I VENEZIANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

 


MAFIOPOLI NEL VENETO

"Parlare di mafia in Veneto? Ma se qui la mafia non c'è". Quante volte si è detto e ripetuto: e in Veneto si lavora sodo. Eppure qui sono stati mandati al confino personaggi che hanno contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della mafia. Qui sono arrivati "Totuccio" Contorno, Salvatore Badalamenti, nipote di quel "Tano" che fece ammazzare Peppino Impastato. Qui Giuseppe Madonia ha potuto condurre i propri business, con la complicità di alcuni imprenditori locali. Ma il Veneto non ha solo importato mafia: l'ha pure creata. In nessun'altra regione italiana, al di fuori di quelle meridionali, è nata un'organizzazione con le caratteristiche del 416 bis. Il Veneto l'ha avuta e l'ha chiamata Mala del Brenta.

Questo è il sunto del libro “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto” di Danilo Guarretta e Monica Zornetta.

Il clan Lo Piccolo puntava a Nordest. Aveva messo gli occhi su una serie di operazioni edilizie a Chioggia (Venezia) e nella zona termale di Abano (Padova). Sono gli sviluppi dell'indagine palermitana che, tra l'altro, ha condotto all'arresto dell'avvocato Marcello Trapani, che continuava a tessere le fila per conto dei Lo Piccolo. Obiettivi: mettere le mani sul Palermo calcio e, soprattutto, «diversificare» al Nord.

Ecco l'articolo pubblicato il 25 settembre 2008 su Nuova Venezia, Mattino di Padova e Tribuna di Treviso.

La mafia in Veneto. Infiltrazioni: un'emergenza nazionale. Lo si sospettava. Meglio, lo si temeva. Bastava ascoltare gli allarmi lanciati da Roberto Saviano, autore di «Gomorra». O prendere sul serio le analisi del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «La criminalità organizzata è ormai una realtà anche al Nord. E’ nelle regioni più ricche che cerca la maggiore redditività ai suoi investimenti». Bene, se ce ne fosse stato bisogno, ecco la prova provata: la mafia sta arrivando (è arrivata?) pure nel ricco Nordest. Il clan palermitano dei Lo Piccolo aveva messo gli occhi sulla riqualificazione del porto di Chioggia e puntava ad aggiudicarsi una serie di interventi edilizi nella città lagunare così come nella zona termale di Abano. Affari per diversi milioni di euro, messi in piedi con una rete di collusioni in sede locale.

Cosa nostra ha mille vite, come i gatti. E come lo stesso clan dei Lo Piccolo. Salvatore, erede di Bernardo Provenzano, è stato arrestato, insieme con il figlio Sandro, il 5 novembre 2007, dopo 25 anni di latitanza. Qualche giorno prima, per l’esattezza il 25 settembre, aveva fatto in tempo a costituire la società «Petra», quella che appunto doveva operare a Chioggia. Non solo il clan cercava di riorganizzarsi, ma non aveva cessato le mire espansioniste.

Per il Nordest è un brutto risveglio. È vero che la mafia del Brenta di Felice Maniero aveva provato a muoversi in collegamento con le famiglie del Sud. Ma sono vicende che si perdono negli anni e nelle cronache. Il tentato sbarco a Chioggia è un segnale forte, mette in evidenza una precisa strategia: la mafia, prima azienda italiana con 90 miliardi di fatturato (più dell’Eni, per intenderci), pari al 7 per cento del Pil (dati contenuti nel rapporto Sos impresa della Confesercenti), segue l’odore dei soldi. E nel Veneto, finalmente avviato a realizzare le grandi infrastrutture, di soldi da qui ai prossimi 10-20 anni ne gireranno parecchi.

Qualcuno, se vuole, può continuare a pensare che cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta siano problemi del Mezzogiorno. Di più, il cancro del Mezzogiorno, il vero freno al suo sviluppo, il motivo per cui le regioni meridionali non sono appetibili al capitale privato. Non è così. La mafia è un’emergenza nazionale e come tale va affrontata. Perché la piovra, in epoca di globalizzazione, va a caccia di affari ovunque. Figurarsi se si ferma al Sud. A Varese e in Brianza, di recente, è stato scoperto un traffico di rifiuti tossici, l’ultimo megabusiness della malavita. A Milano si sta discutendo sull’opportunità di creare una commissione che vigili sugli appalti dell’Expo 2015, dopo che la Procura di Busto Arsizio ha aperto un fascicolo sui rischi di infiltrazione mafiosa. Ora la storia di Chioggia.

Deve reagire lo Stato, certo. Ma anche per le associazioni degli imprenditori (in primis i costruttori dell’Ance) e dei commercianti è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti: bisogna scoprire ed espellere chi ha collusioni mafiose. È la scelta compiuta da Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana. Occorre estenderla a tutte le categorie. E a tutta Italia.

Ma la mafia è anche altro.

Per ora stanno pagando in quattro, cioè quelli finiti in televisione nel servizio di «Striscia la notizia». Ma lo scandalo del­la «cresta» sui biglietti dei turisti e dei falsi resti è destinato ad allargarsi. Che i bigliettai Actv «pizzicati » dalle telecamere del tg satirico siano molti di più, lo conferma lo stesso inviato di «Striscia» Moreno Morello. «Erano si­curamente più di una decina — spiega preferendo comunque rimanere sul vago, visto che i girati saranno sicuramente acquisiti dalla polizia giudiziaria —. A noi però interessava mostrare solamente le 'categorie' di furbi, per cui alla fine ne abbiamo mostrati solamente quattro».

Ma non finisce qui. «Appaltopoli», 50 imprenditori a giudizio.

Chiusa l'inchiesta vicentina sulla spartizione degli appalti per le opere pubbliche avviata a marzo 2006 dopo un esposto dell'impresario iberico Isnardo Carta.

L'inchiesta della procura di Vicenza ribattezzata «Appaltopoli» prese il via nel marzo del 2006. Ora, davanti al giudice vicentino Stefano Furlani, dopo una sfilza di udienze preliminari, si è chiusa una parte della maxi indagine che ha coinvolto al suo esordio circa 250 persone. Una parte di questi, un centinaio, sono stati poi trasferiti alla procura di Treviso dove erano stati commessi i presunti reati. Alla fine, dopo lo stralcio di alcune posizioni, a Vicenza sono rimaste le posizioni di 84 imprenditori. Al termine dell'udienza di questo pomeriggio il gip ha disposto 50 rinvii a giudizio, 3 assoluzioni e 6 patteggiamenti (non luogo a procedere per 26).

L'inchiesta coinvolge imprenditori di tutto il Veneto con qualche ramificazione in altre regioni d'Italia. Tutto partì da un esposto fatto dall'imprenditore iberico Isnardo Carta che si presentò dal procuratore capo di Vicenza Ivano Nelson Salvarani per denunciare la spartizione degli appalti che sarebbero stati assegnati a «cartelli d'impresa» che realizzavano poi strade, opere pubbliche. Le indagini grazie a riscontri documentali e le intercettazioni telefoniche hanno fatto il resto.

E ancora…..Un'evasione di 600 milioni di euro è stata accertata dalla guardia di finanza di Venezia al Gruppo Pam di Spinea, proprietario, tra l'altro, degli ipermercati Panorama. Il vertice dell'azienda, secondo quanto si è appreso, è indagato per frode fiscale. Alla società è stata inoltre contestata un'evasione all'Iva per 120 milioni di euro. Sulla vicenda gli inquirenti mantengono uno stretto riserbo.

Il rubare è la regola nel Veneto. Lo è come attività di mafia in Sicilia o in Campania, ma nel Veneto assume delle forme proprie tanto che si dovrebbe parlare di “mafia veneta”. Che differenze ci sarebbero fra la mafia siciliana e la mafia veneta? La mafia siciliana o campana possiamo rappresentarla come un individuo che con un fucile entra in un negozio, punta l’arma alla testa del negoziante, e si fa dare la tangente. La mafia veneta possiamo rappresentarla come l’amico del negoziante che entra nel negozio, parla d’affari, e intanto allunga le mani e si riempie le tasche impedendo al commerciante di reagire per la paura di perdere gli affari che in quel momento sta trattando. Nella prospettiva di vantaggi quel negoziante non si avvede che cosa gli viene sottratto. Mentre nella mafia siciliana il danneggiato è “altro da sé”, nella mafia veneta il danneggiato è parte integrante del sistema mafioso perché danneggia a sua volta in momenti e situazioni diverse. Nella mafia siciliana la struttura mafiosa è rigida, nella struttura mafiosa veneta la struttura è fluida integrando economia, politica, istituzioni, integrate in un sistema di controlli e ricatti reciproci che al mondo esterno si presenta come un perbenismo esasperato.

Quando il perbenismo fa le sue crepe, sia sociali che economiche, il putridume si presenta con l’uso massiccio di droga, come il bullismo esasperato, con il suicidio da incapacità di affrontare la vita, con ingenti capitali sottratti al fisco e alla società civile.

Molti la conoscono come mafia del Brenta: la “mafietta” del Veneto, che non fa tanta paura perché è frutto di un virus che viene dall’esterno. Come Felice Maniero, che, costretto qui al soggiorno obbligato, si è messo ad esercitare il suo “talento”. Un mafioso che ha costituito un’organizzazione criminale considerata comunque un “corpo estraneo”, incapace di generare metastasi poiché basta allontanarlo perché tutto torni sano come prima, incontaminato.

Invece la mafia del Veneto va considerata tutt’altra cosa e ha dimostrato più volte di saper mettere radici.

La punta di un iceberg. Qui in Veneto i mafiosi non sono stati mandati tutti in soggiorno obbligato come Maniero. Molti sono arrivati con le proprie gambe per riciclare soldi, stringere accordi con chi di soldi ne ha e non sdegna alleanze con personaggi ambigui di cui fa finta di ignorare persino il nome.

Alla mafia veneta forse dovrebbe essere dato un nome perché si inizi a prenderla sul serio.

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/30-ottobre-2009/i-bigliettai-furbi-erano-piu-dieci-1601936005873.shtml

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/28-ottobre-2009/appaltopoli-50-imprenditori-giudizio--1601931107377.shtml

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneziamestre/notizie/cronaca/2009/11-novembre-2009/gruppo-pam-evasione-600-milioni-vertici-indagati-frode-fiscale--1601992959565.shtml

http://informazioneveneta.blogspot.com/2009/11/la-mafia-in-veneto-e-il-rubare-degli.html

http://sandromangiaterra.nova100.ilsole24ore.com/2008/09/mafia-a-nordest.html


MALAGIUSTIZIA

Ha indagato su 140 delitti con Giovanni Falcone: "La giustizia? Una piovra!".

Marco Morin è uno dei più autorevoli periti balistici al mondo. Ha fatto scarcerare un inglese condannato all’ergastolo per l’omicidio di Jill Dando, conduttrice della Bbc. Ma ora rifugge i tribunali italiani. È uno dei più autorevoli esperti - appena una dozzina in tutto il mondo - di balistica, esplosivistica e residui dello sparo. Quindi se il professor Marco Morin dice che nel nostro Paese le sentenze dei processi per omicidi, attentati e altri reati, in cui c’entrano le armi da fuoco o le bombe sono quasi sempre frutto di investigazioni fatte alla carlona, c’è da preoccuparsi. Se poi la conferma arriva da Edoardo Mori, che, oltre a essere giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bolzano, è anche titolare del sito Earmi.it, «dedicato a coloro che amano lo studio delle armi e della balistica e sono interessati ai problemi giuridici connessi», c’è da spaventarsi.

Scrive Mori, osannando, e non certo per consonanza anagrafica, una relazione di Morin: «È esemplare nel dimostrare quale deve essere la buona preparazione di un perito, ben informato su tutta la più recente letteratura scientifica, capace di comprenderla nelle lingue straniere e capace di usare strumenti di analisi. Tutte cose che non si possono pretendere da un poliziotto o un carabiniere, addestrati alla bell’e meglio in base “alla prassi dell’ufficio” o “a ciò che si è sempre fatto”».

Elevata competenza professionale, fu consulente di fiducia del compianto Giovanni Falcone per le indagini su 140 delitti di mafia, a cominciare dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro. Morin s’è occupato anche dei casi Aldo Moro, Luigi Calabresi e Marta Russo, delle efferatezze del mostro di Firenze, delle stragi di Peteano, Bologna e Ustica. Ma oggi guai a dargli del perito balistico: «Faccio solo consulenze di parte. Non voglio più aver nulla a che fare con magistrati e tribunali. Lo vede questo tomo di 637 pagine? È il manuale che i giudici federali statunitensi devono studiarsi per essere in grado di valutare la bontà delle prove scientifiche portate alla loro attenzione. Da noi? Prendono per oro colato qualsiasi bischerata. Basta che provenga dai laboratori istituzionali».

Fino a pochi anni fa il professor Morin era l’anima del più attrezzato di questi laboratori, il Centro indagini criminali, costruito a propria immagine e somiglianza presso la Procura di Venezia. A un certo punto gli impedirono di accedervi, nonostante le rimostranze di Falcone. «Come? Facendo passare me per un criminale», allarga le braccia.

Come mai non collabora più con la giustizia italiana?

«Mi hanno fatto fuori professionalmente. Mi risulta che l’ordine sia partito da Palermo. Me l’hanno confidato alcuni alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri. I miei rapporti con Falcone erano strettissimi, si fidava soltanto di me. Una volta, a cena qui a casa mia, dove ora è seduto lei, mi raccontò d’aver scoperto un traffico di droga fra Bulgaria e Italia favorito da personaggi legati al Pci: gli stupefacenti finivano in mano alla mafia. Mi mangiai due diottrie al microscopio per esaminare i proiettili dei delitti di Cosa nostra e scoprii che a sparare erano sempre le stesse Smith & Wesson calibro 38. Le mie perizie balistiche avevano consentito a Falcone di risalire a insospettabili connessioni fra le cosche di Palermo e Catania. Per la mafia ero diventato un pericolo».

In che modo l’hanno fatta fuori?

«Con l’accusa di peculato. Mi sarei appropriato di 30 o 40 cartucce da caccia del costo di 100, massimo 150 lire l’una, pensi un po’. Se a Venezia ci fossero state le pecore, m’avrebbero accusato di abigeato. Ma l’accusa più grave fu quella formulata dal pubblico ministero Felice Casson, oggi senatore del Partito democratico, che m’incolpava d’aver fatto sparire dell’esplosivo. Dopodiché saltò fuori un documento, controfirmato dallo stesso Casson, dal quale risultava che quell’esplosivo era stato consegnato alla direzione di artiglieria. Presentai un esposto al Consiglio superiore della magistratura e l’accusa cadde subito».

Cogne, Garlasco, Perugia, e prim’ancora l’Olgiata e via Poma: tanti toponimi per indicare altrettanti delitti in cui dalla guerra di perizie e controperizie non emerge mai una verità credibile. Di chi è la colpa?

«Di chi compie le prime indagini. Com’è possibile che nel caso di Meredith Kercher siano state trovate tracce di sangue su una borsa a tracolla a quattro mesi e mezzo dal delitto? Nella mia carriera ho visto cose da far paura. Prenda la tragedia del Moby Prince, che costò la vita a 140 persone. Il gabinetto di polizia scientifica della Criminalpol individuò sul traghetto tracce di ben sette diversi tipi di esplosivo».

E invece?

«A bordo non ve n’era nemmeno uno, di esplosivo! Così come non vi erano residui dello sparo sul davanzale della Sapienza di Roma, da dove sarebbe partito il colpo che uccise la studentessa Marta Russo. Peggio ancora fu quello che accertai come consulente di Pietro Pacciani. I periti di fiducia del giudice dovevano rilevare eventuali tracce di polvere da sparo su un baby-doll e su un pannolino da neonato che avrebbero avvolto armi da fuoco usate dal mostro di Firenze. Conclusero per la presenza di antimonio, elemento chimico attribuito alla miscela d’innesco delle cartucce Winchester calibro 22 Long Rifle. Ebbene, chiunque s’interessi seriamente di munizioni sa che quell’innesco non contiene antimonio. Appare grave che dei periti d’ufficio abbiano disposto la ricerca strumentale dell’antimonio in cartucce che ne sono notoriamente prive. Ma ancora più grave è che l’antimonio sia stato addirittura individuato negli inneschi esaminati. Risultato: Pacciani assolto, giustizia svergognata».

Che conclusioni devo trarne?

«Domina la pressoché generale ignoranza della criminalistica, di quel complesso di discipline che si definiscono scienze forensi. Il giudice non è onnisciente, deve per forza rivolgersi al consulente tecnico. Ma se il secondo è più ignorante del primo? Tutto ciò rende aleatoria la giustizia penale in Italia. Adesso lei sa quali rischi corre il cittadino innocente quando viene afferrato dai tentacoli di questa piovra. Se sarà fortunato, potrà riavere la libertà a prezzo della salute, della rovina economica, dell’onore».

Tesi confermata da eventi inimmaginabili: Luciano Garofano lascia la guida dei Ris di Parma.

La notizia arriva dopo l'annuncio del Tg1 di un suo probabile coinvolgimento diretto nelle indagini della procura di Parma, scaturite da una denuncia dell'avvocato Carlo Taormina, in merito a presunte irregolarità compiute dal reparto per lo svolgimento di consulenze tecniche su importanti e controversi casi giudiziari degli ultimi anni. Le accuse sarebbero di truffa ai danni dello stato, abuso di ufficio e falso ideologico. Il colonnello dei carabinieri, per 14 anni comandante del Reparto investigazioni scientifiche, dopo essersi occupato dei delitti più noti degli ultimi anni, dall’omicidio di Garlasco alla strage di Erba, dal caso Cogne all’assassinio di via Poma, ha presentato congedo al comando generale dei carabinieri. La sua richiesta è stata accolta. Comunque soddisfatto Taormina: "Ciò che ha costituito oggetto delle mie indicazioni ha trovato riscontro.”

Ma non finisce qui. Unabomber: Condannato a due anni Ezio Zernar, il poliziotto accusato di aver alterato una “prova principe” nel processo contro il bombarolo del nordest. C’é una condanna nella vicenda Unabomber, ma non è a carico dello sconosciuto bombarolo del nordest, bensì per un poliziotto, Ezio Zernar, del laboratorio di indagini criminalistiche di Venezia, accusato di aver alterato quella che poteva essere una “prova principe”, che sarebbe stata data dalle striature trovate su un lato del lamierino e compatibili con i segni lasciati da una forbice che era nelle disponibilità di Zornitta.

http://www.ilgiornale.it/interni/ha_indagato_140_delitti_giovanni_falcone_la_giustizia_una_piovra/15-11-2009/articolostampa-id=399129-page=1-comments=1

http://parma.repubblica.it/dettaglio/garofano-dimissioni-in-vista-potrebbe-lasciare-la-guida-dei-ris/1779210

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/unabomber-condannato-a-due-anni-ezio-zernar-il-poliziotto-accusato-di-aver-alterato-una-prova-principe-nel-processo-contro-il-bombarolo-del-nordest-51948/


PARENTOPOLI IN VENETO

C’era chi era in ferie, chi era in ospedale, chi si è visto perdere la raccomandata perchè con gli uffici pubblici non si sa mai. Ci sarebbe anche chi avrebbe presentato una dichiarazione non veritiera, affermando di essere in vacanza quando invece in realtà era al lavoro. Tutte giustificazioni sufficienti a superare le rigide regole di un bando di concorso comunale e inserire i ritardatari in graduatoria fuori tempo massimo, in barba alla perentorietà del termine.

Dopo l’assunzione ad Arti spa di parenti e amici del direttore generale, ora spuntano dubbi su un concorso interno in Comune per la copertura di 50 posti di istruttore amministrativo. Un concorso per la promozione verticale.

Il regolamento prevedeva che le domanda andasse presentata entro mezzogiorno del 24 agosto 2009. Chi non avesse rispettato i termini, sarebbe stato escluso. Il bando prevedeva anche una selezione in due tempi: i candidati ammessi dovevano sostenere un corso di formazione al termine del quale dovevano essere sottoposti a un test che dava l’accesso, in caso di superamento, alla prova d’esame del 12 novembre.

Gli ammessi al corso di formazione sono stati 217, gli esclusi 20. Di quei 217, poi, 175 hanno superato il test alla fine del corso e 51 sono stati esclusi. Tuttavia, tra i 175 ammessi alla prova teorico-pratica compaiono sei candidati che non solo non avevano partecipato al corso di formazione, ma le cui domande sarebbero state presentate oltre il termine del 24 agosto.

Per loro, dunque, le porte del concorso si sono aperte quando erano state chiuse. Ed è sulle motivazioni del loro inserimento postumo che si concentrano i dubbi, perchè tra loro ci sarebbe anche chi non avrebbe avuto motivazioni tanto gravi dall’impedirgli di presentare la domanda in tempo.

Ma non sono i soli casi: Taxisti, casta impenetrabile si entra solo se si è parenti.

I vincitori del concorso del 2007 sono tutti figli o parenti di altri assegnatari. Dopo il ricorso di un candidato, Tar e Consiglio di Stato impongono al Comune di sospendere i permessi. Ma nessuna decisione è stata presa.

Domanda: può un impiegato, un operaio, una persona qualsiasi fare il tassista a Mestre? La risposta, scorrendo la lista dei dodici candidati vincitori dell'ultimo bando comunale, sembra solo una: no, non può. Tutti i titolari della contestata licenza conquistata nel 2006, infatti, sono figli oppure parenti di altri tassisti già operativi in terraferma. Una cosa di per sé non sorprendente, visto che si tratta di un «mestiere» facilmente tramandabile in famiglia. Resta il fatto, però, che sia il Tar sia il Consiglio di Stato, dando seguito al ricorso di un partecipante «trombato», Luciano Montefusco, hanno comunque evidenziato delle serie anomalie nello svolgimento del concorso comunale. Ecco dunque accettate le tesi dei legali del ricorrente: i criteri di assegnazione dei punteggi sono stati decisi solo dopo aver aperto le buste e letto il curriculum dei candidati. Da qui l'accusa velata di un bando «guidato ad hoc» per consegnare le licenze a persone prestabilite. E, in questo contesto, le «parentele» fanno certo pensare. Ma dimostrano, per lo più, l'esistenza di una «casta», come succede, per esempio, nel mondo dei notai. La patata bollente, semmai, adesso è nelle mani dell'assessore alla Mobilità Enrico Mingardi. Da lui si attendono decisioni sulla sospensione delle dodici licenze, come richiesto con una ordinanza dal Consiglio di Stato.

Le parentele. Sulla questione delle parentele i tassisti mestrini non hanno dubbi. «Niente da rimproverarci - spiegano i rappresentanti della categoria -. Le licenze sono andate a chi ha ottenuto i migliori punteggi. Non certo a chi, dopo essersi piazzato 86esimo su 89 partecipanti, ha deciso di fare ricorso». Per quanto riguarda invece l'ordinanza del Consiglio di Stato, «quello è un problema dell'amministrazione comunale».

Le contestazioni. Le parentele relative ai dodici candidati riaprono comunque la questione dei criteri di assegnazione dei punteggi per la conquista della licenza. Per gli avvocati di Montefusco, infatti, prima si sono aperte le buste dei candidati, poi si sono scelti i criteri. Strano, per esempio, secondo i legali, che si sia deciso di premiare più la professionalità che l'anzianità. Si voleva forse favorire qualcuno? Sì, secondo il ricorrente Montefusco. Ma anche il Tar e il Consiglio di Stato hanno visto alcune anomalie. Ordinando di fatto l'annullamento di quel concorso.

La casta. Resta a Mestre il problema di una categoria, quella dei tassisti, che pare a «circolo chiuso». Non è la sola, sia chiaro. Ma qui stiamo sempre parlando di un servizio pubblico. All'ultimo bando, su una novantina di partecipanti, più della metà era già del mestiere: sostituti, autonoleggiatori. Gli altri candidati, invece, provenivano da lavori diversi: impiegati, operai, dipendenti di qualche azienda. Tutti però con le idee chiare, più che mai intenzionati a conquistare una preziosa licenza taxi. C'è qualche chance per loro? Oppure è tutto già deciso?

Le interrogazioni. Nessuna risposta, intanto, alle interrogazioni di Sebastiano Bonzio (Rc) e Saverio Centenaro (Fi) sull'ordinanza del Consiglio di Stato. «Per ora la giunta non dice nulla - spiegano in coro -. La situazione è ingessata. E le dodici licenze restano lì». Sulla questione della parentele, pochi commenti. «Non ho mai avuto alcuna notizia certa su questa faccenda - dice Centenaro -. Chiederò lumi all'amministrazione comunale». Per Bonzio, «la cosa non stupisce troppo. Diciamo che la percezione era questa. Anche se si vuole lasciare qualche spiraglio di fiducia».

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=79242&sez=NORDEST

http://nuovavenezia.repubblica.it/dettaglio/Taxisti-casta-impenetrabile-si-entra-solo-se-si-e-parenti/1384585?edizione=EdRegionale