I MILANESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ??

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

 


MALAMMINISTRAZIONE

MILANO: CAPITALE MORALE ?!?

Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.

Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».

Tangentopoli non finisce mai. Tangenti, bufera sul Pirellone, arrestato anche il pdl Cristiani.

“La Repubblica” riporta: Maxi operazione fra Cremona, Milano e Bergamo. Sequestrati due cantieri della Brebemi, una cava destinata a una discarica d'amianto e un impianto per il trattamento dei rifiuti. Fra gli imprenditori e i politici in carcere c'è il vicepresidente del consiglio regionale lombardo. Il vicepresidente del consiglio della Regione Lombardia, il 68enne bresciano Franco Nicoli Cristiani (Pdl), è stato arrestato all'alba del 30 novembre 2011 dai carabinieri di Brescia. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nell'ambito di un'inchiesta per una presunta tangente da 100mila euro. L'operazione dei carabinieri di Brescia, supportati da personale del Ris e da un elicottero, ha condotto all'arresto di imprenditori, politici e funzionari pubblici. I reati contestati sono traffico organizzato di rifiuti illeciti e corruzione. Sequestrati la cava di Cappella Cantone (Cremona) destinata a una discarica di amianto, un impianto per il trattamento di rifiuti a Calcinate (Bergamo) e due cantieri della Brebemi a Cassano d'Adda (Milano) e Fara Olivana Con Sola (Bergamo). L'operazione ha impegnato 150 uomini dell'Arma. In carcere anche il coordinatore degli staff dell'Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente) della Lombardia. "Colpito dalla notizia", ma anche "fiducioso nell'operato della magistratura": il presidente del consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni, ha commentato in questi termini l'arresto del suo vice. "Sono rimasto profondamente colpito - ha detto Boni - dalla notizia della custodia cautelare: ho piena fiducia nell'operato della magistratura e confido nel fatto che il vicepresidente Nicoli sappia dimostrare l'estraneità ai fatti contestati". Il presidente Boni non ha aggiunto altro sui particolari della vicenda, anche perché, è stato fatto notare al Pirellone, la notizia dell'arresto a Brescia è stata appresa dalla stampa e non c'è alcuna comunicazione ufficiale sui tavoli della presidenza.

Ed ancora. Secondo “L’Espresso”: A Milano non piace lo scontrino. Nei bar milanesi è prassi non registrare in cassa il pagamento di un caffé. Un esempio minimo che però conferma la propensione a evadere il fisco in Lombardia. Dove, in media, si dichiara solo il 61% di ciò che si guadagna.

Milano, ore 15:30, Largo Cairoli. A pochi passi dal palazzo della Consob e a cinquecento metri dal Duomo. Chiediamo un caffé in un bar vicino alla sede della Credit Suisse. Il barista riempie la tazzina e intasca l'euro lasciato sul tavolo. Poi inizia una lunga discussione sulle malefatte del neo sindaco Giuliano Pisapia: «Aveva promesso che non avrebbe alzato le tasse!! Comunisti di m...". E' vero, il Comune ha alzato il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici, perché le casse meneghine languono. «Ha ragione, ma sarà anche a causa dell'evasione fiscale se i soldi non ci sono. E intanto, lei per questo caffè non ha fatto lo scontrino». Il bar di Largo Cairoli non è un caso isolato: nei locali milanesi non rilasciare lo scontrino al pagamento del caffè è ormai «una legge non scritta, una consuetudine» come confessa 'Filippo' un esercente meneghino che non vuole dire il suo vero nome. Una ricognizione in un'altra dozzina di bar di zone centrali della città, da corso Indipendenza al Duomo, da piazza San Babila a piazzale Loreto dimostra che il barista ha ragione: solo cinque esercizi battono lo scontrino alla cassa.

Un esempio 'minimo' e quotidiano di ciò che i dati sull'evasione fiscale mostrano a livello macroscopico. Altro che "capitale morale" e vittima degli illeciti fiscali del Meridione: anche a Milano l'evasione degli esercenti sulle piccole spese è una prassi consolidata. «Mediamente, su 100 persone che entrano da me – spiega 'Filippo' – solo cinque mi chiedono lo scontrino dopo aver consumato la colazione o un caffè. La maggior parte non solo non ci fa caso. Spesso è la stessa clientela a dirmi che non c'è bisogno. E' sempre stato così – si giustifica ancora 'Filippo'– ma negli ultimi anni l'Iva ci uccide. Io ho un flusso medio di 400 clienti al giorno, non ho dipendenti ma solo un socio, eppure ci sto dentro a malapena a fine mese». In effetti, il sito  evasori.info (dove è possibile segnalare i casi di evasione fiscale) mostra come la maglia nera degli illeciti segnalati spetti proprio ai bar (oltre 36mila). E sono proprio gli esercizi di Milano e provincia, con oltre 280mila euro evasi in base alle segnalazioni, a segnare il record nazionale di illeciti per categoria. Anche sul sito Tassa.li (una nuovissima applicazione che permette, tramite iPhone, di segnalare in maniera anonima dove non sia stato emesso scontrino o ricevuta) gli illeciti fiscali riguardano soprattutto bar e ristoranti in provincia di Milano.

Se è vero che il dato potrebbe anche essere letto come maggiore propensione dei cittadini lombardi a segnalare, è opportuno ricordare che a luglio scorso lo Svimez – Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno – ha presentato un rapporto sull'evasione dove si confronta il reddito dichiarato con il Pil prodotto in ogni regione: il risultato è che lo scarto tra quanto guadagnato e quanto versato all'erario non si discosta molto tra Sud e Nord. In particolare, in Lazio si dichiara mediamente il 58% di quanto guadagnato, mentre in Lombardia il 61%.

«Se dovessi fare una stima partendo da me e dai colleghi che conosco – riprende il barista – direi che mediamente non viene emesso il 15% degli scontrini. Ma bisogna considerare che dal 2005 il prezzo del caffè è aumentato del 300% e anche lo zucchero costa molto di più. Noi non possiamo aumentare i prezzi di listino e così dobbiamo cercare di ridurre l'impatto dell'Iva: d'altra parte è il mio stesso commercialista che mi consiglia di battere pochi scontrini».

Vittorio Parisi, commercialista dello Studio De Canio Parisi, ritiene però che non che la responsabilità non è dei professionisti: «Sono i clienti che ci chiedono come risparmiare sulle tasse: non è il mio caso, ma è possibile che ci siano dei colleghi che, su specifica richiesta del cliente e in presenza di fatturati già significativi, suggeriscano di non emettere qualche scontrino. Spesso però succede anche il contrario: l'esercente ha emesso così pochi scontrini che alla fine dell'anno gli incassi non tornano con gli elementi da considerare ai fini degli studi di settore e così occorre battere più ricevute». E per quanto riguarda il peso dell'Iva, il commercialista non ha dubbi: «E' una partita di giro, ovvero s'incassa per poi girarla all'erario. E' un'uscita che occorre mettere in preventivo tempo per tempo». In pratica, come il pagamento dell'affitto. Ma le tasse sembrano essere un'altra cosa, almeno agli occhi dei gestori. E su quest'aspetto i baristi italiani ragionano nella stessa maniera, da Nord a Sud. 

SE SI LAMENTA CHI GESTISCE IL POTERE POLITICO ED ECONOMICO, COSA DEVE DIRE IL POVERO CRISTO……...

Il ministero della Giustizia, attraverso il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, ha chiesto alla Corte d'appello di Milano copia della sentenza relativa al Lodo Mondadori e dei motivi del ricorso in Appello di Fininvest. L'iniziativa è una diretta conseguenza dell'esposto presentato da Marina Berlusconi per conto di Fininvest sia al ministero della giustizia sia al procuratore generale della Cassazione, entrambi titolari dell'azione disciplinare a carico dei magistrati.

Arcibaldo Miller che mai si è mosso su istanza del dr Antonio Giangrande, Presidente dell'Associazione Contro tutte le Mafie, che ha avuto il coraggio di denunciare i magistrati, senza conseguire calunnia.

Arcibaldo Miller, del quale “La Repubblica” delinea le caratteristiche a firma di Liana Milella. "Di mattina compone la squadra degli ispettori pronti a fare le pulci ai colleghi di Napoli e di Bari che hanno indagato su Tarantini, e quindi anche su Berlusconi. Di sera Arcibaldo Miller, il magistrato che dal 2001 guida i segugi di via Arenula attraverso i ministri Castelli, Mastella, Alfano, Palma, si ritrova a sua volta sotto inchiesta per il suo coinvolgimento nell'inchiesta sulla P3, in cui è stato indagato. Il collegio dei probiviri dell'Anm apre una pratica per espellerlo dall'associazione. Il Csm sta verificando i presupposti per revocare lo stato di "fuori ruolo" di Miller. Il Pd, con Donatella Ferranti chiede che lasci immediatamente il posto di capo degli ispettori. È lapidario il ministro della Giustizia: «Miller non è stato toccato da alcuna indagine penale, il procuratore generale della Cassazione ha archiviato il suo caso». Non ha letto le carte. Quelle che hanno spinto il Csm ad occuparsi di nuovo di lui dopo aver archiviato, il 27 giugno 2011, l'ipotesi di un procedimento disciplinare. Un'archiviazione che suona come una condanna. Dove è scritto: «Appare pacifico che Miller ha partecipato alla riunione del 23 settembre 2009, presso l'abitazione romana di Denis Verdini, dov'erano presenti Flavio Carboni, Arcangelo Martino, Pasquale Lombardi, Marcello Dell'Utri, Giacomo Caliendo, Antonio Martone. In questa riunione si è discussa la candidatura a presidente della Regione Campania di Nicola Cosentino e si è concordata una condotta di illecita interferenza presso i componenti della Corte costituzionale». Miller la sfanga per la terza volta nella sua vita. Come quando finì - erano gli anni Novanta - nell'elenco dei frequentatori della casa d'appuntamenti di via Palizzi a Napoli. O come quando i pentiti Alfieri e Galasso parlarono di suoi rapporti con la camorra. Tutto finì archiviato. Davanti al Csm, quando gli contestarono i rapporti con i Sorrentino, imprenditori legati ai boss, lui si scusò: «È uno sbaglio che ammetto di aver fatto e ne pagherò le conseguenze». Da pm di punta della procura di Cordova, ebbe come suo uditore Woodcock. Adesso, di lui e degli altri che indagano su Berlusconi, per ordine di Berlusconi e Palma, vuole scoprire le deviazioni."

«La democrazia non si può piegare alle trame di qualche Procura e di qualche redazione». Lo afferma la presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, in una lunga intervista al Corriere della Sera, in cui parla anche dell’esposto presentato dal Biscione avverso alla sentenza della Corte d’appello per il lodo Mondadori, che ha condannato la holding a risarcire la Cir con 564 milioni di euro. «Abbiamo scoperto un tarlo, una falla clamorosa che mina dalle fondamenta un castello di ingiustizie. Altro che leggi ad personam, qui siamo alle sentenze ad personam, al diritto cucito su misura: quando ci sono di mezzo mio padre o le nostre aziende, spuntano addirittura principi giurisprudenziali inediti e totalmente innovativi. Peccato che siano principi inesistenti, nati dal "taglio" di una frase addirittura sostituita da puntini di sospensione e dalla mancata citazione di altre».

Un conto sono le sentenze, un conto le interpretazioni, come la vostra. «Qui non si tratta di interpretazioni, questi sono dati di fatto. Sono scomparse frasi intere di una sentenza della Cassazione».

Sia esplicita, che cosa è successo, cosa hanno fatto i giudici? «Con il taglio e l'omissione di alcune frasi questa pronuncia della Cassazione, che ha un ruolo fondamentale ai fini della condanna, è stata letteralmente stravolta, ed è stato in questo modo creato un precedente giuridico ad hoc».

Sta dicendo che la sentenza è stata manipolata. Accusa i giudici di un falso? «Me ne guardo bene, l'esposto si limita a segnalare alle autorità competenti quanto è accaduto. È un fatto talmente evidente e grave che abbiamo non soltanto il diritto, ma addirittura il dovere di renderlo noto, al di là del ricorso in Cassazione che seguirà la sua strada. Il taglio e l'omissione di alcuni passaggi ribalta totalmente la tesi della Cassazione con la conseguenza che noi dobbiamo firmare un assegno da 564.248.108,66 euro. Incredibile? Assolutamente sì, è quello che ho pensato quando i legali me ne hanno parlato. Però, ripeto, le carte sono lì, basta confrontare i testi sul sito della Fininvest. Incredibile, ma vero».

Senta, a me paiono scaramucce giudiziarie, costose quanto vuole ... «Altro che scaramucce, stiamo parlando di più di mezzo miliardo».

Sì, ma è sempre la stessa storia. «Eh no. Partiamo dalla sentenza del 1991 della Corte d'Appello di Roma, quella che dava torto a De Benedetti, dalla quale tutto è cominciato. Dopo che uno, uno solo badi bene, dei tre giudici romani era stato condannato per corruzione, per cancellare gli effetti di quella sentenza d'Appello le norme davano a De Benedetti una sola possibilità: rivolgersi al giudice della revocazione. Non è una formalità, ma un istituto fondamentale, previsto dall' articolo 395 del Codice di procedura civile. La Cir però la revocazione, che le regole avrebbero peraltro imposto di discutere a Roma e non a Milano, non l'ha mai chiesta. I termini sono scaduti nel settembre 2007. Morale: azione improponibile, fine della storia».

Altro che fine della storia, poi il giudice Mesiano vi condanna a un risarcimento di 750 milioni. «Esatto. Questa è la dimostrazione che trovano sempre il modo per superare ostacoli che dovrebbero essere insuperabili. Mesiano punta sulla chance: non ci sono certezze, ma è molto probabile che un giudizio non viziato da corruzione nel '91 avrebbe dato ragione alla Cir. Un escamotage così poco sostenibile che la stessa Corte d' Appello lo "boccia" e cambia strada. Stabilisce che la sentenza che ci aveva dato ragione era nulla. Si arroga il diritto di rifare il processo e la Cir vince. Si sostituisce, quindi, al giudice della revocazione. E per farlo utilizza, nel modo sconcertante che le ho detto, la pronuncia 35325/07 della Cassazione».

Capisco che tutto ciò vi crei problemi. Insisto: questioni giuridiche, procedurali, da tribunali ... «Non ci sono solo procedure, ci sono anche i fatti. Eccoli: la Cir non ha avuto alcun danno da parte nostra; noi, che non avremmo dovuto pagare neppure un euro, abbiamo subito un esproprio di 564 milioni, un danno gravissimo per un gruppo che, non mi stancherò mai di sottolinearlo, è uno dei grandi protagonisti dell' economia del Paese, e che solo per dare una cifra, negli ultimi 10 anni ha versato nelle casse dello Stato la bellezza di oltre 5 miliardi di euro, più di 2 milioni al giorno».

Veramente è De Benedetti che lamenta un danno. «Ma quale danno? La vicenda si concluse con una transazione impostaci dalla politica che De Benedetti accettò entusiasticamente, come dimostrano le sue dichiarazioni di allora, senza neppure ricorrere in Cassazione e ci credo che fosse soddisfatto: si prendeva Repubblica, l'Espresso e i quotidiani locali di Finegil, una parte rilevantissima della Mondadori, politicamente ed economicamente».

Lascio a lei la responsabilità di quello che afferma su Cir e magistratura. Ma a me pare l'ennesima versione della persecuzione contro suo padre. «Persecuzione? Non avevo dubbi sul fatto che si trattasse di una sentenza politica, ora si scopre su che cosa si basa! Non tiro conclusioni, ma veda lei... Purtroppo la verità è che parlare di persecuzione non è più sufficiente. Ormai contro mio padre siamo alla barbarie quotidiana legalizzata».

Addirittura barbarie... «Certo, mi ha molto turbato leggere articoli di informatissimi notisti politici in cui si considera come un dato scontato che questa aggressione furibonda possa mettere in discussione la sua libertà personale, il futuro delle sue aziende e addirittura la sua incolumità. E nessuno fa un salto sulla sedia? Sì, barbarie quotidiana legalizzata, ma assolutamente illegale».

Illegale cosa? E allora tutte le inchieste aperte da Napoli a Bari, da Roma a Milano? «Si inventano inchieste a ripetizione su reati inesistenti e senza vittime solo per fabbricare fango. Poi il fango fabbricato viene palleggiato tra una Procura e l' altra e infine riciclato. Il processo, con relativa, inevitabile condanna, lo si celebra sui media. Quello in aula, se si farà e come finirà non interessa più a nessuno. So bene, e ci tengo a ripeterlo, che dietro tutto questo c' è solo una minoranza di toghe, che la magistratura come istituzione merita il massimo rispetto. Ma il risultato non cambia. E mi chiedo che cosa tutto ciò abbia a che fare con la giustizia, con l' informazione, con un Paese che si considera civile».

Me l'aspettavo, il problema sono i magistrati che intercettano e i giornali che pubblicano. «Stiamo parlando di centinaia di migliaia di intercettazioni, un numero spropositato, di cui si è fatto un uso fuori da ogni regola, mi riesce perfino difficile trovare le parole per definirlo, la verità è che se ci penso mi viene la nausea. Credo che raramente si sia assistito ad un tale spettacolo di inciviltà. Altro che bavagli: ma davvero qualcuno può credere e sostenere che si possa continuare così?»

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Un libro ricostruisce Tangentopoli con retroscena e aneddoti.

«Berlusconi? Onestamente non posso dire che sia un mascalzone». Così parlò Carlo De Benedetti, il nemico pubblico numero uno del Cav. Parole dal sen fuggite? Tutt'altro. Ogni singola parola attribuita all'Ingegnere e contenuta nel libro di Paolo Guzzanti, «Guzzanti vs De Benedetti» (368 pp, Aliberti editore) è stata letta, ponderata e confermata dallo stesso editore di Repubblica ed Espresso. Dalla biografia scritta dall'ex vicedirettore del Giornale emerge il ritratto di un imprenditore che ammette di essere come Berlusconi: «È un autocrate come tutti noi imprenditori, ma come persona non è affatto cattiva ed è anzi sicuro di fare il bene. Il motivo per cui io lo combatto è che, essendo un imprenditore al comando del Paese, è per definizione un rischio per la democrazia. Anch'io, se mi mettessi a fare il politico, sarei un pericolo per la democrazia». Con Silvio siamo al rapporto di amore-odio. Anzi: «Io non lo odio, lo disapprovavo, è l'uomo che incarna un intero popolo in modo passionale, sentimentale, persino affettuoso. Lo dico da suo avversario: non è assolutamente una carogna». 

Roba da far drizzare le orecchie ai colonnelli democratici. Anche perché di fianco all'elogio come imprenditore all'avversario Silvio, le accuse contro i vertici del Pd sono spietate. I primi a cadere sono D'Alema e Bersani: «Il segretario è inadeguato, lui e D'Alema stanno ammazzando il Pd». E su Baffino: «Credo che abbia fatto tantissimi errori e non capisca più la sua gente, come il caso Puglia insegna. Su Berlusconi come uomo politico il giudizio è estremamente negativo, ma almeno Silvio ha fatto qualcosa. D'Alema e quelli come lui non hanno fatto niente». Il De Benedetti che ne esce fuori sembra il prigioniero politico della sua stessa armata, da sempre schierata col centrosinistra. Come quando è lo stesso De Benedetti ad ammettere che «Ezio Mauro talvolta si fa un po' prendere la mano da certi suoi giornalisti...». Insomma, è l'Ingegnere la vera vittima del mostro politico che ha contribuito a creare: «Mi odiano, ci odiano e adesso si sono messi in testa che Ezio Mauro voglia diventare il leader del Pd e questo li fa impazzire. Sono ridotti così male che hanno inventato questa leggenda». Un po' di vetriolo c'è anche per l'ex premier Romano Prodi, regista della mancata acquisizione della Sme da parte di De Benedetti a vantaggio della cordata voluta da Bettino Craxi e guidata da Berlusconi, i cui strascichi giudiziari hanno portato alla sentenza di risarcimento monstre da 600 milioni di euro. È tutta colpa del Professore: «Io detestavo Craxi, la cosa è nota, ma in quel caso aveva perfettamente ragione: era il presidente del Consiglio e Prodi compiva un'operazione di quella portata dando via aziende statali senza nemmeno fargli una telefonata. Prodi così fece incazzare Craxi come una belva». C'è ancora il tempo per ricordare quando stava per restare una notte in galera per «colpa» della moglie di Bruno Vespa, l'allora gip romano Augusta Iannini, dopo aver ammesso di aver pagato tangenti ai politici («C'eravamo dentro tutti - dice De Benedetti - questa è la verità e questo era il metodo...»). Quel giorno del lontano 1993 l'editore di Repubblica li ricorda così: «La gip Iannini mi fece un interrogatorio nel pomeriggio a Regina Coeli, presente la pm Cordova. Poi a un certo punto la Iannini se ne andò e con la Cordova finimmo l'interrogatorio. A quel punto chiesi di andare via, ma la Pm disse: “Per me lei può uscire, pero c'è da firmare e siccome a quest'ora non c'è più il gip lei stanotte sta qui”. Allora io prendo il mio avvocato, lo mando a casa della Iannini, perché non voglio passare la notte a Regina Coeli e, con il parere favorevole del Pm, la Iannini ha firmato. E quindi alle dieci di sera sono uscito dalla prigione».

Da quanto detto si riporta il commento di Tiziana Maiolo su “Il Giornale”.

L'abilità di un finanziere come Carlo De Benedetti si coglie da mille particolari. I soldi. La rete di relazioni. Il cinismo. La capacità di lasciare una poltrona al momento giusto e con sostanziose liquidazioni. La forza di ripartire dopo un rovescio. E anche la fortuna di uscire sempre immacolato dalle vicende giudiziarie in cui finisce coinvolto.

Sarà una coincidenza, una combinazione singolare, una concomitanza casuale; sarà semplicemente che l'imprenditore che si è sempre proclamato «diverso» dai colleghi non aveva commesso quanto gli era stato addebitato. Ma il tarlo di un maligno interrogativo resta: essere l'editore più giustizialista d'Italia, difendere a oltranza i magistrati che indagano su Silvio Berlusconi, è un'assicurazione sulla vita?

Il caso più lontano nel tempo è quello del Banco Ambrosiano, tempio della P2. 

Siamo negli Anni 80: De Benedetti entrò nell'istituto di credito con il 2 per cento del capitale e la carica di vicepresidente (il numero uno era Roberto Calvi) e ne uscì 65 giorni dopo, alla vigilia del crac, intascando una plusvalenza di 40 miliardi di lire. Fu accusato di concorso in bancarotta fraudolenta ed ebbe una condanna a 6 anni e 4 mesi di reclusione in primo grado, ridotta in appello a 4 anni e 6 mesi, e annullata senza rinvio dalla Cassazione.

Nei primi Anni 90 De Benedetti e altri sette manager furono assolti dall'accusa di elusione fiscale: il pm aveva chiesto per il presidente Olivetti la condanna a due anni e quattro mesi di reclusione e al pagamento di 15 milioni di multa per una presunta evasione di complessivi 37 miliardi di lire. Il sofisticato meccanismo si chiamava «dividend stripping» e consentiva, a certe condizioni, di usare i dividendi azionari come credito d'imposta. Inoltre, come ricordano Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio in «Mani sporche», De Benedetti «ha chiuso con due oblazioni da 50 milioni di lire ciascuna altrettanti processi per le manovre in Borsa sui titoli Olivetti (insider trading) e per i bilanci del gruppo di Ivrea (false comunicazioni sociali)». Sentenza, quest'ultima, revocata dopo la riforma del falso in bilancio voluta dal governo Berlusconi nel 2002.

Ma la vicenda più clamorosa fu il coinvolgimento di De Benedetti in Tangentopoli dopo l'arresto del direttore generale delle Poste, Giuseppe Parrella, e del suo segretario Giuseppe Lo Moro, il quale parlò di mazzette ricevute dalla Olivetti per la fornitura di telescriventi al ministero. Era il 1993, qualche anno dopo la battaglia per il controllo di Segrate sfociata nella sentenza. In maggio il finanziere anticipò i pubblici ministeri consegnando ad Antonio Di Pietro una memoria in cui ammetteva vari giri di tangenti perché «vittima del sistema»: in particolare oltre 10 miliardi di lire a Dc e Psi per l'appalto postale.

A novembre fu emesso un mandato di cattura a suo carico. De Benedetti si costituì, fu trasferito al carcere di Regina Coeli, interrogato nella notte dal pm Maria Cordova e dal gip Augusta Iannini, ottenendo gli arresti domiciliari e quindi la scarcerazione. Un trattamento di assoluto riguardo: mentre i manager di tante aziende aspettavano giorni prima di essere ascoltati da un magistrato e mesi prima di lasciare il carcere dopo aver vuotato il sacco, all'Ingegnere la rara tempestività della giustizia italiana consentì di evitare la cella. Da questo processo (l'accusa era corruzione) De Benedetti uscì in parte assolto e in parte prescritto.

Chi invece riuscì pienamente a trattare con i magistrati milanesi fu l’ingegner Carlo De Benedetti, che un bel giorno si presentò a un incontro concordato, raccontò la sua e tornò a casa con le sue gambe. Corse qualche rischio per la sua libertà invece al Palazzo di giustizia di Roma, dove non vigeva il «rito ambrosiano» e dove fu arrestato per un giorno, nello stupore dei suoi avvocati, che trovarono nella capitale due magistrati (non a caso due donne) poco inclini alla trattativa alla milanese. Il che può apparire stupefacente, vista la pessima immagine del tribunale di Roma, da sempre chiamato «porto delle nebbie», e la cui reputazione fu strumentalmente usata dai magistrati del pool ogni volta che si profilava un conflitto di competenza tra Milano e la capitale. (...). Il 30 aprile 1993 l’ingegner De Benedetti dichiara a la Repubblica, quotidiano con cui aveva qualche confidenza, di «non aver mai corrisposto finanziamenti ai partiti politici o a entità a essi collegate». Ma il Corriere della Sera del 17 maggio scriverà che «L’Ingegnere ha incontrato i giudici consegnando loro un memoriale sulle tangenti pagate dalla Olivetti». Stranamente due giorni dopo, il 19 maggio, esce una dichiarazione sul Wall street journal in cui l’uomo di Ivrea afferma con sincerità: «Se dovessi rifare tutto di nuovo lo rifarei: pagherei le tangenti ai politici per ottenere le commesse pubbliche». Il re della coerenza. La voce circolava in quei giorni. E De Benedetti aveva buoni avvocati e buoni orecchi. Così mise insieme un dossier e il 16 maggio 1993, di domenica, lontano da occhi indiscreti, nella caserma dei carabinieri di via Moscova a Milano, si incontrò con i pubblici ministeri Di Pietro, Colombo e Jelo. (...). De Benedetti conosce bene la lezione, e racconta di esser stato sistematicamente concusso dalle Poste italiane e dai partiti di governo. Ha speso in tutto tra i 15 e i 20 miliardi di lire, di cui 10 miliardi e 24 milioni solo alle Poste. La frase che detterà alle agenzie sembra fotocopiata dallo schema fisso gradito alla Procura: «In Italia negli ultimi quindici anni c’è stato un regime politico che ha prevaricato e taglieggiato l’economia. Grazie all’opera di pulizia fatta dai giudici è diventato possibile sconfiggere la tangentocrazia». Due giorni dopo, forse pensando, giustamente, che i magistrati non leggano la stampa estera, dirà al Wall street journal che l’avrebbe rifatto. Nessuno glielo contesterà, nessuno dei suoi collaboratori verrà indagato e nei suoi confronti non verrà richiesta nessuna rogatoria estera. (...).

A Roma Carlo De Benedetti ha a che fare con due donne magistrato piuttosto agguerrite, la pm Maria Cordova e la gip Augusta Iannini. Giovanni Maria Flick, che sarà in seguito il ministro alla Giustizia del primo governo Prodi nel 1996, è il difensore di De Benedetti ed è sconcertato davanti a una richiesta di arresto che a Milano non c’è mai stata. Ma il Palazzo di giustizia di Roma, nonostante la cattiva fama, è più «normale». Come dirà ai giornalisti la gip Augusta Iannini: Per me, la legge è uguale per tutti. L’ingegner Carlo De Benedetti è uguale al signor Mario Rossi, al signor Paolo Bianchi. E se i signori Mario Rossi o Paolo Bianchi fossero accusati degli stessi fatti contestati nell’ordine di custodia cautelare all’ingegner Carlo De Benedetti, sarebbero stati arrestati. La situazione è imbarazzante per il presidente dell’Olivetti, che riteneva di aver pagato pegno a Milano, dove è solo indagato, e invece si ritrova con un mandato di cattura a Roma per lo stesso reato. La verità, a quanto pare, è che a Milano si sarebbero accontentati del memoriale e non hanno approfondito lo scandalo di tutte quelle apparecchiature obsolete, stampanti e telescriventi, vendute dall’Olivetti al ministero delle Poste, costate parecchio, mentre dieci miliardi di lire finivano in tangenti. Naturalmente nel memoriale De Benedetti scriveva che queste tangenti gli erano state «estorte», ma questo è quel che dicevano tutti gli imprenditori. Se Milano si era accontentata, i magistrati romani erano piuttosto seccati, avevano raccolto una gran quantità di documenti e avevano cominciato a fare due conti. Si era creato anche un piccolo incidente diplomatico interno al Palazzo di giustizia, perché il procuratore capo Mele si era molto irritato nello scoprire che la dottoressa Cordova, sua sostituta, aveva chiesto la misura cautelare per De Benedetti senza consultarlo. Ne seguì un parapiglia di dichiarazioni, in cui si inserì anche il pm milanese Gherardo Colombo, e che alla fine giovò al presidente della Olivetti, che fu «un pochino» arrestato per un giorno e anche in seguito, tra archiviazioni e reati caduti in prescrizione, se la cavò.

Parlamento italiano: pomeriggio del 20 luglio 2011. Già è mortificante il fatto che in quei luoghi non si votino le leggi, ma le autorizzazioni alla custodia cautelare in carcere per alcuni dei suoi membri. Ma già li è chiaro: in Italia la legge, come l’etica e la morale, non è uguale per tutti. Se sei del centrodestra sono tutti d'accordo a sbatterti in galera, se sei del centrosinistra invece ti graziano. E' questa la triste verità che emerge dai voti che hanno spalancato le porte del carcere di Poggioreale per il deputato Pdl Alfonso Papa e hanno salvato il senatore Pd Alberto tedesco. Ed è la stessa triste verità che ispira il diverso trattamento concesso a Piergianni Prosperini, l'ex assessore lumbard finito ai domiciliari perché accusato di aver ricevuto delle tangenti per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina, e Filippo Penati del Pd, capo della segreteria politica di Bersani e consigliere regionale lombardo con incarico di vice presidente del Consiglio, ex sindaco di Sesto San Giovanni e Presidente della provincia di Milano, indagato perché avrebbe preso mazzette fino a 4 miliardi di lire. Questa è la giustizia all'italiana.

"Ho dimostrato a tutti di essere un uomo, chiedendo di votare per il mio arresto. Ma ora ho il dovere di restare al mio posto, in Senato". A Tedesco non lo sfiora nemmeno l'idea di lasciare la poltrona a Palazzo Madama. Assicura che andrà avanti, puntualizza che aspetterà che la magistratura faccia il suo lavoro e fa sapere che in futuro si batterà per l'abolizione della custodia cautelare. E, mentre il senatore piddì resta in parlamento, Papa ha già passato una notte in carcere. Eppure, come spiega il vicepresidente della Camera Antonio Leone, "a carico di Tedesco sussiste un impianto accusatorio ben più pesante di quello messo insieme per Papa dai pm napoletani". Finito nell'inchiesta che ha sconvolto la sanità in Puglia, l'ex assessore di Vendola è accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso. Nel mirino dei pm di Bari ci sono i presunti appalti truccati e le nomine dei vertici dell'Asl: dal 2005 al 2009 la sinistra pugliese avrebbe, infatti, imposto i primari e gli imprenditori che avrebbero poi dovuto vincere le gare d’appalto. "La prassi politica dello spoil system - si legge nell'ordinanza del gip Giuseppe de Benedictis - era talmente imperante nella sanità regionale da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta".

Di tutt'altro spessore le accuse rivolte a Papa, finito nell'inchiesta P4 portata avanti dai pm Henry Woodcock e Francesco Curcio della procura partenopea. I reati contestati sono: corruzione, concussione, estorsione e favoreggiamento personale. Secondo il gip di Napoli, Papa, Luigi Bisignani, Enrico La Monica e Giuseppe Nuzzo "promuovevano, costituivano e prendevano parte a una associazione per delinquere, organizzata e mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia". Insomma, per la procura di Napoli Papa avrebbe fatto parte di "un sistema informativo parallelo" al fine di acquisire informazioni sulle indagini e usarle per avanzare "indebite pretese e indebite richieste" sugli indagati.

Per i due politici indagati sono state usate due pesi e due misure diverse. Mentre il Pdl si è dimostrato garantista con entrambi i parlamentari, a Palazzo Madama i numeri ci dicono che tutti i 34 suffragi necessari a negare i domiciliari provengono dalle fila della sinistra....

Insomma, l'opposizione ha usato, come al solito, due pesi e due misure. Proprio come viene fatto dalla magistratura. Risulta infatti emblematico le indagini che, in questi giorni, hanno investito la Lombardia. Filippo Penati ieri, Piergianni Prosperini oggi. Il capo della segreteria politica di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. L'accusa è di aver preso tangenti per circa 4 miliardi di lire tra il 2001 e il 2002 per la riqualificazione di due ex aree industriali e per i servizi di trasporto dei comuni dell'Alto milanese. Un illecito che Penati avrebbe proseguito fino a dicembre dell'anno scorso. Il decreto di perquisizione firmato dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia parla di "gravi indizi di colpevolezza", eppure su Penati non grava alcuna misura di custodia cautelare. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati dati per la seconda volta all'ex assessore lombardo Prosperini, accusato di corruzione e false fatturazioni in relazione alle tangenti "incassate" per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina.

"Il voto di ieri ha dato la conferma della doppia morale della sinistra che vota contro gli avversari politici e salva i suoi sodali". Con queste parole il viceministro Roberto Castelli ha sintetizzato il film andato in scena ieri in parlamento. "Ora si capisce perché i capigruppo Pd si sono lamentati del voto segreto: temevano giustamente che in tanti disobbedissero agli ordini - fa eco il Pdl Lucio Malan - sempre che non fosse tutta una sceneggiata finalizzata a salvare l’ex assessore alla Sanità". D'altra parte, a questo punto, è solo il leader Idv Antonio Di Pietro a chiedere a Tedesco di dimostrare un po' di coerenza e dimettersi. Il Pd tace.

Uno scandalo da “Il Corriere della Sera” e “Libero” e “Il Giornale” :«Soldi anche al partito di Penati»

L'imprenditore Di Caterina accusa il dirigente Pd: «Spremuto come un limone».

Non c'è soltanto il costruttore, consigliere comunale ed ex candidato sindaco del centrodestra Giuseppe Pasini ad accusare il big del Pd lombardo Filippo Penati di avergli chiesto 20 miliardi di lire nel 2000-2001 per il via libera ai progetti urbanistici di Pasini sull'area ex Falck, e di essere poi stato destinatario di più di cinque miliardi tramite due intermediari che sono stati pagati in Lussemburgo (Piero Di Caterina) e in Svizzera (Giordano Vimercati): a parlare con i pm, infatti, è proprio anche Di Caterina, imprenditore del trasporto pubblico con la sua «Caronte».

Pasini raccontava che Di Caterina era stato il collettore indicatogli da Penati per le erogazioni pretese (a suo dire) dall'allora sindaco ds di Sesto San Giovanni, autosospesosi da vicepresidente del Consiglio regionale lombardo dopo essere stato indagato dai pm monzesi Walter Mapelli e Franca Macchia per le ipotesi di concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti. E affermava di aver dato in contanti a Di Caterina due miliardi di vecchie lire in Lussemburgo. E Di Caterina? Conferma che è vero. Nei mesi scorsi ha reso anche lui molti interrogatori, inquadrando questa ricezione di soldi in una sorta di compensazione tra favori alla politica e recriminazioni imprenditoriali, ai quali ricollega tutta una serie di finanziamenti che afferma di aver fatto nella seconda metà degli anni 90 e fino al 2000 per le esigenze del partito di Penati, in alcuni periodi anche cento milioni di lire al mese. Come quelli di Pasini, anche i suoi verbali sono «segretati» ed è dunque arduo definirne i contenuti esatti. Ma il senso lo si afferra anche solo dalla scarna risposta di Di Caterina a chi lo ha interpellato: «Sono stato spremuto come un limone. Non se ne poteva più di questo convivere gomito a gomito con i dinieghi immotivati, con i ritardi, con gli ostacoli della politica e della dirigenza dell'alta amministrazione. Adesso ho grande fiducia nei magistrati».

Che davvero Pasini abbia pagato Di Caterina, ai suoi occhi fiduciario di Penati, è del resto provato da un documento acquisito dalla rogatoria in Lussemburgo (facilitata da Pasini) presso la banca alla quale bonificò a se stesso 4 miliardi di lire nel 2001. Parte di essi rimbalzarono in Svizzera e, a detta di Pasini, furono poi consegnati in contanti in strada a Chiasso a Giordano Vimercati, in seguito capo di gabinetto del Penati presidente della Provincia di Milano e anche rappresentante designato dalla Provincia in molte società partecipate (come la Serravalle). L'altra parte della provvista di denaro, invece, ebbe la destinazione dettata appunto dall'istruzione data da Pasini alla banca il 16 marzo 2001 e ora in mano agli inquirenti: «A debito del conto Pinocchio, vogliate mettere a disposizione per contanti L. 2.500.000 a favore di Di Caterina Piero. Alla sua presenza, attendere mia conferma telefonica».

Il monte-tangenti svelato da Pasini, intanto, sale ancora e si attesta sugli 8 miliardi di lire. Ai 4 o 4,5 miliardi per l'area ex Falck consegnati in Lussemburgo e Svizzera, e ai 1.250 milioni di lire per l'area ex Ercole Marelli (anch'essa di Pasini) «mascherati» dietro il saldo negativo di una permuta tra terreni con Di Caterina, il costruttore aggiunge un'altra tangente che colloca prima, nel 2000, addirittura al momento di comprare dai Falck l'area dove sorgevano le acciaierie. A suo dire, gli sarebbe stato fatto capire che l'acquisto dell'area gli sarebbe stato consentito o comunque facilitato dalla politica se avesse ingaggiato come consulenti due professionisti asseritamente vicini alle coop rosse emiliane, indicati in Francesco Agnello e Giampaolo Salami, ai quali Pasini paga compensi per 2 miliardi e 400 milioni di lire e che ora sono anch'essi indagati per l'ipotesi di concussione.

Filippo Penati continua a mostrarsi tranquillo. Indagato dalla Procura di Monza per concussione e corruzione e finanziamento illecito dei partiti, ribadisce la sua "totale estraneità ai fatti». E "per rispetto dell’istituzione" si autosospende da vicepresidente del Consiglio regionale lombardo, ribadendo "fiducia nella magistratura". Nega, Penati, la versione dell'imprenditore 82enne Giuseppe Pasini. Colui che ha innescato la slavina denunciando il malaffare che, a suo dire, caratterizzava i rapporti politico-affaristici a Sesto San Giovanni, importante centro della periferia milanese di cui l’esponente del Pd è stato sindaco per due mandati, fino al marzo 2002 - allora, naturalmente, era Ds. Peraltro, gli avvisi di garanzia - una quindicina - hanno coinvolto un assessore e svariati funzionari comunali. E proprio al 2001 risalgono tre dei numerosi episodi denunciati da Pasini, con tangenti per cinque miliardi e 750 milioni di lire. Soldi che, attraverso intermediari o operazioni coperte, sarebbero stati poi da recapitare proprio a Penati. In un caso, due miliardi e mezzo consegnati in contanti da una banca lussemburghese, istruita da Pasini, a Piero Di Caterina, titolare di un’azienda di trasporti e a quel tempo considerato molto vicino all’allora sindaco di Sesto. E poi la classica valigetta piena di soldi, allungata da Pasini e dal figlio Luca a Giordano Vimercati, strettissimo collaboratore dello stesso Penati, durante una trasferta a Chiasso - per strada, come nei film. Infine, una sorta di mazzetta mascherata: Pasini che scambia un suo terreno di valore con un altro di Di Caterina, però molto meno fruttuoso, con un saldo negativo per il primo di un miliardo e 250 milioni di lire. Vimercati e Di Caterina sono anch'essi indagati nell’inchiesta. Ma l’elemento importante è che Di Caterina avrebbe sostanzialmente confermato il racconto di Pasini.

In ogni caso, questi episodi configurano più che altro il reato di concussione - Pasini spinto a pagare per ottenere vantaggi nello sfruttamento urbanistico della grande area dismessa in cui sorgeva l'acciaieria Falck, vantaggi che poi non si sarebbero concretizzati, costringendo l’imprenditore a svendere l’enorme lotto. Le altre due ipotesi d’accusa - corruzione e finanziamento illecito dei partiti - si riferiscono invece a circostanze successive. Anche risalenti a quando Penati era presidente della Provincia di Milano - dal 2004 al 2009.

In questo senso, gli inquirenti stanno indagando anche su vicende legate al Sitam, il Sistema integrato trasporti area milanese, cui aderiscono la maggior parte degli operatori delle linee di trasporto pubblico su gomma della provincia milanese e che in sostanza ne gestisce le tariffe - biglietti, abbonamenti e quant'altro. Peraltro, proprio all'interno del Sitam ha lavorato per anni la società di Di Caterina, Caronte srl. Cui poi, a seguito di accordi istituzionali con l'Atm - azienda municipale del trasporto milanese -, è stato tolto l'appalto. Con conseguenti polemiche scatenate dallo stesso Di Caterina, che tra l'altro reclamava un pagamento inevaso da parte di Atm di 8 milioni e mezzo di euro. L'imprenditore, un anno fa, aveva così indirizzato una lettera alle autorità locali - sindaci e questore e Carabinieri e Guardia di Finanza e anche Provincia. Con un passaggio che, letto alla luce degli episodi a lui stesso contestati, quasi suona come una minacciosa allusione: "Si è creata una situazione che impone di muoversi in una palude di relazioni di concussione indiretta, che si alterna, ovviamente, a momenti di aria di relazioni corruttive, che rendono il clima asfissiante in un brodo di complicità". Nello scritto veniva esplicitamente citato anche l'attuale sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini.

Anche un altro grosso imprenditore di Sesto ha segnalato episodi da approfondire. Così come i magistrati stanno investigando su questioni indirettamente legate alla vicenda Serravalle, l'autostrada Milano-Genova di cui la Provincia di Milano deteneva la maggioranza insieme con il Comune, e nonostante questo acquistò nel 2005 un altro 15 per cento di quote dall’imprenditore Gavio, per di più a cifre superiori al prezzo di mercato. Con un'operazione censurata dalla Corte dei Conti perché "onerosa e priva di qualsiasi utilità".

Per farla franca il vice presidente della Regione Lombardia Filippo Penati (Pd) coinvolto in un’indagine per mazzette, inventa «l’autosospensione». Una «cosa che nemmeno esiste», spiega un tecnico. «Sensibilità istituzionale», applaudono ovviamente quelli della sinistra. Ma sempre con molta attenzione al portafoglio. Questione di termini e di sostanza, perché c’è una bella differenza tra dimettersi e autosospendersi. Come sa bene Penati, l’illustre esponente lombardo del Pd, ormai sempre più chiaramente il partito della calce e martello. Pronto a fare un passo indietro, ma non certo a rinunciare a nemmeno un euro del suo pingue stipendio da 15.500 euro al mese (il 5 per cento in più di un parlamentare). Più benefit vari. Perché il beau geste di rinunciare alla funzione di vice presidente del consiglio regionale della Lombardia, non sfiorerà nemmeno il suo portafoglio. Con la beffa ulteriore che Penati non sarà nemmeno tenuto a partecipare alle riunioni dell’ufficio di presidenza. Limitandosi semplicemente a incassare stipendio e indennità di funzione per 11.500 euro. A cui ne vanno aggiunti 4.000 di diaria, più gettoni e rimborsi spese. Oltre allo staff personale (tra cui un dirigente da lui stesso scelto), segretaria, uffici e benefit. E i 51.600 euro all’anno che gli sono dovuti per aver rinunciato (bontà sua) all’auto blu. In quanto membro di un ufficio di presidenza di cui fa parte, ma a cui non partecipa più. In attesa di indennità di fine mandato e assegno vitalizio che spetta anche a chi partecipi a una sola legislatura. E che nel suo caso saranno maggiorati dai gradi di vice presidente. Ormai solo virtuali.

E così assume tutto un altro sapore la lettera inviata al governatore Roberto Formigoni e al presidente del Consiglio, il leghista Davide Boni. «A seguito del mio coinvolgimento nella vicenda giudiziaria relativa all’area Falck di Sesto San Giovanni - scrive Penati annunciando l’autosospensione - desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. In merito anche alle notizie apparse sulla stampa voglio precisare che non ho mai chiesto e ricevuto denaro da imprenditori». Da subito, aggiunge, «non parteciperò più all’ufficio di presidenza e già dal prossimo consiglio siederò tra i banchi dei consiglieri di minoranza». Prefigurando così la sua pensione dorata all’ombra del Pirellone. Detto dell’indennità di Penati, resta quello appare sempre più come un regolamento dei conti all’interno del Pd. Non solo lombardo, visto che Penati ha ricoperto anche il prestigioso incarico di capo della segreteria di Pier Luigi Bersani. Col neo assessore della giunta Pisapia Pierfrancesco Majorino che gli manda via Facebook, ormai la nuova frontiera della sinistra, un messaggio al veleno. «Io, se fossi in Filippo Penati, anche per essere più forte nei confronti dell’opinione pubblica nel voler dimostrare la mia innocenza, mi autosospenderei dal Partito democratico». E Penati che si autosospende mettendo nei guai il Pd che ora resta senza un uomo di peso nell’ufficio di presidenza. Guerra di correnti che si incrocia agli affari delle cooperative rosse. Mazzette milionarie per la procura di Monza, circolate tra Sesto san Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia amministrata per anni da sindaco, e Milano dove Penati sbarcò tra i velluti della Provincia guidata con una certa passione per le scatole societarie e i travasi azionari. «Penati è innocente fino a prova contraria - attacca l’europarlamentare Matteo Salvini - Ma in Lombardia spesso la “sinistra degli ex onesti” è molto amica di palazzinari e cementificatori».

... Questione morale? «Non c’è una questione morale», s’indigna il segretario regionale del Pd Maurizio Martina anche se tra gli indagati per il Pd c’è pure l’assessore di Sesto Pasqualino Di Leva. Perché alla fine è sempre questione di termini.

Duro botta e risposta tra Massimo D'Alema e il vicedirettore del Giornale, Alessandro Sallusti, durante la trasmissione Ballarò. Lo scontro ha visto tra l'altro D'Alema mandare il giornalista "a farsi fottere". Sallusti ha accusato D'Alema di "moralismo" facendo poi un paragone con la cosiddetta "affittopoli" dei primi anni '90, quando alcuni politici, tra cui lo stesso D'Alema, furono criticati perché abitavano in affitto in case di enti previdenziali pagando l'equo canone. Da allora nulla è cambiato. A Milano prima il Comune, poi il Policlinico, poi il Pio Albergo Trivulzio. La battaglia di “Libero”  per portare alla luce l'Affittopoli milanese sta portando i suoi frutti. A "cedere" sulla trasparenza ha iniziato Palazzo Marino, dopo 18 giorni di campagna stampa. Sul sito web del Comune sono stati pubblicati indirizzi e intestatari degli affitti a prezzo stracciato in immobili di pregio. Quindi ha seguito l'esempio anche il Policlinico, con una lista-monstre online sul portale della Fondazione Ca' Granda. Tutti i giornali hanno dato l’elenco degli affittuari privilegiati degli immobili del Pio Albergo Trivulzio. Il caso è stato trattato anche su “Repubblica” di Milano: "Case in centro a 200 euro al mese, ecco la nuova affittopoli di Milano. Agiati professionisti tra gli inquilini del Comune, del Policlinico e del Pio Albergo Trivulzio. I canoni fino a quattro volte più bassi rispetto a quelli di mercato concessi ad amici e parenti". Un prestigioso trilocale di 150 metri quadri in corso Monforte, centro storico di Milano, si affitta tramite agenzia, quindi sul mercato dei privati, a 51mila euro l'anno: 4.250 euro al mese, spese incluse. A poche centinaia di metri da lì, 132 metri quadri con affaccio sulla Galleria Vittorio Emanuele costano all'inquilino che fa parte di un manipolo di "fortunati" poco meno di mille euro al mese. E basta fare ancora pochi passi per arrivare in corso Italia, dove 70 metri quadri costano 210 euro ogni mese. Anche se le condizioni di stabile e appartamento non sono all'altezza dell'indirizzo, il risparmio - va da sé - è notevole.

Comune di Milano, Policlinico, Pio Albergo Trivulzio: tre enti, migliaia di proprietà immobiliari in città e in provincia, un patrimonio poderoso di 3.700 tra case, negozi e locali in uso ad associazioni che, nonostante le promesse cicliche e i ciclici scandali, resta gestito, nella migliore delle ipotesi, con una buona quota di negligenza. Così si disegna una Milano a due facce: quella, maggioritaria, delle famiglie e dei single che devono riservare una grossa fetta del loro reddito all'affitto, spesa imprescindibile, anche a scapito di altre voci altrettanto necessarie. L'altra faccia è quella di una Milano del privilegio, che spesso non ha niente a che fare con il bisogno. Perché, se non è una colpa pagare un canone bassissimo rispetto a un mercato immobiliare tra i più cari d'Italia, è una colpa - degli enti pubblici - aver permesso che per decenni si stratificassero privilegi. Con il risultato che oggi tanti di quegli indirizzi in pienissimo centro sono abitati da professionisti - medici, architetti, giornalisti... - e da qualche amico e parente di. Non solo da quei bisognosi per aiutare i quali erano nati in anni lontani questi serbatoi immobiliari, ancor oggi rimpinguati da lasciti privati. I tre enti, sotto la spinta di partiti d'opposizione e giornali, hanno iniziato a pubblicare sui siti gli elenchi degli immobili. Ma è un'operazione trasparenza con qualche alone di troppo: a volte mancano le date di fine locazione, quasi sempre i nomi degli inquilini, o ancora ci sono generici raggruppamenti di immobili senza alcuna specifica economica. Fa una premessa Mario Breglia, presidente di Scenari immobiliari: "Alcuni palazzi sono malconci, gli enti non pagano le manutenzioni e quindi tocca agli inquilini anche ristrutturare". Ma i confronti sono pesanti. Il quadrilocale in via Dogana vista Duomo a 453 euro al mese, 5.400 euro all'anno? Sul mercato varrebbe cinque volte tanto. I 73 metri quadri in via Bagutta a 331 euro? Un'agenzia immobiliare chiederebbe almeno il triplo. "Il problema, però, non è quello di far pagare di più gli inquilini - argomenta Breglia -, quanto quello della mancanza di regole certe su chi ha diritto a quelle case, e sulle modalità di ricambio degli affittuari. Se un anziano padre ha la pensione minima non dovrebbe subentrargli allo stesso canone il figlio professionista. Milano ha fame di alloggi a canoni bassi per fasce sociali che, altrimenti, sono costrette a lasciare la città". In via Pellico, nel cortile alle spalle di boutique e bar famosi, c'è ancora l'84enne vedova del portinaio dello stabile. Ma nel palazzo successivo c'è anche il modello con pied-a-terre di 80 metri quadri a meno di 500 euro al mese, 5.700 euro in un anno. E in via Caminadella, viuzza chic in zona Cattolica, 177 metri quadri non arrivano a 2mila euro al mese, grazie ai contratti del Policlinico. Per comprendere come sia nata la giungla dei prezzi e dei favori è necessario andare indietro nel tempo fino alla fine degli anni Settanta quando Trivulzio, Policlinico e in parte anche il Comune affittavano le proprie case a prezzi di equo canone con bandi aperti che premiavano i bene informati. "I primi a sapere delle case in affitto erano i primari e i dirigenti dell'ospedale, ma anche i politici - racconta un anziano funzionario del Policlinico, oggi in pensione - lo dicevano agli amici, che facevano richiesta". Nulla cambia fino al 1992, quando la legge 359 introduce i "patti in deroga": ogni ente può decidere se affittare gli appartamenti che si liberano a prezzi di mercato oppure confermando l'equo canone. Trivulzio e Policlinico scelgono la seconda ipotesi per la maggior parte del patrimonio, il Comune valuta caso per caso. Palazzo Marino negli anni Novanta diversifica i nuovi contratti al punto che nello stesso stabile c'è chi paga l'equo canone, chi è "concessionario di spazi" e chi versa cifre vicine a quelle di mercato. Vicine, ma mai troppo: in via della Guastalla, zona Tribunale, 105 metri quadri costano all'inquilino 1.208 euro al mese. Per chi è già dentro le case nulla cambia invece fino al 1998, quando la legge 431 prevede che l'equo canone sia sostituito da tariffe concordate fra Comune, sindacati inquilini e associazioni dei proprietari immobiliari. Da quindici anni almeno, quando un appartamento si svuota viene messo in affitto al prezzo "libero" definito dall'agenzia del Territorio, in media tre quarti del valore corrente. "È sbagliato porre l'accento sui casi di privilegio - dice Marco Bistolfi, segretario provinciale del Sicet - la sopravvivenza del sistema dei prezzi concordati per il rinnovo dei contratti ha consentito a inquilini poveri di evitare il dramma degli sfratti". E a molti "fortunati" di risparmiare migliaia di euro all'anno. 

Dal TGCOM: Affittopoli bis, arrivata lista vip. La busta con i 1064 inquilini di appartamenti di proprietà del Pio Albergo Tribuzio di Milano, ente pubblico senza scopi di lucro, è stata consegnata al presidente della Commissione Casa e Demanio, Barbara Ciabò (Fli). "Se verrà fuori che ci sono politici - ha detto Ciabò - che hanno abusato del loro ruolo per pagare di meno penso che il loro comportamento potrà essere definito moralmente indegno. Vedremo se ci sono delle irregolarità". La lista degli inquilini del Pio Albergo Trivulzio consegnata al Comune di Milano potrebbe non essere completa: è il sospetto sollevato durante i lavori della commissione consiliare Casa. Ad avanzare il dubbio è Barbara Ciabò. "Sembra che manchino 150 immobili - ha attaccato la consigliera futurista - se questo sospetto trovasse fondamento sarebbe gravissimo: un vero affronto al consiglio comunale di Milano". Ad alimentare i sospetti è stato anche Vincenzo Giudice, esponente del Pdl e dipendente del Pat: nell'elenco mancherebbero gli immobili di via Sottocorno e di via Menotti. Una chiave del giallo potrebbe essere legata al fatto che in questi anni i beni non presenti nell'elenco potrebbero essere stati venduti. Ed è proprio sul piano delle dismissioni immobiliari che il Pd è pronto a dar battaglia.

C'è Braida del Milan e un Montezemolo
C'è anche il direttore generale del Milan, Ariedo Braida, tra gli inquilini delle case di proprietà del Pio Albergo Trivulzio. Il suo nome figura infatti nella lista. Il dirigente rossonero vive infatti in piazza del Carmine, nel quartiere Brera, dove ha un contratto dal 1 aprile dello scorso anno: 17.300 euro il canone annuo, più 1.244 di spese per una casa di 84,59 metri quadrati. Tra gli altri nomi spicca anche un Cordero di Montezemolo, il cui nome è però stranamente soltanto puntato con una 'D'. Il soggetto dall'illustre cognome è intestatario dal 29 giugno scorso di un ufficio in piazza Mirabello di 43 metri, per cui paga un canone di 9.100 euro più 1.800 di spese.

Spunta la poliziotta del caso Ruby
Si trova, spulciando l'elenco, anche il dirigente della Sezione criminalità organizzata della Squadra mobile di Milano, impegnata nell'inchiesta sul caso Ruby, Maria José Falcicchia. Il nome della Falcicchia è legato a un'abitazione di 75 metri quadrati in via San Marco 20 angolo via Montebello 7, vicinissimo alla Questura, per il quale è previsto un canone di 11.262 euro più 980 di spese. Il contratto risale al 13 gennaio 2011. Tra gli altri nomi si nota anche Martino Pillitteri, figlio dell'ex sindaco Paolo e cugino dell'attuale assessore ai servizi civici del Comune.

A Carla Fracci un appartamento in via della Spiga
Il nome di Carla Fracci, maestra della danza classica, compare nella lista degli affittuari del Pio Albergo Trivulzio di Milano. La Fracci abita in via dell Spiga 5, nel cuore del quadrilatero della moda, in un appartamento di circa 187 metri quadrati per un affitto di 45.593 euro, più 6.148 euro di spese.

Pisapia: "Fango contro di me"
"C'è stato un vortice di telefonate anonime, nel puro stile della macchina del fango. Il fatto è semplice: la mia compagna abita da molti anni, da prima che noi ci conoscessimo, in un appartamento di proprietà di un ente pubblico. Lei non è candidata a niente, è un privato cittadino, è semplicemente una donna che lavora. Paga il regolare affitto che è previsto". Così sul suo blog personale, Giuliano Pisapia, candidato del centrosinistra alla poltrona di sindaco di Milano, spiega l'affaire 'affittopoli' che coinvolgerebbe la compagna e giornalista Cinzia Sasso. Cinzia Sasso, storica penna proprio di Repubblica Milano. L'ipotesi è che la Sasso abbia avuto in locazione dal 1989 una casa del Pio Albergo Trivulzio a prezzi scontati. "Non è un reato, abitare in una casa di proprietà di un ente pubblico. Mentre certo è un problema l'incapacità degli enti che dispongono di un patrimonio immobiliare di gestire al meglio le proprie disponibilità - scrive Pisapia.

Sul punto si riporta la testimonianza di Filippo Facci, vero Giornalista e memoria storica degli eventi italiani e milanesi in particolare. "Anzitutto c’è un conflitto d’interessi, perché sono amico personale di Giuliano Pisapia. Tutto pensavo, inoltre, tranne che l’appartamento in cui vive la simpatica collega Cinzia Sasso, compagna di Pisapia, potesse interessare ancora a qualcuno, visto che me ne occupai la bellezza di 17 anni fa e che ne scrissi addirittura in un paio libri: nel 1994 e nel 1997. Quello che posso fare, ora, è rinfrescare la memoria circa un paio di episodi che nessuno ricorda, forse neppure Cinzia Sasso. La giornalista ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui diceva: «Sono la compagna di Giuliano Pisapia e abito in un appartamento di proprietà del Pat... siccome ho visto che alcuni nomi - ma non il mio - sono stati pubblicati, preferisco violare la mia privacy per raccontarti i fatti miei. Vivo da 22 anni in quell’appartamento... Dal 2008 il mio contratto è scaduto; nel frattempo ho trovato un’altra casa e ho mandato al Pat una lettera di disdetta del contratto di affitto».  Probabile che Cinzia Sasso, mentre scriveva, fosse già stata contattata dal collega di Libero Edoardo Cavadini, a cui aveva detto: «Ero appena arrivata a Milano da Venezia e non avevo ancora conosciuto Giuliano, stavo con il mio ex marito. Con lui ho affittato la casa, ma sinceramente non ricordo come siamo entrati in contatto con il Pio Albergo Trivulzio, è passato troppo tempo». Ecco, su questo posso soccorrerla. A pagina 149 del mio libro-intervista a Paolo Pillitteri «Io li conoscevo bene» (roba del 1994) l’ex sindaco di Milano racconta questo: «Si immagini una mattina di primavera, oltre il Castello Sforzesco, vicino alla Triennale. Io me ne pedalavo in bicicletta per parchi e viali. Incontriamo una giovane coppia con un neonato in braccio, mi fermano: saluti, complimenti, soliti commentini e confidenze». Lei è Cinzia Sasso di Repubblica, lui è Giovanni Cerruti de La Stampa. Continua Pillitteri: «Poi un attimo di serietà e, come spesso mi capitava, una richiesta: il nucleo familiare ha bisogno di un nido, una casa, “tu che puoi, tu che sei il sindaco, tu che ci sei amico”: un classico. Il lunedì successivo cerco il presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, e gli chiedo se sia possibile assecondare la famigliola. Io, data l’urgenza, insisto. Ma non è che scossi troppo il pragmatico Chiesa, visto che la settimana dopo si fece viva per una risposta la mammina giornalista. In breve: risollecito Chiesa in modo pressante, quasi gli do un ordine: finché dopo qualche giorno m’informa che il tetto è stato trovato. I due, informati, ringraziano sentitamente, non tanto me ma un mio funzionario». Poi, però, arriva Mani pulite. «Le confesso che non mi sarei mai aspettato», concludeva Pillitteri, «di dover leggere nelle cronache dei loro giornali invettive feroci contro i clientelismi socialisti, questi craxiani “che avevano dato le case ai loro amici”. Sono rimasto senza parole». L’ex sindaco di Milano probabilmente si riferiva anche a quanto avrei annotato in un secondo libro, «Di Pietro, biografia non autorizzata» (1997): cioè che Cinzia Sasso, assieme a Giuseppe Turani, non ebbe problemi a pubblicare «I saccheggiatori. Facevano i politici ma erano dei ladri» (Sperling&Kupfer, 1992) e cioè un libro concentrato soprattutto sul sistema messo in piedi da Mario Chiesa, presidente del pio Albergo Trivulzio: un libro che fu scritto nell’appartamento che Mario Chiesa aveva procurato. Ciascuno sopravvive come può. Se faccio spallucce, ora, è perché ai tempi, quando scrissi il libro-intervista con  Pillitteri, rivelai ben altri affitti di favore: ma non successe assolutamente nulla. Tra questi un equo canone ad Antonio Di Pietro (vicenda che sarebbe esplosa un paio d’anni dopo) e un altro a Giulio Catelani, allora procuratore generale a Milano. Non accadde nulla, perciò,  neanche per il caso più trascurabile di Cinzia Sasso, tanto che la giornalista restò nell'appartamento e rinnovò il contratto nel 1999, come lei stessa ha raccontato. Non averlo disdetto con largo anticipo, rispetto alla candidatura a sindaco del suo attuale compagno, Giuliano Pisapia, è l’ingenuo errore che le si può addebitare." 


MAFIOPOLI

LA MAFIA NON E' UNA ENTITA' ASTRATTA A CUI DARE LA COLPA NEL MOMENTO IN CUI NON SI PUO' O NON SI VUOLE TROVARE IL RESPONSABILE DI UN REATO. LA MAFIA E' UN ATTEGGIAMENTO.

Al sud Italia ci sono organizzazioni mafiose italiane: "Cosa Nostra" in Sicilia; "Ndrangheta" in Calabria; "Sacra Corona Unita" in Puglia; "Basilichi" in Basilicata; "Camorra" in Campania.

Mario Portanova è nato a Milano nel 1967. Giornalista, lavora per il settimanale Diario. Ha pubblicato con Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, Mafia a Milano. (Editori Riuniti).

Abitualmente non si pensa al Nord Italia come vittima della criminalità organizzata, eppure le cose non stanno proprio così: puoi darci qualche elemento di comprensione in più?

"Le organizzazioni mafiose sono presenti e solide nel Nord Italia da decenni, soprattutto in Lombardia e Piemonte. Le analisi più recenti della Direzione nazionale antimafia segnalano consistenti presenze mafiose in Liguria, Valle d’Aosta e persino in Trentino-Alto Adige. A Milano, per esempio, l’arrivo di Cosa nostra risale agli anni Cinquanta, quando si stabilì in città Giuseppe Doto detto Joe Adonis, mafioso espulso dagli Stati Uniti. Luciano Liggio, il capostipite dei Corleonesi, abitava stabilmente a Milano quando fu arrestato nel 1974. E pochi ricordano che nel 1983 fu la ‘ndrangheta piemontese a uccidere il procuratore capo di Torino Bruno Caccia. Il consolidamento delle organizzazioni mafiose è avvenuto in parallelo con le grandi ondate migratorie dal Sud e con la pratica di mandare i mafiosi al soggiorno obbligato al Nord per allontanarli dai loro affari nelle terre d’origine. Le grandi operazioni antimafia in Lombardia degli anni Novanta hanno svelato le dimensioni del fenomeno: tra il 1990 e il 1994 gli arresti di mafia furono circa duemila. Tanto in Piemonte quanto in Lombardia, oggi l’organizzazione criminale più forte è indubbiamente la ‘ndrangheta, che controlla in particolare il traffico di droga ed è presente con le sue imprese anche nell’economia lecita."

Il denaro circola di certo a Milano più che altrove, i grandi capitali illeciti trovano un terreno interessante nel capoluogo lombardo. In quali settori, a tuo parere, vengono investiti e riciclati i guadagni "sporchi"?

"A Milano ci sono stati periodici allarmi sulla penetrazione dei capitali mafiosi in Borsa, ma non si è mai arrivati a nulla di concreto, probabilmente anche per la difficoltà di tracciare i soldi che circolano in piazza Affari. Negli anni Sessanta-Settanta ci fu il caso eclatante di Michele Sindona, i cui legami con la mafia siciliana sono stati accertati oltre ogni dubbio in sede processuale. Nel 1979 fu un killer della mafia italo-americana, William Arico, assoldato da Sindona, a uccidere a Milano l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore dell’impero del finanziere ormai travolto dalla bancarotta. L’ombra di Cosa nostra (e un ruolo certo della Banda della Magliana) appare anche nel caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano, per il quale ci sono procedimenti giudiziari ancora in corso. Le indagini hanno, però, dimostrato che la criminalità organizzata del Nord investe i suoi enormi guadagni illeciti sopratutto in attività economiche relativamente piccole: ristoranti e pizzerie, bar, negozi, imprese edili e immobiliari, concessionarie d'auto e in generale imprese che partecipano ad appalti pubblici. I patrimoni sono comunque enormi: nel 1993, alla famiglia "ndrangheta" dei Papalia, insediata a Buccinasco, nell'Hinterland sud di Milano, furono sequestrati beni stimati in 100-150 miliardi di lire."

Da qualche anno sono presenti nel nostro territorio altre "mafie" oltre a quelle nostrane: quali sono le più pericolose e in che modo operano?

"Certamente la mafia albanese, in particolare kosovara, ha un ruolo importante nel traffico di droga al Nord, così come le organizzazioni nordafricane. Nel traffico di droga, spesso le mafie straniere cooperano con quelle italiane. Come avviene nell’economia legale, agli immigrati stranieri vengono poi affidati i lavori di livello più basso, cioè il trasporto e lo spaccio. Gli investigatori guardano con sempre maggiore preoccupazione alla mafia cinese insediata nelle comunità del Nord Italia. È una mafia che opera quasi esclusivamente all’interno delle comunità cinesi, quindi molto difficile da perseguire. Le sue attività principali riguardano l’immigrazione clandestina, la droga, la prostituzione, la contraffazione, il lavoro nero in condizioni di schiavitù."

Nonostante l'evidenza dei fatti, con la cronaca che ci parla di continui arresti per associazione mafiosa con infiltrazioni in appalti pubblici e nel tessuto economico locale in tutto il territorio nazionale, qualcuno si ostina a relegare il fenomeno "Mafia" solo nel territorio del Sud Italia.

Invece la mafia siamo noi: i media che tacciono, le istituzioni che colludono, i cittadini collusi e codardi che emulano.

Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.

Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.

Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».

Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.

Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.

«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.

Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».

E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.

Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?

La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.

Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.

Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».

Ma non sempre tutto passa sotto silenzio.

Sarà importante leggere la sentenza del tribunale di Milano, che il 4 novembre 2009 ha deciso il non doversi procedere nei confronti di Pollari e Mancini, ex numero uno e numero due del Sismi, per l’esistenza del segreto di Stato e ha invece condannato due altri funzionari per favoreggiamento. La cosa rimane di difficile comprensione a caldo, perché è come se un omicida venisse assolto e un’altra persona venisse invece condannata per averlo aiutato a commettere un delitto che non è stato possibile accertare.

Naturalmente sono state diverse le reazioni degli imputati a seconda della conclusione del processo. L’ex numero due del Sismi, Mancini, per cui erano stati chiesti dieci anni, è uscito precipitosamente dall’aula e ha cercato visibilmente di contenere le emozioni, prima di essere affiancato dai suoi legali: «Nessuna dichiarazione», gli hanno suggerito.

A chi gli faceva notare come non fosse una sentenza di assoluzione nel merito, ma, appunto un non doversi procedere per l’esistenza del segreto di Stato, Mancini aveva già risposto: «Guardate che non è una malattia».

Costernato, invece, il colonnello dei carabinieri Luciano Seno, condannato a tre anni per favoreggiamento: «Ma, come quelli sono assolti dal sequestro e io condannato? È una follia».

Difficile dargli torto.

Tira finalmente il fiato, questo carabiniere di Dalla Chiesa. La sentenza che l’ha condannato è per  il processo ai vertici del Sismi e della Cia per il sequestro a Milano dell’ex imam Abu Omar. L'ombrello di un discusso segreto di stato ha preservato il capo dei capi, Generale Nicolò Pollari, ha preservato il suo diretto superiore, Marco Mancini, ma non lui. Che nell'indagine entra soltanto per avere passato il telefonino di servizio, così come richiestogli da Mancini, a un altro collega del Sismi, il generale Gustavo Pignero, già gravemente ammalato e ora scomparso. Mentre il giudice Oscar Magi leggeva il verdetto, Seno era in fondo all'aula. Solo. Lontano dai fotografi. Una valigetta in mano. «Ho obbedito a un ordine legittimo — ribadisce il colonnello — non ha mai saputo nulla del sequestro di Abu Omar se non dai giornali, e questo è il risultato... una follia del sistema. Chi imputa al Sismi un lavoro sbagliato e malfatto come la vicenda Abu Omar sbaglia di grosso, nessuno di noi avrebbe agito in quel modo...». Se gli chiedi se è stato un bravo carabiniere, il colonnello ritrova il sorriso. «Per me parlano le indagini, io non devo dire niente...». Si sfrega il mento, si aggiusta la giacca, il colonnello. E prima di salutare sussurra poche parole. «Fa male vedersi trattare come un delinquente».

Tutti si definiscono giornalisti, pochi lo sono veramente. Testimonianza “Per fatto personale”, scritta da Filippo Facci. "Alla fine del mio «Di Pietro, la storia vera» c’è un fuori-capitolo che racchiude alcune peripezie personali che ho sempre omesso di raccontare.  Non farlo neppure stavolta sarebbe stata reticenza."

Avevo ventiquattro anni e volevo fare il giornalista. Nel gennaio 1991 vantavo già tre o quattro querele e fu allora che incontrai Antonio Di Pietro per la prima volta. Avevo cominciato presto, e dal giornaletto in cui spadroneggiavo, a Monza, approdai a delle collaborazioni con «l’Unità» e con «la Repubblica». Tuttavia le querele giungevano scientificamente solo al giornaletto che mi dava da vivere e che perciò dovetti lasciare.

Di Pietro lo conobbi appunto per una querela: era in toga e me l’indicarono; gli rivolsi un saluto formale che lui non ricambiò. Non gl’importava nulla di quella causa, lo si capiva. Sembrava mestamente annoiato dalle sciocchezze e dalle querele di me giornalistucolo, e quella sua burocratica indolenza non me la sarei più schiodata dalla mente. La querela non ebbe seguito.

Finito il militare, i miei contatti con «l’Unità» e con «la Repubblica» erano saltati. Mi ero sposato l’anno prima, a ventitré anni, ed ero disoccupato: l’unico contatto che riuscii a procurarmi fu con la redazione milanese dell’«Avanti!», dove per un paio d’anni avrei lavorato da abusivo. A me importava solo di fare il giornalista.

Mi diedi da fare. Di Pietro lo rividi nel dicembre 1991 quando mi mandarono a intervistarlo con la testuale premessa che era «amico nostro». L’incontrai di nuovo seguendo Mani pulite: l’«Avanti!» era ritenuto il giornale dei ladri e lo chiamavano «la gazzetta degli avvocati», e tra una diffidenza e l’altra i nervi di una mia collega avevano cominciato a cedere; avevano mandato avanti me perché secondo il mio caporedattore ero un «cane sciolto».

Ma un cronista dell’«Avanti!», al tempo, aveva poche alternative tra l’essere considerato un cane sciolto o l’essere considerato un cane. Ricordo quando entrai nella sala stampa del palazzo di giustizia e tutti uscirono, come capitò anche a un cronista del «Secolo d’Italia». Ricordo quando davanti a una clinica privata, dove un famoso finanziere era agli arresti ospedalieri, il gruppetto dei cronisti cambiava marciapiede a seconda della mia posizione. Quando mi capitò di pubblicare dei verbali d’interrogatorio che guastarono i piani di chi scriveva in pool, poi, un collega mi disse a brutto muso che secondo lui i miei verbali erano falsi. Un altro cronista mise in relazione la fuga notturna di un dirigente socialista con una mia possibile spiata. Lo scrisse pure.

In tutto questo la situazione si era fatta ancora più complicata perché la sede romana dell’«Avanti!» vedeva nella redazione milanese un avamposto craxiano – ciò che era – e man mano che decresceva il potere di Craxi cresceva anche il tentativo di isolarci e di toglierci peso. Io formalmente neppure esistevo: non avrei potuto neanche stare in redazione; il direttore di allora, su cui non esprimo un’opinione perché non ho l’immunità parlamentare, si chiamava Roberto Villetti e ogni tanto telefonava da Roma per sincerarsi che io fossi rimasto a casa o scrivessi comunque da fuori, quando invece in redazione praticamente ci dormivo. A un certo punto, in un periodo in cui peraltro non arrivava più una lira perché le tangenti erano finite – questo l’avrei appreso poi – Villetti prese a togliermi anche la firma dagli articoli: ma neppure sempre, a giorni alterni, quando capitava. Pensai di aggirare l’ostacolo ricorrendo alla doppia firma col mio caporedattore milanese, Stefano Carluccio, un amico: ma a un certo punto il direttore risolse togliendo solo la mia firma e lasciando quella di Carluccio sotto articoli che però avevo scritto io.

Nell’insieme: lavoravo da abusivo per il giornale dei ladri, ero disprezzato dai colleghi e da chiunque in quel periodo sapesse dove scrivevo, completamente gratis, in teoria non potevo neppure entrare in redazione e sotto i miei articoli c’era la firma di un altro. Però c’era la salute.

Continuai a seguire Di Pietro e Mani pulite anche quando l’atmosfera si fece ancora più elettrica e quando due persone che conoscevo, inquisite, si suicidarono. Scrivere sull’«Avanti!» certo mi forzava a guardare le cose da un punto di vista speculare, ma probabilmente c’entrava anche il mio carattere e un’età in cui avevo davvero poco da perdere. In ogni caso il clima che ribolliva nel paese non mi piaceva. Mi venne naturale raccogliere del materiale su cui lavorare: di giorno, quindi, seguivo la cronaca, e la sera ci ragionavo, approfondivo, scrivevo, ne discutevo sino a tarda notte.

Continuai a occuparmi di Di Pietro anche quando l’«Avanti!» chiuse i battenti e rimasi a spasso. Era la fine del 1992. Fu un brutto colpo, soprattutto perché ormai ero catturato dagli avvenimenti. La redazione era chiusa ma spesso ci dormivo dentro perché a casa c’era qualche problema. Presi a indagare, feci domande in giro, raccolsi ritagli di giornale. Un paese intero invocava manette e io intanto fingevo di fare il giornalista come di consueto: assumevo informazioni, le ordinavo, le assemblavo, ne parlavo: solo che, il giorno dopo, non usciva nessun mio articolo. Mi limitavo a ingrassare e limare un mio libro impossibile, una sorta di rivisitazione della carriera di Di Pietro e della sua inchiesta devastante. Non avevo nient’altro da fare, né di nient’altro m’importava.

Era il periodo dei governi che non riuscivano a governare, l’anno delle bombe a Milano e a Roma, delle speculazioni internazionali: l’atmosfera da torbido complotto era illuminata solo dalla mirabolante traiettoria di Antonio Di Pietro. Un sondaggio, tra «abbastanza», «molta» e «moltissima», gli attribuiva il 90 per cento della fiducia degli italiani. Neppure certi suicidi eccellenti avevano scosso l’opinione pubblica: il 60 per cento degli italiani riteneva che l’uso della carcerazione preventiva andasse bene così. Neppure quel clima da carboneria e la mia vocazione di bastiancontrario mi divertivano più: ero pur sempre un ragazzo di ventisei anni che voleva fare il giornalista. Cercai di defilarmi.

Scrivevo. Il libro era ormai denso e particolareggiato sino alla paranoia, quasi quattrocento pagine che ingenuamente e nelle maniere più improbabili tentai di proporre a qualche casa editrice. Non interessò a nessuno perché ero un perfetto sconosciuto, ma nondimeno perché era il periodo che era. Sulla copertina di «tv Sorrisi e Canzoni » l’icona del magistrato più amato dagli italiani troneggiava su un titolo cubitale: Di Pietro facci sognare.

Conobbi Bettino Craxi semplicemente telefonandogli: fu poco prima che quasi lo linciassero all’Hotel Raphaël, all’inizio del 1993. Non dirò nulla di lui. Conobbi altre persone tra le più care, in quel periodo: uomini e ragazzi che difendevano storie che non erano le loro, e che dicevano follie che un giorno sarebbero state ovvie. L’effervescenza di Mani pulite mi disvelò codardie raggelanti e dignità insospettabili.

Il mondo delle persone normali, a poco a poco, mi perse. Sfumarono amicizie e affetti, il matrimonio era ormai consunto, mio padre intanto leggeva il forcaiolo «Indipendente» di Vittorio Feltri. Poi, un giorno di aprile, mi telefonò un personaggio di una fantomatica casa editrice straniera, uno che diceva di aver saputo del mio dattiloscritto da qualche collega di Palazzo Marino, la sede del Comune di Milano. Si disse interessato. Ci vedemmo due volte in un bar del centro e nel secondo incontro mi mostrò anche un libro pubblicato da questa casa editrice straniera, la Marshall di Dublino. Nel trattenere una copia del mio lavoro mi disse che uno scritto come il mio in Italia non sarebbe mai stato pubblicato, e con mio sbigottimento mi diede una busta che – verificai poi – conteneva 4 milioni in contanti. Gli lasciai anche due mie foto. Una, lo feci per scherzare, mi ritraeva che avevo circa un anno.

A metà luglio il settimanale «Il Sabato» pubblicò un dossier che conteneva tutta una serie di notizie imbarazzanti per Antonio Di Pietro. Erano cose che perlopiù conoscevo e che nel mio libro fantasma avevo sviluppato in parte meglio e in parte peggio. Furono sbrigativamente bollate come «calunnie» come capitava a ogni minimo rilievo mosso contro Di Pietro, ma fu un altro fatto a colpirmi. Mi suonavano stranamente familiari, di quel dossier, almeno un paio di passaggi. Ebbi l’impressione che l’estensore avesse quantomeno consultato il mio libro fantasma, ma fu solo un primo campanello d’allarme. Presto un altro episodio l’avrebbe terribilmente superato.

Il mio ex caporedattore, Stefano Carluccio, mi convinse a fare causa all’«Avanti!» così da ottenere almeno il praticantato d’ufficio, un riconoscimento legale che mi avrebbe permesso di fare l’esame da giornalista professionista. All’Ordine della Lombardia c’era Franco Abruzzo, ritenuto vicino a quel che rimaneva del Psi. La mia causa fu accolta. A Roma feci l’esame scritto e scelsi un tema sul cosiddetto «nuovismo» maturato dopo Mani pulite, anche se l’enfasi della titolazione avrebbe potuto indurmi a migliori consigli. Fui soddisfatto del mio lavoro, ma tempo dopo appresi che mi avevano bocciato. Diedi di nuovo l’esame scritto e scelsi l’analisi di un decreto legge sulla giustizia, il Decreto Gargani. Presi il voto più alto di tutta la sessione. Preparai l’orale e intanto non combinavo granché.

Nel dicembre 1992 avevo conosciuto l’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri, ex amicone di Antonio Di Pietro, e mi aveva già confidato qualche notevole aneddoto su Tonino, Ninì come lo chiamava lui. Passavo a trovarlo nella ridicola speranza che potesse aiutarmi a trovare lavoro e mi dava udienza anche perché era avvolto da una solitudine impressionante. Un giorno mi mostrò un faldone pieno di appunti infarciti di correzioni illeggibili, voleva una valutazione. La forma faceva abbastanza schifo e glielo dissi, ma gli proposi di fare un libro intervista purché corredato di domande e risposte vere. Pillitteri aveva lottizzato e piazzato giornalisti ai più alti livelli, ora aveva me. Ci mise un po’ ad accettare. A lavoro finito, l’ex sindaco mi favorì due appuntamenti con due editori, ma andò male. Nel febbraio 1994 tentai di mia iniziativa con la romana Newton Compton e sorpresa: accettarono. Mi posero dei tempi di consegna strettissimi così da uscire entro le elezioni del 27 marzo. Ero sbalordito.

L’esame orale da giornalista fu sempre in febbraio. Si doveva discutere una tesina scelta dal candidato e rispondere a un po’ di domande. I commissari sbirciarono il voto dello scritto e si compiacquero. Ma poi, di fronte a una commissione composta da magistrati e giornalisti, cominciai a discutere la tesina «Commistioni tra magistrati e giornalisti nell’inchiesta Mani pulite» perché ero fatto così. Anche un po’ scemo, a riguardarmi oggi, ma ero uno che non mollava mai. Gli altri aspiranti professionisti sgranarono gli occhi di fronte all’harakiri e l’esame non fu piacevole, durò almeno il doppio del consueto e anche la camera di consiglio si protrasse per un’ora secca. Fui promosso col minimo dei voti, grazie, appresi, a un commissario che poi venne a cercarmi.

Ero finalmente un disoccupato professionista e pensai che l’importante fosse non fermarsi. Cominciai a girare da un avvocato all’altro per raccogliere varie storie di malagiustizia, mia vecchia passione di quando sedicenne militavo nei Radicali. Cercai di condensare queste storie in un altro volume in cerca di fortuna. Ogni tanto ripensavo all’improbabilità di quell’editore straniero, tutte le stranezze, i contanti senza ricevuta, neppure un numero telefonico o un indirizzo dove rintracciarlo. Era sparito e pensai che potesse essere normale in un periodo in cui nulla lo era.

Un vecchio amico di mio padre lavorava alla neonata «Voce» di Montanelli, e provai lì. Erano in overbooking, ma il tizio mi procurò un appuntamento con Maurizio Belpietro, vicedirettore del «Giornale ». Quest’ultimo mi accompagnò dal capo della cronaca di Milano, Daniele Vimercati, e gli propose di mettermi alla prova. Ma non mi chiamò mai. Era un ottimo giornalista, era vicino alle posizioni di Bossi e io ero uno che aveva lavorato all’«Avanti!» da abusivo.

Un mattino mi segnalarono uno dei tanti anonimi su Mani pulite che circolavano per le redazioni. C’era una copertina grigia col titolo Gli omissis di Mani pulite e risultava edito da una certa «Marshall Ltd-Irlanda», firmato da Anonimo giornalista. Centonovantadue pagine fitte. Era il mio libro, Anonimo giornalista ero io. Sulla retrocopertina, piccolina, c’era anche la mia foto di quando avevo un anno.

Rimasi di sale. Da una parte la rabbia per quell’incredibile lavoro perduto nell’oceano degli anonimi, dall’altra un timore irrazionale di venire scoperto per aver fatto qualcosa che in realtà non volevo neppure nascondere. Fu difficile non parlarne con nessuno per mesi, per anni. Tanto più quando il settimanale «Panorama», poco tempo dopo, in un trafiletto, fece cenno al volume e titolò Veleni contro Mani pulite. Mi raccontarono che alcuni colleghi della giudiziaria si divertirono con la caccia all’autore e seppi che non sospettarono di me perché non mi ritenevano all’altezza.

Il libro intervista con Pillitteri, Io li conoscevo bene, uscì a marzo inoltrato. «Panorama» ci dedicò un’intera pagina e altri articoli uscirono sulla «Stampa» e sul «Messaggero». Spesso neppure mi nominavano, ma fui contento anche se dell’argomento principe del libro, Antonio Di Pietro e certi suoi legami imbarazzanti, preferirono non parlare.

Già lavoravo ad altro: la raccolta delle storie di malagiustizia mi appassionava. In luglio, nei giorni del disgraziato Decreto Biondi, il mio amico Luca Josi mi propose di presentarle sotto forma di libro in via di pubblicazione, anche se propriamente non c’era il libro e non c’era l’editore; diceva che si poteva contrapporlo a quanti, a fronte delle lagnanze garantiste, invocavano ogni volta esempi e casi concreti.

Nella saletta di un hotel romano, non certo grazie a me, intervennero Vittorio Sgarbi, l’avvocato Nicolò Amato e il professor Paolo Ungari. Uscì un trafiletto sul «Giornale» e uno sul «Corriere della Sera». Fu un risultato, dati i tempi. Qualche giorno dopo si fece vivo tal Roberto Maggi, già editore di Sgarbi con la sua Larus di Bergamo. Aveva letto il trafiletto sul «Corriere ». Disse che il libro gli interessava molto ma tutto venne rimandato a settembre. Gli credetti. Passai l’intero agosto a lavorarci sopra.

In settembre, dopo ripetuti rinvii, Maggi si rese irreperibile e compresi poi perché: stava per pubblicare La Costituzione italiana: diritti e doveri commentata da Antonio Di Pietro con prefazione di Francesco Cossiga. Presto avrebbe editato anche due testi di educazione civica sempre firmati dall’ex magistrato. Roberto Maggi cercò di convincermi che aveva grandi progetti e che non avrebbe avuto problemi a pubblicare anche me, perché era un liberale, e la cosa incredibile è che io credetti anche a questo. Continuai a lavorarci. Non ero cretino: ero di mente lineare, poco incline al barocchismo e al retroscena, figlio di mezzi tedeschi, soprattutto crederci era gratis.

Il mio ultimo appuntamento alla Larus di Bergamo fu il 3 febbraio 1995. Attesi due ore in una saletta e poi eccomi nell’ufficio di Maggi, dove appesa al muro c’era una gigantografia di Antonio Di Pietro firmata da Bob Krieger. Mi spiegò che non poteva permettersi di pubblicare il mio lavoro perché l’aveva mostrato all’ex magistrato. In sostanza aveva cercato di farsi bello con lui bloccando il mio libretto. Questo disse, almeno. Rimasi malissimo.

I primi di giugno 1995 ero a Monza a giocare a pallacanestro. Non possedevo un telefono cellulare e sul bordo del campetto d’un tratto comparve mio padre: mi disse che mi stavano cercando urgentemente dal «Giornale», quotidiano che intanto lui era passato a leggere. Finii la partita e solo molto più tardi, da una cabina del telefono, appresi che Di Pietro era stato inquisito a Brescia, e mi proposero di scrivere un articolo tipo «io l’avevo detto» sulla base di quanto avevo già scritto nel libro-intervista a Pillitteri. Dovetti precipitarmi al «Giornale» con la canottiera ancora madida di sudore e ricordo l’orrore negli occhi di Vittorio Feltri che allora se la tirava con l’eleganza british-campagnola. Scrissi un affresco sul reticolo di amicizie discutibili dell’eroe nazionale. Il giorno dopo, più di un quotidiano fu costretto a inseguirmi. «L’Unità», circa il libro intervista con Pillitteri, scrisse di «veleni», e «la Repubblica» che «il pamphlet rischia di diventare un best seller che pare già depositato agli atti dell’inchiesta di Brescia». Il best seller mi fruttò in tutto 1.081.623 lire. Cominciai a scrivere sul piccolo quotidiano «L’Opinione» grazie a una raccomandazione di Pillitteri, ma stavano per addensarsi nubi davvero nere.

Procure e redazioni, al tempo, erano invase da scritti anonimi contro la magistratura milanese, e si prospettava l’ombra di un Mister X che fungesse da suggeritore dei cosiddetti veleni indirizzati contro Di Pietro. Il clima da spy-story era a mille. Il 3 luglio 1995 sul «Giornale» lessi questo titolo: Mister X era già in un libro di due anni fa. Sottotitolo: Un memoriale anonimo pubblicizzò tutti i veleni e gli omissis del gruppo di Mani pulite. Testo: «Oggi andrebbe a ruba. Allora, nel maggio 1993, circolò per il tribunale come i samizdat clandestini del dissenso russo. Gli omissis di Mani pulite, un pamphlet di 192 pagine, raccontava già tutto. Gli anonimi e i Mister X che sono venuti dopo avevano alle spalle quel superdossier».

Avevo la certezza che non sarebbe finita lì. Ebbi l’irrazionale sensazione che qualcuno mi stesse cercando. Non mi trovò la Spectre, ma Stefano Zurlo del «Giornale». Mi telefonò e mi chiese esplicitamente se Mister X fossi io. Negai. Per giorni. A un mio generalizzato timore si accompagnava la consapevolezza che la storia dell’inglese che scippa i libri dei giovani cronisti era incredibile, nel senso di poco credibile.

Cedetti, ovviamente. La verità per la verità interessava relativamente, lo sapevo bene: la scoperta di un ingenuo Mister X probabilmente avrebbe potuto smentire chi prefigurava dei potenti burattinai di centrodestra dietro la diffusione dei dossier anonimi. Decisi di correre il rischio. Al «Giornale» incontrai Maurizio Belpietro per la quinta volta in una quinta veste diversa: prima ero stato un imberbe che cercava lavoro, poi l’autore di un libro intervista con Pillitteri, poi l’autore di un libro inesistente su casi di malagiustizia, poi un giocatore di basket avvolto da un alone non propriamente di mistero, ora un Mister X di ventotto anni che viveva al quartiere Giambellino. Gli chiesi come avessero fatto ad arrivare a me e mi rispose che mi aveva riconosciuto dalla foto di bambino stampata dietro il dossier.

«Il Giornale», il 24 luglio, aprì la prima pagina con uno spaventoso titolone: Ecco l’autore del dossier Di Pietro. Sottotitolo: Filippo Facci, un giovane cronista dell’«Avanti!», scrisse due anni fa un rapporto in cui anticipava le accuse all’eroe di Mani pulite. Si insisteva ancora col «samizdat clandestino del dissenso russo». Stavo per finire in un mare di guai. La Procura di Brescia mi convocò e mi interrogò per sei ore: il samizdat russo finì agli atti. Anche il libro intervista con Pillitteri era già finito agli atti. Vi finì anche la faccenda del libro sui casi di malagiustizia fermato dalla Larus. Mi chiesero del presunto editore inglese o irlandese e risposi che mi si era presentato come «Olinco» o forse «Holinko», non avevo mai visto il suo nome per iscritto. Gli inquirenti, com’era prevedibile, mi chiesero se avessi mai ricevuto altri dossier anonimi e gli consegnai quelli che avevo. Vollero sapere se li avessi utilizzati per scrivere il mio libro e li invitai a verificare che in qualche caso li avevo addirittura smentiti. Il giorno dopo, sul «Giornale»: Caso Di Pietro, cronista sotto torchio. Sottotitolo: Sei ore e mezzo senza neanche una pausa caffè. Pochi giorni dopo trovai la casa perquisita e devastata da chi cercava chissà che cosa. Non mancava nulla, a parte qualche documento poco significante. Sporsi denuncia alla polizia e fui interrogato di nuovo a Brescia.

Settembre coincise con propositi di rinnovata normalità: scrivevo sempre per «L’Opinione», mi concentravo sul lato oscuro di Antonio Di Pietro e setacciavo nuovi casi di malagiustizia. Ogni tanto, almeno una volta alla settimana, sentivo Craxi al telefono. Mi chiamava lui. Gli piaceva che io venissi praticamente dal nulla, per quanto poteva saperne.

Il 12 settembre 1995 sulla «Repubblica» uscì un articolone titolato Il Mistero Holinko. Sottotitolo: Salamone indaga su un libro contro Mani pulite. Un estratto: Chi è il signor Anthony Holinko? E chi si nasconde dietro la Marshall Ltd, casa editrice fantasma con sede forse a Dublino? La Digos bresciana sta indagando sul misterioso emissario dell’ancor più misteriosa Marshall, la casa editrice che nel ’93 pubblicò il libro Gli omissis di Mani pulite, un pamphlet che in Italia circolò semiclandestino, spesso in fotocopie, e che anticipava alcuni dei temi recenti delle accuse contro Di Pietro. Il pm Salamone sta cercando di capire se esistono dei legami tra la casa editrice irlandese e un’altra entità oscura apparsa sullo scenario recente di Mani pulite, l’agenzia investigativa americana, ma con ufficio di corrispondenza a Parigi, che avrebbe svolto, per conto di chissà chi, lunghe indagini sul passato dello scopritore di Tangentopoli.

Brescia. Dublino. L’America. Parigi. Il Giambellino. Un mattino mi contattò l’ex mezzobusto del Tg2 Alda D’Eusanio, mai conosciuta prima. Disse che aveva letto le mie disavventure e mi elencò dei colleghi che le avevano parlato bene di me, tutti nomi però a me sconosciuti. La incontrai a Roma e mi spiegò che per il programma «L’Italia in diretta», su Raidue, avrei potuto fare dei servizi su casi di malagiustizia purché non trattassero di politici. Accettai e iniziai la trafila per il contratto. Pensai che potessero c’entrare Pillitteri o Craxi.

Il 14 settembre ero ancora a Monza a giocare a pallacanestro. Trillò il cellulare che mi ero finalmente procurato: era Craxi. Cercai di capire se c’entrasse con la faccenda di Raidue: «La conduttrice mi ha parlato di come si potrebbe trattare il tema del garantismo», gli dissi, omettendo nomi e cognomi come era d’uso. Ma non riuscii a capire.

La conclusione della telefonata, testuale, fu la seguente:

Craxi: A te ti controlleranno il telefono, devo supporre…

Facci: Sì, forse, ma non è un problema…

Craxi (scherzoso): Nessunissimo problema, neanch’io nessunissimo problema…

In realtà c’era problema. Aspettando la Rai, mi ributtai sull’«Opinione » e su Di Pietro, tema che tirava molto. Furoreggiava l’inchiesta su Affittopoli e io mi ero fissato di trovare i dati sull’appartamento a equo canone che il Fondo pensioni Cariplo aveva concesso all’ex magistrato alla fine degli anni Ottanta. Ne avevo già scritto nel mio libro fantasma e nel mio libro intervista a Pillitteri, con tanto di indirizzo, ma la notizia non era mai deflagrata. Mi procurai lo schedario del Fondo pensioni Cariplo e un funzionario mi diede tutte le conferme del caso. Mi capitò di parlarne al telefono col mio amico Luca Josi. Sinché un mattino, per coincidenze varie, capii che «il Giornale» avrebbe probabilmente sparato la notizia l’indomani e mi prese il panico. Allertai il direttore dell’«Opinione», Arturo Diaconale, e scrissi l’articolo in un battibaleno. Nel tentativo di anticipare «il Giornale» telefonai a tutte le agenzie di stampa perché preannunciassero quel che «L’Opinione» avrebbe pubblicato, ma servì a poco. «Il Giornale» l’indomani sparò la notizia in prima pagina e quasi nessuno si accorse che sull’«Opinione» ne avevo scritto anch’io. Era il 22 settembre.

Il pandemonio fu il 29 settembre. Il pubblico ministero Paolo Ielo, al Tribunale di Milano, denunciò «campagne giornalistiche coordinate da Hammamet» e citò espressamente gli articoli che «il Giornale» aveva dedicato all’equo canone di Di Pietro: disse che la diffusione della notizia era stata pilotata da Craxi a Vittorio Feltri, e la riprova, aggiunse, ne era un’intercettazione telefonica tra Craxi e Luca Josi, il mio amico. Feltri venne additato come un robot craxiano e i telegiornali di mezzogiorno si scatenarono. Io ci misi poco a capire com’era andata davvero: io avevo parlato a Josi dell’articolo che stavo preparando per «L’Opinione» e lui probabilmente ne aveva fatto cenno a Craxi, ma le varie telefonate erano state intercettate e i magistrati avevano capito che si parlasse di un articolo per «il Giornale» anziché per «L’Opinione». Passai una mezz’ora disperata: che fare? Esporsi di nuovo? Temevo per il mio contratto con la Rai.

Mi esposi, chiaro. Telefonai al «Giornale» e feci pure fatica a farmi ascoltare. Il giorno dopo, morale, ecco un’altra intervista dove spiegavo tutta la dinamica. Vittorio Feltri titolò il suo editoriale Esigiamo pubbliche scuse e però scrisse così: «Filippo Facci, e non un mio redattore, ha attinto notizie da fonte socialista riguardo a Di Pietro … “L’Opinione” ha pubblicato la notizia in questione proprio su segnalazione di Luca Josi. Facci, che è persona onesta, ammette tutto ciò in un’intervista che riportiamo». Ma come? Era il contrario della verità: io nell’intervista non dicevo niente del genere, non avevo attinto a nessuna fonte socialista, avevo solo parlato a Josi di un articolo che stavo preparando. Ma niente da fare, Feltri ripeté le stesse cose al «Messaggero» e alla «Repubblica». In un’intervista al «Corriere della Sera» giunse a dire: «Avevo ragione. Abbiamo rintracciato Filippo Facci il quale ci ha confermato quel che sospettavamo». Cioè: adesso erano stati loro ad aver capito, e ad aver rintracciato me, ricettore di notizie provenienti da Hammamet.

Il robot craxiano ero diventato io. Telefonai al «Giornale» e l’indomani fu abbozzata una rettifica dallo stesso Feltri, ma era tardi: un altro delirante articolo di un cronista giudiziario, sempre e incredibilmente sul «Giornale» dello stesso giorno, mi citava tra gli «irriducibili collaboratori di Craxi» e cercava di dimostrare chissà che cosa con un collage di intercettazioni varie. Intanto «la Repubblica» titolava Craxi, il burattinaio e il «Corriere della Sera» È Craxi il segretario di Forza Italia. Tutti i giornali pubblicarono centinaia di intercettazioni tra Craxi e il resto del mondo. Altri telefonisti craxiani erano Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, e giornalisti come Enrico Mentana, Emilio Fede e Bruno Vespa. Un altro telefonista, Alessandro Caprettini, direttore dell’«Italia settimanale», fu licenziato. Il mio ex compagno di scrivania all’«Avanti!» Luca Mantovani, portavoce del parlamentare di Forza Italia Vittorio Dotti, fu licenziato a sua volta perché aveva spedito a Craxi la copia di un’interrogazione parlamentare. Mancavo io.

Tra i telefonisti c’era anche Alda D’Eusanio, l’ex mezzobusto che mi aveva proposto il lavoro alla Rai. I giornali pubblicarono un’intercettazione dove lei diceva a Craxi «Sarò la tua voce» e l’associarono a un’altra intercettazione, questa:

Craxi: A te ti controlleranno il telefono, devo supporre…

Facci: Sì, forse, ma non è un problema…

Craxi (scherzoso): Nessunissimo problema, neanch’io nessunissimo problema…

C’era problema. «L’Unità» del 5 ottobre deprecava il mio «contratto milionario» (66 milioni di lire lordi per un anno) e tre interpellanze parlamentari fecero il resto. Il contratto venne stracciato con il consenso del presidente della Rai Letizia Moratti. In sintesi: avevo dato una notizia vera, l’equo canone goduto da Di Pietro, e avevo perso il lavoro.

Nel giorno in cui «l’Unità» sanciva la fine di ogni mia velleità contrattuale, oltretutto, «Panorama» mi ritirava in ballo per il libro fantasma: un lungo e complicato articolo citava un dossier anonimo che avevo consegnato alla Procura di Brescia, uno dei tanti, e lo definiva «in stile Fbi». Si ritirava in ballo il samizdat russo o irlandese scritto al Giambellino. Il quotidiano «L’Indipendente» titolò Di Pietro spiato dai servizi segreti, citandomi.

Avevo ventott’anni, volevo fare il giornalista.

Nel periodo successivo divenni una specie di pendolare tra Milano e Brescia, nella duplice veste di cronista e di testimone. Di Pietro ormai era nel mio destino. Un’altra mia inchiesta sull’«Opinione», dopo una testimonianza che rilasciai sempre a Brescia, fece aprire un filone d’indagine contro l’ex magistrato per alcune sue presunte concussioni al ministero della Giustizia. Senza farla troppo lunga: mi sarebbe capitato di far iscrivere Di Pietro nel registro degli indagati altre due volte.

Di Pietro mi seppellì di querele e mi denunciò anche per calunnia. In una memoria difensiva chiese di appurare i miei rapporti con Craxi e di inoltrare rogatorie internazionali in Irlanda. Quando si discusse il rinvio a giudizio per calunnia, pochi mesi dopo, l’udienza preliminare durò sei ore e io e Di Pietro sfiorammo lo scontro fisico. L’ex magistrato ce l’aveva in particolare col mio libro fantasma: «È da quel dossier» disse «che sono cominciati tutti i miei guai». Ma quel dossier, che diversamente da altri non era un dossier ma solo un disperato e tentato libro, diceva tutte cose vere. Cose che reggono, ancor oggi, la prova del tempo. Fui prosciolto.

L’aria cambiò lentamente, ma cambiò.

Le storie di malagiustizia che riuscivo a trovare, grazie al rinnovato garantismo berlusconiano e al mio buon rapporto con Maurizio Belpietro, ottennero spazio sul «Giornale». Presi a collaborare anche con «Il Foglio» di Giuliano Ferrara. Ogni tanto, per esempio su «Panorama», uscivano articoli imbarazzanti che mi esaltavano come «il cronista che sapeva troppo ». Un quotidiano di Trento, non trovandomi, e in mancanza d’altro, intervistò mio padre. Dopo vari tentativi nel 1996 riuscii a trovare un editore anche per il libro sui casi di malagiustizia, intitolato Presunti colpevoli: lo pubblicò Mondadori. Altri giornali si soffermarono sul mio caso e a dirla giusta fu «Il Foglio»: «Dopo tre anni di peregrinazioni, Filippo Facci ha trovato l’editore, ma più probabilmente le condizioni politiche». Era la verità. Le stesse condizioni politiche, un anno dopo, mi permisero di pubblicare una prima biografia su Antonio Di Pietro sempre per Mondadori. Temendo chissà che cosa, Di Pietro disse alla «Repubblica»: «So cosa vogliono fare, … chi lo fa. E ho preso le mie contromisure. Anzi vorrei dare un consiglio: chi sta realizzando la diffusione di un pamphlet che mi riguarda, ci pensi due volte».

Il libro uscì lo stesso. In autunno, davanti al palazzo di giustizia milanese, per la stupida legge dei corsi e ricorsi, ci fu una manifestazione del centrodestra in cui il libro fu addirittura agitato da qualche manifestante, o questo almeno lessi.

I primi di giugno 1999 ero di nuovo a Monza a giocare a pallacanestro quando un mio compagno di squadra mi disse che alla sua fidanzata, studentessa alla Cattolica, avevano chiesto di me durante un esame. Impossibile, dissi. Era vero. L’esame era Storia del giornalismo italiano e nel tomo intitolato appunto Storia del giornalismo italiano dalle origini ai giorni nostri, a pagina 366, c’era un capitoletto titolato «Le fonti e le disavventure delle notizie». Si parlava di «tre casi limite, espressione di tre diversi momenti della storia italiana: portano il nome di Zicari, Pecorelli e Facci».

Di Giorgio Zicari ricordavo che era talmente ben informato che l’accusarono di essere colluso coi servizi segreti, di Mino Pecorelli che ebbe la fama di ricattatore prima di essere preso a revolverate nel 1979. Il terzo ero io.

"Curiosa e ambigua la vicenda di Filippo Facci, un giovane di 26 anni nel 1993, che rimane disoccupato quando l’«Avanti!» chiude il 31 dicembre 1992. Il quotidiano del Partito socialista, fondato il 25 dicembre 1896 da Leonida Bissolati, viene travolto dallo scandalo di Tangentopoli che distrugge la carriera politica di Bettino Craxi, costretto a fuggire in esilio nella sua villa di Hammamet, Tunisia. Facci è autore di un libro intervista al cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano. S’intitola Io li conoscevo bene. Nel 1993, colleziona particolari e notizie su Antonio Di Pietro, ne escono centonovantadue pagine che documentano le amicizie pericolose del pubblico ministero più famoso d’Italia e simbolo del rinnovamento morale. Il dattiloscritto viene pagato 4 milioni da un oscuro personaggio, sedicente editore di una piccola casa editrice irlandese. Alcuni mesi dopo, pagine del libro iniziano a comparire sui quotidiani, ma il volume ancora non è stampato. Circolerà in seguito clandestinamente. I contenuti entreranno nell’inchiesta giudiziaria su Di Pietro che si concluderà a Brescia nel marzo 1996 con il proscioglimento dell’ex magistrato."

In autunno ricevetti qualche invito residuo a presentare la biografia su Di Pietro, e uno mi colpì in particolare: era del Rotary Club Milano Giardini, accanto al palazzo della stampa dove c’era la redazione dell’«Avanti!». Il giornalista che mi aveva invitato era lo stesso che anni prima aveva impaginato quel Di Pietro, facci sognare che troneggiava sulla copertina di «tv Sorrisi e Canzoni». Fu lui a dirmelo. Quella sera, per farmi voler bene, dissi subito qualcosa che ripeto ancor oggi: «Negli anni di Mani pulite, la percentuale di italiani favorevoli ad Antonio Di Pietro ha oscillato tra il 90 e il 95 per cento. Se mi applaudite, ora, presumo che sia perché al tempo rientravate in quel residuo 5-10 per cento».

Nel maggio 2000, vagando per Milano in motorino, imboccai sparato via Giulio Uberti in netto contromano: un’auto blu dovette inchiodare e rischiò seriamente di mettermi sotto, la ruota anteriore del mio scooter si fermò a non più di un centimetro dal suo paraurti. Alzai il braccio per scusarmi. Mi avvicinai e vidi che alla guida c’era il pubblico ministero Paolo Ielo, autore peraltro di un paio di querele contro di me. Sembrava impietrito. Abbassò il finestrino e mi disse: «Facci, ma se poi ti mettevo sotto, chi ci credeva che era colpa tua?».

Antonio Di Pietro, per molti anni, rifiutò ogni invito in programmi televisivi dove fosse prevista la mia presenza. Ha cambiato atteggiamento dal 2005 in poi.

Dei colleghi che uscivano dalla sala stampa quando vi entravo io, ora, almeno quattro sono discreti amici. Il collega che mi accusò d’aver pubblicato dei verbali falsi è passato a scrivere gialli metropolitani, come in fondo faceva già allora. L’altro collega che m’accusò di aver favorito la fuga di un dirigente socialista ha sposato una mia amica.

Nel tardo agosto 2009, con il ritorno di Vittorio Feltri in via Negri, ho abbandonato «il Giornale» dopo quindici anni. Il collega che fece un collage di intercettazioni telefoniche sul «Giornale» e fece strappare il mio contratto, Gianluigi Nuzzi, oggi condivide il mio stesso incarico – inviato speciale a «Libero» – sotto il mio stesso direttore, Maurizio Belpietro.

Dal 1992 a oggi è passata una mezza generazione e ci sono giovani e meno giovani che di Antonio Di Pietro sanno a malapena che faceva il magistrato. Credo di aver scritto questo libro anche per loro.

http://www.wuz.it/intervista/682/intervista-portanova.html

http://www.unita.it/news/82144/la_banda_in_divisa

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/sentenza-abu-omar-mancini-quasi-esulta-costernato-seno-141061/

http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_16/seno_abu_omar_condanna_biagio_marsiglia_9377ddcc-d2dd-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano


MAGISTROPOLI

I giudici di Milano si trattano (molto) bene: prendono 169mila euro l'anno di stipendio. Il Recoconto de “Il Giornale”.

Al via l'operazione trasparenza voluta da Livia Pomodoro: presentato il bilancio 2010-2011 del Tribunale di Milano. Il primo presidente della Cassazione si porta a casa ogni anno circa 305mila euro. Ma anche le toghe meno blasonate (in Italia sono più di 10mila) non se la passano tanto male. Gli extra: 719mila euro sono stati spesi per gli straordinari, mentre 691mila per i pasti.

Mettiamola così: c’è chi sta peggio. Perché se è vero che il primo presidente della Cassazione si porta a casa ogni anno qualcosa come 305mila euro, anche le toghe meno blasonate e in Italia ci sono più di 10mila magistrati non se la passano tanto male. Lo spaccato arriva dal bilancio 2010-2011 del Tribunale di Milano. L’operazione trasparenza - voluta dal presidente del «Palazzaccio» Livia Pomodoro e da quello della Corte d’Appello Giovanni Canzio - permette di dare una dimensione ai costi della giustizia, e di fare i conti in tasca a pm e giudici. Partendo da un dato: quasi la metà delle spese serve a pagare i magistrati. I numeri, dunque. Il tribunale di Milano ha avuto un costo per la collettività che ha sfiorato i 90 milioni di euro, a fronte di 24 milioni di euro di entrate per l’erario derivanti da contributo unificato (in pratica, la tassa sulle cause civili e amministrative), dal recupero crediti, dai sequestri e dai depositi giudiziari. Per l’esattezza, per far funzionare il gigante di corso di Porta Vittoria sono serviti 88 milioni e 665mila euro. Di questi, 46 milioni e 516mila sono finiti nelle buste paga delle toghe, che a Milano sono 275 (21 i posti vacanti). In media - tenendo però presente che lo stipendio di un pubblico ministero appena uscito dal concorso è ben lontano da quello di un presidente di sezione - fanno 169mila euro l’anno ciascuno. A questa cifra, poi, vanno aggiunti i 17 milioni e 200mila euro di competenze fisse per i 102 magistrati della Corte d’Appello. E anche in questo caso, si sfiorano i 169mila a toga. Ma non ci sono solo i giudici. La macchina della giustizia, per andare avanti, ha bisogno anche dei «gregari». Ovvero, il personale amministrativo. A Milano, i dipendenti effettivi del Tribunale sono 573 (anche se la pianta organica ne prevede 703). Per loro, lo Stato ha versato poco più di 21 milioni di euro. Quelli della Corte d’Appello, invece, sono 189 (ne mancano 38), e sono costati 6 milioni e 300mila euro. Se poi si aggiungono gli «altri costi del personale» - sia di magistratura che amministrativo- il bilancio del tribunale lievita. A sommarsi, ad esempio, sono i 719mila euro per gli straordinari e le indennità accessorie («turnazioni, assistenza al magistrato, videoconferenze, guide blindate ecc.»), i 691mila di buoni pasto (la Corte d’appello spende 246mila euro in ticket restaurant), i 19mila di indennità di missione e gli 8mila per quella di trasferimento. Gran parte dei fondi erogati dal ministero, dunque, sono serviti a pagare magistrati e (in misura minore) dipendenti del sistema-giustizia. Il resto - poco più del 20% del totale - per tenere in piedi il Palazzo. Il Tribunale, ad esempio, è costato più di 3 milioni e 400mila euro in manutenzione e pulizia, quasi 2 milioni e mezzo in «gestione e consumi» (47mila euro per l’acqua, 612mila per l’elettricità, un milione e 300mila per riscaldamento e climatizzazione, 457mila per le bollette del telefono), un milione e mezzo di euro per le spese di vigilanza e oltre 400mila euro per le spese di facchinaggio. Un altro 10% del totale (circa 8 milioni e 700mila euro), è andato in spese varie, come viaggi (51mila euro), indennità per i giudici onorari (336mila euro), difensori d’ufficio (quasi 3 milioni e 800mila euro tra penale e civile). Poi, 365mila euro sono stati utilizzati per toner, carta, materiale di cancelleria, stampati e registri del Tribunale, 11mila per la manutenzione di fax e scanner, 53mila per gli archivi elettronici, 16mila per la manutenzione dei mezzi di trasporto, oltre 18mila per il carburante, e 2mila per le autostrade. Tra le spese definite «residuali», infine, c’è pure la Tarsu. E svuotare i cestini della giustizia, è costato 185mila euro.

Casta intoccabile, dalle vacanze agli orari liberi. Regole ad hoc per i magistrati. Le retribuzioni crescono in automatico. E nessuno paga per gli errori. È una corporazione - anche se talvolta si percepisce come contropotere - e come tale difende i suoi privilegi. Chi supera il fossato che separa la magistratura dalla società trova regole costruite su misura. Il giudice, tanto per cominciare, ha quarantacinque giorni di ferie che in realtà diventano cinquantuno. Un lusso che l’Italia non si potrebbe permettere, ma nessuna proposta di legge è riuscita a cancellare. Anche se l’arretrato che pesa sulla giustizia civile supera i cinque milioni di fascicoli, il pacchetto vacanze non si tocca. La soluzione, spiegano le toghe, è sempre altrove. Introvabile. Così il sistema di potere si sposa con una gestione perfettamente burocratica che livella in alto la categoria. Gli stipendi crescono di fatto quasi in automatico: ci sono le valutazioni, in tutto sette step, ma salvo casi davvero rari, un magistrato dopo ventotto anni arriva a guadagnare quasi settemila euro netti al mese. Settemila euro per tutti: per i pm di prima linea, per le star e per i travet, per il giudice di provincia e per quello della metropoli, per quello del Nord e per quello del Sud. Si può dirigere un ufficio nevralgico o svernare in un sonnacchioso e defilato palazzo di giustizia: non cambia nulla. Non ci sono orari e - ci mancherebbe - campanelle. C’è, qualche volta, la buona volontà: l’ex presidente del tribunale di Roma Luigi Scotti ha raccontato al Giornale che a suo tempo, solo lasciando bigliettini di saluto nelle stanze abbandonate dai colleghi per il rito del caffè, aveva registrato un aumento di produttività del 10 per cento. Ovvio: la professione ha una sua specificità che affonda le radici nella Costituzione. Ma basta poco per trasformare le garanzie in barriere salvacasta. La retribuzione va su come una funivia, agganciata al cavo dell’età, chi lavora poco se la cava con poco. E chi sbaglia spesso non paga. Nel periodo 1999-2006 su 1004 procedimenti disciplinari ben 812 sono finiti con l’assoluzione e 126 con una condanna ultrasoft, morbidissima, quasi come una carezza: l’ammonimento. Al Csm si è visto di tutto: un pubblico ministero che si era inginocchiato a chiedere l’elemosina a due passi dal tribunale è stato dichiarato incapace di intendere e di volere in quel momento, ma capace, capacissimo di chiedere arresti e di condurre inchieste dal giorno successivo. E dunque è rimasto serenamente al suo posto. Come quei magistrati che sono scivolati nel ridicolo: c’è chi ha concesso a un detenuto il permesso di incontrare il figlio per il compleanno dodici volte l’anno e chi ha fatto ipnotizzare un testimone per ricostruire la scena di un omicidio. Certo, le statistiche non dicono tutto: c’è anche chi si è tolto la toga prima di affrontare un processo a dir poco imbarazzante e dunque non fa numero, ma le sanzioni pesanti o peggio - quello che con terminologia laica si chiama licenziamento - sono merce rara. Rarissima. Il magistrato, in linea generale, vive in un porto protetto dove le onde della crisi non arrivano. E poi l’esperienza insegna che il giudice, in teoria un tecnico riservato e lontano dai media, spesso e volentieri finisce in vetrina. E da lì si lancia verso altre carriere. Fra le più gettonate, naturalmente, la politica. Molti giudici sono diventati parlamentari o amministratori locali. Poi, altro tratto davvero italiano, dopo aver militato nel Pd o nel Pdl sono comodamente ritornati al punto di partenza. In nome del popolo italiano.

IL CASO BOCCASSINI

In tempi in cui la magistratura si può accanire contro un Premier e questo, anziché intervenire sulle anomalie del sistema, personalizzando li accusa di essere sovversivi e comunisti, ci si chiede cosa accadrà al povero cristo. Intanto su “Il Giornale” del 27 gennaio 2011 esce quest’articolo “ La doppia morale della Boccassini”, di Anna Maria Greco.

Nel 1982 la Boccassini venne sorpresa in "atteggiamenti amorosi" con un giornalista di Lotta Continua. Davanti al Csm si difese come paladina della privacy. E fu assolta. Ora fruga nelle feste di Arcore, ma allora parlò di "tutela della sfera personale".

Ve la immaginate l’agguerrita pm dello scandaloso «caso-Ruby», che ha frugato nelle feste di Arcore e ascoltato le conversazioni pruriginose delle ragazze dell’Olgettina, nelle vesti della paladina della privacy? Eppure, per difendere se stessa al Csm da accuse boccaccesche, che definisce «un’inammissibile interferenza», Ilda Boccassini dichiara: «Sono questioni che attengono esclusivamente alla sfera della mia vita privata, coperta, come tale, da un diritto di assoluta riservatezza». Succede molti anni fa, nel 1982, quando l’allora giovane sostituto alla Procura di Milano viene sottoposta a procedimento disciplinare. L’accusa, si legge negli atti del Csm, è di «aver mancato ai propri doveri, per aver tenuto fuori dell’ufficio una condotta tale da renderla immeritevole della considerazione di cui il magistrato deve godere, così pure compromettendo il prestigio dell’ordine giudiziario». Diciamo subito che, l’anno dopo, la Boccassini viene assolta a palazzo de’ Marescialli. E proprio in nome della tutela alla riservatezza della vita personale. La sezione disciplinare del Csm, infatti, «nel ribadire il proprio orientamento in materia di diritto alla privacy del magistrato, ritiene che il comportamento della dottoressa Boccassini non abbia determinato alcuna eco negativa né all’interno degli uffici giudiziari, come provano le attestazioni dei colleghi della Procura, né all’esterno». Il fatto di cui si parla appare banale, perché riguarda abbracci e baci con un uomo per strada, a due passi dal Palazzo di Giustizia. «Atteggiamento amoroso», lo definiscono con scandalo nel rapporto di servizio due guardie di scorta ad un pm aggiunto della Procura. Il «lui» in questione non è uno sconosciuto, ma un giornalista di «Lotta continua», accreditato presso l’ufficio stampa del tribunale. Salteranno fuori altri episodi e si parlerà anche di rapporti con un cronista dell’Unità. Il tutto va collocato in un contesto preciso: quello degli Anni di piombo, di scontro, tensioni, sangue e forte militanza politica anche da parte di magistrati e giornalisti sulla linea che lo Stato doveva tenere verso i terroristi. Poco prima di questi fatti, nel 1979, uno dei pm di Milano e cioè Emilio Alessandrini, era stato ucciso da esponenti di Prima linea mentre andava a Palazzo di Giustizia. Lo ricorda il Procuratore capo Mauro Gresti, quando si decide a segnalare la questione e a chiedere il trasferimento d’ufficio della Boccassini, parlando di altri episodi «disdicevoli» dentro la Procura, legati a «presunti comportamenti illeciti», tra l’autunno 1979 e l’inverno 1980, che prima non aveva denunciato. A segnalare incontri molto ravvicinati, violente liti, riunioni serali in ufficio erano stati un ex-carabiniere addetto alle pulizie e un tenente colonnello dell’Arma. Gresti sottolinea che a farlo muovere non fu tanto «lo sconcerto procuratomi dall’esibizione di affettuosità più consone all’intimità di quattro mura che alla pubblicità di una via, ma piuttosto lo sconcerto per la constatazione che l’oggetto delle affettuosità della Boccassini era una persona solita a frequentare gli ambienti della Procura di Milano per ragioni della sua professione giornalistica». Una persona che più volte aveva «manifestato il proprio acido dissenso verso la linea della fermezza adottata dai magistrati della Procura nella lotta al terrorismo e alle sue aree di supporto», con un «atteggiamento di critica preconcetta all’operato delle istituzioni». Sembra che il Procuratore si preoccupi di legami personali che possano favorire fughe di notizie o, addirittura, l’ispirazione di articoli e campagne di stampa contro il suo ufficio. In particolare, critica la politicizzazione di magistrati come la Boccassini (già allora aderente alla corrente di sinistra Magistratura democratica), che avevano anche sottoscritto un documento di solidarietà per un imputato di terrorismo che, con lo sciopero della fame, chiedeva di essere trasferito in un carcere normale. E contro le carceri speciali, sottolinea il Procuratore allegando alcuni articoli, contemporaneamente scriveva anche il giornalista amico di Ilda. Per Gresti, quell’iniziativa dei pm era stata «un proditorio attacco all’atteggiamento di intransigente e ferma lotta all’eversione proprio dei magistrati dell’ufficio stesso che trattavano di terrorismo, nonché una chiara manifestazione di dissenso dalla loro linea, del tutto inopportuna e tale da poter sottoporre a pericoli la loro incolumità personale». In sostanza, dice con durezza il Procuratore, va bene la libertà d’opinione, ma così si poteva anche involontariamente «additare come obiettivi da colpire i magistrati impegnati nella difesa intransigente delle istituzioni». E qui Gresti ricorda proprio Alessandrini, «barbaramente trucidato dai terroristi in un vile attacco». Questa lettera al Procuratore generale della Cassazione e al Pg della Corte d’appello è del giugno 1982, mentre si celebra il processo disciplinare iniziato a dicembre, che si concluderà con l’assoluzione. È provocata dall’iniziativa di 27 pm (c’è anche Alfonso Marra, quello dimessosi per la P3), che a marzo insorgono in difesa della Boccassini, «ingiustamente offesa anche nella sua dignità di donna» anche da una «pubblicità di per sè umiliante». Parlano di «pettegolezzo» che incide nella «sfera della riservatezza personale» e di rischio per tutti di «inammissibile interferenza nella vita privata». Il primo a firmarla è Armando Spataro, collega della Boccassini alla Procura e suo difensore a Palazzo de’ Marescialli. È lui a redigere la memoria difensiva dell’aprile ’82, in cui spiega che la pm non è voluta entrare nel merito delle accuse rivoltele in nome della privacy, ritenendo «umiliante» dover spiegare e giustificare rapporti personali con un giornalista, di cui Spataro difende la correttezza. E aggiunge: «Il concreto esplicarsi della vita privata del magistrato, come quella di ogni cittadino, non può essere soggetto a limiti o divieti precostituiti per legge». Dunque, non può essere sanzionato alcun rapporto personale con persone che lavorano nello stesso ambito. Sempre che non si arrivi a comportamenti scorretti, come «la rivelazione ad un giornalista di notizie coperte da segreto istruttorio». La difesa non convince e c’è il rinvio a giudizio della Boccassini. Ma il Pg della Cassazione, Sofo Borghese, chiede la «perentoria censura» con il trasferimento, non per questioni di sesso, moralità o decoro. Per lui i comportamenti del pm sono gravi «non certo per il compiaciuto scambio di vistose affettuosità» vicino al Palazzo di Giustizia, ma perché l’altro è un giornalista accreditato al tribunale. «Intuibili perciò - afferma il Pg - le facili battute, il pettegolezzo spicciolo, le maliziose insinuazioni e, soprattutto, il sospetto - fondato o meno non importa - nell’ambiente giornalistico, forense o in altri a questi vicini, che la pubblicazione di talune notizie possa ricollegarsi a privilegiate confidenze». Per Borghese «urge» intervenire, per «evitare prevedibili intollerabili malintesi o capziose strumentalizzazioni tali da non consentire di amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario». Il sostituto pg Antonio Leo sostiene l’accusa, si svolge l’istruttoria, si ascoltano i testi, si ricostruiscono altre vicende. Tutto per appurare se il pm ha tenuto «in ufficio o fuori una condotta tale che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario». Per smontare il capo d’accusa, Spataro fa stralciare gli altri episodi e sostiene che si tratta solo di un fatto privato che non si è svolto «secondo modalità illecite o anche solo sconvenienti». È «non soltanto perfettamente lecito, ma anche assolutamente normale». La sentenza di assoluzione della sezione disciplinare del Csm, guidata dal vicepresidente Giancarlo de Carolis, arriva ad aprile ’83.”

IL CASO MARRA

La prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di avviare il trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti del presidente della Corte d'appello di Milano, Alfonso Marra, a seguito del suo coinvolgimento nelle intercettazioni relative all'inchiesta sull'eolico. La decisione è passata con quattro voti a favore; in commissione ha votato contro soltanto il laico di centrodestra, Anedda. Non ha partecipato al voto Giuseppe Berruti, che nelle intercettazioni viene considerato il maggior ostacolo alla nomina di Marra.

In un'informativa datata 18 giugno 2010, parlando dell'attività svolta dal gruppo occulto, i carabinieri descrivono la "vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della Corte d'appello di Milano. Non appena Marra - riferiscono i militari - ha ottenuto, dopo un'intensa attività di pressione esercitata dal gruppo (e in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l'ambita carica, i componenti dell'associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista Per la Lombardia". Marra ha commentato:  "Sono contento che il Csm abbia aperto la procedura così si chiarirà la mia posizione".

Intanto restano in carcere l'affarista sardo Flavio Carboni e il magistrato tributario Pasquale Lombardi. I giudici del tribunale del riesame di Roma hanno respinto, infatti, le istanze di remissione in libertà o concessione degli arresti domiciliari per i due indagati. I pubblici ministeri avevano dato parere negativo alle richieste dei legali.

In seguito a ciò, il 16 luglio 2010  è stato pubblicato l’editoriale del direttore di “Libero”, Maurizio Belpietro dal titolo:  “La cricca dei giudici”. "Se uno di noi fosse sospettato di aver violato la legge e di essere al servizio di pericolosi criminali, il minimo che gli potrebbe capitare sarebbe di essere indagato, il massimo di finire in galera. Cosa che non accadrebbe se si trattasse di un magistrato. Nel qual caso infatti si verrebbe trattati con mille attenzioni, anzi, con mille attenuanti, perché la casta delle toghe è seria, non come quella dei politici, che fa finta di essere  potente e poi finisce alla berlina ogni giorno sulle prime pagine dei giornali. Dunque, cari lettori, non fatevi ingannare dal caso Marra, il presidente della Corte d’appello di Milano finito nelle intercettazioni telefoniche della P3. Il suo trasferimento per incompatibilità è infatti la manovra per mettere tutto a tacere o, peggio, per imbrogliare le carte. Mi spiego. Se Marra fosse per davvero un magistrato in combutta con la cricca di Flavio Carboni e si fosse macchiato della grave colpa di aver brigato per favorire la P3 - cosa a cui io non credo -  non dovrebbe essere trasferito ad altra sede, come si appresta a fare il Csm. Semmai, dovrebbe essere radiato, perché non ha le qualità morali per fare il magistrato. Il trasferimento al contrario stabilisce che Marra non faccia più il giudice a Milano, ma possa continuare a farlo altrove, come se nulla fosse accaduto. Del resto, il Consiglio superiore della magistratura è specialista nell’assolvere i suoi protetti.....".

IL CASO PIACENTINI

Il Presidente del Tar Lombardia Piermaria Piacentini accusato di abuso d’ufficio e corruzione. Sospetti su una consulenza a Balducci.

Il suo ufficio ha dato ragione al padre di Eluana Englaro contro la Regione Lombardia, ha avuto in mano la sorte delle elezioni regionali riammettendo le liste Formigoni dopo il pasticcio delle firme, e quasi ogni giorno maneggia contenziosi da centinaia di milioni di euro: proprio l’importanza del suo ruolo rende ancora più delicato il fatto che ora Piermaria Piacentini, presidente del Tribunale amministrativo regionale (Tar) della Lombardia, sia indagato dalla Procura di Milano per l’ipotesi di abuso d’ufficio e di corruzione. Uno stralcio dell’inchiesta della Procura di Firenze sulla cosiddetta «cricca degli appalti», trasmesso insieme a intercettazioni in particolare sui rapporti tra Angelo Balducci (presidente del Consiglio dei Lavori Pubblici), Fabio De Santis (Provveditore alle opere pubbliche della Toscana) e l’avvocato Guido Cerruti, ritenuto dagli inquirenti fiorentini un «collettore » di tangenti nell’interesse di Balducci e De Santis.

Nel 2007 Infrastrutture Lombarde, società della Regione, indice la gara per la costruzione e gestione dell'autostrada regionale Broni-Pavia-Mortara da 1 miliardo e 800 milioni di euro, e nel luglio 2008 assegna in via provvisoria l'appalto alla Sabrom, escludendo il Consorzio Stabile Sis perché non avrebbe ricompreso nel piano finanziario i costi del personale. Il Consorzio Sis ricorre al Tar lombardo, il Tar il 23 luglio incarica il Provveditore alle opere pubbliche della Lombardia di verificare l'offerta Sis, e il 28 ottobre il Provveditore sposa la scelta di Infrastrutture Lombarde. Ma il Tar il 22 luglio 2009 dispone una nuova consulenza tecnica d’ufficio, che affida ad Angelo Balducci, il quale con la propria consulenza rimette in corsa il Consorzio Sis.

Fin qui la storia ufficiale. Che però le intercettazioni sembrano raccontare con altre sfumature. L’8 luglio 2009 Piacentini al telefono spiega all’avvocato Cerruti di aver perso un appunto e gli chiede di rimandarglielo per posta elettronica: «Senti Guido io ti devo chiedere... tu mi manderai a... ma io ti devo chiedere di rimandarmi via e-mail... se è possibile subito... l’appunto su... il modulo di ordinanza perché non so se me lo sono dimenticato a Roma eccetera e volevo sistemare (…) ci siamo capiti (…) tu me l’hai mandato... l’ho visto... ma non...». Cerruti lo rassicura, poi però chiama la sua collaboratrice di studio, avvocato Raffaella Di Tarsia, e si irrita per il fatto che il presidente del Tar abbia nuovamente perso la traccia per le nomine: «La realtà supera la fantasia sempre… perché il presidente… si è riperso tutto... allora vorrebbe subito... di corsa... via e-mail nuovamente la traccia… per nomine e cristi e madonne varie... Io non ti dico guarda veramente... tutto il disgusto e il disprezzo...Ma manda, dai!». Il problema è che Di Tarsia non ha più copia, avendo ritenuto opportuno distruggerla «...perché io giustamente l'ho frullata... l'ho buttata…». Cerruti si dispera, dando l’impressione che il documento abbia natura illegale: «Ma porca… ci vado io in galera... lo chiamo io...».

E chiama l’avvocato Patrizio Leozappa, genero del presidente del Tar del Lazio Pasquale De Lise, che secondo gli investigatori «risulta in stretti rapporti con Balducci e l’imprenditore Diego Anemone». Leozappa da un lato gli fa capire di avere una copia conservata in un luogo sicuro («Fammi fare mente locale perché mi pare che per prudenza l'ho messa da qualche parte»), ma dall’altro gli consiglia, sempre per prudenza, di non mandarla via mail a Piacentini. Cerruti però gli dice di non avere scelta: «Figlio mio, ma che dobbiamo fare? Mi ha chiesto l'e-mail e io gli mando l'e-mail... è la terza volta». Leozappa si offre almeno di togliere dal documento riferimenti pericolosi, «la pulisco dai!... la pulisco così evitiamo...». Di certo c’è che il 20 febbraio 2010 la consulenza di Balducci, depositata al Tar lombardo, rimette in corsa il consorzio Sis nella gara d’appalto. E i rappresentanti legali della Sis nella causa erano proprio Cerruti, Di Tarsia e Leozappa.

IL CASO GROSSI

Il giudice con i conti in Svizzera. La Grossi nei guai per la lista Falciani. Magistrato fallimentare, era indagata per gli incarichi a professionisti amici. Dal Lodo Mondadori a Villa Certosa, le sue cause si sono incrociate con gli affari di Berlusconi di WALTER GALBIATI ed EMILIO RANDACIO su “La Repubblica”

"La zarina del Tribunale fallimentare di Milano, finita sotto inchiesta (e dimessa dal ruolo) per il giro di consulenze e incarichi assegnati a professionisti amici o ai quali era affettivamente legata, aveva i conti in Svizzera. Il nome di Maria Rosaria Grossi compare tra i 7mila nominativi della lista che la polizia francese ha sequestrato a Hervé Falciani, francese, ingegnere informatico ed ex dipendente della Hsbc Private Bank di Ginevra. Una lista di potenziali evasori del Fisco che la Guardia di finanza e l'Agenzia delle entrate stanno passando al setaccio. La posizione della Grossi è attiva fino al 2003 e probabilmente, grazie a scudi, condoni e prescrizioni, non determinerà conseguenze di carattere penale. Eppure quella sola presenza getta un'ombra in più sull'operato del giudice, la cui condotta è descritta minuziosamente nei verbali del procedimento bresciano, nel quale è accusata di concussione (per un episodio, mentre il pm Fabio Salamone ha chiesto e ottenuto l'archiviazione dal gip Roberto Gurini per il reato di abuso d'ufficio). L'udienza per decidere sul rinvio a giudizio è fissata per il 15 marzo 2011. A parlare negli interrogatori è Mauro Vitiello, magistrato in servizio al Tribunale di Milano, sezione fallimentare e dunque ex collega della Grossi: "Era sospettata di scambiare favori di natura economica con professionisti vari utilizzando il sistema della loro nomina nelle procedure concorsuali. Altra voce che correva sul conto della Grossi era relativa al fatto che avesse avuto relazioni sentimentali con avvocati e professionisti che lavoravano nello stesso settore dove lei svolgeva attività di giudice". Vitiello fa riferimenti espliciti: "La Grossi si occupò della vicenda lodo Mondadori (...) In particolare aveva fatto scalpore la circostanza che la causa fosse stata assegnata proprio alla Grossi, che a quel tempo aveva una relazione con l'avvocato Bruno Giordano, a sua volta avvocato, credo, in ambito assicurativo del gruppo Berlusconi". È poi un commercialista, Giovanni La Croce, a raccontare come la Grossi abbia chiesto a Marina Giordano, sorella di Bruno, di sostenere davanti alla procura che "i movimenti di denaro tra loro (i Giordano ndr) e la sorella del giudice, pari a circa 100mila euro, erano riferibili a prestiti non meglio precisati della Grossi". Marina Giordano, invece, aveva sostenuto che tali somme erano state affidate a lei in custodia dal giudice - e non in prestito - e che a un certo momento la Grossi ne aveva chiesto la restituzione. "La Grossi - spiega La Croce nei suoi verbali - sarebbe riuscita, a suo dire, a dimostrare agli investigatori bresciani che le somme raccolte nel 2008 pari a circa 100mila euro, proverrebbero dall'incasso di suoi affitti in nero e non invece, come sosteneva l'accusa, dall'incasso di ipotetiche tangenti". La Grossi sembra portar fortuna al gruppo Berlusconi anche nella trattativa che condusse all'acquisto di Radio 101 da parte del gruppo Mondadori. La "zarina" partecipò alle riunioni e alla formulazione del contratto. "L'avvocato Gatti - riporta La Croce - si disse meravigliato della partecipazione della Grossi che gli apparve anomala in quanto il ruolo del giudice sarebbe dovuto essere quello di mero controllo dell'attività degli organi preposti e non quella di diretta partecipazione alla trattativa". Lo zampino della Grossi compare anche nel fallimento dell'Arcado, dove rivestiva il ruolo di giudice delegato: alla Arcado, società dei Donà delle Rose, facevano capo i terreni adiacenti a Villa Certosa, che, attraverso la mediazione di una società delle British Virgin Island riconducibile al fiduciario Filippo Dolfuss, finirono poi alla Idra del gruppo Berlusconi.  

IL CASO FORLEO

E CHIEDERE SCUSA ? Uliwood party di Marco Travaglio su l'Unità, 2 aprile 2008

Il tempo, dice il proverbio, è galantuomo. E aiuta a distinguere i galantuomini dai mascalzoni.

Da un anno due galantuomini, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, vengono attaccati, perseguitati, infangati da una campagna politico-mediatica che avrebbe stroncato un bisonte. Ma non si sono lasciati abbattere. Hanno risposto colpo su colpo nelle «sedi competenti». Ora in quelle sedi la verità comincia a emergere. A Salerno, dove De Magistris ha denunciato i superiori per le fughe di notizie che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l’ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa. E da Potenza giungono notizie analoghe sul cosiddetto «caso Forleo».

La Procura lucana, cui si era rivolta la gip di Milano, ipotizza un complotto architettato contro di lei da due pm e da un tenente dei Carabinieri di Brindisi. Nella primavera-estate del 2005, mentre Clementina intercetta lo sgovernatore Fazio e i furbetti a colloquio con i loro protettori politici, i suoi genitori vengono minacciati di morte con telefonate (o semplici squilli notturni) e lettere anonime, poi si vedono incendiare la tenuta agricola e la villa in campagna, infine perdono la vita in un incidente d’auto. Senza ipotizzare l’incidente doloso (alla guida c’era suo marito, salvo per un pelo), la Forleo ha denunciato da tempo alla Procura di Brindisi gli inquietanti episodi che l’hanno preceduto. Per scoprire chi ne siano gli autori, occorreva acquisire i tabulati telefonici non solo dei genitori della giudice, ma anche dei numeri chiamanti e soprattutto mettere sotto controllo il telefono di casa dei minacciati (gli squilli, non attivando il traffico commerciale, nei tabulati non risultano).

Ma il pm Alberto Santacatterina chiede ai carabinieri solo i tabulati, senza intercettazioni. E quelli fanno ancora meno: si limitano ad acquisire i tabulati di casa Forleo, non quelli ­fondamentali - delle chiamate in entrata. Lei chiama il tenente Pasquale Ferrari ­- lo stesso incaricato della sua tutela in Puglia - per sollecitarlo a fare il suo dovere. Telefonata burrascosa («si vergogni di indossare la divisa», avrebbe detto la giudice), che l’ufficiale segnala al procuratore di Brindisi, dottor Giannuzzi. Questi però l’archivia subito a «modello 45» (notizie non costituenti reato): un innocuo sfogo personale e nulla più. Intanto la Procura ha chiesto pure l’archiviazione sulle minacce ai genitori. Il gip però respinge la richiesta, ordinando indagini più approfondite. Che però non vengono fatte e il caso finisce definitivamente in archivio. Così si comincia a dire che Clementina, avendo denunciato ad Annozero «tentativi di delegittimazione da soggetti istituzionali e forze dell’ordine», è una pazza visionaria: s’è perfino inventata le minacce ai genitori. Il Csm, per la gioia di un Parlamento ancora sotto choc per l’ordinanza Unipol-Antonveneta, apre una pratica per trasferirla: per avere screditato integerrimi colleghi e ufficiali «con accuse infondate».

In realtà erano fondatissime, ma qualcuno ha fatto in modo di ridicolizzarle. È, appunto, il presunto complotto su cui lavora la Procura di Potenza, orchestrato «al solo fine di dare una lezione» alla Forleo. Occhio alle date. L’8 giugno 2007 il procuratore Giannuzzi archivia il caso della telefonata al tenente. Il 20 luglio la gip chiede alle Camere di poter usare le intercettazioni sulle scalate anche contro alcuni politici e finisce nella bufera. Il 14 agosto, mentre Giannuzzi è in ferie, il tenente Ferrari presenta una denuncia scritta contro la Forleo, ancora per la telefonata: guardacaso, proprio quand’è di turno per le questioni urgenti (per quelle ordinarie bisogna attendere la ripresa autunnale) il pm Antonino Negro, amico dell’ufficiale e del pm Santacatterina.

I tre, sempre secondo la Procura di Potenza, «concordano tra loro il testo della denuncia» e la data della presentazione per gestirla con le proprie mani e “dare una lezione” a Clementina, «esponendo una versione diversa da quanto sarebbe realmente accaduto nella conversazione telefonica tra Forleo e Ferrari». Negro, di turno proprio quel giorno, apre il fascicolo e se lo intesta. Ma non potrebbe: l’affare non è urgente. E poi dovrebbe avvertire il capo, che ha già archiviato il caso. Fortuna che la Forleo, in vacanza in Puglia, si arma di registratore, cerca di capire cosa le stanno facendo e scopre la tresca, subito denunciata a Potenza e al Csm. A quel punto pare che Ferrari si dica disposto a ritirare la denuncia.

Ma lei tira diritto e chiede al Pg di Brindisi di avocare l’inchiesta a Negro. Il quale, per tutta risposta, chiude le indagini a tempo di record e la rinvia a giudizio per minacce al tenente. Ora sulla strana triangolazione Ferraro-Negro-Santacatterina sta facendo luce il pm di Potenza Cristina Correale che, nell’invito a comparire inviato per interrogarli, li accusa di abuso d’ufficio (e Santacatterina anche di falso). Quale abuso? Presentando la denuncia «in periodo feriale, nella settimana in cui era di turno il dr. Negro per far sì che il predetto venisse designato titolare del procedimento in violazione delle tabelle in vigore in ufficio, veniva arrecato intenzionalmente a Forleo un danno ingiusto». Cioè l’apertura di un processo per un fatto già archiviato. Altro danno: le indagini lacunose sulle minacce ai genitori.

Lì Santacatterina e Ferrari «indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione dei tabulati», anche se poi il pm, nel chiedere l’archiviazione del caso, «attestava falsamente» di averli «acquisiti ed esaminati» e di non aver trovato «telefonate utili alle indagini» (ipotesi di falso). Un bel quadretto che, se confermato dalle indagini, costringerà un bel po’ di politici, giornalisti, magistrati, alte e basse cariche istituzionali a chiedere scusa alla Forleo. E magari a vergognarsi. Sempreché le scuse e la vergogna, nel frattempo, non siano cadute in prescrizione. 

IL CASO SANTANIELLO

“PENSIONATA” LA BLOCCA-SENTENZE

IL CSM HA ATTESO ANNI PRIMA DI INTERVENIRE, ANCHE SE TUTTI SAPEVANO COSA SUCCEDEVA.

(DNEWS, pg.10, 14 ottobre 2008) - Il giudice Rosa Santaniello, che il 20 ottobre dovrà nuovamente comparire in veste di imputata davanti al Tribunale di Brescia, non fa più parte della magistratura attiva dallo scorso mese di settembre.

E’ di ieri la notizia, riportata da Dnews, che sul consigliere della Corte d’Assise e d’Appello, accusata di avere bloccato decine di fascicoli nel corso degli anni, era già stata sanzionata tre volte dal CSM proprio per questa indole a “bloccare le cause”, questa volta rischia di abbattersi la scure della giustizia, visto che è stata rinviata a giudizio a Brescia di abuso di ufficio.

Non solo. Ad accusarla, come risulta dalle carte processuali, ci sono anche una serie di riscontri peritali, disposti dallo stesso PM di Brescia, dai quali traspare chiaramente che il giudice Santaniello non fosse in grado di svolgere appieno il delicato incarico che le era stato affidato. Da qui, la procedura di “dispensa dal servizio” , con la quale in pratica è stata pensionata, come ha confermato ieri il legale del giudice, l’avvocato Chiara Villante del foro di Brescia. Il caso, dunque, dal punto di vista della giustizia interna della magistratura si è chiuso qui, in attesa ovviamente che la causa pendente a Brescia (e intentata da un pregiudicato che ha dovuto attendere più di 16 mesi per vedersi rispondere ad una sua legittima richiesta – poi accolta – di attenuazione delle misure cautelari) arrivi alla sua naturale conclusione.

Restano però sul tappeto però una serie di domande. Era proprio necessario arrivare a tanto (ovvero ad una causa penale) prima di intervenire in maniera precisa? Le manchevolezze del giudice, del resto, erano note sia al CSM (che ha impiegato cinque anni prima di arrivare ad una sospensione di sei mesi) che al ministero, che era stato informato direttamente dal presidente della V sezione penale del Tribunale con una lettera del 15 aprile 2005 nella quale si chiedeva di intervenire urgentemente di fronte ad una situazione “di una gravità inaudita”. 

IL CASO PINATTO

EDI PINATTO: 8 ANNI PER SCRIVERE LE MOTIVAZIONI.

Condannato "giudice lumaca", otto mesi di carcere, pena sospesa.

Aveva impiegato otto anni per le motivazioni di un processo di mafia, i cui imputati nel frattempo sono stati rimessi in libertà.

Dopo la radiazione, è arrivata anche la condanna. Edi Pinatto, l'ex giudice del tribunale di Gela, in provincia di Caltanisetta, da 5 anni pm a Milano, è stato condannato a otto mesi di reclusione, con pena sospesa, per decisione del gup di Catania, Antonino Fallone, che ha accolto la richiesta del pm Antonino Fanara. Pinatto era accusato del reato di omissione e di ritardo di atti d'ufficio per aver impiegato otto anni per depositare la motivazione di una sentenza in un processo di mafia, i cui imputati nel frattempo sono stati rimessi in libertà. Una vicenda per la quale il Csm lo ha recentemente radiato dall'ordine giudiziario.

Oggi il gup ha disposto per l'ex giudice anche la sospensione temporanea dai pubblici uffici, pena accessoria sospesa, e un risarcimento danni allo Stato per i danni arrecati all'immagine della magistratura.

Il suo ritardo provocò, infatti, la scarcerazione di alcuni esponenti del clan dei Madonia imputati nel processo "Grande Oriente", essendo scaduti i termini di custodia cautelare. Solo nel marzo scorso Pinatto aveva depositato le motivazioni della sentenza emessa nel 2000 dal tribunale di Gela contro i sette componenti del clan mafioso, condannati complessivamente a 90 anni di carcere. Ma ormai gli imputati erano usciti dal carcere, il giudizio di appello non aveva potuto essere celebrato, in assenza delle motivazioni del primo grado.

Nel frattempo la vicenda era diventata un caso nazionale, su cui era intervenuto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E il Csm aveva avviato il procedimento a carico di Pinatto, che poi si è concluso con la sua radiazione dall'ordine giudiziario, una sanzione severissima e raramente applicata. I difensori del magistrato avevano chiesto l'assoluzione sostenendo che era oberato di lavoro e per questo non aveva potuto dedicarsi alla sentenza del processo.

IL CASO CASTELLANO

BNL, INDAGATO A PERUGIA IL GIUDICE CASTELLANO

Lascia Milano e le sue funzioni di presidente del tribunale di Sorveglianza Francesco Castellano, il giudice indagato a Perugia nell'ambito dell'inchiesta sulla scalata di Unipol alla Bnl. Il plenum del Csm ha decretato il suo trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale per i suoi rapporti con l'ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, a cui avrebbe fornito consigli sui suoi processi.

Era "sistematicamente disponibile", così i magistrati del Csm hanno definito il rapporto che il collega Castellano manteneva con Giovanni Consorte. Un rapporto molto poco ortodosso visto che il giudice teneva informato l'amministratore delegato di Unipol sui procedimenti penali in corso  e che lo vedevano protagonista. Una punizione, quella del trasferimento, che è passata all'unanimità.

Era "sistematicamente disponibile", così i magistrati del Csm hanno definito il rapporto che il collega Castellano manteneva con Giovanni Consorte. Un rapporto molto poco ortodosso visto che il giudice teneva informato l'amministratore delegato di Unipol sui procedimenti penali in corso  e che lo vedevano protagonista. Una punizione, quella del trasferimento, che è passata all'unanimità.

Fatta eccezione per il vicepresidente Virginio Rognoni che,come di consueto in casi analoghi, si è astenuto. In aula era presente il magistrato che poco prima in una appassionata autodifesa aveva rivendicato la correttezza del proprio operato, definendo "inconsistenti" le accuse del Consiglio e dicendosi vittima di una "campagna di stampa denigratoria". Per tutte queste ragioni Castellano con il suo 'difensore', il magistrato Pietro Dubbolino, aveva chiesto l'archiviazione della procedura. Ma inutilmente.
Secondo il Csm Castellano infatti non solo ha dato consigli a Consorte sulle sue vicende giudiziarie ma si è spinto fino a "caldeggiare le tesi" della sua difesa con il procuratore di Milano; e inoltre "non ha esitato" a riferire allo stesso Consorte, "a distanza di poche ore dalla casuale conoscenza dell'esistenza di un esposto contro Unipol" presentato dal Banco di Bilbao.

Comportamenti che nel loro insieme, scrive il plenum nella delibera, "impongono il trasferimento d'ufficio" del magistrato. I fatti contestati dal Csm a Castellano sono stati "accertati dall'istruttoria espletata, sottolineano i consiglieri di Palazzo dei Marescialli, e rivelano che da parte di Castellano c'è stata una "compromissione del prestigio" delle sue funzioni. La ragione centrale è il rapporto che il magistrato ha intrattenuto con l'allora presidente di Unipol; rapporto caratterizzato da parte di Castellano "non solo dalla costante e prolungata disponibilità a offrire consigli" a Consorte sulle "vicende giudiziarie che lo vedevano coinvolto", ma anche dalla "assunzione di concrete e rilevanti iniziative volte a intervenire sull'andamento dei procedimenti penali che coinvolgevano l'imprenditore".

http://www.ilgiornale.it/interni/ilda_e_effusioni_sotto_procura_la_mia_vita_privata_non_si_tocca_nel_1982_boccassini_venne_sorpresa_atteggiamenti_amorosi_giornalista_lotta_continua_davanti_csm_si_difese_come_paladina_privacy_e_fu_assolta/27-01-2011/articolo-id=502028-page=0-comments=1

http://www.libero-news.it/news/453148/Inchiesta_P___il_Csm_avvia_la_procedura_di_trasferimento_del_giudice_Marra.html

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_maggio_26/indagato_presidente_tar_lombardo-1703087902158.shtml

http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1854245.html

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/giudice-allontanato-csm/condanna-ottomesi/condanna-ottomesi.html

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo314219.shtml


MALAGIUSTIZIA

Non bastano i tanti, troppi fuori ruolo nella magistratura. In più ci sono tante toghe impegnate in incarichi temporanei extragiudiziari, mentre la giustizia affoga tra milioni di arretrati e accumula ritardi da record nel deposito delle sentenze. Tra queste, un giudice-lumaca, sotto processo al Csm per aver depositato sentenze con grave ritardo, che fa parte della Commissione per individuare gli standard di produttività delle toghe ed evitare proprio i ritardi dei colleghi.

Palazzo de’ Marescialli è di manica larga e autorizza non solo quelli che la toga la mettono nell’armadio per anni, anche decenni, per fare i parlamentari, gli amministratori locali, i ministeriali, i diplomatici in organismi internazionali, i membri dello stesso organo di autodisciplina della magistratura, ma anche quelli che a centinaia entrano in commissioni di studio, tengono insegnamenti universitari o corsi di specializzazione e formazione professionale, fanno lezione un po’ a tutti, nelle accademie navali e negli ospedali, all’Aci, a vigili e ingegneri, carabinieri, giornalisti e doganieri.

Sono stati 957 i nulla osta dati da Palazzo de’ Marescialli in 6 mesi. Finora c’era un tetto di 40 ore all’anno, che salivano a 50 in casi particolari, ma una sentenza del Consiglio di Stato ha aperto la porta, dando ragione ad un magistrato cui era stata negata l’autorizzazione perché superava appunto il limite fissato dalla circolare del Csm. Per il supremo giudice amministrativo il no non può essere legato solo al tetto orario, ma dev’essere giustificato con un previsto pregiudizio dell’attività quotidiana del magistrato.

Non preoccupa che ci sia già un esercito di fuori ruolo con incarichi permanenti a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, al Csm, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero. Sono 277, malgrado i circa mille e 400 posti vuoti negli uffici giudiziari, soprattutto nelle sedi disagiate, sempre più in affanno nel loro lavoro.

Almeno le toghe in servizio dovrebbero lavorare full time. E invece no: gli incarichi extragiudiziari per il Csm devono essere aumentati. Eppure, diverse volte la sezione disciplinare si è trovata alle prese con casi di magistrati sotto processo per i ritardi accumulati nel loro lavoro che come giustificazione sostenevano di essere stati impegnati in altri incarichi, regolarmente autorizzati dallo stesso Csm, che ora li incolpava. Questo mentre la prima condizione per ottenere il nulla osta è che non ci sia «interferenza dell’incarico con l’attività giudiziaria».

Il caso più recente riguarda il giudice di Milano Enrico Consolandi. Il  Csm lo ha autorizzato a fare un seminario di 20 ore sul processo telematico all’università di Milano, malgrado egli sia sotto procedimento disciplinare proprio per ritardi nel deposito delle sentenze, rilevati da una recente ispezione del ministero della giustizia.

Il fatto più clamoroso è che Consolandi fa parte della Commissione del Csm, insediatasi a dicembre 2008, che si occupa di stabilire gli standard di produttività per i colleghi. Sembra peraltro, che in quella Commissione non sia l’unico ad essere stato individuato come giudice-lumaca. Ma non è tutto.

Un’altra regola del Csm è quella di non dare l’ok per attività part time a chi subisce un procedimento disciplinare. Per tanti c’è stato il rifiuto, ma Consolandi (pare appoggiato da una forte corrente di sinistra) è stato regolarmente autorizzato. Non era la prima volta. Perché aveva avuto l’ok per entrare nella Commissione del Csm sulla produttività, mentre pendeva sul suo capo un altro processo disciplinare. Nel 2007, dopo un violento alterco, aveva spinto in malo modo un anziano di 75 anni fuori dal suo studio, facendolo cadere e sbattere alla porta. Questi era finito al pronto soccorso con un ematoma e il giudice aveva subito un processo penale per lesioni. Il Csm, pur censurando il suo comportamento, lo ha assolto.

Altro caso che val la pena di ricordare quello del giudice del tribunale di Milano Guglielmo Leo. Tra il 1997 e il 2001 aveva depositato 13 sentenze penali con ritardi anche di 4-5 anni. «Ero molto impegnato - spiegò a Palazzo de’ Marescialli, durante il suo processo disciplinare- anche per il lavoro nel Comitato scientifico per la formazione del Csm, con molti viaggi a Roma e in altre città».

Pensare che, come abbiamo detto, la prima regola per l’autorizzazione sarebbe che il nuovo incarico non pesi negativamente sul lavoro d’ufficio. Per la cronaca, quel gip nel 2006 è stato assolto. Era «laborioso», anche se fuori dal tribunale.

Ecco perché ai magistrati si drizzano i capelli in testa a sentir parlare di «processo breve», 2 anni per ogni grado. Solo per depositare una sentenza c’è chi ci mette ben sei anni e mezzo.

Succede nel tribunale di Milano, che dovrebbe essere un modello per il sistema giustizia italiano, anche perché ci passano come si sa processi «eccellenti». Magari, però, se c’è un imputato come Silvio Berlusconi, si va più in fretta.

Un’ispezione del ministero della Giustizia ha esaminato l’attività del tribunale tra il 25 marzo 2003 e il 15 settembre 2008. Un’ispezione ordinaria, di quelle periodiche negli uffici giudiziari. Ma i risultati sono stati eclatanti: gravi ritardi, negligenze, errori. C’è chi accumula 2.066 giorni di ritardo nel deposito delle sentenze, chi 1.311, chi 928, chi supera l’anno in 123 casi, chi sfora i termini il 75 per cento delle volte. C’è anche chi si «dimentica» in prigione un detenuto che dev’essere scarcerato per ben 127 giorni.

Per tutto questo e molto di più il Guardasigilli Angelino Alfano ha deciso di promuovere l’azione disciplinare per 14 giudici. L’11 novembre del 2009 ha fatto la segnalazione al procuratore generale della Cassazione e Vitaliano Esposito sta ora facendo la sua istruttoria. Alla fine, chiederà di procedere o, in rari casi, di archiviare. Sarà la sezione disciplinare a giudicare le toghe sotto accusa. Il più delle volte, per ritardi anche gravi come questi, tutto si conclude con una censura che rallenta la futura carriera.

Carriera che è andata a gonfie vele, ad esempio, per uno dei giudici in questione: Elena Riva Crugnola nel 2008 è stata promossa all’unanimità dal Csm ed è diventata presidente di sezione del tribunale di Milano, sbaragliando ben 61 candidati. Valutazioni positive che più positive non si può: «entusiasmo», «buona produttività», «doti organizzative». Come si concilia questo quadro con il fatto che negli anni precedenti, si legge nell’atto di accusa di Alfano, abbia «omesso di rispettare i termini di deposito di 86 sentenze civili, (pari al 74 per cento di quelle complessivamente depositate), con un ritardo massimo pari a 669 giorni e ben 46 casi di ritardo superiore all’anno»? Ritardi, per il ministro, «reiterati e gravi, non giustificati e sintomatici di mancato rispetto, nell’esercizio delle funzioni, dei doveri di diligenza e laboriosità, con evidente lesione del diritto del cittadino a una corretta e sollecita amministrazione della giustizia, nonché pregiudizio della fiducia di cui un magistrato deve godere e conseguente compromissione del prestigio dell’ordine giudiziario».

Colpisce anche che tra i giudici indicati come fannulloni ce ne sia uno, Enrico Consolilandi, che fa parte del gruppo di lavoro del Csm per stabilire le regole di produttività delle toghe. Forse il suo esempio non è dei migliori, se ha depositato fuori dai termini 78 sentenze civili e 8 penali (il 14 per cento del totale), con un ritardo massimo di 892 giorni e ben 21 casi che superano l’anno. Il record sembra raggiunto da Bartolomeo Quatraro che è arrivato a depositare una sentenza con 6 anni e mezzo di ritardo e altre 67 con oltre un anno: 86 in tutto fuori dai termini. Quanto a Maria Rosaria Mandrioli, tra le sue 59 sentenze in ritardo ne ha qualcuna che sfora i 1.311 giorni, oltre ad altre 3 oltre l’anno.

Per Bianca La Monica risultano 106 sentenze in ritardo, quasi il 40 per cento, anche di 439 giorni. Arriva a 928 giorni Angelo Riccardi, che non consegna nei termini 82 sentenze, mentre Federico Buono è sotto accusa per ben 396 sentenze (il 43,46 per cento): il suo massimo è 838 giorni ma in 123 casi supera l’anno. Angela Rosa Bernardini ambiva alla stessa promozione della Crugnola e poteva farcela, visto che esibiva al Csm «lusinghiere valutazioni sulle qualità professionali e personali», in particolare una «laboriosità molto elevata» e una «notevole produttività». Peccato che in quasi il 60 per cento dei casi depositava le sentenze in ritardo, 273 nel periodo in questione, arrivando a 579 giorni e oltre l’anno in 88 casi. C’è poi il caso a parte di Jole Milanesi, che ha tenuto in carcere Abdel Nabi El Gammal per 127 giorni, malgrado fossero scaduti i termini per la carcerazione cautelare.

Parliamo di processo breve. Così breve il processo, solo per i poveri cristi, che tanto vale non farlo. Fuori un imputato e sotto un altro. Quasi fosse una catena di montaggio, l’ultimo espediente per ridurre i tempi della giustizia è non praticarla affatto. O per lo meno, aggirarne la forma. Che, nel caso della legge, è pure sostanza. Così, prima della prima udienza del 10 febbraio 2010, prima che il processo d’appello cominci, ben prima che i giudici (tre) entrino in camera di consiglio, la sentenza c’è già. Mollata come scartoffia nel fascicolo processuale. Lo stesso che l’avvocato chiede di poter consultare all’inizio dell’udienza. Apriti cielo. Un foglio. Battuto al computer. Con firma del giudice relatore. Che conferma la decisione dei magistrati di primo grado e condanna Francesco Basile, 36 anni accusato di furto, a 8 mesi di reclusione. Avanti il prossimo.

A un passo dalla morte della giustizia, però, il rantolo che la salva. È il legale di Basile, l’avvocato Paolo Cerruti di Napoli, a evitare che si compia il destino già segnato del suo assistito. I media ne danno risalto. Trova la carta, la mostra in aula, solleva un polverone. Chiede il sequestro del documento e «ho fatto mettere a verbale che ho trovato la sentenza già fatta e firmata», dice visibilmente alterato. Cerruti la racconta così. «Per scrupolo prima dell’inizio del processo chiedo al cancelliere di indicarmi il fascicolo in modo da capire quali fossero i punti più controversi da discutere. Noto che sulla scrivania del presidente c’è un documento con scritto: “Tribunale di Monza, Basile Francesco”. Lo apro per vedere cosa ci sia annotato dei miei motivi di appello e leggo: “L’appello è infondato e va rigettato”. Accanto il giudice Giovanni Scaglione ha scritto punto per punto tutte le motivazioni di rigetto dei miei motivi di appello». «Se questo è quanto - rincara la dose -, la funzione dell’avvocato è assolutamente nulla, e siccome io ho un rispetto enorme per la magistratura, ho voluto tutelare la giustizia. Quindi ho fatto mettere a verbale che ho trovato la sentenza già firmata. Poi ho chiesto che venisse sequestrata in modo che il Consiglio superiore della magistratura verifichi se l’avvocatura sia stata offesa. Infine ho avvertito per telefono l’Ordine degli avvocati di Napoli e sono andato di persona dai responsabili di quello di Milano. Qui i giudici non hanno rispetto». Insomma, un gran casino.

Giovanni Scaglione, il presidente della prima corte d’appello finito nella bufera, si difende: «L’avvocato ha messo abusivamente le mani nelle mie carte».

In ogni caso, anche alla peggio canaglia spetta un processo. Breve finché si vuole. Ma almeno, che inizi.

DENUNCE PENALI MAI ISCRITTE NEL REGISTRO GENERALE.

Perché per molti mesi queste denunce sono sì esistite fisicamente, in carta e inchiostro nell'ufficio che in Procura registra appunto le denunce di reato dopo le indicazioni impartite dai procuratori aggiunti; ma formalmente non sono mai esistite, e quindi non sono ancora state prese in carico e coltivate dalle indagini di alcun pm, perché mai sono state registrate nel Registro Generale informatico.

Perché? Perché a fare quello che pomposamente è chiamato «servizio di data entry», ovvero a immettere i dati nell'archivio elettronico della Procura, invece dei 22 cancellieri che facevano questo lavoro anni fa, oggi in servizio effettivo si ritrovano solo 7 impiegati.

Che, come ovvio, nella registrazione delle denunce danno la priorità a quelle contro persone identificate. Così la massa di denunce contro ignoti, che una città come Milano produce al ritmo di 500 al giorno, periodicamente diventa una montagna dalla vetta non più scalabile.

Alla fine dal ministero, come in altri casi nel passato, è arrivato un mini stanziamento- extra per appaltare a una ditta privata il servizio di assorbimento dell'arretrato da questo limbo.

Dove, nel frattempo, il cittadino ha comunque già pagato una «tassa» senza saperlo. Se la denuncia non viene registrata, infatti, non parte l'indagine; ma se non inizia, nemmeno può finire con quel certificato di «chiusura indagine » necessario a ottenere dalla propria assicurazione il risarcimento per il furto in casa o l'auto rubata.

IL TRIBUNALE CONVOCA TOPOLINO E PAPERINA

Il testimone Topolino? «È pregato di comparire innanzi al Tribunale il 7 dicembre». E non da solo: perché anche «i signori Titti, Paperino, Paperina» sono attesi «davanti al giudice monocratico» per deporre «quali testi nel procedimento penale 6342/05». Il timbro parla chiaro: «Io ufficiale giudiziario, richiesto come in atti, ho per ogni legale effetto notificato l'atto che precede a: Titti, Paperina, Paperino, Topolino». La «relazione di notifica», che la cartolina dell'Ufficio notifiche atti giudiziari di Milano attesta appunto essere stata fatta pervenire al supposto domicilio legale dei fumetti, conferma: non è uno scherzo della giustizia. Ma la bizzarra esecuzione di un teorico adempimento, richiesto effettivamente dalla Procura di Napoli: la citazione proprio di questi quattro testimoni da parte del pm all'udienza in programma venerdì, in un processo partenopeo a un cinese accusato di aver contraffatto gadget con le immagini dei personaggi dei cartoni.

Ovvio che si sia trattato di un paradossale lapsus di cancelleria. Che, una volta vergato, non è stato più fermato, anzi ha via via risalito tutti i livelli di una burocrazia ormai talmente paraocchiata da diventare cieca anche rispetto al ridicolo. L'imputato cinese è accusato a Napoli di aver contraffatto giochi e adesivi con le immagini di Topolino & Co. E in questi casi è il legale rappresentante dell'azienda danneggiata a essere chiamato dal pm per riferire al giudice che quello contraffatto era davvero un proprio marchio. Ma non è un caso che ogni giorno in Italia un processo su tre «salti» per un qualche difetto di notifica.

Nella montagna di adempimenti pratici nei quali si dibattono le cancellerie dei tribunali, in perenne affanno da carenza d'organici e assenza di risorse materiali, deve essere accaduto che il tapino cancelliere di turno abbia automaticamente trasposto nell'atto di citazione dei testi i nomi rimastigli impressi in una affrettata lettura del capo d'imputazione. Il resto è implacabile burocrazia che si autoperpetua. Che sia a mano (come la citazione della Procura napoletana) o dattiloscritto (come sulla cartolina dell'Ufficio notifiche milanese), il risultato non cambia: e «mediante consegna di copia a mani dell'ufficiale giudiziario», la notifica plana (come e anche meglio che in un cartone animato) nello studio legale di Milano che di solito patrocina Warner Bros e Walt Disney nei processi per contraffazione. Improbabile, però, che Paperino e Topolino si presentino a testimoniare. Pare siano già impegnati con i bambini di mezzo mondo sotto Natale. «Legittimo impedimento».

MORIRE A CAUSA DELL'INETTITUDINE DELLO STATO.

Martedì mattina 23 giugno 2009, quando uccise a coltellate l’ex moglie 33enne Monica Morra, che davanti all’asilo aveva in braccio il loro figlio di 2 anni, Massimo Merafina non sarebbe dovuto essere libero, ma avrebbe dovuto già trovarsi in carcere da almeno 3 giorni in forza di un ordine di arresto che sabato 20 giugno era stato emesso dal Tribunale di Sorveglianza e comunicato via fax per l’esecuzione alle forze dell’ordine. Ma il commissariato cominciò formalmente a cercare Merafina (senza trovarlo) solo lunedì 22 giugno. Un vuoto di 48 ore. Che si aggiunge allo sfortunato paradosso di una donna uccisa mentre era sottoposta (per tutt’altre vicende) a una «vigilanza mobile» di polizia. E all’ulteriore beffa (questa già nota) del fatto che la notizia di reato relativa a due denunce per stalking, sporte appena pochi giorni prima, (il 17 e 18 giugno) al commissariato Lambrate contro l’uomo da cui si stava separando, sia poi arrivata in Procura, benché redatta il 20 giugno, solo il giorno stesso del delitto, 23 giugno.

Il fax dei Servizi sociali
Merafina, 45 anni, alcolista da 25, condannato nel 2008 a 1 anno e 6 mesi per detenzione d’armi, stava scontando la pena in misura alternativa al carcere, affidato dal Tribunale di sorveglianza (pur con due pareri negativi del commissariato) a un Servizio sociale. Ma sabato 20 giugno, alle ore 9.05, l’assistente sociale del Centro diurno «Il Girasole» comunica via fax urgente al Tribunale che il condannato «ha interrotto il programma terapeutico» e che il Servizio sociale, «con gli strumenti tecnici a disposizione, non può garantire la tenuta della misura alternativa e la tutela delle persone coinvolte nella sua vita familiare».

Il fax del Tribunale
Quel sabato il giudice Cossia competente su Merafina non c’è, e il fax passa a un’altra giudice di turno, Ceffa. Che già alle 11.28 manda al commissariato un fax in cui «paventa il rischio di atti anche di etero-aggressività da parte di Merafina», motiva «l’inidoneità della misura» alternativa al carcere «a tutelare l’incolumità dei terzi e dei familiari», ne dispone la sospensione, e «ordina l’accompagnamento di Merafina in istituto penitenziario».

Il fax del Commissariato
Il rapporto di trasmissione attesta che il fax è effettivamente partito; è stato ricevuto 22 secondi dopo da un fax intestato «Ps Quarto Oggia» (il commissariato di Quarto Oggiaro); e ha avuto «risult ok». E invece nella ricezione, evidentemente non preavvisata da alcuna telefonata del Tribunale, accade qualcosa che ok non è: per ragioni non chiarite (guasto tecnico? disattenzioni umane?), in commissariato il fax non c’è o si perde. È solo una fortuita circolazione di notizie tra assistenti sociali e polizia a far sì che lunedì il commissariato apprenda della revoca dell’affidamento in prova, revoca che formalmente riceve in fax dal servizio sociale. Stando agli atti dell’indagine sul delitto del pm Ester Nocera, è da lunedì che gli agenti cominciano a cercare Merafina nei bar, presso i conoscenti, nei luoghi frequentati. Senza successo.

La tutela della Questura
Caso vuole che l’ex moglie intanto abbia da mesi una protezione della polizia. A inizio 2009, infatti, Morra ha deposto come teste in un processo contro due imputati di aver sparato nel 2006 a Merafina. Per metterla al riparo da possibili ritorsioni da parte degli imputati, il pm Sangermano il 13 febbraio 2009 chiede alla Questura una qualche forma di tutela; e il 19 febbraio il questore milanese Indolfi comunica «di aver disposto, in via preventiva, una vigilanza mobile dedicata, a cura della Polizia, presso l’abitazione della signora», insomma un’auto che ogni tanto passa sotto casa (peraltro poi cambiata dalla donna). Neanche questo, per sfortuna, la salverà.

http://www.ilgiornale.it/interni/privilegi_giudici_mille_permessi_sei_mesi/09-07-2010/articolo-id=459539-page=0-comments=1

http://www.ilgiornale.it/interni/il_csm_promuove_giudice_accumula-sentenze/20-11-2009/articolo-id=400361-page=0-comments=1

http://www.ilgiornale.it/interni/a_milano_processo_breve__prima_sentenza_la_condanna_era_gia_scritta/11-02-2010/articolo-id=420931-page=0-comments=1

http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_02/limbo_giustizia_b1c906ac-b8fe-11dc-aa63-0003ba99c667.shtml

http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_04/tribunale_convoca_topolino_ceceb2f8-a231-11dc-9440-0003ba99c53b.shtml

http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_19/ferrarella_fax_assassino_milano_2f2eb03c-d4d3-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml


IMPUNITOPOLI

Giudice fannullone per cinque anni Assolto: "La moglie l'ha lasciato...". Fatto allucinante di abusi ed impunità riportato da “Il Giornale”.

Non stava bene, il giudice. E non da ieri. A dire il vero, erano anni che aveva la testa altrove. Cinque anni. Così preso dai suoi problemi familiari, il magistrato, da accumulare fascicoli sulla sua scrivania. Un monte di carte. Però non s’è arreso. O meglio, non ha mollato la presa. Quell’ufficio l’ha tenuto occupato, pur facendo poco o nulla di quanto gli veniva richiesto. E anche se a mezzo servizio (e forse anche meno), ogni mese è passato all’incasso. Stipendio e anzianità di servizio. Insomma, quel che si dice una carriera. Finché il giocattolo si è rotto. Finché, cioè, qualcuno non ha presentato un esposto al Csm e una denuncia penale. Così il magistrato è stato rinviato a giudizio dal gip di Brescia con l’accusa di omissione in atti d’ufficio. Con il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 4 mesi. E con l’imputato che ha ammesso che era vero, aveva accumulato ritardi, ma il fatto è che la moglie l’aveva lasciato e per questo non riusciva più a lavorare. E per dire quanto stava male, ha spiegato che il problema non riguardava solo il caso per cui si trovava a processo, ma qualcosa come 300 (trecento!) fascicoli. E com’è andata a finire? Assolto nel giro di una mattinata. Per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè, mica colpa sua. È che da quando la consorte l’ha mollato non ce l’ha più fatta.

La storia di Giuseppe Maria Blumetti, giudice della sesta sezione civile del Tribunale di Milano, parte da lontano. E inizia, più o meno, dieci anni fa. Quando sulla sua scrivania finisce una causa di separazione come ce n’è a migliaia nel Palazzaccio del capoluogo lombardo. Una pratica banale. Il magistrato era chiamato a stabilire - sulla base di una perizia - il valore di alcuni beni attribuiti da una precedente sentenza a un marito, ma che la moglie aveva fatto sparire. In altre parole, l’uomo - non potendo mettere le mani su quei beni - chiedeva di poterne almeno monetizzare il prezzo. Nel 2001, inizia la causa per l’accertamento del valore. Nel 2003, viene depositata la perizia (che fissa la cifra di 230mila euro). Poi, il buio. Codice alla mano, il giudice avrebbe avuto 30 giorni di tempo per firmare la sua ordinanza. Ma siccome siamo in Italia, come spesso accade quei trenta giorni vengono dilatati dal processo civile. Due mesi. Tre mesi. Sei mesi. Un anno. Due. Niente. La sentenza non arriva. L’avvocato che segue la causa tra marito e moglie cerca di sollecitare la pratica, ma dall’ufficio del giudice nessuna risposta. I colleghi del magistrato allargano le braccia, ammettendo di essere a conoscenza del problema ma non sapendo come risolverlo. Fino a quando il legale non decide che la misura è colma, e nel 2008 - cioè, dopo cinque anni di inutile attesa - presenta un esposto al Consiglio superiore della magistratura (che avrebbe sospeso la toga dalle funzioni) e una denuncia penale. E così il giudice «lumaca» finisce a processo.

Quel che accade davanti al collegio della I sezione del tribunale di Brescia, però, ha il sapore del grottesco. La prima udienza, infatti, è anche l’ultima. Al pubblico ministero e all’avvocato di parte civile, che si attendevano un’udienza «filtro» per iniziare a discutere del caso, viene comunicato che la vicenda va affrontata senza perdere altro tempo, che si procede all’immediata discussione, che ci sarà la camera di consiglio e la sentenza. È il 18 marzo 2010. Il giudice-imputato spiega al collegio che la ragioni di quel ritardo erano dovute al suo stato di prostrazione psichica (e a riprova porta due perizie), e che le sue difficoltà l’avevano portato a trascurare qualcosa come 300 fascicoli che gli erano stati affidati. Non esattamente un’attenuante. Avrebbe potuto prendersi un periodo di malattia, un’aspettativa, ammettere di non essere in grado di fare fronte al carico di lavoro e passare la mano a qualche collega. Avrebbe potuto - extrema ratio - persino dimettersi. E invece no. Ha accumulato ritardi su ritardi. E pace a chi chiede alla giustizia di essere - se non rapida - almeno decente. Il Tribunale, però, l’ha assolto per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè non c’è il dolo, e - soprattutto - l’imputato era afflitto da una condizione che gli impediva sì di assolvere le sue funzioni, ma non di vedersi accreditato lo stipendio ogni mese, per dodici mesi, nei cinque anni in cui non ha fatto nulla. Ma se non poteva lavorare, per quale ragione non l’ha responsabilmente ammesso prima di mettere un’altra zavorra al sistema? Tant’è, assolto. Subito. Nel giro di una mattinata. In due ore. E poi si dice che non esiste il processo breve.

http://www.ilgiornale.it/interni/giudice_depresso_puo_fare_fannullone/14-04-2010/articolo-id=437541-page=0-comments=1


ESAMOPOLI

A chi porta testi già "segnati", mai più di 25. Agli appelli gli studenti fanno la coda

"Compra i miei libri e ti darò 30 e lode" di Teresa Monestiroli

Alla Statale il caso dell´esame col trucco. Il prof controlla i volumi. Se sono nuovi li "vidima" e poi assegna il massimo dei voti.

Il trucco è semplice, ma diabolico.

Uno stratagemma raffinato per attirare centinaia di studenti agli esami garantendo il massimo dei voti con il minimo dello sforzo. In cambio dell´acquisto dei testi curati dal professore stesso, sui quali ovviamente lui prende una percentuale: da tre a cinque a seconda dei crediti, per una spesa che varia dai 60 ai 90 euro. A raccontare la tecnica sono gli stessi ragazzi: «Basta comprare i libri nuovi e l´esame è fatto. Durante l´interrogazione infatti il professore li controlla uno a uno, attentamente. Chiede sempre un argomento a piacere e mentre lo studente risponde segna il libro con la biro, di solito riempie una lettera nella prima pagina della bibliografia». Un puntino nero che vale un trenta e lode. E se i libri non sono nuovi?

«Quelli che vendono usati sono tutti già vidimati – continuano gli studenti – Se li hai tutti di seconda mano ti fa una domanda in più e il voto non supera il 25, salvo alcune eccezioni». Ecco come si passa l´esame di letteratura tedesca all´università Statale. Non saranno mazzette, ma basta passare una mattina insieme ai ragazzi seduti per terra in corridoio in attesa di sostenere la prova, per capire che il procedimento non è del tutto regolare. «La prima cosa che ti chiede, quando entri nella sua stanza – racconta Marco, iscritto a Lettere moderne – è di fargli vedere i libri. Poi arriva la domanda a piacere. Una, due al massimo. Il tutto dura non più di dieci minuti, anche meno. E mentre stai ancora parlando il prof ha già segnato sul libretto il voto: trenta e lode».

Piazza Sant´Alessandro, dipartimento di lingue, piano seminterrato. È qui che una volta al mese – o quasi – centinaia di studenti danno quello che nei chiostri della Statale tutti chiamano l´esame «fuffa». Il classico appello facile, che alza la media sul libretto e si prepara in fretta. Lo danno tutti, o quasi. All´ultima chiamata, qualche giorno fa, gli iscritti erano più di 150. Nel 2007, stando alle statistiche ufficiali dell´ateneo, è stato uno degli esami più gettonati della facoltà di Lettere e filosofia. L´hanno fatto in 580, contro due sole tesi seguite dal professore in questione. Per avere un´idea della media di facoltà, una letteratura straniera qualsiasi viaggia sui 150-200 esami l´anno, con decine di tesi discusse.

Lo stesso professore di tedesco, fino a qualche anno fa, non superava i dieci studenti ad appello, poi, improvvisamente, è arrivata una gran folla. Alcuni sono realmente interessati alla materia, come Francesco di Lettere classiche, che i libri li ha comprati solo a metà (si è diviso la spesa con un compagno di studi), ma li ha letti tutti con passione. «Che delusione – dice – La prima cosa che mi ha detto quando mi sono seduto è stata "Mi faccia vedere i libri". Poi mi ha fatto due domandine e via. Ho risposto bene, ma mi ha dato solo 28. Un voto che mi abbassa la media». Ma alla maggior parte dei candidati il tormento di Kafka e la tragedia di Hofmannsthal non suscitano alcuna emozione. «Devo dare un esame obbligatorio di letteratura o uno lingua straniera – spiega Giovanni di Scienze dell´Ambiente – Mi hanno detto che questo va via liscio. In effetti ho studiano due giorni e ho preso 28».

Il trucco va avanti da anni. «Il prof è già stato beccato quest´estate – racconta un altro ragazzo – ma sembra che non gliene freghi un tubo». Un primo scandalo scoppiò nel luglio scorso quando il giornalino dell´università Vulcano fece un´inchiesta. La storia rimbalzò nei blog degli studenti scatenando un acceso dibattito e il professore pare abbia ricevuto un richiamo da parte dell´ateneo. Allora la tecnica era più spudorata: durante il colloquio per concordare il programma allo studente veniva proposto di comprare i testi direttamente da lui «perché non è facile trovarli in libreria». Ora i libri si devono acquistare comunque, ma in Cuem, e il prof si limita a controllare che siano effettivamente nuovi. Quindi li segna con la penna, bloccando così il mercato dell´usato e il passaggio del testo di mano in mano. Il risultato è rimasto il medesimo: il numero degli studenti che fanno l´esame è ancora altissimo. Di questi solo una minima parte, quelli che hanno frequentato il corso, vengono interrogati dall´assistente. Gli altri passano sotto il professore. Che, tra le altre cose, tiene gli esami nella sua stanza. A porte chiuse, senza testimoni.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Compra-i-miei-libri-e-ti-dar%C3%B2-30-e-lode/1991073/6

http://milano.repubblica.it/dettaglio/Esame-sicuro-inchiesta-sul-prof-Compra-i-miei-libri-avrai-30/1424825?ref=rephp


GASSOPOLI

Associazioni dei consumatori sul piede di guerra contro la presunta truffa del gas che avrebbe imposto agli utenti un rincaro fittizio in media del 10%. Secondo una perizia dei consulenti della Procura di Milano, grazie a contatori vecchi e malmessi che non rilevano i dati in maniera corretta le bollette sarebbero salite a danno dei consumatori. La perizia era stata disposta dai titolari di un'inchiesta della Procura di Milano che riguarda nomi di spicco dell'industria energetica nazionale come le due controllate Eni Snam Rete Gas e Italgas, l'Aem, la municipalizzata del comune di Milano, e la Arcalgas.

Il documento depositato dai consulenti sintetizza così il problema: "Tutti i misuratori del campione – sono stati esaminati 55 contatori domestici, ndr - costruiti con membrane di materiale non sintetico, conteggiano al cliente finale un volume di gas maggiore di quello effettivamente erogato e le differenze in taluni casi sono di entità rilevante". Il motivo? Le membrane naturali nel tempo hanno perso la loro elasticità, "impedendo al misuratore di conteggiare l'effettivo volume ciclico".

Quattro associazioni dei consumatori si stanno già organizzando per proporre un´azione collettiva. Per Adoc è possibile prevedere una richiesta di rimborso di 1500 euro per utente. «La class action è possibile - spiegano dal Centro per i Diritti del cittadino - le aziende distributrici hanno lucrato miliardi di euro a spese dei consumatori». Il Codacons «dichiara guerra alle società del gas coinvolte nell´indagine» e invita gli utenti interessati alla class action a contattarli all´indirizzo di posta codacons. Milanolibero. it. Pronti pure al Movimento Consumatori, che riceve adesioni all´indirizzo infoassoconsumatorimilano. it.

«A Milano i potenziali ricorrenti - spiega il presidente Sandro Miano - sono 150mila». Infine l´Adiconsum chiede una «verifica della taratura di tutti i contatori del gas installati prima del 1998, il rimborso degli importi indebitamente addebitati ed eventuali sanzioni amministrative alle società coinvolte».

"Bollette del gas gonfiate, penalizzati tutti i clienti finali dagli enti pubblici ai consumatori". E' questa l'ipotesi della procura della Repubblica di Milano che ha indagato 11 persone tra cui l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, e una decina di società. Truffa aggravata, violazione della legge sulle accise, uso o detenzione di misure o pesi con falsa impronta, e ostacolo all'attività degli organi di vigilanza sono le accuse contestate. L'ostacolo alla vigilanza, cioè l'attività dell'autorithy dell'Energia, è il reato più grave in questa inchiesta dal momento che prevede una pena compresa tra i 2 e gli 8 anni di reclusione ed è anche l'unico per il quale è possibile ricorrere alle intercettazioni.

Delle perquisizioni e delle indagini ha dato notizia lo stesso gruppo Eni con una nota ufficiale diffusa in mattinata e in cui si nega che ci siano in gioco influenze sulle bollette, ma evidentemente la procura è di diverso avviso.

Le perquisizioni della gdf sono avvenute nel capoluogo lombardo, Roma, Torino e Piacenza negli uffici dell'Eni e di altre società del settore energia. Per quanto riguarda il gruppo Eni, le società coinvolte sono Snam Rete Gas e Italgas.

Oltre a Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, e altri dirigenti di Snam e Italgas, sono indagati i vertici e i dirigenti di Aem e Arcalgas, Domenico Dispenza direttore generale della divisione Gas e Power di Eni, Carlo Malacarne a.d. di Snam Rete Gas, Giovanni Locanto rappresentante locale Italgas. E anche anche Giuliano Zuccoli, presidente e amministratore delegato dell'Azienda energetica milanese, Roberto Gilardi, Dario Cassinelli, Aldo Scarselli, tutti dell'Aem e società controllate. Poi Agostino Covati e Angelo Ferrari di Arcalgas.

Tutte le società coinvolte nelle indagini sono anche state iscritte nel registro degli indagati per la legge 231 del 2001 relativa alla responsabilità amministrativa delle società, cioè con l'accusa di non aver predisposto il modello organizzativo adatto a prevenire la commissione di reati.

Dice l'Eni: "Gli strumenti messi sotto indagine dalla Guardia di Finanza non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori". Nel decreto di perquisizione i pm affermano tra l'altro: "Viene per così dire introdotta una nuova e illecita unità di misura che viola il principio di legalità in tema di metrologia".

Secondo i pm Sandro Raimondi e Maria Letizia Mannella "l'indagine ha consentito di appurare che le transazioni vengono effettuate con strumentazioni di vario tipo le cui indicazioni vengono poi corrette allo scopo di convertire i volumi di gas a condizioni cosiddette standard - si legge nel decreto - con conversione autonomamente previste dall'erogante e non asseverata da alcuna norma di legge".

In procura a Milano, inoltre fanno osservare, che non ci sono sistemi omogenei di misurazione, che i misuratori venturimetrici non sono legali e che gli stessi erano stati esclusi dalla comunità europea. In sostanza l'inchiesta contesta la bontà e la validità delle misurazioni di un prodotto che arriva al cliente finale, comprendendo tutti dall'ente pubblico al cittadino-consumatore.

Va inoltre ricordato che tra gli appartenenti alla guardia di finanza impegnati nelle indagini sulle bollette del gas ci sono i quattro ufficiali, Virgilio Pomponi, Rosario Lo Russo, Vincenzo tomei e Mario Forchetti che secondo le accuse messe a verbale dal generale Roberto Speciale a luglio di un anno fa il viceministro Vincenzo Visco avrebbe tentato di fare trasferire in altra sede. Tre dei quattro ufficiali avevano partecipato anche alle indagini sulla scalata di Unipol a Bnl.

http://milano.repubblica.it/dettaglio/La-truffa-del-gas-pagato-e-mai-erogato-Raccontate-le-vostre-esperienze/1418473

http://notizie.tiscali.it/articoli/economia/07/05/28/eni_indagato_scaroni.html


MALASANITA'

RACKET DELLE POMPE FUNEBRI, CORROMPEVANO INFERMIERI A MILANO: 41 ARRESTI

Il business dei decessi arriva anche a Milano. Nella notte sono state arrestate 41 persone, coinvolte in un vasto giro di corruzione tra ospedali e imprese di onoranze funebri.

Molti degli arrestati sono infermieri di otto diversi ospedali o case di cura, che segnalavano alle pompe funebri dove e quando avveniva un decesso. L'operazione della polizia, coordinata dai sostituti procuratori del capoluogo lombardo Fabio Napoleone e Grazia Colacicco, si chiama "Caronte" e ha portato in carcere cinque persone. Tutte le altre sono invece agli arresti domiciliari.

Nella maggior parte dei casi le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla rivelazione di segreti di ufficio. L'indagine è nata da un vecchio esposto di un titolare di un'impresa di pompe funebri e da una denuncia del maggio 2007 di un comitato di familiari di deceduti in ospedale.

«Tangenti tra i 500 e i mille euro». «Noi stimiamo che le tangenti date agli infermieri per comunicare alle pompe funebri il decesso del paziente sia tra i 500 e i 1.000 euro, a seconda dell'ospedale e delle città». A dirlo è l'associazione dei consumatori Codacons, secondo cui, in questo modo, «i funerali offerti costano il 30% in più». La Codacons aveva già più volte denunciato il fenomeno del racket delle pompe funebri, facendo notare come «il business del caro estinto genera un giro d'affari annuo di tre miliardi e mezzo di euro per più di 5 mila imprese di pompe funebri».

Quella odierna battezzata ‘Caronte’, non è la prima inchiesta sul racket delle pompe funebri che interessa Milano.

Numerosi i precedenti, il più eclatante dei quali nel 1992.

Proprio un indagine su corruzioni e truffe intorno agli affari per ‘il caro estinto’ in alcuni ospedali, tra cui il Pio Albergo Trivulzio, portò sulle tracce di Mario Chiesa, il ‘mariolo’ come venne definito allora da Bettino Craxi, primo arrestato di ‘Mani Pulite’ per una tangente di 7 milioni di lire. Nel 1997 un’altra operazione portò la Procura di Milano a chiedere l’arresto (richiesta non accolta dal Gip), di 22 tra infermieri e procacciatori di sei imprese (san Siro, Lombarda Foroni, San Cipriano, La Milanese, la Casoratese Ognissanti) oggi quasi tutte nuovamente coinvolte. Ancora: nel 2004, 5 impiegati del Comune vengono indagati dalla Polizia Locale per reati analoghi.

A livello nazionale, tra i casi più recenti, le indagini della squadra Mobile di Arezzo nel 2006 (4 impresari arrestati e 5 infermieri indagati), della Guardia di Finanza di Torino nel 2001 e nel 2007 (9 indagati di cui 5 arrestati tra infermieri e impresari dell’ospedale Le Molinette) e dai Carabinieri di Bari nell’aprile di quest’anno (51 indagati di cui 33 arrestati in numerosi nosocomi del capoluogo pugliese). Secondo i dati Codacons il business del caro estinto genera un giro d’affari annuo di 3,5 miliardi di euro per più di 5 mila imprese funebri. (AGI)

"VEDI MILANO E POI MUORI". SANITA': ARRESTI AL SANTA RITA.

«Il chiodo non sterile? Mica lo butto Lo reimpianto al prossimo vecchio»

I colloqui tra i medici. E il primario disse: sono l’Arsenio Lupin della chirurgia

Sono una galleria di orrori e nefandezze le 209 pagine dell’ordinanza cautelare che ha portato a 14 arresti nella clinica Santa Rita. Dure le considerazioni del gip Micaela Serena Curami sui tre medici di chirurgia toracica accusati di 86 lesioni gravi e 5 omicidi (hanno accettato il rischio che i malati morissero) per aver operato pazienti senza alcuna «considerazione per la loro sofferenza, non solo non alleviata, ma aumentata». «Una macelleria», dice un investigatore. «In tutti i casi la sofferenza cagionata da inutili se non dannosi interventi chirurgici diventa il mezzo per procurarsi guadagni », commenta il gip Curami, a scapito di «pazienti inermi e debilitati, molto spesso anziani e grandi anziani ».

Casi inspiegabili
A una donna di 75 anni (formalmente si ipotizza un tumore) viene fatta una quadrantectomia a una mammella. Non serviva, bastava un piccolo intervento in day hospital. Una 42enne aveva un nodulo di 5 millimetri e un noduletto di grasso: sarebbe stato sufficiente un prelievo con un ago, invece le tolgono l’intera mammella con svuotamento ascellare. «Inspiegabile», commenta il perito. A una ragazza di 18 anni viene devastato il seno con un «intervento ampio, indicato nei tumori maligni», ad «impatto estetico rilevante» e che è «inspiegabile, dato che si trattava di un semplice fibroadenoma» benigno da levare in anestesia locale. Una paziente di 51 anni viene operata alla mammella sinistra che le viene demolita, senza trovare un tumore maligno che pure era in ecografia. Verrà tolto «con grave ritardo» in un secondo intervento «inadeguato e molto demolitivo».

Sotto i ferri, addio polmoni
Sono una sfilza di «Assolutamente da non operare!» o di «Incredibile! » le considerazioni degli esperti dei pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano. Come per il caso di un 38enne con polmonite ed epatite C. Da trattare con antibiotici e drenaggio, gli tolgono un pezzo di polmone. Cosa che avviene in una decina di polmoniti. Una paziente di 71 anni ha la polmonite con versamento pleurico. Poteva essere curata con un drenaggio, invece la operano. Quando testimonia dalla Gdf, cade dalle nuvole, non sapeva che le avevano tolto parte di un polmone. Una 88enne viene operata tre volte (12 mila euro a intervento). Ne bastava una. Un «caso di gravità estrema» è quello dell’85enne con difficoltà respiratorie, uno degli omicidi contestati. Ha problemi di cuore e si sospetta un tumore al polmone. Invece di fare un prelievo con un ago da biopsia, viene portato in sala chirurgica nonostante il «rischio elevato». Mentre Brega Massone, che si autodefinisce «l’Arsenio Lupin della chirurgia», e Presicci stanno operando (gli hanno aperto il torace), l’uomo muore: «Il chirurgo sostiene la tesi, assai improbabile, di una rottura spontanea del cuore. Non è stata chiesta l’autopsia. Del sospetto tumore non c’è traccia». «Caso sconcertante», scrive il perito Sartori. C’è la 65enne malata di tumore, metastasi ovunque. Niente potrebbe salvarla, ma finisce sul tavolo operatorio per «puro accanimento». Muore dopo lunghe sofferenze.

Il chiodo non sterile
Il dottor Renato Scarponi (domiciliari) è intercettato mentre parla con una certa Stefania di un chiodo che non è utilizzabile perché è stata aperta la confezione e non è più sterile. Scarponi: «Lo reimpiantiamo!». Stefania: «Battista non ve lo risterilizza, che reimpiantate?». Scarponi: «Mica lo butterà». Stefania: «Ascolti una cosa… ho detto a Filippi "state attenti quando aprite una cosa perché costa 455 euro più Iva"». Scarponi: «Senti… io se vuoi sotto mia responsabilità lo reimpianto subito in qualsiasi malato». Stefania: «Magari subito... quando capita la misura giusta». Scarponi: «Ecco, però te lo reimpianto subito alla prima frattura pertrocanterica… per il futuro...». Stefania: «Ho capito. Ma se Battista non lo sterilizza?». Scarponi: «No, per il futuro… perché si deve opporre, scusi eh. È come una pinza chirurgica. (...) Se il malato ha 90, 95 anni ha una brevissima aspettativa di vita eh».

La tbc
Uno dei medici (intercettata) spiega all’amica come funziona in clinica parlando di Brega Massone: «Ha operato un ragazzo (…) poi lo ha dimesso, questo è stato male, (…) alla Marelli gli hanno trovato la tbc, questo era già andato alla scuola e ha infestato la classe. (…) Lui non eseguiva i protocolli per la tbc, cioè uno va da lui, lui non fa un minimo di indagine, hanno scoperto che operava, cioè tutto quello che operava, lo passava per tumore da comportamento incerto, quindi uno che aveva una tubercolosi veniva pagato 20 mila euro come tumore, insomma, hanno fatto un bordello». Una ragazza straniera arriva con una febbre a 40 che resiste alle cure. Nessuno sospetta che ha la tubercolosi, anche perché non le fanno gli esami adeguati, «nonostante la febbre elevata, viene sottoposta a vats (interventomininvasivo, ndr.) e resezioni polmonari».

Affari di casa
Intercettazione che chiarisce gli obiettivi da raggiungere. Parla un medico del Santa Rita: «Pipitone prenderà i più delinquenti del mondo che gli faranno guadagnare miliardi. (...) Se prende una macchina da guerra come Scarponi… che opera anche quelli che non hanno bisogno, che si mette a contraffare le cartelle… lui ci guadagna, poi i Noc fanno le ispezioni a campione, non è detto che acchiappino Scarponi, intanto lui ha guadagnato (…) questo è l’ennesimo mezzo che danno ai proprietari di merda di speculare, perché, parliamoci chiaro, quando un intervento viene pagato 8.000 euro e noi ne prendiamo 700, gli altri 7.300 se li intasca il Pipitone. (...) Se anche li cascano la colpa è dei medici e lui viene fuori pulito. Un chirurgo pagato a prestazione, se vuole guadagnare deve fare più prestazioni ».

Ricette ai pazienti morti, indagati 32 medici

Dopo gli iperprescrittori che firmavano ricette a valanga, tanto da finire (in pochissimi) sotto la lente di ingrandimento della Corte dei Conti, dopo quelli che hanno patteggiato per aver preso le «mazzette » dai laboratori di analisi, ora spuntano i medici che davano i farmaci ai morti, e non perché erano miracolosi. Sono 32 e sono nei guai con la giustizia che, al termine di un' inchiesta della Procura, li accusa di falso in atto pubblico. Stavolta, però, si tratta davvero di pochissime ricette: in 22 dei 32 casi gli investigatori hanno trovato una sola prescrizione falsa, in quello più corposo si arriva a sei.

Il punto è che la legge, oltre ad essere inflessibile, è molto severa a riguardo degli atti pubblici: la ricetta, infatti, è un atto pubblico firmato da un pubblico ufficiale, qual è il medico. Chiudendo l'inchiesta, il pm Tiziana Siciliano ha invitato i dottori a farsi interrogare. Hanno 20 giorni per farlo e per dare, se ne hanno, le loro spiegazioni. Come ha già fatto uno di loro che si è visto archiviare. I medici dovranno chiarire perché intestavano le ricette a pazienti morti da tempo, come hanno accertato l'inchiesta degli ispettori della Asl e le indagini dei militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, e se si tratti solo di banali errori. Che è quello che sostengono i rappresentanti della categoria, preoccupati che questa nuova vicenda finisca per danneggiare l'immagine dei medici di famiglia.

Tangenti: condanna a tre anni per Girolamo Sirchia

L'ex ministro della Salute è stato condannato dal tribunale di Milano insieme ad altre 7 persone e una società per presunte tangenti nel mondo della sanità. Amareggiato, Sirchia giudica la "sentenza fuori dalla realtà e non condivisibile"

Una condanna a tre anni di reclusione per l'ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia e l’interdizione dai pubblici uffici come pena accessoria. È questa la decisione dei giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano nell’ambito del processo su presunte tangenti nel mondo della sanità milanese. La decisione del tribunale è stata anche più severa delle richieste formulate dall’accusa: 2 anni e 9 mesi di reclusione. Cosa che per gli avvocati di Sirchia, Paolo Grasso e Giovanni Maria Dedola, significa che la testimonianze  prodotte dalla difesa sono state ignorate.

Sirchia è stato condannato insieme ad altre sette persone e una società, ma per tre imputati la condanna è coperta da indulto. Anche i tre capi di imputazione per cui Sirchia è stato condannato non sono lontani dalla prescrizione. Tra i condannati Gioacchino De Chirico, responsabile di Immucor Inc., a due anni e sei mesi di reclusione, come Fabio De Rubeis, manager di Haemonetics, e Giuseppe Strazziota, rappresentante esterno di Immucor. La pena più alta, tre anni e sei mesi, è stata inflitta a Giuseppe Trudu, direttore commerciale di Haemonetics Italia. Haemonetics Italia, imputata in base alla legge 231, è stata condannata al pagamento della sanzione pecuniaria di 125 mila euro. Gli imputati sono stati accusati a vario titolo di corruzione, turbativa d'asta e appropriazione indebita.

COMMENTO. Una sentenza "fuori dalla realtà e non condivisibile". Sono le prime parole dette a caldo dell'ex ministro della Salute, subito dopo la lettura del dispositivo in aula. "C'è un integralismo del giudizio di cui prendiamo atto. Sono ovviamente dispiaciuto perché malgrado le prove e le testimonianze portate ha prevalso il teorema dell'accusa. Ovviamente mi riservo di impugnare una decisione che reputo fuori dalla realtà". Sirchia ha sempre sostenuto la sua innocenza e la sua estraneità ai fatti contestati. L'ex primario del Policlinico ha inoltre sottolineato che per lui è un dovere "rispettare quello che il Tribunale decide ma è anche un dovere - ha detto - difendere la mia onorabilità". Il professore, assistito dagli avv. Giovanni Maria Dedola e Paolo Grasso, si è detto comunque amareggiato per essere uscito da un processo con una condanna coperta da indulto e una pena accessoria legata a un preciso episodio che presto cadrà in prescrizione. "Mi dispiace che il tribunale sia andato al di là delle richieste del pm.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=32943&sez=HOME_INITALIA

http://www.consumatori-oggi.it/archives/00015771.html

http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_10/guastella_chiodo_non_sterile_e7a7bfc8-36af-11dd-97b9-00144f02aabc.shtml

http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2008/05_Maggio/16/medici_indagati.shtml

http://www.unionesarda.it/DettaglioCategorizzato/?contentId=23346


SERVIZIOPOLI TELEFONICA

Intercettazioni illegali, ventuno arresti nell'indagine su security Telecom Pirelli.

In carcere anche uomini di polizia, finanza e carabinieri. In manette tra gli altri Giuliano Tavaroli e Emanuele Cipriani. Sequestrati 14 milioni.  

Per l'accusa l'ex responsabile della sicurezza di Telecom e di Tronchetti Provera: "Agiva fuori sistema e non riferiva costantemente a nessuno se non al presidente".

Si fanno sempre più preoccupanti i contorni dell'inchiesta milanese sull'affaire che coinvolge il settore security di Telecom, con un fiume di intercettazioni illegali.

Una vicenda dai mille risvolti: dallo spionaggio nei confronti di Alessandra Mussolini prima delle elezioni regionali del Lazio a quello collegato al rapimento di Abu Omar. Che vede nel ruolo di spiati giudici, giornalisti, politici e uomini di altri servizi. E che è stata segnata tra l'altro dal suicidio di Adamo Bove, manager Telecom con compiti di alto livello nel settore della sicurezza.

Le manette sono scattate alle prime ore del mattino nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Milano: ci sono diversi ex manager, vari pubblici ufficiali, funzionari dell'agenzia delle entrate e 11 fra agenti e militari in servizio in Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Carabinieri. Decine e decine le perquisizioni in circa venti città, da Milano a Firenze, da Bologna a Prato a Torino, Novara e Como. I pm milanesi hanno firmato ordinanze anche per associazione a delinquere, corruzione, violazione sulla privacy, falso, riciclaggio e appropriazione indebita.

Il braccio destro di Tronchetti-Provera. Secondo il gip Paola Belsito, l'accusato numero uno, Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza di Telecom e di quella personale di Marco Tronchetti Provera, "agiva con grande frequenza mediante operazioni fuori sistema e non riferiva costantemente a nessuno se non al presidente". Le intercettazioni illegali effettuate, secondo l'accusa, grazie a uomini della Telecom, sarebbero state spesso commissionate e pagate proprio da uomini del gruppo.

E' quanto è scritto nelle ordinanza di custodia emesse oggi nell'ambito dell'inchiesta sulle intercettazioni dei Pm Nicola Piacente, Stefano Civardi e Fabio Napoleone. "L'enorme mole di informazioni e dati riservati - si legge - illegalmente ottenuti e memorizzati nell'archivio rinvenuto nella disponibilità di Cipriani è per la stragrande maggioranza commissionata da uomini del Gruppo Telecom e Pirelli e pagata con denaro proveniente da tali società".

Accuse pesanti. Per Tavaroli, finito in manette oggi insieme all'ex investigatore privato fiorentino Emanuele Cipriani, amico del cuore di Tavaroli cui Telecom ha "esternalizzato" delicatissimi incarichi di sicurezza e nel cui computer sono stati trovati centinaia di file di intercettazioni e tabulati illegali. Tavaroli e Cipriani sono molto amici di un'altra figura di spicco finita nell'inchiesta, l'ex numero due del Sismi Marco Mancini, arrestato ai primi di luglio.

In manette anche Guido Iezzi, manager della Pirelli incaricato della sicurezza all'interno dell'azienda. L'accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla rivelazione di segreti di ufficio. Al commercialista di Cipriani, Marcello Gualtieri, è stato contestato il reato di riciclaggio: avrebbe provveduto a nascondere in vari paesi europei, tra cui Svizzera, Belgio, Lussemburgo e Monte Carlo circa 14 milioni di euro di provenienza illecita.

Secondo gli investigatori il commercialista avrebbe anche avuto il compito di creare società fittizie all'estero.

Sequestri. Durante un blitz disposto da Milano, 11 milioni di euro sono stati sequestrati in Lussemburgo e due in Svizzera. I soldi erano depositati in conti cifrati e sono stati sequestrati grazie a una rogatoria internazionale. Sequestrata, inoltre, anche la villa a Firenze del valore di due milioni di euro di proprietà di Cipriani. In totale a Tavaroli e Cipriani è stata contestata l'appropriazione indebita di 20,7 milioni di euro.

Società di investigazioni. Al centro della vicenda c'è una società d'investigazioni di Firenze, la Polis d'istinto, i cui investigatori privati avrebbero carpito informazioni illegali oltre a quelle lecite, e un giro di fatturazioni gonfiate e fondi esteri. Nell'ordinanza emessa dal gip di Milano, Paola Belsito, si spiega il meccanismo: gli investigatori "ricevuto l'incarico da parte dei dirigenti delle security" fornivano loro "un resoconto delle attività condotte completo di informazioni illegali". Violazione della privacy. Tra le informazioni illecite vi sarebbero precedenti penali, informazioni tributarie, fiscali, anagrafiche, accertamenti bancari, fornite da chi si trovava in posizioni tali da trattarle, cioè agenti e militari compiacenti che in questo modo rivelavano segreti d'ufficio o violavano la privacy delle persone "monitorate".

Soldi in cambio di dati sensibili. Quanto ai capi d'accusa, per gli uomini delle forze dell'ordine arrestate c'è quello di "violazione del segreto d'ufficio". Gli arrestati, rendono noto i carabinieri, "avrebbero ricevuto dei pagamenti in cambio di rivelazioni di dati sensibili". Tra i reati contestati a Tavaroli e Cipriani c'è anche quello di appropriazione indebita: l'ipotesi scaturisce dagli accertamenti su un giro di fatturazioni di società estere, indirizzate al gruppo Telecom-Pirelli, che gli inquirenti sospettano possano essere state gonfiate per rendere disponibili somme di danaro.

I nomi. Le 18 persone colpite da ordine di custodia cautelare in carcere sono: Stefano Bilancetta, Fabio Bresciani, Moreno Bolognesi, Emanuele Cipriani, Alessia Cocomello, Gregorio Dovile, Antonio Galante, Marcello Gualtieri, Pierguido Iezzi, Giorgio Serreli, Antonio Michele Spagnuolo, Giuliano Tavaroli, Paolo Tilli, Spartaco Vezzi, Francesco Marella, Andrea Gianluca Magrassi, Cristiano Martin, Santi Nicita. Arresti domiciliari per Rolando Bidini, Giovanni Nuzzi, Nicolò Maria Fabrizio Rizzo.

http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/sismi-mancini-5/intercettazioni-arresti/intercettazioni-arresti.html


SICUREZZOPOLI

BANDE IN DIVISA

Il caso denunciato da “La Repubblica”. Arrestato commissario di polizia, rubava i gioielli e i pc sequestrati. I colleghi hanno trovato nella sua abitazione il materiale prelevato dagli uffici di Greco-Turro. Insieme con oggetti preziosi e computer c'erano anche macchine fotografiche e altra merce.

Aveva in casa un centinaio di oggetti di valore di dubbia provenienza, alcuni dei quali spariti dall'ufficio reperti del commissariato di Greco-Turro a Milano. Per questo il numero due del commissariato, Nunzio Musarra, 59 anni, è stato arrestato dalla polizia con l'accusa di peculato in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Enrico Manzi. Le indagini, coordinate dal pm Grazia Pradella, sono partite dal furto di un personal computer custodito all'ufficio reperti del commissariato. Nella casa dell'uomo, perquisita dai colleghi, sono stati trovati gioielli e cellulari ancora incartati, orologi di marca e altri oggetti di valore, dei quali ora si sta cercando di ricostruire la provenienza. Fra gli oggetti c'erano anche un trapano e un asciugacapelli. Musarra era già stato indagato per lo stesso reato nel 1996. Il fascicolo era stato archiviato, però, e alla vicenda non era seguito alcun provvedimento interno: è quanto riporta il gip Manzi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, motivata con il pericolo di reiterazione del reato. Il pericolo di reiterazione emerge anche dal fatto che dopo aver subito una prima perquisizione, è andato avanti a sottrarre materiale poi ritrovato nella sua abitazione nel corso di un secondo accertamento. A far scattare l'indagine il primo ottobre 2011, come si diceva, è stato l'ammanco di un pc che inizialmente doveva essere distrutto e di cui in seguito l'autorità giudiziaria ha disposto la sola confisca. Al momento di cambiarne la destinazione, gli agenti si sono resi conto che il reperto era sparito. Un collega ha raccontato di aver visto Musarra portare via un oggetto simile e da questo episodio sono partiti i controlli che hanno portato alle perquisizioni domiciliari. Il 20 ottobre c'è stata la prima comunicazione all'autorità giudiziaria, il 26 novembre e il 15 dicembre le perquisizioni in casa e quindi il provvedimento di custodia cautelare in carcere. Il questore di Milano, Alessandro Marangoni, ha commentato: "Queste cose non ci fanno passare un buon Natale. L'ufficio ha comunque gli anticorpi per difendersi non dalle mele marce, ma da un traditore come in questo caso: lo dico con dolore, ma con serenità". Dai riscontri è emerso che l'abitudine di Musarra di sottrarre i reperti era datata nel tempo, visto alcuni reperti risalgono addirittura alla metà degli anni Novanta.

Si è concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e il 2005.

Le condanne sono state emesse dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e dei due ideatori ed esecutori dei reati.

I condannati sono agenti che lavoravano presso la Squadra Volanti della Questura di Milano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".

A volte accettavano promesse "di pagamento della metà del valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro di prezzo dell’acquisto".

Di stesso tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008 la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009 altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni spacciatori.

Ma quanto raccontato da "L'UNITA' con il titolo "La banda in divisa" è allucinante.

Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.

Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.

Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».

Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.

Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.

«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.

Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».

E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.

Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?

La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.

Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.

Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».

Dopo questo non si deve dimenticare che è stato condannato a 12 anni, dal Tribunale di Milano, l'ex generale della Finanza Giuseppe Cerciello, accusato di corruzione.

O si è in attesa degli sviluppi dello scandalo dei falsi pass, denunciati 16 vigili.

I permessi di parcheggio sequestrati sono quelli normalmente concessi a infermieri, assistenti domiciliari e forze dell'ordine: l'indagine è partita dal ritrovamento di uno su un veicolo commerciale. In casa di un agente della polizia locale 98 pass in bianco, il kit e una macchina per la falsificazione.

Vigili urbani di Milano in piena bufera. In data 23 luglio2009, dopo l'iscrizione nel registro degli indagati del comandate Emiliano Bezzon, per un presunto giro di mazzette legato alle autorizzazioni di alcuni locali notturni, ora è scoppiato lo scandalo dei falsi permessi per la sosta, taroccati e venduti a peso d'oro da alcuni ghisa. L'indagine, che ha portato alla denuncia di quattro ufficiali, 12 agenti e 20 commercianti, è nata all'interno dello stesso corpo della polizia municipale. Il comandante della Zona 2, Paolo Pizzero, e la sua collaboratrice Marina Melandri nei giorni scorsi hanno notato le auto di alcuni negozianti parcheggiate nelle strisce gialle riservate ai residenti, che esponevano sul cruscotto i permessi normalmente rilasciati agli infermieri e agli assistenti sociali.

Fatti i dovuti accertamenti i due ufficiali non hanno esitato a segnalare l'illecito ai superiori: è scattata così 'indagine interna. Dopo una notte di interrogatori e verifiche, il nucleo radiomobile della polizia municipale è riuscito a smascherare 16 colleghi che falsificavano i pass e ha individuato 20 persone, in gran parte negozianti, che hanno ammesso di aver pagato dagli 80 ai 150 euro per comprarsi la comodità di parcheggiare davanti al proprio esercizio. Nel corso delle perquisizioni domiciliari i vigili hanno sequestrato 30 pass già compilati e venduti e hanno anche trovato, nell'abitazione di un loro collega, 98 tagliandi in bianco e l'attrezzatura per stampigliare l'ologramma e plasticare i cartoncini.

Il vicesindaco Riccardo De Corato: "Probabilmente andava avanti da anni".

http://ilgiorno.ilsole24ore.com/milano/2009/07/14/205366-abuso_potere_mentre_erano_servizio.shtml

http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/69414_rapina_e_estorsione_poliziotti_condannati/

http://www.unita.it/news/82144/la_banda_in_divisa

http://www.centroimpastato.it/php/crono.php3?month=4&year=2000

http://milano.repubblica.it/dettaglio/Comune-lo-scandalo-dei-pass-falsidenunciati-16-vigili-e-20-cittadini/1681749?ref=rephp


SPRECOPOLI

ECCO QUANTO GUADAGNA UN POLITICO

Tra chi è al vertice, Formigoni guida la classifica con 12.217 euro al mese, poi Penati con 9.306 e Moratti (9.124). È polemica dopo l´annuncio della Moratti, bocciato dai partiti della Cdl, che voleva tagliare i compensi Super rimborsi spese per chi arriva da fuori Milano, i comunali hanno sconto Atm e i biglietti gratis per San Siro, tutti gli assessori hanno l´auto blu con autista. Chi sta al Pirellone è sicuramente il più invidiato, un semplice consigliere può arrivare anche a 9.400 euro netti ogni mese. Meglio a chi sta a Palazzo Isimbardi, dove c´è un´indennità fissa di 2.300 euro lordi. In dotazione telefonino e computer. A Palazzo Marino c´è una netta sproporzione tra i politici e i dirigenti. E chi non ha un assessorato prende un gettone di 120 euro lordi a presenza.

MORATTI E LE ASSUNZIONI D'ORO

Letizia Moratti concede solo questo telegramma: «Abbiamo il massimo rispetto per l´azione della Guardia di finanza. Attendiamo l´esito delle indagini». Nel merito, assunzioni d´oro, il sindaco non commenta l´infornata di dirigenti comunali finita, a seguito di un esposto dell´opposizione, sotto la lente di controllo delle Fiamme gialle. Massima serenità di fronte all´inchiesta, dunque, la linea. Ma nel frattempo quel fascicolo riapre polemiche forti sul tema sensibile dei costi della politica. Tra l´Unione che accusa la giunta di «sprechi» e il sindaco di «incoerenza». Ma, soprattutto, con il fuoco amico della Cdl. Che blocca la riduzione delle indennità dei politici che vorrebbe fare Letizia Moratti, a partire dalla sua: «Lo stipendio di assessori e consiglieri non si tocca. Se vuole, il sindaco può solo dare in beneficenza una parte del suo».

COSTI DELLA POLITICA: I CONTRATTI D'ORO

In Comuni e province della Lombardia dilagano le consulenze e gli sprechi: Si va dalle teche per conservare gli orologi a hovercraft mai usati ai superstipendi "a incentivo demografico". L'oscar del privilegio agli 80 consiglieri del Pirellone.

http://milano.repubblica.it/context-nav/sprechi?excludeId=1322245


CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI

«Siete tutti dei buffoni, l'esame è da annullare». Un giovane aspirante avvocato si alza dalla sua sedia e corre verso il presidente della commissione, l'avvocato Marisa Meroni, che sta leggendo le tracce dell'esame davanti ai circa 4mila esaminandi. Prende in mano il microfono, interrompendo la lettura e grida: «Questo esame è una farsa, c'è già chi conosce le tracce».

DENUNCIA - È successo giovedì mattina 13 dicembre 2007 a Milano, durante l'esame di avvocatura che si teneva alla Fiera di Rho Pero. Con questa azione il praticante ha destato l'attenzione non solo dei suoi colleghi e dei commissari, ma anche quella dei carabinieri che a quel punto hanno verbalizzato la sua denuncia. Secondo alcuni testimoni, il giovane sarebbe stato denunciato per interruzione di servizio. Ad ogni modo l'esame è andato avanti: «Adesso ditemi se volete andare avanti. Se rimanete tutti al vostro posto, proseguo la lettura delle tracce» avrebbe detto a quel punto la presidente di commissione. Poi, tutto è filato liscio. Salvo la difficoltà dell'esame stesso: un ricorso per Cassazione che ha lasciato molti di stucco.

SU INTERNET - Diversi praticanti avvocato hanno invece denunciato irregolarità su internet. Su un blog, un anonimo ha scritto: «Alle 9,30 di oggi i candidati in coda all'ingresso del padiglione Fiera-Rho, pronti per sostenere la terza e ultima prova scritta, conoscevano già le tracce che di lì a poco sarebbero state dettate. Sapevano anche con esattezza su quale sentenza della Suprema Corte si sarebbe dovuta articolare la soluzione della questione giuridica sottesa all'atto giudiziario. Come è stato possibile? Semplice: in qualche commissione del sud, le buste sigillate erano state aperte tempo prima dell'esame, e il contenuto di tutte le tracce era stato divulgato. A Milano si è saputo solo al terzo giorno».

http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/12_Dicembre/14/esame_avvocato.shtml


INGIUSTIZIA

I BAMBINI DI BASIGLIO

Se questa è giustizia!!! I Bambini di Basiglio. Da un resoconto testuale e video de “Il Corriere della Sera”  I giudici della quinta sezione penale del tribunale di Milano hanno assolto «perché il fatto non sussiste» tutti gli imputati nell'ambito del processo avviato sui fratellini di Basiglio, tolti alla famiglia per un disegno osè. L'assoluzione era prevedibile dopo che lo stesso procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno l'aveva chiesta per i cinque imputati: una preside, due maestre, uno psicologo e un'assistente sociale. Erano accusati, a vario titolo, di falsa testimonianza, falso ideologico e lesioni colpose per i traumi che avrebbero provocato, in particolare al ragazzino di 13 anni. Il pm aveva chiesto l'assoluzione spiegando, nella requisitoria del processo a porte chiuse, che l'allontanamento dei due bambini dai loro genitori è stato profondamente sbagliato e che sono stati commessi tutti gli errori possibili in questa vicenda. Però, aveva sottolineato il magistrato, questi errori non hanno un rilievo penale. Alla lettura della sentenza erano presenti quattro degli imputati, alcuni dei quali sono anche scoppiati a piangere per la gioia e si sono abbracciati.

LA RABBIA DELLA MAMMA - «Non esiste, che schifo, che schifo la legge italiana. Scusatemi eh?!». Così, subito dopo la lettura del dispositivo, la mamma dei due bambini ha commentato la sentenza di assoluzione. «Ma come si permettono? - si è sfogata la mamma -. Hanno rovinato due bambini questi signori qua. I ragazzini soffrono ancora, soprattutto il più grande». Il figlio maggiore, portato via da casa proprio il giorno del suo compleanno, era rimasto traumatizzato. «Il bambino non ha dimenticato il volto di chi l'ha sbattuto in auto, strappato all'abbraccio della madre, minacciato, obbligato — senza riuscirci — a confessare pensieri e azioni mai fatti», aveva raccontato il padre. Più pacato, ma dello stesso tenore, il commento del legale della famiglia, Stefano Toniolo: «Siamo amareggiati, anche se temevamo questo verdetto, fatichiamo a capacitarcene. Leggeremo le motivazioni della sentenza».

HANNO LASCIATO IL PAESE - Oggi la famiglia non vive più a Basiglio, dove aveva vissuto per 10 anni. «La vita là era probabilmente difficile per loro - ha risposto l’avvocato Antonello Martinez a chi gli ha chiesto se si siano trasferiti a causa dell’accaduto -, qualche motivo ci sarà, se questi fatti sono successi». Durissimo il commento dell'avvocato: «Raramente ho poche parole come oggi. Non condivido la sentenza. Il processo, che si è svolto a porte chiuse, è stato durissimo: sembrava che la famiglia e i bimbi fossero gli imputati e noi sembravamo gli orchi cattivi». Il legale ha parlato di «una tappa molto triste del diritto italiano», e ha commentato: «Insomma, abbiamo scherzato, in un modo talmente tragico che il disegno, ritenuto necessario e sufficiente per portar via i bambini senza neanche convocare prima i genitori, nel processo è diventato una cosa assolutamente secondaria». Il legale ha spiegato che la sentenza non è impugnabile in sede penale, se non ai fini civilistici. «Non credo che lo faremo - ha detto -. Per la famiglia già la sentenza di oggi è stata una nuova traumatizzazione, per cui pensiamo di no». Quindi ha concluso, sottolineando: «Il tribunale dei minori ha ritenuto comunque che i bimbi non si dovessero prendere. Su questo non ci sono discussioni. L’assoluzione non significa che è stato fatto tutto bene».

LA VICENDA - Il 14 marzo del 2008 la bambina, di 9 anni, e il fratello di 13 anni erano stati tolti ai loro genitori per 69 giorni ed erano strati costretti a vivere in due diverse case d'accoglienza. Gli insegnanti della scuola frequentata dalla piccola, infatti, avevano segnalato ai servizi sociali di aver trovato un mese prima un disegno con allusioni erotiche sotto il banco della bambina. Tra gli operatori scolastici era nato il sospetto di relazioni malsane tra lei e il fratello, ed era partita una segnalazione alle autorità. Poi però, dopo che i bambini erano stati allontanati dalla famiglia, su disposizione del Tribunale per i minorenni, era emerso che a realizzare quel disegno era stata un'altra alunna e attorno al caso dei bimbi di Basiglio si erano mobilitate associazioni e politici, con fiaccolate ed altri eventi. Stando alle indagini coordinate dal pm Marco Ghezzi (poi andato in pensione), la preside e le due maestre avrebbero testimoniato il falso davanti ai magistrati, non raccontando che il disegno era stato fatto da un'altra alunna, pur sapendolo. Secondo il procuratore Forno, invece, gli inquirenti in realtà non glielo avevano mai domandato. Lo psicologo e l'assistente sociale, sempre secondo l'accusa, avrebbero costretto il fratello a confermare i sospetti sul disegno. Da qui l'accusa di lesioni colpose. Per il procuratore Forno però non è stato dimostrato il nesso causale tra le frasi dette dai due imputati al ragazzino e un eventuale trauma psicologico subito.

«NON SOLO PER IL DISEGNO» - «Capisco che è triste, però bisogna uscire dalla banalità con cui è stato trattato questo caso, perché si è parlato di questa vicenda come se l’allontanamento fosse stato disposto sulla base di un disegno e non è così», ha dichiarato l’avvocato Vinicio Nardo, difensore della preside. «La preside viene accusata di non aver parlato del disegno nella relazione ai servizi sociali e nella testimonianza, ma la vicenda è più complicata perché il disegno era solo il corollario necessario all’allontanamento - ha proseguito il legale -. Il comportamento della preside è stato legittimo. Se altri hanno sbagliato... lei non ha sbagliato nel fare quella relazione». Per Nardo, in ogni caso, «la vicenda è triste», ma va considerato che «c’è anche chi ha subito anni di processi».

FALSITA' SULLA FAMIGLIA - Il legale della famiglia, Stefano Toniolo, ha citato invece le «informazioni inesatte date ai servizi sociali nella segnalazione: per esempio si dava atto che la famiglia stava partendo per Palermo e non era vero, che la bambina in classe chiedeva insistentemente di giocare al dottore e non era vero, che avesse accumulato un tesoretto di 100 euro per dei presunti giochini, che saputo del disegno la mamma l’avesse messa in castigo, quando sapeva benissimo che era l’ennesimo scherzo fatto dalle compagne la emarginavano». Tutti i procedimenti aperti a carico della famiglia davanti ai giudici minorili sulla vicenda sono stati archiviati.

IL CASO BARILLA’

“Ho fiducia nella giustizia”, dice il protagonista del clamoroso errore cui la fiction s’ispira.

Daniele Barillà è un uomo mite, lo sguardo sereno, il sorriso aperto quasi fanciullesco, disarmante.

“Ho fiducia nella giustizia” dice, e la cosa sorprendente è che si è costretti a credergli.

Nonostante tutto, nonostante quest’uomo oggi quarantaduenne sia stato il protagonista di un clamoroso caso di errore giudiziario per il quale ha scontato sette anni di carcere e affrontato tre gradi di giudizio prima che venisse riconosciuta la sua innocenza.

Nel 1993 una Fiat Tipo color amaranto viaggia per le strade del milanese, alla guida il giovane imprenditore Daniele Barillà. D’improvviso l’auto è circondata dai carabinieri del Ros: Barillà è trascinato fuori dalla sua macchina e arrestato con l’accusa di traffico di droga.

Comincia così l’odissea giudiziaria che il regista Stefano Reali ha raccontato in L’Uomo Sbagliato, fiction di Raiuno.

Nei panni dell’imprenditore è Beppe Fiorello nuovamente alle prese con un personaggio scomodo, al centro di una vicenda che suscita rabbia e indignazione.

Tanto più visto che in questo caso i ‘cattivi’ sono proprio quelle forze dell’ordine e quella giustizia che per sua stessa definizione dovrebbe difendere gli innocenti e punire i colpevoli.

In realtà ad interessarsi del caso dell’imprenditore milanese fu un giornalista, Stefano Zullo che nel 1995 rilesse il caso Barillà, “ne parlai con il procuratore Borrelli – dice – e anche lui si disse convinto dell’innocenza di quest’uomo. Con una lettera alla procura di Livorno manifestò i suoi dubbi ma non venne ascoltato”.

La situazione si sblocca nel ’97 quando il capo dell’operazione che aveva portato all’arresto di Barillà, il colonnello Michele Riccio, venne arrestato per gravi irregolarità commesse durante varie indagini.

Furono così riaperti molti casi e anche quello di Barillà venne revisionato da Francesca Nanni una giovane PM della Procura di Genova.

“Posso dire che molti di quella ‘mitica squadra’ (di cui faceva parte anche il capitano Ultimo n.d.r.) che mi accusarono ingiustamente oggi sono in prigione – dice Barillà – mentre io sono qui, libero finalmente. Per questo credo ancora nella giustizia e nella sua capacità di correggere anche i propri errori”.

Ma non è tutta rose e fiori la vita di Barillà: “Anche oggi ogni volta che una pattuglia mi ferma vengo perquisito e mi smontano la macchina, per loro sono ancora qualcuno che è stato dentro per droga”.

Per non parlare degli enormi problemi economici che anni di carcere e il lunghissimo iter giudiziario hanno causato.

La Corte d’Appello di Genova ha infatti condannato lo Stato ad un mega risarcimento (4 milioni di euro) per gli anni che Barillà ha ingiustamente passato in prigione, ma i soldi tardano ad arrivare.

Barillà, nei lunghi anni passati in prigione è venuto a conoscenza di altri casi simili al suo?
“Tanti, e potrei fare anche i nomi ma sarebbe una mancanza di rispetto. Il vero male è questo maledetto patteggiamento. Molti, anche se innocenti, accettano pur di tornare alle loro case e poter riabbracciare i propri cari. Io potevo uscire dopo 6 mesi ma non ho patteggiato perché ero sicuro di poter dimostrare la mia innocenza. Spero con questo film di poter aiutare quelli che hanno subito la mia stessa ingiustizia”.

La ‘mitica squadra’…..
"Già! Di loro faceva parte anche il capitano Ultimo. Seguì la macchina sbagliata, al processo fu uno dei miei accusatori e la sua testimonianza risultò determinante. Quando ho incontrato Stefano Reali gli ho detto che il suo film su Ultimo ha probabilmente allungato la mia detenzione: chi poteva credere che un tale eroe avesse commesso un così grave errore?”

Sette anni di carcere, 24 prigioni diverse. Come si può sopravvivere a tanto sapendosi innocente?
“Fiducia nella giustizia e nella forza della verità. Come ha detto Zullo, l’innocenza lascia tracce proprio come la colpevolezza! Ma è stata una prova dura, un carcere ha le sue regole che bisogna imparare. Gli stupratori e chi violenta o uccide i bambini, beh quelli non hanno vita facile. Io ho trovato solidarietà e sostegno morale anche se ero un rompiscatole”.

Cioè?
“Giravo con in mano i verbali dei miei processi e dicevo a tutti che ero innocente. Qui siamo tutti innocenti – mi rispondevano – mica solo tu. Ho capito che ognuno ha i suoi guai. Lì dentro non contano le istituzioni ma l’umanità, e i detenuti sono uomini. Quando mi hanno scarcerato, dopo venti giorni avrei voluto tornare dentro, ormai era quella la mia casa”.

Si sa di tante violenze all’interno dei carceri...
“Ho visto dei pestaggi, quanto all’omosessualità non posso dire di essermene accorto. Fortunatamente io non ho subito queste violenze”.

IL CASO PALAU GIOVANNETTI

Pietro Palau Giovannetti, oltre ad essere il coraggioso Direttore Responsabile del giornale on line “La voce di Robin hood”,  è tra i padri fondatori del "Movimento per la Giustizia Robin Hood" e della rete di "Avvocati senza Frontiere", organizzazioni no profit che, da oltre 20 anni, si battono per l'affermazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e una giustizia pulita libera dagli interessi delle mafie e delle corporazioni, sostenendo quella parte sana e assolutamente minoritaria della magistratura, che non si presta a legittimare gli abusi che quotidianamente vengono perpetrati nelle aule di giustizia, dai poteri dominanti nei confronti dei cittadini più deboli e indifesi.

A fronte del suo impegno civile e delle sue coraggiose denunce nei confronti dei cd. "poteri forti" Pietro Palau Giovannetti ha subito oltre 750 procedimenti penali con le accuse più disparate e capziose per pseudoreati di natura ideologica, scaturenti dalle sue stesse denunce, mai esaminate, o dai suoi taglienti articoli giornalistici, i cui procedimenti nella stragrande maggioranza dei casi si sono conclusi con assoluzioni con formula piena o, con archiviazioni de plano per manifesta infondatezza delle notizie di reato.

Tra i tanti "procedimenti-farsa" sollecitamente istruiti a suo carico a tempi di giustizia scandinava dalle Procure e Corti di Appello di mezza Italia (da Torino, Treviso, Milano, Brescia, Trento, Trieste, Venezia, Alessandria, Bologna, Firenze, Roma, Palmi, Reggio Calabria), si registrano anche due singolari richieste di "perizie psichiatriche", da parte delle Procure di Milano e di Torino, nonché dalla Procura Generale di Milano, proprio come in uso nelle dittature dei Paesi dell'Est.

Per la mole di attività persecutorie a cui è stato sottoposto la sua figura è stata paragonata a quella di Danilo Dolci (pacifista nonviolento) che, come lui, dal 1952, dedicò la sua vita alla causa delle persone più deboli, in Sicilia, venendo ingiustamente arrestato e condannato per reati di opinione dalla magistratura di regime dell'epoca tutt'oggi asservita agli interessi della politica e della mafia siciliana.

La condanna venne infatti laconicamente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, seppure in sua difesa avessero testimoniato i maggiori intellettuali e Premi Nobel dell'epoca e l'arringa fosse stata pronunciata dal grande giurista Piero Calamandrei, tra i padri della Costituzione.

I CASI MARIANI E CROSIGNANI

Sane di mente o psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri criminali o casuali coincidenze?
A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si inseriscono in vicende per nulla chiare.

Secondo il codice civile si può richiedere l'interdizione quando una persona maggiorenne si trova in situazione di abituale infermità di mente. Si applica dunque in casi di incapacità legale a compiere atti giuridici.

Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti.

L'incubo di cui parla inizia il 9 giugno 1999, quando, con una sentenza del tribunale di Milano (pubblico Ministero Ada Rizzi, giudice tutelare Ines Marini – nomi da tenere presente, perché torneranno nella seconda storia), viene stabilita l'interdizione della Crosignani su richiesta dell'ex marito, un diplomatico di nazionalità austriaca.

La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono.

La paranoica Piera, maturità classica, quattro lingue parlate correntemente, studi alla Sorbona e a Cambridge, legge Sofocle e Ibsen quando incontra lo psichiatra Gian Luca Biagini all'Asl 2 di Lucca. E Biagini contesta da subito la perizia ammessa dal tribunale di Milano.

E lo psichiatra di Lucca va oltre: spedisce un esposto al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura oltre che segnalare all'Ordine dei medici di Milano il comportamento del perito del tribunale e la validità della perizia a suo dire inspiegabile. Silenzio e ancora silenzio. Si susseguiranno perizie su perizie, finchè la Crosignani, matta per legge da anni, viene riabilitata da una revoca della sentenza di interdizione accolta nel giugno 2005. Il giudice tutelare del tribunale di Lucca impedisce alla signora di ritornare in possesso delle sue proprietà. Sana sì, ma che non tocchi il suo patrimonio (per quello ci sono i tutori, sempre).

Delle due l'una: se la Crosignani proprio non è matta, allora il suo delirio paranoico diagnosticato può anche essere, al contrario, una lucida consapevolezza di essere divenuta vittima di una organizzazione truffaldina.
Ancora sette anni fa raccontava a Il Giornale del 17 settembre 2000 le parole di un magistrato milanese «su piani orditi per impossessarsi dei beni di anziani soli e abbienti, di notai manigoldi, di avvocati conniventi».

A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro.

Laureata in filosofia con orientamento psicologico, lucidissima e agguerrita, pronta a ripercorrere ancora una volta quei dodici anni che iniziano con la denuncia di un traffico illecito, passano per processi, minacce di morte, divorzio, lutti familiari e, non una, ma ben quattro procedimenti di interdizione.

Il caso fu oggetto anche di 2 interrogazioni parlamentari.

Claudia non vuol rendersi indirettamente complice degli illeciti del marito e informa Autorità pubbliche e magistratura di quanto scoperto, continuando, su loro indicazione, a raccogliere informazioni utili. E le informazioni documentali Claudia le porta copiose alla competente Procura di Tortona; ma l'inchiesta non prosegue, rallenta, si insabbia, e si ferma. Di più: il procuratore capo Aldo Cuva, che da lì a pochi mesi verrà radiato dalla magistratura per essere accusato di aver manomesso i verbali d'interrogatorio nell'inchiesta sui drammatici fatti dei sassi dal cavalcavia di Tortona, «cercò – dirà la Mariani – di farmi passare per pazza e colpevole, impedendo in tutti i modi il proseguimento delle indagini».
Emblematico a questo proposito un documento, di cui siamo in possesso, redatto a mano dal dottor Cuva su carta intestata della Procura indirizzato al comandante della Guardia di Finanza di Tortona con il quale si suggerisce di «farsi carico… di elementi di giudizio utili, eventualmente, sotto il profilo della calunnia».

Sembrano ora trovare conferma, nei fatti, le tante minacce rivolte dal marito e rintracciabili nelle numerose denunce depositate dalla Mariani negli anni: «Non immagini neppure chi sta dietro a sto giro!!! Abbiamo amici magistrati, finanzieri, poliziotti che lavorano per noi. Ti distruggiamo fino a farti interdire e internare in un manicomio. E quando sei lì dentro ti distruggiamo fisicamente e cerebralmente».

Trasferitasi a Milano si fa pressante la condizione della madre, l'allora ottantenne Cesarina Fumagalli già affetta da patologie psichiche che peggiorano di giorno in giorno.

Si rivolge dunque alle strutture sanitarie per chiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio e al Tribunale di Milano l'interdizione della madre.

E qui i fatti si susseguiranno con una sequenza travolgente che ha dell'incredibile: il Tso viene revocato e la Mariani si ritrova una imputazione per sequestro di persona da parte del PM Ada Rizzi (la ricordate? La stessa della storia Crosignani).

Ma non basta: ora il caso Mariani si riannoda indissolubilmente con il caso Crosignani. Perché manca ancora il colpo di scena: non solo la domanda di interdizione per la madre è stata rigettata ma è ora la stessa Mariani che si dovrà difendere da una richiesta di interdizione. Ad avallare la causa c'è ancora lei, il PM Ada Rizzi. E a proporla, assistita dall'avvocato Calogero Lanzafame, la stessa Fumagalli.

Nel 1997 la dottoressa Mariani, sollecitata anche dai giudici tutelari della madre, denuncia Lanzafame per circonvenzione e reati connessi e presenta un ricorso urgente per la limitazione della capacità di agire della madre. Ma denuncia e ricorso, assegnate come sempre alla Rizzi, vengono naturalmente respinte.

Seguono negli anni: denunce e controdenunce; perizie e controperizie (saranno addirittura 12); istanze e controistanze; citazioni in giudizio, richieste di avocazioni, richieste di sequestri cautelari, archiviazioni in un via vai di fascicoli che appaiono e scompaiono interessando tutti i piani di Procura, Tribunale e Corte d'Appello di Milano.

Siamo nel 2000 quando il sostituto procuratore Gherardo Colombo, consultata la memoria presentata dalla Mariani, inoltra con urgenza per competenza alla Procura di Brescia i procedimenti aperti.

Mentre quella Claudia Mariani che chiede l'interdizione della madre malata, presenta alla procura di Brescia, su suggerimento del presidente di corte d'Appello Seriani e del sostituto Colombo, una denuncia per abuso d'ufficio contro il PM Rizzi. Di rimando, la Rizzi cita in giudizio la denunciante Mariani per richiederne l'interdizione, in quanto affetta principalmente da «querulomania».

Il 4 aprile 2007 presso il Tribunale di Milano all'udienza in appello per il giudizio di interdizione intentato contro la dottoressa Claudia Mariani dal pm Ada Rizzi, la corte ha preso atto della perizia del tutto favorevole redatta dal Consulente tecnico d'ufficio dottor Vittorio Boni.

Claudia Mariani è ufficialmente sana di mente. Come lo è la Crosignani.

Questa inchiesta è stata pubblicata sul mensile Casablanca, che rischia di chiudere per "dimenticanze" dello Stato, e perchè forse l'antimafia è concepita solo se si parla di coppole e lupara.

http://www.ildue.it/Temi/Liberta/PaginaTLiberta.asp?IDPrimoPiano=1259

http://www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=167&titolo=CHI%20E'%20PIETRO%20PALAU%20GIOVANNETTI?

http://www.censurati.it/index.php?q=node/3632


Questo per quanto riguarda gli adulti. E i nostri figli ??

Cresce fra le ragazzine il fenomeno della microprostituzione: sesso a scuola e sul web per arrotondare la “paghetta”.

Ricordate, appena qualche anno fa, quando si parlava di immagini spinte che gli adolescenti facevano girare con i telefonini? Allora quel fenomeno, che era ai suoi albori, venne inquadrato in una specie di patologia “esibizionistica” imitativa fra teenagers. Capitarono anche casi di video “hard” di ragazzine, destinati all’auto-contemplazione all’interno della coppia o al ristretto giro delle amicizie più intime, diffusi, invece, sempre tramite i cellulari, ad intere scolaresche ed intercettati anche dagli allibiti genitori. Alcuni di questi episodi divennero casi di cronaca anche in Emilia, a Bologna e Modena, con povere ragazze messe in piazza in quel modo, e genitori costretti a rivolgersi ai carabinieri.

Si parlò poi di “bullismo elettronico”, quando, oltre alle scene di sesso precoce, vennero fatte circolare dai cellulari anche immagini girate a scuola di pestaggi (anche ai danni di minorati) o di “scherzi pesanti” a professori (ricordate il caso di Lecce della professoressa in perizoma, palpeggiata dagli alunni?). Ci si interrogò allora sul bisogno dei giovani di “apparire” a tutti i costi, di “visibilità” anche negativa, per esistere….

Ebbene a distanza di pochi anni, il fenomeno ha cambiato definizione e modalità: non più “esibizionismo”, non più “bullismo”, non più violenza gratuita, non più gratuita ostentazione… nel senso che le ragazzine continua a riprendersi o a farsi riprendere in situazioni “osè”, ma adesso pretendono di essere pagate. Il fenomeno si sta cioè convertendo in “microprostituzione” a scuola o tramite web. Una forma di prostituzione per così dire “under”, estemporanea, praticata per lo più fra coetanei (per questo la si chiama “micro”), ma è certo alta la possibilità che queste stesse ragazze possano diventare anche “prede” di adulti senza scrupoli, ed ovviamente più danarosi dei loro compagni di classe.

Il fenomeno è osservato ed in preoccupante espansione. Per molte ragazze sta diventando “normale” concedere prestazioni sessuali, o ritrarsi in pose erotiche tramite la webcam o gli stessi cellulari, in cambio di soldi per arrotondare la paghetta dei genitori. Paghetta che magari la crisi può aver un po’ ristretto.

Un allarma in questo senso viene dalla Lombardia, dal Comune di Milano che ha lanciato una campagna di sensibilizzazione dei genitori sul problema della microprostituzione e della crescente diffusione della pornografia informatica fra i ragazzi.

“I dati sull’aumento della microprostituzione e delle frequentazioni abituali di sito pornografici da parte degli adolescenti sono preoccupanti – ha confermato l’assessore alla salute del Comune milanese, G.Paolo Landi di Chiavenna – Per questo abbiamo deciso di intervenire con iniziative di informazione e sensibilizzazione delle famiglie”. “E’ ancor più preoccupante – continua l’assessore – apprendere non solo che nei bagni delle scuole i ragazzi fanno sesso, ma soprattutto che in queste prestazioni sessuali, anche di tipo orale, non si ricerca solo il piacere, ma vengono accordate dalla ragazzine per arrotondare la paghetta, un fenomeno diffuso anche in rete con numerose ragazze che si spogliano on line con la webcam su chat erotiche”.

Sul Corriere della Sera intanto emergono storie sintomatiche come quella di Giorgia di prima media. Ha pubblicato la sua foto seminuda su Messenger, con una mano sposta la canottiera sul seno, e negli occhi una luce maliziosa che a quell’età non dovrebbe nè potrebbe avere; oppure la storia di Viviana che in cambio di un iPod offre prestazioni orali a 5 euro nei bagni del liceo. I ragazzi nelle agende dei loro cellulari si scambiano foto e indirizzi web delle loro compagne più “disponibili”, con tanto di indicazione su ciò che fanno, come lo fanno, dove, e la cifra che chiedono. “E questa è solo la punta dell’iceberg”, commenta ancora l’assessore milanese.

Gli esperti notano infatti anche il continuo abbassarsi dell’età del consumo di pornografia scaricando filmati da internet. Con la novità che questo “consumo” prima quasi esclusivamente maschile, sta ora coinvolgendo sempre più spesso anche le femmine.

Il centro e la periferia, la Milano bene e quella dei palazzoni degradati, i bambini e gli adolescenti, è un tarlo trasversale e poco rintracciabile questa sessuomania dai risvolti hard che colpisce i ragazzi milanesi. «E non è giusto far finta di niente, pensare 'non succederà a mio figlio', dimenticare la cosa come se riguardasse sempre e solo gli altri», spiega Luca Bernardo, primario della struttura di Pediatria e dell’area adolescenza al Fatebenefratelli. «Sono i numeri a dimostrarlo». Otto ragazzi che per questioni di bullismo sono arrivati a raccontare a medici e psicologi le loro vicende personali e quelle dei compagni, a rivelare un giro di microprostituzione. Con loro, anche quattro ragazzine tra i 14 e i 17 anni. «I rapporti avvengono nelle scuole o nei locali — racconta l’esperto — anche tra gruppi. E mai durante l’intervallo, ma ad orari stabiliti prima, durante la fase preliminare ». Quella in cui ci si mette d’accordo.

La materia di scambio: iPhone, iPod, schede per la ricarica del cellulare, vestiti e scarpe griffate. «Le ragazze si comportano come l’ape regina che attira a sé il maschio — continua Bernardo —, sono calme e disinibite. Di solito hanno qualche anno in meno rispetto ai partner. I maschi le scelgono consultando il book virtuale». Un fenomeno sotterraneo, difficile da far emergere. «Sono nicchie, zone oscure — commenta Michela Francisetti, preside all’istituto comprensivo Pertini — ma non è questo il punto. Il problema è quello che sta dietro, il disagio di una società che fa fatica a indicare un percorso educativo, l’immagine imprecisa che le giovani hanno di sé e che i coetanei hanno di loro».

http://www.telesanterno.com/cresce-fra-le-ragazzine-il-fenomeno-della-microprostituzione-sesso-a-scuola-e-sul-web-per-arrotondare-la-paghetta-0825.html

 http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_agosto_25/sesso_scuola_teenager_landi_chiavenna_ipod_giochi_erotici-1601699115913.shtml