I MATERANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

 


A Trani se ne parla da settimane, se non da mesi. Sin da quando in piena estate durante un incontro in Sardegna, «lei» ha lanciato una borsa contro di «lui», mandandolo in ospedale. Un rapporto difficile quello tra due magistrati, un uomo e una donna, che litigano da mesi, lanciandosi reciproche, pesanti, accuse.

Dalle parole i due sono passati prima ai fatti, poi alle carte bollate. Una vicenda, quella tra un magistrato in servizio a Trani e un altro che in passato ha prestato servizio nell’ufficio tranese, finita così davanti alla Procura di Lecce, competente ad indagare su reati che sarebbero stati commessi da magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari, e anche davanti al Csm.

Dalle denunce per stalking e lesioni che dopo l’estate si sono scambiati è nato un fascicolo in cui tutti e due, per reati diversi, risultano indagati e persone offese. Proprio ieri è stato disposto un accertamento tecnico preventivo, un atto irripetibile sui cinque telefoni cellulari sequestrati a lei a metà settembre e sul computer portatile sequestrato a lui. Lì ci sarebbero le fonti di prova dei rispettivi sms. Entrambi si accusano reciprocamente di avere subìto dall’altro telefonate ripetute, sms continui, in qualche caso persino inviati, a mo’ di molestia trasversale, ad alcuni parenti.

La Procura di Lecce ha conferito l’incarico ad un consulente. Al vaglio della magistratura leccese, le reciproche accuse che i magistrati si stanno lanciando da tempo. E c’è chi parla di alcuni video, qualcuno persino a luci rosse, che sarebbero finiti agli atti dell’inchiesta. Ma si tratta in questo caso solo di una indiscrezione. Una delle tante che circolano sulla vicenda a Trani, dove, da settimane, non solo negli ambienti giudiziari, non si parla d’altro.

La vicenda del tutto personale, ma da tempo divenuta di dominio pubblico, è finita anche davanti al Csm. Il comportamento della dottoressa era stato considerato talmente grave dal Procuratore generale presso la corte di Cassazione al punto da chiederne la sospensione del magistrato tranese dalle funzioni e dallo stipendio. La sezione disciplinare dell’organo di autogoverno dei magistrati ha ritenuto il provvedimento cautelare troppo severo. Per questo ha disposto nei suoi confronti la misura meno grave del trasferimento ad un altro ufficio, a Matera, fuori dal distretto di Corte d’Appello di Bari.

Per ora lontano da Trani, poi si vedrà nel merito.

Da “Il Giornale”. Ristorante di Sassari. Luglio 2011. Scena, atto primo: un alto magistrato della città e un ispettore del ministero della Giustizia, già in servizio a Trani, degustano un piatto di pesce quando nel locale irrompe una donna che non sembra aver voglia di pranzare. È abbastanza su di giri, decisa a farsi giustizia di un qualche torto subito da uno dei due commensali. Il tempo di individuare il tavolo giusto e la borsa della signora finisce violentemente in faccia allo 007 di via Arenula, che crolla a terra, semisvenuto, una maschera di sangue. Seguono insulti e accuse. La toga padrona di casa prova a separare l'aggredito dall'aggressore. Intervengono i camerieri, mentre un cliente seduto vicino chiama l'ambulanza perchè l'ispettore è conciato male. La rissa finisce lì: la signora, soddisfatta, se ne va. L'ispettore finisce immediatamente sotto i ferri dell'ospedale cittadino: 17 punti di sutura e interventi di chirurgia plastica a ricomporre il viso. Così, almeno, la racconta la vittima dell'aggressione in un esposto in procura e al Csm.

Lecce, atto secondo. Scena: di lì a poco l'aggredito prende carta e penna e denuncia l'aggressore, una signora magistrato di Trani, con la quale già da tempo è in attrito per varie questioni legate a complicati rapporti personali. L'esposto è dettagliato e agghiacciante. Le accuse sono incredibili quanto allucinanti. La procura leccese, competente sui magistrati del distretto tranese, apre immediatamente un fascicolo, altrettanto fa il Consiglio superiore della magistratura. Lei reagisce denunciando lui per stalking dando così vita a un altro fascicolo e non si capisce più se sia solo lei indagata, se lo sia anche lui, e se entrambi ricoprano pure la figura di parti offese. Un casino. Un groviglio di accuse via sms, mail, telefonate, piazzate sotto casa, urla, schiaffi, liti furibonde, danneggiamenti di auto, addirittura un video, per non parlare delle minacce di morte a familiari e parenti. Per capire chi abbia cominciato prima e/o continuato poi, i pm di Lecce dispongono una perizia tecnica affidata a un consulente esperto di telefonia e computer chiamato a riesumare la memoria dei 5 telefonini sequestrati a lei e del pc sequestrato a lui. La procura, intanto, interroga lei e interroga lui. A lui vengono fatti vedere documenti e chieste delucidazioni su alcuni fatti gravi: l'esistenza di filmini a luci rosse, alcune decisioni favorevoli adottate dal magistrato donna nei confronti di persone da lei conosciute, l'acquisto di autovetture e di case, i rapporti con uomini dell'Arma. Esce fuori di tutto, e tanto di più. Uno spaccato indescrivibile della realtà tranese che ruota intorno al tribunale. Anche storie pruriginose, oltre che di ripicche e di vendette con altri appartenenti all'ordine giudiziario, con avvocati, ufficiali dei carabinieri. Il Csm, caso rarissimo nella sua storia, si muove alla velocità della luce. La donna ha chiesto, invano, di essere spostata a Lucera. Il procuratore generale presso la Cassazione ha invece sollecitato il provvedimento della sospensione dalla funzione e dallo stipendio tanto sarebbe grave, a suo avviso, il comportamento tenuto dal magistrato di Trani. Addirittura si vocifera di un intervento del Quirinale. Alla fine la sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli reputa la richiesta del pg esagerata, ma prende comunque una decisione dura, senza se e senza ma: trasferimento d'urgenza, immediato, per la signora magistrato da Trani a Matera. Ma non è tutto. Sullo sfondo, stando alle carte depositate, vi sarebbe anche una traccia che porterebbe a retroscena inquietanti sulla genesi dell'inchiesta della procura di Trani nei confronti di Berlusconi, quella nota come Agcom-Minzolini, sulle pressioni per bloccare la trasmissione televisiva di Michele Santoro, Annozero. Protagonista indiretta, anche qui, la signora in toga e un altro magistrato col quale la donna avrebbe avuto rapporti diventati col tempo più che conflittuali.

All'ufficialità della notizia dell'inchiesta e del provvedimento del Csm corrisponde l'ufficiosità del vortice di pettegolezzi che da mesi tiene banco negli uffici giudiziari di Trani e Lecce, per non dire dei commenti increduli al Csm a Roma. Gossip allo stato puro alimentato dalle voci sull'esistenza di esposti anonimi con gravi notizie di reato snocciolate con dovizia di particolari, video a luci rosse girati col telefonino, lettere, appunti, memorie, diari. Siamo all'inizio della «guerra dei Roses» fra toghe, all'inizio della verità dell'inchiesta che voleva colpire Berlusconi attraverso Minzolini e l'Agcom.

Allucinante da “Il Giornale”: Grave imbarazzo al Csm, dove è arrivata sul tavolo del Consiglio una querelle tra magistrati che fa tremare le Procure. L'ex gip di Trani Maria Grazia Caserta è stata trasferita dal CSM disposto dal C.S.M., in data 20.10.2011, dalla cittadina pugliese a Pisticci, in provincia di Matera, per «carenza di equilibrio». L'accusa? Aver perseguitato per anni un suo amante, ex gip di Trani a sua volta, Michele Nardi. Minacce, un'aggressione, inseguimenti e sms violenti che avrebbero potuto costarle il posto e la carriera. La vicenda privata, però, si intreccia parzialmente con l'inchiesta sulle presunte pressioni di Berlusconi sull'Agcom per fermare Santoro. Secondo Nardi, infatti, la gip disse «Berlusconi è un dittatore, lo faranno cadere» e avrebbe mentito ai carabinieri sulla fuga di notizie legata all'intercettazione del Cavaliere. La donna però nega tutto: «Quel messaggio è falso, mai detto nulla in proposito». E anche il pm Ruggiero respinge le accuse di fuga di notizie.

Due magistrati che si denunciano a vicenda per ragioni strettamente personali (Michele Nardi e Maria Grazia Caserta) e che finiscono in un fascicolo alla procura di Lecce. Una di loro (Caserta) che viene trasferita a Matera dal Consiglio superiore magistratura. In mezzo una storia di carte bollate e accuse che diventa un caso nel tribunale di Trani dove i due giudici lavorano o hanno lavorato. Proprio per questo motivo il Csm, dopo una richiesta esplicita dello stesso giudice, ha deciso di trasferire il magistrato in Basilicata per evitare ogni ulteriore motivo di dissidio. Agli atti del Consiglio, così come a quelli di Lecce che indaga per competenza, è finita infatti tutta una serie di esposti anonimi contro il magistrato, esposti che per il momento non hanno trovato riscontri. Alcune denunce sono state però presentate direttamente da Nardi, ex gip a Trani e poi all' ispettorato del ministero. Denunce che devono essere ancora esaminate: è possibile quindi che la storia non sia ancora finita.

Da “La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 gennaio 2012 si viene a sapere che il comandante della polizia locale di Matera, Franco Pepe, due vigili urbani e un dipendente comunale sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza con le accuse, a vario titolo, di concorso in concussione e abuso d’ufficio. I fatti si riferiscono a vicende in cui protagonista è Pepe: l'acquisto di un «appartamento di pregio», i suoi rapporti con un’associazione sportiva e condotte illecite ai danni di un dipendente comunale. L'arresto – ai domiciliari – è stato ordinato dal gip di Matera, Rosa Bia, su richiesta dei pm Annunziata Cazzetta e Savina Toscani, che hanno coordinato le indagini delle fiamme gialle. Oltre a Pepe, sono stati arrestati i vigili urbani Cesare Rizzi e Vincenzo Scandiffio e il dipendente comunale Nicola Colucci.

LA RICOSTRUZIONE
Controlli a tappeto, azioni ritorsive, «atti vessatori» e anche minacce fisiche: li hanno subiti un imprenditore, un’associazione sportiva e un dipendente comunale, a Matera, dal comandante della polizia locale, Franco Pepe, che è da stamani agli arresti domiciliari per concussione aggravata e continuata e abuso d’ufficio, reati commessi, a vario titolo, in concorso con due vigili urbani e un altro dipendente comunale, anche loro ai domiciliari. Ma Cesare Rizzi e Vincenzo Scandiffio (i due vigili arrestati) e Nicola Colucci (il dipendente comunale ai domiciliari per decisione del gip, Rosa Bia, che ha accolto la richiesta dei pm, Annunziata Cazzetta e Savina Toscani) hanno nella vicenda un ruolo da comprimari rispetto a Pepe. Su di lui si sono concentrati gli investigatori della Guardia di Finanza, dopo la denuncia di un imprenditore materano: quest’ultimo tempo fa aveva venduto al comandante della polizia locale un «appartamento di pregio» (per 600mila euro) nel centro storico della città, a pochi metri dagli antichi rioni Sassi, patrimonio dell’umanità dal 1993. Ad un certo punto, però, Pepe aveva smesso di onorare le rate del mutuo ipotecario. Alla richiesta dell’imprenditore di pagare quanto stabilito, però, il capo dei vigili urbani ha «scatenato» i suoi uomini e l'imprenditore ha visto crescere la pila dei verbali per infrazioni, anche minime, commesse sui suoi cantieri: una «vera e propria campagna di controlli», divenuti in breve tempo «vessatori». Nel luglio scorso ha denunciato tutto alle fiamme gialle. Durante le indagini è emersa, basata anche questa volta su una denuncia, un’altra vicenda. Pepe, radiato tempo fa dal circolo tennis di Matera, aveva avviato nei confronti del sodalizio sportivo «una serie di azioni ritorsive»: anche stavolta, il suo «braccio» erano i vigili. La terza vicenda riguarda un dipendente comunale: il contrasto fra quest’ultimo e Pepe si era spostato dai «motivi sindacali» al piano personale. Ricevute alcune deleghe che lo avevano posto in posizione sovraordinata rispetto al dipendente «avverso», il comandante della polizia locale avrebbe abusato del suo ufficio per compiere «una serie di veri e propri atti vessatori» ai danni del «malcapitato avversario», con conseguenze sul piano morale, materiale e anche fisico (in un’intercettazione al dipendente viene consigliato di «stare calmo» se vuole evitare conseguenze peggiori). Appresa la notizia degli arresti – che ha colpito oggi tutta la città – il sindaco di Matera, Salvatore Adduce, ha espresso «piena fiducia» nella magistratura, alla quale ha chiesto di «fare rapidamente chiarezza».

IL SINDACO DI MATERA: PIENA FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA
Il sindaco di Matera, Salvatore Adduce, in una dichiarazione, ha espresso «piena fiducia nell’operato della magistratura», in riferimento all’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari eseguita stamani a carico del comandante della polizia locale, di due vigili e di un altro dipendente comunale. Adduce ha espresso «l'auspicio che si possa fare rapidamente chiarezza su quanto contestato anche al fine di consentire all’amministrazione comunale di adottare le opportune decisioni, di organizzare al meglio la sua attività e di riportare serenità al Comando dei vigili urbani e nel palazzo municipale».

Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.

Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».

IL MISTERO DELLA MORTE DEI FIDANZATI DI POLICORO

Olimpia e Filomena sono due donne toste. Anzi, sono due mamme toste. Nessuno le ha mai viste piangere. Il loro è infatti un dolore che ha superato il territorio di confine delle lacrime. Una frontiera dell'anima inesplorabile per chi non ha vissuto la stessa tragedia di Olimpia e Filomena: perdere un figlio in situazioni drammatiche. E misteriose. Un sentiero disperato lungo il quale queste due madri coraggio si sono incontrate spesso. Diventando amiche. Filomena è l'ormai «famosa» mamma di Elisa Claps; Olimpia è invece la «sconosciuta» madre di Luca Orioli. La storia di Elisa Claps la conoscono tutti. Quella di Luca pochi «addetti ai lavori». Il 23 marzo 1988 Luca Orioli e la sua fidanzata Marirosa Andreotta furono trovati morti in circostanze mai chiarite. Tra depistaggi e amnesie (che ricordano sinistramente il caso Claps) mamma Olimpia - da oltre 20 anni, quasi 30 - combatte in nome di una verità negata. Nei motori di ricerca del web questo ennesimo mistero lucano è archiviato come il «giallo dei fidanzati di Policoro».

I cadaveri di Luca e Marirosa erano nella vasca da bagno di casa. «Morti folgorati in acqua». Anzi, no, «morti per inalazione di ossido di carbonio». E se invece fosse stato un omicidio? La mamma di Luca ne è sempre stata convinta.

Ora, dalla risepoltura della salma di Luca Orioli nel cimitero di Policoro ad opera della Procura della Repubblica di Matera, la signora Olimpia chiede formalmente l'intervento dei Ris a mezzo di una lettera inviata al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, generale Leonardo Gallitelli, per chiarire gli ulteriori punti oscuri emersi in questi ultimissimi giorni, compreso il terrificante sospetto che la salma alla quale è riferita l'autopsia condotta dal professor Introna non sia quella di Luca Orioli.

Il Giornale è venuto in possesso del testo della lettera. Che pubblichiamo integralmente:

«Esimio Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gen. Leonardo Gallitelli, è con grande fiducia e speranza che rivolgo a Lei questo mio appello. Sono Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, morto nell'88 a Policoro, in situazione tuttora volutamente misteriosa. L'anno scorso sono state riesumate per la seconda volta le salme di Luca e Marirosa (cosiddetti Fidanzatini di Policoro).
Oltre ai numerosissimi depistaggi e insabbiamenti che costellano il caso, ci sono perizie truccate, riconosciute reati e fatti prescrivere. Al tutto si aggiunge l'inquietante mistero della sparizione degli organi interni (visceri, fegato, polmoni, cuore, lingua, trachea, osso ioide) e dei vestiti che Luca indossava al momento della morte, conservati nel cimitero di Policoro e misteriosamente ricomparsi, non si sa quando, presso l'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza di Roma, peraltro mai incaricato di procedere a perizia su tali reperti. Gli stessi, nel tentativo ultimo di prelevarli da Roma e consegnarli direttamente ai familiari, come se non si trattasse di preziosi elementi di indagine per una definizione certa di morte, sono risultati persino privi di un elenco. Agli atti non esiste nessun verbale che certifichi né la presa in consegna di tali reperti, né i relativi esiti.
Dopo la permanenza di quasi un anno presso l'Istituto di Medicina Legale di Bari, e, con le indagini ancora in corso, la Procura di Matera decide di ritumulare frettolosamente le salme senza spiegare le ragioni di una tale scelta, noncurante della contro-perizia redatta da tre autorevoli Professori dell'Università di Siena che smontano radicalmente quella di Ufficio, argomentandola adeguatamente e documentandola con una ricca letteratura scientifico-medico-legale.
Un mio timore è che in quella bara possa non esserci il corpo di mio figlio, ragione per cui non posso accettare l'invito pressante e minaccioso di prenderlo in consegna.
Me lo fa pensare il fatto che dagli atti relativi all'ultima perizia di ufficio non risulta l'analisi del DNA con i confronti dei familiari che ne possano determinare l'assoluta certezza.
Me lo fa pensare, inoltre, il fatto che il corpo radiografato presenta agglomerati, non meglio definiti, che sarebbero propri di un corpo di anziano.
Luca aveva 20 anni.
Chiedo e mi auguro, alla presenza di un'Italia intera, che con me chiede e aspetta giustizia, che Lei voglia coinvolgere gli esperti dell'Arma dei RIS, per far piena luce sui troppi punti oscuri mai affrontati seriamente, spesso banalizzati, ignorati o, alcuni, addirittura, mai presi in considerazione.
Lei rappresenta la mia ultima fondata speranza.
Confido nel Suo noto impegno a difesa del diritto di tutti e di ciascuno.
Non è possibile accettare una perizia, dimostrata scientificamente falsa, inutile sotto il profilo tecnico, decisamente dannosa per la verità.
Indubbiamente è una verità che scomoda molte poltrone.
Non è possibile pensare che un PM, non volendo approfondire la parte scientifica, con la scusa di non averne la competenza, rifiuti totalmente il confronto e il riscontro oggettivo delle due perizie, così fortemente contrastanti, facendo serio riferimento alla letteratura scientifica di relativo supporto da cui invece far scaturire la dovuta competenza come io stessa, misera mortale, ho potuto maturare. Occorre solo intelligenza e volontà a farlo. E' ciò a cui io ho dovuto fare ricorso per combattere un sistema avverso alla difesa del diritto giusto.
Non è possibile accettare a "scatola chiusa" una verità che avrebbe tutti i requisiti per essere considerata preconfezionata. Lo dice il fatto che la porta dichiarata grandemente aperta dalla madre della ragazza, venga poi considerata chiusa dall'ultima perizia. Lo dice inoltre il fatto che persino l'ipotesi fantasiosa della morte, avanzata dal Prof. Introna, è fallace anche sotto il profilo logico. Secondo quest'ultima ricostruzione, i due ragazzi sarebbero entrati nel bagno, avrebbero chiuso la porta per fare l'amore (un gesto superfluo poichè in casa non c'era nessuno), la ragazza si sarebbe sentita male e sarebbe caduta, Luca avrebbe cercato di aiutarla, cadendo anche lui, e, stranamente, questa volta la porta è socchiusa.
Chi l'avrebbe socchiusa? Luca mentre moriva? E poteva Luca morire di monossido di carbonio con la porta semiaperta? Avrebbe potuto prima di morire, socchiudere la porta e distendersi in maniera composta millimetrando l'esiguo spazio disponibile? E' possibile che una caduta bassissima, dolce, come quella che si sarebbe verificata, a loro dire, a brevissima distanza dal rubinetto e dalla mensola, entrambi ritenuti probabili oggetti contundenti, possa aver procurato una ferita lacero-contusa di 14 cm, all'epoca? E come mai non c'è traccia di sangue? E come mai una caduta così lacerante non avrebbe fatto cadere i flaconcini sistemati sulla mensola accanto al rubinetto? Può un PM ignorare cose così gravi e giustificare quanto accaduto quella notte, e durante il corso di 24 anni, continuando ad addurre le irresponsabilità (tante) alla superficialità, alla non professionalità, all'età giovane degli inquirenti avvicendatisi nel gioco al massacro della verità? Qualora ciò fosse possibile, credo, come cittadina che paga le tasse, di poter pretendere che tali professionalità non possano continuare ad occupare quei posti. La cosa grave è che lo Stato possa continuare anch'Esso ad ignorare una vicenda così scabrosa, che calpesta il diritto del cittadino, annienta la dignità della persona oltre che del dolore, e offende pesantemente la sua stessa Costituzione. Lo Stato ha il dovere di assicurare piena efficienza ai suoi cittadini. Lo esigo. Lo pretendo.
Gli italiani hanno diritto e bisogno di sapere "perché".
.....Si difendono i poteri forti?....
Vorrei poterlo non pensare.
Ma Qualcuno mi aiuti a farlo.
E' l'Italia, quella che segue con attenzione e con forte coinvolgimento emotivo le vicende dei suoi connazionali, che vuole saperlo, con me. E' dovuto.
La verità che, così convenientemente si vorrebbe difendere esclusivamente nelle aule di tribunali, se tale, non può temere la piazza né i mass media, che grande mano invece stanno dando alla ricerca della verità.
La scienza non è un'opinione, ed io non posso accettare la chiusura del caso, ancora una volta, per approssimazioni gratuite e infondate non solo scientificamente ma anche oggettivamente secondo i fatti presenti agli atti. Solo chi teme il confronto e un probabile affronto alla propria professionalità, preferisce le aule di tribunale e rinuncia ad informare le folle che attendono da anni una tesi attendibile, sotto il profilo scientifico, e, condivisibile sotto il profilo logico.
A chiusura del caso serve infatti una "tesi" scientifica che è ancora possibile cercare sui miseri resti (se sono quelli) sbranati finora dal potere onnipotente indiscriminato e inoppugnato dell'Istituzione preposta ad accertarne invece la verità.
Confidando in un Suo intervento La saluto cordialmente».

È un giallo che dura da quasi un trentennio e che ora è diventato anche uno scontro fra periti. Fa ancora discutere il caso dei «fidanzatini di Policoro», Luca Orioli e Marirosa Andreotta, trovati morti nel marzo del 1998. Dopo due riesumazioni, dopo l'ultima autopsia che indica nel monossido di carbonio la morte dei due giovani, la madre di Luca Orioli, Olimpia Fuina, continua a non credere alle ragioni accidentali ed insiste nell'indicare agli inquirenti un'ipotesi di morte violenta.

Una vicenda giudiziaria nata con un peccato originale: quando i corpi furono trovati l'autopsia non fu fatta. Da quel momento è stato tutto un susseguirsi di indagini ed accertamenti che non hanno mai placato la sete di verità della signora Fuina. L'esito dell'autopsia del professor Francesco Introna, della Medicina legale di Bari, è contrastato dalle contro-perizie di altri consulenti secondo i quali il monossido riscontrato non è in quantità letali. La mamma di Luca Orioli ha messo in atto azioni clamorose. Prima si è incatenata al cimitero di Policoro per evitare la ri-tumulazione dei resti del figlio. E adesso arriva a chiedere di verificare che quel corpo appartenga realmente al suo Luca.

Non erano più ragazzini e probabilmente la loro relazione si era interrotta, ma sono diventati per tutti i ''fidanzatini di Policoro''. Luca Orioli e Marirosa Andreotta erano due ragazzi che si volevano bene, frequentavano la parrocchia e gli amici, andavano all'Università e guardavano alla vita con fiducia. Vennero trovati morti il 23 marzo 1988 in casa di Marirosa Andreotta, nudi: la ragazza giaceva nella vasca da bagno, il ragazzo era disteso per terra. A trovarli fu la madre della ragazza, la signora Giannotti, di ritorno a casa da un concerto a Matera. Il caso dei due ragazzi prende la piega che non avrebbe dovuto prendere. Si fa strada l'ipotesi del fatto accidentale. Nella stanza c'è una stufetta caldobagno. Si pensa ad un malfunzionamento dell'apparecchio da cui è partita una scarica elettrica. L'elettrocuzione - si pensò - ha dunque causato un arresto cardiocircolatorio. Il caso viene chiuso subito. Questa frettolosità indusse a non compiere l'autopsia. E' questo il punto che ha lasciato una serie di interrogativi. I mancati accertamenti post-mortem hanno infatti tolto dei punti fermi alla vicenda, facendo venir meno gli elementi di certezza sulle cause e alimentando i dubbi. Anche il governo nel 2000 lo ha confermato. Rispondendo ad un'interrogazione parlamentare del deputato Vincenzo Sica, l'allora Guardasigilli Piero Fassino dichiarava che ''la complessa vicenda ha risentito in modo determinante dell'insufficienza degli accertamenti espletati nel corso dell'esame esterno dei cadaveri''.

Così successivamente, quando l'esame della stufetta non ha dato particolari riscontri, si è fatta strada l'ipotesi di un avvelenamento da monossido di carbonio sprigionato da una caldaia. Si pensò anche ad uno scherzo finito in tragedia.

L'autopsia viene fatta a distanza di anni, con la prima riesumazione. Sui cadaveri dei due giovani ci sono dei segni che invece avrebbero dovuto far propendere per l'annegamento, anche segni di fratture. Inoltre Luca Orioli ha un testicolo lesionato. Ma anche in questo caso qualcosa non va: non funziona la tac per esami radiologici. I dubbi rimangono.

I primi sospettati escono dall'indagine e vengono prosciolti tutti coloro (medici, periti, magistrati) che sono stati indagati per negligenze o per errori nell'attività di indagine o di consulenza. E ci sono poi gli altri elementi del giallo.

Una lettera di Marirosa Andreotta alimenta altri scenari. Si parla di un segreto («una piccola parte di me che voglio cancellare per sempre») che tale resterà. Poi le foto: alcune fanno pensare ad una manomissione del luogo del ritrovamento che in effetti è stato alterato. Ma troppo tempo è trascorso.

Un'inchiesta nata male, già archiviata, poi riaperta e di nuovo destinata all'archiviazione. Così aveva deciso la Procura, che si stava orientando sull'ipotesi del soffocamento, ma su richiesta di Olimpia Fuina, che si è opposta, l'indagine non è stata chiusa ed anzi il giudice ha coattivamente stabilito di riesumare i corpi. Fatto avvenuto il 17 dicembre scorso. Poi l'autopsia. Ma la battaglia legale continua. «Non mi sento sola - afferma Olimpia Fuina - sento aumentare l'affetto delle persone. Io continuo questa battaglia perchè le contro-perizie hanno stabilito che la quantità di monossido riscontrata nell'autopsia è assolutamente non letale. Lo dicono i periti e la letteratura scientifica. Per questo mi sono opposta alla ri-tumulazione perchè voglio altri accertamenti. Ho chiesto al comandante dei carabinieri, Gallitelli, l'intervento dei Ris».

Per la madre di Luca i misteri intorno a questa vicenda non si dipanano, tutt'altro. A cominciare dall'inquietante denuncia della mancanza degli organi interni del ragazzo, tra cui l'osso ioide, forse scomparsi nella precedente riesumazione ma anche su questo non c'è certezza. E tutto questo non aiuta la ricerca della verità, anzi alimenta i sospetti. Olimpia Fuina nella lettera a Gallitelli avanza un'ipotesi ancora più inquietante. «Quel corpo - dice - potrebbe non essere quello di Luca perchè non è documentato negli atti l'esame del dna. Sembra essere quello di un anziano».

Per tenacia la signora Fuina somiglia molto ad un'altra mamma coraggio della Basilicata, Filomena Claps, che attende da 20 anni di conoscere tutta la verità sull'omicidio della figlia Elisa e non solo la condanna del responsabile, Danilo Restivo, condannato a Salerno a 30 anni. Ma, se nel caso Claps l'autopsia di Introna è stata «vangelo», nel caso-Policoro invece viene messa in dubbio. Sulle inquietanti ipotesi avanzate, il professor Introna, contattato, ha detto: «Non rispondo, perchè su questi fatti il confronto può avvenire solo nelle aule di giustizia, altrimenti si creano confusione e illazioni». «Abbiamo fatto l'autopsia sulla salma di Luca e restituito la salma di Luca. È tutto documentato. Ci sono i filmati dei carabinieri». Sono parole del prof. Franco Introna, direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Bari e perito della Procura di Matera nell'indagine sulla morte dei “fidanzatini di Policoro”. Due morti, quelle di Luca Orioli e di Marirosa Andreotta, al centro, dal 23 marzo 1988, di perizie contrapposte. Da qui l'ennesima inchiesta e le risultanze del docente barese. Risultanze oggetto di critiche cui Introna non aveva risposto. La “goccia” è stata la lettera di Olimpia Fuina, madre di Luca, inviata al comandante generale dell'Arma dei carabinieri: temo che nella bara tumulata nei giorni scorsi a Policoro possa non esserci il corpo di mio figlio, ha scritto la donna che da 23 anni insegue la verità sulla morte del suo Luca.

«Quando la salma è stata stumulata c'erano i carabinieri, i consulenti di parte - risponde ora alla Gazzetta il prof. Introna - nella bara c'era il corpo di un ragazzo che aveva già subito una riesumazione. Abbiamo fatto le indagini e conservato la salma. Attese le controdeduzioni, abbiamo risposto per cui il pm ci ha chiesto di riconsegnare i corpi. I carabinieri hanno filmato tutto».

In questa vicenda, però, le cose inverosimili sono state tante. Ad esempio, i vestiti, i visceri, l'osso ioide fratturato, non sono stati trovati alla seconda riesumazione. Un mistero.
«Nessun mistero. Il prof. Giancarlo Umani Ronchi ha scritto che l'osso ioide era sano prima della prima riesumazione e che lo ha rotto lui nel corso delle operazioni. I vestiti, poi, sono stati ritrovati».

La famiglia Orioli chiede di analizzarli per verificare tracce di dna. «Sono inservibili. Sono stati conservati malissimo. Troveremmo miriadi di dna. Ma non vi ho trovato lesioni da arma da taglio o da fuoco».

La sua perizia, che riconduce le due morti al monossido di carbonio (CO), è stata contestata dai nuovi periti di Olimpia Fuina. «Non so se chi ha fatto quelle critiche ha interesse a farlo. Se fossero persone preparate saprebbero che il monossido di carbonio si attacca al sangue nell’80 per cento e nel 20 per cento alle globine muscolari. Abbiamo cercato il monossido nei muscoli. E l'abbiamo trovato. Poi, nella putrefazione si forma tutto tranne il monossido. E la tecnica da noi usata è l'unica che libera il monossido distruggendo le mioglobine. Sono stupefatto dalla critiche».

Ma la porta del bagno era aperta. Come poteva concentrarsi il monossido? «La porta del bagno aperta è in una seconda testimonianza. In una prima è chiusa. I due ragazzi portano una stufetta elettrica nel bagno poiché i riscaldamenti sono chiusi. Si spogliano nudi. Perchè devono tenere la porta aperta? Poi aprono l’acqua calda. E quello scaldacqua non era a norma. Fanno scorrere l’acqua calda e si sviluppa vapore, ma anche verosimilmente monossido di carbonio».

Quella caldaia ha funzionato per altri 2-3 anni senza intossicare nessuno. «Io non faccio l’ingegnere. Può essere che tirando l’acqua calda al massimo sia andata in sovrafunzione».

E la concentrazione di CO differente in Luca e Marirosa? «Lei è morta annegata dopo aver battuto la testa. Lui ha cercato di tirarla fuori, ma non ce l’ha fatta ed è morto per avvelenamento».

Perché non fare i nuovi esami a Foggia come chiesto da Olimpia? «Non sono necessari. I dati sono chiari».

Prof. Introna, come finirà? «Non ne ho la più pallida idea. Ma non creiamo castelli in aria. Tranquillizziamo la povera madre che ha tutta la nostra comprensione, ma diciamole la verità».

I dubbi di Olimpia Fuina-Orioli e la perizia dell'anatomopatologo, Francesco Introna. Su questi due elementi si è intrecciata la disputa più recente sulla morte dei Fidanzatini di Policoro, Luca Orioli (figlio di Olimpia) e Marirosa Andreotta, trovati morti a Policoro il 23 marzo del 1988 nel bagno della casa della ragazza. La mamma di Luca, con un nuovo pool di periti, ha avanzato sospetti sulla perizia di Introna, la donna, tra gli altri aspetti, ha messo in discussione che la salma analizzata fosse quella del figlio (ipotesi respinta da Introna che ha fatto riferimento all'esistenza dei filmati dei Carabinieri che hanno documentato tutto). Nella sua perizia, l'anatomopatologo ha ricostruito i fatti, fatte le puntualizzazioni del caso, evidenziato alcune riserve e cautele, spiegate le modalità con cui è stato ricercato il monossido di carbonio, il gas killer che avrebbe ucciso Luca e indotto in Marirosa un malessere tale da determinare la caduta della ragazza, durante la quale si sarebbe verificato l'urto nucale contro la manopola del rubinetto, e l'annegamento terminale avvenuto nella vasca. Luca, stando alla perizia, avrebbe tentato di soccorrere la fidanzata, ma era astenico, anche lui aveva inalato il gas killer. Ha provato a prendere Marirosa da una gamba ma è sopravvenuto il coma: si accascia a terra fino alla morte.

LA RICOSTRUZIONE

- La madre di Marirosa quando entrò in casa trovò il riscaldamento centralizzato in funzione. Circostanza che “meravigliò” la signora: Marirosa, in casa, avrebbe dovuto spegnerlo. Nel corridoio vide il riflesso della luce proveniente dal bagno, sentì distintamente il rumore del caldobagno in funzione e, aperta la porta, notò il corpo della figlia all'interno della vasca con la testa sommersa. Istintivamente azionò la manopola per il deflusso dell'acqua dalla vasca. (Rapporto 142/2 CC Policoro, deposizione acquisita alle ore 00,30 del 24.3.1988). In altri documenti processuali (missiva del 19.5.1995 inviata al P.M.) la porta del bagno parrebbe essere stata descritta come socchiusa.

- La temperatura ambientale in casa era elevata al momento dell'arrivo di Luca Orioli e Marirosa Andreotta perché l'impianto autonomo di riscaldamento, posto in “manuale”, era in funzione.

- L'impianto autonomo di riscaldamento presentava caldaia e bruciatore in un vano tecnico esterno alla casa (Perizia Strada).

- La temperatura nel bagno al momento del rinvenimento delle salme era elevata (stimata sui 30°C perizia Lattarulo Sansotta + perizia Giordano). Al momento del rinvenimento delle salme, nel bagno vi era un termosifone in attività (connesso con l'impianto centralizzato della casa cfr perizia Lattarulo Sansotta) ed un termoventilatore elettrico (caldobagno) in funzione con l'interruttore del termostato inserito sul “Manual” a 1000 Watt e regolazione della temperatura fissata sul valore massimo possibile (valore 6) (CFR verbale dei CC, perizia Strada).

- L'impianto elettrico era funzionante e non vi era stato alcun cortocircuito.

- Le indagini successive evidenziarono una perfetta funzionalità sia dell'impianto elettrico che del Caldobagno che non mostrò alcuna potenzialità di dispersione elettrica, neanche in seguito a test esasperati. (Cfr Perizia Valecce, ctp Pugliese)

- Anche gli accertamenti sull'impianto elettrico parrebbero aver la normalità dello stesso.

- La caldaia per il solo riscaldamento dell'acqua era posizionata nel bagno, al di sopra della vasca e presentava oggettivi segni di affumicatura (documentati iconograficamente) in corrispondenza della ispezione della fiammella pilota (cfr documentazione iconografica perizia Strada, consulenza UACV 2009).

- L'impianto per il riscaldamento dell'acqua non era a norma per l'assenza nel vano ove era locata la caldaia (bagno), di alcun sistema di ventilazione esterna (cfr Consulenza Strada-Mastrantonio)

- Nessuna perizia tecnica fu mai disposta sullo stato e sul funzionamento della caldaia a gas presente nel bagno per il riscaldamento dell'acqua nell'immediatezza degli avvenimenti ovvero prima che la stessa fosse spostata.

- La giacca di Luca Orioli era appesa ad una sedia in cucina

- Non è chiaro chi posizionò i jeans di Luca sul bacino per occultare i genitali, né ci è dato sapere dove fossero locati i Jeans prima di essere posti sui genitali dell'Orioli.

- Dalla documentazione iconografica parrebbe che almeno la scarpa destra ed uno o due calzini dell'Orioli fossero nel bagno.

- Non ci è dato sapere dove fossero i vestiti di Marirosa indossati all'arrivo a casa.

- Il pigiama celeste a tuta, uno slip bianco, un paia di collant, la maglietta intima di Marirosa, le ciabatte, l'orologio, il reggiseno ed un bracciale erano variamente disposti in sostanziale ordine, nell'interno del bagno.

- Al pari del bagno oltre alla scarpa destra e a un calzino era presente la camicia e la maglietta intima dell'Orioli.

Sulla base di questi dati circostanziali e alla “luce dei seguenti paletti di riferimento medico legale: “il fungo mucoso per la salme rinvenute può essere considerato un segno fortemente indicativo per un annegamento […] Nella intossicazione da monossido di carbonio il fungo schiumoso è di raro riscontro e ove presente è connesso con l'edema polmonare dovuto, in parte, anche all'azione tossica del CO sugli alveoli polmonari; nell'intossicazione mortale da CO, il lasso di tempo intercorrente fra l'esposizione al gas e la perdita di conoscenza dipende dalla concentrazione di CO nell'aria inalata […] Dalla perizia Fedele-Mastrantonio si evince che in presenza di una caldaia a gas contraddistinta da un malfunzionamento ipotizzato lieve, sarebbero stati sufficienti 50 minuti di esposizione continuativa per indurre una sintomatologia significativa nei due giovani in assenza di particolare attività fisica. La concentrazione ambientale di CO, direttamente proporzionale ai di tempi di funzionamento de all'entità del malfunzionamento della caldaia, il tempo di esposizione e l'attività fisica espletata, rappresentano le tre principali variabili dipendenti interconnesse ne determinismo degli eventi […]. Tutto ciò supponendo comunque che la porta del bagno era chiusa o socchiusa.

Da queste premesse, Introna ha scritto che: "Luca e Marirosa si recano insieme in casa Andreatta e decidono di fare la doccia insieme. La casa è già calda, ma Marirosa non spegne il riscaldamento verosimilmente per creare una condizione confortevole anche dopo il bagno. Luca inizia a spogliarsi in cucina e sposta il caldobagno nel bagno dove lo accende a mezza potenza in posizione manual. Verosimilmente viene aperto il rubinetto dell'acqua calda e chiusa la porta sì da favorire nell'interno del bagno un piacevole ambiente caldo-umido. Marirosa verosimilmente si spoglia in camera sua ed entra nel bagno con il pigiama a mò di tuta. Entrambi i ragazzi chiudono o socchiudono la porta e iniziano a spogliarsi mentre la vasca si sta riempendo. Marirosa entra nella vasca con acqua calda e mentre sta in piedi, apre il doccino ed inizia a docciarsi. La caldaia continua ad essere in attività. Luca non entra nella vasca e dopo essersi spogliato aiuta Marirosa. Non è dato sapere né quanto tempo i due ragazzi trascorrono nel bagno con la caldaia in attività, né cosa fanno nel frattempo certo è che abbondanti schizzi d'acqua finiscono sul pavimento del bagno. La vasca continua a riempirsi. Non ci è dato sapere quando la caldaia smette di funzionare per la chiusura del rubinetto dell'acqua calda. Del tutto attendibilmente ad un certo punto Marirosa inizia a sentirsi male, verosimilmente con la doccia ancora in funzione, perde conoscenza e cade nella vasca, verosimilmente offrendo le spalle al muro su cui è locata la caldaia. In fase di caduta impatta il capo contro la manopola del rubinetto procurandosi la ferita lacera a livello occipitale. Luca cerca di aiutarla, chiude il rubinetto dell'acqua, cerca di estrarla dalla vasca tirandola per la gamba destra, altra acqua cade sul pavimento ma Luca è astenico, fiacco a causa del CO inalato e si accascia al suolo ove, in coma continua ad inalare CO fino alla morte, mentre Marirosa muore annegata nella vasca da bagno. La porta, verosimilmente socchiusa consente quindi di disperdere la concentrazione ambientale di CO negli ambienti circostanti".

LA RICERCA DEL GAS KILLER. Le salme di Luca e Marirosa presentavano strutture muscolari ancora riconoscibili sebbene mummificate. (Deciso viraggio peggiorativo con evoluzione verso la prescheletrizzazione e mummificazione dei tessuti molli residui). Per questo motivo il sistema di indagine scelto da Introna è stato quello di cercare il CO legato alla mioglobina mediante metodi di microdiffusione e fissazione. La tecnica è diversa da quella scelta da Umani Ronchi e De Zorzi nel 1996 quando fu eseguita la prima autopsia. Anche gli esiti sono diversi. Si legge nella perizia: “Alla luce della negatività delle indagini condotte dal prof Umani Ronchi e dei campioni biologici disponibili si è effettuata un'indagine mediante ricerca elettiva del CO inglobato nei tessuti muscolari profondi mediante reazione chimica con cloruro di palladio in soluzione acida. L'indagine così condotta, su ileopsoas e sul muscolo femorale, ha costantemente evidenziato nella salma di Luca Orioli la presenza di di CO in misura media di 0,702 per cento grammi di tessuto muscolare testato”. Valori più modesti sono stati ritrovati nel corpo di Marirosa: 0.06 g%. Quanto basta per “supporre concretamente che anche Andreotta Marirosa inalò monossido di carbonio prima di morire”.

Toghe lucane: Il racconto di un boss a de Magistris e il giallo sulla morte dei «fidanzatini». Da “Il Corriere della Sera”: «Policoro, il pm incontrò l' indagato».

L' inchiesta Toghe lucane, quella che non si è riusciti a togliere al pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, è come una palla di gomma. Più si cerca di spingerla sott' acqua, più l'acqua la respinge verso l'alto con la stessa forza. L' ultima clamorosa rivelazione, che riporta in primo piano il caso di Luca Orioli e Marirosa Andreotta (i «fidanzatini di Policoro» uccisi il 23 marzo 1988), è il racconto di Salvatore Scarcia, tra i più noti capiclan della mafia del Metapontino. Scarcia è stato interrogato da De Magistris nel carcere di Melfi, in cui sta scontando una condanna per associazione mafiosa. Ma non è un «pentito», quindi ciò che ha detto - e che secondo il pm ha trovato già parecchi riscontri - non gli procurerà alcuno sconto di pena. Scarcia, in rapporti molto confidenziali con il patron di Marinagri, Vincenzo Vitale (indagato a Catanzaro come tutti gli altri protagonisti del racconto di Scarcia), ha detto tante cose inquietanti. Tra queste, ha parlato dettagliatamente, descrivendo persino tipo e colore delle auto, e fotografando tutto e tutti, di un «summit» tenuto nell'estate del 2000 nell'azienda di piscicoltura Ittica Valdagri, nella foce del fiume Agri, dove poi sarebbe sorto il villaggio vacanze Marinagri, assegnatario di un contributo di 26 milioni di euro di fondi europei. Racconta Scarcia: «Era una domenica mattina. Avevo saputo che ci sarebbe stata una riunione importante. E intorno alle 10 circa mi appostai nei pressi dell'Ittica Valdagri... Vidi arrivare una Fiat Croma bianca con quattro persone a bordo: l'autista, il pm di Potenza, Felicia Genovese, suo marito Michele Cannizzaro e il colonnello dei carabinieri Pietro Gentili. Poi, con una Mercedes scura, arrivarono il pm di Matera, Vincenzo Autera, e il dottor Giuseppe Galante (capo della procura di Potenza) e una terza persona che non ho riconosciuto. Da un'altra Mercedes, di colore chiaro, scesero l'imprenditore Gino Lavieri e Walter Mazziotta, banchiere (in realtà, bancario) di Policoro. Infine, arrivarono altre due auto, una Golf bianca e una Thema Ferrari amaranto, ciascuna con due persone a bordo. Tutti entrarono nell'ufficio di Vitale». A questo punto, Scarcia esce allo scoperto e bussa alla porta dell'ufficio. Va ad aprirgli Vitale. «Gli chiesi di farmi entrare - racconta - e lui diventò pallido. Gli dissi che già sapevo chi c'era dentro, lo forzai ed entrai. Così mi feci vedere da tutti. Intuii che stavano progettando qualcosa di grosso a livello economico. Autera è socio di Marinagri attraverso un prestanome ed era tra quelli che aveva partecipato ai festini a luci rosse che si facevano da quelle parti. Lui, Galante e Genovese cercarono di calmarmi e mi dissero che mi avrebbero aiutato economicamente, se io in zona non mettevo bombe e non facevo attentati. Poi con discorsi un po' strani mi dissero se potevo far qualcosa a Mario Altieri (ex sindaco di Scanzano Jonico), perché dove ci trovavamo doveva venire un "paradiso terrestre", così mi dissero, e invece per colpa di Mario Altieri il tutto era stato bloccato». Scarcia a questo punto non ci sta, arretra, teme di poter essere prima usato e poi incastrato. E così viene anche minacciato. «Guarda che ti facciamo arrestare quando vogliamo, mi dicono». Scarcia abbozza e se ne va. Ma lì, quella domenica mattina, aveva visto, seduti intorno allo stesso tavolo, Vincenzo Autera, il pm che senza aver nemmeno disposto l'autopsia dei cadaveri dei fidanzatini chiese l'archiviazione del caso, e Walter Mazziotta, che nel 1994 finisce indagato proprio per l'omicidio di Luca e Marirosa. Negli anni successivi, Autera, imputato di aver affermato il falso sulla morte dei fidanzatini, verrà prosciolto a Salerno. Mentre il vicepretore Ferdinando Izzo, delegato di Autera, e accusato come lui, verrà assolto a Matera: grazie alla bravura di Nicola Buccico, ex sindaco di Matera ed ex membro laico del Csm, che dopo essere stato il legale della famiglia di Luca Orioli diventa il difensore del vicepretore Izzo. L' inchiesta «Toghe lucane», condotta dal pm Luigi de Magistris, ipotizza un «comitato d'affari» composto da magistrati, politici e imprenditori Le accuse L'ipotesi è il condizionamento di investimenti e nomine pubbliche. Coinvolti anche cinque magistrati.

INCHIESTA TOGHE LUCANE

VARIE LE PERQUISIZIONI IN CORSO

Alcune intercettazioni coinvolgerebbero direttamente il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo.

CATANZARO – 17 aprile 2008 - Numerose perquisizioni e sequestri sono in corso a Roma, Potenza, Chieti e Policoro, in provincia di Matera, nell’ambito dell’inchiesta denominata «Toghe lucane» su un presunto comitato d’affari, operante in Basilicata, che avrebbe coinvolto esponenti politici, imprenditori e magistrati.

I militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Catanzaro, stanno notificando il decreto firmato dal sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Catanzaro Luigi De Magistris. Tra le persone coinvolte, secondo fonti investigative, ci sarebbe anche il presidente della Giunta regionale della Basilicata, Vito De Filippo, oltre a imprenditori e personaggi politici. In tutto sono otto le persone nei confronti delle quali sono state disposte le perquisizioni, che starebbero interessando, tra l’altro, gli uffici della Regione Basilicata, l’abitazione del presidente De Filippo, di un sindaco, dell’ex sottosegretario Filippo Bubbico, e la sede regionale Pd.

Il provvedimento di perquisizione e sequestro riguarda personaggi di spicco della politica e delle istituzioni della Basilicata, ma anche dirigenti di importanti uffici statali. Nell’inchiesta figurano anche i magistrati Giuseppe Chieco, Felicia Angelica Genovese a Paola Morelli; il sindaco di Policoro (Matera), Nicolino Lopatriello; il presidente del Consiglio comunale di Policoro, Nicola Montesano; il dirigente del Comune di Policoro, Felice Viceconte; l’ex colonnello dei carabinieri, Pietro Gentili; gli imprenditori Vincenzo Vitale e Marco Vitale; i dirigenti delle agenzie del demanio e dell’autorità di bacino Giuseppe Pepe, Elisabetta Spitz e Michele Vita. Il provvedimento notificato oggi, composto da oltre 420 pagine, ruota intorno alla realizzazione del villaggio «Centro turistico ecologico integrato Marinagri» di Policoro e a cospicui finanziamenti attraverso fondi Cipe.

A completare il quadro di accuse che coinvolge il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, nell’ambito dell’inchiesta «Toghe lucane», che oggi ha portato i militari della Guardia di finanza a notificare un provvedimento con perquisizioni e sequestri, ci sono anche alcune intercettazioni. Nel corso dell’attività investigativa, per la quale il sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Catanzaro, Luigi De Magistris, contesta al presidente della Regione i reati di truffa e abuso di ufficio, sarebbero emersi collegamenti diretti tra De Filippo e la società «Marinagri», attraverso Vincenzo e Marco Vitale, padre e figlio. Sarebbero questi ultimi due, secondo l’accusa, gli interessati principali alle opere e ai finanziamenti in parte già erogati. Nel corso di una delle intercettazioni, in particolare, emergerebbe la disponibilità di De Filippo a intervenire su alcuni funzionari regionali della sovrintendenza che, per quanto trapela da fonti investigative, avevano creato problemi per la realizzazione di alcuni lavori. De Filippo avrebbe, quindi, chiesto ai Vitale di inviare un fax con le richieste che avrebbe dovuto avanzare ai funzionari.

Per quanto riguarda gli atti deliberativi della Regione che avrebbero favorito la «Marinagri», vengono contestati i contenuti del Dpgr 19/2005, con la quale si sarebbe permesso alla società di procedere, sempre secondo le accuse, nei lavori per la realizzazione della mega struttura turistica in costruzione, oltre allo sblocco della fase di stallo che si era creata dopo la decisione del Tar Basilicata di annullare la precedente deliberazione nella fase relativa all’erogazione dei finanziamenti pubblici ammessi dal Cipe.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallabasilicata_NOTIZIA_01.asp?IDCategoria=273&IDNotizia=200142

«Comitato d'affari illegale a Potenza»: in mattinata la Guardia di Finanza ha perquisito le abitazioni e gli uffici dell'esponente del Governo, del Procuratore generale della città, Vincenzo Tufano, dell’avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra mobile del capoluogo lucano, Luisa Fasano, nell’ambito dell’inchiesta del sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi De Magistris, denominata «toghe lucane»

POTENZA – 7 GIUGNO 2007 - La Guardia di Finanza ha perquisito le abitazioni e gli uffici del Sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), del Procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell’avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra mobile di Potenza, Luisa Fasano, nell’ambito dell’inchiesta del pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, denominata «toghe lucane».

Nell’inchiesta – con l’accusa di aver costituito e fatto parte, a vario titolo, di un «comitato di affari» – sono indagati uomini politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati in servizio in Basilicata (fra questi ultimi, uno ha lasciato la magistratura e altri sono già stati trasferiti in altre sedi dal Consiglio Superiore della Magistratura).

Le ipotesi di reato sono quelle di abuso d’ufficio per Tufano; corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere per Labriola; abuso d’ufficio per Fasano; abuso d’ufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per Bubbico.

Secondo l’accusa, vi è chi avrebbe fatto parte di un «vero e proprio centro di affari occulto», che tutelava «interessi personali e di gruppi, anche occulti».

Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), «è il punto di riferimento politico apicale, unitamente ad altri appartenenti alla politica, nel “comitato di affari”»: è quanto ha scritto lo stesso De Magistris nel decreto con cui ha ordinato alla Guardia di Finanza di eseguire le perquisizioni. L'inchiesta avrebbe messo in luce, sempre a carico di Bubbico – che è stato Presidente della Giunta regionale della Basilicata nella passata legislatura – «una logica trasversale negli schieramenti», con il «collante degli affari».

«Nessun commento, nessuna novità»: sono le uniche parole che il Pm di Catanzaro Luigi De Magistris ha detto ai giornalisti che lo aspettavano all’ingresso del Palazzo di giustizia di Potenza, da dove ha seguito le perquisizioni ordinate alla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta sul “comitato di affari” che avrebbe operato in Basilicata.

Secondo quanto si è appreso, le “fiamme gialle” hanno sequestrato documenti e altro materiale: nel primo pomeriggio, i militari che hanno operato per conto di De Magistris sono usciti dal Palazzo di giustizia con un computer.

Il magistrato calabrese ha seguito la perquisizione fatta nell’ufficio del Procuratore generale, Vincenzo Tufano, che è stato visto dai cronisti visibilmente affaticato.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallabasilicata_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=179097&IDCategoria=12

INCHIESTA NOMINE ASL

«CONDANNATE L'EX GIUNTA LUCANA»

La richiesta è del pm di Potenza, Claudia De Luca, che ha chiesto la condanna di undici imputati, tra i quali Filippo Bubbico, Vito De Filippo e Sabino Altobello. La vicenda legata a nomine Asl.

POTENZA – 18 feb. 2008 - Al termine di una requisitoria durata poco più di due ore, il pm di Potenza, Claudia De Luca, ha chiesto la condanna di undici imputati – tra i quali il Sottosegretario allo Sviluppo economico ed ex presidente della Giunta regionale della Basilicata, Filippo Bubbico (a un anno e sei mesi di reclusione), il presidente in carica  della Giunta regionale della Basilicata, Vito De Filippo (a un anno e otto mesi), e il presidente della Provincia di Potenza, Sabino Altobello (nove mesi) – per abuso di ufficio nella nomina del direttore generale dell’Asl numero uno di Venosa (Potenza). La vicenda si riferisce alla revoca del direttore generale dell’Asl uno di Venosa (Potenza), Giuseppe Panio, fra il 2000 e il 2001, per far posto – secondo l’accusa – a Giancarlo Vainieri, più “gradito” politicamente alla Giunta regionale stessa. Nel processo sono coinvolti i componenti dell’ex giunta regionale lucana, in carica tra il 2000 e il 2005, e alcuni dirigenti e funzionari della stessa Asl.

L'inchiesta partì dalla denuncia di Panio, che fu prima sospeso dall’incarico e poi revocato nel 2001 dalla Giunta regionale. All’epoca dei fatti, Bubbico era presidente della Giunta e De Filippo assessore alla Sanità. L’inchiesta ha un riflesso in quella cosiddetta “toghe lucane” coordinata dal pm di Catanzaro, Luigi De Magistris.

Per gli altri otto imputati, il pm ha chiesto condanne comprese tra i nove e i 20 mesi di reclusione: le richieste sono state di un anno e otto mesi per Giancarlo Vainieri (che subentrò a Panio nell’incarico di direttore generale dell’Asl numero uno), nove mesi per gli ex assessori regionali Carlo Chiurazzi, Aldo Michele Radice, Carmine Nigro (attuale presidente della Provincia di Matera), Salvatore Blasi e Rocco Vita, un anno e quattro mesi per Santo Alessi e nove mesi per Michele Pinto (entrambi funzionari della Asl di Venosa).

Nella requisitoria il pm ha spiegato che «la condotta degli imputati ha un profilo penale rilevante, e che si rileva la volontà della Giunta regionale di togliere di mezzo un direttore generale diventato scomodò per posizionare altre persone politicamente più vicine».

Secondo l’avvocato di De Filippo, Fabio Viglione, «non c'è stata alcuna violazione di legge, e nessuna volontà di favorire nessuno». Per il legale, «anche dalla requisitoria del magistrato non emerge, a mio giudizio, nessuna intenzionalità, che invece è necessaria per configurare il reato di abuso d’ufficio».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallabasilicata_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=194609&IDCategoria=12

INCHIESTA PISU

CONDANNATO SINDACO

MATERA – 19 DICEMBRE 2007 - Nell'ambito dell'inchiesta Pisu il gip del tribunale di Matera Rosa Bia ha condannato attraverso un processo con rito abbreviato l'ex sindaco della città di Matera e la giunta in carica negli anni 2003 e 2004.

L'inchiesta Pisu del Tribunale di Matera entra nel vivo: 4 mesi per l'ex sindaco Porcari e le sue giunte in carica nel biennio 2003-2004.

Il gup di Matera, Rosa Bia, ha condannato, al termine di un processo con rito abbreviato, a quattro mesi di reclusione (pena sospesa) e all’interdizione dai pubblici uffici per la stessa durata della pena, l’ex sindaco di Matera, in carica fino al giugno scorso, Michele Porcari  e le giunte in carica nel 2003 e 2004, composte da Nicola Trombetta, Maridemo Giammetta, Gaetano Santarsia, Giovanni Magariello Vincenzo Ianaro, Nicola Montemurro, Marco Saponara, Achille Spada, Paolo Colonna, Michele Morelli ed Espedito Moliterni, tutti assessori scelti dalla coalizione di centrosinistra.

Nei loro confronti l’accusa, sostenuta dal pm Salvatore Colella, era quella di abuso in atti di ufficio nella costituzione dell’Ufficio progetti integrati di sviluppo urbano (PISU).

"La richiesta non cambia il mio stato d'animo - ha dichiarato dopo aver appreso la richiesta del gip l'ex sindaco della città Michele Porcari. Sono sereno e tranquillo, consapevole di aver agito nell’interesse pubblico, come dimostrano i progetti per oltre 36 milioni che stanno riqualificando la città. Esprimerò il mio stato d'animo dopo aver letto le motivazioni della sentenza". (Motivazioni che non arriveranno a breve visto che il giudice si è riservato di depositarle entro novanta giorni - ndr). In ogni caso - ha concluso Porcari - pur rispettando la sentenza e in attesa di conoscere motivazioni, posso già annunciare che farò appello a questa decisione".

Il gup ha assolto tutti gli imputati, con la motivazione perché il fatto non costituisce reato, da un’altra accusa di abuso in atti di ufficio nell’adozione di procedure per delibere riguardanti lo stesso ufficio Pisu. Il pm aveva chiesto condanne a un anno di reclusione per Porcari, e a otto mesi per gli ex assessori.

Il giudice ha rinviato a giudizio – fissando l’inizio del processo per il 23 aprile 2008 – altre due dipendenti del Comune. Imputati risultano l’ex responsabile degli uffici tecnici comunali, Angelo Pezzi, accusato di aver firmato attestazioni ritenute non veritiere circa la disponibilità di personale tecnico comunale sufficiente per le progettazioni e l'ex dirigente dell’Ufficio Pisu, l’architetto Franco Gravina, accusato oltre che di abuso in atti di ufficio, di truffa aggravata e falso ideologico.  Si ricorda in proposito che l'ex dirigente dell'ufficio Pisu Franco Gravina fu sottoposto il 4 marzo 2005 agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta avviata dalla Guardia di Finanza: su di lui pendeva l'accusa di peculato, in quanto avrebbe "intascato", in qualità di responsabile dell’ufficio Pisu, una "parcella" pari a 95 mila euro.

Il Pm Salvatore Colella aveva chiesto una condanna di anno di reclusione per l'ex sindaco Michele Porcari e otto mesi per gli ex assessori. Si ricorda inoltre che l'ex dirigente dell'ufficio Pisu Franco Gravina fu sottoposto il 4 marzo 2005 agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta avviata dalla Guardia di Finanza

http://www.sassilive.it/index.php?option=com_content&task=view&id=977&Itemid=99999999


MALASANITA' IN BASILICATA

Un giro da 960.000 euro scoperto e denunciato dalla stessa azienda sanitaria
Arresti per fatture false all'Asl 5. In manette il ragioniere e tre imprenditori di Policoro

MATERA – 6 DIC. 2006 - DIVIDEVA equamente con i titolari di alcune aziende i proventi di fatture false su servizi e beni forniti, dopo aver abilmente duplicato o manipolato i documenti contabili. Con l'accusa di peculato e falso ideologico è stato arrestato, domenica notte, il ragioniere dell'Azienda sanitaria 5 di Montalbano Jonico, Domenico Guida di 57 anni. Nel raggiro, durato 7 anni (dal 1999 al 2006) e fruttato circa due miliardi delle vecchie lire, sono stati implicati gli imprenditori Michele Amendolara di 43 anni, Mario Felice Fusco 47enne e Francesco Vito Dimita 51enne tutti di Policoro, che si trovano agli arresti domiciliari per concorso nel medesimo reato. Invece per gli imprenditori Fabio Olivieri 35 anni di Valsinni, Antonio Perrone 70enne di Taranto e Antonio Pacella 58enne di Marsico Nuovo, la procura della Repubblica ha disposto l'interdizione dalla professione.

L'esito clamoroso delle indagini, partite nel marzo 2006 da una denuncia della stessa Asl 5, è stato illustrato ieri dal pubblico ministero, Paola Morelli, che si è avvalsa della preziosa collaborazione di polizia giudiziaria e tributaria, rappresentate dal maggiore Vito Di Girolamo con il colonnello Vito Pizzarelli e il tenente colonnello della Finanza, Giuseppe Carrozzo.

Guida lavorava nell'azienda sanitaria da oltre 25 anni, ma dal 1999 aveva avviato la pratica illecita di manipolare o duplicare le fatture, che venivano fotocopiate o passate allo scanner per le modifiche utili al doppio incasso. Ma il metodo più usato era quello di aggiungere una lettera al numero della fattura già erogata, in modo tale da ottenere un doppione identico pronto per un nuovo incasso. I soldi, circa 960mila euro totali, finivano per metà nelle tasche degli imprenditori, mentre l'altra parte veniva liquidata in piccole somme a Guida, oppure si trasformava in servizi gratuiti, come l'installazione di condizionatori nelle abitazioni private.

Un business illecito particolarmente difficile da scoprire, anche perchè Guida avrebbe utilizzato metodi "immediati" e "mediati", sfruttando la possibilità di carpire dati dal sistema informatico dell'Asl. Infatti, parte delle fatture risultano ascrivibili a sua responsabilità, mentre l'altra parte sarebbe passata sotto altre mani. In pratica, quando arrivavamo le fatture all'Unità operativa aziendale, si faceva seguire la determina di liquidazione che arrivava all'ufficio Ragioneria, deputato ad emettere il mandato di pagamento. In quell'occasione si consumava il raggiro, perchè venivano pescati i dati disponibili nella rete interna dell'Asl 5 ed inseriti volutamente male per generare mandati a cascata.

Gli inquirenti hanno lavorato anche attraverso perizie calligrafiche e sui timbri che venivano apposti ai mandati. Un'operazione di intelligence durata circa otto mesi, durante i quali la Procura ha sentito persone informate sui fatti ed indagati. Il sospetto del giro di fatture false è partito dalla stessa direzione dell'Asl 5, che ha notato un mandato di pagamento doppio a beneficio della "Italimpianti" di cui è titolare Michele Amendolara. Il ragioniere è stato richiamato, spiegando che si era trattato di un errore, ma ulteriori accertamenti hanno portato alla luce altri casi analoghi, per cui l'azienda ha proceduto in autotutela denunciando i fatti alla Procura. Il ragioniere Guida è stato prima sospeso dal servizio, poi reintegrato dopo un ricorso vinto davanti al giudice del lavoro.

I titolari delle imprese coinvolte nel raggiro hanno restituito quasi tutta la somma indebitamente percepita, sostenendo di non essere mai stati al corrente della vicenda. Guida al momento non ha ancora restituito nulla è si trova nel carcere di Matera. «Preferisco non commentare la vicenda che ci vede parte attiva per quanto attiene la denuncia all'Autorità giudiziaria. -ha commentato il direttore generale dell'Asl 5 Pietro Quinto- E' un fatto isolato, il dipendente era stato sospeso dal lavoro e si è già proceduto al recupero del maltolto e dei relativi interessi». Ma le indagini proseguono per accertare ulteriori responsabilità nel malaffare.

Il Quotidiano della Basilicata 06/12/06

http://www.regione.basilicata.it/osservatorioambiente/default.cfm?fuseaction=doc&dir=229&doc=286&link=


MAGISTROPOLI A MATERA

MATERA – 26 FEB. 2006 - C'è anche Rosa Bia, giudice del Tribunale di Matera, tra i magistrati indagati nell’ambito delle inchieste condotte dalla Procura della Repubblica di Catanzaro sui presunti rapporti illeciti tra ambienti giudiziari ed esponenti politici lucani.

Sono cinque, dunque, i magistrati coinvolti nelle indagini. Il nome di Rosa Bia, infatti, si aggiunge a quelli dei procuratori della Repubblica di Potenza e Matera, Giuseppe Galante e Giuseppe Chieco; del presidente del Tribunale di Matera, Iside Granese, e del sostituto procuratore della Repubblica di Potenza, Felicia Genovese.
Nei confronti del giudice Bia s'ipotizzerebbe il reato di abuso d’ufficio.

L'IPOTESI: CASO INSABBIATO

Giuseppe Chieco, avrebbe insabbiato l’inchiesta avviata dal suo ufficio sui presunti illeciti nella realizzazione del villaggio turistico Marinagri di Policoro, omettendo di effettuare la necessaria attività investigativa. E’ l'accusa che la Procura della Repubblica di Catanzaro contesta al procuratore della Repubblica di Matera.

Il mancato completamento dell’inchiesta aveva consentito ai titolari dell’investimento di ottenere un finanziamento da parte del Cipe di quasi 26 milioni di euro, che in un primo tempo era stato bloccato.

Nei confronti di Chieco vengono ipotizzati i reati di concorso in abuso d’ufficio e truffa ai danni dello Stato. L'inchiesta trae origine dalla presunta irregolarità nella realizzazione del villaggio per il fatto che una parte dell’area interessata dalla costruzione della struttura sarebbe stata di proprietà demaniale. Fatto, quest’ultimo, che non avrebbe impedito il rilascio delle concessioni edificatorie per la realizzazione del villaggio grazie alla collusione di funzionari del Comune e dell’Ufficio del demanio di Matera.

Gli illeciti nell’iter per la realizzazione del villaggio furono oggetto di un’informativa da parte della Guardia di finanza al procuratore Chieco, il quale, però, non avrebbe effettuato l’attività investigativa necessaria per l'accertamento della prova. Lo stesso Chieco, inoltre, successivamente ha chiesto l’archiviazione del procedimento.
Secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Catanzaro, il procuratore Chieco, nel periodo in cui si sono svolte le indagini preliminari, avrebbe espresso l’intenzione di acquistare un immobile all’interno del villaggio, effettuando anche una visita nel cantiere della struttura. Circostanza riscontrata in una relazione riservata inviata da Chieco al procuratore generale di Potenza a seguito di un esposto anonimo presentato nei suoi confronti.

Secondo i magistrati della Procura di Catanzaro, la condotta del procuratore Chieco sarebbe stata finalizzata ad insabbiare l'inchiesta sulla realizzazione del villaggio consentendo l'impunità dei soggetti coinvolti e lo sblocco del finanziamento da parte del Cipe.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallabasilicata_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDCategoria=273&IDNotizia=174020


ESAMI UNIVERSITARI TRUCCATI

SESSO PER ALZARE I VOTI

Scandalo a Università della Basilicata

MATERA – 11 LUGLIO 2008 - Alla Facoltà di Lettere e filosofia presso la sede materana dell'Università degli studi della Basilicata era un po' come il segreto di Pulcinella: la voce girava da tempo. Una studentessa aveva qualche difficoltà a superare un esame o non era contenta del voto conseguito? Bastava rivolgersi a lui, nel suo ufficio, di solito tra le 18 e le 20, e tutto si aggiustava, come risulta dalle indagini sinora condotte dagli inquirenti. Il "lui" è il professor Emanuele Giordano, 55 anni, docente di dialettologia, dialettologia italiana, storia della lingua italiana, conduttore del laboratorio di italiano scritto, coordinatore dell’indirizzo linguistico letterario della Ssis, la scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, protagonista di primo piano del panorama letterario regionale, frequentatore di cenacoli letterari, relatore di conferenze, affabulatore della platea studentesca per la sua mostruosa preparazione e per la sua incommensurabile passione per la lingua e la letteratura italiana.

Chi lo conosce stenterebbe a credere alle accuse che gli vengono mosse, se non fosse per quelle intercettazioni ambientali e i video girati dalle telecamere della polizia nel suo studio ad incastrarlo. Ed ora il professore è agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’operazione della Squadra Mobile della Questura di Matera denominata "Privè" con l’accusa di violenza sessuale, concussione sessuale, contraffazione e falsificazione di atti pubblici in concorso con altri.

Gli altri sono una professoressa di inglese, che ha dichiarato di aver cambiato un voto su un libretto perché glielo aveva chiesto Giordano, ed una studentessa, entrambi iscritti nel registro degli indagati, mentre è al vaglio degli inquirenti il coinvolgimento di due applicati di segreteria e di altri due docenti. Nell’ordinanza di arresto il gip Onorati afferma che Giordano era "caparbiamente incline a considerare il suo pubblico ufficio una sorta di privè da utilizzare per i suoi piaceri sessuali".

Tutto è iniziato dalla querela di una studentessa sporta lo scorso mese di ottobre, a causa di avance particolarmente insistenti da parte del professore, dopo che già nel mese di luglio del 2007 la stessa ragazza si era rivolta solo confidenzialmente alla Mobile di Matera. Il lato per così dire "nobile" del meccanismo sta nel fatto che se la ragazza rifiutava veniva semplicemente giudicata come tutte le altre, e non penalizzata in sede di esame.

Era questo un meccanismo conosciuto all’interno dell’ambiente universitario materano, che però ha anche avuto ripercussioni su alcune studentesse che hanno preferito cambiare corso di laurea o addirittura abbandonare gli studi. Ora tutta la vicenda è seguita personalmente dal Procuratore capo Chieco, dopo che a seguire la vicenda era stato il pm Paola Morelli, da poco trasferita. Intanto tra studenti e docenti dell’Università lucana scattano le prime reazioni di indignazione, soprattutto nella sede centrale di Potenza, mentre le alte cariche dell’Ateneo, complice anche l'assenza del Rettore Tamburro che è all’estero, tacciono.

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo421066.shtml