silenzio assordante da parte dei colleghi di quel Tribunale.
Possibile che nessuno avesse mai notato strane frequentazioni o comportamenti sospetti?
Precedentemente, durante la campagna elettorale per il C.S.M., andammo a Rossano, piccolo Tribunale con giovanissimi colleghi: l'unico argomento che animò il dibattito fu l'estensione dei benefici della sede disagiata ai cosiddetti ‘equiparati'. Eppure, anche lì c'erano problemi seri: forti scontri con gli avvocati, un presidente che per un biennio si era visto bocciare dal C.S.M. le tabelle (l'organizzazione dell'ufficio - ndr) e persino un giudice destituito a causa di diverse condanne per reati gravi e che aveva l'abitudine di non depositare le sentenze".
Molti uffici calabresi, soprattutto quelli piccoli, "si svuotano ogni venerdì, al massimo, e tornano a riempirsi solo il lunedì o il martedì successivo: tutti tornano a casa - per lo più in Campania, in Puglia, nel Lazio - senza che il capo abbia nulla da obiettare. Alla sua condiscendenza corrisponde la rinuncia a criticarne l'operato".
Vibo Valentia, Rossano, ma anche Locri, Palmi, "sono tutti fortini assediati, in zone ad altissima densità criminale in cui si lavora male e si vive in totale separatezza dal resto della Regione. Ma di solito se ne parla solo per denunciare carenza di mezzi e di uomini.
Eppure ne accadono di fatti strani.
Come quando, morto il Procuratore Rocco Lombardo,
la Procura di Locri fu lasciata reggere per mesi da un giovanissimo collega e
solo quando fu trasferito venne finalmente affidata a uno dei più esperti P.M.
della Procura di Reggio Calabria, il quale accertò, a fine 2003, l'esistenza di
4.200 procedimenti con termini di indagine scaduti da anni, su un totale di
5.000, e di circa 9.000 procedimenti ‘fantasma', cioè risultanti dal registro ma
inesistenti in ufficio. Dati, peraltro, già riscontrati in un'ispezione del
2001, senza che nulla accadesse".
Di chi è la colpa? Del C.S.M.? Del ministero? Prima ancora dei magistrati,
sostiene Sirianni. "Perché troppi magistrati calabresi organizzano le loro
giornate con il solo obiettivo di sopravvivere. Si chiudono in ufficio, alzano
un muro invisibile che li separa dalla comunità. Ma in Calabria non basta fare
il proprio lavoro. Bisogna guardare che cosa accade fuori dalla porta, anche a
costo di perdere la tranquillità".
Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari in Calabria.
Lo ha detto Luigi De Magistris, giudice del Riesame di Napoli, in un’intervista a Sky Tg24 del 18 ottobre 2008. E ha continuato: «Senza una parte della magistratura collusa, la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti».
Luigi De Magistris ha perso il 16 settembre 2008 il suo incarico da pubblico ministero della Procura di Catanzaro per assumere quello di giudice del riesame a Napoli. A chiedere il trasferimento di De Magistris era stato l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, circa presunte irregolarità da parte del pm nella gestione delle inchieste Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. Solo gli atti di quest’ultima erano rimasti a De Magistris, mentre Why not fu avocata dalla Procura generale e la delega per Poseidone gli fu tolta dall’allora procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi.
Il Csm, al termine del procedimento, accogliendo solo in parte le richieste della Procura generale, ha deciso nel gennaio scorso la sanzione della censura ed il trasferimento di sede e di funzioni per il magistrato. Al magistrato, tra l’altro, erano stati contestati due provvedimenti «abnormi»: quello con cui aveva disposto che i nomi di due suoi indagati fossero chiusi in un armadio blindato e il decreto di perquisizione nei confronti di un magistrato di Potenza, in cui si riferivano fatti «non pertinenti come la relazione extraconiugale tra due magistrati». Per i prossimi tre anni De Magistris non potrà svolgere la funzione di pm.
Si è aperto un conflitto dagli esiti imprevedibili tra i magistrati di Salerno e quelli di Catanzaro: dopo il sequestro e le perquisizioni ordinati dalla Procura di Salerno a danno dei loro colleghi della Procura Generale e della Procura di Catanzaro è, infatti, scattata un'analoga azione nel capoluogo calabrese. Ma la questione Salerno-Catanzaro è diventato un enorme e senza precedenti caso nazionale che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il vicepresidente del Csm Nicola Mancino.
Il Capo dello Stato ha chiesto alla Procura di Salerno ed a quella di Catanzaro la trasmissione di "ogni notizia e - ove possibile - ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti", le perquisizioni e il sequestro degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone, al centro dell'attuale battaglia giudiziaria, inchieste che aveva all'inizio Luigi De Magistris, poi avocate e revocate. L'iniziativa decisa dalla procura calabrese "ha introdotto - secondo una nota del Quirinale - elementi di ulteriore, grave preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali, configurando un aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari".
Il Vice presidente del Csm, Nicola Mancino, è invece citato da De Magistris per una telefonata fatta ad Antonio Saladino, il principale indagato dell'inchiesta Why Not. Oggi Mancino, dopo aver precisato che quella telefonata fu fatta da un collaboratore del suo studio, si è detto pronto a lasciare il suo incarico. "Se una campagna di stampa - ha detto Mancino - dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l'incomodo". A Mancino hanno espresso solidarietà i componenti del Csm, secondo i quali gli attacchi al vicepresidente mirano a "colpire tutti noi" ed esponenti politici dei due schieramenti.
In una intervista a "Il Foglio", del 5 dicembre 2008, il Guardasigilli definisce lo scontro tra le due procure la dimostrazione che "siamo all'implosione di un ordine giudiziario, che non solo si trasforma in potere ma pretende anche di non incontrare limiti".
Ma è nel merito della vicenda che la guerra tra le due procure è aspra e non risparmia i magistrati di Salerno, sette in tutto, in testa il procuratore Luigi Apicella, che ora sono indagati per i reati di abuso e interruzione di pubblico ufficio. L'azione giudiziaria avviata dalla procura generale di Catanzaro è, secondo il procuratore Enzo Jannelli, una reazione ad un "provvedimento eversivo e finalizzato alla destabilizzazione di una istituzione dello Stato".
Mentre negli uffici giudiziari di Catanzaro l'attività diventava così frenetica, con un susseguirsi di incontri tra magistrati e carabinieri, a Salerno la notizia del sequestro e dell'indagine è stata appresa con sorpresa. Il commento del procuratore campano, Luigi Apicella, è secco e perentorio. "Non dico nulla - ha detto - non commento. La situazione è molto delicata direi delicatissima. Non abbiamo nulla da dire".
"Siamo sgomenti e preoccupati, ciò che è in gioco è la credibilità della funzione giudiziaria". E' quanto dichiarano il presidente e il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, in merito alla 'guerra' tra le procure di Catanzaro e Salerno sul caso De Magistris.
Che sia un caso «senza precedenti» lo ha scritto il Segretario generale del Quirinale, Donato Marra, nella lettera al Procuratore generale presso la Corte d'appello di Salerno. E «senza precedenti» è anche l'iniziativa di Giorgio Napolitano, che per ben due volte è intervenuto nella guerra tra Procure non in veste di Presidente del Csm, ma come Presidente della Repubblica, garante del buon funzionamento della giurisdizione e della sua «indefettibilità» sancita dalla Corte costituzionale. Il sequestro dell'inchiesta Why not da parte dei magistrati salernitani è un caso «con gravi implicazioni istituzionali» e la successiva reazione dei magistrati di Catanzaro, che hanno sequestrato gli atti sequestrati e iscritto nel registro degli indagati i colleghi di Salerno, conferma che è in atto un «aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari». Il Capo dello Stato è «gravemente preoccupato» per il rischio, più che concreto, che il processo resti paralizzato sine die.
Il punto è che, già con il sequestro disposto dalla Procura di Salerno, gli atti di indagine rischiano di diventare pubblici prima del tempo. E questa è una delle tante anomalie di una vicenda che «ha mandato in tilt» il sistema giurisdizionale, spiegano al Colle. Si è verificato un corto circuito istituzionale per cui un processo è stato, di fatto, bloccato.
La vicenda, oltre che inquietante, è diventata surreale e grottesca. Salerno indaga sulle toghe di Catanzaro e sequestra l'inchiesta Why not (nessuna delle due Procure può proseguire le indagini); Catanzaro sequestra gli atti sequestrati e indaga sui colleghi salernitani; per motivi di competenza, l'inchiesta dovrebbe finire a Napoli dove, però, c'è Luigi De Magistris, parte offesa nel procedimento aperto a Salerno, per cui gli atti potrebbero dirigersi nella capitale... Ma se in questo bailamme ci fossero dei detenuti, che fine farebbero? A chi dovrebbero rivolgersi? Possibile che non ci fossero altri strumenti per acquisire le carte? È vero o no che Salerno aveva chiesto copia degli atti a Catanzaro e la risposta è stata negativa perché erano coperti da segreto? Oppure il rifiuto non stava in piedi?
Giovedì 4 dicembre 2008. È una data da annotarsi perché sotto questa luna la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale; livelli infimi di attendibilità, di rispetto di se stessa, di ossequio alle regole.
Si infligge da sola, come in preda a una follia autodistruttiva, un'umiliazione che lascerà tracce durevoli. Coinvolge nella mischia, ingaggiata irresponsabilmente da due procure (Salerno, Catanzaro) anche il capo dello Stato. Giorgio Napolitano chiede notizie e, se non segreti, atti dell'inchiesta che i due uffici, come bambini prepotenti e irresponsabili, si sequestrano e controsequestrano accusandosi reciprocamente di reato.
Non c'è nessuno che si salva in questa storia, da qualsiasi parte si guardi. La procura di Salerno indaga, su denuncia di Luigi De Magistris, sugli ostacoli che hanno impedito al magistrato di concludere le inchieste Why Not e Poseidone. Mette sotto accusa i procuratori di Catanzaro; il procuratore generale della Cassazione che ha promosso il provvedimento disciplinare contro De Magistris; il sostituto procuratore generale che ha sostenuto l'accusa al palazzo dei Marescialli; il vicepresidente del consiglio superiore e, nei fatti, l'intero Consiglio.
Con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine porta via da Catanzaro i fascicoli delle inchieste ancora in corso. La procura di Catanzaro replica che l'iniziativa è "un atto eversivo". Mette sott'inchiesta, a sua volta, le toghe di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio e si riprende i fascicoli. Il Presidente della Repubblica, dinanzi all'inerzia di una procura generale della Cassazione, si muove. Con un'iniziativa senza precedenti e, secondo alcuni addetti impropria, chiede a Salerno notizie utili sull'inchiesta (contro Catanzaro) e più tardi lo stesso fa con Catanzaro (contro Salerno).
Sono ore di smarrimento per chi ha fiducia nella funzione giudiziaria. Un ufficio essenziale dello Stato di diritto pare affidato a bande che si fanno la guerra in modo così estremo e furioso da coinvolgere anche l'arbitro. Del tutto irresponsabilmente, stracciano ogni apparenza di decoro, di leale collaborazione istituzionale, ogni traccia di rispetto delle regole e delle sentenze già scritte. Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente. Non può che prendere atto che il "potere diffuso" della giurisdizione è fallito come si è rivelato una rovina la gerarchizzazione degli uffici. Non può che concludere che la magistratura (per l'imprudenza o l'arroganza di pochi) appare non consapevole che autonomia e indipendenza si declinano con responsabilità o si perdono per sempre.
E non può che incrinare la credibilità nei magistrati il fatto che uno di loro, dopo l'incidente, se la prende coi Cc: magistrato arrestato a Catanzaro. E' rimasto coinvolto in un incidente stradale, ha avuto un diverbio coi carabinieri intervenuti per i rilievi e ha perso le staffe prendendo a calci e pugni l'auto dei militari. Così un magistrato di Catanzaro, Federico Sergi è stato arrestato la notte del 8 luglio 2009 con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato.
L'arresto è avvenuto dopo che il magistrato era rimasto coinvolto in un incidente stradale. Sergi, nel momento in cui sono arrivati i carabinieri per i rilievi, ha avuto una discussione con i militari, opponendo resistenza. Il magistrato, secondo l'accusa, ha anche danneggiato, a pugni e calci, l'auto di servizio dei militari.
http://www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=128&titolo
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=299156
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=89074
CONCORSI TRUCCATI
CONCORSOPOLI FORENSE
COPIATE, DIVENTERETE AVVOCATI. IMPUNITA' PER TUTTI: CANDIDATI E COMMISSARI D'ESAME ( MAGISTRATI, AVVOCATI, PROFESSORI UNIVERSITARI, ISPETTORI MINISTERIALI).
Al concorso erano 2.585, fecero tutti lo stesso compito. Ora la prescrizione per candidati e commissari: l'inchiesta finisce nel nulla
CATANZARO - 10 LUGLIO 2005 - Sale nel cielo di Catanzaro un grido d'esultanza: «Giustizia: prrrr!». Ve lo ricordate l'esame per aspiranti avvocati denunciato dal Corriere dove tutti (tranne sei ingenui) fecero riga per riga lo stesso compito? Tutti prescritti: 2.585 su 2.585. Così che quei bravi giovanotti finiti sotto inchiesta potranno dedicarsi senza più ambasce alla materia cui con tanta passione decisero di votarsi: la legge. Indecente, ma previsto. Una candidata che si era lasciata andare in confidenze - «entrò un commissario e cominciò a dettare. Lentamente» - dopo l'esplosione dello scandalo, definito dal presidente dell'Ordine forense Giuseppe Jannello «forse eclatante», ne era sicura: «Non ci possono fare niente».
«Non ci possono fare niente - diceva la ragazza -, perché siamo troppi, in questa storia. Per mettere nei guai noi dovrebbero mettere nei guai un sacco di giudici e commissari. Gli conviene?». Scommessa vinta. Riassunto? Per diventare avvocato occorre prendere la laurea in giurisprudenza, iscriversi all’albo dei praticanti procuratori, fare due anni di pratica nello studio di un avvocato, frequentare le aule di giustizia per «imparare il mestiere», portare prova di queste frequentazioni facendosi timbrare via via dai cancellieri un libretto e infine passare l’esame di Stato, indetto anno dopo anno nelle sedi regionali delle corti d’Appello.
Esame non facile. Almeno in alcune sedi. Soprattutto al Nord dove qua e là sono stati toccati picchi del 94% di respinti. A Catanzaro no. Per anni, l’esame per diventare avvocato è stato anzi un affare per mezza città: alberghi pieni, ristoranti affollati, villaggi sulla costa che offrivano il trattamento completo: vitto, alloggio e pulmino per raggiungere la sede di esame.
Ovvio: nessuno è mai stato storicamente di manica larga come la commissione di esame catanzarese. Al punto che perfino dopo l’esplosione dello scandalo, nel 2000, furono promosse nella città calabrese tante toghe quante in Piemonte, Val D’Aosta, Veneto, Trentino, Alto Adige, Emilia Romagna, Marche, Sardegna, Liguria, Umbria e Molise messi insieme. E gli arrivi hanno continuato ad essere massicci anche in questi primi anni del Terzo Millennio. Eppure, l’inchiesta sulla terza prova scritta del 1997 pareva davvero aver fatto scoppiare un bubbone tale da rendere impossibile un ritorno all’andazzo precedente. Saltò fuori infatti che su 2.301 partecipanti, quelli che certamente non avevano copiato erano stati in 6. Lo 0,13% di onesti contro un 99,87% di furbi.
Un’inchiesta facile, dal punto di vista dei documenti. I temi erano così identici l’uno all’altro che moltissimi riportavano la parola «precisamente» corretta con una barretta sulla «p» iniziale: «recisamente». Come se qualcuno si fosse corretto dettando la giusta soluzione del tema. La grande difficoltà era sui numeri: già è difficile processare un imputato, in Italia.
Figuratevi 2.295.
I giovani magistrati protagonisti dell’indagine, Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli) e Federica Baccaglini (poi trasferita a Padova), una soluzione l’avevano individuata: un bel decreto penale. Cioè una sentenza che colpisse gli imputati (diventati man mano 2.585) almeno con una multa di 3 milioni e mezzo di lire ciascuno. Ipotesi respinta dal capo dell’ufficio Gip Antonio Baudi: troppo poco. Bene, rispose il pm delegato al caso appena gli fu possibile riprendere la palla in mano (dopo mesi e mesi perduti): raddoppiamo a 7 milioni e mezzo. Troppi, rispose questa volta Baudi rimandando tutto indietro.
E via così, col processo che veniva spostato a Messina perché c’entravano altri magistrati e poi tornava a Catanzaro e poi si infognava in 2.585 pratiche e 2.585 ricorsi e 2.585 cavilli e 2.585 eccezioni... E intanto passavano le settimane, i mesi, gli anni... Ed eccoli là: tutti a casa. Immacolati. E neppure vergognosetti, potete scommetterci, per la figuraccia. Così fan tutti... O no?
ALLEGATO B
SEDUTA N. 769 DEL 25/07/2000 Pag. 32861
GIUSTIZIA
Interrogazione a risposta orale:
VELTRI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
il giornalista Gian Antonio Stella sul Corriere della sera di domenica 23 luglio 2000 racconta con dovizia di particolari come il concorso per procuratori legali tenutasi a Catanzaro nel 1998 sia stato truccato per ammissione di una partecipante, la procuratrice legale RB che ora esercita la professione di avvocato in un noto studio legale della provincia di Catanzaro;
solo pochi candidati si sarebbero sottratti alla frode, clamorosa e scandalosa;
il Ministro della giustizia ha dichiarato che saranno cambiati la legge e il metodo concorsuale -:
se non ritenga necessario annullare il concorso in
oggetto, indipendentemente dalle indagini e dalle decisioni che vorrà assumere
la magistratura.
(4-31075)
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/07_Luglio/10/avvocati.shtml
http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed769/bt11.htm
ESAMOPOLI
FALSI ESAMI, 39 GLI INTERDETTI ALLA PROFESSIONE FORENSE
Dopo i provvedimenti del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, arriva quello dell'autorità giudiziaria. Il giudice per le indagini preliminari Antonio Rizzuti ha emesso un'ordinanza applicativa di misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo di esercitare le attività delle professioni forensi nei confronti di trentanove tra avvocati e procuratori coinvolti nell'inchiesta sui falsi esami alla facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo "Magna Græcia" di Catanzaro. Nel dettaglio, le persone colpite dal provvedimento interdittivo sono tutti accusati di avere approfittato di false attestazioni, che avrebbero fatto risultare come superati esami mai effettivamente sostenuti.
L'inchiesta sulla presunta falsificazione di esami alla facoltà di Giurisprudenza è scattata nel 2007, quando un docente ha invitato i vertici dell'Ateneo a presentare denuncia dopo essersi accorto della presenza ad una sessione di laurea di una studentessa che non aveva sostenuto l'esame della sua materia. Dopo le prime verifiche, è finito in manette il funzionario Francesco Marcello, addetto alla segreteria didattica di Giurisprudenza. Sarebbe lui, che per alcune fattispecie di reato ha già patteggiato la condanna, la figura-cardine del presunto imbroglio. Nel corso degli accertamenti coordinati dai pm Salvatore Curcio e Paolo Petrolo sarebbero stati individuati almeno 400 casi sospetti di corruzione.
Sulla vicenda aveva visto bene l'Ordine distrettuale degli avvocati, presieduto dal prof. avv. Giuseppe Iannello, che da alcuni mesi aveva già deliberato la sospensione dei propri iscritti finiti sul registro degli indagati; un indirizzo ora confermato dal provvedimento del gip.
«Tutti gli indagati – si legge nell'ordinanza – hanno conseguito, apparentemente, un titolo (la laurea in giurisprudenza) che li abilita alle professioni forensi, le quali comportano l'esercizio, talvolta, di poteri certificativi di valenza pubblica. La laurea falsamente conseguita, inoltre, attribuisce agli indagati l'apparenza di un titolo per partecipare a concorsi pubblici e, comunque, per interloquire, da laureati, con la pubblica amministrazione, con conseguente, inevitabile, induzione in errore di tutti i pubblici funzionari che diano per scontata l'esistenza e la genuinità del titolo medesimo».
Lo stesso esercizio dell'attività forense, in quanto tale, deve «considerarsi – prosegue il Gip Rizzuti – abusivo. La partecipazione degli indagati, quali esercenti tale professione, ai procedimenti civili e penali, poi, comporta la falsità, per induzione in errore del pubblico ufficiale verbalizzante o redattore, dei verbali o degli atti da cui risulti la loro qualifica di avvocati o, comunque, di esercenti la professione forense».
«In definitiva – conclude – il possesso e l'utilizzo di una laurea fasulla alterano i rapporti giuridico-professionali degli indagati e condizionano una serie di attività, anche e soprattutto di interesse pubblico, dando luogo ad una costante induzione in errore degli ignari interlocutori degli indagati, tra i quali, principalmente, i pubblici uffici».
Il giudice, nel provvedimento, ha ripreso la dinamica dell'inchiesta: «Nel corso delle indagini, dall'esame della documentazione acquisita o, comunque, consultata (tra cui, segnatamente, i registri contenenti i verbali delle sedute di laurea; i fascicoli personali degli studenti, contenenti, oltre che i moduli di iscrizione, le ricevute di pagamento delle tasse e la domanda di laurea, il libretto universitario con le annotazioni relative agli esami sostenuti e superati, le cosiddette schedine di colore giallo, in carta copiativa, corrispondenti agli originali dei verbali degli esami superati ed il certificato di laurea) emergevano – secondo quanto riporta l'ordinanza – una serie di anomalie e di incoerenze che inducevano gli inquirenti a degli approfondimenti che, in molti casi, evidenziavano vere e proprie falsità, volte a far risultare come superati alcuni esami, in realtà, mai sostenuti dagli studenti». Anche perchè «in situazioni di normalità e di regolarità, vi è perfetta corrispondenza tra le annotazioni del libretto e le risultanze delle schedine gialle (in carta copiativa), riportanti il superamento dell'esame e la relativa votazione e custodite nel fascicolo personale dello studente, da un lato, e le risultanze degli originali dei verbali di esame, custoditi negli appositi registri, relativi alle materie di esame, dall'altro. La verifica documentale effettuata dalla polizia giudiziaria con riguardo a numerosi gli studenti, invece, evidenziava, come detto, palesi incongruenze. Sentiti i professori, titolari di cattedra o, comunque, gli esaminatori degli studenti in relazione allo svolgimento degli esami sospetti, in moltissimi casi, negavano la paternità delle firme di chiusura dei verbali che attestavano il superamento degli stessi».
Ecco perchè la polizia giudiziaria convocò diversi studenti che descrissero, tra l'altro, il meccanismo con il quale si falsificavano gli esami in cambio, in alcuni casi, di pagamento di somme di denaro o richieste di prestazioni sessuali. Marcello, secondo l'accusa, dopo essersi informato sulla carriera universitaria di uno studente, avrebbe affermato che «per tali esami poteva "parlare" – si legge nell'ordinanza – con qualche professore suo amico e, quindi, che poteva aiutarlo». Dopo qualche tempo, lo studente era stato invitato da Marcello a prenotarsi per l'esame, «dato che aveva "parlato" con il professore». Dopo la prenotazione, lo studente, sempre secondo l'accusa, ricevette un messaggio da Marcello che lo invitava a recarsi da lui il pomeriggio stesso dell'esame oppure il giorno successivo (comunque, al di fuori dell'orario previsto per lo svolgimento dell'esame).
«In quella occasione, Marcello gli aveva fatto firmare la cedola bianca del verbale di esame - così come già avvenuto per gli esami precedentemente convalidati - ed aveva trattenuto il libretto dello studente, al fine, a suo dire, di farlo compilare al professore. Tale situazione si era ripetuta per tutti gli altri esami caratterizzati da documentazione falsa». Meccanismo analogo avveniva, secondo l'accusa, per ogni persona coinvolta nell'inchiesta.
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