
I FOGGIANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
MAFIOPOLI
Allarme del questore: «Foggia è omertosa».
«Paura? Peggio, è indifferenza». Non ha peli sulla lingua il questore di Foggia, Bruno D’Agostino nel commentare ciò che affiora dallo sfondo dell’ultima operazione eminentemente puntata sui clan dediti alle estorsioni, agli uomini della paura che ancora scorazzano in città. Che alcuni commercianti fossero vittime del racket, la squadra mobile l’ha scoperto dalle intercettazioni. I taglieggiati non avevano denunciato: solo quando sono stati messi di fronte ai fatti compiuti, hanno ammesso di aver pagato. E’ una costante delle inchieste sulla criminalità foggiana.
«Purtroppo manca la spinta sociale - commenta in conferenza stampa il questore -. Finchè uno si fa i “fatti suoi” poco si cava. Se tutti denunciassero non ci sarebbero problemi di ritorsioni degli estorsori: perchè se è uno solo a denunciare, allora può essere vittima di ritorsioni, ma se sono in cento, mille a farlo questo non è possibile. In questa provincia purtroppo la gente si fa i fatti suoi e ciò è peggio della paura. Ma questa operazione dimostra come chi indaga, in questo caso la squadra mobile con alti livelli di efficacia e efficienza, sa dare risposte alle emergenze criminali».
«A Bari si parla anche del “caso Foggia”: esiste un problema sicurezza, ma c’è la certezza di avere apparati investigativi all’altezza», afferma con orgoglio il questore, scodellando quella cartellina di appunti che portano nomi e cognomi dei sette arrestati. Ore e ore di intercettazione, un lavoro di intelligence non indifferente che ha portato a incastrare gli uomini del racket in città. E ripete: «Se tutti denunciano ci sono meno problemi. In questa provincia, continua a vigere il discorso di farsi i fatti propri e non è solo paura, è peggio, è proprio farsi i fatti propri». Davanti i provvedimenti restrittivi anche per associazione mafiosa per presunti esponenti di due clan cittadini e per gli episodi dei contrasti armati che l’anno scorso provocarono ferimenti per strada anche di passanti.
«Il problema è la spinta sociale che manca», rimarca D’Agostino. Fino a che ognuno si fa i fatti propri non si cava un ragno dal buco. E’ questo il problema più grande di Foggia». E di episodi se ne sono verificati a migliaia, anche di innocenti coinvolti in conflitti a fuoco tra clan rivali: gente che ha visto in faccia, ha sentito, è stata presente, ma ha preferito farsi gli affari suoi.
Persone testimoni loro malgrado di conflitti a fuoco in una zona affollata quale poteva essere un parco urbano, è il caso di Parco San Felice, e nessuno ha parlato. Silenzio assoluto.
E allora: Foggia città omertosa? Il questore non lo dice ma è quanto traspare dai suoi commenti-analisi sulla criminalità e sulla socialità. Ma questo non riguarda solo il capoluogo, anche la provincia da Vieste a Manfredonia a Monte Sant’Angelo, a Cerignola, per citare solo alcuni tra i centri più caldi, dove il fenomeno estorsivo è più accentuato che altrove e dove, di conseguenza, i coefficienti di collaborazione o di propensione a dare indicazioni sono pressochè nulli. Il che equivale a contributi investigativi dalla gente comune uguali a zero, senza parlare delle vittime che tacciono talvolta anche di fronte a circostanze evidenti.
La prova provata è che a Foggia non esiste una associazione anti-racket, nonostante la buona volontà e gli appelli a metterla su. Quante sollecitazioni negli ultimi anni? Quanti gli incontri in prefettura e in occasioni di comitati per la sicurezza e l’ordine pubblico in cui si è sistematicamente lamentata l’assenza di organismi associativi deputati alla tutela delle persone estorte. Niente di niente. E tutto è rimasto lettera morta. Questa è la terra in cui imprenditori hanno perso la vita per aver detto no al racket: è il caso di Giovanni Panunzio. Questa è la terra in cui costruttori in particolare hanno pagato il tributo di sangue dopo aver ricevuto richieste estorsive. E così di tanto in tanto ci si ricorda che da queste parti di racket si può anche morire. Nel frattempo gli uomini della paura costruiscono le loro ricchezze anche sui silenzi e su quegli atteggiamenti omertosi. Gli stessi che forse per paura o scarsa fiducia nelle istituzioni non si denunciano. E il racket va va...
Nessuno denuncia, però, il fatto che l'omertà dei cittadini è inversamente proporzionale alla credibilità delle istituzioni.
Per il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Foggia, Vincenzo Russo, è necessario che «gli organici della Procura di Foggia siano rafforzati, sia a livello di magistrati sia a livello di personale amministrativo».
«L’organico attuale è di 18 magistrati ed è assolutamente insufficiente e di questi solo 14 sono in servizio effettivo. Devo rimarcare che alla Procura di Foggia sono stati destinati due magistrati e sono sei mesi che ancora non si vedono perchè hanno avuto il posticipato possesso. Le due colleghe fanno servizio una a Voghera e l’altra a Melfi quindi, nonostante tutti i fatti di criminalità su Foggia e in Capitanata, malgrado gli omicidi (negli ultimi due anni abbiamo avuto 38 omicidi e altrettanti tentati omicidi), le esigenze delle procure di Melfi e Voghera vengono ritenute prevalenti sulle esigenze della Procura di Foggia».
Russo ha parlato anche della collaborazione della procura di Foggia con la distrettuale antimafia di Bari: «C’è sempre stata - ha detto - e ci sarà compatibilmente con quelle che sono le nostre esigenze e con le forze che abbiamo a disposizione». Ma a proposito della proposta avanzata nei giorni scorsi dal procuratore di Bari di costituire un gruppo di lavoro della Dda di quattro magistrati baresi con quattro pm di Foggia, Russo ha detto: «Sia ben chiaro che quattro magistrati di Foggia a tempo pieno per la Dda non li darò mai, perchè non è possibile». «Altrimenti - ha concluso - la Procura di Foggia deve essere chiusa, almeno nella situazione attuale».
MAI NESSUNO CHE SI ASSUMA LE PROPRIE RESPONSABILITA'.
LA COLPA E' SEMPRE DEGLI ALTRI: DEL GOVERNO O DEI CITTADINI!!!
IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.
| DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE | TOTALE | AUTORI IGNOTI | AUTORI NOTI |
| 2.456.887 | 1.840.209 | 616.678 | |
| TOTALE CONDANNE ITALIA | 198.263 | ||
| RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE | 8% | ||
| DENUNCE PUGLIA | |||
| Foggia | 24.368 | 15.643 | 8.725 |
| Bari | 61.003 | 44.814 | 16.189 |
| Taranto | 19.333 | 13.419 | 5.914 |
| Brindisi | 16.538 | 11.621 | 4.917 |
| Lecce | 28.202 | 20.373 | 7.829 |
| Totale | 149.444 | 105.870 | 43.574 |
| CONDANNE PUGLIA | |||
| Foggia | 1.923 | ||
| Bari | 5.639 | ||
| Taranto | 5.513 | ||
| Brindisi | 2.348 | ||
| Lecce | 2.113 | ||
| Totale | 17.536 | ||
| RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE | 11% |
Ma c'è anche altro.
Repubblica — 22 gennaio 2008, pagina 1, sezione: BARI: 'Foggia, procuratore grazie ai regali'.
Concorso in corruzione in atti giudiziari e rilevazioni del segreto di ufficio. Sono le accuse che la Procura di Santa Maria Capua a Vetere muove al procuratore capo del Tribunale di Foggia, Vincenzo Russo, nell'ambito dell' inchiesta su Clemente Mastella, sua moglie Sandra, e l'Udeur campano. Secondo l'accusa, infatti, Russo si sarebbe fatto raccomandare da un uomo di fiducia dell' Udeur campano, Vincenzo Lucariello, affinché facesse pressioni sul Consiglio di Stato che doveva discutere il ricorso presentato dal procuratore aggiunto di Bari, Giovanni Colangelo, contro la sua nomina all'ufficio foggiano. Russo avrebbe dato a Lucariello «diverse regalie in natura» da girare al presidente della quarta sezione del Consiglio di Stato, anch'egli indagato. E promesso allo stesso Lucariello un suo interessamento per la nipote, aspirante ginecologa all' università di medicina di Foggia. In cambio avrebbe avuto in anteprima la sentenza, prima cioè che fosse pubblicata. Sulla base di queste accuse, i pm volevano l'interdizione per il procuratore. Ma il gip ha respinto la richiesta: «Carenza di gravi indizi di reato» per il concorso in corruzione e l' «inidoneità della misura» per la rivelazione del segreto. I reati però rimangono ancora in piedi. Il difensore del procuratore, l'avvocato Vittorio Giaquinto, ha fatto già sapere che chiederà l'immediata archiviazione del procedimento una volta che gli atti passeranno per competenza alla Procura di Napoli.
E non finisce qui.
Un comitato d'affari, all'interno dello Spesal (il Servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) della Asl di Foggia, al quale praticamente tutti aderivano. Tutti, ad eccezione di una ispettrice che con la sua denuncia ha dato il via alle indagini, concluse ieri con l'arresto di cinque persone. Secondo gli investigatori, i cinque si facevano consegnare denaro dai titolari delle imprese per sistemare le inadempienze che volutamente riscontravano nelle relative documentazioni. Le pratiche, dopo aver riscosso la mazzetta, che si aggirava intorno ai mille euro, erano sistematicamente chiuse.
Sono finiti ai domiciliari il direttore del dipartimento Antonio Fanelli, di 60 anni, gli ispettori Antonio d'Alfonso e Rocco Bonassisa (dimessosi un anno fa), entrambi 39 enni, l'ispettore del servizio igiene Vincenzo De Toma, 59 anni, e l'architetto Felice Fabiano, di 39. Quest'ultimo, oltre ad essere un componente del Comitato tecnico paritetico istituito dalla legge per la sicurezza nei luoghi di lavoro, è anche direttore tecnico di una società costituita dai fratelli Rocco e Vincenzo Bonassisa che, manco a dirlo, si occupa di forniture di materiali e consulenze alle aziende in materia di infortunistica. Dai dirigenti dello Spesal veniva indicato alle imprese come consulente da contattare.
Altre cinque persone, per le quali i pm Giuseppe Gatti ed Enrico Infante avevano chiesto al gip Carlo Protano l'arresto, sono indagate per gli stessi reati: concussione e falso. Si tratta di Vincenzo Bonassisa, tre medici del lavoro appartenenti allo Spesal e di un ragioniere. Secondo le indagini affidate alla sezione di pg della polizia di stato e alla Squadra Mobile, sarebbero almeno 300 le aziende finite nel mirino dell'organizzazione, tutte rientranti nella zona della Asl Fg/3, che oltre al capoluogo raggruppa i comuni del subappennino dauno.
Il deviato modus operandi è stato documentato grazie a numerose intercettazioni telefoniche e ambientali, negli uffici di Antonio Fanelli, Rocco Bonassisa e Vincenzo De Toma. I titolari delle imprese venivano convocati allo Spesal, si prospettava loro un lungo elenco di irregolarità alle normative in fatto di sicurezza sui luoghi di lavoro, tanto da arrivare ad una potenziale sanzione di 60 - 70 mila euro. Le irregolarità, va precisato, non erano mai constatate direttamente nei cantieri ma solo nei documenti.
A quel punto, di fronte al disperato imprenditore, spuntava la possibilità di aggiustare tutto, pagando la consueta tangente. Solo dopo aver riscosso, sempre secondo le indagini, gli imprenditori venivano nuovamente convocati per constatare la chiusura del verbale, senza rilevare violazioni. Ma il consolidato sistema è stato spezzato da una ispettrice, di 45 anni, molto mal vista nell'ufficio per il suo voler procedere secondo legge. Agli inquirenti, nella sua denuncia, ha detto: «Mi accorgo che non si tutelano i lavoratori, ma le aziende e la politica di un anomalo modo di fare».
Ha anche raccontato che le indicazioni dei dirigenti agli ispettori, convocati nei cantieri per un incidente sul lavoro, erano : «Vai solo se c'è il morto». Niente controlli sui caschi di protezione, dunque, né dell'imbracatura anticaduta, e nemmeno dei sistemi a protezione dei tecnici di laboratorio. «La gente lavorava e lavora senza sicurezza - commentano gli investigatori - C'è un'assenza totale di controlli, la cui responsabilità è anche dei datori di lavoro. Abbiamo riscontrato una mafiosità che pervade tutta la pubblica amministrazione, penalizzando i cittadini che pagano le tasse».
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=281330&IDCategoria=1
http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/Introduzione.jsp
Benvenuti nella piccola patria del socialismo municipale in salsa pugliese, forgiato in una miscela di assistenzialismo, clientelismo politico e sindacale e familismo. Un modello esaltato in passato, oggi alla vigilia del fallimento. Siete in dissesto, ha intimato la Corte dei conti regionale. «Non ancora» rispondono dal Comune.
Prima di dare le cifre raccontiamo una piccola storia. Da settimane, soprattutto in periferia, si accumulano montagne di immondizia. Cosa è successo? C’è lo sciopero dei netturbini? No, a Foggia di gloriosi spazzini ne sono rimasti pochissimi. E i turni di lavoro sono duri. L’altro ieri per strada ce n’erano una quarantina.
Eppure, l’Amica, la società che gestisce in house la raccolta è una conglomerata di tipo sovietico. Tra dipendenti diretti e gente che in un modo o nell’altro ruota nella sua galassia si superano i 700 stipendi. I dipendenti diretti sono 272, ai quali bisogna aggiungere i 104 di Daunia ambiente, società nata per la raccolta differenziata, poi c’é Amica gestione, con 41 persone, infine Amica energia per inseguire il sogno del fotovoltaico. L’elenco non è finito, perché solo una piccola parte di tutte queste persone raccoglie materialmente i rifiuti. Così Amica - un nome, una garanzia, è il caso di dire - ha stipulato convenzioni con cooperative e consorzi di cooperative ai quali ha affidato i lavori per i quali è nata. Altre centinaia di persone per pulire la città, curare un po’ di giardini e vigilare sugli immobili. E i dipendenti di Amica e di Daunia? Grazie a un accordo sindacale del 2008 e a un fantomatico ed esilarante piano industriale, gran parte dei netturbini sono stati promossi di livello, sono diventati ispettori, tecnici, meccanici e anche funzionari. Tutti specializzati, grazie a un accordo tra società e sindacati. Il risultato: città sporca e fallimento di tutto questo mondo. In Amica holding ci sono decine di dirigenti e funzionari, ispettori, impiegati amministrativi, poi 63 automezzi, la metà inutilizzabile e montagne di problemi. In liquidazione sono le figlie di Amica e la stessa mamma che le ha prodotte. Michele di Bari, un vice prefetto nominato dal sindaco amministratore unico è diventato così il curatore fallimentare con il compito arduo di far quadrare i conti. Cosa difficilissima, con i costi che superano le entrate di 8-10 milioni l’anno. Finora Amica e la sua galassia sono costati ai foggiani una trentina di milioni di perdite.
A Foggia si perdono soldi anche vendendo gas. Non c’è città dove si riesca a fare questo. Nella capitale della Capitanata sì. Amgas spa, la capofila, non voleva restare da sola nella sua gloriosa missione. Così ha creato Amgas blu che gestisce 45mila contratti con le famiglie, Amgas rossa per la manutenzione delle reti, viola per l’informatica e verde per le energie alternative. Amgas blu ha debiti per oltre 20 milioni, 15 solo con Edison dai cui compra il gas. Amgas è in vendita e il Comune spera di recuperare un po’ di soldi. Nella galassia lavorano più di 150 persone. Anche Ataf che si interessa di trasporti rischia di saltare. E’ stato approvato un piano di ristrutturazione del debito, con la speranza che i tagli al settore annunciati dal governo non siano devastanti.
In questi pianeta di società pubbliche, prodotte dalla politica e dai gruppi che si fanno la guerra elettorale, si muovono 1500 persone che si aggiungono ai mille del Comune. La più grande fabbrica di Foggia è il moloch pubblico. Con un problema: i soldi sono finiti da tempo e i trucchi di bilancio sono venuti alla luce.
Quando si avvicina in fallimento, le cifre sono sempre ballerine. Il dirigente della ragioneria, Carlo Di Cesare, richiamato dal sindaco Gianni Mongielli dopo che il predecessore Orazio Ciliberti, un magistrato del Tar, l’aveva spedito ai sevizi sociali, dice che i debiti ammontano a cento milioni. Quelli diretti, perché poi ci sono 80 milioni di perdite accumulate dalle società partecipate. Ma osservatori attenti sostengono che i soldi che mancano sono 250 milioni, e poi ci sono i catastrofisti che parlano di 400 milioni. Insomma, una seconda storia pugliese di ammanchi e buschi dopo quella di Taranto.
I fatti certi sono stati fotografati dalla Corte dei conti. Il Comune deve pagare subito 50 milioni a creditori con titoli contabili e giuridici certi e non ce la fa. Ha dato fondo a tutto, anche ai 34 milioni di anticipazioni della tesoreria, ha bloccato gli investimenti, e intanto ci sono i debito fuori bilancio da onorare, gli atti di pignoramento in conto, le spese legali, e una serie di obbligazioni di varia natura. E siccome le casse sono vuote, è inevitabile dichiarare il dissesto e ricominciare da zero.
Come si è arrivati a questa rovina? Sono storie che si assomigliano. Si spende più di quanto si incassa. Ogni mese che passa, Foggia vede crescere i debiti di due milioni, solo per far fronte alla spesa corrente, cioè a quella obbligatoria e di funzionamento, pagamento di stipendi, dell’essenziale per tenere aperti gli uffici e per pagare le rate dei mutui. Una storia che comincia con l’ultima parte della seconda amministrazione Agostinacchio, con il sogno della compagnia aerea Federico II, fallita, che ha avuto uno sviluppo esponenziale durante la gestione Ciliberti, con l’ipertrofia drammatica e inquietante delle cooperative e degli impegni di spesa allegri, per finire con il rendiconto 2008 che ha presentato le cifre del disastro. Il dramma di Foggia è che sinora la politica locale si è alimentata con le spese clientelari. Politica che dovrà fare i conti con i mostri che essa stessa ha creato.
Processo Ciliberti: condanna per il sindaco, già Magistrato.
E' stato condannato a 1 anno, con pena sospesa, Orazio Ciliberti, il sindaco di Foggia accusato a vario titolo di peculato, calunnia e falso. Il primo cittadino è stato riconosciuto colpevole per due ipotesi di falso mentre è stato assolto da tutte le altre accuse. L'inchiesta era relativa alla retrodatazione del decreto sindacale di nomina del consiglio di amministrazione dell'Amgas, l'Azienda erogatrice di gas e per un telefonino preso a noleggio dal Comune e assegnato dal sindaco ad una sua consulente che lo avrebbe utilizzato per chiamate private. Il Tribunale di Foggia ha riconosciuto il sindaco colpevole per il falso di una bozza sulla nomina del consiglio di amministrazione dell'Amgas e per una lettera che il sindaco avrebbe scritto onde garantirsi l'impunità del peculato. Nell'inchiesta erano coinvolti anche il capo di Gabinetto del Comune di Foggia, Angelo Masciello, condannato a 6 mesi con pena sospesa e l'ex consulente del comune l'avvocato Lucia Murvolo,condannata a 1 anno, anche lei con pena sospesa.
E' bastata un' ora di camera di Consiglio per condannare il sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, ad un anno di reclusione per falso e frode processuale. Un anno di reclusione anche per Lucia Murgolo, già collaboratrice di Ciliberti, per appropriazione indebita. Sei mesi, infine, la pena a cui è stato condannato il capo di gabinetto del sindaco, Angelo Masciello, ritenuto colpevole di falso. Per tutti la pena è sospesa. Un processo iniziato ad ottobre caratterizzato da una dozzina di udienze con l'interrogatorio di circa 50 testi di accusa e difesa. Due i filoni di inchiesta: il primo (coinvolti Ciliberti e la Murgolo) riguardante un presunto uso indebito del telefono cellulare comunale assegnato all'ex consulente; il secondo, (Ciliberti e Masciello), riguardante la presunta retrodatazione del decreto di nomina del cda dell'Amgas. Ridimensionata dunque la pena rispetto alla richiesta del PM per il primo cittadino. Il falso si riferirebbe ad una formulazione del decreto 35 Bis (quello di nomina del cda dell'ex municipalizzata) lasciato nelle mani del notaio come bozza. L'altra accusa si riferisce alla vicenda "telefonino". Al sindaco è stato contestato di aver falsificato la missiva, datata maggio 2005, con cui il primo cittadino dichiarava di volersi accollare tutte le spese delle utenze telefoniche sue e del suo staff. Per Masciello, invece, la condanna a sei mesi (anche in questo caso pena sospesa) conferma quella richiesta dal PM. "E' stato assolto da tutti i reati di falso - ha detto il suo legale difensore l'avvocato Raul Pellegrini - però è anche vero che residua una condanna a sei mesi per un episodio originariamente contestato come falso poi riqualificato". Sono certo nell'esito dell' appello dove il mio cliente sarà certamente assolto".