GLI AQUILANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


EDILIZIOPOLI E TERREMOTO

Sono accusati di non aver previsto il terremoto dell’Aquila, anche se ci è sempre stato detto che i terremoti non possono essere previsti. Per questo motivo i membri della Commissione grandi rischi sono stati rinviati a giudizio con l’imputazione di omicidio colposo plurimo e lesioni, perché non hanno allertato e fatto evacuare la popolazione abruzzese prima del terremoto che ha colpito la regione nel mese di aprile del 2009.

Il procuratore dell’Aquila Alfredo Rossini ha sottolineato: “I responsabili sono persone molto qualificate, e quindi avrebbero dovuto dare risposte diverse ai cittadini. Non si tratta di un mancato allarme, ma del mancato avviso che era necessario andarsene dalle case“.

Avrebbero sottovalutato gli allarmi relativi a un possibile, imminente terremoto all'Aquila, omettendo di adottare misure idonee a evitare il disastro del 6 aprile 2009 che portò alla morte di 309 persone. Per questo motivo il gup del Tribunale dell'Aquila, Giuseppe Romano Garganella, ha rinviato a giudizio i sette componenti della Commissione Grandi Rischi della Protezione civile che il 31 marzo 2009, sei giorni prima del sisma, parteciparono alla riunione che si tenne nel capoluogo abruzzese. Per tutti gli imputati l'accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni. Si tratta di Franco Barberi, presidente vicario della Commissione, del professor Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di fisica e vulcanologia (Ingv), del vice capo del settore tecnico-operativo della Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis, del direttore del Centro nazionale terremoti, Giulio Selvaggi, del direttore della fondazione Eurocentre, Gian Michele Calvi, del professore ordinario di fisica terrestre dell'Università di Genova, Claudio Eva, e del direttore dell'ufficio rischio sismico del Dipartimento della Protezione Civile, Mauro Dolce.

Il punto nodale dell'inchiesta è il verbale redatto dalla Commissione subito dopo la riunione del 31 marzo 2009, documento nel quale l'ipotesi di un imminente forte terremoto veniva definita poco probabile. La riunione con le massime autorità scientifiche del settore fu convocata per esaminare la fenomenologia sismica in atto da alcuni mesi nel territorio aquilano. Da quasi sei mesi si susseguivano scosse sismiche, culminate il 30 marzo con una scossa di magnitudo 4.0. Ma gli esperti non ritennero che la situazione fosse il preludio a una scossa devastante. «I forti terremoti in Abruzzo – evidenziò Boschi – hanno periodi di ritorno molto lunghi. È improbabile che ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta». Secondo il procuratore capo dell'Aquila, Alfredo Rossini e il sostituto, Fabio Picuti, la Commissione non prese le necessarie precauzioni, a partire dall'ordine di evacuare immediatamente gli abitanti. Agli imputati viene contestata «una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace in relazione alla attività della Commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio sismico». Per l'accusa, dopo la riunione furono fornite «informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell'attività sismica vanificando le attività di tutela della popolazione». Boschi ha ribadito di « ». Boschi, però, replica: “Non chiedeteci di fare i veggenti, continuo a fare il mio lavoro senza paura e ribadisco di  aver fatto sempre il proprio dovere “.

CHE COSA CONTESTA IL GIUDICE

leggiamo nella memoria che i sette imputati: “per colpa consistita in negligenza imprudenza, imperizia, in violazione altresì della normativa generale della Legge n. 150 del 7 giugno 2000 in materia di disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni effettuando, in occasione della detta riunione, una ‘valutazione dei rischi connessi’ all’attività sismica in corso sul territorio aquilano dal dicembre 2008 approssimativa, generica ed inefficace in relazione alle attività e ai doveri di ‘previsione e prevenzione’; e fornendo informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame venendo così meno ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro qualità e alla loro funzione e tesi alla previsione e alla prevenzione e ai doveri di informazione chiara, corretta, completa cagionavano in occasione in occasione della violenta scossa di terremoto (magnitudo momento MW = 6.3, magnitudo locale ML = 5.8) del 06.04.2009 ore 3,32, la morte di” 32 persone (elencate nella memoria).

Il giudice non imputa agli accusati il fatto che non avessero previsto la scossa, perché prende atto e concorda con la comunità scientifica internazionale che a oggi non è possibile fare previsioni sull’accadimento di un forte terremoto, anche quando vi è una sequenza sismica in atto. La mappa di pericolosità sismica messa a disposizione dagli scienziati ad amministratori, politici, tecnici e cittadini è uno strumento di conoscenza che deve poi essere tradotto in azioni efficaci di prevenzione antisismica. Solo così sarà possibile salvare nel futuro vite umane in caso di altri, inevitabili, terremoti. Come già accennato in precedenza, la zona dell’Aquila è già dal 2006 (ordinanza PCM 3519 del 28 aprile 2006) inquadrata tra le aree a più elevata pericolosità sismica in Italia.

Tuttavia, il giudice ritiene che l’analisi della situazione in occasione della riunione del 31 marzo sia stata fatta con superficialità, che non si siano prese le più elementari misure precauzionali (quali non rimanere in casa nel caso di scosse), non siano stati forniti gli elementi necessari per poter mettere in atto comportamenti prudenti e siano state comunicate alla stampa informazioni fuorvianti che hanno indotto molte delle persone, alcune delle quali hanno perso la vita, a rimanere a casa, cosa che non avrebbero fatto nel caso il messaggio fosse stato meno rassicurante.

Oltre a ciò, il giudice ritorna sulla prevedibilità, contraddicendo le affermazioni più volte riportate nella memoria, e a pagina 194 dice anche che ”Le concause, anche quelle costituenti fatto illecito altrui, rientravano tutte nella sfera di prevedibilità degli imputati”, e in particolare “vi rientrava il giudizio di prevedibilità nel breve termine di un terremoto con i medesimi caratteri di quello verificatosi il 6 aprile alle ore 3,32″.

Il rinvio a giudizio, con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni, dei componenti della commissione Grandi rischi della Protezione civile che si era riunita all’Aquila sei giorni prima del terremoto del 2009, scrive un nuovo capitolo dell’eterno sottotesto della storia italiana che parla di complotto, incuria, dolo, Stato corrotto. Di qualcosa che succede nascostamente, mentre l’Italia vive, arranca, lavora, e in cui la magistratura trova nuovi motivi di intervento e supplenza, mentre indica colpevoli già designati per il fatto di rivestire funzioni istituzionali. Con la sua decisione, il Gup dell’Aquila si è fatto sismologo, ha stabilito la prevedibilità di quel terremoto e l’eluso dovere, da parte della commissione Grandi rischi, di diffondere i dati dell’allarme.

Il tecnico di laboratorio Giampaolo Giuliani il terremoto dell’Aquila lo aveva previsto per il 29 marzo, e oggi è lui a dichiarare, dopo il rinvio a giudizio della commissione Grandi rischi, che «E' un fatto storico, sono contento. Non è  mai accaduto che su un fenomeno fisico fosse stata accertata una responsabilità  di chi era preposto all'incolumità delle persone. Questa vicenda insegna che la popolazione va correttamente informata, sempre. Spetta alle persone poi decidere cosa fare: libero arbitrio. - Giuliani ricorda - Cercai di contattare il sindaco di Sulmona per metterlo in guardia dai rischi del terremoto: Bertolaso mi insultò pubblicamente. Quella notte avvisai anche il sindaco dell'Aquila, che dopo aver parlato con me decise di dormire nel camper, ma a quel punto non poteva proprio fare di più".

Ci sono voluti 28 anni, dal 1972 al 2000, per mettere in piedi il San Salvatore, e pochi minuti per mandarlo al tappeto: i costi sono stati nove volte più del previsto. I giornali ci parlano che il progetto dell'ospedale porta la data 1967. Spesa inizialmente prevista 11.395 milioni di lire. Costi lievitati fino a quota 214 miliardi e 222 milioni. Ma lo scandalo nello scandalo è un ospedale senza agibilità in piena zona sismica. E’ lo scandalo dell’Aquila dove la struttura è stata evacuata subito dopo il terremoto perché pericolante. Ora un ispettore di polizia rivela ai microfoni di "Studio Aperto", il telegiornale di "Italia 1", del 14 aprile 2009 edizione delle 12,20 che l’ospedale dopo l’inaugurazione del 2000 non ha mai ricevuto il certificato di agibilità perché mancava l’accatastamento.

“Pare che non siano stati fatti neanche gli atti di vendita dei terreni- dice il poliziotto- e quindi non stando tutti gli atti di vendita, non la possono neanche accatastare, quindi come fai ad accatastare una struttura su un terreno che comunque non è tuo?”.

L’ispettore di polizia aveva presentato una denuncia in questura  il 28/12/2008. Nel documento si parla anche dei lavori alla filiale interna all’ospedale della Cassa di Risparmio dell’Aquila, spostata per fare un favore alla banca. I locali non avrebbero mai ricevuto l’agibilità.

“I poteri forti sono la banca – continua il poliziotto - la Cassa di Risparmio, che è comunque presente in tutto il territorio dell’Aquila ed anche dell’Abruzzo e fuori. E comunque c’hanno potere e l’ASL. Questi sono i poteri forti che ti tagliano le gambe. Quindi tu quando vai a toccare questi poteri………..”

La questura fa sapere che ci sono indagini in corso. La procura assicura controlleremo tutto.

Ma dopo questa denuncia per il poliziotto è iniziato l’inferno.

“Mi sono trovato il trasferimento d’ufficio in Questura. Morale della favola: alla fine hanno trasferito solo me d’ufficio. Quando ho fatto questa segnalazione, ho chiesto comunque che mi delegassero a fare le indagini e naturalmente non l’hanno fatto. Lo dico con tutto il cuore, fanno letteralmente schifo.”

Norme antisismiche violate. Abruzzo lunedì 6 aprile 2009, ore 3,32

Gli allarmi inascoltati. La scossa devastatrice. Le vite spezzate. La disperazione dei sopravvissuti. Il dramma dei bambini. Eroi e vecchi camion. Un reportage da “Il Corriere della Sera” a “L’Espresso” e “Panorama”.

I vigili del fuoco arrivati da tutto il Paese sono stati costretti a portare in Abruzzo anche vecchi camion scassati.

Bestioni appesantiti da venti anni di servizio o ancora di più. Che a volte, dopo un rantolo del motore, si sono fermati in autostrada e, come certi muli di una volta, non han voluto saperne di ripartire. Eccole qui, la faccia dello Stato. L’Italia dei vetusti «Fiat Om 90», «AF Combi» o «APS Eurofire» in servizio dai tempi lontani in cui il centravanti della nazionale era Paolino Rossi. Carrette di lamiera che dopo essere state lasciate «dieci anni nei capannoni» (parole di un comunicato ufficiale del sindacato di base Rdb-Cub) sono finite «fuori uso per problemi di ribaltamento e rotture ai supporti del serbatoio dell’acqua» e abbandonate lungo il percorso. Non puoi sentirti orgoglioso di come sgobbano i carabinieri e i poliziotti, le guardie di finanza e i forestali e tutti gli altri, senza ribollire d’insofferenza a guardare la mattina dopo, tra le macerie di Onna, la delusione dei volontari della Protezione civile del Friuli, che sono venuti giù coi loro cani e le loro tende e le loro attrezzature e stanno lì impotenti nelle loro divise nuove di zecca che non riescono a sporcare: «Sono già le dieci, siamo qua da ieri sera e nessuno ci ha ancora detto come possiamo renderci utili. Che modo è?».

È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli egoismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e donne accorsi da tutte le contrade a dare una mano.

Il gran Sasso, lassù in alto, domina severo. L’impresario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano solchi tra le montagne di macerie per ricostruire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una crepa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi metri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le fotografie della biblioteca della scuola elementare crollata a Goriano Sicoli o, peggio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decenni ricordano come le zone più esposte siano quella a cavallo dello Stretto di Messina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposito del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impunemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, solo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno continuato ad ammucchiarsi disordinatamente intorno al Vesuvio nonostante siano passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sindaci e assessori e vigili urbani hanno chiuso gli occhi per anni sul modo in cui, anche nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabilità più gravi. Ma, come accusava Il Sole 24 ore del 7 aprile 2009, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Basti ricordare che fu solo la Corte Costituzionale, nel 2006, tra i lamenti e gli strilli dei costruttori («Siamo molto preoccupati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a bloccare una legge troppo permissiva della Regione Toscana spiegando che no, «in zona sismica, non si possono iniziare i lavori senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico».

Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indietro soltanto di qualche giorno dal sisma. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalisse del 6 aprile 2009, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella proposta edilizia del governo Berlusconi alle Regioni del giugno 2008, mai nella prima bozza del «piano casa», mai nell’in­tesa del 31 marzo 2009. Mai. Con il terremoto in Abruzzo Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano casa «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche» e il nuovo documento dato alle Regioni, ritoccato in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di demolizione e ricostruzione di immobili e gli interventi, che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i medesimi non può essere previsto né concesso alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normativa antisismica».

Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una settimana prima. Dove l’articolo 6, precipitosamente soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazioni in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché dopo una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima.

Qualcuno adesso dovrà indagare. Una volta sepolti i morti e sistemati gli sfollati, dovrà spiegare perché a L'Aquila il cemento impastato dieci o vent'anni prima già si sbriciola come pane secco. Dovrà dire perché queste travi si sono spezzate e hanno fatto un massacro. Come in Abruzzo, con il brivido delle scosse di assestamento e il vento del Gran Sasso che spazza le macerie di via Luigi Sturzo, centro città, cento per cento di morti nelle case nuove là in fondo alla strada. Nuove. Eppure sono venute giù.

Se due mesi di sciame sismico riducono così il cemento, allora l'allarme lo dovevano dare molto prima. Invece questo passerà alla storia come il primo terremoto previsto in Italia. E, purtroppo, anche come il primo snobbato dalle autorità. Hanno ignorato l'annuncio del disastro molti sindaci della provincia per finire, su su, agli esperti della Protezione civile.

Eppure la previsione di Giampaolo Giuliani, tecnico del laboratorio scientifico del Gran Sasso insultato e denunciato per procurato allarme, non è uno scoop da premio Nobel. Che la liberazione di gas radon dagli strati profondi delle rocce riveli l'arrivo di un forte terremoto, lo si impara al primo anno di Geologia all'università. Anche in Italia. È vero che non è possibile conoscere con precisione quando colpirà la scossa. Ma a L'Aquila e lungo l'Appennino la terra tremava e da fine febbraio. Avere un laboratorio di fisica proprio dentro il Gran Sasso, la montagna attraversata dalle faglie e dalle tensioni geologiche di questo disastro, era poi una immensa opportunità. Forse bastava sfruttarla. Nessun preallarme nemmeno per i soccorsi in una regione fatta di antichi paesi di sassi e pietre.

Lunedì 6 mattina a Civita, una frazione a pochi chilometri da Onna, vicino all'epicentro in provincia, gli abitanti hanno dovuto sbarrare la strada a un convoglio dei vigili del fuoco per chiedere loro di estrarre due persone. Le hanno tirate fuori che erano già morte. I pompieri son ripartiti subito per L'Aquila. I cadaveri sono rimasti a Civita, per terra, fino alle quattro del pomeriggio: "Quando è arrivata un'auto delle pompe funebri", raccontano i testimoni. Sono le priorità a stabilire dove si devono fermare i convogli. I primi sono stati inviati dove c'erano più cadaveri: a L'Aquila, a Onna, a Paganica. Così gli abitanti delle piccole frazioni hanno dovuto aspettare. Non c'erano alternative. Da martedì, secondo la Protezione civile, con l'arrivo dei rinforzi da tutta Italia, anche i centri più piccoli sono stati raggiunti. Nonostante la previsione del terremoto, però, gli abitanti della città e di tutta la provincia avevano creduto alle rassicurazioni degli esperti della commissione Grandi rischi, riprese dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dal governo e dalle autorità locali. Nessuno immaginava che perfino le costruzioni più moderne di L'Aquila fossero trappole. Non lo sapevano i ragazzi italiani e stranieri morti e feriti nel pensionato universitario, nemmeno i quattro studenti sepolti in due stanze prese in affitto in un'altra villa in via Sturzo. Non lo poteva immaginare.

Gran parte delle strade di L'Aquila in quei giorni era al buio. In molte case però non mancava la luce. Vedi le finestre illuminate dentro le tapparelle abbassate. Credi che ci sia qualcuno lassù. Invece è la fotografia di lunedì 6 aprile, ore 3,32, il momento esatto della scossa, 5,9 gradi della scala Richter, nemmeno un record in Italia.

A metà di via Sturzo la fuga di una famiglia su un'Alfa Romeo è rimasta bloccata al cancello, quando un grosso pezzo di cornicione l'ha colpita in pieno. In una camera da letto spogliata dai muri perimetrali è ancora accesa l'abat-jour sul comodino. Sui balconi sopravvissuti al crollo, il bucato steso la domenica sera. I libri negli scaffali. Le sveglie che ancora suonano la mattina presto. Persiane semichiuse che ricordano le ville calcificate di Pompei. Istantanee di vita quotidiana. Al buio si intuisce la sagoma di quattro donne avvolte nelle coperte di lana. Si fanno coraggio insieme e dormono sulle sedie davanti alla casa di una di loro. Non hanno voluto andarsene al centro di raccolta. Pochi passi più avanti, in fondo a via Sturzo, le fotoelettriche illuminano il vuoto. Due ruspe rimuovono il groviglio di tondini di ferro. L'armatura a queste costruzioni non manca. Stupisce l'apparente fragilità del cemento. Tre o quattro ville, tutte uguali, si sono accasciate sui loro piani. Resta soltanto il tetto di due. In una sono morti due anziani. Nella seconda almeno quattro studenti tra i quali un ragazzo della zona di Vasto, in Abruzzo. La sua mamma sostenuta da un'amica piange da ore. «Ho provato a far suonare il suo telefonino», sussurra, «risulta irraggiungibile. Un collega di università di mio figlio ha invece chiamato il telefonino di un suo compagno di stanza sepolto là sotto. Quello suona ancora, ma da domenica notte nessuno risponde».

Subito più avanti il cumulo di macerie nasconde la bimba di tre anni e tutta la sua famiglia. Rimossi i blocchi di cemento, trovano prima il piccolo materasso del lettino. Si vede subito che apparirà un bambino. Non ci sono più bare. Nemmeno bodybag, i sacchi utili per trasportare le vittime delle emergenze, che l'Italia ha regalato negli anni scorsi alla Libia. I soccorritori liberano dai calcinacci una coperta di lana. La ripiegano per usarla come barella. Avvolgono la piccola nella lana e la adagiano sulla terra. Vigili del fuoco e guardia forestale interrompono per qualche minuto il lavoro a mani nude nei detriti. Li guida un abitante del quartiere in tuta blu, grigio di polvere fin nei capelli. «Adesso restano da trovare un'altra bambina, la sua mamma e il suo papà», spiega l'uomo al capo operazioni dei pompieri: «Poi dobbiamo tirare fuori gli anziani che abbiamo visto nella casa accanto. Ma non so quanti sono». Arriva finalmente l'ambulanza, allontanata per caricare le macerie su due grossi camion. «Come si chiama questa bambina?», chiede un'infermiera della Croce rossa. Nessuno sa rispondere. Non ci sono parenti. Non ci sono vicini. Tutti sotto le macerie. Forse una quindicina di morti. Tutti sepolti dal crollo di case relativamente nuove. Intorno le costruzioni più vecchie e i condomini sono rimasti in piedi. Hanno danni strutturali. La facciate bombardate. Ma i loro abitanti hanno almeno avuto il tempo di svegliarsi e fuggire.

In via Sant'Andrea all'angolo con Generale Francesco Rossi, prega la mamma di Armando Cristiani. Per arrivare fin qui bisogna sfidare i calcinacci che le scosse sparano come cecchini dalle cime dei palazzi. Antonio Rossi, il papà, cammina su e giù con un piccolo ombrello in mano e un sacchetto di biscotti sottobraccio. Era la cena che un vigile urbano gli ha regalato. Sulla montagna di macerie continua il lavoro di altri eroi. Rischiano la vita e altri crolli per salvare Marta, un'altra studentessa tradita dalle norme antisismiche dei palazzi dell'Aquila. Una ragazza raggiunta nel pomeriggio dagli speleologi e dai soccorritori del Club alpino italiano. «Marta ci ha detto di aver sentito delle grida salire dalla tromba delle scale. Una voce molto più sotto di lei», racconta uno speleologo: «Abbiamo chiamato, abbiamo provato ma non ci ha risposto nessuno». Antonio Cristiani è convinto che suo figlio sia lì ad aspettare che qualcuno lo tiri fuori. Erano sei studenti in affitto, in un appartamento al terzo piano. Tutti dispersi. «Ho sentito mio figlio sabato sera», racconta la mamma, «mi ha detto che c'era appena stata una forte scossa. Eravamo preoccupati, ma lui diceva che poi passava».

Trema ancora la terra. Scosse forti che fanno crollare i muri che ormai non si reggono più. Gli speleologi portano in superficie Marta, la avvolgono, la caricano su un'ambulanza. «La ragazza era incastrata accanto a un armadio», racconta il soccorritore che l'ha liberata: «Sotto c'era il vuoto e dovevamo stare molto attenti a non farla cascare più in basso». Questi soccorritori sono ragazzi di poche parole. Lo speleologo dice solo che di mestiere fa il carpentiere- saldatore: «Niente nomi, non servono». E se ne va sulla montagna di macerie a cercare Martina, studentessa di Ingegneria gestionale. È la grande Italia dei volontari, quanto mai uniti da Nord a Sud. I genitori di Martina aspettano avvolti in una coperta. Il padre è rassegnato: «Ormai mi devo mettere il cuore in pace». In via Persichetti, altro quartiere, altra strage. I condomini sono sbrecciati. Le case dell'Ottocento sembrano quasi indenni. In mezzo il crollo delle palazzine più nuove ha spianato l'isolato. Due bare attendono in mezzo alla strada che qualcuno le recuperi. “L'Aquila - Visa Persichetti, non identificata", scrive un soccorritore con il pennarello sul nastro adesivo. L'assenza di funzionari dell'anagrafe impedisce al momento di sapere chi sono i residenti a ogni indirizzo. L'identificazione verrà fatta nei prossimi giorni. Anche se la mancanza di numero civico sul nastro adesivo non sarà d'aiuto. Appare nel buio Pasqua E., la mamma di Alice Dal Brollo. È arrivata da Cerete in provincia di Bergamo e scopre che nessuno sta scavando nella casa di sua figlia. Poco fa c'è stata una scossa oltre il quarto grado Richter. Per questo i vigili del fuoco si sono allontanati. Tornano poco dopo con la guardia forestale. «Alice è sicuramente lì. Una sua compagna di stanza l'hanno già trovata morta. Un'altra, ritornata a L'Aquila da Sora poco prima del terremoto, è riuscita a scappare. Forse mia figlia è bloccata». La quarta studentessa, anche lei di Sora, deve ringraziare l'influenza che si è presa. E domenica sera non è tornata a L'Aquila. Alle nove del mattino i genitori scoprono che Alice è morta. Come Luigi Giugno, 34 anni, guardia forestale, ucciso nell'unica camera da letto crollata nel loro palazzo. L'hanno trovato sopra il lettino del suo bimbo, Francesco, 2 anni, che ha tentato inutilmente di proteggere. Accanto il cadavere della moglie e la valigia già pronta per il ricovero al reparto maternità. Francesco questa settimana avrebbe avuto una sorellina. Anche la loro casa sembrava sicura. Dovremmo costruire case antisismiche, come in Giappone e in California dove i palazzi tremano ma pochi si fanno male. Invece spenderemo quei soldi per un grande ponte a Messina. Silvio Berlusconi l'ha ripetuto in questi giorni. Dove? Dopo aver visto le macerie a L'Aquila.

Il crollo della prefettura. L'ospedale lesionato. La questura inagibile. Così i soccorsi sono rimasti senza testa. Perché nonostante le scosse nessuno aveva verificato gli edifici ?

Giù la Prefettura: quello che doveva essere il centro nevralgico della gestione dell'emergenza è completamente fuori uso e ridotto a un cumulo di macerie. Inutilizzabile anche la questura, altro luogo considerato fondamentale per affrontare le grandi calamità. E poi si sbriciolano anche gli impianti dell'ospedale San Salvatore, inaugurato dieci anni fa, costruito con colonne in cemento armato e sale operatorie di cartapesta. Così il terremoto spazza via tre dei pilastri dei soccorsi: obbliga la Protezione civile a rivedere da zero i piani di intervento, in una zona che da sempre si conosce come sismica e che da settimane vive una sciame di scosse. Ma dove nessuno si era preoccupato di verificare la robustezza dei capisaldi per affrontare la crisi più drammatica: fino a domenica il palazzo ottocentesco della Prefettura era il fulcro di ogni strategia.

Davanti al collasso di queste strutture, il professor Franco Barberi, vulcanologo e presidente vicario della Commissione grandi rischi, non usa mezzi termini. "È desolante vedere un simile spettacolo di inefficienza e imprevidenza in un paese come il nostro che a misurarsi con le conseguenze dei forti terremoti dovrebbe essere abituato da sempre". E accusa: "Le responsabilità sono diffuse a tutti i livelli, purtroppo siamo un paese che non impara le lezioni". Invece l'emergenza è stata doppia, trasformando la pianificazione in improvvisazione.

Guido Bertolaso, sottosegretario e commissario straordinario per questo disastro, è stato persino costretto a sdoppiare la sala operativa, il cervello di tutte le operazioni. Una parte è finita nei locali della scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle, una parte ha dovuto addirittura chiedere ospitalità a una struttura privata come la Reiss Romoli: un centro di alta formazione per le telecomunicazioni appartenente a Telecom Italia. Eppure, mai come questa volta si poteva essere pronti a scattare. Bastava rispettare la legge e ascoltare i segnali della natura, usando buon senso.

Dopo la strage di San Giuliano di Puglia, dopo l'assurdità di un terremoto che rade al suolo soltanto la scuola ossia l'edificio che doveva essere più solido, dopo la morte di quei ventisette bambini erano state varate nuove regole. Ma sono passati sette anni da quel sisma, scioccante ma di dimensioni limitate, e i controlli sui palazzi pubblici non sono ancora diventati operativi: rinvio dopo rinvio, l'entrata in vigore delle norme continua a slittare. La legge ignora i tempi della terra. E così in Abruzzo tanti sono morti per colpa di verifiche che i legislatori hanno preferito rimandare. Con oltre 70 mila edifici da esaminare, finora in tutta Italia di verifiche ne sono state fatte sette mila, appena il dieci per cento del totale. In Abruzzo la media è ancora più bassa. Quanto, nessuno lo sa esattamente. Un alto responsabile della Protezione civile che preferisce mantenere l'anonimato confessa con rabbia a “L'Espresso” di avere chiesto questi dati alla Regione Abruzzo senza riuscire ad ottenerli. Quello che è sicuro invece è che nessun intervento è stato fatto negli ultimi anni sugli edifici crollati all'Aquila, nonostante la Protezione civile disponesse di 280 milioni di euro per l'analisi della vulnerabilità e la messa in sicurezza delle strutture strategiche.

Il palazzo della Prefettura, per esempio, per la sua storica usura, secondo il professor Barberi andava pesantemente rinforzato. Oppure, in mancanza di volontà o di risorse, abbandonato a favore di un'altra sede sicura che ospitasse il quartiere generale dei soccorsi. Altre strade da seguire non ce n'erano. Non aver fatto né una cosa né l'altra apre un delicato capitolo sul fronte delle responsabilità che, secondo Barberi, "vanno comunque individuate". Il crollo della Prefettura ha infatti fatto perdere ore chiave. Subito dopo quella maledetta scossa delle 3.32 la macchina dell'emergenza a L'Aquila è rimasta senza testa: nessuna centrale, nessuna rete di collegamenti per coordinare il territorio con le strutture nazionali. Per indirizzare i soccorsi verso i paesi più colpiti, per orientare i mezzi a seconda delle necessità. "C'era un gravissimo problema di reti telefoniche e non riuscivo a contattare, dirigenti della provincia e sindaci", denuncia il presidente della Provincia, Stefania Pezzopane: "La gravità di quello che stavamo vivendo non è stata percepita subito".

I vertici delle operazioni si sono prima installati nella scuola di Telecom Italia, poi si sono trasferiti nella base della Guardia di Finanza, che disponeva di spazi per i veicoli e di connessioni con tutti gli apparati dello stato. Per ore c'è stato incertezza su come rintracciare i responsabili delle operazioni e sulla gestione delle informazioni. Ore preziose, in cui altre persone potevano essere salvate: altri superstiti oltre ai cento estratti dal coraggio di abitanti e soccorritori. Perchè nessuno ha verificato la stabilità della Prefettura? I piani di intervento, che la indicavano come centrale dell'emergenza, ricadono sotto la responsabilità della Protezione civile. Ed è incredibile che nonostante lo sciame di scosse che da giorni sia mancata la minima precauzione. Stefania Pezzopane parla di "tragedia annunciata": "Soprattutto dopo quello che succedeva da due mesi con numerosissime scosse come quella forte del 30 marzo che ci aveva portato alla chiusura di scuole". A più di dieci ore dal sisma, dichiara sempre la presidente della Provincia: "Ho l'impressione che la situazione del circondario sia stata sottovalutata".

La scossa del 30 marzo poteva essere un segnale d'allarme per mettere la macchina della Protezione civile in posizione di lancio. L'area interessata dai fenomeni sismici dista pochissimo da Roma, da Pescara e da Ancona, con una rete autostradale celebre per la sua estensione. Ci sono a distanze ridotte aeroporti civili e militari, ci sono basi di elicotteri, ci sono caserme dell'esercito e delle forze dell'ordine. C'era tutto per essere ineccepibili. E invece sono venuti a crollare i pilastri per la gestione dell'emergenza, lasciando nella confusione le prime ore, quelle più importanti per salvare le persone intrappolate tra le macerie.

Ancora più grave il caso dell'ospedale San Salvatore, entrato in funzione nel 1994 e che avrebbe dovuto resistere ad ogni genere di sisma. Invece è stato addirittura evacuato per le pesanti lesioni strutturali registrate anche nell'armatura del cemento. "E pensare che è costato tantissimo", afferma il suo direttore generale Roberto Merzetti: "In più, secondo le carte di cui disponiamo era stato a suo tempo garantito per resistere a terremoti addirittura più forti di quello che abbiamo appena registrato".

Non si sa quali garanzie siano a suo tempo state date per la Casa dello studente crollata e costata la vita di alcuni ragazzi. Anch'essa però era stata realizzata in cemento armato puntualmente spappolatosi sotto la spinta del sisma. Cemento del tutto particolare e inadatto alla bisogna e sul quale, sospettano in Regione, costruttori disonesti potrebbero avere speculato realizzando armature di scarsa qualità. Su tutto questo già si invoca l'intervento della magistratura. Perché i soccorritori arrivati sul posto lunedì si sono prodigati per tirare fuori dalle macerie quante più persone possibili, ma quelle ore chiave perse nell'assenza di un quartiere generale possono avere determinato la fine per molte altre vite imprigionate tra le travi. Nella speranza che almeno questa volte la lezione serva a evitare altri disastri futuri.

“Qui sono cadute anche le case nuove”. Parole di allarme del sindaco de L’Aquila a conferma che non sono crollate soltanto le vecchie case in pietra del centro storico: il terremoto del 6 aprile ha distrutto o danneggiato in modo tale da renderli inabitabili anche palazzi moderni. L’ospedale, un presidio che non dovrebbe solo restare in piedi ma anche funzionare in emergenza, è stato evacuato e dichiarato inagibile (per il 90%). Come l’hotel “Duca degli Abruzzi”, che non era in un palazzo di pietra antica e si è accartocciato su se stesso. O la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, che era un edificio moderno, fino alla ormai tristemente nota Casa dello studente, in via XX Settembre, costruita a metà degli anni sessanta e crollata su se stessa.

Un problema non solo dell’Abruzzo, che pure è zona ad elevato rischio sismico. La Protezione civile calcola che in Italia siano 80 mila gli edifici pubblici “vulnerabili”: scuole, ospedali, uffici, caserme. A essi vanno aggiunte le infrastrutture presenti in zona (strade, ferrovie, ponti). Le scuole costituiscono una vera emergenza: quelle edificate in zone a rischio sarebbero 22 mila, 16 mila delle quali in aree ad alto rischio; di queste circa novemila sarebbero prive di criteri antisismici e potrebbero subire danni in caso di scosse. Si calcola che gli ospedali da mettere a norma siano invece 500. Ma a chi tocca intervenire? Chi decide le priorità, anche economiche? Un’autorità centrale specifica non esiste e gli enti responsabili sono una quantità enorme: le regioni hanno competenza per ospedali e strutture sanitarie, province e comuni per le scuole, lo Stato per prefetture e caserme. Dal 2003 la Protezione civile dirama con regolarità ordini di verifica, i controlli però sono impossibili, così come capire quali siano le priorità: bisognerebbe pianificare interventi in un lungo arco di tempo, almeno un decennio. Lo stesso discorso andrebbe fatto per il patrimonio edilizio privato. Un monitoraggio completo su scala nazionale non è stato fatto, ma soltanto una mappatura in alcune aree particolarmente a rischio.

Secondo statistiche Istat elaborate dall’ Associazione Nazionale dei Costruttori Edile (ANCE), le case costruite in base alla normativa del 1974 sono un terzo del totale in quanto gli immobili a uso abitativo costruiti prima di quell’anno sono 7,2 milioni, il 64 per cento. Si stima che tre milioni di italiani vivano in zone a elevata sismicità, soprattutto lungo la dorsale appenninica del Centro e Sud Italia (dalle Marche alla Calabria fino alla Sicilia), quasi 21 milioni in aree a media sismicità, più di 15 milioni e mezzo in aree a bassa sismicità e circa 20 milioni in aree a sismicità minima. Oltre un terzo del territorio nazionale presenta un rischio terremoti medio - alto.

Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Paolo Stefanelli, è stato molto netto: “Non stupisce affatto che della Casa dello studente sia crollata la parte più giovane. Tutti gli edifici costruiti negli anni ‘50 e ‘60, a causa del tipo di cemento armato usato, sono a rischio sismico in un tempo tra i 5 e i 30 anni”. E, a proposito del piano casa presentato dal Governo, dice: “Questo piano potrebbe rappresentare uno stimolo importante per ricostruire edifici a rischio a costo zero per lo Stato. Chi demolisce un edificio per ricostruirlo ampliato del 35 per cento potrebbe dare in permuta la volumetria aggiuntiva all’impresa che fa l’intervento ed avere un’abitazione sicura praticamente a costo zero con la consapevolezza che tanto prima o poi quell’edificio avrebbe richiesto un intervento radicale ai fini della sicurezza”.

A oggi, dice Stefanelli, manca ancora una norma che renda obbligatorio il monitoraggio sul tempo di vita delle costruzioni. Forse solo quella, perché di norme sull’edilizia antisismica l’Italia ne ha quattro, tutte contemporaneamente in vigore. Il decreto ministeriale 16 gennaio 1996 (”Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”) seguito, dopo il terremoto del 2003 in Molise, dall’Ordinanza della Protezione Civile 3274, che ha rimappato il territorio nazionale, aggiungendo zone sismiche o elevandone la classe. E poi altri due decreti, uno del 2005, l’ultimo del 2008, denominato “Nuove norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”. Scienziati e tecnologi parlano chiaro: serviranno strutture antisismiche. Così a mettere le proprie competenze a disposizione delle popolazioni colpite dal sisma scende in campo il CNR che ha progettato, e testato con successo un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all’onda d’urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma di Kobe che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Il progetto si chiama Sofie, Sistema costruttivo fiemme, ed è un prototipo messo a punto dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (IVALSA CNR), insieme alla Provincia di Trento.

A convalidare il progetto italiano, spiega il CNR, “sono stati i laboratori dell’Istituto nazionale di ricerca sulla prevenzione disastri (NIED) di Miki, in Giappone, dove, alla fine del 2007, la casa di legno di sette piani e 24 metri di altezza realizzata dall’Ivalsa-Cnr di San Michele all’Adige ha resistito con successo al test antisismico considerato il più distruttivo per le opere civili: la simulazione del terremoto di Kobe di magnitudo 7,2 sulla scala Richter”. “Il legno è una valida alternativa ai metodi costruttivi tradizionali, in acciaio o muratura, e soprattutto un’alternativa economica, visto che, a parità di costi, le prestazioni e i rendimenti sono migliori”, dice una nota del Cnr. Attualmente, il primo esempio di rigorosa applicazione della tecnologia Sofie a un edificio pubblico è in fase di realizzazione a Trento, con un collegio universitario di 5 piani che ospiterà, in piena sicurezza, circa 130 studenti.

http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_08/eroi_vecchi_camion_stella_7aa978c2-23fc-11de-a75a-00144f02aabc.shtml

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-dolore-e-la-rabbia/2077532&ref=hpsp

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cemento-disarmato/2077514

http://blog.panorama.it/italia/2009/04/07/terremoto-a-tremare-non-e-solo-labruzzo-in-italia-80-mila-gli-edifici-pubblici-vulnerabili/ 


DOSSIER ABRUZZO

Un film-documentario di Giuseppe Caporale, "Colpa Nostra", ci spiega quanto sia insita in ognuno di noi la responsabilità di quanto succede in una terra che, anzichè essere isola felice, è terra di scandali ed inchieste giudiziarie.

La cronaca ci parla dell’ennesimo arresto eccellente in Abruzzo. Si tratterebbe di una delle più  grosse inchieste sui rifiuti mai fatta in Italia, quella che ha portato agli arresti domiciliari per corruzione, peculato ed abuso d'ufficio, l'assessore alla Sanità della Regione Abruzzo, Lanfranco Venturoni. L’Abruzzo un piccolo fazzoletto di terra con un milione di abitanti una piccola regione dell’Italia centromeridionale vien da sempre elargita come una terra di persone forti e gentili. E un susseguirsi di scandali che hanno portato nelle patrie galere anche intere giunte e si nello sport siamo lontani anni luce dalle metropoli, ma se dovessimo giocare a tangentopoli o clientopoli ce la giocheremmo alla pari. Anzi potremmo vincere. La mente mi riporta a rileggere una nota testata giornalistica dei tempi di tangentopoli (“il piano regolatore è roba nostra” l’Abruzzo si scopre come Milano – una regione sotto inchiesta -). Così venne scoperchiato il vaso di PANDORA nella nostra terra. In quella occasione vennero arrestati 100 politici dell’allora politica di casa nostra.

Ecco alcune delle storie di allora. Da elicotteri dello Stato usati a fini personali; violazione sulla legge sul finanziamento dei partiti; pagato cene elettorali in un momento proibito dalla legge. Come poi non scordarsi la notte di San Michele, alla fine di settembre, l'intera giunta regionale, compreso il presidente, finisce in carcere perché i fondi della Cee sono stati dati agli amici degli amici, invece che assegnati secondo graduatoria. Ad Avezzano, il sindaco, oltrepassa la soglia di un penitenziario (con alcuni assessori) per una lunga storia di tangenti. A Chieti, la giunta comunale venne decapitata dai giudici, perché una scuola elementare, pagata quasi due miliardi, è stata costruita a metà. Il racconto potrebbe continuare sino a Pescara, passando per Teramo, deviando per Lanciano. E' un racconto non diverso da tanti altri che stanno macchiando la nostra terra già martoriata. La gente è sconcertata, non ha più fiducia nelle istituzioni, negli uomini a cui aveva dato il voto. Un giovane laureato di Chieti confessa: "C'è un particolare emblematico: un ex assessore della Dc, arrestato in uno dei tanti blitz dei carabinieri, era anche l' avvocato difensore di altri assessori regionali a loro volta inquisiti. In quell’anno la giustizia non ha più guardato in faccia nessuno da quando, in primavera, venne divulgata una cassetta con una registrazione sconvolgente. Si sentiva al telefono la voce di un consigliere comunale aquilano, il quale parlava con un conoscente. Gli veniva chiesto il cambio di destinazione di un terreno. "Non ti preoccupare . rispondeva . il piano regolatore è roba nostra, di Dc e Psi. Lo dirò a Domenico e tutto sarà risolto. Però, capisci, la campagna elettorale costa, i soldi non bastano mai...". Quarantacinque milioni, insomma, che dopo 8 mesi portano il consigliere in galera. E' la prima goccia di un vaso che sta per traboccare. Come lo era stata, qualche mese avanti, la storia degli elicotteri dei pompieri e della Forestale usati dall' ex ministro Gaspari per andare a una partita di pallone e ad una festa di paese. Ma è a settembre che l'aria diventa irrespirabile. All'Aquila, vive un giovane magistrato, con la carica e la vitalità del collega lombardo Di Pietro. Si chiama Fabrizio Tragnone e, in un baleno, dopo aver valutato la denuncia di un professionista, l'ingegner Francesco Mannella, spedisce in carcere l'intera giunta regionale (Dc, Psi e un liberale). Mannella voleva costruire un albergo al suo paesello, Ateleta, dove non esiste nemmeno una pensione. Mannella fa domanda per ottenere i fondi della Cee (denominati Pop), ma il danaro non arriva. Va alla Regione a chiedere spiegazioni e gli impiegati rimangono sul vago. Allora, spinge a fondo. "Voglio vedere l'elenco dei fortunati", dice. La situazione diventa confusa, progetti meno interessanti dei suoi sono stati promossi; il suo, bocciato. Perchè? "Posso usare il telefono?", domanda ad un commesso. "Certo", replica l'addetto. Il professionista chiama i carabinieri, racconta tutto, e 4 giorni più tardi il blitz dei carabinieri fa piazza pulita del governo regionale. Nella rete finiscono tutti, anche il presidente della giunta. I consiglieri inquisiti sono 21 su 40, la crisi politica dura a lungo, finchè non si risolve con una soluzione cha lascia di stucco la maggioranza dell'opinione pubblica. Al vertice della nuova giunta c'è un "indagato" per i fondi Pop, mentre sulla poltrona di presidente del consiglio siede un "toccato" dalla stessa vicenda. Ormai, la "mani pulite" abruzzese non conosce ostacoli: da clientopoli si tramuta in tangentopoli. Nell'occhio del ciclone finiscono Avezzano, Teramo, Pescara, Chieti. Ad Avezzano, le mazzette sporcano pure un incontro di boxe che ha per protagonista il campione del mondo Francesco Rosi. Si indaga su una tangente che si sarebbero divisi l'organizzatore e un assessore. Usl, licenze commerciali, detersivi d'oro, discariche, terminal di autolinee, gestione di acquedotti: i fronti giudiziari si moltiplicano a vista d'occhio. Per poi finire nelle vicende dei giorni nostri sanitopoli, fira, etc.

Dossier Abruzzo di Alessio Magro. Un lavoro da tempo studiato che riteniamo opportuno pubblicare proprio ora che la ricostruzione nell’aquilano, dopo il forte sisma che ha colpito la zona, aprirà sicuramente importanti sbocchi per le infiltrazioni mafiose negli appalti. La criminalità organizzata, da anni ormai attiva sia nella Marsica che sulle coste abruzzesi, è sicuramente interessata a non perdere una fonte sicura di guadagno. Il dossier descrive una infiltrazione silenziosa ma profonda, in un tessuto divenuto crocevia del riciclaggio e del reinvestimento dei proventi illeciti, ed è un monito per non sottovalutare la pervasività delle mafie, soprattutto in questo lacerante frangente storico. Quella dell’Abruzzo criminale è la storia di una negazione. È La storia di un’isola felice che isola felice non è, da tempo. O forse lo è, ma solo per le mafie. Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, ma anche le organizzazioni straniere (quelle albanese e cinese in testa) si muovono tra i monti della Marsica e sulla costa da diversi anni. Fanno affari, si infiltrano nell’economia, mettono le mani sugli appalti, costruiscono basi operative per latitanti e per i traffici di droga. Capitali da riciclare, investiti in aziende e immobili (sono ormai 25 i beni confiscati alle mafie nella regione, in ben 15 comuni e in tutte e quattro le province). E ancora la tratta delle bianche, la prostituzione di strada e quella nei locali della costa, l’usura e le estorsioni. L’Abruzzo è la regione dei parchi, è il cuore verde d’Europa, ma è anche terra di ecomafie, che sversano rifiuti tossici nelle lande inabitate della regione. Una regione malata di corruzione: dalla Tangentoli degli anni 90 agli scandali recenti, dai provvedimenti giudiziari che hanno colpito la giunta regionale nel 1992 all’arresto del governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco.

Infiltrazione e sottovalutazione.
Quella dell’Abruzzo criminale è una storia di sottovalutazioni. Di continue e insistenti dichiarazioni di estraneità, anche di fronte all’evidenza dei fatti. Le mafie in Abruzzo non ci sono, e se ci sono vengono dall’esterno. Criminali meridionali oppure stranieri. Criminali di passaggio. Una visione intanto riduttiva: le famiglie meridionali emigrate abitano ormai da decenni nella regione del Gran Sasso, africani e slavi hanno messo ormai radici, così come le frange criminali al loro seguito. Non passano affatto, restano. Ed è una visione pseudo-antropologica al confine con il razzismo culturale: come se mafia e criminalità fossero insite nel dna di alcuni popoli, di alcune razze o di certi tipi di italiani. Una visione che impregna le dichiarazioni di politici, amministratori e troppo spesso operatori della giustizia. Ogni banda sgominata è una malattia debellata, in una società sana. Ogni inchiesta è la reazione di un corpo sano e non il sintomo di una patologia. Eppure l’omertà, a detta di chi opera sul campo, è regola anche tra gli abruzzesi. Una visione che è un esempio classico di rimozione: la commissione parlamentare antimafia visitò nel ’93 l’isola felice – all’indomani della bufera giudiziaria del ’92 (nove arrestati su undici componenti della giunta regionale) e di una serie impressionante di inchieste su politica-mafia-massoneria – lasciando ai posteri un dossier al vetriolo. È la relazione Smuraglia, sintesi del viaggio nelle regioni a “non tradizionale insediamento mafioso”. Conclusioni: in Abruzzo, così come nel resto dell’Italia centrale e settentrionale, le cosche sono presenti, radicate, potenti e attivissime. Molto più sul versante economico che su quello del controllo del territorio. Ma non per questo meno pericolose. Già da allora, più di 15 anni fa, era chiaro che la partita contro le mafie si sarebbe combattuta sul fronte del riciclaggio. È tutto scritto: le isole felici non esistono. Lettera morta. Perché ancora oggi il discorso attorno alle presenze mafiose trova resistenze, negazioni, riduzionismi, spesso nascosti dietro la sacrosanta esigenza di non creare allarmismo e non cavalcare l’onda del sensazionalismo. Criminali d’altrove, si dice troppo spesso. Eppure la malavita abruzzese è ormai organicamente inserita in contesti mafiosi tradizionali (vedi estorsioni, gioco d’azzardo, prostituzione e droga tra Pescara, Teramo e Chieti). E soprattutto ci sono un certo ceto politico-amministrativo e una certa imprenditoria che flirta, a dir poco, con le mafie ad altissimi livelli. Non hanno la coppola e la lupara, non sparano, ma riciclano i milioni del narcotraffico, corrompono, pilotano gli appalti, truffano, devastano il territorio, inquinano l’economia, investono in immobili e capannoni, avviano società finanziarie. Giacca, cravatta e colletto sporco. Ma non ci sono solo le mafie d’alto bordo. Le inchieste Histonium nel vastese, i dati sull’usura e sul racket ci parlano di una regione avviata da tempo verso una dimensione mafiosa classica, col controllo del territorio e il consenso della paura. L’Abruzzo non è di certo la Calabria o la Campania, non è la Sicilia, non è la Puglia (non ancora), ma non è nemmeno la Svizzera. Il 10% dei commercianti paga il pizzo, una percentuale da allarme arancione. E Pescara è la capitale dell’usura, prima città in Italia secondo tutti gli indicatori di rischio. Avviso ai naviganti: l’usura non è più, da decenni, roba da cravattari. Dietro lo strozzino ci sono le mafie. Sempre.

Un fenomeno di importazione.
È innegabile che il fenomeno mafie in Abruzzo sia comunque un fenomeno d’importazione. Ad aprire le porte, però, è stata proprio la Giustizia, con un’infelice gestione dei soggiorni obbligati: decine di boss e affiliati meridionali inviati al confino sui monti e sulla costa. Una pratica dalle conseguenze nefaste in tutta l’Italia centro-settentrionale. Ecco che l’Abruzzo ha visto l’espandersi di cellule criminali, schegge dei clan pronte a trapiantare i traffici illeciti coltivati al Sud. Reti di fiancheggiatori che hanno favorito nel tempo la pratica del riciclaggio, degli investimenti legali di capitali mafiosi, ma anche l’organizzazione di basi per latitanti e scissionisti in fuga dalle guerre di mafia. Gli affari col tempo sono evoluti, spesso le diverse mafie hanno trovato l’accordo basato sul guadagno, nella loro isola abruzzese, felice e pacificata. In un certo senso però le mafie ci sono sempre state: l’Abruzzo ha un fenomeno peculiare, la presenza atavica di famiglie rom (“nomadi stanziali” è la definizione ossimoro che si legge nelle relazioni ufficiali) dedite ad attività criminali. Hanno in mano la partita dell’usura e lo spaccio al dettaglio della droga. Famiglie come quella dei Di Rocco che siedono ormai al tavolo nazionale delle cosche, trattando a testa alta coi calabresi, i camorristi e i siciliani, ma anche con gli slavi. La rotta balcanica, i porti dell’Adriatico, i clan albanesi in contatto con la cupola slava. Sono gli ingredienti che fanno dell’Abruzzo un crocevia dei grandi traffici di cocaina, ma anche di eroina. Il consumo di stupefacenti è elevatissimo (l’Abruzzo è tra le prime regioni per sequestri e denunce legati all’eroina), una piazza di spaccio tra le principali. Nell’ultimo decennio, diverse grandi inchieste hanno coinvolto i monti del Gran Sasso e la costa, operazioni che rimandano a traffici intercontinentali (con gli Usa, con la Colombia, con la Turchia e la Bulgaria, oltre che con i Balcani). E alle porte di Pescara è stata scoperta una delle più grandi raffinerie di polvere bianca presenti in Europa.

Mafie straniere, ecomafie, corruzione.
Droga e prostituzione sono le attività principali delle mafie straniere in Abruzzo. Sono gli albanesi a gestire i grandi traffici (adesso con un preoccupante asse slavi-campani). E a promuovere la tratta e la prostituzione. In strada, ma anche nei locali notturni della costa. Una pratica redditizia, sfruttata in proprio anche dai rumeni e dai cinesi. Il pericolo giallo è la vera emergenza: nella regione è presente una delle comunità asiatiche più strutturate. Una presenza che si accompagna all’emergere di clan mafiosi agguerriti e misteriosi (vedi operazione Piramide a Pescara). E c’è il pericolo russo, quei grandi faccendieri che fanno affari come al monopoli. L’isola verde è preda delle ecomafie. Tonnellate di rifiuti tossici scaricati abusivamente, discariche illegali, cave riempite di ogni cosa, un po’ ovunque. Caso eclatante è quello di Bussi sul Tirino, una delle discariche più grandi d’Europa. E poi c’è la mala amministrazione, i fiumi inquinati e i mari contaminati, il turismo che arranca, con sullo sfondo tanti, troppi casi di corruzione, di appalti sospetti. Corruzione dilagante, endemica. Legami tra politica, amministrazione, mafie e massoneria. Intrecci perversi, trame occulte e intricate che spesso hanno l’Abruzzo come scenario. Dall’inchiestona sull’autoparco milanese di cosa nostra a Tangentopoli negli anni 90, dalle tangentine locali fino alle presunte tangenti che avrebbero intascato Del Turco e il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso. Ma è appunto sul fronte del riciclaggio e degli appalti che si gioca la partita. Grandi capitali di provenienza sospetta, investimenti abnormi, commesse e gare con diverse ombre. Una storia ancora da raccontare quella della lavanderia Abruzzo. Una storia che di recente ha un primo punto fermo: il tesoro di Ciancimino, ex sindaco e boss di Palermo, sarebbe stato custodito e fatto fruttare proprio nella Marsica, attraverso società e prestanome. Una storia venuta a galla grazie all’impegno di Libera Marsica e alle inchieste puntuali di organi di informazione dal basso come Site.it e Primadanoi.it. Una storia ancora da raccontare, ma soprattutto da indagare.

La mala locale e la mala d’importazione.
Il quadro dell’Abruzzo criminale ha tre elementi peculiari che ne hanno caratterizzato lo sviluppo: la presenza di reti neofasciste e criminali legate alla banda della Magliana, la capillare presenza di potenti famiglie rom dedite ad attività illecite, il numero elevatissimo di soggiornanti obbligati spediti nella regione negli ultimi decenni.

I banditi della Magliana.
È l’abruzzese Tony Chicchiarelli, il famigerato falsario, il legame tra la banda di Enrico Nicoletti e la realtà criminale della regione. Il documento apocrifo con il quale si annunciò la morte di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, passato alla storia come il falso comunicato numero sette del Lago della Duchessa, fu realizzato appunto da Chicchiarelli. Storie di eversione fascista, di manovre dei servizi deviati, di manovalanza criminale, massoneria e mafia. Con l’Abruzzo a fare da sfondo ad alcuni capitoli di queste vicende dagli intrecci oscuri e intricati. Perché quel Lago si trova in provincia di Rieti, a pochi chilometri dalla provincia de L’Aquila. Zone dove i neofascisti tenevano i loro campi di addestramento. Zone dove latitanti e miliziani trovavano una rete di fiancheggiatori per le loro azioni. La banda della Magliana, educata alla scuola della Cosa nostra di Pippo Calò e della ‘ndrangheta di don Mommo Piromalli, ha esteso nel tempo la propria azione in Abruzzo: estorsioni, riciclaggio, usura. Attività che quel che resta della banda ha proseguito fino ad oggi. Una buona notizia: le case abruzzesi sequestrate ad Aldo De Benedittis ed Enrico Nicoletti diventeranno presto delle scuole.

Gli “zingari”.
Che le mafie in Abruzzo siano un fenomeno di importazione è innegabile. Anche se le famiglie rom sono attive da sempre. Una presenza che si fa sentire: racket, traffici di droga, usura. E che viene rilevata anche dagli indicatori statistici: Pescara, L’Aquila e Chieti sono ai primi posti nelle classifiche della penetrazione criminale, zone dove tradizionalmente operano le famiglie “zingare”. Si tratta di organizzazioni assimilabili a quelle mafiose: il vincolo associativo, il controllo del territorio, i collegamenti con le altre organizzazioni criminali. A farla da padrone sono le famiglie Spinelli ma soprattutto Di Rocco, ormai una organizzazione affermata a livello regionale, collegata ai camorristi del clan “Aquino-Annunziata” di Boscoreale (Na). Famiglie che negli ultimi anni invadono nuovi terreni, colonizzando il vicino Molise.

Il confino.
Come nelle altre regioni del Centro e del Nord, la pratica infelice dei soggiorni obbligati ha dato il la alla colonizzazione mafiosa. Diverse famiglie siciliane, calabresi, campane e poi pugliesi hanno potuto utilizzare basi d’appoggio in Abruzzo, anche grazie alla presenza di affiliati, o addirittura boss, confinati lontano da casa. Basi per i traffici, ma anche per le operazioni “legali”, gli investimenti economici, in una parola il riciclaggio. Un esempio: il boss della ‘ndrangheta Michele Pasqualone ha svernato in Abruzzo, mettendo in piedi nel corso degli anni una cosca dedita alle estorsioni e all’usura (operazione Histonium, 2008).

Il picciotto Gabriellino.
La storia di Fioravante Palestini è come un romanzo criminale. Fioravante è un ragazzone di due metri per cento chili. Diventa famoso tra i 70 e gli 80: è l’icona della Plasmon, il forzuto che figura nella pubblicità della casa di biscotti. Soprattutto diventa un graduato del crimine. Fioravante, per tutti “Gabriellino”, è uno a cui piace fare la bella vita e menare le mani. A Teramo conosce l’insolito ospite fisso di un albergo. Gaspare Mutolo da Palermo vive lì, residenza da confinato. Il boss di Cosa nostra si muove in Ferrari, continua a frequentare la Sicilia con spostamenti lampo. L’attrazione è fatale. E così Gabriellino, arruolato nell’esercito della mafia, finisce nei guai, grossi guai. Tornerà a casa, a Giulianova, solo dopo venti anni di carcere egiziano. Nell’83 è a bordo di un mercantile greco sul canale di Suez, con gli occhi fissi sul carico di 230 chili di eroina e 25 di morfina base destinato alla mafia. Venti anni per traffico internazionale di droga. Gabriellino non ha mai parlato. Parlano i fatti: l’Abruzzo è da decenni il crocevia di grandi traffici di stupefacenti, è una delle principali piazze di spaccio in mano alle mafie di tutti i tipi.

L’isola dei pentiti.
L’Abruzzo è anche la terra dei collaboratori di giustizia. Lì vengono spediti, in tantissimi, per vivere sotto falsa identità. Forse un po’ troppi. E spesso nemmeno in gran segreto. C’è Carmelo Mutoli, palermitano, genero del bosso della Noce Francesco Scaglione, tra i testi dell’accusa nel processo per la strage di Capaci. Collabora dal ’94, ma nel ’95 non viene ammesso in via definitiva al programma speciale di protezione, e viene pubblicamente invitato a lasciare la propria casa abruzzese. Ne arriveranno molti altri. Tanto che nel 2000 a l’Aquila c’è un corto circuito. In aprile si suicida Giuseppe Arena, di Taurianova. Pochi giorni dopo Antonio Maletesta, anch’egli collaboratore di stanza in Abruzzo, è protagonista di una sparatoria. C’è anche Bruno Piccolo, il pentito dell’affaire Fortugno, che vive a Chieti sotto falso nome, prima del suicidio alla vigilia del secondo anniversario dell’omicidio, nel 2007.

Zona franca.
In Abruzzo ci vanno anche per sfuggire ai guai. Nel ’90, mentre a Reggio Calabria impazza ancora la guerra di mafia, scatta un blitz che porta in cella una trentina di ‘ndranghetisti. Cinque affiliati alla cosca Rosmini – del cartello guidato da Giuseppe Condello, il Supremo, che risulterà vincente – vengono arrestati a Montesilvano, ospiti da parenti. Gestivano insieme alcune attività commerciali nella zona. Anche Giovanni Spera, figlio del boss siciliano Benedetto Spera di Belmonte Mezzagno, si trasferisce in Abruzzo, nel ’94, per sfuggire ai regolamenti di conto in atto nella sua terra. E si mette al lavoro, riciclando e investendo. Nel 2008 gli porteranno via i beni accumulati.

Ai pugliesi piacciono i monti.
I mafiosi della Sacra corona unita scelgono l’Abruzzo per il soggiorno obbligato. E per le latitanze. Nel ’96 finiscono in cella due affiliati alla Scu. I carabinieri li prendono a L’Aquila, mentre danno la caccia al superlatitante Antonio Bruno, di Torre Santa Susanna (Brindisi). Il boss della mala pugliese è riuscito a sfuggire a cento militari impegnati sul campo. Bruno era tra i collaboratori nel maxiprocesso alla Scu, prima della fuga rocambolesca nel ’93 e la successiva ritrattazione via missiva. Anche Andrea Russo, nel listino dei 100 più pericolosi, affiliato ai Piaulli-Ferraro di Cerignola, viene preso nel luglio del 2007.

‘O sistema, in trasferta.
Nel febbraio del ’92 Enrico Maisto viene ucciso a Popoli (Pescara). Originario di Giugliano, era un boss della camorra, affiliato ai Nuvoletta. Una conclusione tragica. A tanti altri campani, ai quali pare non dispiaccia l’Abruzzo, è andata un po’ meno male. Attorno al 2006 cadono nella rete due pericolosi camorristi alla macchia: sono Nicola Del Villano, braccio destro del boss casalese Michele Zagarioa, e Giuseppe Sirico, della famiglia di Nola-Marigliano. Anche il boss Lorenzo Cozzolino è catturato, nel 2008 nella zona del vastese.

Dagli anni ’80 a Corruttopoli.
Quella dell’Abruzzo criminale è la storia di una rimozione. Il pendolo degli allarmi e dei negazionismi oscilla pericolosamente, fino in tempi recenti. Ancora nell’84, la mafia è solo quella del cinema, quella del film “Tragedia a New York” di Gianni Manera, che fu girato anche da quelle parti. Negli 80 le relazioni di inaugurazione degli anni giudiziari regalano commenti ottimistici: “esente dalla criminalità organizzata”, “isola felice”, “non a rischio”. Così anche le analisi degli investigatori, dei politici, degli esperti. Non tutti. Si parla solo di fattarelli, di droga, prostituzione, microcriminalità, sempre in un’accezione individualistica: 4mila tossicomani (nel ’91) o diverse centinaia di prostitute non sono il risultato di traffici organizzati, ma sono solo migliaia di storie, singoli casi umani o scocciature, dipende dal punto di vista.

L’allarme attentato a Falcone.
Anche quando qualcosa accade è vissuto come un evento esterno, come al cinema: ecco che l’allarme attentato che coinvolge niente meno che Giovanni Falcone è solo un episodio. Siamo nell’89, il 19 luglio (coincidenza macabra) il giudice palermitano arriva in elicottero al carcere di Vasto per interrogare Gaetano Grado, cugino di Totuccio Contorno, arrestato pochi mesi prima. Durante i controlli nella zona vengono ritrovate in un casolare munizioni da guerra, 200 proiettili per carabine di precisione, pallettoni caricati a lupara, pistole lanciarazzi, forse da utilizzare per un agguato. Il periodo è caldissimo: qualche settimana prima, il 20 giugno, va in scena il fallito attentato dell’Addaura. La riservatezza sugli spostamenti del giudice è massima. Ma il suo arrivo è preceduto da telefonate minatorie al carcere. Talpe a parte, nessuno si chiede come sia possibile approntare un arsenale a 700 metri da un carcere di massima sicurezza in una regione che si vuole esente da infiltrazioni mafiose.

Il market del tritolo.
Un parallelo: dopo diversi anni, nel ’96, a Tagliacozzo spunta fuori un deposito di esplosivo, con sei quintali di tritolo e 1500 detonatori. Un carico proveniente dall’Est, probabilmente destinato a rifornire le mafie. Quando c’è l’offerta, di solito, vuol dire che la domanda c’è.

1991, suona la campana.
Nel nuovo decennio qualcosa cambia. Sullo sfondo si fa largo la consapevolezza di una presenza che diventa sempre più ingombrante, si lanciano ripetuti allarmi, sugli appalti, sulla corruzione. C’è ancora il Pci quando si parla a viso aperto di presenze mafiose (e non di pericolo virtuale) nel Parco Nazionale. Cominciano a circolare i risultati investigativi portati avanti dall’alto commissario antimafia Domenico Sica: dubbi su alcune società finanziarie, crescenti segnalazioni di estorsioni e aumento del numero di attentanti a fine estorsivo. I sintomi ci sono tutti. Nella seconda metà del ’91 il velo è squarciato. Arrivano prese di posizione durissime. E poco dopo il finimondo.

Stampa e propaganda.
In agosto un dirigente pescarese dell’Arci subisce un’intimidazione. Secondo il segretario regionale Victor Matteucci si tratta di una ritorsione per l’avvio di una raccolta di firme “Contro le infiltrazioni della mafia negli organi di informazione abruzzese”. Una denuncia pesante, che trova la ferrea opposizione del’Ordine dei giornalisti, ma anche qualche migliaio di adesioni in pochi giorni. Nel settembre il leader della Rete Leoluca Orlando, che polemizza duramente con la giunta regionale guidata dal dc Rocco Salini, chiama le cose col proprio nome: “L’Abruzzo non è e non potrà essere una zona franca rispetto alla mafia”.

Appalti che scottano.
Arrivano dai costruttori i primi malumori per la poca trasparenza nella gestione degli appalti pubblici. Si lamenta l’invasione di ditte esterne. È il sistema che inizia a sgretolarsi. Crepe vistose: i sindacati denunciano il pericolo (ma è un eufemismo) di infiltrazioni camorristiche e mafiose negli appalti, soprattutto in provincia di Pescara. La torta è golosa: depurazione, metanizzazione, acquedotti, reti fognanti, smaltimento dei rifiuti, grandi infrastrutture.

L’arte mafiosa.
Scoppia un caso riguardo il restauro di monumenti e opere d’arte nella regione. Il sovrintendente denuncia il pericolo di infiltrazioni negli appalti: ribassi eccessivi offerti da ditte campane e siciliane. Segue una dura polemica, alimentata dal Psi (schierato in difesa dell’autonomia dei comuni nella gestione delle gare). Un caso che si sgonfia pochi mesi dopo, con l’archiviazione.

I siciliani.
Ma non passa inosservata la presenza dei Cavalieri del lavoro catanesi, quei cavalieri-costruttori dell’apocalisse mafiosa raccontati da Pippo Fava: Gaetano Graci ha vinto da anni l’appalto per la costruzione delle barriere frangiflutto lungo la costa, mentre per la costruzione di un lotto dell’università di L’Aquila c’è una società che risulta essere di Carmelo Costanzo. Se il dato giudiziario è lungi da venire, per il Pds è ormai chiaro che l’Abruzzo fa gola a cosa nostra.

Corruttopoli.
L’Abruzzo è presto scosso dal terremoto corruzione. Nel giugno ’91 la regione si trova davanti al referendum sulle preferenze dopo anni di condizionamento clientelare del voto, grazie alla pratica massiccia delle preferenze plurime e delle cordate elettorali. Quelle cordate che vedono le correnti dc l’un contro l’altra armate. Fedelissimo del plenipotenziario Remo Gaspari, allora ministro per la Funzione pubblica, è il presidente della giunta regionale Rocco Salini. Lo scontro è altissimo, si arriva alle accuse pubbliche di corruzione e mafiosità. Lo scandalo cova per mesi, fino all’ottobre del ’92: scatta un’inchiesta sui piani operativi plurifondo (Pop), nove degli undici della giunta regionale, compreso il presidente Salini, vengono arrestati con l’accusa di truffa alla Cee (un’inchiesta poi arenata). Ai quali si affiancherà presto il vicepresidente del consiglio regionale (Psi) per un’inchiesta sui corsi di formazione professionale.

I profeti dell’isola felice.
Si chiede lo scioglimento del consiglio, si invoca la visita della commissione parlamentare antimafia, perché come dice Orlando “la mafia fa affari in Abruzzo con il consenso dei politici locali”. Una visita che era stata già chiesta, trovando in Salini uno strenuo oppositore e in Gaspari il profeta dell’isola felice, con tanto di attacco alla magistratura. A battezzare ufficialmente l’espressione “Abruzzo isola felice” è Victor Matteucci, nel frattempo transitato nelle fila della Rete. In qualità di studioso, redige un libro bianco sul sistema clientelare della regione, sugli stretti rapporti tra mafia e politica.
 

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SCANDALO CONCORSI PUBBLICI

ASSUNZIONE PUBBLICA SENZA CONCORSO IN ABRUZZO

Il concetto sembrerebbe semplice semplice: «assunzioni a tempo indeterminato per 260 precari in violazione delle norme». Se, poi, a questo, aggiungiamo il sospetto di una infornata di parenti, amici, conoscenti, «amanti» di dirigenti regionali, amministratori, politici e via dicendo, la questione diventa incandescente.

È tornato a denunciare stamattina il consigliere di Forza Italia, Giuseppe Tagliente, la proposta di stabilizzazione avanzata dall'assessore al personale, Giovanni D'Amico, che in realtà nasconderebbe «la più grande operazione clientelare degli ultimi anni».

E a destare scalpore è la lista dei 260 nomi che PrimaDaNoi.it pubblica integralmente il 12 febbraio 2008 e che nasconderebbe moltissimi figli di un "dio maggiore", i quali avrebbero avuto precedenza su molti altri nella corsa al posto fisso, quello per tutta la vita, per giunta in una amministrazione pubblica, dopo aver avuto un primo rapporto contrattuale a tempo determinato. Una bella soddisfazione, dunque, specie se si considera che nessuno di questi dovrà sottoporsi alla spiacevole e fastidiosa gogna della selezione pubblica.

E questa operazione rischia anche di avere una replica (ci sarebbe in circolazione già una seconda lista con almeno 150 nomi con i “figli di un dio... medio”).

A destare l'attenzione sono nomi molto ricorrenti della vita pubblica e amministrativa della nostra regione, nomi che trovi prima o poi nei posti che “contano”.

Ci sono ex amministratori trombati alla ricerca dello stipendio fisso ma anche figli eccellenti di dirigenti, addirittura almeno tre componenti dello staff del presidente Del Turco, chiamati con incarico fiduciario.

Tra gli stabilizzandi ci sono anche i celebri vignettista e fotografo (recentemente diventato giornalista pubblicista grazie alla collaborazione con la Regione).

Sono una decina i «raccomandati» individuati dal consigliere di Forza Italia, lasciando intendere che è solo una prima scrematura, mentre moltissimi altri potrebbero essere nascosti all'interno della lista.

I tentativi di stabilizzazione dei lavoratori precari della Regione hanno da sempre scatenato polemiche vivaci portate avanti con una passione dallo stesso Tagliente che verso la fine del 2006, in due interrogazioni, portò l'assessore D'Amico a chiarire un po' di numeri sulla vicenda.

Così si scoprì che «il conferimento di incarichi di collaborazione è conseguenza sia della restrizione della possibilità di effettuare assunzioni di personale, sia della necessità di poter contare con urgenza su specifiche professionalità non presenti nell'organico dell'amministrazione, indispensabile per il buon congelamento degli uffici».

Le parole da tenere a mente sono:«restrizione», «necessità», «urgenza», «specifiche professionalità», «indispensabili».

Tutte caratteristiche tra le altre cose previste dal decreto Bersani che la giunta regionale ha recepito con delibera solo otto giorni dopo le insistenze di Tagliente facendo partire l'entrata in vigore delle restrizioni non da agosto 2006 ma da gennaio 2007.

Dalla risposta dell'assessore D'Amico -siamo ad aprile 2007- «risultano in essere 212 incarichi di collaborazione» di cui 118 portati in dote dalla precedente legislatura di centrodestra.

«Ad oggi, però, risultano almeno 260 contratti di collaborazione ma in realtà il numero esatto è ignoto, forse persino allo stesso assessore D'Amico», ha detto Tagliente, «inoltre, non risulta che le procedure di evidenza pubblica siano state sempre utilizzate in tutte le direzioni di giunta. Invece, risulta ed è chiaro che molte assunzioni sono state fatte in forma diretta e clientelare prima che scattassero le procedure selettive per sottrarle, evidentemente, a rischio di una possibile bocciatura».

«Nella lista dei 260», continua ancora Tagliente, «risultano certamente parenti molto stretti, mariti, figli, fratelli, anche più di uno per nucleo familiare, di direttori, dirigenti, funzionari, dipendenti ed ex dipendenti della Regione, diversi dei quali proprio del settore personale di cui è responsabile l'assessore D'Amico, che almeno a casa sua avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole e, perché no, dell'opportunità e della correttezza politica».

ALCUNI DEI PRECARI IN VIA DI STABILIZZAZIONE

E Tagliente ha stilato la sua "lista nera" di raccomandati.

Il primo è Antonio Di Giandomenico, ex presidente Aptr, consigliere comunale dell'Aquila, nonché marito di una funzionaria e segretaria dell'assessore al personale.

Segue Angelo Tarquini, figlio di due funzionari del settore personale.

Luca Iagnemma, figlio del dirigente di giunta e dirigente del consiglio.

Luigi Ranieri, fratello del sindacalista Cgil e figlio dell'ex direttore del personale.

Alessandro Moroni, figlio del direttore delle attività produttive e consigliere comunale dell'Aquila.

Roberta Galeotti, componente dello staff del presidente Del Turco.

Claudia Zordan, figlia del dirigente di giunta.

Maria Grazia Masciocchi, figlia dell'ex difensore civico regionale e commissario prefettizio di Sulmona.

Ludovico Iovino, figlio del dirigente del personale, Antonio, nonché firmatario della proposta di delibera di giunta proprio relativa alla stabilizzazione dei co.co.co.

Infine nell'esercito anche Luigi Salucci, figlio del sindaco di Collelongo, compagno di scuola di Del Turco e dirigente del suo partito per anni. Luigi è noto per essere stato il primo vignettista della Regione Abruzzo. Un bel primato che gli è valsa anche la stabilizzazione.

Chiude Egidio Marzicola, in arte Slim, dicono fotografo istituzionale (nato anche come servizio per i giornali ma in realtà mai partito e questo quotidiano non ha mai ricevuto nemmeno uno scatto), meglio inquadrato come fotografo del presidente Del Turco.

Marzicola, insieme a tutti gli altri, potrà finalmente diventare a tutti gli effetti dipendente pubblico senza aver superato un concorso grazie ai servigi resi all'attuale presidente pro tempore.

Rimangono due aspetti forse «marginali» della questione. Che cosa andranno a fare?

C'è il fondato rischio che pur volendo ammettere che tutto sia in regola si accrescerebbe la macchina amministrativa in maniera abnorme di figure che in realtà potrebbero non essere impegnatissime...

Altro aspetto che riguarda tutti è la spesa aggiuntiva per le casse regionali, in considerazione dell'aumento dei dipendenti. Da un approssimativo calcolo si può dire che il costo dell'operazione di sicuro non sarà inferiore ai 3-4 milioni di euro.

APPROFONDIMENTO. Perché il clientelismo fa irritare tanto? Forse perché impone lo "scavalcamento" di regole e graduatorie, forse perché diritti di terzi vengono calpestati, forse perché si occupano posti di lavoro con persone non preparate (altrimenti avrebbero utilizzato strade regolari).

Il problema vero, però, è che negli ultimi anni si è avuta una estremizzazione del fenomeno che ha assunto livelli mai toccati prima con risultati fin troppo evidenti: aumento spropositato dei dipendenti della pubblica amministrazione e conseguente spesa pubblica impazzita.

Certo occorrono vari distinguo: ci sono le nomine politiche, ci sono i portaborse, ci sono gli assunti a tempo determinato per titoli di studio e regolari graduatorie, ci sono poi i Cococo gruppo variegato con requisiti disomogenei, tra i quali spiccano i privilegiati chiamati direttamente.

Discorso a parte poi per i carrozzoni creati negli enti strumentali…

«Sul programma per la sistemazione dei precari», spiega Antonio Perrotti della Cgil Dirigenti a PrimaDaNoi.it, «voglio sottolineare che nell'attuale giunta non vi è nessun senso di responsabilità. Si continua a giocare "alle tre carte" con i fondi appositamente previsti per il personale. Non bisogna dimenticare poi che viene prevista dalla legge una possibile sanatoria (solo per il passato rispetto al 2007), circoscrivendo l'eventuale assunzione a quelli assunti con prove selettive prima di tale anno».

Perrotti è chiaro e non utilizza metafore:«le assunzioni-cooptazioni», quelle a chiamata diretta per intenderci, «sono state fatte in contrasto con i parametri nazionali e anche con fondi di settore destinati ad attività ordinarie o a finalità operative. Inoltre tutto quanto è avvenuto utilizzando società esterne di servizio come Collabora, Esosfera, Arit, ecc.».

In questo quadro, definito dalla Cgil «extra istituzionale e partitocratrico-clientelare» l'amministrazione creativa «si inventa una normativa estensiva che delinea una soluzione per tutti (tale da non creare contraddizioni e contrasti!) con particolare riferimento agli ultimi chiamati dall'ultima giunta "di sinistra"».

E sarebbe proprio qui la forzatura.

Proprio tra questi ultimi vi sono figli e parenti messi dentro su pressioni e "consiglio" dei politici che però matureranno il fondamentale requisito di 3 anni, solo nel 2010.

«Sarà molto interessante», aggiunge Perrotti, «come tale proposta potrà essere emendata in Consiglio regionale a vantaggio dei gruppi ma anche di chi magari si è trovato a passare per caso sotto i portici dell'Emiciclo. Qualche dirigente del bilancio regionale è fuggito da tale situazione mentre qualcuno più disponibile e accomodante (ma forse anche più direttamente interessato …..), continua ad avallare questa incerta situazione finanziaria, eludendo i riferimenti posti dal patto di stabilità e dalle altre normative nazionali per assumere circa 350 nuovi dipendenti».

CARROZZONI, ESTERNALIZZAZIONI, CONSULENZE: LA SPESA PUBBLICA SI IMPENNA

Nel dibattito sempre troppo silenziato dei "costi della politica" non si possono non conteggiare, oltre quelli diretti (stipendi, indennità ad amministratori di ogni ordine e grado), anche quelli indiretti, cioè costi che gravano sulle casse pubbliche e che non vi sarebbero se l'amministrazione si muovesse su logiche "razionali"e fosse diretta con il metodo del "buon padre di famiglia".

Anche gli sperperi clientelari per assunzioni inutili e consulenze milionarie fanno parte dei "costi della politica", materia della Corte dei Conti sempre troppo nell'ombra.

Alzi la mano allora chi si ricorda delle promesse di riformare gli enti strumentali. Sapete come è andata a finire?

Gran parte delle nostre tasse servono a colmare ancora spese almeno inopportune.

«Purtroppo anche la giunta Del Turco», sostiene ancora Antonio Perrotti (Cgil), «al di là delle dichiarazioni sulla stampa, continua ad essere praticata la logica delle esternalizzazioni attraverso società di comodo e consulenze ed incarichi per attività ed elaborazioni ordinarie che comunque potrebbero far capo alle strutture ed ai professionisti interni».

Insomma si fa fare all'esterno quello che potrebbero fare i dipendenti. Il perché è chiaro.

L'Arit ha una sede autonoma , proprie strutture e con tutti i suoi dipendenti («circa 60 assunti su indicazioni partitocratriche pagati da Regione e Provincia per oltre 1.600.000 euro l'anno») si configura come una struttura esterna che si occupa di informatica e che lavora di fatto per l'Informatica regionale surrogando molte funzioni ordinarie.

Abruzzo Lavoro dovrebbe avere un ruolo di supporto e consulenza ed, invece, «non ha un reale carico di lavoro», sostiene il sindacalista, «ma, si limita a fare solo qualche ricerca con un costo complessivo annuo di 800.000 euro».

Collabora ha superato quota 200 dipendenti («molti dei quali assunti come sopra!»), che, «senza essersi mai conquistata una commessa nel mercato, vengono da anni supportati da Regione e Provincia con fantomatici incarichi di ricerca». Entità che regolate dalle regole della politica degenerata non sono in grado di reggere il mercato ed hanno bisogno di continue iniezioni di denaro pubblico.

Ecosfera che già faceva la consulenza –monitoraggio per il Docup, con la nuova giunta («dopo lo spoil system che ha permesso l'ingresso di "figli eccellenti"») è stata incaricata di ricerche sulla politica della casa. Ha vinto un bando di concorso per la redazione del nuovo Piano Paesistico per 1.245.000 euro. «Peccato che con la struttura interna», illustra Perrotti, «si poteva redigere per soli 12mila euro. Ecosfera ha suoi consulenti che hanno redatto il nuovo testo di legge urbanistica e nel frattempo si sta occupando nel territorio regionale di varie progettazioni e programmi operativi, tra questi la Società di Trasformazione Urbana per il Porto di Ortona dove ha addirittura fatto una proposta per circa 92.000 mc di attrezzature turistico-ricettive sul demanio marittimo».

Parco Scientifico e Tecnologico, tutto come sopra. Con i suoi circa 30 dipendenti è famoso "incubatore" che «non ha mai fatto una ricerca originale per ottenere una commessa esterna».

«Così come è grave», spiega ancora la Cgil, «il fatto che nonostante il governo, in sede di esame della finanziaria, abbia stralciato il finanziamento per l'Araen (Agenzia per l'Energia), a tal fine, sia stato comunque costituito uno staff diretto dallo stesso personaggio designato da Desiati».

L'Arta. Con la giunta Pace viene diretta da «l'enfant-prodigio Dionisio e, in deroga a norme finanziarie e tabellari concertate, sono state date funzioni e profili e sono stati assunti centinaia di Co.co.co per un impegno annuo di circa 2.200.000 euro. Personale qualificato che con la nuova giunta verrà in gran parte inquadrato attraverso il contestato concorso mentre i rimanenti potranno essere riassorbiti all'interno delle tante baracche pseudo scientifiche esistenti».

Molto critica la posizione della Cgil anche sulla Agenzia Sanitaria Regionale e sulla Aptr che surrogando compiti ordinari propri della Direzione Turismo, ormai costa 4.600.000 euro l'anno.

«Né, infine, possiamo dimenticare che per l'amministrazione dell'agricoltura regionale forse abbiamo più addetti alla burocrazia che lavoratori effettivi sul campo: infatti, a fianco delle strutture ordinarie (Direzioni regionali, IPA, UTA, ecc. ) , abbiamo creato l'Arssa, una sorta di duplicato della Direzione Agricoltura, dove, però, si fanno carriere e si svolgono funzioni meno trasparenti e proceduralizzate, che ci costa ormai 14.000.000 euro per stipendi e sedi, e più 2.500.000 euro per iniziative d'istituto».

«Come non dire della Fira e del suo efficiente staff», attacca ancora Perrotti nella sua analisi, «già oggetto delle attenzioni della magistratura, che, nonostante "l'incidente" e gli impegni a scioglierla, continua ad essere coinvolta per attività improprie anche da questa giunta». Continua a gestire diverse centinaia di milioni di euro tra i quali ancora i Docup, gli stessi finiti nell'occhio del ciclone proprio con l'inchiesta giudiziaria. Discorsi a parte (e già affrontati in passato) per gli incarichi affidati a Lamberto Quarta e per il "nuovo" strumento operativo della Regione, Abruzzo Engeneering, in corsa per gestire milioni di euro e aggiudicarsi il mega appalto sul wi-fi.

Sarà una delle operazioni tra le più "scientifiche" e mediaticamente perfetta. Ci sono i precari che protestano, scendono in piazza, con lo stipendio da fame ed i contratti che descrivono un lavoro che in realtà è ben diverso. E' gente che lavora e merita la stabilità. Ma ci sono precari e precari. Ed i precari "imbucati" non sono pochi.

Figli, parenti, nipoti, mariti vanno per la maggiore, sono quei dipendenti molto speciali con più di un santo in paradiso e mamma o papà su una poltrona chiave con la possibilità di chiedere un favoruccio all'assessore di turno che per fare "cassa" accontenta tutti.

I voti fanno sempre comodo e poi in tempi di saldi valgono il quadruplo: assumi uno ti vota tutta la famiglia. Tanto mica paga lui.

Sono circa 300 i precari assunti a progetto o a tempo determinato (fino al 2007), molti più di 20, forse 50, forse di più sono quelli che sono stati assunti a chiamata diretta con fortissimi sospetti di irregolarità.

E guarda caso sono pure quelli che hanno cognomi che viaggiano accoppiati.

Ma non si tratta di omonimia ma di parentela molto, ma molto stretta.

Tutto questo accade mentre l'Italia intera (tranne i partecipanti al banchetto) è indignata per quanto emerge dall'affaire Mastella che sembra confondere la normale attività politica con qualcosa di più.

Ed imporre nomi e fare clientele violando le leggi probabilmente è qualcosa di più rispetto a quella che i politici navigati chiamano "attività lobbistica".

E non sfugga nemmeno lo scandalo di Montesilvano e le tecniche utilizzate ai tempi dell'ex sindaco Cantagallo, tecniche clientelari emerse durante le indagini della polizia.

E non che Pescara ne sia completamente estranea: parenti, figli precari di padri molto vicini alla casta sono ovunque e sbarcano il lunario come possono.

E poi i sospetti sui concorsi taroccati…

Insomma i sentori ci sono tutti anche da noi, anche da noi la tensione è altissima, il malumore è alle stelle ed in quegli stessi uffici regionali il clima diventa sempre più invivibile.

Intanto, l'effetto principale è che la macchina amministrativa si ingolfa e spolpa sempre più soldi ai cittadini.

PROFESSIONE PARENTE PROFESSIONALE

Ma come si fa ad assumere tanta gente quando le assunzioni sono bloccate per gli enti pubblici?

Nulla è impossibile per quei diavoli di amministratori: hanno imparato tutti, così fan tutti, ovunque, dal più piccolo e insignificante paese fin su nei palazzi delle Regioni e dei Ministeri.

La legge però è chiara: c'è la possibilità di ricorrere a rapporti di collaborazione solo per «prestazioni di elevata professionalità», contraddistinta da una «elevata autonomia» nel loro svolgimento tale da caratterizzarle persino come «prestazioni di lavoro autonomo».

Ma siamo proprio sicuri che tutti questi figli di papà abbiano davvero tutta questa professionalità?

Sta di fatto che le clientele si tramandano di padre in figlio: c'è così l'attuale dirigente che ha fatto una carriera bruciante iniziando proprio da "precario" qualche anno fa chiamato a sua volta da papà dipendente regionale ed oggi fa lo stesso con il figlio, in sequenza: nonno, figlio, nipote.

C'è chi ne ha sistemati uno, chi tutti e due, questi poveri figli senza stipendio fisso...

E così dopo la protesta dei precari dell'Arta di ieri (quelli che protestano è molto probabile che abbiano parentele trascurabili) la Regione trova la forza di firmare una delibera che farà discutere.

L'assessore D'Amico ha dato il via libera al piano di stabilizzazione del personale precario.

Così potrebbero essere sanate tutte le posizioni in essere (compreso chi è stato chiamato direttamente senza concorsi e senza quelle scocciature delle graduatorie).

La delibera prevede la possibilità da parte della Giunta di continuare ad avvalesi del personale precario «in ragione proprio dell'approvazione del piano di stabilizzazione, in linea con quanto indicato nella Finanziaria nazionale».

Il provvedimento di Giunta indica anche la fase esecutiva con l'individuazione del piano di fabbisogno del personale che ora dovrà passare al vaglio della concertazione sindacale.

Una volta approvato il piano di fabbisogno si avvieranno le procedure di mobilità verticale per il personale interno e le procedure di stabilizzazione per quello precario, sia esso a tempo determinato sia co.co.co.

«L'atto approvato - commenta l'assessore D'Amico - è la conferma del rispetto degli impegni che questo governo regionale ha assunto con i rappresentanti dei lavoratori. Da una parte il superamento del precariato del personale della Giunta e dall'altro la valorizzazione delle professionalità interne acquisite in tutti questi anni con la mobilità verticale».

STABILIZZAZIONI FINO AL 2010

Il provvedimento votato dalla Giunta rappresenta per gli enti strumentali della Regione un atto di indirizzo mentre, per le Asl autorizza l'assessore Mazzocca a firmare accordi per dare risposta al personale precario delle aziende sanitarie che garantisce i servizi fondamentali.

Nello specifico, fino al 2010 la Giunta stabilizzerà il personale non dirigenziale assunto a seguito di procedure selettive pubbliche, in servizio a tempo determinato, che abbia maturato alla data del 31 dicembre 2007 e alla data del 31 dicembre 2008 almeno tre anni di servizio.

L'immissione in ruolo avverrà dopo l'approvazione del fabbisogno di personale a seguito di domanda e di una graduatoria formata sulla base della maggiore anzianità di servizio acquisita presso la Giunta.

Per il personale Cococo, esclusi quelli di nomina politica, sono interessati alla stabilizzazione quelli che al 29 settembre 2007 abbiano maturato tre anni di attività lavorativa e quelli che contrattualizzati alla stessa data maturino i tre anni nel successivo triennio 2008/2010.

Eppure l'infornata di collaboratori è continuata pure con l'anno nuovo e sarebbero oltre 350 in totale i precari, poco più del 20% dei lavoratori totali della Regione.

I costi della stabilizzazione saranno altissimi e tra loro ci sono i precari storici e i privilegiati…

E a nulla vale che la Regione abbia già un'altissima percentuale di dipendenti superflui.

Le denunce e gli esposti fioccano in procura e chissà che la magistratura non voglia fare chiarezza e spiegarci una volta per tutte la differenza che passa tra "l'attività di lobby" ed i reati penali connessi alle clientele.

http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=13832

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MAGISTROPOLI IN ABRUZZO

L’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e poi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e il presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato dal cancelliere Scarpone.

Il presidente del Tribunale di Teramo Antonio Cassano e l’ex gip di Teramo, nonché ex Giudice responsabile del Tribunale di Giulianova e poi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila Aldo Manfredi, sono iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Campobasso.

All’origine dell’inchiesta, un esposto - denuncia presentato da un cancelliere in servizio nella sezione distaccata del Tribunale, a Giulianova, Guerino Scarpone, che avrebbe documentato esattamente un anno fa tutta una serie di presunte irregolarità legate alle procedure di vendita giudiziaria degli immobili.

Scarpone è noto alle cronache giornalistiche locali anche per i suoi trascorsi politici all’interno dell’allora Partito Socialista, nonché per il suo impegno alla vicepresidenza del Comitato Regionale di Controllo sugli atti degli enti locali.

Secondo l’accusa del cancelliere, si sarebbero ripetuti una serie di errori nelle procedure esecutive immobiliari e nelle vendite fallimentari. Nel registro degli indagati, infatti, sono finiti anche il Giudice delle esecuzioni e giudice delegato delle procedure fallimentari Flavio Conciatori, il Giudice onorario del Tribunale di Giulianova, Belinda Pignotti, il responsabile dell’ufficio esecuzioni immobiliari, cancelliere Giuliana Marinelli e l’operatore giudiziario Nino Cartone. Nel suo esposto, il cancelliere Scarpone riferisce di una diffusa e generalizzata prassi relativa alla pratica delle procedure esecutive immobiliari, che a suo dire non sarebbe corretta. Le vendite degli immobili oggetto di pignoramento fallimentare prese in esame nella denuncia, sono quelle che andrebbero dal 2001 al 2006. In quel periodo, il sistema adottato è stato quello delle vendite senza incanto dei beni immobili pignorati, ovvero delle vendite in cui non si effettuano vere e proprie aste.

Si trattava, va detto, all’epoca di una procedura sperimentale, che snelliva le pratiche e i tempi. Secondo il cancelliere, però, la prassi sarebbe stata non corretta nell’affidamento delle perizie e degli incarichi, nella nomina dei custodi, nella pubblicità delle vendite che non sarebbe di stretta competenza dell’ufficio ma affidata a società esterne, nell’utilizzo di notai per la predisposizione dei beni venduti, che secondo Scarpone non sarebbe esercitabile per le vendite senza incanto.

Questo sistema, sempre a detta dello stesso cancelliere, avrebbe appesantito l’economia delle pratiche di aggiudicazione del Tribunale, di fatto portando ad un aggravio di spese ingiustificato.

Tutte spese che andrebbero a gravare sul ricavato delle vendite stesse, a tutto danno dell’esecutato.

Raccolte le informa informazioni, il cancelliere aveva inviato una relazione alle varie autorità, e un esposto alla Procura della Repubblica. Gli atti, così come prevede la legge, sono finiti per competenza alla Procura di Campobasso, che è titolare territorialmente delle inchieste sui giudici e nella quale si è aperta un’inchiesta. Dopo alcuni mesi di indagine, però, il Sostituto Procuratore della Repubblica di Campobasso, Rita Caracuzzo ha ritenuto che non sussistessero elementi tali da rendere necessaria la prosecuzione dell’inchiesta e dell’iter giudiziario della stessa e ha avanzato una richiesta di archiviazione.

Ma il gip molisano Giovanni Falcione, raccogliendo l’istanza di impugnazione presentata dallo stesso Scarpone, ha fissato l’udienza in Camera di Consiglio per il prossimo 4 dicembre, nella quale si discuterà appunto se archiviare o meno l’inchiesta. In quella sede, ovviamente, gli indagati avranno la possibilità di dimostrare la loro totale buona fede e provare come la prassi di vendita non provocasse alcun aggravio di spese, così come il fatto che tutto si è svolto nel pieno rispetto delle regole.

Daniela Facciolini www.lacittaquotidiano.it

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ROCCARASO

Camillo Valentini, vittima di un errore giudiziario, che oggi appare tragico, tortuoso e soprattutto privo di persone che abbiano almeno il coraggio di chiedere scusa, e di rispondere dei loro errori costati la vita ad un uomo onesto. Anche la sorella dell’ex sindaco di Roccaraso morto suicida nel 2004 dopo essere stato arrestato ingiustamente, è stata assolta dalla Corte d’appello. Ecco cosa ne scrive Giulio Petrilli, del PD aquilano: “Qualche giorno fa la corte d’appello de L’Aquila ha assolto la sorella dell’ex sindaco di Roccaraso Camillo Valentini e un’altra persona, entrambi connessi all’inchiesta del fratello. Ripercorro un attimo la storia.

Era il 14 agosto del 2004. Un uomo di cinquant’anni, disperato, rinchiuso in una della del carcere di Sulmona – già balzato alle cronache per altre, simili vicende – decide di farla finita: si lascia soffocare, la testa dentro un sacchetto di plastica, stretto con due lacci di scarpe. Secondo il Pubblico Ministero che aveva disposto il suo arresto era colpevole di corruzione, e assieme ad altre persone aveva dato vita ad una specie di associazione mafiosa. Quell’uomo si chiamava Camillo Valentini, era sindaco di Roccaraso.

Aveva avuto sentore che la magistratura si stava interessando di lui, aveva chiesto di essere interrogato. Il magistrato, aveva fatto sapere che non aveva alcuna intenzione di interrogarlo, ma che era disposto a raccogliere dichiarazioni spontanee. Ma spontaneamente cosa dichiarare, se non si sa di cosa si viene accusati, e da chi, e perché? Alla vigilia del Ferragosto del 2004 Valentini era stato poi arrestato. E in cella, vinto dallo sconforto, aveva deciso di “evadere” come ogni anno, “evadono” dalle nostre carceri, settanta ottanta detenuti.

Diciotto mesi dopo, l’inchiesta su Valentini è stata archiviata. Non sono emersi elementi a suo carico. Dalle intercettazioni telefoniche che dovevano “inchiodare” il sindaco di Roccaraso non sono invece emersi elementi di reato. Insomma, si è scherzato. Solo che il sindaco Valentini è stato così “indelicato” da prendere la cosa tremendamente sul serio, e ne è stato sopraffatto. Al punto che ha preferito farla finita. L’archiviazione dell’inchiesta risale al 19 gennaio 2006. Qualche giorno fa la notizia dell’assoluzione della sorella del Valentini e di un’altra persona sempre connessa all’inchiesta dove fu coinvolto Camillo Valentini da parte della corte d’appello de L’Aquila che ribalta la sentenza di primo grado.

A questo punto al sindaco Valentini si vuole, almeno, pubblicamente chiedere scusa? Io con questo scritto lo voglio ricordare e penso all’arresto e a quei due giorni in cella d’isolamento che hanno sconvolto per sempre la sua vita ed è un’altra vittima di un errore giudiziario, purtroppo vittima nel senso più totale”.

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