foto antonio  1.jpg

Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

TUTTO BARI

I BARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

Quello che i Baresi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Baresi non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

 

POLITICA, INFORMAZIONE E GIUSTIZIA

BARI: TUTTI PAZZI PER LE COZZE.

Bari, toghe corrotte con le cozze è il resoconto di Bepi Castellaneta su “Il Giornale”.

Conclusa l’inchiesta sul giro di sentenze aggiustate. Il pesce non piace solo al sindaco Emiliano: sotto accusa 28 persone, 14 sono giudici di pace. Un sistema collaudato per pilotare decisioni, una rete che sfornava sentenze confezionate a tavolino, uno scambio di favori per ottenere vantaggi senza correre il rischio di provvedimenti sgraditi: è questo lo scenario allarmante che emerge da un’inchiesta della procura di Lecce su presunti casi di giustizia inquinata a Bari e provincia che si sarebbero consumati tra il 2006 e il 2008. In tutto gli indagati sono ventotto: sono coinvolti avvocati, intermediari che avevano rapporti con studi legali, un ex giudice, un ex giudice onorario di tribunale e quattordici giudici di pace di cui tre ancora in servizio. E ancora una volta, come accaduto in un’inchiesta barese su rapporti tra imprenditori e politici – anche se in quella circostanza non fu riconosciuto alcun rilievo penale - negli atti riguardanti un terremoto giudiziario che scuote la pescosa Puglia spunta una cassetta di pesce, anzi prodotti ittici: perché un giudice di pace avrebbe ricevuto salmone, aragoste, caviale e champagne in cambio di un provvedimento di favore. L’inchiesta è condotta dalla procura di Lecce. Gli accertamenti, diretti dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, sono conclusi e sono già stati notificati ventotto avvisi di conclusione delle indagini. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo, sono pesantissime: dall’associazione a delinquere all’abuso di ufficio e alla corruzione in atti giudiziari; in un caso viene anche ipotizzata l’aggravante di aver favorito un clan mafioso. Il fascicolo della procura di Lecce è voluminoso. Gli inquirenti ritengono infatti di aver scoperto numerosi casi di giustizia inquinata che si sarebbero verificati nel corso degli anni. Tra questi c’è la restituzione della patente ad alcuni sorvegliati speciali. Ma non solo. Secondo quanto si sostiene nell’avviso di conclusione delle indagini, un giudice onorario di tribunale avrebbe emesso «provvedimenti di assoluto favore» per compiacere un avvocato ricevendo in cambio bottiglie, aiuti per un trasloco e «provvedimenti di favore a vantaggio di persone di suo interesse». Nel fascicolo ci si sofferma sui rapporti tra giudici di pace e avvocati: in alcune circostanze erano proprio i legali a scrivere le sentenze. Le decisioni aggiustate attraverso questa rete sarebbero centinaia. E alla fine – è l’ipotesi della procura di Lecce – ci guadagnavano tutti: gli avvocati vincevano la causa, i giudici di pace incassavano senza muovere un dito il compenso previsto dalla legge. Dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, alcune delle persone coinvolte hanno chiesto di essere ascoltate. E così scatteranno i primi interrogatori. Intanto è bufera al palazzo di giustizia di Bari. Il presidente del tribunale, Vito Savino, ha chiesto alla magistratura salentina la trasmissione degli atti per valutare sanzioni disciplinari e la stessa richiesta è stata fatta dal presidente dell’Ordine degli avvocati, Manuel Virgintino. Quella sulle decisioni dei giudici di pace non è la prima indagine della procura di Lecce sulla giustizia barese. È ancora aperta un’ampia inchiesta che riguarda la gestione dei fallimenti: per ora sono tre i giudici indagati, e un fascicolo sulla vicenda è stato avviato anche al Consiglio superiore della magistratura.

Ed a Bari, quando i Giudici sono onesti, mascalzoni lo sono gli avvocati ed i medici. Da “La Gazzetta del Mezzogiorno" si scopre che  la Procura di Bari ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari a 82 persone tra avvocati, medici, presunte vittime di incidenti stradali, conducenti e testimoni, accusati, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni di compagnie assicurative, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e fraudolento danneggiamento dei beni assicurati. La presunta truffa, commessa tra il 2006 e il 2011, ammonterebbe a oltre 300.000 euro. Sono 66 i casi documentati di falsi incidenti stradali regolarmente risarciti da 14 compagnie di assicurazione (Reale Mutua, Lloyd Adriatico, Cattolica, Duomo Uno One, Ras, Carige, Toro, Allianz, Ubi, Nuova Tirrena, Ina Assitalia, Aurora, Piemontese e Ugf). L’inchiesta, due anni fa, venne avviata su denuncia di una compagnia assicurativa che evidenziava anomalie e continui incidenti stradali nei quali figuravano sempre le stesse persone, tutte residenti a Grumo Appula, Modugno, Toritto, Bitonto o Palo del Colle (comuni in provincia di Bari) con ruoli che di volta in volta cambiavano. Gli agenti della sezione di polizia giudiziaria della Polizia di Stato sono riusciti a ricostruire, soprattutto attraverso l'acquisizione di documenti, il complesso sistema truffaldino che avrebbe consentito di ottenere illegalmente dalle assicurazioni risarcimenti danni derivanti dai falsi incidenti stradali. «Il riscontro della truffa – è detto in una nota della Procura di Bari – gli inquirenti lo hanno ottenuto nel corso delle verifiche effettuate in modo particolare presso la sezione distaccata di Modugno del Tribunale di Bari e gli Uffici di Giudice di Pace di Modugno e Bitonto. È qui che è risultato lampante il coinvolgimento degli 82 indagati (in modo particolare degli avvocati e dei medici compiacenti) che, ciascuno nel proprio ruolo, inducevano in errore i giudici che dovevano decidere sul risarcimento per incidenti falsi o mai avvenuti». In alcuni casi sarebbe emerso che per le certificazioni attestanti diagnosi post-traumatiche aggravate o lunghi periodi di inabilità fisica, i medici si servivano di vere e proprie 'fotocopie' che venivano utilizzate per più casi, anche nei giorni festivi quando non erano in servizio, o addirittura in giorni lavorativi in cui però la prestazione avveniva in altri ospedali fuori Regione, anche del nord Italia.

Lo scandalo riportato da tutta la stampa nazionale delle presunte sentenze pilotate e l’indagine sulle truffe alle assicurazioni che coinvolge molti avvocati baresi gettano discredito su un’intera categoria. «Purtroppo - commenta Manuel Virgintino, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari - questi episodi producono un danno d’immagine all’intera categoria. Purtroppo è così - ammette - però è bene sottolineare un altro aspetto: a Bari sono settemila gli avvocati iscritti, un numero enorme, mentre i malandrini sono una percentuale bassissima, fortunatamente. Attenzione, quindi, a non fare dell’erba tutto un fascio». Assai emblematiche sono proprio le intercettazioni di Squicciarini, considerato dagli investigatori uno dei personaggi centrali della cricca. "Io che cosa faccio per andare incontro a questo o a quello - spiegava il giudice di pace al telefono discutendo di una multa per una patente - Perché, effettivamente, che tu ad uno gli togli la macchina, come devi fare, se uno si vuole reinserire, vuole guidare, vuole andare a fare il pittore, vuole andare a fare il carpentiere, vuole fare il rappresentante di commercio, tu che fai, glielo impedisci. Allora a quel punto io che cosa faccio? Faccio i rinvii lunghissimi, passa un anno...". Così l'amico guida e tutti sono contenti. L'importante era però non toccare la suscettibilità del giudice. "Io oggi all'ufficio mio non mi comanda nessuno. Io sono re e padreterno veramente... faccio quello che cazzo voglio". Per esempio? "Quando fai un ricorso contro una multa da me e dici: Vito, ma sai, là c'è questo punto... Ragazzo devi fare il ricorso a me... Non scrivere niente. Me la vedo io. Cioè, se lo fai a me e mi hai avvisato, non è che tu vieni assolto o vieni... per il merito. Vieni assolto perché l'hai detto a me, giusto? Allora. Tu me l'hai detto a me. Lascia stare la professionalità. Lascia stare che tu sei innocente. Me l'hai detto a me. Basta!". Il sistema era standardizzato e si ripeteva Per ogni sentenza depositata, i giudici di pace ricevono 56 euro. Le indagini hanno accertato che agli avvocati autori dei provvedimenti ne venivano girati 20. Ma è tutto sommato una piccola cosa: il vero business, infatti, era nella possibilità di ottenere decisioni favorevoli per i propri clienti, con un danno allo Stato (o alla controparte) e un guadagno in termini di spese legali. Un esempio è il caso dell’avvocato Vincenzo Sergio: durante una perquisizione, il giorno di San Valentino del 2008, gli vengono trovate 10 sentenze scritte per conto del giudice Domenico Ancona, all’epoca in servizio in Tribunale come giudice di appello per i gdp. «I provvedimenti - annotano i carabinieri - sono assolutamente identici a quelli depositati dal giudice in data successiva a quella della redazione. Per due, l’avv. Sergio Vincenzo, è parte processuale nella veste di legale dell’appellante e attore. Pertanto lo stesso, con la complicità del giudice Ancona, ha redatto i provvedimenti a lui favorevoli, autodeterminandosi anche il compenso per le spese legali».

A volte il sistema delle sentenze «conto terzi» si inceppa. Accade ad esempio quando l’avvocato Angelo Scardigno si accorge che il giudice Gaetano Consoli, cui aveva consegnato tre provvedimenti, ha depositato in cancelleria i fascicoli sbagliati. È il 2 gennaio 2008.

SCARDIGNO: Oh hai sbagliato borsa no? Oppure questi che tu mi hai dato sono tutte firmate da te non è che quelle che hai depositato oggi erano un’altra cosa?».

CONSOLI: «Con che cosa? Ma non sono quelle là? A te ti ho dato quelle là che bisognava correggere».

SCARDIGNO: «No. Quelle tre sono a parte. Le ho già fatte.

CONSOLI: «Ah».

SCARDIGNO: «Quelle che stanno nella borsa sono tutte fatte. sono quelle che io ti ho consegnato l’ultima volta».

CONSOLI: «Ah allora ho fatto un errore di, di coso di...».

SCARDIGNO: «No adesso mi sta preoccupando se fosse così tu te le vieni a prendere e non ci sono problemi, ma tu domani devi scappare lì perché ancora poi...».

Erano «re e padre eterno, veramente», sia per i clienti che per loro stessi. Prendiamo Alfredo Fazzini, l’intermediario cui insieme a Squicciarini, ai gdp Letizia Serini, Angelo Scardigno e Rocco Servodio, Roberto Cristallini (di Corato), Pietro Mascolo e Roberto Sorino, e all’avvocato Vincenzo Sergio è contestata anche l’associazione per delinquere. Fazzini e la sua famiglia fanno causa alla Costa Crociere e ad una agenzia di viaggi. Chiedono un risarcimento per un viaggio in Florida. Il giudice è Letizia Serini, ex coordinatore dei giudici di pace di Bitonto, l’avvocato è Cristallini (all’epoca giudice a Bitonto). La Serini non avrebbe la competenza, né quella territoriale (Costa ha sede a Genova, l’agenzia di viaggi a Bari), né quella per importo (fino a 2.500 euro). Ma non fa niente: la Serini riconosce un risarcimento di 9.133 euro e 11.500 euro di spese legali, dieci volte oltre la sua competenza.

Il più delle volte gli interessi in gioco erano più semplici. Una multa da annullare. La patente da restituire al pregiudicato, problema su cui Squicciarini era imbattibile. E, a quanto pare, in molti erano al corrente dell’andazzo. Ad esempio l’ex compagno della Serini, che il 17 febbraio 2008 (poco dopo la notizia dell’avvio delle indagini) le manda un sms irridente: «Scusa ma, un po’ ne sono contento. Ho appena letto delle dimissioni del tuo amico (Vito Squicciarini) al trib di Modugno, t’immagini risalgono a te, ad Alfredo e agli altri studi legali con i quali collabori? Buona fortuna giudice». Ascoltato dai carabinieri, l’uomo non si nasconde e fa i nomi degli avvocati: «La Serini - dice - si accordava sull’esito delle cause iscritte presso il suo ufficio. In compenso riceveva regalie varie, nonché riparazioni della sua auto e varie manutenzioni presso il suo ufficio». Non era l’unica. A fronte dei favori ricevuti, l’avvocato Massimo Ungaro manda a Squicciarini un bel pacco di Natale: crostacei, salmone, champagne e caviale. Ad avvertire il giudice è lo stesso titolare della pescheria: «Ho un’affare di salmone qua che ti ho messo da parte, Re di King quello buono, un vasettino di caviale che ho fatto arrivare a posta, ho fatto sette, otto aragoste, vuoi prendere una bottiglia di champagne rosè e la mettiamo in mezzo e ti fai il Natale pure tu?».

Il pesce puzza sempre dalla testa.

Da “Il Quotidiano Italiano” e “La Gazzetta del Mezzogiorno” per una città di mare si parla di pesce.

Accordi e scambi di favore avrebbero “aiutato nelle decisioni” alcuni giudici di pace tra il 2006 e il 2008 nei Tribunali pugliesi. I favori giudiziari erano ripagati ad un prezzo relativamente basso: nessuna mazzetta, ma aragoste, caviale, champagne, salmone e vantaggi futuri. Le sentenze emesse, infatti, erano scritte di comune accordo con gli avvocati della difesa: l’inchiesta condotta dall’Antimafia di Lecce e di Bari ha iscritto 28 persone nel registro degli indagati. Le indagini erano partite dalla Procura di Bari dalla sezione coordinata dal pm Desirèe Digeronimo, ma l’operazione è stata portata a termine dopo due anni di controlli da parte dell’Antimafia leccese. Sono 29 i capi d’imputazione a carico degli indagati tra cui associazione a delinquere, falso, abuso d’ufficio, corruzione, con l’eventuale aggravante di aver preso accordi con la mafia. Le sentenze “aggiustate” sarebbero oltre 100, nell’arco di due anni dal 2006 al 2008, e sul tavolo delle trattative tra giudice di pace e avvocato, in palio, ci sarebbero stati regali e favori che, a tempo debito, si sarebbero dimostrati utili. Da fonti interne, risulterebbero coinvolti nell’inchiesta 14 giudici di pace in servizio tra Bari, Bitonto, Corato e Modugno. Risulterebbe indagato anche l’avvocato Vincenzo Sergio con il suo intermediario Alfredo Fazzini: stando agli inquirenti, il primo scriveva le sentenze a favore dei propri assistiti che poi sarebbero state pronunciate dai giudici. Per Sergio e Fazzini si parla anche di associazione a delinquere. Lo scambio tra le parti è avvenuto non solo per episodi meno gravi come la restituzione della patente ad alcuni sorveglianti speciali, ma anche per sentenze relative ad accuse più pesanti come quelle per furto o detenzione di armi o droga, da cui i presunti colpevoli ne sono usciti con provvedimenti a loro pieno favore. Il prezzo per restituire la patente ai sorvegliati speciali (tra cui il boss Dambrosio) era una cassetta di pesce, un classico in tempi di polemiche sui rapporti tra imprenditoria e politica. Ma lo scenario è la corruzione al massimo livello possibile, quella in atti giudiziari. 

A Bari e in provincia, tra il 2006 e il 2008, un gruppetto di giudici di pace e avvocati sarebbe stato disponibile ad aggiustare sentenze, spesso in cambio di quasi nulla. È il sistema smascherato dall’Antimafia di Lecce, che dopo due anni di indagini - partite da un’inchiesta coordinata dal pm antimafia barese Desirèe Digeronimo - ha iscritto nel registro degli indagati 28 persone, tra cui 14 giudici di pace, un giudice onorario e un ex magistrato recentemente cancellato dai ruoli per un’altra storiaccia di sentenze comprate. Associazione per delinquere, falso, abuso d’ufficio, corruzione (in un caso con l’aggravante di aver favorito un sodalizio mafioso). Un vero terremoto, perché alcuni dei giudici coinvolti sono in attività. Tra i 29 capi di imputazione contenuti nell’avviso di conclusione delle indagini che il pm salentino Valeria Mignone ha fatto notificare sono riassunti episodi piccoli e grandi. Come quello che riguarda Vito Squicciarini, altamurano, ex coordinatore dei giudici di pace di Modugno, In cambio della disponibilità a restituire la patente ad alcuni sorvegliati speciali, a Natale 2007 avrebbe ricevuto da un avvocato (anche lui indagato) «una confezione contenente 7-8 aragoste, salmone, caviale e champagne». Sempre a Squicciarini, insieme ai gdp Letizia Serini, Angelo Scardigno e Rocco Servodio (in servizio a Bitonto, dove la prima era coordinatore), Roberto Cristallini (di Corato), Pietro Mascolo e Roberto Sorino (di Bari, il primo ex vice coordinatore), l’avvocato Vincenzo Sergio e l’intermediario Alfredo Fazzini, è contestata l’associazione per delinquere: c’erano giudici di pace che si facevano scrivere le sentenze dagli avvocati, gli stessi che erano pronti a ricambiare il favore quando indossavano la toga da gdp in una diversa giurisdizione. Le sentenze aggiustate sono centinaia, e venivano utilizzate come moneta di scambio. In questo modo - secondo l’Antimafia di Lecce - ci guadagnavano tutti: l’avvocato perché vinceva la causa, il giudice perché incassava senza fatica i 56 euro di compenso previsti dalla legge. Sarebbero state truccate anche sentenze più importanti, come quelle emesse dal Got di Altamura, Deborah Semidoppio: il giorno che nella sua aula si presenta Squicciarini (in qualità di avvocato di persone arrestate per furti o per detenzione di armi e droga), la giudice emette «provvedimenti di assoluto favore» come il ritorno in libertà e la restituzione dei beni sequestrati. In cambio la giudice riceve bottiglie, aiuti per un trasloco e «provvedimenti di favore a vantaggio di persone di suo interesse». Mentre l’ex giudice del Tribunale civile di Bari, Domenico Ancona, è indagato insieme all’avvocato Vincenzo Sergio: il secondo scriveva le sentenze al primo assicurandosi così «la piena soddisfazione delle ragioni nonché la liquidazione delle spese».

Bari, Italia. Per capire Bari (e l’Italia) e la sua classe dirigente, bisogna leggere l’editoriale di Antonio Polito su “Il Corriere della Sera”. Sacerdoti della legalità - Bisogna capire che Michele Emiliano era il Sol dell'Avvenire. L'altra gamba della lista civica nazionale che il collega de Magistris già pronosticava al 20%, una sorta di Ppm, Partito dei Procuratori Meridionali fattisi sindaci. L'uomo che Marco Travaglio aveva suggerito come potenziale candidato per Palazzo Chigi, e che Vendola aveva già scelto come suo successore alla Regione. Società civile allo stato più puro, un eroe delle mani pulite prestato alla politica, uno che si definisce così nel suo profilo su Twitter: «Magistrato antimafia in aspettativa e casualmente sindaco di Bari da sette anni». Emiliano poteva guidare la rivolta contro la vecchia politica corrotta, e vincere.

Solo così si spiega ora il silenzio, l'imbarazzo, il fischiettare distratto di quel milieu politico-mediatico che avrebbe crocefisso qualsiasi altro uomo pubblico nelle condizioni di Emiliano. In fin dei conti, una vasca da bagno ricolma di pesce fresco non deve costare molto meno di una vacanza all'Argentario dell'ex sottosegretario Malinconico. Stavolta, invece, neanche un'imitazione della Guzzanti, nemmeno un docu-dramma con le intercettazioni da Santoro, nemmeno una citazione tra i fatti quotidiani di cui bisognerebbe vergognarsi. E però, meglio dirlo subito, è un bene che da quel mondo non si levi il solito grido «dimissioni, dimissioni». È un bene perché un sindaco eletto direttamente dal popolo non può lasciare il suo incarico per un rapporto della Guardia di Finanza, senza nemmeno essere indagato, per un'indagine su fatti di cui i pm sapevano dal 2006 e che, se la Procura avesse agito a tempo debito, certamente avrebbero indotto il sindaco a scansare i fratelli Degennaro et dona ferentes.

Non c'era infatti bisogno di questa inchiesta per sapere che cosa non va in Emiliano e nell'emilianismo. Basterebbe pensare che la figlia del capofamiglia Degennaro era stata fatta da lui assessore, e neanche la dinastia Matarrese, quando pure comandava a Bari, si era mai sognata di mettere un familiare in giunta. Basterebbe dire che in un'intervista Emiliano aveva definito quel gruppo «un'impresa vicina all'amministrazione», senza falsi pudori. Ma soprattutto, per negare a Emiliano la patente di sacerdote del «controllo di legalità» che sempre più spesso, e senza alcun appiglio nel codice, viene regalata ai pm d'assalto, basterebbe dire che lui la legalità la viola dal 2009. Da quando una sentenza della Corte Costituzionale ha chiarito senza ombra di dubbio che un magistrato non può essere un dirigente di partito nemmeno se è fuori ruolo. Ed Emiliano, che non si è mai dimesso dalla magistratura, è stato segretario del Pd pugliese, ha partecipato alle primarie, le ha perse, ed è stato ricompensato con l'attuale carica di presidente regionale del partito.

Ma davvero c'era bisogno dei molluschi di Degennaro per capire quanto pericoloso sia questo leaderismo alle cozze? Appena pochi giorni fa il nuovo Petruzzelli è stato commissariato per un buco di sette milioni di euro, ed Emiliano è il presidente della fondazione. È volata una mosca? No, perché la voga di questi anni stabilisce che il pm che va in politica assolve, purifica e beatifica tutti quelli che gli si accompagnano; e invece gli interessi, gli affari, i soldi, gli appalti continuano ovviamente ad esistere, ed è tutto da dimostrare che il leader solitario sappia dominarli meglio. Così si fonda un «potere senza critica», che sfugge al principio liberale della trasparenza, cioè non se ne risponde all'opinione pubblica. Così può accadere che il pm che a Bari faceva le inchieste sulla sanità pugliese, Lorenzo Nicastro, venga nominato da Vendola assessore regionale nel bel mezzo dell'indagine, dopo essersi candidato con l'Idv. Così succede che la Regione finanzi lautamente un convegno del Procuratore che sta indagando il Governatore. Che cosa è più la politica democratica in una città in cui, da quando c'è l'elezione diretta del sindaco, la carica è sempre andata o a un immobiliarista o a un procuratore? Una città in cui Emiliano si presentò candidato dicendo: «Il programma sono io»; proprio come Berlusconi nelle elezioni del 2001, solo che a Berlusconi lo rinfacciò persino il New York Times, e a Emiliano arrivarono gli applausi del nuovismo che finalmente si disfaceva dei partiti.

Ps : non si può deplorare Emiliano senza dir niente del presidente leghista del consiglio della Lombardia, Davide Boni, lui sì indagato per corruzione e non per una polenta omaggio ma per tangenti, il quale ha avuto la sfrontatezza di presiedere il dibattito sulla mozione di sfiducia contro di lui pur di non mollare la poltrona. Milano vicina all'Europa, cantava Lucio Dalla. Oggi più vicina a Bari.

Quando per Emiliano i pesci erano tangenti. Due pesci e due misure.

Il sindaco di Bari è nei guai per le cozze pelose. Ma da pm mandò a processo un agente (poi assolto) per le spigole donate dai clan. Così raccontato da Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su “Il Giornale”: Il sindaco di Bari - che ora chiede scusa per aver accettato «cozze e spigoloni» dagli imprenditori edili Degennaro, ma spiega di non voler dimettersi «per un po’ di pesce» - da pm ha trascinato nella rete del maxiprocesso «Dolmen» un poliziotto, accusato ingiustamente di corruzione per aver ricevuto una «tangente ittica», ovviamente fresca e di qualità. Una storia surreale «tutta a base di pesce», anche perché tra i protagonisti c’è l’ex superboss pentito Salvatore Annacondia, detto «Manomozza» per aver perso l’uso dell’arto pescando a strascico. A prendere di petto il sindaco per aver valutato diversamente episodi simili è Luigi de Gregorio, figlio di Vincenzo, ex sovrintendente della polizia a Trani all’inizio degli anni ’90. Luigi, dopo aver letto della vasca di cozze pelose, spigoloni, seppioline e astici che il sindaco di Bari ebbe in regalo dal gruppo di costruttori vicini alla sua giunta, ha preso carta e penna e ha scritto una lettera alla Gazzetta del Mezzogiorno. Che l’ha pubblicata col titolo «Mio padre poliziotto processato da Emiliano per una cesta di pesce mai ricevuta».

De Gregorio racconta l’odissea giudiziaria del padre, poliziotto oggi in pensione, tirato in ballo dallo stesso Annacondia e indagato dal «sindaco sceriffo» quando ancora indossava la toga come magistrato dell’Antimafia. E nella lettera attacca Emiliano. «Non credo siano sufficienti le scuse, sia pure pubbliche, per aver accettato e consumato questo pacco. Un primo cittadino, un uomo di giustizia, integerrimo al dire comune, si autocondanna moralmente e fa pubblico mea culpa, pur non essendo accusato di nessun reato. Ma un errore l’ha commesso, perché lo stesso sindaco è ben cosciente che tali omaggi sono quanto mai pericolosi, e bisogna fare di più per convincere gli elettori baresi dell’integrità morale del primo cittadino». Per il padre di Luigi De Gregorio, infatti, quel regalo ittico, mai ricevuto e dunque mai consumato (secondo la giustizia italiana che prima ha considerato prescritto il reato, e poi ha assolto l’uomo «per non aver commesso il fatto»), è stato foriero di anni di sofferenza. Nessuna attenuante per l’ex sovrintendente di Ps, ritenuto compromesso con il clan Annacondia anche per quei doni. Dopo l’avviso di garanzia, «mio padre - continua la lettera del figlio - ha dovuto subire un processo, il “Dolmen”, lungo 12 anni, che ha visto assumere il ruolo di pm almeno per i primi e più intensi anni, il dottor Michele Emiliano». E prima dell’assoluzione, ricorda ancora il figlio del poliziotto, «ci sono piovute addosso le critiche più sgradevoli, sguardi di sdegno da parte di chi ci conosceva, commenti biechi e condanne spregevoli da parte di chi, in queste occasioni, trova nelle disgrazie altrui gli unici spazi di autostima e la vaga sensazione di vivere sotto un cielo più blu di quello di altri». Insomma, «anche mio padre come lei, signor sindaco, ha cercato di preservare il buon nome e l’onorabilità della famiglia, soprattutto per proteggere quella dei propri figli, esattamente come lei ha dichiarato in un’intervista. Ma intanto nessuno ci ha ancora risarcito i rilevanti danni subiti per quattro spigole e cinquanta cozze pelose - a differenza sua - mai ricevute e consumate. Ma che ci hanno rovinato la vita». Contattato dal Giornale a Trani, dove oggi si gode la meritata pensione, l’anziano poliziotto è di poche parole: «Sono stato accusato di corruzione per delle affermazioni false di un collaboratore di giustizia a cui gli inquirenti di allora hanno creduto ciecamente. La parola di un pentito che parlava di un regalo periodico che io avrei ricevuto, ossia appunto una cesta di pesce a settimana, evidentemente valeva più di quella di un poliziotto che da anni era in prima linea a combattere il crimine. Emiliano da pubblico ministero ha preferito credere a quello (il pentito Annacondia) che a me, che pure per anni ho servito onestamente questo Stato. Evidentemente davo fastidio, e sono stato punito con accuse infamanti che solo dopo anni e anni di vicissitudini giudiziarie, si sono risolte come era naturale che si risolvessero: con il definitivo riconoscimento della mia totale estraneità ai fatti contestati». Niente pesce per il poliziotto, dunque, mentre Annacondia lo amava al punto di averne guadagnato, come detto, il nome di battaglia, quel «manomozza» che faceva tremare il Nord Barese. Lo amava così tanto da parlarne anche nelle sue audizioni con l’Antimafia di Violante. Al quale racconta per esempio di una cena dell’86 con la Juventus in trasferta in Puglia, organizzata da un noto avvocato barese. «Ero il suo consigliere nel fargli mangiare il pesce perché lui si fidava solo del pesce che io gli portavo. Lo dovevo pulire, gli consigliavo: questo lo puoi mangiare in questo modo, questo lo puoi mangiare in un altro modo», racconta il pentito di mafia. Ben altra storia quella di Emiliano. Una vita per la legalità, salvo ritrovarsi «pentito» di pesce.

A proposito di giustizia (omertà) ed informazione (censura), ossia della morale di magistrati e giornalisti, io Antonio Giangrande a chi mi legge non racconto la mia opinione o scrivo delle mie esperienze, in riferimento alle ritorsioni e le censure subite combattendo in prima linea contro i poteri forti. Poteri resi impuniti e coperti da cricche autoreferenziali. Processi senza condanna per diffamazione a mezzo stampa e archiviazioni delle mie denunce. Appunto. A proposito di giustizia ed informazione mi immedesimo nell’esperienza di Carlo Vulpio, che come me si batte in prima linea senza peli sulla penna e faccio mia la sua storia, identica in tutto e per tutto a quello che avrei potuto dire io, ma che proprio i media mi impediscono di farlo. Quei giornalisti che sono amici dei magistrati (e guai a parlar male di loro), o che quando parlo o scrivo di raccomandazioni in generale, quei giornalisti ti dicono: "io non sono raccomandato". Si pensi un po', questi poi con che spirito  scrivono articoli o formano trasmissioni tv in tema di giustizia o di lavoro. Vulpio si rivolge al Direttore de “Il Giornale”, il quale pubblica la lettera, non per lo scandalo in sé, ma solo perché è notoriamente antagonista della sinistra.

“Ecco la cricca di carta che "protegge" Nichi Vendola”. Il racconto di un giornalista attaccato e diffamato dal governatore. Tutte le sue querele contro il presidente pugliese sono state archiviate. «Caro direttore, il vostro articolo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «incroci pericolosi» che vedono protagonista il governatore pugliese. A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di questo incrocio. Due vicende esemplari aiuteranno a capire meglio. La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera, scrivo che la giunta Vendola incarica un consorzio guidato dal gruppo Marcegaglia di realizzare in Puglia alcune discariche, tra le quali una a ridosso di un sito neolitico. Non vengo querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi viene trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola coglie al balzo l’occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fatwa » gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un esposto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la legge, il caso venga avocato dal procuratore generale a causa dell’inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del pm a cui era stato assegnato. Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astenersi perché lei (è una signora) è molto amica di Vendola. Il pm è Romana Pirrelli in Carofiglio (pm anch’egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marzano (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l’archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir poco fantastica: «È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio dice il procuratore - ma Vulpio lo ha provocato». Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costituzione è diventato «provocazione». La seconda vicenda si svolge nel pieno dell’inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che avevo scritto sull’argomento. Ma poiché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ragione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che sono incensurato, mi definisce «noto diffamatore professionale». L’atto giudiziario viene pubblicato da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, oltre a querelarlo, poiché pure lui è un giornalista, lo deferisco anche all’Ordine dei giornalisti della Puglia. Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello presieduto dalla moglie del capo di gabinetto di Vendola. L’Ordine,esaminati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professionale »? Ah, saperlo... In ogni caso, c’è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, Annamaria Tosto. La quale chiede l’archiviazione con un’altra, meravigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamatorie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffamazione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un dettaglio), dando così a Vendola «licenza di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pronuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all’archiviazione. Intanto, tacciono tutti. Dai «paladini » della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bavaglio, dall’Ordine dei giornalisti nazionale alla Federazione nazionale della stampa, il cui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’Istituto Luce , al confronto, è il New York Times .»

ED ECCO A VOI BARI. CITTA’ DALLA CULTURA SOCIO MAFIOSA O DEDITA AL VOTO DI SCAMBIO IMPUNITO??

La risposta la dà tutta la stampa nazionale. Qui il resoconto lo dà “La Gazzetta del Mezzogiorno" del 14 marzo 2012. Gli imprenditori Vito, Gerardo e Daniele Degennaro hanno avuto una «forte influenza politica» all’interno «delle formazioni politiche di maggioranza nel governo regionale e comunale» e «potevano contare sull'amicizia di diversi consiglieri e assessori della Giunta (comunale) con i quali intrattenevano numerosissime conversazioni telefoniche e riunioni con cadenza settimanale in cui discutere la linea politica del gruppo della Margherita». E' quanto è scritto nella richiesta di custodia cautelare (di 2448 pagine) sulla base della quale il gip di Bari ha disposto l’arresto dei fratelli Daniele e Gerardo Degennaro, di due professionisti e di tre dirigenti comunali e regionali nell’ambito dell’inchiesta sulla realizzazione di rilevanti opere pubbliche dal 2004 in poi. «Dal contenuto delle conversazioni intercettate – scrivono i pm Renato Nitti e Francesca Romana Pirrelli – emerge che i Degennaro potevano influenzare alcune decisioni politiche». Negli atti si ripercorre la natura dei rapporti tra i «più rilevanti politici» locali, tutti di centrosinistra, e i Degennaro ai quali «si aprono porte pur in mancanza di una immediata utilità per il pubblico ufficiale che quelle porte avrebbe dovuto tener chiuse». «E' questa la ragione per la quale non sono state contestate – annotano i pm -, in tutti i casi, specifiche ipotesi di reato nelle condotte di pubblici amministratori, ancorchè certamente sintomatiche di ampia disponibilità verso il gruppo Degennaro». Dagli atti risulta che i Degennaro hanno avuto rapporti con il sindaco di Bari, Michele Emiliano, con il consigliere comunale Gaetano Anaclerio, con Massimiliano Vitale della segreteria provinciale del Pd, con Emanuele Sannicandro, detto "Lillino" (il quale chiama Vito Degennaro, fratello di Daniele e Gerardo «grande capo»), con l’ex vicesindaco Emanuele Martinelli, con l’ex assessore comunale Antonio Decaro, ora capogruppo del Pd alla Regione Puglia (che avrebbe chiesto l'assunzione di un suo segnalato), con Antonio Ricco, ex factotum di Emiliano, con gli assessori comunali Ludovico Abbaticchio, Giovanni Giannini e con l’ex assessore Simonetta Lorusso. I soli che negli anni scorsi hanno ricevuto avvisi di garanzia sono Martinelli e Ricco, tutti gli altri invece - confermano fonti della procura – non sono indagati. Nell’informativa della Guardia di finanza si evidenzia che il sindaco Emiliano, in occasione del Natale del 2007, ha ricevuto dai Degennaro «champagne, vino e formaggi, quattro spigoloni (grosse spigole), venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi (seppioline, ndr) locali di Molfetta e otto astici». Stesso pacco regalo – viene sottolineato – era stato inoltrato ad Onofrio Introna, attuale presidente del Consiglio regionale pugliese, a Tonino Ricco, al giudice Amedeo Urbano del Tar Puglia, all’ex assessore alla sanità della Regione Puglia, Alberto Tedesco, ora senatore, a Gaetano Anaclerio e Ludovico Abbaticchio. Per quanto riguarda il sindaco Emiliano negli atti vi è un’annotazione che riguarda una «richiesta di assunzione», andata a buon fine, di un giovane operaio. Non vi sono prove che la richiesta sia stata fatta dal primo cittadino poichè della circostanza parlano al telefono un dipendente dell’ufficio del personale dei Degennaro e un professionista che lavorava per il gruppo. Dall’inchiesta della procura di Bari sulle opere pubbliche realizzate dal 2004 ad oggi emerge che il potere del gruppo Degennaro è stato «garantito da un fortissimo appoggio politico, in alcuni casi persino incondizionato se non servile, in altri episodico ma comunque significativo». Lo scrivono i pm Francesca Romana Pirrelli e Renato Nitti nella richiesta di misura cautelare sulla base della quale ieri sono stati disposti gli arresti domiciliari per i fratelli Daniele e Gerardo Degennaro e per altre cinque persone. Secondo la pubblica accusa, dagli atti emerge che l’appoggio politico che avevano i Degennaro, ha consentito loro di godere «del totale asservimento di diversi pubblici ufficiali e di vincere gare importanti e remunerativi appalti pubblici». Inoltre, dirigenti e funzionari pubblici indagati – annota la Procura – «hanno rivestito il mero ruolo di esecutori della volontà dell’impresa legittimando formalmente, attraverso la produzione di atti spesso ideologicamente e talora anche materialmente falsi, un’attività, che, di fatto, si è rivelata spesso illecita sia sotto il profilo amministrativo sia sotto il profilo penale». L'esito delle indagini ha rivelato l’esistenza – secondo i pm - di «una sorta di mercimonio della funzione pubblica negli uffici strategici per le opere pubbliche dell’amministrazione di Bari in cui le attività e gli atti che si formano sono funzionali agli interessi del gruppo Degennaro». In particolare, «il contenuto degli atti amministrativi è stato concordato, se non addirittura imposto (nelle numerose riunioni riservate, tenute peraltro negli uffici comunali, tra i dirigenti dell’amministrazione comunale e i rappresentanti dell’impresa), tra imprenditore e uffici dell’amministrazione ed è stato finalizzato al perseguimento del massimo profitto in danno degli interessi della collettività». I parcheggi interrati, il Direzionale, le case per le forze dell’ordine. Ma anche la metropolitana per l’aeroporto e gli appartamenti nel «mix» di Japigia.

C’è stato un momento, lungo un decennio, in cui le aziende della famiglia Degennaro avevano in mano i più grandi lavori edili della città e una presenza stabile nei palazzi della politica: con uno dei fratelli, Gerardo, consigliere regionale del Pd. E con Annabella, figlia di Vito, assessore nella giunta di Michele Emiliano. Poi il 26 novembre lei si è improvvisamente dimessa. Erano le prime avvisaglie della bufera che si è abbattuta ieri sulla famiglia più liquida di Puglia: Gerardo e Daniele sono finiti ai domiciliari, dove la procura avrebbe voluto mandare anche il patriarca Vito. Anche l’avvocato Giovanni è indagato. Sul loro impero, la Dec, un’azienda da 400 milioni di euro di fatturato, rischiano di scorrere i titoli di coda. Dalle 486 pagine dell’ordinanza del gip Michele Parisi che contesta a 51 persone, a vario titolo, i reati di corruzione, falso, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, frode in pubbliche forniture, truffa, sino al subappalto non autorizzato e alla appropriazione indebita, emerge proprio questo: uno spaccato di potere amministrativo fatto di appalti e di delibere, di soldi e di favori. Un sistema liquido che - nonostante non siano stati riconosciuti i gravi indizi di colpevolezza per l’accusa più pesante, l’associazione a delinquere - aveva ramificazioni ovunque. «Un sistema diffuso di gravi reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica - scrive la procura - perpetrati dal 2006 in poi». C’è Vito Degennaro, il patron della Dec, che secondo i pm Renato Nitti e Francesca Pirrelli «cura in prima persona i rapporti con esponenti politici locali e nazionali al fine di ottenere una copertura politica sulle operazioni di interesse dell'associazione». Copertura politica: perché i professionisti, i funzionari e i dirigenti coinvolti sembrano essere pedine di un gioco più grande. L’hanno chiamata operazione «Sub urbia», chiaro riferimento letterario per i parcheggi interrati che sono il cuore delle oltre 45mila pagine di documenti accumulati dalle fiamme gialle in sette anni di lavoro. Una storia che comincia nel 2002, quando la giunta Di Cagno Abbrescia autorizza la realizzazione in project financing delle tre strutture sotterranee (piazza Cesare Battisti, piazza Giulio Cesare, corso Cavour). Il successore Michele Emiliano ne porterà avanti solo due, congelando il terzo non senza polemiche. La procura ritiene di aver individuato una lunga serie di irregolarità nella realizzazione dei primi due parcheggi: opere realizzate in più, opere realizzate in meno, procedure di collaudo «morbide». E irregolarità ci sarebbero anche nel procedimento che, dopo il primo sequestro del 2004, avrebbe portato la Regione a concedere la Valutazione d’impatto ambientale per piazza Cesare Battisti: una vicenda amministrativa che ad oggi non si è ancora conclusa. L’altro grande capitolo è il Direzionale del quartiere San Paolo. Un altro project financing, sostenuto però da un contributo pubblico di 50, che fa finire nei guai l’ex capo dell’ufficio tecnico comunale Vito Nitti e la dirigente dell’Urbanistica, Anna Maria Curcuruto: avrebbe pagato senza far domande il primo, avrebbe contribuito a far aggiudicare un appalto costruito su misura la seconda. Anche grazie a loro, secondo l’accusa, i tre fratelli Degennaro avrebbero ottenuto «costi decisamente inferiori rispetto a quelli previsti» e una «prospettiva di profitti superiore a quella legittima». Il danneggiato, ovviamente, sono le casse pubbliche. E poi le case di via Pappacena, quelle destinate alle forze dell’ordine dove finora sono andati ad abitare tanti consiglieri comunali e nessun poliziotto. Un filone su cui le indagini continuano, e su cui finora i finanzieri sono riusciti a mettere un primo punto fermo: realizzati gli appartamenti, gli imprenditori si sono «dimenticati» di costruire una parte di opere pubbliche. Chi doveva controllare, non ha controllato.

Bari, ostriche e champagne per il sindaco Pd Emiliano: ecco i regali degli arrestati. Nelle carte dei pm sull'inchiesta di Bari i doni inviati dai Degennaro al primo cittadino e i tentativi di influenzare il Pd. Inchiesta di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su “Il Giornale”. Buon appetito e buon Natale, con i migliori auguri dei costruttori amici, ora arrestati e indagati. «La pg evidenzia che il sindaco (Michele Emiliano) era stato omaggiato di champagne, vino e formaggi, quattro spigoloni, venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi locali di Molfetta e otto astici, come risulta dalla conversazione di Carofiglio (titolare della pescheria) con Vito Degennaro». Un bel pacco dono, quello recapitato al sindaco a dicembre 2007 dagli imprenditori del gruppo Degennaro, finiti nei guai giudiziari per alcuni appalti col comune. Quel regalino, recapitato identico ad altri notabili baresi (tra i quali Alberto Tedesco, l’ex assessore alla Sanità indagato e salvato dall’arresto per la promozione a senatore Pd) emerge, come detto, dal lavoro degli inquirenti sugli appalti dei Degennaro. Se ne parla in un paragrafo dedicato ai «rapporti con il sindaco Emiliano» nella richiesta di arresto, che approfondisce molto di più i rapporti del gruppo Degennaro con la politica locale rispetto all’ordinanza. Il capitoletto su Emiliano, oltre al pacco dono marinaro e all’assunzione di un operaio che, secondo un terzo intercettato, lui avrebbe imposto agli amici imprenditori, tocca anche il fratello del sindaco, Alessandro, e un cugino omonimo. Il primo è citato in una lunga intercettazione del 14 dicembre 2007 tra Vito Degennaro e il figlio, Simone. Quest’ultimo racconta di aver conosciuto la sera prima Alessandro Emiliano («stava pure il fratello del sindaco»), un «chiacchierone». Vito a un certo punto lo interrompe e gli chiede: «Sa che lo aiutiamo al fratello, o no?». «Certo che lo sa, sa tutto. Sapeva tutto, per filo e per segno». L’aiuto, annotano gli inquirenti, potrebbe essere «di tipo elettorale». Infine, «degna di attenzione» nell’ambito dei lavori di realizzazione del direzionale del San Paolo, «la fornitura e messa in opera di strutture prefabbricate da parte della Ianus Srl il cui socio e presidente del consiglio era Michele Emiliano, cugino del sindaco». Una commessa da 1,8 milioni di euro. Mica spiccioli. Il documento dei pm del maggio 2010 racconta il «ruolo attivo», la «forte influenza politica» del gruppo, che pesava eccome all’interno delle formazioni politiche di maggioranza nel governo regionale e comunale», ossia il centrosinistra, tanto da rendere difficile percepire «la alterità rispetto alla pubblica amministrazione della impresa privata». I Degennaro «potevano contare sull’amicizia di diversi consiglieri e assessori della giunta con i quali intrattenevano numerosissime conversazioni telefoniche e riunioni con cadenza settimanale (allo Sheraton) in cui discutere la linea politica del gruppo della Margherita». Rapporti intesi anche coi big nazionali del Pd. Il dettaglio emerge a proposito del tentativo di inserire un emendamento per finanziamenti pubblici voluto dal gruppo nel decreto fiscale, in Finanziaria e infine nel «Milleproroghe», perché Vito Degennaro chiede a un amico comune «di ricordare a Boccia di seguire l’approvazione del decreto». La Gdf racconta come era «determinante l’azione di Vito Degennaro, che vantava illustri conoscenze di esponenti del governo quali Mario Lettieri (ex sottosegretario con Prodi, ndr) e Francesco Boccia, consigliere economico del ministro Enrico Letta». Saltano fuori anche altri nomi in una conversazione di Daniele Degennaro (arrestato) che dice a un altro consigliere: «Chiama... chiama Vito (Degennaro, ndr), che se la stava vedendo Vito con Gero Grasso (senatore Pd, ndr), la Servodio (deputata Pd, ndr)... mi segui? (...) E qualche altro parlamentare dei Ds». A far saltare il banco è l’allora ministro Di Pietro «e i suoi collaboratori dell’ufficio legislativo» che, «accortisi di quanto si stava tramando, provvedevano a far modificare il testo dell’articolo». E ai referenti politici dei Degennaro non resta che definire il cambio di rotta «una truffa, una porcata». Ma Daniele Degennaro si lamenta con i politici amici: «Voi non contate un cazzo (...). Siamo nelle mani di questo Di Pietro, siete pazzi... un cretino del Molise... mo’ parlo in termini politici non come uomo, è stato capace di prendere 230 milioni di euro da tutto il meridione d’Italia e spostarli in Molise». Ma i «nazionali» non sono finiti. Si citano Giovanni Carbonella e Salvatore Tomaselli «deputati che avevano firmato a loro favore». Il 13 dicembre 2007, «in una conversazione tra Daniele Degennaro e il fratello Vito si discuteva degli ostacoli del deputato Michele Ventura, relatore della Finanziaria nonché “uomo” dell’On. Nicola Latorre», e in seguito emerge «la conoscenza di un altro importante referente politico che aveva incontrato Daniele Degennaro: l’on. Paolo De Castro». Ex ministro dell’Agricoltura, poi volato al parlamento europeo, liberando lo scranno in Senato che avrebbe occupato Tedesco. 

Casta del malaffare, così spartivano i posti: "Le mani sulla sanità di Vendola e Tedesco". C’è un interrogatorio dirompente per l’immagine di Nichi Vendola e della sua giunta. Il verbale senza omissis della ex manager Asl fa tremare il governatore della Regione Puglia: "Primari imposti col manuale Cencelli. Se non obbedivo mi avrebbero fatto fuori". Talpe in procura: il Pd sapeva in anticipo delle indagini. Gli atti trasmessi alla procura di Lecce. Il resoconto di Gian Marco Chiocci su "Il Giornale". C’è un interrogatorio dirompente per l’immagine di Nichi Vendola e della sua giunta. Un verbale che i magistrati di Bari hanno in gran parte riempito di omissis, e che è finito a Lecce perché si parla anche di alcune toghe interessate a vario titolo alle inchieste collegate a Gianpi Tarantini. A rivelare la mala gestione della cosa pubblica pugliese è Lea Cosentino, un tempo fedelissima del leader di Sel, già potente manager della Asl di Bari coinvolta nelle inchieste sulla sanità che hanno travolto la giunta regionale, a cominciare dall’allora assessore alla sanità, poi senatore del Pd, Alberto Tedesco. La Cosentino che sembra aver pagato molto più di altri per le magagne “politiche” della sanità regionale, viene ascoltata l’8 aprile 2011 dai pm Digeronimo, Bretone e Quercia. Dopo essersi soffermata sulle pressioni ricevute da Tedesco per la nomina del professore Antonio Acquaviva a primario di oculistica, la manager vuota il sacco sull’applicazione, da parte di Vendola & Co, dei favori ai compagni in camice bianco. Prima veniva il partito, poi la professionalità. «Il manuale Cencelli si applicava fin dal 2005 in questo modo: quando una Asl andava in quota Ds con il direttore generale, poi il direttore amministrativo e il direttore sanitario dovevano essere di area o della Margherita o socialista o di Rifondazione, e viceversa. Vendola e Tedesco ci chiamavano e ci dicevano chi nominare: noi direttori generali non conoscevamo le persone che nominavano né la loro professionalità (…). Dal 2007 è diventato più stringente il sistema di accontentare i partiti della maggioranza poiché con la ristrutturazione delle Asl i posti erano stati diminuiti: quindi furono costituiti dei posti di sub-commissario per accontentare le varie correnti: su ogni Asl che era stata accorpata nominarono un sub-commissario in modo da aumentare i posti». E via con gli esempi: «Il sub commissario di Altamura, Capozzolo, era in quota al professor Fiore (successore di Tedesco alla Sanità), il sub-commissario Rocco Canosa era in quota Rifondazione, il dottor Pansini ex Ba5 in quota Tedesco e ai Ds, Rosato in quota Introna (ex presidente consiglio regionale, assessore ai lavori pubblici, Sel) (…). Questo avveniva anche nelle altre Asl». Quanto ai politici che avrebbero influenzato le scelte sulle nomine del management arrivando a determinare l’espulsione di questo o quel Dg non allineato, la manager non si sottrae: «Su Bari Tedesco, Minervini (all’epoca assessore al personale, poi ai Trasporti, Pd) e Loizzo (all’epoca ai Trasporti, Pd), per Lecce Frisullo (ex Ds, già vicepresidente del Consiglio regionale, arrestato nell’inchiesta Tarantini), per Taranto Pelillo (Pd), per Brindisi Saponaro, per Foggia l’assessore Gentile (Pd). Anche l’onorevole Grassi, parlamentare della Margherita (Gero Grassi, deputato Pd) interloquiva per le nomine». Ed è anche a conoscenza degli imprenditori a cui erano legati?, chiede il pm. «Alberto Intini (dalemiano, il suo nome spunta in varie inchieste anche legate a Tarantini) è collegato a Loizzo, Partipilio e Columella a Tedesco, per le forniture sanitarie la Dragher a Tedesco così come le società di proprietà dei figli; Grassi a Pierino Inglese (…)». La Cosentino va oltre: «Ebbi timore a espletare gare di appalto, infatti ne ho fatte pochissime, avendo percepito proprio che scontentare un imprenditore sponsorizzato dal politico di turno avrebbe determinato un disequilibrio negli assetti di giunta e dei politici sul territorio nonché avrebbe prodotto ritorsioni nei miei confronti. Per questi motivi preferivo prorogare i contratti (…). Sulle nomine era assolutamente implicito che se non avessi obbedito sarei stata fatta fuori».

Ma dove il verbale diventa esplosivo è al capitolo delle «fughe di notizie» in procura. «Il 26 giugno 2009 vengo perquisita alle sei del mattino dalla Gdf, al termine chiamai l’assessore Fiore per informarlo, ma rimasi turbata perché mi disse che era stato informato di tutto e mi chiese di raggiungerlo in assessorato». Chi lo aveva informato? E come faceva ad esser stato edotto «di tutto»? Vediamo. «In assessorato dove mi disse di esser stato informato alle 7.30 dalla Gdf e che poi era andato in procura e aveva avuto contezza della vicenda. Poi ho scoperto successivamente, leggendo le carte, che Fiore era stato sentito quella stessa mattina tra le 9 e le 10 ed era stato edotto dell’intercettazione ambientale dell’incontro all’hotel De Russie» fra lei, Tarantini e Intini, l’imprenditore vicino a D’Alema. Una scelta anomala, sia perché l’assessore non c’entra con quel summit e poi perché Fiore viene incredibilmente messo a conoscenza di atti secretati dal pm Scelsi. Ma c’è di più. Il 30 giugno Vendola dice alla Cosentino d’aver letto le intercettazioni (secretate?) e dunque, le fa capire che sarebbero utili le sue dimissioni. Nemmeno un mese dopo il pm Scelsi nel chiedere l’archiviazione del procedimento rivelato a Fiore finisce per mettere a disposizione della Regione, che nel frattempo si è costituita parte offesa, la visione di tutti gli atti d’indagine che riguardano la Regione stessa. Un bel boomerang, visto che poi l’indagine riprende quota. A proposito di toghe baresi, la Cosentino fa presente che «le sue paure venivano valorizzate dalla particolare durezza della misura cautelare a me applicata da parte del gip Giulia Romanazzi (…) da me conosciuta in occasione di due cene con il Tarantini, ospite alla mia festa di compleanno a cui avevano partecipato anche l’assessore Tedesco e Tarantini». E chi vuole capire, capisca.

E di sicuro “La Gazzetta del Mezzogiorno" ci si spiega bene. Un verbale «omissato» a Bari nell’inchiesta Tedesco e trasmesso in forma integrale a Lecce. Dove il pm Antonio De Donno indaga, e non è la prima volta, su magistrati del capoluogo. Stavolta per approfondire le dichiarazioni di Lea Cosentino, ex manager della più importante Asl pugliese che espone una serie di sospetti: nella più dirompente inchiesta giudiziaria degli ultimi anni ci sarebbero stati favoritismi e contiguità tra magistrati e indagati. L’8 aprile 2011, ascoltata dai pm Desiree Digeronimo, Francesco Bretone e Marcello Quercia nell’ambito dell’inchiesta Tedesco (dove è accusata di aver truccato la nomina del primario di oculistica all’ospedale di Terlizzi), la Cosentino ha allargato il tiro parlando per quasi 5 ore. Le sue parole sono state condensate in 7 pagine di verbale, mandato alla procura generale e di qui trasmesso a Lecce (competente per i reati commessi da magistrati in servizio nel distretto di Bari). La Cosentino, così come la «Gazzetta» ha raccontato il 27 settembre 2011, ritiene che la procura di Bari possa aver informato la Regione delle indagini sul suo conto. «Il 26 giugno 2009 alle 7 del mattino - mette a verbale Lady Asl - ho subito presso la mia abitazione una perquisizione da parte della Finanza. Chiamai al termine della perquisizione verso le 9 prima Calasso (il direttore sanitario della Asl Bari) e poi l’assessore Fiore per informarlo della perquisizione; rimasi turbata dal fatto che l’assessore mi disse di essere già stato informato di tutto e mi chiedeva di raggiungerlo in assessorato. Cosa che io feci subito e lui mi disse che era stato sin dalle 7.30 informato dalla Finanza della perquisizione e che poi era andato in Procura dove aveva avuto contezza dell’intera vicenda». Quella perquisizione è collegata alla ormai celebre riunione all’hotel De Russie di Roma, dove Giampaolo Tarantini, presente la Cosentino (che dice di aver fatto «da agente provocatore»), propose agli imprenditori Enrico Intini e Cosimo Catalano e all’ex dirigente di Finmeccanica, Rino Metrangolo, di dividere tra loro in tre parti uguali un appalto da 55 milioni per le pulizie in realtà mai fatto. Il fascicolo era condotto dall’ex pm Giuseppe Scelsi, poi alla procura generale, lo stesso pm che con la sua denuncia ha fatto aprire l’indagine del Csm sul procuratore Antonio Laudati. «Ho scoperto successivamente dalla lettura delle carte del fascicolo archiviato del De Russie - mette a verbale la Cosentino - che Fiore era stato sentito quella stessa mattina (della perquisizione) tra le 9 e le 10 e che era stato edotto dell’intercettazione ambientale del De Russie». Fiore era stato convocato come testimone, e Scelsi gli aveva fatto leggere la trascrizione della riunione nell’hotel romano. La Cosentino dice che a seguito della perquisizione del settembre 2009 lei fu sospesa, «cosa che non è avvenuta per nessuno degli altri indagati pur attinti da richieste di misure cautelari». Ma va anche oltre. «Le mie paure venivano ulteriormente valorizzate dalla particolare durezza della misura cautelare a me applicata con riferimento alla vicenda Nettis (primario di allergologia nominato ad Altamura, vicenda per cui Cosentino è imputata) da parte della dottoressa Giulia Romanazzi da me conosciuta in occasione di due cene con Tarantini nel 2008 e ospite alla mia festa di compleanno a cui avevano partecipato anche l’assessore Tedesco e Gianpaolo Tarantini». Il giudice Romanazzi è in servizio a Bari presso l’ufficio gip. La Cosentino ripete che le nomine nelle Asl pugliesi erano lottizzate. «Il manuale Cencelli si applicava nel 2005 in questo modo: quando una Asl andava in quota Ds con il direttore generale, poi il direttore amministrativo e il direttore sanitario dovevano essere di area o della Margherita o socialista o di Rifondazione e viceversa. Vendola e Tedesco ci chiamavano e ci dicevano chi nominare, noi direttori generali non conoscevamo le persone che nominavamo né la loro professionalità se non dai curricula. Dal 2007 è diventato più stringente il sistema di accontentare i partiti della maggioranza poiché con la ristrutturazione delle Asl i posti erano stati diminuiti, quindi furono istituiti i posti di sub-commissario per accontentare le varie correnti». La Cosentino dice di non aver mai avuto pressioni per truccare gli appalti: «Io personalmente diktat espliciti non ne ho mai subiti (...) lo stile era quello di richiedere le cose con apparente gentilezza».

Lady Asl si toglie un altro sassolino: «Nell’ex giunta Vendola (quella in carica fino al 2009) gli assessori che contavano di più e che influenzavano anche le scelte sulle nomine del management e potevano determinare l’espulsione dei direttori generali erano per Bari Tedesco, Minervini e Loizzo, per Lecce Frisullo, per Taranto Pelillo, per Brindisi Saponaro, per Foggia l’assessore Gentile. Anche l’on. Grassi, parlamentare della Margherita, interloquiva per le nomine».

La cronaca giudiziaria, con “Il Corriere del Mezzogiorno”, intanto ci dice che La Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per Sandro Frisullo (Pd), l'ex vicepresidente della giunta regionale pugliese, e per le altre quattro persone coinvolte in una delle inchieste sull'illecita gestione della sanità pubblica pugliese: gli imprenditori baresi Gianpaolo e Claudio Tarantini, Vincenzo Valente, direttore amministrativo della Asl di Lecce, e Antonio Montinaro, primario di Neurochirurgia del Vito Fazzi di Lecce. Gli imputati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere, corruzione, abuso d'ufficio, turbativa d'asta e millantato credito. Nell'ambito di questa indagine Frisullo fu condotto in carcere il 18 marzo 2010 e l'8 aprile successivo, su disposizione del tribunale del Riesame, ottenne gli arresti domiciliari, protrattisi fino al 17 luglio 2010, data dalla quale è libero. Secondo le indagini dei pm inquirenti, Ciro Angelillis ed Eugenia Pontassuglia, basate soprattutto sulle intercettazioni e sulle dichiarazioni rese durante alcuni interrogatori da Gianpaolo Tarantini, Frisullo avrebbe ricevuto dall'imprenditore barese escort e denaro in cambio di vantaggi per le società della famiglia Tarantini nell'aggiudicazione di appalti presso la Asl di Lecce. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2007-2009. La Procura attribuisce il ruolo di promotori e organizzatori dell'intera struttura proprio a Gianpaolo Tarantini e Sandro Frisullo. Tarantini - secondo l'accusa - avrebbe versato a Frisullo: 12.000 euro al mese per undici mesi (da gennaio a novembre 2008), 50.000 euro in una circostanza, ha acquistato per il politico costosi capi d'abbigliamento, buoni benzina, gli ha fatto regali di vario genere e pagato le prestazioni sessuali delle prostitute Maria Teresa De Nicolò, Vanessa Di Meglio, Sonia Carpentone, oltre a fornirgli un'autovettura e un autista e il servizio di pulizia settimanale di un appartamento che Frisullo utilizzava.

Alla fine si ritorna sempre lì, alle protesi ortopediche. Per GIOVANNI LONGO e MASSIMILIANO SCAGLIARINI che danno un resoconto su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Quelle che hanno fatto la fortuna e la disgrazia di Gianpaolo Tarantini sono, secondo la procura di Bari, anche dietro le mosse dell’ex assessore Alberto Tedesco. I medici che acquistano protesi dalla ditta del figlio di Tedesco - dicono i pm, conferma il gip - ottengono raccomandazioni per la nomina a primario. E i manager che si oppongono ai desiderata di Tedesco vengono defenestrati. Illuminante, a questo proposito, sarebbe la vicenda della nomina del primario di ortopedia del «Santissima Annunziata di Taranto», dove Tedesco avrebbe fatto pressioni a favore del dottor Vincenzo Caiaffa. L’allora direttore generale Marco Urago ha invece scelto un altro medico, il dottor Nicola Annichiarico: e per questo - ipotizza il gip - sarebbe poi stato destituito dall’incarico, alla prima occasione utile. 

È lo stesso Urago a raccontare la circostanza in un interrogatorio con il pm Digeronimo. 

URAGO: «Una grande battaglia è stata sulla scelta dei primari». 

DIGERONIMO: «Oh! Vediamo queste scelte dei primari».

U: «La scelta dei primari gli è andata malissimo all’assessore Tedesco». 

D: «E chi voleva lui come primari?». 

U: «Quando sono arrivato, la logica, devo dire la verità, era che normalmente alla Asl di Taranto arrivassero quasi sempre i trombati della Asl di Bari». 

D: «Ah! Come mai?». 

U: «Eh. Non riuscendo a sistemarli nella Asl di Bari, bisognava rifilarli da qualche parte. Io ho cominciato con il primario di oculistica. Che ho nominato io, che veniva da fuori, un tarantino che però era in Università, sta a Modena. Poi il primario di ortopedia, ho scelto il primario di ortopedia che veniva dall’ospedale di Chiavenna. Diciamo che non ho mai obbedito ai desiderata dell’assessore».

D: «E sì, ma chi erano i suoi prediletti? Chi doveva nominare? In questi due concorsi dove lei ha nominato altre persone...» (...). 

U: «Dunque quello più eclatante è il primario di ortopedia. È eclatante perché io ho nominato ... Non me lo ricordo, è uno di Grottaglie che stava a Chiavenna... (...) Che dopo che me ne sono andato io se n’è andato (...). Ortopedia è stata una battaglia ferocissima, perché c’erano moltissimi candidati che arrivavano e che dovevano essere sponsorizzati». 

D: «Chi voleva lui, Tedesco?». 

U: «L’attuale primario». 

D: «Cioè, poi è stato nominato?».

U: «È stato nominato adesso primario a Taranto ». 

D: «Quando, se lo ricorda?». 

U: «Un anno e mezzo dopo di me, un anno dopo che il primario di Grottaglie se n’è andato». 

Nel corso delle indagini, i carabinieri accertano che il 27 ottobre 2008 il nuovo direttore generale della Asl di Taranto, Angelo Colasanto, nominerà primario proprio il dottor Caiaffa. Ma perché Caiaffa? La risposta, secondo l’accusa, ha a che fare con gli affari di famiglia. Il 21 aprile 2009 i carabinieri hanno infatti effettuato una perquisizione nella ditta di Carlo Tedesco (figlio di Alberto), e nel computer trovano la lista dei clienti della Eurohospital. Ai primi posti di quella lista ci sono il professor Mori, il dottor Gismondi (primario e aiuto di ortopedia al San Paolo di Bari) e il dottor Caiaffa, che «risultano tra i maggiori utilizzatori» delle protesi Biomet vendute da Carlo Tedesco. Ora, Mori e Gismondi erano due dei componenti della commissione di valutazione (nominata da Urago) che ha selezionato la terna per il primariato al «Ss. Annunziata »: Caiaffa è tra gli idonei, ma poi Urago sceglie Annichiarico. La nomina di Annichiarico viene ufficializzata il 4 maggio 2007.

Urago sarà destituito dalla guida della Asl di Taranto sette giorni dopo, l’11 maggio 2007, con una delibera della giunta regionale che gli addebita la responsabilità per gli 8 morti all’ospedale di Castellaneta facendosi forte del rapporto di una commissione d’inchiesta guidata dal futuro assessore Tommaso Fiore. Ebbene, il gip De Benedictis osserva che Urago non è tra gli imputati nel procedimento penale per i morti di Castellaneta: «Il fatto accaduto - scrive il gip - era grave, ma va considerato che il dottor Urago è stato allontanato dalla Commissione d’inchiesta regionale praticamente per una responsabilità meramente oggettiva». Tedesco, come ovvio, respinge in toto questa ricostruzione: «Urago - dice - ha dichiarato cose non vere». Ma è disarmante ciò che l’ex manager racconta al pm Digeronimo a proposito della sua visione della sanità, e del perché si fosse opposto alle pressioni di Tedesco: «Io volevo scegliere in autonomia perché, una volta riferii all’assessore questa evenienza: una volta mi ero trovato all’ospedale di Massafra e c’era una ragazza che era ricoverata in ospedale in seguito ad un incidente automobilistico, ed avevo trovato un politico del posto che stava lì che era il padre della ragazza. Dissi: “Va bene, non c’è problema, c’è dentro il primario”. Dice: “No, no, che quello l’ho nominato io, lo so come l’ho nominato, per questo sono preoccupato”. Questa è la logica, voglio dire». 

“Toghe... patate e cozze”. Emiliano, Carofiglio, Maritati e le storie di malagiustizia pugliese.

“Toghe…patate e cozze” di Tommaso Francavilla e Franco Metta, edito da Nuova Stampa. Un lavoro che parte dalla mini-tengentopoli pugliese fino all’operazione “Arcobaleno” passando per l’operazione “Speranza”.

"Toghe...patate e cozze" è il titolo del libro scritto dal giornalista castellanese Tommaso Francavilla, edito da nuova stampa Bari. Un lavoro certosino che parte dalla mini-tangentopoli pugliese all'operazione arcobaleno passando per l'operazione speranza. 141 pagine dove Francavilla, insieme all'opinionista di Puglia D'oggi Franco Metta, raccontano come dall'aula di un tribunale si approdi a quella di Montecitorio, chiamando in causa esempi come quelli di Carofiglio, Maritati, Emiliano. Ovvero: come avviare indagini eclatanti e guadagnarsi un posto in Parlamento, naturalmente tra i banchi della sinistra.

Da “Il Giornale” del 19 giugno 2009 a firma di Gian Marco Chiocci un dettagliato resoconto. "Per inquadrare la sibilla D’Alema può esser utile soffermarsi sui rapporti tra l’ex leader ds e la magistratura pugliese, barese in primo luogo. Per farlo occorre lavorare pazientemente d’archivio, compulsare avvocati, carabinieri e pm locali non schierati, leggere con attenzione atti processuali e (suoi) proscioglimenti contestati, sfogliare un recentissimo libro dal titolo curioso (Toghe, patate e cozze, scritto da Tommaso Francavilla e Franco Metta) ma dai contenuti devastanti per l’immagine del preveggente ex leader ds. Che si è preoccupato di far eleggere in Parlamento alcuni corregionali pm, mentre altri se li è portati al governo, e uno l’ha messo addirittura a fare il sindaco nonostante fosse il titolare dell’inchiesta sugli sperperi miliardari della missione Arcobaleno dove figurava pure il suo nome.

La storia è lunga. E ha natali lontani. Parte ovviamente dall’ondata giustizialista nazionale cavalcata dal Pci e portata avanti dai magistrati d’area, nei primi anni Novanta, tra avvisi di garanzia e carcerazioni preventive. Tra il 1990 e il 1995 cambiano cinque presidenti regionali, altrettanti sindaci baresi, non c’è giorno senza che più consiglieri comunali e funzionari di partito finiscano indagati o arrestati. Solo una parte (indovinate quale) è casualmente risparmiata dalle inchieste. Un’intera classe politica viene tolta di mezzo, e a nulla varrà la tardiva consolazione delle assoluzioni di massa degli indagati eccellenti e dei flop nelle aule di giustizia. Per l’ascesa in politica dei protagonisti pugliesi con la toga, gli esempi si sprecano. Il più eclatante riguarda la cosiddetta «Operazione Speranza», con riferimento al re delle cliniche private Francesco Cavallari e alle presunte tangenti elargite a destra come a sinistra. Tantissimi politici si ritirarono dalla politica attiva e bastò l’annuncio intimidatorio, poi rivelatosi inesatto, di una «seconda ondata», per bloccarne altri o per dirottarli all’improvviso altrove, come Pino Pisicchio pronto a candidare il fratello in Forza Italia, dopodiché riparò sotto Lamberto Dini (poi con Di Pietro). Si salvarono solo i comunisti, si salvò soprattutto D’Alema accusato d’aver intascato qualche soldarello pure lui quand’era ancora segretario del Pci pugliese e consigliere regionale. Il reato venne «derubricato» in «illecito finanziamento» datandolo prima dell’amnistia del 1989. Reato prescritto, pratica archiviata. Non tutti sanno che D’Alema, su quel finanziamento generosamente elargito dal boss della sanità, qualcosina aveva ammesso a verbale dopo che Cavallari al pm l’aveva tirato in ballo quale suo referente in Regione. Poi il re delle cliniche aggiunse: «Sa, signor magistrato. Non nascondo che in una circostanza particolare ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D’Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci». Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema. Il quale è stato generoso anche con un altro suo inquisitore: Michele Emiliano, sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, già titolare del procedimento sugli sperperi della missione Arcobaleno per aiutare i profughi kossovari che sfiorò proprio D’Alema e pezzi del suo governo, come il sottosegretario Barberi (rinviato a giudizio) e l’imputato sottosegretario diessino Giovanni Lolli, per il quale il gip, su sollecitazione del pm Di Napoli, ha dichiarato il non luogo a procedere insieme a un altro ex ds, Quarto Trabacchi. L’inchiesta che per bocca del pm Emiliano inizialmente prometteva sfracelli e di cui poi chiese a sorpresa l’archiviazione (contestata dal procuratore Di Bitonto), col tempo s’è lentamente arenata fino alla contestuale candidatura del pm Emiliano – benedetta da D’Alema - a sindaco di Bari. Prima di entrare in politica, Emiliano ha iniziato a lanciare invettive politiche contro il sindaco precedente sulla scarsa lotta alla criminalità da parte dell’amministrazione cittadina eppoi s’è scoperto garantista di se stesso quando il suo nome comparve in una intercettazione telefonica con cui una famiglia mafiosa gli faceva la campagna elettorale, in vista di una vittoria che per la prima volta spostò a sinistra i quartieri più «a rischio» di Bari: oggi, insieme a Maritati, fa a gara a straparlare di pericolo di voto di scambio con la criminalità.

Ma non c’è solo Bari nell’orbita di interesse della magistratura militante considerata vicina a D’Alema. C’è l’intera Puglia. C’è Taranto, dove la procura ha messo ripetutamente sott’inchiesta le ultime tre amministrazioni di centrodestra i cui rappresentanti sono stati «condannati a trascorrere decenni nelle aule di giustizia a discolparsi all’infinito da ogni genere di incriminazioni» – scrivono Metta e Francavilla –, senza riuscirci nel caso del povero Mimmo De Cosmo, ma solo perché morto anzitempo, stroncato dalle persecuzioni. In procura a Taranto, nel 2007, a ridosso delle amministrative, calò l’allora sottosegretario Maritati, insieme a esponenti locali dei Ds. Voleva perorare un’accelerazione delle inchieste a carico degli ex amministratori di centrodestra. L’unico a ribellarsi fu il procuratore capo che parlò di un assedio stalinista al suo ufficio, «volto a fargli aprire comunque inchieste anche in assenza di adeguati fondamenti». E c’è Brindisi, dove il potere dalemiano imperniato sul triangolo Bargone–La Torre-Di Pietrangelo «avrebbe fortissimi riferimenti nel palazzo di giustizia - si legge sempre nel libro-shock – e aveva scientificamente massacrato la vecchia guardia democristiana e socialista, con la quale pure aveva condiviso molte vicende, quali la gestione – tramite il vicepresidente dell’Enel Valerio Bitetto, che chiamò in causa D’Alema – dei succulentissimi appalti della centrale nucleare a costruirsi negli anni ’80...». L’inchiesta era quella sulle operazioni fatte intorno a un famoso rigassificatore inglese, inchiesta che si soffermò su alcune società off-shore in paradisi fiscali riconducibili a Bargone coinvolte nelle indagini che avevano inguaiato l’ex sindaco Antonino.

Intanto nella metà del 1995 inizia a far parlare di sé, anche per inchieste «politiche», un altro magistrato predestinato a sedere a Palazzo Madama col Partito democratico: Gianrico Carofiglio. Sul pm-giallista si è abbattuta l’ira del ministro pugliese Raffaele Fitto a causa della moglie del neoparlamentare che è nel pool sui reati contro la pubblica amministrazione, competente quindi a indagare «sul Comune di Bari guidato da un collega e amico del marito». Prima ancora la sinistra aveva puntato sul pm barese Nicola Magrone, oggi procuratore a Larino, autore di uno spettacolare arresto, «a ridosso delle elezioni politiche del 1994, con due imputazioni rivelatesi assolutamente fasulle, del Cda dell’Irccs “De Bellis” il cui presidente era stato designato quale possibile candidato del Polo. Fu il suo ultimo atto prima di mettersi in aspettativa in vista dell’elezione alla Camera». L’inchiesta poi abortì. Come sono abortiti tantissimi altri procedimenti nati nei confronti di esponenti del centrodestra a ridosso delle elezioni.  

AMMINISTRATOPOLI REGIONALE

NELL'INTERESSE DEI CITTADINI PUGLIESI ?

Dai dati del libro “La Casta” di Rizzo e Stella e dai dati del sito della Conferenza delle Regioni si nota come la retribuzione netta dei Governatori delle Regioni italiane sia un diritto liberticida: ognuno prende quello che vuole!

Scandaloso se si raffronta con i redditi lordi dei Governatori degli Stati Uniti.

Si noti bene: per gli italiano sono netti, per gli americani sono lordi. Inoltre i primi sono governatori di Regioni, i secondi sono governatori di Stati.

PUGLIA

228.631

 

CALIFORNIA

162.598

SARDEGNA

175.733

 

NEW YORK

130.656

SICILIA

171.954

 

MICHIGAN

129.197

CALABRIA

160.240

 

NEW JERSEY

127.737

VENETO

151.380

 

PENNSYLVANIA

119.997

LAZIO

150.576

 

ILLINOIS

113.576

CAMPANIA

148.656

 

WASHINGTON

110.215

LOMBARDIA

144.777

 

CONNECTICUT

109.489

MOLISE

144.457

 

OHIO

105.715

LIGURIA

139.342

 

VERMONT

105.078

PIEMONTE

135.251

 

WYOMING

76.642

VALLE D'AOSTA

126.740

 

UTAH

75.895

TRENTINO ALTO ADIGE

126.089

 

MONTANA

70.410

EMILIA ROMAGNA

120.073

 

ARIZONA

69.343

ABRUZZO

119.613

 

OREGON

68.321

BASILICATA

114.073

 

NORTH DAKOTA

67.505

MARCHE

101.734

 

COLORADO

65.693

FRIULI VENEZIA GIULIA

96.459

 

TENNESSEE

62.043

TOSCANA

89.980

 

ARKANSAS

59.013

UMBRIA

85.231

 

MAINE

51.094

 

APPARATO REGIONALE: IL PIU’ PAGATO IN ITALIA.

Gli stipendi per il Presidente, la Giunta, i Consiglieri, le Commissioni: un vero salasso per l’erario regionale.

Regione Puglia, quanto mi costi. Confrontando gli stipendi dei dirigenti politici delle Regioni, dal presidente ai consiglieri regionali, vari quotidiani, e da ultimo “Il Corriere della Sera”, hanno scoperto che in Puglia si pagano gli stipendi più alti. Se il presidente della Giunta Regionale percepisce 24.620 euro al mese, due volte rispetto al collega presidente della giunta regionale della Lombardia, chi siede nell'aula di via Capruzzi guadagna 16.115 euro, il doppio del compenso di un consigliere della Toscana, fermo, si fa per dire, a 8.082 euro. Lo stipendio di chi, invece, presiede l'assemblea è di 21.486 euro. Gli importi furono stabiliti con l'accordo di destra e sinistra. Intanto, i consiglieri pugliesi restano i più ricchi d'Italia.

In questo modo le poltrone regionali costano oltre 10 milioni di euro in più.

Tanto paga il contribuente: solo di stipendi, l’aggravio di costi è di oltre 2 milioni di euro all’anno per i cinque anni di legislatura. In tutto quasi 10,4 milioni. Conto stimato per difetto, visto che alcune spese non sono ancora quantificabili.

Le mosse iniziali del governatore di Rifondazione comunista, Niki Vendola, sono state.

Primo: aumentare gli assessori da 12 a 14 (massimo consentito dallo Statuto).

Secondo: sceglierne solo otto tra i consiglieri regionali.

Terzo: portare da sette a undici le commissioni consiliari (e la prima proposta era quattordici!).

Quarto: scegliere un capo di gabinetto fuori dalla Regione, che pure annovera centinaia di dirigenti con i requisiti per l’incarico.

Giunta regionale. Partiamo dagli assessori. Sei sono «esterni», ovvero non membri del Consiglio regionale. La differenza non è di poco conto: un consigliere che fa anche l’assessore riceve la normale indennità per la prima carica (che la Regione pagherebbe comunque) con una lieve maggiorazione per la seconda. Invece gli assessori «esterni» rappresentano stipendi extra. E non sono noccioline: le indennità si calcolano in rapporto a quelle dei parlamentari nazionali. Risultato: la Regione paga sei stipendi pieni in più, che costano 1.772.000 euro all’anno. Va aggiunto il costo delle strutture dei due nuovi assessorati: dalle auto blu al personale, dagli uffici alle missioni. Cifre non ancora quantificabili.

Commissioni consiliari. Fin qui il capitolo giunta. Poi c’è quello «commissioni consiliari». Erano sei da trentacinque anni, cioè da quando era nata la Regione. Il centrosinistra ha già deciso di farle diventare undici, quanti sono i gruppi della coalizione in Consiglio regionale. Alla Regione Puglia anche i muri sanno che l’aumento delle commissioni è l’escamotage per accontentare partiti e consiglieri smaniosi di poltrone. Tanto che sono già state distribuite le presidenze delle quattro commissioni che nasceranno a settembre: Mediterraneo ai Ds, Ambiente alla Margherita, Agricoltura allo Sdi, Servizi sociali all’Udeur. Ogni commissione ha un presidente, due vice e un consigliere segretario. Con undici organi anziché sette, non esisteranno più peones. Tutti i consiglieri avranno un incarico e un corrispondente aumento di stipendio: per il presidente di commissione ogni mese 2.238 euro in più, per i vice 895 euro, per i segretari 671. Solo di stipendi, le nuove commissioni costano 225.552 euro l’anno (107.424 ai presidenti, 85.920 ai vice, 32.208 ai segretari).

Capo di gabinetto. Vendola ha chiamato il coordinatore della sua campagna elettorale, Denny Gadaleta, e non un dirigente della Regione. Risultato: un altro stipendio da 80mila euro e spiccioli, esclusi premi di risultato e indennità di missione.

Consigli per una vecchiaia felice. Come si fa a lavorare (lavorare...) 15 anni e garantirsi una pensione di 10.071,8 euro lordi al mese (circa 7mila netti)? Rivolgersi per informazioni in via Capruzzi a Bari, sede del consiglio regionale della Puglia. Dove, alla faccia della crisi (per gli altri) è stata disposta l’erogazione dei vitalizi agli ex consiglieri, compreso l’ex vicepresidente Sandro Frisullo.

I vitalizi sono uno dei tanti regali previsti dalla legge 8 del 2003, meglio nota come legge De Cristofaro. Oltre a prevedere che ai consiglieri in attività spetti una indennità pari all’80% di quella dei parlamentari (da quest’anno sono 11.190,89 euro al mese) cui si aggiunge una diaria variabile ed esentasse, la legge ha pensato pure alla vecchiaia del consigliere. Che ha diritto, con almeno 5 anni di servizio ed a partire dai 60 anni d’età, a un vitalizio mensile pari al 40% dell’indennità. Più sono gli anni trascorsi in aula, più sale l’assegno (fino ad arrivare al 90% per chi ha fatto tre lustri o più) e più diminuisce l’età minima necessaria a ricevere il vitalizio (bastano 10 anni di presenza per ottenere il vitalizio a 55 anni). Gli anni, ovviamente, si calcolano all’italiana (bastano 6 mesi e un giorno), e per chi si fa riconoscere l’inabilità parziale o totale al lavoro non si calcolano affatto.

Naturalmente non c’è trucco e non c’è inganno. È tutto in regola, come la legge comanda. Per aver diritto al vitalizio, i consiglieri in attività lasciano ogni mese nelle casse dell’ente il 25% dell’indennità. Soldi ben spesi, dato che il vitalizio è come WinForLife, una rendita assolutamente cumulabile con qualunque altro reddito e con la pensione di anzianità o di vecchiaia.

Logico che nessuno se la faccia sfuggire. Finora, a fronte di 35 consiglieri non rieletti, l’hanno potuta chiedere in 19. Tra loro c’è pure l’ex vicepresidente Sandro Frisullo, che avendo trascorso in consiglio 15 anni di vita, ha diritto alla cifra massima (10.071 euro al mese). Frisullo, peraltro, è stato il primo in assoluto a sfruttare un’altra normetta inserita con lungimiranza nel 2003. A chi è stato destinatario di «misure cautelari tali da impedire l’effettivo esercizio del mandato», la legge garantisce il 50% dell’indennità, il 70% della diaria e il 100% del trattamento accessorio (in cui sono compresi i 900 euro di rimborso per il «rapporto con gli elettori»). Frisullo, arrestato il 18 marzo 2010 e tecnicamente in carica fino a maggio, per due mesi ha dunque ricevuto il sussidio regionale.

Tra gli ex consiglieri che portano a casa il vitalizio massimo ci sono anche Luciano Mineo, Roberto Ruocco, Nicola Tagliente e Giovanni Copertino. Pina Marmo, l’unica donna della passata legislatura, deve invece accontentarsi di appena 3.783 euro lordi al mese: con soli 5 anni di contribuzione, in virtù di un altro bizantinismo contenuto nella legge, può infatti ricevere un assegno leggermente ridotto anche se le mancano 3 anni ai fatidici 60 d’età.

Ora, è chiaro che non approfittare di questo beneficio sarebbe criminale. E infatti Antonio Scalera, che nella scorsa legislatura ha fatto solo 44 mesi, per poter accedere al vitalizio ha chiesto di versare i 38mila euro che mancano (2.377,18 euro per 16 mesi). Altri ancora, essendo troppo lontano il traguardo dei 5 anni, hanno chiesto indietro i contributi versati: si tratta di Zaccagnino (riceverà 36.599 euro), Caputo (20.674 euro) e degli ex assessori Magda Terrevoli e Gianfranco Viesti (20.854 euro a testa). Il tutto, naturalmente, senza contare la liquidazione che spetta agli ex consiglieri con almeno una legislatura alle spalle: un bell’assegnone da non meno di 129mila euro, tanto per rendere meno traumatico il ritorno tra i comuni mortali.

NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI PUGLIESI ?!?

Lo scandalo delle internalizzazioni. Assunzione senza concorso pubblico per stabilizzare i precari nella sanità, già afflitta dallo scandalo “Tedesco”, e nell'università. In questo modo migliaia di amici di sinistra vengono stabilizzati senza concorso pubblico, producendo illegalità, consenso politico con voto di scambio e parzialità di trattamento avverso gli avversari politici. Il 30 aprile 2010 su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare presso la Corte Costituzionale due leggi della Regione Puglia in materia di organizzazione del lavoro pubblico.

«In violazione del riparto di competenza tra norme statali e disciplina regionale, la legge regionale n. 4 del 2010 consente infatti la stabilizzazione di oltre 8000 precari tra dirigenti medici e personale ex LSU e proroga gli effetti delle procedure di stabilizzazione previste dalla precedente normativa regionale, ampliando così i destinatari delle stesse – spiega il ministero in una nota -. Inoltre, consente l’illegittimo inquadramento di personale proveniente da imprese o società cooperative all’interno di società, aziende o organismi della Regione Puglia in violazione della richiamata disciplina statale in materia di stabilizzazioni. Questa norma si pone altresì in contrasto sia con i principi costituzionali che riservano alla competenza esclusiva dello Stato la materia dell’ordinamento civile (contratti collettivi), sia con la giurisprudenza costituzionale che ha più volte ribadito come il pubblico concorso costituisca l'unica forma di reclutamento del personale idonea a garantire l'efficienza, il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione».

La seconda legge della Regione Puglia impugnata dal Governo, la n. 5 del 2010, autorizza invece il transito nei ruoli dell’Agenzia per il Diritto allo studio universitario (ADISU) del personale finora in servizio a tempo determinato, con conseguente inquadramento riservato, «in violazione della vigente disciplina statale e dei già citati principi costituzionali di cui agli articoli 3, 97 e 117, secondo comma, lett. l), della Costituzione», sottolinea il ministero.

NELL'INTERESSE DELLE ASSOCIAZIONI PUGLIESI ?

La "Associazione Contro Tutte le Mafie" - ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell'attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura - UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. Il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d'armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all'albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l'associazione presso l'albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all'associazione, autorizzato dall'apposita commissione parlamentare. L'editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d'inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", il sunto e l'elenco degli scandali  e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.

La associazione "Libera" è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se "Libera" fosse l'unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all'Albo regionale.

200 mila euro. In favore della Cooperativa “Terre di Puglia – Libera Terra” (100 mila euro) e dell’Associazione Libera di don Luigi Ciotti (100 mila euro).

La cooperativa denominata «Terre di Puglia – Libera Terra» è formata da giovani pugliesi e si occupa della gestione dei terreni agricoli e degli altri beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Attualmente, in partenariato con la Prefettura e la Provincia di Brindisi, con l’Associazione Libera ed Italia Lavoro Spa, gestisce un progetto che prevede l’impiego a fini agricoli dei terreni confiscati alle mafie nella provincia di Brindisi, nei comuni di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico.

L’Associazione Libera di don Luigi Ciotti in Puglia sosterrà il progetto MOMArt (Motore Meridiano delle Arti), che prevede la trasformazione di una ex discoteca di Adelfia (Ba), centrale di spaccio e illegalità, in un luogo generatore di sviluppo sociale e civile per i giovani pugliesi.

Per il raggiungimento di questo obiettivo la Giunta il 15 luglio 2008 ha approvato un protocollo d’intesa tra Regione Puglia, Tribunale di Bari, Commissario governativo per i beni confiscati e Associazione Libera.

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie denuncia una palese ingiustizia e discriminazione politica che viene perpetrata da parte della Giunta della Regione Puglia guidata da Nicola Vendola e dal suo assessore competente Loredana Capone.

«Sin dal 27 settembre 2008, avendone titolo anche in virtù di una verifica della Guardia di Finanza che ne attesta la reale attività, il sodalizio nazionale riconosciuto dal Ministero dell’Interno ha chiesto l’iscrizione all’Albo Regionale delle associazioni antiracket ed antiusura – dice il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie -. La risposta che è stata data è che l’Albo non è stato ancora costituito, nonostante in pompa magna si sia dato risalto della sua emanazione per legge. Intanto però la Giunta Vendola si prodiga a finanziare ed a promuovere “Libera” e le sue associate in ogni modo, pur non essendo iscritta all’albo non ancora costituito. Ciò che dico è confermato dalle varie determine di finanziamento delle varie convenzioni e così come appare su “Striscia La Notizia”del 18 novembre 2011. In occasione del servizio di Fabio e Mingo in tema di favoritismi e privilegi l’assessore alle risorse umane, Maria Campese, pur non essendo competente sulla materia della mafia, in bella vista presso i suoi uffici sfoggiava un muro tappezzato di manifesti di “Libera”, da cui si palesava la scritta “I beni confiscati sono Cosa Nostra”.

Spero che questa ipocrisia antimafia cessi e la Giunta Vendola sia meno partigiana, perché oltre a discriminarle, perché non sono comuniste, nuoce a quelle associazioni che si battono veramente contro le mafie. Spero che sia dato dovuto risalto alla denuncia, in quanto abbiamo bisogno del sostegno istituzionale per poter continuare a svolgere la nostra attività.»  

DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE 23 settembre 2009, n. 1747

"La Regione Puglia intende sviluppare azioni sui temi della legalità, della sicurezza partecipata e sul riutilizzo produttivo e sociale dei beni confiscati e realizzare adeguate iniziative di informazione, sensibilizzazione e animazione sul territorio pugliese; vi è una convergenza di interessi tra Libera e la Regione Puglia a porre in essere eventuali collaborazioni per il perseguimento dei fini sopra indicati. Si propone pertanto:

• di dichiarare la disponibilità della Regione Puglia ad avviare forma concrete di collaborazione tra Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e la Regione stessa al fine di condividere attività di ricerca, monitoraggio, informazione, sensibilizzazione e animazione territoriale sui temi della legalità, della sicurezza partecipata e del riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata:
• di approvare, a tal fine, uno schema di protocollo di intesa tra la Regione Puglia e Libera -Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, allegato al presente provvedimento."

In data 2-3-4 marzo 2010, il servizio di Stefania Petix, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia. In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro. Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.

Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento. In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.

Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.

In data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi). Con il protocollo l'Ente pubblico si assume l'onere del restante 10%.

“Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.

Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici. E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.

Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.

I giovani poi illusi di essere forza attiva pensano di poter contrastare il mal governo, la corruzione, la mafia. Sicuramente accorreranno per l'edizione del Forum internazionale “Otranto Legality Experience”, organizzato dal 29 agosto al 3 settembre, per il quale  l’assessore Fratoianni ha chiesto un finanziamento di 70.000 euro, che verrà concesso all’associazione Libera, che ha il monopolio delle attività antimafia, e ad Agnoletto. Sarà quello il luogo gioioso della moltiplicazione dei forum, delle discussioni guidate con la presenza dei soliti volti locali, nazionali e internazionali, sempre che siano di sinistra, e l’assoluta indifferenza della classe lavoratrice, dei numerosi disoccupati e del popolo pugliese.

NELL’INTERESSE DELLE TV LOCALI PUGLIESI ?

La Regione Puglia di Vendola è indifferente alle proposte o alle esigenze di Tele Web Italia, www.telewebitalia.eu, la web tv di promozione e tutela del territorio. Lo stesso trattamento è riservato a tutte le altre tv locali pugliesi, salvo che non siano televisioni di parte.

Mentre sulle televisioni private pugliesi incombe un’autentica decimazione a seguito del superamento dell’analogico; mentre piange miseria con il governo nazionale, Vendola non trova di meglio, su proposta dell’Assessore Fratoianni, ossia del regista delle sua campagne auto-promozionali, che regalare 480 mila euro alla RAI TRE per una trasmissione immancabilmente destinata alla sua auto-apologia, con la quale saremmo molto lieti se fosse anche ulteriormente valorizzata l’indubbia professionalità del suo ex-Addetto Stampa». È quanto protesta il vice presidente del consiglio regionale pugliese del Pdl, Nino Marmo. «Su questa decisione, in quanto palesemente discriminatoria ai danni delle televisioni pugliesi, abbandonate di fatto al loro destino da un Vendola sempre più proiettato verso dimensioni nazionali se non universali - conclude Marmo – ho inviato un esposto al Corecom».

«La delibera con cui, il 25 giugno 2010, la Giunta Vendola ha regalato alla Rai Tv 480 milioni di euro per realizzare dieci puntate della trasmissione “Okkupati” alla modica cifra di 40mila euro a puntata, ha dell’incredibile», ribadisce il consigliere regionale de La Puglia prima di tutto, Andrea Caroppo. «Per tutta la campagna elettorale e fino nel convegno organizzato dal Corecom Puglia - dice Caroppo - Vendola e la sinistra hanno accusato il Governo Berlusconi di aver tagliato le gambe all’emittenza privata, di aver negato loro i fondi necessari per la stessa sopravvivenza delle piccole emittenti. Intanto nelle stesse ore la Giunta Vendola pensava bene di regalare 480mila euro alla Rai. Bella coerenza».

«A RaiTre 480mila euro per qualche puntata di una trasmissione, alle emittenti locali pugliesi soltanto chiacchiere», aggiunge dal canto suo Salvatore Greco, anche lui consigliere regionale della Puglia prima di tutto: «Altre Regioni italiane hanno emanato bandi per finanziare gli investimenti delle emittenti radiotelevisive locali in innovazione e tecnologie, provvedimenti fondamentali per la sopravvivenza delle tv territoriali costrette a far fronte a centinaia di migliaia se non milioni di euro in vista dello “switch off” e del passaggio al digitale terrestre. Il governatore, Nichi Vendola, da mesi difende a parole il diritto alla sopravvivenza delle televisioni locali ma finora non ha mosso un dito, concretamente, in loro favore».

La replica «Nessun furto alle emittenti regionali», mentre le argomentazioni dei consiglieri regionali del Pdl Marmo, Greco e Caroppo sono “molto sterili e demagogiche”: così l’assessore regionale all’Attuazione del programma e alle Politiche giovanili, Nicola Fratoianni, risponde alle accuse.

NELL'INTERESSE DEGLI EMIGRANTI PUGLIESI ?

EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE, FONDI A PERDERE.

SOLO IL 10 % AGLI AVENTI DIRITTO

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, denuncia l’ennesima anomalia a danno dei più deboli. La Giunta Regionale ha dato avvio a fine febbraio, con la prima presa d’atto del disegno di legge presentato dall’Assessore Elena Gentile, al percorso per la formazione della nuova legge regionale per l’integrazione culturale e l’inclusione sociale degli immigrati in Puglia.

L’iniziativa può sembrare meritevole, se non ci si scontrasse con la realtà dei dati.

Si manifesta la volontà di includere socialmente gli immigrati extracomunitari in Puglia e poi si è incapaci, per dolo o per colpa, di accogliere i nostri emigranti pugliesi di rientro.

Dal Bollettino Ufficiale della Regione Puglia - n. 169 del 28-11-2007 si legge la Deliberazione della Giunta Regionale del 31 ottobre 2007, n. 1810.

La deliberazione riguarda il Piano 2007 degli “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” (Legge regionale n. 23/2000 – Regolamento regionale n. 8/2001 di attuazione della Legge regionale n. 23/2000). Dai criteri di ripartizione delle risorse si rileva il “BAZAR DEL TRUCCO”, le cui anomalie sono state oggetto di una denuncia penale da parte di alcuni emigranti pugliesi rientrati in patria.

I contributi economici una tantum per emigrati pugliesi che rientrano in Puglia, secondo i criteri e le modalità in vigore ai sensi della D.G.R. 1638/2005, riguardano contributi per acquisto prima casa, affitto e ristrutturazione immobili di proprietà e contributi per l'avvio e il potenziamento di attività produttive (artigianali, agricole, manifatturiere,ecc..). I contributi previsti sono pari a euro 170.000,00 a fronte di euro 1.419.265,00 previsti per tutto il piano di interventi.

Premettendo che molti uffici comunali non sono a conoscenza dei benefici a favore degli emigranti, in modo da rendere il contributo conosciuto e fruibile, è scandaloso che un piano di intervento per gli emigranti preveda proprio a loro favore solo il 10 % circa, da impiegare per il reinserimento abitativo e produttivo di corregionali pugliesi, mentre tutto il resto va ad una ripartizione che suscita qualche perplessità.

Non è diffamazione dire che “c’azzecca” il piano 2007 chiamato “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” con i cittadini pugliesi nel mondo. Agli emigranti che vogliono rientrare è destinata la infima somma di 170.000 euro a fronte di 1.420.000. Poteva essere chiamato benissimo “Piano 2007 per interventi di propaganda e promozione del sistema Puglia.”

La logica chiama il ragionamento:

1.250.000 euro per eventi culturali, gemellaggi, ed altro, cosa vuol significare se non eventi festaioli, a cui qualcuno partecipa, spesso viaggiando.

PIANO DI RIPARTIZIONE

 ATTIVITA' ISTITUZIONALI

 

PREMIO PUGLIA

25.000

 

 

INTERVENTI AD INIZIATIVA REGIONALE

 

COMUNICAZIONE ED INFORMAZIONE

125.000

EVENTI CULTURALI

70.000

STUDI E RICERCHE

55.000

BORSE DI STUDIO

280.000

DOCUMENTAZIONE

9.265

INTERVENTI URGENTI ALLE ASSOCIAZIONI DI PUGLIESI NEL MONDO

30.000

 

 

SOVVENZIONI A PROGETTI DI ASSOCIAZIONI O ENTI

 

EVENTI CULTURALI

315.000

GEMELLAGGI

260.000

 

 

INTERVENTI SU RICHIESTA DELLE ASSOCIAZIONI

 

DOTAZIONE STRUMENTALE E LOGISTICA

80.000

 

 

INTERVENTI SU RICHIESTA PER REINSERIMENTI PRODUTTIVI ED ABITATIVI

 

CONTRIBUTI PER EMIGRANTI PUGLIESI DI RIENTRO

170.000

 

 

TOTALE

1.419.265

 

NELL'INTERESSE DELLA CULTURA PUGLIESE ??

Il capogruppo di FI in Consiglio regionale, Rocco Palese, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Il Sindacato lavoratori della Comunicazione (Slc) aderente alla Cgil concorda come noi sull'illegittimità ed inutilità del progetto “Puglia Night Parade” 2008, puntando il dito accusatore sui benefici e sui ritorni dell'iniziativa tanto decantati dall'accoppiata Ostillio-Vendola, mente e braccio del più colossale spreco di denaro pubblico che la storia regionale ricordi e rileva che dei 6 milioni di euro della spesa prevista, solo il 5% (300.000 euro) andrà agli artisti pugliesi, mentre la parte da leone la faranno artisti di fama nazionale ed internazionale, il cui “peso" nel cast individuato è pari all'88%.

"Per giorni ho resistito alla tentazione di chiamare giornali e tv per dire ciò che penso sulla questione Notti Bianche regionali; ma essendo venuto a conoscenza di troppi particolari, non posso che gridare Vergogna! - Questo dice Mauro Arnesano, della “Notte Bianca” di Lecce... quella vera! - Per due anni consecutivi ho organizzato a Lecce l’evento “Notte Bianca”, che ha coinvolto ogni volta circa 300.000 persone, consentendo  a chiunque ha voluto aderire la possibilità di esserci, di farsi conoscere,  di divertirsi. Il tutto è stato sempre organizzato CON IL SOLO CONTRIBUTO DI PRIVATI, SENZA RICEVERE UN SOLO EURO NE’ DALLA REGIONE PUGLIA, NE’ DAL COMUNE DI LECCE, NE’ DALLA PROVINCIA DI LECCE. Le richieste di contributo non hanno avuto neanche l'onore di una risposta, sarebbe costata al massimo 60 centesimi di francobollo".

Oggi la Regione Puglia spende circa 6 MILIONI di Euro, di danari di tutti, per organizzare un evento “Le Notti Bianche Regionali”, il corrispondente dell’intera somma prevista per la cultura regionale nel quinquennio 2007-2013.

Io, nell’organizzare la Notte Bianca a Lecce, ho scelto una strategia completamente diversa: ho preferito 57 eventi gratuiti dislocati in tutta la città, coinvolgendo anche le periferie fino alle più tarde ore possibili (mission dell'evento, far vivere i luoghi della città di notte); ho scelto di promuovere gli  artisti locali (che rappresentavano il 90% dell’offerta culturale), anziché pagare solo quelli di fuori; ho coinvolto nell’apertura gli esercizi commerciali, ma anche  musei,  luoghi di interesse architettonico e culturale, Università,  Fondazioni, Enti, Associazioni di volontariato, culturali etc etc. Ho scelto un periodo morto, quando “non gira una lira”, ed ho saputo offrire il tutto esaurito ad alberghi, Ristoranti, Bar, Pub,  bed and breakfast ed anche alle Ferrovie dello Stato sulla tratta Roma-Lecce. Dopo tutto questo bel lavoro (che è stato possibile solo grazie alla collaborazione dei volontari, che non hanno preso un Euro ed hanno lavorato notte e giorno, con me per primo), qualcosa però abbiamo ricevuto dalla Regione, il patrocinio GRATUITO del Presidente della Regione Vendola  e dell'assessore Godelli: come si direbbe volgarmente in gergo, “se è gratis, ungimi tutto”….

NELL'INTERESSE DELLA SANITA' PUGLIESE ??

Tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, la sanità pugliese gestita da un comitato d’affari sotto la regìa della sinistra.

Il quadro delle inchieste di Bari è ormai chiaro: ne ha preso atto anche il governatore Nichi Vendola, che ha chiesto e ottenuto le dimissioni della giunta regionale. Aveva già fatto saltare un assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, caduto in piedi con la garanzia di entrare al Senato. Poi ha avuto la testa del direttore generale dell’Asl di Bari, Lea Cosentino, manager legata al Pd e amica di Giampiero Tarantini. Infine è toccato agli assessori, tutti. L’unico a resistere sul ponte di comando è lui, Vendola, che appena sente odore di guai giudiziari caccia gli altri per mostrare chi ha in pugno la «questione morale». Ma neppure il governatore potrà chiamarsi del tutto fuori, dal momento che è stato convocato lunedì 6 luglio 2009 in procura come persona informata dei fatti. Il presidente ha depositato un rapporto frutto di ispezioni e controlli forse tardivi.

Quanto sia esteso il marcio (presunto), lo dimostra il numero di inchieste aperte dalla procura di Bari. Quattro. E affidate ad altrettanti pm. Attività investigative nate da fonti diverse e che si muovono in tante direzioni. Nei fascicoli c’è di tutto. Ci sono i presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche. Ci sono i rapporti sospetti tra primari e cliniche riabilitative cui venivano indirizzati i pazienti. E ancora i grandi appalti per servizi e prodotti medicali preceduti e seguiti da feste e festini. I dubbi sull’accreditamento di strutture sanitarie private. Un appartamento nel centro di Bari utilizzato come garçonniere da politici di sinistra.

Su tutto sembra regnare un solo nome, quello del «grande burattinaio» Tarantini, il «re delle protesi» diventato famoso per aver portato un tot di bellezze, tra cui una prostituta di lusso, a casa di Silvio Berlusconi. Ma il «sistema Tarantini» è assai vasto, prevede rapporti con la politica che conta in Puglia (cioè soprattutto con il Pd, che governa la regione e gran parte delle province).

In realtà Tarantini è uno dei tanti: nell’inchiesta più articolata e - a quanto si dice - più pericolosa per la sinistra, di cui è titolare il sostituto procuratore della Dda Desirée Digeronimo, gli indagati sarebbero una ventina, tra cui Tedesco, la Cosentino, il direttore generale del policlinico di Bari Vitangelo Dattoli, il primario di ortopedia Vittorio Patella, la direttrice di un centro di riabilitazione Ilaria Tatò, l’imprenditore Enrico Intini grande amico di Massimo D’Alema. Le ipotesi di reato comprendono a vario titolo la corruzione, la turbativa d’asta, le false dichiarazioni, l’associazione per delinquere.

Succede così che le inchieste del pm Giuseppe Scelsi che hanno scatenato i veleni sulla vita privata di Berlusconi perdono peso: secondo il procuratore capo Emilio Marzano, è caduta l’ipotesi di indagare Tarantini per droga mentre la tranche sull’induzione alla prostituzione è sostanzialmente chiusa e sarà definita entro luglio. Crescono invece i capitoli sugli intrecci tra imprenditori, manager sanitari, funzionari della regione e politici della sinistra pugliese. Il primo dei quattro fascicoli, aperto nel 2000 dal pm Roberto Rossi e avviato a rapida conclusione, riguarda presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche e nei rapporti tra i Tarantini, aziende sanitarie pugliesi ed enti locali.

Personaggio chiave è Alberto Tedesco, che nonostante siano a lui riconducibili aziende del settore elettromedicale (concorrenti con Tarantini), è stato fino al 6 febbraio 2009 assessore alla sanità. Il conflitto d’interessi fu denunciato dall’Italia dei valori, partito esterno alla giunta regionale il quale ora rifiuta l’invito di Vendola di entrare nella maggioranza.

Sullo sfondo resta l’inchiesta sull’immobiliarista campano Alfredo Romeo, che non solleva più il clamore di qualche mese fa. Romeo ebbe un appalto dalla regione Puglia e dalle intercettazioni emergevano riferimenti a un referente pugliese.

«Riteniamo gravissime e degne di attenzione da parte del ministro della Giustizia le dichiarazioni del Capo della Procura di Bari, Emilio Marzano, in merito ad una delle inchieste in corso sulla sanità pugliese». Lo sostengono in una interrogazione parlamentare dell’8 luglio 2009 i deputati pugliesi del Pdl (primo firmatario Luigi Vitali), che aggiungono: «Il procuratore Marzano incredibilmente giustifica l'operato di un pm, Roberto Rossi, che tiene aperta fino ad oggi una inchiesta per fatti commessi tra il 2001 e il 2004, causando probabilmente, e per stessa ammissione del Procuratore Capo, la prescrizione dei reati, piuttosto che chiedergliene conto. Ma quel che è più grave è che sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi il procuratore Marzano aggiunge anche che ad alcuni degli indagati in questa inchiesta sarebbe stato contestato il reato di associazione a delinquere solo per "questioni di metodo legate al potenziale coordinamento con inchieste sorelle"».

«Insomma – dicono i deputati – non solo il procuratore giustifica un pm che tiene aperta una inchiesta per 5 anni arrivando forse a far prescrivere i reati, ma ammette candidamente che un reato gravissimo come l’associazione a delinquere viene contestato solo per questioni di metodo… Peccato che nel frattempo, nonostante reati prescritti e questioni di metodo, quelle persone siano finite in prima pagina su tutti i giornali accusate di associazione a delinquere. Quel che accade alla Procura di Bari è vergognoso: alcune inchieste su cui pure sembrano emergere fatti gravissimi e a quanto pare riscontrati vengono condotte con i guanti bianchi quasi giustificando l’esigenza di interrogare persone informate dei fatti, altre invece vengono direttamente sbattute in prima pagina con foto e nomi di persone a cui, a quanto dice il Procuratore, vengono ascritti contestati reati o prescritti o contestati solo per "metodo". Riteniamo che ci siano tutti gli elementi affinchè il Ministro della Giustizia valuti se avviare iniziative ispettive, al fine della individuazione delle responsabilità in ordine a questi gravissimi comportamenti».

Le cinque inchieste che hanno sconvolto la Puglia

Quattro le inchieste sulla sanità pugliese, più una, «figliata» dalle indagini sull’apparato sanitario, che ha riguardato i festini a base di droga e di escort riconducibili al giovane imprenditore pugliese Gianpaolo Tarantini, di 34 anni. Questa «quinta» inchiesta ha acceso i riflettori su presunti incontri con le escort nelle due dimore del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi: a Palazzo Grazioli a Roma e nella villa in Sardegna. Il premier non è indagato.

L’INDAGINE «TARANTINI 1» - ll pubblico ministero Roberto Rossi ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini a 23 persone, coinvolte in ipotesi accusatorie riguardanti fatti del periodo 2001-2004. I fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini, imprenditori del settore sanitario, l’attuale coordinatore regionale del movimento politico «la Puglia prima di tutto» (ma all’epoca dei fatti consigliere regionale in quota Udc) Salvatore Greco, insieme con una ventina di altre persone tra primari ospedalieri, dirigenti, funzionari e impiegati amministrativi, sono indagati dalla Procura di Bari per associazione per delinquere e concorso in falso nell’ambito di una inchiesta sulla fornitura di protesi, strumentario chirurgico e prodotti medicali.

L’INCHIESTA ACCREDITAMENTI - Il sostituto procuratore Lorenzo Nicastro ha avviato da oltre un anno un’inchiesta su una serie di convenzioni stipulate nel 2007 dall’assessorato alle Politiche della salute della Regione Puglia - all’epoca retto da Alberto Tedesco - con case di cura private di Bari e provincia. L’indagine riguarda la regolarità degli accreditamenti, per i quali la legge fissa precisi requisiti.

INDAGINE TEDESCO - L’inchiesta maggiore, che ha portato alle dimissioni dell’assessore alla Sanità, Alberto Tedesco e nel cui ambito ieri gli investigatori hanno acquisito documentazione sui bilanci di 5 partiti di centro sinistra, è condotta dai carabinieri del Reparto operativo provinciale ed è coordinata dal pm antimafia Desirée Digeronimo. Secondo la tesi elaborata dagli inquirenti un sistema creato da politici, amministratori delle Asl e imprenditori che operano nel settore della sanità avrebbe creato una specie di «cupola» affaristica interna alla pubblica amministrazione, capace di orientare forniture e appalti. Gli investigatori oltre che ipotizzare l’esistenza di una sistema di appalti per finanziare i partiti, formulano una serie di congetture su una presunta contiguità tra sistema politico e sistema mafioso.

«TARANTINI 2» - Il nome di Gianpaolo Tarantini è, insieme con quello della dottoressa Ilaria Sabina Tatò, specialista in fisiatria e medicina del lavoro, del professor Vittorio Patella, specialista in ortopedia e traumatologia e primario della II Clinica ortopedica del Policlinico di Bari, e da ieri anche del professor Pasqualino Ciappetta, docente ordinario di neurochirurgia. Nella seconda inchiesta, datata 2008-2009, sulla fornitura di protesi a strutture sanitarie pubbliche. L’inchiesta è coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Scelsi.

ESCORT E COCA - Dalla attività investigativa riguardante il caso-protesi è nata l’indagine, coordinata sempre dal dottor Scelsi, sul festini a base di coca e sulle accompagnatrici ingaggiate - secondo la ricostruzione degli investigatori - da Gianpaolo Tarantini per affiancarlo in cene negli ambienti del jet-set romano e barese. Tra le presunte escort, la barese 42enne Patrizia Daddario che avrebbe raccontato di avere trascorso una notte con il premier.

L'ex assessore pugliese alla sanità Alberto Tedesco, poi senatore del Pd, ha avuto un «ruolo di vertice» in «un’organizzazione criminale, radicatasi all’interno della pubblica amministrazione, tendente a condizionare le scelte della stessa allo scopo di perseguire i progetti illeciti del sodalizio in esame, che spaziano dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, alle forniture dei beni e servizi alle Asl, agli appalti nelle aziende ospedaliere pugliesi». È pesante l’accusa che il pm Desirè Digeronimo contestava a Tedesco già nei decreti di perquisizione e sequestro eseguiti dai carabinieri nell’aprile 2009 nell’ambito dell’inchiesta sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari che avrebbe gestito la sanità pugliese.

Col passare del tempo sembra che i sospetti del magistrato sia aumentati e ciò giustifica perché Digeronimo ha ordinato ai carabinieri di acquisire dalle sedi dei partiti del centrosinistra pugliese (Pd, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano, Prc e Socialisti Autonomisti) i bilanci dal 2005 al 2008 e tutta la documentazione bancaria. Il sospetto è che parte del danaro confluito nelle casse di alcune imprese vincitrici di appalti sia poi tornato, almeno in parte, ai partiti o agli stessi politici. La pubblica accusa non ha dubbi: Tedesco – è scritto nel decreto di perquisizione – aveva nel sodalizio criminoso «il ruolo di vertice» mentre il suo collaboratore Mario Malcangi era il collegamento tra Tedesco e il mondo imprenditoriale ed era incaricato di tessere «i contatti e a portare a compimento gli interessi del sodalizio». Interessi che spaziavano dalla gestione degli appalti per la sanità, all’accreditamento presso la Regione di strutture sanitarie private, alla nomina in quota politica dei direttori generali delle Ausl, ai concorsi per primario fino allo smaltimento dei rifiuti sanitari.

«Agli imprenditori e alle società – scrive il pm – viene garantita assistenza e un canale privilegiato per l’acquisizione di contratti, anche attraverso un illegale meccanismo di proroghe, per la fornitura di beni e/o servizi presso le Asl». Secondo la ricostruzione dell’accusa, il sistema ideato da Tedesco poteva contare anche su «soggetti intranei al sodalizio» e cioè su alcuni manager delle Asl pugliesi, che sono indagati. Dall’indagine – sottolinea il magistrato – emergono anche i presunti interessi di Tedesco con il mondo imprenditoriale, «nel quale figurano società direttamente o indirettamente riconducibili alla sua famiglia», che da sempre opera nel settore delle protesi sanitarie. In una conversazione, intercettata con una microspia il 30 giugno del 2008 e riportata nel provvedimento, Tedesco parla con l'imprenditore Diego Rana di ipotetiche correzioni da apportare al piano sanitario. «Ti preparo un appuntino?» chiede l'imprenditore che gestisce a Bernalda (Matera) un centro di riabilitazione. E lui: «No! Non c'è bisogno. Basta che mi dici gli errori dove stanno».

LA PROCURA ANTIMAFIA HA AVVIATO UNA SERIE DI VERIFICHE IN REGIONE.

Verifiche da parte della procura antimafia di Bari sull'attività amministrativa della giunta regionale pugliese, in carica dal 2005 fino ai primi giorni di luglio 2009, data, infatti, per decisione del presidente Nichi Vendola cinque assessori sono stati sostituiti. Gli accertamenti del pm della Dda, Desirè Digeronimo, riguarderebbero atti e delibere regionali, che il magistrato sospetta siano illegittimi.

Le delibere che vengono esaminate sono quelle proposte dall’allora assessore alla Sanità, Alberto Tedesco (poi senatore del Pd) e varate dalla giunta Vendola. Il pm vuole accertare se all’interno del governo pugliese Tedesco godeva dell’appoggio di alcuni assessori. Quindi, vuole accertare se vi siano state complicità. L'indagine della procura antimafia, che ha portato all’acquisizione dei bilanci dei partiti del centrosinistra, riguarda buona parte del settore sanitario regionale: gestione degli appalti, nomine dei direttori generali ed i concorsi per primari e l’accreditamento di strutture private da parte della Regione Puglia.

“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.

In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.

Sui corsi e ricorsi storici, inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

Specialmente se è tutto un corso e ricorso storico. Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici della corte d’appello di Bari di confermare la condanna a 3 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a Lucio Tarquinio, già consigliere regionale e vice presidente del Consiglio e Nicola Cardinale, ex direttore generale degli ospedali riuniti, accusati di turbativa d’asta per l’appalto per la vigilanza nella cittadella ospedaliera. L’accusa sostiene che il politico esercitò indebite pressioni sul manager per favorire una ditta; la difesa chiede l’assoluzione. Il pg Angela Tomasicchio ha chiesto la conferma delle nove condanne inflitte in primo grado per i due filoni dell’inchiesta Vigilantes.

LA STORIA

Un grande puzzle costruito su una montagna di euro, quelli della sanità (il buco regionale supera i 600 milioni di euro) e dell'ecologia (quest'ultimo, a sua volta, giocato sui business delle energie rinnovabili da un lato e delle discariche pro monnezza dall'altro), con la partecipazione di politici, imprese d'assalto, faccendieri, lacchè  e la solita delinquenza organizzata al seguito.

Cominciamo dai palazzi di giustizia. E come in un gioco di scatole cinesi - stavolta investigative - cerchiamo di dipanare l'intricata matassa. L'ultima, clamorosa inchiesta, condotta dal pm barese Giuseppe Scelsi, a base di ragazze disinvolte e incontri a luci rosse o rosè tra Villa Certosa, palazzo Grazioli e dintorni, in realtà parte da un filone d'indagine su sanità e appalti. Siamo solo al primo gradino, perché quel filone si innesta su uno ancor più corposo, portato avanti da un'altra toga pugliese, Desiree Digeronimo della Direzione Distrettuale Antimafia, la quale anni fa ha cominciato a far luce su una serie di “traffici” che vedono come epicentro la Regione, in particolare l'assessorato alla Sanità retto da Tedesco.

Non è finita, perché il tutto prende le mosse da un prima inchiesta, partita quattro anni fa, sempre nel mirino la sanità arcimilionaria: stavolta, passate ai raggi x, sono le attività del gruppo Cavallari - da sempre leader in campo sanitario - e soprattutto il gruppo CCR;(Case di cura riunite), poi diventato CBH;(Citta' di Bari hospital) e passato sotto il controllo di Banca Intesa. Quell'inchiesta del 2005 ha portato alla condanna definitiva di Francesco Cavallari per associazione mafiosa, pena poi patteggiata a 1 anno e 10 mesi. Scriveva in un articolo per il Corsera Carlo Vulpio a maggio 2005: «L'attuale CBH fattura più di cento miliardi di vecchie lire l'anno. Soldi che provengono quasi tutti dai servizi erogati in convenzione con la Regione. Lo stesso trattamento di cui godeva la CCR quando era ancora del patron Cavallari che, dice la sentenza, finanziava generosamente alcuni uomini politici, tra i quali uno, Claudio Lenoci, che operava con Cavallari per il tramite di ‘suoi uomini', in particolare Alberto Tedesco, consigliere regionale e poi assessore alla Sanità, con cui Cavallari ha avuto numerosi appuntamenti». Continua Vulpio «Il pm Lerario oggi sta indagando su una vendita che si sospetta essere stata pilotata dai tre commissari straordinari nominati per evitare il fallimento di Ccr e da funzionari del ministero dell'Industria (all' epoca retto da Enrico Letta, rappresentato dal suo consigliere Francesco Boccia, l' avversario alleato di Nichi Vendola, che doveva esserne il vice nella nuova giunta ma ha rinunciato). Il ruolo più da sponsor che non da vigilanza che organi pubblici avrebbero avuto nell' affare pone oggi alla giunta Vendola un grosso problema in tema di «sanità malata» . Anche perché tra i nuovi assessori ce n'è uno, Onofrio Introna, che era nel collegio sindacale di Cbh spa, e come Boccia sosteneva con fervore l'operato dei commissari e la validità della vendita, o svendita, del gruppo sanitario. Problema che lo stesso Vendola conosce bene, anche perché lui c'era al ministero dell'Industria, il 23 maggio 2000, quando se ne è discusso, e sa anche che 25 senatori di centrodestra, nel 2001, proposero una commissione parlamentare d'inchiesta su questa storia. Iniziativa poi lasciata cadere perché in Puglia governava Fitto. Al quale, sotto elezioni, Cbh non ha fatto mancare il proprio plauso pubblico per il piano di riordino ospedaliero».

Come in un cortocircuito: da Tedesco (2005) a Tedesco (2009), con un diversivo chiamato Tarantini. Scrive oggi lo stesso Vulpio (autore del recente “Roba Nostra”, edizioni il Saggiatore) sul suo blog: «La cosa più seria e importante, di cui non si sta parlando, è l'inchiesta sulla sanità pugliese. Roba tosta. Roba che scotta. E' un piatto bollente che da anni ambienti giudiziari e politici rigorosamente bipartisan cercano di raffreddare e di fronte al quale il signor Tarantini e la relativa puttanicizia appaiono poco più che una compagine di smandrappati».

Torniamo a Tedesco e all'inchiesta-chiave della Digeronimo. L'assessore è indagato per associazione a delinquere e truffa. Sentendo puzza di bruciato, si dimette perché sa bene di poter contare su un salvagente da novanta: un posto in Parlamento targato Pd, visto che è il primo dei non eletti alle ultime politiche e che, grazie alle europee del 6 giugno, si libera una poltrona a palazzo Madama, quella di Paolo Di Castro (ex ministro all'agricoltura nei governi di Romano Prodi e Massimo D'Alema), appena sbarcato a Strasburgo.

Sulle sue acrobatiche performance aveva scritto la Voce nel reportage “Modello Tedesco” di novembre 2007. Dove veniva minuziosamente dettagliata la mappa dei fedelissimi, quasi tutti ex uomini di Raffaele Fitto, che a maggio 2005, appena appreso della nomina di Tedesco come assessore alla Sanità, dichiarava con candore: «Tutto potevo immaginare meno di avere un assessore nella giunta Vendola». A cominciare da Lea Cosentino (coindagata nell'inchiesta Degeronimo), proveniente dalla Margherita, poi attivista per Forza Italia, quindi nominata da Fitto a capo di Sisri, una struttura sanitaria territoriale. Al vertice di Ares, l'agenzia regionale per la sanità, Tedesco pensa bene di confermare Mario Morlacco, non solo ideatore del contestatissimo piano sanitario made in Fitto, ma addirittura suo segretario particolare! Tedesco conferma tutti i fans di centrodestra, da An all'Udeur passando per Forza Italia, ai vertici di Asl e presidi sanitari: tra gli altri, Vincenzo Valente (Fitto doc) direttore amministrativo a Bari; Guido Scoditti (ex An, poi Margherita) all'Asl di Brindisi, dove viene nominato al vertice amministrativo Alfredo Rampino, prima An, poi Udeur ma soprattutto cugino di Fitto. Fino a Vitangelo Dattoli, voluto da Fitto al vertice dell'Asl di Foggia, “socialista autonomista”, proprio come Tedesco; e come Antonio Marra, ex assessore ai trasporti della Provincia di Lecce e coinvolto in una truffa da 20 milioni di euro per prescrizioni false di medicinali.

Un vero pallino, la sanità, per Tedesco e la sua dinasty. Fino al 2006 proprietario di Medical Surgery e Aesse Hospital, poi passate di mano per «evitare ogni ipotesi di conflitto di interesse», in campo sono rimasti il figlio Carlo Tedesco, a bordo della Eurohospital, costituita comunque (alla faccia del conflitto) a cinque mesi dall'insediamento sulla poltrona di assessore (settembre 2005) e il fratello Marcello Tedesco, in sella ad AF Medical. E appena nominato, Tedesco ha pensato subito alla famiglia (allargata), consegnando nelle mani del cognato, Bruno Falsea, la carica di direttore sanitario all'Asl Lecce 1.

Ed è proprio la prima della lista, la superfedele Cosentino, quarant'anni appena compiuti, il trait-d'union fra Tedesco e Tarantini. “Lady Asl”, infatti, e' stata ospite di Villa Certosa nei giorni della bollente estate 2008 in cui ha furoreggiato l'astro di Giampi e del suo lussureggiante codazzo femminile. Dal vertice di Ares la Cosentino è poi balzata alla strategica poltrona di direttore generale della Asl di Bari, crocevia di mega appalti e non solo. E' di fine giugno la perquisizione degli 007 della Guardia di Finanza nella sua abitazione, in cerca di documenti - a quanto pare - bollenti. E al calor bianco si annunciano i prossimi sviluppi dell'inchiesta Digeronimo, che vede ancora un protagonista in campo, Enrico Intini, altro pezzo da novanta nello straricco mondo che ruota intorno al mega business sanitario in Puglia. Le fiamme gialle, infatti, sempre a fine giugno e sempre su imput del dinamico pm barese, hanno rastrellato gli uffici del Gruppo Intini che sfiora i 200 milioni di euro come fatturato annuo, supera i tremila dipendenti, quartier generale alla periferia sud di Bari e sedi distaccate a Roma, in Italia e all'estero: anche stavolta alla ricerca di carte su commesse pubbliche. O meglio su un maxi appalto. «Da molti milioni di euro - sottolineano a Bari - tipo quello della Global Service di Alfredo Romeo a Napoli. Con tre personaggi intorno: Tarantino, Intini e la Cosentino».

Un bell'ambiente, di certo. E a proposito, l'ultima frontiera del business, per i due rampanti imprenditori, a quanto pare è proprio l'ecologia, la protezione ambientale. Subito fulminato sulla via delle energie rinnovabili, Tarantini, in sella alla Prod.Eco. Che poi, sulla carta, lascia. Fa capolino, invece, in Fulgor Investment, sede in Lussemburgo, come capita per svariate sigle dedite al lucroso campo delle energie rinnovabili (vedi Voce aprile e maggio 2009). Fulgor, a sua volta, controlla la SMA, passata dal colosso Finmeccanica proprio al gruppo Intini, per occuparsi, come sottolinea il suo oggetto sociale, di “tutela del territorio, ambiente e metereologia”.

Ma chi può essere l'interlocutore privilegiato per Fulgor-Sma? La Protezione civile, naturalmente. Ed e' per questo che Giampi organizza per fine 2008 un incontro romano tra Intini e il sottosegretario Guido Bertolaso. Ammette Intini: «Alla protezione civile hanno una short list, una sorta di elenco riservato di imprese da far intervenire in situazioni di emergenza, e a noi sarebbe piaciuto farne parte».

Alla short (o long) list di disponibili girls viene accostato - in ambienti giudiziari baresi - anche il nome del vicepresidente della regione Puglia, il pd Alessandro Frisullo. Del quale parla, davanti agli inquirenti, Alessandro Mannarini, il “fornitore” per i coca-party. «Lo conosco personalmente perché è di Lecce». E a proposito dei rappori tra Frisullo e Tarantini: «Li ho visti qualche volta passeggiare insieme. Cosa si siano detti non lo so». Dalemiano di ferro, numero due di Vendola, delega al bilanco, Frisullo ha sponsorizzato in pieno il piano a base di eolico spinto (secondo molti, “selvaggio”) della regione.

E concludiamo il giro di valzer tornando a bomba, ovvero il primo troncone dell'inchiesta del pm Desiree Digeronimo. Che punta dritta anche al cuore dell'ecologia, a base di monnezza e discariche. Tutto ruota intorno ad un asse di ferro, quello fra due sigle, Tradeco e Cogeam. La prima è riconducibile al re dei rifiuti pugliese, Carlo Columella, la seconda al gruppo di Emma Marcegaglia, numero uno di Confindustria. «Tradeco da vent'anni è proprietaria e gestore, tra le altre, della discarica di Altamura, una delle più grandi in Italia, capace di contenere 1 milione di metri cubi di spazzatura. Nel rapporto di Legambiente, a proposito delle ecomafie in Puglia, viene citato un solo nome, Tradeco». A parlare è l'anima storica di Radio Regio Stereo, Alessio Dipalo, autore di denunce al calor bianco, più volte minacciato, querelato a suon di milioni da imprenditori e politici. «Senza alcuna sentenza la sua radio è stata chiusa per mesi - punta l'indice Vulpio - e oggi le udienze nei processi per diffamazione a suo carico sono seguite regolarmente dal procuratore aggiunto, Marco Dinapoli, e addirittura dal procuratore capo di Bari, Emilio Marzano. Neanche si trattasse di Al Capone». Le denunce di Dipalo, comunque, in un'altra inchiesta sono diventate possenti capi d'accusa a carico di politici, imprenditori e pezzi da novanta di monnezza e ecologia: proprio quella di Digeronimo.

Da una discarica da novanta all'altra eccoci a quella di Burgesi, a un passo da Lecce, “dedicata” ai rifiuti speciali (quelli supertossici, per intendersi) e appannaggio di Cogeam acchiappatutto. «Domina incontrastato, Cogeam, in tutta la Puglia», sottolinea il cronista Cosimo Forina, che in anni di lavoro ha documentato l'assalto dei gruppi d'affari in splendide terre trasformate in maxi sversatoi. Subendo anche lui minacce e intimidazioni. Sulla discarica Buggeri (e sull'assalto delle torri eoliche in Salento) aveva denunciato senza peli sulla lingua Peppino Basile, il consigliere comunale di Ugento ucciso con una quarantina di coltellate  il 15 giugno 2008. «Ma un altro grande affare - punta l'indice Forina – è quello di Grottelline, nei pressi di Spinazzola, un sito archeologico che si vuol trasformare in discarica, per fortuna oggi sotto sequestro probatorio. Sulla vicenda - aggiunge - stanno succedendo cose molto strane: all'assessorato regionale per l'ambiente e' letteralmente sparita la memoria del computer, così come a inizio giugno si sono volatilizzati tutti i dati sensibili contenuti nei computer dell'Arpa di Lecce».

E chiudiamo il cerchio con il convitato di pietra. Osserva una addetto ai lavori del la procura di Bari: «Nell'affare delle energie rinnovabili si segnalano forti interessi di Cosa Nostra, specie gli affiliati di Matteo Messina Denaro. Mentre non stanno certo a guardare i Casalesi. E lo prova il crescente interesse della procura di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, sui business di Grottelline e non solo».

Il presunto intreccio tra politica e affari nella sanità pugliese, sulla quale sta indagando la Procura di Bari, avrebbe un precedente che risale a 15 anni fa. Lo sostiene nel prossimo numero di Panorama, in edicola venerdì 14 agosto, Francesco Cavallari, ex re delle cliniche private baresi, arrestato nel 1994, che nel giugno 1995 patteggiò la pena di 22 mesi per associazione mafiosa e alcuni episodi di corruzione. "Dalle mie dichiarazioni - racconta Cavallari a Panorama - rimasero coinvolti una sessantina di politici. Tra loro c'era anche il socialista Alberto Tedesco (coinvolto nell'attuale inchiesta barese ed eletto senatore nel PD), ma non venne indagato. Io non mi spiego la decisione del pm".

Tra le dazioni di danaro a cui fa cenno Cavallari, ce n'è una di 20 milioni di lire che l'ex re delle cliniche private dice di aver fatto a Massimo D'Alema, ma i pm baresi chiesero e ottennero l'archiviazione dell'accusa per finanziamento illecito ai partiti. Cavallari ricorda: "Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire".

Ma nell'inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni... Cavallari afferma: "Nell'agenda inizialmente annotai il nome "D'Alema" poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai come "Massimo". Il PM Alberto Maritati, poi eletto senatore nel PD, non mi ha creduto".

I rapporti fra Cavallari e l'ex premier iniziano a metà degli anni Ottanta e durano diversi mesi. "Fu Antonio Ricco, commercialista e direttore generale delle mie cliniche, oggi consulente personale del sindaco Emiliano (Ricco è indagato per corruzione in un'inchiesta sulla costruzione del centro direzionale San Paolo, ndr), a presentarmelo: andava in giro a chiedere soldi per conto del Partito comunista".

Cavallari incontrò il funzionario più volte: "Io, nel chiarire la mia posizione a Maritati, spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato. Una volta, a Roma, D'Alema sottolineò questi progressi, ma mi raccomandò un atteggiamento più dialogante nei confronti del sindacato rosso e non solo verso Cisl e Uil".

Un discorso che per gli avvocati di Cavallari prefigurava altri reati oltre al finanziamento illecito. Maritati fu di diverso avviso. Quattro anni dopo, il 30 giugno 1999, il magistrato viene eletto senatore e il 4 agosto è nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema.

Nel frattempo Cavallari venne condannato a 18 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa: "Non potevo reggere oltre, ero già stato operato al cuore: patteggiai". Fu l'unico condannato su un'ottantina di imputati.

Per l'ex re della sanità pugliese l'accusa di mafia resta indigesta: "Assumevo ex detenuti o i loro familiari per non saltare in aria. Che vantaggi avevo? La quiete". Per i magistrati, invece, i dipendenti «mafiosi» intimidivano il sindacato, anche se non ci sono state condanne. I carabinieri segnalarono episodi di tensione nell'azienda. «Macché minacce, mi sono salvato dalla Cgil grazie a D'Alema!" dice Cavallari.

Le coincidenze tra ieri e oggi non sono finite. Dalla memoria riemerge anche la figura di una affascinante ragazza bionda: "Io quella Patrizia D'Addario l'ho conosciuta. Me la presentò un giornalista con cui si accompagnava. Mi chiese di poter intrattenere i nostri ammalati con giochi di prestigio. Era una brava prestigiatrice, molto bella e di classe. Ma il direttore sanitario mi sconsigliò l'iniziativa".

Non finisce qui. E’ un pozzo senza fondo la Mele-story ricostruita dal superteste Francesco Cavallari. L' "amico Vittorio" viene dipinto, nei verbali di Milano e di Perugia, come un uomo che direttamente non chiede mai, ma che può contare su chi chiede per lui. Tra l'alto magistrato Vittorio Mele e il ras della sanità barese Cavallari c’è Antonio Ricco, il faccendiere amico di tutti i partiti della prima Repubblica. E Ricco, senza esitazioni, sollecita regali e soldi, promettendo e ottenendo in cambio favori giudiziari. Oggi Ricco conferma tutto quanto non gli nuoce - le feste, i viaggi, le frequentazioni -, nega quanto può danneggiarlo direttamente: un assegno, una busta con i soldi, i contributi in denaro. Ma Cavallari va avanti. Racconta di un costoso anello che fu portato alla signora Mele.

Della casa romana dei Salabé che Mele ottenne con la mediazione del fratello di Malpica, l'ex direttore del Sisde. Descrive come "il Pds gli presentò il conto per averlo appoggiato alla procura di Roma": e lui fu costretto ad archiviare l' inchiesta sui finanziamenti di Mosca al Pci. Ma ecco, capitolo per capitolo, la Mele-story. Il potente faccendiere Ricco. è durato 13 ore, a Perugia, il faccia a faccia tra Cavallari e Ricco, il padrone e l'uomo di fiducia. "Lo assunsi nel 1986. Me lo segnalò Nicola Quarta, l'ex presidente dc della giunta regionale pugliese. Mi disse: "Prenditelo: ti sarà utilissimo". Aveva lavorato per l' impresa di Romualdo Di Corato di Trani ed era amico di Vito Vattanzio, di Riccardo Misasi, di Adolfo Sarti. Aveva rapporti con Massimo D'Alema e Achille Occhetto. Era amico personale di Peppino Tatarella. Nel Psi contava su Claudio Lenoci e Rino Formica. Aveva agganci alla Corte dei conti e con moltissimi magistrati baresi. Poteva arrivare all' allora capo di stato maggiore dell' Arma, Domenico Pisani. Era ammanicato con la Finanza. A me ha provocato più guai che altro". 1988, cento milioni in regalo. Mele e Cavallari s'erano conosciuti nell' 87. Era stato Ricco - che oggi lo conferma - a fare le presentazioni. Ed era cominciato uno stillicidio di piccoli, medi, grandi regali per il futuro procuratore. Poi, per il weekend di tutti i santi, Mele arrivò a Bari. A casa Cavallari si vide con Ricco e l' ex consigliere istruttore Domenico Iandolo. Qualche mese prima il pm Vito Savino aveva chiesto l' archiviazione per un' accusa di truffa ai danni della Regione. Disse Ricco: "Stanno per archiviare la pratica". E Mele l' interruppe: "Ma come, Domenico, non l' hai ancora chiusa?". Iandolo rispose: "Lo sto facendo, non ci sono problemi". La mattina dopo Ricco chiese per Mele un presente di cento milioni. Spiegò che lui si doveva trasferire a Roma e un gruppo di amici aveva deciso di dargli una mano. Il giorno dopo Mele passò per un saluto e ricevette una busta. Ricco oggi conferma l'episodio, ma non ricorda quella consegna. Un cadeau da 50 milioni. Verso il 20 dicembre 1989 Ricco partì per un giro di auguri natalizi e propose a Cavallari di "fare un gesto di amicizia nei confronti di Mele". Un regalo di 50 milioni. Cavallari gli dette un assegno: ma Ricco oggi non ricorda bene chi l'abbia cambiato e a chi siano finiti quei soldi. Per Cavallari finirono a Mele.

Da Parigi alle Maldive. Fu un anno intenso quel 1990. Due viaggi memorabili e senza badare a spese. A settembre fu la volta di Parigi. Ricco propose di portare Mele, Cavallari accettò. C' era anche il pretore di Trani Renato La Serra. Tutti ospiti di Cavallari all' hotel Crillon, di place de la Concorde, uno dei più belli di Parigi. Mele ebbe una suite. Cavallari ha consegnato a Perugia l' estratto conto dell' American Express, con tanto di scheda per ogni ospite. E le foto che mostrano le serate al Lido, al Moulin Rouge e le cene al ristorante della Tour Eiffel. Andò tanto bene quella volta che Cavallari organizzò un altro viaggio per Natale: 13 giorni alle Maldive, al villaggio Aturuga. Ricco, Cavallari, Mele con moglie, figlia, figlio e nuora. Le foto rivelano che il gruppo era affiatato. Craxi, Martelli e il Psi. Fu anche un anno di aggiustamenti, il ' 90. Ligresti a Milano era in difficoltà per un palazzo abusivo. La faccenda era finita in Cassazione. Se ne occupò direttamente Bettino Craxi, che ne parlò con Lenoci, che coinvolse Cavallari. A Milano s'incontrarono lui, l'amico Franco Taverna, i due Ligresti, Salvatore e Antonino. Cavallari promise e andò a trovare Mele a Roma. Al magistrato brillarono gli occhi "perché poteva legarsi al Psi". Ma voleva avere un contatto diretto. E così avvenne. A Cavallari lo racconterà poi Ricco durante il viaggio alle Maldive. Sarà Claudio Martelli, tramite Filippo Verde, a chiedere a Mele "quel favore per un grande elettore del Psi come Ligresti". In cambio gli promise aiuti in futuro. Mele racconterà poi a Cavallari: "Il Psi mi ha appoggiato per il posto di procuratore. La firma per il concerto, dopo l' ok del Csm, è rimasta sul tavolo di Martelli non più di mezz'ora".

Il procuratore e l'anello. Anche il 1992 fu un anno intenso. A Mele fu chiesto di darsi da fare per "salvare" l'impresa Di Corato dallo scandalo Anas. A casa di Mele, a Napoli, andarono l' imprenditore in persona, che si presentò con un anello per la signora, e l' immancabile Ricco. Sarà poi l' ex generale della Gdf Ignazio Terranova, amministratore dell' impresa, a raccontare a Cavallari che Di Corato fu interrogato a Roma e gli fu contestata la concussione. Il generale, per sistemare la faccenda, raccolse un miliardo e 750 milioni. Interrogato a Milano, Terranova ha fatto ammissioni solo parziali. Il procuratore e il Sisde. Appena diventato capo della Procura di Roma Mele ebbe bisogno di una casa. Se ne occupò Ricco che si rivolse a un ex ufficiale della Gdf, fratello di Riccardo Malpica, allora direttore del Sisde. Fu trovata una soluzione eccellente: via della Croce 80, un appartamento dei Salabè per un paio di milioni al mese. In cambio, quello stesso anno, Mele avrebbe fatto in modo di far passare inosservati i miliardi di Malpica e soci scoperti in una filiale della Carimonte dal pm Antonino Vinci. Un regalo da 200 milioni. Del rapporto privilegiato Cavallari- Mele-Ricco avrebbe approfittato anche l' industriale Stefano Romanazzi  per il cognato Francesco Gaetano Caltagirone. Un giorno del 1993 Romanazzi parlò con i due e gli segnalò che Caltagirone aveva un problema giudiziario con un palazzo in costruzione da vendere al ministero della Sanità. Cavallari incontrò Mele a Roma e lui lo rassicurò raccontandogli che aveva avocato a sé il fasciscolo nominando un perito. Quel giorno Cavallari andò a pranzo a casa di Romanazzi, in via San Valentino, dove c' era anche Caltagirone, che oggi però giura di non conoscerlo.

La storia si concluse positivamente. Un giorno Ricco chiese a Cavallari il favore di ritirare una busta da Romanazzi e portarla a Mele. Cavallari eseguì. Ricco poi gli raccontò: "Hai visto che ben ragalo gli abbiamo fatto? In quella busta c' erano 200 milioni". Il procuratore e il Pds. è ampio il capitolo delle confidenze che Mele avrebbe fatto a Cavallari. Tra queste ce n' è una che allude un altro intervento giudiziario. Un giorno, mentre si lagnava per le difficoltà di ambientazione alla procura di Roma, Mele raccontò a Cavallari che anche il Pds gli aveva presentato il conto per l' appoggio datogli al Csm e lui aveva dovuto archiviare l' inchiesta sui finanziamenti di Mosca all' ex Pci.

NELL'INTERESSE DELLA GIUSTIZIA PUGLIESE ??

Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2011 Giovanni Longo racconta la Fallimentopoli barese. C’è voluto un camion per trasportare tutte le carte da Bari a Lecce. E quando i faldoni sono giunti a destinazione, pare che nella stanza del procuratore di Lecce Cataldo Motta non ci fosse spazio sufficiente. L’inchiesta della Procura di Bari sulle procedure fallimentari si allarga e trasloca: oltre a curatori, consulenti, professionisti, bancari e cancellieri, nel mirino del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza sono finiti anche magistrati in servizio presso il Tribunale del capoluogo pugliese. E dunque il Pm ha passato la mano.

I primi particolari dell’inchiesta sono emersi nella primavera del 2011, con numerose perquisizioni e l’arresto dell’avvocato barese Marco Vignola. Dopo che l’indagine ha toccato alcuni giudici le carte sono passate a Lecce, ufficio competente a indagare sui magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari. Quattro i filoni d’indagine. In tre sarebbero stati individuati comportamenti penalmente rilevanti da parte di toghe baresi, in merito, sembra, alle modalità con cui per anni sarebbero stati gestiti i mandati di pagamento delle curatele. È il tema toccato in due informative che gli investigatori hanno depositato a fine settembre e fine ottobre ipotizzando, sembra, anche la corruzione in atti giudiziari. Che le indagini potessero allargarsi lo si era intuito leggendo la richiesta di misura cautelare nei confronti di Vignola, indagato per falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. «Occorre capire - scriveva tra l’altro il Pm barese Ciro Angelillis, ormai ex titolare di tutti i fascicoli - se e come sia stato possibile operare nel modo contestato senza che altri soggetti (cancellieri, creditori, giudici, bancari, ecc.) operanti all’interno di uffici in vario modo al controllo se non proprio alla gestione congiunta (col curatore) del patrimonio fallimentare se ne siano avveduti; occorre capire se vi siano state connivenze o, addirittura, forme di concorrenza nei reati commessi».

L’indagine era partita dalla presunta falsificazione dei mandati di pagamento per oltre sette milioni di euro che sarebbe stata commessa dall’avvocato Gaetano Vignola, padre di Marco, curatore fallimentare da almeno un ventennio. Ma ora l’inchiesta si è allargata: in uno solo dei quattro filoni passati a Lecce sarebbero analizzate otto procedure. Più recente invece il fascicolo su Marco Vignola, indagato nella veste di curatore della procedura fallimentare «Nova Tessile Srl». I fatti contestati al giovane legale - che ha assistito Alessandro Mannarini, uno dei tre «moschettieri» del caso Tarantini - si riferiscono agli anni 2000-2008 e riguardano presunti falsi mandati di pagamento e l’appropriazione di 1,6 milioni dai conti del fallimento. Soldi che il professionista sta restituendo alla nuova curatela.

Ora tocca a Lecce iniziare la fase degli accertamenti su alcuni magistrati baresi.

CASO TARANTINI: SCANDALO SUI MEDIA E SUI MAGISTRATI. ITALIA, 21 SETTEMBRE 2011.

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il governo sotto assedio”. Di spalla: “’Napoli non è competente’ L’inchiesta passa a Roma. L’editoriale di Sergio Romano: “Una possibile soluzione ”. Fotonotizia al centro: “L’Inter a pezzi, Novara in festa”. In basso: “Se la giustizia ordina di prevedere il sisma”.

REPUBBLICA – In apertura: “Italia declassata, via Berlusconi”. Editoriale di Massimo Giannini: “La linea di affondamento”. Al centro: “Il Gip: a Roma l’inchiesta Tarantini”. Di spalla: "L’addio all’Europa del gigante turco". In basso: “Aiuto, si è ristretta (troppo) la Groenlandia”.

LA STAMPA – In apertura: “Triplo allarme per l’Italia”. Editoriale di Bill Emmott: “Il peccato della coerenza”. Fotonotizia: “Gli indignados a Wall street”. Al centro: “A Roma l’inchiesta Tarantini”. In basso: “Napolitano, giro di consultazioni per verificare la tenuta del governo”. Ancora in basso: “Una miss venuta dal Paese degli ‘omini’".

IL GIORNALE – In apertura: “Woodcock ha fallito”. Editoriale di Vittorio Feltri: “La classe degli asini non può dare voti”. Fotonotizia al centro: “Il fisco vuole 10 milioni dall’editore dell’Unità”. In basso: Nevrosi Marcegaglia su tasse e sindacati”.

LIBERO – In apertura: “Silvio sputtanato da Pm incompetenti”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Una manovra sbagliata e un’opposizione cieca. Così finiamo in serie B”. Al centro la fotonotizia: “Lavitola voleva menare Ghedini”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Italia declassata, emergenza crescita”. Editoriale di Roberto Napoletano: “Signor Presidente, l’Italia prima di tutto”. In alto: “Ghizzoni: non rinvieremo il piano industriale”. Di spalla, a destra: “Il Parlamento, il Quirinale e il bunker: giorni decisivi”. In basso: “La Bce sostiene i Btp, Piazza Affari recupera”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Crisi, ultimatum al governo”. L’editoriale di Alberto Gentili: “Se Roma paga più di tutto il Veneto”. Al centro la fotonotizia: “Lampedusa, rivolta e fiamme immigrati in fuga dal centro”, sempre al centro: “A Roma il caso Tarantini”. In basso: “In fin di vita dopo lo scippo” e “Il tempo della settembrata”.

IL TEMPO – In apertura: “Il caso degli incompetenti”. L’editoriale di Mario Sechi: “Il Cav esce? L’Italietta resta”. Al centro, la fotonotizia: “Lo stop di Napolitano”. Di spalla: “Le agenzie di rating vanno chiuse”. In basso: “Scippato. È in fin di vita”.

L’UNITA’ – Al centro la fotonotizia: “Berlusconi declassa l’Italia”. L’editoriale di Claudio Sardo: “Dimissioni subito”. Il commento di Massimo D’Antoni: “Non si esce dall’euro”. In alto: “Secessione fuori dalla storia”. In basso: “Ricatti al Premier. Il Gip: l’inchiesta non spetta a Napoli”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Lo scaricano tutti. Anche il maggiordomo”. Editoriale di Marco Travaglio: “La malavitola”. In basso: “Lampedusa, il Cpa in fiamme: la rabbia degli africani disperati”. Fotonotizia: “Bossi è fuori dalla storia”.

Tutta l'Italia ne parla, a secondo della fazione. Intanto il procuratore di Bari Antonio Laudati è indagato dalla Procura di Lecce.

La sua iscrizione era nell’aria. Ed è la conseguenza della trasmissione degli atti dell’inchiesta della Procura di Napoli sul presunto ricatto al premier, atti in cui si ipotizzano ritardi nell’indagine barese sulle escort utilizzate da Gianpaolo Tarantini per allacciare rapporti affaristici. Nei dialoghi intercettati dalla Procura partenopea il procuratore Laudati viene indicato come colui che avrebbe cercato di favorire Gianpi e, soprattutto, di evitare la divulgazione delle intercettazioni scomode di Silvio Berlusconi. Abuso d’ufficio e favoreggiamento personali sono le ipotesi per le quali è stato aperto il fascicolo che è sul tavolo del procuratore Cataldo Motta. Un fascicolo blindato, la cui titolarità il capo della Procura leccese (competente ad indagare sui fatti che coinvolgono i magistrati del distretto della Corte d’Appello di Bari) divide con il suo aggiunto Antonio De Donno.

L’inchiesta avviata a Lecce dovrà chiarire se Gianpaolo Tarantini, parlando al telefono con il direttore ed editore dell’Avanti Valter Lavitola, diceva il vero quando riferì che il procuratore capo Laudati avrebbe chiesto ai suoi legali di patteggiare la pena per evitare tanto una nuova esposizione pubblica al presidente Berlusconi, con l’avviso di conclusione delle indagini e la conseguente diffusione degli atti e delle intercettazioni, quanto anche un processo pubblico che avrebbe comportato l’interrogatorio dello stesso Tarantini.

«L’ha fatto apposta Laudati questo, perché, si sono messi d’accordo, nel momento in cui riaprono l’indagine e non mandano l’avviso di conclusione, non escono pubbl... non diventano pubbliche le intercettazioni». Sono le parole di Tarantini trascritte dagli investigatori napoletani ed inserite nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti dello stesso Tarantini, della moglie Angela Devenuto e del direttore e editore dell’Avanti Valter Lavitola per la presunta estorsione ai danni del premier. Soldi pretesi per assicurare versioni concordate e di basso profilo sulla vicenda delle escort.

C’è, poi, un’altra intercettazione. La voce è sempre quella di Tarantini: «Quello a Nicola gli ha messo l’ansia... ha detto che è catastrofica... che il suo ruolo è fallito... perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». Nella conversazione, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori napoletani, il riferimento dovrebbe essere all’avvocato Nicola Quaranta, all’epoca difensore di Tarantini, e al procuratore Laudati (“quello”). L’intercettazione è del 5 luglio 2011.

Pochi giorni prima nella Procura di Bari si era consumato lo strappo fra Laudati e l’ex sostituto Giuseppe Scelsi, che per primo ha indagato sulla scuderia di escort di Tarantini e che ora è sostituto alla Procura generale di Bari. Alla base della frizione c’è l’iniziativa di Laudati che avrebbe ordinato alla Guardia di Finanza di consegnare a lui anziché a Scelsi l’informativa finale sull’indagine relativa al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione. Sul punto l’ex pm ha trasmesso un esposto al Csm e il contenuto è materia che interessa anche l’inchiesta della Procura di Lecce.

«Un procuratore se indagato non può continuare a svolgere il suo ruolo con la serenità e il dovuto prestigio che deve caratterizzare la sua funzione. Per questo mi dichiaro a completa disposizione delle Procure di Napoli e Lecce». Così si era espresso Laudati all’indomani della diffusione del contenuto delle intercettazioni di Tarantini sul suo conto, lasciando intendere che si sarebbe dimesso qualora fosse stato indagato. L’inchiesta, intanto, va avanti. Nel fine settimana i magistrati leccesi insieme con quelli napoletani hanno sentito i loro colleghi baresi: Giuseppe Scelsi e Eugenia Pontassuglia che ha ereditato il fascicolo. Sul contenuto il riserbo è massimo.

Il 19 settembre 2011 infine, c’è stata l’audizione durata quattro ore di Giuseppe Scelsi davanti alla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura sull’esposto presentato dall’ex pm contro il procuratore Laudati. Laudati sarà ascoltato il giovedì successivo. Abuso d’ufficio, favoreggiamento, addirittura tentata violenza privata. Il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, si ritrova indagato dai colleghi di Lecce per il «caso Tarantini». Ben tre ipotesi di reato e con questo biglietto da visita giovedì è atteso davanti alla prima commissione del Csm, che potrebbe decidere un suo trasferimento d’ufficio. Per non parlare dell’eventuale azione disciplinare, che è proprio dietro l’angolo.

Che ha fatto Laudati per meritare tutti questi guai? L’accusa è pesante, infangante: quella di aver voluto controllare le indagini su Gianpaolo Tarantini, anche per rallentare la diffusione delle intercettazioni tra il faccendiere e le ragazze portate alle feste del premier. E questo per favorire, più che Tarantini, Silvio Berlusconi. La grande colpa di Laudati, insomma, sarebbe quella di non aver fatto abbastanza per inchiodare il Cavaliere. Il sospetto nasce da intercettazioni in cui Giampaolo Tarantini e il direttore de L’Avanti Valter Lavitola parlano di presunti accordi degli avvocati con lui. E lo sostiene il suo grande accusatore, l’ex pm Giuseppe Scelsi, oggi alla procura generale barese. La tentata violenza privata sarebbe proprio nei confronti dell’ex titolare dell’inchiesta, che a luglio 2011 ha inviato un esposto al Csm, poi ha ripetuto la sua versione dei fatti di fronte ai colleghi leccesi e napoletani e lunedì 19 settembre a Palazzo de’ Marescialli. Così, da inquisitore di Tarantini (lo ha fatto anche arrestare) Laudati diventa indagato.

Passa in ombra la pubblica autodifesa in cui il procuratore capo racconta della situazione trovata in Procura al suo arrivo a settembre 2009, con i sostituti che a suo dire lavoravano a ruota libera, senza coordinamento e, soprattutto, con le continue e clamorose fughe di notizie sui giornali. Quello che Laudati descrive come un necessario mettere ordine nell’ufficio, imporre regole ferree ai pm, maggiore controllo sulla Guardia di finanza per i compiti di polizia giudiziaria e assoluto riserbo verso i mass media, per Scelsi è imposizione verticistica, interferenza sospetta, come quella di avocare a sé, di fatto, la delicata inchiesta sulle escort.

Sembra che il primo titolare delle indagini si sia sentito sotto accusa per il sospetto che proprio dal suo computer siano fuggite le prime notizie a luci rosse sull’escort Patrizia D’Addario e le altre, pubblicate dal Corriere della Sera proprio il giorno dell’insediamento di Laudati. Il rapporto tra i due (il primo vicino alla corrente di Magistratura indipendente, l’altro militante in Magistratura democratica) comincia male e prosegue peggio. Al pm vengono affiancati due colleghi per l’inchiesta scottante, lo stress sale, gli attriti con il capo pure e Scelsi chiede il trasferimento alla Procura generale. Ma prima vuole a tutti i costi l’informativa finale delle Fiamme gialle. La sollecita. A tre giorni dalla sua uscita, salta l’ultima riunione per le ferie dei colleghi e non ci riesce. Scelsi lascia con l’amaro in bocca, si sente defraudato e, forse anche per pararsi da eventuali attacchi, scrive al Csm.

Lunedì 19 settembre 2011, alla prima commissione presieduta dal laico Nicolò Zanon, ripete la sua versione calcando la mano. Accusa Laudati di aver imposto alla Guardia di finanza di consegnare solo a lui la famosa informativa. Lo stabilisce una direttiva del Capo del dicembre 2009, ma lui la contesta. Contesta addirittura l’opportunità della riunione di coordinamento delle indagini indetta da Laudati, parla di ritardi voluti, di intromissione verticistica nelle inchieste, di suggerimenti a Tarantini, di uso personalistico delle Fiamme Gialle da parte del procuratore, con un «pool» che rispondeva solo a lui. Addirittura, di un’«indagine parallela» alla sua. E Laudati viene crocifisso.

Il senatore del Pd Alberto Maritati - dalemiano, sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi e amico di vecchia data dell’avvocato della D’Addario, Maria Pia Vigilante - nell’estate 2009 chiese informazioni all’ex pm barese Pino Scelsi sulle indagini che riguardavano Tarantini appena perquisito. E lo fece su incarico di Roberto De Santis, dalemiano di ferro. A riferirlo è proprio Scelsi, nel suo interrogatorio a Lecce su Laudati, procuratore di Bari indagato. «Laudati mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga delle notizie pubblicate sul Corriere della Sera, preceduta dalle dichiarazioni di D’Alema (quelle sulla «scossa nel governo», ndr) (...) era a me addebitabile, o che comunque io avrei contribuito (...). Risposi che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare la mia indagine con improvvide rivelazioni, e che peraltro dalla stessa indagine risultava che Tarantini era legato ad ambienti vicini all’area politica di D’Alema (...). Feci presente a Laudati che io personalmente avevo avuto richieste di informazioni da parte di Alberto Maritati, vicino all’ambiente di D’Alema, e che avevo categoricamente rifiutato di dare notizie, come tra l’altro risultava da alcune conversazioni intercettate sull’utenza di De Santis, persona assai vicina a D’Alema e suo compagno di barca».

DALEMIANI PREOCCUPATI

Dalle intercettazioni, prosegue Scelsi, «risultava sia l’incarico dato da De Santis a Maritati di raccogliere informazioni (…), sia la risposta di Maritati che aveva riferito a De Santis l’impossibilità di avere alcuna informazione (…)». Un episodio che Scelsi avrebbe raccontato anche al predecessore di Laudati, Marzano, e all’ex coordinatore della Dda Marco Di Napoli. Interessante anche alla luce di una dichiarazione di Tarantini in un verbale di novembre 2009, di cui parla anche Scelsi nel suo interrogatorio: «Angelillis (uno dei due pm che Laudati affiancò a Scelsi, ndr) aveva chiesto al Tarantini di riferire sui suoi rapporti con De Santis e Tarantini aveva dichiarato di essersi rivolto, dopo le perquisizioni, a De Santis chiedendogli di attivarsi presso qualche politico presumibilmente vicino ai magistrati. A detta di Tarantini, De Santis non aveva mai dato risposta». Dunque, se non era nell’interesse di Tarantini, per conto di chi Maritati e De Santis avevano cercato informazioni?

«MI MANDA ALFANO»

Scelsi non risparmia stoccate a Laudati che prima dell’insediamento, a suo dire, tenne una riunione coi finanzieri Bardi, D’Alfonso e Paglino: «Laudati fece un discorso chiaro, che era molto amico del ministro della Giustizia, che “gli aveva concesso l’onore del tu”, e che in virtù di quest’amicizia aveva garantito per me, così impedendo l’avvio dell’attività ispettiva sul mio operato. Aggiunse che era stato mandato a Bari per conto del ministro della Giustizia».

IL COMPLOTTO «ROSSO»

Anche l’altra pm del caso escort, Eugenia Pontassuglia, ha riferito che tra i temi da sottoporre a Gianpi in uno degli interrogatori, «si era individuato quello dell’esigenza di comprendere (…) i rapporti tra De Santis, Tarantini e D’Alema (che da alcune intercettazioni risultava essere presente in Sardegna nello stesso periodo in cui c’era Tarantini, agosto 2008) e se vi fosse collegamento» tra questi e il rapporto «che la D’Addario aveva avuto con Berlusconi», per valutare «la possibilità che vi fosse stato un accordo tra i tre in virtù del quale Tarantini avesse messo in collegamento D’Addario con Berlusconi (ipotesi che la Pontassuglia alla luce degli atti dice «poter essere esclusa», ndr)». Tanti indizi, non fanno un complotto.

Dagli interrogatori di Scelsi, Pontassuglia e Paglino uno spaccato della procura barese divorata da guerre fra magistrati e polizia giudiziaria e attraversata da presunte omissioni e depistaggi.

Trenta pagine di verbali resi da due sostituti procuratori di Bari e da alte cariche della Guardia di Finanza. Le carte depositate dalla procura di Napoli e Lecce nell'ambito del processo Tarantini raccontano la rete assai ingarbugliata, tanto da risultare preoccupante, che si è sviluppata a Bari intorno all'inchiesta su Gianpi e le prostitute da portare al presidente del Consiglio. Una rete fatta di guerre tra magistrati e polizia giudiziaria e piena di presunte omissioni e depistaggi. Con dietro lo spettro di un complotto. In mezzo ci sono accuse molto dure mosse dal pm Scelsi e da alcuni finanzieri al lavoro di Laudati accusato di aver ritardato e controllato le indagini su Tarantini. Ma ci sono anche le parole sofferte di Eugenia Pontassuglia, il sostituto che più di tutti ha seguito l'indagine (ascoltando per esempio tutte i file audio delle intercettazioni telefoniche) e che si trova costretta a rispondere di accuse incrociate, a volte anche durissime e forse strumentalizzate, tra i colleghi al fianco dei quali ha lavorato in questi mesi. Ecco i sunti dei verbali di tutti i testimoni dell'indagine ascoltati in questi mesi dalla procura generale di Bari e dai magistrati di Lecce e Napoli.

GIUSEPPE SCELSI

"Confermo il contenuto dell'esposto indirizzato al Csm. (...) Quando fu pubblicata l'intervista di Patrizia d'Addario e fu pubblicata sui giornali la notizia dell'inchiesta, la collega Elisabetta Pugliese mi disse che Laudati, già nominato dal Csm procuratore di Bari, mi cercava e aveva bisogno di parlarmi. Mi misi in contatto con lui e mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga delle notizie preceduta dalle dichiarazioni dell'onorevole D'Alema era me addebitabile. Risposi a Laudati che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare la mia indagine con improvvide rivelazioni e che peraltro dalla stessa indagine risultava che Tarantini era legato ad ambienti vicini all'area politica di D'Alema. In quella stessa occasione o forse successivamente feci presente al collega Laudati che io personalmente avevo avuto richieste di informazioni da parte dell'onorevole Alberto Maritati, vicino all'ambiente di D'Alema, e che avevo categoricamente rifiutato di dare notizie, come tra l'altro risultava da alcune conversazioni intercettate sull'utenza di Roberto De Santis, persona assai vicina a D'Alema e suo compagno di barca. Dalle conversazioni intercettate, infatti, risultava sia l'incarico dato da De Santis a Maritati di raccogliere informazioni sulla vicenda per la quale erano state disposte le perquisizioni, sia la risposta di Maritati che aveva riferito a De Santis della impossibilità di avere alcuna informazione stante la mia categorica chiusura.
Successivamente mi incontrai con Laudati in occasione della festa della Finanza, il 26 giugno 2009. Dopo la cerimonia ci spostammo in caserma dove si sarebbe dovuto tenere un incontro, come Laudati mi aveva preannunciato. Era stato organizzato un pranzo cui partecipavano, oltre a Laudati, il generale Bardi, il colonnello D'Alfonso, il colonnello Paglino e il generale Bartoletti comandante della Scuola: non c'era invece il generale Inguaggiato e Laudati mi disse che non era stato invitato perché inaffidabile per la sua provenienza dai Servizi e i suoi legami con il direttore del Sismi, Pollari. Laudati fece un discorso molto chiaro dicendo che era molto amico del Ministro della Giustizia, che "gli aveva concesso l'onore del tu", e che in virtù di quest'amicizia aveva garantito per me, così impedendo l'avvio dell'attività ispettiva sul mio operato. Aggiunse che era stato mandato a Bari per conto del Ministro della Giustizia e che era necessario costituire un organo che sovraintendesse alle indagini in corso, in particolare a quelle sulla vicenda Tarantini. Il 9 settembre Laudati prese possesso del suo ufficio di procuratore e lo stesso giorno furono integralmente pubblicati gli interrogatori di Tarantini (quelli della fine di luglio) benché neanche il difensore ne avesse avuto copia. Quello stesso giorno ci fu un duro scontro tra Laudati e il colonnello Paglino in quanto quest'ultimo aveva chiesto a me il permesso di riferire al Procuratore alcuni aspetti delle indagini. Laudati si alterò tanto che Paglino lasciò la stanza in cui ci trovavamo.
Disposi poi il fermo di Tarantini per questioni di droga, come suggerito da Laudati. Il difensore di Tarantini chiese un nuovo interrogatorio e la richiesta fu passata a me e ai colleghi Pontassuglia e Angelillis che nel frattempo mi avevano affiancato. Subito dopo la coassegnazione, Angelillis prospettò l'ipotesi dell'impossibilità di configurare reati in materia di prostituzione sulla base di una sua ricerca giurisprudenziale. L'orientamento del collega corrispondeva a quello del procuratore Laudati. Le perplessità di Angelillis furono manifestate anche alla collega Pontassuglia, ma sia io che lei ritenemmo necessario approfondire il tema.

Laudati manifestò l'esigenza di costituire un coordinamento presso la sua segreteria con un contingente della Finanza a sua disposizione, e di una banca dati in cui dovevano confluire le copie delle indagini fatte in materia di sanità, nonché le vecchie intercettazioni e le nuove che si andavano facendo. Tale banca dati fu costituita presso la scuola Allievi della Finanza dove un intero corridoio di uno degli ultimi piani era occupato dagli atti, dai terminali informatici.

Nel secondo interrogatorio il collega Angelillis introdusse l'argomento del complotto medialicopoliticogiudiziario chiedendo a Tarantini, per quanto io ricordi, notizie sulla presenza di D'Alema in Sardegna e sugli eventuali suoi incontri con Tarantini nella stessa estate in cui quest'ultimo aveva iniziato a frequentare Villa Certosa di Berlusconi. Tarantini escluse tale circostanza rispondendo che era inutile che si continuasse a chiedergli di dichiarare cose che non rispondevano al vero. Ricordo che già nel precedente interrogatorio, Angelillis aveva chiesto al Tarantini di riferire sui suoi rapporti con Roberto De Santis e Tarantini aveva dichiarato di essersi rivolto, dopo le perquisizioni, a De Santis chiedendogli di attivarsi presso qualche politico presumibilmente vicino ai magistrati. A detta dello stesso Tarantini, De Santis non aveva mai dato risposta a quella richiesta. Quando nel successivo interrogatorio Tarantini sbottò di smetterla con quelle continue richieste sul complotto, facendo implicito riferimento ad ipotesi ricostruttive che nessuno di noi aveva in precedenza formulato, io mi rivolsi all'avvocato Quaranta che assisteva all'interrogatorio con sguardo interrogativo e con un significativo gesto della mano per chiedergli a chi si riferisse Tarantini; e Quaranta articolò con le labbra un nome che io non compresi. Risentito per l'evidente intromissione da parte di altri nella programmazione degli argomenti da chiedere a Tarantini mi alzai adirato e uscii dalla stanza sbattendo la porta. Qualche minuto dopo, tranquillizzatomi, rientrai e proseguii l'interrogatorio.

Mi risulta che più volte l'avvocato Quaranta è andato a conferire in ordine ai procedimento che coinvolgevano il Tarantini direttamente con il Procuratore Laudati. Rimanevo sorpreso che non venisse a parlare con i magistrati delegati.

EUGENIA PONTASSUGLIA

"Il primo interrogatorio di Tarantini si svolse ad Ariano Irpino il 6 novembre 2009. A seguito di una mia domanda a Tarantini sul contenuto di un incontro che aveva avuto in Piazza Navona a Roma con Roberto De Santis (incontro che era stato videoregistrato senza l'audio nell'ambito delle indagini su Tarantini) quest'ultimo spiegò i suoi rapporti con De Santis e il contenuto della discussione avuta con lui e di cui alla videoregistrazione; di sua iniziativa aggiunse che comunque non c'era alcun complotto e non c'era la possibilità di pensare ad alcun complotto. Gli chiesi come mai parlasse di complotto e Tarantini, guardando interrogativamente l'avvocato Quaranta gli chiese, quasi a chiederne conferma, se non sì trattasse di uno degli argomenti in merito ai quali avrebbe dovuto riferire. E l'avvocato Quaranta dandogliene conferma disse che effettivamente si trattava di uno degli argomenti che gli erano stati indicati dal dottore Laudati come temi da approfondire.

icordo che si fece riferimento ad un foglietto sul quale l'avvocato Qauranta aveva annotato le indicazioni ricevute dal dottor Laudati e che aveva consegnato a Tarantini. Mi pare di ricordare, ma non ne sono certa, che quest'ultimo tirò fuori dalla tasca un biglietto con degli appunti. Devo dire che non ricordo alcun episodio in cui durante un interrogatorio, a seguito di una domanda di Angelillis che prospettava l'ipotesi di un complotto, Scelsi si sia rivolto con un segno della mano dal significato interrogativo all'avvocato Quaranta e quest'ultimo abbia risposto articolando con le labbra un nome.

Ricordo invece un episodio nel quale Scelsi si allontanò, innervosito, dalla stanza dove avveniva l'interrogatorio sbattendo la porta, ma non riesco a collocarlo in alcun contesto. (...) Avemmo un incontro di coordinamento e tra i temi discussi si era individuato quello dell'esigenza di comprendere quali fossero stati i rapporti tra De Santis, Tarantini e l'onorevole D'Alema.

Da “Il Corriere”. È il 4 marzo 2009. Tarantini organizza una cena al ristorante dell’hotel Valadier, a Roma. Procaccia per il post serata tre ragazze. Seduti al tavolo ci sono dirigenti di Finmeccanica e Cosimo Bottazzi, ex procuratore della Repubblica di Brindisi, attualmente sostituto procuratore generale presso la corte di appello di Bari. L’incontro viene ampiamente documentato nell’informativa della guardia di Finanza. Per i magistrati l’ex imprenditore in quel momento sta cercando di entrare nel circuito dei lavori per le grandi opere pubbliche. Accanto a Bottazzi, c’è il manager di Finmeccanica Rino Metrangolo che si è dimesso, e l’imprenditore brindisino Marco Macchitella.

Macchitella e Bottazzi secondo gli investigatori erano «presumibilmente» amici di Metrangolo. Come ricostruito nelle carte alla cena, alla quale Tarantini non si presentò, furono invitate: Fadoua Sebbar, Niang Kardiatou (detta Hawa) e «tale Emiliana». Scrivono i pm: «Fatta eccezione per Emiliana le donne trascorrevano la notte in compagnia degli uomini, prostituendosi presso l’hotel Valadier», dove Tarantini aveva fatto riservare tre camere a nome di Metrangolo. E’ una delle ragazze che, ascoltata dagli inquirenti, racconta la composizione della tavolo. Non ricorda il nome di Bottazzi, ma parla di due uomini, pugliesi, forse di Bari.

Ecco cosa dice Fadoua Sebbar quando viene interrogata: «Relativamente all’episodio dei primi di marzo 2009 in cui Gianpaolo Tarantini mi invitò a partecipare ad una cena presso il ristorante Valentino in Roma, (...) mi porse una somma pari a 1000 euro affinché io consumassi dei rapporti intimi con una persona di nome Rino che avrei dovuto incontrare presso il ristorante Valentino. (...) Io ed Hawa, invece ci recammo a cena con Rino ed altri due uomini, che non conoscevo e di cui non ricordo il nome, so però che erano entrambi pugliesi forse di Bari. Durante la cena sopraggiunse un’altra ragazza di cui non ricordo il nome, la quale comunque a cena terminata andò via. Io invece dopo cena mi trattenni con Rino nella sua camera ubicata nello stesso albergo ed Hawa con uno degli altri due uomini, circostanza questa che ricordo in quanto dopo una trentina di minuti circa io e lei ci siamo riviste all’ingresso dell’albergo».

Da “Il Nuovo Quotidiano di Puglia” del 31 maggio 2011. Scontro in atto a Bari tra la Procura e la Camera Penale che accusa un pm di aver compiuto la falsificazione di un atto processuale per dimostrare l'inattendibilità di una testimone: «Un atto gravissimo e senza precedenti - ha dichiarato Egidio Sarno, presidente della Camera Penale di Bari - mai accaduto nella storia del processo italiano». L'episodio si è verificato durante l'udienza del processo "La Fiorita", in cui il ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, è imputato insieme con altre 42 persone. Il pm, Renato Nitti, ha imitato di sua mano la firma di una testimone su un'attestazione di presenza ad una delle assemblea della società 'La Fiorita', chiedendole di riconoscerla. La donna ha riconosciuta quella firma come propria, procurandosi in questo modo anche la contestazione di falsa testimonianza. «Ci riserviamo - ha detto Sarno - di valutare l'accaduto. Se l'avesse fatto un difensore sarebbe già stato sottoposto a procedimento disciplinare. Anche se il fine è legittimo, dimostrare l'inattendibilità di un testimone con un atto falso - ha continuato Sarno - non è accettabile. Il processo ha delle regole che non possono essere violate». «È un fatto strettamente processuale - ha commentato il presidente dell'Anm di Bari, Marco Guida - che attiene ad un singolo processo che si è svolto tutto in maniera regolare. Il pubblico ministero ha fatto le sue domande a un testimone nel contraddittorio delle parti davanti ad un giudice terzo e non c'è stata nessuna falsificazione di atti».

Si accendono i riflettori del sistema giudiziario su una delle vicende al centro dell’inchiesta ‘Vendola: corruzione nei palazzi del potere?’. Così come riporta l’Indro.

Magistrato, anzi capo della Procura della Repubblica (Antonio Laudati) e indagato (Nichi Vendola) per gravi reati penali, fianco a fianco in conferenza, senza imbarazzo. Stiamo parlando del convegno ‘Organizzare la Giustizia’ (tenuto a Bari dal 29 al 30 ottobre 2010), costato ai contribuenti pugliesi ben 163 mila e 500 euro (Regione Puglia, 100 mila euro, Comune  di Bari 33 mila euro, Provincia di Bari 30 mila e 500 euro). Il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Bari, Antonio Pizzi, ha aperto un fascicolo proprio su questa assise pubblica, promossa dal procuratore della Repubblica di Bari Laudati con il lauto finanziamento dell’allora indagato Governatore Vendola. L’acquisizione degli atti amministrativi è stata fatta dai Carabinieri, negli uffici della Giunta Regionale, in conseguenza della volontà della Procura Generale di fare chiarezza “nella prospettiva di un accertamento predisciplinare”. Al convegno aveva preso parte anche il Presidente Nichi Vendola, all’epoca dei fatti indagato dalla Procura per concussione nell’ambito dell’indagine sulla gestione della sanità che ha portato alla richiesta di arresto per il senatore del Partito democratico Alberto Tedesco. L’ex assessore regionale della sanità designato espressamente da Vendola, è accusato di una serie di gravi illegalità nel suo ruolo di Assessore alla sanità nel primo governo vendoliano.

La Regione Puglia figura tra gli enti locali che hanno finanziato il convegno voluto da Laudati: l’ente regionale, infatti, ha elargito a favore dell’organizzazione del convegno un contributo di 100 mila euro. La circostanza era stata messa in relazione alla richiesta di archiviazione che la stessa Procura aveva presentato per Vendola, indagato per i medesimi reati di Tedesco, che il giudice delle indagini preliminari, Sergio Di Paola, ha disposto solo il 24 febbraio 2011. Contravvenendo alla legge sulla trasparenza, voluta dallo stesso Vendola, le specifiche determine di spesa regionale elaborate dal Gabinetto del Presidente Vendola risultano secretate, ovvero non sono mai state rese di dominio pubblico.

«In Puglia non c’è l’uso politico della giustizia, perché siamo in una fase più evoluta ed abbiamo da anni l’uso giudiziario della politica». Va giù duro il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, a Bari, alla presentazione del libro del capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, Fabrizio Cicchitto, proprio su «L’uso politico della giustizia».  Così riporta l’articolo de Il Corriere del Mezzogiorno del 16 aprile 2011.

«Il federalismo - ha detto Fitto - porta alle peculiarità locali e questa è quella pugliese». Dunque, in Puglia, per il ministro salentino, non sarebbero i partiti del centrosinistra ad usare la magistratura politicizzata per bloccare l’azione del centrodestra con inchieste ad orologeria (secondo uno dei vecchi cavalli di battaglia del Pdl), ma sarebbe addirittura la magistratura ad ingerire direttamente nell’azione della politica. Magari inserendo propri rappresentanti nelle amministrazioni. Una considerazione rafforzata dalle parole dello stesso Cicchitto, provocato dai giornalisti che gli chiedevano se si potesse parlare di giustizia ad orologeria anche per le inchieste della procura di Bari sulla giunta Vendola. «Noi abbiamo in Puglia - ha detto - un interscambio singolare fra magistrati e politici: il pm che si occupava della vicenda Arcobaleno, che riguardava indirettamente anche D’Alema, è diventato sindaco di Bari. E un altro pm, che si è occupato di Fitto per molti anni, è diventato assessore alla Regione. Un interscambio singolare fra politica e magistratura alla rovescia». E’ stato un pomeriggio giocato a tutto tondo sull’attacco frontale ai magistrati, in una sala gremita di esponenti politici locali del Pdl, presenti anche per la vicinanza con le prossime amministrative.

I magistrati sono stati descritti da Cicchitto alla stregua di golpisti, «o quantomeno con una dimensione rivoluzionaria ed eversiva che mette in questione lo stato di diritto». Questo è avvenuto, ha spiegato il capogruppo Pdl «nei confronti della Dc, del Psi e dei partiti laici nel ’92-’94 con due pesi e due misure, per quello che riguarda Tangentopoli. Perché in quel sistema c’era anche il Pci che, però, se l’è cavata brillantemente. E dopo il ’94 l’azione della magistratura ha colpito Berlusconi perché aveva raccolto l’area moderata del Paese». In sala Cicchitto spiega quella che per lui è una delle anomalie italiane, in un Paese «dove c’è stato il più grande Partito comunista dell’Occidente, organicamente legato all’Unione sovietica, con un gruppo dirigente di livello che riuscì a radicarsi». Ma che a tutt’oggi non è riuscito ad affrancarsi dalla sua matrice politica, trasformandosi in una formazione socialdemocratica evoluta, «a causa del berlinguerismo che lo ha impedito». E’ a questo proposito che Cicchitto cita le parole «di un senatore del Pci, Pellegrino che ha scritto che il Pci privo della cultura comunista e senza essere riuscito ad elaborarne un’altra, si nutrì della cultura giustizialista di Violante ed altri». Un partito massimalista che ha finito per fare sua la «dialettica dell’amico-nemico di Carl Schmitt». Il libro, di qualche anno fa, non è superato secondo l’autore. Tutt’altro. «L’utilizzazione della giustizia a fini politici che ha sempre serpeggiato nella vita italiana dagli anni ’80». E questo dipenderebbe dal fatto «che c’è un settore, anche minoritario della magistratura, che ideologicamente ha elaborato una teoria secondo la quale ci può essere un uso alternativo del diritto a fini - chiamiamoli così - rivoluzionari. Sia nei confronti del sistema politico che di quello economico». Una elaborazione culturale «passata dalla teoria ai fatti: cioè alla giurisdizione. Di qui, la cosiddetta sentenza creatrice: cioè la sentenza che innova rispetto alla lettera della legge. E quella che anticipa la condanna, teorizzata da Borrelli: un avviso di garanzia con raffica mediatica, anche se si traduce dopo 10 anni in una assoluzione». Sciagurata per Cicchitto nel ’93 anche la riforma dell’articolo 68 (quella che riguarda l’immunità parlamentare), «in questo modo l’equilibrio tracciato dalla Costituzione fra autonomia della magistratura - enorme nel nostro Paese - e autonomia della politica è venuta meno».

Non sarà un inaccettabile esposto anonimo a poter gettare discredito sulla Procura della Repubblica della nostra città, né potrà generare ombre sulla professionalità e assoluta correttezza dell’ufficio giudiziario requirente e del suo capo». La giunta distrettuale di Bari dell’Associazione nazionale magistrati, commenta così la decisione del Csm, di aprire un pratica riguardante il procuratore di Bari, Antonio Laudati, per i finanziamenti pubblici ricevuti per un convegno sulla giustizia. Il tutto riportato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 aprile 2011. Il sospetto lanciato dall’esposto finito anche sul tavolo della procura generale della Corte d’Appello che sta conducendo le verifiche, è quello di un condizionamento nell’operato della procura in merito al proscioglimento del governatore Nichi Vendola che aveva contribuito al quel convegno (tra i cui promotori c’era proprio Laudati) con un finanziamento di 100mila euro, mentre per episodi apparentemente simili aveva chiesto l’arresto del senatore Alberto Tedesco. In una nota i magistrati che compongono la giunta barese dell’Anm manifestano la loro solidarietà ai colleghi. «Nel respingere la vile pratica del dossieraggio e del pettegolezzo anonimo, esprimiamo a tutti i magistrati della Procura della Repubblica del Tribunale di Bari viva solidarietà, confidando che ogni indagine non potrà che confermare l'assoluta legittimità dell’operato dei magistrati dell’ufficio requirente». L’Anm distrettuale di Bari è intervenuta anche sulle dichiarazioni del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, che puntando il dito contro i magistrati baresi (che nei mesi scorsi lo hanno rinviato a giudizio) ha parlato di «uso giudiziario della politica in Puglia». «Parole che destano sconcerto» spiegano in una nota i rappresentati dei magistrati, perché «un ministro della Repubblica, che pertanto dovrebbe mirare a salvaguardare la dignità delle istituzioni in genere e di quelle della sua regione in particolare, si lasci andare a definizioni tanto generiche quanto immotivate, usate come meri slogan, ma che possono sortire il devastante effetto di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni stesse». Tutto questo, sottolinea l’organismo sindacale dei magistrati, avviene peraltro «in uno scenario nazionale oltremodo delicato e preoccupante, in cui assistiamo quotidianamente ad attacchi denigratori inaccettabili nelle forme e nei contenuti all’ordine giudiziario complessivamente considerato, nonchè – concludono i componenti della giunta – a singoli magistrati nell’esercizio delle loro funzioni». Il ministro Fitto non ha perso tempo e ha risposto subito: «E' sconcertante che l’Anm di Bari esprima sconcerto per il mio commento politico sugli sconcertanti fatti degli ultimi mesi e degli ultimi giorni in Puglia e non si sconcerti, piuttosto, per i fatti in sè». Secondo il ministro, l’Anm di Bari dovrebbe scandalizzarsi per i «magistrati che in pochi giorni passano dalla toga alla lista elettorale e poi alla poltrona di Giunta regionale nello stesso distretto»; per i «magistrati con parenti stretti in politica, sempre nello stesso distretto»; per i «magistrati che usano due pesi e due misure e sulle stesse vicende assumono decisioni e provvedimenti diametralmente opposti nello stesso giorno oltre che nello stesso distretto»; per le «faide interne al Palazzo di Giustizia sulle quali l’Anm, piuttosto che sconcertarsi solidarizza paradossalmente con tutti».

La «guerra di Bari» tra esposti anonimi al Csm e i malumori dei magistrati. È oggetto di un articolo de Il Tempo del 17 aprile 2011. Ha lasciato la procura di Bari dopo vent'anni di onorata carriera. Il pubblico ministero Giuseppe Scelsi, negli ultimi tempi balzato agli onori della cronaca per le indagini sui rapporti tra la escort Patrizia D'Addario e il premier Silvio Berlusconi, è stato promosso alla procura generale. Lo ha esplicitamente richiesto e non è un caso. A pesare sulla sua scelta i non ottimi rapporti con il capo della procura Antonio Laudati che avrebbe sollevato qualche osservazione sul modo in cui venivano condotte le indagini sul caso D'Addario. Indagini che, dopo le rivelazioni del 2009 si sono praticamente fermate. Ma i dissidi tra Laudati (che a Bari è arrivato nel settembre 2009) e Scelsi sono solo l'ultima puntata di una guerra che vede il procuratore capo assoluto protagonista. Un po' di storia. La magistratura barese è sempre stata un ottimo «bacino di pesca» per il centrosinistra. Da qui arrivano il sindaco di Bari Michele Emiliano, il senatore Pd Gianrico Carofiglio, il suo collega Alberto Maritati (entrato per la prima volta a Palazzo Madama nel 1999 con i Ds) e l'assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro. Per completezza va poi ricordato che Scelsi è sempre stato vicino a Magistratura democratica, una delle correnti di sinistra dell'Anm, mentre il suo collega Roberto Rossi è diventato membro del Csm sostenuto dal Movimento per la giustizia (altro gruppo di sinistra). Laudati si inserisce in questo contesto che, al suo arrivo, è reso particolarmente incandescente da battaglie intestine tra pm, fughe di notizie e una certa sovraesposizione mediatica delle toghe. Immediato il giro di vite. Che produce anche vere e proprie «eccezioni» nel panorama della giustizia italiana. Ad esempio, è stata arrestata la presunta «talpa» che avrebbe passato al Corriere della Sera i verbali di interrogatorio di Giampaolo Tarantini. In ogni caso Laudati riorganizza anche la gestione delle indagini. Costituisce pool di magistrati e ne affianca due a Scelsi: Eugenia Pentassuglia e Ciro Angelillis. I maligni parlano di «commissariamento» e non è escluso che anche questo esacerbato i rapporti tra i due. Di certo il procuratore capo non vuole che il caso D'Addario-Berlusconi venga trattato con superficialità e vuole avere contezza di tutti i fatti prima di prendere qualsiasi decisione. Un atteggiamento che lo ha immediatamente etichettato come «berlusconiano». Peccato che il Csm abbia aperto un fascicolo su di lui per l'accusa opposta: troppo amico di Nichi Vendola. Al punto da organizzare, con il contributo economico della Regione, un'iniziativa sul tema della giustizia con ospite il governatore. Che però è stato indagato, uscendone indenne, nell'ambito dell'inchiesta sulla gestione della Sanità in cui è stato chiesto l'arresto del senatore Pd Alberto Tedesco. Il fascicolo è stato aperto sulla base di un esposto anonimo sostenuto da una relazione del procuratore generale di Bari Antonio Pizzi. E proprio il carattere anonimo della denuncia ha immediato scatenato la fantasia dei «complottisti», mentre la giunta barese dell'Anm ha difeso Laudati attaccando la «vile pratica del dossieraggio». Di certo la sua gestione ha dato fastidio a qualcuno. Sarebbe bello capire a chi. 

Archiviazione per Vendola. Coincidenze: secondo Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica sul “Il Giornale”. Con una tempistica calibrata al millesimo di secondo, il gip barese Sergio Di Paola il 25 febbraio 2011 ha accolto la richiesta di archiviazione per il governatore pugliese Nichi Vendola, che era indagato – come anche il suo capo di Gabinetto Francesco Manna – per concussione in concorso per alcune nomine di direttori di Asl pugliesi. Coincidenze provvidenziali. Eppure la decisione del gip si è fatta attendere un bel po’, visto che la richiesta della procura porta la data del 26 marzo 2010. Ed è arrivata proprio, coincidenza, a ruota dell’ordinanza con la quale un altro gip di Bari, Giuseppe De Benedictis, ha accolto parzialmente la richiesta della procura di custodia cautelare in carcere per il senatore del Pd ed ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco (l’ordinanza è già a Palazzo Madama), per il suo braccio destro Mario Malcangi (arrestato due giorni fa), per il caposcorta di Vendola e per tre tra imprenditori e manager sanitari, spediti ai domiciliari.

La curiosa conseguenza temporale delle due decisioni colpisce proprio perché, nell’ordinanza con cui si chiede l’arresto di Tedesco, il gip De Benedictis non riserva giudizi lusinghieri nemmeno per i vertici dell’amministrazione regionale. E rimarca, soprattutto, come per lo stesso episodio per cui i pm avevano chiesto l’archiviazione per il governatore, ora i sostituti baresi chiedevano l’arresto di Tedesco i domiciliari per il dirigente sanitario Guido Scoditti (tornato in libertà). Strana incongruenza che suona come una stoccata ai pm, come un colpo per Vendola, ma anche come una sorta di rottura interna al palazzo di giustizia di Bari. Crepa resa più evidente dall’accoglimento immediatamente successivo, da parte dell’altro gip, di quella richiesta di archiviazione, decisione che invece sposa la tesi «difensivista» dei magistrati, accogliendo l’assenza di «fatti penalmente rilevanti» non solo per Vendola e per il suo capo di gabinetto, ma persino per Tedesco, proprio esaminando un episodio per il quale il gip De Benedictis, invece, ritiene evidenti e gravi gli indizi di colpevolezza per Tedesco, anche se stavolta non per concussione, ma per abuso d’ufficio (reato che non giustifica, annota il gip, l’arresto). Insomma, sullo stesso fatto prima i pm - e poi i due gip - hanno dato letture diverse a seconda degli indagati e dei reati contestati.

Al di là dell’apparente schizofrenia giudiziaria, Vendola ha incassato con sollevata soddisfazione la sua archiviazione, distribuendo in conferenza stampa copie fresche di stampa della decisione, prendendo le distanze dal suo ex assessore Tedesco che pure fu lui a nominare e a difendere a spada tratta persino quando il conflitto d’interessi del responsabile della sanità pugliese, i cui figli lavorano nel settore delle protesi, era di pubblico dominio. Chiusa la parentesi giudiziaria, Nichi non si fa carico nemmeno delle responsabilità politiche per quello che il gip definisce «un consolidato sistema di malaffare incancrenito nel “sottosistema” della sanità regionale». Lui era il presidente della Giunta, ma l’unico errore che ammette «è di non aver avviato un rinnovamento più radicale».

Eppure, se non penalmente rilevante, l’operato del governatore viene stigmatizzato proprio nell’ordinanza d’arresto per Tedesco. Lì Vendola viene citato più volte, come si diceva, nel capo d’imputazione di Tedesco sulla cui valutazione giuridica pm e gip baresi sembrano non avere le stesse convinzioni. Ossia sulla sostituzione, del 2008, di un direttore sanitario (Franco Sanapo) sgradito all’ex assessore, con uno (Umberto Caracciolo) a lui più gradito, alla Asl di Lecce. Il gip scrive, per esempio, che «questa volontà del Tedesco emerge anzitutto dalla conversazione del 5 agosto 2008 in cui Tedesco parlava di tale suo pio desiderio con il capo di gabinetto del governatore Vendola, ricevendo l’approvazione del Manna (che, evidentemente, non poteva dargliela a titolo esclusivamente personale) a bloccare illegittimamente in regime di prorogatio a Nardò il Sanapo». E più avanti, ancora, il giudice riserva un’altra stoccata a Nichi, commentando un’altra conversazione tra l’ex assessore Tedesco e il capo di gabinetto di Vendola, incentrata su nomi e nomine. Un’intercettazione che, secondo il gip, «costituisce un dato irrecusabile circa la consapevolezza dei responsabili politici – di tutti i responsabili politici – di operare per fini di spartizione politica e/o correntizia». Un sistema, si legge ancora nell’ordinanza, che «non risulta circoscritto a singoli esponenti della maggioranza di centrosinistra ma assurge a logica di strategia politica, al fine di acquisire consenso e rendere stabile la maggioranza di governo». E nel caso di questa sostituzione alla Asl Tedesco, secondo la procura, «curava i suoi interessi personali e economici», mentre Vendola aderiva ai desiderata del suo assessore per «criteri di spoil system». Criteri legittimi ma, secondo il gip, «del tutto avulsi da esigenze di corretta gestione amministrativa dell’Asl di Lecce», come proverebbe una intercettazione tra il presidente e l’assessore, in cui Vendola spiega: «Hai presente che a noi quelli ci hanno chiesto quattro cose tra cui anche Lecce, uno loro al posto di Sanapo». Vendola ieri ha rivendicato la decisione di rimuovere il manager, negando però moventi di bassa politica. Cosa che aveva fatto anche a luglio 2009, quando venne interrogato dal pm Digeronimo, sostenendo – scrive il gip «contrariamente a quanto emerso dalle intercettazioni che non vi era stata alcuna intromissione del Tedesco». Dichiarazioni che il giudice ribadisce, poi, essere «inverosimili».

Tedesco sfida Vendola "Perché io sì e lui no?" Su “Il Giornale” lo sfogo dell'ex assessore Pd che rischia l'arresto per la sanitopoli pugliese. "Sulle nomine Asl hanno accusato me di concussione, lui no".

E chi deve capire, capisca: «La fattispecie del reato era pressoché identica e i fatti contestati erano sovrapponibili al 90 per cento. Evidentemente c’è un atteggiamento diverso da parte dei procuratori, e francamente non riesco a capire perché». Le parole dell’ex assessore Alberto Tedesco, diventato senatore del Pd dopo le sue dimissioni dalla giunta Vendola, alle prime avvisaglie di un epilogo devastante dell’inchiesta sulla malasanità pugliese, sono indirizzate proprio al governatore. Un messaggio diretto al «presidente Vendola», all’«amico» Nichi, al «mio candidato» che, ribadisce il senatore sotto richiesta d’arresto da parte del gip di Bari, personalmente ha appoggiato in due distinte occasioni elettorali. Riuscendo persino, alle ultime consultazioni, nel 2009, a convincere lo scettico D’Alema che non era affatto convinto di voler concedere il bis al leader di Sinistra e Libertà. L’atto d’accusa di Tedesco colpisce ovviamente la magistratura barese che a suo dire (ma lo scrive anche il gip De Benedictis, proprio nell’ordinanza con cui chiede l’autorizzazione per l’arresto dell’ex assessore) avrebbe valutato in modi diversi episodi praticamente identici evidenziati dalle informative dei carabinieri. La vicenda esaminata riguardava una rimozione e una nomina nella Asl di Lecce. E i pm avevano inizialmente contestato a Tedesco la concussione, mentre su Vendola, che a quei «movimenti » diede il suo assenso, non imputano che un legittimo, seppur criticabile, spoil system . Poi cambiano i reati, viene contestato l’abuso d’ufficio e non la concussione. Ma quasi in contemporanea per quell’episodio nella Asl salentina Vendola viene archiviato dal gip Di Paola, mentre un altro gip, De Benedictis, appunto, ritiene sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. I dubbi, dunque, non sono solo di Tedesco. Che ora, sulla graticola, si mostra più che mai insofferente per le prese di distanza dei suoi «ex» amici. Non solo Vendola, appunto, ma anche Michele Emiliano, sindaco di Bari e, secondo quanto disse Vendola nel suo interrogatorio con i pm, grande sponsor e «blindatore» di Tedesco come responsabile della Sanità pugliese, alla faccia del conflitto d’interesse (i figli del senatore sono, da sempre, molto attivi nel business delle protesi). Ed ecco dunque Tedesco partire all’attacco, intervistato dal Tg1. «Quanto a Nichi Vendola - scandisce il politico appena auto­sospeso dal Pd - i miei rapporti si sono interrotti improvvisamente il giorno dopo la rielezione di Vendola a governatore della Puglia, dopo che ho fatto per la seconda volta la campagna elettorale per lui, esprimendomi a suo favore, anche interloquendo direttamente con il presidente D’Alema che non era convinto di questa ricandidatura». La storia è nota: il Pd non vorrebbe accreditare l’ascesa politica di Vendola, spinto dalla base nonostante i disastri sanitari del suo primo quadriennio da governatore. Tedesco, che a febbraio 2010 s’era fatto da parte dopo aver saputo che era indagato, dice di essersi speso per il «suo» presidente. Che oggi gli volta le spalle.

Come pure Emiliano. I due? Per Tedesco «Sono due facce della stessa medaglia. Ti blandiscono, ti inseguono quando puoi essere utile a una causa, e naturalmente poi ti scaricano immediatamente».

Ogni riferimento ai distinguo dell’ultim’ora, e all’atteggiamento ondivago del Pd sulla posizione da prendere per l’arresto, non sono nient’affatto casuali. Invece di difendersi dalle accuse di aver costruito un sistema di malaffare nel settore di riferimento del suo assessorato, Tedesco sfrutta le telecamere del telegiornale di Minzolini per togliersi i proverbiali sassolini dalle scarpe, e per lanciarli contro gli ex alleati. Un messaggio, forse, diretto anche ai vertici del Pd (e più precisamente a D’Alema) che appaiono in imbarazzo sulla posizione da prendere sulla richiesta d’arresto per il senatore. Baffino, finora, sulla scottante storia pugliese ha solo cercato di salvare se stesso, prendendo le distanze dall’imprenditore Tarantini, quello che portava escort al vice di Vendola, Frisullo, e a palazzo Grazioli (ricordate la D’Addario?). E tacendo su Tedesco, che pure era un suo fedelissimo. Ora, sull’onda giustizialista di Ruby,il partito democratico sembra essere tornato quello dei tempi dell’ex governatore Ottaviano Del Turco, ammanettato e scaricato politicamente prim’ancora che quell’inchiesta sulla malasanità abruzzese evidenziasse agghiaccianti anomalie. Sull’arresto del suo senatore il Pd non sa davvero che pesci prendere. E quel «messaggio» in codice al Tg1 complica maledettamente le cose. A ciò si aggiunge la provocazione del Ministro Fitto che commenta: “prima o poi qualcuno scriverà un libro sugli ultimi 15 anni della Procura di Bari”.

Il testo integrale della lettera del 7 agosto 2009 di Niki Vendola, Presidente della giunta regionale, alla Digeronimo, P.M. antimafia di Bari.

Gent.ma Dott.ssa Digeronimo, l’amore per la verità non mi consente più di tacere.

Ho l’impressione di assistere ad un paradossale capovolgimento logico per il quale i briganti prendono il posto dei galantuomini e viceversa. Io ho la buona e piena coscienza non solo di non aver mai commesso alcun illecito nella mia vita, ma viceversa di aver dedicato tutte le mie energie a battaglie di giustizia e legalità. “Nichi il puro” titola “Panorama” per stigmatizzare le mie presunte relazioni con un imprenditore che non conosco e a cui ho chiuso, dopo trent’anni, una discarica considerata un autentico eco-mostro (stupefacente notare che “L’Espresso” pubblica un articolo fotocopia del rotocalco rivale: sarebbe carino indagare sul calco diffamatorio che origina questa singolare sintonia di scrittura!). In effetti mi considero un puro: e non rinuncio ad aver fiducia nel genere umano e a credere che la giustizia debba alla fine trionfare. In questi anni di governo ogni volta che ne ho ravvisato la necessità ho adottato provvedimenti tanto tempestivi quanto drastici a tutela delle istituzioni: sono fatti noti, che fanno la differenza tra il presente e il passato.

Ma la sua indagine, dott.ssa Degironimo, sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla. Per antico rispetto verso la magistratura e verso di lei ho evitato, in queste settimane, di reagire alla girandola di anomalie con le quali si coltiva un’inchiesta la cui efficacia si può misurare esclusivamente sui Tg.

La prima anomalia è che lei non abbia sentito il dovere di astenersi, per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta.

La seconda anomalia riguarda l’aver trattenuto sotto la competenza della Procura Antimafia una mole di carte che hanno attinenza con eventuali profili di illiceità nella Pubblica Amministrazione.

La terza riguarda l’acquisizione di atti che costituiscono il processo di gestazione di alcune leggi, come se le leggi fossero sindacabili dall’autorità inquirente.

La quarta riguarda la incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta: che si svolge, in ogni suo momento, a microfoni aperti e sotto i riflettori. Così per la mia convocazione in Procura. Così per l’inaudita acquisizione dei bilanci di alcuni partiti e addirittura di alcune liste elettorali. Il polverone si è mangiato i fatti: quelli circostanziati legati al cosiddetto sistema Tarantini: e nella festosa scena abitata da questo imprenditore io, a differenza persino di alcuni magistrati, non ho mai messo piede.

Lei è così presa dalla sua inchiesta che forse non si è accorta di come essa clamorosamente precipita fuori dal recinto della giurisdizione: sono diventato io, la mia immagine, la mia storia, la posta in gioco di questa ignobile partita. Non dico altro. Il dolore lo può intuire. Qualcuno sta costruendo scientificamente la mia morte. Per me che amo disperatamente la vita è difficile non reagire. Le chiedo solo di riflettere su queste scarne parole.

Firmato: Nichi Vendola

Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, dei senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.

Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".

Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un`intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un`indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un`indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".

Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano per ciò che mi concerne intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla, vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m.. E potrei continuare".

"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".

A questo si aggiunge che il palazzo di giustizia di via Nazariantz a Bari è "illegale, incapiente e insicuro". Ne è convinto il procuratore della Repubblica del capoluogo pugliese, Antonio Laudati, riferendosi alla struttura in cui sono ospitati da diversi anni gli uffici della procura della Repubblica, del gip-gup, del dibattimento penale di primo grado, il tribunale del Riesame e le sezioni di polizia giudiziaria.

“E' illegale perchè non rispetta la legge 626 (sulla sicurezza nei luoghi di lavoro) per cui tra poco – ha detto sorridendo – dovrò autodenunciarmi e trasmettere gli atti alla procura di Lecce. E’ incapiente perchè lo Stato paga 30 vice procuratori onorari che devono lavorare per l’ufficio ma, non avendo una sistemazione, lavorano a casa loro o portano fascicoli della procura nei loro studi legali. E’ insicuro anche perchè ieri è stato sequestrato un coltello a serramanico che veniva clandestinamente introdotto. Si tratta di un fatto serio perchè l’introduzione dell’arma era legata ad un’udienza che doveva essere tenuta”.

“Spero – ha concluso Laudati – che gli avvocati possano essere al mio fianco, anche perchè ho visto le aule di udienze e, onestamente, mi sembrano un caso unico in Italia in cui anche la figura dell’avvocato viene completamente svilita. Sono sicuro e convinto che le istituzioni locali vorranno collaborare per migliorare la situazione”.

 DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE

TOTALE

AUTORI IGNOTI

AUTORI NOTI

 

2.456.887

1.840.209

616.678

TOTALE CONDANNE ITALIA

198.263

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

8%

 

 

 

 

 

 

DENUNCE PUGLIA

 

 

 

Foggia

24.368

15.643

8.725

Bari

61.003

44.814

16.189

Taranto

19.333

13.419

5.914

Brindisi

16.538

11.621

4.917

Lecce

28.202

20.373

7.829

Totale

149.444

105.870

43.574

 

 

 

 

CONDANNE PUGLIA

 

 

 

Foggia

1.923

 

 

Bari

5.639

 

 

Taranto

5.513

 

 

Brindisi

2.348

 

 

Lecce

2.113

 

 

Totale

17.536

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

11%

 

 

 

Tre procedimenti penali archiviati ogni ora. Settantadue al giorno, più di 12mila nei primi sei mesi di quest’anno. Sono gli «indagati» che si volatilizzano negli archivi del tribunale di Bari per una serie disparate di ragioni: le stesse, probabilmente, che sono alle origini delle dichiarazioni rese dal procuratore capo, Antonio Laudati, secondo il quale non ci sarebbero neanche più i magistrati per indagare sui reati meno gravi: e così ammette che furti e scippi resteranno impuniti perché non ci sono pm per indagare.

Una provocazione? Sulle prime potrebbe sembrare così, ma i dati parlano chiaro: basta confrontare il numero dei pubblici ministeri dei distretti di Bari e Palermo per comprendere che si viaggia nell’ordine di organici dimezzati.

L’allarme, il capo della procura di Bari, lo lancia nel mezzo dell’emergenza criminalità, toccando anche un nervo scoperto: quello della sete di giustizia, soprattutto da parte di chi si ritrova l’appartamento ripulito o la borsa strappata dal balordo di turno.

L’alto magistrato sa perfettamente che l’azione penale è obbligatoria, ma al tempo stesso avverte: di questo passo non si va da nessuna parte. E i dati della sezione del giudice delle indagini preliminari di Bari, diretta da Antonio Lovecchio, sembrano andare proprio in questa direzione: nel primo semestre del 2010, gli 11 (dei 13 previsti) giudici hanno mandato negli archivi del palazzo di giustizia oltre 12mila e 100 procedimenti contro persone note.

E altri 8mila sarebbero in attesa del «visto si archivi». Perchè, purtroppo, come accade per la procura, anche per il gip l’attività d’ufficio consiste nel mero smaltimento del fascicolo senza possibilità di approfondimento o meno del caso giudiziario. Per non parlare dei fascicoli contro ignoti: per intendersi, se vi rubano l’auto o ripuliscono l’appartamento. L’eventuale sopralluogo della Scientifica rischierebbe di non andare oltre gli archivi della questura.

Il problema, dunque, sono i numeri. Laudati non spara nel mucchio, ma è convinto di parlare sulla base di dati certi. I pm sono pochi, appena 67 (per il distretto che include Bari, Foggia e Lucera), cioè la metà di quelli di Palermo. E un terzo di quelli di Napoli nonostante i 43 omicidi avvenuti nel distretto in appena un anno. La coperta, dunque, è troppo corta. Tirandola da un parte c’è sempre qualcosa che non si riesce a coprire.

Eppure, «i reati contro il patrimonio sono decisamente quelli maggiormente percepiti dal cittadino comune, quelli che lo offendono maggiormente, quelli che lo fanno sentire non sufficientemente tutelato, dalla Magistratura e dalle forze dell’ordine, nei propri diritti e, perchè no, nei propri affetti».

Ma «con i pochi sostituti a disposizione - lamenta Laudati - si è costretti a fare delle scelte. Ritengo che questo non sia giusto, ma continuerà ad essere così se l’organico della Procura consentirà di fronteggiare solo le emergenze e i gravi fatti di sangue. Per questo mi impegnerò per dare al distretto di Bari un ufficio di Procura degno del prestigio e della crescita della società, spero con il sostegno di tutti».

"UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA: QUALI SONO I CRITERI DELLE SCELTE ADOTTATE PER DECIDERE QUALE DENUNCIA PENALE DEVE ESSERE ESAUDITA E QUALI SONO LE RISULTANZE DI PRODUTTIVITA' PER OGNI PM?!? SOTTO ORGANICITA' E' UNA COSA, IMPRODUTTIVITA' PER INETTITUDINE E' UN'ALTRA".

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

Quando la legge non è uguale per tutti.

Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia contestata ai denuncianti !!!!

Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.

L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia. Lorenzo Nicastro, divenuto assessore regionale dipietrista con la Giunta di Vendola, ha indagato su Fitto fino al giorno prima di candidarsi alle regionali pugliesi nel distretto in cui operava. A sollevare perplessità sulla candidatura del pm è stato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ribadendo che "il tema della credibilità della magistratura non può essere disgiunto da quello dell'inopportunità della partecipazione alla vita politica dei magistrati nei luoghi dove abbiano esercitato la giurisdizione, per evitare il rischio di indebite strumentalizzazioni dell'attività svolta". Roberto Rossi, è stato eletto nel Consiglio superiore della magistratura. Roberto Nitti, l’unico a essere rimasto nell’organico della Procura di Bari. Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie su Berlusconi. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.

L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari a fini politici verso alcuni organi di stampa".

"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e al contempo deputato al Parlamento, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”.

Lecce come Potenza.

La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce il 12 luglio 2010 ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.

SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA PUGLIESE: BEN RIPOSTA.

Mesi di indagine: otto. Fughe di notizie: 187. Se la chiamano procura «colabrodo», un motivo ci sarà. E ventuno violazioni di atti segretati ogni mese paiono sufficienti. D’altra parte, da quando siede nel suo nuovo ufficio, il principale impegno del procuratore capo Laudati sembra essere stato «tappare» i buchi di cui sopra, contenere le falle, armonizzare il lavoro dei magistrati, riorganizzare la gestione del suo ufficio. Cercando in tutto questo di tenere le fila delle tante inchieste aperte.

Fra veleni e accuse incrociate l’estate 2009 la procura di Bari era infatti al centro dell’attenzione mondiale per le note vicende. La Sanitopoli pugliese esplodeva annunciata da D’Alema in diretta tv, travolgendo non i vertici politici locali del centrosinistra (il cui ruolo centrale nelle inchieste emergerà solo più tardi, sfociando nel clamoroso arresto proprio di un dalemiano, il vice di Vendola, Sandro Frisullo) bensì il capo del governo, Silvio Berlusconi, tirato in mezzo a un giro di ragazze che ruotava intorno a un giovane imprenditore, Gianpaolo Tarantini. In quei giorni le attenzioni e i titoli sono solo per Patrizia D’Addario, la escort che aveva consegnato in procura foto e registrazioni audio di due serate a Palazzo Grazioli e che anziché restare in cassaforte era subito finito in edicola. E quando in autunno cominciano a venir fuori le magagne della macchina amministrativa regionale guidata dal centrosinistra, ecco che a settembre sui giornali finisce una «verbalata» di Tarantini sulle cene a Palazzo Grazioli. Laudati si insedia proprio quel giorno, e quel «benvenuto», percepito come un segnale a lui diretto, non lo manda giù bene. Così ai tanti fascicoli su protesi, escort e appalti se ne aggiunge uno: fuga di notizie. Per una volta non è un’inchiesta di routine, una di quelle che si risolvono in perquisizioni ai giornalisti seguite da scontate archiviazioni. Stavolta l’indagine è approfondita, lunga e finalizzata a scoprire non solo la talpa, ma le debolezze della filiera mediatico-giudiziaria. La conducono poliziotti arrivati da fuori Bari, non «contaminabili», con tecniche degne dell’antimafia. Il timore è che nei mesi del «tutti contro tutti», quando nulla restava segreto e in procura regnava l’anarchia, vi siano state pressioni per orientare politicamente le indagini, pilotando proprio certe fughe di notizie e strumentalizzandole per scopi che con la giustizia c’entrano poco. Due esempi che gli inquirenti avrebbero valutato riguarderebbero proprio i «festini» del premier e l’indagine sul governatore pugliese Nichi Vendola.

Da investigatore di punta della procura di Bari a soggetto «investigato» dalla stessa procura. Insolita parabola per il tenente colonnello della guardia di finanza, Salvatore Paglino, responsabile delle indagini sulle note inchieste pugliesi che hanno preso di mira il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L’ufficiale della Gdf barese, poi trasferito su sua richiesta in una città del Nordest, sarebbe finito incidentalmente nella rete buttata dalla procura del capoluogo, intenzionata a fare luce sulle continue fughe di notizie che hanno contraddistinto sia i procedimenti sulle escort a Palazzo Grazioli avviati a Bari, che le «pressioni» istituzionali per bloccare determinati programmi Rai, sfociate nel fascicolo sull’Agcom a Trani.

Il nome del colonnello, infatti, si ritrova negli accertamenti svolti dall’ufficio del capo degli uffici giudiziari baresi, Antonio Laudati, relativamente a un presunto «stalking» operato dall’ufficiale nei confronti di alcune ragazze precedentemente ascoltate come persone informate sui fatti in relazione alle rivelazioni di Patrizia D’Addario, la prostituta che entrò con un registratore nella residenza romana del premier e che oggi è oggetto, anch’essa, di accertamenti a margine dell’ipotesi di «complotto» ai danni del capo del governo.

In realtà il fascicolo d’indagine sarebbe molto più ampio, tanto da poter definire «quasi marginali» le presunte condotte scorrette del colonnello nei confronti delle ragazze. E includerebbe il filone nato in seguito alla fuga di notizie che portò gli interrogatori del re delle protesi Gianpaolo Tarantini, che dovevano essere blindati, sulla prima pagina del Corriere della sera il giorno stesso in cui Laudati si insediava come procuratore capo.

Quei faldoni, che contengono anche le prove raccolte a proposito delle presunte molestie telefoniche, confermate a verbale da alcune delle vittime. Quello che emergerebbe, più che un «complotto» in senso stretto, sarebbe una rete di interessi giudiziari e mediatici tesi a orientare politicamente alcuni frangenti delle inchieste sulla sanità pugliese. E le risultanze di mesi di indagine avrebbero portato a individuare nomi di rilievo tra quanti hanno lavorato a vario titolo alla caldissima estate giudiziaria pugliese del 2009.

Tra i nomi che ricorrono c’è appunto quello di Paglino, investigatore di punta proprio nell’indagine su Berlusconi e sui giri di ragazze gestiti da Tarantini per incrementare il proprio business. Un protagonista, spesso presente negli interrogatori chiave sia delle giovani e belle testimoni dell’affaire D’Addario-Tarantini, che dei vip nell’inchiesta tranese sulle presunte pressioni del premier per boicottare Annozero. C’era lui, per esempio, con il pm di fronte al direttore del Tg1 Augusto Minzolini e del commissario dell’authority Giancarlo Innocenzi.

Quali siano le ipotesi avanzate dai pm che hanno chiuso le indagini nei suoi confronti non è dato sapere, ma certamente nel corso dell’inchiesta su fuga di notizie e anomalie della Sanitopoli pugliese gli inquirenti sono sbattuti su quei tabulati e su quei messaggi sospetti. Sarebbero centinaia gli approcci telefonici nei confronti di testimoni, troppi per essere casuali o attinenti al suo ruolo istituzionale, secondo gli inquirenti. Che avrebbero riscontrato con interrogatori e attività di verifica la consistenza delle «attenzioni particolari» che il colonnello Paglino avrebbe rivolto alle ragazze del giro di Tarantini. Proprio una di queste ultime, convocata in procura, avrebbe confermato di aver subìto per mesi pressioni, messaggi e chiamate da parte dell’ufficiale, per motivi che, con le indagini, non avevano nulla a che vedere. Contattato dal Giornale l’ufficiale resta abbottonato e nega tutto: «Io non ne so niente, non sto nemmeno più a Bari, non so dire niente e vi saluto, arrivederci».

Molestie? Stalking? Ma che l’uomo alla guida del gruppo investigativo della gdf in azione a Bari volesse offrire amicizia, conforto o chissà che altro - comunque, va ribadito, non attinente alle indagini - a persone che erano testimoni in un’inchiesta delicata, e quindi in condizioni di potenziale sudditanza, è già così qualcosa di talmente poco ortodosso da insospettire i pm.

Terry De Nicolò era una ragazza della "scuderia" Tarantini. È diventata bersaglio di Salvatore Paglino, il finanziere che a Bari indagò su Berlusconi: "Mi chiamava 30 volte al giorno, citofonava, mi seguiva. Insisteva: voleva salire da me".

Appuntamento sul lungomare. Dopo molte insistenze vince la curiosità. Terry De Nicolò, protagonista suo malgrado dell’inchiesta che ha finito per portare in carcere l’ex vice di Vendola, Sandro Frisullo, una delle ragazze che Gianpi Tarantini aveva invitato alle feste a Palazzo Grazioli per ingraziarsi il premier, arriva su un’utilitaria rossa. Accosta, scende dall’auto, lo sguardo nascosto da un paio di occhiali scuri. «Di che cosa si tratta, ’sta volta?». Le diciamo un nome, quello del tenente colonnello Salvatore Paglino, l’uomo che indagò su Berlusconi e la D’Addario, l’ufficiale che poi, a Trani, ha condotto l’inchiesta sul caso Agcom, che vedeva il premier indagato. Avrebbe tempestato di messaggi e chiamate alcune testimoni dell’inchiesta barese. E la procura avrebbe indagato su quell’episodio. Terry si stringe nelle spalle. «Sì, ero io la destinataria. E non credo d’essere l’unica. Ne ho già parlato mesi fa ai magistrati».

L’inchiesta ora è chiusa. Ci racconta com’è andata?

«Maggio 2009, un anno fa. Gli investigatori di Bari che indagavano sulla vicenda Tarantini-D’Addario mi convocano. Incontro per la prima volta quel colonnello che poi avrei ritrovato sempre accanto al pm Scelsi, e non solo lì».

E quindi?

«Ho fatto altri interrogatori, si era nel pieno dell’inchiesta Tarantini e il colonnello Paglino era sempre lì, tranne forse una volta, a far domande sulle feste a palazzo Grazioli e tutto il resto. Terminate le deposizioni il colonnello inizia con gli sms».

Prego?

«Mi tempesta di messaggini, mi chiama. Con insistenza sempre maggiore, fino a settembre, poi una tregua, e a novembre ricomincia. Devo dire la verità: all’inizio era gentile, quasi formale, pensavo fosse una strategia per carpirmi chissà quali segreti. Ma davvero non avevo altro da dire. Ma ho capito quasi subito che puntava ad altro. Anche perché non mi spiegavo tutte quelle chiamate, frequentissime, ossessive».

Quanto frequenti? Quanto ossessive?

«Un’infinità, centinaia di sms, molti dei quali conservo ancora, piovuti a tutte le ore, fino a trenta telefonate al giorno. E se non rispondevo, lui continuava, insisteva, non mollava mai. Cominciava in tarda mattinata e andava avanti per ore, anche fino a notte, qualche volta».

Cosa scriveva, messaggi attinenti all’inchiesta?

«Macché. “Dai vediamoci”, oppure, “sono sotto, fammi salire a casa”, roba così. Io prendevo tempo, gli dicevo che ero col fidanzato o con mia madre, anche se non era vero. Quando non sapevo come uscirne gli proponevo di vederci in luoghi pubblici, tipo al bar. Una volta mi ha raggiunto in un bar, sospetto che mi avesse seguita fino lì. Ma invece di parlare dell’inchiesta si guardava intorno e parlava di questioni personali. A parte quella volta, i miei tentativi di dirottare lontano da casa le sue richieste di incontro sono andati sempre falliti. Lui diceva “no, meglio di no, se ci vedono è pericoloso. A casa tua è meglio”. Faceva anche le poste sotto casa. Avevo crisi di panico appena vedevo le macchine della Guardia di finanza. E quando gli chiedevo conto di quegli appostamenti, si giustificava dicendo che aveva accompagnato un magistrato, o che si trovava a passare da lì perché andava in una caserma lì vicino. Se fosse vero o no, io non lo so. Di certo l’ho visto spesso aggirarsi intorno a casa mia».

E alla fine l’ha fatto salire?

«No. Non è mai salito da solo, ma non è stato facile tenerlo fuori dalla porta. Inventavo sempre scuse. Più di una volta mi ha detto, seccato, che non mi credeva, che era impossibile che non fossi mai sola in casa nell’arco della giornata. È capitato anche che citofonasse, per fortuna avevo il video, sapevo che era lui e non rispondevo. Insomma, era un’ossessione, e io ero in preda all’ansia».

Lo ha denunciato?

«No».

E perché, scusi?

«Ma come perché? Ero terrorizzata. Vivevo un incubo in quel periodo. Tutti mi tartassavano: giornalisti, finanzieri, amici, avvocati, magistrati. Non si parlava d’altro che del premier, delle serate a palazzo Grazioli a cui anche io avevo partecipato. Avete idea di quanti vostri colleghi insistevano perché raccontassi particolari piccanti su Berlusconi, sulle feste, sugli altri politici? Che cosa avrei dovuto fare? Denunciare quello che per me era il capo degli investigatori della procura? Di chi avrei dovuto fidarmi? E a chi avrebbero creduto, a me, che mi chiamavano escort, e mi dipingevano per quello che non ero, o a lui? E poi grazie al cielo ero riuscita a tenerlo lontano da casa, non è che mi avesse mai messo le mani addosso. Dovevo dire che mi tormentava? Era la parola del capo degli inquirenti contro la mia. Speravo solo che finisse».

Lei però poi ne ha parlato a verbale.

«Certo che ne ho parlato, ma non spontaneamente. Me l’hanno chiesto loro. Il nome del colonnello me lo hanno fatto loro. I pm».

Quando?

«Il pomeriggio del 13 novembre, un venerdì, mi presento in procura perché avevo ricevuto un mandato di comparizione dai magistrati di Bari. Pensavo all’ennesimo interrogatorio su Tarantini. Una volta lì capisco che qualcosa non torna. Di Gianpi (Tarantini, ndr) i pm non parlano. Si informano su chi frequento, chiedono se ho problemi con qualcuno, e con chi avessi continui contatti telefonici...».

E lei?

«Dico loro che non capisco, ed era vero. Ma insistono, mi mostrano un numero di cellulare. “Le dice niente questo?”. Lì per lì non lo riconosco. Insistono: “Ci sono centinaia di chiamate e messaggi che lei ha ricevuto da questo numero”. A quel punto sudo freddo, ma ancora non pensavo fosse lui. Così lo digito sul telefonino e, chiamandolo, vedo quel nome salvato in rubrica: “Colonnello”. Capisco e sbianco».

Che cosa aveva capito?

«Che i pm sapevano già tutto. Degli sms, delle telefonate, delle insistenze. Di fronte all’evidenza, e alle loro domande dettagliate, non ho potuto più evitare di dire quel che mi era capitato. A dirla tutta mi sono tolta un bel peso. E alla fine sono stata fortunata, perché mi è sembrato di capire che non sono stata la sola ragazza a essere stata oggetto di attenzioni particolari. Ho capito allora che avevo fatto molto bene a non farlo mai salire a casa».

Da allora l’ha più sentito?

«Sì, dopo l’interrogatorio. Quando i magistrati mi chiesero di controllare quel numero, involontariamente feci partire uno squillo. Il colonnello se ne sarà accorto perché, nei giorni successivi, ricominciò a chiamare insistentemente. Non so se sospettasse qualcosa o se fosse solo tornato alla carica...».

Morale della storia?

«Non so come sia proseguita questa vicenda, che fine abbiano fatte le indagini. So che mi fidavo di un inquirente che di questa fiducia ha sicuramente abusato. È possibile che una testimone si ritrovi marcata stretta da un ufficiale che l’ha interrogata, manco fosse uno spasimante ossessivo? Stalking, molestie. Io non lo so, non sta a me giudicare. So solo che non auguro a nessuno di provare quel che è toccato a me. A nessuno».

AMBIENTOPOLI

Un terzo scuole pugliesi costruito in zone inquinate.

Un terzo delle scuole pugliesi è stato costruito in zone inquinate. Ben 937 sedi scolastiche, su un totale di 2.627, sono nate all’interno o nelle vicinanze delle aree industriali (131), sotto le antenne di radio e televisioni (632), a confine con le discariche (42) o gli aeroporti (29), sopra gli elettrodotti (103). L’inquinamento elettromagnetico mette ogni giorno in pericolo la salute di migliaia di studenti e insegnanti. I mali della scuola non vanno perciò ricercati esclusivamente negli edifici che cadono a pezzi, nelle richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria indispensabili a garantire la funzionalità degli edifici, nei banchi e nelle sedie rotte, nelle palestre spesso chiuse perché inagibili. Sicurezza è anche vivere in un ambiente sano, al riparo da smog, radiazioni prodotte da cavi elettrici e reti per i telefoni cellulari, inquinamento acustico.

È ancora il rapporto «La scuola in controluce» - la ricerca a due mani che porta la firma dell’Ufficio scolastico regionale e dell’assessorato regionale al Diritto allo studio - a far emergere la contraddizione: i templi del sapere, i luoghi di formazione delle giovani generazioni sono fonti di pericolo.

Nella classifica delle scuole messe peggio, il primo posto va alla provincia di Bari (417 istituti in aree non idonee), seguita da Lecce (190), Foggia (130), Taranto (117) e Brindisi (83). Le antenne di radio e televisioni destano il maggiore allarme. Ben 632 plessi - fra sedi centrali, succursali e sezioni distaccate - si trovano all’ombra delle antenne. A Loseto, quartiere periferico del capoluogo pugliese, la materna comunale prende il nome dalla strada sulla quale si affaccia: via della Rai. Uno sguardo al cielo e il mistero è presto svelato: pali e tralicci si rincorrono uno dietro l’altro.

ABUSI EDILIZI

PUNTA PEROTTI: UNA STORIA ITALIANA. LA CRONISTORIA

Punta Perotti è il nome di un complesso immobiliare che fu edificato sul lungomare di Bari, all'altezza della spiaggia di Pane e Pomodoro.

L'opera fu realizzata dai gruppi imprenditoriali Andidero, Matarrese e Quistelli, che ricevettero regolare autorizzazione dal Comune di Bari.

1995. Si aprono i cantieri.

1996. I pm Rossi e Angelillis avviano l'indagine sulla presunta violazione alla legislazione sull'ambiente relativa alla costruzione dei tre edifici di Punta Perotti, realizzata dalle imprese Sud Fondi, del Gruppo Matarrese, Mabar, del gruppo Andidero e Iema di Antonio Quistelli. Una delle norme violate sarebbe il divieto di costruire a meno di trecento metri dalla costa fissato dalla legge Galasso.

Marzo 1997. I pm chiedono e ottengono dal gip il sequestro preventivo dei fabbricati di Punta Perotti.

Novembre 1997. La Cassazione annulla il sequestro affermando, sia pure con una valutazione sommaria, che le costruzioni sono state realizzate nel rispetto della legge.

Febbraio 1999. Il gup Mitola, con rito abbreviato, assolve i costruttori e progettisti "per errore scusabile", ma ordina la confisca degli immobili e il trasferimento nel patrimonio del Comune per lottizzazione abusiva.

Giugno 2000. La prima sezione penale della Corte di appello assolve gli otto imputati "per non aver commesso il fatto" e ordina la restituzione degli edifici ai costruttori. Il Pg Dibitonto presenta ricorso in Cassazione.

Gennaio 2001. La Cassazione annulla il verdetto di appello e conferma definitivamente la confisca. A seguito di tale sentenza la società Sudfondi propone il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato italiano, ritenendo la misura della confisca incompatibile con la ritenuta assenza di reato che ha portato alla assoluzione.

Primavera 2001. Il Comune trascrive la confisca, diventando proprietario degli immobili.

2001-2003. I costruttori, con alcuni incidenti di esecuzione, chiedono al gip la restituzione dei palazzi, senza ottenerla. La cassazione conferma la sentenza del gip. Tutti i provvedimenti successivi dicono che è obbligo del Comune demolire.

Aprile-Maggio-Giugno 2004. La società costruttrice degli immobili, la Salvatore Matarrese s.p.a., acquista da una banca il credito garantito da ipoteca da quest'ultima vantato nei confronti dell'impresa proprietaria, Sudfondi s.r.l. (società appartenente sempre al gruppo Matarrese) e a maggio sottopone a pignoramento gli immobili confiscati, divenuti già proprietà del Comune, facendo valere il proprio credito – anziché verso la sua debitrice Sudfondi – verso il Comune divenuto proprietario di beni "ipotecati". In questo modo l'azione esecutiva dei Matarrese tenderebbe a bloccare la demolizione, perché gli edifici risulterebbero pignorati e quindi intoccabili. A giugno l'Amministrazione comunale propone opposizione all'esecuzione.

Luglio 2004. Michele Emiliano, eletto sindaco, si insedia al Comune di Bari. Il Comune di Bari ottiene dal giudice civile una decisione favorevole: i palazzi - spiega a più riprese il Tribunale - sono abusivi, quindi per legge non esistono e non possono essere pignorati.

Dicembre 2004. Il giudice del pignoramento dichiara che non si può procedere a pignoramento e dispone la liberazione dal vincolo perché i fabbricati pignorati sono incommerciabili e destinati alla demolizione e quindi non possono essere oggetto di vendita nel processo di esecuzione. L'impresa Matarrese si oppone a questo provvedimento con un giudizio che viene definito solo a ottobre 2005.

Febbraio 2005. Nel frattempo, il giudice della opposizione fatta dal Comune a giugno 2004 dichiara estinta l'ipoteca sui fabbricati in virtù della quale la Matarrese s.p.a. aveva fatto il pignoramento.

Agosto 2005. Il Comune di Bari indice la gara per la selezione del soggetto che dovrà effettuare le operazioni di demolizione.

Ottobre 2005. Il Tribunale di Bari, il 12 ottobre rigetta l'azione fatta dalla Matarrese s.p.a. contro il provvedimento del giudice dell'esecuzione del 22 dicembre 2004, dichiarando immediatamente demolibili gli immobili, confermando quindi le pronunzie favorevoli ottenute dal Comune sino a quel momento, ritenendo la necessità che il processo di esecuzione fosse riattivato al fine della pronunzia anche sull'area sottostante i palazzi. Infatti, tornato il processo nelle mani del giudice dell'esecuzione, lo stesso il 27 ottobre dichiara l'improcedibilità del pignoramento anche sui suoli sottostanti e dispone la liberazione degli immobili dal vincolo. La Salvatore Matarrese s.p.a. impugna il provvedimento.

Ottobre 2005. Il Comune aggiudica la gara per la demolizione dei fabbricati di Punta Perotti alla ditta General Smontaggi di Novara. La gara viene impugnata, ma il tar e poi il Consiglio di Stato rigettano i ricorsi.

Dicembre 2005. La Matarrese s.p.a. si oppone all'ordinanza del 27 ottobre e all'udienza del 10 gennaio 2006 ricusa il giudice, dott. Scoditti, il quale sospende il processo. La ricusazione viene rigettata con provvedimento di fine marzo 2006.

Gennaio 2006. Le società Sud Fondi, di Matarrese, e Mabar, di Andidero, citano in giudizio Comune, Regione e Ministero dei Beni culturali chiedendo un risarcimento di 570 milioni di euro: nell'atto di citazione si segnala che tutte le autorizzazioni necessarie erano state rilasciate. L'Avvocatura Comunale si mette al lavoro per predisporre la difesa e la domanda riconvenzionale da proporre al gruppo Matarrese. L'udienza è fissata per l'8 maggio 2006.

Febbraio 2006. La Matarrese s.p.a. ricorre in Cassazione contro la decisione del pignoramento, favorevole al Comune.

Febbraio 2006. Matarrese s.p.a. propone appello contro la sentenza del febbraio 2005 che ha dichiarato l'estinzione dell'ipoteca. L'appello si discuterà a giugno 2006.

2 marzo 2006. Michele Matarrese, in Procura, chiede formalmente l'apertura di un'indagine penale sul Sindaco, Michele Emiliano, e su alcuni dirigenti comunali e inoltre il sequestro preventivo degli immobili in attesa del pronunciamento della Cassazione. Lo stesso giorno, in una Conferenza di servizi in cui partecipano il Comune di Bari, Capitaneria di Porto, R.F.I., Trenitalia, Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, Ausl Bari/4, Amgas, Enel, Aqp, Telecom, Arpa, Enac, Enav, General Smontaggi, Questura e Prefettura, vengono individuate le date per la demolizione.

24 marzo 2006. La Matarrese s.p.a. chiede alla Procura Generale di avocare le indagini in quanto la procura della Repubblica sarebbe rimasta inerte sulla sua denuncia e richiesta di sequestro.

Fine marzo 2006. Viene respinta la richiesta di avocazione delle indagini presentata dalla Matarrese s.p.a..

27 marzo. La Matarrese s.p.a. chiede al Tribunale di Bari un provvedimento di urgenza per tutelare i palazzi, che ancora pretende sottoposti a pignoramento.

30 marzo 2006. Il Tribunale di Bari rigetta la richiesta ritenendola inammissibile.

31 marzo 2006. La Matarrese s.p.a. propone reclamo contro questa decisione.

31 marzo 2006. Viene disposta dalla Procura della Repubblica l'archiviazione delle indagini a carico del Sindaco e dei dirigenti del Comune.

1 aprile 2006. Il tribunale in collegio ritiene inammissibile il reclamo e lo rigetta.

2 aprile 2006. Primo "sparo" per la demolizione di Punta Perotti.

20 gennaio 2009. Punta Perotti, Italia condannata: "Violata la proprietà privata". La Corte europea accoglie la richiesta di indennizzo presentata dai costruttori dopo l'esproprio del complesso abbattuto nel 2006. La confisca dei terreni di Punta Perotti da parte dello Stato rappresenta "una violazione" del diritto di protezione della proprietà privata e della Convenzione per i diritti dell'uomo. E' quanto stabilisce la Corte europea per i diritti umani che si è espressa in merito al ricorso contro la Repubblica italiana presentato il 25 settembre 2001 dalle società Sud Fondi, Mabar e Iema. Nel caso della confisca "c'è stata una violazione dell'articolo 7 della Convenzione" e "dell'articolo 1 del Protocollo numero 1" si legge nella sentenza della Corte con sede a Strasburgo. "La confisca dei terreni e delle costruzioni oggetto della controversia di cui erano proprietari i ricorrenti costituisce un'ingerenza nel godimento del loro diritto al rispetto dei beni" affermano i giudici nella loro decisione. "La Corte - prosegue il documento - constata che l'infrazione in base a cui è stata inflitta ai ricorrenti la confisca non aveva base legale ai sensi della Convenzione e la sanzione inflitta ai ricorrenti era arbitraria. Questa conclusione porta la Corte a dire che l'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti era arbitraria e che c'è stata una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1". Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge. La Corte europea conferma così quanto a suo tempo venne rilevato dalla Corte di Cassazione italiana quando assolse i costruttori di Punta Perotti "per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal formulate". Nella sentenza dei giudici europei si legge che al tempo in cui si svolsero i fatti "le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione". I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l'Italia per la violazione del diritto alla proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà. Ma non solo. "La Corte osserva che il comune di Bari, responsabile di aver concesso i permessi di costruzione abusiva, è l'organismo che è diventato proprietario dei beni confiscati, che è paradossale". La Corte stabilisce dunque che "c'è una violazione dell'articolo 7 della Convenzione; c'è una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1" e impone all'Italia di "versare ai ricorrenti entro tre mesi dal momento in cui la sentenza sarà definitiva", 40.000 euro per Sud Fondi, Iema e Mabar: nel dettaglio, 10.000 euro per i danni morali e 30.000 di spese. Le società proprietarie dei terreni avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo chiedendo di condannare lo Stato italiano perché la confisca, disposta dal giudice penale, in caso di assoluzione degli imputati incorre nella violazione dell’art.7 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. I proprietari hanno chiesto la restituzione dei terreni, oppure, in alternativa, di procedere alla liquidazione del valore per equivalente e di liquidare in ogni caso i danni morali subiti. L’ammontare della richiesta è di alcune centinaia di milioni di euro.

MEDIOPOLI

Essere il megafono delle procure e lo zerbino del potere politico ed economico spesso non paga.

L'inchiesta archiviata, per cui Paolo Pagliaro, editore di Telerama, aveva querelato il Tacco d'Italia di Lecce, ricostruiva brevemente una vicenda che anni fa aveva sollevato un polverone nell'opinione pubblica leccese e occupato non poche pagine di giornali. Riguardava i soldi dati dalla Provincia di Lecce (Giunta Giovanni Pellegrino) con affidamento diretto a Telerama, per la messa in onda di varie campagne promozionali. Parlava anche del meccanismo con cui vengono stilate le graduatorie per l'attribuzione alle televisioni locali, dei finanziamenti pubblici ai sensi della legge 448/98, spiegando il meccanismo perverso con cui è sufficiente dichiarare di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali ai dipendenti, anche se in regola non lo si è, per poi ricevere i soldi pubblici e sanare il proprio debito con gli Istituti di previdenza con gli stessi finanziamenti ricevuti. Parlava infine di altre cosucce relative all'occupazione delle frequenze Rai riscontrata e denunciata dalla stessa emittente statale.

Per questo si ha clamorosa conferma la notizia del Corriere della Sera del 1 luglio 2011: Dichiarazioni fasulle per i contributi. Sequestro di 900mila euro a Studio 100.

Le domande non veritiere sarebbero del 2005 e 2006. Dei 31 giornalisti, 12 non avrebbero svolto attività tv.

Nel chiedere i contributi relativi agli anni 2005 e 2006, aveva reso false dichiarazioni in ordine al numero di addetti all’attività televisiva, incrementandolo in maniera artificiosa e ottenendo un maggiore ed immeritato punteggio. Così la società proprietaria dell’emittente televisiva Studio 100 tv, che ha la sede sociale a Taranto, ha subìto un sequestro di circa 900mila euro dalla Guardia di finanza di Taranto. Grazie a quelle false dichiarazioni, infatti, avrebbe beneficiato indebitamente dei contributi pubblici erogati tramite il Corecom Puglia. Il provvedimento riguarda quote societarie, conti correnti, depositi bancari, beni mobili ed immobili. Dagli accertamenti è emerso che i dipendenti impiegati in attività televisiva non erano 31 come esposto nelle domande di contribuzione. Di questi, infatti, 12 non avrebbero svolto attività prettamente televisiva in quanto occupati in un’altra attività svolta dalla società proprietaria della rete televisiva, ovvero la rilevazione e il censimento della cartellonistica pubblicitaria sulle strade provinciali di Taranto.

E dire che proprio su Studio 100 si tenne una trasmissione: I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli. Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98. Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia. 13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti. Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006. Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione. La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza. E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

A tanta meticolosità si contrappone l'inchiesta sulle baronie baresi. Dalla redazione di "Repubblica" di Palermo per svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi. "L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra" di Attilio Bolzoni.

PERO' SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione 'Il Graffio', che lunedì sera ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per 'il Graffio'), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale).

MALAGIUSTIZIOPOLI

GIUSTIZIA INGIUSTA. ITALIA FANALINO DI CODA NEL MONDO: E' 156/MA SU 181 PAESI NELLA CLASSIFICA INTERNAZIONALE DEL SISTEMA GIUDIZIARIO.

"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".

Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità'''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.

«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»

Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.

Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.

«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»

''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.

“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.

«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»

Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.

Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.

Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.

Non è tutto.

Il gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis è stato arrestato per detenzione illegale di armi. De Benedictis è stato posto agli arresti domiciliari nella sua città di Molfetta. L'arresto - a quanto si apprende a Bari - è stato disposto dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Ce) in flagranza di reato. De Benedictis è da alcuni anni in servizio presso la sezione Gip-Gup del tribunale di Bari dove ha esaminato diverse ed importanti indagini, tra cui quella sul presunto arruolamento di alcuni ex ostaggi italiani in Iraq, Maurizio Aliana, Didri Forese e Umberto Cupertino. De Benedictis è anche conosciuto, soprattutto all’interno della magistratura, per essere un collezionista di armi da fuoco. Pare sia titolare di una collezione composta da oltre 1400 armi da fuoco solo una delle quali sarebbe risultata detenuta illegalmente.

Il gip-gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis stava esaminando importanti fascicoli di indagine e aveva predisposto provvedimenti ritenuti di rilievo. Lo si apprende da fonti giudiziarie baresi. In passato il magistrato si è occupato, oltre che del caso degli ex ostaggi italiani in Iraq e dei clan mafiosi pugliesi, anche dell’arresto di Filippo Pappalardi, il papà di Ciccio e Tore, i due ragazzini scomparsi e trovati morti dopo 20 mesi in una cisterna a Gravina in Puglia (Bari). De Benedictis, nel novembre 2007, dispose l’arresto di Pappalardi per omicidio e occultamento del cadavere dei figli, ma dopo tre mesi di carcere e un mese trascorso ai domiciliari, l’uomo fu scarcerato perchè si scoprì che i suoi due bambini erano caduti accidentalmente nella cisterna. L’inchiesta a carico dell’uomo è stata archiviata e pende ora una richiesta di Pappalardi di risarcimento di danni per ingiusta detenzione da 516mila euro. De Benedictis nel giugno 2006 firmò un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari (poi revocata) nei confronti, tra gli altri, dell’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, e dell’editore ed imprenditore romano Giampaolo Angelucci, coinvolti nel pagamento di una presunta tangente da 500mila euro versata dall’imprenditore al partito di Fitto 'La Puglia prima di tutto'. Nei confronti di Fitto, ora ministero degli Affari regionali, la misura non fu eseguita essendo l’ex governatore diventato deputato di Forza Italia. Il giudice, infine, il 4 novembre 2010 avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente di esecuzione proposto dall’Avvocatura dello Stato per conto della presidenza del Consiglio dei ministri per ottenere la revoca della confisca dei suoli della lottizzazione dell’ecomostro (poi demolito) di Punta Perotti e la loro restituzione alle società costruttrici che ne erano proprietarie.

Nell’abitazione di Molfetta (Bari) del giudice Giuseppe De Benedictis è stata trovata una carabina che spara a raffica e un’altra arma (che non spara a raffica) sulla quale il consulente dei carabinieri che ha compiuto i controlli, e che ha partecipato alla perquisizione, ha dei dubbi sulla sua qualificazione di arma comune da sparo. Per la detenzione illegale della carabina, che per la sua caratteristica di sparare a raffica è equiparata ad un’arma da guerra, si è proceduto all’arresto del magistrato in flagranza di reato. Sulle circa 1.350 armi da fuoco collezionate dal giudice De Benedictis e regolarmente detenute, sono ora in corso controlli amministrativi. Le armi si trovano presso l’abitazione di Molfetta del magistrato: per questo motivo il giudice è ai domiciliari a casa di suo padre.

L'arma trovata a casa del giudice del tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis «è risultata un’arma originariamente da guerra, poi modificata per apparire una comune arma da sparo e successivamente rimodificata perché sparasse a raffica». Lo ha detto il procuratore di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), Corrado Lembo, parlando a Bari con alcuni giornalisti dell’arresto del giudice De Benedictis, ai domiciliari con l’accusa di detenzione illegale di una carabina da guerra. Il procuratore di Santa Maria Capua Vetere, che partecipa a Bari ad un convegno sulla giustizia, ha inoltre annunciato verifiche su un’altra arma trovata in possesso del giudice e su tutte le armi da lui detenute, circa 1.350, «che saranno classificate», ha detto. «E' stato un accertamento del tutto incidentale – ha concluso – che ha necessariamente imposto verifiche».

Ma non è solo questo.

Dopo circa due ore e mezzo di camera di Consiglio, il Tribunale di Lecce ha emesso ieri sera la sentenza nei confronti dell'ex giudice onorario aggregato Italo Ferrieri Caputi, di 71 anni di Bari, accusato di concussione e corruzione in atti giudiziari.

La prima sezione penale lo ha condannato a 5 anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici ed interdizione legale per tutta la durata della pena, nonché al risarcimento dei danni nei confronti del Ministero di Grazia e Giustizia per un importo pari a 50mila euro, più altri 5mila euro in favore dell'altra parte offesa, oltre al pagamento delle spese legali in favore di entrambe le parti civili costituitesi in giudizio.

Un altro imputato, Pietro Antonio Masellis, 63enne di Bitonto (Ba), ex consulente tecnico di cui si avvaleva il Ferrieri Caputi nelle sue cause presso il Tribunale Tributario di Bari, aveva già patteggiato una pena a 2 anni di reclusione.

I carabinieri della Compagnia di Altamura alla fine del 2005 scoprirono che il giudice ed il consulente avevano chiesto e ricevuto da un avvocato di Altamura 3mila euro in cambio di una "sentenza favorevole", soldi poi divisi equamente tra i due condannati.

Il legale si era rivolto ai carabinieri, che colsero in flagranza, con i soldi in tasca, il giudice ed il suo aiutante.

Se non bastasse c'è la cupola dei Giudici di Pace.

L'indagine è partita da alcuni accertamenti bancari. Indagando sui prestanome di alcuni pregiudicati, coinvolti in inchieste di mafia, gli investigatori sono arrivati a loro. Ai presunti componenti di quello che ora viene definito un «comitato politico affaristico», di un'associazione che scriveva le sentenze prima ancora delle udienze. Sono alcuni particolari che emergono dall'inchiesta che, con le perquisizioni di venerdì, ha travolto l'ufficio dei giudici di pace. I carabinieri dagli uffici e dalle abitazioni degli indagati hanno portati via computer, floppy disk e documenti. Da una prima analisi del materiale, la tesi dell'accusa è uscita rafforzata. Sono stati trovati elementi interessanti, carte che se non provano almeno confermano la prima, iniziale ipotesi di lavoro. E poi ci sono gli accertamenti bancari.

I primi sono quelli condotti nella prima fase dell'inchiesta, quelli che hanno permesso di dare il via all'indagine, ora coordinata per competenza dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Gli investigatori della Dda di Bari stava svolgendo controlli patrimoniali sui prestanome di alcuni pregiudicati. E si sono imbattuti su movimenti sospetti, prelievi di denaro poco chiari. Hanno compiuto approfondimenti e le carte dall'ufficio del pm Desirèe Digeronimo sono state trasmesse alla procura di Lecce che, per competenza, indaga sui giudici del distretto di Bari.

Ora l'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Cataldo Motta e dal sostituto Elsa Valeria Mignone. Quattro i giudici di pace perquisiti. Si tratta di Pietro Mascolo (in servizio nel capoluogo pugliese sino all'estate scorsa quando è andato in pensione), Vito Squicciarini (al lavoro nella sede di Modugno e autosospesosi dopo il blitz dei carabinieri), Roberto Cristallini e Angelo Scardigno, rispettivamente in servizio a Corato e Bari. Indagati anche quattro avvocati Gianfranco Bellini, Eugenio Di Desidero, Sergio Vincenzo e Cipriano Popolizio. L'inchiesta ruota attorno alle pratiche per la revoca delle sospensioni delle patente. Documento che viene ritirato ai pregiudicati, sottoposti alla misura della sorveglianza speciale.

Ai giudici di pace, gli avvocati si rivolgevano, impugnando il provvedimento della prefettura. Chiedevano che ai propri assistiti venisse restituita la patente. E loro, secondo la tesi dell'accusa, avrebbero accolto le richieste, in cambio avrebbero ottenuto un tornaconto personale. Questo almeno pensano i carabinieri del reparto operativo che concentrano l'attenzione su cento pratiche sospette, provvedimenti con i quali piccoli pregiudicati hanno ottenuto la revoca della sospensione della patente.

E poi c'è il capitolo dell'infortunistica stradale, dei risarcimenti concessi grazie a perizie compiacenti, ad accordi stretti, prima delle udienze, tra giudici di pace e avvocati. E intanto, da ieri, si sono mossi ufficialmente anche la presidenza del Tribunale e l'ordine degli avvocati che hanno chiesto notizie dell'indagine alla procura di Lecce. Il consiglio giudiziario, chiamato a proporre azioni disciplinari nei confronti dei giudici di pace, si riunirà nei prossimi giorni, mentre l'ordine degli avvocati attende notizie formali per convocare i legali, coinvolti nell'inchiesta, prima di procedere con le sospensioni cautelari.

E poi, la polizia giudiziaria di Lecce ha arrestato il 19 febbraio 2008 un giudice del tribunale civile di Bari con l'accusa di concussione.

Lo hanno riferito a Reuters fonti della polizia giudiziaria di Lecce che ha eseguito stamani l'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura salentina, competente sulle indagini sui magistrati della Corte d'Appello di Bari.

Il giudice, Domenico Ancona, è stato arrestato assieme al geometra Domenico Lorusso, perito del tribunale barese.

Nell'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Cataldo Motta, sono stati contestati ad Ancona diversi episodi di concussione.

Il mese scorso Ancona fu rinviato a giudizio dal gip del tribunale di Lecce per un presunto tentativo di concussione ai danni del Consorzio che studia l'uomo di Altamura, lo scheletro scoperto nel 1993 in una nicchia della grotta di Lamalunga, in Puglia.

Il presunto coinvolgimento del giudice Ancona venne a galla nell'ambito di un'inchiesta che nel 2007 aveva già visto la condanna a 4 anni di reclusione di un altro giudice barese, Michele Salvatore. Salvatore fu condannato con l'accusa di aver chiesto una tangente di 75mila euro per firmare una sentenza favorevole al Consorzio che studia l'Uomo di Altamura.

E poi ci sono i mafiosi scarcerati.

Quando c'è da discutere sui problemi che affliggono l’Italia si arriva sempre alla medesima conclusione: nella penisola manca la certezza della pena. Che si tratti di mafia, di violenza negli stadi o di appalti truccati, la burocrazia lumaca e le falle del sistema giudiziario fanno si che l'epilogo di molte vicende sia, tristemente, sempre lo stesso. L'elenco potrebbe essere interminabile. Alla lunga sfilza di casi simili si aggiunge il 15 aprile 2009 l'assurdo episodio di Bari. Nel capoluogo pugliese, infatti, Rosa Anna De Palo, giudice dell'udienza preliminare del Tribunale, non ha depositato le motivazioni della sentenza di primo grado che condannava 21 presunti mafiosi e narcotrafficanti nell'ambito del maxiprocesso “Eclissi”, nei confronti del clan “Strisciuglio”. A seguito della prima fase di tale processo, conclusasi il 16 gennaio 2008, erano stati condannati anche un'altra trentina di imputati che verranno scarcerati in ottobre 2009. Ci si interroga ora sulle motivazioni che hanno spinto la De Palo a non depositare le motivazioni sebbene avesse avuto oltre 15 mesi a disposizione. Intanto le forze di polizia sono state allertate per far fronte a questa possibile minaccia.

Sono molto preoccupato» ammette il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. Non capita tutti i giorni che liberino ventuno delinquenti, o presunti tali, perché un giudice non riesce a depositare le motivazioni della sentenza di condanna.

«Non è nemmeno la prima volta che in questo distretto giudiziario accadono cose del genere: la mafia foggiana aveva beneficiato dello stesso trattamento. In quel caso perché non erano state trascritte secondo tempi utili una serie di intercettazioni telefoniche. Oggi come ieri, il risultato non cambia: non riescono ad essere osservati i termini fissati dalla legge. Qualsiasi scusa per giustificare comportamenti di questo tipo, non ha fondamento».

Rimedi?

«Ho chiesto al prefetto Schilardi di convocare una riunione col procuratore della Repubblica e con i vertici delle forze di polizia».

Ci sarà anche il numero due del Viminale?

«Sì, certamente. Insieme con tutti quanti gli altri, voglio valutare bene l´impatto che queste scarcerazioni provocano in termini di incremento della pericolosità».

Cioè?

«Un mafioso non può fare altro che il mafioso. Questa regola, verosimilmente, sarà seguita pure in questa occasione: ritorneranno a fare quello che facevano prima di essere arrestati».

Non c´è da stare allegri.

«Ci sarà, temo inevitabilmente, un deficit di sicurezza ed un incremento di insicurezza».

Mantovano pecca di pessimismo?

«Non stiamo mica parlando di agnellini».

Il presidente dell´Anm Salvatore Casciaro, fa sapere che «le scarcerazioni non riguardano le imputazioni e le condanne più gravi».

«Invidio chi riesce a fare distinzioni».

Quali, scusi?

«Quella fra chi è imputato di strage e di omicidio, e che non esce dal carcere, e chi è accusato solo di associazione per delinquere. Solo fra virgolette, mi raccomando. Gente, insomma, che sembra destinata esclusivamente a fare ammuina, come dicono a Napoli. Non è così, naturalmente».

Perché, che cosa potrebbe succedere?

«C´è un rischio per la collettività. Siamo di fronte a scarcerazioni improvvide: adesso si tratta di comprendere come contenerle».

Il responsabile della giunta dell'Anm, sostiene: il gup Anna Rosa De Palo, promossa dal Csm alla guida del tribunale per i minori, è «bravo e stimato» e se fosse stato «esonerato dalle urgenze» avrebbe potuto scrivere la sentenza che ancora non c´è.

«A me risulta che avesse avuto l'esonero proprio per scrivere quella sentenza. Poteva ad ogni buon conto segnalare eventuali problemi al capo dell'ufficio, e si sarebbe trovata la maniera di risolverli».

La maniera di risolverli.

«Bari non è Gela o la Calabria dove l'assenza di giudici è cronica. L´Anm piuttosto, la smetta di difendere acriticamente i suoi associati. Mi attenderei un minimo di riflessione: possibile che perfino davanti a fatti pesanti come questo, la colpa è sempre degli altri? Del Parlamento, del governo, dei partiti... E´ come rifiutarsi di capire».

A riguardo ci sono dei precedenti eclatanti.

Edi Pinatto non farà mai più il magistrato in quanto, avendo impiegato otto anni per scrivere una sentenza di mafia, ha gettato "discredito sul prestigio della magistratura tutta". Ecco perché le sezioni unite civili della Cassazione hanno respinto il ricorso presentato dall'ex giudice di Gela, poi pm a Milano, sospeso dal Csm dalle sue funzione di giudice per avere appunto impiegato otto anni per stendere una sentenza che riguardava capi mafia, scarcerati per decorrenza dei termini. Il magistrato, il 7 luglio del 2008, era stato sospeso dalle sue funzioni con provvedimento del Csm.

Inutilmente Edi Pinatto si è difeso in Cassazione, lamentando un "eccesso di potere" da parte della magistratura nell'ordinare la sua rimozione da giudice. Secondo Pinatto, infatti, nei suoi confronti avrebbero potuto adottare una linea più morbida. Piazza Cavour non ha condiviso la linea difensiva e ha respinto il ricorso, evidenziando che "il ritardo" nella stesura della sentenza di mafia "si è tradotto in un diniego di giustizia lungamente protratto in netto ed insanabile contrasto con il principio di ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 della Costituzione".

Tutto questo "ha inevitabilmente provocato nella pubblica opinione una assoluta caduta di stima - annota la Suprema Corte nella sentenza 8615 -, fiducia e considerazione nella persona del dottor Pinatto del tutto incompatibile con l'esercizio delle funzioni giudiziarie". Infatti, dicono gli 'ermellini', "il ritardo ha superato la soglia della ragionevolezza e giustificabilità  e ha gettato discredito sul prestigio del magistrato e della magistratura tutta".

Ciliegina sulla torta poi è il caso delle sentenze tributarie truccate.

Un giudice, diversi funzionari amministrativi della Commissione tributaria regionale della Puglia e provinciale di Bari, noti professionisti ed imprenditori pugliesi sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza di Bari. Complessivamente sono 17 le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del tribunale di Bari su richiesta della Procura, nell’ambito di un’inchiesta relativa a delle sentenze pilotate.

Nell’operazione sono stati impegnati circa 300 militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Bari, che hanno eseguito anche una sessantina di perquisizioni domiciliari e locali. Le indagini condotte dalla Gdf e dalla procura di Bari hanno consentito di portare alla luce un sistema di corruzione, utilizzato per pilotare sentenze relative a processi tributari che erano scaturiti da verifiche fiscali effettuate dalla Guardia di Finanza. Un sistema che avrebbe garantito un esito favorevole ai contribuenti, causando un danno all’Erario per oltre 100 milioni. Nel corso dell’operazione i militari del nucleo di polizia tributaria delle Fiamme Gialle hanno anche sequestrato beni mobili e immobili per un valore di mercato pari a circa 200 milioni tra cui complessi aziendali, appartamenti e terreni. Le persone arrestate dalla Guardia di finanza di Bari nell’ambito di un’indagine sulle sentenze delle commissioni tributarie provinciale e regionale sono finite quattro in carcere e 13 ai domiciliari: sono perlopiù accusate di corruzione. 60 perquisizioni domiciliari e in studi privati. Tra le persone coinvolte figurano funzionari delle commissioni tributarie regionale e provinciali, avvocati, commercialisti e imprenditori.

A questo si aggiungono le tangenti ad ispettori del lavoro.

L'obiettivo era di 'ammorbidire' accertamenti e ispezioni nei luoghi di lavoro; lo strumento per raggiungerlo erano le tangenti a funzionari pubblici, ispettori e consulenti del lavoro. E’ il quadro delineato dagli accertamenti della Guardia di finanza del comando di Bari e della Compagnia di Barletta (Bari), che ha eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare (cinque in carcere e 11 ai domiciliari) nei confronti di altrettante persone accusate di corruzione e concussione. In tutto gli indagati sono 24.

L'OPERAZIONE - I finanzieri hanno eseguito a Bari e provincia una quarantina di perquisizioni, una delle quali nell’ufficio provinciale del lavoro di Bari, in abitazioni, uffici pubblici, Centri di assistenza fiscale (Caf), sedi di associazioni di categoria legate al mondo agricolo, studi professionali e imprese. Il provvedimento restrittivo è stato firmato dal gip del tribunale di Trani (Bari), Roberto Oliveri del Castillo, su richiesta del pm Michele Ruggero, che ha diretto le indagini.

GLI ARRESTATI - In manette sono finiti 16 insospettabili professionisti tra pubblici ufficiali, commercialisti, consulenti e ispettori del lavoro. Il gip del tribunale di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, li accusa a vario titolo accusati di corruzione, concussione e rivelazione di segreti d'ufficio; incastrati da intercettazioni telefoniche e riprese filmate. professionisti coinvolti sono di Bari, Trani, Bisceglie, Corato, Ruvo di Puglia, Bitonto e Sannicandro. In tutto 24 gli indagati.

Tra gli arrestati ci sono anche un consigliere provinciale di Bari, Salvatore Tupputi, di 56 anni, eletto nel gruppo dei Socialisti Autonomisti, e un carabiniere di Turi (Bari), Diego Guarnaccia, di 37 anni, di Turi (Bari) in servizio al Nucleo ispettorato lavoro. In carcere sono stati portati un consulente del lavoro di Bari e quattro funzionari dell’Ufficio provinciale del lavoro di Bari, gli altri undici arrestati hanno beneficiato dei domiciliari.

LE INDAGINI - L'inchiesta è partita dalla denuncia del titolare di un’officina di autolavaggio di Canosa di Puglia (Bari), al quale nel corso di una ispezione venne contestata la presenza di lavoratori in nero. Gli ispettori, anzichè contestare e sanzionare, scelsero la strada della tangente, chiedendo all’imprenditore 3.000 euro per ciascun lavoratore in nero scoperto, ma l’imprenditore denunciò poi tutto ai finanzieri.

LE INTERCETTAZIONI - I militari hanno utilizzato intercettazioni telefoniche e ambientali, piazzando una telecamera nella sede dell’Ufficio provinciale del lavoro di Bari. Così hanno ripreso anche il passaggio di denaro sotto la scrivania da un imprenditore al funzionario. In altre occasioni invece lo scambio di denaro avveniva in strada. Le tangenti partivano da un migliaio di euro per arrivare fino a tre-quattromila euro, denaro che non è stato recuperato. Sono invece stati sequestrati tre telefoni cellulari di ultima generazione, regali fatti per compiacere i funzionari e altri indagati.

INGIUSTIZIOPOLI

SITUAZIONE CARCERARIA IN PUGLIA.

Tutte le carceri pugliesi vanno chiuse, «sono fuori legge». È quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, alle luce delle visite effettuate negli istituti penitenziari della regione per verificare le condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria.

«La situazione di degrado delle condizioni igienico-sanitarie dovuta alla fatiscenza delle strutture carcerarie – si legge in una nota firmata da Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe – è stata aggravata dal grave sovraffollamento dei detenuti che ormai ha superato la popolazione detenuta prima dell’indulto, con circa 3600 detenuti, di cui 600 stranieri». Per questo motivo, il sindacato ha inviato alle Asl competenti una richiesta di intervento ai sensi dell’art.11 della legge 345/75 e successive modificazioni che prevede che «il medico provinciale (ora Asl) visiti almeno due volte l’anno gli istituti di prevenzione e di pena allo scopo di accertare lo stato igienico-sanitario, l’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario e le condizioni igieniche e sanitarie dei ristretti negli istituti» e riferisca «sulle visite compiute e sui provvedimenti da adottare al ministero della sanità e a quello di grazia e giustizia informando i competenti uffici regionali e il magistrato di sorveglianza».

Se le cose «non cambieranno – continua la nota - interverrà la magistratura ordinaria a cui nei giorni scorsi abbiamo trasmesso per conoscenza una dettagliata relazione informando della situazione anche il magistrato di sorveglianza, l’ispettorato del lavoro, il presidente della regione, i presidenti delle province, i sindaci interessati». L'attuale situazione, infatti, secondo il sindacato, «oltre ad andare contro alcune leggi costituzionali ed ordinarie che dovrebbero tutelare i lavoratori nonché la popolazione detenuta, ne offende la dignità». Durante le sue visite nei penitenziari pugliesi, il Sappe afferma di aver trovato stanze di 1,5 x 3 metri che ospitano fino a 5 detenuti, stanze per 3 posti con 7 detenuti senza acqua, cubicoli stretti e maleodoranti con il bagno a vista, sezioni detentive in cui cadono pezzi di intonaco, muri scrostati, precaria assistenza sanitaria, mancanza di medicinali, cucine fuori legge, sezioni detentive scarsamente illuminate che emanano cattivi odori dovuti all’umidità, al fumo, al cibo, nonché detenuti affetti da diverse patologie, che vivono in maniera promiscua, mancando letti, materassi, lenzuola e coperte.

In carcere 11 anni ma era innocente scagionato grazie alla sua compagna.

E' lei che non ha mai mollato. Per dieci anni ha cercato le prove per scagionare il compagno, in carcere per omicidio. è lei che non ha mai smesso di credere a quel giuramento. «Sono innocente», le disse prima di essere sbattuto in cella. Giuseppe Lastella, ragioniere di Bari accusato ingiustamente, in carcere c' è rimasto per undici anni. Avrebbe dovuto scontarne trenta se non ci fossero stati l' amore, la tenacia, la forza di Elisabetta che è riuscita a far riaprire il processo e a cambiare un destino baro. Era l' aprile del 1990, in provincia di Cosenza fu ucciso un pregiudicato coinvolto in un traffico di stupefacenti, Domenico Chionna. Prima di morire fece il nome dei suoi killer e indicò un autosalone gestito da Giuseppe Lastella. Il ragioniere fu rinviato a giudizio ma assolto in primo grado. Seguì l' appello del pubblico ministero, e il secondo processo a Catanzaro si concluse con una condanna a trent' anni. La sentenza fu impugnata in Cassazione che l' annullò, affidando il nuovo giudizio alla corte d' Assise di Reggio Calabria. La gioia durò poco, il 26 ottobre del 1994 arrivò di nuovo una condanna a trent' anni, poi confermata a piazza Cavour. Giuseppe Lastella rimase in carcere. Sembrava una situazione irrimediabile, ma Elisabetta decise di non rassegnarsi.

Credeva al suo uomo, credeva a ciò che le diceva il cuore. Diventò un segugio. Fu così che si mise a fare indagini per conto suo. E riuscì a trovare nuovi indizi. Gli avvocati chiesero la revisione del processo. Domanda respinta. Elisabetta decise di insistere con l' ennesimo ricorso in Cassazione, che a sorpresa dispose un processo di revisione davanti alla corte d' Appello di Salerno: il giudizio è stato dichiarato ammissibile perché due presunti complici di Lastella dichiararono che questi era completamente estraneo all' omicidio. «Se dopo undici anni la storia è finita bene - dice l' avvocato Gregorio De Palma, del foro di Bari - lo si deve soprattutto all' amore e alla tenacia della compagna dell' imputato. Non lo ha mai abbandonato, ha partecipato a tutti i processi, non ha mai messo di sperare e di lottare».

SANITOPOLI A BARI

Seicentomila euro di provvisionale da versare nelle casse della Regione Puglia immediatamente e circa 300 anni complessivi di reclusione per la maggior parte dei 99 imputati. Si è concluso a Bari il 14 ottobre 2010, dopo tre giorni di camera di consiglio, il primo grado del processo Farmatruffa che vedeva coinvolti capi area e informatori scientifici di nove case farmaceutiche e multinazionali, medici di base e farmacisti. A quasi un decennio dall’avvio delle indagini ha trovato un primo epilogo una vicenda giudiziaria che fece scalpore. Secondo l'accusa, i medici di base dopo aver ricevuto danaro ed altre utilità (viaggi e favori di vario genere) dagli informatori scientifici avrebbero prescritto farmaci all'insaputa dei loro pazienti, ma avvalendosi nel loro disegno della complicità dei farmacisti. Questi, dopo aver tolto le fustelle dai medicinali, avrebbero provveduto a gettare le confezioni nella spazzatura: in questo modo si sarebbero sbarazzati anche di farmaci salva vita con un prezzo che arrivava fino a 700 euro per confezione. Alcuni di loro furono visti e registrati in diretta dai carabinieri del Nas. Nel 2009 le nove case farmaceutiche coinvolte patteggiarono circa sette milioni di euro. Hanno patteggiato la pena e hanno versato le somme (a titolo di risarcimento danni, di maggior profitto e di sanzione) le società: Pfizer (1,5 milioni di euro), Astrazeneca (900mila), Lusofarmaco (1,016 milioni), Novartis (1,010 milioni), Recordati (724mila), Bracco (718mila), Bristol Myers Squibb (359mila), Biofutura (474mila), Glaxosmitkline (419mila). Difficilmente si arriverà alla conclusione dei tre gradi di giudizio: incombe la prescrizione. Tutto finirà a “tarallucci e vino”.

Sanità e corruzione. Su “La Stampa” l’inchiesta sulla Farmatruffa.

"Provi a digitare su Google le parole medici corrotti e vengono fuori più di due milioni e ottocento risultati. Medici e tangenti superano di poco un milione. Medici onesti arrivano appena a 645 mila voci. Nessuno sa a quanto ammonti il giro d’affari della corruzione nel mondo dei farmaci e più in generale della sanità. Si dice cento milioni di euro contando l’intero circo di traffici di politici, imprenditori, burocrati e medici. Ma si tratta di cifre troppo grandi e sommerse. Soltanto ricorrere al motore di ricerca più cliccato della rete può dare un’idea meno astratta del fenomeno. D'altra parte, Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti, nel 2009 l’aveva detto nel leggere la sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario. «Siamo tra i peggiori Paesi al mondo per corruzione». E aveva precisato che alcuni settori sono particolarmente a rischio truffa e sperpero, in particolare il settore della spesa farmaceutica-sanitaria. E aveva elencato le irregolarità riscontrate dai magistrati della Corte dei Conti: la fatturazione fraudolenta, il mancato completamento di strutture ospedaliere o la mancata utilizzazione di impianti già realizzati, le spese per corsi di formazione mai tenuti o carenti di documentazione, l’irregolare gestione di case di cura convenzionate, l’irregolarità sulla gestione di ticket e l’eccesso di prescrizione di farmaci. Sulla sanità e sulle tangenti si sono costruiti imperi e distrutti fior di politici. La sanità faceva da sfondo al traffico di escort a Palazzo Chigi. La Sanità è costata la poltrona a Ottaviano Del Turco, presidente della regione Abruzzo. Ed è stata il filo conduttore della Sanitopoli che travolse Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità ai tempi della Dc, e Duilio Poggiolini direttore generale del ministero. Poggiolini, il re Mida della Sanità, colpito da 145 capi d’accusa, fra cui aver favorito l'ingresso di alcuni farmaci nel prontuario sanitario dietro compensi e regalie, in beni o denaro o aver autorizzato aumenti dei prezzi sempre dietro compensi. O, ancora, la farmatruffa esplosa nel 2003 a Verona con viaggi, regali, cene, consulenze per un totale di cento milioni di euro per comprare circa tremila medici che avevano prescritto prodotti farmaceutici in cambio di denaro. Oppure c’è l’inchiesta nata a Torino nel 2005 e approdata a Roma che coinvolge addirittura l’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, che classifica e cataloga i medicinali da immettere sul mercato. Due dirigenti dell’Agenzia vengono accusati di intrattenere rapporti privilegiati con gruppi multinazionali di società farmaceutiche nella sperimentazione di sperimentazione di due prodotti bio-equivalenti."

ESAMI TRUCCATI

Concluse le indagini a Bari: 35 indagati per «esamopoli».

La procura di Bari ha inviato a 35 persone un avviso di conclusione delle indagini per l’inchiesta chiamata «Esamopoli», legata a un giro d’affari (circa 50.000 euro in otto mesi) per la compravendita di esami e di tesi di laurea nella facoltà di economia dell’Università di Bari.

L'inchiesta il 3 aprile 2008 portò all’arresto di sei persone e all’emissione di provvedimenti interdittivi. Agli indagati il pm inquirente, Francesca Pirrelli, contesta, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, concussione, corruzione, falso e rivelazione del segreto d’ufficio. Ai «domiciliari» furono posti il docente di matematica Pasquale Barile, in pensione da qualche tempo, l'assistente di matematica Massimo Del Vecchio, Lucia Lavermicocca, segretaria del dipartimento studi aziendali della facoltà, Sergio Riso e Giuseppe Maurogiovanni, addetti alle aule, e il funzionario a riposo della facoltà Michele Milillo. Le indagini dei carabinieri hanno accertato che gli esami venivano venduti con formule «all inclusive» a cifre oscillanti tra i 700 e i 3.000 euro.

Le vittime erano studenti italiani fuori sede e studenti greci, cioè coloro che incontravano maggiori difficoltà nel sostenere le prove. Dall’inchiesta è emerso che uno studente ha sborsato 15 mila euro per superare una serie di esami.

Esami pagati in natura o con mazzette. Studentesse pronte a tutto. E un dossier segreto rivela come una cupola con docenti e politici si spartiva cattedre e concorsi nell’ateneo di Bari.

È un «mosaico, una tessera che va ad incastrarsi con l'altra, perché là non esiste una persona indipendente... tutti quanti fanno parte di un ingranaggio perverso, tutti! Voglio essere molto buono, il 30 per cento delle persone che si sono laureate nell'ultimo decennio non sarebbero più laureate». Ecco che cos'è stata per anni l'Università di Bari, e in particolare la facoltà di Economia, secondo Massimo Del Vecchio, 46 anni, professore o, meglio, "cultore della materia" a Matematica.

Per la Procura di Bari Del Vecchio è la tesserina magica nel sistema della compravendita degli esami universitari. Una rete organizzata a cellule: gli studenti avvicinano i bidelli, i bidelli avvicinano chi di dovere e l'esame si supera. C'è un tariffario, si arriva fino a 2 mila euro. Ci sono i filmati che dimostrano i passaggi di denaro da una mano all'altra, due mazzette prese in flagrante. Ci sono anche le intercettazioni che raccontano favori sessuali. Centinaia di pagine che hanno spinto il sostituto procuratore Francesca Pirrelli a chiedere e ottenere l'arresto di sei persone: due dipendenti dell'università, due bidelli e due professori, uno dei quali è appunto Del Vecchio. Altri quattro docenti rischiano l'interdizione, compresa la presidente del corso di laurea. E l'inchiesta potrebbe presto allargarsi ancora. Da qualche giorno, sotto gli occhi del comandante provinciale dei carabinieri, Gianfranco Cavallo, c'è un particolare in più.

La tessera che chiuderebbe il mosaico: al momento dell'arresto a casa di Del Vecchio sono state trovate una dozzina di pagine, scritte in corsivo, fitte di nomi e cognomi, episodi, riferimenti, intrecci, nuove rivelazioni. Un memoriale - che ora viene valutato dagli uomini del tenente Michele Cataneo - che svelerebbe tutti i segreti della facoltà e dell'università, dove una cupola gestirebbe le elezioni del preside, del rettore e i concorsi universitari. Ci sono nomi di alcuni tra i più noti professori della città e quello di un parlamentare del Pdl.

Appunti che non sorprendono, perché confermano il quadro delle registrazioni telefoniche. Nelle quali Del Vecchio spiegava: «Qui ci sono tre-quattro famiglie importanti: non è che loro determinano soltanto il nuovo preside, ma determinano chi si deve mettere alle cattedre. Perché al preside dicono: "Noi abbiamo la possibilità di farti preside, però dopo che ti abbiamo fatto preside tu...". Alla prossima tornata sono ancora più forte di prima e dirò a un altro preside: "Vedi che se non vengo io, tu non vieni nominato". Allora tu verrai da me e mi dirai: "Cosa vuoi da me?". Due parenti falli entrare... Così il mio potere aumenterà sempre». Al professore i carabinieri hanno sequestrato «copioso materiale cartaceo» con numeri di telefono «abbinati a giovani donne», nonché «voluminoso dossier fotografico dall'esplicito contenuto erotico, ritraente giovani donne, molte delle quali verosimilmente studentesse ». Il docente era proprio al telefono con una studentessa, il 12 aprile 2006.

Del Vecchio: «Tu, ti devi aprire, ti devi aprire proprio... perché se ti apri a metà poi... ti metti in una situazione di tranquillità locale, perché se vedo che tu anziché aprirti ti copri, mi copro anche io... Se non ti sbottoni... io non ti posso fare niente».

Studentessa: «Professore, se lei mi dice ho la soluzione al tuo problema, io domani stesso sto qua... ».

Del Vecchio: «Io non intendevo sbottonati in senso figurato, io intendo in un altro senso...».

Studentessa: «Io, professore domani le porto i soldi». Del Vecchio: «Non intendevo nemmeno in senso economico... Va bè andiamo avanti».

Secondo Del Vecchio però il baratto sessuale non è un'abitudine isolata alla facoltà di Economia e Commercio. Lo fanno i professori ma anche i bidelli. Parla per cognizione di causa perché in tanti si rivolgevano poi a lui per fare superare l'esame di matematica. Così racconta a un amico.

Del Vecchio: «Nicola (un bidello) si è fatto le studentesse greche in facoltà nell'Aula magna».

Amico: «Davvero?».

Del Vecchio: «Sì, nell'aula magna dove si riuniscono per decidere... là non ci sono nemmeno le finestre, capito?... Una ragazza di Bitonto era stata con Nicola che voleva alcuni giochetti... orali.

Questa si è rifiutata e ha detto, giochiamo in questo modo... Io l'ho saputo perché questa doveva fare matematica, Nicola su matematica non poteva fare niente».

Amico: «Era cosa vostra».

Anche l'11 gennaio 2006 Del Vecchio parla con una studentessa. E allude - scrivono i carabinieri - a «rapporti sessuali intrattenuti tra studentesse, docenti e addetti alle aule allo scopo di superare gli esami».

Del Vecchio: «Tu, non ti devi spaventare, perché certe cose esistono a Bari... Io te lo dico sapendo che sei una persona che rimane qua...». E indica i nomi di alcuni docenti, non indagati. Poi prosegue: «Lui se li porta in quell'albergo; proprio ti posso dire anche il numero della stanza dove va, perché là è amico del proprietario... Una volta fu sgamato dalla moglie, si separarono pure... Poi si fanno anche i bidelli le ragazze. I bidelli non belli, quelli proprio che una dice: "Madonna, neanche se stessi in punto di morte..."».

Il 21 gennaio, invece, sempre Del Vecchio «illustra alla candidata le modalità di superamento dell'esame di inglese mediante il versamento di una mazzetta di 1.500 euro ». Ma come al solito il discorso cade anche sul sesso:

Del Vecchio: «Se puoi essere interessata dopo all'inglese, l'altro te lo posso far fare con molto poco... Per tutte e due le lingue... 1.500 euro». Poi ride. E spiega come funziona nelle altre facoltà.

Del Vecchio: «A Giurisprudenza non solo si comprano, ma bisogna vedere anche con quale metodo si comprano: se in euro o in natura. Io là conosco ragazze che si vendono proprio. Oh Dio, stanno anche a Economia... Hanno una storia con il professore che fa diritto ed è una storia che si chiude dopo la verbalizzazione sul libretto, poi hanno una storia con quell'altro... Ti dico che sono molto belle queste si vogliono solo... divertire. Cose che succedono anche da noi ma a Giurisprudenza, succede ancora di più perché il numero di cultori della materia è maggiore...».

La ragazza non sembra stupirsi. Laconica infatti commenta: «Sì, è logico». Accanto alla compravendita degli esami c'è quella delle tesi. C'è il caso per esempio di «una tesi procurata da Vincenzo Milillo (il bidello al centro dell'inchiesta, ndr) e approntata dal docente Giorgio Cusatelli», in cambio di un assegno da 2.500 euro. «Il professore - si rassicurano al telefono gli indagati - ha detto che se la vedeva tutta lui... Nicola si deve mettere d'accordo con il professore... Si segnasse tutto quello che gli dice, è il professore che sta dirigendo tutto... La tesi si fa allo scanner, non c'è bisogno di scriverla due volte. Viene nel computer, già. Si va sopra e si cambiano solo le frasi dove ha cambiato quello... e se no dobbiamo scrivere tutto di nuovo. E che siamo, fessi?». No, fessi no. Ma almeno riconoscenti: «Avevo appuntamento con il professor Cusatelli gli ho portato il vino, dieci litri di vino proprio buono».

Nell'inchiesta emerge poi una fitta rete di raccomandazioni su alcuni esami, al centro della quale si troverebbe il professore ordinario di Diritto del Lavoro, Antonio De Feo. Presidente del Circolo tennis, De Feo è un uomo di fiducia del parlamentare della Cdl ed ex governatore pugliese, Raffaele Fitto: il docente anni fa è stato arrestato con l'accusa di aver favorito un amico e parente dell'onorevole nella vendita di una società di cui era curatore fallimentare.

Fitto viene più volte nominato da De Feo anche in questa inchiesta. Il professore si premura per esempio con la sua segretaria di preparare «una cartellina dei raccomandati... perché poi farò una lettera se appoggiano Fitto». Il 15 febbraio del 2005 lo chiama invece il capo di gabinetto dell'allora governatore pugliese, Mario De Donatis che gli aveva chiesto una raccomandazione per una studentessa.

De Donatis: «L'ha fatta?».

De Feo: «Già fatta... già fatta...».

De Donatis: «Quanto?».

De Feo: «Io mi scrivo tutti ricordati...».

De Donatis: «Dammi un giorno del mese... ».

De Feo: «Un giorno del mese vuoi tu... (ride)... Aspetta, aspetta un attimo, sto facendomi dare il verbale.... Giorno trenta!».

CONCORSI TRUCCATI

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentregli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

Miracoli all'Asl di Bari: in 58 assunti «perchè non riescono a guarire»

Il problema, effettivamente, sembrava serio. Settanta persone che non rispondevano ai trattamenti medici, team di psicologi impotenti di fronte a patologie che sembravano incurabili. Ed ecco che nel 2007, alla Asl di Bari, qualcuno ebbe l’idea: li guariremo, scrissero, dando loro un posto di lavoro a tempo indeterminato. Nel campionario dei modi creativi con cui è stato gestito il sistema sanitario pugliese, questo è il più particolare: 58 assunzioni che alla fine la Asl è stata costretta a revocare. Perché far passare per disagiata gente che stava benissimo, tanto da potersi iscrivere a un partito, era decisamente troppo.

Facciamo un salto a novembre del 2007, quando la Asl di Bari rinnova i suoi tirocini formativi con la firma del subcommissario Rocco Canosa. Si tratta di uno strumento con cui è possibile avviare al lavoro persone svantaggiate che poi – in determinate condizioni – possono essere assunte: la scelta dei beneficiari deve avvenire con un bando pubblico. Alla Asl di Bari, invece, la lista dei tirocinanti fu fatta su «segnalazione» di alcuni medici, e forse di qualcun altro.

Prima di arrivare alle assunzioni, dunque, c'era da risolvere questo problema. Come giustificare il fatto di essersi «dimenticati» il bando pubblico? Ci pensa un parere di 11 pagine steso dalla Struttura burocratico legale ex Ausl Ba/2. Un vero capolavoro che – prendendola un po' alla lontana – sembra suggerire al legislatore la soluzione definitiva per tutte le patologie incurabili. «La urgenza di ricorrere alle forme di inserimento lavorativo essenzialmente come percorso terapeutico (…) è legata alla gravità delle patologie stesse; la insostituibilità di tali interventi terapeutici in aggiunta ai protocolli farmaceutici è sostanzialmente legata alla insufficienza di questi».

E dunque? «La giurisprudenza si è già occupata in sede di applicazione del precetto di cui all'art. 32 Cost. della deroga a protocolli istituzionali, laddove, in presenza della gravità della patologia rispetto al valore “vita”, dell'urgenza di ricorrere a forme alternative di cura ancorché non rientranti nei prontuari farmaceutici ufficiali e della insostituibilità di tali cure, si è potuto neutralizzare quelle forme ostative di tipo strettamente burocratico-amministrative pur di raggiungere tali virtuosi obiettivi». Le «forme ostative di tipo strettamente burocratico-amministrative», secondo gli illuminati giuristi della Asl, sarebbero i bandi pubblici. Che si possono pure dimenticare («neutralizzare») di fronte a cure che non funzionano: perché un posto di lavoro, si sa, è una medicina universale.

E’ un po’ come se a un candidato sindaco sconfitto e caduto in depressione, la Asl dovesse garantire una poltrona di primo cittadino, ovviamente senza passare dalle elezioni. Oppure se a un allenatore di calcio trombato e che non dorme più, l'Asl dovesse garantire una nuova panchina.

Ma torniamo alla storia. A partire da maggio 2008 partono i tirocini formativi per 70 persone: sono (dovrebbero essere) disagiati psichici o ex tossicodipendenti. Che evidentemente non sono tutti uguali, perché a fine anno l'Asl ne assume solo 56 più altri 6 che non si sa bene da dove saltino fuori. A tutti gli altri viene detto che i tirocini termineranno ad aprile 2009. Poi, arrivederci e grazie. E così sul tavolo del direttore generale della Asl e sulla scrivania di Vendola cominciano ad arrivare alcune lettere di protesta, che la «Gazzetta» ha esaminato e che raccontano una storia singolare. Molti degli assunti, dicono gli esclusi firmandosi con nome e cognome, godono di ottima salute. Qualcuno di loro, accusano, è stato inserito nell'elenco su segnalazione di certi sindacalisti. Un tirocinante, messo a lavorare in un laboratorio di falegnameria, svela che il suo compito era aggiustare i mobili portati lì da un dirigente della Asl. E quei 6 «aggiunti» alla lista degli assunti figurano in un foglio Excel (di cui la «Gazzetta» ha avuto copia) il cui titolo è PD_Puglia_2007. Sembrerebbe la lista degli iscritti al partito in occasione delle primarie.

Insomma, un bel pasticcio. Tanto che lo scorso aprile (con la delibera 955) il direttore generale della Asl ferma tutto. Annulla i contratti di assunzione («inficiati da nullità per violazione delle richiamate norme imperative») e manda le carte all'ufficio provinciale del lavoro. A oggi, nessuno si è azzardato a fare ricorso.

È interessante notare che la delibera iniziale, quella del 2007, porta la firma di Rocco Canosa, oggi direttore generale della Asl Bat. È lo stesso manager che, come la «Gazzetta» ha già raccontato, ha bandito a Barletta le 22 borse di studio assegnate per tre anni alle stesse 7 persone. Il manager che ad aprile ha annullato tutto è invece Lea Cosentino, dimissionata dalla Regione dopo il suo coinvolgimento nell'indagine su Tarantini: il fascicolo penale va verso l'archiviazione ma, ha spiegato l'assessore Fiore, la Cosentino ha «violato il rapporto di fiducia».

Intanto i veri disagiati psichici inseriti nel famoso elenco (sì, qualche vero bisognoso c'era) sono ancora a spasso. Sempre disperati, ma senza tessere di partito.

CORSI E RICORSI STORICI. 2009

TEST TRUCCATI PER L'ACCESSO IN ODONTOIATRIA

Nel corso dell’irruzione nell’appartamento di via dei Papaveri ad Altamura (di proprietà di un assessore) dove una specie di commissione di esperti di matematica, fisica, biologia e chimica stava cercando di trovare le risposte ai quiz contenuti nella traccia (unica per tutti gli atenei italiani) della prova di ammissione alla facoltà di Odontoiatria, gli investigatori della guardia di finanza hanno trovato diversi oggetti di interesse archeologico. Si tratta di reperti la cui provenienza si ipotizza possa essere illegale. Per questa ragione sono stati requisiti. 

Un aspetto comunque marginale emerso nell’ambito di una vicenda nella quale oltre alle otto persone trovate nell’appartamento di Altamura, risulterebbero coinvolto anche il presidente del corso di laurea in Odontoiatria della Facoltà di medicina e Chirurgia della Università di Bari, il professor Felice Roberto Grassi al quale è stato notificato l’avviso di garanzia contestualmente (forse proprio in veste di presidente del corso) alla perquisizione effettuata dai finanzieri, venerdì mattina, mentre era in corso la prova di ammissione, nella segreteria amministrativa di Odontoiatria.

Da quello che si è saputo gli investigatori hanno notificato un ulteriore avviso di garanzia ad un informatore scientifico al quale alcuni suoi clienti (medici odontoiatri e odontotecnici), genitori di giovani che avevano in animo di partecipare all’esame a quiz, si sono rivolti per cercare qualcuno che potesse favorire l’ambizione dei loro figli. Al rappresentate di prodotti per l’odontoiatria sono stati sequestrati due telefoni cellulari e un personal computer.

Una cinquantina sono state le perquisizioni eseguite, alcune «semplici» altre per decreto a carico di persone indagate. Gli studenti baresi che nei campus di Foggia, Napoli e altri (potrebbero essere coinvolte le università di Verona e Milano ma su questi nomi non ci sono conferme) stavano aspettando l’«aiutino», sarebbero una quindicina ma potrebbero essere molti di più.

Gli investigatori, dopo il blitz hanno esaminato tabulati telefonici per individuare altre utenze mobili (cellulari e palmari di ultima generazione) collegate al gruppo di «intelligence service» preso con le mani nella marmellata, ossia con la traccia del tema (composto da 80 domande a risposta multipla) inviato ad Altamura attraverso una e-mail forse partita da una delle aule di esame, forse da un’altra sede. Si parla anche dell’ipotetico utilizzo di un sistema fotografico (forse quello installato sui cellulari) per riprodurre e inviare i quesiti. 

A quanto pare l’appartamento di via dei Papaveri nel quale gli investigatori hanno sorpreso gli otto «luminari» al lavoro sarebbe nella disponibilità dell’odontotecnico Francesco Miglionico, assessore comunale ad Altamura, con un figlio tra le centinaia di esaminandi. Tra le otto persone che la guardia di finanza ha identificato c’è anche il ricercatore barese Andrea Ballini già coinvolto con Grassi e altre undici persone in un concorso per l’assegnazione di posti di dottorato di ricerca in Biotecnologie applicate alle scienze odontostomatologie, presso l’Università di Bari. Nel corso delle perquisizioni gli investigatori hanno collezionato personal computer, telefonini e palmari. Non è noto al momento il numero degli indagati, si parla di una trentina di persone.

L’inchiesta si sta sviluppando sotto la direzione dei sostituti procuratori Francesca Romana Pirrelli e Renato Nitti. I reati contestati sono quelli soliti in questi casi: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, alla corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, alla rivelazione e utilizzazione dei segreti di ufficio.

CORSI E RICORSI STORICI. 2008

BARI, UNDICI INDAGATI IN UNIVERSITA'. ABUSI AD UN CONCORSO DI ODONTOIATRIA.

Corruzione o truffa: sono i reati che la procura di Bari ipotizza nei confronti di undici persone tra docenti e candidati al concorso per dottorato di ricerca della facoltà di odontoiatria della locale università. Le indagini sono state avviate dopo l'inoltro in procura di un esposto nel quale si segnalava che, già prima delle prove del concorso, venivano indicati i nomi dei quattro vincitori.

CORSI E RICORSI STORICI. 2007

BARI, TRENTA INDAGATI IN UNIVERSITA'. ABUSI AD UN CONCORSO DI ODONTOIATRIA.

Sono un trentina gli studenti che hanno tentato di barare ai test di ammissione alle facoltà a numero chiuso di medicina e odontoiatria di Bari, Ancona e Chieti il 4 e 5 settembre 2007. La procura presso il tribunale di Bari trasmetterà domani al rettore dell'università del capoluogo pugliese, Corrado Petrocelli, l'elenco con i nomi. La decisione è stata presa oggi dal procuratore, Emilio Marzano, e dal pm inquirente, Francesca Romana Pirrelli.

L'elenco. Secondo fonti inquirenti, l'elenco dovrebbe contenere "tra i 20 e i 30 nominativi" di studenti che avrebbero ricevuto dall'esterno (con telefonate e messaggi giunti sui loro cellulari) le risposte ai quiz della prova di ammissione. Risposte che provenivano da due 'centri di ascolto' allestiti a poca distanza dall'aula in cui si svolgevano le prove.

Perquisizioni e sequestri. Nell'ambito delle indagini nei giorni scorsi il pm Pirrelli ha fatto compiere alla Guardia di finanza di Bari perquisizioni e sequestri a carico di sette persone - tra cui due docenti universitari di Bari e Ancona - iscritte nel registro degli indagati per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla corruzione. Nel registro degli indagati finiranno presto anche gli studenti che hanno barato durante i test.

Dalla procura, però, dovrebbe solo partire l'elenco dei nomi degli studenti sotto indagine e che sarebbero stati intercettati anche durante i test, ma non le fonti di prova a loro carico, essendo gli atti coperti dal segreto istruttorio. L'elenco dei nomi sarà fornito anche perché, è il ragionamento degli investigatori, dal punto di vista amministrativo il solo possesso del telefonino da parte di un candidato alla prova è causa di esclusione.

UNIVERSITA', CONCORSI TRUCCATI. ARRESTATI 5 CARDIOLOGI.

L'accusa: formavano un'associazione per delinquere allo scopo di inserire amici e conoscenti nelle facoltà di Bari, Firenze e Pisa. "Riuscivano a controllare le commissioni esaminatrici".

Cinque cardiologi sono stati arrestati oggi dalla guardia di finanza nell'ambito dell'inchiesta sui presunti concorsi universitari truccati. Il provvedimento del gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis ha raggiunto i professori Livio Dei Cas, di 62 anni, primario cardiologo all'ospedale Civile di Brescia e docente universitario, Paolo Rizzon, di 72 anni, fondatore della scuola di cardiologia dell'Università di Bari, il pisano Mario Mariani, di 68, il milanese Maurizio Guazzi, di 69, e il fiorentino Luigi Padeletti, di 57. L'accusa è di associazione a delinquere, corruzione e falso. A tutti è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari.

L'ipotesi investigativa è di aver costituito e preso parte a un'associazione per delinquere attraverso la quale hanno fatto vincere a candidati a loro graditi diversi concorsi per docente ordinario e associato e per ricercatore nelle facoltà di cardiologia delle università di Bari, Firenze e Pisa. Per ottenere questo scopo i medici avrebbero anche controllato presso alcune università italiane l'elezione di componenti delle commissioni esaminatrici.

L'accusa era contenuta nell'avviso di proroga delle indagini preliminari notificato lo scorso 26 maggio dalla guardia di finanza a sette persone. Al centro dell'inchiesta della procura barese c'è una decina di concorsi che sarebbero stati truccati in diversi atenei italiani.

I magistrati avrebbero accertato che i concorsi erano solo una formalità per procedere all'assunzione dei docenti universitari (ordinari e associati, in forma più attenuata anche quella di ricercatori) perché l'indicazione del nominativo della persona che doveva risultare idonea al concorso era già stato definito in precedenza. Nell'ambito della stessa inchiesta il 19 maggio scorso fu bloccato un concorso indetto a Firenze e furono sequestrati i relativi atti.

Oltre ai cinque cardiologi arrestati, ricevettero avviso di proroga Giovanni Modica, di 74 anni, di Catania, e Mario Erminio Lepera, barese, di 41 anni. Lepera - in concorso con Rizzon - è indagato per tentativo di estorsione continuata per aver costretto qualcuno a far ottenere loro varie utilità.

Il reato di corruzione fa riferimento a presunti scambi di favori che si sarebbero fatti i componenti delle commissioni esaminatrici dei concorsi che, di volta in volta, sostiene l'accusa, si sono favoriti per far vincere a persone a loro gradite le gare. Tra coloro che avrebbero beneficiato delle assunzioni ci sono figli, nipoti, amanti e allievi dei cardiologi.

PARENTOPOLI A BARI

da Il Messaggero del 5 aprile 2007, pag. 1. Colonialismo? C’è chi, di fronte allo scandalo dei concorsi universitari pilotati e delle famiglie plenipotenziarie in certe facoltà, è arrivato a proporre la presenza di professori stranieri nelle commissioni che valutano docenti e ricercatori. In nome dell’italianità, dell’autonomia, della libertà, della Costituzione, dei principi repubblicani, l’idea è subito abortita. Anche se ieri il ministro Mussi ha annunciato, nell’intervista al Messaggero, di volerla introdurre nella bozza di riforma dei concorsi. «E’ fondamentale allontanarsi dalla perversa logica dello scambio!», dicono i più. Tutti d’accordo, a parole: il compito anonimo, come in molti altri concorsi, però non lo vuole quasi nessuno. Ecco, così, germinare negli anni, proliferare, infine esplodere, termitai con molte, troppe regine lungo corridoi inestricabili. E inesplicabili: per complessità levantina, “aum aum” mafioso, “quaquaraquà” burocratese. Corridoi in cui tentano di incunearsi forze dell’ordine e magistrati, trovando di tutto, ma potendo fare ben poco. L’università di Bari, la più grande del Sud insieme a Napoli, da un paio d’anni è la Treccani di quanto può accadere, non dovrebbe accadere, però accade negli atenei italiani.

Mafia? - Se venisse provata l’associazione di stampo mafioso, chi ha pilotato certi concorsi non sarebbe tutelato dall’indulto. Come provarla, però? Emanuele De Maria, sostituto procuratore, si stringe nelle spalle: i suoi armadi traboccano di faldoni, e sugli armadi altri faldoni. E dentro di lui la frustrazione di un magistrato che lavora in un palazzo di giustizia abusivo (a Bari succede anche questo), fra qualche mese arriverà a processo, ma poi? «Certo, l’indulto non estingue il reato, però...». Ha messo ai domiciliari sei medici-commissari a un concorso di cardiologia (associazione a delinquere e corruzione), fra poco saranno processati, poi si vedrà.

«Quel professore è molto inviso alla fascia degli ordinari che si muovono in un sistema simile alla mafia», diceva un commissario del concorso di medicina interna bandito due anni fa. Docente intercettato, la conversazione è in una istanza di ricusazione presentata all’università da un candidato. «Ho detto a un collega che ci doveva dare una mano. Ma tu cosa ci dai in cambio? gli ho risposto», dice un altro docente. Fra innumerevoli ”a buon rendere” pronunciati via telefono, tra frasi come: «Per questa cosa qua dovete darmi in cambio un’idoneità», due settimane fa partono avvisi di garanzia contro sei docenti di medicina interna baresi, un palermitano, un milanese, un foggiano e il novarese Ettore Bartoli, in alcune chiacchierate definito ”burattinaio” dei concorsi in tutt’Italia. Giuseppe Palasciano lascia la commissione, si muovono accademici di mezz’Italia, si scoprono altri quattro concorsi sospetti destinati agli amici degli amici.

“Ci siamo ribellati” - Emilio Tafaro, 66 anni, professore associato da un ventennio, scrive alla Procura: «Mi sentivo vittima di una irregolarità.» Rincara il ricercatore Edoardo Guastamacchia: «Discriminato? Certamente sì, lo sono.» Già sei anni fa una ventina di medici universitari baresi chiedevano che Riccardo Giorgino non restasse primario di endocrinologia, poltrona che ha poi tramandato al figlio Francesco: indagati entrambi. L’erede, associato nel 2000 con un concorso bandito dall’università di Bari, pochi mesi dopo divenne ordinario a Chieti. Ancora poco e rieccolo a Bari, professore con la benedizione del padre.

Lo scambio - Giuseppe Palasciano, coinvolto nel famigerato concorso per medicina interna: «Giusto occuparsi di parentopoli. Non a caso i miei figli non hanno studiato medicina.» Il figlio Fabrizio è infatti dottorando di archeologia a Foggia, dove preside è Franca Pinto Minerva. La signora ha un figlio, Francesco, specialista in medicina interna. Chi è suo direttore? Esatto: Palasciano senior. Non è medico nemmeno Nicola Barbuti, figlio dell’ex docente Salvatore. Lavora a Scienze della formazione, dipartimento di Scienze storiche di Giovanna Da Molin. Il figlio di quest’ultima, Christian Napoli, è ricercatore a Igiene: la specializzazione di Barbuti padre. Questi esempi dimostrano che “parentopoli” può anche non essere un fatto giudiziario. Inchieste a parte, all’ateneo di Bari il fenomeno ha una connotazione sociologica e di costume. Quasi fosse il carattere distintivo di un certo modo di vivere l’accademia. E di tramandarla alle generazioni future. Gianluca e Raffaella Girone, figli dell’ex rettore Giovanni, lavorano nel dipartimento di studi aziendali, da sempre area dei Massari, otto-docenti-otto tutti a Bari. E la figlia di Lanfranco Massari, Antonella, è ordinaria al dipartimento di Scienze statistiche: “roba” dei Girone.

Oggi sposi - Le alleanze si stringono anche per matrimonio. Franco Dammacco, prorettore in epoca Girone, medico di fama coinvolto nello scandalo di medicina interna, era membro della commissione che sei anni fa promosse Vito Racanelli. Il quale, nello spazio di alcune settimane, impalmò sua figlia Rossana. Una casalinga? Un’impiegata? No: ricercatrice di oculistica nella clinica del professor Carlo Sborgia. Un nome entrato, suo malgrado, nella giostra dei concorsi: il professor Renato Meduri, di Bologna, lo accusa di non aver fatto promuovere sua moglie Lucia Scorolli. La commissione si riunì a Bari, la storia ha avuto un brutto seguito di minacce e di proiettili spediti a un altro oculista.

Tengo famiglia - Alla facoltà di Medicina di Bari trentacinque docenti risparmiano benzina. Figli, nipoti e parenti vari, infatti, lavorano nello stesso posto, si può viaggiare con un’auto sola. Se Giorgino è accusato di aver pilotato la successione del figlio, e di avere spinto anche il cognato di Francesco, basta spingersi a Economia per piombare dentro Dinasty. In un solo corridoio ecco il chiarissimo professor Giovanni Tatarano, il figlio Marco e la figlia Maria Chiara. Roba da dilettanti: i Dell’Atti sono il doppio, i Girone anche. E i Massari addirittura otto, tutti a Economia. In pratica, una facoltà in appalto. Medicina? Il 40 per cento dei figli dei primari è nella medesima facoltà dei genitori. Davide Canfora è neo ordinario a Lettere. Ha superato Federico Sanguineti, figlio del poeta Edoardo. Papà non è uno qualunque, ma Luciano Canfora, filologo, che ha in università la moglie e la figlia Irene, quest’ultima ben inserita a Legge nel dipartimento già diretto dal cognato, e anche la nuora, sposa del figliolo.

Studiare? E’ da scemi - Millecinquecento euro per un esame, cinquemila e ne compri quattro. Si accettano assegni. I carabinieri hanno scoperto uno studente di Economia che passava quattrini a un bidello, poi gli indagati sono diventati una ventina. Le indagini sono state estese a Medicina e a Legge. Prezzo delle tesi, duemila euro, due sono state sequestrate il giorno prima della discussione.

UNIVERSITA': AFFARE DI FAMIGLIA. A BARI MOGLI E FIGLI IN CATTEDRA

BARI - La stanza numero 24 è quella del professore Giovanni Tatarano, ordinario di Diritto privato. Suo figlio Marco insegna lì accanto, nella stanza numero 4. Sua figlia Maria Chiara riceve gli studenti proprio di fronte a papà, nella stanza numero 12.

Tutta la famiglia in un corridoio. E non come quegli altri, che si sono sparpagliati invece su quattro piani e sopra cinque cattedre. Quegli altri che si chiamano Dell'Atti, tutti parenti, tutti docenti.

Ma mai tanti e mai tanto esimi come i Massari, nove tra fratelli e nipoti e cugini, probabilmente la tribù accademica più numerosa d'Italia. Benvenuti all'Università di Bari, benvenuti nella città dove in pochi intimi si spartiscono il sapere e il potere.

Buongiorno, dov'è la stanza del professore Girone? "Girone chi?", risponde spazientito il vecchio custode di Economia e Commercio. Girone Giovanni il Magnifico Rettore o Girone Raffaella che è sua figlia?, Girone Gianluca che è suo figlio o Girone Sallustio Giulia che è sua moglie? In ordine, stanza numero 3, stanza numero 26, stanza numero 58, stanza numero 13. E aggiunge, sempre più infastidito il custode: "Poi se vuole parlare con un altro parente stretto dei Girone, ci sarebbe pure il dottore Francesco Campobasso, associato di statistica, che è il marito della professoressa Raffaella, quinto piano, stanza numero 19".

E' cominciato così il nostro viaggio in quel labirinto che è l'Ateneo pugliese, concorsi pilotati, test truccati, esami comprati e venduti, tentate estorsioni e una Parentopoli che è ormai al di là del bene e del male. Lo scandalo sta dilagando. E a Bari, per la prima volta la razza barona trema. Sussurri, voci, grida. Si sta scoprendo un vero verminaio nell'Università dalle più antiche tradizioni delle Puglie. Facoltà dopo facoltà, dipartimento dopo dipartimento. E anche sotto la spinta di una valanga di anonimi.

Sono tanti i Corvi che volano nel cielo di Bari in queste settimane di paura. Raccontano di tutto e di tutti, spiegano in lunghe lettere (con tanto di allegati grafici e di alberi genealogici) come una mezza dozzina di clan accademici hanno allungato le mani sull'Università. "Arrivano ogni mattina sulle scrivanie dei sostituti con la posta prioritaria", confessa il procuratore aggiunto Marco Dinapoli, il magistrato che coordina le indagini sulla pubblica amministrazione. Denunce di combine nelle commissioni esaminatrici, nomi, cognomi, favori incrociati per piazzare di qua e di là consanguinei o amanti, fidanzati e generi. Ci sono inchieste aperte dappertutto. A Veterinaria e a Matematica, a Scienze delle Comunicazioni, a Cardiologia, a Ginecologia, a Genetica, al Politecnico. Ma è Economia e Commercio - dove il rettore Giovanni Girone è ordinario di Statistica - che è il cuore della razza barona barese, è in quell'edificio grigio a cinque piani il suq delle cattedre.

Sono tutte qui le grandi famiglie accademiche, tutte super rappresentate a cominciare da quella del Magnifico fino agli illustrissimi Massari, tre fratelli - Giansiro, Lamberto e Lanfranco - e poi un nugolo di figli ricercatori. Concorsi a regola d'arte, carte naturalmente sempre a posto come vuole la legge. Tanto a vincere sono soprattutto i parenti. Il preside della facoltà si chiama Carlo Cecchi e allarga sconsolato le braccia: "A me i professori me li regalano le commissioni aggiudicatrici dei concorsi: cosa posso fare io? Io non sono mai stato nelle commissioni di esami".

Senza vergogna e senza pudore una dozzina di clan accademici, anno dopo anno, si sono impadroniti dell'Ateneo. "E' come se ci fosse stata una competizione tra alcuni professori a chi riusciva a collocare più membri del proprio gruppo familiare", commenta Nicola Colaianni, ex magistrato di Cassazione, il docente di Diritto pubblico nominato dal senato accademico a presiedere una commissione d'inchiesta sui buchi neri dell'ateneo. La sua relazione finale l'altro ieri è finita dritta dritta alla procura della Repubblica.

Ci sono i clan ad Economia e Commercio e ci sono quelli al Policlinico, altro girone infernale della cultura universitaria pugliese. Clan e ancora clan, lo scambio di promesse per un posto di ricercatore o di associato, i figli e i nipoti tutti specializzandi, sempre gli stessi nomi che occupano le stesse cattedre: i Ponzio a Lingue, i Foti al Politecnico e via via tutti gli altri. Fino alle grandi famiglie dei "professori" del Policlinico. Quasi tutti hanno trovato un dottorato di ricerca o un incarico nella stessa clinica del padre o dello zio o del cugino. A Psichiatria. A Ortopedia. A Neurochirurgia. A Endocrinologia. A Chirurgia generale. Un elenco infinito. Con il 40 per cento circa dei figli dei primari nella stessa facoltà dei padri e, molto spesso, nella stessa struttura operativa. Con l'età dei "fortunati" parenti a volte molto sospetta, mediamente dieci anni più bassa di quella dei loro colleghi senza blasone.

Privilegi di casta e anche qualcosa di più. Come quell'holding che gestiva concorsi con il trucco a Cardiologia, il fondatore della scuola barese Paolo Rizzon arrestato per associazione a delinquere "finalizzata al falso e alla corruzione", secondo i giudici un componente di rango di una sorta di Cupola che "dirigeva" gli affari della cardiologia. E non solo in Puglia. O come il primario di Ginecologia e ostetricia Sergio Schonauer, indagato per avere votato una commissione che avrebbe dovuto giudicare suo figlio Luca per un posto di ricercatore nella sua stessa clinica. E' la prepotente "normalità" di questa Bari universitaria che si sente impunita, è l'intrigo alla luce del sole, l'omertà delle complicità estese.

Rettore, ma cos'è questa sua Università, una sola grande famiglia? Prima Giovanni Girone travolge con la sua mole un gruppo di giornalisti e si fa sfuggire un magnifico "vaff...", poi si scusa, minaccia la solita querela a chiunque parli o scriva dei suoi e degli altri parenti cattedratici, finalmente si placa e ci fa entrare nella sua stanza. Alle sue spalle due grandi foto, una di Padre Pio e l'altra di Aldo Moro. E alla fine Girone sospira: "I nomi non c'entrano, i concorsi o sono corretti o non sono corretti. E nel caso di mia moglie e dei miei figli è stato tutto regolarissimo: quel che conta è soltanto la produzione scientifica". Così parla il Magnifico rettore dell'Università di Bari, l'ateneo delle grandi tribù.