I LECCESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

 

 


A proposito di Magistrati politicizzati vi ricordate di Ingroia?

Lo abbiamo visto partecipare ai convegni di partito, stringere la mano al presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenire alla manifestazione dell'Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga per sbeffeggiare Berlusconi, sedersi sullo scranno di Annozero insieme con Ciancimino, parlare dal palco delle festa bolognese della Fiom. E il dubbio che il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia fosse, diciamo così, "di parte" era balenato nella mente. Ma poi questo dubbio si scontrava con le rassicurazioni e le dichiarazioni dello stesso pm che ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”. Ma quando poi sempre lo stesso pm ammette la sua vera inclinazione politica, ecco che ogni dubbio viene spazzato. Il palco dal quale arriva la confessione è quello di Rimini, precisamente quello del VI Congresso nazionale del comunisti italiani. E’ il 30 ottobre 2011. Ingroia fa il suo comizio. Dichiara che «siamo in una fase critica. Le parti migliori della società devono impegnarsi dentro e fuori le istituzioni per realizzare un’Italia migliore. La magistratura deve essere autonoma e indipendente. La politica deve essere ambiziosa: deve fare la sua parte. C’è tanta stanchezza fra gli italiani. La politica con la ’p’ minuscola chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C’è bisogno invece di una politica con la ’p’ maiuscola. Senza verità non c’è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un’Italia di eguali contro un’Italia di diseguali. - E poi ancora parole in difesa della Costituzione - La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste.- Infine viene fuori il vero Ingroia - Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni, e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è, ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare». Insomma, parole destinate a far scalpore, ma pronunciate comunque, nonostante il pm fosse consapevole di ciò che avrebbero provocato. «Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui - ha infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci - ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche».

La previsione sulle critiche è stata azzeccata. Infatti, dal Pdl sono giunte affermazioni di biasimo nei confronti del reo confesso. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchito, ha ringraziato ironicamente il «dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità». Più dure le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. «Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l’animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi. E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all’attenzione del Parlamento dove sarà anche il caso di discutere della nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire». «Non era mai accaduto che un magistrato in servizio, già esposto mediaticamente su più di un fronte, prendesse la parola a un congresso di partito per attaccare maggioranza parlamentare e governo. Oggi il dottor Ingroia lo ha fatto con il suo intervento al congresso dell’ultimo partito comunista rimasto,congresso che naturalmente lo ha applaudito in sfregio a qualsiasi principio di separazione dei poteri», sottolinea Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl. Insomma, Ingroia se lo aspettava: le sue parole avrebbe suscitato un vespaio. E così è stato.

Ma non c'è da stupirsi della partigianeria di Ingroia. Qualunque magistrato è partigiano a favore di una Costituzione "catto-comunista" che ha elevato a "dio in terra" la figura del magistrato e che l'andazzo istituzionale ha legittimato la magistratura da organo costituzionale a "Potere costituzionale", pur non avendo alcuna delega rappresentativa del potere del popolo sovrano. Nel libro, («L'uso politico della giustizia», ed. Mondadori, pag.320), tutti gli aspetti dell'anomalia italiana sono descritti da Cicchitto analiticamente: l'anomalia italiana e il sistema Tangentopoli, la Prima Repubblica e il finanziamento irregolare dei partiti, la mafia, Andreotti Falcone Violante e le cooperative rosse e bianche, Magistratura democratica, l'uso politico della giustizia e Berlusconi, Marcello Dell'Utri e la mafia, l'establishment finanziario-editoriale e i furbetti del quartierino e la Banca d'Italia. A cominciare dalla scelta fatta da Palmiro Togliatti di fare il ministro di Grazia e giustizia nel primo governo di unità nazionale: «Il segno di un'attenzione, poi risultata crescente, del Pci nei confronti degli apparati dello Stato (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, Guardia di finanza, servizi segreti) che doveva fare il suo salto di qualità negli anni Settanta con l'azione condotta da Ugo Pecchioli e successivamente da Luciano Violante». Mentre «nella magistratura emergeva progressivamente la tendenza a una crescente conquista di influenza, di potere, di immagine nella società italiana», spinte favorite dall'ordinamento giuridico italiano che consente alla magistratura un'autonomia assoluta, e finchè nel 1964 sorge Magistratura democratica, un'associazione di magistrati dichiaratamente di sinistra e che diventa un vero e proprio soggetto politico e si collega al Partito comunista dando un colpo mortale allo Stato di diritto, fondato sulla divisione dei poteri e sulla terzietà del giudice. È in questo quadro che Cicchitto passa in rassegna la vicenda di Tangentopoli e di Mani pulite, con l'interpetrazione dominante e paradossale di opporre politici colpevoli ad imprenditori vittime, mentre le grandi imprese italiane erano tutt'altro che concusse e dal sistema di Tangentopoli traevano tutti gli utili possibili: «C'è ancora da spiegare - e Cicchitto cita Francesco Cossiga - perché la classe politica fu decimata mentre la classe imprenditoriale fu risparmiata, considerando i corrotti più colpevoli dei corruttori». Sicchè i nomi di Craxi, Forlani, Andreotti vengono cancellati dalla nomenclatura del paese, mentre Agnelli, De Benedetti, Ligresti neppure vengono sfiorati, «un colpo di Stato legale, nel senso che un ordine autonomo dello Stato, indipendente ma non sovrano, ha surrogato il potere sovrano del Parlamento, ha prevaricato gli altri poteri, ha modificato gli equilibri della vita politica democratica, ha decretato la morte di passati storici, usando come arma di giudizio storico e politico l'indagine giudiziaria». Ma fu anche un suicidio collettivo. L'operazione contro Andreotti non riuscì soltanto per la determinazione di Luciano Violante, che arrivò a portare i «pentiti» dinanzi alla commissione parlamentare antimafia e ad interrogarli da solo e prima dei giudici, e di Giancarlo Caselli, insediatosi alla Procura di Palermo con l'aiuto di Violante, e del Pds e dello schieramento giustizialista, ma anche perché la Dc si arrese senza combattere: «Quando il fuoco fu concentrato su Bettino Craxi - ricorda Cicchitto - la Dc lo abbandonò al suo destino, ritenendo che consegnando i socialisti ad bestias, le procure si sarebbero accontentate e anzi la Dc si sarebbe liberata di un insidioso concorrente». Quando Craxi prese la parola alla Camera per spiegare il ruolo svolto dal finanziamento irregolare sul sistema dei partiti, e si poteva ancora salvare la dignità e il ruolo politico del «Parlamento degli inquisiti», il silenzio della Dc e di tutto il gruppo dirigente democristiano segnò la fine senza onore di quel Parlamento e di quel partito. E quando il centro alternativo alla sinistra postcomunista e giustizialista fu inopinatamente reinventato da Silvio Berlusconi con la fondazione di Forza Italia, il circo mediatico giudiziario, alleanza permanente fra alcuni gruppi finanziari-editoriali, un settore della magistratura e il Pds, tornò all'attacco. Berlusconi, che fino al 1993 non aveva avuto a che fare con la giustizia, ha totalizzato dal momento della sua scesa in campo circa quaranta provvedimenti giudiziaria e la Fininvest ha avuto circa quattrocento tra perquisizioni e sequestro di documenti. Ma Berlusconi, ammaestrato da quello che era avvenuto alla Dc, al Psi e ai partiti laici, non solo si è difeso nei processi, ma si è difeso anche dai processi, nel senso che ha posto dinanzi all'opinione pubblica il problema che l'azione combinata dalle procure e dalle catene editoriali e dal Pds-Ds mirava non solo a distruggerlo sul piano politico-giudiziario e sul piano aziendale-finanziario, ma anche a modificare nuovamente il sistema politico uscito dalle elezioni del '94 e a impadronirsi del potere. L'operazione non riuscì perché, diversamente da Andreotti e dalla Dc, Berlusconi ha reagito sul piano politico e mediatico e l'offensiva giudiziaria contro Berlusconi è sostanzialmente fallita su entrambi i fronti lungo i quali si era sviluppata, quelli concentrati nel tribunale di Milano e quelli riguardanti i rapporti con la mafia presso i tribunali di Palermo, Caltanissetta e Firenze: «Il teorema giudiziario secondo il quale nella nascita di Forza Italia avrebbe avuto un peso fondamentale nientemeno che l'intenzione del boss mafioso Leoluca Bagarella di dar vita, dopo la fine della Dc, a una nuova formazione politica e in questa chiave avrebbe letto l'impegno di Marcello Dell'Utri di spingere Berlusconi a fondare il nuovo soggetto politico, ha sovrapposto alla vicenda politica uno schema giudiziario del tutto distaccato dalla realtà del nuovo sistema politico italiano». Ed è sicuramente destinato a far la fine del teorema giudiziario inventato per processare Giulio Andreotti e che, non a caso, i professionisti antimafia della Procura di Palermo avevano pomposamente intitolato «La vera storia d'Italia». Il libro di Fabrizio Cicchitto, nel ricostruire minuziosamente la vera storia dell'uso politico della giustizia, ne è la migliore dimostrazione.

Vorrei farvi leggere la lettera che Ambrogio «Gino» Cartosio, un magistrato palermitano aderente alla corrente moderata di Magistratura indipendente, ha scritto ai suoi colleghi per annunciare le sue (amare) dimissioni dalla Direzione antimafia della procura dove lavora da oltre 18 anni. La lettera, che è un documento drammaticamente interessante sui metodi adottati dal Consiglio superiore della magistratura per selezionare i magistrati da promuovere a incarichi direttivi, è stata spedita il 31 luglio, dopo che il Csm aveva negato a Cartosio una promozione a procuratore aggiunto che invece gli era dovuta, ed è oggetto anche di un’intervista a Cartosio, pubblicata sul numero di Panorama in edicola il 20 agosto 2010. Per completezza d’informazione, va detto che  al posto di Cartosio sono stati nominati a procuratore aggiunto di Palermo altri magistrati. I loro nomi? Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Teresa Principato, Antonino Gatto, Leonardo Agueci, Maurizio Scalia.

Ecco il testo della lettera scritta da Cartosio:

Cari colleghi,
sono un pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, poco noto, perché ho scelto di stare lontano dai riflettori. Oggi sento il bisogno di comunicarvi due o tre cose sul mio conto. Vivo scortato dal 1993 e a causa del mio impegno antimafia non ho visto crescere i miei figli. Un paio d’ anni fa ho inoltrato domanda per uno dei sei posti di Procuratore Aggiunto di Palermo. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha ritenuto che fossi troppo “giovane” e mi ha escluso dal lotto dei possibili vincitori. Ma il Consiglio di Stato ha stabilito che anche a me spettavano i fatidici 6 punti per l’anzianità di servizio, e ha annullato le delibere di nomina dei sei Procuratori Aggiunti.
Deliberando nuovamente nella seduta del 29 luglio (l’ultima della consiliatura), il C.S.M., – non potendo più negarmi il predetto punteggio- mi ha ridotto enormemente quello (discrezionale) relativo al merito e alle attitudini, considerandomi un magistrato largamente insufficiente (5 punti su un massimo di 12).
Siccome non posso pensare che per 18 anni (sono entrato in Dda. nel 1992) mi sono stati affidati compiti delicatissimi e mi si è esposto a pericoli immensi solo perché la mia pelle è superflua, devo ritenere che tale valutazione sia profondamente ingiusta, considerato anche il fatto che finora, ad ogni progressione di carriera, avevo sempre riportato valutazioni estremamente lusinghiere.
Intendiamoci: io non credo che realmente il C.S.M. mi consideri un magistrato scarso (questo stesso Consiglio, in una precedente procedura concorsuale, per lo stesso posto, mi ha attribuito un punteggio di merito vicino al massimo assoluto). Molto semplicemente, la mia ingombrante presenza ostacolava la realizzazione di un piano programmato di nomine; il raggiungimento di tale obiettivo è stato perseguito anche a costo d’ infliggermi un’ umiliazione.
Non mi resta, comunque, che prendere atto di una decisione che mi bolla come inadeguato a ricoprire incarichi di una certa delicatezza e responsabilità.
Ritengo, pertanto, che la coerenza m’imponga di dimettermi dalla Dda e affidare alle vostre riflessioni l’intera vicenda.

Bene, a Lecce si è andati molto oltre.

«Ringrazio il Presidente della Repubblica, come cittadino ma anche di giudice, per averci allontanati dal precipizio verso il quale inconsciamente marciavamo. Al Presidente della Repubblica, in occasione di questa cerimonia, rivolgo un rispettoso saluto e il ringraziamento di cittadino ma anche di giudice, per averci allontanati dal precipizio verso il quale inconsciamente marciavamo, per averci tirato fuori dalla palude, per averci fatto svegliare da una sorta di incubo». Sono le parole con le quali il presidente della Corte d'appello, Mario Buffa, ha aperto a Lecce il 28 gennaio 2012, riferendosi alla caduta del Governo Berlusconi, la relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario nell'aula magna del palazzo di giustizia di Lecce. «Per fortuna il vento sembra essere cambiato – ha proseguito Buffa: la nuova ministra non consuma le sue energie in tentativi di delegittimare la magistratura, creando intralci alla sua azione». Parole sferzanti che hanno trovato la dura replica dell’ex sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: «Più che una relazione da inaugurazione di anno giudiziario è sembrato un comizio in stile Beppe Grillo», ha commentato l’onorevole leccese. Accesa la polemica anche sulle mancate riforme del Governo Berlusconi. Buffa, infatti, ha sottolineato positivamente il fatto che nessuna delle riforme annunciate «sia arrivata a compimento», poiché erano finalizzate «a soddisfare esigenze personali». A tal proposito il presidente ha ricordato la «legge sulla cosiddetta prescrizione breve, che avrebbe comportato l'annichilimento di un numero imponente di processi”, “il processo lungo, che serviva solo ad impedire la celebrazione di alcuni processi”, la "nuova disciplina sulle intercettazioni, che avrebbe di fatto reso impossibili alcune indagini». «Il presidente ha attaccato il precedente governo – ha replicato Mantovano – senza sottolineare quanto di buono è stato fatto, come il codice antimafia. Giudice dovrebbe occuparsi delle leggi emanate e non di quelle mancate».

Essere il megafono delle procure e lo zerbino del potere politico ed economico spesso non paga.

L'inchiesta archiviata, per cui Paolo Pagliaro, editore di Telerama, aveva querelato il Tacco d'Italia di Lecce, ricostruiva brevemente una vicenda che anni fa aveva sollevato un polverone nell'opinione pubblica leccese e occupato non poche pagine di giornali. Riguardava i soldi dati dalla Provincia di Lecce (Giunta Giovanni Pellegrino) con affidamento diretto a Telerama, per la messa in onda di varie campagne promozionali. Parlava anche del meccanismo con cui vengono stilate le graduatorie per l'attribuzione alle televisioni locali, dei finanziamenti pubblici ai sensi della legge 448/98, spiegando il meccanismo perverso con cui è sufficiente dichiarare di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali ai dipendenti, anche se in regola non lo si è, per poi ricevere i soldi pubblici e sanare il proprio debito con gli Istituti di previdenza con gli stessi finanziamenti ricevuti. Parlava infine di altre cosucce relative all'occupazione delle frequenze Rai riscontrata e denunciata dalla stessa emittente statale.

Per questo si ha clamorosa conferma la notizia del Corriere della Sera del 1 luglio 2011: Dichiarazioni fasulle per i contributi. Sequestro di 900mila euro a Studio 100.

Le domande non veritiere sarebbero del 2005 e 2006. Dei 31 giornalisti, 12 non avrebbero svolto attività tv.

Nel chiedere i contributi relativi agli anni 2005 e 2006, aveva reso false dichiarazioni in ordine al numero di addetti all’attività televisiva, incrementandolo in maniera artificiosa e ottenendo un maggiore ed immeritato punteggio. Così la società proprietaria dell’emittente televisiva Studio 100 tv, che ha la sede sociale a Taranto, ha subìto un sequestro di circa 900mila euro dalla Guardia di finanza di Taranto. Grazie a quelle false dichiarazioni, infatti, avrebbe beneficiato indebitamente dei contributi pubblici erogati tramite il Corecom Puglia. Il provvedimento riguarda quote societarie, conti correnti, depositi bancari, beni mobili ed immobili. Dagli accertamenti è emerso che i dipendenti impiegati in attività televisiva non erano 31 come esposto nelle domande di contribuzione. Di questi, infatti, 12 non avrebbero svolto attività prettamente televisiva in quanto occupati in un’altra attività svolta dalla società proprietaria della rete televisiva, ovvero la rilevazione e il censimento della cartellonistica pubblicitaria sulle strade provinciali di Taranto.

E dire che proprio su Studio 100 si tenne una trasmissione: I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli. Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98. Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia. 13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti. Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006. Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione. La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza. E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

A tanta meticolosità si contrappone l'inchiesta sulle baronie baresi. Dalla redazione di "Repubblica" di Palermo per svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi. "L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra" di Attilio Bolzoni.

PERO' SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione 'Il Graffio', che lunedì sera ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per 'il Graffio'), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale).


QUESTIONE MORALE IN SALENTO ?

SALENTO MASSONE

Ora, qui sta il nodo centrale del problema massoneria, tra gli iscritti alla massoneria esiste un giuramento di fedeltà che li porta ad aiutarsi l’un l’altro. Questo è il nodo cruciale del problema massonico: è possibile che un pubblico ufficiale o un funzionario statale siano servitori dello stato ma, contemporaneamente, prestino fedeltà ad un’istituzione non statale? Il tema, ovviamente, è tutto da approfondire, perché ovviamente i più alti esponenti della massoneria negano che il loro giuramento di fedeltà prevalga sulle leggi dello stato. Ma, francamente, quando in una loggia coperta operano mafiosi, esponenti dei servizi segreti, imprenditori, e politici, c’è perlomeno da dubitare di queste affermazioni di lealtà allo stato. Occorre inoltre tenere presente una cosa che pochi sanno; all’interno la massoneria ha i propri tribunali, organizzati in tre gradi proprio come avviene nell’ordinamento giudiziario italiano.

All'interrogativo se Stato, mafia, massoneria siano divenuti una "cosa sola" è pertanto legittimo rispondere che sono divenuti parte di un unico sistema, attraverso il quale si riproduce il controllo capillare del territorio e delle logiche di governo delle istituzioni democratiche, soffocando in radice la legalità e ogni anelito di giustizia. Tale concezione paradigmatica costituisce una nuova prospettiva teorica per analizzare il fenomeno mafioso e il degrado delle istituzioni, fornendo una chiave per realizzare un mutamento epocale dei rapporti tra governati e governanti. E' indubbio che a taluni potrà risultare ostico digerire che Stato, mafia e massoneria si siano coesi, tanto da fare parte di un unico sistema di malaffare criminale. In specie, per chi vive troppo lontano - o troppo vicino - all'agone politico e giudiziario, subendone il retaggio e rimanendo, in entrambi i casi, vittima di un distorto senso dello Stato e di una cultura dogmatica delle istituzioni che, nell'accezione più diffusa e non condivisibile, "vanno difese ad oltranza e a qualsiasi costo per non pregiudicare i cardini dello Stato di diritto e le basi sociali della pacifica convivenza". In verità, così facendo, si ottiene l'effetto opposto di distruggere nei cittadini il senso di appartenenza e di identificazione nello Stato. Si distrugge la credibilità delle istituzioni e della magistratura, alimentando la storica diffidenza dei cittadini verso il potere. D'altronde, l'esistenza di una "cupola mafiosa" che controlla anche la vita giudiziaria, da sud a nord del Paese, in grado di neutralizzare il lavoro dei magistrati onesti, non è frutto di illazioni o di mere ipotesi sociologiche, bensì il risultato di approfondite indagini a cui sono approdati, ancora prima del P.M. di Catanzaro, Luigi De Magistris, il Procuratore Antimafia di Reggio Calabria, Salvo Boemi e il suo sostituto Roberto Pennini e l'ex Procuratore di Palmi, Agostino Cordova.

I primi, denunciarono, ripetutamente, in alcune interviste a Panorama e L'Espresso, tra il 1995 e il 1998, di essere stati abbandonati e boicottati dal C.S.M. e dallo Stato, in quanto ritenuti "rei" di "non essersi accontentati di colpire il braccio militare della ‘ndrangheta" e di "avere denunciato i magistrati massoni che a Reggio Calabria avevano deciso di mettere una pietra sui processi anticosche". In proposito, il Dr. Boemi racconta a Panorama: "come dopo lo scandalo della P2, nella massoneria fossero incominciati ad entrare i parenti stretti dei magistrati (i quali volevano evitare in tal modo un coinvolgimento diretto) e come le logge avessero sempre contrattato a Roma chi dovessero essere i capi degli uffici giudiziari", aggiungendo, infine, di essere scampato a un attentato alla sua vita, solo grazie alle rivelazioni di un pentito (Panorama 21.9.95 e L'Espresso 16.7.98).

A tal proposito si presenta "Salento massone". Il libro di Mario De Marco fa i nomi di tutti i frequentatori di logge in provincia. L'organizzazione massonica è piramidale. Ogni loggia è presieduta da un Maestro Venerabile. I primi tre gradi della massoneria sono apprendista, compagno e maestro. I riti di perfezionamento prevedono altri gradi successivi. Nel dicembre del 2007 Mario De Marco ha pubblicato per "Il Grifo" il saggio "Profili bibliografici di massoni salentini", che segue la pubblicazione del saggio "Storia della Massoneria di Terra D'Otranto". Per la prima volta vengono resi pubblici i nomi dei massoni salentini, grazie ad un lavoro di ricerca effettuato su documenti di prima mano. Sono massoni soprattutto di Palazzo Giustiniani, ma non mancano riferimenti ad alcuni appartenuti all'obbedienza di Piazza del Gesù. Al "Tacco d'Italia" lo storico della massoneria ha svelato alcuni aspetti della fratellanza, poiché "la massoneria è occulta solo per chi non si sforza di sapere".

Dott. De Marco, quando nasce la massoneria in provincia di Lecce?
«La massoneria regolare nasce nel 1717 in Inghilterra. Nel XVIII secolo si diffonde in Europa e nel resto del mondo, poiché veicola principi comuni all'Illuminismo. La compatibilità della fede con la ragione. L'uguaglianza di opportunità economiche, di razza, di genere e di religione.
Nel 1864 viene costituita a Lecce la prima loggia, intitolata a Mario Pagano. Nel 1866 a Gallipoli nasce la loggia ‘Tommaso Briganti', per opera del patriota Giuseppe Libertini.
Chiunque può conoscere i rapporti che la massoneria ha con le altre massonerie, con le Istituzioni e la Chiesa attraverso la rivista Hiram o l'agenzia Erasmo. La massoneria è una organizzazione trasparente e apre i suoi templi al pubblico con mostre o conferenze. Il Tempio di Lecce è in piazzetta della Luce, al civico 2».

Quante logge si contano oggi nel Salento?
«In Lecce vi sono 15 logge. Un'altra è a Gallipoli. Sette logge appartengono al G.O.I. (Grande Oriente d'Italia)».

Come è organizzata una loggia al suo interno?
«In modo piramidale. Il vertice provinciale è il Collegio dei Maestri Venerabili. La singola loggia è presieduta da un Maestro Venerabile. I primi tre gradi della massoneria sono quelli di apprendista, compagno e maestro. I riti di perfezionamento prevedono altri gradi successivi».

Come si svolgono gli incontri?
«I "lavori" delle logge massoniche si aprono apponendo squadra e compasso sulla Bibbia. In particolare sul Vangelo di San Giovanni, il Vangelo esoterico, poiché più ricco di significati e di simboli. Nelle riunioni sono discussi argomenti di carattere morale. A turno i fratelli trattano un argomento. Un fratello espone un'opinione e gli altri ascoltano in silenzio. Il massone deve fare il silenzio interiore. L'apprendista non può prendere la parola. Presso gli antichi gruppi iniziatici Pitagora dovette stare zitto sette anni.
Se qualcuno decide di intervenire, deve chiedere il permesso al Maestro Venerabile. Il Maestro Oratore trae le conclusioni e presiede al rispetto dei regolamenti. I fratelli più anziani valutano il livello di crescita del fratello. Non prevale una idea. Ma è proposta una idea ed è lasciato agli altri di fare le loro personali considerazioni».

In che modo si differenziano le logge tra loro?
«Hanno ciascuna un proprio taglio particolare. A Lecce vi sono logge filosofiche o esoteriche. Vi è la Loggia Mozart che lavora con la musica, perché ritiene la musica strumento utile per la meditazione. Mozart, Bach o Sibelius erano massoni ed hanno composto brani per i lavori in loggia. Inoltre, la loggia madre ‘Liberi e Coscienti' si sofferma su aspetti libertari e civili, usando la musica.
I Fratelli della massoneria regolare leccese, ogni volta che il Tempio termina i propri lavori, donano danaro al tronco della beneficenza. La beneficenza arriva ai destinatari, poiché, se qualcuno fa il furbo, la giustizia massonica è cento volte più severa di quella di un tribunale civile».

Che cosa si fa per entrare nella massoneria?
«Bisogna esibire i documenti del casellario giudiziario e della Procura della Repubblica qualora vi siano dei procedimenti penali in corso. Poi si è sottoposti a diverse prove. Infine, si deve giurare fedeltà allo Stato, alla Costituzione e alle leggi che ad essa si conformano, nonché rispettare le norme ed i principi della massoneria regolare».

Tutte le logge sono segnalate o ce ne sono di clandestine?
«Gli elenchi massonici sono depositati presso la Procura della Repubblica.
In provincia di Lecce vi sono logge regolari. Tuttavia, vi sono anche logge sedicenti massoniche che scimmiottano la massoneria, ma che nulla hanno a che fare con la massoneria regolare. Massoni millantatori pensano che entrando in massoneria si diventa ricchi e potenti. Le logge irregolari non seguono né i principi morali né quelli costituzionali massonici.
Vi sono massonerie anche nell'ambito della Chiesa. L'Opus Dei ha una organizzazione ramificata, e molto riservata riguardo all'identità degli aderenti, le finalità e le attività».

SALENTO MAFIOSO

Con la locuzione Sacra corona unita si indica un'organizzazione mafiosa che ha il suo centro in Puglia e che ha trovato negli accordi criminali con organizzazioni dell'est europeo la sua specificità per emergere e distaccarsi dalle altre mafie italiane.

Ha raggiunto il suo apice tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta del secolo scorso; successivamente all'intervento dello Stato, e a un gran numero di arresti, è stata notevolmente indebolita e marginalizzata.

Il nome di questa organizzazione è formato da 3 parole:

  • Sacra: poiché quando si affilia un nuovo membro all'organizzazione questo viene "battezzato" o "consacrato", come un sacramento religioso;

  • Corona: poiché nelle processioni si usa il rosario (o "corona");

  • Unita: come sono uniti e forti "gli anelli di una catena".

Affiliazione

« Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra Corona Unita e di rappresentarne ovunque il fondatore, Giuseppe Rogoli »(1. Giuramento)

« Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione; giuro di dividere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo fino all’ultima stilla di sangue, con un piede nella fossa e uno alla catena per dare un forte abbraccio alla galera. »(2. Giuramento)

« Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra Corona Unita e di rappresentarne ovunque il Santo, San Michele Arcangelo »(3. Giuramento)

La SCU è divisa in 47 clan, autonomi nella propria zona ma tenuti a rispettare interessi comuni a tutti i circa 1.561 affiliati della Sacra Corona Unita. Si tratta quindi di un'organizzazione orizzontale per molti versi simile a quella della 'Ndrangheta.

Gerarchia

Il primo grado è la "picciotteria", il successivo il "camorrista", cui seguono sgarristi, santisti, evangelisti, trequartisti, medaglioni e medaglioni con catena della società maggiore.

Otto medaglioni con catena compongono la "Società segretissima" che comanda un corpo speciale chiamato la "Squadra della morte".

Bisogna specificare che questa piramide di ruoli ha un valore soprattutto simbolico: spesso il potere detenuto dal singolo affiliato non corrisponde in realtà alla sua posizione nella gerarchia formale.

Storia

La mafia pugliese non ha mai avuto un legame perverso e viscerale con il territorio. È, perciò, marginale e debole, a differenza di Cosa nostra, della 'Ndrangheta e della Camorra che presentano un radicamento sul territorio ormai secolare.

Origini

Nel 1981 il boss camorrista Raffaele Cutolo, affidò a Pino Iannelli e Alessandro Fusco il compito di fondare in Puglia un'organizzazione diretta emanazione della Nuova camorra organizzata che prese il nome di Nuova camorra pugliese (Società foggiana). Questa associazione prese piede soprattutto nel foggiano a causa della vicinanza territoriale e dei contatti preesistenti tra esponenti della malavita locale e i camorristi campani. Tuttavia questa iniziativa venne vista con sospetto dai malavitosi di altre zone della Puglia. Come risposta al tentativo di Cutolo di espandersi in Puglia, si tentò di dar vita ad un'associazione malavitosa di stampo mafioso formata da esponenti locali. Si ritiene che la Sacra Corona Unita sia stata fondata da Giuseppe Rogoli nel carcere di Trani la notte di Natale dell'anno 1981. Giuseppe Rogoli era già affiliato alla 'Ndrangheta (nella 'ndrina dei Bellocco di Rosarno) e chiese il permesso al capobastone Umberto Bellocco di formare una 'Ndrangheta Pugliese. Nel 1987 Rogoli affidò a Oronzo Romano la costituzione di un'altra 'ndrina nel sud barese, sempre con il consenso della 'Ndrangheta. L'attività di gestione degli enormi flussi di denaro derivanti dalle attività illecite fu affidata a Cosimo Screti boss di San Pietro Vernotico che fu per questo motivo soprannominato "il cassiere" dalla Direzione Investigativa Antimafia. Il braccio destro di Rogoli fu Antonio Antonica, primo affiliato di Rogoli a causa dell'antica amicizia nonché personaggio di spicco della malavita mesagnese. A causa dello stato di detenzione di Rogoli, Antonio Antonica era stato nominato responsabile unico delle attività illecite che si svolgevano nell'area brindisina. Antonica ebbe il compito anche di nominare alcuni capi zona della provincia di Brindisi. Con le prime scarcerazioni il numero degli affiliati aumentò e ognuno pretendeva la sua parte di guadagno. Antonica sentiva il peso dell'organizzazione tutto sulle sue spalle ed ebbe una discussione con Rogoli che gli negò il permesso di trafficare droga. Antonica, così, preferì abbandonare Rogoli e creare un clan contrapposto. Questo comportò l'inizio di una guerra lunga tre anni di conflitti e sgarri che portò alla sua uccisione.

Proliferazione

Iniziò la rifondazione della Sacra Corona Unita partendo dalle modalità di affiliazione, con regole più rigide e severe. Così nel carcere di Trani nacque la Nuova Sacra corona unita il cui statuto sarebbe stato firmato oltre che da Rogoli, da Vincenzo Stranieri di Taranto e da Mario Papalia legato a Cosa nostra. Nel 1987 la Sacra Corona Unita era composta dalle famiglie più rappresentative del brindisino guidate da Salvatore Buccarella, Giovanni Donatiello, Giuseppe Gagliardi e Ciro Bruno e da qualche propaggine nella provincia di Taranto. Alla lunga proprio il gran numero di cosche contribuirà ad un altro periodo di tensione all'interno dell'organizzazione tra brindisini e leccesi. Lo schieramento brindisino della Sacra corona unita, con Salvatore Buccarella e Giovanni Donatiello, è stato quello che dimostrò nel corso degli anni una maggiore compattezza, finché non è stato colpito da una pesante offensiva giudiziaria.

Ultimi anni

Negli ultimi anni sono emersi numerosi nuovi personaggi, dai soprannomi coloriti, che hanno concentrato sul racket, sul contrabbando di sigarette e sulla droga, le principali attività criminali. Alcuni di loro hanno fondato la Sacra Corona Libera. La Sacra Corona Libera, formata da esponenti già appartenuti alla Sacra Corona Unita. Nasce a causa di contrasti con i vertici della SCU e propone alcune differenze: l’uso di minorenni e l'abolizione dei riti d'iniziazione.

SALENTO MAFIOSO E MASSONE. A CHI CREDERE ??

Ma cosa centra la massoneria con gli scandali giudiziari a Lecce?

Intanto Tonio Tondo sulla Gazzetta del Mezzogiorno ne parla. E non solo lui. La massoneria leccese si chiama fuori. Con noi, è il messaggio, Massimo Buonerba non ha nulla a che fare. A sottolinearlo è Alfredo Bruni, dignitario del Grande Oriente, uno dei fondatori della loggia “Giuseppe Libertini”, la più antica. «A me - dice Bruni - risulta che nelle liste delle logge di Lecce e, ovviamente, del Grande Oriente d’Italia, come ha detto il gran maestro, il nome di Massimo Buonerba non c’è». Ma a Lecce sono otto le logge. L’ex consulente giuridico di Adriana Poli Bortone potrebbe far parte di una di queste. «Parlo anche a nome degli altri - ribatte Bruni - nei nostri elenchi Buonerba non c’è mai stato». A Bruni non sono piaciuti i continui riferimenti alla massoneria apparsi nelle cronache sull’inchiesta per il mega appalto del filobus. «Noi - chiarisce - operiamo per l’elevazione morale e spirituale dell’uomo e non per coltivare gli affari di qualcuno. Le nostre finalità sono filosofiche e umanitarie e non finanziarie». Bruni, che cura anche un sito della «Libertini», è sostenitore della Massoneria senza veli e senza segreti. Ma sono tanti i gruppi in Italia e in Europa che si muovono nell’universo della fratellanza massonica. Buonerba potrebbe essere un massone «spurio», inserito o collegato a logge diverse da quelle che hanno affidato a Bruni la dichiarazione di presa di distanza. E’ Giorgio Zoboli, imprenditore di Bologna e buon amico di Buonerba, a rivelare di far parte della «loggia nazionale massonica francese». Questo riferimento apre uno squarcio importante. Un nome ricorrente nelle telefonate tra lo stesso Zoboli, Giordano Franceschini, l’ingegnere progettista dell’opera da 23 milioni e collettore delle tangenti, e il professore leccese, è Spartaco Mennini, morto a giugno scorso. Mennini è stato un importante esponente della massoneria, per anni, a cominciare dal 1976, segretario del Grande Oriente con il gran maestro Salvini e confermato poi con il gran maestro Baldelli. Uscì dal Grande Oriente dopo lo scandalo della P2 e aderì alla Grande Loggia di Francia. Mennini, socialista, buon amico di Francois Mitterand, presidente della Repubblica francese, ha sempre considerato la bufera sulla loggia Propaganda due e sul maestro venerabile Licio Gelli una montatura colossale. La P2, per lui, «era solo una volgarissima lobby d’affari» e non un pericolo per la democrazia italiana. Buonerba ci tiene a Mennini; si preoccupa anche del suo umore, e in una telefonata con Franceschini si mostra ansioso: «...mi ha mandato un messaggio Spartaco un po’ freddino...ma come stanno le cose con Spartaco?». Mennini è persona attiva, malgrado l’età vicina agli 80 anni. Zoboli parla al telefono con il figlio dei suoi interventi per alcuni appalti in un ospedale di Bologna.

Attorno ai soldi del filobus si muovono quindi personaggi di varia natura, con legame massonico. I magistrati sottolineano che «i principali indagati sono legati tra loro da una fitta rete di relazioni e da una molteplicità di contatti con soggetti ben inseriti nel tessuto sociale, istituzionale ed economico di riferimento, taluni dei quali in ciò agevolati anche e soprattutto per la loro adesione ad ambienti della massoneria». A sottolinearlo è lo stesso Franceschini quando sostiene che il vincolo massonico tiene insieme Zoboli, Buonerba e Balli, il professore di meccanica applicata morto nel 2010. Buonerba coltiva rapporti con personaggi controversi e sempre alle prese con problemi giudiziari. Personaggi che animano l’ampia zona grigia che vede capitali italiani inabissarsi e poi riemergere in Svizzera. Uno di questi è Federico De Vittori, affarista ticinese, al quale il professore di diritto consegna 147mila euro da trasferire sui suoi conti elvetici nelle banche Pkb e Kbl. De Vittori gestiva a Lugano una società di consulenza internazionale su società e conti offshore. Ma filiali del suo piccolo impero erano nate, molte sulla carta, a Roma, Londra, Lussemburgo, Marbella, Milano, ed anche a New York. Era stato accostato ad un’oscura vicenda e all’inchiesta seguita alla scomparsa, avvenuta nel 2006, di Gianmario Roveraro, grosso esponente della finanza cattolica, il cui cadavere fu poi trovato in provincia di Parma con la testa mozzata. Le prime telefonate di Roveraro, probabilmente rapito, arrivarono al cellulare di De Vittori. Il finanziere chiedeva, inutilmente, lo sblocco di 10 milioni di euro, poi alla fine di un milione. L’affarista di Lugano tentò l’operazione, ma i soldi furono bloccati.

De Vittori è un faccendiere fortemente a rischio, lo sanno tutti nel mondo finanziario di Lugano, ma Buonerba non si preoccupa e si affida comunque alla sua opera. Siamo a dicembre del 2010 e il movimento dei soldi, che gli inquirenti ritengono provenienti dall’appalto del filobus, tra De Vittori e la sua segretaria con Angelo Ferrari, un altro spallone, viene ricostruito con precisione dalla guardia di finanza. Il professore non si preoccupa neanche dei precedenti giudiziari del ticinese che il due luglio 2010 era stato arrestato con l’accusa di appropriazione indebita, amministrazione infedele e truffa. La procura elvetica gli contestò di aver utilizzato i depositi dei clienti per sanare debiti della sua società. In questo mondo Buonerba aveva sviluppato le sue relazioni per nascondere circa tre milioni, fondi neri tutti nella sua disponibilità ma forse destinati alla politica.

IL VASO DI PANDORA

"Spese personali e per An, così pagavo le tangenti". Da “La Repubblica”. Un'opera da 25 milioni e ancora non entrata in funzione. Sullo sfondo un giro di mazzette e conti svizzeri. Il docente arrestato incastra il consulente della senatrice Poli Bortone. Coinvolti anche esponenti di logge massoniche alle quali aderivano i professionisti.

"Buonerba continuava a sollecitarmi il versamento di somme di denaro per esigenze personali, ma anche per le spese elettorali del gruppo di An di cui faceva parte". Le dichiarazioni fatte dal professore universitario di Perugia Giordano Franceschini, ai magistrati della Procura di Lecce, aprono nuovi scenari nell'inchiesta sul filobus. Il finanziamento illecito ai partiti diventa una traccia da seguire. E la possibilità che qualche nome importante della politica salentina possa essere coinvolto nella vicenda, diventa molto più che un'ipotesi. L'inchiesta che conta già 11 nomi iscritti nel registro degli indagati, infatti, è lontana dalla conclusione. Gli arresti del progettista del filobus, Giordano Franceschini, e del consulente giuridico dell'ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone, Massimo Buonerba, accusati il primo di truffa aggravata e il secondo di concussione, sono stati uno spartiacque importante. La svolta che ha consentito alla Procura salentina di imprimere un'accelerazione fondamentale. Le dichiarazioni di Franceschini, in particolare, hanno contribuito a definire con precisione il sistema di illeciti che si sarebbe consumato all'ombra di un'opera imponente, costata 25 milioni di euro e non ancora entrata in funzione, a sette anni dall'avvio del progetto. Il professore ha spiegato di avere versato a Buonerba circa 600.000 euro, dal 2005 al 2009, per far sì che l'Ati (costituita dalla Sirti e dalla Imet) di cui faceva parte ottenesse l'appalto del filobus e per cercare di ottenere in seguito incarichi remunerativi in altre città d'Italia. "Fu concordato tra me e Buonerba il versamento di un importo - recita il verbale di interrogatorio di Franceschini - . Ho continuato a versare le somme di denaro, quelle successive al primo importo di 186.000 euro, sino all'estate del 2009, solo in quanto sollecitato da Buonerba, che mi riferiva di sopravvenute esigenze personali, quale quella di rifare i bagni di casa, oppure le spese connesse alla partecipazione elettorale al gruppo di An, di cui lo stesso faceva parte". E se le mazzette al consulente della Poli venivano pagate a detta del professore perugino "nella speranza di ottenere altri incarichi di progettazione, anche fuori da Lecce", altri dazi sarebbero stati versati a diversi personaggi, entrati a vario titolo nel grande affare del filobus. I loro nomi è sempre Franceschini a farli durante gli interrogatori, al cospetto del procuratore Cataldo Motta e dell'aggiunto Antonio De Donno, spiegando che il pagamento di somme di denaro era il corrispettivo per l'aiuto fornito da tali soggetti affinché anche il progettista potesse mangiare una fetta della torta della filovia. Le dichiarazioni del professore sono state riscontrate grazie ai file trovati nel suo computer, nei quali sono annotate tutte le dazioni di denaro con i rispettivi beneficiari, indicati con gli pseudonimi di "aroldo", "omone", "pomodorone", "gambadilegno", "boiachimolla". Nei supporti informatici sequestrati a Franceschini, inoltre, sono stati trovati documenti in cui vengono riepilogate le movimentazioni dei due conti svizzeri riconducibili a Buonerba, uno da 2 milioni di euro e l'altro da 800.000, aperti a partire dal 2000, presso le banche Kbl e Pkb di Lugano. Proprio da quei conti sono partiti gli accertamenti della magistratura elvetica, rappresentata dal procuratore federale Pierluigi Pasi, che ha cercato diverse volte di interrogare Buonerba, ottenendo diversi rifiuti e la comunicazione che il consulente risponderà alle domande solo se sarà convocato in Svizzera. Una possibilità, al momento, da escludere, alla luce del fatto che Buonerba si trova nel carcere leccese di Borgo San Nicola, dove è stato sentito dal gip che ne ha disposto l'arresto, limitandosi a negare di avere preteso soldi da Franceschini per agevolarne il lavoro. Poche dichiarazioni, che certo non bastano per chiarire una vicenda che potrebbe celare diversi illeciti. Ad adombrare tale possibilità è lo stesso gip Antonia Martalò, che, nell'ordinanza di custodia cautelare, esorta gli inquirenti ad approfondire l'impianto accusatorio relativo all'ipotesi di associazione a delinquere, ritenendo che vada supportato da altri elementi. Il giudice non nega l'esistenza "di una fitta rete di relazioni e rapporti tra gli indagati", alcuni dei quali legati dalla comune appartenenza alla massoneria, né "il comune interesse a sottrarre agli accertamenti giudiziari i conti svizzeri di Buonerba". Anzi, proprio da tali evidenze, ritiene che si possa desumere l'esistenza di un sodalizio criminoso finalizzato alla truffa, corruzione e riciclaggio. Tuttavia, scrive ancora il gip, "non è chiaro il ruolo di ciascuno" né quello di "altri eventuali indagati". L'inchiesta, insomma, è ben lontana dalla conclusione. Le indagini della finanza prima e le dichiarazioni di Franceschini poi, hanno scoperchiato un calderone dal quale potrebbe venire fuori di tutto. Anche nomi di insospettabili, interni al Comune di Lecce. Ovvero di quelle persone "non estranee all'amministrazione comunale" che, dice la Procura, si sarebbero spartite i proventi di alcune attività illecite connesse alla realizzazione del filobus.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno si scopre che non solo «Boiachimolla», al secolo Massimo Buonerba. Compare una fila di questuanti, avidi e insistenti, al bancomat dell’appalto da 23 milioni per il filobus: ciascuno con il desiderio di intascare la sua tangente. E spuntano episodi ed epiteti, dietro i quali si potrebbero intravedere volti e personaggi: «Omone», «Gambadilegno» e per finire «Pomodorone», del quale si conosce già il nome, Raffaele Balli, docente di meccanica applicata all’università di Perugia, morto nel 2010, nome fatto da Giordano Franceschini che si considera suo discepolo alla facoltà di ingegneria («Gli ho corrisposto 140mila euro per l’interessamento che lui aveva sempre dimostrato nei miei confronti»). E’ sempre Franceschini a parlare e a riempire la scena dell’appalto con volti e nomi di copertura, tutti impegnati - secondo la ricostruzione - a ottenere una parte del bottino. E’ sull’asse Perugia-Lecce che viaggia la maggior parte dei soldi, più di un milione stando ai conteggi analitici e puntuali della Guardia di finanza e dello stesso Franceschini. E così, come accadde con lo scrigno di Pandora, dalle parole e dai computer dell’ingegnere escono continuamente nuove sorprese. Una miniera elettronica di numeri, nomi, riepiloghi, date, ed anche di modalità dei pagamenti, spesso in contanti, nel tentativo di far perdere le tracce ai flussi di denaro. Una parte dei soldi, quindi, sarebbe stata destinata a «Omone» e «Gambadilegno», nomignoli dietro i quali si potrebbero nascondere personaggi dell’amministrazione comunale. Con questa ipotesi, il municipio, nell’«era di Buonerba», durata circa 10 anni, potrebbe rivelarsi sempre più luogo di transazioni grigie e parallele ai livelli istituzionali. “Omone” e “Gambadilegno” potrebbero essere persone particolarmente vicine a Buonerba, assurto a factotum e ideatore di finanziamenti, appalti e reti di fruitori. Franceschini chiarisce ogni punto relativo al movimento dei soldi dopo l’aggiudicazione dei lavori all’associazione di imprese capeggiata dall’Imet spa di Perugia. L’ingegnere progettista si rivela un collettore e un distributore con pochi margini di manovra. A leggere le sue dichiarazioni emerge una leggerezza del personaggio, come se avesse aspettato questa occasione da una vita. Singolare la sua ammissione: «Per quanto riguarda “Omone”, cui risulta aver io versato complessivamente 130mila euro, si tratta di soggetto che non ho mai conosciuto direttamente; infatti mi limitavo a consegnare le somme di denaro a Faccendini, socio di maggioranza della società Imet. Faccendini mi chiedeva il pagamento di dette somme facendo leva sul fatto che ero stato nominato progettista...». Luigi Faccendini è il cofondatore della Imet, nata nel 1981 per operare nel campo delle telecomunicazioni e poi cresciuta fino a fatturare 100 milioni nel 2010 nei settori delle metropolitane di superficie e delle energie alternative. «Siamo passati da società di installazione a società di ingegneria», disse con enfasi nel 2006. I 130mila euro si riferiscono - in base a quanto ha chiarito lo stesso Franceschini - «esclusivamente ai lavori del filobus di Lecce come tutte le annotazioni del documento che riguardano “Gambadilegno”, “Omone”, “Pomodorone” e “Boiachimolla”».
“Omone” e “Gambadilegno”, come lo stesso Buonerba, avrebbero bussato continuamente alla porta di Franceschini, non gli avrebbero dato tregua, fino a quando i soldi pattuiti non finivano nelle loro tasche. Lo stesso Faccendini, che pure è uomo forte dell’Ati e che quindi tranquillamente poteva contare sui soldi dell’appalto, avrebbe beneficiato - sempre in base alle dichiarazioni di Franceschini - di somme di denaro versate dall’ingegnere. «Nel file - dichiara ai magistrati - che ho denominato Persy l’ho indicato come “Aroldo”». Un’altra imposizione che Franceschini avrebbe subito e accettato per ottenere l’incarico di progettista dell’opera. «L’avrei fatto anche gratis», confessa agli inquirenti. Il ruolo di distributore di tangenti quindi l’ha svolto «nell’ambito di accordi che portarono all’assegnazione a me del progetto per la realizzazione del filobus». Condizione imposta dallo stesso Faccendini. Buonerba con “Omone” e “Gambadilegno” emergono come una combriccola unica e distinta. Ciascuno fa riferimento allo stesso bancomat, ma con prelevamenti distinti. Ma se “Omone” - in base alla ricostruzione del progettista - incassa 130mila euro tramite Faccendini, come e quanto avrebbe incassato “Gambadilegno”? Forse la stessa somma di 130mila euro, forse di più in base ai conteggi partendo dal milione finora emerso dai pagamenti con destinazione conti svizzeri di Buonerba e delle tangenti agli altri due leccesi. Al professore vengono contestati circa 660mila euro, il resto quindi potrebbe costituire il malloppo di “Omone” e “Gambadilegno”. Di quei soldi, manco a parlarne. Erge un muro, attorno ai conti svizzeri, il professore Massimo Buonerba, l'ex consulente dell'allora sindaco Adriana Poli Bortone, in carcere. Sulla sua testa pende l’accusa, fra le altre, di aver intascato quasi 660mila euro dal progettista del filobus, quel Giordano Franceschini che di tre settimane l’ha preceduto nelle patrie galere. Eppure dall’amico di un tempo sono venute accuse pesantissime. Illuminanti, diciamo così, le parole spese dall’ingegnere per restituire ai magistrati il «clima» del rapporto: «Ho continuato a versare le somme di denaro... ogni volta sollecitato da Buonerba, il quale mi riferiva di esigenze sopravvenute personali, quali l’esigenza di rifare i bagni di casa, oppure le spese connesse alla partecipazione elettorale del gruppo di An di cui faceva parte». Ma Buonerba, a quanto pare, non si è scomposto, qui negando di aver mai chiesto alcunchè, lì di aver mai preso soldi. Al giudice per le indagini preliminari Antonia Martalò avrebbe anche offerto una su ricostruzione degli avvenimenti, ma, stando alle indiscrezioni che hanno scavalcato il muro di cinta del supercarcere di Borgo San Nicola, si sarebbe trattato di una storia «leggerina», non adatta a sostenere l’urto della valanga. Anche perchè il professionista perugino, pure lui docente universitario, non si sarebbe risparmiato nei particolari, arrivando perfino a riferire di aver concordato con Buonerba, l’«eminenza grigia» di Palazzo Carafa e fedele collaboratore della senatrice, «il versamento delle somme, anche nell’importo, già prima dell'aggiudicazione dei lavori del filobus di Lecce all'Ati». La prima trance di 186mila euro, spiega, viene versata dall'agosto 2005 ai primi mesi del 2006: «L'accordo prevedeva che avrei versato a Buonerma ulteriori somme di denaro, man mano che i lavori andavano avanti». E Franceschini, a suo dire, lo fa fino all'estate del 2009, «solo in quanto ogni volta sollecitato dal Buonerba», ama ripetere. Poi aggiunge: «Io accedevo a dette richieste un po' per amicizia, un po' nella speranza di ottenere per suo tramite ulteriori incarichi di progettazione, non necessariamente a Lecce». Quindi un’ulteriore sciabolata: «Diciamo che venivo sempre sollecitato; non sono mai riuscito ad anticipare, il professore mi chiedeva contezza...mi diceva "ma poi si farà un altro lavoro, si farà un qualcosa"... altre cose che poi non si sono mai fatte. Quindi io pagavo sulla scorta delle mie disponibilità. E poi affrontavo il professore, che qualche volta mi diceva bravo, qualche volta mi diceva...Ecco». Tutte falsità, invece, stando a quanto riferisce Buonerba. Che poi, sui conti svizzeri, si cuce definitivamente la bocca. Non appena il gip od il procuratore capo Cataldo Motta gli chiedono delucidazioni su quei due milioni e 800mila euro trovati in Svizzera, lui si nasconde dietro la facoltà di non rispondere. Neppure una sillaba sulla provenienza del tesoro nelle banche in riva al lago, neanche per quel paziente Procuratore Pierluigi Pasi, del Canton Ticino, arrivato per la terza volta a Lecce e ripartito a mani vuote. Forse. Così si comprende la breve durata del faccia a faccia a con i magistrati: poco più di un'ora, anche per ribadire contatti «saltuari ed occasionali» con Franceschini. Un rapporto più stretto, invece, ci sarebbe stato con il professor Raffaele Balli, maestro di Franceschini, docente universitario di Meccanica applicata all'università di Perugia, morto nel luglio del 2010. Una conoscenza, la loro, datata nel tempo, suggellata dall'appartenenza di entrambi ad ambienti massonici. Con lui Buonerba ha detto di aver avuto contatti più frequenti, ma nulla si sa circa le spiegazioni fornite - se le ha fornite - attorno alle carte - possibilmente a firma di un Balli già passato a miglior vita - che avrebbe richiesto a Franceschini per «precostituire » gli atti necessari a spiegare la provenienza del denaro accumulato in terra elvetica. Quanto al ruolo nell’operazione-filobus, Buonerba avrebbe sostenuto di essersi interessato solo e soltanto della fase preparativa del progetto, ignorando poi l'iter di realizzazione. Mentre parlava ai magistrati, il professore sarebbe parso abbastanza tranquillo, senza manifestare alcun segno di disagio emotivo. Certo, il carcere lo avrà sicuramente provato. E per questo il suo difensore, l'avvocato Sabrina Conte, sta valutando di ricorrere al Tribunale del riesame. Probabilmente, verrà chiesto ai giudici di valutare la compatibilità del regime carcerario con le condizioni di salute dell’imputato, da tempo affetto da problemi cardiaci. E la paura dell’arresto, coltivata nelle ultime settimane, certo non gli avrà fatto bene. Basterà?
 

A CHI CREDERE ??

Lecce. 4 ottobre 2011. Conferenza stampa del Procuratore Capo Cataldo Motta e del Generale Ganzer sull’operazione Augusta. Il generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, (così come riporta (“Il Corriere”) è stato condannato a 14 anni di carcere a Milano nell'ambito del processo su presunte irregolarità in operazioni antidroga condotte negli anni '90 da un piccolo gruppo all'interno del reparto speciale dell'Arma. Il comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri Giampaolo Ganzer è stato condannato per «aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, alfine di fare una carriera rapida». Davanti ai giudici dell’ottava sezione penale presieduta da Luigi Capazzo, il pm Luisa Zanetti aveva chiesto 18 condanne tra i 5 e i 27 anni di reclusione. La pena più alta era stata chiesta proprio per il generale Ganzer e per Mauro Obinu, ex ufficiale del Ros poi passato al Sisde. La complessa vicenda giudiziaria che vede imputato l’attuale capo del Ros fa riferimento a fatti avvenuti tra il 1990 e il 1997, ed era iniziata a Brescia, poi era stata trasferita a Milano per la presenza tra gli indagati del magistrato Mario Conte (processato da solo e a parte), quindi andata a Bologna e infine riassegnata dalla Cassazione al capoluogo lombardo quando erano scaduti tutti i termini per gli accertamenti.

Nuvoloni neri su Palazzo Carafa. O non proprio neri. Due politici sarebbero finiti in un elenco di assuntori di cocaina, riforniti direttamente dal clan finito in manette con l'operazione Augusta. L’azione dei Ros (Raggruppamento operativo speciale) e dei carabinieri del capoluogo salentino puntava alle attività del clan Rizzo, associato alla Sacra Corona Unita ed egemone nella zona e si è conclusa con ben 49 arresti. Siamo ancora alle indiscrezioni ma la notizia sta già surriscaldando l’atmosfera. L’abbinata parlamentare – polverina bianca non è nuova alle cronache, da Cosimo Mele assurto agli onori della stampa per la nota ed ingloriosa aneddotica a tema, al test antidroga alla Camera che seminò il panico alla notizia di un risultato positivo. Eppure non aveva mai lambito così da vicino i corridoi di Via Rubichi.

Tre, forse anche di più. Sono i nomi dei politici che si sono affacciati nell’indagine dei Ros sul gruppo mafioso che voleva il controllo dello spaccio di droga in città. Sono consumatori che hanno concordato al telefono con il pusher di fiducia la consegna della cocaina.

Un parlamentare e due amministratori comunali. Ma la lista potrebbe essere ancora più lunga. I nomi, però, non compaiono nell’ordinanza di custodia cautelare. E, forse, neppure in una delle informative che i Ros hanno trasmesso in Procura. Di certo, sono stati riportati sui brogliacci delle trascrizioni delle conversazioni telefoniche intercettate nel corso delle indagini.

Fatti che non hanno alcuna rilevanza penale, almeno per i consumatori. Fatti che, al più, potrebbero innescare la procedura prevista dalla legge sugli stupefacenti con la segnalazione dei consumatori di droga alla prefettura che è competente ad applicare le sanzioni amministrative nei confronti delle persone che sono state trovate in possesso di sostanze stupefacenti per uso non terapeutico. Un procedimento amministrativo che la legge vuole rigorosamente vincolato alla tutela della riservatezza e al segreto professionale.

Per ora intorno ai nomi dei politici che hanno parlato al telefono con il pusher c’è il massimo riserbo. Ciò che si sa per certo è che i carabinieri hanno documentato la conversazione e forse anche la consegna della cocaina. C’è un altro aspetto che gli investigatori hanno registrato: i contatti non sarebbero stati isolati. Ma nel corso dell’attività di intercettazione i clienti eccellenti hanno contattato più volte il proprio fornitura di fiducia.

Nella rete delle conversazioni “spiate” dai carabinieri, comunque, non compaiono solo i politici come interlocutori dei pusher. Ci sono anche personaggi noti: vip leccesi, imprenditori, professionisti, avvocati. Una varietà di contattati che conferma quanto il consumo di cocaina sia diffuso.

Voci che hanno già provocato una ridda di reazioni che invocano nuovamente (se ne era parlato ampiamente qualche mese fa) il test antidroga per i politici. La prima è proprio colei che qualche mese fa lo invocò attraverso specifiche iniziative in Provincia e al Comune di Lecce, ovvero l’ex sindaco senatrice Adriana Poli Bortone: “Ci complimentiamo con i Ros per l’operazione svolta - afferma la presidente di Io Sud - che rassicura tutti quei cittadini che chiedono sicurezza. In merito alla notizia relativa al coinvolgimento nella vicenda – in qualità di assuntori di cocaina – di un parlamentare e di un amministratore comunale - prosegue la Poli - ribadisco la necessità, per un fatto di trasparenza, di procedere immediatamente con la richiesta che abbiamo fatto in passato, così derisa e così avversata, dei test antidroga per tutti gli amministratori. Noi di Io Sud – continua - lo abbiamo fatto, non ci risulta che altri abbiano inteso farlo. A questo punto bisognerebbe dare delle risposte entro una settimana in consiglio comunale e in consiglio provinciale. I cittadini devono essere tranquilli – conclude la senatrice - sul fatto che chi li rappresenta, dal Comune al Parlamento, sia nella piena funzione delle facoltà mentali”. Grande promotore dei test-anti droga per i politici (fu il primo a farlo qualche mese fa) è poi Wojtek Pankiewicz consigliere comunale del Centro Moderato-Udc, che rinnova il suo invito: “Complimenti ai Ros per la brillantissima operazione - afferma il consigliere - . Apprendo dagli organi di informazione che tra gli assuntori di cocaina ci sarebbero alcuni politici. Sottolineo che il politico che assume decisioni che riguardano i cittadini sotto l’effetto della droga non è lucido e sottolineo pure che il politico che assume droga è ricattabile dal suo fornitore e, quindi, potrebbe non essere libero nelle sue decisioni. Io il 19 maggio scorso – ricorda Pankiewicz - ho fatto al SERT il test antidroga davanti a televisioni e fotografi e il giorno dopo ho reso pubblici gli esiti negativi. Ora anche gli altri amministratori comunali si sottopongano al test. Anzi propongo che le segreterie dei partiti - conclude - non mettano in lista i candidati che non si sottopongano prima al test antidroga. Anche questo è importante per moralizzare la vita pubblica”. Le contestazioni mosse agli arrestati riguardano, infatti, non solo l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga ma anche le estorsioni. In particolare, il sodalizio avrebbe gestito in toto i servizi di guardiania nei locali notturni più alla moda di Lecce e dell’immediato hinterland. I servizi di sicurezza in pub e discoteche, hanno appurato le indagini, erano soggetti a regole ferree, che non consentivano ai gestori dei locali l’utilizzo di uomini e ditte diverse da quelli indicati dal clan.  In alcuni casi le imposizioni avrebbero riguardato anche manifestazioni pubbliche.

L'ombra lunga del malaffare e della criminalità organizzata proiettata sul mondo delle aste giudiziarie per i beni mobiliari e immobiliari del Salento. Quella condotta per due anni dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Lecce, sotto la guida del colonnello Patrizio Vezzoli, e coordinata dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Elsa Valeria Mignone, è un'inchiesta che mette in luce un sistema fatto non solo di aste pilotate e truccate con la copertura di professionisti al di sopra di ogni sospetto, ma anche di connivenze e relazioni tra uomini d'affare e pubblici ufficiali. Sullo sfondo due dei clan storici della Sacra corona unita salentina, quello dei Padovano di Gallipoli e dei Coluccia di Galatina, che avevano incentrato i loro interessi economici proprio sulle aste giudiziarie. Undici le ordinanze di custodia cautelare eseguite dalle fiamme gialle, cinque in carcere e sei agli arresti domiciliari. Quarantuno complessivamente gli indagati (tra cui avvocati e commercialisti) coinvolti nell'operazione denominata "Canasta" e accusati a vario titolo di estorsione, turbativa d'asta, abuso d'ufficio, peculato, corruzione, falsità materiale e ideologica. Nei confronti di sei di loro, per lo più dipendenti di Equitalia (la società incaricata dell'attività di riscossione dei tributi), nei prossimi giorni potrebbero essere adottate misure interdittive tra cui la sospensione dalle loro funzioni o attività lavorative. Due le figure principali al centro dell'inchiesta, quella di Carmelo Tornese, sessantaquattro anni, direttore dell'Istituto vendite giudiziarie (gestito da una società facente capo ai figli), e quella Giancarlo Carrino, quarantanove anni, "faccendiere" originario di Nardò. Il primo avrebbe avuto una sorta di ruolo di factotum nel settore dell'esecuzione mobiliare, mentre Carrino, che si sarebbe in più occasioni attribuito la falsa qualifica di funzionario del Tribunale abilitato, attraverso una "licenza particolare", all'acquisto per conto terzi di beni oggetto della procedure fallimentare, avrebbe gestito il redditizio mondo dell'esecuzioni immobiliari. Sarebbe stato sempre il faccendiere neretino, come evidenziato dalle numerose intercettazioni telefoniche, a gestire in prima persona i rapporti con i fratelli Padovano, Salvatore (alias "Nino bomba") e Rosario. Altro nome di spicco dell'operazione "Canasta", è quello di Ferruccio Piscopiello, amministratore delegato della Seta Eu spa, società mista a capitale prevalentemente pubblico, incaricata del servizio di raccolta e trasporto rifiuti urbani e assimilati in numerosi comuni del basso Salento, tra cui quello di Gallipoli. Secondo l'ipotesi accusatoria Piscopiello si sarebbe appropriato di somme rilevanti (non inferiori a settantamila euro) della società da lui amministrata. Per coprire i presunti ammanchi avrebbe poi creato false fatture di pagamento (intestate ad una società di Carrino) e cartelle esattoriali inesistenti emesse da Equitalia nei confronti della società Seta Eu. Dalla figura di Piscopiello si diramano altri due filoni dell'inchiesta. Il primo coinvolge un altro illustre indagato, Enzo Benvenga, esponente politico (al pari di Sandro Quintana, altro nome finito nell'inchiesta) e consigliere comunale gallipolino (sponda Pdl), che avrebbe ricevuto dall'amministratore delegato della Seta versamenti periodici di denaro (a garanzia degli stessi sarebbe stato emesso un assegno, mai incassato, di 25mila euro), in cambio di "favori" concessi alla sua società. L'altro riguarda le cosiddette fughe di notizie. "L'indagine – si legge nelle oltre duecento pagine dell'ordinanza di applicazione delle misure cautelari emessa dal gip Antonio Del Coco – avrebbe potuto avere ben altri sviluppi se non si fosse verificata una ripetuta fuga di notizie che ne ha, in parte, compromesso l'esito, almeno riguardo alle posizioni di Piscopiello e Benvenga. Infatti, è accertato che gli indagati siano venuti a conoscenza delle investigazioni svolte sia in questo procedimento che in una indagine parallela condotta dal Ros dei Carabinieri". Referente di Piscopiello, seconda l'accusa, sarebbe stato il tenente colonnello dei carabinieri Elio Dell'Anna, comandante della sezione di polizia giudiziaria presso la Procura della repubblica di Lecce. L'ufficiale dell'Arma avrebbe riferito all'amico Piscopiello notizie coperte da segreto istruttorio su alcune indagini svolte su di lui e Carrino. In particolare dell'esistenza di intercettazioni disposte nei loro confronti e della cessazione delle stesse. Stesso ruolo, avrebbe avuto, Fernando Negro, sottufficiale della Guardia di Finanza in servizio presso la sezione di Pg.

«Qualcuno dovrà spiegare a che titolo l’allora assessore provinciale Flavio Fasano era presente a una riunione del Comitato nazionale per l’ordine pubblico convocata a Gallipoli pochi giorni dopo l’omicidio di Nino Padovano. In qualità di avvocato del fratello di Nino, ovvero di Rosario Padovano?». Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, lancia la bomba nel corso della trasmissione televisiva «Talk Sciò», condotta da Giuseppe Vernaleone e trasmessa il 16 novembre 2009 dall’emittente leccese Tele Rama. Occorre svolgere un'attenta verifica sulle collusioni tra mafia ed amministratori locali, ha assicurato Mantovano. Ha anche annunciato accertamenti su quei commercianti che hanno omaggiato il boss ai funerali.

Pronuncia parole dure Alfredo Mantovano, nei confronti dei politici, il sindaco Giuseppe Venneri e l’onorevole Barba, presenti al funerale di Salvatore Padovano: «Come ha insegnato la storia del contrasto alla criminalità va eliminata qualsiasi anche simbolica vicinanza tra il mondo della criminalità organizzata e la società».

Il sottosegretario contesta anche il comportamento dei docenti universitari che hanno partecipato alla presentazione del libro “Da Ciano all’8 settembre”, scritto dall’ex boss e dei giornalisti che hanno favorito interpretazioni fuorvianti sulla «nuova identità» civica che Padovano tentava di costruire di sé.

Mantovano ci ricasca a Cellino San Marco. Egli, come già a Gallipoli si è prodigato ad accusare le comunità locali di collusione mafiosa. Senza citare nè testate, nè nomi, il sottosegretario Alfredo Mantovano il 14 luglio 2010 ha riproposto le accuse di “consenso sociale” alla criminalità, che egli avrebbe colto negli ultimi tempi nel Brindisino. Lo ha già fatto alcuni giorni prima a San Pietro Vernotico sventolando un quotidiano locale (uno solo), che si era occupato dei funerali di Gianluca Saponaro, pregiudicato ucciso il 19 giugno 2010 a Cellino S.Marco. Lo ha rifatto il 14 luglio 2010 a Roma in occasione della presentazione di una ricerca del Cnel sul tema sicurezza.

“C’è un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media”, ha detto Mantovano parlando di alcuni casi che egli ha colto in Puglia, ma soprattutto a Brindisi. A Cellino San Marco infatti, “alcuni giorni fa è stato ucciso un criminale di medio calibro ed al funerale c’era il sindaco e una folla di centinaia di persone e la stampa locale ha definito l’uomo come un benefattore”. Sempre nell’inserto locale di un giornale, ma questa volta di Foggia, ha accusato Mantovano, “è stata poi data grande enfasi alla lettera di un latitante che si presentava come un perseguitato, mentre è stata liquidata in poche righe la riunione tecnica delle forze e dell’ordine e della magistratura a Manfredonia presieduta dal ministro dell’Interno, Maroni”.

Naturalmente, quando è lui ad essere accusato di collusione, lo sdegno è alto.

"Chiedo al presidente della Camera che dica qualcosa di chiaro e definitivo sulla vicenda. Non lo chiedo, anzi lo esigo sulla base della mia storia, sulla vicinanza mia al presidente della Camera e sull'azione che il governo sta facendo contro la criminalità organizzata". Alfredo Mantovano si rivolge direttamente al presidente della Camera per controbattere alle dichiarazioni di Fabio Granata, che ha tirato in ballo la mancata protezione al pentito Gaspare Spatuzza....Così Alfredo Mantovano ad Orvieto (Terni), il 25 luglio 2010.

«Non mi scuso per quello che ho detto e non posso tacere che nel Pdl c’è anche una questione morale»: il vicepresidente della commissione Antimafia, Fabio Granata (Pdl, finiano), ha ribadito così, in un’intervista alla Stampa.

Fabio Granata, il finiano che ha amplificato le tensioni interne alla maggioranza di centrodestra parlando di pezzi di governo che impediscono di raggiungere la verità sulle stragi del '92 e chiama in causa il sottosegretario Alfredo Mantovano per la decisione di negare la protezione al pentito Gaspare Spatuzza.

"Non ho davvero nulla di cui scusarmi - dice - perché le verità che ho detto sono oggettive e sostenibili in qualsiasi sede, anche in quella, se esiste, dei probiviri del Pdl dove La Russa e gli ex amici di An potranno chiedere con forza la mia espulsione e ribadire la loro fraterna solidarietà a Verdini e Cosentino". In serata va al Tg3: "Attaccano me per colpire Fini, sono critiche strumentali". E aveva già detto, nel merito: "La Russa continua a strumentalizzare affermazioni serie ed equilibrate da me portate avanti nel contesto della Commissione Antimafia e che erano riferite all'inopinata negazione da parte della Commissione ministeriale presieduta da Alfredo Mantovano del regime di protezione per Spatuzza, considerato attendibile da ben tre Procure sulla questione delle stragi del '92". E ancora: "Visto che La Russa mi chiede spiegazioni sulle mie affermazioni gli dico anche che io mi riferivo alle decine di esternazioni contro le Procure di Caltanissetta e Palermo colpevoli di cercare irriducibilmente la verità sulle stragi. E, per avere i nomi, La Russa può semplicemente consultare le agenzie di stampa degli ultimi due mesi". Poi torna sul ddl intercettazioni e contesta le attestazioni di stima pronunciate nei confronti di Dell'Utri: "Mi riferisco anche ad un ddl sulle intercettazioni, difeso con forza dal governo in una stesura originale che, per quanto riguarda le intercettazioni telefoniche ambientali, avrebbe indebolito lo strumento più importante per le indagini di mafia, se non fosse intervenuta la nostra volontà radicale di modificarlo. E alle decine di attestazioni di stima e solidarietà, anche da parte di esponenti del governo, dopo una condanna a sette anni a Marcello Dell'Utri per associazione mafiosa e dopo la sua ennesima proclamazione a eroe di un mafioso conclamato come Mangano".

Ma Granata non è solo. L'Udc considera "opportuna una nuova ed urgente audizione" del sottosegretario agli Interni Alfredo mantovano presso la commissione parlamentare Antimafia, a seguito del "grave esposto" al Csm rispetto ai magistrati di Caltanisetta che indagano sulla strage di Via D'Amelio. "L'esposto al Csm - dice il presidente dei senatori dell'Udc e componente della commissione Antimafia Gianpiero D'Alia- contro i magistrati di Caltanissetta ad opera del sottosegretario Mantovano è un atto grave che va condannato e censurato. Esso segue ad un altro atto grave ed inopportuno e cioè il diniego del programma di protezione al pentito Gaspare Spatuzza, provvedimento che rischia di compromettere l'inchiesta nissena sulle stragi, condotta con serietà dalla competente procura della Repubblica.

Dalla stampa nazionale un resoconto locale su quella parte politica che accusa gli avversari di immoralità e disonestà. Nel mare magnum delle malefatte pugliesi finisce nei guai un altro delfino del noto politico che invita ad andare a farsi fottere chi non la pensa come lui. Dopo l’arresto del suo braccio destro nonché vicepresidente della giunta regionale Sandro Frisullo (storie di escort e non solo); dopo le dimissioni dell’indagato segretario organizzativo del Pd, Michele Mazzarano, suo fedelissimo nel Salento (in rapporti con l’imprenditore Tarantini, quello della D’Addario a Palazzo Grazioli); dopo il coinvolgimento nelle inchieste baresi del suo amico-factotum Roberto De Angelis (quello degli incontri fra D’Alema e Tarantini); dopo l’iscrizione sul registro degli indagati dell’imprenditore Enrico Intini, suo intimo amico (nel medesimo filone sesso-sanitario); dopo tutte queste faccende disgraziate, insomma, un altro pesce pregiato del branco dalemiano finisce nella rete giudiziaria.

All’alba del 18 maggio 2010 il Ros di Lecce ha infatti bussato alla porta di Flavio Fasano, ex sindaco di Gallipoli, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici, da sempre uomo-ombra del Líder Maximo. I carabinieri gli hanno notificato copia di un’ordinanza d’arresto a suo carico, al pari di altri quattro coindagati, con accuse che spaziano dal concorso in «turbata libertà degli incanti e violazione del segreto d’ufficio», al «falso per induzione in errore determinato dall’altrui inganno», dalla «corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio» all’«abuso d’ufficio». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, basata essenzialmente su alcune microspie piazzate nello studio legale di Fasano, il referente di D’Alema nel collegio ionico sarebbe stato il protagonista di conclamate irregolarità nella gestione degli appalti (cartellonistica pubblicitaria, costruzione del nuovo istituto nautico e del campus universitario), nella nomina di dirigenti di enti locali, nell’assunzione di personale da inserire nelle ditte vincitrici delle gare, nell’ottenere denaro per il Pd come corrispettivo ai favori prestati.

Il filone appalti nasce da una costola dell’inchiesta «Galatea» collegata all’omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario che appena tre giorni dopo l’omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l’ex sindaco Fasano (in passato era stato suo avvocato) mentre riceveva consigli su come muoversi e su cosa dire. Nelle telefonate vennero fuori anche dettagli inediti – per gli inquirenti - sul delitto. In quel primo troncone d’indagine si faceva anche riferimento al progetto del boss Rosario Padovano di far fuori un altro ex sindaco di Gallipoli, attuale parlamentare del Pdl, Vincenzo Barba. Indagato per gli appalti, nel mirino per i rapporti col boss, l’amico del cuore di D’Alema aveva pensato bene di rinunciare a candidarsi alle ultime regionali. Non è bastato: l’hanno arrestato.

L’ex vice presidente della Regione Puglia, Sandro Frisullo (Pd), assieme all’imprenditore Gianpaolo Tarantini, è stato l’organizzatore del sodalizio criminale per aver offerto «copertura politica» alle «spregiudicate operazioni imprenditoriali dei fratelli Tarantini» ai quali ha garantito appoggio per la gestione degli affari illeciti nella Asl di Lecce. Lo scrive il tribunale del Riesame di Bari nelle 63 pagine delle motivazioni del provvedimento con cui, l’8 aprile 2010, ha concesso gli arresti domiciliari a Frisullo, condotto in carcere il 18 marzo con le accuse di associazione per delinquere e turbativa d’asta. Frisullo è indagato a piede libero per corruzione per aver intascato tangenti per 200-250 mila euro da Tarantini per fargli vincere appalti per 5 milioni di euro nella Asl salentina.

Secondo i giudici, su Frisullo la valutazione processuale da fare è quella della sua «indubbia pericolosità sociale» perché potrebbe reiterare delitti della stessa specie, anche se viene escluso che egli possa inquinare le prove che gli inquirenti stanno continuando a raccogliere. Tra le prove ancora da raccogliere, oltre agli accertamenti patrimoniali in corso, c’è il contenuto di un’intercettazione telefonica del 25 novembre 2008. Frisullo raggiunge in auto una stazione di carburanti del Salento dove incontra l’imprenditore Giancarlo Mazzotta. Questi - scrivono i giudici - viene sorpreso nel corso dell’intercettazione "a cornetta aperta" mentre versa a Frisullo «somme in danaro».

Nell’atto del tribunale è riportato uno stralcio della conversazione intercettata in cui Mazzotta dice a Frisullo: «...ehhh... in tutto sono 150... documenti...». I giudici hanno condiviso il ragionamento del gip Sergio Di Paola che ha ritenuto di non dover contestare, per motivi tecnico-giuridici, a Frisullo il reato di corruzione (poiché egli non ha compiuto atti del proprio ufficio), ma sostengono che «la copertura politica» offerta da Frisullo a Tarantini è stata «lautamente remunerata» all’uomo politico, tanto che questi era «"sul libro-paga" del Tarantini». Nelle motivazioni il tribunale definisce le dichiarazioni di Tarantini, che da tempo collabora con gli inquirenti assieme al fratello Claudio, apprezzabili per la «complessiva spontaneità, linearità, genuinità e coerenza».

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=13193

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php/cronaca/10532-canasta-tra-i-40-indagati-quintana-benvenga-e-insospettabili

http://www.ilgiornale.it/interni/arrestato_altro_fedelissimo_dalema/18-05-2010/articolo-id=446124-page=0-comments=1

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2010/3-maggio-2010/riesame-frisullo-offriva-coperture-politiche-operazioni-tarantini-1602950536558.shtml


CONCORSOPOLI A LECCE

ACCESSO ALL'AVVOCATURA

Antonio Giangrande, dal 1998, entrato nell'ambiente come praticante avvocato, denuncia pubblicamente i concorsi pubblici truccati, lo sfruttamento dei praticanti, gli insabbiamenti delle denunce e l'impedimento al gratuito patrocinio: da allora non lo abilitano alla professione di avvocato.

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI

RISULTATO: LETTERA MORTA

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SIG. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI

 

E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA

Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.

Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996

Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;

autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;

ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;

da 11 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.

PREMESSO CHE

il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;

il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;

il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;

il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;

l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;

il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;

il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:

Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;

Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);

Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);

Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);

Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);

Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);

Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);

Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;

Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);

Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.

RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.

DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?! 

Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.

Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.

Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.

Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.

Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.

Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.

Dr Antonio Giangrande


CONCORSOPOLI A LECCE

ACCESSO ALL'AVVOCATURA

Antonio Giangrande, dal 1998, entrato nell'ambiente come praticante avvocato, denuncia pubblicamente i concorsi pubblici truccati, lo sfruttamento dei praticanti, gli insabbiamenti delle denunce e l'impedimento al gratuito patrocinio: da allora non lo abilitano alla professione di avvocato.

Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie ha chiesto agli organi competenti un’ispezione ministeriale per verificare la qualità dei suoi manoscritti resi negli anni agli esami di avvocato, depositati presso la Corte di Appello di Lecce. Tutto lettera morta.

Questo non per rendere giudizi abilitativi, che sono prettamente del Tar, ma per dimostrare che sono in essere atti di stillicidio dei pareri legali tesi a danneggiarlo: impedirgli lo svolgimento della professione, condannandolo all’indigenza, e ledere la sua reputazione.

“Il mio valore l’ho dimostrato scrivendo “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, letto in tutta Italia – dice Giangrande- Per non essere schierato a sinistra e per aver denunciato abusi e omissioni dei magistrati e degli avvocati, sono sottoposto a continue ritorsioni. Dal 1998 partecipo al concorso di avvocato. Regolarmente bocciato per aver denunciato, inascoltato, nelle sedi istituzionali i trucchi e le irregolarità dell’abilitazione forense, oltre che lo sfruttamento dei praticanti, con la conseguente evasione fiscale e contributiva. Sono processato a Potenza per aver riportato gli atti ufficiali riguardanti gli insabbiamenti della procura di Taranto. Potenza, foro che è rimasto inattivo sulle mie denunce, anche quando la Procura di Taranto ha archiviato una denuncia, in cui essa stessa era accusata di aver commesso reato.

Ai miei denigratori dico: inutile negare l’evidenza.

Come si ottiene l’abilitazione di avvocato?

Con i soldi per andare in Spagna o per ricorrere al Tar;

Con il nome e le conoscenze per essere aiutati;

Con molta fortuna.

La competenza ? Un optional. Lo stato della giustizia in Italia ne è prova.

  •  La via spagnola è una via semplice ed efficace per essere avvocato senza sostenere alcun esame di abilitazione. Basta sostenere gli oneri di trasferta e permanenza. Si diventa abogado in Spagna e quindi, avvocato in Italia. Per diventare avvocato in Spagna senza esame di abilitazione è stato possibile fino al 2011: a partire da questa data, anche in Spagna vi è l’esame di abilitazione.

  •  Superare l’esame di abilitazione: truccato, truccabile, comunque palesemente irregolare. Come ogni anno, ai primi di dicembre, migliaia di aspiranti avvocati si presentano all'esame scritto, che si tiene presso tutte le Corti d'Appello d'Italia. Le Commissioni d'esame sono composte da Magistrati, Professori Universitari e Avvocati. Con la riforma del 2003 sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, minando, di fatto, il loro prestigio. Le commissioni locali faranno gli orali e vigileranno sullo scritto, mentre gli elaborati saranno corretti da altre commissioni estratti a sorte. E' un duro colpo alla credibilità dei commissari locali. Comunque tutto ciò non basta a dissipare i dubbi sulla regolarità dei concorsi pubblici. L’Associazione Contro Tutte Le Mafie sul suo portale www.controtuttelemafie.it , link giustizia e istruzione, riporta le inchieste svolte e le interviste rese. Pareri legali dettati ai candidati dagli stessi commissari o dai genitori sui palmari. Pareri resi su tracce già conosciute perché pubblicate su internet o perché le buste sono aperte ore dopo rispetto ad altre sedi, dando il tempo ai candidati di farsi passare il parere sui cellulari. Pareri di 5 o 6 pagine non letti e corretti, ma falsamente dichiarati tali in soli 3 minuti, nonostante vi fosse l’onere dell’apertura di 2 buste, della lettura, della correzione, del giudizio, della motivazione e della verbalizzazione. Il tutto fatto da commissioni illegittime, perché mancanti dei componenti necessari, o reso con giudizi nulli, perché mancanti di glosse, correzioni e motivazioni. I TAR sono inondati da contestazioni di valutazione, soprattutto quando l’interessato/a ha allegato al suo ricorso copie di elaborati di altri candidati (ictu oculi) di eguale valore e dichiarati idonei rispetto ai propri elaborati, o quando il giudice amministrativo prende atto che le valutazioni delle commissioni esaminatrici sono irragionevoli e/o infarcite di errori di fatto in quanto fondate su presupposti palesemente erronei. Il tutto giudicato da commissioni che limitano l’accesso e da commissari abilitati alla professione con lo stesso sistema truccato. Non è da trascurare il velato impedimento al ricorso al Tar rispetto alla successiva sessione annuale, nel ritardare la correzione, resa in estate, o la consegna delle copie dei compiti, consegnati molti giorni dopo la richiesta.

  •  Superare l’esame, pur essendo stati dichiarati non idonei. Basta avere un padre avvocato o tanto denaro da sostenere il ricorso al Tar e foraggiare gli avvocati, che, anziché cambiare le cose, sfruttano la situazione. La legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115 (meglio noto come “decreto legge omnibus”), contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). La legge interviene in sostanza sulle modalità di svolgimento degli esami, stabilendo  che “conseguono a ogni effetto l’abilitazione professionale i candidati in possesso dei titoli per partecipare al concorso, che abbiano superato le prove d’esame scritte e orali previste dal bando, anche se l’ammissione alle medesime o la ripetizione della valutazione da parte della commissione sia stata operata a seguito di provvedimenti  giurisdizionali o di  autotutela”. Va in soffitta la sentenza 11750/2004 delle sezioni unite civili della Cassazione secondo la quale “il candidato agli esami di avvocato che abbia ottenuto in via d'urgenza dal Tar l'autorizzazione a sostenere le prove orali e che le abbia superate, non può iscriversi con riserva all'albo degli avvocati”. Insomma: il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. La nuova norma imporrà al ministro della Giustizia di dare istruzioni all’Avvocatura dello Stato di rinuncia all’azione davanti alla Giustizia amministrativa nei casi in cui i candidati abbiano ottenuto l’iscrizione con riserva nell’Albo, dopo aver superato le prove orali dell’esame di Stato anche a seguito di provvedimenti cautelari dei Tar e del Consiglio di Stato. Il terzo comma dell’articolo 4 della legge n. 168/2005 non ammette interpretazioni diverse. L’iscrizione temporanea in sostanza diventa definitiva, anche perché di fatto la nuova legge suggerisce che la prova orale (positiva) abbia assorbito quella scritta (superata e fulminata dalle ordinanze dei Tar e del Consiglio di Stato).

Da quanto emerge dal sistema concorsuale forense, vi è una certa similitudine con il sistema concorsuale notarile e quello giudiziario e quello accademico.

Certo è che se nulla hanno smosso le denunce del Ministro dell’Istruzione, Maria Grazia Gelmini, che nel 2001 è stata costretta a trasferirsi da Brescia a Reggio Calabria per poter superare l’esame, e dallo stesso Sottosegretario al Ministero degli Interni, Alfredo Mantovano, che nel 2008 ha anche presentato un'interrogazione parlamentare, così come hanno fatto altri suoi colleghi parlamentari, le centinaia di denunce presentate in tutta Italia dal Presidente Dr Antonio Giangrande contro i concorsi truccati, sono destinate a regolare insabbiamento, con la conseguenza di inimicarsi tutto il sistema e con l'effetto di subire atti ritorsivi: anni di partecipazione agli esami e processi per aver denunciato verità innegabili.

“Gli Intoccabili”, una meritoria inchiesta di Antonio Galdo su “Panorama” e altri libri tematici, come “La Casta” dei politici, “L’Altra Casta” dei sindacati, "L'Ultra Casta" dei magistrati, “La Casta dei Giornali” e "La Casta stampata" dei giornali, ecc. hanno fatto la radiografia del “SISTEMA ITALIA”. Gli intoccabili della società italiana. Caste e lobby che con sopraffazione ed omertà e con il privilegio dell’impunità costringono il popolo italiano a subire ed a tacere.

Se molti giovani avvocati rammentano De Magistris anche se non l’hanno mai incontrato, è per via della sua inchiesta su presunte irregolarità negli esami di avvocato a Catanzaro del 2000. Più che presunte, le irregolarità erano certe: risultò evidente, su 2.301 partecipanti all'esame, che 2.295 avevano copiato. Il problema è che De Magistris, pur indagando praticamente tutti i 2.295 candidati, non ebbe modo di dimostrarlo: il procedimento finì in nulla. I temi erano così identici l’uno all’altro che moltissimi riportavano la parola «precisamente» corretta con una barretta sulla «p» iniziale: «recisamente». Come se qualcuno si fosse corretto dettando la giusta soluzione del tema. La grande difficoltà era sui numeri: già è difficile processare un imputato, in Italia. Figuratevi 2.295.

I giovani magistrati protagonisti dell’indagine, Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli e in seguito divenuto europarlamentare) e Federica Baccaglini (poi trasferita a Padova), una soluzione l’avevano individuata: un bel decreto penale. Cioè una sentenza che colpisse gli imputati (diventati man mano 2.585 compresi i commissari di esame, avvocati, magistrati e professori universitari) almeno con una multa di 3 milioni e mezzo di lire ciascuno. Ipotesi respinta dal capo dell’ufficio Gip Antonio Baudi: troppo poco. Bene, rispose il pm delegato al caso, appena gli fu possibile riprendere la palla in mano (dopo mesi e mesi perduti): raddoppiamo a 7 milioni e mezzo. Troppi, rispose questa volta Baudi rimandando tutto indietro.

E via così, col processo che veniva spostato a Messina perché c’entravano altri magistrati e poi tornava a Catanzaro e poi si infognava in 2.585 pratiche e 2.585 ricorsi e 2.585 cavilli e 2.585 eccezioni... E intanto passavano le settimane, i mesi, gli anni... Ed eccoli là, senza vergogna: tutti immacolati a difendere qualcuno che sarà condannato per molto meno o a fregiarsi del titolo a dispetto di chi, meno furbo o fortunato, non riesce ad abilitarsi. Ma così fan tutti... O no?

L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati.

In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

Da più parti si presentano pseude riforme di accesso alla professione. Limitazione degli accessi o della ripresentazione agli esami. I proponenti spiegano: troppi avvocati. Nel “libero mercato” vogliono rimanere da soli, loro e i loro figli !!”

IMPEDIMENTO ALL'ACCESSO AL GRATUITO PATROCINIO PRESSO IL TAR PER LE VITTIME DI UN CONCORSO TRUCCATO

La Commissione di Lecce, presso il Tar, ha rilevato una mancanza di fumus, con un improprio e sommario giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili, riconosciuti meritevoli dalla giurisprudenza.

La Commissione di Lecce, composta da magistrati del TAR, ha deciso il diniego, inibendo il proseguo presso l'ufficio del ricorso principale, dall'esito scontato.

Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendogli, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.

CRITERI DI VALUTAZIONE

VIOLAZIONE DEI CRITERI. NULLITA' OGGETTIVE: COMPONENTE MANCANTE (PROFESSORE UNIVERSITARIO) E TEMPO INSUFFICIENTE (180 MINUTI PER APRIRE 60 BUSTE E LEGGERE 30 COMPITI DI ALMENO 4 PAGINE, OLTRE CHE PER CONSULTARSI E ESTENDERE IL GIUDIZIO)

DOMANDA LEGITTIMA DEL 8 LUGLIO 2009

DINIEGO ILLEGITTIMO DEL 7 AGOSTO 2009

DATA DI RICEZIONE

L'anno successivo, 2011, si presenta il ricorso al TAR senza gratuito patrocinio adducendo motivazioni per le quali vi era stato diniego per il sottoscritto, mentre vi era stato accoglimento per altri.

1.     Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

2.     Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

3.     Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

4.     Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

5.     Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

6.     Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale e si contesta contestualmente l’assenza del presidente della Iª sottocommissione di Palermo.

7.     Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

8.     Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, Avv. Antonio De Giorgi, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Nomina vietata dalle norme.

BENE. NON VI E' STATA SOSPENSIVA, IN QUANTO ANCORA UNA VOLTA NON VI E' FONDATEZZA DELLE RAGIONI.

A Lecce si deve subire e si deve tacere. Potenza agevola. Processato per diffamazione a mezzo stampa il presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”, perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) riporta le prove che nel distretto di Lecce, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti.

Si apre a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.

L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un sostituto procuratore della Repubblica di Taranto, poi passato alla procura di Lecce, perché la Gazzetta del Sud Africa ha pubblicato un articolo contenente le motivazioni del Sostituto Procuratore, Alessio Coccioli, allegate alla sua richiesta di archiviazione di una denuncia.

La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia su Distretto di Lecce, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.

I dati ufficiali: Denunce penali presentate.

Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.

Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.

Nella stessa città di Manduria è legale che l’Ufficio Protocollo rilasci una ricevuta degli atti consegnati, mancante di nome e firma del ricevente e del numero di ruolo, come è legale che a vincere il concorso di Comandante dei Vigili Urbani, sia stato, in palese conflitto di interesse, in qualità di dirigente dell’Ufficio del Personale e Comandante pro tempore, colui il quale ha indetto e regolato lo stesso concorso, ricoprendo le stesse funzioni in attesa della sua nomina, i cui commissari d’esame erano persone con cui già collaborava, quale il Vice Questore, un suo collega Vigile Urbano, Comandante di Brindisi, e il Commissario Prefettizio, in quel periodo Sindaco pro tempore di Manduria.

La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.

Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.

Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.

La denuncia è stata presentata da un magistrato, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero di farlo condannare per diffamazione per aver pubblicato le inchieste sulle consulenze o perizie false; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.

Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti, rimaste lettera morta.

Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.

Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. La procura di Taranto, investita per competenza, ha reiterato il sequestro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro il Giudice di Milano, Clementina Forleo, e alla pagina di Taranto, le prove sugli insabbiamenti della Procura locale.

Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro il giudice di Manduria, che condanna sempre quando il Giangrande o un suo assistito è imputato, ovvero assolve sempre quando il Giangrande o un suo assistito è persona offesa. Questo sempre in contrasto alle prove acquisite.

Il processo si apre a Potenza, dove si è costretti a presentare istanza di ammissione al gratuito patrocinio, a causa dell’indigenza procurata dalle ritorsioni del sistema di potere, che impedisce l’esercizio di qualsivoglia attività professionale. Situazione che non assicura una adeguata difesa.

Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere, per sè e per gli altri.

DR ANTONIO GIANGRANDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE

ACCESSO ALL'ACCADEMIA BELLE ARTI

«PARENTOPOLI IN ACCADEMIA BELLE ARTI DI LECCE»

Dall'indagine dell'Alto Commissario anticorruzione emergono irregolarità nel reclutamento dei docenti (30% dei vincitori è legato da vincoli di parentela) e nella gestione delle risorse finanziarie Ue

Irregolarità nella composizione delle commissioni esaminatrici con il 30% dei vincitori risultato legato da vincoli di parentela, affinità o coniugio con docenti di ruolo dell’Accademia di Belle Arti di Lecce.

È uno dei risultati dell’indagine dell’Alto Commissario anticorruzione sull’Istituzione culturale salentina, svolta sulle procedure di reclutamento del personale docente da assumere a tempo determinato, a copertura di posti vacanti nelle materie aggiuntive e/o sperimentali, nonché sulla gestione delle risorse finanziarie comunitarie attribuite all’Istituto nell’ambito del PON 2000/2006.

Quanto ai fondi comunitari, è stata rilevata una scarsa pubblicità, all’interno dell’Istituto, delle opportunità offerte dai bandi. Ciò ha reso, di fatto, possibile la presentazione di progetti solo ad un ristretto nucleo di persone. In particolare per il progetto «Salento Sud Est» (nell’ambito del PON 2000- 2006), è stato rilevato il mancato rispetto della proporzione, fissata dalla Commissione ministeriale di orientamento, tra le risorse da destinare al conseguimento dell’obiettivo e quelle da dedicare alle attività di direzione e coordinamento. Inoltre, seco0ndo l’indagine dell’Alto commissario Anticorruzione, sono stati attivati insegnamenti in cui il rapporto ore/studenti appare incongruente (100/1).

Il risultato delle indagini è stato trasmesso al Ministro dell’Università e della Ricerca, alla Procura della Repubblica di Lecce, alla Procura regionale della Corte dei conti.

A tal proposito, il ministero dell’Università e della Ricerca, «in relazione alle notizie giunte dall’Accademia di Belle Arti di Lecce», comunica di «aver inviato alla Procura della Repubblica di Lecce la relazione dell’Alto Commissario Anticorruzione, Achille Serra, nonché gli ulteriori atti richiesti al Commissario dal Ministero relativi all’indagine svolta». Il Ministero, inoltre, «ha incaricato la Direzione competente di ulteriori accertamenti anche in riferimento alla precisa posizione degli organi coinvolti e attende l’esito di tali accertamenti per le decisioni necessarie».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDNotizia=192809&IDCategoria=11


MALAGIUSTIZIOPOLI

Clamoroso su il Paese Nuovo del 16 Giugno 2011.

Basile, magistrati denunciati per omissione atti ufficio

I due magistrati leccesi che hanno condotto le indagini sull'omicidio di Peppino Basile (ex consigliere provinciale di Idv di Lecce assassinato ad Ugento tra il 14 e il 15 giugno 2008), Giovanni De Palma e Simona Filoni, sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Potenza per omissione d'atti d'ufficio. L'esposto è stato presentato dagli avvocati dei due Vittorio Luigi Colitti, nonno e nipote di 68 e 21 anni, ritenuti dagli inquirenti responsabili della morte del politico ugentino. Colitti junior a dicembre è stato assolto dall'accusa di omicidio ma la Procura ha proposto appello contro la sentenza, il processo a carico del nonno, invece, inizierà il 6 ottobre davanti alla Corte d'assise di Lecce. La denuncia, firmata dagli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray e inoltrata anche alla Procura generale presso la Corte di Cassazione e alla Procura generale di Lecce, si basa sulle presunte omissioni nelle indagini sul delitto, legate all'esistenza di una serie di lettere tra Giovanni Vaccaro e Giorgio Pio Bove, che indicherebbero una pista alternativa per spiegare la morte di Basile. Una pista che inizialmente era stata presa in considerazione dalla Procura ordinaria e da quella dei minori, ma poi fu bollata come inconsistente dai magistrati, che individuarono in antichi rancori tra vicini il movente del delitto e nei due Colitti gli assassini. A spingere verso una diversa considerazione dei fatti fu proprio Giovanni Vaccaro, ex collaboratore di giustizia che si accusò anche dell'omicidio del boss di Gallipoli Salvatore Padovano e fu poi smentito dal vero esecutore. Vaccaro disse agli investigatori di avere chiesto a Bove di dare una lezione a Basile, dal momento che il politico sembrava intenzionato a tirare fuori uno scandalo che avrebbe danneggiato un imprenditore suo amico. Tale ricostruzione, però, non trovò mai fondamento, Bove negò decisamente di avere assoldato due persone per dare una lezione all'esponente di Idv e anche lo stesso Vaccaro, dopo alcuni mesi, cambiò versione. Tuttavia tra i due, entrambi detenuti, è intercorsa una fitta corrispondenza, che secondo i legali dei Colitti, dimostrerebbe il fatto che i due uomini erano a conoscenza di quanto accaduto ad Ugento nella notte del 14 giugno. Ciò che gli avvocati contestano è che tali lettere, di cui la Procura era in possesso, non siano state inserite nei fascicoli messi a disposizione dei vari giudici che hanno vagliato le posizioni dei presunti assassini. Una mancanza significativa, secondo gli avvocati Conte e Bray, che non avrebbe consentito ai magistrati di vagliare adeguatamente una pista alternativa 

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

Quando la legge non è uguale per tutti.

Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia da parte dei denuncianti !!!!

Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.

L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia.

Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.

L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari verso alcuni organi di stampa".

IL LEGALE DEL MAGISTRATO: DENUNCIA INFONDATA.

L'avvocato Gorini riferisce che il Gip di Potenza, su richiesta del pm e nonostante l’opposizione della difesa del ministro, “ha ritenuto quest’ultimo non legittimato a proporre opposizione non essendo persona offesa dal reato e, nel merito, ha escluso la sussistenza del reato di violazione del segreto di ufficio, in quanto quasi tutte le notizie oggetto di pubblicazione non erano coperte da alcun segreto e, limitatamente ad un’unica notizia illecitamente divulgata, ha escluso ogni e qualsiasi coinvolgimento di Dinapoli e degli altri pm denunziati rigettando le richieste di ulteriori indagini sollecitate dal denunciante”. L'avvocato Gorini riferisce, inoltre,che Fitto “aveva presentato molteplici esposti diretti a varie autorità, nei confronti dei magistrati in servizio presso la Procura di Bari, tra cui il dott. Dinapoli, che lo avevano inquisito”. “Nel marzo 2009 aveva anche ottenuto dal ministro della giustizia l’apertura di una inchiesta amministrativa sull'operato dei predetti magistrati con l’invio a Bari di un gruppo di ispettori, fra cui il vicecapo dell’ispettorato generale”. Gorini rileva, inoltre, che nessun rilievo formale è stato mai fatto dal ministro della giustizia in seguito a quella ispezione nè nei confronti di Dinapoli nè degli altri magistrati. Nel maggio 2009 il tribunale civile di Lecce aveva rigettato una richiesta di risarcimento danni (per un milione di euro) proposta da Fitto sempre nei confronti di Dinapoli, per il contenuto dell’intervista rilasciata dal magistrato al quotidiano 'la Repubblica'. Il Tribunale aveva ritenuto “del tutto infondata” la richiesta e condannato Fitto al pagamento delle spese processuali.

LEGALE MINISTRO: MURO GOMMA.

"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”. “In merito poi alla richiesta di risarcimento danni avanzata da Raffaele Fitto al Tribunale di Lecce per l’intervista al dott. Marco Dinapoli pubblicata il 22 giugno 2006 da 'Repubblica' - prosegue Sisto – va precisato che, singolarmente, nel corso dell’istruttoria di quel processo, il giornale non fu in grado di provare la genuinità dell’intervista, assumendosene conseguentemente tutta la responsabilità e liberando il dott. Dinapoli da ogni onere; il Tribunale di Lecce, quindi, non solo non ha rigettato la richiesta di Raffaele Fitto, ma, piuttosto, il 16 maggio 2009, l’ha accolta, condannando 'La Repubblica', a risarcire a Raffaele Fitto 63 mila euro, ritenendo diffamatorio il contenuto dell’intervista stessa”.

Lecce come Potenza.

La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.

“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.

In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.

Inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati.

Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, dei senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.

Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".

Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un'intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un'indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un'indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".

Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano per ciò che mi concerne intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla, vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m.. E potrei continuare".

"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".

"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".

Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.

«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»

Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.

Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.

«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»

''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.

“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.

«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»

Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.

Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.

Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE TOTALE AUTORI IGNOTI AUTORI NOTI
  2.456.887 1.840.209 616.678
TOTALE CONDANNE ITALIA 198.263    
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 8%    
       
DENUNCE PUGLIA      
Foggia 24.368 15.643 8.725
Bari 61.003 44.814 16.189
Taranto 19.333 13.419 5.914
Brindisi 16.538 11.621 4.917
Lecce 28.202 20.373 7.829
Totale 149.444 105.870 43.574
       
CONDANNE PUGLIA      
Foggia 1.923    
Bari 5.639    
Taranto 5.513    
Brindisi 2.348    
Lecce 2.113    
Totale 17.536    
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 11%    

Ma non c'è solo questo.

Se si trattava degli amici, la giustizia a Taranto poteva diventare strabica. E all'occorrenza anche cieca. Da questa accusa ora dovranno difendersi due alti magistrati, sospettati di aver pilotato alcuni procedimenti, approfittando del loro ruolo. Si trascina dietro una carica dirompente l'indagine condotta dai giudici di Potenza sul conto di toghe sino a poco tempo fa adagiate su poltrone strategiche del palazzo di giustizia ionico.

I pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito hanno messo sotto inchiesta l'ex procuratore capo di Taranto Aldo Petrucci, poi alla guida della procura minorile di Lecce, e l'ex coordinatore dell'ufficio gip-gup Giuseppe Tommasino. Nello scottante caso è coinvolto anche l'avvocato Leonardo Conserva, ex sindaco di Martina Franca. Gravi le imputazioni contenute nelle informazioni di garanzia, con le quali gli inquirenti hanno concluso la loro attività. I pm lavorano sull'ipotesi di concorso in corruzione in atti giudiziari ma Petrucci, ora procuratore minorile a Lecce, deve difendersi anche dall'accusa di peculato per le tante telefonate private fatte dagli apparecchi di servizio. Su Tommasino, inoltre, aleggia la contestazione di rivelazione di segreto d'ufficio.

L'inchiesta ruota proprio sul rapporto stabilito tra le due toghe, piazzate a Taranto a presidio di snodi obbligati delle inchieste. Da quelle postazioni, sostengono i pm lucani, Petrucci e Tommasino si sarebbero scambiati favori a ripetizione sviando l'attività giudiziaria. Tutto ha preso il via da una segnalazione alla procura di Potenza, competente ad indagare sui magistrati ionici. L'attività delegata ai carabinieri ha rivelato più di una sorpresa, saltate fuori da diverse testimonianze e acquisizioni documentali. Così si sono fatti largo i sospetti su quel binomio in grado di gestire il destino dei fascicoli, spedendo in archivio quelli "sgraditi". Tra i presunti beneficiari l'ex primo cittadino di Martina, Leonardo Conserva. Il procuratore Petrucci, a parere dei pm potentini, si sarebbe assegnato un procedimento sul conto del sindaco. Le indagini sarebbero state condotte in maniera poco approfondita spianando la strada all'archiviazione, firmata puntualmente dal gip Tommasino. Ma tra sindaco e procuratore sarebbe nata una vera amicizia, tradotta dai pm nell'accusa di corruzione, in virtù delle consulenze comunali, per un valore di 283.000 euro, dirottate da Conserva verso lo studio legale in cui lavora la figlia del magistrato.

Quello che riguarda il sindaco di Martina, però, è solo uno dei capitoli del rimpallo di favori che si sostiene si sia sviluppato tra il terzo piano del Tribunale, dove c'è l'ufficio del procuratore, e il pianterreno dove si trova quello del capo dei gip. Lo stesso Tommasino, oggi in aspettativa perché componente della commissione per il concorso di notaio, sarebbe stato graziato da Petrucci. Era finito nei guai nel 2004 dopo una clamorosa indiscrezione. Un imprenditore, coinvolto nello scandalo sanitopoli, aveva saputo in anticipo del suo imminente arresto per una storia di forniture pagate a peso d'oro. Quella fuga di notizie aveva mandato su tutte le furie il pm titolare dell'inchiesta, che aveva preteso un'indagine interna. Seguendo le tracce nel sistema informatico del Tribunale si era risaliti al desk dal quale era stato violato il registro generale. Era la scrivania di un cancelliere che non aveva esitato a puntare il dito contro Tommasino.

A quel punto sarebbe intervenuto il procuratore capo che, dopo essersi assegnato l'indagine, aveva iscritto sul registro degli indagati solo il cancelliere, poi scagionato, insabbiando la posizione dell´amico gip. A distanza di anni, però, ci ha pensato la procura di Potenza a risistemare i pezzi del puzzle incriminando l'ex capo dei gip. Dopo quella ciambella di salvataggio, Tommasino avrebbe ricambiato il favore. Nel giugno del 2006 sul suo tavolo arrivò la richiesta di rinvio a giudizio per una banda accusata di rapine. Anche in questo caso sarebbe scattata l'intesa. Dal procedimento venne estromesso, con sentenza di non luogo a procedere poi annullata in Cassazione, un giovane tarantino. Quell'uomo era il marito di una conoscente del procuratore e per questo a Tommasino avrebbe chiuso un occhio. Ora i due magistrati hanno a disposizione venti giorni per farsi interrogare, nel tentativo di allontanare l'accusa di aver degradato la giustizia ad un affare tra amici.

In data 13 aprile 2011 arriva dal dr Giuseppe Tommasino una richiesta di rettifica all’articolo di cui sopra a firma di Mario Diliberto - Repubblica del 22 febbraio 2009.

Richiesta aggiornamento: «Lei è contro tutte le mafie? Onestamente non credo visto che esercita la sua attività di blogger con modalità discutibili. La invito a prendere atto che sono stato assolto con ampia formula e su richiesta del PM. di udienza in data 17 maggio 2011 dopo aver combattuto strenuamente. Un dossier a firma è anche a sua disposizione, così si chiarirà le idee». Giuseppe Tommasino

Prontamente si è riportata la richiesta di rettifica e non è certo il tono usato che può sminuire quello che io faccio per la società. Sicuramente non si conosce quello che noi facciamo e chi noi siamo. Non si conosce il mio libro, lo spot nazionale antiracket ed antiusura, il film, la nostra web tv di promozione del territorio, i nostri siti d'inchiesta o il nostro movimento politico. Tutto questo senza aver vinto alcun concorso pubblico che possa contenerci o darci l’appoggio o il potere istituzionale. L’aggiornamento avviene prontamente non per timore, ma perché devo essere grato al dr. Tommasino per aver ricevuto solo un’intimazione e non direttamente una ritorsione come hanno fatto i suoi colleghi, tanto da dover presentare istanza di rimessione per legittimo sospetto, che i processi a mio carico a Taranto, artatamente formati, possano essere inficiati da inimicizia e pregiudizio. Preme precisare, però, ad un valido tecnico di discipline giuridiche come è il dr. Tommasino che il nostro non è un blog. Un blog è un sito, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l'autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale elettronico come immagini o video. Il definirmi blogger per molti è l’intento diffamatorio per denigrare il mio operato e su questo si montano dei processi. Peccato però che gli innumerevoli detrattori devono mettersi in fila e aspettare il proprio turno per colpirmi, essendo in molti, in quanto le nostre inchieste coprono l’intero territorio nazionale. Il nostro, peccato per loro, è un vero portale d’inchiesta letto in tutto il mondo. Strumento con cui si esercita il sacrosanto diritto di critica e di informazione, di cui all’art. 21 della Costituzione. Portale dove la cronaca diventa storia attingendo da fonti pubbliche. I dati riportati sono pubblici e si basano su: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti. In ossequio al dettato della Suprema Corte. Non è nostra intenzione danneggiare o favorire alcuno. Le nostre inchieste non riportano alcun nostro commento: bastano ed avanzano quelli dei redattori degli articoli di stampa. L’inchiesta citata dal dr Tommasino è inserita in un più ampio spettro di fatti e circostanze che minano la credibilità del sistema giustizia. L’abitudine all’omertà mediatica degli organi d’informazione territoriale non può impedirmi di dire la verità. Il fatto che per il dr. Tommasino sia intervenuta l’assoluzione, questo non salva l’immagine che il sistema giustizia dà di sé a Taranto ed in Italia. E' certo, però, che le nostre inchieste sono state fatte anche per Potenza, foro in cui, spesso, si assolvono o si archiviano le denunce contro i magistrati tarantini.

Tanto io dovevo ad un magistrato che è da me tra i più stimati a Taranto, in integrazione esplicativa alla sua richiesta di aggiornamento.  

Una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione – compiuta l’altro ieri – di un salentino, Giorgio Romano, che – secondo primi accertamenti – avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie.

Mantovano ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti, di aver concordato l’ispezione amministrativa col ministro della giustizia, Angelino Alfano, un’ispezione «che sia parallela e non in contrasto, come ogni accertamento ispettivo di carattere amministrativo con l’indagine penale». Per il resto – ha detto ancora al riguardo – «ci sono indagini giudiziarie in corso sulle quali l’autorità giudiziaria ha piena disponibilità, indipendenza e autonomia».

Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie.

Antonio Giangrande, Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie non è il solo a denunciare pubblicamente le anomalie IMPUNITE E SOTTACIUTE in campo forense-giudiziario.

“Il volto sporco della giustizia nel Salento” (libro – dossier). Testimonianza a cura dell’Avv. Fedele Rigliaco di Lecce.

Presentazione.

Questo dossier vuole costituire un piccolo saggio dei numerosi casi di mala-giustizia nel Salento, che il sottoscritto difensore ha raccolto a seguito dell’incarico ricevuto di svolgere investigazioni ai sensi della legge 7-12-2000, n. 397. Egli è a disposizione delle autorità competenti a fornire ogni ragguaglio che dovesse occorrere sui casi esposti e su quelli non riportati in esso di cui, comunque, è a conoscenza. Questo opuscolo si prefigge, altresì, lo scopo d’invitare le autorità a prendere i provvedimenti di competenza. Nella mia veste di difensore incaricato di svolgere indagini ai sensi legge 7-12-2000, n. 397 sono venuto a conoscenza di casi di pessima amministrazione della Giustizia da parte di alcuni magistrati della Corte di Appello di Lecce, di Bari, di Potenza, di Catanzaro e di Bologna e di sperpero di preziose risorse di questa: archiviazione di procedimenti penali “de plano” finalizzati a favorire alcuni soggetti in danno di altri, insabbiamenti d’indagini importanti, fallimenti di aziende o di privati cittadini in assenza dei presupposti di legge, o condotti in modo scorretto, istanze di fallimento avanzate da usurai privati o da Istituti bancari che hanno praticato tassi d’interesse elevati, decreti ingiuntivi accordati ad usurai o ad Istituti bancari privi di titolo, disintegrazione di aziende ad opera di Istituti bancari che applicano interessi ultralegali anatocistici in assenza di contratti, trattamento di favore riservato da magistrati ad Istituti Bancari, dispendiose ed inutili consulente, diniego da parte di alcuni magistrati delle indagini difensive di cui agli artt. 391-bis e 391-nonies, utilizzo dei processi per calunnia come spauracchio per disincentivare i cittadini a denunciare amici di magistrati, corruzione di alcuni magistrati, terrorismo che promana da una parte della magistratura, condizionamenti da parte di magistrati su avvocati, archiviazione di procedimenti penali per comportamenti estorsivi da parte del Concessionario esattore delle tasse e da parte di Enti impositori, ecc..

CONTINUA……….

SENATO. Atto n. 4-03962

Pubblicato il 25 febbraio 2003. Seduta n. 341

BUCCIERO - Al Ministro della giustizia. - Premesso che:

in data 21 febbraio 2003 la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, accogliendo la richiesta formulata dal procuratore generale presso la Cassazione, ha disposto in via cautelare la sospensione dalle funzioni di giudice del dott. Vittorio Gaeta, del tribunale di Lecce;

tale sospensione, in attesa delle determinazioni definitive della medesima sezione disciplinare, è intervenuta di fronte all’imputazione, rivolta allo stesso Gaeta, di avere, quale presidente del tribunale del riesame di Lecce nel giugno 2002, redatto più provvedimenti di revoca della custodia cautelare in carcere per soggetti detenuti per gravi reati (con imputazioni ricollegabili alla criminalità mafiosa), la cui posizione o non era stata esaminata in camera di consiglio da tutti i componenti del riesame, o addirittura era stata definita a maggioranza nel senso del rigetto del ricorso;

parallelamente al procedimento disciplinare, è in corso davanti all’autorità giudiziaria di Potenza un procedimento penale a carico dello stesso Gaeta;

in data 23 febbraio 2003 il presidente della sezione distrettuale di Lecce dell’associazione nazionale magistrati dott. Vincenzo Scardia, chiamato a commentare la vicenda sul giornale Nuovo Quotidiano di Puglia (pag. I), ha dichiarato testualmente: “(…) personalmente, ma credo di condividere il sentimento di altri magistrati, esprimo al collega Gaeta solidarietà umana e vicinanza in un momento particolarmente doloroso dal punto di vista professionale, personale e familiare. Gaeta ha avuto indubbi meriti nell’impegno associativo. E’ sempre stato uno dei più attivi per lo sviluppo di un autentico dibattito all’interno della categoria. Per questo una nota di merito gli va tributata. (…)”;

si tratta di affermazioni particolarmente gravi, dal momento che:

a) l’ipotesi di illecito, disciplinare e penale, contestato al dott. Gaeta (la cui fondatezza ha conosciuto un primo vaglio da parte del CSM) viene superata col richiamo corporativo ai meriti associativi (sic!) del medesimo magistrato;

b) poiché la questione è sorta a seguito della denuncia da parte degli altri due giudici componenti del tribunale del riesame presieduto dal dott. Gaeta, la solidarietà nei confronti del magistrato sospeso dal servizio suona come implicita presa di distanza dai denuncianti, la cui ricostruzione dei fatti è stata ritenuta per vera dal CSM;

c) costoro vengono in tal modo implicitamente delegittimati da parte del presidente dell’organismo associativo distrettuale;

in data 24 febbraio 2003 il presidente del tribunale di Lecce dott. Giuseppe Tuccari, con una nota a sua firma pubblicata sempre sul giornale Nuovo Quotidiano di Puglia (pag. I), ha scritto testualmente, riferendosi al dott. Gaeta: “Per parte mia, posso confermare che egli sta vivendo con dignità e compostezza, fin quasi a spersonalizzarla, questa dolorosa esperienza che tocca la sua vita di uomo e di magistrato e, pertanto, sento di dovergli esprimere la mia vicinanza anche a nome dell’ufficio che rappresento”;

anche tali affermazioni sono gravi, dal momento che:

a) il presidente del Tribunale nel quale il dott. Gaeta ha finora prestato servizio, a nome anche dell’ufficio che conduce, esprime allo stesso una vicinanza per un provvedimento che è stato causato da un fatto considerato, allo stato, gravemente illecito dal CSM (altrimenti non ci sarebbe stata la sospensione dal servizio, che è la decisione cautelare più rigorosa);

b) nell’esprimere questa vicinanza anche istituzionale, il dott. Tuccari di fatto delegittima il CSM, che ha già assunto un provvedimento e sta per avviare l’approfondimento del merito della vicenda;

c) ribadendo che la questione è sorta a seguito della denuncia degli altri due giudici componenti del tribunale del riesame presieduto dal dott. Gaeta, la vicinanza, anche istituzionale, manifestata dal dott. Tuccari, si traduce in una delegittimazione, e quindi in una “lontananza”, anche istituzionale, da magistrati che in questo momento sono denuncianti e potenziali parti offese (e il cui esposto ha comunque conosciuto un primo vaglio di veridicità da parte del CSM): denuncianti che lavorano nel medesimo tribunale del quale il dott. Tuccari è presidente,

si chiede di conoscere:

quali siano le iniziative che il Ministro della giustizia intenda adottare per tutelare il prestigio dell’ordine giudiziario, compromesso dalle affermazioni pubbliche del dott. Vincenzo Scardia e del dott. Giuseppe Tuccari, rispettivamente giudice e presidente del tribunale di Lecce;

se non si ritenga opportuno l’immediato avvio dell’azione disciplinare o del trasferimento per incompatibilità ambientale nei confronti di entrambi.

1988-2005: Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.

1988- Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali benefici e potere essere processato.

1996Assolto per insussistenza del fatto: i nastri non erano manipolati.

2005- Non sono mai state riaperte le indagini.

1990- Pretende che le forze dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.

Viene instaurato un processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e, conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura. La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in appello.

1995- Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo, essi, viziati per vari motivi.

1996- I rappresentanti di alcune banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.

1999- Il Tribunale rigetta le istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.

2000- La Corte d’Appello, con il Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.

Novembre 2000- Dopo quattro anni dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.

Il Gip dispone il sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.

Il Gip dispone il sequestro anche delle sentenze di fallimento che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.

2000-2003- I periti della Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%. Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura degli istanti il fallimento.

2003- Vari giudici delegati al fallimento vengono autorizzati ad astenersi.

12 Febbraio 2003, ore 8,30: Di Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.

12 Febbraio 2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula appena avrebbe parlato (la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con tono pacato, ma viene espulso dall’aula.

Maggio 2003- Di Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa, decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.

2001-2005- Varie cancellerie rilasciano attestazioni del vincolo del sequestro di cui sono gravate le sentenze a tutela della persona offesa. Di Napoli denuncia penalmente vari magistrati coinvolti nella scandalosa procedura ai suoi danni. Il curatore rinuncia all’incarico per gravi incomprensioni col giudice.

Di Napoli trascrive presso la Conservatoria dei registri immobiliari il provvedimento di sequestro della sentenza di fallimento.

5 Maggio 2005- Il giudice, con l’ausilio del nuovo curatore, dopo avere pubblicizzato suoli edificatori di indiscutibile pregio come “suoli ad uso seminativo”, li aggiudica a prezzo notevolmente inferiore. Gli offerenti, nel corso dell’udienza, vengono resi edotti del sequestro delle sentenze che inficia il loro acquisto. Le aggiudicazioni sono state opposte.

12 Maggio 2005- Di Napoli, nell’inerzia dei magistrati di Potenza ad esercitare l’azione penale contro i vari soggetti e i magistrati di Lecce coinvolti, presenta denuncia penale diretta alla Procura di Catanzaro chiedendo l’arresto del giudice delegato e del curatore.

13 Maggio 2005- Due sostituti Procuratori della Repubblica di Lecce chiedono l’arresto di Di Napoli.

24 Maggio 2005- DI NAPOLI, PERSONA OFFESA, AGLI ARRESTI DOMICILIARI. E’ accusato di avere creato il sequestro delle sentenze di fallimento.

7 Giugno 2005- Il tribunale del Riesame di Lecce conferma la misura ma dichiara l’incompetenza dei giudici di Lecce in favore dei giudici di Potenza.

30 Giugno 2005- il procedimento viene assegnato alla stessa P.M. denunciata, per le sue omissioni, presso il Tribunale di Catanzaro che chiede la conferma della misura. Gliela concede un GIP diverso dal “giudice naturale precostituito per legge”. Nella richiesta viene ravvisata la pericolosità sociale del Di Napoli per le numerose denunce e ricusazioni contro i giudici.

6 Settembre 2005- La Corte di Cassazione, su ricorso avverso il rigetto del riesame da parte dei giudici leccesi, dichiara la cessazione dell’efficacia della misura cautelare disposta dai giudici di Lecce.

6 novembre 2007 tg5 20:00 • notizia n.15 : Indignato speciale

Incontro con Luigi Di Napoli, imprenditore di Gallipoli, che è fallito e che ha perso addirittura la casa, dopo aver denunciato una banca e finanziarie che gli imponevano tassi del 300%.

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-01923

presentata da SERGIO D'ELIA lunedì 11 dicembre 2006 nella seduta n.084

D'ELIA. - Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:

Il 21 ottobre 2006, su un quotidiano nazionale (l'Avanti), è apparsa la notizia della situazione assurda e paradossale di cui è vittima Luigi Di Napoli: «Un imprenditore salentino nel tritacarne».

già il 19 ottobre 2006, nel corso di varie edizioni del telegiornale di Telenorba (emittente locale pugliese), è stato trasmesso un servizio sulla drammatica situazione che, in quelle ore, stava vivendo, a Gallipoli, la famiglia Di Napoli con intervista rilasciata dall'avvocato Roberto Di Napoli, figlio della vittima, che, disperato, lamentava la mancata tutela dello Stato e gli abusi da parte delle Forze dell'Ordine che, per eseguire il rilascio dell'unica abitazione del Di Napoli, avrebbero, perfino, invaso i locali dell'immobile impedendone l'accesso a chiunque, compresa l'emittente televisiva;

il signor Luigi DI NAPOLI, imprenditore leccese, sarebbe, dal 1988, oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria che lo ha distrutto economicamente e che sta compromettendo la serenità della sua famiglia; nel 1988, mentre contestava un appalto truccato, e riconosciuto tale nelle sedi amministrative, dopo avere ricevuto minacce, ha subito un attentato che lo costringe tuttora all'uso delle stampelle;

la sua è una storia di usura ed estorsione, di denunce reciproche tra la vittima e magistrati. Egli ha subito 21 processi e per 21 volte è stato assolto; ha sempre rinunciato ad amnistia e prescrizione per farsi processare;

il signor Di Napoli, tramite il figlio avvocato Roberto Di Napoli, sin dal 15 settembre 2006, aveva sollecitato il Commissario e il Comitato di solidarietà per le vittime dell'usura e dell'estorsione ad intraprendere ogni iniziativa al fine di far rispettare la sospensione dell'esecuzione ex articolo 20 legge n. 44 del 1999, intervenuta ope legis in favore della vittima Di Napoli in seguito al conforme parere dell'autorità amministrativa (S.E. Prefetto della Provincia di Roma) ricordando, tra l'altro, la ratio della legge n. 44 del 1999, che come ribadito dalla giurisprudenza, consente l'ammissibilità ai benefici ivi previsti anche in favore delle vittime fallite in seguito ed a causa delle condotte delittuose;

il 25 settembre 2006, Di Napoli ha subito l'accesso degli ufficiali giudiziari che gli chiedevano di rilasciare l'abitazione e, soltanto verso le ore 19, veniva comunicato il rinvio dell'esecuzione al 19 ottobre 2006; in tale data il Di Napoli afferma di aver subito un trattamento da parte sia dagli ufficiali giudiziari che dalle forze dell'ordine non in conformità con le norme vigenti in materia, subendo aggressioni fisiche che hanno comportato il ricovero dello stesso presso il locale Presidio Ospedaliero. Azione esecutiva che, stante il dolore causato al Di Napoli dalle percosse subite, è culminata con il suo arresto per presenta aggressione a pubblico ufficiale (arresto che è stato revocato soltanto lo scorso 23 novembre 2006) -:

1. le motivazioni per cui non siano stati adottati i provvedimenti al fine di fare osservare la sospensione di cui all'articolo 20 legge n. 44 del 1999 considerato che il Di Napoli ha già ottenuto pareri conformi del Prefetto di Roma che lo riconoscono meritevole dei benefici di cui alla legge antiusura ed antiestorsione;

2. se, nell'esecuzione della procedura di rilascio dell'immobile del 19 ottobre 2006 gli organi preposti abbiano agito nel pieno rispetto delle normative vigenti.(4-01923)

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=355910&IDCategoria=1

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2010/16-giugno-2010/fuga-notizie-bufera-intercettate-telefonate-giudici-giornalisti--1703208719937.shtml

http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/07/13/news/talpe_in_tribunale_a_bari_assolto_l_ex_gip_sabatelli-5547311/

http://www.camelotdestraideale.it/2009/06/23/dalema-finanziamento-illecito-al-pci/

http://blog.panorama.it/italia/2009/06/25/dalle-escort-ai-finanziamenti-illeciti-la-rete-ricorda-i-peccati-dimenticati-del-pd/

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_cronache_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=235554

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=225420&IDCategoria=1

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=225416

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallabasilicata_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=225412

http://www.agi.it/ultime-notizie-page/200901301237-pol-rom1075-art.html

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324966

http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/politica/rep_politica_n_3527117.html

http://www.asca.it/news-GIUSTIZIA__PG_ESPOSITO__NO_A_POLITICIZZAZIONE_MAGISTRATURA-806173-ORA-.html

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/Introduzione.jsp

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl01-0010011000&an=2003&ig=1&ct=67&id=4A|23A|18A

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl0100010011000&an=2006&ig=2&ct=40&id=4A|18A|23A

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl0100040164300&an=2006&ig=1&ct=40&id=4A|18A|23A

http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/dawinci.jsp?q=pl01-0040164300&an=2003&ig=1&ct=67&id=4A|23A|18A

http://bari.repubblica.it/dettaglio/Cos%C3%AC-hanno-insabbiato-i-fascicoli-Taranto-bufera-sull-ex-procuratore-/1594181?ref=rephp

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=229407&IDCategoria=1

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDCategoria=1&IDNotizia=210968

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=60211

http://files.splinder.com/89cb1ff982882cc11b47a3f30693d07a.doc

http://news.centrodiascolto.it/search/n=DI%20NAPOLI%20LUIGI

http://news.centrodiascolto.it/view/210014/n=SC/indignato_speciale


INGIUSTIZIOPOLI

PER L’ACCUSA E’ INNOCENTE, MA RESTA IN CARCERE.

Amedeo Cervetti è in carcere per omicidio. La Procura che lo fa condannare chiede la revisione: i giudici la negano.

Si può restare in carcere quando perfino l’accusa ritiene che la condanna sia ingiusta? In Italia si può.

Da quasi sette anni Amedeo Cervetti è recluso a Lecce, condannato a quattordici anni e dieci mesi per omicidio volontario premeditato, porto abusivo e ricettazione di armi.

Lui, che oggi ha ventinove anni, ha sempre negato di aver ucciso il pastore Lucio Mancarella, tuttavia anche la Cassazione lo ha dichiarato colpevole. C’è una prova: il fucile calibro dodici trovato sul luogo del delitto era stato ceduto al Cervetti da un suo conoscente qualche giorno prima dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre del 1996.

Una vicenda che lascia aperti pochi dubbi se non quell’innocenza che Amedeo urla e non riesce a dimostrare.

Il colpo di scena. La svolta arriva nel 2005 quando si scopre che, durante un’interrogatorio di quattro anni prima, il pentito Vito Di Emidio ha fatto i nomi di due persone che secondo le sue informazioni hanno ucciso Lucio Mancarella. Amedeo non c’entra niente. Precisa, fornendo molti dettagli, che non sarebbero stati tre gli assassini - come stabilito dalla sentenza di condanna - ma solo due e, tra questi, Amedeo Cervetti non c’è. Il primo paradosso è che queste rivelazioni erano state fatte nel 2001, quando il processo contro Cervetti era ancora in Corte d’Appello a Lecce ma nessuno ha pensato di portarle davanti ai giudici. «Perché queste dichiarazioni non sono state usate? La Procura era in possesso di una confessione che avrebbe potuto, una volta verificata, scagionare il Cervetti», denuncia l’avvocato Claudio Defilippi convinto che se le rivelazioni del pentito fossero saltate fuori in tempo «questo ragazzo sarebbe già libero».

Dopo cinque anni, il 25 gennaio 2006, è lo stesso procuratore generale di Lecce che chiede la revisione. La Corte d'Appello la nega.

«E' difficile cancellare dalla memoria quello che ho visto. Quella di Lecce è la pagina buia della giustizia minorile», racconta ora Roberto Marzo, 52 anni, in pensione dallo scorso 11 giugno dopo 28 anni di servizio.

Ragazzini denudati e pestati in cella, agenti che urlano e si accaniscono su un detenuto fino a spaccargli tre denti: sono alcuni degli episodi di maltrattamento che la procura di Lecce contesta a undici poliziotti penitenziari, tra cui il comandante, in servizio all’Istituto per minori sulla via per Monteroni.

L'attività della struttura (circa 50 detenuti e 25 agenti) è sospesa dallo scorso luglio, quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione. Ma gli episodi denunciati risalgono al 2003, quando da un istituto per adulti è arrivato il nuovo comandante, Gianfranco Verri, 42 anni.

In quattro anni non sono mancante denunce e segnalazioni da parte del medico dell’istituto, Roberto Della Giorgia, di assistenti sociali e anche di alcuni agenti penitenziari. Eppure in quattro anni – sottolinea il sindacato Osapp che punta il dito contro l’inadempienza del Dipartimento della giustizia minorile – nell’istituto di Lecce sono cambiati quattro direttori ma il comandante Verri è sempre rimasto lì e tutt'ora lavora senza essere stato mai sospeso in via cautelare. E' a lui che sono contestati episodi di prevaricazione e atteggiamenti persecutori nei confronti del personale del carcere non allineato alle sue logiche basate su regole intransigenti e violente.

«E' difficile cancellare dalla memoria quello che ho visto. Quella di Lecce è la pagina buia della giustizia minorile», racconta ora Roberto Marzo, 52 anni, in pensione dallo scorso 11 giugno dopo 28 anni di servizio nella polizia penitenziaria e dopo aver detto "basta" ai presunti maltrattamenti sui minori.

Le segnalazioni arrivate tra il 2003 e il 2004 a Roma si sarebbero risolte in un’attività ispettiva disposta dall’allora responsabile del Dipartimento della giustizia minorile Rosario Priore, che però non portò ad alcun esito. A dare nuovo impulso all’indagine penale è stato invece un esposto-denuncia presentato nel giugno del 2006 alla procura di Lecce dal sottosegretario alla Giustizia Alberto Maritati.

A lui infatti si rivolsero il medico del carcere minorile e un assistente sociale, raccontando nel dettaglio episodi allarmanti e chiedono un intervento del ministero. «Mi sono stati raccontati episodi allarmanti di violenze e brutalità su cui fino a quel momento sembrava che il tribunale dei minori, la procura minorile o il magistrato di sorveglianza non fossero intervenuti. Ho messo a disposizione la mia cultura e la mia storia di magistrato – racconta Maritati – e ho presentato un esposto».

Arrivata nove mesi fa al Dipartimento per i minori al posto di Priore, Melita Cavallo si è recata personalmente a Lecce lo scorso aprile-maggio: «Ho visitato l’istituto e sentito tutti. Mi hanno detto 'andiamo abbastanza bene anche se non andiamo tutti d’accordo'.

Girando mi sono accorta di strutture fatiscenti». Da qui la decisione di chiudere temporaneamente per ristrutturazione, lasciando però aperto il centro di prima accoglienza dove continuano a lavorare dieci poliziotti penitenziari. Se tra di loro dovessero risultare alcuni indagati, Cavallo assicura che chiederà al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di «prendere provvedimenti» e spiega di aver ritenuto opportuno attendere l’esito delle indagini perchè qualsiasi altro suo provvedimento «sarebbe stato fuori luogo».

Nel frattempo però - fa notare il sottosegretario Maritati – «gli unici a rimetterci sono stati gli addetti alle pulizie che, a causa della chiusura temporanea dell’istituto, hanno perso il posto».

http://www.libero-news.it/articles/view/375326

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=187931&IDCategoria=11


POLIZIOTTOPOLI A LECCE

POLIZIOTTI A DELINQUERE.

Un colpo di mannaia e, di colpo, è stato «decapitato» il corpo della Stradale di Lecce. Un vero e proprio choc per le forze dell'ordine salentine che, di colpo, si sono trovate alle prese con un'attività concussiva che andava avanti da decenni.

GLI ARRESTI - Sono finiti in manette 16 agenti della polizia stradale di Lecce con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla concussione. Gli arresti sono stati eseguiti al termine di sei mesi di indagine durante i quali sono stati fatte numerose intercettazioni. L'attività investigativa è stata coordinata dalla procura di Lecce è stata condotta dagli stessi agenti della questura e della polizia stradale.

100 AZIENDE TAGLIEGGIATE - Gli investigatori hanno scoperto cun consolidato sistema di concussione che durava da almeno 20 anni, e si concretizzava nella riscossione di somme di denaro o nell'acquisizione di beni materiali da parte dei poliziotti. A pagare erano imprenditori e commercianti - almeno un centinaio le aziende «taglieggiate» - per evitare i controlli delle loro merci sulle strade.

QUARANTA MILA EURO - Un caso particolare è quello di un poliziotto intercettato che ipotizzava con un collega, anche lui del «giro», di poter andare in pensione avendo ottenuto «mazzette» complessive di circa 40 mila euro, estorte nell'arco di un triennio. Una sorta di «liquidazione» frutto delle attività concussive. Questo lascia intendere il livello illegale attivato dai poliziotti «infedeli».

CORPO DIMEZZATO - I sedici agenti erano tutti in servizio a Lecce dove lavorano in totale circa 36 agenti. La metà del corpo è stata, quindi, decapitata dall'indagine che comunque non ha interessato il distaccamento di Maglie, la seconda sezione della polizia stradale salentina.

IL PROCURATORE - Il capo della procura salentina, Cataldo Motta, così commenta: «C'è soddisfazione per aver fatto emergere questa situazione molto grave, soddisfazione tuttavia temperata dal fatto che si tratta di agenti di polizia con i quali siamo abituati a lavorare e a condividere gli interventi per la legalità. L'aspetto che crea maggiore amarezza è proprio questo». Sul fronte delle indagini ha aggiunto: «La possibilità di un'indagine così approfondita si è presentata solo quando abbiamo avuto una denuncia non anonima dall'interno della stessa sezione di polizia stradale. E poi c'è stato l'invio, con lettera anonima, di un elenco di aziende che pagavano gli agenti».

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/cronaca/2009/12-maggio-2009/decapitato-corpo-polizia-stradale-sedici-poliziotti-arrestati--1501346354918.shtml