di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su
atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
CASARANO
VIDEO INCHIESTA DEPURATORI

GALATINA
Non sniffate mentre siete in
servizio. La sorprendente raccomandazione è contenuta in una circolare inviata
ai medici da Giuseppe De Maria, direttore sanitario dell'ospedale Santa Caterina
Novella di Galatina, in provincia di Lecce. «Il personale deve astenersi durante
gli orari di lavoro dall'uso di cocaina e deve intraprendere un idoneo programma
di disintossicazione» anche in collaborazione con l'azienda. Su iniziativa del
direttore generale della Asl, Guido Scoditti, il documento è ora nelle mani
della Procura. Tutto nasce da una serie di lettere anonime fatte recapitare
all'amministrazione dove si segnalano le cattive abitudini di alcuni dipendenti
in camice bianco. Ed è per pura coincidenza che proprio in questi i giorni i
tecnici di alcuni ministeri abbiano terminato di aggiornare l'elenco dei
lavoratori con mansioni di rischio obbligati a sottoporsi a periodici test
antidroga. A conduttori di mezzi pubblici, piloti di treni e aerei, autisti di
tir e furgoni privati, già inclusi in un provvedimento di tre anni fa, sono
stati aggiunti medici, infermieri e ostetriche. «Il nostro obiettivo era quello
di razionalizzare il sistema dei controlli per il consumo di stupefacenti da
parte del personale con mansioni che richiedono il pieno possesso di tutte le
capacità», spiega Giovanni Serpelloni, capo del dipartimenti per le Politiche
antidroga presso la presidenza del Consiglio. La nuova lista, concordata fra i
tecnici di quattro ministeri Difesa, Salute, Interno e Trasporti verrà adesso
proposta alla Conferenza Stato Regioni. Si tratta di una modifica ai decreti del
2007 e 2008. Coinvolti i lavoratori che, se agiscono in condizioni psichiche
alterate dal consumo di droga, possono mettere in pericolo l'incolumità dei
cittadini oltre che la propria. «Per quanto riguarda gli operatori sanitari -
dice Serpelloni - abbiamo proposto gli esami solo per medici, infermieri e
ostetriche che hanno funzioni di assistenza ai pazienti. Non ci saranno
controlli indiscriminati». Nell'elenco che ripercorre quello per i test anti
alcol sono presenti, oltre ai lavoratori dell'edilizia, i conduttori di
ambulanze. I decreti prevedono accertamenti antidroga a sorpresa una volta
l'anno. In caso di positività il dipendente viene sospeso e avviato verso
percorsi di recupero e disintossicazione. La circolare dell'ospedale di Galatina
ha provocato polemiche sopratutto all'interno della stessa Asl. Il direttore
generale avrebbe gradito maggior riserbo e non ha condiviso le eclatanti
modalità di intervento del collega. Il foglio con l'intimazione a non sniffare è
stato infatti affisso in bacheca. Coinvolto anche il mondo politico. Il Pdl
regionale scalpita perché magistratura e ministero della Salute dispongano
un'indagine. L'Udc in un'interrogazione giudica urgente l'intervento del
presidente della Puglia e dell'assessore alla sanità.
http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_12/il-test-antidroga-anche-per-i-medici-e-gli-infermieri_4779dca8-05d2-11e0-be41-00144f02aabc.shtml

GALLIPOLI
MAFIOPOLI
CITTA' MAFIOSA, IPOCRISIA O GIOCO DELLE PARTI
??
La notizia è trapelata nel corso della riunione del
comitato straordinario per l'ordine e la sicurezza pubblica, alla quale ha preso
parte il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano.
Ci sono tre motivi che avrebbero portato l'assise comunale
a varcare quella linea sottile "nell'intreccio tra realtà criminali e
amministratori locali", che il sottosegretario vuole verificare.
Il primo è l'immediata solidarietà espressa dal sindaco
Venneri - attraverso gli organi di stampa - alla famiglia di Salvatore Padovano,
il boss della sacra corona unita assassinato l'altra settimana.
Il secondo è la visita in chiesa dello stesso Venneri poco
prima dei funerali del boss.
La terza è la presenza di un cugino del boss in consiglio
comunale: eletto nelle liste del PD e subito passato nel gruppo misto a sostegno
della maggioranza.
Già nel settembre 1991 - applicando per la prima volta il
decreto Scotti - il consiglio comunale di Gallipoli fu sciolto per infiltrazioni
mafiose.
Occorre svolgere un'attenta verifica sulle collusioni tra
mafia ed amministratori locali, ha assicurato Mantovano. Ha anche annunciato
accertamenti su quei commercianti che hanno omaggiato il boss ai funerali.
Pronuncia parole dure Alfredo Mantovano, nei confronti dei
politici, il sindaco Giuseppe Venneri e l’onorevole Barba, presenti al funerale
di Salvatore Padovano: «Come ha insegnato la storia del contrasto alla
criminalità va eliminata qualsiasi anche simbolica vicinanza tra il mondo della
criminalità organizzata e la società».
Il sottosegretario contesta anche il comportamento dei
docenti universitari che hanno partecipato alla presentazione del libro “Da
Ciano all’8 settembre”, scritto dall’ex boss e dei giornalisti che hanno
favorito interpretazioni fuorvianti sulla «nuova identità» civica che Padovano
tentava di costruire di sé.
Di ritorno da Gallipoli, dove in mattinata si era tenuta la
seduta straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica alla
presenza del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il prefetto di
Lecce Mario Tafaro, ha incontrato nel primo pomeriggio una delegazione del Pd
salentino per discutere della situazione allarmante venutasi a creare a fronte
di due omicidi nell’arco di una sola settimana.
Nel corso dell’incontro a Palazzo di Governo, Maritati e
gli altri sono nuovamente tornati sull’omicidio Padovano, prendendo le dovute
distanze e polemizzando circa la partecipazione di alcuni rappresentanti
istituzionali locali al funerale dell’ex boss gallipolino della Scu.
“E’ stato un gravissimo errore politico e si è trattato di
presenze a dir poco inopportune. Ma, quello che ancor più preoccupa, è
l’atteggiamento di una quarantina di commercianti che avrebbero abbassato la
saracinesca al passaggio del suo feretro. Perché lo hanno fatto? Hanno avuto
paura? Si sono sentiti scoperti? O, piuttosto, il loro è stato un atteggiamento
di accondiscendenza verso qualcuno più forte e potente?”.
A
queste domande la politica è chiamata a dare una risposta, secondo Maritati, che
è tornato pure sull’omicidio avvenuto a Parabita. In questo caso, il dato
preoccupante ruota attorno alle aste giudiziarie: qui la magistratura ha il
dovere di indagare sul presunto coinvolgimento e le successive infiltrazioni nel
sistema delle aste pubbliche. Soprattutto a fronte di una sorta di denuncia
giunta due anni fa sotto forma di missiva al sindaco di Parabita, Adriano
Merico, dove si chiedeva all’amministrazione comunale di intervenire con urgenza
e indagare chiaramente nel settore delle aste, perché ci sarebbe stato il
rischio (una premonizione divenuta realtà) che qualche semplice e normale
cittadino si sarebbe trasformato in un giustiziere.
PECCATO, PERO’, CHE SULLA LEGALITA’ NESSUNO PUO’ DARE
LEZIONI.
I corsi e
ricorsi storici ci dicono che a Gallipoli il 19 maggio 2001, alle elezioni
politiche ed amministrative, via il sindaco al primo turno, recuperato grazie ai
resti il senatore, l'unico a essere stato rieletto è il deputato Massimo D'Alema,
che ha battuto Alfredo Mantovano per tremila voti. Tutti voti gallipolini. Gli
stessi voti, dicono nel centrosinistra, che per Comune e Senato hanno preso due
direzioni: o sono diventati consensi al centrodestra, oppure sono stati voti
negati al centrosinistra. «Due più due fa quattro - dice Biagio Palumbo,
diessino, candidato sindaco dell' Ulivo -. E i numeri provano, basta incrociare
i dati delle schede bianche, che qui c'è stato un patto scellerato tra il
centrodestra e gli uomini di D'Alema. I quali, riuniti in una lista civica, che
presentava un altro candidato sindaco, sono passati sopra tutto e tutti pur di
far eleggere Massimo. E questa formazione "civica" è stata allestita proprio dal
factotum di D'Alema, «Flavio Fasano, iscritto ai Ds, mio amico fin da ragazzo e
sindaco di questa città negli ultimi otto anni».
Natalino Palamà, artigiano, 40 anni, è uno di quelli che
era in lista con i Ds «per la causa». «Sì - dice -, D'Alema sosteneva che per
lui il candidato sindaco era Palumbo, però noi lo vedevamo che il rapporto
privilegiato era con Fasano e i suoi». Fra questi «suoi», anche un pregiudicato,
che - raccontano Elio Pindinelli (An) e lo stesso Palumbo - ha fatto campagna
elettorale per D'Alema, addirittura facendo affiggere manifesti con tanto di
firma: Salvatore Capoti. «Proprio quel Capoti che lo stesso Fasano nel '91 aveva
indicato come uno dei soggetti responsabili delle infiltrazioni mafiose al
Comune - spiegano Pindinelli e Palumbo -, che infatti venne sciolto per mafia.
Poi, nessuna infiltrazione mafiosa è stata accertata, ma Fasano, da questo punto
di vista vero "professionista dell' antimafia", è diventato sindaco e ha
ricambiato Capoti con un altro manifesto pubblico, in cui lo "riabilitava"
descrivendolo come persona rieducata dall'espiazione della pena».
I corsi e ricorsi storici ci
dicono che a Gallipoli il 14 novembre 2009 appaiono dei retroscena
inquietanti dietro l’omicidio del vecchio capo della Sacra corona, Salvatore
Padovano, freddato a colpi di pistola, la mattina del 6 settembre dello scorso
anno, da un killer di origine siciliana. Riguardano il progetto di uccidere l’ex
sindaco di Gallipoli ed ex patron della Squadra di calcio alla sua prima,
storica promozione in serie B, nonché senatore della Repubblica, Vincenzo Barba,
oggi onorevole del Pdl, e la moglie dell’ex capo bastone del sodalizio
criminale, Anna Raeli.
Ma anche la
circostanza emersa dalle intercettazioni telefoniche, secondo la quale,
all’indomani del delitto, il consigliere del mandante dell’assassinio sarebbe
stato l’avvocato Flavio Fasano del Pd, già sindaco della città dello Jonio. A
parlare dei retroscena è lo stesso stesso killer pentito, Carmelo Mendolìa, che
con le sue dichiarazioni, ha fatto arrestare tre persone, accusate di essere uno
il mandante dell’omicidio di Salvatore Padovano e gli altri i suoi
fiancheggiatori. Il primo è Pompeo Rosario Padovano, fratello della vittima, ed
i secondi, il cugino Giorgio Pianoforte e l’amico Fabio Della Ducata.
E se per il
primo ormai c’è la certezza che si tratti del mandante, perché l’uomo è reo
confesso, per gli altri due si tratta di fiancheggiatori ancora soltanto
presunti. A sentire lo stesso Mendolìa, che avrebbe dovuto compiere anche gli
altri due delitti, proprio Pompeo Rosario Padovano avrebbe ordinato
l’eliminazione dell’uomo politico e della moglie di Salvatore Padovano. Il primo
perché avrebbe ostacolato la sua scalata politica a Gallipoli, la seconda perché
avrebbe allontanato il marito dalla famiglia e quindi anche dal fratello.
Dalle pesanti
accuse, attraverso il proprio legale, l’avvocato Luigi Piccinni, Pompeo Rosario
Padovano ha preso le distanze, ed ha chiesto pure scusa all’onorevole Barba, per
il disagio che le rivelazioni di Mendolìa gli hanno creato.
Quanto
all’avvocato Fasano, che di Pompeo Rosario Padovano un tempo è stato il legale
di fiducia, si è detto vittima della capacità mimetica del pericoloso criminale.
Questi, tornato libero dopo aver trascorso quasi 18 anni di carcere, aveva dato
a tutti l’impressione di aver chiuso col passato di malavitoso, al punto da
dedicarsi ad attività benefiche, non ultima la creazione di una cooperativa per
portatori di handicap. La notizia dell’esistenza delle intercettazioni in cui
più volte l’avvocato Fasano parla e dà appunto consigli al mandante
dell’omicidio del vecchio boss della Scu, ha determinato l’alzata di scudi
all’interno del partito. Ed in una conferenza stampa, il senatore del Pd Alberto
Maritati, ha dichiarato: «Non possiamo difendere una persona solo perché ha la
tessera del nostro partito».
Ecco le intercettazioni
telefoniche tra Padovano e Fasano. (Ci stupisce il fatto che la stampa,
impegnata a crocifiggere il povero cristo di turno, ancora non condannato,
contestualmente non denunci il reato della magistratura per la fuga di notizie
sottoposte a segreto istruttorio).
E’ l’avvocato Flavio
Fasano, ex assessore provinciale del Pd ed ex sindaco di Gallipoli, il
consigliere di Rosario Padovano. Un ruolo che emerge dalle intercettazioni
disposte dalla Procura per fare luce sull’omicidio di «Nino bomba». E dal
contenuto delle telefonate emergono «il ruolo di “consigliere” assunto da Fasano
e, soprattutto, la conoscenza di particolari inerenti all’omicidio».
Una delle prime conversazioni
intercettate è quella del 9 settembre 2008, tre giorni dopo l’omicidio. I due
parlano di un incontro, probabilmente con un investigatore:
PADOVANO:
avvocato buongiorno.
FASANO:
buongiorno a te, senti, alle dodici e mezzo di questa mattina puoi andare là? Se
vuoi anche a Sannicola, o Gallipoli o Sannicola,
PADOVANO: si...eh....vado
a Sannicola...eh,
FASANO:
allora...li dico a Sannicola, si, normale...dici anche...tanto sai che ci sono.
Lui diceva che se non vuoi a Gallipoli e preferisci Sannicola...anche a
Sannicola. Dico Sannicola allora,
PADOVANO:
si d'accordo, mi presento normale...tanto sono,
FASANO:
tutto gli devi dire tranquillamente,
PADOVANO:
è logico,
FASANO:
quelle cose in cui ...che hai detto...perchè insomma è la signora che bisogna
adesso tenere e purtroppo anche il nipote no, anche il figlio,
PADOVANO:
si, si,
FASANO:
cioè dirgli tutte le perplessità tue, mi piacerebbe che tu dicessi anche che
hanno parlato male di me per le cose che ho detto,
PADOVANO:
va bene, è la verità, lo stanno dicendo a tutti, non lo stanno dicendo a me,
FASANO:
...mi piacerebbe insomma che sanno da che parte il sottoscritto si pone e perchè
io sto nei tuoi confronti in modo...in modo diretto ad aiutarti. Allora dico
alle dodici e mezzo Sannicola.
Subito dopo, in una nuova telefonata Fasano
«consiglia» a Rosario Padovano di mettersi a «disposizione» degli inquirenti,
facendo riferimento alla comunicazione di una misteriosa «lista» ed ad un suo
ruolo di «intermediario», da confidente, per la soluzione del caso. E
nell’occasione Padovano lo informa di quanto accaduto all’obitorio, e della
volontà di Anna Reali (vedova di Salvatore Padovano) di negare alla madre di
Nino la visita della salma. Fasano aggiunge che Nino Padovano si «era cercato»
quanto accaduto.
PADOVANO:
Si avvocato,
FASANO:
stavo pensando di quella lista che lei chiedeva di sapere,
PADOVANO:
Si,
FASANO:
che c'era, diglielo e se vuole che eh, tu sei anche disponibile a.... purchè
...incomprensibile....
PADOVANO:
Si, non,
FASANO:
bravo, non... ma gli dici se volete e devo fare da diciamo da intermediario io
lo faccio…
PADOVANO:
Si,
FASANO:
perchè questa cosa si può fare, ti abbraccio,
PADOVANO:
anch'io,
FASANO:
senti, come è stata accolta ieri tua mamma là? Ti ha detto niente,
PADOVANO:
eh,
FASANO:
quando sei andato a Lecce,
PADOVANO:
avvocato purtroppo le solite nefandezze,
FASANO:
davvero?
PADOVANO:
Anna aveva lasciato detto che non doveva vederlo né mio padre né mia madre, però
io a humma humma gliel'ho fatto vedere,
FASANO:
ma davvero?
PADOVANO:
era un diritto di mia madre vederlo e sono andato in ospedale...cose...ho
parlato,
FASANO:
lo so che sei andato in ospedale, ma dico, non è che la signora ti ha impedito...incomprensibile...di
vederlo,
PADOVANO:
a mia madre voleva impedirlo, ha lasciato detto a quelli,
FASANO:
e la signora diceva questo a tua madre,
PADOVANO:
no direttamente, a quelli della camera mortuaria ha detto di non farlo vedere se
veniva la madre o il padre...di non farlo vedere che era un desiderio del
marito,
FASANO:
va bene lasciamo perdere, senti, è inutile dirti....io oggi non vengo a dare
le....
PADOVANO:
si,
FASANO:
non devo fare niente, voglio dire,
PADOVANO:
si,
FASANO:
perchè diciamo,
PADOVANO:
perchè poi magari.....sottolineazione stupida da parte mia....da noi
graditissima presenza vostra....magari da loro,
FASANO:
appunto,
PADOVANO:
mi innervosirei vedere sguardi che non meritate insomma,
FASANO:
no, figurati, siccome per me lui non c'è più e se ne è andato, il fatto se lo è
cercato,
PADOVANO:
eh,
FASANO:
le persone a cui tengo sei tu e tu madre, tuo padre e lo sapete da che parte
sto,
PADOVANO:
si,
FASANO:
per il resto non mi interessa.
I due, poi, commentano un
articolo di Nando Dalla Chiesa pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno:
FASANO:
...l'inserto, parlano pure male di me perchè ho dato solidarietà a voi, quindi...capito...incredibile,
c'è Nando Dalla Chiesa,
PADOVANO:
Si,
FASANO:
contro Venneri e contro me, mettendomi insieme a lui per aver dato solidarietà
ai figli, alla moglie e alla famiglia,
PADOVANO:
nha,
FASANO:
hai capito? No...voglio che tu poi, se ritieni, te lo prendi e lo fai vedere
alla Paoletta, alla ragazzina,
PADOVANO:
Si, si,
FASANO:
gli dici guarda Fasano cosa sta prendendo per aver detto questo, lascia Venneri
che è un lecchino, figurati,
L’11 settembre 2008 è il
giorno della messa in onda dell’intervista a Rosario Padovano realizzata da
Mauro Giliberti direttore di Teleramanews sull’omicidio del fratello. Al termine
della trasmissione l’avvocato invia prima un messaggio a Rosario Padovano:
“Bravo Rosario sei apparso per quel bravo ragazzo che sei!Bravo!», poi lo
chiama:
PADOVANO:
avvocato,
AVVOCATO:
bravo!
PADOVANO:
grazie, avvocato,
AVVOCATO:
ti ho mandato il messaggio pure,
PADOVANO:
si, si sono appena uscito perchè nel centro storico non prende, l'ho appena
finito di leggere onestamente,
AVVOCATO:
... incompr. ... tu non sei convinto?Non ti è piaciuto?
PADOVANO:
si, si come non mi è piaciuta, sudavo però era normale no, dico ... la tensione,
mi vergognavo, siccome non sono abituato no, è logico,
AVVOCATO:
hai parlato come sai parlare tu, hai fatto dei ragionamenti veramente da
persona, sensibile e brava,
PADOVANO:
grazie avvocato,
AVVOCATO:
sei stato davvero bravo sono contento, di averti consigliato di accettare di
farla,
PADOVANO:
uh, e io vi ringrazio,
AVVOCATO:
spero che non ti sia pentito di averlo fatto,
PADOVANO:
e perchè?
AVVOCATO:
no, dico,
PADOVANO:
che ho fatto di male? No,no,
AVVOCATO:
anche Giliberti ti ha presentato bene hai visto?
PADOVANO:
si,si,
AVVOCATO:
ha detto un ragazzo diverso da quello che noi pensavano di trovare,
PADOVANO:
si, si mi ha fatto piacere.
Altro
«consiglio» chiesto all’avvocato Fasano è quello del 10 settembre e sembra
riguardare la dinamica dell’agguato a Salvatore Padovano:
PADOVANO:
da mia sorella, si. Sono stato questa mattina da mio cognato e dopo vado più
tardi con mio cugino Giorgio, anche. Eeh ... stavo dicendo... oggi no! Leggevo
sul giornale... che insinuavano... praticamente ..insinuavano ora, sospettano
che... il killer avesse agito a volto scoperto no? E che per paura i presenti
non... non dicevano... non rivelavano il nome, insomma.
FASANO:
come fanno a sapere queste cazzate i giornalisti?
PADOVANO:
oh! appunto! Eeh ... il fatto è... che.... insomma Giorgio non... non è proprio
il tipo, come abbiamo parlato, avrebbe detto su... poi una cosa strana, perché
io ho capito come se si sono convin... la dinamica dovrebbe rivedersi... vorrei
un consiglio vostro...
FASANO:
..incomp... tu puoi venire nel pomeriggio da me a Lecce?
Ancora un consiglio:
PADOVANO:
Avvocato buonasera;
FASANO:
ehi Rosario ciao;
PADOVANO:
ho appena visto... dieci minuti fa ho visto la chiamata vostra;
FASANO:
eh, lo so!
PADOVANO:
purtroppo.. dico.. capite sulla piazza cose... stavo per telefonarvi,
condoglianze e cose e....incomprensibile... (si accavallano le voci),
FASANO:...senti
sai che stavo pensando?
PADOVANO:
si!
FASANO:
il capitano lo hanno sostituito;
PADOVANO:
si!
FASANO:
se n'è già andato via;
PADOVANO:
si!
FASANO:
l'unica persona della quale c'è d'avere proprio, proprio fiducia è proprio il
colonnello dei carabinieri di Lecce;
FASANO:
uh lo facciamo questa cosa, se cosi vado ne parlo e magari dico che andate tu e
Giorgio a Lecce;
PADOVANO:
si! si!
FASANO:
per spiegargli le cose;
PADOVANO:
si! facciamo così allora,
FASANO:
purchè Giorgio però poi questa volta...
PADOVANO:
...no! lui ufficialmente verrebbe per la cosa è logico;
FASANO:
uh!
PADOVANO:
facciamo così avvocato? come volete fare?
In un’altra conversazione, poi, Rosario
Padovano mette al corrente l’avvocato di un
imminente incontro con
soggetti monteronesi:
PADOVANO:
domani sto ricevendo... una visita... da Monteroni.. da me non gradita, però
insomma....
FASANO:
e perchè la stai facendo... perchè?
PADOVANO:
ah! ed io se era tutto normale, no? l'avremmo fatta come... pensavamo noi.
Però... stanno venendo... eeh... ascolto.
FASANO:
vabbè registra no?
PADOVANO:
si, si, si è logico.
Risultano
conversazioni telefoniche tra Angelo Padovano e Ivan Tornese, figlio di Mario
Tornese, per concordare un incontro a Monteroni. Dall’esame delle celle
impegnate dal cellulare di Rosario Padovano sarebbe emersa anche la sua presenza
a Monteroni.
Fasano: “Non voglio essere di imbarazzo a nessuno,
nemmeno al partito. Nella mia storia ho condotto tante battaglie, in particolare
nella mia città, proprio con quello che fu il clan Padovano, quando il Sindaco
dell’epoca fece sciogliere il consiglio comunale nel quale presentai la denuncia
firmata Flavio Fasano e depositata in Procura. La mia città allora si rivolse
contro quel Sindaco perché è più facile restare rintanati nelle proprie case e
non prendersi a cuore le vicende delle società. Io invece credo che il primo
obiettivo della politica sia l’impegno sociale. Vi posso giurare che con la
mafia non c’entro nulla”, continua con voce rotta da commozione, “forse da
professionista ho peccato di mettere cuore per una persona che ritenevo
socialmente debole, in quanto aveva passato la maggior parte dei suoi anni in
carcere, e non volevo rigettarlo in pasto al mondo mafioso. Non mi candido se il
partito non lo vorrà”.
L’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, è stato già condannato il 25 febbraio
2005 a cinque mesi di reclusione e 15mila euro di multa dai giudici della prima
sezione penale del Tribunale di Lecce, che l’hanno riconosciuto colpevole di
abusivismo edilizio. Il dispositivo è stato letto dopo 14 ore di camera di
consiglio. La vicenda risale al 1996 - quando Fasano era primo cittadino - in
relazione alle concessioni edilizie rilasciate per l’insediamento turistico
"Praia del sud" nella zona di Punta pizzo.
Ma sulla reputazione di Flavio Fasano pende anche
un intervento istituzionale.
Legislatura:
XIII Ramo: Camera
Tipo Atto:
INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE Numero atto: 3/05542
Data presentazione:
18-04-2000 Seduta di presentazione: 711
Presentatore: MANTOVANO Alfredo
Al Presidente del Consiglio
dei ministri. - Per sapere - premesso che:
da tempo sono in corso
procedimenti giudiziari, penali e amministrativi, relativi alla concessione del
bene demaniale Lido San Giovanni, nel comune di Gallipoli: una vicenda resa
inutilmente lunga e complicata da una serie di gravi, illegittimi e illeciti
comportamenti del sindaco della cittadina jonica, avvocato Flavio Fasano,
Costui, nonostante il Tar e il Consiglio di Stato in ripetute e anche recenti
occasioni abbiano fornito con più provvedimenti di identico tenore chiare
indicazioni sulla legittimazione degli aspiranti all'assegnazione,
individuandoli nelle ditte Cospi e Ravenna, ha più volte posto ostacoli a che le
pronunce giudiziarie avessero coerente esecuzione, fino a disporre la
demolizione della struttura esistente nel Lido, che è del demanio e non del
Municipio. A causa di tale suo comportamento in data 22 febbraio 2000 il sindaco
di Gallipoli è stato condannato dal tribunale di Lecce per il reato abuso di
ufficio alla pena di sei mesi di reclusione, mentre è stato chiesto il suo
rinvio al giudizio del medesimo tribunale per una serie considerevole di abusi,
di falsi ideologici, di danneggiamenti aggravati e di diffamazioni,
contestatigli singolarmente ovvero in concorso con altri funzionari pubblici.
Il ministero dei Trasporti e
della navigazione, che a suo tempo aveva condiviso l'orientamento di dare
esecuzione alle sentenze dei giudici amministrativi, procedendo alla
comparazione fra le domande di Ravenna e della Cospi, ha successivamente, con
nota del 13 marzo 2000, imposto alla Capitaneria di porto di Gallipoli di
soprassedere in attesa di valutare anche le istanze presentate dal sindaco della
stessa città, sì che si è reso necessario un nuovo ricorso al Tar, col quale i
giudici amministrativi hanno ribadito quanto già più volte ordinato;
dopo la sentenza di condanna
penale, relativa a fatti di gravità minore rispetto a quelli per i quali sarà
tra breve nuovamente giudicato, l'avvocato Flavio Fasano ha rassegnato le
dimissioni da sindaco, che sono state seguite dall'immediata solidarietà da
parte di esponenti del suo partito - il che è in sé comprensibile -, ma anche da
prese di posizione dapprima del prefetto di Lecce, il quale ha detto di essere
più che certo che la sentenza di primo grado avrà, nel successivo corso, un
esisto positivo (Quotidiano di Lecce, 12 marzo 2000), del ministro dell'interno
il quale ha testualmente dichiarato ai mass media, rivolgendosi allo stesso
Fasano: sono dalla tua parte (Quotidiano di Lecce, 14 marzo 2000). E' evidente
la grave delegittimazione che posizioni del genere provocano sull'operato della
magistratura inquirente e giudicante, tanto che alcuni esponenti della
magistratura associata salentina hanno pubblicamente protestato. Una
delegittimazione tanto più grave in quanto il presidente del Consiglio dei
ministri ha ripetutamente ostentato vicinanza alla persona dell'avvocato Flavio
Fasano, da ultimo nella campagna elettorale per il voto del 16 aprile 2000 -:
se non ritenga gravemente
inopportuno, oltre che lesivo per il prestigio della magistratura, il
comportamento seguito dal prefetto di Lecce e dal ministro dell'interno nei
confronti del sindaco di Gallipoli, oltre che la particolare vicinanza più volte
manifestata dallo stesso Presidente del Consiglio dei ministri;
se, soprattutto dopo la
pronuncia in sede amministrativa non ritenga illegittima la nota del 13 marzo
2000 del ministero dei trasporti e della navigazione, e quindi non ritenga di
sollecitare quest'ultimo alla doverosa autotutela;
se non ritenga che lo Stato
debba costituirsi parte civile nei procedimenti penali a carico del sindaco di
Gallipoli, per riaffermare il senso della legalità più volte violata e messa in
dubbio anche dai comportamenti di autorevoli cariche istituzionali. (3-05542)
D'altro canto lo stesso
senatore Vincenzo Barba ha i suoi problemi.
La richiesta di rinvio a giudizio per il senatore
gallipolino Vincenzo Barba, titolare dell'azienda petrolifera Nuova An.Pa, ed
altri otto imputati, accusati di associazione a delinquere, falso e truffa dalla
Procura leccese, è stata accolta. I reati contestati agli imputati, nel triennio
2000-2002, sarebbero legati alle attività di bunkeraggio della società
petrolifera e di altre società. Secondo la Procura, attraverso una serie di
attestazioni false il responsabile di Nuova An.pa, avrebbe indicato delle
operazioni di intermediazione per i rifornimenti in mare di olii combustibili
per navi italiane ed estere inesistenti.
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/politica/2009/17-novembre-2009/mantovano-fasano-vertice-polizia-il-delitto-padovano-che-titolo-1602020691277.shtml
http://www.telenorba.it/home/news_det.php?nid=7526
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=211038&IDCategoria=1
http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4399&Itemid=1
http://archiviostorico.corriere.it/2001/maggio/19/Gallipoli_patto_dalemiano_col_centrodestra_co_0_0105198123.shtml
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=284691&IDCategoria=1
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=284801&IDCategoria=2699
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/politica/2009/16-novembre-2009/fasano-telefonata-l-sms--1602015955236.shtml
http://www.ilgiornale.it/interni/quando_disse_allindagato__hai_ragionato_brava_persona/17-11-2009/articolo-id=399592-page=0-comments=1
http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9350:fasano-commosso-vuole-candidarsi-ma-se-il-partito-non-vuole-mi-ritiro&catid=18&Itemid=53
http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=150983
http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=3443
ASSENTEISMO
Nuovo blitz antiassenteismo. Nuovo blitz, vecchio vizio.
In totale sarebbero 20 le
persone denunciate per truffa aggravata ai danni dello Stato.
I controlli risalgono allo
scorso mese e si sono avvalsi di appostamenti e riprese degli impiegati, persone
impiegate in mansioni diverse, che entravano e uscivano da palazzo Balsamo a
qualsiasi ora della giornata, dopo aver timbrato il cartellino.
Nel marzo del 2007, sempre il
palazzo comunale nella città “BELLA” venne interessato da un rastrellamento con
una raffica di deferimenti, in totale ben 32.
Il giro venne scoperto grazie
alla segnalazione dei cittadini, quelli inviperiti che si recavano presso gli
uffici per chiedere certificati ed informazioni, non trovando nessuno mai dietro
gli sportelli.
http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=7660
BANCOPOLI E
INGIUSTIZIOPOLI
Denunciato da una banca
e assolto con formula piena Luigi di Napoli, che rinuncia anche alla
prescrizione.
1988-2005:
Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.
1988-
Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto
riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere
consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi
di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi
sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo
si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli
l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali
benefici e potere essere processato.
1996
– Assolto per insussistenza del fatto: i nastri
non erano manipolati.
2005- Non sono
mai state riaperte le indagini.
1990-
Pretende che le forze
dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento
balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.
Viene instaurato un
processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella
cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e,
conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al
magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo
incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al
giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura.
La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in
appello.
1995-
Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di
vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo,
essi, viziati per vari motivi.
1996-
I rappresentanti di alcune
banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali
per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il
sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.
1999-
Il Tribunale rigetta le
istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli
giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.
2000-
La Corte d’Appello, con il
Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due
delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.
Novembre 2000-
Dopo quattro anni
dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione
esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.
Il Gip dispone il
sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il
provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.
Il Gip dispone
il sequestro anche delle sentenze di fallimento
che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.
2000-2003-
I periti della
Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%.
Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura
degli istanti il fallimento.
2003-
Vari giudici delegati al
fallimento vengono autorizzati ad astenersi.
12 Febbraio
2003, ore 8,30: Di
Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di
valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.
12 Febbraio
2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo
minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula
appena avrebbe parlato
(la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un
poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con
tono pacato, ma viene espulso dall’aula.
Maggio 2003- Di
Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene
protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre
opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della
sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato
passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito
infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno
riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli
vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice
relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa,
decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene
rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.
2001-2005-
Varie cancellerie rilasciano attestazioni del vincolo del sequestro di cui sono
gravate le sentenze a tutela della persona offesa.
Di Napoli denuncia penalmente vari
magistrati coinvolti nella scandalosa procedura ai suoi danni.
Il curatore rinuncia all’incarico per gravi incomprensioni col
giudice.
Di Napoli
trascrive presso la Conservatoria dei registri immobiliari il provvedimento di
sequestro della sentenza di fallimento.
5 Maggio 2005-
Il giudice, con l’ausilio del nuovo curatore, dopo avere pubblicizzato suoli
edificatori di indiscutibile pregio come “suoli ad uso seminativo”, li aggiudica
a prezzo notevolmente inferiore. Gli offerenti, nel corso dell’udienza, vengono
resi edotti del sequestro delle sentenze che inficia il loro acquisto. Le
aggiudicazioni sono state opposte.
12 Maggio 2005-
Di Napoli, nell’inerzia dei magistrati di Potenza ad esercitare l’azione penale
contro i vari soggetti e i magistrati di Lecce coinvolti, presenta denuncia
penale diretta alla Procura di Catanzaro chiedendo
l’arresto del giudice delegato e del curatore.
13 Maggio
2005- Due sostituti
Procuratori della Repubblica di Lecce chiedono l’arresto di Di Napoli.
24 Maggio 2005- DI
NAPOLI, PERSONA OFFESA, AGLI ARRESTI DOMICILIARI. E’ accusato di avere creato il
sequestro delle sentenze di fallimento.
7 Giugno 2005-
Il tribunale del
Riesame di Lecce conferma la misura ma dichiara l’incompetenza dei giudici di
Lecce in favore dei giudici di Potenza.
30 Giugno 2005-
il procedimento viene assegnato alla stessa P.M. denunciata, per le sue
omissioni, presso il Tribunale di Catanzaro che chiede la conferma della misura.
Gliela concede un GIP diverso dal “giudice naturale precostituito per legge”.
Nella richiesta viene ravvisata la pericolosità
sociale del Di Napoli per le numerose denunce e ricusazioni contro i giudici.
6 Settembre
2005- La Corte di
Cassazione, su ricorso avverso il rigetto del riesame da parte dei giudici
leccesi, dichiara la cessazione dell’efficacia della misura cautelare
disposta dai giudici di Lecce.
http://files.splinder.com/89cb1ff982882cc11b47a3f30693d07a.doc
6 novembre 2007 tg5 20:00 • notizia n.15 :
Indignato speciale
Incontro con Luigi Di Napoli,
imprenditore di Gallipoli, che è fallito e che ha perso addirittura la casa,
dopo aver denunciato una banca e finanziarie che gli imponevano tassi del 300%.
http://news.centrodiascolto.it/search/n=DI%20NAPOLI%20LUIGI
http://news.centrodiascolto.it/view/210014/n=SC/indignato_speciale
Atto Camera
Interrogazione
a risposta
scritta 4-01923
presentata da SERGIO D'ELIA lunedì 11 dicembre
2006 nella seduta n.084
D'ELIA. - Al Ministro della giustizia, al
Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Il 21 ottobre 2006, su un quotidiano nazionale (l'Avanti),
è apparsa la notizia della situazione assurda e paradossale di cui è vittima
Luigi Di Napoli: «Un imprenditore salentino nel tritacarne».
già il 19 ottobre 2006, nel corso di varie
edizioni del telegiornale di Telenorba (emittente locale pugliese), è stato
trasmesso un servizio sulla drammatica situazione che, in quelle ore, stava
vivendo, a Gallipoli, la famiglia Di Napoli con intervista rilasciata
dall'avvocato Roberto Di Napoli, figlio della vittima, che, disperato, lamentava
la mancata tutela dello Stato e gli abusi da parte delle Forze dell'Ordine che,
per eseguire il rilascio dell'unica abitazione del Di Napoli, avrebbero,
perfino, invaso i locali dell'immobile impedendone l'accesso a chiunque,
compresa l'emittente televisiva;
il signor Luigi DI NAPOLI, imprenditore leccese,
sarebbe, dal 1988, oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria che lo
ha distrutto economicamente e che sta compromettendo la serenità della sua
famiglia; nel 1988, mentre contestava un appalto truccato, e riconosciuto tale
nelle sedi amministrative, dopo avere ricevuto minacce, ha subito un attentato
che lo costringe tuttora all'uso delle stampelle;
la sua è una storia di usura ed estorsione, di
denunce reciproche tra la vittima e magistrati. Egli ha subito 21 processi e per
21 volte è stato assolto; ha sempre rinunciato ad amnistia e prescrizione per
farsi processare;
il signor Di Napoli, tramite il figlio avvocato
Roberto Di Napoli, sin dal 15 settembre 2006, aveva sollecitato il Commissario e
il Comitato di solidarietà per le vittime dell'usura e dell'estorsione ad
intraprendere ogni iniziativa al fine di far rispettare la sospensione
dell'esecuzione ex articolo 20 legge n. 44 del 1999, intervenuta ope legis
in favore della vittima Di Napoli in seguito al conforme parere dell'autorità
amministrativa (S.E. Prefetto della Provincia di Roma) ricordando, tra l'altro,
la ratio della legge n. 44 del 1999, che come ribadito dalla
giurisprudenza, consente l'ammissibilità ai benefici ivi previsti anche in
favore delle vittime fallite in seguito ed a causa delle condotte delittuose;
il 25 settembre 2006, Di Napoli ha subito
l'accesso degli ufficiali giudiziari che gli chiedevano di rilasciare
l'abitazione e, soltanto verso le ore 19, veniva comunicato il rinvio
dell'esecuzione al 19 ottobre 2006; in tale data il Di Napoli afferma di aver
subito un trattamento da parte sia dagli ufficiali giudiziari che dalle forze
dell'ordine non in conformità con le norme vigenti in materia, subendo
aggressioni fisiche che hanno comportato il ricovero dello stesso presso il
locale Presidio Ospedaliero. Azione esecutiva che, stante il dolore causato al
Di Napoli dalle percosse subite, è culminata con il suo arresto per presenta
aggressione a pubblico ufficiale (arresto che è stato revocato soltanto lo
scorso 23 novembre 2006) -:
1. le motivazioni per cui non siano stati adottati
i provvedimenti al fine di fare osservare la sospensione di cui all'articolo 20
legge n. 44 del 1999 considerato che il Di Napoli ha già ottenuto pareri
conformi del Prefetto di Roma che lo riconoscono meritevole dei benefici di cui
alla legge antiusura ed antiestorsione;
2. se, nell'esecuzione della procedura di rilascio
dell'immobile del 19 ottobre 2006 gli organi preposti abbiano agito nel pieno
rispetto delle normative vigenti.(4-01923)
MORCIANO
DI LEUCA
Tutta la stampa ne parla. Sono
finiti agli arresti domiciliari per concussione in concorso il sindaco di
Morciano di Leuca, Giuseppe Picci e il comandante dei vigili urbani Anastasio
Giovanni.
Secondo l’accusa avrebbe
favorito illegalmente due attività commerciali penalizzandone una terza. Si
tratta della creperia della famiglia Urso costretta secondo l’impianto
accusatorio e non vendere più le crepes per non infastidire le due attività care
al sindaco. I titolari delle attività in questione avrebbero favorito il primo
cittadino in campagna elettorale, rischiavano di perdere i clienti attratti
dalla creperia Urso e per questo madre padre e figlia sarebbero stati minacciati
più volte da Picci e dal comandante dei vigili urbani con diffide verbali. Il
clima da tempo si era fatto teso e la famiglia Urso ormai, alla vista dei due
arrestati, aveva cominciato ad avvertire un crescente stato d’ansia. Per questo
la titolare della creperia ha deciso di denunciare i fatti alla magistratura, il
pm ha fornito elementi di prova e testimonianze che si sono rilevate
determinanti. Il gip Annalisa De Benedictis, una volta valutato il quadro
indiziario, ha emesso l’ordinanza di applicazione della misura cautelare per il
sindaco di Morciano di Leuca e il comandante dei vigili urbani.
Con l'accusa di concussione sono stati arrestati il sindaco e il comandante
della polizia municipale di Morciano di Leuca, nel Salento. Gli arresti sono
stati disposti dal gip del tribunale di Lecce Annalisa De Benedictis, che ha
concesso al primo cittadino Giuseppe Picci, avvocato di 44 anni, e al comandante
Giovanni Anastasio, di 53, gli arresti domiciliari. Secondo l'accusa, Picci e
Anastasio, già durante l'estate del 2009, hanno costretto - con minacce, diffide
e sanzioni pecuniarie - una famiglia di ambulanti (composta da marito, moglie e
figlia), che gestiva un chiosco della marina di Torre Vado, a non vendere più
crepes, nonostante la validità della licenza in loro possesso. Le pretese dei
due arrestati - secondo la procura - servivano a rispettare un impegno preso dal
politico con i venditori di crepes che solitamente affollano il litorale
salentino, che avrebbero sostenuto Picci alle elezioni del giugno 2009.
Alla terza sanzione amministrativa sarebbe scattata, per legge, la
chiusura del chioschetto. Nell'estate del 2010, con specifica ordinanza, il
sindaco avrebbe ordinato la chiusura dell'attività per una settimana, per
mancanza dell'autorizzazione. Provvedimenti che, sempre secondo l'accusa, si
sarebbero aggiunti ad una serie di diffide anche verbali e aggressive. Il tutto
sarebbe stato orchestrato per rispettare un impegno preso con i titolari di
attività commerciali che preparavano e vendevano crêpes, che avrebbero sostenuto
il sindaco Giuseppe Picci nella tornata elettorale del giugno 2009.
Morciano, il
sindaco e il comandante della municipale respingono ogni accusa.
"Non c'è stata alcuna concussione e alcun abuso di potere, abbiamo semplicemente
esercitato le nostre funzioni e i nostri poteri in maniera del tutto regolare".
Si sono difesi così, nell'interrogatorio di garanzia dinanzi al gip annalisa De
Benedictis, il sindaco di Morciano, Giuseppe Picci, 44 anni avvocato, e il
comandante della
polizia
municipale, Giovanni Anastasio, 53enne, arrestati con l'accusa di concussione.
L'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari è stata emessa dallo
stesso gip del Tribunale di Lecce.
Picci e Anastasio, che hanno dunque respinto ogni
accusa,
secondo l'ipotesi accusatoria avrebbero cercato, a partire dalla stagione estiva
2009, in tutti i modi di costringere i gestori di un chiosco nella marina di
Torre Vado (moglie, marito e figlia) a non produrre e vendere più crêpe,
nonostante tale prodotto rientrasse nelle autorizzazioni ricevute. Il tutto
sarebbe stato orchestrato per rispettare un impegno preso con i titolari di
attività commerciali che preparavano e vendevano crêpe, che avrebbero sostenuto
il sindaco Giuseppe Picci nella tornata elettorale del giugno 2009. Per attuare
il loro piano i due arrestati avrebbero avuto nei confronti dei gestori del
chiosco "ripetute condotte di minacce e diffide verbali, tanto da generare uno
stato d'ansia ogni qualvolta di avvicinavano" alle loro presunte vittime. I due
indagati, assistiti dall'avvocato Francesco Vergine, hanno ripercorso gli eventi
legati alle concessioni dei chioschi in un mercatino di Torre Vado. Ad ogni
venditore, secondo un accordo stipulato con gli stessi gestori, sarebbe stata
assegnata l'autorizzazione per la vendita di un determinato prodotto. I
denuncianti, in particolare, avrebbero dovuto produrre e vendere un dolce di
origine belga. La vendita delle crepe avrebbe disatteso questo accordo,
provocando tensioni e malumori negli altri commercianti. I successivi
provvedimenti amministrativi, del tutto regolari a loro dire, sarebbero stati
emessi solo per questo.

NARDO'
BANCOPOLI E
INGIUSTIZIOPOLI
Segnarsi la seguente data: 21 febbraio 2011, san Pier Damiani,
quarto anniversario della caduta del secondo governo Prodi. Alle 9 precise di
quel lunedì mattina Luigi De Magistris, ex pubblico ministero, ora eurodeputato
dell'Italia dei valori, si dovrà presentare davanti al tribunale di Salerno,
prima sezione penale, aula C di udienza. Imputato in un processo a suo carico
per il reato di omissione in atti d'ufficio quand'era magistrato a Catanzaro. Il
rinvio a giudizio è stato deciso dal giudice dell'udienza preliminare di Salerno
Dolores Zarone. Non una trascuratezza qualunque, fa presente l'avvocato leccese
Felice Rigliaco, legale della parte offesa, «ma un'omissione di indagini
ordinate da un gip su presunte collusioni fra magistrati di Lecce e di Potenza
con ipotesi delittuose gravissime che vanno dall'associazione per delinquere
all'estorsione al favoreggiamento di banche che applicano tassi usurari
disinvoltamente». Che cos'avrebbe combinato De Magistris, soprannominato «Gigineddu
flop» per l'esito fallimentare di gran parte delle inchieste a lui affidate ma
assurto al ruolo di castigamatti ora che veste la casacca dipietrista? L'accusa
è di non aver indagato su due colleghi della procura di Potenza a loro volta
denunciati da un commerciante che riteneva di non aver avuto giustizia da loro.
«La casta è casta», commenta l'avvocato Rigliaco. E probabilmente l'inchiesta
che gli era stata affidata non garantiva a De Magistris il «grande risalto
mediatico» ottenuto grazie al fascicolo «Why not» che (secondo il giudice che
recentemente ha demolito il fantasioso castello accusatorio) gli aveva regalato
enorme notorietà. La vicenda che riporterà De Magistris in un'aula di giustizia
seduto al banco degli imputati e non a quello della pubblica accusa ha origine
qualche anno fa a Nardò (Lecce), dove un commerciante vittima di usura perse
lavoro e casa: Luigi Stifanelli dormiva in auto e fu il primo cittadino italiano
che ebbe assegnata la residenza ufficiale non tra quattro mura ma su quattro
ruote. Ritenendo di non avere avuto giustizia, l'uomo denunciò i magistrati
salentini che, a suo dire, erano responsabili di ritardi e omissioni a suo
danno: «Sono vittima e destinatario di decisioni e condotte gravemente
persecutorie e di un vero e proprio accanimento giudiziario». Per competenza
territoriale, toccava ai magistrati di Potenza indagare sui colleghi di Lecce.
Il fascicolo toccò a Roberta Ianuario, pubblico ministero ora trasferito a
Napoli, e Alberto Iannuzzi, all'epoca giudice per le indagini preliminari
passato in corte d'appello. Il caso fu archiviato. Stifanelli non si arrese: è
un tizio che in fatto di querele non guarda in faccia nessuno, ha denunciato il
sindaco di Nardò, un assessore, giornalisti come Cristina Parodi. Partì un
esposto anche contro le due toghe lucane che planò sul tavolo di De Magistris,
in quanto Catanzaro ha la competenza territoriale sui guai dei magistrati di
Potenza. Era l'inizio del 2007, il sostituto calabrese stava architettando il
castello di accuse contro Prodi e Mastella e il 12 marzo chiese di archiviare il
fascicolo a carico dei colleghi. In ottobre il gip chiese ulteriori indagini ma
l'invito fu lasciato cadere: c'erano reati più urgenti di cui occuparsi. Siccome
non c'è due senza tre, il commerciante ha denunciato anche De Magistris. E
questa volta non c'è stata archiviazione ma il processo. Il gup Zarone nel
decreto che dispone il giudizio descrive così l'operato del nuovo idolo
giustizialista: «Quale sostituto procuratore in servizio presso la procura della
Repubblica di Catanzaro e assegnatario del procedimento penale (sui colleghi
lucani, ndr), omettendo di procedere alle indagini ordinate dal gip presso il
Tribunale di Catanzaro, indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo
ufficio che per ragioni di giustizia doveva essere compiuto senza ritardo e
comunque nel termine di sei mesi fissato dal gip». «Dagli atti di indagine - si
legge ancora nel decreto - sussistono sufficienti elementi per sottoporre
l'imputato al vaglio dibattimentale e non sono emerse ragioni per pronunciarne
il proscioglimento».
Il seguito è
cosa scontata. Trasmettiamo di seguito un esposto del commerciante di Nardò,
Luigi Stifanelli, sull'assoluzione di Luigi De Magistris e pubblicata su
Agenparl.it.
"Luigi De
Magistris è stato assolto perché il fatto non sussiste: è la sentenza del
Tribunale di Salerno nel processo per omissione in atti d'ufficio
all'eurodeputato, per fatti risalenti a quando era ancora magistrato. ''Era
un'accusa ingiusta e infamante - ha commentato De Magistris - ma sono stato
assolto difendendomi nel processo e non dal processo, senza usare l'immunità
parlamentare nè il legittimo impedimento''. Per il leader dell'Idv Antonio Di
Pietro ''giustizia è stata fatta''. Questa nota dell’Ansa tace la circostanza
che il Giudice che ha assolto De Magistris è la Dr.ssa Maria Teresa Belmonte,
moglie dell’avv. Giocondo Santoro, fratello del Santoro famoso conduttore di
Annozero. Questo Giudice costituisce il simbolo della imparzialità quando deve
giudicare De Magistris. Con tale Giudice il De Magistris ha fatto certamente un
grande sforzo a difendersi “nel processo”!!! E’ notoria l’attività di
sponsorizzazione dell’europarlamentare dell’Idv De Magistris da parte del
Santoro televisivo su di una televisione pubblica. Nessuno ha prove per dire che
la decisione dell’assoluzione sia stata presa davanti al focolare dei coniugi
Santoro-Belmonte allargato al noto conduttore di Annozero; è innegabile, però è
che il Santoro televisivo cognato della Belmonte è il padrino
dell’europarlamentare. Ciò che è certo è che la sentenza, così come formulata,
getta un’ombra lugubre sulla Giustizia, quella vera. Luigi De Magistris era
imputato di un grave delitto. Egli, secondo l’accusa, “...indebitamente
rifiutava di compiere un atto del suo ufficio..." quando era sostituto
procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed aveva
omesso di “procedere alle indagini ordinate…dal GIP presso il Tribunale di
Catanzaro” in un “procedimento…a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO
ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO”, che si era aperto a loro carico su denuncia del
sottoscritto per ipotesi delittuose di “associazione per delinquere,
favoreggiamento, falsità, concorso in estorsione ed usura” a carico di “alcuni
magistrati di Lecce e di Potenza”. Nel fascicolo del Giudice certamente ci sarà
stata l’ordinanza del GIP di Catanzaro che ordinava al De Magistris P.M. di
proseguire le indagini nei confronti di altri magistrati di Potenza e di Lecce.
Nel fascicolo del Giudice certamente vi è carenza assoluta delle indagini svolte
dal De Magistris. Ci si attendeva nella ipotesi più rosea per l’europarlamentare
l’assoluzione con la formula che il fatto che un P.M si rifuti di eseguire un
ordine del GIP non costituisca reato; invece, l’assoluzione è stata con la
formula più ampia, cioè, che il fatto non sussiste, che sta a significare che
non vi è stato mai ordine di alcun GIP. Invece, l’ordine del GIP rivolto al De
Magistris di proseguire le indagini era ben preciso. L’assoluzione perchè il
fatto non sussiste può significare anche che il De Magistris abbia compiuto uno
straccio d’indagine; invece, no; è proprio egli stesso che sul suo blog ha
scritto di essersi considerato il “dominus” e di non aver inteso indagare per
non fare spendere denaro. Dunque, la sentenza che ha assolto il De Magistris è
smaccatamente falsa. Ciò che colpisce in questo processo è la rapidità con cui
si è concluso; certamente, era necessario sgomberare le ombre sul candidato
sindaco di Napoli: tre udienze velocissime a distanza di pochi giorni l’una
dall’altra; con la scelta mirata del giorno dell’udienza in cui vi era lo
sciopero degli avvocati, e, quindi, svolta in assenza del difensore della parte
civile. Ammirevole la velocità con cui il Giudice Belmonte ha concluso questo
processo; sarebbe interessante sapere se questa velocità nel concludere il
processo De Magistris, abbia penalizzato qualche altro imputato vero innocente,
che attende prima di lui da anni la conclusione del suo processo. Eppure il
reato ascritto al De Magistris riguarda il suo rifiuto di indagare, all’epoca in
cui egli era P.M. a Catanzaro, sulle sistematiche archiviazioni da parte di
magistrati di Lecce di procedimenti penali a carico di soggetti bancari che
praticavano e praticano tuttora usura ed estorsione. Altro lato oscuro della
vicenda è il fatto che non siano stati escussi i testi che avevo proposto al mio
difensore, l’avv. Licia Polizio; infatti, avevo proposto come “testi i soggetti
menzionati nell’opposizione alla richiesta di archiviazione”, che avrebbero
dovuto riferire su sistematiche archiviazioni facili da parte di magistrati di
Lecce nei confronti di banche che operano usura ed estorsione e, precisamente i
seguenti soggetti: l’On. Nichi Vendola, il sig. Franco Carignani, l’Avv. Fedele
Rigliaco, Il giornalista de "Il Mondo" che scrisse l’articolo dal titolo "Com'è
stretta la Puglia" il12 giugno 1998 N. 24, l’ex Ministro della Giustizia, on.
Diliberto, il Giudice di Lecce Dr. Pietro Baffa, l’ex P.M. Dr. Aldo Petrucci, il
presidente dello SNARP, sindacato nazionale antiusura, dell’anno 1999, il
Giudice Dr. Gaeta di Lecce, l’ex Gip Dr. Francesco Manzo, l’ex Gip Dr. Fersini
il consulente del P.M. di Lecce, Dr. Daniele Garzia, che dovrà riferire sulla
seguente circostanza: la tabella dove erano indicati i tassi praticati allo
Stifanelli da parte della banca erano abbondantemente superiore a quelli
consentiti dalla legge il Dr. Leonardo Rinella che è stato P.M. presso la
Procura di Bari, il quale aveva accertato, per il tramite del suo consulente,
che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi; il
consulente della Procura di Bari, Dr. Egizio De Tullio, il quale aveva accertato
che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi.
Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati acquisiti dal
Giudice del dibattimento alcuni fascicoli che avevo proposto al mio difensore
come richieste istruttorie. Così, infatti, scrivevo al mio difensore avv. Licia
Polizio: “E’ necessario chiedere al Giudice del dibattimento l’acquisizione di
alcuni fascicoli che dimostrano l’attività di “protezione dell’usura nel
Salento” da parte di alcuni magistrati e che sono raccolti tutti nel Dossier a
firma del Sig. Franco Carignani: 3445/94 rgnr. Tribunale di Lecce, n. 8133/ 95
RGNR del Tribunale di Lecce (Capoti), n.15950/97 RGNR del Tribunale di Bari (Bisconti
- Durante), n. 2011/G/96 Presso la Direzione Nazionale Antimafia, n. 508/97 RGNR
del Tribunale di Lecce, n. 1885/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n.
800/96/21/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 6647/97/21 RGNR del Tribunale di
Bari, n. 3926/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 9725/97/21 RGNR del Tribunale
di Bari, n. 19797/97/21 RGNR”. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda
il rifiuto di indagare sulle altrettante sistematiche archiviazioni da parte di
magistrati di Potenza di procedimenti penali a carico di quei magistrati di
Lecce che consentono tali “facili” archiviazioni. La carenza delle suindicate
indagini ha consentito ad alcuni magistrati criminali di Potenza e di Lecce di
crearsi l’usbergo della immunità e, così, proseguire con la loro opera
delinquenziale di copertura di gravi reati, come l’estorsione, il
favoreggiamento, l’usura, la falsità, di Banche, di società di riscossione dei
tributi e di personaggi importanti. Insomma, per De Magistris e per il Giudice
cognato del Santoro di Annozero tutto questo è cosa da nulla; che i magistrati
di Lecce o di Potenza consentano ad estortori o usurai bancari o ad esattori
delle tasse usurai a proseguire nella loro attività criminale con conseguente
distruzione di molte imprese, di molte famiglie e dell’economia salentina è una
cosa di poco conto. Oggi, affrancato dal peso dell’accusa, il De Magistris - che
aveva il dovere d’indagare e d’impedire la prosecuzione di questi reati - si
appresta con estremo candore a governare la città di Napoli massacrata
dall’usura bancaria. Con la sentenza della “Giudicessa” cognata del Santoro
televisivo alcuni magistrati di Lecce possono proseguire impunemente a favorire
l’usura e l’estorsione delle Banche e dell’esattore delle tasse in danno dei
salentini; tali magistrati sanno che troveranno, prima o poi, una Dr.ssa
Belmonte che scriverà una sentenza perché “il fatto non sussiste”. Eppure le
archiviazioni di procedimenti penali a carico di soggetti che, con minacce di
pregiudizi, riuscirono ad estorcere del denaro crearono disagio, malessere e
sconcerto nella popolazione salentina. In particolar modo furono gl’imprenditori
che esternarono - con esposti a tutte le Autorità ed a tutte le Istituzioni
dello Stato, alla Direzione Nazionale Antimafia, alla Commissione antimafia,
alle Cariche istituzionali più importanti dello Stato - il disagio per la
mancata tutela penale della proprietà; nell’immaginario collettivo si ebbe a
formare l’idea di una sorta di sodalizio fra magistrati, banchieri ed altri
soggetti. A seguito di ciò in data 24/09/’98 l’on. Nichi Vendola, all’epoca
vice-presidente della Commissione antimafia, ora Governatore della Puglia, pose
il dito su questa piaga del Salento; e, con atto di sindacato ispettivo n.
4/19855 sollevò questioni riguardanti le numerose e facili archiviazioni da
parte della Procura della Repubblica di Lecce dei procedimenti penali “per i
reati di estorsione, usura, truffa ed altro commessi da rappresentanti delle
banche a danno di imprenditori Salentini” per sapere come mai molti salentini
non avevano avuto la tutela penale, nonostante che i magistrati della Procura di
Lecce avessero constatato l’applicazione di alti tassi d’interesse da parte di
Banche; la vicenda ebbe vasto clamore, scaturito dalla divulgazione delle
notizie attraverso la stampa. Nel succitato atto l’onorevole interrogante faceva
riferimento ad un articolo comparso sul settimanale “Il Mondo” del 12 giugno
1998, n. 49 che dettagliava numerosi casi di archiviazioni di procedimenti
penali. Quell’interrogazione venne archiviata perché il Ministro della Giustizia
dell’epoca, on. Diliberto, ebbe a fornire una risposta contenente notizie false
che gli furono fornite dalle articolazioni ministeriali competenti. L'On.le
Consiglio Superiore della Magistratura con le circolari nn° 8160/82 e 7600/85,
4° commissione, e con la delibera del plenum dell'11 dicembre 1996 ha
esplicitato che "l'esigenza generale, consistente nella tutela dell'imparzialità
e della libertà da condizionamenti che devono connotare anche nell'apparire,
l'attività giudiziaria, si pone quale specificazione del principio di tutela del
prestigio della Magistratura inteso come apprezzamento sociale della corretta
amministrazione della Giustizia". Secondo la Corte di Cassazione, Sez. Unite,
sentenza del 03 aprile 1988, n. 2265 "La responsabilità disciplinare del
Magistrato, per comportamento pregiudizievole al prestigio suo e dell'Ordine
Giudiziario, può conseguire anche da atti non illegittimi, ma meramente
inopportuni od avventati”. Questo esposto pubblico è rivolto alle autorità in
indirizzo per quanto di loro competenza, in particolare al Presidente della
Repubblica, per valutare se vi sono gli elementi per promuovere procedimento
disciplinare nei confronti della Dr.ssa Belmonte se per accelerare il
procedimento a carico del De Magistris abbia trascurato qualche altro
procedimento che aveva delle priorità o per valutare se la decisione di
assolvere il De Magistris con la formula “perché il fatto non sussiste” sia
stata avventata in presenza di un’ordinanza ineseguita di un GIP."
http://www.ilgiornale.it/interni/e_de_magistris_castigamatti_si_ritrova_imputato/30-10-2010/articolo-id=483511-page=0-comments=1

PARABITA
DELITTI
PADOVANO E ROMANO: CITTADINI MAFIOSI O SFIDUCIATI DALLA GIUSTIZIA ?
Una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici
interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito
dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario
all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione di un salentino, Giorgio Romano, che – secondo primi
accertamenti – avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie.
Mantovano ha
spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti, di aver concordato l’ispezione
amministrativa col ministro della giustizia, Angelino Alfano, un’ispezione «che
sia parallela e non in contrasto, come ogni accertamento ispettivo di carattere
amministrativo con l’indagine penale». Per il resto – ha detto ancora al
riguardo – «ci sono indagini giudiziarie in corso sulle quali l’autorità
giudiziaria ha piena disponibilità, indipendenza e autonomia».
Romano è stato
ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che,
per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e
sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano,
abituale frequentatore di aste giudiziarie.
Di ritorno da Gallipoli, dove in mattinata si era tenuta la seduta straordinaria
del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica alla presenza del
sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il prefetto di Lecce Mario
Tafaro, ha incontrato nel primo pomeriggio una delegazione del Pd salentino per
discutere della situazione allarmante venutasi a creare a fronte di due omicidi
nell’arco di una sola settimana.
Nel corso dell’incontro a
Palazzo di Governo, Maritati e gli altri sono nuovamente tornati sull’omicidio
Padovano, prendendo le dovute distanze e polemizzando circa la partecipazione di
alcuni rappresentanti istituzionali locali al funerale dell’ex boss gallipolino
della Scu.
“E’ stato un gravissimo errore
politico e si è trattato di presenze a dir poco inopportune. Ma, quello che
ancor più preoccupa, è l’atteggiamento di una quarantina di commercianti che
avrebbero abbassato la saracinesca al passaggio del suo feretro. Perché lo hanno
fatto? Hanno avuto paura? Si sono sentiti scoperti? O, piuttosto, il loro è
stato un atteggiamento di accondiscendenza verso qualcuno più forte e potente?”.
A queste domande la politica è
chiamata a dare una risposta, secondo Maritati, che è tornato pure sull’omicidio
avvenuto a Parabita. In questo caso, il dato preoccupante ruota attorno alle
aste giudiziarie: qui la magistratura ha il dovere di indagare sul presunto
coinvolgimento e le successive infiltrazioni nel sistema delle aste pubbliche.
Soprattutto a fronte di una sorta di denuncia giunta due anni fa sotto forma di
missiva al sindaco di Parabita, Adriano Merico, dove si chiedeva
all’amministrazione comunale di intervenire con urgenza e indagare chiaramente
nel settore delle aste, perché ci sarebbe stato il rischio (una premonizione
divenuta realtà) che qualche semplice e normale cittadino si sarebbe trasformato
in un giustiziere.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDCategoria=1&IDNotizia=210968
http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4399&Itemid=1
PORTO
CESAREO
Da
“La Repubblica”.:
"Punta Grossa". Colata di cemento nell'area protetta. Sigilli al mega resort da
50 milioni.
Sono 129 gli
indagati, tra cui funzionari di Regione Puglia e Comune, responsabili di aver
avallato la costruzione del complesso turistico con l'approvazione di una
variante urbanistica dichiara illegittima. La struttura nata su una delle area
più belle del Salento ha cambiato volto alla zona di Porto Cesareo
Un lussuoso
resort da 50 milioni di euro con villette, alberghi, solarium, centri estetici,
anfiteatro, discoteca, impianti sportivi e strutture commerciali. Una struttura
ricettiva tra le più imponenti del Salento, affacciata - come si legge negli
annunci sui siti di promozione turistica - "su un tratto di mare all’interno del
Parco nazionale marino e nelle immediate vicinanze del Parco regionale di Porto
Cesareo; in una delle più belle aree naturali della costa ionica del Salento, in
località Torre Lapillo, a circa 10 km a nord di Porto Cesareo".
Un paradiso per
turisti e per chi aveva lì comprato la casa al mare sequestrato dalla guardia di
finanza per abusivismo: 129 le persone indagati per reati ambientali, tra cui i
responsabili del Comune e della Regione che hanno rilasciato le autorizzazioni e
i 120 proprietari di appartamenti. Un pezzettino di Puglia dall'inestimabile
valore paesaggistico, che ha cambiato faccia dopo l'immensa colata di cemento
arrivata con una variante urbanistica illegittima. Aree che avrebbero dovuto
essere protette perché rappresentano la vera ricchezza del Salento e che,
invece, sono state “devastate” come ha sottolineato il procuratore della
Repubblica di Lecce, Cataldo Motta. I 9 pubblici ufficiali coinvolti nello
scandalo sono l’ex sindaco di Porto Cesareo Vito Foscarini, i 3 responsabili
dell’epoca degli assessorati regionali all’Ambiente e all’Urbanistica (Luigi
Ampolo, Giuseppe Lazzazzera e Luca Limongelli), 2 responsabili dell’Ufficio
tecnico comunale (Cosimo Coppola e Giovanni Ratta), 2 progettisti (Claudio
Conversano e Antonio Nestola) e il legale rappresentante delle società coinvolte
(Franco Iaconisi).
La struttura
turistica sequestrata oggi è il resort Punta Grossa di Porto Cesareo, di
proprietà della società Fgci srl. Le indagini delle fiamme gialle hanno
accertato che il villaggio è stato realizzato in seguito a una lottizzazione
abusiva a scopo edilizio di terreni in località Serricelle, aree protette che
per le loro caratteristiche paesaggistiche sono state dichiarate di notevole
interesse pubblico. Tra queste le zone di Palude del conte, Duna di Punta
Prosciutto e altre dichiarate riserve marine. La costruzione del complesso
immobiliare che sorge su un'area molto vasta ha inoltre causato una rilevante
trasformazione urbanistica delle aree interessate, sottoposte a vincoli
ambientali e paesaggistici, anche in violazione delle prescrizioni degli
strumenti urbanistici vigenti e delle normative edilizia, urbanistica ed
ambientale.
In particolare
va sottolineato che prima dell'edificazione del complesso turistico, il
consiglio comunale di Porto Cesareo aveva approvato una variante urbanistica al
piano regolatore generale, attribuendo ai terreni in località "Serricelle",
precedentemente tipizzati come agricoli, specifica destinazione
turistico-alberghiera. Tuttavia, l'intera procedura che ha portato alla variante
urbanistica al piano regolatore è da considerarsi illegittima, in quanto basata
su due conferenze di servizi, rispettivamente risalenti agli anni 2002 e 2006,
di cui la prima annullata con sentenza del Tar Puglia, confermata dal Consiglio
di Stato e la seconda indetta illecitamente. Inoltre, la suddetta variante
urbanistica è stata approvata senza tener conto delle prescrizioni di non
alterazione del paesaggio regionale esistente, previste dal Piano urbanistico
territoriale tematico.
La realizzazione
del complesso immobiliare sarebbe stata possibile grazie ad alcuni illeciti
commessi dal sindaco pro tempore e dai responsabili pro tempore dell'Ufficio
tecnico del Comune di Porto Cesareo nonché dai progettisti e direttori dei
lavori per la costruzione del residence, indagati per reati contro la fede
pubblica ed abuso d'ufficio, i quali avrebbero falsamente attestato, nei loro
pareri e relazioni, che non esistevano altre aree urbanisticamente idonee alla
realizzazione di strutture turistico-ricettive, riattivando il procedimento
amministrativo che ha portato alla variante urbanistica del piano regolatore. Le
fiamme gialle spiegano inoltre, che sono stati denunciati alla procura della
repubblica presso il tribunale di Lecce i responsabili pro tempore degli
assessorati all'Urbanistica e all'Ambiente della Regione Puglia per aver fornito
pareri irregolari ed illegittimi, omettendo i controlli, obbligatori per legge,
sulle attestazioni fornite dai funzionari comunali nonché sul rispetto dei
vincoli paesaggistici ed ambientali. Tra i 129 indagati - residenti in tutta
Italia e responsabili del reato ambientale di lottizzazione abusiva - ci sono I
120 proprietari di appartamenti adibiti a case-vacanza all'interno del villaggio
vacanze.
Ma non è tutto,
perché se nella realizzazione dell’enorme mostro di cemento, i militari hanno
individuato una serie di illegittimità urbanistiche e ambientali, il prosieguo
delle indagini ha poi permesso di scrivere un altro capitolo relativo a presunte
violazioni relative all’organizzazione societaria delle due Srl che hanno
costruito e gestito il resort. Alla luce delle evidenti violazioni che avevano
caratterizzato la costruzione del villaggio, infatti, risultava impossibile
procedere ad una formale compravendita immobiliare, per cui sarebbe stata
effettuata un’operazione di riorganizzazione societaria, realizzata attraverso
il conferimento di un patrimonio immobiliare di 108 appartamenti, fittiziamente
mascherata come cessione di ramo d’azienda, della Fgci Srl verso una
multiproprietà azionaria, cretata ad arte ed avente la stessa compagine sociale,
denominata Punta Grossa srl. Le quote sarebbero quindi state cedute a 120
soggetti che, in teoria acquistavano parte del capitale sociale, in realtà
diventavano padroni degli appartamenti. Nel momento in cui i proprietari
volevano vendere la casa, la società riscattava la quota di appartenenza e la
cedeva ad un nuovo inquilino, che conquistava così il suo spazio vitale nel
paradiso salentino. Oltre a configurare illeciti penali, tale operazione di
gestione straordinaria ha consentito di evadere l’Irap per 6 milioni e mezzo e
l’Iva per 2 milioni, come evidenziato dalle ispezioni tributarie che si sono
concluse con il recupero di elementi positivi di reddito per 7 milioni e 200mila
euro.

RUFFANO
COLPEVOLE
FINO A PROVA CONTRARIA ?
Luigi Nicola
Fiorito si deve fare da parte: non è più sindaco di Ruffano. Lo ha stabilito il
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un decreto emesso giovedì 28
maggio 2009 con il quale, oltre ad aver rimosso Fiorito dalla carica elettiva,
ha decretato anche lo scioglimento del consiglio comunale. Il provvedimento, di
gravità estremamente eccezionale, è stato adottato dal Capo dello Stato
«considerato che i pregiudizi e i procedimenti penali che gravano sul suddetto
amministratore nonchè la condotta complessivamente tenuta dal medesimo hanno
ingenerato nella comunità di Ruffano una situazione di tensione che espone
l’ordinaria e civile convivenza a gravi rischi di turbativa e minaccia la
sicurezza delle istituzioni locali, viste le condizioni di fatto lesive degli
interessi della comunità territoriale».
A determinare il
provvedimento del Presidente della Repubblica era stata una relazione del
Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che aveva motivato la sua richiesta con
articolate argomentazioni. «Una serie di situazioni e circostanze», si legge
nella relazione, «riconducibili direttamente o indirettamente alla condotta di
Fiorito o alla sfera delle sue relazioni, ha determinato nella comunità locale
un potenziale pericolo per l’ordinata e civile convivenza e una sospetta
illegalità nell’attività amministrativa dell’ente locale, foriera di pericolo
per la sicurezza e la credibilità delle istituzioni, che adombrano una concreta
minaccia per la salvaguardia dell’ordine pubblico, la cui tutela è compito
primario dello Stato».
Ma su cosa si
basa in concreto la richiesta del Ministro dell’Interno? «Invero accertamenti
condotti dalle forze dell’ordine e che hanno portato all’avvio di una
significativa vicenda penale, hanno evidenziato la posizione dominante
dell’amministratore nell’ambito di un macchinoso sistema affaristico», scrive
Maroni, «nel quale i poteri derivanti dalla carica elettiva vengono
strumentalizzati per fini non conformi ai pubblici interessi. A ciò aggiungasi
il coinvolgimento dello stesso sindaco in un procedimento penale per reati
ambientali, insieme ad un personaggio di spicco della locale criminalità
organizzata, correo in azioni di rapina, porto illegale di armi ed altro, oltre
che personalmente autore di condotte intimidatorie e violente a danno di
esponenti proprio dell’amministrazione comunale di Ruffano».
Ma sulla
decisione del Ministro dell’Interno di chiedere la revoca di Fiorito hanno
pesato anche le «pendenze penali che vedono coinvolto il sindaco, anche per
ipotesi di reato particolarmente gravi, quali corruzione, abuso d’ufficio,
minaccia, falsità in atti e violazione della normativa urbanistica». Ma c'è
stato qualcosa che ha determinato in particolare la richiesta del provvedimento
di revoca da parte del Ministro Maroni: «La recente sentenza di condanna in
primo grado riportata da Fiorito per l’ipotesi di reato di minaccia aggravata».
Da domani i cittadini di questo grosso e laborioso comune del Sud Salento
potranno cominciare a scrivere una pagina nuova della storia della loro
comunità.
Sarebbero
quattro le vicende giudiziarie che vedono coinvolto Nicola Fiorito in qualità di
sindaco di Ruffano e che avrebbero determinato la decisione del Ministero
dell’Interno di chiedere al Presidente della Repubblica «la rimozione dello
stesso Fiorito dalla carica di sindaco e lo scioglimento del consiglio
comunale».
La prima (al
pari di tutte le altre, ancora da dimostrare, ndr) si riferisce alla costruzione
di un supermercato su un territorio agricolo di proprietà della suocera di un
consigliere comunale e madre di un amico e socio in affari di Fiorito (in quanto
contitolari della società «Gestione Immobiliari & Turistiche Srl»). Benchè su
questo terreno non si potesse costruire il sindaco avrebbe consentito la
realizzazione di un immobile destinato ad ospitare un supermercato, consentendo
tra l’altro alla proprietaria del suolo di incassare dalla vendita una somma
pari 484.200 euro. In questa vicenda, per altro, alla ditta costruttrice il
sindaco concedeva persino lo scomputo degli oneri di urbanizzazione secondaria
pari a 17,576 euro.
Un’altra vicenda
determinante nel procedimento di rimozione del sindaco riguarderebbe
l’affidamento della gestione della segnaletica stradale e della gestione della
strumentazione di controllo delle infrazioni al codice stradale. Il sindaco
avrebbe affidato l’appalto ad una ditta ricevendo denaro in cambio e
predisponendo documenti falsi per dare la parvenza di legittimità
all’operazione.
Altro caso in
questione sarebbe quello relativo alla realizzazione di due lotti della rete
fognaria, uno pari 1.232.583,79 euro e l’altro di 951.613,76. In questa vicenda
il sindaco - sempre stando all’ipotesi degli investigatori - avrebbe costretto
il titolare della ditta a pagare una tangente pari al 7 per cento del fatturato
totale.
La quarta
faccenda si riferisce alla gestione del servizio di pubblica affissione. Fiorito
avrebbe costretto il titolare della ditta appaltatrice ed un suo dipendente a
riscuotere (con bollette false da lui consegnate) somme in nero per la Tosap,
obbligando la ditta a versargli il 50 per cento delle somme incassate.
Nicola Fiorito,
il sindaco destituito dall’incarico, affiderà le sue ragioni ad un manifesto
pubblico e ad un comizio nella piazza principale del paese. «Voglio capire»,
dice a caldo Nicola Fiorito, «le motivazioni che hanno spinto il ministro Maroni
a questa decisione che ha colto di sorpresa non solo me personalmente ma tutta
la mia maggioranza. Ma se dalla mia parte politica nessuno era a conoscenza che
il ministero dell’Interno fosse sul punto di decidere per la destituzione,
altrettanto non si può dire sul conto dell’opposizione. Da qualche giorno,
infatti, alcuni dei miei avversari politici avevano già diffuso a denti stretti
la notizia in paese. In che modo ne erano venuti a conoscenza? » Le domande ed i
quesiti del sindaco aumentano dopo la lettura del decreto firmato dal Presidente
della Repubblica. «Secondo il ministero dell’Interno sono una persona che non ha
equilibrio e che ha generato in paese uno stato conflittuale con i diversi
apparati della macchina organizzativa municipale», dice il sindaco, «ma sono
intenzionato a difendermi prontamente da queste accuse che non stanno nè cielo
né in terra. Ho già dato mandato all’avvocato Pietro Quinto e nel ricorso al Tar
che presenteremo ribatteremo a tutto, punto su punto».
Pietra dello
scandalo, secondo le notizie ribalzate da Roma, oltre alle diatribe interne al
Comune con un operatore ed il comandante della polizia municipale, sarebbe la
decisione assunta dal sindaco Fiorito di riaprire nel 2001 una discarica di
rifiuti, di proprietà di un «personaggio di spicco della locale criminalità
organizzata », «In quel periodo si era in piena emergenza ambientale», spiega
Fiorito, «e decisi il ricorso a quella struttura per evitare che i rifiuti
invadessero le strade. Quella ordinanza faceva seguito ad una delibera
licenziata dall’amministrazione precedente alla mia. Era stato proprio il
sindaco Rocco Stradiotti ad individuare quel sito. Io ho solo preso atto dei
deliberati e dei carteggi esistenti. E ci tengo a sottolineare la serietà e
l’integerrima figura di Stradiotti, vicequestore di Lecce, che ha sempre operato
nella legalità ed in coerenza con la sua funzione di pubblico ufficiale».
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=243035&IDCategoria=11
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_cronache_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=243038
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_cronache_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=243037
SANARICA
Sindaco, vice-sindaco, ragioniere
comunale e responsabile del servizio finanziario del comune di
Sanarica sono finiti sotto processo. Il gup Nicola Lariccia ha
disposto il rinvio a giudizio dei quattro imputati dopo una
lunga camera di consiglio accogliendo le richieste del pubblico
ministero Giovanni Gagliotta. Respinte le richieste degli
avvocati difensori che avevano invocato il proscioglimento dei
loro assistiti. Sergio Santese, primo cittadino di Sanarica,
venne arrestato il 18 febbraio 2008 dai finanzieri del nucleo di
polizia tributaria in un'operazione in cui vennero indagati
anche il vicesindaco Fernando Caputo, il ragioniere comunale
Antonio Perrone e Oronzo Nuzzachi, responsabile del servizio
finanziario a Palazzo di Città. Le accuse per tutti erano e
rimangono tentata concussione e abuso d'ufficio.
In particolare, Santese avrebbe
indotto un architetto, senza riuscire nel suo intento, a
dividere in tre parti le somme di un finanziamento pubblico
finalizzato alla realizzazione di infrastrutture nel Pip. Due
terzi di 80mila euro dovevano essere consegnati a Santese e
Caputo, ma l'architetto si rifiutò. Sempre sindaco e
vice-sindaco avrebbero spinto l'architetto nei lavori relativi
all'attivazione di una stazione di servizio per carburanti sulla
provinciale Maglie-Poggiardo a versare somme di denaro per
sollecitare la pratica relativa all'autorizzazione della
gestione della stazione.
Il primo cittadino, inoltre, in
un'altra circostanza, avrebbe "persuaso" il manager di una
società privata delegata all'analisi di fatture e bollette Enel
e al relativo recupero crediti per l'illuminazione pubblica a
farsi versare 6 mila euro, come "tangente" per il suo
interessamento in merito alla liquidazione di una parcella
gonfiata di 37 mila euro. Somme, secondo gli inquirenti, che
sarebbero state elargite tramite l'emissione di due bonifici di
10 mila euro ciascuno effettuati dai funzionari Antonio Perrone,
ragioniere comunale e Orazio Nuzzachi, responsabile del servizio
finanziario. Nel processo sono state identificate persone offese
il sindaco pro-tempore di Sanarica e l'amministratore unico di
una società con sede a Galatone. Sergio Santese è difeso dagli
avvocati Pasquale e Giuseppe Corleto, Fernando Caputo è
assistito da Luigi e Alberto Corvaglia, Antonio Perrone da Luigi
Rella, infine Andrea Starace assiste Orazio Nuzzachi.
http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=9152
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=194566&IDCategoria=1
SPECCHIA
CONDANNATO SINDACO DI SPECCHIA
Due
anni e dieci mesi più l’interdizione da pubblici uffici (pena senza sospensione)
per Antonio Lia nell’ambito della vicenda, a cavallo tra il 2000 ed il 2002,
dell'acquisto di un frantoio ipogeo di Specchia.
E’ la sentenza di primo grado
emessa dalla prima sezione penale del Tribunale di Lecce nella serata odierna.
L’accusa nei confronti del primo cittadino specchiese è di falso, truffa e
tentata concussione. Lia è stato condannato anche al risarcimento danni nei
confronti della parte civile. Stante la non sospensione della pena, si attende
una decisione del Prefetto nei riguardi di Lia. Condannati a dieci mesi altri
due imputati, i coniugi Santo Pizza e Lucia Indino. Assolto, invece, per non
aver commesso il fatto, il tecnico comunale Antonio Surano.
http://www.ilgallo.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=8620&mode=thread&order=0&thold=0


