

I VERONESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
SPRECHI
Inchiesta del “L’Espresso”: Verona, decollano gli sprechi. L'aeroporto Catullo ha noleggiato diciotto olivi ornamentali per 67 mila euro: più 3.700 a pianta. L'ultimo di una serie di sperperi e assurdità di uno scalo finanziato con i soldi pubblici ma sull'orlo della bancarotta e con i lavoratori in cassa integrazione.
Gli ulivi dalle foglie d'oro sono all'aeroporto Catullo di Verona. Diciotto ulivi valgono, infatti, molto più di cinquanta lavoratori e delle loro famiglie. Molti di loro sono in cassa integrazione, altri in mobilità e perderanno il posto di lavoro, ma alla Avio Handling, società controllata interamente della società aeroportuale Catullo spa di Verona, non mancano 67 mila euro per affittare diciotto olivi.
Già il prezzo pare esorbitante, ma nemmeno si acquistano: si noleggiano per decorare l'ingresso principale dell'aeroporto. Tremilasettecentoventidue euro a pianta. E nonostante questa società, alla fine di novembre, sia stata ricapitalizzata con tre milioni di euro per non chiudere. Quasi settantamila euro mentre tutte le società del Catullo sono in profondo rosso. Anche la holding, la Catullo spa, ha perdite fortissime e non da oggi, ma da fin dal 2008. Già da anni si raschiava il barile, come denunciò 'l'Espresso' già quattro anni fa.
A prosciugare i bilanci ha infatti pensato in questi anni l'aeroporto di Montichiari di Brescia, dove gli addetti ci sono, ma non ci sono aerei né in partenza né in decollo. Una stazione vuota per uno spreco tutto italiano, pagata dai soliti contribuenti. La vicenda è un insulto ai soldi pubblici. Nel 2001 si dovevano rifare le piste del Catullo per lavori che dovevano durare solo alcuni mesi, ma si pensò bene di costruire un aeroporto nuovo di zecca al posto di quello vecchio militare di Montichiari. Ma dopo breve vita, l'aerostazione bresciana cessò di fatto di esistere per i passeggeri.
Un'assurdità, gridarono già allora in molti. Infatti quella costruzione e la successiva gestione sono costate 40 milioni di euro, spesi dal 2002 a oggi, e una perdita annua attorno ai 5 milioni di euro all'anno. E ora il Catullo spa, per non fare bancarotta, deve ricapitalizzarsi. Perché il terminal bresciano è di proprietà al 99,99 per cento dello scalo scaligero, le cui quote azionarie sono soprattutto in mani pubbliche al 90 per cento con la Provincia di Verona e la Provincia di Trento in testa. Mentre Brescia è sempre rimasta alla porta, non volendosi impegnare in uno scalo gestito male dai veronesi, secondo loro. Tuttavia nessuno in queste società e nelle istituzioni ha pensato in questi anni di fermare i vari amministratori nella corsa allo spreco e al dissesto finanziario. Una delle prime conseguenze è stata il blocco del premio di risultato da tre anni per i circa 350 lavoratori delle tre società che gestiscono lo scalo veronese: la Catullo spa, la Avio e la Catullo Park.
Alcune settimane fa i vecchi amministratori sono stati costretti alle dimissioni e il nuovo presidente, Paolo Arena, ha il difficile compito di rassicurare i soci pubblici e privati sulla ricapitalizzazione e rinegoziare il debito con le banche.
Ma il ritardo è comunque inspiegabile, poiché ha portato la società madre dell'aeroporto, la Catullo spa, vicino alla bancarotta, benché i sindacati, Uil in testa, avessero denunciato il dissesto da molti anni. E il peggio è arrivato puntuale con il bilancio 2011. La sola Catullo spa ha 20 milioni di deficit e 17 di tasse non pagate e dovranno essere svalutati molti crediti, come hanno denunciato i consiglieri provinciali del Pd. Fra le quattro società, le tre dello scalo di Verona e quella di Brescia, il buco dovrebbe aggirarsi complessivamente attorno ai 70 milioni di euro, 20 mila euro di perdita ogni giorno. Una cifra impressionante, che è pesata e peserà sulle tasche del contribuente pubblico.
Intanto è arrivata una nuova grana e la procura della Repubblica di Verona ha aperto un fascicolo. Le nuove infrastrutture dell'aeroporto sarebbero prive della Valutazione d'impatto ambientale e delle relative autorizzazioni dell'Enac per attivare le procedure presso il ministero dell'ambiente per la concessione della Via.
Insomma, all'aeroporto volano gli sprechi.
MALA AMMINISTRAZIONE
Anche Tosi ha la sua parentopoli di Paolo Tessadri del L”’Espresso” del 27 maggio 2011
Evidentemente invidioso di Alemanno, il sindaco di Verona ha messo in piedi un bel sistema di potere a base di mogli, familiari e amici, tutti assunti nelle società pubbliche. Dai trasporti ai rifiuti
Prima la moglie,
poi a seguire una lunga marcia di compagni di partito e parenti assortiti. Tutti
in qualche modo legati al sistema di potere del sindaco, tutti pronti a
infilarsi nelle società controllate e partecipate dal Comune. Altrove si sarebbe
subito evocata Parentopoli ma nella Verona dell'efficienza leghista il termine è
proibito. E' difficile descrivere con parole diverse la catena di promozioni e
ingaggi nell'epoca di Flavio Tosi. In principio è stata proprio la signora Tosi:
Stefania Villanova che, poco dopo l'elezione a sindaco del marito, venne
promossa, senza concorso e senza laurea, da semplice impiegata a dirigente nel
settore sanità. Stipendio triplicato da 25 mila euro lordi l'anno a 70 mila. Il
marito era stato assessore regionale alla Sanità fino a pochi giorni prima, la
nomina invece porta la firma del suo sostituto: la leghista veronese Francesca
Martini, adesso diventata sottosegretario.
In città invece va di moda l'azienda dei trasporti pubblici, l'Atv, che si tinge
sempre più di verde. Forse per questo è stato assunto come imbianchino e
giardiniere il vicesindaco leghista di Villa Bartolomea, ridente paese della
provincia, Emanuele Faggion. Che ha lodato lo spoil system: "E' giusto che chi
governa abbia dei referenti nei posti che contano". L'Atv era presieduta da un
altro leghista, il sindaco di Sommacampagna Gianluigi Soardi, finito sotto
inchiesta per rimborsi spese gonfiati e costretto alle dimissioni pochi mesi fa.
Contro di lui c'è un procedimento per peculato, truffa aggravata e abuso di atti
d'ufficio. Avrebbe spostato il telepass a seconda delle necessità private anche
sull'auto della moglie, che figura fra gli indagati, e messo in conto alla
società ricevute per spese definite sospette.
Lo scandalo gli ha fatto perdere la guida dei bus veronesi, ma non la poltrona
in Comune. E nonostante l'inchiesta, la sua signora invece ha appena ottenuto un
incarico da un'altra società comunale, l'Amia che si occupa di igiene urbana:
"Assunzioni senza selezione pubblica, senza trasparenza e imparzialità, come
previsti dalla legge", denuncia Franco Bonfante, Pd, vicepresidente del
consiglio regionale. Che la Lega si sia "trasformata in un centro per l'impiego
virtuale, dove si decidono promozioni e assunzioni di fedelissimi o amici degli
amici", lo sostiene anche il capogruppo Udc in Regione, Stefano Valdegamberi. La
lista di assunzioni contestate infatti è assai lunga. Fra le Bengodi leghiste
c'è l'Amt, la muncipalizzata dei trasporti, dove è stata assunta la sorella
dell'assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto, molto legato a Tosi. E sono
entrati dalla porta principale di Amia, anche la moglie del sindaco di Sona
nonché assessore provinciale, Gualtiero Mazzi, mentre la sorella ha trovato
lavoro in una controllata della stessa Amia, la Serit. Pure la figlia del
segretario organizzativo provinciale della Lega Nord, Giannino Castagna, si è
sistemata in Amia. Il fratello del vicesindaco di San Giovanni Lupatoto e
consigliere provinciale, Giuseppe Stoppato è in Transeco, sempre controllata da
Amia. Dove è impiegato Denis Busatta, consigliere dello stesso Comune.
Direttamente in Amia è stato assunto Paolo Sardos Albertini, nipote di un noto
avvocato ed esponente della lista Tosi alle elezioni comunali.
Invece in Acque Veronesi, società pubblica di depurazione e distribuzione
idrica, lavora come addetto stampa il compagno del sottosegretario Francesca
Martini. Ci sono anche casi più singolari. Il vicecomandante dei vigili urbani
di Verona, Eliano Pasini, si è dimesso dopo un'inchiesta della magistratura su
presunti abusi, che coinvolge il vicepresidente leghista della Provincia. Ma
l'ex vigile non è rimasto senza una scrivania: ora è stato accolto dalla Agsm,
municipalizzata energetica veronese. Avanti un altro, sul Carroccio un posto si
trova.
INGIUSTIZIA
La denuncia: 'Così la polizia mi ha massacrato' di Paolo Biondani su “L’Espesso”. Le cariche dopo una partita. Le manganellate alla testa. Un mese di coma. Poi il risveglio, ma con un'invalidità che durerà tutta la vita. Poi lui trova la forza di parlare e un'agente coraggiosa fa scoppiare il caso.
Un giovane tifoso del Brescia massacrato a manganellate che finisce in coma. I medici lo danno per spacciato: se ce la farà a sopravvivere, dicono ai genitori, "sarà un vegetale". Dopo più di un mese di buio, invece, il ragazzo si risveglia. Parla, anche se con molta fatica. E' ancora intubato quando, alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un'inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine. Scopre verbali truccati. Testimonianze insabbiate. Filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l'omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. Un giudice ordina di procedere. E adesso, a Verona, sta per aprirsi un processo simbolo contro otto celerini del reparto di Bologna. Una squadraccia, secondo l'accusa, capace non solo di usare "violenza immotivata e insensata su persone inermi", ma anche di inquinare le prove fino a rovesciare le colpe sulle vittime.
"L'Espresso" ha ricostruito i retroscena di quella misteriosa giornata di guerriglia tra tifosi e polizia, con testimonianze e filmati inediti, scoprendo un filo nero che collega tanti casi in apparenza separati di degenerazione delle divise. Un viaggio nel male oscuro che contamina e divide le nostre forze di polizia. "La mia storia è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani... La differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare". Paolo Scaroni oggi ha 34 anni e il 100 per cento d'invalidità civile. Cammina per Brescia, la sua città, strascicando un piede rimasto paralizzato. La voce esce spezzata e lui se ne scusa ("Sono i postumi del trauma"): "Sono molto legato ai familiari di Aldovrandi. Suonava il clarinetto come me, nelle nostre vicende ci sono coincidenze incredibili. Io sono stato massacrato alle otto di sera, lui è stato ammazzato la stessa notte, sei ore dopo. Ora vogliamo fondare un'associazione: familiari delle vittime della polizia".
Suo padre, bresciano di Castenedolo, capelli bianchi e mani callose, riassume il problema scuotendo la testa: "Ho sempre avuto rispetto delle forze dell'ordine. Ma adesso, quando vedo un'uniforme, non ho più fiducia".
Quello di Paolo è un dolore speciale: "Oggi la cosa che mi fa più male è che mi hanno cancellato l'infanzia e l'adolescenza. Ho perso tutti i ricordi dei miei primi vent'anni di esistenza". La vita del ragazzo senza memoria è cambiata il 24 settembre 2005. Paolo, allevatore di tori, fisico da atleta, è in trasferta a Verona con 800 tifosi. Il suo gruppo, Brescia 1911, è il più popolare e radicato. Hanno un loro codice: botte sì, ma solo a mani nude. "Niente coltelli, no droga", scrivono sugli striscioni. In quei giorni si sentono scomodi: tifosi di provincia che protestano contro "i padroni del calcio-tv" e "le schedature". Dopo la partita, i bresciani vengono scortati in stazione. E qui si scatena l'inferno: tre cariche della celere, violentissime.
L'inchiesta ha identificato 32 tifosi feriti, quasi tutti colpiti alla schiena. Foto e video recuperati da "l'Espresso" mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L'ambulanza arriva con più di mezz'ora di ritardo. Secondo la relazione ufficiale firmata da F. M., dirigente della questura di Verona, la colpa è tutta dei tifosi. Il funzionario dichiara che gli ultras bresciani "occupavano il primo binario bloccando la testa del treno", con la pretesa di "far rilasciare due arrestati". Appena le divise si avvicinano, giura il pubblico ufficiale, "il fronte dei tifosi assalta i nostri reparti con cinghie, aste di ferro, calci, pugni e scagliando massi presi dai binari". La celere li carica "solo per prevenire violenze sui viaggiatori". Paolo non è neppure nominato: una riga nella penultima pagina del rapporto cita solo "un tifoso colto da malore a bordo del treno". Chi lo ha picchiato? "Scontri con gli ultras veronesi", è la prima versione, che crolla subito: la stazione era vuota, dentro c'erano solo i bresciani scortati dagli agenti. Quindi un celerino ne racconta un'altra: Paolo sarebbe stato ferito da "uno dei massi lanciati dagli ultras" suoi amici. Da quel giorno, per tre mesi, i tifosi di Brescia 1911 smettono di andare allo stadio: la domenica vanno a Verona in ospedale a tifare per Paolo. Che il 30 ottobre, quando ogni speranza sembra spenta, improvvisamente si risveglia durante un prelievo di sangue. In novembre la poliziotta Margherita T. riesce a interrogarlo. Mozziconi di frasi, che ricostruiscono il pestaggio: "Erano almeno quattro celerini, con i caschi. Mi urlavano: bastardo. Picchiavano con i manganelli impugnati al contrario per farmi più male". E non volevano solo immobilizzarlo: i referti medici confermano che Paolo è stato colpito "sempre e solo alla testa". La poliziotta interroga il personale del treno. E scopre che la storia dei binari occupati dagli ultras era una balla. "I tifosi erano assolutamente tranquilli, noi eravamo pronti a partire: non ho visto nessun atto di violenza, provocazione o lancio di oggetti", dichiarano i macchinisti. Ma chi ha scatenato il caos? Quattro agenti della polizia ferroviaria testimoniano che "i disordini sono cominciati solo quando la celere ha lanciato lacrimogeni dentro uno scompartimento dove c'erano tante donne e bambini piangenti". Particolare importante: "Prima non avevamo visto nulla che giustificasse il lancio del gas". Solo allora "un centinaio di tifosi, arrabbiati e lacrimanti, ci hanno minacciato, chiedendoci come fosse possibile lanciare lacrimogeni su un treno con bambini". Ma subito, dicono gli stessi agenti, "i capi ultras si sono messi in mezzo, facendo da pacieri, per calmare gli altri tifosi dicendo che noi della Polfer non c'entravamo". In quel momento la celere carica l'intera tifoseria. Seguono 30 minuti di macelleria da Stato di polizia. La verità dei fatti è confermata anche dai funzionari presenti della Digos di Brescia, che la stessa notte cominciano a raccogliere testimonianze e referti dei tifosi feriti. Quindi la poliziotta di Verona scopre che i filmati dei suoi colleghi, che in teoria dovrebbero aver ripreso tutti gli scontri, si interrompono proprio nei minuti in cui Paolo è stato massacrato. Peggio: nella versione consegnata ai magistrati è stato tagliato il commento finale di due agenti. "Adesso il questore ci incarna...". "Ascolta, tu prova a guardare subito le immagini di quando il...". Fine del filmato della polizia. Mentre Scaroni passa altri 64 giorni in rianimazione, i suoi amici di Brescia 1911 si tassano per pagargli le spese legali e imbandierano la curva con uno striscione mai visto: "Giustizia per Paolo". Il tam tam unisce decine di tifoserie rivali. In febbraio Brescia è invasa da ultras di mezza Italia. Un corteo con migliaia di tifosi, preceduto da uno storico abbraccio tra i capi delle curve "nemiche" del Brescia e dell'Atalanta. "Non ci interessa che i poliziotti finiscano in galera, noi vogliamo la verità", dice ora Diego Piccinelli, il responsabile di Brescia 1911. "Nessuno potrà ridarmi la memoria o il lavoro", aggiunge Paolo, "ma il mio processo deve fermare i poliziotti violenti: a scatenare la parte peggiore è la sicurezza di farla franca".
Come molti altri processi contro uomini della legge, però, anche questo naviga controcorrente. Solo la ricostruzione dei fatti, cioè la demolizione delle bugie ufficiali, è durata quattro anni. Il pm di turno a Verona aveva chiesto per due volte l'archiviazione, sostenendo che i caschi impedivano di riconoscere gli agenti picchiatori. Il rinvio a giudizio è stato imposto da un ex giudice istruttore, Sandro Sperandio. Ora finalmente si va in aula: prima udienza il 25 marzo 2011. Ma l'avvocato di parte civile, Alessandro Mainardi, teme un finale all'italiana: "Rischiamo una prescrizione che sarebbe vergognosa. Se non c'è certezza della pena per le forze di polizia, come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella giustizia? Sulle responsabilità individuali siamo tutti garantisti. Ma qui, dopo tante menzogne, una cosa è certa: un ragazzo inerme è stato ridotto in fin di vita da una squadraccia che indossa ancora la divisa. Uno Stato civile avrebbe almeno risarcito i danni. Invece, dopo cinque anni, il ministero dell'Interno non si è ancora degnato di offrire un soldo". Tre mesi fa Paolo ha scritto al ministro Roberto Maroni: "La violenza va condannata e l'omertà va combattuta prima di tutto da chi rappresenta la legge". Da Roma nessuna risposta.
In Italia vige una regola inviolabile: in tv e sui giornali non si contesta il dogma dell’infallibilità di Magistrati e Giornalisti.
L’Associazione Contro Tutte le Mafie è oscurata dai media perché viola questa norma non scritta. Il sodalizio nazionale, però, spopola sul web. Che essa abbia dovuto rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti Umani per l’insabbiamento di 16.000 denunce presentate dai suoi associati, sembra poca cosa per la stampa nazionale. Ciò non ci esime dal pubblicare l’ennesima storia di ingiustizia. Le innumerevoli denunce ritorsive per diffamazione a mezzo stampa contro di noi da parte della magistratura non ci impedisce di riportare gli articoli di giornalisti coraggiosi citati in calce. Loro, come noi, esercitiamo il sacrosanto diritto di critica e di informare.
Per raccontare la verità in questo Paese, servono tanti quattrini. Se ti avventuri sfidando il potere, ti verranno tolte anche le mutande. In questa palude immobile, possiamo serenamente affermare che la disuguaglianza tra ricchi e poveri è una continua tortura. Ci raccontano balle, facendoci credere che la legge è uguale per tutti poi, ti spogliano economicamente per ridurti sino al silenzio. La legge non è uguale per tutti ma è un privilegio di pochi, di quei pochi che, per difendere la propria libertà, mettono in campo il loro conto in banca e possono permettersi di pagare “l’avvocato più in gamba della città” e tutte le spese che la giustizia richiede. Molti altri italiani, semplici cittadini, non potranno mai avere una piena giustizia se non hanno tanti soldi da tirar fuori e la verità andrà sfumando dinanzi alla parlantina e al potere della controparte.
“Se potessi affronterei anche tutte le spese, ma non ne ho neanche per me per il momento. Spero ogni giorno di poter avere le spese legali, ciò significherebbe affrontare un processo che lo Stato italiano si ostina a non fare”. Sono le parole di Francesco Carbone. Sono le evidenti prove che la giustizia discrimina e premia solo chi possiede denaro ed il potere. La protesta di Francesco Carbone non è certamente silenziosa, il 31 marzo 2010 da Palermo si è recato sino al parlamento ed ha protestato per le sue nobili motivazioni. Ma secondo voi qualche divinità politica nostrana poteva mettersi a competere con un comune mortale? Ovviamente No. Nonostante le ripetute sconfitte in partenza Carbone Francesco, non si è dato per vinto e il 7 Giugno, ha inviato la petizione On line al Parlamento Europeo, dato che il potere in Italia ha poco a che fare con la gente semplice e onesta.
Veniamo al dunque. Il signor Carbone, nonostante le evidenti e schiaccianti prove fornite alla procura di Verona che denunciavano i dirigenti di Poste Italiane, dell’Ispettorato del Lavoro, dello Spisal, ditte appaltanti e un dirigente della Cgil, non hanno fatto alcuna indagine. “Dopo 17 mesi e 8 giorni – dice Carbone – hanno archiviato la mia denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede”. Per 7 anni Carbone è stato il responsabile della Ditta che ha l’appalto in Poste Italiane. Costretto poi, a dare le dimissioni a seguito di minacce e vessazioni ricevute dall’amministratore della ditta appaltante, e dagli alti dirigenti di Poste Italiane. “Per le mie lamentele sulle lacune lavorative: nessun tipo di sicurezza e igiene sul posto di lavoro, obbligati a fare lavori che non ci competevano per contratto, presenza di lavoratori in nero, straordinari sottopagati in nero, mezzi di trasporto mal messi e spesso senza revisione, continui insulti e minacce dal personale e dai dirigenti” racconta Carbone. Roba da niente secondo la giustizia italiana.
Denunciò questi fatti anche ad un dirigente della Cgil, ma “mi consigliò di non disturbare gli alti Dirigenti di Poste Italiane in quanto avrei perso il posto di lavoro”. Si recò anche presso l’ispettorato del lavoro denunciando che all’interno di Poste italiane giravano “lavoratori in nero con tesserino identificativo fornito dai dirigenti di Poste Italiane e non è stato fatto alcun controllo.” Ha esposto denuncia anche presso lo Spisal di Verona “tutte le irregolarità riguardanti la sicurezza e igiene nei posti di lavoro ed è stato fatto solo qualche controllo.”
Guai a toccare il potere, nessuno si permetterebbe di farlo. Dopo i piccoli dispiaceri creati da Carbone in Poste italiane, egli racconta che il Direttore del Triveneto di Poste Italiane, presentò una raccomandata al suo datore di lavoro. “Mi obbligava – racconta Carbone – a non entrare in tutti gli uffici di Poste Italiane e di consegnare il pass di entrata, in quanto elemento indesiderato per aver chiesto il rispetto del contratto e della sicurezza sul lavoro.”
Dopo i rifiuti di aiuto, Carbone si affida alla procura della Repubblica fornendo tutti i materiali in suo possesso: documenti , foto, video e tutti i numeri di telefono dei lavoratori in nero. “Nessuna convocazione e dopo 17 mesi e 8 giorni , dopo che gli appalti erano stati riconsegnati alle stesse ditte, il capo della procura Schinaia mi archivia la denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede, con nessuna motivazione e senza interpellare il Gip. All’epoca ero incaricato pubblico e quindi avevo il dovere, secondo il diritto penale, di denunciare illeciti”. Carbone si è appellato anche al Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, e al Ministro Alfano chiedendo che vengano immediatamente inviati degli ispettori a Verona per sequestrare e verificare l’operato del capo della procura.
Perdere il posto di lavoro, perdere la dignità, il diritto di avere giustizia. “Per aver fatto il mio dovere e aver preteso i miei diritti, mi sono dovuto ritrasferire con tutta la mia famiglia nella mia terra di origine, la Sicilia. Mi ritrovo disoccupato da 2 anni, deriso e guardato male da tutti, in quanto mi sono messo contro alti Dirigenti pensando di avere giustizia. Come ciliegina sulla torta mi viene negato anche il diritto di chiedere il risarcimento dei danni subiti da me e dalla mia famiglia.“
Carbone si chiede se sia normale che in una nazione civile succeda una palese violazione dei diritti umani. Possiamo rispondere tranquillamente che l’Italia, o perlomeno le istituzioni e i nostri dirigenti, sono tutt’altro che civili e democratici come ci vogliono far credere. Il piccolo Davide, deriso per aver sfidato Golia, è un esempio di una mentalità “paurosa” entrata nelle nostre menti. Non si toccano i potenti, avresti sempre la peggio. Questo è il messaggio. Ci insegnano sin dalle scuole elementari di non disturbare il cane che dorme. Così, di questo passo, l’organizzazione mafiosa “legalizzata” continua ad andare avanti e prendersi gioco di noi piccoli comuni mortali.
“Francesco Carbone è un giovane di 35 anni che tempo fa ha dovuto lasciare la Sicilia per mancanza di lavoro. Si trasferisce a Verona, dove finalmente trova un impiego come responsabile di una ditta appaltante per Poste Italiane. Ma la sua è una vicenda assurda, e finisce addirittura peggio. Francesco ha avuto il coraggio di denunciare, con tantissimi esposti presentati alla Magistratura, un vasto giro di tangenti nell’appalto per il trasporto dei pacchi postali, che nel Veneto è stato affidato ad una Società di cui è proprietario un personaggio eccellente: il nipote di FERNANDO MASONE, originario di Pesco Sannita, ex capo della Polizia e segretario generale del Cesis - Coordinamento dei Servizi Segreti.
Il nipote di Fernando Masone si chiama D’Agostino e la sua impresa è denominata “Impresa Sannita” s.r.l. con sede legale a Torino. Da circa trenta anni tale società ha l’appalto per il trasporto dei pacchi postali a Venezia e dal 2001 a Verona e Padova; ma non si occupa solo di servizi postali ma anche di compravendita di capannoni industriali ed altro: una marea di appalti pubblici!
Tutte le denunce di Francesco Carbone sono state rigorosamente formalizzate, ma sinora nessuna inchiesta. Tutto insabbiato!
I dati e le circostanze riferite da Francesco Carbone portano poi ad evidenziare un altro dato inquietante: le paventate coperture politiche di un ex Ministro della Giustizia che, alla luce dei fatti, si sono rivelate fondate.
Dunque, lavoratore per l’Impresa Sannita s.r.l. di D’Agostino che aveva l’appalto del servizio postale, cioè tutti i trasporti postali della provincia di Verona, Francesco Carbone si è ritrovato protagonista di una storia di illegalità che ha dell’incredibile. Dopo aver assistito a tante violazioni, con lavoratori pagati in nero con in mano tesserini delle Poste Italiane, costretti a lavori non previsti nel contratto ha voluto denunciare le sue scoperte ai rappresentanti sindacali ed ai dirigenti del Triveneto di Poste Italiane. Al posto di ricevere solidarietà ed attenzione è stato minacciato, offeso, interdetto dall’ingresso in qualsiasi ufficio delle Poste Italiane per cui la sua società lavorava, inascoltato dai pm e dai ministri che ha provato ad ascoltare. Se fosse vera, se fosse dimostrabile tramite un equo processo quanto dichiarato in questa lettera da Francesco Carbone, quanto raccontato sarebbe l’incredibile storia di un uomo che per lavorare nella legalità è stato distrutto da un’azienda privata, dall’indifferenza dello Stato e dalla sordità della Magistratura.
Da lui ricevo e trascrivo integralmente la sua storia.
Mi chiamo Carbone Francesco e scrivo per metterla al corrente della mia vicenda per la quale ho avuto a che fare con elementi dei servizi segreti e massoneria. Premetto che di tutto ciò che denuncio ho ed ho consegnato le prove: foto, video, documenti cartacei ufficiali, registrazioni telefoniche degli incontri avvenuti con i Dirigenti di Poste Italiane, la ditta Appaltante, i dirigenti USL 20 Verona, la Procura di Verona, la Guardia di Finanza di Verona.
Ho denunciato con denuncia querela i capi della Procura di Verona Papalia e Schinaia, i quali, pur avendo in mano tutte la prove da me allegate alla mia denuncia penale contro alti dirigenti Di Poste Italiane, Dirigenti dell’Ispettorato del Lavoro, Dirigenti dello Spisal (USL), ditte appaltanti e un dirigente della Cgil, non hanno fatto alcuna indagine e dopo 17 mesi e 8 giorni hanno archiviato la mia denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede in base all’art. 408 c.p.p., inserendola volontariamente a mod. 45 “Fatti non costituenti reato” per distogliere dall’azione penale gli alti funzionari che avevo denunciato per gravi reati.
Hanno leso il mio diritto di avere giustizia ed hanno leso l’Erario dello Stato per le somme non recuperate dall’evasione fiscale che ho documentato, e il non recupero delle somme che dovevano essere sanzionate per lo sfruttamento di lavoro nero e le gravi carenze di igiene e sicurezza nei posti di lavoro.
Brevemente spiego la situazione.
Io per 7 anni sono stato responsabile su Verona della ditta che ha l’appalto di Poste Italiane fino a quando sono stato costretto a dare le mie dimissioni a seguito di minacce e vessazioni ricevute dall’amministratore della ditta appaltante, e dagli alti dirigenti di Poste Italiane per le mie lamentele sulle lacune lavorative che praticamente consistevano in: nessun tipo di sicurezza e igiene sul posto di lavoro, lavoratori obbligati a fare lavori che non ci competevano per contratto, presenza di lavoratori in nero, straordinari sottopagati in nero, mezzi di trasporto mal messi e spesso senza revisione, estorsione di denaro agli autisti prelevato dalle buste paga sotto forma di rimborso, continui insulti e minacce dal personale e dai dirigenti di Poste Italiane.
Praticamente ho denunciato i fatti al dirigente della Cgil il quale oltre a non fare niente mi ha consigliato di non disturbare gli alti Dirigenti di Poste Italiane che in quel momento erano occupati a preparare i nuovi appalti, in quanto avrei perso il posto di lavoro e vedendo la mia perseveranza, ha riferito a tutti gli autisti che per colpa mia e delle mie continue lamentele avrebbero perso il posto di lavoro, creando attorno a me il vuoto.
Ho denunciato presso l’Ispettorato del Lavoro la presenza, all’interno di Poste Italiane, di lavoratori in nero con tesserino identificativo fornito dai dirigenti di Poste Italiane e non è stato fatto alcun controllo, inoltre alla richiesta di informazioni da parte della Procura di Verona, il direttore ordinario risponde che non ha proceduto all’ispezione in quanto nutriva forti dubbi sulla veridicità di ciò che io avevo denunciato, ma non verifica la veridicità delle mie dichiarazioni e neppure consequenzialmente mi denuncia per false informazioni a un pubblico ufficiale.
Ho denunciato presso lo Spisal di Verona (USL) tutte le irregolarità riguardanti la sicurezza e l’igiene nei posti di lavoro ed è stato fatto solo qualche controllo a seguito della mia minaccia di denunciarli per omissione di atti d’ufficio. Tra l’altro la mia denuncia presentata il 28/09/2007 è stata protocollata il 13 novembre 2007 solo dopo la mia minaccia di denunciarli alle autorità.
Ho collaborato per mesi con elementi dei Servizi Segreti della Guardia di Finanza di Verona e deliberatamente non è stato fatto alcun controllo sull’evasione fiscale da me documentata, anzi mi hanno fatto solo ritardare la denuncia che dovevo presentare in procura.
Sono stato minacciato dagli uomini di fiducia dell’appaltante dicendomi che era inutile mettermi contro di loro in quanto l’appaltante era il nipote dell’ex capo della Polizia e dei Servizi Segreti Ferdinando Masone ed erano appoggiati molto bene politicamente e tra l’altro, anche se avessi fatto denunce alla magistratura, l’allora ministro della Giustizia era in stretto contatto con tutti gli appaltanti del centro-sud Italia.
Dopo tutto ciò essendo sicuri di essere intoccabili avendomi fatto terra bruciata attorno, il Direttore del Triveneto di Poste Italiane a seguito della mia caparbietà a non fare lavori che non mi competevano per contratto o che andavano contro la sicurezza, manda una raccomandata al mio datore di lavoro obbligandomi a non entrare in tutti gli uffici di Poste Italiane e di consegnare il pass di entrata, in quanto sarei elemento indesiderato per aver chiesto il rispetto del contratto e della sicurezza sul lavoro.
A questo punto prendo tutta la documentazione in mio possesso (documenti, foto e video) e vado a presentare denuncia alla Procura della Repubblica.
Dopo un mese il mio avvocato viene convocato per consegnare alla procura tutti i numeri di telefono di tutti i lavoratori in nero e poi… il nulla.
Nessuna convocazione e dopo 17 mesi e 8 giorni, dopo che gli appalti erano stati riconsegnati alle stesse ditte, il capo della procura Schinaia mi archivia la denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede, con nessuna motivazione e senza interpellare il Gip !
FACCIO PRESENTE CHE ALL’EPOCA DEI FATTI OLTRE A ESSERE PERSONA OFFESA DAI REATI ERO INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO OBBLIGATO DAL CODICE PENALE A DENUNCIARE FATTI DI RILEVANZA PENALE.
Secondo Lei è giusto e normale in una Nazione definita Civile, perdere il posto di lavoro, perdere la dignità, perdere il diritto di avere giustizia per aver fatto il mio dovere e aver preteso i miei diritti?
Mi sono dovuto ritrasferire con tutta la mia famiglia nella mia terra di origine, la Sicilia.
Mi ritrovo disoccupato da 2 anni, deriso e guardato male da tutti in quanto mi sono messo contro alti Dirigenti pensando di avere giustizia e come ciliegina sulla torta mi viene negato il diritto di chiedere il risarcimento dei danni subiti da me e dalla mia famiglia.
Agli atti delle indagini mancano documenti importanti che erano stati inseriti dai miei avvocati e che comunque dovevano essere inseriti dalla direzione lavoro nelle loro misere e false perizie. Per questo motivo e per tutti gli altri gravi motivi ho scritto al Presidente della Repubblica e al Ministro Alfano chiedendo che immediatamente vengano inviati gli ispettori a Verona per verificare l’operato del Capo della Procura.
Ancora una volta nessuno si muove e nessuno fa niente.
Ho consegnato la richiesta fatta al ministro Alfano e la presente lettera al Presidente della Repubblica allegando tutta la documentazione in mio possesso assieme alle denunce inoltrate alla Procura di Roma, alla Procura Generale di Roma, al Consiglio Superiore della Magistratura. A tutt’ora nulla………..
Ho fatto tante altre denunce in seguito all’archiviazione e sono tutte ferme nelle procure di Verona, Venezia e Roma e sicuramente insabbiate con il mod. 45 classificando le mie denunce criminalmente come “fatti non costituenti reato” per autoarchiviarle senza fare alcuna indagine in quanto non sono stato convocato da nessuno.
L’Onorevole Fini ha posto la mia denuncia all’attenzione della Commissione competente e non ho ricevuto alcuna risposta.
La mia dettagliata denuncia si trova anche all’attenzione del Ministro Sacconi e la Direzione Generale del Ministero del Lavoro e non ho ricevuto alcuna risposta e nessuna ispezione è stata fatta.
La mia denuncia dettagliata si trova anche all’attenzione del Ministro Brunetta il quale l’ha posta all’attenzione dell’Ispettorato della Funzione Pubblica a dicembre del 2008 ma a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna risposta e nessuna ispezione è stata avviata.
Il 28 aprile ho inviato una richiesta di intervento disciplinare al C.S.M. per i procuratori che volontariamente hanno messo la mia denuncia querela a mod. 45 per autoarchiviarla. Ho chiamato il C.S.M. e mi hanno risposto che la mia richiesta è in mano al relatore dal 5 maggio e la pratica è la n. 309/2010.
In data 07 giugno 2010 il C.S.M. mi risponde con una lettera ciclostilata asserendo, in relazione a ciò che avevo chiesto nella prima istanza, che le richieste disciplinari le possono richiedere solo il Ministro e il Procuratore Generale della Corte di Cassazione e per ciò non faranno alcun intervento nei confronti dei procuratori Capo e neppure saranno aperte le indagini sulla denuncia auto archiviata.
Mi invitano a rivolgermi alle autorità competenti per denunciare civilmente o penalmente i Procuratori Capo Papalia e Schinaia, pur avendo io consegnato nella documentazione anche la denuncia - querela già presentata a Verona il 23 Febbraio 2010 nei confronti dei Procuratori Capo, degli appartenenti ai Servizi Segreti e di tutti coloro che hanno impedito, ritardato, omesso le normali procedure di indagini, occultando documenti o presentando documenti totalmente falsi.
Pur essendo coinvolte le Procure di Roma, Verona , Venezia e Termini Imerese in quanto le denunce querele, anche se per diversi reati, sono tutte collegate alla prima denuncia archiviata, non ho mai potuto parlare e non sono mai stato convocato da nessun Magistrato o Ufficiale delle Forze dell’ordine in merito a ciò che ho denunciato.
Violando l’art. 112 della Costituzione (il Magistrato ha l’obbligo dell’azione penale), non viene avviata alcuna indagine o procedimento penale nè nei confronti di chi ho denunciato e neanche nei miei confronti per calunnia, false informazioni a pubblici ufficiali e/o per diffamazione pur avendo pubblicato via web e in particolar modo su facebook non solo la mia vicenda ma anche le denunce scannerizzate, foto e video.
L’unica cosa di cui sono certo è che per avere adempiuto il mio dovere, mi ritrovo disoccupato, senza giustizia e attenzionato dalla Digos come se fossi un criminale.
Spero che qualcuno abbia modo di indirizzarmi a qualche Magistrato onesto, organo di informazione e che mi convochino per poter dire tutto ciò che so con prove alla mano, le denunce (Procura di Roma, Procura Generale di Roma, Consiglio Superiore della Magistratura e da ultimo la DENUNCIA QUERELA CONTRO I MINISTRI ALFANO - BRUNETTA - SACCONI EX ART 328 C.P.) foto, video, documentazione cartacea, registrazioni telefoniche e registrazioni audio delle “offerte” per «comprarmi» e delle minacce per farmi stare zitto.
Con stima. Francesco Carbone - Villafrati (PA) 90030
Questo giovane che ha avuto il
merito ed il coraggio di denunciare si dice preoccupato, teme per la propria
vita… Ma la sua assurda storia sta facendo il giro d’Italia - malgrado le
resistenze e le minacce di chi non vuole che i fatti denunciati diventino di
dominio pubblico - ed ha la solidarietà del nostro Comitato Cittadini per la
Trasparenza e la Democrazia e di 16.000 Italiani aderenti al gruppo facebook:
www.facebook.com/pages/Francesco-Carbone-il-coraggio-di-denunciare/107453602609163?ref=mf&v=wall
che il 27 settembre 2010 a Roma, in Piazza Montecitorio, organizzeranno un
presidio permanente per pretendere pacificamente e civilmente un dialogo ed un
confronto ragionevole con le Istituzioni, il Ministro dell’Interno, il Ministro
della Giustizia, il Presidente della Camera e la Commissione Giustizia per far
sì che si prendano i più immediati provvedimenti per contrastare efficacemente
la malagiustizia in Italia e per pretendere il rispetto dei diritti umani
sanciti dalla Costituzione italiana”.
Atto Senato. Interrogazione a risposta scritta 4-04154
presentata da ELIO LANNUTTI mercoledì 24 novembre 2010, seduta n.465
LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, del lavoro e delle politiche sociali, per la pubblica amministrazione e l'innovazione e della giustizia - Premesso che:
è arrivata all'interrogante una segnalazione di un cittadino, Francesco Carbone, che, dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile nella città di Verona della ditta che ha l'appalto di Poste italiane, racconta di essere stato costretto a dare le dimissioni a seguito di minacce e vessazioni ricevute dall'amministratore della ditta appaltante e dagli alti dirigenti di Poste italiane perché aveva avanzato lamentele sulle lacune lavorative, quali: nessun tipo di sicurezza e igiene sul posto di lavoro, obbligo a fare lavori che non competevano per contratto, presenza di lavoratori irregolari, straordinari sottopagati in nero, mezzi di trasporto mal messi e spesso senza che fossero sottoposti a revisione, forme di prelievo (assimilabili ad una vera e propria estorsione) di denaro dalle buste paga degli autisti sotto forma di rimborso, continui insulti e minacce dal personale e dai dirigenti di Poste italiane;
il cittadino riferisce di aver denunciato i fatti al dirigente sindacale, il quale, oltre a non aver fatto nulla, gli avrebbe consigliato di non disturbare gli alti dirigenti di Poste italiane che in quel momento erano occupati a preparare i nuovi appalti, in quanto avrebbe perso il posto di lavoro e che, vedendo la sua perseveranza, ha riferito a tutti gli autisti che per colpa sua e delle sue continue lamentele anche loro avrebbero perso il posto di lavoro;
Carbone denunciava presso l'Ispettorato del lavoro la presenza, all'interno di Poste italiane, di lavoratori in nero con tesserino identificativo fornito dai dirigenti di Poste italiane senza che venisse predisposto alcun controllo; inoltre, alla richiesta di informazioni da parte della Procura di Verona, il direttore ordinario Palumbo rispondeva di non aver proceduto all'ispezione in quanto nutriva forti dubbi sulla veridicità di ciò che veniva denunciato ma, nonostante ciò, non provvedeva a verificarla e/o a denunciare il cittadino per false informazioni;
il cittadino inoltre denunciava presso lo Spisal di Verona (ASL) tutte le irregolarità riguardanti la sicurezza e l'igiene nei posti di lavoro, ma veniva fatto qualche controllo solo a seguito della minaccia di Carbone cittadino di denunciare il personale della ASL per omissione di atti d'ufficio;
il cittadino dopo aver denunciato l'evasione fiscale della ditta in questione ha collaborato per mesi con la Guardia di finanza di Verona, ma anche in questo caso non sarebbe stato fatto alcun controllo;
Francesco Carbone dichiara di essere stato minacciato dagli uomini di fiducia dell'appaltante che gli avrebbero detto che era inutile mettersi contro di loro in quanto l'appaltante era il nipote di una persona che aveva avuto importanti incarichi nelle Forze dell'ordine e le persone a lui vicine erano appoggiate molto bene da un politico, in stretto contatto con i principali appaltanti del Centro-Sud Italia;
il Direttore del Triveneto di Poste italiane, Roberto Arcuri, a seguito della caparbietà del cittadino a non fare lavori che non gli competono per contratto o che vanno contro la sicurezza, mandava una raccomandata al suo datore di lavoro obbligandolo a non entrare in tutti gli uffici di Poste italiane e di consegnare il pass di entrata, in quanto elemento indesiderato;
a questo punto il cittadino avvalendosi di tutta la documentazione presenta denuncia alla Procura della Repubblica;
il cittadino Carbone lamenta che dopo 17 mesi, dopo che gli appalti erano stati riconsegnati alle stesse ditte, il capo della Procura Schinaia avrebbe archiviato la denuncia senza neanche avvisarlo, con nessuna motivazione e senza interpellare il giudice per le indagini preliminari;
il cittadino fa presente che all'epoca dei fatti, oltre a essere persona offesa dai reati, era incaricato di pubblico servizio obbligato dal codice penale a denunciare fatti di rilevanza penale;
Francesco Carbone, disoccupato da due anni, riferisce che viene deriso da tutti in quanto si è messo contro alti dirigenti pensando di avere giustizia e che gli viene negato il diritto di chiedere il risarcimento dei danni subiti;
Carbone ha presentato anche altre denunce e ha scritto ai rappresentanti delle istituzioni;
il 23 febbraio 2010 Francesco Carbone ha presentato a Verona la denuncia-querela nei confronti dei Procuratori Capo e di appartenenti ai servizi segreti e tutti coloro che avrebbero impedito, ritardato o omesso le normali procedure di indagini, occultando documenti o presentando documenti totalmente falsi;
tutte le denunce presentate, collegate alla prima denuncia archiviata, coinvolgono le Procure di Roma, Verona, Venezia, ma il cittadino continua a lamentare di non essere mai stato convocato da nessun magistrato o dalle Forze dell'ordine in merito a ciò che ha denunciato;
Carbone ritiene che sia stato leso il suo diritto di avere giustizia ed inoltre che sia stato leso l'erario dello Stato per le somme non recuperate dall'evasione fiscale denunciata, nonché quelle che sarebbero derivate dalle mancate sanzioni per lo sfruttamento di lavoro nero e le gravi carenze di igiene e sicurezza nei posti di lavoro da lui documentate, si chiede di sapere:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
se i Ministri in indirizzo, nell'ambito delle proprie competenze, non ritengano opportuno, alla luce di quanto esposto, attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall'ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento. (4-04154)
SCUOLOPOLI
la truffa
Verona, scoperta Università "tarocca". Prometteva diplomi e docenze di prestigio.
Si chiama «Carolus Magnus», fondata nel 2005 da un'associazione con sede a Roma. Dieci studenti truffati. Quattro denunciati e oltre 38 mila euro di sanzioni amministrative. L’inchiesta de “Il Corriere della Sera”.
Prometteva lauree e lezioni con docenti di prestigio, ma «sotto la cattedra» non c'era niente nell'Università Carolus Magnus di Verona, mai riconosciuta dal ministero, e sulla quale ha alzato il velo la Guardia di Finanza. Corsi di «Arti e management dello spettacolo», «Economia e gestione aziendale» e convenzioni con altri atenei, pubblici e privati, erano i punti di forza che venivano presentati agli studenti desiderosi di ottenere l'agognato diploma di laurea. Peccato fosse tutto falso perché il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca non aveva mai rilasciato alcuna autorizzazione, e gli unici documenti usciti da quelle segreteria sono state quattro denunce per truffa aggravata.
A scoprire l'inganno la Guardia di Finanza di Verona dopo che a rimetterci 7.000 euro a testa per le tasse d'iscrizione erano stati una decina di studenti che avevano assaporato il gusto di un dottorato particolare. Ma la Carolus Magnus secondo le Fiamme Gialle, era in realtà un bluff: fondata nel 2005 da alcuni membri di un'associazione culturale ed avente sede prima a Roma, con la denominazione di «Unimeur.it», e poi a Verona, con l'intitolazione all'imperatore Carlo Magno, si è rivelata un falso. Tra i docenti, avrebbero dovuto figurare anche noti personaggi dell'ambiente dello spettacolo; nessuno di questi ha mai tenuto tuttavia lezioni. Oltre alle denunce per i quattro responsabili del finto ateneo, l'autorità Garante della Concorrenza e del mercato ha emanato diversi provvedimenti nei confronti di «Unimeur.it» per messaggi pubblicitari dichiarati ingannevoli, applicando sanzioni amministrative per complessivi 38.600 euro. (Ansa)
Di seguito vi proponiamo un'inchiesta ripresa dagli archivi del Corriere della sera in cui si parla del fenomeno chiamato "diplomificio".
Nello scandalo dei diplomi fasulli ci sono anche due poliziotti. Figurano nelle intercettazioni, che riguardano i candidati da piazzare presso un Istituto.
Abbiamo preferito omettere i riferimenti ai nomi dei protagonisti, in quanto i soggetti, tramite i loro avvocati, ci hanno intimato la cancellazione di questa pagina, quant'anche l'articolo, già reso pubblico, sia di altri e tutelato dal diritto di cronaca e di critica e scriminato dall'adempimento di un dovere. Noi omettiamo i nomi degli interessati, perchè non è nostra intenzione dare inutile notorietà ai soggetti coinvolti, nè ai loro difensori, ma ci preme sollevare un problema che tocca anche Verona. Comunque, i nomi possono essere ripresi dall'articolo citato.
"Il prezzo, in questo caso, è secondario, mentre la promozione dev'essere garantita: «Con questi non posso sbagliare perché sono due poliziotti, capito, eh?... - si dice al telefono - L' importante è il risultato più che altro, senza che mi esageri, non lo so, vedi tu...». Segue il prezzo concordato, 2500 euro. «Sono alunni miei, hai capito? - insiste due giorni dopo - L' importante è che me li curi perché...eh?...Loro la tesina la sanno tutta...sono seguiti, o interni o esterni, vedi tu insomma, tanto è la stessa cosa, ok?»
Telefonate numero 1858 e 1918, intercettate tra il 26 e il 28 novembre del 2003: fotografano il senso di impunità di cui sembrano aver goduto a lungo i trafficanti del «diplomificio» scoperto dall' inchiesta coordinata dalla Procura di Verona e riverberatasi poi anche su Roma.
A questo punto per gli investigatori, effettuata la prima retata di «brasseur» di diplomi e soldi, si pone il problema di far luce sulle smagliature nel sistema di controllo effettuato dal ministero della Pubblica istruzione. Anche su questo punto il materiale raccolto dall' inchiesta assume toni allarmanti.
Il «giro» falsificava praticamente tutto, frequenze, voti, compiti, tesine, residenze, esami. Senza intoppi. «Li mettete tutti sempre presenti, perché non si sa mai...un controllo». «Perché questa gente a me che venga o non venga non me ne frega un c..., ma almeno ci dicesse che turno fa di lavoro, perché se li metto presenti e stanno lavorando a Francavilla e vanno a fare un controllo...andiamo in galera».
Ma evidentemente questo rischio era considerato remoto, se sono ricorsi perfino a spedire una ragazza al posto di un'altra. «E manda quella lì il 24, è la stessa cosa - dice un insegnante arrestato - Tanto ci sono io giù il 24». E così tale Francesca appena sbarcata a Foggia avverte: «Sono arrivata! Ho risolto, dovevo soltanto compilare dei dati e...mi serviva solo sapere se dovevo copiare anche i compiti». Risposta: «Eh sì, devi copiare sì i compiti...devi fare tutto...».
Massima disinvoltura dunque, con alunni che vanno e vengono: «Ascoltami, hai un paio di ragazzi iscritti in I e II? Piccoli...che fanno il biennio...qualunque indirizzo...me li devi segnare all'Itas perché quando avrò l'ispettore mi servono due ragazzetti in classe...per fargli vedere che sono iscritti in I».
Gli esami infine: «È possibile fare l' esame come candidato esterno. Solo che mentre prima la legge obbligava a farlo nella scuola statale e quindi diventava un problema insormontabile adesso è possibile farlo anche nella scuola paritaria...» Una pacchia dunque, su cui l' inchiesta dovrà fare ulteriore luce.
Le tappe dello scandalo. L'indagine è nata a Verona nell' agosto del 2003. I carabinieri raccolgono le prime indiscrezioni sui diplomi facili. Un teste riferisce che un amico gli ha confidato di aver ottenuto il titolo del diploma tecnico di geometra nel 2003 senza possedere nessun tipo di preparazione. Per mesi i carabinieri di Verona prima e poi di altre città d' Italia indagano sul fenomeno. A Roma entrano nel mirino degli inquirenti molti istituti privati e vari centri studi. Indagini anche a Colleferro, Nettuno e Cassino. Il pm Celenza ha emesso 23 ordini di custodia cautelare, con la concessione degli arresti domiciliari, a carico di gestori e direttori di istituti parificati, insegnanti e procacciatori di clienti. Quindici ordinanze riguardano Roma e provincia."
SANITOPOLI IN VENETO
Bufera sui medici per i regali. 70 indagati, 3000 nel mirino.
Da Verona una operazione della Guardia di finanza che si è estesa in tutta Italia. Viaggi, impianti stereo e pc, ma anche vini pregiati. Glaxo sotto accusa, accertamenti in ospedali istituti e aziende sanitarie locali.
Anche quando non era Natale c'erano dei bei regali, viaggi, libri, computer, impianti stereo, per quei medici che prescrivevano ai loro pazienti i farmaci di quella nota casa farmaceutica invece di quelli delle aziende concorrenti. Troppi regali, troppe ricette con quel marchio, quello della Glaxo, una delle più importanti multinazionali di prodotti farmaceutici, hanno insospettito gli inquirenti che hanno incominciato ad indagare. E' nata così l'"Operazione Giove" condotta dal Nucleo di polizia tributaria del Veneto della Guardia di Finanza, su disposizione del procuratore capo di Verona Guido Papalia e del suo sostituto Antonio Condorelli, che ha portato a indagare in tutta Italia per "corruzione e comparaggio" una settantina di persone, tra cui trenta medici e quaranta informatori farmaceutici della Glaxo.
Ma le persone coinvolte a vario titolo nell'inchiesta, sono quasi tremila in molte regioni: oltre a medici e informatori, farmacisti, operatori sanitari, dirigenti di aziende, istituti ed enti ospedalieri. Sono stati perquisiti centinaia di studi medici e di uffici in varie città e sequestrati migliaia di documenti, di computer e floppy disk.
La Glaxo, dove venerdì scorso gli uomini della Finanza hanno sequestrato pacchi di documenti negli uffici del reparto commerciale, è sospettata di aver fatto dei costosi regali ai medici che preferivano i suoi farmaci: viaggi-premio in svariate località esotiche, con prevalenza ai Caraibi, spacciati come "congressi scientifici" e "aggiornamenti culturali", settimane bianche in note località sciistiche presentate come "corsi di formazione professionale", e vari regali tra cui libri e vini di pregio, impianti stereo e persino personal computer da cinquemila euro. "Sono circa tremila le posizioni sotto accertamento - spiega il procuratore Papalia - si tratta di persone che possono aver avuto dei vantaggi da parte dell'azienda farmaceutica".
"Per il reato di corruzione - aggiunge il magistrato - stiamo procedendo nei confronti di alcune decine di informatori farmaceutici della Glaxo, mentre per altre decine di medici l'ipotesi di reato è quella di comparaggio". Un reato, quest'ultimo, che prevede l'arresto fino ad un anno, e che, secondo il codice penale, punisce "quella pratica per cui medici, farmacisti e altri operatori sanitari accettano denaro, premi e donazioni varie in cambio della prescrizione di farmaci". Una pratica molto in uso, nonostante che sia proibita dallo stesso Ordine dei medici.
Parallela a questa indagine penale ne è scattata anche un'altra, amministrativa, da parte della sezione di Venezia della Corte dei Conti. Perché se i medici hanno prescritto alcuni prodotti farmaceutici a dei cittadini assistiti dal sistema sanitario nazionale, preferendoli ad altri di costo inferiore anche se con le stesse caratteristiche, è possibile che ci sia stato un danno per le casse dello Stato. La Finanza parla infatti di un'indagine "tributaria e giudiziaria in materia di spesa sanitaria". Al centro dell'inchiesta c'è il colosso farmaceutico "Glaxo Smith Kline Spa" nato dalla fusione di due aziende inglesi, due sedi in Italia, a Verona e a Parma, 2100 dipendenti nel nostro paese e un fatturato di 450 milioni di euro. Non è la prima volta che l'azienda, presieduta da Gian Pietro Leoni, che è anche il presidente di Farmindustria, l'associazione che raccoglie le maggiori aziende farmaceutiche italiane, incappa in una inchiesta del genere. Era già successo l'anno scorso, in Germania. Ma alla Glaxo si dicono "sconcertati e sorpresi". "Siamo un'azienda leader, e facciamo da sempre informazione scientifica e aggiornamento dei medici - spiega il direttore medico della casa farmaceutica Giuseppe Recchia - non abbiamo proprio nulla da rimproverarci".
http://www.repubblica.it/online/cronaca/regalimedici/regalimedici/regalimedici.html
SANZIONI AMMINISTRATIVE TRUCCATE IN VENETO
L'inchiesta I pm di Verona spengono 4 impianti. Da Trento a Perugia proteste per il T-Red
«Giallo corto», rivolta anti semafori
In un minuto, duecento multe. A leggerlo così, nero su bianco, fa già il suo bell'effetto. Se poi si viene a cercare il semaforo «incriminato », e invece che a un incrocio metropolitano ci si trova sperduti tra le colline veronesi, vigne e ville del Settecento, vita che scorre a ritmo rallentato, il dubbio sorge (quasi) spontaneo.
Benvenuti a Illasi, 5mila abitanti a 20 chilometri dall'Arena. Dopo mesi di ricorsi e automobilisti in rivolta, da Perugia a Settimo Torinese, la frontiera della lotta anti T-Red — i semafori con telecamera che «inchioda » chi passa col rosso — si è spostata in questo piccolo comune dell'hinterland veronese. Giovedì la procura scaligera ha sequestrato 4 semafori (due qui, due nel comune limitrofo di Colognola) ed emesso altrettanti avvisi di garanzia a carico di sindaco, capo dei vigili e rappresentanti delle due ditte responsabili di impianti e notifiche. Le ipotesi di reato: falso e truffa.
Quasi diecimila multe da ottobre 2006 a settembre 2007, e il sospetto che dietro a quei verbali emessi a velocità record non ci fosse la mano di un ufficiale in carne ed ossa, bensì il software di un computer. Non solo: «Pare che il lasso di tempo intercorrente tra accensione e spegnimento del giallo non fosse a norma», commenta cauto il procuratore capo di Verona, Guido Papalia. Mario Zampedri, vicepresidente forzista del consiglio provinciale, adotta toni lievemente più drastici: «Non si può tollerare che le amministrazioni mettano su strada delle trappole per fare cassetta ».
C'è lui, del resto, dietro una lotta iniziata il 17 maggio con una lettera al prefetto e proseguita con uno scontro col comandante dei vigili «che si era rifiutato di darmi la documentazione completa; allora ho presentato un esposto ai carabinieri ».
Era il 30 novembre. L'inchiesta, coordinata dal pm Valeria Ardito, è nata da lì.
A Illasi, nei saloni deserti del Comune, si respira aria di complotto, del resto l'avviso di garanzia è arrivato al sindaco Giuseppe Trabucchi, centrosinistra («Solo speculazioni politiche — dichiara al Corriere del Veneto —, da noi gli incidenti sono notevolmente diminuiti»), e non al suo omologo di Colognola, schieramento opposto. «Ma lì i due semafori sequestrati rispettavano i limiti del "giallo" definiti dal Cnr, 4 secondi per chi va a 50 km/h», taglia corto Salvatore Gueli, comandante dei carabinieri di San Bonifacio. Insomma, per Illasi c'è il rischio dell'«aggravante»: tempi ritoccati per moltiplicare multe e introiti. A vantaggio anche delle ditte, che intascavano circa 20 euro a contravvenzione.
Il «giallo corto», incubo degli automobilisti e gallina dalle uova d'oro per molte amministrazioni comunali (a Como, nel 2006, un unico semaforo emise 896 multe in 8 giorni, per un totale di 130mila euro), ha dunque colpito ancora. Risale a pochi mesi fa il caso di Segrate, periferia di Milano: anche lì, 4 incroci e 40mila multe in 7 mesi, per 4 sequestri e altrettanti avvisi di garanzia. Nel Lodigiano il comitato «Semafolle » è riuscito a far sparire i solerti «occhi» del T-Red dagli incroci incriminati. E ancora, Settimo Torinese con 25mila multe in 5 mesi (su 50mila abitanti), Perugia visitata dalle Iene dopo diecimila ricorsi al giudice di pace, i Comuni del Trentino che mettono a riposo i semafori «intelligenti» (il rosso scatta con una velocità superiore ai limiti)... Nella guerra delle multe, i trattati di pace sembrano ancora lontani. Gabriela Jacomella
Mario Zampedri, vice presidente consiglio provinciale di Verona: sono truffe ai cittadini e sono tarati a 4 secondi, invece di 6.
Ci sono Avvisi di garanzia: alcuni amministratori dell’unione dei comuni di Verona est, dirigenti dela polizia locale e della società che gestisce i semafori.
A seguito della presentazione al Prefetto di Verona di circa 7000 firme di protesta raccolte da Mario Zampedri, che riveste anche il ruolo di vice-Presidente del Consiglio Provinciale di Verona, firme presentate unitamente ad una lettera con la quale si contesta la legalità dei semafori installati nella val d’Illasi, alcuni dei quali dotati anche di sensore per la rilevazione della velocità oltre che delle attrezzature T-Red, lo stesso Prefetto di Verona ha chiesto chiarimenti in merito al Ministero dei Trasporti. Chiarimenti che sono arrivati in data 29 ottobre 2007 con parere n° 0098945.
http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_26/Jacomella_2726470a-cbf8-11dc-91ff-0003ba99c667.shtml
http://giallofastidio.net/?cat=39