
I PESCARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
PESCARA - (17 dicembre 2008) - Riesce difficile, perché è una terra molto bella. Eppure, viene da chiamarla «Malabruzzo» questa regione, fondamentale e per certi versi all’avanguardia italiana, in cui il Pd risulta azzerato. Elettoralmente. Giudiziariamente (anche se agli abbagli dei pm siamo purtroppo più abituati che agli sbagli del popolo votante).
Finito nella polvere Del Turco, prima. Mandato agli arresti domiciliari, ora, il capo della fazione opposta all’ex governatore. Ossia il potentissimo sindaco pescarese D’Alfonso, quello tutto know how, leadership e governance in uno strano miscuglio di gasparismo, veltronismo e (forse) mazzette. Ma ieri i big abruzzesi del partito democratico - durante l’ora di pranzo allungata fino alle quattro e fino alla domanda del cameriere: «Ma non vi siete mangiati il gelato?». «No, abbiamo già mangiato troppo!» - erano nel ristorante prediletto da loro e dal sindaco appena arrestato, «La Paranza», sul lungomare, e parevano neanche troppo turbati dalla bufera della sconfitta nelle urne e della questione morale che si è abbattuta sul partito di cui sono segretari cittadini, assessori comunali, consiglieri locali. Tutti di derivazione Margherita, come il sindaco finito male. «Mi darebbe - si sente dire il cameriere - un altro po’ di questi scampetti alla rucola? Mentre queste cozze spagnole, insomma, pensavamo meglio...» (ndr: in effetti niente di che). Crolla il Pd e loro che fanno? Mangiano pesce. «Ma il Pd si riprenderà, il progetto continua», dice Fusilli (nome omen), segretario cittadino.
Questa è la classe politico-amministrativa travolta in queste ore. L’arresto del sindaco è persino più drammatico di quello patito da Del Turco. In quanto il lanciatissimo segretario regionale del Pd - D’Alfonso ricopre anche questa carica - rappresentava fino a ieri, o forse a qualche mese fa, l’esempio del bravo amministratore giovane (43 anni), fattivo e senza grilli per la testa. E invece, «hanno arrestato lu sindaco», è il ritornello che all’ora di colazione rimbalza fra un cappuccino e l’altro.
Sarà un caso, ma ieri mattina girando lungo le strade abruzzesi capitava d’incontrare, più che altrove, pulmini della polizia penitenziaria. Li stanno arrestando tutti? Stanno spazzando via buona parte della classe politico-amministrativa appena spodestata dalla vittoria del centro-destra, che a sua volta nel «Malabruzzo» non è esente da complicità e trasversalismi opachi, specie nel campo della Sanità? Anzi, della «Sanitopoli» di cui è accusato Del Turco (senza che però i pm stiano trovando grandi prove), ma prima e dopo ci sono state la «Green Connection» con tangenti svolazzanti, o l’«Idropoli» dell’acqua avvelenata con tanto di retata di pubblici amministratori, o il «Tribunal Bar» per l’appalto del quale era già finito in manette il braccio destro di D’Alfonso (Guido Dezio, ora riarrestato), o questa storiaccia di soldi, autisti gratis e passaggi aerei ”money free” che sta ora sconvolgendo la politica a Pescara e i democrat anche a Roma. E che dire del patto bipartisan grazie al quale, nell’ultimo consiglio regionale prima del voto, è stata decisa l’assunzione di settanta portaborse, votata dal Pd mentre il Pdl sta in Aula per garantire il numero legale? «Faremo pulizia», promette il neo-governatore Chiodi. E chissà. Si riuscirà, per esempio, ad abolire la pensione per i consiglieri regionali che scatta dopo appena due anni e mezzo di legislatura e costa un botto alle casse pubbliche?
Intanto il Pd nel baratro è quel partito che, essendo stato azzerato, non può neanche più litigare al proprio interno, almeno qui. Ed è il partito in cui un indagato eccellente, l’ex capogruppo regionale Donato Di Matteo, ora escluso dalle liste in ossequio al patto veltroniano con Di Pietro, è riuscito a piazzare la sua protetta Marinella Sclocco e la Marinella è risultata la più votata dei democrat. E ancora. Stesso ristorante di cui sopra. Uno dei big seduti al tavolo (dove il «posso avere un altro brodetto?» s’alterna col «per favore un’altro secchiello di ghiaccio per il vino») riceve la telefonata post-elettorale di un dipietrista. «Traditori noi, che non avremmo appoggiato davvero Costantini? (ndr, il candidato dipietrista dell’intera coalizione): «Macchè, manettari voi!».
Questo, per dire dei rapporti fra Pd e Idv. Su cui incrudelisce il candidato sconfitto. «C’è stato - sbotta Costantini, che fa tanto il dipietrista ma è un giovane-vecchio avvocato ex margheritino - un ordine dal Pd di Roma, per non far vincere un possibile governatore amico di Di Pietro». Qui gli amici dell’ex pm, i moralizzatori cioè, sono gente come quell’ex diessino e poi udierrino, Di Stanislao, che dopo una carriera da fregoli è diventato l’italovaloriale più votato in queste ore. E che dire di Rudy D’Amico? L’ex assessore manipulitista è incappato in certi pm, secondo i quali egli partecipava a un cartello che gestiva gli appalti riguardanti il verde pubblico, «facendo minacce e usando violenza» per spartirsi i compensi. Si salvi chi può. Pare che D’Alfonso, nei suoi arresti domiciliari, non disdegni la preghiera. Un po’ come facevano quei democristianoni raccontati da Sciascia in uno dei suoi libri più famosi. Ma l’Abruzzo non merita questa politica «Todo Modo».
Agli anelli della catena affaristica scoperta dalla Procura di Pescara potrebbero presto aggiungersene altri. Le indagini riguardano complessivamente 38 persone tra le quali il patron di AirOne Carlo Toto e suo figlio Alfonso, che ieri sono tornati a proclamare la totale estraneità ai fatti addebitati e il pieno rispetto delle leggi. Per ora le indagini hanno portato ad un arresto eccellente, quello del sindaco Luciano D'Alfonso, che si dichiara innocente.
Se la giornata di ieri è stata contraddistinta da uno stillicidio di nuovi particolari dell'indagine, secondo i quali decine di imprenditori sarebbero stati costretti a versare piccole somme pur di ottenere appalti e lavori e la "Fondazione Europa Prossima" riconducibile all'ex sindaco sarebbe stata usata come salvadanaio a disposizione di pochi, appare ancor più interessante il lavoro sotterraneo della magistratura.
I filoni che la Procura sta battendo sono quelli relativi ai servizi idrici e al trattamento delle acque reflue. E sullo sfondo si riaffaccia l'inchiesta sulla gestione dell'urbanistica, arenata da quasi tre anni. Voci di corridoio in Procura spifferano che il vento sta cambiando dopo la retata di questi giorni. «La gestione delle risorse per la riqualificazione urbanistica - spiega Domenico Pettinari di "Codici", il Centro per i diritti del cittadino, che in questi anni ha presentato una decina di esposti alla magistratura - sono state oggetto di una relazione di circa 1.300 pagine da parte della Polizia giudiziaria. Lì ci sono già tutti i nomi che oggi spuntano fuori». Esattamente 15 giorni fa la polizia giudiziaria, per conto della Procura, ha cominciato a sentire i primi testimoni sulla gestione delle reti idriche del Comune.
Accanto a quella vecchia, ne corre una parallela: iniziata nel 1993 e ultimata nel 2001, serve solo il 60% dell'utenza e ha zero perdite. Continua a funzionare anche la vecchia rete acquedottistica: perde il 50% della portata e serve solo gli utenti che si sono rifiutati (con tanto di ricorso) di versare 700 euro al Comune per il nuovo allaccio. Una doppia rete che fa comodo e gola a molti. Ogni nuovo pozzo che serve a dare sollievo all'emergenza idrica (ogni estate Pescara resta per molte ore a secco) costa centinaia di migliaia di euro. E ancora: la manutenzione, per la quale ogni anno si spendono milioni, viene distribuita tra molte piccole imprese. E infine: gli allacci dei nuovi utenti sono stati affidati a una sola ditta che, per ogni scavo, deve chiedere al Comune l'autorizzazione per occupare il suolo pubblico. Cosa strana e infatti la Procura ha inserito in agenda anche la convocazione dei responsabili dei servizi idrici e dell'occupazione del suolo pubblico. Rallentare in questo modo i lavori - è il sospetto sul quale la Procura sta indagando - potrebbe favorire qualcuno. O più di uno.
Mentre i Pm stanno convocando i testimoni su questo filone, la stessa Procura e la Corte dei conti si stanno domandando che fine ha fatto il "fangodotto" che avrebbe dovuto convogliare le acque reflue e trasformarle in acqua per uso agricolo. È fermo dal '96, la giunta pescarese di centro-destra si rifiutò il 30 maggio 2000 di prendere in consegna l'opera, che fu invece presa in carico il 24 novembre 2007 con D'Alfonso sindaco. «È costato non meno di 20 milioni – afferma Giovanni D'Andrea, ex presidente diessino del consiglio provinciale pescarese – ma nessuno sa dove sono finiti quei soldi. O meglio: ci sono un essiccatore, una palazzina e due camion antispurgo».
Forse - indagano i magistrati ordinari e quelli contabili - qualcuno ci ha guadagnato da quella operazione condotta quando presidente della Provincia, committente dell'opera, era proprio D'Alfonso. La Corte dei conti ha chiesto un risarcimento per danno erariale di 600mila euro. Tra i destinatari della richiesta ci sono Giampiero Leombroni (factotum di D'Alfonso prima in Provincia e poi in Comune per i lavori pubblici, tornato a lavorare per Toto costruzioni) e la spa Di Vincenzo Dino, che da decenni gestisce gli impianti di depurazione a Pescara. Da notare un piccolo particolare: visto che il fangodotto non funziona, chi effettua con i camion il trasporto dei fanghi in discarica? «La stessa società Di Vincenzo – denuncia D'Andrea – e mi risulta per 4mila euro al giorno. Lo stesso imprenditore è stato raggiunto da un avviso di garanzia due giorni fa per il nuovo filone d'indagine».
Avere ideato un meticoloso sistema di illegalità, avere turbato e mortificato la democrazia in città, avere compiuto una serie illimitata di reati con una facilità estrema. Sono questi i motivi che hanno indotto il gip, Luca De Ninis, a firmare l'ordinanza per gli arresti domiciliari dell'ex primo cittadino, Luciano D'Alfonso, del suo braccio destro, Guido Dezio, e l'imprenditore De Cesaris.
Secondo il giudice dalle risultanze investigative si possono scovare le prove di «un meticoloso sistema di illegalità volta a garantire al sindaco D'Alfonso sia visibilità pubblica sia denaro ed altri servizi per scopi personali». «Da tale premessa è agevole desumere», scrive il giudice, «non solo il concreto pericolo, ma la sostanziale certezza (…) che anche in futuro possano essere commessi reati simili, perché tali condotte appaiono connaturate al modo di agire e di concepire la propria funzione politico-amministrativa». Le indagini secondo il gip hanno dimostrato anche le «eclatanti irregolarità nei due grandi appalti pubblici che hanno interessato l'amministrazione D'Alfonso e cioè l'affidamento dei cimiteri all'impresa privata De Cesaris e l'appalto dell'area di risulta».
A pesare sulla figura amministrativa dell'ex sindaco c'è una «teoria di abusi e di illegalità concernenti la nomina e la remunerazione dei consulenti esterni dell'amministratore comunale e dei commissari di gara». Tutti partecipavano alla stessa partita ed erano componenti della stessa squadra, in grado di raggiungere un medesimo scopo che coincideva sempre, dice la procura, con la volontà del sindaco. Di questo sistema corruttivo e generale «per la sua sistematicità» avrebbe inevitabilmente «condizionato l'attività altamente discrezionale dell'ex primo cittadino il quale in molti casi ha speso anche personalmente l'esercizio del suo potere mentre in altri casi ha agito attraverso i suoi fiduciari».
INTERESSE PUBBLICO MORTIFICATO
In sostanza per il giudice delle indagini preliminari i regali ed i versamenti in nero -considerati tangenti- avrebbero condizionato l'agire amministrativo dell'ex primo cittadino che avrebbe portato avanti progetti nell'interesse del privato e non di quello pubblico.
«Tale sistema di azione, professionalmente fondato sulla corruzione sulla truffa, sullo sfrontato piazzamento dei propri accoliti ai posti strategici», scrive De Ninis, «ha radicalmente inquinato il rapporto privato-pubblica amministrazione, facendogli perdere qualunque trasparenza (requisito essenziale dell'azione del pubblico amministratore) ed ha prodotto inaccettabili risultati, a vantaggio di privati immeritevoli ed a spese della cittadinanza». Questo sarebbe accaduto proprio con la privatizzazione dei cimiteri di Pescara -a tutto beneficio dell'amico finanziatore e ristrutturatore dell'appartamento dell'ex sindaco- che ha così potuto imporre «tariffe in aperta violazione del bando di gara».
Lo stesso si sarebbe verificato anche nel caso dell'imprenditore e amico personale, Carlo Toto «che per un soffio non è divenuto padrone del centro cittadino imponendo ai pescaresi un'ingente ed odioso balzello», parole di De Ninis. Lo stesso è accaduto anche con l'altro imprenditore e amico Di Properzio che «stava per acquistare a prezzo vile aree del valore di milioni di euro».
«Il sistema di potere in questione», scrive il giudice, «è stato messo in funzione, potenziato e gestito da un ristretto gruppo di azione, capeggiato dal sindaco, che, con assoluta noncuranza per i più elementari dettami del diritto, ha trasferito nel Comune di Pescara un gruppo di fedelissimi il quale gruppo ha curato gli aspetti giuridici e materiali di tale programmata azione illegale». Sono state così redatte ed approvate: «delibere di comodo, approvazioni di accordi di programma fantasiosi e forzati, false attestazioni, con ricerca spasmodica di finanziamenti e la tessitura di una fitta trama di rapporti occulti, fondati sulla corruzione con tutti i più importanti imprenditori del luogo».
«DEMOCRAZIA MINATA»
«In definitiva il sistema è tale da avere minato radicalmente la stessa democraticità dell'amministrazione cittadina», si legge nell'ordinanza, «come avviene quando l'azione amministrativa fondata sullo scambio e sul mercimonio dei pubblici poteri esautora, di fatto, la competenza degli organi di controllo, i consessi in cui si vota e la stessa libertà morale dei funzionari». Emblematico per il giudice il caso di un dirigente cacciato perché «non allineato». Anche per queste ragioni per i principali indagati D'Alfonso e Dezio «ricorre il concreto ed attuale pericolo di inquinamento della prova».
A questo punto delle indagini è necessario, secondo il giudice, procedere all'audizione dei vari indagati che sono dipendenti o dirigenti comunali che possono essere ancora influenzati dall'ex sindaco: per questo si rendono necessari gli arresti domiciliari e l'isolamento completo.
Esigenze cautelari che permangono, secondo il giudice, anche dopo le dimissioni già annunciate con circa 10 giorni di anticipo allo stesso pubblico ministero, Gennaro Varone. Gli arresti sono scattati, comunque, nonostante il sindaco fosse stato interrogato ed avesse proposto una sua memoria difensiva che è stata giudicata evidentemente insufficiente. «Le giustificazioni offerte dal sindaco nel corso dell'interrogatorio», scrive De Ninis, «si sono limitate in definitiva a prendere le distanze dai comportamenti dei soggetti che, come il Dezio, sono stati certamente fedeli strettissimi suoi collaboratori».
Pendono, infine, nei confronti di Marco Molisani, capo di gabinetto, e Fabrizio Paolini, autista factotum, le misure interdittive della sospensione del pubblico servizio. I due dipendenti pubblici potrebbero vedersi comminare questa ulteriore misura dopo il loro interrogatorio davanti al giudice.
Infine il giudice stabilisce il termine della misura cautelare in tre mesi.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=38769&sez=HOME_INITALIA
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=18353&page=1
Come quella del segretario regionale del Pd nonché sindaco di Pescara, Luciano D'Alfonso, che ha da poco ricevuto più d'un avviso di garanzia per corruzione, concussione, truffa aggravata e falso ideologico nell'ambito di diverse inchieste che a maggio hanno portato in carcere anche il suo braccio destro, Guido Dezio. Stando all'atto d'accusa, D'Alfonso, tra il 2006 e il 2007, avrebbe chiesto denaro a una quindicina di imprese in cambio di atti amministrativi a loro favorevoli, come la proroga di contratti d'appalto.
Nel mirino della magistratura anche i fondi per la cosiddetta pubblicità istituzionale, distratti per fini personali ed elettorali. Ipotesi investigative corroborate da una serie di intercettazioni in cui sono confluiti discorsi, ammissioni, frasi in codice, accordi, insulti e sfuriate.
Il verde pubblico a Pescara racconta – sempre in epoca D'Alfonso - di «Green connection», inchiesta con 21 comunicazioni di garanzia. Tra gli inquisiti, l'ex assessore Rudy D'Amico (Idv, cacciato dal partito a seguito di questa vicenda e sparito dallo scenario politico). La vicenda è venuta a galla nel 2006 e secondo l'accusa esisteva in città una sorta di «cartello» che gestiva gli appalti inerenti il verde, faceva minacce e usava violenza, per poi dividersi i compensi.
L'inquinamento ambientale, con falde e pozzi distrutti dai veleni, è invece al centro degli accertamenti disposti dal pm Aldo Aceto diretti al mondo politico di centrosinistra: mega depositi abusivi di rifiuti, interrati a Bussi sul Tirino, hanno generato acqua dichiarata dall'Istituto superiore di sanità «non idonea al consumo umano», ma che per decenni è stata distribuita in Val Pescara a circa 500mila cittadini. Un disastro che ha prodotto 33 avvisi di reato. Tra gli indagati, che devono rispondere a vario titolo di avvelenamento, disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte e adulterate, delitti contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti e truffa, ci sono i vertici di enti collegati, tutti esponenti politici del Pd: Giorgio D'Ambrosio, Donato Di Matteo, Bruno Catena.
Di traffico di rifiuti e di Pd si parla anche in «Fangopoli», inchiesta sulla gara d'appalto e la gestione del depuratore a Pescara. Sono inquisiti in 25. Compaiono ancora Catena e D'Ambrosio. Turbativa d'asta, abuso d'ufficio, falso, frode in pubbliche forniture, truffa, trasporto e smaltimento di rifiuti in assenza di permessi: sono queste le contestazioni. Irregolarità sarebbero state riscontrate nell'affidamento dell'impianto, nella sua gestione e nei lavori di adeguamento. A corollario, un business di sostanze pericolose che da Pescara finivano nell'Aquilano e che coinvolgeva diverse ditte del settore che avrebbero trasportato e fatto sparire i fanghi della depurazione. Negli atti entrano anche somme di denaro per favori particolari e «regali» come un tappeto persiano di 1.500 euro.
Giri illeciti di denaro hanno cancellato l'amministrazione comunale di Montesilvano (Pescara), con il sindaco Enzo Cantagallo, ex Margherita e ora Pd, arrestato un anno e mezzo fa insieme con l'assessore alle Finanze ed ex primo cittadino Dc, Paolo Di Blasio, e al segretario del Comune e già indagato nell'inchiesta sulla Merker, un'azienda metalmeccanica fallita in malo modo. Nei guai, per abuso e corruzione, anche il predecessore di Cantagallo, Renzo Gallerati, in carica come sindaco dal 1995 al 2004, poi divenuto capogruppo della Margherita in Consiglio provinciale a Pescara, dov'è tuttora come Pd. Uno dei costruttori coinvolti al telefono sbotta: «Ho pagato una freca di soldi...». Per la Squadra mobile si tratta di consegne sistematiche di mazzette sotto forma di stipendio: 2.500 euro al mese. Al termine dell'inchiesta in 37 sono rimasti imbrigliati nella rete del cosiddetto «sistema Montesilvano», come la Procura ha denominato il meccanismo messo in piedi dagli amministratori pubblici della quinta città d'Abruzzo - quasi 50mila abitanti - per spillare soldi ai costruttori.
SCANDALO SANITA'
SPRECHI D'ITALIA, SCANDALO ABRUZZO. ARRESTATO PRESIDENTE DELLA REGIONE
Pescara, 14 lug. 2008 - (Adnkronos/Ign) - E' stato arrestato all'alba di oggi il presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano del Turco (nella foto), nell'ambito di un'inchiesta della guardia di finanza di Pescara sulla sanità regionale. Del Turco è accusato di associazione a delinquere e truffa.
Nell'inchiesta sono coinvolti anche diversi assessori regionali e alcuni esponenti politici di primo piano. Provvedimenti di custodia cautelare sono infatti stati emessi nei confronti del segretario generale della giunta regionale, Lamberto Quarta, dell'assessore alle Attività produttive Antonio Boschetti, del capogruppo Pd In Consiglio regionale Camillo Cesarone, dell'ex direttore generale della Asl di Chieti e di Gianluca Zelli. Giancarlo Masciarelli (ex presidente della Fir), Vito Domenici (ex assessore regionale alla Sanità), Bernardo Mazzocca (attuale assessore regionale alla Sanità) e Angelo Bucciarelli sono invece agli arresti domiciliari, mentre per Francesco Di Stanislao (direttore dell'Agenzia regionale sanitaria) è stato disposto il divieto di dimora in Pescara.
Provvedimenti che giungono a conclusione di una lunga e complessa serie di indagini condotte sulla cartolarizzazione dei crediti vantati dalle case di cura private nei confronti delle Asl abruzzesi.
http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Abruzzo.php?id=1.0.2336545306
In una inchiesta dell'Espresso del 2007 il fiume di denaro alle cliniche private.
Le accuse alla giunta di centrodestra. La truffa proseguita dal centrosinistra.
OLTRE il buco anche la beffa. Perché in Abruzzo il tentativo di mettere ordine alla voragine nelle spese della sanità si è trasformato in una gigantesca truffa contabile a vantaggio dei baroni delle cliniche private. Secondo gli investigatori, i soliti noti delle case di cura convenzionate sono riusciti a mettere le mani su un tesoretto da 100 milioni di euro. Soldi prelevati dalle casse della regione con una facilità tanto impressionante quanto sospetta: è bastato presentare un'autocertificazione per ottenere fiumi di denaro. Una pacchia ai danni del contribuente, benedetta dalla vecchia giunta regionale di centrodestra e proseguita con modalità diverse anche con quella di centrosinistra.
Adesso forse la festa sta finendo. Le Fiamme gialle, la Corte dei conti e la Procura della Repubblica di Pescara si sono calate nel baratro della sanità pubblica abruzzese, che fino al 2005 aveva accumulato debiti per 682 milioni di euro, cercando di capire quanto del denaro era stato realmente speso e quanto invece si era perso nei meandri del malaffare. Il risultato è choccante: ben 100 milioni di euro, 200 miliardi delle vecchie lire, sarebbero stati indebitamente riconosciuti ai titolari delle cliniche. Oltre 100 milioni che potrebbero venire richiesti a tutti i responsabili della giunta protagonista dello scandalo.
Al centro dell'intrigo c'è un meccanismo molto di moda nella finanza pubblica degli scorsi anni: la cartolarizzazione, ovvero la vendita di beni (crediti, immobili) pubblici. In Abruzzo si è pensato di applicarla alla sanità, con un progetto che avrebbe dovuto farescuola nell'Italia delle regioni sprecone. Invece, secondo gli inquirenti, l'operazione si sarebbe trasformata in un capolavoro del malaffare.
La brutta storia inizia nel 2004 quando l'allora governatore Giovanni Pace (An) decide di ripianare i debiti sanitari: tutti soldi che le Asl dovevano pagare alle cliniche private. Si stabilisce di cartolarizzare i crediti: la Finanziaria regionale(Fira) li acquista dai privati e li gira a una società veicolo (Cartesio srl); questa emette obbligazioni con i cui proventi la Fira paga i privati; la Regione rimborsa i titoli previo accordo con le Asl che devono riconoscere i crediti dichiarati dai privati. Così parte la cartolarizzazione: una prima tranche per 336 milioni conclusa da Pace nel 2004; un'altra da 346 milioni portata invece a termine dal successore Ottaviano Del Turco. È proprio sulla cartolarizzazione di Pace che la Guardia di finanza ha scavato a fondo. Secondo le Fiamme gialle l'operazione parte male sin dall'inizio, quando si tratta di individuare i crediti dei privati. Accanto a quelli vantati per prestazioni regolarmente fatturate e contabilizzate (credito performing) vengono infatti inseriti anche i crediti presunti (non performing). Ossia i crediti che i titolari delle cliniche potrebbero vantare in futuro per il periodo 1995-2001.
È chiaro che si tratta di crediti non esigibili. Ma l'allora assessore alla Sanità Vito Domenici (Fi) nell'aprile 2004 va anche oltre: convoca i rappresentati delle case di cura invitandoli a formulare, addirittura "sotto forma di autocertificazione", le loro pretese per quei sei anni. Una manna per i padroni delle cliniche che presentano conti salati quanto evanescenti: chiedono 39 milioni alla Asl di Chieti, 38 a quella di Pescara, 23 a quella di Avezzano-Sulmona.
In totale fanno quasi 100 milioni di euro nella ripartizione dei quali fa la parte del leone Vincenzo Maria Angelini, finanziatoredi Forza Italia. Il primo aspetto singolare della vicenda, spiegano le Fiamme gialle, è che mentre l'assessore chiede alle case di cura l'autocertificazione dei crediti, si guarda bene dal controllare lafondatezza di quelle richieste. Sì, nessuno verifica se i pretendenti avevano diritto o meno ai rimborsi milionari: non lo fa l'assessorato, non lo fanno nemmeno le Asl. È solo la Guardia difinanza a studiare le autocertificazioni. Gli investigatori scoprono che le somme invocate dai privati riguardano cure e ricoveri "in quantità eccedente il budget annualmente fissato dalla Regione": cifre difficilmente esigibili in base ai regolamenti.
Inoltre queste autocertificazioni sono connotate da "una manifesta carenza documentale" e in molti casi le prestazioni sanitarie relative non sono state nemmeno fatturate. Rimborsi per il nero? Non solo: per molti di questi crediti le case di cura non hanno avviato un contenzioso giudiziario, segno che non ritenevano di potere ricevere quei soldi. Insomma, un regalo.
L'espresso ha visionato il rapporto della Guardia di finanza sulla Sanitopoli abruzzese: un'inchiesta condotta dal colonnello Patrizio Vezzoli e che è alla base delle indagini portate avanti su due fronti dalla Corte dei conti dell'Aquila, dal procuratore della Repubblica di Pescara Nicola Trifuoggi e dal suo sostituto Giuseppe Bellelli.
I reati ipotizzati sono truffa, falso, estorsione, corruzione, associazione a delinquere. Pesa soprattutto il conto dei danni per l'erario, quei 100 milioni che potrebbero venire richiesti ai responsabili dell'operazione. Chi deve risponderne? Si tratta della giunta di centrodestra che fino all'aprile del 2005 ha amministrato l'Abruzzo: con il governatore Pace, gli assessori Mario Amicone, Alfredo Castiglione, Giorgio De Matteis, Massimo Desiati, Donato Di Fonzo, Vito Domenici, Leo Orsini, Antonio Prospero, Bruno Sabatini, Francesco Sciarretta. Ma sotto accusa sono finiti anche tre direttori generali di altrettante Asl e l'intero consiglio d'amministrazionedella Fira con in testa l'ad Giancarlo Masciarelli, già finito incarcere per associazione a delinquere e truffa per i finanziamenti erogati a società fantasma.
La giunta e la Fira avevano basato la cartolarizzazione sul parere dello studio legale Anello & partners di Roma: i crediti autocertificati dei privati andavano pagati in previsione della "possibilità di soccombenza della Regione e delle Asl nei giudizi pendenti e in quelli potenzialmente instaurabili" dalle cliniche. Sulla base di questo parere, la Fira ha proposto ai privati di acquistare i crediti autocertificati, pagando il 65 per cento della somma richiesta.
Nella giunta tutti si dichiarano soddisfatti del marchingegno messo in piedi da Masciarelli: l'assessore Domenici plaude "alla bontà economico-finanziaria dell'operazione". Una decisione stroncata invece dagli inquirenti: "Non si comprende", annota la Finanza, "in base a quale criterio sia stato offerto un importo pari al 65 per cento di pretese semplicemente non documentate". Le conclusioni dello studio Anello sono per le Fiamme gialle "alquanto discutibili". I finanzieri hanno rilevato anche altre anomalie, tali da sollevare "seri dubbi sulla liceità dell'operazione".
E non basta. Con una delibera la giunta ha imposto un diktat ai vertici delle Asl: pagate ai privati la cifra stabilita entro tre giorni, pena la decadenza dell'incarico. Per la Finanza imporre il pagamento "di presunti debiti non riscontrati e non contabilizzati" rappresenta una condotta grave che, oltre a determinare un danno erariale configura anche i reati di abuso d'ufficio ed estorsione nei confronti dei direttori delle Asl. Per i quali la beffa è doppia: sono formalmente colpevoli dello sperpero perché neanche l'estorsione subita li solleva dalla responsabilità per il "regalo"alle cliniche.
Fangopoli, 25 avvisi di garanzia. Depuratore, gara non regolare e sub appalti vietati
PESCARA – 30 maggio 2008 - Per la concessione, la progettazione la realizzazione dei lavori e la gestione del depuratore di Pescara non vi fu una gara regolare. Questo è quanto viene ricostruito dal pm Aldo Aceto nell'ordinanza di chiusura di indagini che ha portato ieri a 25 avvisi di garanzia che hanno colpito dirigenti ed ex dirigenti dell'Ato pescarese e dell'Aca, impiegati, tecnici e imprenditori del settore rifiuti. I reati contestati sono molteplici: turbativa d'asta, abuso d'ufficio, falsità ideologica, frode in pubbliche forniture, truffa, trasporto e smaltimento dei rifiuti in assenza di autorizzazione, traffico di rifiuti, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, corruzione, violazione di sigilli.
Il 28 marzo del 2006, dopo una gara andata deserta, l'appalto per i lavori di adeguamento e ottimizzazione del depuratore pescarese viene aggiudicato definitivamente alla ditta "Di Vincenzo Dino & C". Ci fu, però, secondo l'accusa, una turbativa d'incanto messa in atto da Alessandro Antonacci, dirigente tecnico dell'ente d'ambito Ato 4 e responsabile unico del procedimento, oggi indagato proprio per turbativa di libertà d'incanti (reato che si prescrive il 28 settembre 2013). Il responsabile avrebbe impedito o comunque «turbato in modo fraudolento» la gara per la selezione e l'individuazione di soggetti con i quali negoziare. Alla fine deve esserci riuscito proprio bene, dal momento che l'appalto viene aggiudicato definitivamente alla Di Vincenzo.
Uno dei passi determinanti di Antonacci, era, secondo l'accusa, quello di cercare di restringere il più possibile il numero degli offerenti tramite la scelta del project financing e soprattutto cercare di «appesantire la procedura» con oneri aggiuntivi. Per fare quest'ultimo passo si inseriscono tutta una serie di adempimenti che la legge nemmeno richiede anzi «espressamente non consentiti». Così le imprese che volevano partecipare veniva automaticamente messe nelle condizioni di non provarci nemmeno: gara non conveniente con margini di guadagno risicati.
I 4 PASSI FONDAMENTALI
Fondamentali sarebbero stati alcuni "escamotage", risultati poi vincenti, per spingere tutto in una sola direzione, ovvero verso la Di Vincenzo e garantirgli anche un importante ritorno economico. Quello che oggi si legge nelle carte (e che non era passato di certo inosservato) è che il vantaggio del privato risultava troppo elevato a discapito, quindi, dell'amministrazione pubblica ovvero: c'erano 20.267.357 di euro di opere da realizzare a fronte di 62.336.000 euro per la gestione ultraventennale dell'impianto. E qualcuno se ne accorge.
E' il 17 giugno del 2004: l'Irsi, l'associazione Imprese Realizzazione Schemi Idrici manda una nota in cui si chiede ad Antonacci di fermarsi e tornare indietro, in base anche ad una nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che decretava che quella procedura era riservata solo ad appalti per lavori non anche a quelli aventi ad oggetto la fornitura di Beni e Servizi (in questo caso la gestione).
Appena una settimana dopo, però, l'Ato risponde che proseguirà. E lo fa, rileva Aceto, sostenendo che il Ministero non può prendere decisioni in merito, ma certe cose vanno decise «in modo discrezionale» dalle amministrazioni. Questa risposta «era stata copiata letteralmente da un articolo apparso sulla rivista "Edilizia e Territorio" del Sole 24 ore».
Poi una stranezza: nella lettera d'invito viene inserita anche la messa in funzione dell'impianto di essiccamento fanghi mai attivati. Ma la stessa Ato aveva sempre espressamente escluso questo punto dal progetto preliminare perché sapeva bene che l'essiccatore non sarebbe mai partito per problemi tecnici, così come in effetti non è mai stato messo in uso. In più sono state inserite delle cauzioni onerose non previste (sempre per restringere il numero di partecipanti).
IL TAR BLOCCA TUTTO MA…
Non sono mancati ricorsi al Tar da parte di alcune ditte che si erano accorte che qualcosa non quadrava nell’intera procedura amministrativa. Il 27 ottobre del 2005, proprio il tribunale amministrativo, annulla il bando e il disciplinare di gara e decide che è tutto da ripetere. Ma cosa fa il responsabile del procedimento dell'Ato?
Istituisce una nuova pubblicazione del bando eliminando le «gravose condizioni economiche» che lo avevano reso illegittimo e spedì l'invito solo a quelle ditte che erano risultate escluse per le ragioni non ritenute legittime dal Tar. In più la spedizione avviene il 1° dicembre del 2005 e il nuovo termine perentorio è fissato per il 13 gennaio 2006. Ma questa data, secondo il pm, era «eccessivamente ravvicinata», tenuto conto anche delle festività natalizie. La strategia dell'Ato va perfettamente in porto. Infatti la gara va deserta e il progetto viene affidato definitivamente alla Di Vincenzo.
DECISIONI AUTONOME
C'è poi un successivo passaggio. Per la costruzione e gestione, per 23 anni, del depuratore basta la firma di Antonacci sul documento e il gioco è fatto: il contratto viene firmato non dalla Di Vincenzo ma all' Ati (associazione temporanea d'impresa) formata anche dalla Biofert, in ogni caso un soggetto giuridico diverso. Ma anche qui qualcosa non va come dovrebbe andare, infatti, doveva essere necessaria una deliberazione assembleare dell'Ato, che in realtà non ci fu mai. Per questo, infatti, Giorgio D'Ambrosio (presidente pro tempore dell'Ato 4 oggi non più in carica), Alessandro Antonacci, Bruno Catena (presidente Aca ancora in carica) e Bartolomeo Di Giovanni (direttore generale Aca) devono rispondere di abuso d'ufficio (prescrizione 29 settembre 2013) e con il loro comportamento, rileva l'accusa, hanno creato «un notevole vantaggio patrimoniale» al privato (per dirlo in cifre 2.037.750) e un danno all'Aca spa, l'ente che era incaricato di effettuare i pagamenti.
DECISIONI NON CONSENTITE
Inoltre l'Ato ha proceduto alla concessione dei lavori pubblici e alla stipula dei contratti, cosa che per legge non poteva fare. Entrò, come detto, nell'Ati anche la Biofert, cosa che non poteva avvenire perchè la società non aveva un capitale sociale pari al 10% del capitale sociale minimo (in questo caso 94.310 euro a fronte dei 65 mila dichiarati). Per questo sia Di Vincenzo e che Cardano devono rispondere anche di falso in atto pubblico (prescrizione 14 agosto 2013). Sempre Di Vincenzo e Cardano devono rispondere di abuso d'ufficio (sono legali rappresentanti di società incaricate di pubblico servizio) per aver poi affidato senza alcuna gara d'appalto i servizi di trasporto e smaltimento dei fanghi alla "Mangifesta Costantino & C Autospurgo Molise", alla "Aseco Spa" e alla "Eco- Agri Srl".
In più questa sub-concessione era espressamente vietata dal bando ma è stata quasi una scelta obbligata per la Ati che non aveva a disposizione impianti di smaltimento, trattamento e recupero autorizzati dalla Regione. Ma nemmeno questa "mancanza" non è stata condizione sufficiente per fermare l'affidamento.
L’ESPOSTO DELL’ASSOCIAZIONE CODICI
Nel 2007 l’associazione dei consumatori Codici Abruzzo, per mano del segretario regionale Giovanni D’Andrea e del vice Domenico Pettinari, firma un esposto che si rivelerà molto utile per capire e approfondire alcuni aspetti del complicato lavoro di ricostruzione del puzzle da parte della Forestale di Pescara, diretta da Guido Conti. La stessa associazione è stata riconosciuta parte lesa e si costituirà parte civile nel processo.
L’esposto partendo dallo scandalo dell’incompiuta nota con il nome di “fangodotto” descrive la procedura che ha portato l’essiccatore dei fanghi ad essere collaudato a freddo senza cioè essere mai messo in funzione anche se è transitato prima nel patrimonio del Comune di Pescara, ceduto dalla Provincia, e poi in quello dell’ente d’ambito Ato4. Un argomento trattato da PrimaDaNoi.it già nel 2005 con la pubblicazione di alcuni incredibili documenti.
«Inoltre» si legge nell’esposto di Codici, «la mancata attivazione dell’impianto di essiccamento fanghi ha comportato, di fatto, un enorme dispendio e sperpero di denaro pubblico in quanto la mancata produzione di concime (come previsto dal progetto iniziale) ha provocato il mancato introito che sarebbe stato ottenuto dalla vendita di tale concime; proprio in virtù di tali inadempienze si è consentito alla società privata che gestrice dell’impianto di trasportare i fanghi giornalmente in centri di compostaggio esterni con notevoli costi aggiuntivi. In virtù di tutto questo gli utenti consumatori sono stati gravemente danneggiati poiché la mancata realizzazione del progetto ha comportato da una parte un grave sperpero di denaro pubblico e dall’altra un grave danno poiché se fosse entrato in funzione l’essiccatore termico i fanghi sarebbero stati trattati in loco e venduti come fertilizzante, la tariffa di depurazione sarebbe stata inferiore a quella attuale».
La Forestale ha poi scoperto e analizzato il carico di liquami e le irregolarità relative all’appalto affidato alla ditta Dino Di Vincenzo spa analizzando l’attuale gestione del depuratore. Ed i guai per gli esponenti di Aca e Ato potrebbero non essere finiti qui, ci sarebbero altre importanti indagini su alcuni aspetti della gestione degli ultimi anni del servizio acquedottistico...
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=15540
CHIESTO IL PROCESSO PER 70 VIGILI URBANI DI PESCARA PER AVER FALSIFICATO MULTE
PESCARA. 8 maggio 2008 - Alla fine è arrivata anche la richiesta di rinvio a giudizio. Dopo oltre un anno di indagini e perizie il pm Paolo Pompa ha chiesto il processo per 70 vigili urbani in servizio a Pescara con l'accusa di aver falsificato i verbali . Lo scorso settembre arrivarono gli avvisi di garanzia per falso ideologico in atto pubblico continuato. Alcuni dovranno rispondere anche di truffa.
Le multe che la procura ritiene siano state falsificate riguardano solo gli anni che vanno dal 2004 al 2006. Oltre 8mila in totale i verbali analizzati da una squadra di due finanzieri che per mesi si è sistemata in una stanza del comando dei vigili per analizzare una per una le contravvenzioni.
Secondo l'accusa per almeno 238 non ci sarebbero dubbi sulla falsificazione che sarebbe stata fatta con metodi grossolani e pacchiani tanto da rendere evidente l'alterazione del documento amministrativo.
Oltre a cancellature, correzioni fatte spesso anche con penne diverse la procura avrebbe accertato come questa pratica fosse ormai diventata rituale e applicata anche con una certa leggerezza. Chi ne aveva bisogno sapeva dove andare e cosa fare. Spesso l'urgenza era tale da doversi scomodare persino nei giorni di malattia o assenza dal lavoro dell'agente.
L'inchiesta ha preso il via da un esposto dell'attuale comandante Ernesto Grippo.
Tra i personaggi indagati che dovranno difendersi nel prossimo processo c'è anche l'ex comandante della Polizia municipale di Pescara, Gabriele Cespa, in carica tra il 2004 e il 2006. Oltre a Cespa sono indagati anche l'ex vice comandante, Giuseppe Chingoli, e Italo Di Credico, ex dirigente dell'Ufficio gestione atti del comando di polizia municipale.
I reati sono falso in concorso e continuato e truffa aggravata.
Secondo il pm Paolo Pompa, che ha concluso le indagini, i tre non avrebbero impedito l'alterazione delle multe da parte dei vigili e avrebbero, anzi, consentito l'instaurarsi di una prassi che favoriva l'annullamento di molti verbali con modalità illegittime e arbitrarie.
AMICIZIE E FAVORI
Questa ennesima inchiesta su palazzo di città getta nuove ombre sulla attività svolta negli anni passati dal Comune. Resta da capire come mai nessuno prima del comandante Grippo si sia mai accorto di tali e tante distorsioni e se le multe venivano modificate o annullate anche su commissione politica…
Bisognerà scoprire allora le reali esigenze sottese a questa consuetudine che ha portato negli anni soprattutto a minori incassi del Comune.
E non è un mistero –confermato più volte persino dallo stesso Grippo- che spesso l'attività della polizia urbana è stata "parziale". Si calcola in diverse centinaia di migliaia di euro i mancati introiti, per esempio, della tassa di occupazione del suolo pubblico di tutte quelle attività commerciali (specie del centro cittadino) che –grazie sempre al loro santo in paradiso- sono riuscite a risparmiare.
Questa inchiesta che ha una aderenza politica è finita più volte in consiglio e in interrogazioni comunali e parlamentari sempre senza risposte.
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=15207
ASSUNZIONE PUBBLICA SENZA CONCORSO IN ABRUZZO
ABRUZZO – 12 feb. 2008 - Il concetto sembrerebbe semplice semplice: «assunzioni a tempo indeterminato per 260 precari in violazione delle norme». Se, poi, a questo, aggiungiamo il sospetto di una infornata di parenti, amici, conoscenti, «amanti» di dirigenti regionali, amministratori, politici e via dicendo, la questione diventa incandescente.
È tornato a denunciare stamattina il consigliere di Forza Italia, Giuseppe Tagliente, la proposta di stabilizzazione avanzata dall'assessore al personale, Giovanni D'Amico, che in realtà nasconderebbe «la più grande operazione clientelare degli ultimi anni».
E a destare scalpore è la lista dei 260 nomi che PrimaDaNoi.it pubblica integralmente e che nasconderebbe moltissimi figli di un "dio maggiore", i quali avrebbero avuto precedenza su molti altri nella corsa al posto fisso, quello per tutta la vita, per giunta in una amministrazione pubblica, dopo aver avuto un primo rapporto contrattuale a tempo determinato. Una bella soddisfazione, dunque, specie se si considera che nessuno di questi dovrà sottoporsi alla spiacevole e fastidiosa gogna della selezione pubblica.
E questa operazione rischia anche di avere una replica (ci sarebbe in circolazione già una seconda lista con almeno 150 nomi con i “figli di un dio... medio”).
A destare l'attenzione sono nomi molto ricorrenti della vita pubblica e amministrativa della nostra regione, nomi che trovi prima o poi nei posti che “contano”.
Ci sono ex amministratori trombati alla ricerca dello stipendio fisso ma anche figli eccellenti di dirigenti, addirittura almeno tre componenti dello staff del presidente Del Turco, chiamati con incarico fiduciario.
Tra gli stabilizzandi ci sono anche i celebri vignettista e fotografo (recentemente diventato giornalista pubblicista grazie alla collaborazione con la Regione).
Sono una decina i «raccomandati» individuati dal consigliere di Forza Italia, lasciando intendere che è solo una prima scrematura, mentre moltissimi altri potrebbero essere nascosti all'interno della lista.
I tentativi di stabilizzazione dei lavoratori precari della Regione hanno da sempre scatenato polemiche vivaci portate avanti con una passione dallo stesso Tagliente che verso la fine del 2006, in due interrogazioni, portò l'assessore D'Amico a chiarire un po' di numeri sulla vicenda.
Così si scoprì che «il conferimento di incarichi di collaborazione è conseguenza sia della restrizione della possibilità di effettuare assunzioni di personale, sia della necessità di poter contare con urgenza su specifiche professionalità non presenti nell'organico dell'amministrazione, indispensabile per il buon congelamento degli uffici».
Le parole da tenere a mente sono:«restrizione», «necessità», «urgenza», «specifiche professionalità», «indispensabili».
Tutte caratteristiche tra le altre cose previste dal decreto Bersani che la giunta regionale ha recepito con delibera solo otto giorni dopo le insistenze di Tagliente facendo partire l'entrata in vigore delle restrizioni non da agosto 2006 ma da gennaio 2007.
Dalla risposta dell'assessore D'Amico -siamo ad aprile 2007- «risultano in essere 212 incarichi di collaborazione» di cui 118 portati in dote dalla precedente legislatura di centrodestra.
«Ad oggi, però, risultano almeno 260 contratti di collaborazione ma in realtà il numero esatto è ignoto, forse persino allo stesso assessore D'Amico», ha detto Tagliente, «inoltre, non risulta che le procedure di evidenza pubblica siano state sempre utilizzate in tutte le direzioni di giunta. Invece, risulta ed è chiaro che molte assunzioni sono state fatte in forma diretta e clientelare prima che scattassero le procedure selettive per sottrarle, evidentemente, a rischio di una possibile bocciatura».
«Nella lista dei 260», continua ancora Tagliente, «risultano certamente parenti molto stretti, mariti, figli, fratelli, anche più di uno per nucleo familiare, di direttori, dirigenti, funzionari, dipendenti ed ex dipendenti della Regione, diversi dei quali proprio del settore personale di cui è responsabile l'assessore D'Amico, che almeno a casa sua avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole e, perché no, dell'opportunità e della correttezza politica».
ALCUNI DEI PRECARI IN VIA DI STABILIZZAZIONE
E Tagliente ha stilato la sua "lista nera" di raccomandati.
Il primo è Antonio Di Giandomenico, ex presidente Aptr, consigliere comunale dell'Aquila, nonché marito di una funzionaria e segretaria dell'assessore al personale.
Segue Angelo Tarquini, figlio di due funzionari del settore personale.
Luca Iagnemma, figlio del dirigente di giunta e dirigente del consiglio.
Luigi Ranieri, fratello del sindacalista Cgil e figlio dell'ex direttore del personale.
Alessandro Moroni, figlio del direttore delle attività produttive e consigliere comunale dell'Aquila.
Roberta Galeotti, componente dello staff del presidente Del Turco.
Claudia Zordan, figlia del dirigente di giunta.
Maria Grazia Masciocchi, figlia dell'ex difensore civico regionale e commissario prefettizio di Sulmona.
Ludovico Iovino, figlio del dirigente del personale, Antonio, nonché firmatario della proposta di delibera di giunta proprio relativa alla stabilizzazione dei co.co.co.
Infine nell'esercito anche Luigi Salucci, figlio del sindaco di Collelongo, compagno di scuola di Del Turco e dirigente del suo partito per anni. Luigi è noto per essere stato il primo vignettista della Regione Abruzzo. Un bel primato che gli è valsa anche la stabilizzazione.
Chiude Egidio Marzicola, in arte Slim, dicono fotografo istituzionale (nato anche come servizio per i giornali ma in realtà mai partito e questo quotidiano non ha mai ricevuto nemmeno uno scatto), meglio inquadrato come fotografo del presidente Del Turco.
Marzicola, insieme a tutti gli altri, potrà finalmente diventare a tutti gli effetti dipendente pubblico senza aver superato un concorso grazie ai servigi resi all'attuale presidente pro tempore.
Rimangono due aspetti forse «marginali» della questione. Che cosa andranno a fare?
C'è il fondato rischio che pur volendo ammettere che tutto sia in regola si accrescerebbe la macchina amministrativa in maniera abnorme di figure che in realtà potrebbero non essere impegnatissime...
Altro aspetto che riguarda tutti è la spesa aggiuntiva per le casse regionali, in considerazione dell'aumento dei dipendenti. Da un approssimativo calcolo si può dire che il costo dell'operazione di sicuro non sarà inferiore ai 3-4 milioni di euro.
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=13832
APPROFONDIMENTO. ABRUZZO 23 gen. 2008 - Perché il clientelismo fa irritare tanto? Forse perché impone lo "scavalcamento" di regole e graduatorie, forse perché diritti di terzi vengono calpestati, forse perché si occupano posti di lavoro con persone non preparate (altrimenti avrebbero utilizzato strade regolari).
Il problema vero, però, è che negli ultimi anni si è avuta una estremizzazione del fenomeno che ha assunto livelli mai toccati prima con risultati fin troppo evidenti: aumento spropositato dei dipendenti della pubblica amministrazione e conseguente spesa pubblica impazzita.
Certo occorrono vari distinguo: ci sono le nomine politiche, ci sono i portaborse, ci sono gli assunti a tempo determinato per titoli di studio e regolari graduatorie, ci sono poi i Cococo gruppo variegato con requisiti disomogenei, tra i quali spiccano i privilegiati chiamati direttamente.
Discorso a parte poi per i carrozzoni creati negli enti strumentali…
«Sul programma per la sistemazione dei precari», spiega Antonio Perrotti della Cgil Dirigenti a PrimaDaNoi.it, «voglio sottolineare che nell'attuale giunta non vi è nessun senso di responsabilità. Si continua a giocare "alle tre carte" con i fondi appositamente previsti per il personale. Non bisogna dimenticare poi che viene prevista dalla legge una possibile sanatoria (solo per il passato rispetto al 2007), circoscrivendo l'eventuale assunzione a quelli assunti con prove selettive prima di tale anno».
Perrotti è chiaro e non utilizza metafore:«le assunzioni-cooptazioni», quelle a chiamata diretta per intenderci, «sono state fatte in contrasto con i parametri nazionali e anche con fondi di settore destinati ad attività ordinarie o a finalità operative. Inoltre tutto quanto è avvenuto utilizzando società esterne di servizio come Collabora, Esosfera, Arit, ecc.».
In questo quadro, definito dalla Cgil «extra istituzionale e partitocratrico-clientelare» l'amministrazione creativa «si inventa una normativa estensiva che delinea una soluzione per tutti (tale da non creare contraddizioni e contrasti!) con particolare riferimento agli ultimi chiamati dall'ultima giunta "di sinistra"».
E sarebbe proprio qui la forzatura.
Proprio tra questi ultimi vi sono figli e parenti messi dentro su pressioni e "consiglio" dei politici che però matureranno il fondamentale requisito di 3 anni, solo nel 2010.
«Sarà molto interessante», aggiunge Perrotti, «come tale proposta potrà essere emendata in Consiglio regionale a vantaggio dei gruppi ma anche di chi magari si è trovato a passare per caso sotto i portici dell'Emiciclo. Qualche dirigente del bilancio regionale è fuggito da tale situazione mentre qualcuno più disponibile e accomodante (ma forse anche più direttamente interessato …..), continua ad avallare questa incerta situazione finanziaria, eludendo i riferimenti posti dal patto di stabilità e dalle altre normative nazionali per assumere circa 350 nuovi dipendenti».
CARROZZONI, ESTERNALIZZAZIONI, CONSULENZE: LA SPESA PUBBLICA SI IMPENNA
Nel dibattito sempre troppo silenziato dei "costi della politica" non si possono non conteggiare, oltre quelli diretti (stipendi, indennità ad amministratori di ogni ordine e grado), anche quelli indiretti, cioè costi che gravano sulle casse pubbliche e che non vi sarebbero se l'amministrazione si muovesse su logiche "razionali"e fosse diretta con il metodo del "buon padre di famiglia".
Anche gli sperperi clientelari per assunzioni inutili e consulenze milionarie fanno parte dei "costi della politica", materia della Corte dei Conti sempre troppo nell'ombra.
Alzi la mano allora chi si ricorda delle promesse di riformare gli enti strumentali. Sapete come è andata a finire?
Gran parte delle nostre tasse servono a colmare ancora spese almeno inopportune.
«Purtroppo anche la giunta Del Turco», sostiene ancora Antonio Perrotti (Cgil), «al di là delle dichiarazioni sulla stampa, continua ad essere praticata la logica delle esternalizzazioni attraverso società di comodo e consulenze ed incarichi per attività ed elaborazioni ordinarie che comunque potrebbero far capo alle strutture ed ai professionisti interni».
Insomma si fa fare all'esterno quello che potrebbero fare i dipendenti. Il perché è chiaro.
L'Arit ha una sede autonoma , proprie strutture e con tutti i suoi dipendenti («circa 60 assunti su indicazioni partitocratriche pagati da Regione e Provincia per oltre 1.600.000 euro l'anno») si configura come una struttura esterna che si occupa di informatica e che lavora di fatto per l'Informatica regionale surrogando molte funzioni ordinarie.
Abruzzo Lavoro dovrebbe avere un ruolo di supporto e consulenza ed, invece, «non ha un reale carico di lavoro», sostiene il sindacalista, «ma, si limita a fare solo qualche ricerca con un costo complessivo annuo di 800.000 euro».
Collabora
ha superato quota 200 dipendenti («molti dei quali assunti come sopra!»), che,
«senza essersi mai conquistata una commessa nel mercato, vengono da anni
supportati da Regione e Provincia con fantomatici incarichi di ricerca». Entità
che regolate dalle regole della politica degenerata non sono in grado di reggere
il mercato ed hanno bisogno di continue iniezioni di denaro pubblico.
Ecosfera che già faceva la consulenza –monitoraggio per il Docup, con la
nuova giunta («dopo lo spoil system che ha permesso l'ingresso di "figli
eccellenti"») è stata incaricata di ricerche sulla politica della casa. Ha vinto
un bando di concorso per la redazione del nuovo Piano Paesistico per 1.245.000
euro. «Peccato che con la struttura interna», illustra Perrotti, «si poteva
redigere per soli 12mila euro. Ecosfera ha suoi consulenti che hanno redatto il
nuovo testo di legge urbanistica e nel frattempo si sta occupando nel territorio
regionale di varie progettazioni e programmi operativi, tra questi la Società di
Trasformazione Urbana per il Porto di Ortona dove ha addirittura fatto una
proposta per circa 92.000 mc di attrezzature turistico-ricettive sul demanio
marittimo».
Parco Scientifico e Tecnologico, tutto come sopra. Con i suoi circa 30 dipendenti è famoso "incubatore" che «non ha mai fatto una ricerca originale per ottenere una commessa esterna».
«Così come è grave», spiega ancora la Cgil, «il fatto che nonostante il governo, in sede di esame della finanziaria, abbia stralciato il finanziamento per l'Araen (Agenzia per l'Energia), a tal fine, sia stato comunque costituito uno staff diretto dallo stesso personaggio designato da Desiati».
L'Arta. Con la giunta Pace viene diretta da «l'enfant-prodigio Dionisio e, in deroga a norme finanziarie e tabellari concertate, sono state date funzioni e profili e sono stati assunti centinaia di Co.co.co per un impegno annuo di circa 2.200.000 euro. Personale qualificato che con la nuova giunta verrà in gran parte inquadrato attraverso il contestato concorso mentre i rimanenti potranno essere riassorbiti all'interno delle tante baracche pseudo scientifiche esistenti».
Molto critica la posizione della Cgil anche sulla Agenzia Sanitaria Regionale e sulla Aptr che surrogando compiti ordinari propri della Direzione Turismo, ormai costa 4.600.000 euro l'anno.
«Né, infine, possiamo dimenticare che per l'amministrazione dell'agricoltura regionale forse abbiamo più addetti alla burocrazia che lavoratori effettivi sul campo: infatti, a fianco delle strutture ordinarie (Direzioni regionali, IPA, UTA, ecc. ) , abbiamo creato l'Arssa, una sorta di duplicato della Direzione Agricoltura, dove, però, si fanno carriere e si svolgono funzioni meno trasparenti e proceduralizzate, che ci costa ormai 14.000.000 euro per stipendi e sedi, e più 2.500.000 euro per iniziative d'istituto».
«Come non dire della Fira e del suo efficiente staff», attacca ancora Perrotti nella sua analisi, «già oggetto delle attenzioni della magistratura, che, nonostante "l'incidente" e gli impegni a scioglierla, continua ad essere coinvolta per attività improprie anche da questa giunta». Continua a gestire diverse centinaia di milioni di euro tra i quali ancora i Docup, gli stessi finiti nell'occhio del ciclone proprio con l'inchiesta giudiziaria. Discorsi a parte (e già affrontati in passato) per gli incarichi affidati a Lamberto Quarta e per il "nuovo" strumento operativo della Regione, Abruzzo Engeneering, in corsa per gestire milioni di euro e aggiudicarsi il mega appalto sul wi-fi .
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=13483
ABRUZZO – 22 gen. 2008 - Sarà una delle operazioni tra le più "scientifiche" e mediaticamente perfetta. Ci sono i precari che protestano, scendono in piazza, con lo stipendio da fame ed i contratti che descrivono un lavoro che in realtà è ben diverso. E' gente che lavora e merita la stabilità. Ma ci sono precari e precari. Ed i precari "imbucati" non sono pochi.
Figli, parenti, nipoti, mariti vanno per la maggiore, sono quei dipendenti molto speciali con più di un santo in paradiso e mamma o papà su una poltrona chiave con la possibilità di chiedere un favoruccio all'assessore di turno che per fare "cassa" accontenta tutti.
I voti fanno sempre comodo e poi in tempi di saldi valgono il quadruplo: assumi uno ti vota tutta la famiglia. Tanto mica paga lui.
Sono circa 300 i precari assunti a progetto o a tempo determinato (fino al 2007), molti più di 20, forse 50, forse di più sono quelli che sono stati assunti a chiamata diretta con fortissimi sospetti di irregolarità.
E guarda caso sono pure quelli che hanno cognomi che viaggiano accoppiati.
Ma non si tratta di omonimia ma di parentela molto, ma molto stretta.
Tutto questo accade mentre l'Italia intera (tranne i partecipanti al banchetto) è indignata per quanto emerge dall'affaire Mastella che sembra confondere la normale attività politica con qualcosa di più.
Ed imporre nomi e fare clientele violando le leggi probabilmente è qualcosa di più rispetto a quella che i politici navigati chiamano "attività lobbistica".
E non sfugga nemmeno lo scandalo di Montesilvano e le tecniche utilizzate ai tempi dell'ex sindaco Cantagallo, tecniche clientelari emerse durante le indagini della polizia.
E non che Pescara ne sia completamente estranea: parenti, figli precari di padri molto vicini alla casta sono ovunque e sbarcano il lunario come possono.
E poi i sospetti sui concorsi taroccati…
Insomma i sentori ci sono tutti anche da noi, anche da noi la tensione è altissima, il malumore è alle stelle ed in quegli stessi uffici regionali il clima diventa sempre più invivibile.
Intanto, l'effetto principale è che la macchina amministrativa si ingolfa e spolpa sempre più soldi ai cittadini.
PROFESSIONE PARENTE PROFESSIONALE
Ma come si fa ad assumere tanta gente quando le assunzioni sono bloccate per gli enti pubblici?
Nulla è impossibile per quei diavoli di amministratori: hanno imparato tutti, così fan tutti, ovunque, dal più piccolo e insignificante paese fin su nei palazzi delle Regioni e dei Ministeri.
La legge però è chiara: c'è la possibilità di ricorrere a rapporti di collaborazione solo per «prestazioni di elevata professionalità», contraddistinta da una «elevata autonomia» nel loro svolgimento tale da caratterizzarle persino come «prestazioni di lavoro autonomo».
Ma siamo proprio sicuri che tutti questi figli di papà abbiano davvero tutta questa professionalità?
Sta di fatto che le clientele si tramandano di padre in figlio: c'è così l'attuale dirigente che ha fatto una carriera bruciante iniziando proprio da "precario" qualche anno fa chiamato a sua volta da papà dipendente regionale ed oggi fa lo stesso con il figlio, in sequenza: nonno, figlio, nipote.
C'è chi ne ha sistemati uno, chi tutti e due, questi poveri figli senza stipendio fisso...
E così dopo la protesta dei precari dell'Arta di ieri (quelli che protestano è molto probabile che abbiano parentele trascurabili) la Regione trova la forza di firmare una delibera che farà discutere.
L'assessore D'Amico ha dato il via libera al piano di stabilizzazione del personale precario.
Così potrebbero essere sanate tutte le posizioni in essere (compreso chi è stato chiamato direttamente senza concorsi e senza quelle scocciature delle graduatorie).
La delibera prevede la possibilità da parte della Giunta di continuare ad avvalesi del personale precario «in ragione proprio dell'approvazione del piano di stabilizzazione, in linea con quanto indicato nella Finanziaria nazionale».
Il provvedimento di Giunta indica anche la fase esecutiva con l'individuazione del piano di fabbisogno del personale che ora dovrà passare al vaglio della concertazione sindacale.
Una volta approvato il piano di fabbisogno si avvieranno le procedure di mobilità verticale per il personale interno e le procedure di stabilizzazione per quello precario, sia esso a tempo determinato sia co.co.co.
«L'atto approvato - commenta l'assessore D'Amico - è la conferma del rispetto degli impegni che questo governo regionale ha assunto con i rappresentanti dei lavoratori. Da una parte il superamento del precariato del personale della Giunta e dall'altro la valorizzazione delle professionalità interne acquisite in tutti questi anni con la mobilità verticale».
STABILIZZAZIONI FINO AL 2010
Il provvedimento votato dalla Giunta rappresenta per gli enti strumentali della Regione un atto di indirizzo mentre, per le Asl autorizza l'assessore Mazzocca a firmare accordi per dare risposta al personale precario delle aziende sanitarie che garantisce i servizi fondamentali.
Nello specifico, fino al 2010 la Giunta stabilizzerà il personale non dirigenziale assunto a seguito di procedure selettive pubbliche, in servizio a tempo determinato, che abbia maturato alla data del 31 dicembre 2007 e alla data del 31 dicembre 2008 almeno tre anni di servizio.
L'immissione in ruolo avverrà dopo l'approvazione del fabbisogno di personale a seguito di domanda e di una graduatoria formata sulla base della maggiore anzianità di servizio acquisita presso la Giunta.
Per il personale Cococo, esclusi quelli di nomina politica, sono interessati alla stabilizzazione quelli che al 29 settembre 2007 abbiano maturato tre anni di attività lavorativa e quelli che contrattualizzati alla stessa data maturino i tre anni nel successivo triennio 2008/2010.
Eppure l'infornata di collaboratori è continuata pure con l'anno nuovo e sarebbero oltre 350 in totale i precari, poco più del 20% dei lavoratori totali della Regione.
I costi della stabilizzazione saranno altissimi e tra loro ci sono i precari storici e i privilegiati…
E a nulla vale che la Regione abbia già un'altissima percentuale di dipendenti superflui.
Le denunce e gli esposti fioccano in procura e chissà che la magistratura non voglia fare chiarezza e spiegarci una volta per tutte la differenza che passa tra "l'attività di lobby" ed i reati penali connessi alle clientele.
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=13468
SINDACATOPOLI
SCANDALO ALLA CISL DI ABRUZZO E MOLISE. AUTO DI LUSSO CON I SOLDI DELLA FORMAZIONE
PESCARA – 29 giugno 2008 - Venti milioni di euro di fondi pubblici spariti nel nulla. Forse anche di più. Sottratti da un ente di formazione professionale, che avrebbe dovuto aiutare i giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro, e che invece ha sperperato fondi. Ora, lo Ial-Cisl Abruzzo e Molise, è in liquidazione, travolto da un'inchiesta giudiziaria per una montagna di euro della Ue, finita prima nelle casse dell'ente del sindacato e poi scomparsa.
Gli stessi vertici nazionali della Cisl ammettono che quegli ammanchi di bilancio "non trovano giustificazioni" e presentano "gravi responsabilità", come conferma l'amministratore delegato dello Ial nazionale, Graziano Treré. Quando le Fiamme Gialle di Pescara, pochi mesi fa, hanno sequestrato i documenti contabili, hanno scoperto che i soldi della formazione professionale erano stati utilizzati per acquistare auto di lusso (Mercedes), finanziare campagne elettorali, comperare beni per uso personale (come mobili per arredare la casa di alcuni dirigenti).
E tra le carte è spuntato anche un finanziamento al Palermo Calcio (periodo 2000-2002), quando alla presidenza c'era l'ex segretario nazionale della Cisl, Sergio D'Antoni. Una circostanza, quest'ultima, che gli inquirenti comunque stanno ancora verificando.
Spulciando poi negli istituti di credito, sono stati individuati anche tre conti correnti. Uno ufficiale, in cui confluivano i finanziamenti, e altri utilizzati per far uscire somme sotto varie forme.
Il crac ha avuto inizio con la protesta dei docenti e dipendenti, senza stipendio da mesi. Poi, i vertici nazionali hanno proceduto al commissariamento, avviato un'indagine interna e presentato un esposto alla procura in via cautelativa. Ma l'inchiesta giudiziaria era già partita in base alle denunce di corsisti e docenti. Ora, con la chiusura definitiva e la dichiarazione dello stato di insolvenza, sono scattati anche 50 licenziamenti. Non solo: oltre mille e seicento giovani attendono compensi e rimborsi. E chissà quanto ancora dovranno aspettare.
Lo Ial-Cisl, in Italia, conta 194 centri di formazione, con 3.500 dipendenti in 19 strutture regionali e un fatturato consolidato di circa 400 milioni di euro, proveniente in gran parte da fondi pubblici, compresi quelli europei. "In linea con i propri fini statutari" si legge in una nota del sindacato "lo Ial progetta e coordina percorsi integrati di orientamento, formazione ed assistenza all'inserimento lavorativo e nella creazione d'impresa, finalizzati a favorire l'accesso al mondo del lavoro dei giovani e delle categorie svantaggiate".
Invece, in questa vicenda, i lavoratori denunciano di essere stati truffati. "La non corretta tenuta contabile non consente una ricostruzione fedele di quanto avvenuto. Del resto, su questo si concentra l'indagine della magistratura" spiega Pietro Evangelista, commissario liquidatore. L'inchiesta coordinata dal Procuratore Capo della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, e portata avanti dal pm Antonio Papalia, prosegue con interrogatori e avvisi di garanzia. Sotto esame gli anni tra il 2000 e il 2006. Ora si punta a chiarire quanti soldi per la formazione professionale potrebbero essere finiti ai partiti.
Dalle deposizioni sarebbe emerso lo "strapotere" di cui godevano gli amministratori. "Un dominio su cui nessuno ha controllato" ammette un ex componente dello Ial. E con l'incedere dell'inchiesta, il conto in rosso sale: da poco è emerso un altro ammanco. Solo i contributi non versati all'Inps e le tasse evase ammontano a oltre 10 milioni di euro.
http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/inchiesta-cisl/inchiesta-cisl/inchiesta-cisl.html

MONTESILVANO
FALSI INVALIDI A MONTESILVANO
MONTESILVANO (PE) – 4 marzo 2008 - L'iniziativa "Segnalaci l'abuso" nata dalla cooperazione tra vigili urbani e lo sportello Disabili ha consentito nelle scorse settimane di ritirare permessi che appartenevano a defunti, elevare numerose contravvenzioni, decurtare 460 punti sulla patente a coloro che sostavano senza averne titolo. Nei giorni scorsi scoperti altri tagliandi falsi.
Nei giorni scorsi, infatti, una pattuglia della polizia municipale si è recata a casa di una signora che, secondo gli accertamenti incrociati, parcheggiava nei posti riservati esponendo il contrassegno della parente morta qualche mese fa. Dopo le scuse di rito da parte della signora, è stato fatto riconsegnare il contrassegno. E poi ancora, nei giorni scorsi, gli agenti hanno ritirato una fotocopia a colori di un contrassegno valido.
Solo da alcuni mesi, e grazie all'Istituzione dell'Ufficio Disabili che ha la competenza della gestione burocratica dei contrassegni, si è riusciti ad intensificare i controlli utilizzando la banca dati informatizzata e aggiornata messa a disposizione dall'Ufficio stesso. Controlli mirati che continueranno a dare più certezze a chi per motivi di salute deve necessariamente utilizzare un parcheggio riservato.
E' in aumento anche il numero di cittadini che cominciano a denunciare abusi. «Questo significa che stiamo andando nella giusta direzione», commentano da Palazzo di Città, «che ci consente di abbattere il mal costume che ruota attorno all'utilizzo improprio del pass per i disabili».
Il contrassegno per parcheggiare l'automobile nei posti riservati ai disabili è strettamente personale, non può essere ceduto a terzi, deve essere esposto in originale ben visibile sul parabrezza anteriore del mezzo al servizio del disabile.
Alla scadenza, oppure in caso di perdita requisiti, (es. decesso, guarigione) il contrassegno deve essere riconsegnato immediatamente all'Ufficio Disabili del Comune.
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=14199