
AVETRANA
LETTERA A SARAH SCAZZI.
Sarah, tutti ti davano per scappata di casa, mentre i tuoi genitori, con contegno umile e dignitoso, dal primo giorno della tua scomparsa insistevano a dire: l’hanno presa!!! L’avessero creduti non ci sarebbero stati gravi ritardi nelle ricerche e nelle indagini.
Sarah, i tuoi parenti, amici e compaesani, tutti, senza eccedere nei giudizi, ti hanno descritta come una brava ragazza uguale a tutte le altre: con i propri sogni di adolescente. Per te hanno vinto ritrosia e timore e timidezza.
Mentre i magistrati, i primi giorni, i più importanti, hanno pensato che tu fossi scappata, per poi ricredersi ammettendo il rapimento.
E’ rimasto vano il mio tentativo offerto ai media di porre un canale alternativo per ricevere tue notizie da parte di chi è sfiduciato da questa giustizia. La viltà e la diffidenza pone degli steccati insormontabili. Quei media hanno dato le loro versioni più disparate sulla tua storia. Tutti hanno spulciato le più recondite possibilità, fin anche a ledere la tua dignità ed onore.
Sarah, sei nostra figlia o nostra sorella, non ti devi sentire sola. Sarah, Avetrana per te ormai è famosa, peccato che lo sia per un infausto evento.
Sarah, ragazza sulla ribalta con tutti i media nazionali ad illuminare la tua storia. Sei fortunata, nella disgrazia che ti è capitata. Altri rapiti sono rimasti invisibili. Ringraziamo la Rai e Mediaset che con i riflettori hanno fatto sì che la tua scomparsa non fosse sottaciuta e dimenticata. Così come è per centinaia di ragazzi e ragazze invisibili vittime della tratta a fini pedofili o per espianto di organi. Fenomeno oscurato dai media per l’allarme sociale che provoca. Noi continuiamo a chiedere il loro sostegno affinché i riflettori si spengano solo quando tu, Sarah, saluterai libera tutti dal terrazzino della sua casa, con l’intento di dimenticare una brutta esperienza.
Comunque sia, Sarah, sei e sarai nei nostri cuori.
Presidente Antonio Giangrande
Resoconto
Che nessuno ce ne voglia ma sappiamo tutti molto bene che per venire a capo di un mistero i primi giorni di indagine sono quelli decisivi. Mentre ricordiamo invece come troppo spesso taluni gialli siano rimasti irrisolti per anni proprio a causa degli errori di valutazione commessi nelle fasi iniziali. E qui basti citare il delitto di Elisa Claps (spacciato per mesi come fuga volontaria) o la scomparsa dei fratellini Gravina Ciccio e Tore, cercati per settimane ovunque tranne che intorno al luogo nel quale erano stati visti per l’ultima volta, e trovati proprio lì - purtroppo ormai morti - solo due anni dopo.
Nessuno ce ne voglia, ma apprendere che la scomparsa di Sarah possa essere stata considerata nella prima fase dalla procura solo come fuga volontaria, ci allarma.
L’iscrizione nel cosiddetto «modello 44» del reato di «sottrazione consensuale di minore», potrebbe aver infatti impedito agli investigatori per giorni (i primi, quelli cruciali) di effettuare intercettazioni telefoniche e ambientali, inutili (e proibite) per la scappatella di un’adolescente ma decisive per un sequestro di persona.
Sappiamo che i 5 carabinieri in servizio alla stazione di Avetrana nelle 48 ore successive alla denuncia (le prime, quelle decisive) hanno cercato con ogni sforzo di ritrovare le tracce di Sarah, ma erano appunto solo in cinque o poco più. Ora finalmente l’aria sembra cambiata, si vede uno spiegamento di forze imponente, e molti investigatori sono rientrati appositamente dalle ferie. Resta un dubbio: non sarebbe stato meglio che tutto questo fosse avvenuto sin dalla prima ora?
Solo a otto giorni dalla scomparsa di Sarah Scazzi, le indagini alzano il tiro. Il reato ipotizzato nelle prime ore successive alla sparizione di Sarah è stato infatti «sottrazione consensuale di minore». Insomma una banale fuga volontaria. Col trascorrere dei giorni si consolida invece sempre più la percezione che possa trattarsi di un sequestro di persona.
Ma se l’ipotesi di reato indicata nei registri della procura (quello per le indagini a carico di ignoti) fosse stata davvero e soltanto la fuga, l’indagine sarebbe stata privata in giorni decisivi di importanti strumenti investigativi come le intercettazioni telefoniche e quelle ambientali. Per il reato di sottrazione consensuale di minore, infatti, il codice prevede pene nel massimo fino a tre anni, mentre per disporre le intercettazioni, il codice impone che l’ipotesi di lavoro preveda reati con pene pari o superiori a cinque anni.
Il procuratore di Taranto Franco Sebastio, per imprimere una svolta alle indagini e cambiarne evidentemente il passo, ieri mattina si è voluto rendere conto personalmente della situazione. Il capo della procura ha così presieduto nella caserma dei carabinieri di Avetrana una riunione alla quale hanno preso parte il pm titolare dell’inchiesta, Mariano Buccoliero, il comandante provinciale di Taranto dei carabinieri, col. Giovanni Di Blasio, e altri ufficiali dell’Arma.
Sull’ipotesi investigativa Sebastio non si è sbilanciato: «C’è un procedimento penale contro ignoti - ha detto ai giornalisti - ma non parliamo di tipologia di reato per non dare neppure involontariamente la minima indicazione». Poi però ammette: «Fino ad oggi siamo rimasti un po’ dietro le quinte, perché c’era la speranza che dopo tre o quattro giorni, o cinque, arrivava la telefonata: «sono scappata». Sa, spesso queste cose succedono. Poi purtroppo con i giorni che passano inizia a diventare preoccupante».
«Ci sono ipotesi privilegiate rispetto ad altre, anche se non trascuriamo nulla, neppure quella più remota» conclude il procuratore. Una scala vera e propria di priorità non esiste, insomma. Anche se l’ipotesi delle prime ore, dell’allontana - mento volontario, comincia decisamente a perdere peso e consistenza. E se cade la pista della fuga volontaria da casa della ragazzina, non resta che il rapimento.
Difficile ipotizzare invece lo scopo: abuso sessuale, estorsione, vendetta? Cosa è veramente successo tra le 14.30 e le 14.42 di giovedì 26 agosto? Per cercare maggiori risposte ai dubbi e ai quesiti che da nove giorni ormai tolgono il sonno agli inquirenti e ai familiari della ragazza, ieri mattina il sostituto procuratore Mariano Buccoliero ha voluto ripercorrere i cento passi di Sarah. Accompagnato dal capitano Luigi Mazzotta e dal maresciallo Fabrizio Viva, il magistrato è stato in via Verdi per rendersi conto di persona della situazione.
Sarah è uscita di casa senza soldi, documenti, senza indumenti di ricambio. È difficile pensare che avesse pianificato di fuggire. È più logico pensare che sia stata avvicinata da qualcuno che conosceva, probabilmente a bordo di un’auto, che si sia fidata e che abbia accettato un passaggio. Non immaginava certo che a casa della cugina non ci sarebbe più arrivata.
Anche ieri nella caserma di via Magenta sono sfilati gli amici della ragazza per essere ascoltati dai carabinieri. Dopo le testimonianze della cugina Sabrina e dei compagni della sua comitiva, più grandi rispetto a Sarah, questa volta è toccato ai compagni di scuola della ragazza. In tre hanno riferito al maresciallo Viva dei rapporti con la 15enne scomparsa, ma non sarebbero emersi elementi utili alle indagini.
«I carabinieri stanno lavorando senza lasciare nulla di intentato - ha concluso il procuratore che, per il caso di Avetrana, è rientrato prima in servizio dalle ferie così come il comandante provinciale dell’Arma -. Continueremo a cercare, nei limiti dell’umanamente possibile, per non doverci rimproverare niente».
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=363251&IDCategoria=1
In Avetrana (TA) si è permesso agli imprenditori manifatturieri di licenziare i lavoratori, che rifiutavano di sottoscrivere buste paghe false, in cui si indicavano doppio salario e metà ore lavorate.
In Avetrana (TA) un cittadino per anni è stato vittima degli abusi dei potentati politici locali: abusi edilizi coperti dai Pubblici Ufficiali. Le denunce presentate contro di questi sono rimaste lettera morta. La Procura di Taranto, addirittura, archivia un procedimento iscritto a ruolo quasi tre anni dopo la presentazione. Ruolo n. 2129/05, esposto presentato il 28/02/2003. La richiesta di Avocazione delle indagini rimane lettera morta. In data 21/03/07, per le identiche denunce contro una perizia giudiziaria falsa, il cliente riceve in mattinata la notifica della richiesta di archiviazione, senza audizione, per il proc. n. 9868/05 attinente la denuncia del 22/10/2005, e il pomeriggio viene sentito presso il Commissariato di Manduria per la denuncia presentata il 18/01/2007.
D'altronde da sempre si è permesso di costruire e demolire abusivamente e le centinaia di domande di condono edilizio parlano chiaro, tanto più in mancanza delle più elementari regole di sicurezza, tant’è che è eclatante “la morte bianca” in un cantiere abusivo. La proprietà era di un amministratore. L’abitazione da demolire era posta su una pubblica via al centro del paese, chiaramente visibile dalle Autorità preposte al controllo del territorio.
In Avetrana (TA) da sempre le abitazioni sono inabitabili per mancanza dei requisiti igienico- sanitari. La mancanza di allacciamento alla rete fognaria o alla fossa Imof e settica porta all’inquinamento delle falde acquifere, dei fiumi e del mare. La conseguenza giuridica dovrebbe essere lo sgombero coatto per le civili abitazioni e le sanzioni per le attività produttive. Così è stato nel 1995, anno in cui gli ispettori sanitari della USL hanno proceduto alla chiusura delle attività commerciali per mancanza di agibilità e dei requisiti igienico-sanitari. Col disinteresse delle vittime e l’indifferenza degli amministratori, in data 13/12/1995, il sottoscritto ha promosso e raccolto 2235 firme di cittadini Avetranesi per convincere il Prefetto ad emanare una ordinanza di sospensiva delle sanzioni emanate. Il Prefetto di Taranto ha immediatamente accolto la proposta e sospeso i procedimenti.
Ad Avetrana si è chiesto, indebitamente, tributi già pagati, o non dovuti, diffamando il cittadino di evasione fiscale.
In Consiglio Comunale, in data 01/03/2001, si è attestato, indicandone il nome, che un Assessore ha turbato gli incanti. Si è detto che le buste, a suo tempo presentate, sono state manomesse e le offerte sono state artefatte e modificate, per favorire un partecipante. Si è attestato che un Assessore, in concomitanza di elezioni, abusando del suo incarico, senza impegno di spesa, ha assunto del personale.
Ad Avetrana sono stati dichiarati irregolari i concorsi pubblici per l’assunzione di personale presso l’Ufficio Tributi e l’Ufficio di Polizia Municipale. Nonostante ciò alcuni partecipanti sono stati assunti.
Ad Avetrana esemplari sono i debiti fuori bilancio illegittimi, in quanto si sono pagati gli avvocati perdenti del Comune più degli avvocati vincenti delle parti private. Inoltre non si è proceduto verso i responsabili dei debiti, anzi, si sono pagati con fondi comunali le cause giudiziarie attivate nell’interesse politico e personale di alcuni amministratori.
Ad Avetrana da sempre alcuni Presidenti dei seggi elettorali sono i soliti noti e affidabili. Gli stessi che attestano la regolarità di elezioni nulle, in quanto non firmano le schede elettorali per autenticarle, non identificano gli elettori che votano, non impediscono agli stessi elettori la documentazione del loro voto, tramite apparecchi video-fotografici.
Durante le votazioni regionali del 28 e 29 marzo 2010 nella sezione n. 5 presieduta dal dr. Antonio Giangrande, con premeditazione ed artifici, un rappresentante di lista del PD, spalleggiato da altre persone del suo partito, non nuovo a questi fatti, ha cercato di impedire il regolare svolgimento delle operazioni di voto, tentando addirittura di far chiudere il seggio dalla Polizia di Stato con accuse pretestuose di irregolarità poste in essere dal Giangrande. L’aggressione al Giangrande, quale pubblico ufficiale, con violenti insulti, ingiurie e minacce, è avvenuta nell’indifferenza dei cittadini e delle forze dell’ordine. La sua colpa: aver controllato l’identità dell’elettore, controllato la validità della scheda consegnata e poi votata, impedito la propaganda politica durante il voto e la ripresa con cellulari del voto prestato.
Ad Avetrana si è assegnato, gratuitamente, senza incanto pubblico e in conflitto di interesse, la gestione privata degli impianti sportivi ad una società, della quale era direttore sportivo un amministratore. La gestione degli impianti sportivi pubblici è diventata attività economica privata, costringendo gli altri utenti a versare dei canoni per l’utilizzo. Scandaloso è che si è permesso il profitto privatistico su un bene pubblico, ma a ciò si aggiunge il contributo di 15.000 euro all’anno destinati alla stessa società per la tenuta degli stessi impianti. Scandaloso, perché nella vicina Manduria l’amministrazione, con delibera G.M. 279/06, gli impianti sportivi li concede facendosi pagare a tariffa oraria di 3 euro ciascuno. A Canosa di Puglia il Sindaco è stato condannato per aver concesso gratuitamente gli stessi impianti a titolo gratuito durante le festività a delle associazioni di volontariato per manifestazioni ludiche, ricreative e di intrattenimento. Delle due l'una: o tutti colpevoli o tutti innocenti.
Ad Avetrana si è sovvenzionata una cooperativa per 20 mila euro annue, oltre alla concessione in comodato gratuito della struttura e la gestione privata dell’asilo nido. Il tutto per soli 13 bambini iscritti.
Avetrana spesso è stata soggetta ad inondazione dell’abitato per mancanza di strutture adeguate. Le richieste di risarcimento dei danneggiati per calamità naturale sono state inibite per coprire le colpe.
Ad Avetrana si è stabilito, in palese conflitto di interesse, un prezzo irrisorio per i lotti della zona industriale, per il quale qualche amministratore si è avvantaggiato. Non solo, si inibisce, anziché favorire, lo sviluppo del lavoro. Questo perché, per l’apertura di nuovi sbocchi imprenditoriali, quali possono essere le agenzie di affari, si chiede 15.000 euro di cauzione, al contrario dei 2.500 euro di altre civiche amministrazioni, o dei 5.000 euro di Manduria.
Ad Avetrana si ha l’abitudine di inviare lettere dilatorie, anonime, sgrammaticate e non provate, fin anche usando indebitamente in intestazione il nome dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e la firma del suo Presidente, dr Antonio Giangrande.
Ad Avetrana il vice Sindaco ha tenuto dei comizi pubblici in piazza, nonostante risultasse in malattia, per non lavorare, con un certificato medico di un collega di amministrazione.
Insomma, Avetrana è il paese degli impuniti, perché le denunce presentate sono rimaste tutte lettera morta. Anzi, chi combatte per la legalità contro i poteri forti è emarginato dalla società civile:
A Giangrande Mirko, diplomato in 4 anni, anziché 5, viene negata la borsa di studio. Ad altri, con “buono”, anziché “ottimo”, viene concessa;
un Maresciallo dei Carabinieri, già medaglia d’oro al valor civile, amico del Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, viene trasferito contro la sua volontà da Avetrana, perché, facendo il suo dovere, dava fastidio a chi era abituato all’impunità;
da un atto pubblico si è scoperto che le Forze dell’Ordine di Avetrana considerano mitomane e calunniatore il Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, pur non essendoci mai stata alcuna condanna per calunnia o per diffamazione. Le rimostranze presso gli organi gerarchici superiori sono rimaste lettera morta.
L’Associazione contro Tutte le Mafie non è iscritta presso l’albo comunale delle associazioni, pur essendoci stata regolare istanza, senza risposta di diniego, ed essendo l’associazione locale più rappresentativa in campo nazionale.
L’associazione contro Tutte le Mafie non è iscritta nell’elenco regionale dei sodalizi antiracket ed antiusura pur essendoci stata regolare istanza, senza risposta di diniego, ed essendo l’associazione regionale più rappresentativa in campo nazionale.
Il centro servizi volontariato di Taranto non pubblicizza il libro scritto dal Dr Antonio Giangrande, “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, né in sede locale si dà ampio risalto, nonostante lo stesso saggio d’inchiesta fosse richiesto da tutta Italia e adottato da molti istituti scolastici.
Addirittura il Prefetto di Taranto nega il porto d’armi per difesa personale al Dr Antonio Giangrande, nonostante questo fosse coinvolto come presidente di un’associazione antimafia in battaglie in varie parti del territorio Italiano, dalla mafia russa in Trentino, alla camorra in Campania, ecc.. Il porto d’armi, se non a Giangrande, a chi?
ASSOLTO FINANZIERE CHE TENEVA COMIZIO MA ERA IN MALATTIA
Alessandro Scarciglia, (finanziere scelto e vice sindaco di Avetrana) era imputato di truffa militare aggravata. Il gup del Tribunale militare di Bari Aristodemo Ingusci, l'ha assolto con rito abbreviato.
Non poteva recarsi al lavoro perché aveva “la gola arrossata e un pò di febbre”, circostanza per cui il medico di famiglia gli aveva prescritto due giorni di riposo per “sindrome influenzale”, ma l’aver tenuto in uno dei due giorni un comizio pubblico non costituisce reato.
E' quanto ha deciso il gup del Tribunale militare di Bari Aristodemo Ingusci, assolvendo con rito abbreviato Alessandro Scarciglia, di 31 anni, finanziere scelto in servizio al gruppo Pronto impiego della Guardia di finanza di Bari e vice sindaco di Avetrana (Taranto), imputato di truffa militare aggravata.
Il pm Manfredi Dini Ciacci, che aveva chiesto la condanna di Scarciglia a due mesi e 20 giorni di reclusione militare (pena sospesa), ha impugnato la sentenza, ritenendola “gravemente insufficiente e illogica”.
I fatti risalgono al 26 marzo 2007. Il certificato medico era stato rilasciato dal dott. Antonio Baldari, che è anche assessore nella stessa giunta di cui Scarciglia è vice sindaco. Per il giudice, l’imputato ha contraddetto le cautele imposte dal medico “per scrupolo amministrativo e senso civico accettando il rischio di un aggravamento dell’esistente patologia”.
Inoltre gli agenti del Commissariato di Manduria hanno effettuato un controllo presso la sede operativa di un’associazione di volontariato di Avetrana.
Dai primi accertamenti sono state rinvenute, e successivamente sequestrate, quattro palette segnaletiche di intimazione dell’ALT, il cui uso, a termini di legge, è consentito sola a personale che esercita funzione di polizia stradale. Inoltre, durante il controllo è stata accertata anche la presenza di 3 ricetrasmittenti per le comunicazioni tra veicoli, per le quali non vi era alcuna autorizzazione.
Pertanto alla luce di quanto accertato veniva elevata una sanzione amministrativa di 2.000 euro ed il responsabile dell’associazione veniva deferito all’A.G. competente.
PROCESSI RITORSIVI
Processato per diffamazione a mezzo stampa il presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”, perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) riporta le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti. L’accusa è sostenuta dal p.m. H. J. Woodcock, che indica un limite di reddito illegale per l'accesso al gratuito patrocinio.
Si apre a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.
L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un procuratore della Repubblica di Taranto.
La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sul Foro di Taranto, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.
I dati ufficiali: Denunce penali presentate a Taranto 21.720, condanne conseguite 364.
Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.
Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.
La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.
Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.
Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.
La denuncia è stata presentata da un magistrato di Taranto, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.
Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.
Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.
Il processo si apre a Potenza,
foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di
Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della
privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte
Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con
incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro.
Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere.
RAI 1 CENSURA SERVIZIO SULL'ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
Atto n. 4-03178. Pubblicato il 6 dicembre 2007. Seduta n. 263
RUSSO SPENA - Al Ministro delle comunicazioni. - Premesso che:
il 20 giugno 2007 la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi accoglieva una domanda di accesso al palinsesto RAI da parte dell'associazione "Contro Tutte Le Mafie", associazione tra l'altro riconosciuta dal Ministero dell'interno;
successivamente, il 17 ottobre 2007, la RAI revocava l'autorizzazione ad insaputa dell'associazione;
l'8 novembre la RAI inviava una squadra e un regista per le riprese del servizio sull'associazione, facendo pertanto presumere il superamento di ogni perplessità e l'accettazione della messa in onda del servizio;
considerato che:
il 15 novembre l'associazione chiedeva di conoscere la data di messa in onda e riceveva risposta certa indicante un servizio della durata di dieci minuti nella trasmissione di RAI1 del 23 novembre 2007 alle ore 10.40;
di fatto, il 23 novembre la trasmissione veniva cancellata ed il palinsesto di RAI1 stravolto;
immediatamente l'associazione si attivava per chiedere la motivazione dell'oscuramento del servizio telefonando alla redazione del programma di RAI1, che però negava risposta e annunciava una futura lettera di motivazione (in palese violazione della legge 241/1990 che prevede la risposta immediata in seguito a domanda d'accesso ad un servizio);
solo il 3 dicembre 2007 l'associazione riceveva uno scarno comunicato in cui si rilevava che l'autorizzazione era stata rilasciata il 20 giugno e poi revocata il 17 ottobre in seguito a proposta della RAI che non reputava degna l'associazione, adducendo addirittura perplessità circa la sua organizzazione,
si chiede di sapere:
per quale motivo si sia intervenuto a censurare una trasmissione programmata, nonostante vi sia stato parere favorevole della Commissione di vigilanza alla divulgazione;
perché la redazione abbia inviato una motivazione "postuma" ed evitato di rispondere alle domande poste nella stessa data di mancata messa in onda.
IMPEDIMENTO ALLA PROFESSIONE DI AVVOCATO
Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.
Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.
Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.
Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.
Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."
In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.
Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?
COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).
LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).
INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.
IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.
IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.
CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90
e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve
svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza
delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre
all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale,
sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la
trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché
mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono
corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a
leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate.
Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.
Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.
Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.
O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.
E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.
TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni) del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.
ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI
RISULTATO: LETTERA MORTA
-----------
SIG.
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI
E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA
Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.
Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996
Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;
autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;
ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;
da 11 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.
PREMESSO CHE
il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;
il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;
il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;
il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;
l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;
il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;
il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:
Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;
Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);
Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);
Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);
Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);
Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);
Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);
Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;
Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);
Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.
RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.
DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?!
Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.
Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.
Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.
Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.
Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.
Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.
Dr Antonio Giangrande
|
|
|
ATTI PROBATORI
|
CRITERI DI VALUTAZIONE |
![]() |
![]() |
|
VIOLAZIONE DEI CRITERI. NULLITA' OGGETTIVE: COMPONENTE MANCANTE (PROFESSORE UNIVERSITARIO) E TEMPO INSUFFICIENTE (180 MINUTI PER APRIRE 60 BUSTE E LEGGERE 30 COMPITI DI ALMENO 4 PAGINE, OLTRE CHE PER CONSULTARSI E ESTENDERE IL GIUDIZIO) |
![]() |
![]() |
|
DOMANDA LEGITTIMA DEL 8 LUGLIO 2009 |
DINIEGO ILLEGITTIMO DEL 7 AGOSTO 2009 |
![]() |
![]() |
|
DATA DI RICEZIONE |
|
|
|
|

CASTELLANETA
C'è Mobbing. È un capitano, ex comandante della Compagnia di Castellaneta (in provincia di Taranto): 6 mesi (pensa sospesa) per non aver bloccato un maresciallo.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Bina Santella, ha condannato a sei mesi di reclusione con pena sospesa l’ex comandante della Compagnia dei carabinieri di Castellaneta (Taranto) cap.Massimiliano Conti, accusato di maltrattamenti e violenza privata.
All’ufficiale, giudicato con il rito abbreviato, è contestato un comportamento «omissivo» in quanto, pur essendone a conoscenza, non avrebbe impedito le presunte vessazioni perpetrate nei confronti di 21 militari dal maresciallo Leonardo D’Artizio, ex comandante del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Castellaneta, già rinviato a giudizio. Uno dei Carabinieri che, secondo l’accusa, sarebbero stati “mobbizzati”, si suicidò nella sua abitazione, sparandosi con la pistola d’ordinanza nel giugno del 2004.
C'è Malasanità. Sulla morte degli otto pazienti ricoverati, nelle ultime settimane, nell'Unità di terapia intensiva dell'ospedale civile di Castellaneta, arrivano le prime conferme ai sospetti. Per almeno quattro di loro è pressoché certo che il decesso è stato causato dall'inalazione di protossido d'azoto al posto dell'ossigeno. Un altro caso è incerto; in tre casi il rapporto causale è "altamente incerto". I dati sono contenuti nella relazione sul lavoro compiuto dalla Commissione d'inchiesta sulla vicenda, nominata dalla Regione Puglia e guidata dal professor Tommaso Fiore.
La relazione. Il documento, di 15 pagine, è stato al centro di gran parte del dibattito che si è tenuto oggi in una seduta del Consiglio regionale dedicata per intero all'ospedale di Castellaneta. Clima pacato, nonostante la Cdl abbia chiesto le dimissioni dell'assessore alla Sanità, Alberto Tedesco. Richiesta prontamente respinta. Quattro morti quindi sono dovute "con alta probabilità di certezza" allo scambio di gas.
Una vittima si poteva evitare. L'ultimo decesso, quello di Cosima Ancona, 73 anni, si sarebbe potuto evitare se - si legge nella relazione - avessero assunto "la valenza di evento sentinella" i due allarmi che si registrarono nella notte tra il 3 e 4 maggio: il primo all'Utic e l'altro nel quartiere operatorio parto. Un calo di pressione dei gas medicali. L'inconveniente fu rimosso, ma invece, forse, si doveva indagare sulle cause. Invece anche alla donna venne somministrato erroneamente azoto. Fu quella l'ultima delle morti prima che il reparto venisse chiuso dai responsabili del nosocomio e poco dopo sequestrato dalla magistratura.
"Una strage". Così il presidente della Regione, Nichi Vendola: "Siamo di fronte a un fatto che ha sconvolto noi tutti e l'opinione pubblica nazionale, la coscienza civile del nostro Paese", ha detto annunciando la decisione di commissariare l'intera Asl. Il suo management, sostiene Vendola, "si è dimostrato non all'altezza di una situazione difficile come quella tarantina" e quindi "non riscuote più la fiducia della giunta regionale". Un management che è responsabile sia pure indirettamente del funzionamento di quel reparto, l'Utic, che - ha detto An in Consiglio - non doveva neppure essere aperto.
Il reparto "non conforme". La relazione parla di un reparto "non conforme al regime di funzionalità", dove il "personale medico è gravemente insufficiente", di locali la cui destinazione d'uso è stata modificata due volte senza che vi fosse alcun parere da parte degli organismi competenti, di collaudi non fatti, di una "carenza assoluta di qualsivoglia gestione del rischio clinico".
Le autopsie. A Castellaneta avranno inizio le prime autopsie, eseguite dal professor Luigi Strada, dell'università di Bari. Secondo Angelo Fiori, docente di medicina legale dell'università Cattolica di Roma, il protossido d'azoto non lascia tracce nell'organismo e quindi con le autopsie si potrà verificare solo se le morti sono avvenute per altre patologie. L'esame sarà su tutti e otto i pazienti morti. Dal 12 al 16 di maggio saranno esumate le salme dei primi sei pazienti deceduti.
Un'altra inchiesta. Un'altra tegola si è abbattuta oggi sulla sanità tarantina. La Guardia di finanza ha arrestato oggi quattro persone: un funzionario dell'Asl, un medico, il rappresentante legale e il direttore sanitario di un istituto privato, la la clinica D'Amore. L'inchiesta riguarda una truffa di sei milioni di euro alla Asl di Taranto e alla Regione Puglia.
C'è Malagiustizia. Dicono di essere indignati, a causa del nuovo rinvio della causa civile che li riguarda, i famigliari delle 34 persone che il 7 febbraio del 1985 morirono nel crollo del palazzo di via Verdi a Castellaneta.
Inoltre c'è
BOBBIO Luigi , BUCCIERO - Al Ministro della giustizia. Premesso:
che sono pervenute all’interrogante 3 audiocassette e la trascrizione del relativo contenuto, concernente alcuni colloqui intercorsi tra il sig. Antonio Criscuolo ed il sig. Giuseppe Bellino, entrambi ex amministratori del Comune di Castellaneta (Taranto);
che il Bellino risulta essere attualmente indagato nel procedimento penale n. 2827/00 r.g.n.r. della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto per numerosi reati, tra i quali quelli di cui agli artt. 323, 479, 353, 640, 317 del codice penale, che sarebbero stati commessi quando il Bellino rivestiva la qualità di assessore presso il Comune di Castellaneta;
che il tenore delle precitate trascrizioni si presenta meritevole di approfondimento, in quanto nelle stesse si dice apertamente che lo svolgimento di tutta l’udienza preliminare per tale procedimento penale, tenutasi dinanzi al Dott. Pio Guarna, il suo strano ed anomalo andamento connotato da circa una ventina di udienze (veramente tante per una semplice udienza preliminare), il suo esagerato protrarsi per circa un triennio, la sentenza conclusiva, sarebbero il risultato di un accordo intercorso tra il giudice dell’udienza preliminare, dott. Pio Guarna, e l’imputato Rocco Loreto, già sindaco del Comune di Castellaneta, nonché ex Senatore della Repubblica;
che delle frasi contenute in queste trascrizioni appaiono realmente di contenuto inequivoco, soprattutto alla luce di un fatto fondamentale: Giuseppe Bellino, che era ed è attualmente imputato nel processo in questione, e rispondeva di gravi reati, è stato assolto da alcuni di essi, e soprattutto dal più grave, ossia da una concussione sessuale;
che evidentemente non ha motivi di astio o risentimento nei confronti del giudice che lo ha giudicato, e che lo inducano a dire il falso;
che anzi precisa, come si ricava dalle trascrizioni, che a lui stanno solamente facendo del bene;
che a più riprese emerge dalle trascrizioni come l’andamento del processo sia frutto di quello che viene definito come un accordo generale;
che l’intera attività processuale ha conosciuto un grande dispendio di tempo, in quanto ci sarebbero stati ritardi fatti apposta, e che devono fare delle cose per perdere tempo;
che di molte attività che si sarebbero tenute nel corso dell’udienza alcuni, imputati e non, erano a conoscenza in anticipo;
che il latore di queste anteprime sarebbe stato un tale Mimmo Salemme;
che ciò tanto era vero, che in una circostanza il Salemme in questione era così ben informato da avere addirittura in suo possesso una copia della sentenza autentica e scritta di pugno dal Dott. Guarna;
che sarebbe stato appositamente commesso un errore nel corso del processo per ottenere una ulteriore perdita di tempo;
che in sostanza tutto il processo sarebbe stato pilotato in virtù del precitato accordo generale, in quanto si dice che sta facendo tutto Rocco, da identificare nell’ex sindaco Rocco Loreto;
che dalle trascrizioni emerge inequivocabilmente come il Bellino sia assai bene informato, e come dia per effettivo e pacifico l’accordo tra Guarna e Loreto;
che riferendosi ad altra vicenda sempre connessa al processo in questione, e sempre dando per scontata la sussistenza di un previo accordo, si leggerebbero nella trascrizione frasi che parlerebbero di un giudice che è d’accordo con Rocco e che potrebbe forse fare qualcosa;
che un cenno merita anche la figura del Salemme il quale, oltre ad essere in possesso di una copia della sentenza scritta di pugno dal giudice, oltre ad essere colui che dava le notizie in anteprima circa lo svolgimento del processo, dimostra quasi una sorta di organicità rispetto a questo accordo, in quanto nel tranquillizzare il Bellino circa l’andamento del processo a quest’ultimo diceva che occorreva perdere tempo;
che, in effetti, le gravissime dichiarazioni contenute nell’audiocassetta trovano oggettivi riscontri nei fatti che di seguito si evidenziano ed elencano, ed in primis nell’andamento stesso del processo in questione;
che Cosimo Salemme, ossia colui che avrebbe dato le anteprime sullo svolgimento delle udienze, ed era in possesso di una copia della sentenza scritta di pugno dal giudice prima che venisse pronunciata, effettivamente sarebbe persona assai vicina al Loreto in quanto facente parte della sua coalizione politica;
che effettivamente il processo n. 2827/00 r.g.n.r. è stato oggettivamente un processo di inspiegabile (almeno sino ad oggi) lunghezza, se si considera che si è trattato della sola udienza preliminare;
che la prima udienza si è celebrata in data 18/10/2001 e la sentenza, per quanto pronunciata in data 8/7/2003, è stata depositata solo il 1°/6/2004;
che la decisione del GUP è stata una sentenza di non luogo a procedere, e considerato che è stato proposto gravame avverso la stessa, e che deve celebrarsi anche il consequenziale giudizio di appello, la fase dell’udienza preliminare non può ancora ritenersi virtualmente conclusa (nonostante, appunto, la prima udienza si sia celebrata il lontano 18/10/2001);
che la sentenza, anche con una motivazione assai discutibile come si dirà a breve, ha assolto dalle imputazioni relative ai fatti più recenti, rinviando al contrario a giudizio solo le imputazioni per i fatti più risalenti nel tempo, e quindi più prossimi alla prescrizione;
che tale circostanza, evidentemente, avvalora l’ipotesi che rinviene dalla registrazione, ossia che tutta l’attività di udienza è stata pilotata per far perdere più tempo possibile ed arrivare indenni alla maturazione dei termini di prescrizione dei reati contestati;
che ulteriore elemento da considerare è che il dott. Guarna al momento della lettura del dispositivo si riservava novanta giorni per il deposito della motivazione, benché nessuna norma consenta al GUP di motivare entro un determinato termine, mentre appare strano che un giudice abilitato alle magistrature superiori come il dott. Guarna incappi in una tale svista;
che in ogni caso il termine dei novanta giorni previsto per il deposito è stato ampiamente superato;
che la credibilità del Bellino circa il fatto che dal giudice sarebbero stati commessi volontariamente degli errori per perdere ulteriore tempo è confermato dal fatto che effettivamente è stata attivata la procedura di correzione di errore materiale;
che tuttavia, anche nella circostanza, il dott. Guarna è incappato in uno svarione a dir poco strano per un magistrato della sua esperienza, in quanto al momento della decisione vi è stata l’omessa pronuncia su due dei numerosi capi d’imputazione contestati, ossia sui capi I e II;
che tale omessa pronuncia, che legittimerebbe esclusivamente chi ha interesse ad impugnare la sentenza, è stata invece il pretesto per azionare (del tutto abnormemente) la precitata procedura di correzione dell’errore materiale;
che per la correzione di questo errore materiale si sono persi ben ulteriori nove mesi;
che vi è stata sentenza di non luogo a procedere per tutti i capi d’imputazione nei quali in qualche modo era coinvolto il Loreto, mentre vi è stato rinvio a giudizio per tutti quei reati dei quali lo stesso non era chiamato a rispondere;
che addirittura vi è stata sentenza di non luogo a procedere anche per taluni degli imputati, e quindi per taluni reati, quando questi in qualche modo potessero essere ricondotti al Loreto, o quando per fatti contestati ad altri imputati la responsabilità avrebbe potuto, in qualche modo, essere estesa anche al Loreto nonostante la pluralità delle fonti di prova acquisite in ordine a detti reati, tra cui anche le confessioni di taluni coimputati;
che tale circostanza è fortemente sintomatica del modus operandi del giudice Guarna;
che tale agire, seppur raffinato, non di rado e per forza di cose, mostra la corda in considerazione del fatto che, dovendo talvolta giustificare e difendere l’ingiustificabile e l’indifendibile, il Dott. Guarna è costretto ad avventurarsi in soluzioni e motivazioni logico-giuridiche quantomeno estrose e, come tali, assai discutibili;
che tale è il caso delle numerose contestazioni di falso in atto pubblico ideologico e materiale contestate al Loreto, ove il primo rilievo ascrivibile al giudice Guarna è la formula assolutoria con la quale scagiona il Loreto dalle accuse di falso e cioè con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, ossia con una formula inapplicabile e non prevista per definire l’esito dell’udienza preliminare, quantomeno a mente dell’attuale art. 425 del codice di procedura penale;
che tale formula è evidentemente, ontologicamente e giuridicamente inapplicabile ad una contestazione di falso materiale, perché significherebbe affermare (come del resto il Giudice Guarna ha fatto) che il reato di falso effettivamente è stato commesso sotto il profilo oggettivo, e tuttavia, e venendo al caso concreto, pur essendo stata contraffatta ed alterata dalle delibere di Giunta Comunale, l’attività di falsificazione sarebbe stata commessa senza coscienza e volontà alcuna, e quindi senza dolo;
che quindi, il giudice Guarna ha ritenuto che un’attività di confezionamento ex post di una delibera falsa ideologicamente e materialmente non si potesse configurare come reato, in quanto carente sotto il profilo psicologico, perché attività compiuta ma non voluta dall’imputato;
che questa inedita creatura giuridica partorita dalla mente del Dott. Guarna, ossia il falso involontario, rappresenta un’aberrazione giuridica, e sovverte un più che risalente insegnamento giurisprudenziale che ha sempre configurato il reato di falso come reato formale;
che del pari rappresenta un’aberrazione giuridica ritenere questa attività di falsificazione ed alterazione alla stregua di un falso innocuo o grossolano, così come pure ritenuto dal giudice;
che lo stesso, essendosi senz’altro reso conto dell’evidente inattendibilità giuridica di una falsificazione non voluta, avrà ben compreso come l’unica scappatoia per rendere digeribile questa forzatissima tesi (forzatura resa vieppiù manifesta dal fatto di essere in fase di udienza preliminare dove, solitamente, non ci si attarda su queste disquisizioni e sottilizzazioni) era quella del ricorso alla tesi del falso innocuo o grossolano;
che tuttavia, nella sua stentata ed accademica motivazione, tesa ad ammantare di innocuità e grossolanità un’attività di falsificazione, al contrario assolutamente rilevante, il giudice Guarna non offre le uniche motivazioni che avrebbe dovuto fornire, ossia, perché la falsificazione di una delibera di Giunta Comunale dovrebbe essere grossolana, e soprattutto per quali fini, seppur grossolanamente, sarebbe stata falsificata. Né ha fornito una versione antagonista e credibile rispetto a quella ipotizzata dal P.M. nella sua prospettazione accusatoria, tale da giustificare una sentenza di non luogo a procedere;che si commenta da sé il fatto che in motivazione il giudice cerchi sempre il pelo nell’uovo arrivando sino al punto di ritenere come falsi innocui o grossolani delibere di giunta municipale al contrario inficiate da palese falsità ideologica e materiale;
che del pari, si commenta da sé il fatto che il giudicante non neghi che i fatti contestati siano stati effettivamente commessi, ma che tuttavia gli stessi non costituirebbero reato perché difetterebbero dell’elemento psicologico, senza dare conto alcuno, peraltro, di quali sarebbero gli elementi che escludono la sussistenza dell’elemento psicologico (tra l’altro, il principio sarebbe stato applicato anche ad una ipotesi di concussione sessuale contestata proprio al Bellino);
che pertanto, il giudice Guarna ha emesso una sentenza di non luogo a procedere pur dovendo ammettere la corrispondenza al vero delle numerose fonti probatorie acquisite dalla Procura della Repubblica;
che indubbiamente, alla luce del contenuto delle audiocassette, ben altro significato assume un ulteriore elemento: l’udienza preliminare è ruotata pressoché esclusivamente, ed assorbendo un cospicuo numero di udienze, intorno alle dichiarazioni spontanee dell’imputato Loreto;
che tali dichiarazioni solo raramente si sono attenute ai fatti di causa ed alle accuse oggetto dei capi d’imputazione, spaziando, al contrario, sugli argomenti di natura più varia;che ancora più forte si è manifestato questo aspetto in un altro procedimento penale, il n.12310/00 r.g.n.r.;
che anche questo processo, che vede tra i suoi imputati il Loreto ed altri imputati coinvolti nel precitato processo n.2827/00 r.g.n.r., è stato caratterizzato da un’udienza preliminare di inimmaginabile lunghezza non ancora conclusa, sempre presieduta dal medesimo GUP, dott. Guarna;
che la prima udienza è stata celebrata l’ormai lontano 25/6/2002, e ne sono susseguite un numero impressionante e che probabilmente non ha né precedenti, né paragoni;
che anche in tale circostanza tutta l’udienza è stata monopolizzata dalle dichiarazioni spontanee del Loreto, e caratterizzata dall’irrituale “deposito” nel corso delle udienze di una massa enorme di carte della più svariata natura;che l’utilizzo del termine “carte” in luogo di altri, che solo apparentemente potrebbero apparire come maggiormente pertinenti, non è casuale, in quanto lo stesso termine “documento” ha ben altro significato sotto il profilo processuale e probatorio, ciò tanto più ove si consideri che le “carte” sono state depositate nel corso di dichiarazioni spontanee, rese peraltro nel corso dell’udienza preliminare, e senza possibilità di contraddittorio in merito alla pertinenza delle stesse ai fatti di causa, e di interlocuzione alcuna circa la loro rilevanza ai fini della decisione;
che oltre alle svariate altre originalità, anche questo rappresenta senza ombra di dubbio un ulteriore unicum;
che le dichiarazioni spontanee rese nel corso dell’udienza preliminare del processo n. 12310/00 r.g.n.r., al di là della comune torrenzialità con quelle rese nel processo n. 2827/00 r.g.n.r., e della comune inconferenza con le imputazioni ascritte, si caratterizzano per un elemento ulteriore;
che, oltre allo scopo manifesto di perdere il maggior tempo possibile, le dichiarazioni rese nel precitato processo, tramite la delegittimazione progressivamente sempre più arrogante di quanti hanno reso dichiarazioni gravemente accusatorie a carico del Loreto, hanno tradito la loro intenzione di svilire le indagini compiute, i risultati delle stesse, i pubblici ministeri che le hanno condotte;
che Loreto si è spinto sino al punto di rendere nel corso dell’udienza dichiarazioni velenosamente allusive e, successivamente, apertamente calunniose e lesive dell’onorabilità e dell’operato dei magistrati e dei loro collaboratori;
che non è di poco momento rammentare come il Loreto abbia apertamente parlato di indagini manipolate, di un “castello calunnioso dell’accusa”, di trascrizioni falsificate, di un interrogatorio mai verbalizzato perché non avrebbe consentito di formulare determinate accuse, con questo accusando chi lo ha indagato di gravi abusi ed irregolarità;
che al riguardo uno dei magistrati che ha condotto l’inchiesta, stanco di queste gravi, non meno che gratuite, illazioni, ben consapevole della cristallinità e regolarità del proprio operato, ha richiesto la trasmissione di tutto il fascicolo relativo al processo n. 12310/00 r.g.n.r. al Tribunale di Potenza, chiedendo, altresì, di essere indagato in prima persona in merito alla regolarità del proprio operato,l’interrogante chiede di sapere quali urgenti iniziative il Ministro della giustizia intenda adottare per verificare la correttezza sotto il profilo disciplinare delle condotte del giudice dell’udienza preliminare di Taranto, dott. Guarna, e la sua compatibilità ambientale.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=286581&IDCategoria=1
http://www.grnet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=646&Itemid=0
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=141679

MANDURIA
In Manduria (TA) è stato permesso ad alcuni reparti ospedalieri, pur regolarmente operanti, di obbligare i malati dei paesi del comprensorio, che non pagavano la visita privata al primario, a farsi curare per patologie urgenti presso nosocomi lontani, prospettandogli le fissazioni delle visite dopo mesi dalla richiesta.
Nella stessa città è legale che l’Ufficio Protocollo rilasci una ricevuta degli atti consegnati, mancante di nome e firma del ricevente e del numero di ruolo, come è legale che a vincere il concorso di Comandante dei Vigili Urbani, sia stato, in palese conflitto di interesse, in qualità di dirigente dell’Ufficio del Personale e Comandante pro tempore, colui il quale ha indetto e regolato lo stesso concorso, ricoprendo le stesse funzioni in attesa della sua nomina, i cui commissari d’esame erano persone con cui già collaborava, quale il Vice Questore, un suo collega Vigile Urbano, Comandante di Brindisi, e il Commissario Prefettizio, in quel periodo Sindaco pro tempore di Manduria.
In Manduria si è permesso, specie nella sua marina, la costruzione abusiva delle case e lo scarico dei liquami in fosse a perdere delle civili abitazioni, abusive, insalubri e inabitabili, in questo modo inquinando le falde acquifere e il mare prospicente. La mancanza di infrastrutture come strade, parcheggi, illuminazione pubblica, acqua potabile e fogne, oltre ad imbruttire ed ad inquinare, ha inibito ogni sviluppo economico della costa.
Per tutti questi fatti non si è aperto alcun procedimento d’ufficio da parte delle Autorità locali, né hanno avuto seguito le denunce penali presentate, le cui indagini erano delegate alle stesse Autorità.
In Manduria (TA) è stato permesso ad alcuni reparti ospedalieri, pur regolarmente operanti, di obbligare i malati dei paesi del comprensorio, che non pagavano la visita privata al primario, a farsi curare per patologie urgenti presso nosocomi lontani, prospettandogli le fissazioni delle visite dopo mesi dalla richiesta.
Nella stessa città è legale che l’Ufficio Protocollo rilasci una ricevuta degli atti consegnati, mancante di nome e firma del ricevente e del numero di ruolo, come è legale che a vincere il concorso di Comandante dei Vigili Urbani, sia stato, in palese conflitto di interesse, in qualità di dirigente dell’Ufficio del Personale e Comandante pro tempore, colui il quale ha indetto e regolato lo stesso concorso, ricoprendo le stesse funzioni in attesa della sua nomina, i cui commissari d’esame erano persone con cui già collaborava, quale il Vice Questore, un suo collega Vigile Urbano, Comandante di Brindisi, e il Commissario Prefettizio, in quel periodo Sindaco pro tempore di Manduria.
In Manduria si è permesso, specie nella sua marina, la costruzione abusiva delle case e lo scarico dei liquami in fosse a perdere delle civili abitazioni, abusive, insalubri e inabitabili, in questo modo inquinando le falde acquifere e il mare prospicente. La mancanza di infrastrutture come strade, parcheggi, illuminazione pubblica, acqua potabile e fogne, oltre ad imbruttire ed ad inquinare, ha inibito ogni sviluppo economico della costa.
In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro.
Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.
Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento.
In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.
Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.
In data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi).
“Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.
Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici.
E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.
Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.
Spero che questa denuncia pubblica sia approfondita, nell’interesse della collettività, delle associazioni antimafia indipendenti e della vera lotta alla mafia e cessi l’ostracismo a danno dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
Per tutti questi fatti non si è aperto alcun procedimento d’ufficio da parte delle Autorità locali, né hanno avuto seguito le denunce penali presentate, le cui indagini erano delegate alle stesse Autorità.
Da
tutti se l’aspettava di vedersi occupato il posto riservato ai disabili come
lei. Ma non dai vigili urbani. «Invece sono proprio loro, ogni mattina, che
parcheggiano con l’auto di servizio nel rettangolo con le strisce gialle e il
contrassegno dei portatori di handicap». La denuncia è di Gabriella Lazzaris,
una quarantaduenne dipendente del comune di Manduria costretta da cinque anni a
vivere in carrozzella per gli esiti di un incidente stradale. L’impiegata che
ogni giorno deve superare le solite barriere architettoniche per recarsi sul
proprio posto di lavoro, ha sopportato sino a ieri l’ennesima offesa alla sua
disabilità. Ad occupargli l’unico posto auto che la sede comunale riserva a
quelli nelle sue condizioni, non è il solito «furbetto» che utilizza il
tagliando arancione di un parente per non pagare la sosta nelle strisce blu.
Questa volta ad infrangere le regole, sostando in una zona di divieto, è
addirittura il furgone della polizia municipale.
Documento fotografico alla mano, la signora non si lascia intimorire e denuncia pubblicamente l’abuso. «Mi chiedo - dice - se i vigili hanno il dovere di multare chi parcheggia in sosta vietata, allora a chi tocca elevare la multa quando sono loro a commettere la violazione?». Una domanda sacrosanta che dovrebbe trovare risposta in chi dirige il corpo di polizia della città di Manduria che di spazi riservati ai propri automezzi ne ha a sufficienza. «Basta spostarsi dall’altra parte del municipio, ma loro non vogliono fare due passi a piedi così costringono me a sforzi che nemmeno si immaginano», insiste la signora in carrozzina che se la prende soprattutto perché quel posto se l’è sudato eccome. «Dopo cinque anni di estenuanti richieste - racconta Gabriella -, finalmente tre settimane fa sono riuscita a far tracciare le strisce gialle con lo stemma della sedia a rotelle nel parcheggio interno dove lavoro. Il minimo che potevano fare - dice -, due strisce per uno spazio stretto che non è nemmeno a norma; ed ora, cosa scopro? - insiste la signora - che sono proprio loro ad appropriarsene. Ma dov’è la logica, dove la giustizia?».
La combattiva dipendente dell’ufficio cultura del comune di Manduria che vive separata dal marito con due figlie ancora minorenni, si è già fatta promotrice di una proposta provocatoria, non accolta da nessuno, rivolta a tutti i suoi colleghi. «Ho chiesto loro di trascorrere un’intera giornata lavorativa stando su una carrozzella come la mia: un solo giorno e capirebbero una piccolissima parte di quello che si può provare lavorando in queste condizioni». Perché la mancanza del posto auto è solo uno degli impedimenti architettonici che la disturbano. Il tragitto che deve percorrere per entrare nel suo ufficio non è adatto a chi si sposta su ruote perchè il pavimento è lastricato con chianche sconnesse di pietra usurata dal tempo; la porta della sua stanza è di quelle normali che si chiudono e aprono dall’interno per cui ogni volta ci deve essere un collega ad alzare il saliscendi e spalancare completamente l’uscio. Ma il colmo sono i servizi igienici: assenti. «Praticamente non ho un bagno perché quello chimico che hanno messo fuori esposto al pubblico, non è praticabile per una in carrozzella per cui qualcuno ha avuto il pudore di mettere il cartello con la scritta "guasto"». E quando capita di averne bisogno? «Devo trovare la disponibilità di un collega che mi accompagni a casa altrimenti vi lascio immaginare».
|
|
|
|
MANDURIA, PRIMO IN ASSENTEISMO
In Puglia la lotta all'assenteismo nella pubblica amministrazione procede, anche se a velocità ridotta rispetto al resto del Paese.
Maglia più nera regionale spetta invece al comune di Manduria, che ha visto aumentare il numero di assenze del 52,9%. In questo caso non si tratta di aviaria o peste suina, ma una peculiarità manduriana.
Maxi-truffa ai danni del servizio sanitario nazionale scoperta a Manduria dalla guardia di finanza.
La guardia di finanza di Manduria ha scoperto una truffa ai danni del servizio sanitario nazionale. In particolare le fiamme gialle hanno accertato che trenta medici continuavano a percepire indebitamente indennità relative ad oltre 150 persone risultate decedute da diversi anni. I professionisti, con altre quattro persone, sono stati denunciati all'autorità giudiziaria.
In un caso, hanno accertato le fiamme gialle, il medico di famiglia aveva percepito rimborsi per vent'anni dalla morte di due suoi assistiti. Gli stessi finanzieri hanno inoltre individuato un medico ospedaliero che si faceva pagare le visite quando era in servizio senza rilasciare la ricevuta. I quattro non medici indagati che rispondono di favoreggiamento, sono i responsabili dell'Ufficio Asl che avrebbe dovuto verificare l'aggiornamento degli elenchi degli assistiti.
L’EX SINDACO FRANCESCO SAVERIO MASSARO CONDANNATO SENZA PROCESSO SU DENUNCIA DEI VIGILI URBANI........
«Faceva utilizzare agli appartenenti alla polizia municipale i servizi igienici i cui locali presentavano vistose macchie dovute alla perdita della rete fognante», «ometteva di fare installare la segnaletica indicante le uscite di sicurezza», «faceva utilizzare il corridoio come spogliatoio», «ometteva di designare il medico competente». L’ex primo cittadino è stato già condannato dal giudice delle indagini preliminari che ha accolto la richiesta del pubblico ministero Remo Epifani il quale lo aveva indagato per più di un anno. Dal 2007, per la precisione, periodo in cui si sarebbero svolti i fatti per i quali è finito sotto processo dopo un esposto trasmesso in procura. Massaro che ha sempre sostenuto la non competenza riguardo alle inadempienze lamentate dal corpo di polizia municipale, aveva presentato opposizione al decreto di condanna decidendo così per il giudizio ordinario. I fatti per i quali l’allora sindaco è stato indagato e successivamente condannato, si riferiscono ad episodi avvenuti nel 2007. In quell’anno i rappresentanti sindacali del corpo di polizia urbana produssero un documento in cui si denunciava lo stato di precarietà igienica e ambientale dei locali dove ha sede il comando del Corpo situati in un’ala al piano terra del municipio. In quel documento che evidentemente finì per interessare il sostituto procuratore Epifani, si parlava di pareti trasudanti urina ed altro materiale nauseabondo che fuoriusciva per la perdita di qualche conduttura dell’impianto fognario. Oltre a questo i vigili urbani lamentarono la mancanza di finestre nei bagni e nei locali adibiti a spogliatoi. Le indagini degli inquirenti, poi, hanno fatto emergere altre mancanze attribuite tutte al sindaco in qualità di responsabile dell’igiene pubblica e quindi dei dipendenti pubblici del proprio municipio. Gli investigatori, ad esempio, si accorsero in quell’occasione che la segnaletica di sicurezza era assente e che nessuno mai aveva provveduto a nominare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione ed altre misure comprese nella tanto raccomandata legge 626 sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Tutti reati (quattro in tutto) per i quali l’ex sindaco è stato già giudicato colpevole.
L’EX SINDACO GREGORIO PECORARO CONDANNATO DEFINITIVAMENTE
Cass. Sez. III n. 12944 del 12 aprile 2006. Pres. Postiglione Est. Teresi
Ric. Pecoraro. Rifiuti. Alghe marine
Le alghe marine rientrano nel novero dei rifiuti in quanto "rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle spiagge marittime"
Svolgimento del processo e motivi della decisione
Con sentenza in data 19 luglio 2005 il Tribunale di Taranto in Manduria condannava Pecoraro Gregorio alla pena e dell'ammenda per avere, quale sindaco del Comune di Manduria, effettuato uno stoccaggio di rifiuti non pericolosi [alghe marine] in assenza di autorizzazione.
Rilevava il Tribunale che sopra un'area sita in località Marina di Manduria erano state depositate alghe marine [in parte essiccate e in parte scaricate di recente] che occupavano circa 10.000 metri quadrati per un'altezza di un metro e mezzo.
Il deposito era stato effettuato dalla s.r.l. Igeco, senza alcuna autorizzazione, in forza di contratto d'appalto stipulate col Comune di Manduria per la pulizia del litorale e per il deposito dei rifiuti sull'area comunale di contrada Marina con la dichiarata finalità di rifertilizzazione dei terreni.
Le alghe costituivano rifiuti urbani non pericolosi ai sensi dell'art. 7, comma 2, lettera d, del d. lgs. n. 22/1997 ed erano state oggetto di smaltimento non autorizzato, non potendosi ravvisare deposito temporaneo ex art. 6 lettera m del citato decreto perché ammassate in luogo diverso da quello di produzione.
Proponeva ricorso per cassazione l'imputato denunciando violazione ed erronea applicazione di norme giuridiche; mancanza e manifesta illogicità della motivazione in ordine:
- alla qualificazione delle alghe marine come rifiuti, trattandosi di prodotto naturale e non di frutto di attività umana;
- all'omesso riconoscimento dell’esclusione delle sostanze dal novero dei rifiuti perché riutilizzabili nelle normali pratiche agricole ai sensi dell'art. 8 del citato decreto;
- al disconoscimento della segnalata ipotesi di deposito temporaneo;
- all’affermazione di responsabilità perché nella delibera n. 190 del 13 giugno 2001, [con cui era stata affidata alla società Igieco la pulizia e la manutenzione del litorale con la messa a disposizione dei terreni comunali della marina di Manduria], cui il sindaco aveva partecipato, non si era fatto cenno alle alghe, né era stato menzionato alcun particolare regime di raccolta, stoccaggio e smaltimento che prevedesse il deposito sui terreni comunali. Il sindaco era estraneo a tali operazioni sia perché in una precedente delibera era stato espressamente previsto il conferimento delle alghe sulla proprietà comunale, sia perché era stato il dirigente dell’ufficio tecnico comunale ad autorizzare l’Igieco a scaricare le alghe in contrada Marina con la comunicazione 30 maggio 2001, ignota al sindaco, il quale non poteva essere considerato il costante referente per l’attività di raccolta e deposito delle alghe tanto più che egli era rimasto in carica per soli 5 giorni dall'adozione della delibera.
Chiedeva l’annullamento della sentenza.
Con motivi nuovi depositati il 6 marzo 2006 il ricorrente deduceva che la data del reato andava anticipata all’8 giugno 2001, giorno della cessazione dalla carica di sindaco, sicché il reato era prescritto.
Il primo motivo, col quale si sostiene che le alghe marine non sarebbero qualificabili come rifiuti, é infondato poiché le stesse rientrano nella previsione normativa ex art. 7, comma 2, lettera d, del d. lgs. n. 22/1997 che comprende i rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle spiagge marittime.
Anche il secondo motivo non é puntuale perché censura in punto di fatto la decisione fondata, invece, su congrue argomentazioni esenti da vizi logico-giuridici, dato che sono stati menzionati gli elementi probatori emersi a carico dell'imputato ed é stata confutata ogni obiezione difensiva, con logica motivazione che non può essere censurata.
La sentenza, infatti, ha correttamente ritenuto che in una vasta area di proprietà comunale veniva effettuata attività di deposito di alghe che solo in parte venivano messe in riserva ai fini di un eventuale e successivo utilizzo quali sostanze concimanti e che, quindi, erano state compiute operazioni di deposito preliminare prima di quello definitivo in discarica o presso altri luoghi autorizzati ed esattamente non ha ravvisato l’istituzione di un deposito temporaneo (art. 6 lett. m decreto citato).
Le modalità di conservazione denotano, infatti, che l’area dell'accumulo è stata trasformata di fatto in deposito degli stessi, mediante una condotta ripetuta, consistente nell'abbandono - per un tempo considerevole e comunque non determinato - di una notevole quantità, che occupava uno spazio cospicuo.
La provvisorietà e lo stoccaggio in attesa di un trasferimento, da attuare in tempi prevedibilmente lunghi, non escludono la sussistenza dell’illecito.
Anche il terzo motivo è infondato.
Nel concetto di attività di gestione di rifiuti sono comprese tutte le fasi dell'impiego degli stessi consistenti in: operazioni preliminari (conferimento, spazzamento, cernita, raccolta e trasporto); operazioni di trattamento (trasformazione, recupero, riciclo, innocuizzazione) ed operazioni di deposito (temporaneo e permanente nel suolo o sottosuolo).
Qualsiasi attività volta all'eliminazione dei rifiuti, comprendente tutte le fasi che vanno dalla raccolta alla discarica, sono soggette all'autorizzazione regionale, sicché per il loro smaltimento degli stessi e indispensabile ottenere la prescritta autorizzazione.
Premesso che “il deposito temporaneo di rifiuti ai sensi dell'art. 6, punto m), del d. lgs. 5 febbraio 1997 n. 22 è legittimo soltanto ove sussistano alcune precise condizioni temporanee quantitative e qualitative; in assenza di tali condizioni, il deposito di rifiuti nel luogo in cui sono stati prodotti è equiparabile giuridicamente all’attività dl gestione di rifiuti non autorizzata. prevista come reato dall'art. 51 del d. lgs. 22/1997” (Cass. Sez. III n. 7140, 21 marzo 2000, Eterno, RV 216977) ed inoltre che costituisce attività di stoccaggio quella consistente in operazioni di deposito preliminare di rifiuti, nonché di recupero degli stessi, consistente nella messa in riserva di materiali, e non già un mero "deposito temporaneo", ossia un raggruppamento di rifiuti, prima della loro raccolta, nel luogo di produzione, per il quale è necessario che le successive operazioni di raccolta, recupero o smaltimento avvengano non oltre il successive trimestre, ovvero il materiale raccolto non superi i venti metri cubi, va rilevato che correttamente il deposito in luogo diverso dalla produzione non integra il concetto normativo di deposito temporaneo di rifiuti.
Incensurabile, infine, è l’affermazione di responsabilità perché, rilevato che l’asserzione dell'indagato sulle dimissioni dalla carica e sulla loro decorrenza non è assistita da dati di riscontro, il conferimento, con delibera della Giunta comunale n. 190 del 13 giugno 2001, alla società Igieco dell'incarico di pulizia delle spiagge, con la messa a disposizione dei terreni comunali della marina di Manduria [cfr. verbale di concordamento 12 giugno 2001 allegato alla delibera], costituisce espressa ed ampia autorizzazione al compimento di attività di smaltimento di rifiuti in un sito di proprietà comunale, sicché è irrilevante che non vi sia esplicita menzione delle alghe marine e che in altra precedente delibera tale rifiuto fosse stato indicato.
Il rigetto del ricorso comporta condanna al pagamento delle spese del procedimento.
MALAGIUSTIZIA PRESSO IL TRIBUNALE DI MANDURIA
![]() |
![]() |
Atto n. 4-04363 Pubblicato il 10 aprile 2003 Seduta n. 381
CURTO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso:
che allo scrivente è pervenuta copia di un esposto inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente del Consiglio Nazionale Forense, al Procuratore Generale della Repubblica c/o la Corte d’Appello di Taranto, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Potenza, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Taranto e al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto;
che tale esposto, penale ed amministrativo, sembra sia l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di denuncie ed esposti tendenti a smantellare illegalità di vario tipo che colpiscono i cittadini più deboli e più poveri ad opera di chi rappresenta la giustizia nel nostro Paese, in particolare giudici ed avvocati;
che, per la delicatezza della questione, e a causa della mancanza di un qualsiasi riscontro a questo esposto e ad altri precedenti atti congeneri, ritengo opportuno riportare di seguito il testo del citato esposto:
“Oggetto: omissioni d’atti d’ufficio ed abusi d’ufficio presso gli Uffici Giudiziari di Taranto.
In campo penale si viola il diritto di difesa della persona offesa dal reato;
Al Registro Generale non si ritrovano iscritte notizie di reato, di cui si è presentata regolare denuncia o querela o esposti firmati, ex art.335, c.p.p. ed ex art. 110 bis att. c.p.p., né si forniscono notizie circa le notizie di reato iscritte.
Non si comunica, quando richiesto, ex artt. 406, 408 c.p.p., la proroga delle indagini e la richiesta di archiviazione al GIP, impedendo l’opposizione alla stessa.
Non si svolgono indagini, ex art. 50 c.p.p., nei confronti di persone influenti, e Pubblici Ufficiali che li coprono, per notizie di reato di abusivismo edilizio e violazione di norme ambientali, di sfruttamento del lavoro giovanile e nero ed emissione di buste paghe false, di concorsi truccati per diventare avvocato e di evasione fiscale e contributiva sui praticanti avvocati, di aggressioni ad avvocati per impedirgli la presenza in udienza, di abbandono di incapaci, di riciclaggio di assegni nominativi rubati, di emissione di deleghe false, di truffe Enel, ecc…
Si eseguono sequestri innominati, senza notifica di copia all’interessato. Al soggetto interessato, quando è ritenuto incapace, non si nomina un tutore, impedendo la nomina di un difensore di fiducia, né si nomina un difensore d’ufficio, affinché il soggetto possa opporre richiesta di riesame, ex artt. 257, 322 c.p.p., ed esercitare tutti gli altri diritti processuali, ovvero, se abbandonato fin anche dalle istituzioni, possa esercitare ogni facoltà a favore dello stesso, siano di cura, assistenza, mantenimento, ecc…
In campo penale si viola il diritto di difesa della persona sottoposta ad indagine;
Si chiedono sommarie informazioni alla persona nei cui confronti si svolgono indagini, senza che questa sappia di essere indagata e di conseguenza senza la presenza necessaria del difensore, ex artt. 350, 369, 369 bis c.p.p.
Ex artt.358, 362 c.p.p. non si svolgono accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato, né si assumono informazioni utili alle indagini, omettendo l’interrogatorio dello stesso.
Non si procede nei confronti di soggetti rei dello stesso reato.
Si ritrova il fascicolo degli atti d’indagine compiuti dal P.M. e delle dichiarazioni rese dagli indagati, coperti dal segreto d’ufficio, ex art. 329 c.p.p., alla pubblica conoscenza degli indagati e degli estranei in procedimento civile di interdizione. Procedimento civile d’interdizione che dura anni e senza la presenza dell’interdicenda. Quando questa è presente, la si sente alla presenza di decine di persone divertite.
Si obbliga la persona sottoposta ad indagine ad essere il difensore di fiducia e tutore convenzionale del soggetto offeso dallo stesso reato, in quanto non si nomina un difensore d’ufficio, né un tutore, affinché la presunta incapace possa esercitare i suoi diritti processuali e l’indagato non possa reiterare le azioni ritenute lesive.
Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si comunica il limite di ammissione di € 5.815,30 (lire 11.260.000) quale reddito del nucleo familiare, anziché € 9.296,22 (lire 18 milioni),ex art. 3, L. 134/01, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.
Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si ignora ogni istanza di concessione del gratuito patrocinio, presentata ex art. 2 L. 217/90, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.
In campo civile si violano i diritti di difesa delle parti private;
Le vendite dei pignoramenti di beni mobili non si eseguono per mancanza di organi preposti alla vendita, (Istituto Vendite Giudiziarie, Commissionari), ovvero, quando ci sono, si eseguono al di sotto del 10% del valore pignorato, obbligando l’abbandono del procedimento di esecuzione per antieconomicità, perdendo il conto capitale e le spese di giudizio.
Si omette di sollevare il problema dei tempi biblici dei procedimenti civili ordinari e speciali, con meri rinvii delle udienze effettuati per decenni con la complicità dei Giudici.
Con la presente si chiede alle autorità interpellate di intervenire, adottando i provvedimenti necessari, con preghiera di riscontro al sottoscritto, pronto a dare prova per quanto su esposto. In caso contrario si chiede di procedere obbligatoriamente nei confronti del sottoscritto, attivando procedimento penale di calunnia, se bugiardo, ovvero procedimento civile d’interdizione, se pazzo.”
L’interrogante chiede di conoscere:
se si ritenga opportuno verificare quanto riportato dall’esposto in questione;
se si intenda, e in quale modo, procedere qualora gli argomenti, o alcuni di essi, rispondessero a verità.
http://www.lexambiente.com/modules.php?name=News&file=print&sid=2183
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=65988

MARTINA FRANCA
"TOGHE SPORCHE SULLO JONIO".
Taranto, ex procuratore e capo dei gip indagati per corruzione.
Se si trattava degli amici, la giustizia a Taranto poteva diventare strabica. E all´occorrenza anche cieca. Da questa accusa ora dovranno difendersi due alti magistrati, sospettati di aver pilotato alcuni procedimenti, approfittando del loro ruolo. Si trascina dietro una carica dirompente l´indagine condotta dai giudici di Potenza sul conto di toghe sino a poco tempo fa adagiate su poltrone strategiche del palazzo di giustizia ionico.
I pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito hanno messo sotto inchiesta l´ex procuratore capo di Taranto Aldo Petrucci e l´ex coordinatore dell´ufficio gip-gup Giuseppe Tommasino. Nello scottante caso è coinvolto anche l´avvocato Leonardo Conserva, ex sindaco di Martina Franca. Gravi le imputazioni contenute nelle informazioni di garanzia, con le quali gli inquirenti hanno concluso la loro attività. I pm lavorano sull´ipotesi di concorso in corruzione in atti giudiziari ma Petrucci, ora procuratore minorile a Lecce, deve difendersi anche dall´accusa di peculato per le tante telefonate private fatte dagli apparecchi di servizio. Su Tommasino, inoltre, aleggia la contestazione di rivelazione di segreto d'ufficio.
L´inchiesta ruota proprio sul rapporto stabilito tra le due toghe, piazzate a Taranto a presidio di snodi obbligati delle inchieste. Da quelle postazioni, sostengono i pm lucani, Petrucci e Tommasino si sarebbero scambiati favori a ripetizione sviando l´attività giudiziaria. Tutto ha preso il via da una segnalazione alla procura di Potenza, competente ad indagare sui magistrati ionici. L´attività delegata ai carabinieri ha rivelato più di una sorpresa, saltate fuori da diverse testimonianze e acquisizioni documentali. Così si sono fatti largo i sospetti su quel binomio in grado di gestire il destino dei fascicoli, spedendo in archivio quelli "sgraditi". Tra i presunti beneficiari l´ex primo cittadino di Martina, Leonardo Conserva. Il procuratore Petrucci, a parere dei pm potentini, si sarebbe assegnato un procedimento sul conto del sindaco. Le indagini sarebbero state condotte in maniera poco approfondita spianando la strada all´archiviazione, firmata puntualmente dal gip Tommasino. Ma tra sindaco e procuratore sarebbe nata una vera amicizia, tradotta dai pm nell´accusa di corruzione, in virtù delle consulenze comunali, per un valore di 283.000 euro, dirottate da Conserva verso lo studio legale in cui lavora la figlia del magistrato.
Quello che riguarda il sindaco di Martina, però, è solo uno dei capitoli del rimpallo di favori che si sostiene si sia sviluppato tra il terzo piano del Tribunale, dove c´è l´ufficio del procuratore, e il pianterreno dove si trova quello del capo dei gip. Lo stesso Tommasino, oggi in aspettativa perché componente della commissione per il concorso di notaio, sarebbe stato graziato da Petrucci. Era finito nei guai nel 2004 dopo una clamorosa indiscrezione. Un imprenditore, coinvolto nello scandalo sanitopoli, aveva saputo in anticipo del suo imminente arresto per una storia di forniture pagate a peso d´oro. Quella fuga di notizie aveva mandato su tutte le furie il pm titolare dell´inchiesta, che aveva preteso un´indagine interna. Seguendo le tracce nel sistema informatico del Tribunale si era risaliti al desk dal quale era stato violato il registro generale. Era la scrivania di un cancelliere che non aveva esitato a puntare il dito contro Tommasino.
A quel punto sarebbe intervenuto il procuratore capo che, dopo essersi assegnato l´indagine, aveva iscritto sul registro degli indagati solo il cancelliere, poi scagionato, insabbiando la posizione dell´amico gip. A distanza di anni, però, ci ha pensato la procura di Potenza a risistemare i pezzi del puzzle incriminando l´ex capo dei gip. Dopo quella ciambella di salvataggio, Tommasino avrebbe ricambiato il favore. Nel giugno del 2006 sul suo tavolo arrivò la richiesta di rinvio a giudizio per una banda accusata di rapine. Anche in questo caso sarebbe scattata l´intesa. Dal procedimento venne estromesso, con sentenza di non luogo a procedere poi annullata in Cassazione, un giovane tarantino. Quell´uomo era il marito di una conoscente del procuratore e per questo a Tommasino avrebbe chiuso un occhio. Ora i due magistrati hanno a disposizione venti giorni per farsi interrogare, nel tentativo di allontanare l´accusa di aver degradato la giustizia ad un affare tra amici.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=229407&IDCategoria=1

Il sindaco di Maruggio, Alberto Chimienti è stato condannato in seguito a giudizio abbreviato per omissione e rifiuto d’atti d’ufficio. Il caso risale al 2003, periodo in cui Chimienti era già sindaco di Maruggio. Per il sindaco la condanna è stata di 4 mesi, pena sospesa, con risarcimento del danno in favore della parte civile.
Estratto dall’articolo pubblicato sul “Quotidiano di Taranto” del 24 Marzo 2010.


«Guerra» delle pompe funebri, 22 gli indagati.
Emerse anche responsabilità penali a carico di pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio dell’Asl
Ventidue informazioni di garanzia con contestuale avviso di chiusura delle indagini sono state notificate dai carabinieri a titolari di agenzie funebri e dipendenti dell’Azienda sanitaria locale di Taranto nell’ambito di un’inchiesta su illecita concorrenza, minacce, violenza, detenzione abusiva di armi, rivelazione di segreti di ufficio, furto, truffa aggravata ai danni dello Stato, peculato, corruzione e falso.
Dall’inchiesta, avviata due anni fa in seguito a numerosi incendi dolosi di autovetture e immobili rurali, è emerso che i titolari di varie agenzie funebri di Palagiano e Mottola non esitavano a ricorrere a intimidazioni e danneggiamenti per accaparrarsi le commissioni da parte dei parenti dei deceduti con minacce e violenze anche con l’utilizzo di armi da fuoco. Tali agenzie sfruttavano le informazioni di carattere riservato riferite loro da dipendenti dislocati presso la postazione del 118 dell’ospedale di Mottola per giungere per primi sui luoghi degli incidenti stradali mortali, nonchè presso le abitazioni, dove di volta in volta veniva richiesta l’assistenza sanitaria a malati gravi. Tutto ciò per aggiudicarsi in via esclusiva il contratto di fornitura di servizi funebri per le esequie dei deceduti. Inoltre le stesse agenzie venivano informate da alcuni dipendenti del medesimo presidio sanitario sulle precarie condizioni di salute dei degenti all’interno dell’ospedale sempre ottenere l’affidamento delle esequie.
Durante l’attività investigativa sono emerse anche responsabilità penali a carico di pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio dell’Asl di Taranto che avrebbero agevolato le agenzie funebri nell’espletamento della parte burocratica in cambio di soldi e si sarebbero appropriati di denaro spettante all’erario consegnato loro dalle imprese dei servizi funebri. Gli stessi pubblici ufficiali avrebbero falsificato atti relativi alle operazioni di apposizione dei sigilli sulle bare e, in concorso con alcuni dipendenti comunali in servizio al cimitero, marcato di volta in volta il badge segnatempo facendo risultare falsamente la loro presenza sul posto di lavoro.

Mazzette in strada, sospesi 5 poliziotti Sono stati i loro stessi colleghi a filmarli
Gli indagati appartengono alla sezione di Palagiano. Gli agenti chiedevano denaro e non facevano pagare le multe
Li hanno filmati proprio mentre si mettevano in tasca i soldi di automobilisti e camionisti per far finta di non vedere piccole e grandi violazioni al codice della strada lungo la tratta autostradale Taranto-Bari. E sono stati gli stessi colleghi della Polstrada a incastrare i cinque agenti della sezione di Palagiano, ora sospesi dal servizio su ordine del giudice per le indagini preliminari Giuseppe Di Sabato che ha alleggerito la richiesta degli arresti domiciliari fatta dal pubblico ministero Alessio Coccioli. Ha preferito far scattare la misura interdittiva, fino a un massimo di due mesi prorogabili, come pubblici ufficiali.
L’indagine ha preso il via l’anno scorso su un impulso partito dall’interno della Polstrada nel corso dei periodici autocontrolli utilizzati come antidoto alla corruzione. Affidata alla squadra mobile, ha messo sotto la lente d’ingrandimento il periodo da ottobre 2008 a gennaio 2009. Tre mesi durante i quali sono scattati vari campanelli d’allarme e sono state riscontrate numerose anomalie. In particolare risultavano applicazioni non conformi delle norme di fronte a evidenti casi di violazioni, ad opera in particolare di autisti di mezzi pesanti e di tir in transito sull’autostrada che collega Bari a Taranto. Le immagini filmate hanno contribuito a dare la conferma definitiva dei comportamenti sanzionati dalla magistratura registrando gli episodi di presunta concussione che stanno alla base dei provvedimenti interdittivi. La sospensione riguarda cinque agenti, dai 33 ai 48 anni, di Mottola, Talsano, Castellaneta, Palagianello e Crispiano. L’accusa è concussione.
L’indagine non è ancora conclusa e gli accertamenti vanno avanti per portare alla luce nuovi eventuali episodi di corruzione. Nel frattempo i cinque agenti sono stati esclusi dal servizio come misura precauzionale ma non è da scartare l’ipotesi che il lavoro degli investigatori possa coinvolgere altri uomini della polizia stradale. Gli anticorpi, in ogni caso, la Polstrada li produce in casa propria come l’indagine ha dimostrato questa volta ma anche in altri precedenti occasioni in cui fu portato allo scoperto il malcostume di alcuni agenti sempre pizzicati mentre si dimostravano indulgenti davanti alle violazioni degli automobilisti e dei camionisti. L’attività di controllo interno consente alla Polstrada di tenere costantemente alta l’attenzione verso fenomeni distorsivi dei comportamenti dei poliziotti.



TORRICELLA
L’on. Franzoso è stato assolto, ma la notizia non fa notizia.
Come molti ricorderanno, l'on. Franzoso, tarantino,all'epoca non ancora deputato ma assessore regionale ai trasporti della Giunta Fitto, a dicembre del 2004 fu arrestato come un malfattore, rinchiuso in cella per una settimana, accusato di voto di scambio che avrebbe ottenuto attraverso la concessione di non precisati favori a una cosca mafiosa. Il 25 settembre 2007, il Tribunale di Taranto lo ha assolto dalla infamante accusa ma la stampa riserva alla notizia poco spazio e pochissimo risalto. In proposito ecco il testo della lettera che i deputati pugliesi di Forza Italia hanno inviato alla Stampa. Per parte nostra non possiamo non testimoniare all'on. Franzoso la più viva solidarietà, insieme alla gioia per l'affermazione della verità e della sua innocenza.
LETTERA APERTA ALLA STAMPA DEI DEPUTATI PUGLIESI DI FORZA ITALIA.
La felicità per aver visto confermata la nostra assoluta certezza che il collega Pietro Franzoso fosse del tutto estraneo ai fatti che nel 2004 portarono al suo arresto mentre era assessore regionale, con accuse gravi e infamanti, viene oggi turbata da più di una vena di amarezza.
Leggendo i giornali nazionali, gli stessi che nel 2004 dedicarono ampio spazio all’arresto dell’On. Franzoso, non si trova traccia alcuna della notizia della sua assoluzione “perchè il fatto non sussiste"; leggendo quelli regionali su alcuni si trova un trafiletto con la notizia oltre la pagina 10 e su altri non si trova nulla se non nelle edizioni cittadine di Taranto.
Atteggiamento ben diverso rispetto al clamore dato quando il 16 dicembre 2004, l’allora assessore Franzoso fu prelevato al suo arrivo in aereo a Brindisi e fu portato in carcere dove trascorse una settimana. Allora i giornali nazionali pubblicarono servizi densi di particolari sulla presunta collusione di Franzoso con la mafia tarantina, quelli regionali dedicarono le prime pagine.
Non è al rispetto della legge sulla stampa che sentiamo di volerci appellare oggi, pur essendoci tutti i margini per farlo, ma alla deontologia, alla onestà intellettuale, alla coscienza di quegli stessi direttori e capiredattori che a dicembre 2004 decisero di dedicare le prime pagine regionali e le pagine nazionali all’arresto di un assessore in carica e oggi non danno neanche la notizia della sua assoluzione o la relegano nelle edizioni locali.
Non è un Paese giusto quello in cui un arresto viene sbattuto in prima pagina e un’assoluzione relegata in 15ma o addirittura ignorata; non è un Paese “normale" quello in cui l’onorabilità di un assessore, di un politico, di un uomo, viene cancellata nel momento in cui lo si ritiene colpevole e non gli viene riconsegnata quando, dopo tre anni, un Tribunale lo giudica innocente. Non è un Paese né normale né giusto quello in cui bisogna appellarsi al rispetto delle leggi, affinché ad una assoluzione sia dato lo stesso clamore che ad un arresto.
Non siamo animati da spirito polemico, né tantomeno da vittimismo.
Invochiamo solo giustizia e normalità.
Delitto di via Poma. La mano armata della Giustizia senza un limite.
Ovunque, nel mondo civile, questo sarebbe archiviato come un insuccesso delle autorità inquirenti, da noi, invece, lo si riesuma, periodicamente, per esaltare la tenacia di chi conduce le indagini. Ogni volta che il delitto di via Poma torna agli onori della cronaca, automaticamente, torna, in video e in pagina, la foto di Pietrino Vanacore.
La sua pietra al collo ce la sentiamo un po' tutti, e dovrebbe sentirsela la giustizia italiana che sa essere feroce nel punire, pur non essendo capace di giudicare.
Vanacore, il portiere dello stabile, che trovò il cadavere di Simonetta, fu arrestato tre giorni dopo, il 10 agosto 1990. Le cronache si riempirono di quest'omicidio, scandagliando e scardinando la vita di quel disgraziato. Gli andò anche bene, perché fu scarcerato il 30 agosto e, meno di un anno dopo, il 26 aprile del 1991, fu accolta la richiesta d'archiviazione, presentata dalla procura stessa. Ci volle più tempo, fino al gennaio del 1995, perché la Cassazione ponesse la parola "fine" alla faccenda, rendendo definitiva l'archiviazione.
Era finita, e lui si ritirò a vivere nella Puglia, a Torricella, da cui era venuto. E dove s'è ammazzato il 9 marzo 2010. Perché? Perché nonostante la Cassazione, in Italia la giustizia non sa usare la parola "fine", sicché una nuova indagine è stata archiviata. Nel maggio del 2009, e l'anno precedente, il 20 ottobre 2008, Vanacore aveva subito l'ennesima perquisizione domiciliare. Era atteso in tribunale, il 12 marzo 2010, per testimoniare. Non era neanche tenuto a rispondere, perché la giustizia lo considera ancora "indagato in procedimento connesso".
Ma, statene certi Vanacore avrebbe visto ancora il suo volto, esposto alla nazione, associato all'omicidio. Ha deciso di risparmiarselo, o, più probabilmente, non ha saputo reggerlo. La domanda è: che senso ha? Quale legge ha stabilito la possibilità di condannare all'ergastolo mediatico dei cittadini riconosciuti innocenti, ma di cui l'ultimo pennivendolo può disporre, usando le immonde formule di "già indagato", "fu imputato", "a lungo sospettato", "protagonista di una storia oscura", e così via macellando? Un cittadino può accettare d'essere ingiustamente sospettato e accusato, salvo riuscire a dimostrare, in tempi brevi, la propria innocenza. Subisce un danno, comunque, talora gravissimo, ma ciascuno di noi sa che può accadere. Quel che non dovrebbe accadere è che per il resto della vita si sia un oggetto nelle mani di chi non sa che pesci prendere, non sa che storie raccontare, e, quindi, ricorre al tuo nome e alla tua faccia quando gli fa comodo. E, si badi, questo vale per la giustizia, che è incivilmente e inconcludentemente interminabile, ma vale anche per ciascuno di noi.
Anzi, a un certo punto dovremo ammettere che abbiamo la peggiore giustizia del mondo civile anche perché abbiamo la peggiore politica e la peggiore cultura giuridica e il peggiore sistema informativo. Mancano, o sono flebili, le voci capaci di dire basta. Guardatevi attorno: la politica si rinfaccia questioni giudiziarie, anche se chiuse, anche se campate per aria. Le tifoserie politiche non fanno che parlare d'accuse penali, pensando che possano surrogare il giudizio morale e politico. La giustizia stessa campa d'accuse e ci lascia a digiuno di sentenze. Il tutto imbarbarisce il nostro vivere civile e seppellisce la presunzione d'innocenza. Vanacore s'è spinto oltre: ha preteso d'avere l'ultima parola. Non gli sarà riconosciuta neanche quella.
Il figlio accusa: «Mio padre condannato senza processo».
È anche lui portiere, come il papà che dal vecchio mestiere non ha avuto che dispiaceri. Lavora a Torino, custode di uno stabile dell’elegante quartiere della Crocetta. «Mio padre è stato condannato senza un processo - accusa Mario Vanacore - lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi. Sono passati vent’anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci». Anche lui, del resto, era stato sfiorato dall’inchiesta, per colpa di una visita di cortesia fatta al papà il 2 agosto del ’90, prima di partire per le vacanze con la moglie Donatella e la figlia di pochi mesi. Tanto bastò per ricevere un avviso di garanzia, assieme alla mamma Giuseppa De Luca, affinché i magistrati potessero comparare il suo sangue con quello di una traccia ematica trovata sulla porta dell’ufficio di Simonetta. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno - continua Mario Vanacore - aveva tanti progetti, voleva comprare una casa, ma ha dovuto utilizzare tutti i risparmi che aveva per pagarsi gli avvocati. Lo hanno massacrato ingiustamente perché lui era innocente».
Padre e figlio avrebbero dovuto testimoniare in aula al processo per la morte della Cesaroni. Accanto a Pietrino ci sarebbe stato il legale di sempre, Antonio De Vita. «Si sentiva braccato - racconta il penalista - vittima di una continua caccia all’uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero. Non era la nuova chiamata dei giudici ad intimorirlo, piuttosto il fatto di doversi nuovamente sentire braccato, accerchiato dai media. Vanacore era psicologicamente stressato e si riteneva perseguitato, un uomo senza scampo, anche se su di lui non c’erano più sospetti».
«Ci hanno tolto il piacere di vivere, ma noi abbiamo solo una colpa: quella di essere poveri». Pietro Vanacore scriveva così a Maurizio Costanzo in una lettera piena di dolore e di rabbia per la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Simonetta Cesaroni, che lo aveva segnato nel profondo. La brutta copia della missiva inviata al noto conduttore televisivo è saltata fuori dalle carte che i carabinieri hanno sequestrato a casa di Vanacore.
Dopo aver trovato in mare il corpo senza vita dell’ex portiere di via Poma, infatti, i militari della compagnia di Manduria avevano perquisito la sua abitazione a Monacizzo ed avevano ritrovato un contenitore pieno di documenti. Tra le carte c’era anche la minuta della lettera inviata a Costanzo.
Vanacore conosceva di persona il giornalista perché questi aveva acquistato l’appartamento in cui ad agosto del 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. Per qualche anno, dopo il delitto, Pietrino Vanacore aveva continuato a fare il portiere dello stabile in cui si era trasferito Costanzo. Poi, dopo l’assoluzione dall’accusa di omicidio, nel 1995, Vanacore era tornato in provincia di Taranto, al suo paese Monacizzo, frazione di Torricella, insieme con la moglie Pina De Luca. Proprio qui, il 9 marzo 2010, è stato ritrovato senza vita, annegato, nel piccolo specchio d’acqua della baia in cui si affaccia la torre saracena di Torre Ovo.
Il corpo di Vanacore era «ancorato» alla terraferma da una lunga corda che lo cingeva alla caviglia. L’altro capo della cima era legato ad un pino marittimo posto sul ciglio della litoranea.
L’ex portiere di via Poma, come aveva stabilito qualche giorno dopo l’autopsia, è affogato in un metro d’acqua. Il suo suicidio, però, resta avvolto da una pesante coltre di mistero. Vanacore, prima di morire, aveva lasciato anche alcuni biglietti che oggi sembrano ricalcare il tono della lettera indirizzata a Costanzo.
«È ignobile e disumano - scriveva ancora nel 2008 l’ex portiere di via Poma -, addossarci una colpa così grande. Se io, o la mia famiglia avessimo saputo qualcosa lo avremmo detto subito e senza riguardo per nessuno ».
Vanacore scrisse quella lettera dopo l'ottobre del 2008, quando i giudici della procura di Roma decisero di riaprire il caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, chiamando alla sbarra l’ex fidanzato della giovane Raniero Busco. A casa Vanacore, a Monacizzo, arrivarono i carabinieri per una perquisizione. L’uomo dovette credere di essere ripiombato nell’incubo. La stessa sensazione che deve aver provato a fine febbraio quando a casa ricevette l’atto di citazione. Doveva presentarsi il 12 marzo 2010 al processo, a Roma, come testimone. Forse non ha retto. Forse davvero quei venti anni di sospetti, come ha scritto prima di morire, lo avevano già ucciso.
All’udienza del 12 marzo, il pm Ilaria Calò nel suo intervento ha fatto riferimento proprio alla posizione di Vanacore: «L'importanza delle chiavi (dell'appartamento di via Poma) è enfatizzata dalla tragedia che ha colpito la famiglia Vanacore in questi giorni. La circostanza che le chiavi siano state sequestrate nella portineria e che non siano state trovate tracce di dna di Vanacore sugli abiti di Simonetta Cesaroni e sulla porta di ingresso dimostra che il portiere ha scoperto il corpo prima della sorella di Simonetta e che invece di chiamare la polizia, pensando che vi fosse stato un incontro clandestino tra Simonetta e il presidente degli ostelli della gioventù Francesco Caracciolo o il direttore Corrado Carboni o il capo della ragazza il commercialista Salvatore Volponi, ha telefonato ai tre dimenticando l'agendina rossa Lavazza sul tavolino dell'ufficio, restituita dall'ispettore Brezzi a Claudio Cesaroni un mese dopo circa».
Secondo la ricostruzione del pm, Vanacore sarebbe entrato nell'appartamento dove «trovò la porta socchiusa», entrò, vide il corpo e fece le tre telefonate in questione e poi richiuse la porta «usando le chiavi di riserva appese a un gancio dietro la porta». Questa situazione, secondo il magistrato, «ha innescato dei comportamenti anomali nella portiera, che hanno depistato le indagini per oltre venti anni. Questo spiega la riluttanza della donna a dare la chiavi alla polizia, l'agitazione di Volponi che era stato informato prima, le menzogne di Caracciolo e di altre persone che saranno sentite in aula. Le chiavi sono uno snodo fondamentale».
«In base a quale elemento il pm può dire che la porta era socchiusa? Da dove esce fuori? Penso che la questione delle chiavi sia stata chiarita all'epoca del proscioglimento di Vanacore. Non conosco questa nuova impostazione accusatoria. Loro avevano un mazzo di chiavi per fare le pulizie, non avevano bisogno di servirsi di un mazzo di scorta». Così il difensore della famiglia Vanacore, Antonio De Vita. «A me, come difensore della famiglia Vanacore, non è stato comunicato nulla - prosegue - Sento per la prima volta questa ricostruzione. Come si fa a dire che la porta era aperta? Se devono essere fatte nuove contestazioni, il dibattimento non è la sede opportuna. I Vanacore dopo quanto accaduto nei giorno scorsi non stanno bene e ho fatto presente alla corte il motivo della loro assenza».
Ai funerali di Pietrino Vanacore, intorno alla sua bara, assorta nel silenzio con la rabbia ed il dolore, c’era la gente che gli voleva bene. Una donna ha avuto il coraggio di dare voce alla sua comunità: «applaudite, hanno ottenuto quello che volevano!!!»
La frase era rivolta a coloro, che, per deformazione professionale e culturale, non hanno una coscienza.
Intanto, intorno alle sue spoglie gli sciacalli hanno continuato ad alimentare sospetti.
La sua morte non è bastata a zittire una malagiustizia che non è riuscita a trovare un colpevole, ma lo ha scelto come vittima sacrificale. A zittire una informazione corrotta che lo indicava come l’orco, pur senza condanna.
Non poteva dirsi vittima di un errore giudiziario, come altri 5 milioni di italiani in 50 anni. Per venti anni è stato perseguitato da innocente acclamato. Voleva l’ultima parola per dire basta. Non l’hanno nemmeno lasciata. Pure da morto hanno continuano ad infangare il suo onore. Accuse che nessuna norma giuridica e morale può sostenere. Accanimento che nessuna società civile può accettare.
La sua morte è un omicidio di Stato e di Stampa.
Non si può, per venti anni, non essere capaci di trovare un colpevole e continuare a perseguitare un innocente acclamato. Non si può, per venti anni, continuare ad alimentare sospetti, giusto per sbattere un mostro in prima pagina.
Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato sulla propria pelle l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati. Egli conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=319677&IDCategoria=1
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=94399&sez=HOME_ROMA
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/03/12/news/vanacore_12_marzo-2605911/