
I TARANTINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
| INQUINAMENTO | OMERTA' | INGIUSTIZIA |
TARANTO: CULLA DELLA CULTURA SOCIO MAFIOSA
«Mannaggia alla miseria» è una tipica imprecazione meridionale e solo a una meridionale come Arcangela Wertmuller, detta Lina, lucana di Palazzo San Gervasio, o al compianto Nanni Loy, poteva venire l'idea di farne il titolo di un film. Un titolo quanto mai azzeccato, bisogna dire, sia per il luogo, Taranto, sia per ciò che poi è successo, cioè richiesta di «pizzo» di 50 mila euro per continuare a lavorare in pace. Si potrebbe raccontare il guaio capitato alla Wertmuller proprio con un film di Nanni Loy.
Ciononostante, a Taranto adesso sono tutti contenti. Non soltanto perché il pizzo non è stato pagato, ma perché «Mannaggia alla miseria» è già diventato il motto della città. E si capisce. Circa quattromila persone decedute da anni risultavano ancora in carico all'Asl di Taranto e concorrevano regolarmente alla quantificazione delle retribuzioni dei rispettivi medici di base convenzionati: la scoperta è stata fatta da militari del comando provinciale della guardia di finanza a conclusione di indagini che hanno comparato i dati delle anagrafi comunali con gli elenchi degli iscritti all'Asl nel periodo compreso fra il 2004 e il 2008. Taranto è il Comune italiano che ha anticipato la crisi finanziaria mondiale grazie a «derivati», obbligazioni spazzatura e cartolarizzazioni d'ogni tipo, facendo bancarotta per un miliardo e 200 milioni di euro (spalmati su 200 mila abitanti fanno 6 mila euro a cranio). Ed è anche la città che ha l'acciaieria più grande d'Europa, l'Ilva, che però non ha pagato l'Ici per 13 anni (13 milioni di euro). Cosa le resta da dire se non «mannaggia alla miseria»?
A Taranto la gestione del pubblico denaro negli ultimi anni è stata indecente. A raccontarla tutta, la storia del crac del Comune di Taranto, il primo in assoluto in Italia ad avere un liquidatore come capita alle società fallite, ci sarebbe da scrivere un libro. Un po’ comico e un po’ horror. Prendete la faccenda dei semafori, scoperta da Cesare Bechis del «Corriere del Mezzogiorno». Un bel giorno un funzionario butta un occhio sulle bollette: come è possibile che un semaforo costi meno di 18 euro di elettricità e un altro 1.749? Se fanno entrambi la stessa cosa (luce verde, gialla, rossa…) come è possibile che uno costi cento volte più di quell’altro? Sfoglia i conti e ci resta secco: non c’è semaforo che abbia una bolletta uguale a un altro. Come mai? A certi semafori si attaccavano con i cavi per fregare la luce tutti gli abitanti dei dintorni. Non c'è settore nel quale, per anni, le pubbliche casse non siano state viste come mammelle alle quali era «normale» succhiare il più possibile. Un paio di esempi? Tra tutti i conti presentati dai creditori del Comune (per un totale di 5.960 istanze di gente che diceva di avanzare soldi) spiccano tre parcelle di un avvocato per un totale di 150 mila euro. Mario Pazzaglia, il presidente veneto-marchigiano dell’Ols (l’Organo Straordinario di Liquidazione), non è convinto. Spulcia e scopre che si tratta di tre fatture per la stessa pratica. «Oh, scusate, un errore della segretaria…». Pagamento concordato: 6 mila euro. Venticinque volte di meno. Altro esempio? Lo racconta ancora Bechis: «Fatta cento la tassa sui rifiuti (Tarsu) accertata a carico di un nuovo contribuente, finisce nelle casse comunali il 26,34%». Poco più di un quarto. Ma soprattutto la metà di quello che si trattenevano le società (l’ultima fetta, storicamente, riguarda gli evasori) delegate agli accertamenti e alla riscossione. Che si portavano via addirittura il 47,29% sull’accertato. Un delirio. Per non dire della maxi evasione dell'Ici da parte delle grandi imprese, come la stessa Ilva, che per anni avevano «dimenticato» come l’imposta andasse pagata non solo per le opere in muratura. Totale dell’evasione accertata dal 2003 al 2007: 57 milioni. Una somma enorme. Tanto più per un Comune con l'acqua alla gola. C’è poi da stupirsi che Taranto sia affondata nel 2006 sotto una montagna di debiti che Pazzaglia e i suoi hanno definito in 835 milioni? E meno male che controllando documento su documento («le fatture erano ricaricate in media del 40% e perfino Equitalia diceva di avanzare dal Comune 25 milioni e invece ne avanzava 4») la somma finale è stata ridotta. Quella iniziale era di 920. Cioè 14.000 euro di buco a famiglia.
Dovrebbero studiarla a scuola, la storia degli anni della Grandeur Tarantina. Quando il Comune era amministrato da Rossana Di Bello, una biologa titolare di alcune gioiellerie, fondatrice del primo club pugliese di Forza Italia, eletta nel 2000, rieletta trionfalmente nel 2005 e dimessasi l’anno dopo in seguito a una condanna per abuso di ufficio e falso ideologico nell’ambito dell’inchiesta sull’inceneritore. Appalti incredibili. Contabilità allegra. Megalomanie. Al punto che fu avanzata l’idea (travolta dal crac) di costruire il Colosso di Zeus, una statua gigantesca che avrebbe dovuto ricordare l’antica opera di Lisippo. Colossale fu il buco lasciato dalla giunta berlusconiana. E colossale la legnata inflitta alle elezioni del 2008 alla Casa delle Libertà, precipitata in due anni dal 57,8 al 15,5%, con tracollo di 42,2 punti. Tanto che il ballottaggio per il sindaco vide scontrarsi due schieramenti di centrosinistra con travolgente vittoria (76%) di Ippazio Stefàno, un pediatra che dopo essere stato senatore pidiessino aveva chiuso con la politica attiva per dedicarsi al volontariato ed era appoggiato da un «fritto misto», dall’Udeur a Rifondazione comunista. Tre anni dopo nel 2010, assediato da mille cittadini in difficoltà, mille beghe interne alla sinistra e mille grane ereditate dal crac («non abbiamo diritto neppure ad avere un direttore generale o un addetto stampa e io me le sogno le venti persone nello staff che aveva la Di Bello!») il sindaco allarga le braccia: «Su 40 seggi la sinistra ne ha 29, la destra 11. Teoricamente dovrei leccarmi le dita. E invece è una lite al giorno. Per ragioni di bottega. Destra e sinistra, solo bottega. Un ostruzionismo continuo, che di fatto va contro la povera gente. Dibattiti sui destini della città, zero. La commissione ambiente e paesaggio, per dire, non è ancora stata nominata. Dovrebbe occuparsi delle spiagge. Siamo a metà luglio e il consiglio comunale non l’ha nominata. Non so se mi spiego». I conti, certo, vanno meglio. Le entrate Ici, per esempio, sono salite da 32 milioni nel 2006 a 45 l’anno 2009 e probabilmente 55 nel 2010. Quelle della Tarsu da 19 a 33. Ma alcuni problemi annosi, spiega Stefàno, sono rimasti irrisolti: «Il Comune ha 2000 appartamenti e ne ricava 400 mila euro l’anno. Fatti i conti ogni appartamento rende 200 euro d’affitto. Da non dormirci di notte. Vorrei e dovrei censirli a uno a uno, ma mi mancano perfino i vigili. Sulla carta ce ne sono 194 ma 56 figurano "non idonei". Ne restano 140, su due turni. Togli malattie, riposi, assenteisti e di fatto, la domenica, per una città di 200.000 abitanti, sì e no in servizio ce n’è una dozzina». I dipendenti comunali, dice, con «una pianta organica che era stata gonfiata fino a 1.750 dipendenti, sono calati da circa 1.500 a 1.050». Miracolo? Magari. Quando scoppiò il bubbone saltò fuori che decine di funzionari e dirigenti si erano auto-aumentati lo stipendio, autocertificando di avere fatto per il Comune dei lavori al progetto. Buste paga da venti, trentamila euro al mese. Con punte di 39.160. Basti dire che a un certo Cataldo Ricchiuti, accusato di essersi regalato 567 mila euro di aumenti illegittimi, furono sequestrati 12 fabbricati, un terreno, 124 mila euro in banca…
Ma quelle megatruffe, spiega il sindaco, erano solo la punta dell’iceberg: «Tutti i dipendenti, salvo forse una ventina di persone pulitissime, avevano gli stipendi più alti. Dico tutti. Straordinari senza controllo, "progetti" pagati a parte per fare niente, autocertificazioni di familiari a carico... Tutto "normale" pareva. Quando ho cercato di ripristinare un po’ di serietà (ci guardavano come dei marziani rompicoglioni) chi poteva se n'è andato in pensione così che questa fosse calcolata sulla base dell’ultimo stipendio. Sa, piuttosto che vedersela conteggiare su una busta paga ribassata...». Dice che lui, con i conti messi in quel modo, lo stipendio da sindaco non lo tocca neppure: «Lo versano su un conto corrente a parte. E i soldi servono per fare tante cose. Pubbliche. A me basta la pensione». Lo stesso Giancarlo Cito, incazzosissimo bastian contrario, riconosce che sì, «Ippazio è uno che fa le cose con spirito missionario. Pediatra bravissimo. Se i nipotini hanno un problema chiamo lui. Sarebbe un grande missionario in Africa. Per fare il sindaco di Taranto però servono gli attributi. Durissimi bisogna essere. Lui non lo è». Era dimagrito di 45 chili, l’ex sindaco costretto a dimettersi e poi condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, quando nel 2006 «La Voce del Popolo» lo sparò spettrale in copertina col titolo: «Vi prego, non mi abbandonate!». Pagato il conto con la giustizia, anche se ha ancora qualche gatta da pelare, l'istrionico imprenditore televisivo sembra tornato quello di una volta. Che conquistò la carica di primo cittadino e poi un seggio alla Camera sventagliando sulla sua tv (Tbm: Tele Basilicata Matera ma i tarantini ammiccano che in realtà è Tele Benito Mussolini) raffiche di sgrammaticati insulti ai politici: «Siete delle carogne, dei ladri, dei delinquenti!». «Io vi do un sacco di botte perché avete rubato a quattro ganasce!». «Signori che avete le orecchie a livello di Trombo di Eustacchio!». Per il momento, in politica, c’è tornato per interposta persona. Candidando il figlio Mario (l’unico candidato del pianeta muto come Bernardo, il servo di Zorro: «a parlare penso io») fino a portarlo incredibilmente al 20% alle comunali e addirittura al 30% (solo in città, si capisce) alle provinciali del 2009. Due trionfi. A dispetto della fama che ha nel resto d'Italia dai tempi in cui si candidò a sindaco di Milano con uno slogan purtroppo incompreso: «Voglio tarantizzare Milano. Farla diventare come la mia Taranto, la Svizzera del Sud». Una scalata cui seguì quella all’Europa per «tarantizzare Strasburgo ». Ora che l'interdizione dai pubblici uffici è scaduta si candiderà ancora? Cito gigioneggia: «Mah…». In ogni caso, convinto com’è di essere stato il più grande sindaco di tutti tempi («io feci rimuovere 40 mila auto in seconda fila, io portare qui l’università, io scendere gli scippi a un paio l’anno…») è tornato a mostrare i muscoli. Letteralmente. Andando a nuoto da Reggio Calabria a Messina («da Villa San Giovanni son capaci tutti») per glorificare l’idea di unire il Mezzogiorno contro l’odiata Lega Nord. Una nuotata alla Mao Tzetung? Ma va là: «Quello s’era fatto un bagnetto nel Fiume Giallo. Plop, plop, fine. Io invece...».
La storia del sindaco Cito diventa un film, la sceneggiatura del giornalista di Annozero. Bianchi: «ha anticipato Berlusconi». L'ex parlamentare di AT6, è stato imprenditore edile e presidente del Taranto Calcio, poi la condanna.

La storia di Giancarlo Cito, ex parlamentare di AT6 già sindaco di Taranto, sta per diventare un film: la sceneggiatura del giornalista Stefano Bianchi, inviato di Annozero, è pronta per essere girata. Le somiglianze tra i trascorsi di Cito e quelli di Berlusconi in effetti non sono poche: negli anni ottanta lavorò come imprenditore edile, ma dopo alcune condanne cambiò settore puntando sulla televisione locale. Così nacque Antenna Taranto 6, e sempre nel 1980 presentò una sua lista «Taranto Nostra» alle amministrative, riportando circa 1000 voti. La carriera politica continuò con la fondazione del partito AT6-Lega d'Azione Meridionale e un anno dopo venne eletto sindaco di Taranto con un ampio consenso. Nel 1995 fu rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, e condannato definitivamente per rapporti con la Sacra Corona Unita due anni dopo, mentre al termine delle elezioni politiche del 1996 divenne deputato nazionale. Scontata la condanna a quattro anni, possiede Tele Basilicata Matera, e per un breve periodo - altra somiglianza col premier - fu presidente onorario del Taranto Calcio. Ma la storia continua….
Le CONDANNe.
TARANTO 13 luglio 2010 - La sezione distaccata di Taranto della Corte d’Appello di Lecce ha condannato a 2 anni di carcere l’ex sindaco Giancarlo Cito e a un anno e 3 mesi l’ex vicesindaco Vito Rotolo, accusati di violenza privata, abuso d’ufficio e falso ideologico. La vicenda riguarda la temporanea chiusura dello stadio comunale “Erasmo Iacovone”, negato per un lungo periodo, nel 1997, al Taranto Calcio 1906 (società che militava nel campionato di serie C2) e concesso al Taranto 2000 (che disputava la Terza Categoria). I due imputati hanno beneficiato di un leggero sconto di pena rispetto al primo grado. È stata invece dichiarata la prescrizione per il dirigente comunale Marcello Vuozzo. Secondo l’accusa, l’ex sindaco Giancarlo Cito vietò l’utilizzo dello stadio alla società rossoblù per dispetto nei confronti dei dirigenti del Taranto Calcio 1906, che gli avevano revocato la carica di presidente onorario.
TARANTO 27 aprile 2010 - La sezione distaccata di Taranto della Corte d’appello di Lecce ha condannato a quattro anni di reclusione ciascuno l’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito, leader del movimento At6-Lega d’azione meridionale, e l’ex dirigente comunale Vincenzo De Palma, accusati di concussione. Secondo la tesi degli inquirenti, gli imputati avrebbero chiesto tangenti per la realizzazione del porticciolo turistico in località San Vito, alla periferia di Taranto. In un procedimento parallelo, per la stessa vicenda, erano stati già condannati due architetti, mentre un imprenditore ha patteggiato due anni di reclusione. Cito è accusato di aver ottenuto una tangente, mascherata da contratti pubblicitari stipulati con l’emittente televisiva Super 7, di 120 milioni di lire dal portavoce della Dirav, la multinazionale liberiana interessata al progetto del porto turistico. In primo grado l’ex sindaco fu assolto, mentre fu dichiarata la prescrizione (dopo la derubricazione del reato da concussione a corruzione) per l’ex dirigente comunale De Palma.
Cito ha già scontato quattro anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa ed è stato già condannato in appello a cinque anni e mezzo di reclusione perchè ritenuto colpevole di aver intascato tangenti per il rinnovo dell’appalto biennale concesso dal Comune ad una ditta di traslochi.
Un'altra domanda sorge spontanea: se la Di Bello si è dimessa il 25 febbraio 2006, perché si è dato modo di reiterare il presunto reato dal bilancio del 2001 ???
SI E' CAUSATO IL DISSESTO PER IL MANCATO INTERVENTO URGENTE E NECESSARIO.
MANCATE DENUNCE O MANCATE INCHIESTE ????
MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE, TUTTI COLLUSI ???
MAGISTRATI CODARDI E OMISSIVI ???
Comunque, alla fine della fiera, in una Italia di impuniti, è sempre il cittadino onesto a pagare: una città al crac, le imposte locali al massimo, (l'Ici è salita dal 6,25 al 7 per cento; la Tosap e l'occupazione del suolo pubblico raddoppiate. Come il cittadino italiano pagherà i 12 milioni di euro al tarantino Domenico Morrone, che ha scontato una condanna di 15 anni, 2 mesi e 23 giorni, di cui 11 anni e 6 mesi in carcere, o ai tarantini Pedone, Aiello, Caforio, Bello, che condannati fino a 30 anni di carcere, hanno scontato 7 anni di galera, perché tutti vittima di un errore giudiziario causato da un magistrato tarantino, che continua a fare il suo lavoro.
LA NOSTRA INCHIESTA
L'Ilva dà da mangiare a più di 15 mila famiglie ma è una delle fabbriche italiane in cui più si muore e ci si infortuna. La provincia di Taranto è una delle più inquinate, forse la più inquinata, d'Italia. I valori di alcuni veleni presenti nell'aria sono anche trenta volte più alti rispetto alla media europea
L’Ilva è lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa, con i suoi 15 milioni di metri quadri di superficie è due volte e mezzo la città. Attraversato da duecento chilometri di binari, 50 di strade, centonovanta di nastri trasportatori, ogni anno produce oltre 10 milioni di tonnellate d'acciaio.
L'Ilva dà vita perché dà da mangiare a più di 15 mila famiglie ma dispensa anche morte fra incidenti sul lavoro e malattie. E' una delle fabbriche italiane in cui più si muore e ci si infortuna.
La provincia di Taranto è una delle più inquinate, forse la più inquinata, d'Italia. I valori di alcuni veleni presenti nell'aria sono anche trenta volte più alti rispetto alla media europea; molti sono i casi di tumore e la probabilità di ammalarsi è elevata: solo in Veneto va peggio.
Taranto che è, anche, una delle città più indebitate del Paese. Un buco di novecento milioni di euro frutto del saccheggio sistematico delle casse comunali, almeno stando alle accuse formulate nei processi.
Dirigenti, funzionari e anche qualche impiegato si sono gonfiati gli stipendi in maniera spropositata sfruttando falsi progetti, premi di produttività e straordinari: alcuni guadagnavano anche più di 30 mila euro al mese. Gli appalti, anche quello della cancelleria, sempre stando alle accuse, venivano dati in affidamento a ditte di "amici" o di "amici di amici"... il Comune pagava a qualcuno persino le bollette delle utenze private.
Come si è potuti arrivare a tutto questo?
Per capire la Taranto di oggi bisogna tornare agli anni '80 del secolo scorso, gli anni in cui l'Ilva, che allora si chiamava ancora Italsider, cominciò a licenziare.
Durante tutto il corso degli anni '80, come in tutti i grandi centri industriali, anche a Taranto ci furono licenziamenti massicci. Ristrutturazione si chiamava all'epoca.
Nei primi anni di quel decennio la città era amministrata da sindaci comunisti retti da precarie giunte di sinistra, un'anomalia se rapportata al resto d'Italia. Giunte che, tra le altre cose, si erano opposte alla costruzione della nuova base navale in Mar Grande, oggi realizzata.
Sono anni di impoverimento e imbarbarimento della città. E' anche il periodo in cui la malavita comincia a diffondersi e a rafforzarsi grazie alle tante braccia disponibili a causa dei licenziamenti.
L'anno di rottura, il momento in cui i vecchi equilibri vengono meno e se ne devono creare dei nuovi, è il 1985.
A maggio di quell'anno si vota per il rinnovo del Consiglio comunale. Dalle elezioni esce un quadro frammentato. Il Pci perde molti voti in città, dove raccoglie il 29,2%, pur restando, con il 37%, il primo partito a livello provinciale. Neanche la Dc va bene, non raccoglie il consenso che si aspettava e, nel complesso, la coalizione di sinistra è più forte: passa da 27 a 29 consiglieri, grazie soprattutto ai discreti incrementi di Psi e Psdi. Cominciano gli incontri per formare una giunta: trattative su trattative senza mai trovare una soluzione.
Passa l'estate e Taranto non ha ancora un sindaco. Passa anche settembre. Siamo in ottobre, precisamente è la notte fra il dieci e l'undici ottobre del 1985.
A Taranto in quelle ore si conclude un accordo fra i partiti della sinistra con Pri e Pli per una nuova giunta a guida socialista.
Il Consiglio comunale per eleggere il nuovo sindaco viene fissato per il 14. Quel giorno, però, Guadagnolo, il sindaco socialista designato, viene eletto da una coalizione che invece del Pci comprende la Dc, il classico pentapartito che in quegli anni governa l'Italia.
Cosa è successo in tre giorni?
Sono intervenuti i dirigenti nazionali di Pli e Pri ad impedire che, a livello locale, i loro partiti entrassero in una giunta di sinistra. Socialdemocratici prima e socialisti poi si sono tirati indietro. Taranto, dopo dieci anni di amministrazioni di sinistra, passa al pentapartito.
L'ottobre del 1985 non fu solo un periodo di trattative e complotti politici.
All'inizio del mese il Csm aveva messo sotto inchiesta e trasferito l'allora procuratore capo di Taranto, Giuseppe Raffaelli. Due dei suoi sostituti, Giuseppe Lezza e Giuseppe Lamanna, vennero invece sospesi dall'incarico e dallo stipendio. Erano accusati di corruzione, omissione di atti di ufficio e abuso di potere.
Si comincia ad ipotizzare che in città vi sia un "super partito" che riunisce esponenti di diversi settori.
La polemica divampa. Sono molte le storie che sul finire del 1985 vengono a galla.
Qualche mese prima di quell'ottobre un funzionario del ministero dell'interno, Aldo Luzzi, inviato a Taranto per alcune indagini, ha depositato la propria relazione. Nel documento mette in risalto il ruolo di due dirigenti della polizia: il capo della mobile, Giuseppe De Donno, e il responsabile della squadra volanti-furti, Eugenio Introcaso.
La relazione di Luzzi contiene, fra l'altro, riferimenti a comportamenti presumibilmente illeciti di alcuni esponenti della magistratura locale e Martinazzoli, allora Ministro della giustizia, decide di inviare a Taranto un ispettore.
Secondo quanto emergeva dai rapporti degli ispettori del Viminale e del Ministero della giustizia a Taranto si era costituita un'organizzazione composta da politici, imprenditori, magistrati, esponenti delle forze dell'ordine e malavita organizzata che aveva contatti con la mafia siciliana e che gestiva i traffici leciti ed illeciti. Un'organizzazione addirittura in grado di influenzare la composizione di una giunta.
Tutto però si concluse con qualche trasferimento e nessun risultato rilevante nelle seguenti indagini: tutti furono scagionati.
Quel lungo 1985 era finito. La giunta Guadagnolo amministrerà per cinque anni, saranno anni, però, in cui si parlerà più della guerra di mala che di politica.
A comandare la malavita tarantina è il "messicano", Tonino Modeo.
Ha tre fratellastri Tonino: Gianfranco, Riccardo e Claudio. La madre, Mina Ceci, è la stessa ma i padri diversi. Gestisce con loro i propri traffici ma non ne ha molta stima.
Molte famiglie cominciano a criticarlo, i rapporti con i fratelli, appoggiati dalla madre, si incrinano sempre più e attorno a loro si coagulano gli avversari di Tonino, quelli che vogliono commerciare la roba ( "loro non erano altro che dei delinquenti del rione che, per il fatto che si erano messi contro Tonino il messicano, si erano ingranditi" dirà dei fratelli Modeo Salvatore Anacondia nella sua deposizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia).
A quel punto Antonio Modeo stringe un patto di ferro con il gruppo di Salvatore De Vitis: pur di non trafficare eroina, ma anche per non far calpestare la propria autorità, si mette contro i fratelli. Questi decidono di ammazzare De Vitis, ma non ci riescono.
La scissione ormai è aperta, ci sono due clan fra loro contrapposti. Uno vuole smerciare eroina, l'altro si oppone.
Comincia così la guerra di mala tarantina: durerà sino ai primi anni novanta concludendosi il primo ottobre del 1991 con una strage di innocenti, quella della barberia, dove un commando, per sbaglio, uccide quattro innocenti e non il bersaglio che si era prefissato. Sarà una guerra pesantissima, si conteranno più di cento morti.
Il primo a morire è il padre di De Vitis, Paolo, ucciso per "sfregio" dal clan dei fratelli Modeo; subito dopo tocca alla madre dei Modeo e del "messicano", Cosima Ceci, uccisa per vendetta. Poi è una valanga di morti, fino al 1991 (il prologo alla guerra lo aveva messo in scena Gregorio Cicala: incaricato di ammazzare De Vitis, al quale è legatissimo perchè gli ha permesso di liberarsi dall'eroina, decide di ammazzare il mandante e di schierarsi con De Vitis e il "messicano". Sarà lui ad uccidere Cosima Ceci per vendicare l'omicidio del padre di De Vitis).
Nel 1990 i fratelli di Tonino vengono arrestati. Erano nascosti in un bunker scavato sotto un'abitazione di campagna a Montescaglioso, in Basilicata ma a quattro passi da Taranto. Sono i loro cani a tradirli: continuano ad annusare sempre nello stesso punto della casa, proprio dove, rimuovendo il pavimento, viene ritrovata una botola.
In quell'anno Tonino non è più a Taranto, ha lasciato la borgata di Statte (oggi Comune autonomo) già da tempo. E' stato avvistato a Milano ma il 16 Agosto di quel 1990 è a Bisceglie, in provincia di Bari. E' lì che viene ammazzato da Salvatore Anacondia.
Anacondia non è uno qualsiasi, è, per sua stessa ammissione, affiliato alla mafia siciliana ed ha un grado elevato, "santista", nella gerarchia malavitosa. Quello che i fratelli Modeo, dal carcere, gli hanno fatto sapere per convincerlo ad ammazzare il "messicano" è infamante: Tonino avrebbe cercato di violentare la moglie di uno dei fratelli.
Anacondia esegue la condanna. La mafia esegue la condanna e, forse, più che per l'episodio di violenza che i fratelli gli attribuiscono, decide di ucciderlo per punire quella caparbietà con cui si era opposto al traffico di eroina e all'infiltrarsi di cosa nostra nella sua città (il "messicano", si dice, fosse stato "innalzato" dai campani).
Nel maggio del 1990, prima che il "messicano" fosse ucciso, si votò per il rinnovo del consiglio comunale: ne venne fuori una situazione ancora più confusa che nel 1985. Il Pci è tracollato al 19% ma è possibile una giunta di sinistra con Pri e Pli, proprio come cinque anni prima. Si ipotizza, è quasi fatta, ma salta. La nuova giunta di Taranto è appoggiata da Dc, Psi, Psdi, Pri.
La novità politica venuta fuori dalle elezioni è Giancarlo Cito: si è presentato per la prima volta con il partito che prende il nome dalla sua tv, At6 (Antenna Taranto 6), raccogliendo il 13,5% dei voti e sette consiglieri comunali. Solo tre anni dopo diventerà sindaco. Saranno tre anni di elevata instabilità politica.
La guerra di mala, invece, dopo la strage del '91, sembra essersi arrestata. Con la morte del "messicano" hanno vinto i fratelli e, nonostante siano in carcere, riescono a far giungere le proprie direttive in città.
Taranto si è impoverita ulteriormente: l'Italsider, che nel frattempo è diventata Ilva, ha continuato ad espellere operai dal ciclo produttivo; altre aziende importanti, come la Belleli, sono entrate in crisi. Anche l'arsenale è in difficoltà e in quei primi anni novanta non si parla più di riapertura dei cantieri navali ma di costruire un parco giochi al loro posto.
La gente comincia ad essere stanca e rassegnata, per tutto il decennio precedente si è diffusa una pericolosa mentalità secondo la quale tutti rubano e sono uguali. C'è netta sfiducia nella politica. Il malcostume si diffonde sempre più, anche fra i cittadini. La città di sera è buia, sporca, ci sono vistose buche sull'asfalto, quasi delle voragini, e ogni due passi incontri una siringa. Dopo una certa ora non esce più nessuno: hanno paura.
Sembra grigia, opaca, la Taranto dei primi anni '90. E opachi sono gli aspetti della sua vita economica, politica e sociale. In tre anni cambiano tre giunte. Tre sindaci diversi si succedono, il secondo dei quali appoggiato anche dal Pci che nel frattempo si scinde e diviene Pds. La precarietà sociale e l'instabilità politica non fanno che portare acqua al mulino di Cito. Non passa giorno senza che sbraiti dalla sua televisione contro i politici corrotti, la partitocrazia e tutti quelli che siedono in consiglio comunale al di fuori del suo gruppo. Non passa giorno che non segnali strade dissestate, chioschi abusivi ed episodi di malcostume riferiti a dipendenti comunali. Tutto si conclude sempre con: "se fossi sindaco io questo non succederebbe".
Diventa sindaco nel dicembre del 1993. Il sistema elettorale è ormai cambiato, per la prima volta c'è l'elezione diretta del primo cittadino. Anche a Taranto i partiti tradizionali, dopo tangentopoli, sono in seria difficoltà. I poteri forti hanno bisogno di referenti nuovi, diversi.
Cito sembra la persona giusta, e vince. Il suo partito è il primo con il 25,9% dei consensi. Lui, invece, come candidato sindaco raccoglie il 30,3% dei voti, il 3,4% in meno di Gaetano Minervini, candidato da Pds, Rifondazione, Verdi, Rete e Psi: si va al ballottaggio.
Nella campagna elettorale seguente sono ripetuti gli appelli ai democratici che votano Dc ma questi, evidentemente, preferiscono Cito, che diventa sindaco con il 52,6% dei voti (Minervini ottiene solo il 47,4%).
Ma chi è il geometra, ora dottore, Giancarlo Cito?
Quando c'è da rifare le strade lui è lì, con le telecamere che riprendono tutto, a dirigere i lavori di chiusura delle voragini che si erano aperte. E anche quando i vigili devono sgomberare un chiosco abusivo o i dipendenti comunali illuminare una via, lui è sempre lì, a dirigere i lavori, ripreso dalle sue telecamere.
A modo suo ama davvero la città e riesce a trasmetterlo ai tarantini. La sua base sociale va dal professore di liceo al disoccupato, dall'operaio all'avvocato, dalla casalinga al commerciante. Tutti sono stanchi di una città allo sbando, degradata e in crisi e Cito sembra la persona giusta per uscirne: "almeno lui le cose le fa" si sentiva spesso dire in quel periodo. E non era del tutto falso: alcune fontane, chiuse dalle giunte precedenti, riprendono a zampillare; si riparano le strade; ritorna la luce di sera; viene realizzata a tempo di record la rotonda sul lungo mare...
La criminalità intanto non uccide più, molti capi clan, anche quelli che reggevano le redini per conto dei fratelli Modeo, vengono arrestati. Alcuni, come Marino Polito, si pentono e vengono fuori intrecci inaspettati fra il clan Modeo, Licio Gelli, cosche siciliane e calabresi. Polito parla dei rapporti fra la sua organizzazione e Cito e anche Salvatore Anacondia, il killer del "messicano", pentitosi nel frattempo, riferisce di un incontro fra il politico e i malavitosi nel loro bunker di Montescaglioso.
Oltre ai pentiti che lo tirano in ballo Cito comincia ad accumulare numerose denunce per diffamazione. Partono i processi a suo carico, quelli per reati di mafia sono solo i più gravi. Viene rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, secondo la legge italiana non può più essere sindaco.
Siamo alla fine del 1995. La politica nazionale è ormai cambiata: tangentopoli ha spazzato via i vecchi partiti e sulla scena si è affacciato Berlusconi con il suo centrodestra. Hanno vinto le elezioni l'anno precedente battendo "la gioiosa macchina da guerra" progressista ma, dopo pochi mesi, il governo è caduto.
Le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Taranto sono fissate per il 9 giugno del 1996, le elezioni politiche per il 21 aprile. Cito non può ricandidarsi a sindaco. Si candida alla Camera e viene eletto con il 45,9% dei voti. Il suo è il primo partito in città e ottiene buoni risultati in tutti gli altri collegi della provincia. Toglie voti al centrodestra, però, avvantaggiando il centrosinistra che vince le elezioni anche a livello nazionale.
E' un campanello d'allarme che Pinuccio Tatarella, in quegli anni plenipotenziario dell'alleanza berlusconiana in Puglia, non trascura. Sotto la sua benedizione nasce un'alleanza fra il centrodestra e At6 che decide di candidare a sindaco, nelle imminenti elezioni comunali, Mimmo De Cosmo, il braccio destro di Cito che, invece, si presenta al Consiglio comunale.
Vincono le elezioni e At6 è ancora, di gran lunga, il primo partito di Taranto.
De Cosmo, però, non ha vita facile e le contraddizioni nella sua maggioranza vengono presto a galla. Spesso non si riesce a trovare un accordo e le rotture sono evidenti, anche all'esterno. Cito è troppo accentratore, non è adeguato a mediare fra i molteplici interessi di cui dovrebbe essere il riferimento; a molti comincia a non andare giù che il vero sindaco sia lui. Probabilmente non è l'uomo della provvidenza come i poteri forti avevano creduto.
Sul finire del 1996, dopo una polemica che ebbe lunghi strascichi, Cito lascia il posto di consigliere comunale: l'incarico, per legge, non è compatibile con i processi ai quali è sottoposto.
Nel novembre del 1997 De Cosmo viene arrestato; gli viene imputato di aver truccato gare d'appalto per l'affidamento di alcuni servizi in cambio di tangenti. Non si dimette, viene scarcerato e continuerà ad amministrare, con una maggioranza in fibrillazione, sino alla scadenza del mandato prevista per il 2000.
Cito, viene condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, decade da parlamentare e passa gli anni che vanno dal 2003 al 2007 in carcere. Nelle elezioni del 16 aprile 2000 At6, che non è in coalizione con il centrodestra, raccoglie solo l'otto per centro dei voti.
Vince Rossana Di Bello, invece, candidata sindaco del centrodestra, che per un pelo, con il 49%, non vince al primo turno. E' lei l'astro nascente della politica tarantina; sarà lei a garantire il mantenimento degli equilibri, cosa che Cito non aveva saputo fare, fino al 2006. La Di Bello, il 25 febbraio del 2006, si dimette in seguito alla condanna ad un anno e quattro mesi, con sospensione della pena, per alcune vicende legate all'affidamento della gestione dell'inceneritore.
Immediatamente dopo fu scoperto il disavanzo, poi seguì il dissesto. Ma pochi mesi prima di dimettersi, il 3 aprile del 2005, la Di Bello era stata rieletta al primo turno con il 57,7% dei voti. Un trionfo!
Possibile che nessuno si fosse accorto di quello che stava avvenendo?
Dal 2007 Taranto è amministrata da una giunta di sinistra, senza il Pd ma con l'Udeur. Ezio Stefano, ha battuto il candidato del Partito democratico al ballottaggio. Eugenio Introcaso, ex questore di Taranto, il candidato del centrodestra, non ci è arrivato neanche al ballottaggio. Il figlio di Cito, invece, Mario, lo ha sfiorato per un pelo: At6, con il 15,4% dei voti, è di nuovo il primo partito.
I cattivi rapporti con il Pd non garantiscono una collaborazione proficua con la Provincia presieduta da Gianni Florido, lo sfidante di Stefano al ballottaggio, ma la cui amministrazione è appoggiata anche dagli stessi partiti che formano la giunta comunale. Florido, nel 2000, quando era segretario della Cisl, diede la sua benedizione alla Di Bello e uomini del sindacato ebbero incarichi in giunta. Nel 2004 venne eletto presidente della Provincia con il centrosinistra.
Taranto è contorta sino alla fine.
Per l'ennesima volta sembra che tutto sia cambiato... ma affinchè nulla cambi. Il "super partito", se esiste davvero, ha semplicemente passato il turno, in attesa di tempi migliori e di qualche prescrizione.
Intanto Cito, nelle vesti del figlio, è tornato, ed è forte. Anche il capo dell'opposizione, Introcaso, non è nuovo in città. E' l'ex capo della volanti-furti, quello allontanato dopo la relazione di Luzzi. E' tornato a Taranto nel 2004, da questore. Nel 2007 si è candidato per quella parte politica che aveva condotto la città al dissesto.
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Le nuove cifre dell'Ines: qui si produce il 92% del «veleno» italiano.
A 13 anni ha il tumore da fumo. «E' la diossina».
Il medico: mai visto un caso così. Tre mamme con il latte contaminato, cinque adulti con il livello più alto del mondo, 1.200 pecore da abbattere
Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all'ospedale «Moscati» di Taranto, non l'aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».
A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d'Italia e dell'Europa occidentale per i veleni delle industrie. L'inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall'Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.
Ma a Taranto c'è qualcosa di più subdolo. A Taranto c'è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l'8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c'è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».
Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l'abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.
Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un'occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. «Un vestito su misura per l'Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per migliorare gli impianti», replica l'Ilva, che l'anno scorso ha realizzato utili per 878 milioni, 182 milioni in più dell'anno prima e il doppio del 2005.
L'Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L'Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.
Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d'intesa, ma con scarsi risultati. La «campagna di ambientalizzazione» procede a rilento e sembra che l'Ilva intenda concluderla nel 2014, proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche dall'Italia, che impone ai Paesi membri di adottare le migliori tecnologie per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.
Eppure a Servola, Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente e Lavori pubblici, che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, Servola è diventata un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi.
Certo, con una legge regionale, o con un decreto come quello friulano, si eviterebbe anche il referendum sull'Ilva, giudicato ammissibile dal Tar di Lecce e sicura fonte di drammatiche spaccature fra i 13 mila dipendenti del siderurgico. Invece c'è soltanto una delibera del consiglio comunale di Taranto che chiede timidamente alla Regione «di fare come in Friuli». Ma la Puglia non confina con l'Austria. Al di là del mare, c'è l'Albania.
Il dossier-choc dell´Arpa: veleni e tumori, ecco le prove
Benzoapirene. Pm10. Diossine, fino a trenta volte maggiori che nel resto d´Europa. Tradotto: tumori. Tanti, tantissimi, troppi. Ci sarà scritto questo nella relazione che l´Arpa pugliese dovrà consegnare al ministero dell´Ambiente entro il 15 giugno. Numeri sulla base delle quali Roma dovrà dire si o non all´Aia (autorizzazione ambientale integrata), un acronimo bucolico dietro il quale però si nasconde il futuro dello stabilimento dell´Ilva. Senza l´Aia, l´Ilva non può lavorare. In queste ore i tecnici dell´Agenzia regionale per l´ambiente stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli, e come spiega il direttore, Giorgio Assennato, «si tratterà sostanzialmente di una raccolta dati sulla situazione di Taranto, numeri elaborati in questi anni da noi direttamente o da enti accreditati, come l´università».
Saranno segnalati aspetti non allarmanti, come l´inquinamento del suolo. Ma anche tutte quelle situazioni che rendono Taranto una delle città (forse la prima) più inquinate d´Italia. «Uno degli aspetti più tragici - spiega Assennato - è sicuramente la presenza massiccia di benzoapirene, una delle sostanza maggiormente cancerogene, nella zona del quartiere Tamburi, la più vicina all´Ilva». Gli ultimi dati a disposizione parlano di una concentrazione anche dieci volte superiore alla media nazionale ed europea. «Il prodotto arriva principalmente dalle cokerie, che forse più ancora dei camini sono la causa principale dell´inquinamento in città» spiega il direttore dell´Arpa. Non soltanto benzoapirene. Nell´area di Taranto, e in particolare nelle zone vicine all´Ilva, girano anche metalli più che altrove: ferro, manganese e zinco soprattutto.
Stesso discorso vale per il pm10, la sostanza abitualmente prodotta dalle marmitte delle automobili. A Taranto lo scorso anno ci sono stati 69 superamenti del limite massimo imposto dalla legge, quando la stessa norma ne consente soltanto 35. Uno studio più approfondito ha poi dimostrato come i valori erano dettati direttamente dall´Ilva: crescevano o diminuivano a seconda delle condizioni del vento. C´è poi il problema solito delle diossine, i cui valori invece di diminuire continuano a crescere. Le ultime rilevazioni - effettuate nel febbraio del 2008 - sono state di 7 nanogrammi per metro cubo d´aria, mentre erano state rispettivamente di 2,4 il 12 giugno 2007, 4,3 il 14 giugno e di 4,9 il 16. Dati preoccupanti che a maggio avevano spinto la Regione a prendere una decisione molto dura sulla vicenda: «O questi dati calano - avevano detto - oppure saremo costretti a prendere provvedimenti e a dare parere negativo all´Autorizzazione ambientale integrata», quella necessaria all´Ilva a proseguire l´attività. E sulla quale il Ministero si dovrà esprimere sulla base anche dei dati che l´Arpa sta per inviargli.
La questione più tragica riguarda però gli effetti che tutti questi fattori inquinanti hanno avuto, hanno e sicuramente avranno sulla gente. Malattie, tumori, morti. Secondo gli ultimi dati a disposizione, a Taranto (ma anche a Brindisi, dove il Petrolchimico fa male uguale) si ammalano di cancro seimila persone ogni anno e duemila cinque vengono uccise. Tumori al polmone, soprattutto, ma anche alla prostata e alla vescica: malattie strettamente correlate all´inquinamento atmosferico e che hanno un tasso di incidenza molto maggiore rispetto al resto d´Italia. Sono leggermente inferiori soltanto a quelle del nord Est, ma sono il doppio rispetto alla Puglia e a tutto il Mezzogiorno. Si muore di più a Taranto e Brindisi, ma muore ancora di più chi ha i balconi, le finestre a pochi passi dalle cokerie: la statistica dice infatti che nella zona rossa si ammalano di tumore 496 persone su 100mila. Nel resto delle province 370.
Centoventisei in meno. Ad aggiungere poi preoccupazione alla preoccupazione c´è l´ultima inchiesta della procura di Taranto in seguito a una segnalazione del Noe. Dieci giorni fa sono state sequestrate 16mila tonnellate di pet coke (due milioni di euro il valore di mercato) appena arrivate dall´America. Si tratta di uno scarto di lavorazione del petrolio che l´azienda tarantina voleva utilizzare insieme e al posto del carbon fossile. Il pet coke è però assai più tossico. E secondo i carabinieri vietato.
DIOSSINA A TARANTO: 26 MESI DI RITARDO PER FARE I PRIMI MONITORAGGI
Il 29 febbraio 2004 è stato firmato il secondo atti di intesa avente ad oggetto gli interventi per la riduzione dell'impatto ambientale derivante dallo stabilimento ILVA di Taranto. Tale atto fu firmato dall'Ilva (Claudio Riva), dalla Regione Puglia (Raffaele Fitto) e dagli enti locali alla presenza dell'allora Prefetto di Taranto Giancarlo Ingrao. In quell'occasione nulla fu sottoscritto a proposito del monitoraggio della diossina. Fu solo preso un generico impegno per il monitoraggio della cokeria e dell'impianto di agglomerazione, senza specificare quali inquinanti monitorare.
Il 22 aprile 2005 in una tavola rotonda presso la Facoltà di Ingegneria di Taranto l'associazione TarantoViva presenta un dossier sugli inquinanti a Taranto basato sul registro europeo delle emissioni Eper. In tale dossier TarantoViva evidenzia una stima di diossina altissima: l'Ilva di Taranto immetterebbe nell'atmosfera un quantitativo di diossina pari all'8,8% del totale europeo. Nella tavola rotonda, a cui partecipavano esperti ambientali, si evidenziava che non esiste in città alcun sistema di monitoraggio dell'inquinamento da diossina. Il giorno stesso PeaceLink invia un comunicato stampa e la "notizia" viene amplificata dal Tg3 che ne fa la notizia di apertura del telegiornale regionale. Il giorno dopo nessuna istituzione commenta la gravità della notizia.
A questo punto PeaceLink avvia una campagna informativa sulla diossina che fa il giro di Internet ed evidenzia le inadempienze delle istituzioni.
Il 7 luglio 2006 viene varata la "cabina di regia" dal presidente Vendola. Vi partecipano i sindacati, le organizzazioni di categoria e imprenditoriali, il presidente della Provincia Giovanni Florido, dirigenti del Ministero delle Attività Produttive, gli assessori Frisullo, Losappio, Barbieri e Ostillio, il direttore dell'Arpa Giorgio Assennato, il consigliere regionale Luciano Mineo, il commissario del Comune di Taranto Tommaso Blonda, il sindaco del comune di Statte e per l'Ilva l'ing. Felice Riva. Il presidente Vendola parla in quella sede per la prima volta del "rilevamento delle diossine e dei furani".
Il 18 luglio 2006 PeaceLink, Legambiente e Wwf intervengono congiuntamente e pubblicamente sulla questione diossina in vista dell'incontro del 19 luglio con cui viene riunito il gruppo di lavoro sull'inquinamento atmosferico costituito da due rappresentanti del Comune, della Provincia, dell'Asl e dell'Arpa. Le associazioni scrivono al presidente della Provincia Gianni Florido: " Vogliamo proporre che a Taranto venga effettuato un costante monitoraggio della diossina. Tale sostanza cancerogena sfugge attualmente ad ogni controllo e le attuali centraline di rilevamento non sono attrezzate a misurare il tasso di diossina presente nell'aria di Taranto. Eppure a Taranto è stato rilevato da un registro europeo dell'inquinamento (l'European Pollutant Emission Register) l'8,8% di tutta la diossina europea. Taranto è la Seveso del Sud senza che i tarantini lo sappiano. Per questo motivo riteniamo urgente dare realizzazione di un progetto di monitoraggio della diossina. Come azione successiva e conseguente andranno individuate e censite le fonti di diossina in modo tale da mettere in atto tutte le strategie più indicate per ridurre queste emissioni".
Dopo quella pressione congiunta la questione "diossina" diviene prioritaria, anche se il monitoraggio incontra evidentemente delle resistenze. Lo testimonia l'intervista del quindicinale "La voce del popolo" ( 1 settembre 2006) al direttore generale dell'Arpa Giorgio Assennato, il quale dichiara: "A Taranto la pressione ambientale è altissima. C'è anche la diossina, eppure la classe dirigente non ha mai mosso un dito". La frase diventa il sottotitolo di una copertina con Assennato sovrastato dal titolo "Politici colpevoli".
Passano mesi e mesi senza che nulla accada, nonostante la tenacia del professor Giorgio Assennato e il tenore della sua denuncia.
Occorre un primo scossone per risuscitare la "diossina" e farla uscire dai cassetti dei "politici colpevoli". E' il settimanale l'Espresso che la sbatte in prima pagina, assieme alla foto di Taranto: 30% di tutta la diossina nazionale. E' il 5 aprile 2007.
Pochi giorno dopo sul blog dell'Espresso il chimico Vittorio Ascalone segnala che la situazione è ancora più grave snocciolando nuovi dati aggiornati. PeaceLink raccoglie le nuove informazioni e il 3 maggio 2007 invia alla stampa il "dossier diossina". Nel comunicato si legge: "Nuovo record: a Taranto il 90,3% della diossina nazionale. Il dato è stimato rispetto alle emissioni complessive stimate per la grande industria. All'Ilva il primato nazionale per PCDD (policlorodibenzo-p-diossine) e PCDF (policlorodibenzo-p-furani). Sotto accusa l'impianto di agglomerazione".
E' il secondo scossone ed è salutare. Il 7 maggio 2007 infatti si costituisce un gruppo di studio dell'Arpa per monitorare la diossina nell'Ilva. Sono passati 10 mesi dal varo della "cabina di regia". Ed è chiaro che è stato perso troppo tempo. L'assessore Michele Losappio si fa intervistare dai TG e rilascia dichiarazioni per dire che la Regione vuole fare subito il monitoraggio della diossina. Peccato che abbia perso dieci mesi per farsi scoprire inadempiente su un impegno così rilevante e urgente. Ma almeno così parte il progetto che fino a quel momento era rimasto sulla carta.
"Allo scopo di affrontare una situazione così complessa - dichiara il Prof. Giorgio Assennato - ARPA Puglia ha costituito un apposito Gruppo di Studio, composto oltre che da propri tecnici, da esperti di ARPA Piemonte, del Politecnico di Milano, della Johns Hopkins University, del Politecnico di Bari, di ARPA Toscana e dell'Istituto Superiore di Sanità. L'obiettivo non è solo quello di procedere, per la prima volta, alle misure, ma anche di individuare i determinanti di tali emissioni, in modo da stabilire i criteri per minimizzare la formazione di diossine".
La costituzione del gruppo di studio, con diverse modifiche, porta poi ai campionamenti di metà giugno, realizzati in condizioni idilliache, da "Mulino Bianco", con visibili difformità rispetto alla gestione abituale dell'impianto siderurgico.
Ciò nonostante alla fine emergono valori di diossina 27 volte più alti del limite vigente in Friuli Venezia Giulia.
Scopriamo che il limite valevole per i friulani non è valevole per i tarantini.
Scopriamo che i livelli di diossina che per i friulani sono un pericolo, non lo sono per i tarantini. Per la la salute per i tarantini 11,1 nanogrammi a metro cubo di diossina sono un "valore a norma" mentre in Friuli il limite è di 0,4.
Che vergogna!
In Friuli Venezia Giulia i controlli della diossina li fanno in tre ore, qui in Puglia ci sono voluti 26 mesi!
Ci sono voluti ben 10 mesi solo per istituire un semplice gruppo di lavoro per il monitoraggio.
Intanto ogni anno si svolge la manifestazione contro l'inquinamento, a cui aderiscono, in buona fede, migliaia di cittadini di Taranto e provincia e sostenuta in modo solidale da tutti i mezzi di informazione tarantini. Una manifestazione INQUINATA proprio dalla presenza di tutti quei politici, amministratori e sindacalisti che, corresponsabili dello stato dei fatti, con demagogia rappresentano una realtà utopistica: Taranto senza la grande industria e senza inquinamento.
Gli stessi che da una parte hanno rinunciato in passato a vedersi risarciti i danni collettivi da inquinamento, ritirandosi dalla costituzione di parte civile nei procedimenti penali con sentenza di condanna, e dall’altra parte rinunciando ad attivare altre forme ripristinatorie e risarcitorie future, con gli strumenti che dà l’ordinamento giuridico.
Gli stessi che per anni hanno impedito la rilevazione e misurazione delle emissioni inquinanti, risultanti fatali.
Se per i cittadini, sull’onda dell’indignazione, la partecipazione alla manifestazione è doverosa per sollevare un problema, per i parlamentari, gli amministratori e i sindacalisti locali, è una vergogna farne parte. Senza alcun imbarazzo in prima fila fanno passerella pubblicitaria in previsione di future elezioni, manipolando lo stato d’animo della gente, contro quel poco lavoro che c’è, senza attivarsi ad attuare soluzioni fattibili alternative.
27 aprile 2010. Al contrario della Procura Generale di Potenza, la Procura Generale presso la Corte d’appello di Bari ha espresso parere favorevole al giudizio di ammissione alla revisione del processo per il detenuto Vincenzo Faiuolo, condannato alla pena definitiva di 25 anni di reclusione (13 anni e 6 mesi già scontati) per l’omicidio di un’anziana della quale si è poi accusato il serial killer di anziane donne pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai.
Faiuolo, in carcere a Volterra per il delitto di Pasqua Ludovico, di 86 anni, compiuto a Castellaneta (Taranto) il 14 maggio 1997. Egli è stato ritenuto esecutore materiale del delitto, per il quale fu processato anche il suo fratellastro, Francesco Orlandi. Questi si ritenne avesse avuto un ruolo secondario, motivo per il quale fu condannato per omicidio a 11 anni di reclusione, pena che ha interamente scontato.
Entrambi hanno confessato il delitto ma tempo dopo hanno spiegato che la confessione era stata estorta con minacce e violenza degli investigatori, tesi questa che ha portato la magistratura barese ad affermare che il caso deve essere riaperto, sia alla luce delle «prove sopravvenute», che sono ritenute «serie», sia in virtù degli elementi di riscontro forniti da Sebai negli ultimi anni: il serial killer si è infatti accusato di aver ucciso 14 anziane tra il 1995 e il 1997, compresa Ludovico.
Sebai ha così scagionato otto persone che erano state condannate negli anni per aver compiuto i diversi omicidi. I magistrati che finora hanno giudicato il serial killer non lo hanno ritenuto credibile perchè – è il ragionamento – egli si è autoaccusato degli omicidi solo per scagionare gli otto veri responsabili, che ha conosciuto in carcere. Uno di questi, Vincenzo Donvito, si è suicidato in cella a Teramo il 21 luglio 2005 dopo aver proclamato per sette anni la propria innocenza.
La richiesta di revisione è stata presentata da Defilippi sulla base di una serie di elementi. Tra l’altro Faiuolo aveva confessato di aver ucciso la donna con un coltello (recuperato) che si è poi rivelato diverso da quello usato dall’assassino; ha poi spiegato di aver colpito la vittima con fendenti sferrati personalmente con la mano sinistra (perchè è mancino), invece la donna è stata assassinata da un killer destrimano. Ancora: gli anelli che la donna possedeva sono stati trovati nella disponibilità di Sebai, così come un articolo di giornale che parlava del delitto.
"La decisione dei giudici baresi è un successo importante perchè riapre il caso Sebai. L'attenzione ora va agli otto innocenti, di cui uno si è suicidato in carcere, che sono stati condannati a complessivi 100 anni di carcere per delitti che non hanno compiuto. Il silenzio di questi otto innocenti oggi è finalmente finito”. Così l’avv.Claudio Defilippi commenta la decisione della Corte d’appello di Bari di ammettere la revisione del processo per il proprio assistito, Vincenzo Faiuolo, condannato a 25 anni di reclusione per aver ucciso un’anziana.
Del delitto si è poi accusato il serial killer delle anziane donne pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 46 anni. “Abbiamo trovato a Bari dei magistrati che hanno voluto vedere dentro le cose. Mi auguro – afferma Defilippi – che si possa al più presto verificare la responsabilità di un altro innocente, Giuseppe Tinelli, condannato all’ergastolo per gli omicidi di Celeste Commesatti (Palagiano, Taranto, 13 agosto 1995) e di Maria Valente (Palagiano, 29 luglio 1997), ma che da sempre si dice innocente”.
“Tinelli – prosegue il legale – ha tentato di suicidarsi per due volte in carcere ingerendo candeggina. Spero che, dopo 15 anni di detenzione, possa ottenere la sospensione della pena per questi due delitti che non ha commesso”. Il legale sostiene inoltre che il giudizio di revisione per Faiuolo, per attrazione, riaprirà anche la posizione processuale dell’altro concorrente nel delitto, Francesco Orlandi, condannato a 11 anni, pena che ha interamente scontato a Trani (Bari) ed è ora libero. Delle otto persone “innocenti”, sei delle quali sono difese da Defilippi, le sole detenute sono Tinelli e Faiuolo.
Dunque cosa è successo dal giorno in cui venne comunicato che la richiesta di revisione era stata accettata?
“E’ successa una cosa molto grave - dice
l’avvocato De Filippi
Praticamente un giudice che non c’entra niente ha fatto un provvedimento che revoca quello emesso dal giudice competente. La Corte di Assise di Appello di Bari non ha nessuna competenza in merito a questo processo”.
Cioè lei sta dicendo che la Corte di Appello di Bari e la Corte di Assise di Appello di Bari sono due cose diverse e sganciate in merito a questo caso giudiziario?
“Assolutamente si. È la Corte di Appello di Bari che ha la competenza del caso, non quella di Assise”.
Ma allora come spiega questo provvedimento? Perché è stato fatto?
“Io non lo so. Non so le ragioni per le quali sia avvenuto tutto questo. Io non so più cosa pensare perché sinceramente ogni mia mossa viene cancellata. Ogni mia mossa viene bloccata: non so cosa pensare”.
Ma lei non ha nemmeno una vaga idea del perché si sia verificato questo ennesimo, improvviso intoppo al normale svolgimento del processo di Faiuolo?
“Questo è il più grosso caso di errore giudiziario della storia d’Italia. Si immagini un po’ se c’è gente che non lo vuole bloccare…Io non so chi sia e cosa faccia, so solo che tutte le cose che faccio mi vengono bloccate sistematicamente. Questo provvedimento qua è assolutamente abnorme, dato da un giudice non competente e che non doveva essere di competenza. Non si capisce perché questo giudice lo abbia fatto. Non si capisce niente!”
Ma quindi ora che ne sarà del processo? E’ stato tutto ‘chiuso’?
“Non è chiuso niente: io ho fatto ricorso in Cassazione contro questo provvedimento, perché è assolutamente abnorme. I provvedimenti abnormi sono tali per cui ci potrebbe essere una responsabilità disciplinare per il giudice che lo ha emesso. Non doveva venire fuori questo giudice, perché è assolutamente incompetente con il caso”.
Come si può commentare tutto questo?
“Dicendo che è una situazione paradossale, assolutamente strana. E il tutto nell’assoluta assenza di media, giornali e tv”.
Quello di Vincenzo Faiuolo potrebbe essere, a tutti gli effetti, un grave caso di malagiustizia. La riapertura delle indagini e la revisione del processo, infatti, potrebbero testimoniare l’esistenza di plurimi errori giudiziari fatti dal foro competente (quello di Taranto) che all’epoca condannò Vincenzo Faiuolo ed altri con l’accusa di omicidio. Qualora tali ipotetici errori giudiziari venissero dimostrati, infatti, un gran numero di giudici e magistrati verrebbe a trovarsi in seria difficoltà poiché dovrebbe rispondere e giustificare il perché di tali errori. In più c’è da considerare che questo è un caso, complessivamente, da 100 anni di carcere: risarcire 100 anni di carcere costerebbe moltissimo allo Stato.
Su questi fatti,
Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro il giudice di Manduria, che condanna sempre quando il Giangrande o un suo assistito è imputato, ovvero assolve sempre quando il Giangrande o un suo assistito è persona offesa. Questo sempre in contrasto alle prove acquisite.
Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.
Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento.
In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.
Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.
In data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi). Con il protocollo l'Ente pubblico si assume l'onere del restante 10%.
“Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.
Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici.
E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.
Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.
A Taranto, venerdì 16 aprile 2010, una delegazione dei parlamentari del PD della Commissione Parlamentare Antimafia, insieme ad altri parlamentari pugliesi del PD, ha tenuto una serie di incontri con autorità, associazioni ed organizzazioni sindacali e di categoria della provincia tarantina, tra cui i rappresentanti locali di “Libera” e della CGIL.
La delegazione, guidata dall’on. Laura Garavini, presidente della Commissione Antimafia, era costituita dal sen. Alberto Maritati, dall’on. Michele Bordo, dall’on. Ludovico Vico, dall’on. Teresa Bellanova, dall’on. Dario Ginefra, dal sen. Salvatore Tomaselli, dall’on. Cinzia Capano e dall’on. Gero Grassi.
La delegazione antimafia di sinistra non ha voluto incontrare il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Sodalizio nazionale che, purtroppo, proprio presso la Prefettura di Taranto ha la sua iscrizione.
“Non capisco perché quest’ostracismo istituzionale nei nostri confronti – dice il presidente Antonio Giangrande – discriminarci perché non siamo di sinistra e perché non santifichiamo i magistrati, fa apparire la loro lotta alla mafia come lotta di parte o di facciata. Purtroppo per loro e per tutti quelli che ci emarginano noi siamo gli unici ad avere una competenza specifica sul fenomeno mafioso e sul sistema antimafia. I nostri studi ed inchieste sono la fonte di articoli di stampa e di tesi di laurea. I tentativi di emarginare le contro voci, noi come Leonardo Sciascia, dimostrano la malafede di chi li compie e la codardia di chi, mediaticamente, li copre. Noi additiamo il sistema di potere corrotto come madre di tutte le mafie, ma, come diceva Sciascia, lo Stato non può processare se stesso. La gente lo sa bene e, non corrisposta nei suoi interessi, si astiene dal dare un voto inutile a chi si bea di aver vinto, ma, in virtù dell’astensione, solo con il 25-30% dell’elettorato votante. L’informazione pubblica, purtroppo si ostina a dare spazio a questa politica lontana dai cittadini, anziché far parlare le contro voci foriere di rinnovamento.”
Spero che questa denuncia pubblica sia approfondita, nell’interesse della collettività, delle associazioni antimafia indipendenti e della vera lotta alla mafia e cessi l’ostracismo a danno dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
Fonti:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200802articoli/30177girata.asp
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=8746
ACCESSO ALL'AVVOCATURA
Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.
Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.
Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.
Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.
Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."
In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.
Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?
COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).
LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).
INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.
IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.
IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.
CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90
e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve
svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza
delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre
all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale,
sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la
trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché
mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono
corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a
leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate.
Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.
Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.
Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.
O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.
E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.
TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni) del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.
ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI
RISULTATO: LETTERA MORTA
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SIG.
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI
E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA
Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.
Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996
Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;
autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;
ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;
da 12 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.
PREMESSO CHE
il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;
il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;
il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;
il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;
l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;
il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;
il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:
Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;
Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);
Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);
Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);
Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);
Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);
Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);
Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;
Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);
Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.
RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.
DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?!
Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.
Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.
Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.
Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.
Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.
Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.
Dr Antonio Giangrande
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INGIUSTIZIOPOLI
15 aprile 2007. Carmela volava via, dal settimo piano di un palazzo a Taranto, dopo aver subito violenze ed abusi, ma soprattutto dopo essere stata tradita proprio da quelle istituzioni a cui si era rivolta per denunciare e chiedere aiuto. Per dare giustizia e un senso al suo sacrificio e affinché non vi siano più altre “Carmele”, nasce l’associazione in suo onore e memoria “IoSòCarmela”, come la frase che lei stessa ripeteva sempre e scriveva dappertutto per urlare a tutti il suo diritto di esistere e di essere rispettata.
Delle lettere scritte si è perso il conto. Soltanto in quest’ultimo mese al ministro di Grazia e Giustizia e al ministro delle Pari Opportunità ne saranno state inviate cinque o sei. Risposte? Nessuna. Certezze che siano state almeno aperte? Nessuna. E così Alfonso Frassanito ha deciso che era il momento di fare qualcosa di più per dare voci a tutti quelli come lui: genitori di bambini o adolescenti che hanno subito un abuso, che forse conoscono anche il nome del colpevole, ma hanno capito che non otterranno mai giustizia.
Per la prima volta lui - e tanti altri come lui - saranno sotto il ministero di Grazia e Giustizia a urlare quello che era scritto nelle lettere. «Perché nessuno stavolta possa dire di non aver sentito», spiega Alfonso. Sarà una catena umana di genitori, arriveranno da tutt’Italia, qualcuno ogni giorno per mantenere viva l’attenzione su quello che denunciano essere un vero e proprio business: i servizi sociali, le case-famiglia, gli istituti di accoglienza. Più o meno negli istituti sono collocati circa 30.000 minori per vari motivi: separazioni, abbandono, disagio dei figli e incapacità dei genitori di occuparsene secondo le perizie il Tribunale dei Minori. Per ciascun minore il Comune di appartenenza versa una quota di 100-150 euro al giorno, per un totale complessivo annuale di circa mille milioni di euro che rappresentano un giro d’affari molto interessante. «E che fanno sì che la giustizia italiana a volte provochi più danni degli stessi criminali», ha provato a spiegare Alfonso Frassanito nella sua lettera al ministro Alfano.
La sua storia è esemplare: è il padre di Carmela. «Una ragazzina di 13 anni - scrive Alfonso - che il 15 aprile del 2007 è deceduta volando via da un settimo piano della periferia di Taranto, dopo aver subito violenze sessuali da un branco di viscidi esseri», ma poi anche le incompetenze e la malafede di quelle Istituzioni che sono state coinvolte con l’obiettivo di tutelarla», perché «invece di rinchiudere i carnefici di mia figlia hanno pensato bene di rinchiudere lei in un istituto (convincendoci con l’inganno) ed imbottendola di psicofarmaci a nostra insaputa». Carmela aveva denunciato di essere stata violentata; e nessuno, né polizia, né magistrati, né assistenti sociali le avevano creduto o l’avevano presa sul serio. Ma le istituzioni avevano anche fatto di peggio. Hanno considerato Carmela «soggetto disturbato con capacità compromesse» e, quindi, poco credibile.
Invece di perseguire chi l’aveva violentata, hanno di fatto perseguito una bambina rinchiudendola in vari istituti in cui Carmela non voleva stare. E, come ha denunciato il padre, usando il metodo facile di «calmarla» con psicofarmaci.
Carmela aveva manifestato in vario modo la sua disperazione, ma per tutta risposta era stata classificata come “soggetto con problematiche psichiatriche”. E questi stessi magistrati, psichiatri che hanno deciso per Carmela, contro Carmela, quando è morta, si sono detti «sorpresi».
Drogata con anfetamine e violentata. In diverse occasioni e in luoghi diversi, di lei, come poi denuncerà al pm Enzo Petrocelli, abusano in otto. Sette minorenni, che hanno poco meno di 18 anni, tutti identificati e indagati per violenza sessuale, e un maggiorenne. È questo l' episodio che innesca la procedura per l' affidamento della ragazza al centro di accoglienza «L' Aurora» di Lecce. Dal quale, dopo circa tre mesi, Carmela verrà trasferita, per andare nel centro «Il Sipario», a Gravina di Puglia, proprio quello che ospitava Francesco e Salvatore, i fratellini scomparsi di Gravina. Carmela, prima delle violenze subìte in quei quattro giorni, aveva raccontato di un interessamento nei suoi confronti da parte di un giovane sottufficiale della Marina in servizio a Taranto, sul quale però la polizia non aveva trovato riscontri per l' avvio di un procedimento penale. Carmela, dicevano, spesso inventa le cose e non ha la completa padronanza di sé. Poi l' allontanamento da casa e l' intervento di assistenti sociali e medici e giudici. Da qui alla perizia psichiatrica il passo non è stato lungo. E ancora più breve è stato il cammino verso gli abusi sessuali, tanto ormai Carmela era per tutti «quella sbroccata», «quella che ci stava». Chi le avrebbe mai creduto? Il padre di Carmela adesso dice che la colpa è di quei medici e di quell'istituto che somministravano alla ragazza pesanti dosi di psicofarmaci per tenerla tranquilla.
Ma sulle scrivanie dei ministri dovrebbe essere arrivata anche la lettera di Luigi Bitonto, padre dei quattro fratellini che a gennaio del 2008 denunciarono con un video inviato da loro stessi su You Tube gli abusi subiti. Dopo tutti questi mesi gli abusi sono stati accertati anche dalle perizie ma i fratellini sono stati allontanati dal padre, unica figura familiare di riferimento, e ora vivono in una casa-famiglia. E a Luigi Bitonto non è rimasto che prendere carta e penna e denunciare «le tragiche lungaggini, che producono confusione, con Tribunali che seguono contemporaneamente strade diverse, perizie che si accavallano e l'una sconfessa l'altra e alla fine chi subisce sono appunto le vittime. E i criminali se ne vanno in giro in tutta tranquillità, casomai continuando a delinquere».
D'altro canto c’è anche il risvolto della medaglia.
La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva due condanne per molestie sessuali su bambini che frequentavano un asilo a La Loggia. Per Valerio Apolloni, all'epoca dei fatti presidente dell'ente di gestione della struttura, e Vanda Ballario, direttrice, la pena è di due anni e dieci mesi di reclusione, in parte già scontati per effetto di un periodo di custodia cautelare. I due educatori hanno sempre respinto ogni accusa. Anzi, Valerio Apolloni è il figlio di Vittorio Apolloni, presidente dell'Associazione Falsi Abusi, che da anni si batte (dai casi esplosi a Brescia fino a quelli di Rignano) per dimostrare come la stragrande maggioranza delle denunce sia del tutto inventata dai bambini.
IL CASO FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO
INTERROGAZIONI PARLAMENTARI
Atto Camera
Interrogazione a risposta in Commissione 5-00589
presentata da RITA BERNARDINI lunedì 10 novembre 2008, seduta n.082
BERNARDINI. - Al Ministro della giustizia - Per sapere - premesso che:
tra il 1994 ed il 1997 in Puglia vi furono quindici omicidi di donne anziane che vivevano da sole, per i quali vennero arrestate 7 persone, delle quali due sono ancora in carcere;
i suddetti omicidi avvennero tutti con le stesse modalità, tanto che anche i giornali dell'epoca formularono l'ipotesi del serial killer. Ipotesi non seguita dai magistrati inquirenti, che rinviarono a processo e condannarono molteplici imputati;
in particolare, per l'omicidio della signora Celeste Commesatti, avvenuto in Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995, furono condannati Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli e Vincenzo Donvito;
Giuseppe Tinelli è recluso presso il carcere di Ivrea da 11 anni, Davide Nardelli ha scontato 7 anni di carcere e Vincenzo Donvito in data 21 luglio 2005, si è tolto la vita all'interno del carcere di Castogno, nei pressi di Teramo, dopo aver scontato 7 anni di carcere. Donvito aveva sempre proclamato, inutilmente, la propria innocenza e si è determinato a togliersi la vita non potendo più reggere il peso di una ingiusta detenzione;
per l'omicidio della signora Pasqua Ludovico avvenuto a Castellaneta il 14 maggio 1997, sono stati condannati Vincenzo Faiuolo (che da 12 anni sconta la propria pena ed attualmente è ristretto presso il carcere di Volterra) e Francesco Orlandi (attualmente in regime di libertà vigilata, dopo aver scontato 11 anni di carcere);
per l'omicidio della signora Maria Valente, avvenuto a Palagiano in data 29 luglio 1997, sono stati condannati Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli, Carmina Palmisano e Sebai Ezzadine Ben Mohamed;
in riferimento ai fatti narrati, in epoca successiva alle condanne, sono emerse nuove e decisive prove, volte a dimostrare l'erroneità delle condanne impartite e l'effettiva esistenza di un unico serial killer. Infatti, in data 10 febbraio 2006, Sebai Ezzadine Ben Mohamed, già condannato a quattro ergastoli perché ritenuto responsabile dell'uccisione di quattro donne anziane, rendeva la propria confessione davanti al Procuratore della Repubblica di Milano, dottor Alberto Nobili, ammettendo la propria responsabilità in ordine ai quindici omicidi, tra i quali anche quelli relativi alle signore Celeste Commesatti, Pasqua Ludovico e Maria Valente;
il Sebai si determinò a rendere tale confessione per liberarsi la coscienza a seguito del suicidio del Donvito, scagionando completamente le persone condannate per i fatti sopra menzionati. Il Sebai, infatti, ha così dichiarato: «è mia intenzione ammettere le mie responsabilità in ordine a quindici omicidi. Preciso che per quattro omicidi sono già stato condannato in ciascun caso alla pena dell'ergastolo nel mentre sono responsabile anche per altri undici omicidi. Per alcuni di questi omicidi so che sono state condannate persone innocenti e quindi voglio liberarmi la coscienza da questo peso»;
le sue dichiarazioni sono state molto dettagliate, precise e concordanti in quanto lo stesso ha fornito puntuali descrizioni non solo circa le modalità degli omicidi, ma anche con riferimento ai luoghi ed alla refurtiva. Tali descrizioni hanno trovato oggettivi riscontri. In particolare, per quanto riguarda la refurtiva sottratta alle vittime, è da sottolineare come le dichiarazioni del Sebai abbiano portato al ritrovamento di parte della stessa presso la sua abitazione e presso un ricettatore al quale il Sebai l'aveva venduta;
nella sua confessione Sebai Ezzadine Ben Mohamed narra della sua infanzia difficile, dei maltrattamenti che riceveva in famiglia e di come fosse dedito all'alcolismo sin da piccolo nonché delle rapine che ha iniziato a fare dall'età di 12 anni a danno prima dei suoi familiari e successivamente a danno di donne anziane sole, e di come agisse sempre sotto l'effetto dell'alcool;
in particolare, riguardo all'omicidio di Celeste Commesatti, per il quale sono stati ingiustamente condannati Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, il Sebai narrò di come l'avesse uccisa strangolandola con le proprie mani fornendo una dettagliata descrizione dei luoghi;
in data 3 giugno 2006 il Sebai confermava la sua confessione in modo ancor più dettagliato, davanti alla dottoressa Pina Montanaro, PM di Taranto, e le sue dichiarazioni vennero verificate e confermate dagli inquirenti, tanto che si determinarono ad aprire a carico del Sebai un ulteriore procedimento penale, recante RG n. 386/06, relativo all'omicidio di Celeste Commesatti e di Pasqua Ludovico;
la prossima udienza per il processo de quo, dopo una serie di rinvii d'ufficio, è stata fissata per il giorno 22 novembre 2008, davanti al GUP dottor Ingenito;
l'avvocato del Sebai ha formulato istanza di rito abbreviato, anticipando che la sua richiesta sarà comunque di condanna in quanto sarà volta all'accertamento della parziale incapacità di intendere e di volere del Sebai, all'epoca dei fatti contestati, e non la sua incapacità totale;
per l'omicidio di Celeste Commesatti e Pasqua Ludovico, Faiuolo è ancora detenuto presso il carcere di Volterra, mentre Orlandi ha scontato la pena ed è stato scarcerato nel giugno di quest'anno, avendo ancora da scontare tre anni di libertà vigilata;
la procura di Taranto ha rinviato il Sebai a giudizio per l'omicidio della signora Celeste Commesatti e della signora Pasqua Ludovico, ma non per la signora Maria Valente, per il quale il Sebai era già stato condannato unitamente a Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano, ritenendo impossibile processare nuovamente il Sebai per lo stesso omicidio, secondo il principio del ne bis in idem. Non ha però preso in considerazione il fatto che, in relazione a detto omicidio, sono stati condannati anche Giuseppe Tinelli (ad oggi ancora ristretto presso il carcere di Ivrea), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano;
a questo proposito preme sottolineare come la Procura generale di Taranto avrebbe potuto e, secondo gli interroganti, dovuto chiedere la revisione penale della sentenza che vedeva condannati ingiustamente, per l'omicidio della Valente, il Sebai unitamente agli altri tre summenzionati imputati, in quanto questi sono stati scagionati dalle dichiarazioni confessorie di Sebai Ezzadine Ben Mohamed, ed alcuni di loro stanno ancora scontando un'ingiusta pena;
a seguito delle dichiarazioni confessorie formulate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, in riferimento alla posizione di Giuseppe Tinelli l'avvocato Claudio Defilippi, difensore di quest'ultimo ha proposto istanza di revisione presso la Corte d'Appello di Potenza, presentata in data 2 settembre 2008, avverso la sentenza n. 05.1998 che lo riteneva colpevole, in concorso con Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, dell'omicidio della signora Celestina Commesatti (omicidio avvenuto in Palagiano il 13 agosto 1995) ed una successiva istanza di revisione volta ad ottenere la revoca della sentenza n. 06 del 2002 che lo riteneva colpevole, in concorso col Sebai Ezzedine, in qualità di esecutori materiali dell'omicidio di Maria Valente (omicidio avvenuto in Palagiano il 29 luglio 1997);
la prima istanza di revisione è stata rigettata dalla Corte d'Appello di Potenza che ha ritenuto inesistente un contrasto di giudicati, non essendo ancora pervenuti ad una sentenza di condanna definitiva in ordine ai fatti dei quali si è autoaccusato il Sebai. Sulla seconda istanza di revisione non è ancora pervenuta alcuna decisione da parte della Corte d'Appello di Potenza;
anche in riferimento alle posizioni di Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi l'avvocato Claudio Defilippi ha presentato due istanze di revisione davanti alla Corte d'Appello di Potenza, volte ad ottenere la revoca della sentenza che li ha ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dell'omicidio di Pasqua Ludovico;
anche in riferimento all'istanza presentata per conto di Faiuolo non è ancora stata comunicata alcuna decisione, ma è stata rigettata la revisione proposta a favore di Orlandi per gli stessi fatti;
le dichiarazioni confessorie del Sebai Ezzadine Ben Mohamed, a seguito delle quali lo stesso è stato mandato a giudizio per gli stessi fatti, evidenziano la possibilità dell'esistenza di gravi errori giudiziari. Si tenga presente, a questo proposito, che sono già stati comminati a persone presumibilmente innocenti complessivi 100 anni di carcere, con il conseguente pericolo per lo Stato italiano di dover pagare ingenti somme a titolo di risarcimento per detti errori giudiziari -:
se i tempi relativi al procedimento a carico di Sebai Ezzadine Ben Mohamed davanti al GUP dottor Ingenito, volto ad accertare le responsabilità dell'imputato per l'omicidio di Celestina Commesatti e Pasqua Ludovico, siano coerenti con i tempi medi di svolgimento dei giudizi nel medesimo tribunale e, nel caso in cui si rilevi l'abnormità della dilatazione dei medesimi, se non intenda disporre un'ispezione presso il citato tribunale di Taranto al fine dell'esercizio dei poteri di competenza;
se intenda inviare un'ispezione presso la procura generale presso la Corte di Appello di Taranto al fine di verificare i motivi per cui la stessa, alla luce delle dichiarazioni confessorie rilasciate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, non abbia ritenuto necessario formulare istanza di revisione delle sentenze che hanno visto condannati Giuseppe Tinelli (attualmente in carcere da 11 anni), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano in relazione all'omicidio di Maria Valente, omicidio per il quale era già stato condannato anche Sebai Ezzadine Ben Mohamed;
se intenda inviare un'ispezione presso la Corte d'Appello di Potenza per comprendere i motivi in base ai quali detta Corte non abbia concesso, pur avendone la facoltà la provvisoria scarcerazione di Vincenzo Faiuolo e di Giuseppe Tinelli, detenuti da oltre 11 anni, nonostante sussista il fumus relativo alla loro innocenza. (5-00589)
Martedì 13 ottobre 2009. - Presidenza del vicepresidente Federico PALOMBA. - Interviene il sottosegretario di Stato per la giustizia Giacomo Caliendo. La seduta comincia alle 12.50.
Il sottosegretario Giacomo CALIENDO risponde all'interrogazione in titolo nei termini riportati in allegato (vedi allegato 1).
5-00589 Bernardini: Sulle vicende giudiziarie relative a quindici omicidi di donne anziane commessi in Puglia tra il 1994 ed il 1997.
TESTO DELLA RISPOSTA
Con riferimento all'interrogazione indicata in oggetto, si comunica che Sebai Ezzedine Ben Mohamed, di nazionalità tunisina, già condannato alla pena dell'ergastolo per omicidi commessi negli anni novanta, rendeva spontanee dichiarazioni in data 10 febbraio 2006, nel procedimento 686/2006 mod. 45, avanti al Pubblico Ministero della D.D.A. di Milano, dottor Alberto Nobili, poi reiterate quale persona sottoposta ad indagini nel procedimento penale 7133/2006 mod. 21. In tali dichiarazioni costui confessava quindici omicidi a scopo di rapina (per taluni dei quali era già stato a suo tempo sottoposto a procedimento penale da solo o in concorso con altri) commessi nell'anzidetto periodo nei circondari di Foggia (in danno di Barbetta Giuseppina e Stella Annamaria), Taranto (in danno di Anna Stano, Grazia Montemurro, Ludovica Pasqua, Rosa Lucia Lapiscopia e Celeste Commessatti), Melfi (in danno di Petronilla Vernetti), Lucera (in danno di Celeste Madonna) e Trani (in danno Leona Santa).
In conseguenza di tali dichiarazioni, il Procuratore della Repubblica di Milano trasmetteva i relativi procedimenti agli uffici requirenti competenti per territorio; detti uffici avviavano le indagini relative agli omicidi prima menzionati accludendo gli atti dei procedimenti già definiti con esiti vari (sentenze di condanna o di assoluzione passate in giudicato, ovvero decreti di archiviazione «per essere rimasti ignoti gli autori del reato»).
I difensori dei soggetti condannati con sentenza irrevocabile per gli omicidi citati presentavano istanze di revisione alle competenti Corti di Appello, che però venivano dichiarate inammissibili per i motivi illustrati in modo specifico nei vari provvedimenti, nei quali si rilevava, in sostanza, l'assenza di un giudicato circa la responsabilità dell'autore della confessione, in contrasto con quello già formatosi.
Al riguardo, il Procuratore della Repubblica di Taranto ha comunicato che a seguito di tali dichiarazioni autoaccusatorie sono stati instaurati presso detto Ufficio i seguenti procedimenti penali:
n. 4082/06 Mod. 21, relativo all'omicidio di Ludovico Pasqua (per il quale erano stati condannati in precedenza Faiuolo Vincenzo e Orlandi Francesco, entrambi rei confessi) e all'omicidio di Montemurro Grazia;
n. 4081/06 Mod. 21, relativo all'omicidio di Commessatti Celestina (per il quale era stato condannato in precedenza Donvito Vincenzo, come da procedimento n. 7/96 Mod. 21 già instaurato dallo stesso Pubblico Ministero);
n. 2833/97 Mod. 21, relativo all'omicidio di Lapiscopia Rosa, per il quale il Pubblico Ministero aveva chiesto ed ottenuto l'archiviazione dell'indagine nei confronti del Sebai, già indagato per quel fatto, poiché gli elementi a carico del predetto, pur se dotati di una certa concretezza, non avrebbero consentito di sostenere l'accusa in dibattimento. A seguito della dichiarazione autoaccusatoria del Sebai, il medesimo Pubblico Ministero provvedeva a chiedere ed ottenere l'autorizzazione alla riapertura delle indagini.
Per tutti i tre procedimenti di cui sopra, i Pubblici Ministeri assegnatari hanno avanzato richiesta di rinvio a giudizio in data 9 maggio 2007, 18 giugno 2007 e 10 ottobre 2007.
Nel corso dell'udienza davanti al GUP, svoltasi con rito abbreviato, i Pubblici Ministeri hanno concluso chiedendo l'assoluzione del Sebai per gli omicidi di Ludovico Pasqua, Montemurro Grazia e Commessatti Celestina, poiché gli elementi a sostegno dell'accusa non avevano evidenziato un complesso di acquisizione probatoria tale da giustificare la condanna dell'imputato.
Il Pubblico Ministero, invece, evidentemente ritenendo che l'autoaccusa del Sebai in relazione all'omicidio Lapiscopia valesse ad integrare il quadro giudiziario già esistente, che tuttavia all'epoca non gli aveva consentito di insistere per il rinvio a giudizio, avanzava richiesta di condanna allo stesso GUP.
Tanto premesso in relazione a tale complessa vicenda processuale e passando a rispondere al primo dei quesiti posti, posso far presente che il GUP del Tribunale di Taranto ha fornito esaustivi dati informativi in ordine ai tempi ed agli sviluppi dell'udienza preliminare, relativa al procedimento penale n. 3407/07 R. GIP, connesso a quello in cui gli eredi di Vincenzo Donvito, già condannato per taluni omicidi, hanno intrapreso giudizio di revisione.
In particolare è stato riferito che all'udienza del 4 dicembre 2007 la difesa ha chiesto un aggiornamento del processo per riunire il procedimento con altri pendenti sempre nei confronti del SEbai. All'udienza del 14 febbraio 2008 il GIP procedeva alla riunione di uno dei procedimenti in questione e la difesa insisteva per la riunione degli altri procedimenti.
La trattazione del procedimento n. 3407/07 R. GIP, a causa della legittima assenza in data 6 maggio 2008 del GIP assegnatario, in congedo ordinario, fu rinviata all'udienza del 14 ottobre 2008.
In tale udienza, riuniti tutti i procedimenti sopra indicati, assente l'imputato - detenuto per altro in località del Nord e «rinunciante» a presenziare al giudizio - la difesa, sfornita di valida procura speciale, annunciava la volontà di chiedere che la trattazione del procedimento proseguisse con le forme del giudizio abbreviato «condizionato». L'assenza di una valida procura speciale determinava l'opportunità di rinviare a breve la trattazione per consentire alla difesa la regolarizzazione della procura e la corretta formulazione dell'annunciata istanza.
All'udienza del 28 ottobre 2008, l'istanza, così come proposta dal procuratore speciale - ancora assente l'imputato, nuovamente «rinunciante» - veniva respinta e si disponeva che la trattazione del procedimento proseguisse con le forme del giudizio abbreviato, giusta richiesta tempestivamente avanzata dal medesimo procuratore speciale. Subito dopo, la difesa manifestava l'intenzione dell'imputato di rendere interrogatorio e, conseguentemente, si disponeva un ulteriore rinvio all'udienza straordinaria, all'uopo fissata.
In data 21 novembre 2008, Sebai Ezzedine, tradotto dalla Casa circondariale in cui era detenuto, veniva interrogato nel corso dell'udienza tenutasi dalle ore 10,50, alle ore 14,25. La lunghezza dell'atto, tenuto conto della molteplicità dei fatti narrati in relazione a quattro omicidi, impediva l'immediata discussione. Va precisato, al riguardo, che tutti i soggetti processuali erano d'accordo ad acquisire preventivamente la fono trascrizione dell'udienza e il procedimento veniva quindi rinviato al 19 dicembre 2008. Svolta l'udienza del 19 dicembre 2008 in cui il Pubblico Ministero chiedeva un integrazione probatoria, respinta dal GIP, il procedimento era rinviato a quella dell'8 gennaio 2009, nella quale il difensore del Sebai sollevava eccezione di incostituzionalità dell'articolo 52 del codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non l'obbligo del Pubblico Ministero di astenersi, avendo tutti e tre i Pubblici Ministri titolari dei procedimenti riuniti trattato in passato procedimenti relativi agli stessi fatti-reato e/o comunque procedimenti il cui il Sebai era o indagato o imputato o persona offesa.
Il GUP del Tribunale di Taranto rigettava tale eccezione, ritenuta manifestamente infondata, e il procedimento in questione si concludeva, con rito abbreviato, con sentenza n. 105/09 del 13 febbraio 2009 (depositata il 16 aprile 2009), con la quale il Sebai, riconosciuto colpevole dell'omicidio di Lucia Lapiscopia, è stato condannato alla pena dell'ergastolo, mentre è stato assolto per gli omicidi di Pasqua Ludovico, Grazia Montemurro e Celestina Commessatti per non aver commesso il fatto.
Peraltro, deve al riguardo chiarirsi che il Pubblico Ministero, nel corso della discussione ha espressamente chiesto che gli atti fossero trasmessi all'Ufficio Requirente per procedere per il reato di autocalunnia nei confronti del Sebai ed il GIP ha disposto in conformità. In conseguenza di ciò, la Procura di Taranto ha quindi iscritto un procedimento penale a carico del Sebai per il delitto di cui all'articolo 369 del codice penale in ordine alle dichiarazioni da lui rese in merito agli omicidi di Ludovico Pasqua, Montemurro Grazia e Commessatti Cristina.
Deve poi evidenziarsi che l'imputato ha proposto appello avverso la suddetta sentenza e gli atti sono stati trasmessi in Corte di Appello - Sezione distaccata di Taranto - il 16 settembre 2009.
Tanto chiarito, si precisa che le competenti articolazioni ministeriali non hanno riscontrato anomalie o ritardi nella trattazione dell'anzidetto procedimento a carico di Sebai Ezzedine, la cui definizione è comunque pregiudiziale rispetto al giudizio di revisione intrapreso dagli eredi di Donvito.
Con riferimento al secondo quesito, riferito all'operato della Procura Generale presso la Corte di Appello di Taranto, l'interrogante chiede quali siano i motivi per cui, alla luce delle dichiarazioni confessorie rilasciate da Sebai Ezzedine Ben Mohamed non sia stata formulata, dalla Procura Generale di Taranto, istanza di revisione delle sentenze che hanno visto condannati Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano in relazione all'omicidio di Maria Valente, per il quale era stato già condannato anche lo stesso Sebai Ezzedine Ben Mohamed.
In relazione a tale quesito si osserva come, prima della formazione di un giudicato incompatibile, è rimessa al competente Procuratore Generale la valutazione circa i presupposti di un'eventuale richiesta di revisione di una sentenza di condanna e tale valutazione, espressione dell'attività giurisdizionale, rimane estranea al sindacato disciplinare.
L'interrogante, inoltre, ha censurato l'operato della Corte di Appello di Potenza per non aver concesso, pur avendone la facoltà, la provvisoria scarcerazione di Vincenzo Faiuolo e di Giuseppe Tinelli, detenuti da oltre 11 anni, nonostante sussista il fumus relativo alla loro innocenza.
Su tale quesito sono stati forniti esaustivi dati informativi dal Presidente della Corte di Appello di Potenza, il quale ha trasmesso documentata nota del Presidente della Sezione penale, dalla quale è emerso che le dodici istanze di revisione proposte a seguito delle dichiarazioni autoaccusatorie di Sebai Ezzedine Ben Mohamed, sono tutte state dichiarate inammissibili con provvedimenti puntualmente motivati, tenendo anche conto dei principi fissati in materia dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui «la individuazione di un diverso responsabile del delitto, per il quale l'imputato venne definitivamente condannato, assume la qualità di prova nuova, legittimante la revisione del processo, laddove sia avvenuta mediante sentenza passata in giudicato, che quindi escluda la validità di quello precedentemente formatosi» (cfr. Cass. 30 giugno 2004 n. 31610).
Va precisato, inoltre, che i ricorsi proposti avverso le ordinanze emesse dalla Corte territoriale sono stati tutti rigettati dalla Corte di Cassazione.
In ordine alla medesima vicenda, sono pervenuti numerosi esposti di avvocati, fra cui quelli del difensore di Sebai Ezzedine Ben Mohamed, ma le censure mosse sono riferite all'attività giudiziaria in corso da parte dei pubblici ministeri e dei giudici delle indagini preliminari titolari dei procedimenti penali ricevuti per competenza territoriale dalla Procura di Milano e all'attività già svolta dal magistrati delle Corti di Appello investite delle predette richieste di revisione, giudicate inammissibili.
Alla luce della complessa ricostruzione processuale sin qui operata, nonché dall'esame della voluminosa documentazione acquisita non è emerso alcun profilo suscettibile di rilievo disciplinare nell'operato dei magistrati che si sono occupati delle vicende processuali in argomento.
Non sussistono, infatti, i presupposti per l'adozione di iniziative di carattere ispettivo, dovendosi rilevare che è precluso sindacare in sede amministrativa il merito dei provvedimenti giurisdizionali, ai sensi dell'articolo 2, comma 2 del decreto legislativo 109/06 ed in assenza di indici rilevatori di talune delle ipotesi tipiche indicate nella medesima norma.
Rita BERNARDINI (PD) dichiara di non potersi considerare soddisfatta della risposta del Governo, dalla quale emerge l'immagine precisa di una malattia tutta italiana nel funzionamento della giustizia, a causa della quale alcuni cittadini stanno scontando una pena ingiusta e uno di questi si è tolto la vita. Ricorda, quindi, come nel caso di specie si stia discutendo di un serial killer che ha confessato. La sentenza, tuttavia, ha assolto il Sebai solo per i delitti per cui erano state già condannate altre persone, considerando la sua confessione inattendibile solo per questi casi, salvo ritenerla perfettamente attendibile soltanto per l'unico omicidio che era rimasto privo di autore. Si è quindi applicato ad un serial killer reo confesso un inaccettabile principio di scindibilità della confessione. Ritiene conclusivamente indispensabile che siano adottate tutte le misure affinché questa incresciosa situazione sia risolta in tempi brevi e per evitare che situazioni analoghe si verifichino in futuro.
Federico PALOMBA, presidente, dichiara concluso lo svolgimento delle interrogazioni all'ordine del giorno. La seduta termina alle 13.05.
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-06484
presentata da RENATO FARINA mercoledì 10 marzo 2010, seduta n.297
RENATO FARINA. - Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia - Per sapere - premesso che:
davanti alla corte dì Assise di Foggia è in corso il processo di Sebai Ezzedine, di nazionalità tunisina, nei procedimenti penali iscritti ai nn. R.G. 146848/08 e riuniti e R.G. 823/09, per il reato di rapina e tentato omicidio di Aprile Assunta (Foggia, 12 gennaio 1994), e per i reati di rapina e omicidio ai danni di Garbetta Giuseppina (San Ferdinando di Puglia, Foggia, il 30 maggio 1996) e di Stella Anna Maria (Trinitapoli, Foggia, il 1o maggio 1997);
il signor Sebai viene schedato con foto ed impronte sin dal 1991, dai carabinieri di Bolzano. Egli, nel corso delle dichiarazioni rese al sostituto procuratore del tribunale di Milano, dottor Nobili, in data 10 febbraio 2006, e successivamente confermate, a dicembre 2008, davanti al sostituto procuratore del tribunale di Foggia, dottor, Ludovico Vaccaro, ha confessato i seguenti omicidi, compiuti tra il gennaio 1994 ed il settembre 1997:
gennaio 1994, presunta vittima ignota, in assenza di riscontri investigativi, poi identificata a seguito dell'interrogatorio di Sebai avanti al pubblico ministero di Foggia (avvenuto nel dicembre 2008, come citato in premessa) in Aprile Assunta, la quale è l'unica vittima sopravvissuta;
8 luglio 1995, Vernetti Petronilla, anni 83, Melfi (Potenza), assolto;
13 agosto 1995, Commessatti Celeste, anni 83, Palagiano (Taranto), per il quale delitto sono stati condannati Nardelli Davide e Tinelli Giuseppe, minorenni all'epoca del fatto, e Donvito Vincenzo, suicidatosi nel 2006 nella Casa di Reclusione di Teramo;
24 aprile 1996, Madonna Celeste, anni 81, Lucera (Foggia), omicidio irrisolto, nel 2008 Sebai condannato a 18 anni;
30 maggio 1996, Garbetta Giuseppina, anni 72, San Ferdinando di Puglia (Foggia), omicidio irrisolto fino alla confessione di Sebai;
10 agosto 1996, Stano Anna, anni 85, Ginosa (Taranto), ergastolo;
15 gennaio 1997, Totaro Maria, anni 76, Cerignola (Foggia), ergastolo;
5 aprile 1997, Montemurro Grazia, anni 76, Massafra (Taranto), per il quale delitto è stato condannato diciotto anni di reclusione Montemurro Cosimo, nipote della vittima;
1o maggio 1997, Stella Anna Maria, anni 69, Trinitapoli (Foggia), omicidio irrisolto fino alla confessione di Sebai;
9 maggio 1997, Leone Santa, anni 82, Canosa di Puglia (Bari), processato e assolto;
14 maggio 1997, Ludovico Pasqua, anni 86, Castellaneta (Taranto) per il quale delitto sono stati condannati Faiulo Vincenzo e Orlandi Francesco, rei confessi;
28 luglio 1997, Valente Maria, anni 84, Palagiano (Taranto), ergastolo per il quale delitto, oltre all'ergastolo per Sebai, sono stati condannati anche Tinelli Giuseppe e la di lui madre e sorella;
21 agosto 1997, Lapiscopa Rosa Lucia, anni 90, Laterza (Taranto), ergastolo;
27 agosto 1997, Sansone Angela, anni 84, Spinazzola (Bari), ergastolo;
15 settembre 1997, Nico Lucia, anni 75, Palagianello (Taranto), ergastolo;
per il delitto del gennaio 1994, ai danni di Aprile Assunta, unica sopravvissuta delle 15 vittime, quantunque ricoverata in prognosi riservata, gli investigatori non rilevarono le impronte digitali e, inoltre, a dispetto delle accuratissime descrizioni dell'aggressore, fornite dalla vittima, non fu esperita alcuna ricerca fra le foto schedate nel casellario centrale. Un tale accertamento avrebbe potuto impedire tutti i successivi 14 delitti, risalendo ai dati del Sebai schedati sin dal 1991;
per il delitto del 13 agosto 1995, ai danni di Commessatti Celeste, il signor Sebai viene fermato con la refurtiva sottratta alla vittima, viene fotografato, vengono rilevate le sue impronte digitali e poi rilasciato. In tale circostanza, la negligenza investigativa, manifestatasi già nel 1994, assume connotati gravi aprono la strada ai successivi 5 delitti, confessati dal Sebai;
per il delitto del 1o maggio 1997, ai danni di Stella Anna Maria, nel corso delle indagini successive, furono rilevate le tracce di Dna sulle cicche di sigaretta, rinvenute sulla scena del delitto, nonché le impronte digitali. Comparato il Dna a quello di Sebai, risultando negativo, Sebai fu rilasciato senza comparare le impronte digitali. Solo nel 2008, cioè 11 anni dopo, a seguito degli accertamenti disposti dal nuovo sostituto procuratore del tribunale di Foggia, dottor Ludovico Vaccaro, si scoprirà che Sebai aveva lasciato l'impronta sulla scena del delitto Stella. L'accertamento sulle impronte, omesso nel 1997, consente al Sebai lo stato di libertà nel corso del quale compie altri 6 omicidi -:
se i Ministri interrogati dispongano di elementi sulla vicenda, se dagli atti dei Ministeri risulti se siano state assunte iniziative ispettive in relazione ai fatti citati in premessa e, qualora ne sussistano i presupposti, se intendano avviarne. (4-06484)
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=5745&stile=6&highLight=1
http://nuovo.camera.it/453?bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/200910/1013/html/02#37n1
TARANTO – 8 gennaio 2009 - Il sostituto procuratore del tribunale di Taranto, Maurizio Carbone, ha chiesto la condanna alla pena di 20 anni di reclusione per Ben Mohamed Ezzedine Sebai, il tunisino di 44 anni ritenuto il serial killer delle vecchiette uccise in Puglia negli anni Novanta. La richiesta di condanna, formulata nel corso di un processo con rito abbreviato, riguarda l’omicidio di Rosa Lucia Lapiscopia, di 90 anni, uccisa a Laterza (Taranto) il 21 agosto del 1997. Sebai è già stato condannato con sentenza definitiva a quattro ergastoli per altrettanti omicidi commessi in Puglia, a 18 anni (in primo grado) per un altro delitto compiuto nel foggiano ed ha confessato di aver ucciso altre nove donne. Nel corso del processo in corso a Taranto, che riguarda quattro omicidi di altrettante anziane, un altro pm, Vincenzo Petrocelli, sempre oggi ha chiesto invece l’assoluzione del tunisino dall’omicidio di Celestina Commessatti, di 73 anni, assassinata a Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995. Nella scorsa udienza, invece, il pm Antonella Montanaro aveva chiesto l'assoluzione del serial killer per gli omicidi di Grazia Montemurro, di 75 anni (uccisa a Massafra il 4 aprile 1997), e di Pasqua Rosa Ludovico, di 86 anni (morta a Castellaneta il 14 maggio 1997). Per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta oggi la condanna, era ancora insoluto. Per gli altri delitti erano stati condannati in via definitiva altri imputati che vengono ritenuti «assolutamente innocenti» dai loro difensori.
IL GUP RESPINGE LA RICHIESTA DI SOSPENSIONE
DEL PROCESSO
Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di
sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art.
52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non
obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata
dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e
Petrocelli, che hanno chiesto oggi l’assoluzione del tunisino per tre dei
quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per
evidenti situazioni di incompatibilità visto che hanno sostenuto l’accusa di
persone (ottenendone poi la condanna, ndr) che alla luce delle confessioni di
Sebai risultano invece essere innocenti".
IL LEGALE DI SEI DELLE OTTO PERSONE DETENUTE
DA ANNI
''La procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial
killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il
tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi;
per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione”. Lo
evidenzia l’avv.Claudio Defilippi legale di sei delle otto persone (una si è
suicidata in carcere dopo la condanna) detenute da lunghi anni “pur essendo
innocenti”.
Dei delitti per i quali gli otto sono stati condannati si è successivamente accusato Sebai. Defilippi chiede che il gup di Taranto Valeria Ingenito, dinanzi alla quale è a giudizio Sebai, disponga un confronto all’americana tra i suoi assistiti e il tunisino. E rilancia: “il fatto che i tre pm di Taranto non la pensino allo stesso modo sull'attendibilità di Sebai dovrebbe spingere il ministro della Giustizia a disporre un’ispezione in procura”. Per Defilippi, vi è nel processo una “situazione di incompatibilità dei pm Montanari e Petrocelli”.
“Questi – sottolinea – prima hanno chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio e la condanna definitiva di alcune persone che si proclamano da sempre innocenti (Vincenzo Donvito, poi suicidatosi, Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo) e successivamente chiedono l’assoluzione per gli stessi omicidi per il serial killer”.

È il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra. Ora il ministero dell’Economia ha deciso di staccare l’assegno più alto mai dato a un innocente per risarcirlo: 4 milioni e 500mila euro. Circa nove miliardi di lire, a fronte di 15 anni, 2 mesi e 22 giorni trascorsi in carcere per un duplice omicidio mai commesso.
Il caso di Domenico Morrone, pescatore tarantino, si chiude qua: con una transazione insolitamente veloce nei tempi e soft nei modi. Il ministero dell’Economia ha capitolato quasi subito, riconoscendo il dramma spaventoso vissuto dall’uomo che oggi può tentare di rifarsi una vita.
Così, per il tramite dell’avvocatura dello Stato, Morrone si è rapidamente accordato con il ministero e la corte d’appello di Lecce ha registrato come un notaio il «contratto». In pratica, Morrone prenderà 300mila euro per ogni anno di carcere. E i soldi arriveranno subito: non si ripeteranno le esasperanti manovre dilatorie già viste in situazioni analoghe, per esempio nelle vertenza aperta da Daniele Barillà, rimasto in cella più di 7 anni come trafficante di droga per uno sfortunato scambio di auto.
Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono condannate per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui al Giornale - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’assise d’appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.
Ora, finalmente, la giustizia si mostra comprensiva con chi è stato vittima di un errore così grave: la corte d’appello di Lecce nota anzitutto che l’Avvocatura dello Stato «non si oppone alla liquidazione» della cifra. La scorsa estate Morrone aveva chiesto allo Stato un risarcimento di 12 milioni di euro; il tempo di condurre una rapida trattativa e il ministero si è detto disponibile a chiudere la pratica a quota 4, 5 milioni di euro. Senza opposizioni e contestazioni. La somma totale di 4,5 milioni è così ripartita: 1 milione e 300mila euro per la privazione della libertà; 1 milione e 700mila euro per i danni non patrimoniali; 1 milione per il danno patrimoniale da mancato guadagno; 500mila euro per le spese legali e per gli onorari del difensore. Un record per l’Italia. E anche un primato di velocità.
Ma non finisce qui. Morrone vuole presentare il conto anche ai magistrati che hanno sbagliato e per questo ricorrerà alla legge sulla responsabilità civile dei giudici. Il pescatore, come impone la norma, si rivolgerà alla Presidenza del consiglio, chiedendo 8 milioni di euro per l’operato di Vincenzo Petrocelli, il magistrato di Taranto che l’aveva messo sotto accusa.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=308765&START=1&2col=
TARANTO - 25 SET. 2007 - Come molti ricorderanno, l'on. Franzoso, tarantino,all'epoca non ancora deputato ma assessore regionale ai trasporti della Giunta Fitto, a dicembre del 2004 fu arrestato come un malfattore, rinchiuso in cella per una settimana, accusato di voto di scambio che avrebbe ottenuto attraverso la concessione di non precisati favori a una cosca mafiosa. Ora, il Tribunale di Taranto lo ha assolto dalla infamante accusa ma la stampa riserva alla notizia poco spazio e pochissimo risalto. In proposito ecco il testo della lettera che i deputati pugliesi di Forza Italia hanno inviato alla Stampa. Per parte nostra non possiamo non testimoniare all'on. Franzoso la più viva solidarietà, insieme alla gioia per l'affermazione della verità e della sua innocenza.
LETTERA APERTA ALLA STAMPA DEI DEPUTATI PUGLIESI DI FORZA ITALIA
La felicità per aver visto confermata la nostra assoluta certezza che il collega Pietro Franzoso fosse del tutto estraneo ai fatti che nel 2004 portarono al suo arresto mentre era assessore regionale, con accuse gravi e infamanti, viene oggi turbata da più di una vena di amarezza.
Leggendo i giornali nazionali, gli stessi che nel 2004 dedicarono ampio spazio all’arresto dell’On. Franzoso, non si trova traccia alcuna della notizia della sua assoluzione “perchè il fatto non sussiste"; leggendo quelli regionali su alcuni si trova un trafiletto con la notizia oltre la pagina 10 e su altri non si trova nulla se non nelle edizioni cittadine di Taranto.
Atteggiamento ben diverso rispetto al clamore dato quando il 16 dicembre 2004, l’allora assessore Franzoso fu prelevato al suo arrivo in aereo a Brindisi e fu portato in carcere dove trascorse una settimana. Allora i giornali nazionali pubblicarono servizi densi di particolari sulla presunta collusione di Franzoso con la mafia tarantina, quelli regionali dedicarono le prime pagine.
Non è al rispetto della legge sulla stampa che sentiamo di volerci appellare oggi, pur essendoci tutti i margini per farlo, ma alla deontologia, alla onestà intellettuale, alla coscienza di quegli stessi direttori e capiredattori che a dicembre 2004 decisero di dedicare le prime pagine regionali e le pagine nazionali all’arresto di un assessore in carica e oggi non danno neanche la notizia della sua assoluzione o la relegano nelle edizioni locali.
Non è un Paese giusto quello in cui un arresto viene sbattuto in prima pagina e un’assoluzione relegata in 15ma o addirittura ignorata; non è un Paese “normale" quello in cui l’onorabilità di un assessore, di un politico, di un uomo, viene cancellata nel momento in cui lo si ritiene colpevole e non gli viene riconsegnata quando, dopo tre anni, un Tribunale lo giudica innocente. Non è un Paese né normale né giusto quello in cui bisogna appellarsi al rispetto delle leggi, affinché ad una assoluzione sia dato lo stesso clamore che ad un arresto.
Non siamo animati da spirito polemico, né tantomeno da vittimismo.
Invochiamo solo giustizia e normalità.
http://www.iltorittese.it/?pagina=showThread&idNews=813
Salve Dr. Giangrande,
ho letto gran parte di quanto scritto sul suo sito. Devo essere sincero ne sono rimasto spaventato in quanto non immaginavo che potesse esserci a Taranto un sito simile.
Sono un semplice cittadino che sta subendo una situazione di malagiustizia.
La mia storia è scritta su molti siti, Mediaset ha mandato in onda una intervista della mia storia intitolata " Malagiustizia", sono usciti articoli di giornale a Napoli e Teramo.
Ho fatto 60 giorni di carcere, 3 lunghi anni di cause penali per altre 1.000 accuse. Per la difesa mi hanno tolto 21.000 euro.
Sono stato assolto da tutte le accuse, COMPRESA L'ACCUSA INFAMANTE DI ABUSI SESSUALI SU MIA FIGLIA. Sono ridotto in povertà, non riuscirò mai a spuntarla perché l'Ispettore della Polizia di Stato, che ha indagato su di me e che personalmente mi ha arrestato, è stato beccato nella sua auto con mia moglie.
Quando ho scoperto quanto su detto pensavo di chiudere la mia vicenda ed invece quella scoperta è stata la mia rovina.
Sergio Nardelli da Taranto
Non erano colpevoli, ora chiedono 12 mln
Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, sono tornati in libertà dopo 7 anni di detenzione e vogliono un risarcimento.
TARANTO – 2 maggio 2008 - Quattro imputati prima condannati e poi assolti nel processo di revisione per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, in cui morirono quattro persone, hanno chiesto complessivamente un risarcimento di 12 milioni di euro per ingiusta detenzione.
I quattro erano stati condannati con sentenza definitiva a pene comprese fra 30 anni e 11 anni di carcere. Si tratta di Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, tornati in libertà il 5 aprile del 1998 dopo sette anni di detenzione. Sta scontando la condanna a 30 anni di carcere invece, Giovanni Caforio, considerato uno degli esecutori materiali della strage. Alla revisione del processo si è arrivati dopo dichiarazioni di pentiti che hanno scagionato gli imputati.
Il primo ottobre del 1991, un commando di killer entrò nel salone da barba di via Garibaldi, uccidendo quattro innocenti. Il vero obiettivo, secondo gli investigatori, doveva essere il noto pregiudicato Antonio Martera. La richiesta di risarcimento passa al vaglio della Corte d’Appello di Potenza.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=201665&IDCategoria=11
Strage della Barberia. Sospetti ed errori
http://www.tarantosera.com/news6.asp?id=7293
Erano stati condannati per omicidio
Taranto, sono innocenti. Scarcerati in quattro dopo 7 anni di prigione
Sono tornati liberi dopo essere stati in carcere per sette anni per le condanne irrogate loro per aver partecipato ad un quadruplice omicidio col quale non c'entravano per nulla, secondo le ultime acquisizioni degli investigatori. Giovanni Pedone (condannato a 30 anni di reclusione), Massimo Caforio (condannato a 29 anni e sei mesi), Francesco Aiello e Cosimo Bello (condannati a 11 anni di reclusione ciascuno per aver favorito i presunti assassini) sono usciti lunedì sera dal carcere: la Corte di appello di Taranto ha infatti accolto la richiesta, presentata dai loro avvocati sin dal luglio '97, di sospendere l'esecuzione della pena ed ha disposto la scarcerazione dei detenuti.
Le condanne erano state inferte per il quadruplice omicidio compiuto a Taranto la sera del primo ottobre '91 in una sala da barba e divenuto noto come "la strage della barberia".
Dichiarazioni di "collaboratori di giustizia" e nuove indagini avevano portato però nel giugno '97 i pm inquirenti, Nicolangelo Ghizzardi, della procura di Taranto, e Antonio Maruccia, della Dda di Lecce, a chiedere il giudizio per lo stesso fatto di altre persone: le nuove indagini avevano anche accertato che sicuramente Pedone, ma di conseguenza anche gli altri tre condannati, non c'entravano nella strage. Di qui, la richiesta di revisione del processo e, nelle more, l'istanza di sospensione della esecuzione della pena, accolta dalla Corte col parere favorevole della procura generale. Di coloro che furono condannati per la prima volta nel '93 per la "strage della barberia" resta così in carcere solo Giovanni Caforio (fratello di Massimo Caforio), condannato a 30 anni di reclusione come Pedone e ritenuto tra gli organizzatori del quadruplice omicidio. «Questi sette anni pesano come venti.
Forse le indagini all'epoca sono state troppo frettolose, sbagliare è umano, l'essenziale è ravvedersi», ha spiegato con calma ammirevole Giovanni Pedone. «Ho trascorso sette anni in cella innocente - dice - e penso che chiunque al mio posto si sarebbe suicidato. Sapevo però che prima o poi doveva accadere qualcosa, anche se qualcuno forse da oggi non potrà più guardarsi allo specchio».
http://old.lapadania.com/1998/aprile/08/080498p14a7.htm
CONDANNA SENZA PROCESSO: DECRETI PENALI DI CONDANNA.
Condannati per aver finto un rapporto di lavoro, mentre in realtà erano veramente andati in campagna a fare il proprio dovere. Sono infatti 292 i braccianti agricoli coinvolti in un’inchiesta riguardante la società di intermediazione di manodopera Saag, nei confronti dei quali sono stati emessi decreti penali di condanna per truffa e induzione al falso, con una sanzione pecuniaria di 5.000 euro ciascuno. La vicenda è stata illustrata in una conferenza stampa da dirigenti della Cgil e della Flai jonica e dai legali del sindacato. «I braccianti - spiegano i sindacati - sarebbero stati colpiti dall’indagine documentale dell’Inps che avrebbe contestato alla società la congruità tra giornate di lavoro e capienza dei fondi agricoli. Un iter procedurale classico che tende a scovare i rapporti di lavoro fittizi, ma che lascia al palo anche tutti i lavoratori agricoli che realmente sono andati a lavorare».
I fatti contestati risalgono al periodo 2004-2005. Secondo i legali, ora i braccianti rischiano anche la beffa di una richiesta di risarcimento danni da parte dell’Inps, mentre nell’indagine non sarebbe stata fatta alcuna verifica sui fondi e non ci sarebbe traccia di interrogatori, tanto che l’ispettorato del lavoro avrebbe già accertato che molti braccianti hanno realmente lavorato.
MALAGIUSTIZIA
Un fallimento? In Italia può durare anche mezzo secolo !!!
Quarantasei anni: a tanto ammonta la durata della procedura fallimentare di un’azienda di Taranto. Lo racconta Sergio Rizzo nella “Cricca”, un saggio Rizzoli dedicato alle lentezze e ai mille conflitti d’interesse del nostro Paese. Leggiamone un estratto.
A Berlino la costruzione del Muro procedeva a ritmi serrati. Papa Giovanni XXIII aveva scomunicato il comunista Fidel Castro e la Francia riconosceva l’indipendenza dell’Algeria. In Italia Aldo Moro apriva la stagione del centrosinistra, Enrico Mattei regnava sull’Eni, Antonio Segni entrava al Quirinale. E mentre per la prima volta, dopo 400 anni, le orbite di Nettuno e Plutone si allineavano e gli Stati Uniti mandavano il loro primo uomo in orbita intorno alla Terra, in quel 1962 falliva a Taranto la ditta del signor Otello Semeraro. Non meritò nemmeno due righe in cronaca la notizia che al tribunale del capoluogo pugliese stava per cominciare una delle procedure fallimentari più lunghe della storia della Repubblica. Quarantasei anni.
Nel 2008 il tribunale di
Taranto ha approvato il rendiconto finale del fallimento Semeraro, con un
verbale condito da particolari burocraticamente esilaranti. «Avanti
l’Illustrissimo Signor Giudice Delegato Pietro Genoviva assistito dal
cancelliere è personalmente comparso il curatore Michele Grippa il quale fa
presente che tutti i creditori ed il fallito sono stati avvisati mediante
raccomandata con avviso di ricevimento dell’avvenuto deposito del conto di
cancelleria.» Nonostante ciò il giudice «dà atto che all’udienza né il fallito
né alcun creditore è comparso». Sulle ragioni dell’assenza dei creditori non ci
sono informazioni certe. Invece il signor Semeraro, pur volendo, difficilmente
si sarebbe potuto presentare. Fitto è il mistero dell’indirizzo al quale gli
sarebbe stata recapitata la raccomandata, con tanto di ricevuta di ritorno:
perché egli, purtroppo, non è più tra i vivi.
Come il tribunale di Taranto non poteva non sapere, avendo accertato, nel
rendiconto del fallimento, un versamento di 10.263 euro «a favore della vedova
di O. Semeraro». Quarantasei anni.
Una lentezza inaccettabile per qualunque procedimento. Figuriamoci per un fallimento che ha fatto recuperare in tutto 188.314 euro, ai valori di oggi. Con la doverosa precisazione che un terzo abbondante se n’è andato in spese: 70.000 euro, di cui 50.398 soltanto per gli avvocati. Nei tribunali mancano i cancellieri, è vero. Nemmeno i giudici sono così numerosi. Poi la burocrazia, le procedure...
IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.
| DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE | TOTALE | AUTORI IGNOTI | AUTORI NOTI |
| 2.456.887 | 1.840.209 | 616.678 | |
| TOTALE CONDANNE ITALIA | 198.263 | ||
| RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE | 8% | ||
| DENUNCE PUGLIA | |||
| Foggia | 24.368 | 15.643 | 8.725 |
| Bari | 61.003 | 44.814 | 16.189 |
| Taranto | 19.333 | 13.419 | 5.914 |
| Brindisi | 16.538 | 11.621 | 4.917 |
| Lecce | 28.202 | 20.373 | 7.829 |
| Totale | 149.444 | 105.870 | 43.574 |
| CONDANNE PUGLIA | |||
| Foggia | 1.923 | ||
| Bari | 5.639 | ||
| Taranto | 5.513 | ||
| Brindisi | 2.348 | ||
| Lecce | 2.113 | ||
| Totale | 17.536 | ||
| RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE | 11% |
PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.
INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!
Quando la legge non è uguale per tutti.
Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia contestata ai denuncianti !!!!
Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.
L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia. Lorenzo Nicastro, divenuto assessore regionale dipietrista con la Giunta di Vendola, ha indagato su Fitto fino al giorno prima di candidarsi alle regionali pugliesi nel distretto in cui operava. A sollevare perplessità sulla candidatura del pm è stato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ribadendo che "il tema della credibilità della magistratura non può essere disgiunto da quello dell'inopportunità della partecipazione alla vita politica dei magistrati nei luoghi dove abbiano esercitato la giurisdizione, per evitare il rischio di indebite strumentalizzazioni dell'attività svolta". Roberto Rossi, è stato eletto nel Consiglio superiore della magistratura. Roberto Nitti, l’unico a essere rimasto nell’organico della Procura di Bari. Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie su Berlusconi. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.
L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari a fini politici verso alcuni organi di stampa".
"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e al contempo deputato al Parlamento, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”.
Lecce come Potenza.
La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce il 12 luglio 2010 ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.
PROCEDIMENTI DISCIPLINARI A CARICO DI MAGISTRATI
"TOGHE SPORCHE SULLO JONIO".
Taranto, ex procuratore e capo dei gip indagati per corruzione.
Se si trattava degli amici, la giustizia a Taranto poteva diventare strabica. E all'occorrenza anche cieca. Da questa accusa ora dovranno difendersi due alti magistrati, sospettati di aver pilotato alcuni procedimenti, approfittando del loro ruolo. Si trascina dietro una carica dirompente l'indagine condotta dai giudici di Potenza sul conto di toghe sino a poco tempo fa adagiate su poltrone strategiche del palazzo di giustizia ionico.
I pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito hanno messo sotto inchiesta l'ex procuratore capo di Taranto Aldo Petrucci e l'ex coordinatore dell'ufficio gip-gup Giuseppe Tommasino. Nello scottante caso è coinvolto anche l'avvocato Leonardo Conserva, ex sindaco di Martina Franca. Gravi le imputazioni contenute nelle informazioni di garanzia, con le quali gli inquirenti hanno concluso la loro attività. I pm lavorano sull'ipotesi di concorso in corruzione in atti giudiziari ma Petrucci, ora procuratore minorile a Lecce, deve difendersi anche dall'accusa di peculato per le tante telefonate private fatte dagli apparecchi di servizio. Su Tommasino, inoltre, aleggia la contestazione di rivelazione di segreto d'ufficio.
L'inchiesta ruota proprio sul rapporto stabilito tra le due toghe, piazzate a Taranto a presidio di snodi obbligati delle inchieste. Da quelle postazioni, sostengono i pm lucani, Petrucci e Tommasino si sarebbero scambiati favori a ripetizione sviando l'attività giudiziaria. Tutto ha preso il via da una segnalazione alla procura di Potenza, competente ad indagare sui magistrati ionici. L'attività delegata ai carabinieri ha rivelato più di una sorpresa, saltate fuori da diverse testimonianze e acquisizioni documentali. Così si sono fatti largo i sospetti su quel binomio in grado di gestire il destino dei fascicoli, spedendo in archivio quelli "sgraditi". Tra i presunti beneficiari l'ex primo cittadino di Martina, Leonardo Conserva. Il procuratore Petrucci, a parere dei pm potentini, si sarebbe assegnato un procedimento sul conto del sindaco. Le indagini sarebbero state condotte in maniera poco approfondita spianando la strada all'archiviazione, firmata puntualmente dal gip Tommasino. Ma tra sindaco e procuratore sarebbe nata una vera amicizia, tradotta dai pm nell'accusa di corruzione, in virtù delle consulenze comunali, per un valore di 283.000 euro, dirottate da Conserva verso lo studio legale in cui lavora la figlia del magistrato.
Quello che riguarda il sindaco di Martina, però, è solo uno dei capitoli del rimpallo di favori che si sostiene si sia sviluppato tra il terzo piano del Tribunale, dove c'è l'ufficio del procuratore, e il pianterreno dove si trova quello del capo dei gip. Lo stesso Tommasino, oggi in aspettativa perché componente della commissione per il concorso di notaio, sarebbe stato graziato da Petrucci. Era finito nei guai nel 2004 dopo una clamorosa indiscrezione. Un imprenditore, coinvolto nello scandalo sanitopoli, aveva saputo in anticipo del suo imminente arresto per una storia di forniture pagate a peso d'oro. Quella fuga di notizie aveva mandato su tutte le furie il pm titolare dell'inchiesta, che aveva preteso un'indagine interna. Seguendo le tracce nel sistema informatico del Tribunale si era risaliti al desk dal quale era stato violato il registro generale. Era la scrivania di un cancelliere che non aveva esitato a puntare il dito contro Tommasino.
A quel punto sarebbe intervenuto il procuratore capo che, dopo essersi assegnato l'indagine, aveva iscritto sul registro degli indagati solo il cancelliere, poi scagionato, insabbiando la posizione dell´amico gip. A distanza di anni, però, ci ha pensato la procura di Potenza a risistemare i pezzi del puzzle incriminando l´ex capo dei gip. Dopo quella ciambella di salvataggio, Tommasino avrebbe ricambiato il favore. Nel giugno del 2006 sul suo tavolo arrivò la richiesta di rinvio a giudizio per una banda accusata di rapine. Anche in questo caso sarebbe scattata l'intesa. Dal procedimento venne estromesso, con sentenza di non luogo a procedere poi annullata in Cassazione, un giovane tarantino. Quell'uomo era il marito di una conoscente del procuratore e per questo a Tommasino avrebbe chiuso un occhio. Ora i due magistrati hanno a disposizione venti giorni per farsi interrogare, nel tentativo di allontanare l'accusa di aver degradato la giustizia ad un affare tra amici.
GIUDICE SCRIVEVA SENTENZE CON AVVOCATI, TRASFERITO DAL CSM
Assegnava perizie a medici che non avevano specializzazioni in materia e, per la stesura di decreti ingiuntivi, aveva chiesto aiuto ad alcuni avvocati difensori. Per queste ragioni il presidente della sezione Lavoro di Taranto, Vito Vozza, a pochi mesi dalla pensione, è stato trasferito, in via cautelare, dalle funzioni e dalla sede dalla sezione disciplinare del Csm. Il Tribunale delle toghe ha così accolto la richiesta di trasferimento che era stata avanzata nei confronti di Vozza dal guardasigilli Angelino Alfano, ribadita anche dalla Procura generale della Cassazione, titolare assieme al ministro dell'azione disciplinare, rappresentata dal Pg Pasquale Ciccolo. Nei confronti di Vozza, difeso davanti al Csm da Nicola Buccico, è stato aperto anche un procedimento penale a Potenza per falso ideologico.
RITARDI COLOSSALI NEL DEPOSITO DELLE SENTENZE
Ruolino di marcia disastroso anche per Pietro Vella, giudice a Taranto. Le sue sentenze arrivavano dopo il periodo previsto: con 700-800 giorni di ritardo in 14 casi (in 12 dei quali superiore a due anni); 800-900 giorni dopo il tempo stabilito in 28 casi; con 900-1.000 giorni di troppo dopo in 28 casi. Vella ha addirittura infranto 47 volte il muro dei 1000 giorni; in 21 di questi 47 casi ha cincischiato più di tre anni e 5 volte ha indugiato più di quattro anni, con una punta massima di 1684 giorni. Per la sezione disciplinare del Csm si tratta di «ritardi pluriennali gravemente lesivi del generale interesse pubblico... sintomatici di negligenza e di insufficiente laboriosità, nonché di inadeguata capacità di organizzazione del lavoro giudiziario». Risultato: l’ammonimento !!!
DENUNCE OCCULTATE CONTRO I MAGISTRATI !!!
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MOTIVAZIONI PER RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE, CHE FANNO RIFLETTERE !!!
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L'INCARICATO DELLE INDAGINI, CHE HA OMESSO DI INDAGARE PER UN REATO PERSEGUIBILE DI UFFICIO, RITIENE PACIFICA LA PRASSI DELL'UFFICIO PROTOCOLLO DI NON RILASCIARE IDONEA RICEVUTA E NUMERO DI ISCRIZIONE, ANCHE SE LA FUNZIONE DELL'UFFICIO SIA PROPRIO QUELLA DI ATTESTARE LA REGOLARE E COMPLETA CONSEGNA DEI DOCUMENTI. NON C'E' REATO DI ABUSO DI UFFICIO SE LE PARTI OFFESE SONO TANTE E NON UNA SOLA. SONO PROPALAZIONI IL RITENERE CHE SIA ILLEGALE VINCERE UN CONCORSO PUBBLICO IN PALESE E GRAVE CONFLITTO DI INTERESSE, ANCHE SE A VINCERLO E' COLUI IL QUALE L'HA INDETTO E REGOLATO.
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SI ISCRIVE CONTRO IGNOTI E SI ARCHIVIA UN DENUNCIA. PECCATO CHE LA PROCURA SIA LA STESSA, CHE IN DENUNCIA E' ACCUSATA DI PRESUNTI ABUSI ED OMISSIONI.
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CORPI DEL REATO SULLE BANCARELLE
Le griffe false tornavano sul mercato direttamente dal Tribunale. A gestire il presunto traffico illecito era un cancelliere in servizio a Palazzo di Giustizia. Nel mirino della Squadra Mobile è finito il tarantino Raffaele Tricarico, di 64 anni, responsabile dell’ufficio corpi di reato. Nella giornata di ieri i poliziotti guidati dal dottor Fabio Abis, hanno notificato al cancelliere la misura interdittiva spiccata dal dottor Giuseppe Disabato, giudice delle indagini preliminari presso lo stesso Tribunale. E al cancelliere è andata anche bene, visto che il pubblico ministero Antonella Montanaro aveva chiesto per lui gli arresti domiciliari. Ma il gip ha ritenuto che le esigenze di natura cautelare connesse alla clamorosa inchiesta fossero sufficientemente salvaguardante con la sospensione dal lavoro del cancelliere, volto piuttosto noto in Tribunale.
VIGILI VIOLENTI ?!? Arrestato per violenza a vigile, ma una telecamera lo scagiona.
«Le cose non sono andate come le hanno raccontate a voi. E io ho le prove». Oscar Morello, l’imprenditore 48enne arrestato mercoledì scorso dai vigili urbani perché accusato di aver aggredito gli agenti in seguito alla contestazione di una multa, si difende.
L’uomo, processato per direttissima giovedì, è stato rimesso in libertà dal giudice. Il prossimo 5 maggio è fissata l’udienza che vede Morello imputato per lesioni nei confronti degli agenti. Ma, d’intesa con il suo legale Marino Galeandro, Morello ha deciso di contrattaccare. «Chiederò anche il risarcimento dei danni. Ho un taglio alla testa e un occhio pesto».
Il suo asso nella manica è una registrazione dell’episodio immortalato dalla telecamera a circuito chiuso posizionata sotto il balcone dell’ufficio di Morello. «Non sono stato io ad aggredire il vigile, ma è accaduto l’esatto contrario e come prova ho la registrazione. Questo video è la mia salvezza. Se non ci fosse stata la telecamera la mia vita sarebbe cambiata. Non avrei potuto provare come farò, la mia innocenza». Dell’esistenza dei nastri si è saputo solo giovedì in aula durante l’udienza per direttissima.
«Non ho fatto mai riferimento alla registrazione perché avevo paura. Temevo, visto quello che ho subìto, che qualcuno potesse addirittura spaccare tutto per distruggere questa prova. È stata un’esperienza bruttissima. Non sapevo più di chi fidarmi». Sul nastro si vede l’auto parcheggiata al solito posto in via Umbria, il vigile che si avvicina ed eleva la contravvenzione. Morello arriva per protestare, ma non è lui a fare violenza.
Il processo si terrà a maggio, ed in tribunale figurerà come imputato per lesioni nei confronti di tre agenti di Polizia Municipale, che hanno denunciato di essere stati aggrediti da lui mercoledì in via Umbria, per una multa. Ma Oscar Morello, ex tassista ed oggi titolare di un’azienda di autoservizi, non ci sta. E racconta la sua verità in merito a quanto accaduto. «Non sono stato io ad aggredire i vigili, è stato uno di loro che invece mi ha picchiato. Posso provarlo». La prova è in un video, che conserva nel suo computer e che Morello definisce «la mia salvezza». Il filmato è stato registrato da una videocamera posizionata sul balcone dell’azienda. «E’ lì come forma di sicurezza, per me ed i miei dipendenti. Adesso la benedico». Intanto, nella sua azienda, insieme ai suoi due figli ed alla squadra di dieci dipendenti che lavora con lui, Morello racconta la sua verità. «Perché per una persona perbene è terribile essere accusati di qualcosa che non si è fatto», dice mentre mostra i segni che gli avrebbero lasciato i colpi di walkie talkie del vigile. «Dal balcone ho visto che mi stavano multando, e sono sceso. La macchina non era neppure dinanzi al passo carrabile. E’ nata una discussione, ed ho detto al vigile che doveva vergognarsi. Lui ha perso la testa e mi ha picchiato». Ne è seguita una gazzarra, con l’arrivo di altri agenti della Municipale. Per Morello è scattato l’arresto, eseguito dagli stessi vigili urbani. Un agente si è fatto refertare cinque giorni di prognosi, tre giorni invece per due vigilesse.
PRONTO INTERVENTO ?!? PER IL SINDACO 50 MINUTI, PER I CITTADINI....
Il Sindaco di Taranto Ezio Stefàno ha chiamato il centralino dei vigili urbani per segnalare la presenza di diverse vetture in doppia fila, ma la pattuglia sarebbe giunta sul posto dopo 50 minuti.
Dal canto loro, i vigili negano questa tesi e dicono che la pattuglia sarebbe arrivata dopo soli 25 minuti.
La replica del Sindaco non si è fatta attendere:”ci sono orari delle telefonate e testimoni".
INSABBIAMENTI ALLA PROCURA DI TARANTO
Sullo scandalo della Asl di Taranto era stata sollevata una polemica durissima dall'ex parlamentare di Forza Italia, Pino Lezza. Aveva accusato la Procura di aver insabbiato parte dell'inchiesta, soprattutto il filone di indagine che riguardava i politici che avrebbero intascato tangenti da Parnasso. Secondo Lezza, inoltre, molte denunce su sprechi di denaro per concessioni di lavori a personaggi in odore di malavita da parte del Comune sarebbero rimaste inascoltate.
DENUNCIA I GIUDICI CHE INSABBIANO: LO PROCESSANO IN UN GIORNO
Non capita quasi mai. Quasi. E infatti è capitato che a Taranto la giustizia-lumaca ha preso a correre come un treno. L’eccezione che conferma la regola è nell’incredibile vicissitudine giudiziaria capitata a Franco Maccari, poliziotto-sindacalista del Coisp, denunciato per aver sollevato accuse scomode.
È capitato tutto in un giorno: la querela nei suoi confronti è approdata in procura la mattina stessa in cui è stata presentata; il suo fascicolo è stato immediatamente assegnato dal Procuratore Capo; prima del calar del sole da neoquerelato si è ritrovato iscritto nel registro degli indagati; tempo due giorni e ha subìto un sequestro preventivo prontamente autorizzato, notificato a casa e convalidato.
Roba da guinness. Da far strabuzzare gli occhi ad avvocati e magistrati di mezzo Stivale: una piccola luce di speranza per migliaia di uomini e donne in attesa di un giudizio da anni.
Non succede mai, ma è successo. A Taranto, in quella stessa Procura finita a novembre in un’inchiesta dei colleghi potentini per un sospetto «rallentamento» nelle indagini, accuse di insabbiamento con incartamenti al vetriolo su intrecci tra politica e malaffare, con Asl e Comune nel mirino.
Certi faldoni, secondo un’interrogazione parlamentare di Pino Lezza, ex deputato di Forza Italia, ora a capo di un'associazione cattolica liberale, sarebbero stati messi appositamente in sordina, con un andamento lento, molto lento.
Ecco invece che, oggi, a presentarsi in Procura per rispondere di diffamazione arriverà puntuale il poliziotto-sindacalista. Tre dei quattro procedimenti penali a suo carico sono stati aperti con velocità supersonica e abnegazione esemplare.
Il tutto nasce da un esposto dell’ex questore Eugenio Introcaso, risentitosi per certe affermazioni. Non sappiamo com’è, ma le carte contro Maccari sono arrivate a destinazione a velocità ipergalattica. «Con rapidità decisamente inusuale - commenta Giuseppe Salvatore Cutellè, legale di Maccari - tanto da averci indotto a scrivere al Csm e al Procuratore generale di Cassazione. Questo doppio passo della giustizia ci lascia quantomeno perplessi».
Nel corso dell'attività di sindacalista, Maccari prende di petto alcune scelte gestionali dell'ex numero uno della questura tarantina, lo fa riempiendo comunicati destinati all'ufficio relazioni sindacali del Viminale, poi pubblicati sul sito internet del sindacato.
La prima querela per diffamazione è del 13 gennaio 2006. Il 30 dello stesso mese la squadra mobile redige il verbale d'elezione a domicilio e nomina dell'avvocato. Il 28 febbraio scatta il sequestro preventivo del sito www.coisp.it, sequestro subito convalidato ed eseguito a Roma il 6 marzo dagli agenti della Digos appositamente inviati da Taranto. Quindi, la denuncia del 13 luglio, trasformata in avviso di garanzia nel corso di una stessa mattinata.
Procedura lampo anche per la denuncia del 17 luglio dello scorso anno. «Circostanze - afferma Maccari - che evidenziano senza ombra di dubbio una corsia preferenziale che ci lascia quantomeno perplessi. Pare incredibile che in una Procura oberata dalla mole di lavoro come quella di Taranto, tutto passi in secondo piano rispetto a una semplice querela di diffamazione. Vi sono denunce per reati ben più gravi che restano ferme nei cassetti per mesi. Eppure nel mio caso, e per più di una volta, tutto si è svolto con una celerità che ha del paradossale. Per questo chiediamo al Csm di controllare se non vi siano i presupposti di incompatibilità ambientale e, nel caso, di avviare dei procedimenti disciplinari».
GIUSTIZIA
ALLEGATO B SEDUTA N. 80 DEL 30/11/2006 Pag. 2643
Interrogazioni a risposta scritta:
il Sottosegretario alla Giustizia senatore Alberto Maritati, dopo aver recentemente visitato il Tribunale di Taranto, ha voluto far notare che lo scopo della visita era dovuto anche ad una propria richiesta di accelerazione delle inchieste;
il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Taranto dottor Aldo Petrucci, in un'intervista al Corriere del Mezzogiorno, ha evidenziato che le inchieste non devono essere soltanto concluse presto ma anche e soprattutto concluse bene,
Quali provvedimenti intenda assumere per verificare i gravissimi fatti su descritti e per tutelare l'autonomia della Magistratura tarantina da pressioni ed interferenze esterne, anche a garanzia della credibilità del suo operato in una fase politico-amministrativa particolarmente delicata come quella pre-elettorale. (4-01814)
GIUSTIZIA
Atto n. 4-08911
Pubblicato il 22 giugno 2005 Seduta n. 824
BOBBIO Luigi , BUCCIERO - Al Ministro della giustizia. Premesso:
che sono pervenute all’interrogante 3 audiocassette e la trascrizione del relativo contenuto, concernente alcuni colloqui intercorsi tra il sig. Antonio Criscuolo ed il sig. Giuseppe Bellino, entrambi ex amministratori del Comune di Castellaneta (Taranto);
che il Bellino risulta essere attualmente indagato nel procedimento penale n. 2827/00 r.g.n.r. della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto per numerosi reati, tra i quali quelli di cui agli artt. 323, 479, 353, 640, 317 del codice penale, che sarebbero stati commessi quando il Bellino rivestiva la qualità di assessore presso il Comune di Castellaneta;
che il tenore delle precitate trascrizioni si presenta meritevole di approfondimento, in quanto nelle stesse si dice apertamente che lo svolgimento di tutta l’udienza preliminare per tale procedimento penale, tenutasi dinanzi al Dott. Pio Guarna, il suo strano ed anomalo andamento connotato da circa una ventina di udienze (veramente tante per una semplice udienza preliminare), il suo esagerato protrarsi per circa un triennio, la sentenza conclusiva, sarebbero il risultato di un accordo intercorso tra il giudice dell’udienza preliminare, dott. Pio Guarna, e l’imputato Rocco Loreto, già sindaco del Comune di Castellaneta, nonché ex Senatore della Repubblica;
che delle frasi contenute in queste trascrizioni appaiono realmente di contenuto inequivoco, soprattutto alla luce di un fatto fondamentale: Giuseppe Bellino, che era ed è attualmente imputato nel processo in questione, e rispondeva di gravi reati, è stato assolto da alcuni di essi, e soprattutto dal più grave, ossia da una concussione sessuale;
che evidentemente non ha motivi di astio o risentimento nei confronti del giudice che lo ha giudicato, e che lo inducano a dire il falso;
che anzi precisa, come si ricava dalle trascrizioni, che a lui stanno solamente facendo del bene;
che a più riprese emerge dalle trascrizioni come l’andamento del processo sia frutto di quello che viene definito come un accordo generale;
che l’intera attività processuale ha conosciuto un grande dispendio di tempo, in quanto ci sarebbero stati ritardi fatti apposta, e che devono fare delle cose per perdere tempo;
che di molte attività che si sarebbero tenute nel corso dell’udienza alcuni, imputati e non, erano a conoscenza in anticipo;
che il latore di queste anteprime sarebbe stato un tale Mimmo Salemme;
che ciò tanto era vero, che in una circostanza il Salemme in questione era così ben informato da avere addirittura in suo possesso una copia della sentenza autentica e scritta di pugno dal Dott. Guarna;
che sarebbe stato appositamente commesso un errore nel corso del processo per ottenere una ulteriore perdita di tempo;
che in sostanza tutto il processo sarebbe stato pilotato in virtù del precitato accordo generale, in quanto si dice che sta facendo tutto Rocco, da identificare nell’ex sindaco Rocco Loreto;
che dalle trascrizioni emerge inequivocabilmente come il Bellino sia assai bene informato, e come dia per effettivo e pacifico l’accordo tra Guarna e Loreto;
che riferendosi ad altra vicenda sempre connessa al processo in questione, e sempre dando per scontata la sussistenza di un previo accordo, si leggerebbero nella trascrizione frasi che parlerebbero di un giudice che è d’accordo con Rocco e che potrebbe forse fare qualcosa;
che un cenno merita anche la figura del Salemme il quale, oltre ad essere in possesso di una copia della sentenza scritta di pugno dal giudice, oltre ad essere colui che dava le notizie in anteprima circa lo svolgimento del processo, dimostra quasi una sorta di organicità rispetto a questo accordo, in quanto nel tranquillizzare il Bellino circa l’andamento del processo a quest’ultimo diceva che occorreva perdere tempo;
che, in effetti, le gravissime dichiarazioni contenute nell’audiocassetta trovano oggettivi riscontri nei fatti che di seguito si evidenziano ed elencano, ed in primis nell’andamento stesso del processo in questione;
che Cosimo Salemme, ossia colui che avrebbe dato le anteprime sullo svolgimento delle udienze, ed era in possesso di una copia della sentenza scritta di pugno dal giudice prima che venisse pronunciata, effettivamente sarebbe persona assai vicina al Loreto in quanto facente parte della sua coalizione politica;
che effettivamente il processo n. 2827/00 r.g.n.r. è stato oggettivamente un processo di inspiegabile (almeno sino ad oggi) lunghezza, se si considera che si è trattato della sola udienza preliminare;
che la prima udienza si è celebrata in data 18/10/2001 e la sentenza, per quanto pronunciata in data 8/7/2003, è stata depositata solo il 1°/6/2004;
che la decisione del GUP è stata una sentenza di non luogo a procedere, e considerato che è stato proposto gravame avverso la stessa, e che deve celebrarsi anche il consequenziale giudizio di appello, la fase dell’udienza preliminare non può ancora ritenersi virtualmente conclusa (nonostante, appunto, la prima udienza si sia celebrata il lontano 18/10/2001);
che la sentenza, anche con una motivazione assai discutibile come si dirà a breve, ha assolto dalle imputazioni relative ai fatti più recenti, rinviando al contrario a giudizio solo le imputazioni per i fatti più risalenti nel tempo, e quindi più prossimi alla prescrizione;
che tale circostanza, evidentemente, avvalora l’ipotesi che rinviene dalla registrazione, ossia che tutta l’attività di udienza è stata pilotata per far perdere più tempo possibile ed arrivare indenni alla maturazione dei termini di prescrizione dei reati contestati;
che ulteriore elemento da considerare è che il dott. Guarna al momento della lettura del dispositivo si riservava novanta giorni per il deposito della motivazione, benché nessuna norma consenta al GUP di motivare entro un determinato termine, mentre appare strano che un giudice abilitato alle magistrature superiori come il dott. Guarna incappi in una tale svista;
che in ogni caso il termine dei novanta giorni previsto per il deposito è stato ampiamente superato;
che la credibilità del Bellino circa il fatto che dal giudice sarebbero stati commessi volontariamente degli errori per perdere ulteriore tempo è confermato dal fatto che effettivamente è stata attivata la procedura di correzione di errore materiale;
che tuttavia, anche nella circostanza, il dott. Guarna è incappato in uno svarione a dir poco strano per un magistrato della sua esperienza, in quanto al momento della decisione vi è stata l’omessa pronuncia su due dei numerosi capi d’imputazione contestati, ossia sui capi I e II;
che tale omessa pronuncia, che legittimerebbe esclusivamente chi ha interesse ad impugnare la sentenza, è stata invece il pretesto per azionare (del tutto abnormemente) la precitata procedura di correzione dell’errore materiale;
che per la correzione di questo errore materiale si sono persi ben ulteriori nove mesi;
che vi è stata sentenza di non luogo a procedere per tutti i capi d’imputazione nei quali in qualche modo era coinvolto il Loreto, mentre vi è stato rinvio a giudizio per tutti quei reati dei quali lo stesso non era chiamato a rispondere;
che addirittura vi è stata sentenza di non luogo a procedere anche per taluni degli imputati, e quindi per taluni reati, quando questi in qualche modo potessero essere ricondotti al Loreto, o quando per fatti contestati ad altri imputati la responsabilità avrebbe potuto, in qualche modo, essere estesa anche al Loreto nonostante la pluralità delle fonti di prova acquisite in ordine a detti reati, tra cui anche le confessioni di taluni coimputati;
che tale circostanza è fortemente sintomatica del modus operandi del giudice Guarna;
che tale agire, seppur raffinato, non di rado e per forza di cose, mostra la corda in considerazione del fatto che, dovendo talvolta giustificare e difendere l’ingiustificabile e l’indifendibile, il Dott. Guarna è costretto ad avventurarsi in soluzioni e motivazioni logico-giuridiche quantomeno estrose e, come tali, assai discutibili;
che tale è il caso delle numerose contestazioni di falso in atto pubblico ideologico e materiale contestate al Loreto, ove il primo rilievo ascrivibile al giudice Guarna è la formula assolutoria con la quale scagiona il Loreto dalle accuse di falso e cioè con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, ossia con una formula inapplicabile e non prevista per definire l’esito dell’udienza preliminare, quantomeno a mente dell’attuale art. 425 del codice di procedura penale;
che tale formula è evidentemente, ontologicamente e giuridicamente inapplicabile ad una contestazione di falso materiale, perché significherebbe affermare (come del resto il Giudice Guarna ha fatto) che il reato di falso effettivamente è stato commesso sotto il profilo oggettivo, e tuttavia, e venendo al caso concreto, pur essendo stata contraffatta ed alterata dalle delibere di Giunta Comunale, l’attività di falsificazione sarebbe stata commessa senza coscienza e volontà alcuna, e quindi senza dolo;
che quindi, il giudice Guarna ha ritenuto che un’attività di confezionamento ex post di una delibera falsa ideologicamente e materialmente non si potesse configurare come reato, in quanto carente sotto il profilo psicologico, perché attività compiuta ma non voluta dall’imputato;
che questa inedita creatura giuridica partorita dalla mente del Dott. Guarna, ossia il falso involontario, rappresenta un’aberrazione giuridica, e sovverte un più che risalente insegnamento giurisprudenziale che ha sempre configurato il reato di falso come reato formale;
che del pari rappresenta un’aberrazione giuridica ritenere questa attività di falsificazione ed alterazione alla stregua di un falso innocuo o grossolano, così come pure ritenuto dal giudice;
che lo stesso, essendosi senz’altro reso conto dell’evidente inattendibilità giuridica di una falsificazione non voluta, avrà ben compreso come l’unica scappatoia per rendere digeribile questa forzatissima tesi (forzatura resa vieppiù manifesta dal fatto di essere in fase di udienza preliminare dove, solitamente, non ci si attarda su queste disquisizioni e sottilizzazioni) era quella del ricorso alla tesi del falso innocuo o grossolano;
che tuttavia, nella sua stentata ed accademica motivazione, tesa ad ammantare di innocuità e grossolanità un’attività di falsificazione, al contrario assolutamente rilevante, il giudice Guarna non offre le uniche motivazioni che avrebbe dovuto fornire, ossia, perché la falsificazione di una delibera di Giunta Comunale dovrebbe essere grossolana, e soprattutto per quali fini, seppur grossolanamente, sarebbe stata falsificata. Né ha fornito una versione antagonista e credibile rispetto a quella ipotizzata dal P.M. nella sua prospettazione accusatoria, tale da giustificare una sentenza di non luogo a procedere;che si commenta da sé il fatto che in motivazione il giudice cerchi sempre il pelo nell’uovo arrivando sino al punto di ritenere come falsi innocui o grossolani delibere di giunta municipale al contrario inficiate da palese falsità ideologica e materiale;
che del pari, si commenta da sé il fatto che il giudicante non neghi che i fatti contestati siano stati effettivamente commessi, ma che tuttavia gli stessi non costituirebbero reato perché difetterebbero dell’elemento psicologico, senza dare conto alcuno, peraltro, di quali sarebbero gli elementi che escludono la sussistenza dell’elemento psicologico (tra l’altro, il principio sarebbe stato applicato anche ad una ipotesi di concussione sessuale contestata proprio al Bellino);
che pertanto, il giudice Guarna ha emesso una sentenza di non luogo a procedere pur dovendo ammettere la corrispondenza al vero delle numerose fonti probatorie acquisite dalla Procura della Repubblica;
che indubbiamente, alla luce del contenuto delle audiocassette, ben altro significato assume un ulteriore elemento: l’udienza preliminare è ruotata pressoché esclusivamente, ed assorbendo un cospicuo numero di udienze, intorno alle dichiarazioni spontanee dell’imputato Loreto;
che tali dichiarazioni solo raramente si sono attenute ai fatti di causa ed alle accuse oggetto dei capi d’imputazione, spaziando, al contrario, sugli argomenti di natura più varia;che ancora più forte si è manifestato questo aspetto in un altro procedimento penale, il n.12310/00 r.g.n.r.;
che anche questo processo, che vede tra i suoi imputati il Loreto ed altri imputati coinvolti nel precitato processo n.2827/00 r.g.n.r., è stato caratterizzato da un’udienza preliminare di inimmaginabile lunghezza non ancora conclusa, sempre presieduta dal medesimo GUP, dott. Guarna;
che la prima udienza è stata celebrata l’ormai lontano 25/6/2002, e ne sono susseguite un numero impressionante e che probabilmente non ha né precedenti, né paragoni;
che anche in tale circostanza tutta l’udienza è stata monopolizzata dalle dichiarazioni spontanee del Loreto, e caratterizzata dall’irrituale “deposito” nel corso delle udienze di una massa enorme di carte della più svariata natura;che l’utilizzo del termine “carte” in luogo di altri, che solo apparentemente potrebbero apparire come maggiormente pertinenti, non è casuale, in quanto lo stesso termine “documento” ha ben altro significato sotto il profilo processuale e probatorio, ciò tanto più ove si consideri che le “carte” sono state depositate nel corso di dichiarazioni spontanee, rese peraltro nel corso dell’udienza preliminare, e senza possibilità di contraddittorio in merito alla pertinenza delle stesse ai fatti di causa, e di interlocuzione alcuna circa la loro rilevanza ai fini della decisione;
che oltre alle svariate altre originalità, anche questo rappresenta senza ombra di dubbio un ulteriore unicum;
che le dichiarazioni spontanee rese nel corso dell’udienza preliminare del processo n. 12310/00 r.g.n.r., al di là della comune torrenzialità con quelle rese nel processo n. 2827/00 r.g.n.r., e della comune inconferenza con le imputazioni ascritte, si caratterizzano per un elemento ulteriore;
che, oltre allo scopo manifesto di perdere il maggior tempo possibile, le dichiarazioni rese nel precitato processo, tramite la delegittimazione progressivamente sempre più arrogante di quanti hanno reso dichiarazioni gravemente accusatorie a carico del Loreto, hanno tradito la loro intenzione di svilire le indagini compiute, i risultati delle stesse, i pubblici ministeri che le hanno condotte;
che Loreto si è spinto sino al punto di rendere nel corso dell’udienza dichiarazioni velenosamente allusive e, successivamente, apertamente calunniose e lesive dell’onorabilità e dell’operato dei magistrati e dei loro collaboratori;
che non è di poco momento rammentare come il Loreto abbia apertamente parlato di indagini manipolate, di un “castello calunnioso dell’accusa”, di trascrizioni falsificate, di un interrogatorio mai verbalizzato perché non avrebbe consentito di formulare determinate accuse, con questo accusando chi lo ha indagato di gravi abusi ed irregolarità;
che al riguardo uno dei magistrati che ha condotto l’inchiesta, stanco di queste gravi, non meno che gratuite, illazioni, ben consapevole della cristallinità e regolarità del proprio operato, ha richiesto la trasmissione di tutto il fascicolo relativo al processo n. 12310/00 r.g.n.r. al Tribunale di Potenza, chiedendo, altresì, di essere indagato in prima persona in merito alla regolarità del proprio operato,l’interrogante chiede di sapere quali urgenti iniziative il Ministro della giustizia intenda adottare per verificare la correttezza sotto il profilo disciplinare delle condotte del giudice dell’udienza preliminare di Taranto, dott. Guarna, e la sua compatibilità ambientale.
GIUSTIZIA
Interrogazione a risposta scritta 4-07349
presentata da
GIUSEPPE LEZZA lunedì 15 settembre 2003
nella seduta n.355
GIUSTIZIA
Atto n. 4-04363
Pubblicato il 10 aprile 2003, Seduta n. 381
CURTO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso:
che allo scrivente è pervenuta copia di un esposto inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente del Consiglio Nazionale Forense, al Procuratore Generale della Repubblica c/o la Corte d’Appello di Taranto, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Potenza, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Taranto e al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto;
che tale esposto, penale ed amministrativo, sembra sia l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di denuncie ed esposti tendenti a smantellare illegalità di vario tipo che colpiscono i cittadini più deboli e più poveri ad opera di chi rappresenta la giustizia nel nostro Paese, in particolare giudici ed avvocati;
che, per la delicatezza della questione, e a causa della mancanza di un qualsiasi riscontro a questo esposto e ad altri precedenti atti congeneri, ritengo opportuno riportare di seguito il testo del citato esposto:
“Oggetto: omissioni d’atti d’ufficio ed abusi d’ufficio presso gli Uffici Giudiziari di Taranto.
In campo penale si viola il diritto di difesa della persona offesa dal reato;
Al Registro Generale non si ritrovano iscritte notizie di reato, di cui si è presentata regolare denuncia o querela o esposti firmati, ex art.335, c.p.p. ed ex art. 110 bis att. c.p.p., né si forniscono notizie circa le notizie di reato iscritte.
Non si comunica, quando richiesto, ex artt. 406, 408 c.p.p., la proroga delle indagini e la richiesta di archiviazione al GIP, impedendo l’opposizione alla stessa.
Non si svolgono indagini, ex art. 50 c.p.p., nei confronti di persone influenti, e Pubblici Ufficiali che li coprono, per notizie di reato di abusivismo edilizio e violazione di norme ambientali, di sfruttamento del lavoro giovanile e nero ed emissione di buste paghe false, di concorsi truccati per diventare avvocato e di evasione fiscale e contributiva sui praticanti avvocati, di aggressioni ad avvocati per impedirgli la presenza in udienza, di abbandono di incapaci, di riciclaggio di assegni nominativi rubati, di emissione di deleghe false, di truffe Enel, ecc…
Si eseguono sequestri innominati, senza notifica di copia all’interessato. Al soggetto interessato, quando è ritenuto incapace, non si nomina un tutore, impedendo la nomina di un difensore di fiducia, né si nomina un difensore d’ufficio, affinché il soggetto possa opporre richiesta di riesame, ex artt. 257, 322 c.p.p., ed esercitare tutti gli altri diritti processuali, ovvero, se abbandonato fin anche dalle istituzioni, possa esercitare ogni facoltà a favore dello stesso, siano di cura, assistenza, mantenimento, ecc…
In campo penale si viola il diritto di difesa della persona sottoposta ad indagine;
Si chiedono sommarie informazioni alla persona nei cui confronti si svolgono indagini, senza che questa sappia di essere indagata e di conseguenza senza la presenza necessaria del difensore, ex artt. 350, 369, 369 bis c.p.p.
Ex artt.358, 362 c.p.p. non si svolgono accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato, né si assumono informazioni utili alle indagini, omettendo l’interrogatorio dello stesso.
Non si procede nei confronti di soggetti rei dello stesso reato.
Si ritrova il fascicolo degli atti d’indagine compiuti dal P.M. e delle dichiarazioni rese dagli indagati, coperti dal segreto d’ufficio, ex art. 329 c.p.p., alla pubblica conoscenza degli indagati e degli estranei in procedimento civile di interdizione. Procedimento civile d’interdizione che dura anni e senza la presenza dell’interdicenda. Quando questa è presente, la si sente alla presenza di decine di persone divertite.
Si obbliga la persona sottoposta ad indagine ad essere il difensore di fiducia e tutore convenzionale del soggetto offeso dallo stesso reato, in quanto non si nomina un difensore d’ufficio, né un tutore, affinché la presunta incapace possa esercitare i suoi diritti processuali e l’indagato non possa reiterare le azioni ritenute lesive.
Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si comunica il limite di ammissione di € 5.815,30 (lire 11.260.000) quale reddito del nucleo familiare, anziché € 9.296,22 (lire 18 milioni),ex art. 3, L. 134/01, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.
Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si ignora ogni istanza di concessione del gratuito patrocinio, presentata ex art. 2 L. 217/90, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.
In campo civile si violano i diritti di difesa delle parti private;
Le vendite dei pignoramenti di beni mobili non si eseguono per mancanza di organi preposti alla vendita, (Istituto Vendite Giudiziarie, Commissionari), ovvero, quando ci sono, si eseguono al di sotto del 10% del valore pignorato, obbligando l’abbandono del procedimento di esecuzione per antieconomicità, perdendo il conto capitale e le spese di giudizio.
Si omette di sollevare il problema dei tempi biblici dei procedimenti civili ordinari e speciali, con meri rinvii delle udienze effettuati per decenni con la complicità dei Giudici.
Con la presente si chiede alle autorità interpellate di intervenire, adottando i provvedimenti necessari, con preghiera di riscontro al sottoscritto, pronto a dare prova per quanto su esposto. In caso contrario si chiede di procedere obbligatoriamente nei confronti del sottoscritto, attivando procedimento penale di calunnia, se bugiardo, ovvero procedimento civile d’interdizione, se pazzo.”,
l’interrogante chiede di conoscere:
se si ritenga opportuno verificare quanto riportato dall’esposto in questione;
se si intenda, e in quale modo, procedere qualora gli argomenti, o alcuni di essi, rispondessero a verità.
CAMERA DEI DEPUTATI. SECONDA COMMISSIONE
Resoconto giovedì 16 gennaio 1997.
- Presidenza del Presidente Giuliano PISAPIA. -
Interviene il Sottosegretario di Stato per la grazia e la giustizia Franco Corleone.
La seduta comincia alle 13,15.
5-00733: Modalità di esercizio dell'amministrazione della giustizia da parte del sostituto procuratore della Repubblica di Taranto, dott. Ghizzardi. (10 ottobre 1996).
Il sottosegretario di Stato Franco CORLEONE osserva che dalle informazioni acquisite presso l'autorità giudiziaria risulta che la procura della Repubblica di Taranto non ha avviato indagini sul fatto indicato nell'interrogazione. Il deputato Cito avrebbe rilasciato dichiarazioni pubbliche nel corso di una conferenza stampa, tenuta a Taranto il 30 maggio 1996, in ordine all'utilizzo delle attrezzature dell'amministrazione comunale, per informare gli organi di stampa della attività svolta quale parlamentare da un sindaco della provincia di Taranto, Senatore della Repubblica, ma non è pervenuta all'ufficio della procura alcuna denuncia sul fatto indicato né alcuna relazione dalle forze dell'ordine.
Pertanto non si ravvisa allo stato alcun elemento per promuovere ulteriori accertamenti anche di tipo ispettivo, posto che il pubblico ministero non aveva notizia di reato sui fatti.
Giancarlo CITO (gruppo misto) si augura di non dover ricevere ogni volta risposte alle sue interrogazioni quale quella data adesso dal rappresentante del Governo. Sottolinea infatti di avere presentato una denuncia nel momento in cui ha rilasciato una pubblica dichiarazione circa l'accaduto. Non si può certo dire, quindi, come ha fatto il rappresentante del Governo, che non è stata fatta alcuna denuncia. La sua denuncia in pubblico è stata rivolta alle forze dell'ordine, a cui ha fatto seguito l'invio per fax. Sottolinea infine che a Taranto vengono seguiti metodi da terrorismo giudiziario, con magistrati che svolgono la loro attività secondo criteri esclusivamente politici. Per questi motivi è totalmente insoddisfatto dalla risposta alla sua interrogazione.
Il sottosegretario di Stato Franco CORLEONE ribadisce che non vi è stata alcuna relazione da parte delle forze dell'ordine e che il Ministro di grazia e giustizia non può comunque prendere iniziative che siano lesive dell'indipendenza ed autonomia della magistratura.
TARANTO, GIUDICI SOTT'ACCUSA: INQUISITO L'EX PROCURATORE
Corruzione al Palazzo di Giustizia di Taranto, interessi privati e intrecci poco chiari tra ambienti della magistratura, della questura e dell' imprenditoria locale. Su questi scottanti temi si è incentrata negli ultimi tre anni l' attività dei magistrati baresi che tra mille difficoltà hanno ora concluso gran parte dell' inchiesta.
Clamorose, come nelle premesse, sono le conclusioni.
Sono stati rinviati a giudizio l' ex procuratore capo della Repubblica di Taranto, Giuseppe Raffaelli, 72 anni, sua moglie Giacoma Bianca De Filippis, 58 anni, e l' ex sindaco di Massafra (Taranto), il democristiano Orazio Bianco, 55 anni, tutti e tre accusati di concorso in interesse privato.
Di corruzione dovranno invece rispondere l' ex sostituto procuratore Giuseppe Lamanna, 60 anni, e il presidente degli industriali di Taranto, Donato Carelli, 49 anni.
Un altro magistrato di Taranto, l' ex sostituto procuratore Giuseppe Lezza, 47 anni, ha evitato il rinvio a giudizio perché il reato di corruzione contestatogli, fra gli altri, si è estinto per prescrizione. C'è comunque un procedimento disciplinare nei suoi confronti.
Estinta per amnistia l' accusa di simulazione di reato a carico di Raffaelli, della moglie, e di Lamanna e Bianco.
E' da rilevare inoltre che numerosi altri episodi esaminati dal giudice istruttore di Bari, dottor Emilio Marzano (la requisitoria è stata formulata dal procuratore capo di Bari Domenico Zaccaria), sono stati trasmessi per competenza alle autorità giudiziarie di Taranto e di Lecce.
Due ispezioni ministeriali. In queste due tranche della corposa inchiesta sono coinvolti funzionari della questura di Taranto poi trasferiti in altre sedi periferiche e anche diversi poliziotti.
L' ex questore del capoluogo jonico, Giuseppe Ciulla, è invece già stato rinviato a giudizio per falso e peculato in relazione a un incidente stradale nel quale rimase coinvolto assieme al suo autista: dichiarò che era avvenuto nell' ambito del servizio, ma non era vero. L' inchiesta prese le mosse nel 1985 da due ispezioni ministeriali a Palazzo di Giustizia e nella questura del capoluogo ionico, al termine delle quali venne fuori un contesto di influenze, di protezioni e di favoritismi tra alcuni magistrati, funzionari di polizia e l' imprenditore Donato Carelli.
Tra gli episodi accertati durante le ispezioni, eclatante è il caso dei lavori di spostamento della linea ferroviaria Taranto-Metaponto che originariamente prevedevano l'occupazione d' urgenza di alcuni immobili, tra i quali figuravano vasti terreni di proprietà della moglie e della cognata di Raffaelli, Giacoma e Marina De Filippis.
Secondo le accuse, l'allora procuratore, attraverso la pressione di un processo penale e l'emanazione di una ordinanza di sequestro della documentazione relativa al progetto ferroviario, determinò la modifica dello stesso progetto approfittando sia della sua posizione che di quella del vicecommissario del consorzio Asi, area per lo sviluppo industriale, suo stretto parente. Dagli accertamenti compiuti è risultato che l' ex sindaco di Massafra (Comune nel quale ricadono i terreni in questione), Orazio Bianco, disconosceva la propria firma in calce al nullaosta al progetto di variante che aveva poi portato al decreto di occupazione dei terreni. Il fatto venne denunciato alla procura nel periodo in cui (gennaio 1982) Raffaelli risultò assente dall' ufficio per motivi personali e il fascicolo passò nelle mani del procuratore facente funzione, Giuseppe Lamanna, che poi emanò il decreto di sequestro della documentazione.
Automobili in regalo Circa i rapporti tra Carelli e i due sostituti Lezza e Lamanna, è emerso che un procedimento penale a carico dell' imprenditore per presunte irregolarità fiscali, inizialmente avviato da Lezza, sarebbe stato poi insabbiato dall' altro magistrato al quale il presidente dell' Assindustria tarantina fece omaggio in tempi diversi di ben quattro automobili: una Golf, una Mercedes, una Audi 100 e ancora una Golf. Lezza invece avrebbe ricevuto, sempre dal Carelli, un contributo di 15 milioni per l' acquisto di una Mercedes. L' inchiesta si è soffermata anche su presunte corsie privilegiate nella distribuzione di processi contro amministratori di Martina Franca (Taranto), un tempo feudo dell' ex sottosegretario democristiano alle Finanze Giuseppe Caroli.
http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/Introduzione.jsp
http://www.radioradicale.it/organizzatori/consiglio-superiore-della-magistratura
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=229407&IDCategoria=1
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=234873&IDCategoria=1
http://www.tarantoggi.it/archivio/copertine/settembre%202008/04092008.pdf
http://www.camera.it/_dati/lavori/stenografici/sed080/bt11.htm
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=141679
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=65988
http://www.google.it/search?sourceid=navclient&aq=t&hl=it&ie=UTF-8&rlz=1T4ADBF_itIT226IT226&q=camera
http://bari.repubblica.it/dettaglio/Truffa-milionaria-allAsl-27-condannati/1481540
- di ENZO CASTELLANO Repubblica — 27 luglio 1988 pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA
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