GIUGLIANO
SESSO E MAZZETTE IN CAMBIO DI FAVORI IN MANETTE VENTITRÉ VIGILI CORROTTI
Invece di dirigere il traffico cittadino, preferivano dirigere il traffico delle mazzette. Sicuramente più redditizio, per ventitrè vigili urbani di Giugliano (Napoli), incappati all'alba di ieri, in una retata della polizia, che ha ammanettato anche altre 16 persone. Gravissimi i capi di accusa, formulati dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli: associazione per delinquere, corruzione, concussione, falsità materiale ed ideologica, favoreggiamento personale, rivelazione di segreto d'ufficio, violazioni urbanistiche e violazioni di sigilli.
L'inchiesta è nata da un ricatto sessuale, avanzato da un vigile urbano, a una giovane imprenditrice, che aveva realizzato un’opera edilizia, pur non avendone le autorizzazioni. In cambio del silenzio, l'estortore, pretendeva dalla donna, un regalo in «natura». Ma, la vittima non c'è stata e si è rivolta alla polizia, al vicequestore Pasquale De Lorenzo, dirigente del commissariato di Giugliano. Tra la denunciante e gli investigatori, si è stabilito subito un rapporto di reciproca fiducia e cosi l'indagine è subito decollata.
L'inchiesta della polizia ha svelato ben altre situazioni, rispetto alla «semplice» estorsione a scopo sessuale. In poco tempo, gli investigatori hanno scoperto che, quasi un’intera sezione della polizia urbana, svolgeva ben altre attività rispetto a quelle previste dai doveri d’ufficio. Complici dei caschi bianchi, funzionari dell'ufficio tecnico e imprenditori. In sostanza sarebbe emerso che il presidio territoriale nel settore dell'antiabusivismo «non era finalizzato a ragioni di prevenzione - come sostengono i pm della Dda - quanto, piuttosto, a un radicale monitoraggio di tutte le attività edilizie al fine di trarre lauti guadagni».
Dalle attività di intercettazione telefonica e ambientale (persino due cimici collocate in un'auto del corpo) sarebbe emerso «un quadro allarmante di vicende corruttive realizzate nell'ambito di un ampio contesto associativo, costituito da vigili urbani - spiegano in Procura - funzionari dell'ufficio tecnico del Comune e imprenditori impegnati nel settore delle costruzioni abusive». La banda aveva addirittura messo a punto una sorta di tariffario (da 500 a 2.500 euro), stilato in base all'abuso sul quale chiudere entrambi gli occhi. Le tangenti finivano nel «calderone», ovvero la cassa comune del gruppo ed erano poi ripartite equamente, tra tutti i partecipanti all'associazione per delinquere.
Al blitz hanno preso parte duecento poliziotti: il commissariato è stato affiancato dalla Digos e dalla Squadra mobile della questura di Napoli. I vigili urbani di Giugliano sono recidivi: due anni fa, infatti, nell'ambito di un'altra indagine, fu decapitato il vertice del corpo.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=263114
ISCHIA
ABORTI CLANDESTINI E FALSI OBIETTORI DI COSCIENZA
Praticavano aborti clandestini nei loro studi privati ed in qualche caso anche in Ospedale, dove però il centro per le interruzioni volontarie di gravidanza non è mai stato allestito.
Sono queste le contestazioni che la Procura della Repubblica di Napoli, dopo oltre due anni dall’avvio delle indagini, ha mosso ad Attilio Conte, Primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell’Ospedale Rizzoli di Lacco Ameno (Ischia) ed all’Aiuto, Giovanni Strudel.
I militari della Guardia di Finanza hanno notificato l’avviso di chiusura delle indagini a medici, difensori ma anche a sei donne, cinque italiane ed un’ucraina che si sono prestate alla pratica degli aborti clandestini. A far finire nei guai i due conosciutissimi professionisti sull’isola d’Ischia una troupe di giornalisti, un giornalista locale e la troupe delle IENE.
Da esca alcune giovani donne che chiedevano per se stesse o per amiche, come poter risolvere il “problema” di una gravidanza indesiderata. Per Attilio Conte – in ospedale obiettore di coscienza - e Giovanni Strudel nessun timore e problema, ignari di essere registrate da microtelecamere, concordarono e “confessarono” la propria disponibilità ad effettuare aborti clandestini. Immagini e dichiarazioni esplosive sfociate nell’inchiesta giudiziaria.
Al Primario Attilio Conte la Procura contesta la violazione della legge 194 ed in particolare tre casi di aborti clandestini perché, scrive il pubblico ministero: “cagionava illegalmente e clandestinamente l’interruzione volontaria della gravidanza di una donna gravida alla 6° settimana, praticando l’intervento abortivo in assenza degli accertamenti previsti e presso il proprio studio privato”.
Ad un ulteriore contestazione per un’interruzione di gravidanza effettuata nel 2003, praticata ad una donna di 21 anni, gravida alla 7° settimana, si affianca l’accusa di falsità ideologica per aver il Primario “attestato falsamente nella cartella clinica relativa ad una paziente ricoverata presso l’Ospedale Rizzoli, al fine di assicurarsi l’impunità, di aver proceduto a svuotamento e revisione cavitaria a seguito di aborto ritenuto, ben consapevole della non veridicità della predetta diagnosi per aver proceduto ad interruzione volontaria della gravidanza in violazione di legge, ovvero in assenza degli accertamenti previsti ed in struttura sanitaria non autorizzata alle interruzioni volontarie di gravidanza”.
Terza ed ultima contestazione viene mossa al Primario Conte per l’interruzione di gravidanza di un’altra 21enne, gravida alla 19° settimana”. Anche in questo caso si è affiancata una seconda contestazione di falso ideologico per “aver attestato falsamente nella cartella clinica di una paziente ricoverata presso l’ospedale Rizzoli, che la predetta aveva espulso spontaneamente un feto premorto, ovvero un aborto spontaneo, ben consapevole della non veridicità della diagnosi”.
Analoga contestazione all’aiuto Giovanni Strudel, indagato per altri tre casi di interruzione illegale e clandestina di gravidanza, e per aver attestato “falsamente nella cartella clinica di una paziente di (una 40enne isolana) ricoverata all’ospedale Rizzoli - gravida alla 20° settimana – che la predetta aveva avuto un aborto spontaneo, ben consapevole della non veridicità della diagnosi per aver proceduto ad interruzione volontaria della gravidanza della paziente in violazione di legge, ovvero oltre 90 giorni dal concepimento, in assenza della verifica di condizioni patologiche ed in struttura sanitaria non autorizzata alle interruzioni di gravidanza”.
Nel febbraio 2006 il fatto balzò agli oneri della cronaca soprattutto quando la troupe di giornalisti, dopo lo scoop, si recò davanti allo studio dello Strudel per un’intervista. Un amico del medico aggredì la troupe con calci e pugni mandandone due all’ospedale. Arrestato dalla Polizia venne poi accusato di rapina per essersi impossessato con violenza di una delle due telecamere. Processato per direttissima venne condannato, sentenza confermata nei mesi scorsi dalla Corte di Appello di Napoli.
http://www.teleischia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=9259&Itemid=39

MARIGLIANO
POLIZIA VIOLENTA
Non si placano le proteste in tutto l’hinterland napoletano nei pressi dei presunti siti di stoccaggio. Stamattina a Marigliano c’è stato un grave scontro tra manifestanti e forze dell’ordine.
Gli abitanti della zone avevano organizzato un sit-in pacifico per presidiare la discarica che, secondo il piano del neo commissario Gianni De Gennaro, dovrebbe riaprire per affrontare l’emergenza. Secondo fonti della polizia i loro agenti avrebbero semplicemente creato un varco tra la folla per permettere il passaggio delle ruspe e consentire il cambio tra Carabinieri e Guardia di Finanza.
Non sono dello stesso avviso, però, i cittadini presenti agli scontri i quali hanno raccontato che molti manifestanti sono rimasti contusi tra cui donne e bambini: “Avevamo le mani alzate proprio per dimostrare la nostra volontà di protestare pacificamente.
Ma le forze dell'ordine ci hanno caricato perché impedivamo loro l'accesso per il cambio di guardia. Hanno colpito donne e bambini senza discriminazioni di sorta. Siamo stati trattati peggio delle bestie. Hanno colpito una donna incinta, i bambini, i ragazzi, e non si sono neanche accorti di un poliziotto in borghese che cercava di calmare gli animi.
Nella furia hanno dato una manganellata anche a lui. Siamo come i deportati - hanno concluso - lo Stato manda le nostre famiglie nella discarica, e ci carica come fossimo dei criminali della peggior specie”.
Anche il sindaco di Marigliano Felice Esposito Corcione ha espresso la volontà di bloccare le ruspe per aprire un confronto: “Sembra che devono sedare una rivolta di camorristi o terroristi. Noi siamo gente pacifica e virtuosa e non vogliamo essere puniti dall'alto per aver fatto solo il nostro dovere. In uno dei varchi di accesso al sito c'erano dei giovani e delle donne e le forze dell'ordine hanno caricato con i bambini seduti a terra, quattro persone sono andate in ospedale”.
http://www.pupia.tv/notizie/0002347.html

META DI SORRENTO
Ci sono appartenenti alle forze dell'ordine che, liberi dal loro lavoro, hanno rischiato la vita (e a volte ce l'hanno rimessa), per bloccare criminali in azione. E ce ne sono altri che, sempre liberi dal servizio, si trasformano loro stessi in criminali.
È il caso di Ciro Arpino, 52enne originario di Vico Equense. È stato arrestato per rapina della farmacia Elifani, a Meta, in via Cosenza. A bloccarlo sono stati gli agenti del commissariato di Sorrento, insieme con il loro dirigente, il vicequestore Galante, di ritorno da una lezione sulla legalità nella scuola «Amalfi» di Piano di Sorrento.
Poliziotti e funzionario sono stati “attivati” da un automobilista di passaggio che, vista la volante, ha segnalato due uomini inseguirne un terzo. In piazza Madonna di Roselle, due dipendenti della farmacia Elifani hanno raccontato di aver subito una rapina e hanno indicato il farmacista che inseguiva il rapinatore. Del bandito i due hanno fornito anche una dettagliata descrizione, precisando anche che l’uomo era armato di pistola.
In pochi minuti i poliziotti hanno bloccato il rapinatore in sicurezza, senza creare panico tra i passanti. L’uomo nelle tasche del giubbino aveva il berretto nero di lana e gli occhiali da sole utilizzati per camuffarsi, i 120€ appena rapinati. La sorpresa arriva dall'esame del contenuto della tasca dei pantaloni dalla quale sbuca il suo tesserino di riconoscimento di appartenente alla polizia penitenziaria, con il grado di ispettore; nella cintola dei pantaloni c'è la pistola d’ordinanza Beretta con caricatore e cartucce.
La ricostruzione è stata quanto mai semplice: poco prima delle 17, in via Cosenza, l'ispettore della penitenziaria, camuffato, pistola in pugno, ha minacciato i presenti e si è fatto consegnare l'incasso. Le stesse vittime hanno confermato che l'arrestato era effettivamente l'uomo che poco prima aveva messo a segno il colpo, rimanendo allibiti quando hanno saputo che l'uomo era un appartenente a una forza di polizia. sono adesso in corso ulteriori accertamenti per stabilire l'eventuale responsabilità dell'ispettore Ciro Arpino, già ospite del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, in altre rapine compiute con la stessa metodica.
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=99144&sez=NAPOLI

NOLA
Accusati di lavorare troppo, di essere troppo produttivi, di rimanere troppo tempo in aula ad interrogare pentiti, ad ascoltare testimoni, a puntare l’indice contro boss e gregari dei cartelli camorristici dell’area vesuviana.
È l’accusa che sta alla base di una clamorosa protesta della camera penale di Nola: forte dell’appoggio dei vertici nazionali dei penalisti, gli avvocati nolani hanno proclamato otto giorni di sciopero a marzo, per protestare contro il calendario sprint imposto dal Tribunale nolano.
Quattro udienze alla settimana, lo sciopero degli avvocati, culminato in esposti e interpellanze parlamentari (ma anche al Csm e al Ministro) e con la replica di ieri mattina dei giudici. Che - ironici ma non troppo - replicano: «Siamo al paradosso, ora ci accusano di lavorare troppo, in tempi di processo breve e di crociate antifannulloni».
Poi, più seriamente: «Questa protesta mette in pericolo i magistrati di Nola, in un contesto a rischio camorra». Uno scontro a tutti i livelli, dunque, locale e nazionale. Ma andiamo con ordine, a partire dall’ultimo atto. Da ieri in campo c’è l’Anm. Ma che succede a Nola? C’è un punto fermo: i penalisti hanno sancito otto giorni di sciopero - dall’otto al sedici marzo 2001 - per protestare contro la decisione del Tribunale di fissare quattro udienze alla settimana, per portare a termine un processo contro organizzazioni criminali locali.
Sciopero con l’approvazione dell’Unione delle camere penali, presidente Oreste Dominioni, che viene però stigmatizzato dai giudici. Scrivono i vertici nazionali dell’Anm (Luca Palamara e Giuseppe Cascini): «Si verificano assurdi attacchi all’esercizio della giurisdizione, sia da parte della politica che degli stessi operatori del settore, che ne provocano una ulteriore delegittimazione. Stupisce come l’avvocatura non dimostri la dovuta sensibilità a tali esigenze e ufficializzi una protesta contro la magistratura nolana, colpevole di celebrare troppe udienze, cioé di compiere ogni sforzo per arrivare alla conclusione del processo in tempi ragionevoli».
Stessa lunghezza d’onda per la giunta distrettuale Anm, guidata a Napoli dal giudice Francesco Cananzi, che ricorda invece il rischio sovraesposizione per i giudici di Nola e la decisione di alcuni imputati di rimettere provocatoriamente il mandato dei propri difensori nel corso del processo: «È assolutamente paradossale che proprio quando i magistrati garantiscono un impegno straordinario, nel rispetto delle prerogative difensive e in applicazione delle norme del codice di procedura penale, per trattare processi complessi con numerosi imputati detenuti per reati di criminalità organizzata, siano tacciati di efficientismo ed autoritarismo nel rendere giustizia, in ossequio ad un sinistro modello inquisitorio».
La giunta di Cananzi insiste e avverte: «Le accuse dei penalisti mortificano, queste sì, il ruolo dei difensori, che ben sanno e possono far valere le legittime censure nell’ambito del processo, con gli strumenti propri della difesa tecnica, che deve restare libera da ogni condizionamento, per la dignità costituzionale della funzione difensiva. Allarma che nella delibera si faccia riferimento alle proteste di alcuni imputati detenuti, che al fine di censurare le modalità di trattazione del processo hanno ritenuto di revocare il mandato difensivo. Peraltro, i toni utilizzati nella delibera, certamente sopra le righe, amplificano il rischio di una sovraesposizione dei giudici».
Diverse, sull’altro versante, le recriminazioni della camera penale di Nola del presidente Giuseppe Guida, che parla di grave violazione del diritto di difesa per la trattazione dei processi, oltre a chiedere un intervento del Ministero della giustizia e degli organi inquirenti: c’è l’impossibilità di svolgere il controesame di testi e pentiti, in mancanza del verbale stenotipico, poi l’impossibilità di seguire quattro udienze a settimana dello stesso processo, visti gli altri impegni professionali in agenda, ma anche la riduzione del processo penale (luogo dell’accertamento della prova) a semplice finzione giuridica.
Protesta in corso, sciopero annunciato a colpi di esposti e denunce, in un Tribunale chiamato a verificare per la prima volta lo tzunami di accuse dei pentiti del clan Sarno, che hanno scompaginato clan di lunga durata, nella delicata fase di transizione successiva all’arresto dei fratelli Russo dopo anni di latitanza.
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=92395&sez=NAPOLI

PORTICI
ASSENTEISMO IN COMUNE: TRENTASEI ARRESTI A PORTICI.
I dipendenti pubblici, che avevano escogitato un sistema per non essere quasi mai al lavoro, sono accusati di truffa.
La Squadra Mobile e la Digos della Questura di Napoli, assieme agli agenti del Commissariato locale, stanno dando esecuzione a 36 ordinanze di custodia cautelare con il beneficio dei domiciliari emessi dal Gip del Tribunale partenopeo nei confronti di dipendenti del comune di Portici per truffa aggravata e continuata. I dipendenti comunali sarebbero accusati di assenteismo. Notificate anche 58 avvisi di chiusura indagini. I dettagli dell'operazione saranno resi noti in una conferenza stampa in Procura a Napoli prevista alle 11.
POZZUOLI
Pozzuoli, il sindaco irreperibile. Doppio incarico e doppio schieramento.
Consigliere regionale con i voti del centrosinistra, sindaco con quelli del centrodestra. La tecnica del dottor Pasquale Giacobbe, medico di base e primo cittadino di Pozzuoli, la città dei mitici Campi Flegrei, nel far resistere il proprio piede nelle classiche due scarpe, merita una menzione particolare. Perché Giacobbe ha elevato la furbizia a pratica politica complessa facendovi ricorso anche nella fase estrema della destituzione, per incompatibilità, dall'incarico regionale.
Quando finalmente la Regione Campania si è decisa - mesi dopo l'ingresso dell'incompatibile in aula - a notificargli la decisione di espellerlo dal consesso per via del suo doppio incarico, Giacobbe si è dato alla fuga. Dagli uffici comunali è scomparso e anche dalla sua abitazione. Il messo notificatore non ha potuto far altro che accertarne l'assenza, l'irreperibilità. "Macché assente, ero malato, cioè in ferie. E solo per una settimana e per questi ultimi tre giorni", dice il sindaco ricomparso in tempo a rendere la sua furbizia vincente ed esemplare. Perché la notifica, che adesso è stata ricevuta, è compiuta fuori tempo massimo e consentirà al sindaco di resistere nel seggio fino alla scadenza naturale del prossimo marzo. Quel che voleva.
La tecnica di Giacobbe, che d'ora in poi sarà studiata e forse emulata altrove, riserva all'autore anche un altro premio. Da luglio, come la legge gli concede, pur consapevole della propria incompatibilità, ha optato di ricevere, tra le due buste paga in gara, quella più pesante: quella cioè da consigliere regionale. A cui è stato chiamato nel maggio scorso in sostituzione di un suo ex compagno di partito, Roberto Conte, destituito perché condannato.
Giacobbe si era candidato nel 2005 con la Margherita, ed è subentrato grazie ai voti raccolti sotto quel simbolo quando il suo tragitto politico aveva già mutato segno. Nel 2008, grazie al sostegno del centrodestra, era infatti stato eletto a sindaco di Pozzuoli. Sapendo far di conto Giacobbe ha capito che la sua forza sarebbe derivata dalla capacità di resistere nell'ubiquità: un po' al comune un po' al consiglio regionale; un po' di destra e un po' di sinistra. Quando il suo nuovo partito ha comunicato la decisione che i sindaci, nel caso vogliano sottoporsi alla prossima gara regionale, devono assolutamente dimettersi dalla carica di primo cittadino, lui non ha fatto una piega. Non solo non si è dimesso da sindaco, ma ha reso difficile anche la ricezione della notifica della Regione Campania per quel secondo incarico.
Irreperibile, fuori sede, in una parola: scomparso. La fantastica fuga, giacché alla furbizia gli italiani offrono sempre grande considerazione, gli è valsa una seconda deroga ad personam: il partito di Berlusconi gli concederebbe, nel caso voglia, di candidarsi al consiglio regionale senza doversi dimettersi. Le regole sono fatte per essere derogate, e i furbi, che non sono fessi, vincono sempre. Lei Giacobbe si candiderà al consiglio regionale? "Se il partito me lo chiede...". E non si dimetterà da sindaco come prescrive la legge: "Assolutamente no".
POZZUALI, PERQUISITA LA CASERMA. TRA I 14 C'E' ANCHE IL GENERALE PALAZZO
Un’intera stazione dei carabinieri (quella di Pozzuoli) perquisita, quattordici avvisi di garanzia recapitati a ufficiali e sottufficiali dell’Arma e a un vicequestore della Polizia di Stato. Le ipotesi di reato sono di quelle pesanti: corruzione, falso, abuso di ufficio e favoreggiamento aggravato a vantaggio di un clan camorristico.
Stiamo parlando di un’inchiesta, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che avrebbe scompaginato un autentico «grumo di corruttele», come affermano i pm Antonio Ardituro, Raffaele Marino e Antonio D’Alessio. I tre magistrati asseriscono di essersi trovati di fronte a «un comitato politico-mafioso-affaristico che coinvolge ambienti politici e istituzionali, finalizzato alla salvaguardia di interessi illeciti e senz’altro contiguo, se non interno, alle associazioni camorristiche».
Colpisce che, nel registro degli indagati dai magistrati napoletani, sia finito addirittura il generale Sabato Palazzo. Palazzo non è uno qualsiasi. In pensione da circa un anno, ha comandato (l’ultimo suo incarico) la Regione carabinieri di Napoli ma soprattutto è stato comandante del Ros dell’Arma per circa tre anni e mezzo. Dunque è stato a lungo l’uomo di punta dei carabinieri nella lotta alla criminalità organizzata. Vederlo ora indagato con l’accusa di aver fatto favori - proprio lui - a un boss della camorra, fa davvero impressione.
D’altronde i pm napoletani sostengono che, da intercettazioni telefoniche, sarebbero emersi assidui rapporti di frequentazione tra camorristi e membri delle Forze di Polizia. Il boss camorrista Giuseppe Del Giudice, secondo quanto affermano i pm, l’avrebbe fatta da padrone, chiedendo e ottenendo i trasferimenti di carabinieri “scomodi” e promozioni di militari amici. E avrebbe, il boss, contraccambiato i favori offrendo donne, regalando televisori, cene, biglietti omaggio per traghetti e riparazioni di auto.
Tra gli episodi citati dai pm, come esempio dei presunti rapporti collusivi, ci sarebbe l’intervento del capitano Francesco Sessa, della compagnia di Pozzuoli, che avrebbe inquinato le indagini evitando di verbalizzare le dichiarazioni di una collaboratrice di giustizia sul boss Del Giudice. Un capitolo dell’indagine riguarda la rimozione da Pozzuoli di carabinieri che, con la loro attività investigativa, avrebbero dato fastidio ai clan locali. Negli atti dell’inchiesta si fa infatti riferimento al clima di intimidazione nei confronti di carabinieri che avrebbero “osato” svolgere le indagini. Per le presunte minacce nei confronti di alcuni sottufficiali è in corso - dicono i pm - un procedimento nei confronti del maggiore Nicodemo Macrì, del nucleo di Napoli. Anche un encomio solenne (al colonnello Michele Giordano) è diventato sospetto, per i pm. Così come è diventato sospetto il superamento di un concorso da maresciallo da parte della figlia del maresciallo Esposito, uno degli indagati. I magistrati vogliono vedere chiaro anche su un trasferimento da Pozzuoli di un tenente che aveva emesso un avviso orale nei confronti del boss Del Giudice.
http://www.repubblica.it/rubriche/piccolaitalia/2010/01/25/news/sindaco_irreperibile-2066136/
(dal giornale Il Messaggero del 16/4/2005)
http://groups.msn.com/SQUADRAZX2/general.msnw?action=get_message&mview=1&ID_Message=55
TORRE
DEL GRECO
Giustizia lumaca a Torre del Greco, in causa per una eredità da 33 anni.
«Quando è iniziata questa causa avevo 16 anni. Ero minorenne con progetti da grande. E sognavo un giorno di poter andare ad abitare in uno degli appartamenti appartenuti ai miei nonni materni. Oggi sono alla soglia dei 50 anni e ancora quel procedimento giudiziario è in corso». Tra le braccia Vito Iura, poliziotto di Torre del Greco in servizio al porto di Napoli, tiene un faldone pieno zeppo di documenti: «È uno dei tanti che abbiamo sistemato in una stanza e che riguarda la causa ereditaria che vede contrapposta mia mamma agli altri quattro fratelli per dividersi l'eredità dei genitori». Nonni materni deceduti nel 1977 senza lasciare testamento. Di qui alle carte bollate il passo è stato breve.
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=103742&sez=NAPOLI