
I PARMIGIANI E I PARMENSI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
MALAGIUSTIZIA
L'ex procuratore di Parma, Giovanni Panebianco, chiede in base alla legge Tinto un risarcimento allo Stato di circa 70.000 euro per i danni morali e patrimoniali subiti a causa di un processo per corruzione (assolto con formula piena) e per falsità ideologica (prosciolto per intervenuta prescrizione). Panebianco, assistito dallo studio associato De Filippi, sostiene che il processo, durato 6 anni, gli ha causato notevoli danni d'immagine e l'impossibilità di concorrere al posto di procuratore generale a Bologna, oltre alla perdita del suo incarico.
La vicenda è stata per anni al centro delle cronache del settimanale "La voce di Parma". Come si ricorderà la procura di Firenze nel 2001 avviò un'inchiesta nel quale erano coinvolti oltre a Panebianco, Luciano Silingardi, potente presidente della Cassa di Risparmio di Parma e un imprenditore, Antonio Rizzone. Nei documenti dell'accusa c'era scritto che "la Cassa di risparmio di Parma, per attivo interessamento di Silingardi nel periodo tra il 1994 e il 1997 avrebbe concesso affidamenti bancari gravemente anomali a soggetti legati da particolare vincolo al procuratore Panebianco". Insomma il procuratore avrebbe intercesso presso il banchiere per favorire l'imprenditore al quale era legato da antica amicizia. Panebianco ha sempre respinto l'accusa e nel novembre 2007 il tribunale di Firenze lo ha assolto (per sopraggiunta prescrizione per il reato di falsità ideologica e perchè il fatto non sussiste per corruzione) assieme a Silingardi.
Poi la notizia che Panebianco a 76 anni ha chiesto i danni allo Stato per 70 mila euro e minaccia di chiedere il reintegro nel ruolo (a seguito della vicenda ha lasciato il posto di procuratore a Parma e rinunciò alla procura di Bologna).
Panebianco un magistrato dall'altra parte della barricata, nel ruolo di imputato, sei anni. Che giudizio ha della magistratura italiana?
Che ci sono problemi, che le cose non funzionano. Credo che in civile bisognerebbe snellire le procedure introducendo la motivazione eventuale, quella che viene fatta solo in caso di appello. Bisogna evitare certi magistrati che fanno notte fonda per fare i Proust nelle sentenze.
E per il penale?
E' stata una sciocchezza l'abolizione delle preture, un ufficio giudiziario
veramente vicino al popolo, alla gente. Con le sole procure si è tutto
complicato ulteriormente.
Lei per una volta nei panni del povero cittadino, sei anni di
attesa per una sentenza di primo grado, a che ritmo viaggiano le toghe in
Italia?
A un ritmo che non ha eguali, è quello delle tradotte del dopoguerra.
L'hanno definita il magistrato
amico dei potenti...
Piano con le offese, e questa è la peggiore che può essermi rivolta. Ricordo
che ho querelato ed ho avuto ragione ad Ancona col periodico di "La voce di
Parma" mentre è stata archiviata a Milano la mia querela presentata nei
confronti del Corriere della Sera,(perché gli imputati non sono tutti uguali di
fronte alla legge ndr).
In sei anni di assenza dalla
Procura c'è stato un terremoto a Parma, anche nelle persone che lei conosceva…
Sì da Tanzi a Guru un vero terremoto. Io sono un ottimista di natura e credo che
nonostante tutto la magistratura funzioni, anche nel mio caso l'ho potuto
constatare. (Non si
sa se si riferisse alla prescrizione, ndr.)
Ha indagato su 140 delitti con Giovanni Falcone: "La giustizia? Una piovra!".
Marco Morin è uno dei più autorevoli periti balistici al mondo. Ha fatto scarcerare un inglese condannato all’ergastolo per l’omicidio di Jill Dando, conduttrice della Bbc. Ma ora rifugge i tribunali italiani. È uno dei più autorevoli esperti - appena una dozzina in tutto il mondo - di balistica, esplosivistica e residui dello sparo. Quindi se il professor Marco Morin dice che nel nostro Paese le sentenze dei processi per omicidi, attentati e altri reati, in cui c’entrano le armi da fuoco o le bombe sono quasi sempre frutto di investigazioni fatte alla carlona, c’è da preoccuparsi. Se poi la conferma arriva da Edoardo Mori, che, oltre a essere giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bolzano, è anche titolare del sito Earmi.it, «dedicato a coloro che amano lo studio delle armi e della balistica e sono interessati ai problemi giuridici connessi», c’è da spaventarsi.
Scrive Mori, osannando, e non certo per consonanza anagrafica, una relazione di Morin: «È esemplare nel dimostrare quale deve essere la buona preparazione di un perito, ben informato su tutta la più recente letteratura scientifica, capace di comprenderla nelle lingue straniere e capace di usare strumenti di analisi. Tutte cose che non si possono pretendere da un poliziotto o un carabiniere, addestrati alla bell’e meglio in base “alla prassi dell’ufficio” o “a ciò che si è sempre fatto”».
Elevata competenza professionale, fu consulente di fiducia del compianto Giovanni Falcone per le indagini su 140 delitti di mafia, a cominciare dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro. Morin s’è occupato anche dei casi Aldo Moro, Luigi Calabresi e Marta Russo, delle efferatezze del mostro di Firenze, delle stragi di Peteano, Bologna e Ustica. Ma oggi guai a dargli del perito balistico: «Faccio solo consulenze di parte. Non voglio più aver nulla a che fare con magistrati e tribunali. Lo vede questo tomo di 637 pagine? È il manuale che i giudici federali statunitensi devono studiarsi per essere in grado di valutare la bontà delle prove scientifiche portate alla loro attenzione. Da noi? Prendono per oro colato qualsiasi bischerata. Basta che provenga dai laboratori istituzionali».
Fino a pochi anni fa il professor Morin era l’anima del più attrezzato di questi laboratori, il Centro indagini criminali, costruito a propria immagine e somiglianza presso la Procura di Venezia. A un certo punto gli impedirono di accedervi, nonostante le rimostranze di Falcone. «Come? Facendo passare me per un criminale», allarga le braccia.
Come mai non collabora più con la giustizia italiana?
«Mi hanno fatto fuori professionalmente. Mi risulta che l’ordine sia partito da Palermo. Me l’hanno confidato alcuni alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri. I miei rapporti con Falcone erano strettissimi, si fidava soltanto di me. Una volta, a cena qui a casa mia, dove ora è seduto lei, mi raccontò d’aver scoperto un traffico di droga fra Bulgaria e Italia favorito da personaggi legati al Pci: gli stupefacenti finivano in mano alla mafia. Mi mangiai due diottrie al microscopio per esaminare i proiettili dei delitti di Cosa nostra e scoprii che a sparare erano sempre le stesse Smith & Wesson calibro 38. Le mie perizie balistiche avevano consentito a Falcone di risalire a insospettabili connessioni fra le cosche di Palermo e Catania. Per la mafia ero diventato un pericolo».
In che modo l’hanno fatta fuori?
«Con l’accusa di peculato. Mi sarei appropriato di 30 o 40 cartucce da caccia del costo di 100, massimo 150 lire l’una, pensi un po’. Se a Venezia ci fossero state le pecore, m’avrebbero accusato di abigeato. Ma l’accusa più grave fu quella formulata dal pubblico ministero Felice Casson, oggi senatore del Partito democratico, che m’incolpava d’aver fatto sparire dell’esplosivo. Dopodiché saltò fuori un documento, controfirmato dallo stesso Casson, dal quale risultava che quell’esplosivo era stato consegnato alla direzione di artiglieria. Presentai un esposto al Consiglio superiore della magistratura e l’accusa cadde subito».
Cogne, Garlasco, Perugia, e prim’ancora l’Olgiata e via Poma: tanti toponimi per indicare altrettanti delitti in cui dalla guerra di perizie e controperizie non emerge mai una verità credibile. Di chi è la colpa?
«Di chi compie le prime indagini. Com’è possibile che nel caso di Meredith Kercher siano state trovate tracce di sangue su una borsa a tracolla a quattro mesi e mezzo dal delitto? Nella mia carriera ho visto cose da far paura. Prenda la tragedia del Moby Prince, che costò la vita a 140 persone. Il gabinetto di polizia scientifica della Criminalpol individuò sul traghetto tracce di ben sette diversi tipi di esplosivo».
E invece?
«A bordo non ve n’era nemmeno uno, di esplosivo! Così come non vi erano residui dello sparo sul davanzale della Sapienza di Roma, da dove sarebbe partito il colpo che uccise la studentessa Marta Russo. Peggio ancora fu quello che accertai come consulente di Pietro Pacciani. I periti di fiducia del giudice dovevano rilevare eventuali tracce di polvere da sparo su un baby-doll e su un pannolino da neonato che avrebbero avvolto armi da fuoco usate dal mostro di Firenze. Conclusero per la presenza di antimonio, elemento chimico attribuito alla miscela d’innesco delle cartucce Winchester calibro 22 Long Rifle. Ebbene, chiunque s’interessi seriamente di munizioni sa che quell’innesco non contiene antimonio. Appare grave che dei periti d’ufficio abbiano disposto la ricerca strumentale dell’antimonio in cartucce che ne sono notoriamente prive. Ma ancora più grave è che l’antimonio sia stato addirittura individuato negli inneschi esaminati. Risultato: Pacciani assolto, giustizia svergognata».
Che conclusioni devo trarne?
«Domina la pressoché generale ignoranza della criminalistica, di quel complesso di discipline che si definiscono scienze forensi. Il giudice non è onnisciente, deve per forza rivolgersi al consulente tecnico. Ma se il secondo è più ignorante del primo? Tutto ciò rende aleatoria la giustizia penale in Italia. Adesso lei sa quali rischi corre il cittadino innocente quando viene afferrato dai tentacoli di questa piovra. Se sarà fortunato, potrà riavere la libertà a prezzo della salute, della rovina economica, dell’onore».
Tesi confermata da eventi inimmaginabili: Luciano Garofano lascia la guida dei Ris di Parma.
La notizia arriva dopo l'annuncio del Tg1 di un suo probabile coinvolgimento diretto nelle indagini della procura di Parma, scaturite da una denuncia dell'avvocato Carlo Taormina, in merito a presunte irregolarità compiute dal reparto per lo svolgimento di consulenze tecniche su importanti e controversi casi giudiziari degli ultimi anni. Le accuse sarebbero di truffa ai danni dello stato, abuso di ufficio e falso ideologico. Il colonnello dei carabinieri, per 14 anni comandante del Reparto investigazioni scientifiche, dopo essersi occupato dei delitti più noti degli ultimi anni, dall’omicidio di Garlasco alla strage di Erba, dal caso Cogne all’assassinio di via Poma, ha presentato congedo al comando generale dei carabinieri. La sua richiesta è stata accolta. Comunque soddisfatto Taormina: "Ciò che ha costituito oggetto delle mie indicazioni ha trovato riscontro.”
Ma non finisce qui. Unabomber: Condannato a due anni Ezio Zernar, il poliziotto accusato di aver alterato una “prova principe” nel processo contro il bombarolo del nordest. C’é una condanna nella vicenda Unabomber, ma non è a carico dello sconosciuto bombarolo del nordest, bensì per un poliziotto, Ezio Zernar, del laboratorio di indagini criminalistiche di Venezia, accusato di aver alterato quella che poteva essere una “prova principe”, che sarebbe stata data dalle striature trovate su un lato del lamierino e compatibili con i segni lasciati da una forbice che era nelle disponibilità di Zornitta.
http://parma.repubblica.it/dettaglio/il-magistrato-imputato-la-giustizia-lumaca/1488835
SICUREZZOPOLI
VIGILI URBANI NEL MIRINO.
Vigili accusati, non solo Bonsu. Violenze e minacce a tre minori.
Botte non solo per Bonsu, quella sera. Minacce e violenza anche nei confronti di tre minorenni, perquisiti al parco ex Eridania e portati al comando a forza. Per i vigili sotto accusa, arrivano altri guai giudiziari.
L'avrebbero chiamato "scimmia" e "negro", per poi prenderlo a pugni, calci e schiaffi. Ma l'avrebbero anche spogliato e costretto a fare piegamenti con una bottiglia di plastica sulla testa: sono dieci i vigili - otto agenti, un ispettore capo e un commissario capo della polizia municipale - ad essere indagati per il presunto pestaggio di Manuel Bonsu, il ragazzo ghanese di 22 anni scambiato erroneamente per il 'palo' di un pusher in una operazione antidroga avvenuta a Parma.
Le accuse per i vigili sono pesantissime e vanno dalle percosse aggravate alla calunnia, dall'ingiuria al falso ideologico e materiale, passando per la violazione dei doveri d'ufficio con l'aggravante dell'abuso di potere. Secondo la ricostruzione della pm Roberta Licci, Bonsu non ha nemmeno reagito quando è stato fermato dagli agenti, che erano in borghese e non si sarebbero qualificati.
Il ragazzo è scappato: subito ripreso gli è stata puntata una pistola in faccia da uno dei vigili e poi è stato ammanettato. Durante il trasporto al comando e poi in cella sono piovute le botte. Fin qui l'inchiesta penale. Ma sono stati annunciati provvedimenti anche dal sindaco di Parma, Pietro Vignali, che ha promesso iniziative disciplinari nei confronti dei dieci vigili. Gli agenti coinvolti nel presunto pestaggio, peraltro, sono già stati trasferiti dal nucleo investigativo ad un altro incarico. Il sindaco ritiene però che il caso Bonsu sia un "fatto episodico". E ribadisce di avere "assoluta fiducia nella polizia municipale".
Violenza privata e perquisizione arbitraria ai danni di tre minorenni. Sono indagati anche per questo gli otto agenti, il commissario capo e l'ispettore capo che comandarono, coordinarono ed eseguirono l'operazione antidroga del 29 settembre, quella terminata con il fermo di Emmanuel Bonsu Foster. Il ragazzo, scambiato per il palo di uno spacciatore palestinese, non è stata l'unica presunta vittima dei vigili urbani.
Quel pomeriggio al parco c'erano anche tre ragazzini, tutti minorenni, che sono stati portati al comando e che poi sono stati ascoltati dalla Procura. Nell'avviso di garanzia notificato agli agenti si parla anche di loro, si scrive che sono stati portati in caserma "con violenza e minaccia". Per fermarli gli agenti gli avrebbero "puntato una pistola contro", gli avrebbero requisito gli scooter e poi li avrebbero fatti salire in auto a forza, "trattenendoli per le braccia". Uno degli adolescenti, che probabilmente si divincolava, è stato colpito "con un pugno al petto". E una volta in via Del Taglio, mentre Emmanuel veniva costretto a spogliarsi e a fare flessioni, insultato con parole quali "negro" e "scimmia", i tre ragazzini venivano perquisiti. Nei loro confronti sarebbero volate anche parole grosse, insulti come "figlio di puttana".
Probabilmente gli agenti pensavano di avere di fronte i clienti dello spacciatore o comunque ragazzi che avessero a che fare, in qualche modo, con il palestinese e il suo presunto palo. Poi sono stati rilasciati, ma la perquisizione viene considerata arbitraria, il pugno, il trasferimento al comando e gli insulti una violenza privata. Altre ipotesi di reato su cui indagare, altre accuse da cui, in caso di rinvio a giudizio, gli agenti dovranno difendersi e che già delineano i contorni di un'operazione antidroga singolare. Non solo nel suo svolgimento, ma anche nel suo preludio e nel suo epilogo.
Innanzitutto perché prima di entrare in azione gli agenti si erano appostati al parco da qualche giorno e poi perché, una volta fermato Bonsu senza darne comunicazione all'autorità giudiziaria, le note successive erano incomplete o "false" come ipotizza la procura al fine di coprire una serie di errori commessi.
CARCEROPOLI
Maurizio Turco, Presidente dei deputati radicali al Parlamento europeo e relatore del PE sui diritti dei detenuti nell'Unione europea, accompagnato da Michele De Lucia, della direzione di radicali Italiani, domenica 22 febbraio hanno visitato per circa dieci ore il carcere di Parma e, in particolare, tutti i detenuti in regime di 41bis e l'unica reclusa nella sezione femminile.
Alla fine della visita Maurizio Turco ha dichiarato: "Volevano farci credere che con la legge approvata il 23 dicembre 2002, con la quale stabilizzavano il 41bis, avrebbero perlomeno rispettato la stessa legge sul carcere duro. Anche tra i detenuti in 41bis ristretti a Parma non uno si è visto discutere il proprio ricorso contro il decreto relativo al 2003 nel termine di dieci giorni previsto dalla legge e, per quanto concerne i decreti relativi al 2004, questi verranno discussi dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna in parte il 15 e in parte il 18 marzo, ovvero dopo circa 70 giorni.
Ho anche accertato che salvo rarissime eccezioni - relative ai decreti che vengono emessi per la prima volta - i decreti firmati dal Ministro Castelli continuano ad essere fotocopie delle fotocopie, con questo violando una legge che chiede l'attualità della pericolosità per decretare l'assegnazione al carcere duro. Oltre a queste violazioni, a danno di tutti i detenuti in 41bis, i detenuti del carcere di Parma lamentano - documentandole - particolari condizioni di detenzione contro le quali dal 19 gennaio hanno cominciato ad attuare una protesta che consiste nel battere quattro volte al giorno bottiglie vuote di plastica sulle sbarre.
La protesta concerne la
violazione delle leggi vigenti e, in particolare:
a) il denudamento sistematico del detenuto anche quando non previsto dalla
legge;
b) l'utilizzo di una sezione di isolamento per lunghi periodi dichiarata
inagibile dalla magistratura di sorveglianza.
A seguito di questa protesta, rumorosa ma certamente pacifica, diversi detenuti sono stati già "condannati" a diversi giorni di isolamento, aggravando in questo modo non solo le condizioni di detenzione ma anche la posizione "amministrativa".
In particolare un detenuto denuncia di essere stato "portato in isolamento in una sezione in cui non c'erano altri detenuti, denudato e costretto a mangiare per terra come i cani e tenuto lì per 11 giorni". Sezione di isolamento che secondo la magistratura di sorveglianza dovrebbe essere utilizzata solo per pochissimi giorni e dove abbiamo trovato detenuti che vi sono ristretti da anni.
Visto che di questi fatti, e non solo di questi ultimi, la Procura di Parma è informata, è urgente che sia aperta un'inchiesta anche in considerazione del fatto che l'Amministrazione Penitenziaria non è in grado di governare il rapporto con i detenuti e che la protesta - che ripeto essere pacifica e volta al rispetto delle leggi - viene trattata al pari di una rivolta."
http://www.venetoradicale.it/pianetacarcere/carcereparma.htm
MAFIOPOLI
LA MAFIA NON E' UNA ENTITA' ASTRATTA A CUI DARE LA COLPA NEL MOMENTO IN CUI NON SI PUO' O NON SI VUOLE TROVARE IL RESPONSABILE DI UN REATO. LA MAFIA E' UN ATTEGGIAMENTO.
Al sud Italia ci sono organizzazioni mafiose italiane: "Cosa Nostra" in Sicilia; "Ndrangheta" in Calabria; "Sacra Corona Unita" in Puglia; "Basilichi" in Basilicata; "Camorra" in Campania.
Nonostante l'evidenza dei fatti, con la cronaca che ci parla di continui arresti per associazione mafiosa con infiltrazioni in appalti pubblici e nel tessuto economico locale in tutto il territorio nazionale, qualcuno si ostina a relegare il fenomeno "Mafia" solo nel territorio del Sud Italia.
La camorra a Parma? "Continuo affiorare dei segnali di pericolose contaminazioni criminali del territorio regionale (con riferimento, soprattutto, alle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza) e all'influenza sia di gruppi mafiosi originari del crotonese e della provincia di Palermo sia, soprattutto, del potente cartello dei Casalesi". E ancora: "Ai protagonisti di tali insediamenti criminosi, attivi soprattutto nella zona di Modena, Reggio Emilia e Parma è risultata riconducibile la pressione estorsiva esercitata sul mercato dell'edilizia privata, attraverso l'esportazione dei moduli operativi tipici delle zone camorristiche, ormai non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica, ma anche locali. L'obiettivo rilievo di tale pressione estorsiva di matrice mafiosa appare in sé dimostrato in plurimi ambiti investigativi, in ragione della loro obiettiva connessione con la struttura originaria dei Casalesi". Ci sono cose che un prefetto non può non sapere. Ci sono cose che il massimo rappresentante dello Stato in una provincia non può ignorare. Le frasi che descrivono la penetrazione camorristica nella provincia di Parma provengono dal più ufficiale dei documenti: la relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, la superprocura che coordina e dirige la lotta alla criminalità organizzata.
Un prefetto come Paolo Scarpis, che è stato questore di Milano e ha passato una vita in polizia può ignorare queste cose? Il prefetto di Parma con due interviste ha attaccato e insultato Roberto Saviano. Scarpis ha dichiarato: "Non mi risultano indagini di nessun tipo che riguardino mafia, camorra e 'ndrangheta a Parma". E ha aggiunto, riferendosi allo scrittore campano: "Sono sparate di una persona che sta a ottocento chilometri di distanza, che ha visto Parma di passaggio. Il tentativo di allarmismo è fuori luogo e se qualcuno è così convinto di saperne di più dei professionisti del settore, si faccia avanti facendo nomi e cognomi".
Nomi e cognomi sono stati scritti in 'Gomorra' e negli articoli che Saviano ha firmato su 'L'espresso'. Sono stati scritti in un'inchiesta di copertina del giornale dedicata alla colonizzazione camorristica dell'Emilia Romagna che ha causato la perquisizione della redazione. Sono stati scritti in quattro libri pubblicati nell'ultimo anno. Ma soprattutto sono stati scritti nella sentenza di primo grado che ha condannato imprenditori parmensi come affiliati al clan dei Casalesi. Come poteva il rappresentante dello Stato a Parma ignorarli? Scarpis si è difeso sostenendo di avere prima chiesto informazioni alla Procura di Parma. Una dichiarazione che aumenta i dubbi sulla sua competenza: dal 1992 il codice affida le indagini di mafia e camorra nella regione esclusivamente alla Direzione distrettuale di Bologna. Quella che ha firmato la relazione citata e ha smentito pubblicamente il prefetto con una dichiarazione del procuratore Silverio Piro: "Sono sorpreso per quelle parole, le infiltrazioni ci sono e continuano".
Infatti quello che viene descritto dalla Procura nazionale nella sua relazione è solo l'aggiornamento: i fenomeni registrati nel corso del 2008, non la storia dello sbarco delle cosche lungo la via Emilia. Mentre nello stesso dossier si parla delle indagini su alcune grandi imprese di Parma accusate di avere fatto accordi con Cosa nostra per gestire gli appalti nel Sud. Può un prefetto ignorare tutto questo e insultare chi rischia la vita per averlo invece scritto e ribadito?
Da Parma il Siulp, il più importante sindacato di polizia, si è rivolto al ministro Roberto Maroni chiedendo le dimissioni di Scarpis: ha ricordato un illustre precedente, quello di Claudio Scajola che lasciò il Viminale dopo le frasi ingiuriose nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Br. Saviano invece è ancora vivo, grazie anche alla scorta che lo Stato gli garantisce, quello stesso Stato che permette ancora a Scarpis di rappresentarlo.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/gomorra-non-esiste/2077195&ref=hpsp
TRUFFOPOLI
Parmalat, via al processo del secolo. Migliaia di risparmiatori parti civili.
Il 14 marzo 2008, a quattro anni e tre mesi dall'arresto di Calisto Tanzi, ex patron della società, prima udienza nel centro congressi dell'auditorium Paganini di Parma. Alla sbarra gli uomini di punta della multinazionale del latte che secondo i pm avevano costituito una 'cabina di regia' di tutte le operazioni illecite.
Quattordici miliardi di euro di 'buco' accertato, 200.000 risparmiatori danneggiati di cui 33.000 probabili parti civili, 56 imputati, 125 udienze previste e circa 10 milioni di pagine di documenti. Sono alcuni dei numeri del "processo del secolo", quello per il crac Parmalat che è cominciato oggi nel centro congressi dell'auditorium Paganini di Parma.
Cinque i tronconi d'inchiesta: Parmalat (23 imputati, alcuni dei quali a giudizio anche in altri procedimenti paralleli), Parmatour (32 imputati), Ciappazzi (8), truffa alla società Emilia Romagna Factor (2), Ributti (1).
Gli albori. Sono passati quattro anni e tre mesi da quando Calisto Tanzi, ex patron della multinazionale di Collecchio, fu arrestato all'aeroporto di Malpensa di ritorno da un misterioso viaggio in Sudamerica. Erano gli albori dell'inchiesta che la procura di Parma ha cercato in questi anni di dipanare. Uno scandalo finanziario che, secondo molti, non ha precedenti nella storia e che vede oggi alla sbarra tutto il 'sistema' Parmalat, fatto di bilanci truccati ma anche di dubbie coperture finanziarie.
Le accuse. Almeno questo sostengono i pm Vincenzo Picciotti, Paola Reggiani e Lucia Russo, che hanno chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio tanto degli ex amministratori e sindaci della società di Collecchio, quanto di revisori contabili ed esponenti del mondo bancario e finanziario italiano. Due le accuse principali mosse agli ex 'ragionieri' del gruppo dirigente di Calisto Tanzi: il concorso in bancarotta fraudolenta e l'associazione per delinquere.
Il buco. Lo stato d'insolvenza della Parmalat fu dichiarato il 22 dicembre 2003. Secondo Enrico Bondi, non ancora commissario straordinario, ma chiamato al capezzale dell'azienda di Collecchio dallo stesso Calisto Tanzi per un disperato tentativo di salvataggio, dalle casse della multinazionale mancavano quattro miliardi di euro. Era un conto ottimistico. Qualche tempo dopo, il 'buco' fu stimato con maggiore precisione intorno ai 14 miliardi di euro. Il 26 dicembre Tanzi fu arrestato.
Gli arresti. In manette finirono anche Francesca e Stefano Tanzi, i figli dell'ex patron, che nell'azienda di famiglia avevano rivestito incarichi direttivi (direttore commerciale e amministrativo lui, dirigente Parmatour lei), Fausto Tonna, ex direttore finanziario e il suo successore Luciano Del Soldato, Franco Gorreri, presidente di Banca Monte e per anni tesoriere della Parmalat, Domenico Barili, ex direttore marketing.
La cabina di regia. Secondo la procura, Tanzi e gli uomini di punta della multinazionale del latte avevano costituito una 'cabina di regia' di tutte le operazioni illecite. Di questa, sempre secondo la procura, facevano parte, oltre allo stesso Tanzi, l'ex direttore finanziario Fausto Tonna, l'ex direttore marketing Domenico Barili e l'ex presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, Luciano Silingardi, il fratello di Calisto, Giovanni, l'ex revisore della Grant Thornton Lorenzo Penca. E poi gli avvocati Sergio Erede, 12 anni nel cda di Parmalat Finanziaria, e Paolo Sciumè, per 13 anni sulla stessa poltrona. Renato Trauzzi, invece, è stato il vice di Franco Gorreri, il tesoriere di Collecchio, mentre Enrico Barachini entrò nel cda della Coloniale, società cassaforte del gruppo. Il problema, messo in evidenza anche dal gup Domenico Truppa nelle motivazioni al rinvio a giudizio, è quello di tracciare i confini della 'cabina di regia'. Tra gli altri a processo Camillo Fiorini, ex dirigente del settore turismo, e Giovanni Bonici, numero uno della società spazzatura del gruppo Bonlat e della Parmalat venezuelana.
Le banche. Tre i banchieri rinviati a giudizio: Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, è accusato di usura e concorso in bancarotta nell' ambito del 'filone' Ciappazzi, relativo alla cessione delle omonime acque minerali siciliane da Ciarrapico a Tanzi. Un affare 'sospetto' secondo la Procura, che ipotizza l'esercizio da parte di Geronzi di pressioni illecite sull'ex patron Parmalat perché si accollasse l'azienda in dissesto dell' imprenditore romano ad un prezzo 'gonfiato'.
Coinvolto nella vicenda anche l'ex amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe, a cui si contestano alcune ipotesi minori di concorso in bancarotta. Gianpiero Fiorani, ex numero uno della Banca Popolare di Lodi, è accusato di concorso nella bancarotta Parmatour, una sorta di crac nel crac.
L'udienza preliminare. Il 5 giugno 2006, di fronte al gup Domenico Truppa, partì l'udienza preliminare del processo al crac (con 64 imputati a cui si aggiungeranno quelli degli altri 'filoni' d'inchiesta), che si concluse il 25 luglio dell'anno successivo con 56 rinvii a giudizio, cinque condanne in rito abbreviato (tre anni di reclusione a Luca Baraldi, ex componente del cda Parmatour ed ex dirigente del Parma calcio, sette anni e 10 a Giampaolo Zini, il creatore del Fondo Epicurum, nove anni a Maurizio Bianchi, ex revisore Grant Thornton) e 16 patteggiamenti.
L'inchiesta svizzera. Intanto anche la giustizia svizzera continua ad occuparsi del caso. Recentemente Berna, che sta indagando su circa 100 milioni di franchi di transazioni sospette, ha fatto arrestare in Slovenia Luca Sala, ex consulente del gruppo italiano. Dopo il fallimento di Parmalat, il pubblico ministero della Confederazione (MPC) aveva aperto due inchieste. Due persone sono sotto accusa per truffa e riciclaggio. Nella Confederazione sono stati sequestrati beni e immobili per un valore di 7 milioni di franchi.
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/economia/parmalat/inizia-il-processo/inizia-il-processo.html
CONCORSOPOLI
Università, indagati docenti per selezioni facili per i figli.
L´inchiesta è partita dall´università di Bari, dal padiglione "Chini" del Policlinico, la roccaforte di medicina interna. E ora si è estesa anche ad altri atenei italiani, a nuovi concorsi. Il numero degli indagati, fermo a quota dieci, è cresciuto. Nel fascicolo dei sostituti procuratori Emanuele De Maria e Francesca Romana Pirrelli sono coinvolti altri cinque baroni universitari. Due sono romani. Giovanni Gasbarrini e Francesco Balsano, rispettivamente ordinari di medicina interna alla Cattolica e alla Sapienza, ieri mattina, hanno ricevuto un´informazione di garanzia, sono accusati di falso e abuso d´ufficio.
I loro uffici sono stati perquisiti dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria. Al centro dell´indagine, questa volta, ci sono due concorsi, il primo bandito dall´università Federico II di Napoli, conclusosi con un giudizio di idoneità per Clara Balsano, figlia di Francesco, il secondo istruito dall´ateneo di Parma e finito positivamente, invece, per Antonio Gasbarrini, figlio di Giovanni. E se a giudicare quest´ultimo c´era Francesco Balsano, della commissione della selezione, superata da Clara Balsano, faceva parte Ettore Bartoli, il docente di Novara, componente, secondo la procura, del gruppo di baroni (sei sono baresi) che avrebbe truccato le selezioni di medicina interna, imponendo i propri candidati, decidendo a tavolino il nome dei vincitori, prima ancora dell´espletamento delle prove. Quella che, secondo la procura di Bari, era una vera e propria organizzazione, non si sarebbe limitata a condizionare le procedure del concorso per un posto di ordinario in medicina interna alla università di Bari, ma avrebbe deciso il risultato di altre selezioni. Come quelle a cui hanno partecipato, con esito positivo, i figli di Giovanni Gasbarrini e Francesco Balsano.
E i due docenti romani, perché i propri eredi ottenessero un risultato positivo, in concorso con altri tre ordinari, avrebbero truccato le carte. Questo racconta l´inchiesta della procura di Bari. Questo ipotizzano i carabinieri della sezione di pg e i magistrati De Maria e Pirrelli che, sino a questo momento, hanno complessivamente iscritto nel registro degli indagati quindici docenti.
Giuseppe Palasciano, Francesco Dammacco, Salvatore Antonaci, Riccardo Giorgino, Alfredo Tursi e Antonio Capurso (tutti ordinari del dipartimento di Medicina interna di Bari), il milanese Pier Mannuccio Mannucci, il foggiano Emanuele Altomare, il palermitano Giuseppe Licata ed Ettore Bartoli sono stati i primi a ricevere un´informazione di garanzia. La loro posizione è quella più delicata, rispondono, infatti, di associazione a delinquere. Un indizio, per gli investigatori, sono gli appunti, ritrovati dai carabinieri nello studio di uno dei baroni baresi. Accanto ad ogni città, il docente ha appuntato il nome di tre candidati e tra parentesi quello dei componenti della commissione giudicatrice. Le prove delle selezioni non sono neanche cominciate.
E´ il marzo del 2000. Sembra già tutto deciso o quasi. Tra gli sponsor di due candidati (uno partecipa al concorso dell´università di Bari) ci sono anche Balsano e Gasbarrini.