
I SASSARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.
Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».
SASSARI. FATTI E FATTACCI. Un resoconto di Nicoletta Camorcia.
All'inizio il caso Sassari non è nemmeno tale. Ma quello che sembra un fatto tra tanti si trasforma, in pochi giorni, in uno scandalo dalle dimensioni imprevedibili.
Il 3 aprile 2000 nel vecchio carcere di San Sebastiano, a una settimana di distanza dalla protesta dei detenuti, esasperati per le ulteriori restrizioni dovute allo sciopero nazionale dei direttori penitenziari, viene ordinato il trasferimento repentino di 20 reclusi a Oristano e a Macomer. Nessuno ne è al corrente, neppure i diretti interessati. Sono i familiari dei reclusi, tre giorni dopo i fatti, a fare scattare l'allarme e a presentare un esposto per pestaggio alla Procura della Repubblica. Venerdì 21 aprile, a inchiesta già aperta, i parenti organizzano una fiaccolata attorno all'istituto, ubicato, come diverse altre carceri nazionali, in pieno centro cittadino. La notizia esce dai confini regionali. Si parla di abusi e di violenze, di ragazzi tossicodipendenti picchiati e minacciati, di un pomeriggio di infernale irrazionalità. Alle 6 del mattino del 3 maggio Maria Cristina Di Marzio, direttore del San Sebastiano, Ettore Tomassi, nuovo comandante degli agenti, e Giuseppe Della Vecchia, provveditore delle carceri sarde, vengono arrestati. Con loro finiscono in carcere 22 agenti della polizia penitenziaria, che fanno parte degli 82 ordini di custodia cautelare eseguiti nella notte con l'accusa di violenza privata, di lesioni e di abusi d'ufficio.
Il caos è totale, e sconvolge i vertici del ministero di Giustizia, del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dell'intero mondo politico. Franco Corleone, sottosegretario del Guardasigilli, e Paolo Mancuso, vice direttore del Dap, si precipitano a Sassari. Piero Fassino, neo ministro alla Giustizia nel nuovo governo Amato, rinuncia a una trasferta a New York. E Giancarlo Caselli, responsabile delle carceri, rientra immediatamente da Berlino dove è in corso un convegno internazionale sui problemi penitenziari. Che cosa sia successo a Sassari nessuno può ancora dirlo con esattezza. Ma le reazioni anticipano quella che ormai è davvero un'inchiesta scottante.
Di "rappresaglia annunciata" parla il senatore Verde Luigi Manconi e di "episodio di gravità estrema" la senatrice Ersilia Salvato. Piero Fassino, invece, cerca di calmare gli animi garantendo chiarezza. Il 4 maggio cominciano a emergere le prime testimonianze. A confermare le accuse un detenuto di San Sebastiano, che racconta: " Non potevo credere che quello che mi stava accadendo fosse vero. Pensavo di sognare. Le botte ricevute, circa due ore in stile "Arancia meccanica", mi avevano fatto perdere il senso della realtà. Ormai non provavo più dolore". Il giorno dopo un agente rincara la dose: "E' stato un pestaggio fuori dalle regole, in un clima di delirio collettivo; non sono intervenuto perché in questi casi pronunciare una parola contro un collega può innescare un meccanismo infernale".
La tensione è altissima. Si parla di Gom (Gruppi operatori mobili) utilizzati il 3 aprile e di sostituzioni del personale penitenziario non proprio chiarissime. L'inchiesta si allarga ai vertici delle carceri italiane. E ne apre una anche il Consiglio superiore della magistratura. È il Gip Mariano Brianda a sottolineare che occorre stabilire "attraverso quali canali, anche ministeriali, sia stato possibile sollevare il precedente comandante e sostituirlo proprio il giorno dell'operazione con Ettore Tomassi".
"Liberi, liberi" gridano nel frattempo, davanti al carcere sardo, i colleghi degli agenti arrestati, sostenuti dalle rappresentanze sindacali di categoria che organizzano manifestazioni e sit-in negli istituti dell'intero Paese. Rebibbia, Regina Coeli, Le Vallette, San Vittore, Opera, Marassi, Secondigliano: i 40mila agenti italiani difendono il loro operato, rinunciano alla mensa, si incatenano, gridano la loro rabbia, mentre i poliziotti in carcere faticano a trovare un avvocato per probabile incompatibilità con gli altri detenuti di San Sebastiano.
In Italia ormai si discute esclusivamente di carcere e la circostanza ha quasi del paradossale. Piero Fassino propone i militari di leva per la vigilanza esterna dei penitenziari. E solleva un gran polverone. Il 5 maggio però ci ripensa e garantisce sia l'aumento dell'organico sia una maggiore efficienza delle strutture. Il Ministro riceve inoltre Stefano Anastasia, presidente dell'associazione Antigone, il quale avanza la proposta di introdurre un 'adeguata formazione della polizia penitenziaria sulla tutela dei diritti umani e la figura del difensore civico dei detenuti, esistente in diversi paesi europei, tra cui il Portogallo, l'Austria e l'Ungheria. Intanto da una parte piovono le richieste di dimissioni per il direttore del Dap, Giancarlo Caselli, dall'altra arriva il sostegno agli agenti dall'ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, e dall'altra ancora dubbi sull'intera faccenda. "La cosa è così grande - dice in proposito Filippo Ascierto di Alleanza nazionale - che puzza di bruciato".
Ma l'inchiesta prosegue, nonostante il rumore e le manifestazioni di agenti, di detenuti e di familiari. Sabato 7 maggio il Gip scarcera un ispettore e concede gli arresti domiciliari ad altri due. L'8 maggio il medico di San Sebastiano, Antonio Adamo, viene iscritto al registro degli indagati per l'ipotesi di false certificazioni. E il 9 maggio il comandante del Nucleo Traduzione, Tiziano Pais, viene formalmente incriminato. Nelle stesse ore Giancarlo Caselli, per placare la rabbia degli agenti, si reca prima a Cagliari per un incontro con i sindacati e, dopo, all'istituto di Sassari, diretto dal nuovo direttore Giacomo Veneziano. Il 10 maggio la Commissione Giustizia del Senato mette all'ordine del giorno la proposta del difensore civico, di cui la prima firmataria è Ersilia Salvato. E il giorno successivo a San Vittore si gioca la triangolare di calcetto tra guardie, reclusi e vecchie glorie del Milan per stemperare le polemiche. "La cosa che temiamo - scrivono in una lettera resa pubblica i detenuti di piazza Filangieri che chiedono maggiore attenzione sui loro problemi con la magistratura di Sorveglianza, l'applicazione della legge Gozzini e concrete opportunità di lavoro - è l'oblio che tra qualche giorno si stenderà sul pianeta carcere, salvo altri fatti gravi che non ci auguriamo in nessun caso".
Il 12 maggio è la data della svolta: il Gip Mariano Brianda accoglie le istanze dei difensori e dispone la revoca delle misure cautelari e la liberazione dei sottufficiali e dei dirigenti arrestati, 17 dei quali sospesi dal servizio per un mese. Maria Cristina Di Marzio, parte per il nuovo impiego amministrativo al Dap di Roma, Ettore Tomassi ritorna al vecchio posto di Napoli e Giuseppe Della Vecchia rientra a Benevento. Tutto sembra finito, ma non è esattamente così. In alcune città proseguono le agitazioni degli agenti e lo sciopero bianco dei reclusi. A San Vittore i familiari si incatenano davanti all'entrata di viale Papiniano, mentre all'interno i carcerati rifiutano l'ora d'aria e la frequenza al lavoro e alle iniziative volontarie.
Che fare? "Salvaguardare i più deboli", dirà il giorno dopo, Carlo Maria Martini, Cardinale di Milano, al convegno di Bergamo su "Colpa e pena".
E tutto restò come prima.
Nel novembre del 1894 un’ottantina di banditi invase il paese di Tortolì, in Sardegna, per saccheggiare la casa di un ricco possidente, invano contrastati dalle forze dell’ordine. Alla fine rimasero sul terreno cinque assalitori e un brigadiere dei carabinieri: uno dei morti fu spogliato e decapitato. L’episodio, passato alla storia come la «grassazione di Tortolì», fece tanto scalpore che il Corriere della Sera mandò nell’isola uno dei suoi inviati di punta, Adolfo Rossi (che avrebbe poi seguito la campagna d’Africa e sarebbe stato il capo redattore del giornale nelle difficili giornate dei moti milanesi del 1898 repressi dalle cannonate di Bava Beccaris). Rossi iniziò un lento viaggio di due settimane per l’isola (per andare in treno dal Golfo degli Aranci a Cagliari, circa 300 chilometri, ci volevano 12 ore e mezza) e scrisse una lunga serie di corrispondenze, che poi raccolse in un libro, dove racconta ai suoi lettori milanesi una terra che ai loro occhi ottocenteschi doveva sembrare poco meno esotica dell’Africa. Il giornalista scopre con stupore che, soprattutto nel Nuorese, i banditi sono molto rispettati, poco meno che eroi popolari, e che molti notabili, magari benestanti, sono stati briganti in gioventù e, anche se non lo ammettono apertamente, certo non lo negano. E che c’è il problema di una magistratura locale «vincolata a cento parentele, a mille amicizie e raccomandazioni». E scopre anche una povertà diffusa e terribile: «I ricatti e le grassazioni sono il termometro delle condizioni economiche dell’isola— spiega il direttore dell’Unione Sarda —. Quando ne avvengono molte significa che gli affari vanno male e che cresce la miseria».
ECCO SASSARI MASSONA, LA CITTA' DEI PRESIDENTI E DELLE GRANDI FAMIGLIE.
Berlinguer una vecchia famiglia massonica, il cui capostipite Mario, zio di Luigi e padre di Enrico e Giovanni, era Gran Maestro della Loggia di Sassari.
"Lui mi chiamava Francè, io lo chiamavo Enrì. Eravamo veri cugini. I nostri nonni erano fratelli. Io democristiano, lui comunista. Ad un certo punto io ero capo dell'esecutivo e lui dell'opposizione. Ma per capire i nostri rapporti, anche politici, bisogna sapere cos'è una famiglia sarda, che cos'è il pudore per i nostri sentimenti...". Così, Francesco Cossiga, nel volume "Enrico Berlinguer", pubblicato ad un anno dalla morte del segretario del Pci, ricorda i rapporti che lo legavano con il leader comunista: sassarese come lui, come lui figlio di quella borghesia colta, impegnata, sensibile ai valori dello Stato, che qui porta i cognomi dei Berlinguer e dei Cossiga, dei Segni e dei Siglienti, dei Satta Branca.
Come mai questa città di centotrentamila abitanti distesa sul lato "spagnolo" dell'isola, abbia dato i natali a personaggi che hanno raggiunto livelli così alti nella politica, nelle istituzioni o nell'economia è questione non facile (e forse neanche così rilevante), da risolvere. "Io dico che è il caso", risponde lo scrittore Manlio Brigaglia, "anche se certamente un caso non è che Francesco Cossiga sia il secondo presidente della Repubblica originario di questa città". Chi sono dunque e cosa hanno in comune queste famiglie pur così diverse tra di loro? La risposta che si può dare subito è: una passione civile e politica che vanta ormai una lunga tradizione; un senso quasi sacro delle comuni radici familiari; un intreccio di parentele vicine e lontane che fa sì che, quasi di ognuno di loro, si possa dire: "E' cugino di...".
La storia di questa èlite - chè di questo in fondo si tratta - comincia più o meno a metà dell'800 con la nascita dei primi movimenti che sarebbero poi diventati primi partiti politici. Fu allora - siamo intorno alla prima guerra di indipendenza - che i capi delle grandi famiglie borghesi (che aspiravano ad entrare a far parte della burocrazia sabauda) scesero in campo in prima persona. Non è questa la sede più adatta per ricordare i modi che caratterizzarono quegli anni. Fatto sta che da questi sussulti nacquero i due schieramenti che si sarebbero fronteggiati fino agli inizi del'900: il partito monarchico costituzionale, capeggiato dall'avvocato Salvatore Manca Leoni e il partito mazziniano, repubblicano e intransigente, che faceva riferimento all'avvocato Gavino Soro Pirino. Avversari decisi, in politica, questi due personaggi avevano in comune l'appartenenza alla massoneria; una costante, questa che caratterizzerà alcune delle future generazioni. E', comunque, da una costola del partito mazziniano che, alla fine del secolo, nasce un gruppo di giovani radicali anti-giolittiani, seguaci di Felice Cavallotti, moderati e riformatori, talmente decisi da riuscire ad imporre il loro leader, Filippo Garavetti, nelle elezioni tra il 1890 e il 1904. ("E fu - dice Brigaglia - una rivolta dei giovani turchi ante litteram"). Fra questi giovani troviamo l'avvocato Enrico Berlinguer, nonno del futuro segretario del Pci; l'avvocato Giuseppe Castiglia (professore di Filosofia del Diritto all' Università di Sassari, da cui quasi tutti provengono); l'avvocato Pietro Moro; un industriale di idee nittiane, Salvatore Azzena Mossa che è anche il finanziatore del gruppo; e Antonio Zanfarino, nonno di Francesco Cossiga.
E' questo il nucleo storico di quella borghesia anticlericale, democratica e repubblicana che segnerà, con un'opposizione di fondo, anche gli anni del fascismo. Sensibile ai valori culturali e, in definitiva, all'Europa; curioso del nuovo in una realtà profondamente legata alle tradizioni della terra, questo gruppo diede anche vita ad un giornale "La Nuova Sardegna", concepito da Pietro Satta Branca e da Enrico Berlinguer senior come foglio di contestazione e di agitazione politica.
La parentela tra i Berlinguer e i Cossiga è già nata. La comune matrice è nella bisnonna materna che sposa in prime nozze Giuseppe Zanfarino e in seconde nozze Giuseppe Loriga. Da Zanfarino ha un figlio, Antonio (che abbiamo visto tra i repubblicani più attivi) che sposerà Maria Solinas. Da questo matrimonio nasce Maria che andrà in sposa a Giuseppe Cossiga, il padre del neo presidente della Repubblica. Giuseppe Cossiga, morto alcuni anni fa, è figlio di Francesco Maria, detto "Chiccu", medico di Siligo e viene oggi ricordato come azionista della prima ora, di quelli, per intenderci che si identificarono subito nel messaggio di Lussu. C'è una vena di estro poetico nella famiglia Cossiga, coltivata dal bisnonno Gavino, detto "Su poeta cristianu" (per il tema religioso prevalente nei suoi versi), ma Giuseppe Cossiga preferisce la carriera bancaria. Entra all'Istituto per il credito agrario sardo (oggi Banco di Sardegna) e ne percorre tutto il cursus fino a diventare, ormai sulla soglia della pensione, direttore generale. Dal secondo matrimonio di Maria Russo con Giuseppe Loriga nasce invece Giovanni, la cui figlia, Maria, andrà in sposa a Mario Berlinguer, il senatore aventiniano, prima amendoliano, poi socialista, padre di Enrico.
Ma non è tutto. I Berlinguer sono poi legati alla lontana con i Segni e, tramite un rapporto molto più stretto, con i Siglienti. Stefano Siglienti, l'economista, ex presidente dell' Asso-bancaria e dell'Imi, promotere dell'industrializzazione della Sardegna, ha sposato nel' 26 Ines Berlinguer, sorella di Mario, donna di straordinarie capacità. "Se i padri - dice Aldo Cesaraccio, che per molti anni è stato direttore della "Nuova Sardegna" - hanno cercato di infondere nei figli la passione per l'impegno civile e per la politica, le madri sono state il perno della loro preparazione". Così si vuole che alla formazione cattolica di Francesco Cossiga abbiano concorso in modo decisivo due figure: la madre e don Giovanni Masia, il parroco della chiesa di San Giuseppe nella cui parrocchia sono passati molti dei giovani borghesi di Sassari e che per l' elezione del presidente ha sciolto le campane e fatto intonare il "Te deum". Educazione religiosa per Cossiga e per i Segni; laica per i Berlinguer. Ma entrambe cariche di quel reciproco rispetto, di quella tolleranza che è da queste parti un valore imprenscindibile.
Cossiga ricorda "quella famiglia schietta e severa".
"Mi telefonò, qualche giorno fa, per dirmi che stava leggendo le poesie del mio bisnonno, Gavino Cossiga...". Il libretto, dalla copertina chiara, è sul tavolo. Il titolo, in sardo, è "Su Poeta Christianu" e anche il nome dell'autore è scritto alla maniera sarda: Bainzu. Francesco Cossiga si abbandona ai ricordi, alla tenerezza e all' orgoglio di questa parentela apparentemente anomala. Da una parte il segretario del più grande partito comunista dell'Occidente, dall'altra uno dei leader della Dc, oggi presidente del Senato. I rami lunghi dei rispettivi alberi genealogici si intrecciano con quelli dei Segni, dei Siglienti, dei Satta Branca, degli Zanfarino, dei Soro Polino, grandi famiglie di Sassari, nobiltà di toga e di armi, avvocati, magistrati, massari e commercianti, sullo sfondo di una città di tradizione repubblicana e democratica, orgogliosa dei suoi intellettuali, della sua Università e della sua vita politica vivace.
In questa città don Enrico Berlinguer, nonno del segretario del Pci, aveva fondato sul finire del secolo "La Nuova Sardegna" di orientamento radicale. "La mia famiglia veniva dall' interno e noi eravamo di origine più modesta. I Berlinguer invece appartenevano alla piccola aristocrazia sarda non titolata, cavalieri ereditari di patrizi, con titolo di don ma senza feudi nè decime. Nè marchesi nè ricchi i Berlinguer, ma aristocratici sì, arrivati in Sardegna dalla Spagna sul finire del 500. Ma l'origine catalana non esclude sangue tedesco; il circuito Spagna-Fiandre-Austria fu vivace per tutto il 700". Lo studio del presidente della Repubblica è tappezzato di damasco color oro, dello stesso colore sono le poltrone e il divano. Sul muro, vicino alla bandiera tricolore, c'è un crocefisso d'avorio, alle pareti quadri di scuola fiamminga e del Pinturicchio. Nella penombra, Cossiga appare pallido, un po' gonfio e stanco. E' stato a Padova a vedere il cugino Enrico morente. A uno squillo del telefono sobbalza: "Forse chiamano dall'ospedale". Non è l'ospedale. Torna a sedersi sulla poltrona e a raccontare. Spiega: "Quando si dice nobiltà sarda, si dice qualcosa di abbastanza diverso da ciò che si immagina altrove. La nostra nobiltà è collegata col popolo, legata alla storia civile dell'isola, a una funzione pubblica: sono magistrati, militari... E infatti un bisnonno di Enrico fu uomo d'armi. Si chiamava Gerolamo e aveva sposato, agli inizi dell' 800, donna Giovannina Segni che, come il mio bisnonno, scriveva poesie. Don Gerolamo era ufficiale dei carabinieri e venne insignito di una seconda medaglia d'oro per aver sconfitto, a metà del secolo scorso, una feroce banda di briganti del Sassarese. A lui è intestata la caserma dei carabinieri di Sassari. E quando Enrico, nel 1944, fu arrestato per aver organizzato, sotto il regime militare alleato, una sommossa del pane, venne condotto proprio lì, nella caserma che porta il nome di un suo antenato. Curioso, no?". Un bisnonno ufficiale dei carabinieri, un nonno fondatore di giornali radicali, un padre deputato del blocco costituzionale, aventiniano, poi aderente a Giustizia e Libertà e al Psi; un altro nonno medico famoso; cugine cattoliche; zii democristiani o massoni...
Come si cresce in una famiglia così? Tengono le fila di questa educazione familiare non solo gli uomini ma anche le donne, che nel racconto di Cossiga compaiono e scompaiono, affettuose ed eleganti, rapite dalle malattie o inghiottite dalla vecchiaia. Sono le bisnonne le nonne le zie le madri che reggono con mano ferma e grande parsimonia le famiglie, nobili e numerose, in cui si parla molto di politica e in cui i bambini vengono portati regolarmente in chiesa e comunicati anche quando i padri sono massoni o fanno professione di anticlericalismo.
"La moglie di nonno Enrico, così piccolina, dipinta che camminava svelta...". "Zia Mariuccia, bellissima, morta in modo così terribile...". "Zia Ines, che sposò Stefano Siglienti, sì quello che fu il presidente dell'Imi ma prima era stato ministro delle Finanze del governo Bonomi...". Altre donne appaiono fuggevolmente in questo quadro sassarese: "Le sorelle Sant'Elia, che erano molto amiche delle principesse Savoia, tanto che quando il principe Umberto arrivò a Sassari chiese di conoscere Mario Berlinguer, il padre di Enrico, perchè era loro amico e andavano tutti assieme a fare i bagni...". Dolcezze di una vita di provincia di cinquanta anni fa, dove erano possibili singolari alleanze familiari e innesti culturali, tra deputati antifascisti, personaggi della Curia, figli di nobili e alti funzionari dello Stato.
In questo ambiente, severo senza bigotteria, benestante senza sprechi, cordiale senza volgarità, i due ragazzi, Enrico e Giovanni rimasti presto orfani, crescono imparando le virtù che sono comuni a certa nobiltà e alla classe operaia: la serietà, il riserbo, l'impegno nello studio e nel lavoro, la parsimonia. Nella famiglia Berlinguer, come nelle famiglie dei Segni, dei Cossiga e dei Siglienti c'è sempre stato il gusto (oltre che la necessità) della modestia nel vestire, nell'abitare, nel vivere. Il rammendo era di casa, e gli abiti passavano dai fratelli più grandi a quelli più piccoli senza proteste e senza vergogna. Un certo ascetismo di Enrico ha origine in questa educazione prima di incontrarsi con il rigore tipico del rivoluzionario professionale. "Enrico era più chiuso di noi, più taciturno", racconta Cossiga. "Leggeva molto. In casa c' erano i libri del padre Mario e del nonno Enrico, anche lui avvocato, di idee radicali, amico di Garibaldi e di Mazzini. Nella biblioteca di famiglia ha certamente incontrato Amendola, Gobetti e Dorso, ma anche Bakunin, Croce e il Manifesto di Marx".
Croce il giovane Berlinguer lo conoscerà di persona quando nel 1944 va a Salerno a trovare il padre, Mario, già in corsa per un ministero (e difatti sarà nominato commissario aggiunto all'epurazione). In casa di Croce quel giorno ci sono i sardi che contano: Antonio Segni, naturalmente, e Stefano Siglienti, che sono ben felici di presentare al filosofo il nipote, così giovane, così studioso, così magro, appena uscito da cento giorni di detenzione nel carcere di Sassari. Ma in casa Croce quel giorno c'è anche un altro signore che a Sassari ha fatto il liceo e che alla Sardegna è molto legato: è Palmiro Togliatti, appena rientrato in Italia da un ventennale esilio, che al giovane Enrico chiede notizie dettagliate su questi "moti del pane" di cui l'Unità aveva già dato notizia. Qualche mese dopo Enrico si trasferisce a Roma per lavorare al centro dell' organizzazione giovanile del Pci.
"Mio cugino", dice Cossiga, "non è timido. E' sardo. Ha sempre avuto un grande pudore dei suoi sentimenti. Può dire di conoscerlo solo chi lo ha visto in barca o nell'intimità della sua casa... I nostri rapporti politici? Le dirò solo questo: se parlavo con lui, da sardo e da cugino, non gli mentivo. E so che la stessa cosa valeva per lui. Un giudizio? In questo momento è difficile: è certo che era profondamente comunista e insieme profondamente democratico. Come riuscisse a conciliare le due cose non so. Ma ci riusciva".
Segni ricorda Cossiga: "Quand'ero bambino facevamo le vacanze insieme, era un pezzo del mio mondo".
“Cossiga, per me e la mi famiglia, rappresenta un pezzo del nostro mondo”. Mario Segni, l’ex parlamentare sardo leader del movimento referendario, che caratterizzò un momento importante della politica nazionale, figlio dell’ex Presidente della Repubblica Antonio Segni ricorda così l’ex Presidente della Repubblica scomparso. I suoi sono ricordi di prima mano, quelli di uno che Cossiga l’ha conosciuto fin da quando portava i calzoni corti. “Me lo ricordo sempre di casa, da quando ho memoria. Era coetaneo dei miei fratelli, affezionato di un affetto quasi filiale a mio padre, che verso di lui nutriva un affetto altrettanto grande. Le nostre famiglie insomma erano molto amiche e con Francesco trascorrevamo spesso le vacanze insieme”. Sardo l’uno e sardo l’altro, sassaresi ambedue ed entrambi espressione di quel cattolicesimo che nell'Isola produsse figure istituzionali di primo piano, Mariotto Segni è cresciuto in pratica insieme all'ex Presidente. Descrive il "Picconatore" come personaggio unico, spassoso, geniale e scomodo, complesso, certamente originale e legato a doppio filo alle sue origini.
http://www.repubblica.it/politica/2010/06/09/news/massoneria_pd-4683769/?ref=HREC2-1
Repubblica — 27 giugno 1985 pagina 2 sezione: POLITICA INTERNA
Repubblica — 10 giugno 1984 pagina 7 sezione: BERLINGUER MORENTE
http://notizie.tiscali.it/articoli/politica/10/08/18/segni-intervista-cossiga.html