di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

GIOIA TAURO
Piana di Gioia Tauro, l'asse tra politica e la 'ndrangheta: arrestati i sindaci di Gioia Tauro e Rosarno
Gli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria e del Commissariato di Gioia Tauro hanno arrestato il sindaco di Gioia Tauro in carica prima dello scioglimento del Consiglio per infiltrazioni mafiose, Giorgio Dal Torrione, di 62 anni, dell'Udc, a guida di una giunta di centrodestra, il suo ex vice, Rosario Schiavone (34), il sindaco di Rosarno, Carlo Martelli (68), di Forza Italia, il boss Gioacchino Piromalli (74) e suo nipote omonimo, di 39 anni.
Pesantissimo il giudizio su Dal Torrione espresso dai pm della Dda reggina Salvatore Boemi, Roberto di Palma e Maria Luisa Miranda e da quello della Procura nazionale, Roberto Pennisi: «Uno dei più insidiosi e pericolosi tra quei tristi personaggi della politica che mettono il mandato del popolo a disposizione delle cosche mafiose, così perpetuando quel perverso meccanismo che rende queste terre del meridione sempre schiave della criminalità mafiosa: l'intreccio tra mafia, politica ed economia».
I tre amministratori sono accusati di essere i referenti dei Piromalli e delle cosche a loro federate, coloro che hanno consentito alla cosca Piromalli di diventare, col tempo, «soggetto attivo dello sviluppo territoriale di Gioia Tauro». La cosca decideva dove sistemare lo svincolo dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria e dove far passare il tracciato di una variante stradale e l'amministrazione comunale «obbediva» trovando in Dal Torrione, secondo l'accusa, la disponibilità ad uniformare le scelte dell'ente agli interessi della cosca.
Un duro colpo per la cosca Piromalli: in manette sono finiti il sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, il suo vice Rosario Schiavone, entrambi in carica fino al maggio scorso, quando il consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, il primo cittadino di Rosarno Carlo Martelli, e due esponenti del clan. Tra le persone indagate, in tutto 13, figura anche Francesco Barbieri, sindaco di San Ferdinando, comune limitrofo a quelli di Gioia Tauro e Rosarno. Secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria, il sindaco di Gioia Tauro Giorgio Dal Torrione, avrebbe «lavorato» per le cosche mafiose.
Tra le carte dell’inchiesta, spicca poi la storia di Gioacchino Piromalli, meglio conosciuto come «l'avvocato». Lui era stato condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e avrebbe dovuto pagare a titolo di risarcimento 10 milioni di euro alle parti civili, tra cui la Provincia di Reggio Calabria e i Comuni di Gioia Tauro e Rosarno. Ma Piromalli disse di non aver il denaro. Il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone è duro: «Oltre al danno la beffa - dice -. Il comune di Gioia Tauro anziché farsi risarcire i danni dall’avvocato Piromalli i dieci milioni di euro offrì al condannato la possibilità di evadere la sanzione in cambio di prestazioni professionali e di consulenza allo stesso comune». Il legale tra l’altro era stato sospeso dall’Ordine. «Addirittura - aggiunge Renato Cortese, capo della squadra Mobile, - per interessi commerciali, alcune persone si erano rivolte a Gioacchino Piromalli senior per intercedere con il Comune per far cambiare la progettazione del nuovo svincolo autostradale che avrebbe compromesso alcuni affari. Richiesta che il boss prontamente esaudì, tant’è che l’area non subì alcun cambiamento di destinazione urbanistica».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=297890

LOCRI
Locri, truffa e corruzione alla Asl: arrestati cinque medici e dirigenti
Una delle ordinanze per l'ex direttore amministrativo. Una sesta persona risulta al momento irreperibile.
Associazione a delinquere, truffa, frode in pubbliche forniture e corruzione. Con queste accuse, la Guardia di finanza ha arrestato cinque persone tra medici e dirigenti amministrativi della Asl 9 di Locri. Una sesta persona al momento è irreperibile. Un blitz scattato nello stesso giorno in cui, nel reggino, c'è stato un altro omicidio, probabilmente un regolamento di conti.
GLI ARRESTI
C'è anche l'ex direttore amministrativo dell'Asl, Maurizio Marchese, di 61 anni,
tra le persone arrestate oggi, nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla Dda di
Reggio Calabria su una truffa ai danni dell'Azienda sanitaria di Locri e su
altre presunte irregolarità nella gestione. Il Gip Roberto Lucisano ha emesso
sei provvedimenti, mentre per altre tre persone ha rigettato la richiesta di
arresto.
In carcere, oltre a Marchese, è finito Angelo Turano, di 53 anni, amministratore della società Attimed, mentre il fratello, Filippo Turano (51), amministratore della Ti.Medical, risulta irreperibile. Ai domiciliari, invece, sono stati posti Antonio Scopelliti (68) direttore del dipartimento ospedaliero di chirurgia dell'Asl 9 di Locri; Giuseppe Martelli (54), dirigente responsabile del servizio di cardiostimolazione della divisione di cardiologia dell'ospedale di Locri; Antonio Milasi (68), già dirigente amministrativo responsabile dei settori economato e provveditorato dell'ufficio beni e servizi dell'Asl 9 di Locri e direttore amministrativo degli ospedali raggruppati di Locri-Siderno-Gerace.
Tra le accuse, quella di aver acquistato prodotti a prezzi esorbitanti rispetto a quelli di mercato: ad esempio, 3.000 euro per un oggetto che ne costava 100. E in quantità tali che neanche gli infermieri sapevano dove metterli. A certificare le qualità delle forniture, secondo i magistrati "non era una commissione tecnica della stessa Asl", ma la semplice manifestazione del venditore. Così migliaia di euro sarebbero finiti nelle tasche di amministratori, medici e imprenditori.
L'OMICIDIO
Sempre nel reggino, Carmine Cosumano, 35 anni, è stato ucciso in un agguato a
Molochio. L'uomo, già noto alle forze dell'ordine, è stato raggiunto da almeno
nove colpi di fucile calibro 12 caricato a pallettoni. Il delitto è avvenuto
mentre Cosumano, che faceva il macellaio, stava rientrando nella sua abitazione.
Giunto davanti alla porta, qualcuno, da distanza ravvicinata, gli ha sparato.
L'uomo è stato colpito alla testa, al busto e al basso ventre.
Secondo gli investigatori l'omicidio potrebbe rientrare in un regolamento di conti nell'ambito della criminalità organizzata della zona. Le indagini sul delitto sono condotte dai carabinieri di Taurianova e coordinate dalla Procura della Repubblica di Palmi.
http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/locri-arresti/locri-arresti/locri-arresti.html
MELITO PORTO SALVO
I NAS SEQUESTRANO L'OSPEDALE: MUFFA E DEGRADO
La struttura era fatiscente. Così i carabinieri del Nas di Reggio Calabria hanno sequestrato l'ospedale di Melito Porto Salvo. Il sequestro è stato motivato dalle gravi carenze igienico-strutturali riscontrate nell'ospedale tali, secondo quanto riferiscono i carabinieri, da creare condizioni di pericolo per l'incolumità dei lavoratori e degli utenti.
«OSPEDALE DA TERZO MONDO» «Roba da terzo mondo con tutto il rispetto per il terzo mondo». Era stato questo il commento del prefetto Achille Serra, presidente della Commissione per la verifica della qualità dell'assistenza sanitaria in Calabria, dopo la visita compiuta lo scorso 30 gennaio nell'Ospedale civile di Melito Porto Salvo, sequestrato oggi dai Nas.
L'ospedale «Tiberio Evoli» a seguito dell'attività ispettiva avviata sin dal gennaio dell'anno scorso dai carabinieri del Nas, doveva essere addirittura chiuso a causa delle precarie condizioni igieniche e sanitarie e per via anche delle numerose violazioni delle norme di sicurezza. In un rapporto presentato alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria i Nas parlano, infatti, di oltre quaranta violazioni per le quali sono state denunciate sette dirigenti dell'ex azienda sanitaria locale.
Tra le tante anomalie i carabinieri hanno notato, nel reparto dove avvengono le dialisi, che un contenitore con all'interno i ferri sanitari si trova a pochissima distanza dal sacchetto utilizzato per l'immondizia. E poi, sempre nello stesso reparto, c'è la muffa sia dietro le apparecchiature che dietro i letti dei pazienti. A Melito Porto Salvo si era recato anche l'assessore regionale alla sanità della Calabria, Vincenzo Spaziante. «Ho trovato una situazione indecorosa - aveva detto - sia sul piano dello stato dell'ospedale e sul piano dell'inerzia perché nessuno ha fatto nulla da anni. Questa situazione non è nata ieri, è una situazione che per crearla ci sono voluti molti e molti anni».
http://www.leggonline.it/articolo.php?id=6833

PALMI
Sconcertante è quanto riportato dalla stampa su imput dell’ANSA. La cosca Pesce di Rosarno era in grado di farsi spedire 3-400 chili tra eroina e cocaina ogni settimana che transitava dal porto di Gioia Tauro grazie anche alla collaborazione di alcuni finanzieri compiacenti. A dirlo è stato il collaboratore di giustizia Salvatore Facchinetti, ex affiliato alla cosca, che il 2 febbraio 2012 è stato sentito in videoconferenza nel processo ai presunti affiliati alla cosca che si sta svolgendo davanti ai giudici del tribunale di Palmi.
Si tratta di circostanze di cui Facchinetti aveva già parlato con i pm della Dda di Reggio Calabria e che sono oggetto di approfondimento. L'uomo ha spiegato che la droga arrivava nei container, nascosta tra altra merce, e veniva portata fuori dal porto con i camion di alcune ditte che di fatto erano riconducibili agli stessi Pesce. Una volta scaricata a Rosarno, la droga veniva divisa tra gli elementi di spicco della cosca ed una parte veniva spedita nelle regioni del nord. Alla domande del pm, Alessandra Cerreti, se i finanzieri lavoravano all'interno o all'esterno del porto, Facchinetti ha risposto di non ricordarlo, ma ha aggiunto che sapeva che gli stessi militari avevano delle cointeressenze in alcune truffe poste in essere dagli affiliati ai danni dell'Ue dalla quale si facevano versare contributi per degli agrumeti che in realtà esistevano solo sulla carta. Il collaboratore ha anche spiegato che tutto il territorio di Rosarno era diviso in zone di competenza tra i Pesce ed i Bellocco e che nessun atto criminale poteva essere compiuto senza il permesso del boss «competente». Al riguardo ha aggiunto che il sistema è uguale in tutta la Calabria, tanto che lui stesso, per alcune rapine compiute in altre città, aveva dovuto versare il 50% del bottino al boss della zona. Il collaboratore ha anche riferito che in una occasione gli era stato proposto di compiere una rapina ai danni del gioielliere Giuseppe Gelanzè (che nella precedente udienza ha ammesso di avere pagato il pizzo), ma di essersi rifiutato perchè era suo cliente. Facchinetti ha poi affermato che dopo l'arresto degli «anziani» della cosca, il controllo di tutte le attività era passato a Francesco Pesce, di 34 anni, detto «ciccio testuni», arrestato il 9 agosto 2011 all'interno di un bunker nel quale si nascondeva dopo una latitanza di oltre un anno e figlio del boss Antonio, detto «testuni». Francesco, ha detto il collaboratore, aveva il controllo totale della droga, dell'usura e del trasporto per la catena di distribuzione alimentare della Sisa in Calabria.
Scarcerato, ma non glielo dicono e lui si uccide nel supercarcere di Palmi.
L'uomo, 41, anni, di Bari, era stato condannato a Rimini per il furto di uno zaino in spiaggia: 4 anni e 5 mesi.
Si è ucciso in preda alla disperazione. Si è ucciso perché nessuno, nella complessa burocrazia carceraria, gli aveva fatto capire che ormai stava per uscire. Era già stato, infatti, formalmente scarcerato, ma nessuno glielo aveva comunicato, e in quelle che sarebbero state le sue ultime ore di prigionia si è tolto la vita in carcere. È accaduto martedì scorso nel supercarcere di Palmi (Reggio Calabria), secondo quanto riporta oggi il Corriere di Rimini: l’uomo infatti, 41, anni, di Bari, era stato condannato nel capoluogo romagnolo nell’agosto 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia.
RECIDIVO - Gli erano stati comminati 4 anni e 5 mesi di pena per una serie di aggravanti fra cui la recidiva specifica, la dichiarazione di delinquente abituale e il fatto che si trovasse in Romagna in violazione delle misure di sorveglianza alle quali era sottoposto. Andati a vuoto i tentativi di ottenere gli arresti domiciliari in una comunità di recupero, il barese era disperato e si è tolto la vita in cella con il fornellino del gas.
I FAMILIARI - Ma il provvedimento di scarcerazione era già arrivato da più di 24 ore negli uffici del penitenziario, grazie alla richiesta dell’avvocato Martina Montanari che era stata accolta dalla Corte d’Appello di Bologna. Ora i familiari del detenuto suicida chiedono chiarezza e giustizia. Perchè quel provvedimento di scarcerazione non è stato notificato al loro congiunto?

ROSARNO