di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


CASARANO

VIDEO INCHIESTA DEPURATORI

 

 

 

 


GALATINA

Non sniffate mentre siete in servizio. La sorprendente raccomandazione è contenuta in una circolare inviata ai medici da Giuseppe De Maria, direttore sanitario dell'ospedale Santa Caterina Novella di Galatina, in provincia di Lecce. «Il personale deve astenersi durante gli orari di lavoro dall'uso di cocaina e deve intraprendere un idoneo programma di disintossicazione» anche in collaborazione con l'azienda. Su iniziativa del direttore generale della Asl, Guido Scoditti, il documento è ora nelle mani della Procura. Tutto nasce da una serie di lettere anonime fatte recapitare all'amministrazione dove si segnalano le cattive abitudini di alcuni dipendenti in camice bianco. Ed è per pura coincidenza che proprio in questi i giorni i tecnici di alcuni ministeri abbiano terminato di aggiornare l'elenco dei lavoratori con mansioni di rischio obbligati a sottoporsi a periodici test antidroga. A conduttori di mezzi pubblici, piloti di treni e aerei, autisti di tir e furgoni privati, già inclusi in un provvedimento di tre anni fa, sono stati aggiunti medici, infermieri e ostetriche. «Il nostro obiettivo era quello di razionalizzare il sistema dei controlli per il consumo di stupefacenti da parte del personale con mansioni che richiedono il pieno possesso di tutte le capacità», spiega Giovanni Serpelloni, capo del dipartimenti per le Politiche antidroga presso la presidenza del Consiglio. La nuova lista, concordata fra i tecnici di quattro ministeri Difesa, Salute, Interno e Trasporti verrà adesso proposta alla Conferenza Stato Regioni. Si tratta di una modifica ai decreti del 2007 e 2008. Coinvolti i lavoratori che, se agiscono in condizioni psichiche alterate dal consumo di droga, possono mettere in pericolo l'incolumità dei cittadini oltre che la propria. «Per quanto riguarda gli operatori sanitari - dice Serpelloni - abbiamo proposto gli esami solo per medici, infermieri e ostetriche che hanno funzioni di assistenza ai pazienti. Non ci saranno controlli indiscriminati». Nell'elenco che ripercorre quello per i test anti alcol sono presenti, oltre ai lavoratori dell'edilizia, i conduttori di ambulanze. I decreti prevedono accertamenti antidroga a sorpresa una volta l'anno. In caso di positività il dipendente viene sospeso e avviato verso percorsi di recupero e disintossicazione. La circolare dell'ospedale di Galatina ha provocato polemiche sopratutto all'interno della stessa Asl. Il direttore generale avrebbe gradito maggior riserbo e non ha condiviso le eclatanti modalità di intervento del collega. Il foglio con l'intimazione a non sniffare è stato infatti affisso in bacheca. Coinvolto anche il mondo politico. Il Pdl regionale scalpita perché magistratura e ministero della Salute dispongano un'indagine. L'Udc in un'interrogazione giudica urgente l'intervento del presidente della Puglia e dell'assessore alla sanità.

http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_12/il-test-antidroga-anche-per-i-medici-e-gli-infermieri_4779dca8-05d2-11e0-be41-00144f02aabc.shtml


GALLIPOLI

MAFIOPOLI

CITTA' MAFIOSA, IPOCRISIA O GIOCO DELLE PARTI ??

La notizia è trapelata nel corso della riunione del comitato straordinario per l'ordine e la sicurezza pubblica, alla quale ha preso parte il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano.

Ci sono tre motivi che avrebbero portato l'assise comunale a varcare quella linea sottile "nell'intreccio tra realtà criminali e amministratori locali", che il sottosegretario vuole verificare.

Il primo è l'immediata solidarietà espressa dal sindaco Venneri - attraverso gli organi di stampa - alla famiglia di Salvatore Padovano, il boss della sacra corona unita assassinato l'altra settimana.

Il secondo è la visita in chiesa dello stesso Venneri poco prima dei funerali del boss.

La terza è la presenza di un cugino del boss in consiglio comunale: eletto nelle liste del PD e subito passato nel gruppo misto a sostegno della maggioranza.

Già nel settembre 1991 - applicando per la prima volta il decreto Scotti - il consiglio comunale di Gallipoli fu sciolto per infiltrazioni mafiose.

Occorre svolgere un'attenta verifica sulle collusioni tra mafia ed amministratori locali, ha assicurato Mantovano. Ha anche annunciato accertamenti su quei commercianti che hanno omaggiato il boss ai funerali.

Pronuncia parole dure Alfredo Mantovano, nei confronti dei politici, il sindaco Giuseppe Venneri e l’onorevole Barba, presenti al funerale di Salvatore Padovano: «Come ha insegnato la storia del contrasto alla criminalità va eliminata qualsiasi anche simbolica vicinanza tra il mondo della criminalità organizzata e la società».

Il sottosegretario contesta anche il comportamento dei docenti universitari che hanno partecipato alla presentazione del libro “Da Ciano all’8 settembre”, scritto dall’ex boss e dei giornalisti che hanno favorito interpretazioni fuorvianti sulla «nuova identità» civica che Padovano tentava di costruire di sé.

Di ritorno da Gallipoli, dove in mattinata si era tenuta la seduta straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica alla presenza del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il prefetto di Lecce Mario Tafaro, ha incontrato nel primo pomeriggio una delegazione del Pd salentino per discutere della situazione allarmante venutasi a creare a fronte di due omicidi nell’arco di una sola settimana.

Nel corso dell’incontro a Palazzo di Governo, Maritati e gli altri sono nuovamente tornati sull’omicidio Padovano, prendendo le dovute distanze e polemizzando circa la partecipazione di alcuni rappresentanti istituzionali locali al funerale dell’ex boss gallipolino della Scu.

“E’ stato un gravissimo errore politico e si è trattato di presenze a dir poco inopportune. Ma, quello che ancor più preoccupa, è l’atteggiamento di una quarantina di commercianti che avrebbero abbassato la saracinesca al passaggio del suo feretro. Perché lo hanno fatto? Hanno avuto paura? Si sono sentiti scoperti? O, piuttosto, il loro è stato un atteggiamento di accondiscendenza verso qualcuno più forte e potente?”.

A queste domande la politica è chiamata a dare una risposta, secondo Maritati, che è tornato pure sull’omicidio avvenuto a Parabita. In questo caso, il dato preoccupante ruota attorno alle aste giudiziarie: qui la magistratura ha il dovere di indagare sul presunto coinvolgimento e le successive infiltrazioni nel sistema delle aste pubbliche. Soprattutto a fronte di una sorta di denuncia giunta due anni fa sotto forma di missiva al sindaco di Parabita, Adriano Merico, dove si chiedeva all’amministrazione comunale di intervenire con urgenza e indagare chiaramente nel settore delle aste, perché ci sarebbe stato il rischio (una premonizione divenuta realtà) che qualche semplice e normale cittadino si sarebbe trasformato in un giustiziere.

PECCATO, PERO’, CHE SULLA LEGALITA’ NESSUNO PUO’ DARE LEZIONI.

I corsi e ricorsi storici ci dicono che a Gallipoli il 19 maggio 2001, alle elezioni politiche ed amministrative, via il sindaco al primo turno, recuperato grazie ai resti il senatore, l'unico a essere stato rieletto è il deputato Massimo D'Alema, che ha battuto Alfredo Mantovano per tremila voti. Tutti voti gallipolini. Gli stessi voti, dicono nel centrosinistra, che per Comune e Senato hanno preso due direzioni: o sono diventati consensi al centrodestra, oppure sono stati voti negati al centrosinistra. «Due più due fa quattro - dice Biagio Palumbo, diessino, candidato sindaco dell' Ulivo -. E i numeri provano, basta incrociare i dati delle schede bianche, che qui c'è stato un patto scellerato tra il centrodestra e gli uomini di D'Alema. I quali, riuniti in una lista civica, che presentava un altro candidato sindaco, sono passati sopra tutto e tutti pur di far eleggere Massimo. E questa formazione "civica" è stata allestita proprio dal factotum di D'Alema, «Flavio Fasano, iscritto ai Ds, mio amico fin da ragazzo e sindaco di questa città negli ultimi otto anni».

Natalino Palamà, artigiano, 40 anni, è uno di quelli che era in lista con i Ds «per la causa». «Sì - dice -, D'Alema sosteneva che per lui il candidato sindaco era Palumbo, però noi lo vedevamo che il rapporto privilegiato era con Fasano e i suoi». Fra questi «suoi», anche un pregiudicato, che - raccontano Elio Pindinelli (An) e lo stesso Palumbo - ha fatto campagna elettorale per D'Alema, addirittura facendo affiggere manifesti con tanto di firma: Salvatore Capoti. «Proprio quel Capoti che lo stesso Fasano nel '91 aveva indicato come uno dei soggetti responsabili delle infiltrazioni mafiose al Comune - spiegano Pindinelli e Palumbo -, che infatti venne sciolto per mafia. Poi, nessuna infiltrazione mafiosa è stata accertata, ma Fasano, da questo punto di vista vero "professionista dell' antimafia", è diventato sindaco e ha ricambiato Capoti con un altro manifesto pubblico, in cui lo "riabilitava" descrivendolo come persona rieducata dall'espiazione della pena».

I corsi e ricorsi storici ci dicono che a Gallipoli il 14 novembre 2009 appaiono dei retroscena inquietanti dietro l’omicidio del vecchio capo della Sacra corona, Salvatore Padovano, freddato a colpi di pistola, la mattina del 6 settembre dello scorso anno, da un killer di origine siciliana. Riguardano il progetto di uccidere l’ex sindaco di Gallipoli ed ex patron della Squadra di calcio alla sua prima, storica promozione in serie B, nonché senatore della Repubblica, Vincenzo Barba, oggi onorevole del Pdl, e la moglie dell’ex capo bastone del sodalizio criminale, Anna Raeli.

Ma anche la circostanza emersa dalle intercettazioni telefoniche, secondo la quale, all’indomani del delitto, il consigliere del mandante dell’assassinio sarebbe stato l’avvocato Flavio Fasano del Pd, già sindaco della città dello Jonio. A parlare dei retroscena è lo stesso stesso killer pentito, Carmelo Mendolìa, che con le sue dichiarazioni, ha fatto arrestare tre persone, accusate di essere uno il mandante dell’omicidio di Salvatore Padovano e gli altri i suoi fiancheggiatori. Il primo è Pompeo Rosario Padovano, fratello della vittima, ed i secondi, il cugino Giorgio Pianoforte e l’amico Fabio Della Ducata.

E se per il primo ormai c’è la certezza che si tratti del mandante, perché l’uomo è reo confesso, per gli altri due si tratta di fiancheggiatori ancora soltanto presunti. A sentire lo stesso Mendolìa, che avrebbe dovuto compiere anche gli altri due delitti, proprio Pompeo Rosario Padovano avrebbe ordinato l’eliminazione dell’uomo politico e della moglie di Salvatore Padovano. Il primo perché avrebbe ostacolato la sua scalata politica a Gallipoli, la seconda perché avrebbe allontanato il marito dalla famiglia e quindi anche dal fratello.

Dalle pesanti accuse, attraverso il proprio legale, l’avvocato Luigi Piccinni, Pompeo Rosario Padovano ha preso le distanze, ed ha chiesto pure scusa all’onorevole Barba, per il disagio che le rivelazioni di Mendolìa gli hanno creato.

Quanto all’avvocato Fasano, che di Pompeo Rosario Padovano un tempo è stato il legale di fiducia, si è detto vittima della capacità mimetica del pericoloso criminale. Questi, tornato libero dopo aver trascorso quasi 18 anni di carcere, aveva dato a tutti l’impressione di aver chiuso col passato di malavitoso, al punto da dedicarsi ad attività benefiche, non ultima la creazione di una cooperativa per portatori di handicap. La notizia dell’esistenza delle intercettazioni in cui più volte l’avvocato Fasano parla e dà appunto consigli al mandante dell’omicidio del vecchio boss della Scu, ha determinato l’alzata di scudi all’interno del partito. Ed in una conferenza stampa, il senatore del Pd Alberto Maritati, ha dichiarato: «Non possiamo difendere una persona solo perché ha la tessera del nostro partito».

Ecco le intercettazioni telefoniche tra Padovano e Fasano. (Ci stupisce il fatto che la stampa, impegnata a crocifiggere il povero cristo di turno, ancora non condannato, contestualmente non denunci il reato della magistratura per la fuga di notizie sottoposte a segreto istruttorio).

E’ l’avvocato Flavio Fasano, ex assessore provinciale del Pd ed ex sindaco di Gallipoli, il consigliere di Rosario Padovano. Un ruolo che emerge dalle intercettazioni disposte dalla Procura per fare luce sull’omicidio di «Nino bomba». E dal contenuto delle telefonate emergono «il ruolo di “consigliere” assunto da Fasano e, soprattutto, la conoscenza di particolari inerenti all’omicidio».

Una delle prime conversazioni intercettate è quella del 9 settembre 2008, tre giorni dopo l’omicidio. I due parlano di un incontro, probabilmente con un investigatore:

PADOVANO: avvocato buongiorno.

FASANO: buongiorno a te, senti, alle dodici e mezzo di questa mattina puoi andare là? Se vuoi anche a Sannicola, o Gallipoli o Sannicola,

PADOVANO: si...eh....vado a Sannicola...eh,

FASANO: allora...li dico a Sannicola, si, normale...dici anche...tanto sai che ci sono. Lui diceva che se non vuoi a Gallipoli e preferisci Sannicola...anche a Sannicola. Dico Sannicola allora,

PADOVANO: si d'accordo, mi presento normale...tanto sono,

FASANO: tutto gli devi dire tranquillamente,

PADOVANO: è logico,

FASANO: quelle cose in cui ...che hai detto...perchè insomma è la signora che bisogna adesso tenere e purtroppo anche il nipote no, anche il figlio,

PADOVANO: si, si,

FASANO: cioè dirgli tutte le perplessità tue, mi piacerebbe che tu dicessi anche che hanno parlato male di me per le cose che ho detto,

PADOVANO: va bene, è la verità, lo stanno dicendo a tutti, non lo stanno dicendo a me,

FASANO: ...mi piacerebbe insomma che sanno da che parte il sottoscritto si pone e perchè io sto nei tuoi confronti in modo...in modo diretto ad aiutarti. Allora dico alle dodici e mezzo Sannicola.

Subito dopo, in una nuova telefonata Fasano «consiglia» a Rosario Padovano di mettersi a «disposizione» degli inquirenti, facendo riferimento alla comunicazione di una misteriosa «lista» ed ad un suo ruolo di «intermediario», da confidente, per la soluzione del caso. E nell’occasione Padovano lo informa di quanto accaduto all’obitorio, e della volontà di Anna Reali (vedova di Salvatore Padovano) di negare alla madre di Nino la visita della salma. Fasano aggiunge che Nino Padovano si «era cercato» quanto accaduto.

PADOVANO: Si avvocato,

FASANO: stavo pensando di quella lista che lei chiedeva di sapere,

PADOVANO: Si,

FASANO: che c'era, diglielo e se vuole che eh, tu sei anche disponibile a.... purchè ...incomprensibile....

PADOVANO: Si, non,

FASANO: bravo, non... ma gli dici se volete e devo fare da diciamo da intermediario io lo faccio…

PADOVANO: Si,

FASANO: perchè questa cosa si può fare, ti abbraccio,

PADOVANO: anch'io,

FASANO: senti, come è stata accolta ieri tua mamma là? Ti ha detto niente,

PADOVANO: eh,

FASANO: quando sei andato a Lecce,

PADOVANO: avvocato purtroppo le solite nefandezze,

FASANO: davvero?

PADOVANO: Anna aveva lasciato detto che non doveva vederlo né mio padre né mia madre, però io a humma humma gliel'ho fatto vedere,

FASANO: ma davvero?

PADOVANO: era un diritto di mia madre vederlo e sono andato in ospedale...cose...ho parlato,

FASANO: lo so che sei andato in ospedale, ma dico, non è che la signora ti ha impedito...incomprensibile...di vederlo,

PADOVANO: a mia madre voleva impedirlo, ha lasciato detto a quelli,

FASANO: e la signora diceva questo a tua madre,

PADOVANO: no direttamente, a quelli della camera mortuaria ha detto di non farlo vedere se veniva la madre o il padre...di non farlo vedere che era un desiderio del marito,

FASANO: va bene lasciamo perdere, senti, è inutile dirti....io oggi non vengo a dare le....

PADOVANO: si,

FASANO: non devo fare niente, voglio dire,

PADOVANO: si,

FASANO: perchè diciamo,

PADOVANO: perchè poi magari.....sottolineazione stupida da parte mia....da noi graditissima presenza vostra....magari da loro,

FASANO: appunto,

PADOVANO: mi innervosirei vedere sguardi che non meritate insomma,

FASANO: no, figurati, siccome per me lui non c'è più e se ne è andato, il fatto se lo è cercato,

PADOVANO: eh,

FASANO: le persone a cui tengo sei tu e tu madre, tuo padre e lo sapete da che parte sto,

PADOVANO: si,

FASANO: per il resto non mi interessa.

I due, poi, commentano un articolo di Nando Dalla Chiesa pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno:

FASANO: ...l'inserto, parlano pure male di me perchè ho dato solidarietà a voi, quindi...capito...incredibile, c'è Nando Dalla Chiesa,

PADOVANO: Si,

FASANO: contro Venneri e contro me, mettendomi insieme a lui per aver dato solidarietà ai figli, alla moglie e alla famiglia,

PADOVANO: nha,

FASANO: hai capito? No...voglio che tu poi, se ritieni, te lo prendi e lo fai vedere alla Paoletta, alla ragazzina,

PADOVANO: Si, si,

FASANO: gli dici guarda Fasano cosa sta prendendo per aver detto questo, lascia Venneri che è un lecchino, figurati,

L’11 settembre 2008 è il giorno della messa in onda dell’intervista a Rosario Padovano realizzata da Mauro Giliberti direttore di Teleramanews sull’omicidio del fratello. Al termine della trasmissione l’avvocato invia prima un messaggio a Rosario Padovano: “Bravo Rosario sei apparso per quel bravo ragazzo che sei!Bravo!», poi lo chiama:

PADOVANO: avvocato,

AVVOCATO: bravo!

PADOVANO: grazie, avvocato,

AVVOCATO: ti ho mandato il messaggio pure,

PADOVANO: si, si sono appena uscito perchè nel centro storico non prende, l'ho appena finito di leggere onestamente,

AVVOCATO: ... incompr. ... tu non sei convinto?Non ti è piaciuto?

PADOVANO: si, si come non mi è piaciuta, sudavo però era normale no, dico ... la tensione, mi vergognavo, siccome non sono abituato no, è logico,

AVVOCATO: hai parlato come sai parlare tu, hai fatto dei ragionamenti veramente da persona, sensibile e brava,

PADOVANO: grazie avvocato,

AVVOCATO: sei stato davvero bravo sono contento, di averti consigliato di accettare di farla,

PADOVANO: uh, e io vi ringrazio,

AVVOCATO: spero che non ti sia pentito di averlo fatto,

PADOVANO: e perchè?

AVVOCATO: no, dico,

PADOVANO: che ho fatto di male? No,no,

AVVOCATO: anche Giliberti ti ha presentato bene hai visto?

PADOVANO: si,si,

AVVOCATO: ha detto un ragazzo diverso da quello che noi pensavano di trovare,

PADOVANO: si, si mi ha fatto piacere.

Altro «consiglio» chiesto all’avvocato Fasano è quello del 10 settembre e sembra riguardare la dinamica dell’agguato a Salvatore Padovano:

PADOVANO: da mia sorella, si. Sono stato questa mattina da mio cognato e dopo vado più tardi con mio cugino Giorgio, anche. Eeh ... stavo dicendo... oggi no! Leggevo sul giornale... che insinuavano... praticamente ..insinuavano ora, sospettano che... il killer avesse agito a volto scoperto no? E che per paura i presenti non... non dicevano... non rivelavano il nome, insomma.

FASANO: come fanno a sapere queste cazzate i giornalisti?

PADOVANO: oh! appunto! Eeh ... il fatto è... che.... insomma Giorgio non... non è proprio il tipo, come abbiamo parlato, avrebbe detto su... poi una cosa strana, perché io ho capito come se si sono convin... la dinamica dovrebbe rivedersi... vorrei un consiglio vostro...

FASANO: ..incomp... tu puoi venire nel pomeriggio da me a Lecce?

Ancora un consiglio:

PADOVANO: Avvocato buonasera;

FASANO: ehi Rosario ciao;

PADOVANO: ho appena visto... dieci minuti fa ho visto la chiamata vostra;

FASANO: eh, lo so!

PADOVANO: purtroppo.. dico.. capite sulla piazza cose... stavo per telefonarvi, condoglianze e cose e....incomprensibile... (si accavallano le voci),

FASANO:...senti sai che stavo pensando?

PADOVANO: si!

FASANO: il capitano lo hanno sostituito;

PADOVANO: si!

FASANO: se n'è già andato via;

PADOVANO: si!

FASANO: l'unica persona della quale c'è d'avere proprio, proprio fiducia è proprio il colonnello dei carabinieri di Lecce;

FASANO: uh lo facciamo questa cosa, se cosi vado ne parlo e magari dico che andate tu e Giorgio a Lecce;

PADOVANO: si! si!

FASANO: per spiegargli le cose;

PADOVANO: si! facciamo così allora,

FASANO: purchè Giorgio però poi questa volta...

PADOVANO: ...no! lui ufficialmente verrebbe per la cosa è logico;

FASANO: uh!

PADOVANO: facciamo così avvocato? come volete fare?

In un’altra conversazione, poi, Rosario Padovano mette al corrente l’avvocato di un imminente incontro con soggetti monteronesi:

PADOVANO: domani sto ricevendo... una visita... da Monteroni.. da me non gradita, però insomma....

FASANO: e perchè la stai facendo... perchè?

PADOVANO: ah! ed io se era tutto normale, no? l'avremmo fatta come... pensavamo noi. Però... stanno venendo... eeh... ascolto.

FASANO: vabbè registra no?

PADOVANO: si, si, si è logico.

Risultano conversazioni telefoniche tra Angelo Padovano e Ivan Tornese, figlio di Mario Tornese, per concordare un incontro a Monteroni. Dall’esame delle celle impegnate dal cellulare di Rosario Padovano sarebbe emersa anche la sua presenza a Monteroni.

Fasano: “Non voglio essere di imbarazzo a nessuno, nemmeno al partito. Nella mia storia ho condotto tante battaglie, in particolare nella mia città, proprio con quello che fu il clan Padovano, quando il Sindaco dell’epoca fece sciogliere il consiglio comunale nel quale presentai la denuncia firmata Flavio Fasano e depositata in Procura. La mia città allora si rivolse contro quel Sindaco perché è più facile restare rintanati nelle proprie case e non prendersi a cuore le vicende delle società. Io invece credo che il primo obiettivo della politica sia l’impegno sociale. Vi posso giurare che con la mafia non c’entro nulla”, continua con voce rotta da commozione, “forse da professionista ho peccato di mettere cuore per una persona che ritenevo socialmente debole, in quanto aveva passato la maggior parte dei suoi anni in carcere, e non volevo rigettarlo in pasto al mondo mafioso. Non mi candido se il partito non lo vorrà”.

L’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, è stato già condannato il 25 febbraio 2005 a cinque mesi di reclusione e 15mila euro di multa dai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Lecce, che l’hanno riconosciuto colpevole di abusivismo edilizio. Il dispositivo è stato letto dopo 14 ore di camera di consiglio. La vicenda risale al 1996 - quando Fasano era primo cittadino - in relazione alle concessioni edilizie rilasciate per l’insediamento turistico "Praia del sud" nella zona di Punta pizzo.

Ma sulla reputazione di Flavio Fasano pende anche un intervento istituzionale.

Legislatura: XIII Ramo: Camera

Tipo Atto: INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE Numero atto: 3/05542

Data presentazione: 18-04-2000 Seduta di presentazione: 711

Presentatore:  MANTOVANO Alfredo

Al Presidente del Consiglio dei ministri. - Per sapere - premesso che:

da tempo sono in corso procedimenti giudiziari, penali e amministrativi, relativi alla concessione del bene demaniale Lido San Giovanni, nel comune di Gallipoli: una vicenda resa inutilmente lunga e complicata da una serie di gravi, illegittimi e illeciti comportamenti del sindaco della cittadina jonica, avvocato Flavio Fasano, Costui, nonostante il Tar e il Consiglio di Stato in ripetute e anche recenti occasioni abbiano fornito con più provvedimenti di identico tenore chiare indicazioni sulla legittimazione degli aspiranti all'assegnazione, individuandoli nelle ditte Cospi e Ravenna, ha più volte posto ostacoli a che le pronunce giudiziarie avessero coerente esecuzione, fino a disporre la demolizione della struttura esistente nel Lido, che è del demanio e non del Municipio. A causa di tale suo comportamento in data 22 febbraio 2000 il sindaco di Gallipoli è stato condannato dal tribunale di Lecce per il reato abuso di ufficio alla pena di sei mesi di reclusione, mentre è stato chiesto il suo rinvio al giudizio del medesimo tribunale per una serie considerevole di abusi, di falsi ideologici, di danneggiamenti aggravati e di diffamazioni, contestatigli singolarmente ovvero in concorso con altri funzionari pubblici.

Il ministero dei Trasporti e della navigazione, che a suo tempo aveva condiviso l'orientamento di dare esecuzione alle sentenze dei giudici amministrativi, procedendo alla comparazione fra le domande di Ravenna e della Cospi, ha successivamente, con nota del 13 marzo 2000, imposto alla Capitaneria di porto di Gallipoli di soprassedere in attesa di valutare anche le istanze presentate dal sindaco della stessa città, sì che si è reso necessario un nuovo ricorso al Tar, col quale i giudici amministrativi hanno ribadito quanto già più volte ordinato;

dopo la sentenza di condanna penale, relativa a fatti di gravità minore rispetto a quelli per i quali sarà tra breve nuovamente giudicato, l'avvocato Flavio Fasano ha rassegnato le dimissioni da sindaco, che sono state seguite dall'immediata solidarietà da parte di esponenti del suo partito - il che è in sé comprensibile -, ma anche da prese di posizione dapprima del prefetto di Lecce, il quale ha detto di essere più che certo che la sentenza di primo grado avrà, nel successivo corso, un esisto positivo (Quotidiano di Lecce, 12 marzo 2000), del ministro dell'interno il quale ha testualmente dichiarato ai mass media, rivolgendosi allo stesso Fasano: sono dalla tua parte (Quotidiano di Lecce, 14 marzo 2000). E' evidente la grave delegittimazione che posizioni del genere provocano sull'operato della magistratura inquirente e giudicante, tanto che alcuni esponenti della magistratura associata salentina hanno pubblicamente protestato. Una delegittimazione tanto più grave in quanto il presidente del Consiglio dei ministri ha ripetutamente ostentato vicinanza alla persona dell'avvocato Flavio Fasano, da ultimo nella campagna elettorale per il voto del 16 aprile 2000 -:

se non ritenga gravemente inopportuno, oltre che lesivo per il prestigio della magistratura, il comportamento seguito dal prefetto di Lecce e dal ministro dell'interno nei confronti del sindaco di Gallipoli, oltre che la particolare vicinanza più volte manifestata dallo stesso Presidente del Consiglio dei ministri;

se, soprattutto dopo la pronuncia in sede amministrativa non ritenga illegittima la nota del 13 marzo 2000 del ministero dei trasporti e della navigazione, e quindi non ritenga di sollecitare quest'ultimo alla doverosa autotutela;

se non ritenga che lo Stato debba costituirsi parte civile nei procedimenti penali a carico del sindaco di Gallipoli, per riaffermare il senso della legalità più volte violata e messa in dubbio anche dai comportamenti di autorevoli cariche istituzionali. (3-05542)

D'altro canto lo stesso senatore Vincenzo Barba ha i suoi problemi.

La richiesta di rinvio a giudizio per il senatore gallipolino Vincenzo Barba, titolare dell'azienda petrolifera Nuova An.Pa, ed altri otto imputati, accusati di associazione a delinquere, falso e truffa dalla Procura leccese, è stata accolta. I reati contestati agli imputati, nel triennio 2000-2002, sarebbero legati alle attività di bunkeraggio della società petrolifera e di altre società. Secondo la Procura, attraverso una serie di attestazioni false il responsabile di Nuova An.pa, avrebbe indicato delle operazioni di intermediazione per i rifornimenti in mare di olii combustibili per navi italiane ed estere inesistenti.

 

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/politica/2009/17-novembre-2009/mantovano-fasano-vertice-polizia-il-delitto-padovano-che-titolo-1602020691277.shtml

http://www.telenorba.it/home/news_det.php?nid=7526

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=211038&IDCategoria=1

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4399&Itemid=1

http://archiviostorico.corriere.it/2001/maggio/19/Gallipoli_patto_dalemiano_col_centrodestra_co_0_0105198123.shtml

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=284691&IDCategoria=1

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=284801&IDCategoria=2699

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/politica/2009/16-novembre-2009/fasano-telefonata-l-sms--1602015955236.shtml

http://www.ilgiornale.it/interni/quando_disse_allindagato__hai_ragionato_brava_persona/17-11-2009/articolo-id=399592-page=0-comments=1

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9350:fasano-commosso-vuole-candidarsi-ma-se-il-partito-non-vuole-mi-ritiro&catid=18&Itemid=53

http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=150983

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=3443

ASSENTEISMO

Nuovo blitz antiassenteismo. Nuovo blitz, vecchio vizio.

In totale sarebbero 20 le persone denunciate per truffa aggravata ai danni dello Stato.

I controlli risalgono allo scorso mese e si sono avvalsi di appostamenti e riprese degli impiegati, persone impiegate in mansioni diverse, che entravano e uscivano da palazzo Balsamo a qualsiasi ora della giornata, dopo aver timbrato il cartellino.

Nel marzo del 2007, sempre il palazzo comunale nella città “BELLA” venne interessato da un rastrellamento con una raffica di deferimenti, in totale ben 32.

Il giro venne scoperto grazie alla segnalazione dei cittadini, quelli inviperiti che si recavano presso gli uffici per chiedere certificati ed informazioni, non trovando nessuno mai dietro gli sportelli.

http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=7660

BANCOPOLI E INGIUSTIZIOPOLI

Denunciato da una banca e assolto con formula piena Luigi di Napoli, che rinuncia anche alla prescrizione.

1988-2005: Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.

1988- Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali benefici e potere essere processato.

1996Assolto per insussistenza del fatto: i nastri non erano manipolati.

2005- Non sono mai state riaperte le indagini.

1990- Pretende che le forze dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.

Viene instaurato un processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e, conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura. La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in appello.

1995- Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo, essi, viziati per vari motivi.

1996- I rappresentanti di alcune banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.

1999- Il Tribunale rigetta le istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.

2000- La Corte d’Appello, con il Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.

Novembre 2000- Dopo quattro anni dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.

Il Gip dispone il sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.

Il Gip dispone il sequestro anche delle sentenze di fallimento che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.

2000-2003- I periti della Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%. Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura degli istanti il fallimento.

2003- Vari giudici delegati al fallimento vengono autorizzati ad astenersi.

12 Febbraio 2003, ore 8,30: Di Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.

12 Febbraio 2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula appena avrebbe parlato (la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con tono pacato, ma viene espulso dall’aula.

Maggio 2003- Di Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa, decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.

2001-2005- Varie cancellerie rilasciano attestazioni del vincolo del sequestro di cui sono gravate le sentenze a tutela della persona offesa. Di Napoli denuncia penalmente vari magistrati coinvolti nella scandalosa procedura ai suoi danni. Il curatore rinuncia all’incarico per gravi incomprensioni col giudice.

Di Napoli trascrive presso la Conservatoria dei registri immobiliari il provvedimento di sequestro della sentenza di fallimento.

5 Maggio 2005- Il giudice, con l’ausilio del nuovo curatore, dopo avere pubblicizzato suoli edificatori di indiscutibile pregio come “suoli ad uso seminativo”, li aggiudica a prezzo notevolmente inferiore. Gli offerenti, nel corso dell’udienza, vengono resi edotti del sequestro delle sentenze che inficia il loro acquisto. Le aggiudicazioni sono state opposte.

12 Maggio 2005- Di Napoli, nell’inerzia dei magistrati di Potenza ad esercitare l’azione penale contro i vari soggetti e i magistrati di Lecce coinvolti, presenta denuncia penale diretta alla Procura di Catanzaro chiedendo l’arresto del giudice delegato e del curatore.

13 Maggio 2005- Due sostituti Procuratori della Repubblica di Lecce chiedono l’arresto di Di Napoli.

24 Maggio 2005- DI NAPOLI, PERSONA OFFESA, AGLI ARRESTI DOMICILIARI. E’ accusato di avere creato il sequestro delle sentenze di fallimento.

7 Giugno 2005- Il tribunale del Riesame di Lecce conferma la misura ma dichiara l’incompetenza dei giudici di Lecce in favore dei giudici di Potenza.

30 Giugno 2005- il procedimento viene assegnato alla stessa P.M. denunciata, per le sue omissioni, presso il Tribunale di Catanzaro che chiede la conferma della misura. Gliela concede un GIP diverso dal “giudice naturale precostituito per legge”. Nella richiesta viene ravvisata la pericolosità sociale del Di Napoli per le numerose denunce e ricusazioni contro i giudici.

6 Settembre 2005- La Corte di Cassazione, su ricorso avverso il rigetto del riesame da parte dei giudici leccesi, dichiara la cessazione dell’efficacia della misura cautelare disposta dai giudici di Lecce.

http://files.splinder.com/89cb1ff982882cc11b47a3f30693d07a.doc

6 novembre 2007 tg5 20:00 • notizia n.15 : Indignato speciale

Incontro con Luigi Di Napoli, imprenditore di Gallipoli, che è fallito e che ha perso addirittura la casa, dopo aver denunciato una banca e finanziarie che gli imponevano tassi del 300%.

http://news.centrodiascolto.it/search/n=DI%20NAPOLI%20LUIGI

http://news.centrodiascolto.it/view/210014/n=SC/indignato_speciale

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-01923

presentata da SERGIO D'ELIA lunedì 11 dicembre 2006 nella seduta n.084

D'ELIA. - Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:

Il 21 ottobre 2006, su un quotidiano nazionale (l'Avanti), è apparsa la notizia della situazione assurda e paradossale di cui è vittima Luigi Di Napoli: «Un imprenditore salentino nel tritacarne».

già il 19 ottobre 2006, nel corso di varie edizioni del telegiornale di Telenorba (emittente locale pugliese), è stato trasmesso un servizio sulla drammatica situazione che, in quelle ore, stava vivendo, a Gallipoli, la famiglia Di Napoli con intervista rilasciata dall'avvocato Roberto Di Napoli, figlio della vittima, che, disperato, lamentava la mancata tutela dello Stato e gli abusi da parte delle Forze dell'Ordine che, per eseguire il rilascio dell'unica abitazione del Di Napoli, avrebbero, perfino, invaso i locali dell'immobile impedendone l'accesso a chiunque, compresa l'emittente televisiva;

il signor Luigi DI NAPOLI, imprenditore leccese, sarebbe, dal 1988, oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria che lo ha distrutto economicamente e che sta compromettendo la serenità della sua famiglia; nel 1988, mentre contestava un appalto truccato, e riconosciuto tale nelle sedi amministrative, dopo avere ricevuto minacce, ha subito un attentato che lo costringe tuttora all'uso delle stampelle;

la sua è una storia di usura ed estorsione, di denunce reciproche tra la vittima e magistrati. Egli ha subito 21 processi e per 21 volte è stato assolto; ha sempre rinunciato ad amnistia e prescrizione per farsi processare;

il signor Di Napoli, tramite il figlio avvocato Roberto Di Napoli, sin dal 15 settembre 2006, aveva sollecitato il Commissario e il Comitato di solidarietà per le vittime dell'usura e dell'estorsione ad intraprendere ogni iniziativa al fine di far rispettare la sospensione dell'esecuzione ex articolo 20 legge n. 44 del 1999, intervenuta ope legis in favore della vittima Di Napoli in seguito al conforme parere dell'autorità amministrativa (S.E. Prefetto della Provincia di Roma) ricordando, tra l'altro, la ratio della legge n. 44 del 1999, che come ribadito dalla giurisprudenza, consente l'ammissibilità ai benefici ivi previsti anche in favore delle vittime fallite in seguito ed a causa delle condotte delittuose;

il 25 settembre 2006, Di Napoli ha subito l'accesso degli ufficiali giudiziari che gli chiedevano di rilasciare l'abitazione e, soltanto verso le ore 19, veniva comunicato il rinvio dell'esecuzione al 19 ottobre 2006; in tale data il Di Napoli afferma di aver subito un trattamento da parte sia dagli ufficiali giudiziari che dalle forze dell'ordine non in conformità con le norme vigenti in materia, subendo aggressioni fisiche che hanno comportato il ricovero dello stesso presso il locale Presidio Ospedaliero. Azione esecutiva che, stante il dolore causato al Di Napoli dalle percosse subite, è culminata con il suo arresto per presenta aggressione a pubblico ufficiale (arresto che è stato revocato soltanto lo scorso 23 novembre 2006) -:

1. le motivazioni per cui non siano stati adottati i provvedimenti al fine di fare osservare la sospensione di cui all'articolo 20 legge n. 44 del 1999 considerato che il Di Napoli ha già ottenuto pareri conformi del Prefetto di Roma che lo riconoscono meritevole dei benefici di cui alla legge antiusura ed antiestorsione;

2. se, nell'esecuzione della procedura di rilascio dell'immobile del 19 ottobre 2006 gli organi preposti abbiano agito nel pieno rispetto delle normative vigenti.(4-01923)


MORCIANO DI LEUCA

Tutta la stampa ne parla. Sono finiti agli arresti domiciliari per concussione in concorso il sindaco di Morciano di Leuca, Giuseppe Picci e il comandante dei vigili urbani Anastasio Giovanni.

Secondo l’accusa avrebbe favorito illegalmente due attività commerciali penalizzandone una terza. Si tratta della creperia della famiglia Urso costretta secondo l’impianto accusatorio e non vendere più le crepes per non infastidire le due attività care al sindaco. I titolari delle attività in questione avrebbero favorito il primo cittadino in campagna elettorale, rischiavano di perdere i clienti attratti dalla creperia Urso e per questo madre padre e figlia sarebbero stati minacciati più volte da Picci e dal comandante dei vigili urbani con diffide verbali. Il clima da tempo si era fatto teso e la famiglia Urso ormai, alla vista dei due arrestati, aveva cominciato ad avvertire un crescente stato d’ansia. Per questo la titolare della creperia ha deciso di denunciare i fatti alla magistratura, il pm ha fornito elementi di prova e testimonianze che si sono rilevate determinanti. Il gip Annalisa De Benedictis, una volta valutato il quadro indiziario, ha emesso l’ordinanza di applicazione della misura cautelare per il sindaco di Morciano di Leuca e il comandante dei vigili urbani. Con l'accusa di concussione sono stati arrestati il sindaco e il comandante della polizia municipale di Morciano di Leuca, nel Salento. Gli arresti sono stati disposti dal gip del tribunale di Lecce Annalisa De Benedictis, che ha concesso al primo cittadino Giuseppe Picci, avvocato di 44 anni, e al comandante Giovanni Anastasio, di 53, gli arresti domiciliari. Secondo l'accusa, Picci e Anastasio, già durante l'estate del 2009, hanno costretto - con minacce, diffide e sanzioni pecuniarie - una famiglia di ambulanti (composta da marito, moglie e figlia), che gestiva un chiosco della marina di Torre Vado, a non vendere più crepes, nonostante la validità della licenza in loro possesso. Le pretese dei due arrestati - secondo la procura - servivano a rispettare un impegno preso dal politico con i venditori di crepes che solitamente affollano il litorale salentino, che avrebbero sostenuto Picci alle elezioni del giugno 2009. Alla terza sanzione amministrativa sarebbe scattata, per legge, la chiusura del chioschetto. Nell'estate del 2010, con specifica ordinanza, il sindaco avrebbe ordinato la chiusura dell'attività per una settimana, per mancanza dell'autorizzazione. Provvedimenti che, sempre secondo l'accusa, si sarebbero aggiunti ad una serie di diffide anche verbali e aggressive. Il tutto sarebbe stato orchestrato per rispettare un impegno preso con i titolari di attività commerciali che preparavano e vendevano crêpes, che avrebbero sostenuto il sindaco Giuseppe Picci nella tornata elettorale del giugno 2009.

Morciano, il sindaco e il comandante della municipale respingono ogni accusa. "Non c'è stata alcuna concussione e alcun abuso di potere, abbiamo semplicemente esercitato le nostre funzioni e i nostri poteri in maniera del tutto regolare". Si sono difesi così, nell'interrogatorio di garanzia dinanzi al gip annalisa De Benedictis, il sindaco di Morciano, Giuseppe Picci, 44 anni avvocato, e il comandante della polizia municipale, Giovanni Anastasio, 53enne, arrestati con l'accusa di concussione. L'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari è stata emessa dallo stesso gip del Tribunale di Lecce. Picci e Anastasio, che hanno dunque respinto ogni accusa, secondo l'ipotesi accusatoria avrebbero cercato, a partire dalla stagione estiva 2009, in tutti i modi di costringere i gestori di un chiosco nella marina di Torre Vado (moglie, marito e figlia) a non produrre e vendere più crêpe, nonostante tale prodotto rientrasse nelle autorizzazioni ricevute. Il tutto sarebbe stato orchestrato per rispettare un impegno preso con i titolari di attività commerciali che preparavano e vendevano crêpe, che avrebbero sostenuto il sindaco Giuseppe Picci nella tornata elettorale del giugno 2009. Per attuare il loro piano i due arrestati avrebbero avuto nei confronti dei gestori del chiosco "ripetute condotte di minacce e diffide verbali, tanto da generare uno stato d'ansia ogni qualvolta di avvicinavano" alle loro presunte vittime. I due indagati, assistiti dall'avvocato Francesco Vergine, hanno ripercorso gli eventi legati alle concessioni dei chioschi in un mercatino di Torre Vado. Ad ogni venditore, secondo un accordo stipulato con gli stessi gestori, sarebbe stata assegnata l'autorizzazione per la vendita di un determinato prodotto. I denuncianti, in particolare, avrebbero dovuto produrre e vendere un dolce di origine belga. La vendita delle crepe avrebbe disatteso questo accordo, provocando tensioni e malumori negli altri commercianti. I successivi provvedimenti amministrativi, del tutto regolari a loro dire, sarebbero stati emessi solo per questo.


NARDO'

BANCOPOLI E INGIUSTIZIOPOLI

Segnarsi la seguente data: 21 febbraio 2011, san Pier Damiani, quarto anniversario della caduta del secondo governo Prodi. Alle 9 precise di quel lunedì mattina Luigi De Magistris, ex pubblico ministero, ora eurodeputato dell'Italia dei valori, si dovrà presentare davanti al tribunale di Salerno, prima sezione penale, aula C di udienza. Imputato in un processo a suo carico per il reato di omissione in atti d'ufficio quand'era magistrato a Catanzaro. Il rinvio a giudizio è stato deciso dal giudice dell'udienza preliminare di Salerno Dolores Zarone. Non una trascuratezza qualunque, fa presente l'avvocato leccese Felice Rigliaco, legale della parte offesa, «ma un'omissione di indagini ordinate da un gip su presunte collusioni fra magistrati di Lecce e di Potenza con ipotesi delittuose gravissime che vanno dall'associazione per delinquere all'estorsione al favoreggiamento di banche che applicano tassi usurari disinvoltamente». Che cos'avrebbe combinato De Magistris, soprannominato «Gigineddu flop» per l'esito fallimentare di gran parte delle inchieste a lui affidate ma assurto al ruolo di castigamatti ora che veste la casacca dipietrista? L'accusa è di non aver indagato su due colleghi della procura di Potenza a loro volta denunciati da un commerciante che riteneva di non aver avuto giustizia da loro. «La casta è casta», commenta l'avvocato Rigliaco. E probabilmente l'inchiesta che gli era stata affidata non garantiva a De Magistris il «grande risalto mediatico» ottenuto grazie al fascicolo «Why not» che (secondo il giudice che recentemente ha demolito il fantasioso castello accusatorio) gli aveva regalato enorme notorietà. La vicenda che riporterà De Magistris in un'aula di giustizia seduto al banco degli imputati e non a quello della pubblica accusa ha origine qualche anno fa a Nardò (Lecce), dove un commerciante vittima di usura perse lavoro e casa: Luigi Stifanelli dormiva in auto e fu il primo cittadino italiano che ebbe assegnata la residenza ufficiale non tra quattro mura ma su quattro ruote. Ritenendo di non avere avuto giustizia, l'uomo denunciò i magistrati salentini che, a suo dire, erano responsabili di ritardi e omissioni a suo danno: «Sono vittima e destinatario di decisioni e condotte gravemente persecutorie e di un vero e proprio accanimento giudiziario». Per competenza territoriale, toccava ai magistrati di Potenza indagare sui colleghi di Lecce. Il fascicolo toccò a Roberta Ianuario, pubblico ministero ora trasferito a Napoli, e Alberto Iannuzzi, all'epoca giudice per le indagini preliminari passato in corte d'appello. Il caso fu archiviato. Stifanelli non si arrese: è un tizio che in fatto di querele non guarda in faccia nessuno, ha denunciato il sindaco di Nardò, un assessore, giornalisti come Cristina Parodi. Partì un esposto anche contro le due toghe lucane che planò sul tavolo di De Magistris, in quanto Catanzaro ha la competenza territoriale sui guai dei magistrati di Potenza. Era l'inizio del 2007, il sostituto calabrese stava architettando il castello di accuse contro Prodi e Mastella e il 12 marzo chiese di archiviare il fascicolo a carico dei colleghi. In ottobre il gip chiese ulteriori indagini ma l'invito fu lasciato cadere: c'erano reati più urgenti di cui occuparsi. Siccome non c'è due senza tre, il commerciante ha denunciato anche De Magistris. E questa volta non c'è stata archiviazione ma il processo. Il gup Zarone nel decreto che dispone il giudizio descrive così l'operato del nuovo idolo giustizialista: «Quale sostituto procuratore in servizio presso la procura della Repubblica di Catanzaro e assegnatario del procedimento penale (sui colleghi lucani, ndr), omettendo di procedere alle indagini ordinate dal gip presso il Tribunale di Catanzaro, indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio che per ragioni di giustizia doveva essere compiuto senza ritardo e comunque nel termine di sei mesi fissato dal gip». «Dagli atti di indagine - si legge ancora nel decreto - sussistono sufficienti elementi per sottoporre l'imputato al vaglio dibattimentale e non sono emerse ragioni per pronunciarne il proscioglimento».

Il seguito è cosa scontata. Trasmettiamo di seguito un esposto del commerciante di Nardò, Luigi Stifanelli, sull'assoluzione di Luigi De Magistris e pubblicata su Agenparl.it.

"Luigi De Magistris è stato assolto perché il fatto non sussiste: è la sentenza del Tribunale di Salerno nel processo per omissione in atti d'ufficio all'eurodeputato, per fatti risalenti a quando era ancora magistrato. ''Era un'accusa ingiusta e infamante - ha commentato De Magistris - ma sono stato assolto difendendomi nel processo e non dal processo, senza usare l'immunità parlamentare nè il legittimo impedimento''. Per il leader dell'Idv Antonio Di Pietro ''giustizia è stata fatta''. Questa nota dell’Ansa tace la circostanza che il Giudice che ha assolto De Magistris è la Dr.ssa Maria Teresa Belmonte, moglie dell’avv. Giocondo Santoro, fratello del Santoro famoso conduttore di Annozero. Questo Giudice costituisce il simbolo della imparzialità quando deve giudicare De Magistris. Con tale Giudice il De Magistris ha fatto certamente un grande sforzo a difendersi “nel processo”!!! E’ notoria l’attività di sponsorizzazione dell’europarlamentare dell’Idv De Magistris da parte del Santoro televisivo su di una televisione pubblica. Nessuno ha prove per dire che la decisione dell’assoluzione sia stata presa davanti al focolare dei coniugi Santoro-Belmonte allargato al noto conduttore di Annozero; è innegabile, però è che il Santoro televisivo cognato della Belmonte è il padrino dell’europarlamentare. Ciò che è certo è che la sentenza, così come formulata, getta un’ombra lugubre sulla Giustizia, quella vera. Luigi De Magistris era imputato di un grave delitto. Egli, secondo l’accusa, “...indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio..." quando era sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed aveva omesso di “procedere alle indagini ordinate…dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro” in un “procedimento…a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO”, che si era aperto a loro carico su denuncia del sottoscritto per ipotesi delittuose di “associazione per delinquere, favoreggiamento, falsità, concorso in estorsione ed usura” a carico di “alcuni magistrati di Lecce e di Potenza”. Nel fascicolo del Giudice certamente ci sarà stata l’ordinanza del GIP di Catanzaro che ordinava al De Magistris P.M. di proseguire le indagini nei confronti di altri magistrati di Potenza e di Lecce. Nel fascicolo del Giudice certamente vi è carenza assoluta delle indagini svolte dal De Magistris. Ci si attendeva nella ipotesi più rosea per l’europarlamentare l’assoluzione con la formula che il fatto che un P.M si rifuti di eseguire un ordine del GIP non costituisca reato; invece, l’assoluzione è stata con la formula più ampia, cioè, che il fatto non sussiste, che sta a significare che non vi è stato mai ordine di alcun GIP. Invece, l’ordine del GIP rivolto al De Magistris di proseguire le indagini era ben preciso. L’assoluzione perchè il fatto non sussiste può significare anche che il De Magistris abbia compiuto uno straccio d’indagine; invece, no; è proprio egli stesso che sul suo blog ha scritto di essersi considerato il “dominus” e di non aver inteso indagare per non fare spendere denaro. Dunque, la sentenza che ha assolto il De Magistris è smaccatamente falsa. Ciò che colpisce in questo processo è la rapidità con cui si è concluso; certamente, era necessario sgomberare le ombre sul candidato sindaco di Napoli: tre udienze velocissime a distanza di pochi giorni l’una dall’altra; con la scelta mirata del giorno dell’udienza in cui vi era lo sciopero degli avvocati, e, quindi, svolta in assenza del difensore della parte civile. Ammirevole la velocità con cui il Giudice Belmonte ha concluso questo processo; sarebbe interessante sapere se questa velocità nel concludere il processo De Magistris, abbia penalizzato qualche altro imputato vero innocente, che attende prima di lui da anni la conclusione del suo processo. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il suo rifiuto di indagare, all’epoca in cui egli era P.M. a Catanzaro, sulle sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Lecce di procedimenti penali a carico di soggetti bancari che praticavano e praticano tuttora usura ed estorsione. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati escussi i testi che avevo proposto al mio difensore, l’avv. Licia Polizio; infatti, avevo proposto come “testi i soggetti menzionati nell’opposizione alla richiesta di archiviazione”, che avrebbero dovuto riferire su sistematiche archiviazioni facili da parte di magistrati di Lecce nei confronti di banche che operano usura ed estorsione e, precisamente i seguenti soggetti: l’On. Nichi Vendola, il sig. Franco Carignani, l’Avv. Fedele Rigliaco, Il giornalista de "Il Mondo" che scrisse l’articolo dal titolo "Com'è stretta la Puglia" il12 giugno 1998 N. 24, l’ex Ministro della Giustizia, on. Diliberto, il Giudice di Lecce Dr. Pietro Baffa, l’ex P.M. Dr. Aldo Petrucci, il presidente dello SNARP, sindacato nazionale antiusura, dell’anno 1999, il Giudice Dr. Gaeta di Lecce, l’ex Gip Dr. Francesco Manzo, l’ex Gip Dr. Fersini il consulente del P.M. di Lecce, Dr. Daniele Garzia, che dovrà riferire sulla seguente circostanza: la tabella dove erano indicati i tassi praticati allo Stifanelli da parte della banca erano abbondantemente superiore a quelli consentiti dalla legge il Dr. Leonardo Rinella che è stato P.M. presso la Procura di Bari, il quale aveva accertato, per il tramite del suo consulente, che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi; il consulente della Procura di Bari, Dr. Egizio De Tullio, il quale aveva accertato che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati acquisiti dal Giudice del dibattimento alcuni fascicoli che avevo proposto al mio difensore come richieste istruttorie. Così, infatti, scrivevo al mio difensore avv. Licia Polizio: “E’ necessario chiedere al Giudice del dibattimento l’acquisizione di alcuni fascicoli che dimostrano l’attività di “protezione dell’usura nel Salento” da parte di alcuni magistrati e che sono raccolti tutti nel Dossier a firma del Sig. Franco Carignani: 3445/94 rgnr. Tribunale di Lecce, n. 8133/ 95 RGNR del Tribunale di Lecce (Capoti), n.15950/97 RGNR del Tribunale di Bari (Bisconti - Durante), n. 2011/G/96 Presso la Direzione Nazionale Antimafia, n. 508/97 RGNR del Tribunale di Lecce, n. 1885/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 800/96/21/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 6647/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 3926/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 9725/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 19797/97/21 RGNR”. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il rifiuto di indagare sulle altrettante sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Potenza di procedimenti penali a carico di quei magistrati di Lecce che consentono tali “facili” archiviazioni. La carenza delle suindicate indagini ha consentito ad alcuni magistrati criminali di Potenza e di Lecce di crearsi l’usbergo della immunità e, così, proseguire con la loro opera delinquenziale di copertura di gravi reati, come l’estorsione, il favoreggiamento, l’usura, la falsità, di Banche, di società di riscossione dei tributi e di personaggi importanti. Insomma, per De Magistris e per il Giudice cognato del Santoro di Annozero tutto questo è cosa da nulla; che i magistrati di Lecce o di Potenza consentano ad estortori o usurai bancari o ad esattori delle tasse usurai a proseguire nella loro attività criminale con conseguente distruzione di molte imprese, di molte famiglie e dell’economia salentina è una cosa di poco conto. Oggi, affrancato dal peso dell’accusa, il De Magistris - che aveva il dovere d’indagare e d’impedire la prosecuzione di questi reati - si appresta con estremo candore a governare la città di Napoli massacrata dall’usura bancaria. Con la sentenza della “Giudicessa” cognata del Santoro televisivo alcuni magistrati di Lecce possono proseguire impunemente a favorire l’usura e l’estorsione delle Banche e dell’esattore delle tasse in danno dei salentini; tali magistrati sanno che troveranno, prima o poi, una Dr.ssa Belmonte che scriverà una sentenza perché “il fatto non sussiste”. Eppure le archiviazioni di procedimenti penali a carico di soggetti che, con minacce di pregiudizi, riuscirono ad estorcere del denaro crearono disagio, malessere e sconcerto nella popolazione salentina. In particolar modo furono gl’imprenditori che esternarono - con esposti a tutte le Autorità ed a tutte le Istituzioni dello Stato, alla Direzione Nazionale Antimafia, alla Commissione antimafia, alle Cariche istituzionali più importanti dello Stato - il disagio per la mancata tutela penale della proprietà; nell’immaginario collettivo si ebbe a formare l’idea di una sorta di sodalizio fra magistrati, banchieri ed altri soggetti. A seguito di ciò in data 24/09/’98 l’on. Nichi Vendola, all’epoca vice-presidente della Commissione antimafia, ora Governatore della Puglia, pose il dito su questa piaga del Salento; e, con atto di sindacato ispettivo n. 4/19855 sollevò questioni riguardanti le numerose e facili archiviazioni da parte della Procura della Repubblica di Lecce dei procedimenti penali “per i reati di estorsione, usura, truffa ed altro commessi da rappresentanti delle banche a danno di imprenditori Salentini” per sapere come mai molti salentini non avevano avuto la tutela penale, nonostante che i magistrati della Procura di Lecce avessero constatato l’applicazione di alti tassi d’interesse da parte di Banche; la vicenda ebbe vasto clamore, scaturito dalla divulgazione delle notizie attraverso la stampa. Nel succitato atto l’onorevole interrogante faceva riferimento ad un articolo comparso sul settimanale “Il Mondo” del 12 giugno 1998, n. 49 che dettagliava numerosi casi di archiviazioni di procedimenti penali. Quell’interrogazione venne archiviata perché il Ministro della Giustizia dell’epoca, on. Diliberto, ebbe a fornire una risposta contenente notizie false che gli furono fornite dalle articolazioni ministeriali competenti. L'On.le Consiglio Superiore della Magistratura con le circolari nn° 8160/82 e 7600/85, 4° commissione, e con la delibera del plenum dell'11 dicembre 1996 ha esplicitato che "l'esigenza generale, consistente nella tutela dell'imparzialità e della libertà da condizionamenti che devono connotare anche nell'apparire, l'attività giudiziaria, si pone quale specificazione del principio di tutela del prestigio della Magistratura inteso come apprezzamento sociale della corretta amministrazione della Giustizia". Secondo la Corte di Cassazione, Sez. Unite, sentenza del 03 aprile 1988, n. 2265 "La responsabilità disciplinare del Magistrato, per comportamento pregiudizievole al prestigio suo e dell'Ordine Giudiziario, può conseguire anche da atti non illegittimi, ma meramente inopportuni od avventati”. Questo esposto pubblico è rivolto alle autorità in indirizzo per quanto di loro competenza, in particolare al Presidente della Repubblica, per valutare se vi sono gli elementi per promuovere procedimento disciplinare nei confronti della Dr.ssa Belmonte se per accelerare il procedimento a carico del De Magistris abbia trascurato qualche altro procedimento che aveva delle priorità o per valutare se la decisione di assolvere il De Magistris con la formula “perché il fatto non sussiste” sia stata avventata in presenza di un’ordinanza ineseguita di un GIP."

http://www.ilgiornale.it/interni/e_de_magistris_castigamatti_si_ritrova_imputato/30-10-2010/articolo-id=483511-page=0-comments=1


PARABITA

DELITTI PADOVANO E ROMANO: CITTADINI MAFIOSI O SFIDUCIATI DALLA GIUSTIZIA ?

Una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione di un salentino, Giorgio Romano, che – secondo primi accertamenti – avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie.

Mantovano ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti, di aver concordato l’ispezione amministrativa col ministro della giustizia, Angelino Alfano, un’ispezione «che sia parallela e non in contrasto, come ogni accertamento ispettivo di carattere amministrativo con l’indagine penale». Per il resto – ha detto ancora al riguardo – «ci sono indagini giudiziarie in corso sulle quali l’autorità giudiziaria ha piena disponibilità, indipendenza e autonomia».

Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie.

Di ritorno da Gallipoli, dove in mattinata si era tenuta la seduta straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica alla presenza del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il prefetto di Lecce Mario Tafaro, ha incontrato nel primo pomeriggio una delegazione del Pd salentino per discutere della situazione allarmante venutasi a creare a fronte di due omicidi nell’arco di una sola settimana.

Nel corso dell’incontro a Palazzo di Governo, Maritati e gli altri sono nuovamente tornati sull’omicidio Padovano, prendendo le dovute distanze e polemizzando circa la partecipazione di alcuni rappresentanti istituzionali locali al funerale dell’ex boss gallipolino della Scu.

“E’ stato un gravissimo errore politico e si è trattato di presenze a dir poco inopportune. Ma, quello che ancor più preoccupa, è l’atteggiamento di una quarantina di commercianti che avrebbero abbassato la saracinesca al passaggio del suo feretro. Perché lo hanno fatto? Hanno avuto paura? Si sono sentiti scoperti? O, piuttosto, il loro è stato un atteggiamento di accondiscendenza verso qualcuno più forte e potente?”.

A queste domande la politica è chiamata a dare una risposta, secondo Maritati, che è tornato pure sull’omicidio avvenuto a Parabita. In questo caso, il dato preoccupante ruota attorno alle aste giudiziarie: qui la magistratura ha il dovere di indagare sul presunto coinvolgimento e le successive infiltrazioni nel sistema delle aste pubbliche. Soprattutto a fronte di una sorta di denuncia giunta due anni fa sotto forma di missiva al sindaco di Parabita, Adriano Merico, dove si chiedeva all’amministrazione comunale di intervenire con urgenza e indagare chiaramente nel settore delle aste, perché ci sarebbe stato il rischio (una premonizione divenuta realtà) che qualche semplice e normale cittadino si sarebbe trasformato in un giustiziere.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDCategoria=1&IDNotizia=210968

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PORTO CESAREO

Da “La Repubblica”.: "Punta Grossa". Colata di cemento nell'area protetta. Sigilli al mega resort da 50 milioni.

Sono 129 gli indagati, tra cui funzionari di Regione Puglia e Comune, responsabili di aver avallato la costruzione del complesso turistico con l'approvazione di una variante urbanistica dichiara illegittima. La struttura nata su una delle area più belle del Salento ha cambiato volto alla zona di Porto Cesareo

Un lussuoso resort da 50 milioni di euro con villette, alberghi, solarium, centri estetici, anfiteatro, discoteca, impianti sportivi e strutture commerciali. Una struttura ricettiva tra le più imponenti del Salento, affacciata - come si legge negli annunci sui siti di promozione turistica - "su un tratto di mare all’interno del Parco nazionale marino e nelle immediate vicinanze del Parco regionale di Porto Cesareo; in una delle più belle aree naturali della costa ionica del Salento, in località Torre Lapillo, a circa 10 km a nord di Porto Cesareo".

Un paradiso per turisti e per chi aveva lì comprato la casa al mare sequestrato dalla guardia di finanza per abusivismo: 129 le persone indagati per reati ambientali, tra cui i responsabili del Comune e della Regione che hanno rilasciato le autorizzazioni e i 120 proprietari di appartamenti. Un pezzettino di Puglia dall'inestimabile valore paesaggistico, che ha cambiato faccia dopo l'immensa colata di cemento arrivata con una variante urbanistica illegittima. Aree che avrebbero dovuto essere protette perché rappresentano la vera ricchezza del Salento e che, invece, sono state “devastate” come ha sottolineato il procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta. I 9 pubblici ufficiali coinvolti nello scandalo sono l’ex sindaco di Porto Cesareo Vito Foscarini, i 3 responsabili dell’epoca degli assessorati regionali all’Ambiente e all’Urbanistica (Luigi Ampolo, Giuseppe Lazzazzera e Luca Limongelli), 2 responsabili dell’Ufficio tecnico comunale (Cosimo Coppola e Giovanni Ratta), 2 progettisti (Claudio Conversano e Antonio Nestola) e il legale rappresentante delle società coinvolte (Franco Iaconisi).

La struttura turistica sequestrata oggi è il resort Punta Grossa di Porto Cesareo, di proprietà della società Fgci srl. Le indagini delle fiamme gialle hanno accertato che il villaggio è stato realizzato in seguito a una lottizzazione abusiva a scopo edilizio di terreni in località Serricelle, aree protette che per le loro caratteristiche paesaggistiche sono state dichiarate di notevole interesse pubblico. Tra queste le zone di Palude del conte, Duna di Punta Prosciutto e altre dichiarate riserve marine. La costruzione del complesso immobiliare che sorge su un'area molto vasta ha inoltre causato una rilevante trasformazione urbanistica delle aree interessate, sottoposte a vincoli ambientali e paesaggistici, anche in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti e delle normative edilizia, urbanistica ed ambientale.

In particolare va sottolineato che prima dell'edificazione del complesso turistico, il consiglio comunale di Porto Cesareo aveva approvato una variante urbanistica al piano regolatore generale, attribuendo ai terreni in località "Serricelle", precedentemente tipizzati come agricoli, specifica destinazione turistico-alberghiera. Tuttavia, l'intera procedura che ha portato alla variante urbanistica al piano regolatore è da considerarsi illegittima, in quanto basata su due conferenze di servizi, rispettivamente risalenti agli anni 2002 e 2006, di cui la prima annullata con sentenza del Tar Puglia, confermata dal Consiglio di Stato e la seconda indetta illecitamente. Inoltre, la suddetta variante urbanistica è stata approvata senza tener conto delle prescrizioni di non alterazione del paesaggio regionale esistente, previste dal Piano urbanistico territoriale tematico.

La realizzazione del complesso immobiliare sarebbe stata possibile grazie ad alcuni illeciti commessi dal sindaco pro tempore e dai responsabili pro tempore dell'Ufficio tecnico del Comune di Porto Cesareo nonché dai progettisti e direttori dei lavori per la costruzione del residence, indagati per reati contro la fede pubblica ed abuso d'ufficio, i quali avrebbero falsamente attestato, nei loro pareri e relazioni, che non esistevano altre aree urbanisticamente idonee alla realizzazione di strutture turistico-ricettive, riattivando il procedimento amministrativo che ha portato alla variante urbanistica del piano regolatore. Le fiamme gialle spiegano inoltre, che sono stati denunciati alla procura della repubblica presso il tribunale di Lecce i responsabili pro tempore degli assessorati all'Urbanistica e all'Ambiente della Regione Puglia per aver fornito pareri irregolari ed illegittimi, omettendo i controlli, obbligatori per legge, sulle attestazioni fornite dai funzionari comunali nonché sul rispetto dei vincoli paesaggistici ed ambientali. Tra i 129 indagati - residenti in tutta Italia e responsabili del reato ambientale di lottizzazione abusiva - ci sono I 120 proprietari di appartamenti adibiti a case-vacanza all'interno del villaggio vacanze.

Ma non è tutto, perché se nella realizzazione dell’enorme mostro di cemento, i militari hanno individuato una serie di illegittimità urbanistiche e ambientali, il prosieguo delle indagini ha poi permesso di scrivere un altro capitolo relativo a presunte violazioni relative all’organizzazione societaria delle due Srl che hanno costruito e gestito il resort. Alla luce delle evidenti violazioni che avevano caratterizzato la costruzione del villaggio, infatti, risultava impossibile procedere ad una formale compravendita immobiliare, per cui sarebbe stata effettuata un’operazione di riorganizzazione societaria, realizzata attraverso il conferimento di un patrimonio immobiliare di 108 appartamenti, fittiziamente mascherata come cessione di ramo d’azienda, della Fgci Srl verso una multiproprietà azionaria, cretata ad arte ed avente la stessa compagine sociale, denominata Punta Grossa srl. Le quote sarebbero quindi state cedute a 120 soggetti che, in teoria acquistavano parte del capitale sociale, in realtà diventavano padroni degli appartamenti. Nel momento in cui i proprietari volevano vendere la casa, la società riscattava la quota di appartenenza e la cedeva ad un nuovo inquilino, che conquistava così il suo spazio vitale nel paradiso salentino. Oltre a configurare illeciti penali, tale operazione di gestione straordinaria ha consentito di evadere l’Irap per 6 milioni e mezzo e l’Iva per 2 milioni, come evidenziato dalle ispezioni tributarie che si sono concluse con il recupero di elementi positivi di reddito per 7 milioni e 200mila euro.


RUFFANO

COLPEVOLE FINO A PROVA CONTRARIA ?

Luigi Nicola Fiorito si deve fare da parte: non è più sindaco di Ruffano. Lo ha stabilito il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un decreto emesso giovedì 28 maggio 2009 con il quale, oltre ad aver rimosso Fiorito dalla carica elettiva, ha decretato anche lo scioglimento del consiglio comunale. Il provvedimento, di gravità estremamente eccezionale, è stato adottato dal Capo dello Stato «considerato che i pregiudizi e i procedimenti penali che gravano sul suddetto amministratore nonchè la condotta complessivamente tenuta dal medesimo hanno ingenerato nella comunità di Ruffano una situazione di tensione che espone l’ordinaria e civile convivenza a gravi rischi di turbativa e minaccia la sicurezza delle istituzioni locali, viste le condizioni di fatto lesive degli interessi della comunità territoriale».

A determinare il provvedimento del Presidente della Repubblica era stata una relazione del Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che aveva motivato la sua richiesta con articolate argomentazioni. «Una serie di situazioni e circostanze», si legge nella relazione, «riconducibili direttamente o indirettamente alla condotta di Fiorito o alla sfera delle sue relazioni, ha determinato nella comunità locale un potenziale pericolo per l’ordinata e civile convivenza e una sospetta illegalità nell’attività amministrativa dell’ente locale, foriera di pericolo per la sicurezza e la credibilità delle istituzioni, che adombrano una concreta minaccia per la salvaguardia dell’ordine pubblico, la cui tutela è compito primario dello Stato».

Ma su cosa si basa in concreto la richiesta del Ministro dell’Interno? «Invero accertamenti condotti dalle forze dell’ordine e che hanno portato all’avvio di una significativa vicenda penale, hanno evidenziato la posizione dominante dell’amministratore nell’ambito di un macchinoso sistema affaristico», scrive Maroni, «nel quale i poteri derivanti dalla carica elettiva vengono strumentalizzati per fini non conformi ai pubblici interessi. A ciò aggiungasi il coinvolgimento dello stesso sindaco in un procedimento penale per reati ambientali, insieme ad un personaggio di spicco della locale criminalità organizzata, correo in azioni di rapina, porto illegale di armi ed altro, oltre che personalmente autore di condotte intimidatorie e violente a danno di esponenti proprio dell’amministrazione comunale di Ruffano».

Ma sulla decisione del Ministro dell’Interno di chiedere la revoca di Fiorito hanno pesato anche le «pendenze penali che vedono coinvolto il sindaco, anche per ipotesi di reato particolarmente gravi, quali corruzione, abuso d’ufficio, minaccia, falsità in atti e violazione della normativa urbanistica». Ma c'è stato qualcosa che ha determinato in particolare la richiesta del provvedimento di revoca da parte del Ministro Maroni: «La recente sentenza di condanna in primo grado riportata da Fiorito per l’ipotesi di reato di minaccia aggravata». Da domani i cittadini di questo grosso e laborioso comune del Sud Salento potranno cominciare a scrivere una pagina nuova della storia della loro comunità.

Sarebbero quattro le vicende giudiziarie che vedono coinvolto Nicola Fiorito in qualità di sindaco di Ruffano e che avrebbero determinato la decisione del Ministero dell’Interno di chiedere al Presidente della Repubblica «la rimozione dello stesso Fiorito dalla carica di sindaco e lo scioglimento del consiglio comunale».

La prima (al pari di tutte le altre, ancora da dimostrare, ndr) si riferisce alla costruzione di un supermercato su un territorio agricolo di proprietà della suocera di un consigliere comunale e madre di un amico e socio in affari di Fiorito (in quanto contitolari della società «Gestione Immobiliari & Turistiche Srl»). Benchè su questo terreno non si potesse costruire il sindaco avrebbe consentito la realizzazione di un immobile destinato ad ospitare un supermercato, consentendo tra l’altro alla proprietaria del suolo di incassare dalla vendita una somma pari 484.200 euro. In questa vicenda, per altro, alla ditta costruttrice il sindaco concedeva persino lo scomputo degli oneri di urbanizzazione secondaria pari a 17,576 euro.

Un’altra vicenda determinante nel procedimento di rimozione del sindaco riguarderebbe l’affidamento della gestione della segnaletica stradale e della gestione della strumentazione di controllo delle infrazioni al codice stradale. Il sindaco avrebbe affidato l’appalto ad una ditta ricevendo denaro in cambio e predisponendo documenti falsi per dare la parvenza di legittimità all’operazione.

Altro caso in questione sarebbe quello relativo alla realizzazione di due lotti della rete fognaria, uno pari 1.232.583,79 euro e l’altro di 951.613,76. In questa vicenda il sindaco - sempre stando all’ipotesi degli investigatori - avrebbe costretto il titolare della ditta a pagare una tangente pari al 7 per cento del fatturato totale.

La quarta faccenda si riferisce alla gestione del servizio di pubblica affissione. Fiorito avrebbe costretto il titolare della ditta appaltatrice ed un suo dipendente a riscuotere (con bollette false da lui consegnate) somme in nero per la Tosap, obbligando la ditta a versargli il 50 per cento delle somme incassate.

Nicola Fiorito, il sindaco destituito dall’incarico, affiderà le sue ragioni ad un manifesto pubblico e ad un comizio nella piazza principale del paese. «Voglio capire», dice a caldo Nicola Fiorito, «le motivazioni che hanno spinto il ministro Maroni a questa decisione che ha colto di sorpresa non solo me personalmente ma tutta la mia maggioranza. Ma se dalla mia parte politica nessuno era a conoscenza che il ministero dell’Interno fosse sul punto di decidere per la destituzione, altrettanto non si può dire sul conto dell’opposizione. Da qualche giorno, infatti, alcuni dei miei avversari politici avevano già diffuso a denti stretti la notizia in paese. In che modo ne erano venuti a conoscenza? » Le domande ed i quesiti del sindaco aumentano dopo la lettura del decreto firmato dal Presidente della Repubblica. «Secondo il ministero dell’Interno sono una persona che non ha equilibrio e che ha generato in paese uno stato conflittuale con i diversi apparati della macchina organizzativa municipale», dice il sindaco, «ma sono intenzionato a difendermi prontamente da queste accuse che non stanno nè cielo né in terra. Ho già dato mandato all’avvocato Pietro Quinto e nel ricorso al Tar che presenteremo ribatteremo a tutto, punto su punto».

Pietra dello scandalo, secondo le notizie ribalzate da Roma, oltre alle diatribe interne al Comune con un operatore ed il comandante della polizia municipale, sarebbe la decisione assunta dal sindaco Fiorito di riaprire nel 2001 una discarica di rifiuti, di proprietà di un «personaggio di spicco della locale criminalità organizzata », «In quel periodo si era in piena emergenza ambientale», spiega Fiorito, «e decisi il ricorso a quella struttura per evitare che i rifiuti invadessero le strade. Quella ordinanza faceva seguito ad una delibera licenziata dall’amministrazione precedente alla mia. Era stato proprio il sindaco Rocco Stradiotti ad individuare quel sito. Io ho solo preso atto dei deliberati e dei carteggi esistenti. E ci tengo a sottolineare la serietà e l’integerrima figura di Stradiotti, vicequestore di Lecce, che ha sempre operato nella legalità ed in coerenza con la sua funzione di pubblico ufficiale».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=243035&IDCategoria=11

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SANARICA

Sindaco, vice-sindaco, ragioniere comunale e responsabile del servizio finanziario del comune di Sanarica sono finiti sotto processo. Il gup Nicola Lariccia ha disposto il rinvio a giudizio dei quattro imputati dopo una lunga camera di consiglio accogliendo le richieste del pubblico ministero Giovanni Gagliotta. Respinte le richieste degli avvocati difensori che avevano invocato il proscioglimento dei loro assistiti. Sergio Santese, primo cittadino di Sanarica, venne arrestato il 18 febbraio 2008 dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria in un'operazione in cui vennero indagati anche il vicesindaco Fernando Caputo, il ragioniere comunale Antonio Perrone e Oronzo Nuzzachi, responsabile del servizio finanziario a Palazzo di Città. Le accuse per tutti erano e rimangono tentata concussione e abuso d'ufficio.

In particolare, Santese avrebbe indotto un architetto, senza riuscire nel suo intento, a dividere in tre parti le somme di un finanziamento pubblico finalizzato alla realizzazione di infrastrutture nel Pip. Due terzi di 80mila euro dovevano essere consegnati a Santese e Caputo, ma l'architetto si rifiutò. Sempre sindaco e vice-sindaco avrebbero spinto l'architetto nei lavori relativi all'attivazione di una stazione di servizio per carburanti sulla provinciale Maglie-Poggiardo a versare somme di denaro per sollecitare la pratica relativa all'autorizzazione della gestione della stazione.

Il primo cittadino, inoltre, in un'altra circostanza, avrebbe "persuaso" il manager di una società privata delegata all'analisi di fatture e bollette Enel e al relativo recupero crediti per l'illuminazione pubblica a farsi versare 6 mila euro, come "tangente" per il suo interessamento in merito alla liquidazione di una parcella gonfiata di 37 mila euro. Somme, secondo gli inquirenti, che sarebbero state elargite tramite l'emissione di due bonifici di 10 mila euro ciascuno effettuati dai funzionari Antonio Perrone, ragioniere comunale e Orazio Nuzzachi, responsabile del servizio finanziario. Nel processo sono state identificate persone offese il sindaco pro-tempore di Sanarica e l'amministratore unico di una società con sede a Galatone. Sergio Santese è difeso dagli avvocati Pasquale e Giuseppe Corleto, Fernando Caputo è assistito da Luigi e Alberto Corvaglia, Antonio Perrone da Luigi Rella, infine Andrea Starace assiste Orazio Nuzzachi.

http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=9152

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=194566&IDCategoria=1


SPECCHIA

CONDANNATO SINDACO DI SPECCHIA

Due anni e dieci mesi più l’interdizione da pubblici uffici (pena senza sospensione) per Antonio Lia nell’ambito della vicenda, a cavallo tra il 2000 ed il 2002, dell'acquisto di un frantoio ipogeo di Specchia.

E’ la sentenza di primo grado emessa dalla prima sezione penale del Tribunale di Lecce nella serata odierna. L’accusa nei confronti del primo cittadino specchiese è di falso, truffa e tentata concussione. Lia è stato condannato anche al risarcimento danni nei confronti della parte civile. Stante la non sospensione della pena, si attende una decisione del Prefetto nei riguardi di Lia. Condannati a dieci mesi altri due imputati, i coniugi Santo Pizza e Lucia Indino. Assolto, invece, per non aver commesso il fatto, il tecnico comunale Antonio Surano.

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