foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

 Dr Antonio Giangrande  

 

TUTTO BRINDISI

I BRINDISINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

Quello che i Brindisini non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Brindisini non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

Gli esiliati di Cerano. Da cinque anni non possono più coltivare le loro terre che si trovano ridosso della più grande centrale termoelettrica a carbone d'Italia, in provincia di Brindisi. L'Enel, proprietaria del sito, si difende: 'nessuna violazione di legge'. Intanto offre sei milioni di euro come contributo agli agricoltori. Ne parla l’inchiesta di “La Repubblica”. Il Reportage di Sonia Gioia. Coltivazioni proibite vicino alla centrale. L'ombra del carbone sui terreni contaminati. Quattrocento ettari avvelenati da arsenico, berillio e altri metalli pesanti. Sono le aree agricole a ridosso della grande centrale termoelettrica Federico II di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi. Ora un'inchiesta della procura salentina cerca di accertare la responsabilità dell'impianto nell'inquinamento delle terre. La perizia disposta dai pm non lascia dubbi: "E' la principale via di contaminazione". Ma uno studio commissionato dall'Enel, proprietaria del sito, parla di "origine naturale". Polvere di carbone sui campi di Cerano. Polvere nera sulle mani, nelle case, sui panni stesi ad asciugare. Polvere nera sui campi fertili, coltivati un tempo a vite, carciofi, ulivi, che una volta davano da mangiare ai contadini e ai loro padri. Carbone forse anche nel sangue. Negli oltre quattrocento ettari di terre all'ombra della centrale Federico II di Cerano non si può più coltivare ormai da cinque anni per effetto di una ordinanza che ha intimato la distruzione dei frutti dei quali è disposto il divieto assoluto di commercializzazione. Ma anche l'esilio coatto degli oltre sessanta agricoltori che su quei campi non possono lavorare più di 180 giorni all'anno, pena il rischio di contaminazione da arsenico, berillio, vanadio, metalli pesanti dall'alto potenziale tossico rilevati in quantità superiori alle soglie considerate non pericolose per la salute. Come se per tenere in vita la terra bastassero cure a intermittenza. Da un lustro i contadini di Cerano chiedono di sapere cosa abbia avvelenato i campi e forse loro stessi. Lo hanno chiesto tramite un esposto indirizzato alla procura di Brindisi dalla quale è scaturita una inchiesta che solo oggi giunge al capolinea. Il pubblico ministero Giuseppe De Nozza ha notificato di recente l'avviso di conclusione delle indagini a carico dei quindici indagati, fra dirigenti Enel e imprenditori addetti al trasporto del carbone che alimenta la centrale, accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento delle colture e insudiciamento delle abitazioni. Sono le accuse che gravano tra gli altri sul direttore della centrale, i responsabili dell'area Ambiente e dell'impianto trasportatore. L'azienda, contattata da Repubblica, non rilascia dichiarazioni, ma in una nota si dice fiduciosa: "In merito alla decisione della Procura di Brindisi, Enel - si legge - nella piena convinzione di aver sempre operato nel rispetto delle leggi e nell'interesse della collettività, attende con fiducia i successivi sviluppi". Le conclusioni del pubblico ministero poggiano su quelle del perito al quale è stato chiesto di verificare se è vero oppure no che quella polvere nera sia polvere di carbone. Nessun dubbio per il consulente tecnico della procura Claudio Minoia, direttore del laboratorio di misure ambientali e tossicologiche della Fondazione Maugeri di Pavia, nonché responsabile della scuola di specializzazione in Medicina del Lavoro dell'ateneo pavese: la fonte di contaminazione di terreni, colture, falda acquifera e atmosfera è la centrale termoelettrica, non i camini delle villette come pure qualcuno ha sostenuto, né il traffico automobilistico. E' il vento che solleva il pulviscolo dal deposito (scoperto) del combustibile, ammantando le colture: "Il consulente tecnico ritiene - scrive Minoia - che in aree prospicienti la centrale Federico II ubicata a Cerano si siano determinate, anche se non con carattere di continuità ma piuttosto come diretta conseguenza di fenomeni eolici, dispersioni significative di polveri di carbone dal deposito carbonile. Questa ha sicuramente rappresentato la principale via di contaminazione delle aree prospicienti". E' esattamente quello che aveva sostenuto la Asl di Brindisi nel 2007, in una nota propedeutica al divieto di coltivazione emanato dal sindaco, avvertendo dei pericoli per la salute se ortaggi, frutta e polveri fossero arrivati dai campi alle tavole dei brindisini: "...è più che ragionevole sospettare la possibilità che le sostanze chimiche riscontrate possono entrare nel ciclo biologico di produzione sia vegetale che animale e, conseguentemente, passare nella catena alimentare con grave rischio per la salute dei consumatori". Le stesse conclusioni a cui giunge l'equipe di ricercatori ai quali nel 2009 il Comune di Brindisi aveva commissionato un'analisi di rischio, effettuata dall'Università del Salento e Arpa Puglia. Le analisi su prelievi e campionamenti rilevano la presenza di metalli pesanti nell'area, stigmatizzando come pericolosa per la salute dei coltivatori l'esposizione superiore ai sei mesi all'anno. Lo studio conclude individuando come "fonte potenziale più probabile" delle emissioni "la centrale Enel Federico II, con particolare riferimento alla gestione del carbonile". Nello stesso anno, un dossier divulgato da Medicina democratica avverte: "L'emissione di anidride carbonica è quindici volte superiore alla soglia nella centrale di Cerano. L'arsenico, il cadmio, il cromo, gli idrocarburi policiclici aromatici e il benzene, tutti cancerogeni in grado di provocare diversi tipi di tumori, superano abbondantemente la soglia". A tutt'altre deduzioni giunge invece uno studio commissionato da Enel all'istituto di ricerca Erm (Environmental resources management spa), sempre nel 2009, secondo cui "le concentrazioni rilevate sono di origine naturale". "Lo studio ha dimostrato - scrivono i ricercatori Erm - che la concentrazione dei metalli nei terreni non è riconducibile ad alcuna sorgente puntuale e/o specifica attiva, nel presente e/o nel passato, sull'area di interesse. Tale concentrazione è invece riconducibile a quanto viene universalmente riconosciuto, anche da Apat, come valore di fondo o fondo naturale". Nessuna relazione, dunque, fra la mole della centrale elettrica, il deposito-carbonile scoperto e la dispersione di polveri di carbone su carciofeti e vigneti andati distrutti. Le conclusioni di Erm vengono supportate e avvalorate da tre docenti di altrettanti atenei italiani, Giacomo Lorenzini dell'Università di Pisa, Pierluigi Giacomello dell'Università di Roma e Luigi De Bellis, a capo del dipartimento di scienze e tecnologie biologiche e ambientali dell'Università del Salento. Strano caso: l'università del Salento giunge dunque sul tema a esiti del tutto in antitesi. Anzi, è dalla stessa cattedra di Fisiologia vegetale dell'ateneo leccese che arrivano conclusioni opposte. Nello studio Erm-Enel il professore titolare del corso, Luigi De Bellis, dice che no, il livello di contaminazione da arsenico è del tutto nella norma. Nell'analisi di rischio condotta insieme ad Arpa, la stessa cattedra (sulla carta, altro ricercatore) dice che la quantità di arsenico è al limite del livello di guardia e che prudente per la salute dei lavoratori agricoli sarebbe non esporsi più di sei mesi all'anno. Una delle incognite alle quali dovrà rispondere il processo che verrà. Quel che è certo è che, nel frattempo, al danno si è aggiunta la beffa. Nel giugno del 2009 Enel ricorre al Tar, per scongiurare la pioggia di richieste risarcitorie provenienti dagli agricoltori, sostenendo la illegittimità della ordinanza, fondata su termini "possibilistici ed eventuali" di nessuna evidenza scientifica. La magistratura amministrativa dà ragione al colosso energetico per una ragione su tutte: l'analisi di rischio commissionata ad Arpa e Università del Salento è stata condotta in ritardo, due anni dopo l'emanazione della ordinanza sindacale, il percorso avrebbe dovuto essere esattamente contrario. Potenzialmente insomma, nei terreni di Cerano oggi si potrebbe coltivare, ma se lo fai la Asl ti trascina in tribunale, come è successo a uno degli agricoltori. Uno di quelli che si sono rifiutati di accettare soldi dal colosso energetico in cambio della rinuncia all'azione penale. Il punto resta un altro. I prodotti della terra maledetta non li vuole più nessuno, e i contadini stessi su quei campi hanno paura di lavorare, per timore di morire avvelenati dal cancro. Psicosi. Forse. L'ateneo del Salento, chiamato in causa da entrambe le parti, giunge attraverso due studi a conclusioni diverse. Il responsabile della relazione commissionata dall'Enel, Luigi De Bellis: "Valutazioni effettuate in tempi e con scopi differenti". Uno l'ateneo, due le conclusioni, sebbene il quesito a monte fosse lo stesso, ossia se i terreni di Cerano siano inquinati oppure no. La cattedra di Fisiologia vegetale dell'Università del Salento giunge sul medesimo tema a conclusioni in antitesi: nello studio commissionato ad Erm (l' Environmental Resources Management) da Enel il professore titolare del corso, Luigi De Bellis, dice che no, il livello di contaminazione da arsenico è del tutto nella norma. Nell'analisi di rischio condotta insieme ad Arpa, la stessa cattedra dice che la quantità di arsenico è al limite del livello di guardia e che prudente per la salute dei lavoratori agricoli sarebbe non esporsi più di sei mesi all'anno. "La contraddizione è solo apparente", spiega De Bellis, "allo studio dell'Università del Salento essendo in quel periodo consulente Enel, non ho partecipato, come facilmente verificabile da frontespizio del documento". Le conclusioni discordanti insomma, sarebbero secondo il docente "relative a due studi che non solo sono stati realizzati in tempi diversi e con presupposti e scopi differenti ma che, in particolare quello dell'Università del Salento, per ragioni varie, non hanno incluso o considerato il quadro di insieme costituito dai molti dati raccolti negli anni precedenti da altre fonti, ovvero studi realizzati da gruppi indipendenti e indipendentemente dall'esistenza e dalla attività della Centrale di Cerano". De Bellis rivendica la attendibilità delle conclusioni dello studio Erm che "erano e sono in perfetto accordo con le analisi effettuate da Sviluppo Italia nel 2005-2006, le quali hanno rivelato che metalli pesanti (in particolare arsenico) sono presenti a concentrazioni superiori ai valori soglia per i Siti ad uso verde pubblico, privato e residenziale (mentre non sono ancora stati definiti i valori soglia per i terreni agricoli) nei terreni limitrofi al nastro trasportatore di Cerano. Da notare che l'uso dei valori soglia relativi a siti ad uso verde pubblico è inappropriato per i terreni agricoli. Questo problema è ben noto nel mondo scientifico tanto che presso il Ministero delle Risorse Agricole è al lavoro, da anni, una commissione che ha il compito di definire una tabella specifica per i terreni agricoli". La cartina al tornasole dell'attendibilità delle conclusioni di Erm, secondo De Bellis sta anche nel fatto che le stesse analisi "rilevano generalmente concentrazioni di metalli pesanti più elevate in profondità (come indicato nella relazione di Sviluppo Italia un "incremento della diffusione della contaminazione da arsenico con l'aumentare della Profondità") cosa ben difficile da spiegare ipotizzando che la fonte di inquinamento sia polvere di carbone proveniente dal carbonile; se la fonte fosse il carbonile avremmo necessariamente maggiori concentrazioni in superficie". Le varie tipologie di carbone utilizzato da Enel secondo Erm ma anche secondo Luigi De Bellis mostrano un contenuto percentuale in metalli pesanti inferiore ai valori riscontrati nel terreno, "gli altri contaminanti organici presenti (pesticidi ed idrocarburi) nei terreni dell'area Cerano non hanno alcuna relazione con il carbone e, con la loro presenza, indicano che esiste (o è esistita) una diversa fonte inquinante". Per concludere il professore rivendica il diritto alle divergenze nel mondo accademico e scientifico, e arriva a scomodare Galileo: "Almeno nell'Università non esistono posizioni "uniche" ed ancora rimane la possibilità di dissentire. Infatti, nel mondo scientifico le varie tesi vengono messe in discussione in funzione di argomenti logici e scientifici con arbitri indipendenti che stabiliscono quale sia la migliore. Ma l'ipotesi che raccoglie la maggioranza dei pareri positivi non sempre è quella giusta (Galileo insegna), perché a volte gli arbitri non sono indipendenti o perché per ragioni varie omettono di considerare alcuni degli aspetti della questione". Sei milioni di euro dividono i contadini. E arriva Zamparini con i pannelli solari. Per scongiurare eventuali azioni penali degli agricoltori l'Enel ha offerto una somma per la riconversione produttiva dell'area. Ma le associazioni sono divise sulla firma dell'accordo. Intanto si è fatto avanti il patron del Palermo che punta a utilizzare i campi 'contestati' per installare un grande impianto fotovoltaico. "Nessuna responsabilità sulla presunta contaminazione dei terreni a Cerano", sul punto l'Enel non ammette repliche. E' dunque per "puro spirito di liberalità" che la società offre agli agricoltori (ma soprattutto a sindacati, associazioni di rappresentanza degli stessi oltre che al Comune di Brindisi), una somma pari a 6.100.000 euro per la riconversione produttiva dell'area. Riconversione produttiva che non sta per "risarcimento", attenzione. La parola va considerata tra quelle proibite. La cifra vale come un cadeux milionario che servirà in buona parte per la piantumazione di una barriera arborea, una muraglia verde che intrappoli il pulviscolo nero di carbone, dietro la quale eclissare centrale termoelettrica, carbonile e nastro trasportatore. Almeno alla vista. C'è un dettaglio, però, che ha fatto la differenza fra chi si è immediatamente dichiarato disponibile a sottoscrivere l'accordo e chi no. Il patto di sangue con Enel prevede infatti che con quei soldi i contadini continuino a rimanere proprietari delle loro terre, dalle quali dovranno sradicare filari di malvasia e carciofi che un tempo crescevano rigogliosi per piantare (a casa loro e con le loro braccia) eucalipti, falso pepe e oleandri. L'offerta, si capisce, ha avuto come conseguenza diretta quella di spaccare il fronte dei piccoli imprenditori agricoli, molti dei quali hanno sottoscritto l'accordo con il colosso energetico che in cambio ha chiesto la rinuncia all'azione penale. Nero su bianco, naturalmente. L'accordo-quadro è stato sottoscritto il 21 giugno 2011 dopo una trattativa durata anni. Le firme in calce sono quelle dell'ex sindaco Pdl Domenico Mennitti, che nel 2007 firmò il divieto di coltivazione, di Confcooperative, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Ugc-Cisl. Fra i firmatari figura anche l'associazione Agricoltura ambiente e natura, giunta alla sottoscrizione tramite un percorso tortuoso, a dir poco. A un certo punto della storia infatti, l'associazione sbatte la porta e si ritira dal tavolo insieme al Codiamsa, un altro degli organismi di rappresentanza dei contadini esiliati. Per entrambe le sigle l'accordo è un patto capestro a tutto danno di quelli che si pretende di beneficiare: con i soldi intascati i contadini devono acquistare gli alberi, le macchine agricole per piantumarli e provvedere alla manutenzione. Come dovranno fare dopo di loro i loro figli, e poi i nipoti, e i pronipoti: tanto per 15mila euro ad ettaro, una tantum. In sostanza, di questi sei milioni, alle sessanta famiglie arriverà solo una parte. Detratte le spese per gli alberi e le quote spettanti alle associazioni, ai sindacati e al Comune di Brindisi, a loro non resterà molto. Dopo avere ratificato la propria uscita di scena insieme a Codiamsa, l'associazione Agricoltura ambiente e natura rientra in extremis nella trattativa, suggellando l'accordo finale. Cosa è successo, nel frattempo? Che sui terreni di Cerano ci ha messo gli occhi Maurizio Zamparini. Il patron del Palermo calcio vuole costruire nell'area una distesa da 200 megawatt di pannelli fotovoltaici, l'impresa che si propone a nome del Zamparini nazionale è la Tre emme energia. A sorpresa però, l'iniziativa incassa la sonora bocciatura della Provincia di Brindisi che non concede le autorizzazioni. Il progetto, dice l'ente, fa acqua da tutte le parti e la documentazione per la richiesta di Via è piena di falle. Naturalmente, Zamparini & co non demordono. "Il progetto sarà rilanciato", lo giura l'avvocato Giovanni Brigante che per conto della Tre emme energia si è occupato dell'attività immobiliare, l'acquisto dei terreni o del diritto di superficie. Chi è Brigante? Personaggio uno e trino, consulente di Zamparini ma anche segretario dell'associazione Agricoltura ambiente e natura, rientrata in corsa nella ratifica dell'accordo di programma con Enel. Un repentino cambio di programma, che Brigante spiega in questi termini: "La premessa è che la cifra offerta da Enel non è un risarcimento, ma un contributo per la riconversione, che fa salva la possibilità di richiedere la liquidazione del danno ambientale in via amministrativa, così come previsto dal testo unico in materia. Enel ha, fra l'altro, già versato al ministero una somma a titolo di risarcimento del danno ambientale, noi chiederemo al dicastero stesso l'indennizzo per equivalente in favore degli agricoltori. Con le somme già incassate ci siamo costituiti inoltre in consorzio, e stiamo mettendo a punto dei progetti di riconversione, che vadano naturalmente oltre la piantumazione della barriera arborea consentendo un reddito sostitutivo". In cosa consistano questi progetti, Brigante non lo dice, tutto top secret per il momento. In realtà molti elementi fanno pensare che il progetto fotovoltaico di Zamparini possa effettivamente andare in porto. Basta che la Tre emme energia lo ripresenti adeguandolo alle prescrizioni della Provincia e adeguandolo alle nuove indicazioni della legge che vieta l'impianto di pannelli a terra. Ma aggiunge: "Molti degli agricoltori della nostra associazione sono alle prese con decreti ingiuntivi per i quali rischiano persino di rimanere senza casa, abbiamo fatto di necessità virtù percorrendo la via che ci sembrava più breve per consentire loro di garantirsi un'altra prospettiva, un'altra fonte di reddito". Una tesi che non convince il Codiamsa, assistito dall'avvocato Vincenzo Farina. L'agronomo Antonio Nigro, referente dell'associazione spiega perché: "Vorrei precisare intanto che non si tratta di una questione esclusivamente economica. L'Enel offre soldi per la riconversione produttiva, ma non a titolo di indennizzo o acquisto dei terreni. In sostanza gli imprenditori agricoli dovrebbero accettare di lavorare sui propri campi, quelli che fino a qualche anno fa producevano frutti che davano da mangiare a loro e alle loro famiglie, per l'impianto di una barriera arborea. La cifra insomma non tiene minimamente in conto dei redditi che le famiglie percepivano grazie alla coltivazione dei prodotti dell'agricoltura destinati al commercio. Il vantaggio è tutto del colosso elettrico, al quale occuparsi della barriera in proprio costerebbe enormemente di più di quello che propone ai contadini, piegati dal comprensibile terrore di lavorare in un'area che mette a rischio la loro salute. Val la pena di precisare inoltre che la somma proposta verrebbe versata a rate diluite in dieci anni esatti, alla scadenza dei quali la barriera non si potrebbe più espiantare per legge. Dopo quella data insomma, tutto ricadrebbe sulle spalle dei contadini e dei loro figli, sempre a favore dell'Enel. Un'ipoteca, di generazione in generazione".  

SALENTO MAFIOSO

Con la locuzione Sacra corona unita si indica un'organizzazione mafiosa che ha il suo centro in Puglia e che ha trovato negli accordi criminali con organizzazioni dell'est europeo la sua specificità per emergere e distaccarsi dalle altre mafie italiane.

Ha raggiunto il suo apice tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta del secolo scorso; successivamente all'intervento dello Stato, e a un gran numero di arresti, è stata notevolmente indebolita e marginalizzata.

Il nome di questa organizzazione è formato da 3 parole:

*      Sacra: poiché quando si affilia un nuovo membro all'organizzazione questo viene "battezzato" o "consacrato", come un sacramento religioso;

*      Corona: poiché nelle processioni si usa il rosario (o "corona");

*      Unita: come sono uniti e forti "gli anelli di una catena".

Affiliazione

« Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra Corona Unita e di rappresentarne ovunque il fondatore, Giuseppe Rogoli »(1. Giuramento)

« Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione; giuro di dividere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo fino all’ultima stilla di sangue, con un piede nella fossa e uno alla catena per dare un forte abbraccio alla galera. »(2. Giuramento)

« Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra Corona Unita e di rappresentarne ovunque il Santo, San Michele Arcangelo »(3. Giuramento)

La SCU è divisa in 47 clan, autonomi nella propria zona ma tenuti a rispettare interessi comuni a tutti i circa 1.561 affiliati della Sacra Corona Unita. Si tratta quindi di un'organizzazione orizzontale per molti versi simile a quella della 'Ndrangheta.

Gerarchia

Il primo grado è la "picciotteria", il successivo il "camorrista", cui seguono sgarristi, santisti, evangelisti, trequartisti, medaglioni e medaglioni con catena della società maggiore.

Otto medaglioni con catena compongono la "Società segretissima" che comanda un corpo speciale chiamato la "Squadra della morte".

Bisogna specificare che questa piramide di ruoli ha un valore soprattutto simbolico: spesso il potere detenuto dal singolo affiliato non corrisponde in realtà alla sua posizione nella gerarchia formale.

Storia

La mafia pugliese non ha mai avuto un legame perverso e viscerale con il territorio. È, perciò, marginale e debole, a differenza di Cosa nostra, della 'Ndrangheta e della Camorra che presentano un radicamento sul territorio ormai secolare.

Origini

Nel 1981 il boss camorrista Raffaele Cutolo, affidò a Pino Iannelli e Alessandro Fusco il compito di fondare in Puglia un'organizzazione diretta emanazione della Nuova camorra organizzata che prese il nome di Nuova camorra pugliese (Società foggiana). Questa associazione prese piede soprattutto nel foggiano a causa della vicinanza territoriale e dei contatti preesistenti tra esponenti della malavita locale e i camorristi campani. Tuttavia questa iniziativa venne vista con sospetto dai malavitosi di altre zone della Puglia. Come risposta al tentativo di Cutolo di espandersi in Puglia, si tentò di dar vita ad un'associazione malavitosa di stampo mafioso formata da esponenti locali. Si ritiene che la Sacra Corona Unita sia stata fondata da Giuseppe Rogoli nel carcere di Trani la notte di Natale dell'anno 1981. Giuseppe Rogoli era già affiliato alla 'Ndrangheta (nella 'ndrina dei Bellocco di Rosarno) e chiese il permesso al capobastone Umberto Bellocco di formare una 'Ndrangheta Pugliese. Nel 1987 Rogoli affidò a Oronzo Romano la costituzione di un'altra 'ndrina nel sud barese, sempre con il consenso della 'Ndrangheta. L'attività di gestione degli enormi flussi di denaro derivanti dalle attività illecite fu affidata a Cosimo Screti boss di San Pietro Vernotico che fu per questo motivo soprannominato "il cassiere" dalla Direzione Investigativa Antimafia. Il braccio destro di Rogoli fu Antonio Antonica, primo affiliato di Rogoli a causa dell'antica amicizia nonché personaggio di spicco della malavita mesagnese. A causa dello stato di detenzione di Rogoli, Antonio Antonica era stato nominato responsabile unico delle attività illecite che si svolgevano nell'area brindisina. Antonica ebbe il compito anche di nominare alcuni capi zona della provincia di Brindisi. Con le prime scarcerazioni il numero degli affiliati aumentò e ognuno pretendeva la sua parte di guadagno. Antonica sentiva il peso dell'organizzazione tutto sulle sue spalle ed ebbe una discussione con Rogoli che gli negò il permesso di trafficare droga. Antonica, così, preferì abbandonare Rogoli e creare un clan contrapposto. Questo comportò l'inizio di una guerra lunga tre anni di conflitti e sgarri che portò alla sua uccisione.

Proliferazione

Iniziò la rifondazione della Sacra Corona Unita partendo dalle modalità di affiliazione, con regole più rigide e severe. Così nel carcere di Trani nacque la Nuova Sacra corona unita il cui statuto sarebbe stato firmato oltre che da Rogoli, da Vincenzo Stranieri di Taranto e da Mario Papalia legato a Cosa nostra. Nel 1987 la Sacra Corona Unita era composta dalle famiglie più rappresentative del brindisino guidate da Salvatore Buccarella, Giovanni Donatiello, Giuseppe Gagliardi e Ciro Bruno e da qualche propaggine nella provincia di Taranto. Alla lunga proprio il gran numero di cosche contribuirà ad un altro periodo di tensione all'interno dell'organizzazione tra brindisini e leccesi. Lo schieramento brindisino della Sacra corona unita, con Salvatore Buccarella e Giovanni Donatiello, è stato quello che dimostrò nel corso degli anni una maggiore compattezza, finché non è stato colpito da una pesante offensiva giudiziaria.

Ultimi anni

Negli ultimi anni sono emersi numerosi nuovi personaggi, dai soprannomi coloriti, che hanno concentrato sul racket, sul contrabbando di sigarette e sulla droga, le principali attività criminali. Alcuni di loro hanno fondato la Sacra Corona Libera. La Sacra Corona Libera, formata da esponenti già appartenuti alla Sacra Corona Unita. Nasce a causa di contrasti con i vertici della SCU e propone alcune differenze: l’uso di minorenni e l'abolizione dei riti d'iniziazione.

È disposto a pagare il pizzo a patto che gli restituiscano ciò che gli è stato rubato. A scendere a compromessi con i suoi aguzzini è Giuseppe Cappelli, 58 anni di San Pancrazio Salentino. Dal mese di aprile 2008 ha subito una serie di furti nella villetta che sta costruendo nella periferia del paese. Prima una motozappa, poi mobili antichi, tappeti e piante. Qualche mese fa ha denunciato tutto ai carabinieri che bloccarono i 5 malviventi, ai quali, però, il magistrato non ha convalidato l’arresto. Una volta liberi gli aguzzini avrebbero ricominciato con i furti, pretendendo, tra l’altro, il ritiro della denuncia.

E poi. Due ex sindaci contro i loro successori. Si tratta dell’ex sindaco Giampiero Rollo di San Pietro Vernotico e di Claudio Pezzuto, ex sindaco di Cellino San Marco, che prendono entrambi posizione contro i successivi sindaci delle rispettive città, Pasquale Rizzo (Udc) di San Pietro Vernotico, e Francesco Cascione (Pdl) di Cellino.

La polemica è scaturita dopo la pubblicazione sulla stampa della richiesta di rinvio a giudizio di alcuni sampietrani da parte della Direzione distrettuale antimafia di Lecce e dai sostituti procuratori del tribunale di Brindisi Milto De Nozza e Alberto Santacatterina, accusati di estorsione, danneggiamento, detenzione illegale di armi, furti, rapine, incendio autovetture e intimidazioni agli allor amministratori Gianpiero Rollo e Sergio Palma, cui furono fatte trovare teste di coniglio mozzate sulla soglia di casa, all’indomani dello svolgimento di un comitato per l’ordine e la sicurezza. 

I due sindaci successori, da quanto si evince leggendo la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati, risultano essere difensori di più di uno degli imputati. E per questo l’ex sindaco Gianpiero Rollo è subito intervenuto spiegando che «Rizzo ha sempre sostenuto di aver affermato fin dalla presentazione del suo programma elettorale di essere a favore della legalità e pronto ad intraprendere qualsiasi valida iniziativa di lotta alla criminalità organizzata. Ed invece, in questi giorni è risultato che proprio lui in prima persona difende uno degli arrestati nell’operazione “New Fire”».

«È un fatto gravissimo - sostiene Gianpiero Rollo - anche se ha dichiarato di volersi costituire parte civile. Certo rimanere difensore e costituirsi parte civile è incompatibile: certamente rinuncerà al mandato, con la speranza che non venga affidato a un legale del suo studio. La verità - aggiunge Rollo - è che in città, a parte le dichiarazioni di rito, per più di qualche politico è mancata fino ad ora una vera e perdurante volontà politica di sconfiggere la malavita. A mio modo di vedere, il ruolo di Rizzo è incompatibile - sostiene ancora Rollo - e la doppia veste che il sindaco ha ricoperto sino ad oggi è stata del tutto immorale, anche se ora non difenderà quell’indagato. L’Amministrazione comunale ha certamente subito un danno di immagine ingente. Nel giudizio è bene che facciano vedere le centinaia di articoli di stampa che riportavano le notizie su San Pietro. E poi ci sono tante cose che dovranno essere filtrate nel corso dell’attività dibattimentale».

Sulla stessa lunghezza d’onda la politica cellinese, e per essa l’ex sindaco Claudio Pezzuto, il quale sostiene che «è immorale che il sindaco Cascione difenda più di uno degli imputati dell’operazione “New Fire”, degradando la legalità ad un mero slogan invece di interpretarla sempre come un principio ispiratore dell'azione politica. Spero che rinunci al mandato: se così non fosse spero ancora che non stia assistendo gli indagati attraverso l’istituto del gratuito patrocinio e cioè che sia lo Stato a liquidare il suo compenso, altrimenti avremmo toccato il fondo».

ANTIMAFIA: UNTI DAL SIGNORE O GIOCO DELLE PARTI ???

Mantovano ci ricasca. Egli, come già a Gallipoli si è prodigato ad accusare le comunità locali di collusione mafiosa. Senza citare nè testate, nè nomi, il sottosegretario Alfredo Mantovano il 14 luglio 2010 ha riproposto le accuse di “consenso sociale” alla criminalità, che egli avrebbe colto negli ultimi tempi nel Brindisino. Lo ha già fatto alcuni giorni prima a San Pietro Vernotico sventolando un quotidiano locale (uno solo), che si era occupato dei funerali di Gianluca Saponaro, pregiudicato ucciso il 19 giugno 2010 a Cellino S.Marco. Lo ha rifatto il 14 luglio 2010 a Roma in occasione della presentazione di una ricerca del Cnel sul tema sicurezza.

“C’è un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media”, ha detto Mantovano parlando di alcuni casi che egli ha colto in Puglia, ma soprattutto a Brindisi. A Cellino San Marco infatti, “alcuni giorni fa è stato ucciso un criminale di medio calibro ed al funerale c’era il sindaco e una folla di centinaia di persone e la stampa locale ha definito l’uomo come un benefattore”. Sempre nell’inserto locale di un giornale, ma questa volta di Foggia, ha accusato Mantovano, “è stata poi data grande enfasi alla lettera di un latitante che si presentava come un perseguitato, mentre è stata liquidata in poche righe la riunione tecnica delle forze e dell’ordine e della magistratura a Manfredonia presieduta dal ministro dell’Interno, Maroni”.

Poi il sottosegretario ha citato il caso di una recente seduta dell’assemblea consiliare di Brindisi dove – secondo lui -  “un consiglio comunale è stato interrotto dai costruttori di case abusive che protestavano contro le ordinanze di abbattimento e di nuovo la stampa locale ha dato ampio spazio alle ragioni degli abusivi”. Ma dovrebbe trattarsi dei proprietari di ville del villaggio di Acque Chiare nei confronti dei quali non vi sono ordinanze di demolizione, nè tanto meno sentenze già pronunciate.

“Non voglio – ha precisato il sottosegretario – alimentare polemiche contro la stampa, anche perchè questi fatti riguardano prevalentemente fogli locali, ma credo che tutti debbano fare la propria parte contro la criminalità”. Le polemiche non mancheranno. Il sindaco di Cellino ha già risposto recentemente, spiegando che non intende anteporre la politica alla sua missione di avvocato penalista e al diritto-dovere di difesa sancito dalla Costituzione.

''C'e' un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media”. Lo ha detto il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il 14 luglio 2010, nel corso della presentazione di una ricerca del Cnel sulla sicurezza.

Mantovano ha quindi citato alcuni casi concreti registrati in Puglia. A Cellino San Marco (Brindisi), ha spiegato, “alcuni giorni fa è stato ucciso un criminale di medio calibro ed al funerale c'era il sindaco e una folla di centinaia di persone e la stampa locale ha definito l’uomo come un benefattore”. 

Sempre nell’inserto locale di un giornale, ha proseguito, “è stata poi data grande enfasi alla lettera di un latitante, che si presentava come un perseguitato, mentre è stata liquidata in poche righe la riunione tecnica delle forze e dell’ordine e della magistratura a Manfredonia (Foggia) presieduta dal ministro dell’Interno Maroni”. Infine, ha rilevato, “recentemente a Brindisi un consiglio comunale è stato interrotto dai costruttori di case abusive che protestavano contro le ordinanze di abbattimento e di nuovo la stampa locale ha dato ampio spazio alle ragioni degli abusivi”.

“Non voglio – ha concluso il sottosegretario – alimentare polemiche contro la stampa, anche perchè questi fatti riguardano prevalentemente fogli locali, ma credo che tutti debbano fare la propria parte contro la criminalità”.

Pur non citando la Gazzetta del Mezzogiorno nel riferimento all'articolo sulla lettera del latitante (Libergolis) il sottosegretario alludeva proprio alla Gazzetta del Mezzogiorno, giornale che il 12 luglio 2010, nell'edizione di Foggia, ha pubblicato (dopo averla ricevuta via posta) la lettera con la quale il boss del Gargano supericercato esponeva la sua posizione ovviamente innocentista. Probabilmente al sottosegretario non è stato mostrato il resto delle pagine nelle quali la Gazzetta - dopo aver assolto al suo dovere di informare sulle posizioni espresse da Libergolis - ribadiva tutte le accuse contro il latitante, le documentava con atti giudiziari e ne sollecitava la cattura.

Il sottosegretario Alfredo Mantovano spara di nuovo a zero sul presunto consenso sociale alle realtà criminali nel Brindisino, e qualcuno si arrabbierà, come i proprietari delle ville di Acque Chiare di fronte alla frase «recentemente a Brindisi un consiglio comunale è stato interrotto dai costruttori di case abusive, che protestavano contro le ordinanze di abbattimento e di nuovo la stampa locale ha dato ampio spazio alle ragioni degli abusivi». La stampa locale è tutt’altro che entusiasta del passaggio in cui si afferma che «c’è un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media». E il sindaco richiamato in causa, Francesco Cascione di Cellino San Marco, non può che ripetere al «Corriere del Mezzogiorno» che lui «non difende il reato ma la persona», e che «in base all’articolo 24 della Costituzione sul diritto alla difesa, deve garantire ai propri assistiti il massimo sino al terzo grado». La nuova esternazione del viceministro all’Interno - l’occasione è la presentazione a Roma di una ricerca del Cnel sulla sicurezza - segue quella a San Pietro Vernotico, quando agitò appunto un quotidiano locale (l’unico) che, descrivendo i funerali di Gianluca Saponaro, pregiudicato ucciso in un agguato il 19 giugno 2010, avrebbe messo in risalto la personalità positiva della vittima.

E per l’avvocato «e poi sindaco» Cascione non si tratta altro che di un appendice ad una querelle che lo aveva già coinvolto - erano stati i media a sollevare la questione - a proposito della scelta di accettare la difesa di alcuni degli imputati del processo per le intimidazioni e gli attentati agli amministratori comunali della vicina San Pietro Vernotico, tra i quali l’ex collega (di carica) Giampiero Rollo. In quella circostanza Cascione disse «questa è soprattutto la storia degli avvocati che intendono il loro mestiere come i libri insegnano che si debba intenderlo: e cioè come si intende il mestiere del chirurgo, che presta la propria opera senza guardare alle qualità morali del malato». E oggi ribadisce tutto, ma sottolineando che «se ci saranno casi in cui le due missioni, quella di penalista e quella di primo cittadino, saranno incompatibili, farò un passo indietro». E la faccenda della partecipazione ai funerali di Saponaro? «Non esiste. Mi trovavo da un tabaccaio nei pressi della chiesa per acquistare marche da bollo. Sono sempre stato il legale di quella famiglia, e quando mi hanno visto mi sono avvicinato per porgere le condoglianze. Tutto qui».

Essere il megafono delle procure e lo zerbino del potere politico ed economico spesso non paga.

L'inchiesta archiviata, per cui Paolo Pagliaro, editore di Telerama, aveva querelato il Tacco d'Italia di Lecce, ricostruiva brevemente una vicenda che anni fa aveva sollevato un polverone nell'opinione pubblica leccese e occupato non poche pagine di giornali. Riguardava i soldi dati dalla Provincia di Lecce (Giunta Giovanni Pellegrino) con affidamento diretto a Telerama, per la messa in onda di varie campagne promozionali. Parlava anche del meccanismo con cui vengono stilate le graduatorie per l'attribuzione alle televisioni locali, dei finanziamenti pubblici ai sensi della legge 448/98, spiegando il meccanismo perverso con cui è sufficiente dichiarare di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali ai dipendenti, anche se in regola non lo si è, per poi ricevere i soldi pubblici e sanare il proprio debito con gli Istituti di previdenza con gli stessi finanziamenti ricevuti. Parlava infine di altre cosucce relative all'occupazione delle frequenze Rai riscontrata e denunciata dalla stessa emittente statale.

Per questo si ha clamorosa conferma la notizia del Corriere della Sera del 1 luglio 2011: Dichiarazioni fasulle per i contributi. Sequestro di 900mila euro a Studio 100 tv.

Le domande non veritiere sarebbero del 2005 e 2006. Dei 31 giornalisti, 12 non avrebbero svolto attività tv.

Nel chiedere i contributi relativi agli anni 2005 e 2006, aveva reso false dichiarazioni in ordine al numero di addetti all’attività televisiva, incrementandolo in maniera artificiosa e ottenendo un maggiore ed immeritato punteggio. Così la società proprietaria dell’emittente televisiva Studio 100 tv, che ha la sede sociale a Taranto, ha subìto un sequestro di circa 900mila euro dalla Guardia di finanza di Taranto. Grazie a quelle false dichiarazioni, infatti, avrebbe beneficiato indebitamente dei contributi pubblici erogati tramite il Corecom Puglia. Il provvedimento riguarda quote societarie, conti correnti, depositi bancari, beni mobili ed immobili. Dagli accertamenti è emerso che i dipendenti impiegati in attività televisiva non erano 31 come esposto nelle domande di contribuzione. Di questi, infatti, 12 non avrebbero svolto attività prettamente televisiva in quanto occupati in un’altra attività svolta dalla società proprietaria della rete televisiva, ovvero la rilevazione e il censimento della cartellonistica pubblicitaria sulle strade provinciali di Taranto.

E dire che proprio su Studio 100 si tenne una trasmissione: I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli. Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98. Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia. 13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti. Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006. Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione. La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza. E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

A tanta meticolosità si contrappone l'inchiesta sulle baronie baresi. Dalla redazione di "Repubblica" di Palermo per svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi. "L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra" di Attilio Bolzoni.

PERO' SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione 'Il Graffio', che lunedì sera ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per 'il Graffio'), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale).

Nella sanità. Bimbo morso dalla vipera, in ospedale non c'è il siero. Il piccolo di sette anni morso al braccio: trasferito al Perrino di Brindisi dove però non c'era l'antidoto. Una pattuglia della Polstrada l'ha prelevato da Foggia. Polemiche sulla difficoltà di reperire l'antidoto. La denuncia su “La Repubblica”.

Marco, un bambino di sette anni e mezzo, di Bari, lunedì pomeriggio 22 agosto 2011 è stato morso al braccio da una vipera mentre si trovava con il papà e il fratello nelle campagne di Cisternino, per visitare un trullo. Il piccolo si è staccato da solo il serpente dal braccio e ha chiesto aiuto al suo papà che lo ha portato con urgenza al locale ospedale per poi trasferirlo al "Perrino" di Brindisi.

Il piccolo non ha mai perso lucidità né ha mai avvertito gli effetti del veleno, ma per i suoi genitori è stata un'impresa rintracciare quello che viene comunemente chiamato siero antivipera. E' stato contattato il Centro antiveleni di Padova che li ha indirizzati agli ospedali di Foggia e Barletta, unici punti in Puglia ad averne una fiala.

Una pattuglia della polizia stradale lo ha prelevato e, con una serie di staffette di auto, è stato portato fino a Brindisi, dove è stato tenuto a disposizione, ma non è mai stato somministrato a Marco, che ieri mattina è stato finalmente dimesso. A quanto pare, si trattava di quello che i tecnici chiamano un "morso a secco".

Resta tuttavia la preoccupazione per i rischi che il ragazzino avrebbe potuto correre e per la difficoltà di reperire l'antidoto in caso di morsi di vipera. "Ho chiesto io aiuto alla polizia, sono stati fantastici - ringrazia il padre di Marco - ma mi chiedo: ci sarebbero riusciti tutti? Se ne avesse avuto bisogno qualcuno a Santa Maria di Leuca, ad esempio, ci sarebbero volute almeno cinque ore per venire in possesso dell'antidoto. Antidoto, che in caso di necessità, va somministrato entro 12 ore dal morso".

A smorzare le polemiche è il dottor Marco Marano, responsabile del Centro anti-veleni dell'ospedale "Bambino Gesù" di Roma: "In un ospedale piccolo come quello di Brindisi è possibile che non fosse disponibile il siero antivipera, poiché i casi in cui si ha bisogno di questo siero si verificano con un'incidenza molto bassa ed esistono delle strutture sul territorio alle quali fare riferimento, che possiedono delle scorte e possono inviarle rapidamente, come è accaduto nel caso dell'ospedale di Foggia". "Quando si è morsi da una vipera - prosegue Marano- bisogna andare in ospedale, perché il siero da tempo non è più in vendita in farmacia: la sua somministrazione deve avvenire sotto controllo medico perché può causare reazioni anafilattiche". "Saranno i sanitari a valutare il rischio sulla base dei sintomi che il paziente presenta e a stabilire se ha bisogno del siero o meno - dice Marano - non è detto che tutti coloro che vengono morsi da una vipera ne abbiano bisogno". "Il tasso di mortalità è molto basso (gli ultimi dati a disposizione, quelli dell'istituto superiore di Sanità, risalgono al 2006 e parlano di un solo morto)- spiega ancora Marano- e la sintomatologia può essere di carattere locale o generale. Si verificano in particolare segni di infiammazione, con rigonfiamento e forte dolore, non sempre si evidenzia bene il segno del morso". Una cosa importante, secondo l'esperto del "Bambin Gesù", riguarda la tempistica perché nel bambino bisogna attendere dalle 24 alle 30 ore per essere certi che i sintomi non si manifestino. "Per tutte le informazioni ci si può rivolgere ai centri anti- veleno in tutta Italia" conclude Marano.

Da Il Giornale, poi. Un bambino di otto anni è stato morso a un braccio da una vipera nelle campagne di Ostuni, in provincia di Brindisi, e poi ricoverato all’ospedale di Brindisi dove però mancava il siero antiofidico in grado di salvargli la vita, che è dovuto essere recuperato, con una veloce staffetta della Polizia Stradale, a Foggia. Ne parla il capogruppo del Pdl alla Regione Puglia, Rocco Palese, per sottolineare che "non si può non chiedere spiegazioni al Governo regionale e in particolare all’assessore alla Sanità su quanto accaduto". "La sanità pugliese è disastrata a tal punto - si chiede Palese - che le Forze dell’ordine, in questo caso la Polizia a cui va certamente un plauso, devono sopperire alle carenze del sistema sanitario regionale? Cosa è successo? Come mai ad Ostuni e a Brindisi non c’era il siero antiveleno di vipera? Ne erano sprovvisti anche gli ospedali di Bari, Lecce e Taranto? Cosa sarebbe successo e di chi sarebbe stata la responsabilità - aggiunge Palese - se la Polizia non avesse fatto in tempo ad arrivare col siero da Foggia? A queste domande bisogna che l’assessore alla Sanità dia risposte immediate e chiare e che spieghi il motivo per cui persino gli ospedali di riferimento a livello provinciale erano sprovvisti di un farmaco che per un bambino può essere salvavita".

I Carabinieri del Nas di Taranto hanno eseguito 24 provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di medici, infermieri, tecnici di radiologia, impiegati amministrativi ed addetti alle pulizie, tutti dipendenti o convenzionati con la ASL di Brindisi, ritenuti responsabili di truffa aggravata e continuata in danno del Servizio Sanitario Nazionale. I destinatari delle misure - sostengono i carabinieri - facevano smarcare il proprio cartellino marcatempo ai colleghi o a persone estranee, assentandosi arbitrariamente dal luogo di lavoro, per dedicarsi ad incombenze personali ovvero per svolgere attività sanitaria privata, causando fra l’altro inaccettabili tempi di attesa per effettuare esami diagnostici presso la citata ASL. Nella stessa operazione sono indagate altre 45 persone per analoghi reati.

Spesa al supermercato, accompagnamento dei figli a scuola, disbrigo di faccende domestiche o di incombenze private: tutto durante l’orario di lavoro. Sono le accuse mosse ai 24 dipendenti dell’Asl di Brindisi (medici, infermieri, fisioterapisti e impiegati amministrativi) agli arresti domiciliari per aver fatto timbrare, da persone compiacenti, anche estranee, il proprio badge marcatempo. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip del Tribunale di Brindisi Eva Toscani su richiesta del procuratore della Repubblica, Marco Di Napoli, e del sostituto Adele Ferraro, e sono state eseguite dai carabinieri del Nas di Taranto. Le faccende 'private' nell’ambito dell’orario di lavoro, viene sottolineato dagli investigatori, avrebbe in alcuni casi causato «inaccettabili tempi di attesa per effettuare esami diagnostici». Le indagini si sono avvalse di intercettazioni video. E' stato anche accertato le condotte illecite sono continuate nonostante la diffusione di notizie riguardanti l’assenteismo nelle stesse strutture sanitarie.

In particolare le persone raggiunte dalle misure cautelari sono quattro medici, nove infermieri, un tecnico radiologo, otto impiegati e due addetti alle pulizie. Successivamente alla prima fase dell’indagine, sono state eseguite ulteriori verifiche che hanno permesso di accertare, oltre alla persistenza delle condotte illecite, il propagarsi delle violazioni ad altri dipendenti per nulla dissuasi dalla pubblicazione sulla stampa locale di alcune notizie riguardanti casi di assenteismo. Il malcostume ha di fatto inciso sull’efficienza del presidio pubblico che, nel disattendere le alte funzioni socio-assistenziali demandate, ha progressivamente eluso le richieste di esami diagnostici in tempi ragionevoli, determinando la migrazione degli utenti verso strutture convenzionate con conseguenti incidenze finanziarie sul sistema sanitario nazionale, o il ricorso a professionisti privati con aggravi economici per i singoli pazienti. 

Si sono riflesse “sull' efficienza di quel presidio pubblico” le illecite condotte dei dipendenti dell’Asl di Brindisi che, nell’orario di lavoro, hanno svolto svariate incombenze di natura privata. Lo rilevano gli investigatori sottolineando che la struttura sanitaria, “nel disattendere le alte funzioni socio-assistenziali demandate, ha progressivamente eluso le richieste di esami diagnostici in tempi ragionevoli”. Ciò ha determinato “la migrazione degli utenti verso strutture convenzionate con conseguenti incidenze finanziarie sul Servizio sanitario nazionale, ovvero il ricorso a professionisti privati con aggravi economici per i singoli pazienti”.

Due medici (oltre i 4 ai quali è stato notificato il provvedimento di arresto) sono stati arrestati in flagranza dai carabinieri che li hanno sorpresi nelle loro abitazioni dove avevano fatto ritorno dopo aver timbrato il badge del presidio ospedaliero di via Dalmazia. I militari, che erano nella struttura sanitaria per le notifiche legate all’inchiesta sfociata oggi con altri 24 arresti, hanno notato i due dirigenti medici timbrare il cartellino e andare via. Nel successivo controllo hanno accertato che erano tornati a casa.

Dei 24 dipendenti dell’Asl di Brindisi agli arresti domiciliari con l’accusa di truffa al Servizio sanitario nazionale, quattro sono medici, nove infermieri, otto dipendenti amministrativi, uno tecnico radiologo e due addetti alle pulizie. Sono tutti in servizio nel presidio del capoluogo di via Dalmazia. Altre 45 persone sono state denunciate a piede libero. Per altri otto dipendenti è stata chiesta la sospensione dal servizio che potrebbe diventare esecutiva dopo l’interrogatorio al quale saranno sottoposti. “Abbiamo previsto misure restrittive – ha detto il procuratore di Brindisi, Marco Di Napoli – solo per i casi più gravi”. In una delle riprese tv fatte dai carabinieri mostra una delle due addette alle pulizie che immette nell’apposita macchinetta un mazzetto di cartellini marcatempo.

Antonio Giangrande, dal 1998, entrato nell'ambiente come praticante avvocato, denuncia pubblicamente i concorsi pubblici truccati, lo sfruttamento dei praticanti, gli insabbiamenti delle denunce e l'impedimento al gratuito patrocinio: da allora non lo abilitano alla professione di avvocato.

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentregli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

Da Go Fasano, del 24 giugno 2011, da Brindisi Report Un consulente tecnico del Tribunale di Brindisi certamente infedele, il biologo Cosimo Barletta, 62 anni, di Ceglie Messapica, visto che i carabinieri lo hanno colto mentre intascava l’acconto di una sostanziosa mazzetta di cui l’ammontare totale era di 50mila euro. Infatti proprio perché consulente tecnico d’ufficio (Ctu in termini da addetti ai lavori), e cioè nominato dai giudici per fornire un parere obiettivo sotto giuramento, e dietro compenso da parte dell’amministrazione della giustizia, Barletta non avrebbe dovuto ricevere alcunché dalle parti in causa. Quindi quei duemila euro che aveva appena intascato nel proprio studio proprio da una delle parti non possono che essere un compenso in cambio di un aggiustamento della perizia a favore di chi pagava. Il quale, tuttavia, di fronte alla richiesta di 50mila euro per aggiustare la consulenza, aveva deciso di informare subito gli investigatori, che hanno organizzato la solita trappola. Ovviamente le banconote che la vittima della pressione estorsiva doveva consegnare al biologo erano state tutte prima fotocopiate dagli investigatori dell’Arma. E quando nel laboratorio-studio di Cosimo Barletta il denaro è stato consegnato, sono scattate le manette. Il reato di cui risponde il genetista è quello di concussione, perché è stato commesso dall’indagato in veste di pubblico ufficiale. Il favore valutato 50mila euro? Stilare una relazione positiva circa una test del Dna, che doveva comprovare un riconoscimento di paternità in sede di giudizio civile. L’operazione è stata condotta dai carabinieri delle compagnie di Brindisi (che avevano ricevuto la denuncia) e San Vito dei Normanni. Avrebbe chiesto ad una fasanese 50 mila euro per sistemare una vicenda legata ad una eredità contesa. Ieri, però, è finito in manette. Si tratta di un noto biologo genetista di Ceglie Messapica, Cosimo Barletta di 62 anni, arrestato in flagranza di reato per concussione dai Carabinieri del nucleo radiomobile della compagnia di Brindisi e San Vito Dei Normanni. La vicenda si incardina in un processo civile per una eredità contesa avviato da una 50enne fasanese. La donna, figlia mai riconosciuta di un ricco fasanese morto una trentina di anni fa, ha impugnato il testamento sostenendo di essere figlia del de cuius. Nell’ambito del procedimento giudiziario il giudice del Tribunale di Brindisi decide di incaricare un proprio Ctu per il riconoscimento di paternità nominando, appunto, il biologo genetista cegliese. Proprio nell’ambito delle attività peritali svolte dal Ctu, il cegliese avrebbe preteso dalla donna 50 mila euro per garantire il risultato positivo della comparazione del dna. La vittima dopo aver ricevuto la richiesta di denaro da parte del Ctu, ha denunciato il fatto ai Carabinieri che hanno organizzato una trappola per cogliere con le mani nel sacco il genetista. Il biologo, infatti, è stato sorpreso dai militari all'interno del proprio studio mentre ritirava un acconto di 2 mila euro in banconote che erano state preventivamente fotocopiate dai Cc. Dopo le formalità di rito Barletta è stato condotto nel carcere di Brindisi. Ecc. Ecc. Ecc………………..

MAGISTROPOLI

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

Quando la legge non è uguale per tutti.

Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia da parte dei denuncianti !!!!

Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.

L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia.

Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.

L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari verso alcuni organi di stampa".

IL LEGALE DEL MAGISTRATO: DENUNCIA INFONDATA.

L'avvocato Gorini riferisce che il Gip di Potenza, su richiesta del pm e nonostante l’opposizione della difesa del ministro, “ha ritenuto quest’ultimo non legittimato a proporre opposizione non essendo persona offesa dal reato e, nel merito, ha escluso la sussistenza del reato di violazione del segreto di ufficio, in quanto quasi tutte le notizie oggetto di pubblicazione non erano coperte da alcun segreto e, limitatamente ad un’unica notizia illecitamente divulgata, ha escluso ogni e qualsiasi coinvolgimento di Dinapoli e degli altri pm denunziati rigettando le richieste di ulteriori indagini sollecitate dal denunciante”. L'avvocato Gorini riferisce, inoltre,che Fitto “aveva presentato molteplici esposti diretti a varie autorità, nei confronti dei magistrati in servizio presso la Procura di Bari, tra cui il dott. Dinapoli, che lo avevano inquisito”. “Nel marzo 2009 aveva anche ottenuto dal ministro della giustizia l’apertura di una inchiesta amministrativa sull'operato dei predetti magistrati con l’invio a Bari di un gruppo di ispettori, fra cui il vicecapo dell’ispettorato generale”. Gorini rileva, inoltre, che nessun rilievo formale è stato mai fatto dal ministro della giustizia in seguito a quella ispezione nè nei confronti di Dinapoli nè degli altri magistrati. Nel maggio 2009 il tribunale civile di Lecce aveva rigettato una richiesta di risarcimento danni (per un milione di euro) proposta da Fitto sempre nei confronti di Dinapoli, per il contenuto dell’intervista rilasciata dal magistrato al quotidiano 'la Repubblica'. Il Tribunale aveva ritenuto “del tutto infondata” la richiesta e condannato Fitto al pagamento delle spese processuali.

LEGALE MINISTRO: MURO GOMMA.

"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”. “In merito poi alla richiesta di risarcimento danni avanzata da Raffaele Fitto al Tribunale di Lecce per l’intervista al dott. Marco Dinapoli pubblicata il 22 giugno 2006 da 'Repubblica' - prosegue Sisto – va precisato che, singolarmente, nel corso dell’istruttoria di quel processo, il giornale non fu in grado di provare la genuinità dell’intervista, assumendosene conseguentemente tutta la responsabilità e liberando il dott. Dinapoli da ogni onere; il Tribunale di Lecce, quindi, non solo non ha rigettato la richiesta di Raffaele Fitto, ma, piuttosto, il 16 maggio 2009, l’ha accolta, condannando 'La Repubblica', a risarcire a Raffaele Fitto 63 mila euro, ritenendo diffamatorio il contenuto dell’intervista stessa”.

Lecce come Potenza.

La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

 DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE

TOTALE

AUTORI IGNOTI

AUTORI NOTI

 

2.456.887

1.840.209

616.678

TOTALE CONDANNE ITALIA

198.263

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

8%

 

 

 

 

 

 

DENUNCE PUGLIA

 

 

 

Foggia

24.368

15.643

8.725

Bari

61.003

44.814

16.189

Taranto

19.333

13.419

5.914

Brindisi

16.538

11.621

4.917

Lecce

28.202

20.373

7.829

Totale

149.444

105.870

43.574

 

 

 

 

CONDANNE PUGLIA

 

 

 

Foggia

1.923

 

 

Bari

5.639

 

 

Taranto

5.513

 

 

Brindisi

2.348

 

 

Lecce

2.113

 

 

Totale

17.536

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

11%

 

 

IL CASO GIANGRANDE

Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande, ha presentato alla magistratura di Potenza una denuncia penale contro il Sostituto Procuratore di Brindisi competente in proc. 9429/06 R.G. PM / BR.

Il reato ipotizzato è falso e abuso di ufficio continuato.

Il magistrato, Pubblico Ministero d’accusa per il presunto reato di violazione della privacy a carico del Presidente dell’Associazione per la pubblicazione di un singolo atto pubblico contenuto in una pagina del sito web dell’associazione, dal 19 ottobre 2007 adotta contro l’associazione reiterati decreti nulli di sequestro del medesimo sito web, www.associazionecontrotuttelemafie.org, arrecando grave danno d’immagine e interrompendone l’attività.

Il Magistrato negli atti di sequestro e in atti di indagine presentati al GIP ha omesso ogni riferimento e menzione della stessa associazione e ha indicato ragioni di urgenza, per un procedimento iscritto un anno prima.

Il sito web oscurato conteneva migliaia di pagine di notizie di informazione locale estrapolate da articoli di stampa. Alcune inchieste riguardano la stessa Procura di Brindisi, come il caso Forleo.

Ogni tentativo di impugnazione è vano.

L’Associazione Contro Tutte le Mafie, è riconosciuta dal Ministero dell’Interno, in collaborazione privilegiata con il Commissario Straordinario del Governo per il Coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura e per gli effetti partecipante agli incontri interregionali con i Prefetti del sud Italia. Essa collabora con decine di giornali e portali di informazione. Molti direttori di giornali fanno parte dell’associazione. L’associazione, ai sensi degli artt. 21 e 118, comma 4, Cost., svolge attività di interesse generale e di utilità pubblica di informazione, di denuncia e di proposta, sulla base del principio di sussidiarietà.

In Italia, chi combatte il sistema di illegalità, è osteggiato ed emarginato, salvo che non si sia vicini a certi ambienti politici e giudiziari.

"Questo è successo a Falcone - ha dichiarato il Presidente Antonio Giangrande - a De Magistris e alla Forleo, a Contrada, al colonnello Mori, al tenente Canale, al capitano “Ultimo” e al maresciallo “Arciere. Questo succede all’Associazione Contro Tutte Le Mafie”.

 IL CASO FORLEO

Il gip Celementina Forleo perde la sua battaglia in tribunale. Aveva denunciato per negligenza il pm titolare delle indagini sulle misteriose telefonate che precedettero la morte dei genitori e poi aveva fatto ricorso in appello contro l'assoluzione. “La Repubblica” ne dà conto. Rigettato il ricorso in appello del gip di Milano Clementina Forleo contro il collega della procura brindisina Alberto Santacatterina. Il pm, oggi in forza alla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, era accusato di negligenza nella conduzione delle indagini sulle misteriose telefonate anonime che precedettero la morte di Gaspare Forleo e Stella Bungaro, i genitori di Clementina Forleo che morirono in un incidente stradale il 28 agosto del 2005. La decisione del tribunale di Potenza archivia in via definitiva la posizione del sostituto procuratore rinviato a giudizio per omissione di atti di ufficio e falso. Il pm era stato denunciato dalla Forleo per ipotesi di reato che si sono rivelate infondate, ossia il non avere acquisito i tabulati telefonici che avrebbero dovuto chiarire l'identità di coloro che avevano molestato nottetempo i genitori del gip. Dai tabulati, richiesti a tutte le compagnie telefoniche, non è risultato nulla di utile alle indagini, da qui la richiesta di archiviazione del fascicolo da parte del pm. Dopo l'assoluzione di Santacatterina con la formula più ampia nel processo di primo grado, "perché il fatto non sussiste", arriva oggi il pronunciamento della corte d'appello di Potenza sollecitato dal ricorso di Clementina Forleo, dichiarato inammissibile. Il tribunale potentino ha inoltre riconosciuto che il gip Forleo non rivestiva neppure il ruolo di persona offesa dal reato, come del resto risultava dalla sentenza di primo grado. E' questo l'epilogo di uno dei mille rivoli processuali scaturiti dalla denuncia del giudice contro i colleghi in forza alla procura messapica, accusati di avere in qualche modo avuto un ruolo nelle trame contro il gip che aveva scoperchiato l'affaire Unipol-Bnl. Il teorema dell'accusa contro Santacatterina, smontato nel corso delle indagini lunghe tre anni, è che il magistrato brindisino, con la complicità del pm Antonio Negro e l'allora tenente del Nucleo operativo e radiomobile dei carabinieri di Francavilla Fontana Pasquale Ferrari, fossero il braccio armato - consapevole o no - di un complotto di rango nazionale ordito molto più in alto, molto più lontano. Clementina Forleo ha nelle mani un fascicolo che scotta e che promette di scoperchiare un complicato intrigo politico-finanziario.

E' questo l'antefatto a cui seguono le minacce di morte e i proiettili recapitati a gip in quota al tribunale meneghino, cui segue una inquietante divinazione: un anonimo preannuncia al gip la morte di entrambi i genitori, che di fatto avviene da lì a poco. Val la pena di sottolineare che lo schianto in cui persero la vita i coniugi Forleo avvenne a tarda sera, mentre l'auto sulla quale viaggiavano uscita da una vicinale di campagna che impattò contro l'auto di un medico che percorreva una strada provinciale. L'auto a bordo della quale si trovavano i due anziani coniugi era guidata dal marito del gip, l'ingegnere Giuseppe Franzoso imputato e poi assolto dall'accusa di omicidio colposo.

Dopo il terribile lutto il giudice Forleo pretende chiarezza non solo sull'incidente, ma anche su quelle telefonate. Le indagini prima, i processi poi, hanno acclarato che i magistrati brindisini tanto quanto la polizia giudiziaria fecero tutto quello che era in loro potere per capire da dove venissero quegli squilli notturni, senza successo. "Dai predetti tabulati - si legge nella prima sentenza - non erano risultate chiamate in entrata della durata di pochi secondi né nelle ore notturne".

La conclusione dei giudici è lapidaria: "Il complessivo comportamento adottato dall'imputato nella gestione dell'attività investigativa nell'ambito del procedimento avente per oggetto le molestie telefoniche ai danni dei coniugi Forleo è indubbiamente scevro da qualsiasi sospetto di superficialità ovvero di incuria". L'ultima incognita che resta in questa ingarbugliata vicenda è quella che vede del tutto invertiti i ruoli: contro Clementina Forleo pende un ricorso in appello richiesto dal pm Silvia Nastasia che si è opposta all'assoluzione della collega imputata per ingiurie ai danni del tenente Ferrari, oggi capitano in forza al Cio di Bari. "Lei non è degno di indossare la divisa che indossa", disse il giudice all'ufficiale dell'Arma, accusato tanto quanto Santacatterina di negligenza nelle indagini. Accuse che si sono rivelate, su ogni fronte e definitivamente, tanto per il militare quanto per il magistrato brindisino, del tutto prive di fondamento.

Intanto a suo tempo i giornali gridavano: "COMPLOTTO CONTRO LA FORLEO". INDAGATI DUE PM E UN CARABINIERE.

Il giornale La Stampa il 1 aprile 2008 pubblica una notizia sconcertante. Sono stati indagati a Potenza due P.M. e un tenente dei carabinieri che avrebbero fatto un "accordo segreto" per denunciare la Forleo: "Così le diamo una lezione". E con questo "solo fine concordavano" di denunciarla pianificando il testo, i tempi e le modalità della denuncia.

Su questa ipotesi di reato sta investigando il pm di Potenza, Cristina Correale, che ha iscritto nel registro degli indagati due pm, Alberto Santacatterina e Antonio Negro, e il tenente dei carabinieri Pasquale Ferrari.

La vicenda risale all’agosto 2007 e s’incardina nelle indagini sulle minacce ricevute, dai genitori del gip di Milano, Clementina Forleo, poco prima della loro morte, avvenuta il 25 agosto 2005 per incidente stradale.

La Forleo denunciò le minacce e furono avviate indagini che, però, avrebbero subito ritardi e omissioni.

Omissioni – relative alla mancata acquisizione di alcuni tabulati telefonici – che la Forleo aveva denunciato alla Procura della Repubblica di Brindisi.

E non solo. Il gip di Milano, questa estate, ribadì le accuse dinanzi al Csm.

Di lì a poco fu querelata dall’ufficiale dei carabinieri. Sosteneva che la Forleo, al telefono, gli aveva detto: «Dovrebbe vergognarsi di indossare la divisa».

Ed è proprio su questa denuncia, che il pm di Potenza, Cristina Correale, punta il dito: i due pm e l’ufficiale dei carabinieri – scrive il pm – «al solo fine di “dare una lezione” alla dottoressa Forleo», «concordavano tra loro il testo di una denuncia», «esponendo una versione dei fatti diversa da quanto sarebbe accaduto nella conversazione telefonica».

Secondo l’accusa, i due pm, «inducevano il tenente Ferrari a sporgere la querela» e «stabilivano che la denuncia avrebbe dovuto essere presentata nel periodo feriale», ovvero nel periodo in cui era di turno il pm Negro, «per far sì che il predetto (Negro) venisse designato titolare del procedimento».

Ma le accuse vanno anche oltre.

E confermano quanto aveva affermato la Forleo in merito all’acquisizione dei tabulati: «Santacatterina e Ferrari – scrive la pm Cristina Correale – indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione dei tabulati telefonici».

Infine, nella richiesta di archiviazione, il pm Santacatterina, «attestava falsamente» sia di «aver acquisito ed esaminato» alcuni tabulati telefonici, sia che «non sarebbero emerse telefonate utili alle indagini».

In merito alla vicenda, la gip di Milano, disse in tv, durante la trasmissione Annozero: «Sono stata vittima di tentativi di delegittimazione e discredito da parte di soggetti istituzionali, che non appartengono al mio ufficio, e anche da appartenenti alle forze dell’ordine».

I delitti contestati dalla Procura della Repubblica di Potenza agli indagati, ai quali è stato notificato un invito a comparire che vale anche come informazione di garanzia, sono:

- nei confronti dei magistrati Alberto Sattacaterina e Antonio Negro e dell’ufficiale dei carabinieri Pasquale Ferrari, quello di abuso d’ufficio in concorso fra loro, in danno di Clementina Forleo;

- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina e del tenente Pasquale Ferrari, quello di omissione di atti d’ufficio;

- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina, quello di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

E CHIEDERE SCUSA ? Uliwood party di Marco Travaglio su l'Unità, 2 aprile 2008

Il tempo, dice il proverbio, è galantuomo. E aiuta a distinguere i galantuomini dai mascalzoni.

Da un anno due galantuomini, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, vengono attaccati, perseguitati, infangati da una campagna politico-mediatica che avrebbe stroncato un bisonte. Ma non si sono lasciati abbattere. Hanno risposto colpo su colpo nelle «sedi competenti». Ora in quelle sedi la verità comincia a emergere. A Salerno, dove De Magistris ha denunciato i superiori per le fughe di notizie che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l’ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa. E da Potenza giungono notizie analoghe sul cosiddetto «caso Forleo».

La Procura lucana, cui si era rivolta la gip di Milano, ipotizza un complotto architettato contro di lei da due pm e da un tenente dei Carabinieri di Brindisi. Nella primavera-estate del 2005, mentre Clementina intercetta lo sgovernatore Fazio e i furbetti a colloquio con i loro protettori politici, i suoi genitori vengono minacciati di morte con telefonate (o semplici squilli notturni) e lettere anonime, poi si vedono incendiare la tenuta agricola e la villa in campagna, infine perdono la vita in un incidente d’auto. Senza ipotizzare l’incidente doloso (alla guida c’era suo marito, salvo per un pelo), la Forleo ha denunciato da tempo alla Procura di Brindisi gli inquietanti episodi che l’hanno preceduto. Per scoprire chi ne siano gli autori, occorreva acquisire i tabulati telefonici non solo dei genitori della giudice, ma anche dei numeri chiamanti e soprattutto mettere sotto controllo il telefono di casa dei minacciati (gli squilli, non attivando il traffico commerciale, nei tabulati non risultano).

Ma il pm Alberto Santacatterina chiede ai carabinieri solo i tabulati, senza intercettazioni. E quelli fanno ancora meno: si limitano ad acquisire i tabulati di casa Forleo, non quelli ­fondamentali - delle chiamate in entrata. Lei chiama il tenente Pasquale Ferrari ­- lo stesso incaricato della sua tutela in Puglia - per sollecitarlo a fare il suo dovere. Telefonata burrascosa («si vergogni di indossare la divisa», avrebbe detto la giudice), che l’ufficiale segnala al procuratore di Brindisi, dottor Giannuzzi. Questi però l’archivia subito a «modello 45» (notizie non costituenti reato): un innocuo sfogo personale e nulla più. Intanto la Procura ha chiesto pure l’archiviazione sulle minacce ai genitori. Il gip però respinge la richiesta, ordinando indagini più approfondite. Che però non vengono fatte e il caso finisce definitivamente in archivio. Così si comincia a dire che Clementina, avendo denunciato ad Annozero «tentativi di delegittimazione da soggetti istituzionali e forze dell’ordine», è una pazza visionaria: s’è perfino inventata le minacce ai genitori. Il Csm, per la gioia di un Parlamento ancora sotto choc per l’ordinanza Unipol-Antonveneta, apre una pratica per trasferirla: per avere screditato integerrimi colleghi e ufficiali «con accuse infondate».

In realtà erano fondatissime, ma qualcuno ha fatto in modo di ridicolizzarle. È, appunto, il presunto complotto su cui lavora la Procura di Potenza, orchestrato «al solo fine di dare una lezione» alla Forleo. Occhio alle date. L’8 giugno 2007 il procuratore Giannuzzi archivia il caso della telefonata al tenente. Il 20 luglio la gip chiede alle Camere di poter usare le intercettazioni sulle scalate anche contro alcuni politici e finisce nella bufera. Il 14 agosto, mentre Giannuzzi è in ferie, il tenente Ferrari presenta una denuncia scritta contro la Forleo, ancora per la telefonata: guardacaso, proprio quand’è di turno per le questioni urgenti (per quelle ordinarie bisogna attendere la ripresa autunnale) il pm Antonino Negro, amico dell’ufficiale e del pm Santacatterina.

I tre, sempre secondo la Procura di Potenza, «concordano tra loro il testo della denuncia» e la data della presentazione per gestirla con le proprie mani e “dare una lezione” a Clementina, «esponendo una versione diversa da quanto sarebbe realmente accaduto nella conversazione telefonica tra Forleo e Ferrari». Negro, di turno proprio quel giorno, apre il fascicolo e se lo intesta. Ma non potrebbe: l’affare non è urgente. E poi dovrebbe avvertire il capo, che ha già archiviato il caso. Fortuna che la Forleo, in vacanza in Puglia, si arma di registratore, cerca di capire cosa le stanno facendo e scopre la tresca, subito denunciata a Potenza e al Csm. A quel punto pare che Ferrari si dica disposto a ritirare la denuncia.

Ma lei tira diritto e chiede al Pg di Brindisi di avocare l’inchiesta a Negro. Il quale, per tutta risposta, chiude le indagini a tempo di record e la rinvia a giudizio per minacce al tenente. Ora sulla strana triangolazione Ferraro-Negro-Santacatterina sta facendo luce il pm di Potenza Cristina Correale che, nell’invito a comparire inviato per interrogarli, li accusa di abuso d’ufficio (e Santacatterina anche di falso). Quale abuso? Presentando la denuncia «in periodo feriale, nella settimana in cui era di turno il dr. Negro per far sì che il predetto venisse designato titolare del procedimento in violazione delle tabelle in vigore in ufficio, veniva arrecato intenzionalmente a Forleo un danno ingiusto». Cioè l’apertura di un processo per un fatto già archiviato. Altro danno: le indagini lacunose sulle minacce ai genitori.

Lì Santacatterina e Ferrari «indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione dei tabulati», anche se poi il pm, nel chiedere l’archiviazione del caso, «attestava falsamente» di averli «acquisiti ed esaminati» e di non aver trovato «telefonate utili alle indagini» (ipotesi di falso). Un bel quadretto che, se confermato dalle indagini, costringerà un bel po’ di politici, giornalisti, magistrati, alte e basse cariche istituzionali a chiedere scusa alla Forleo. E magari a vergognarsi. Sempreché le scuse e la vergogna, nel frattempo, non siano cadute in prescrizione.

IL CASO MARTUCCI

Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-00018

presentata da ANTONINO CARUSO martedì 13 giugno 2006 nella seduta n.008

CARUSO - Al Ministro della giustizia - :

Risulta all'interrogante che pende innanzi alla seconda sezione penale del Tribunale di Brindisi un processo a carico dell'arch. Savino Martucci e altri undici persone;

che il pubblico ministero dott. Alberto Santacatterina, in sede di requisitoria, non solo ha chiesto l'assoluzione di tutti gli imputati, ma sembra aver loro espressamente e pubblicamente "chiesto scusa per l'inchiesta assurda che a suo giudizio non doveva neanche essere iniziata", testualmente aggiungendo: "mi vergogno di essere il rappresentante della pubblica accusa";

che il predetto sostituto procuratore aveva "ereditato" l'inchiesta da altri colleghi;

che della vicenda vi è stata vasta diffusione in sede locale da parte della stampa;

si chiede di conoscere, per quanto di competenza:

se il Ministro in indirizzo intenda comprendere se "l'assurdità" dell'inchiesta penale sia frutto della svista di chi tale la definisce, o se invece emergano gravi responsabilità a carico dei magistrati che tale inchiesta hanno iniziato;

se, nel primo caso, sia lecito penalmente o deontologicamente per un magistrato definire così brutalmente i suoi colleghi;

se, nella seconda ipotesi, di tale "vergogna" e "assurdità" debbano rispondere, penalmente o disciplinarmente, quei magistrati che ne hanno dato causa;

se il Ministro stesso intenda, in definitiva, avviare le azioni di propria competenza perché la vicenda, in sé inusuale, trovi adeguata chiarezza, e risulti conseguentemente ristabilito il necessario credito dell'ufficio cui appartengono i protagonisti della stessa dinnanzi alla pubblica opinione. (3-00018)

IL CASO DE STRADIS

"Sono la mamma di Joseph De Stradis. Mio figlio, eroe gentile ucciso a 17 anni"

"Joseph era un ragazzo solare, giocherellone, incapace di provare odio per gli altri". La signora Anna De Stradis non si dà pace. Dalla sua voce rotta, al telefono da New York, si comprende come la sua rabbia e il suo dolore siano rimasti gli stessi di quel maledetto 24 aprile 2004. Da quando, cioè, qualcuno le comunicò che Joseph era stato ucciso. Suo figlio, in realtà, era morto già 3 giorni prima, ma il suo corpo era stato lasciato sotto la sabbia della spiaggia di Manduria a Oria (Brindisi) dai suoi assassini.

In una lunga intervista, Anna De Stradis, che vive a New York, ci ha raccontato il dolore di questi lunghissimi mesi, la mancanza di fiducia nella giustizia italiana, che ha insabbiato le denunce penali contro gli assassini, i rapporti che c'erano fra Joseph e i suoi presunti assassini e la vera storia del legame di suo figlio con Simona, la ragazza che lui avrebbe difeso dal suo carnefice, Fullone,  già denunciato per violenza sessuale. Denuncia insabbiata. La signora De Stradis ha voluto anche rivolgere un appello a chi giudicherà i presunti assassini di suo figlio. "Meritano la pena più pesante - ha detto ai nostri microfoni - non avrò pace finché non li vedrò in carcere a vita".

La signora De Stradis ha voluto spiegare che tipo di persona era Joseph, un ragazzo "solare, giocherellone", che amava l'Italia perché qui aveva tanti amici, ma anche perché amava la buona cucina: da grande, voleva diventare uno chef. Da quando i suoi si erano separati, era tornato con la madre in America, a New York, ma tornava spessissimo a trovare il padre. Ma soprattutto, sottolinea la mamma, era "una persona senza malizia, che non sapeva provare odio per gli altri. E che non si è accorto fino all'ultimo che le persone che erano con lui sarebbero stati i suoi assassini".

POLIZIOTTOPOLI

EX QUESTORE CONDANNATO PER OMICIDIO

Si è concluso a Lecce il processo d'appello all'ex questore di Brindisi Francesco Forleo. Insieme a lui, per la morte di un contrabbandiere, giudicati 6 funzionari di Ps.

Si è concluso a Lecce con una pena ridotta a tre anni e sei mesi di reclusione il processo d’appello all’ex questore di Brindisi Francesco Forleo, arrestato il 23 novembre del 1998 per l’omicidio del contrabbandiere brindisino Vito Ferrarese, avvenuto nel giugno 95 durante un inseguimento nel mare di Brindisi. In primo grado la condanna era stata a sei anni e sei mesi di reclusione.

Forleo è stato condannato per cooperazione in omicidio colposo, falso relativo ad una perizia, mentre è stato assolto per non avere commesso il fatto dal reato di porto d’arma da guerra, secondo l’accusa volto a falsificare lo stato dei luoghi. Insieme a Forleo sono stati giudicati altri sei funzionari della polizia, tra cui l’ex capo della Squadra Mobile di Brindisi, Pietro Antonacci, ritenuto esecutore materiale dello sparo, la cui pena è stata ridotta da 7 anni e sei mesi di reclusione a cinque anni. I giudici della corte d’Assise d’Appello di Lecce, presidente Valerio Fracassi, hanno emesso la sentenza dopo otto ore di camera di consiglio. La sentenza modifica, riduce ma tuttavia conserva l’impianto accusatorio iniziale. I legali di Forleo ricorreranno in Cassazione.

POLITICOPOLI.

ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI

RISULTATO: LETTERA MORTA

SIG. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI

E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA

Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.

Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996

Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;

autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;

ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;

da 11 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.

PREMESSO CHE

il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;

il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;

il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;

il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;

l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;

il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;

il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:

Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;

Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);

Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);

Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);

Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);

Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);

Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);

Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;

Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);

Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.

RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.

DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?! 

Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.

Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.

Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.

Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.

Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.

Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.

Dr Antonio Giangrande

INTERROGAZIONE AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA SUI PARLAMENTARI LOCALI

Illustre Ministro della Giustizia,

tenga conto che

dal 10 aprile 2001 ad oggi ho interpellato il suo Ministero per ben 32 volte, ricevendo in cambio solo assordante silenzio, eccetto che per una volta vi è stata adesione alle mie segnalazioni attinenti il concorso forense truccato, ma a cui non si è posto rimedio.

Consideri che

in risposta alla interrogazione parlamentare presentata al suo Dicastero dal Senatore Euprepio Curto di Alleanza Nazionale, membro della Commissione Antimafia e Giustizia, si accusavano infondate le mie lamentele circa gli insabbiamenti attuati dalle Procure dei Distretti di Corte d’Appello di Bari, Lecce e Potenza, per una sola archiviazione pretestuosa adottata dai magistrati di Potenza nei confronti dei loro colleghi Tarantini, senza aver tenuto conto dei tanti procedimenti penali a carico delle suddette Procure, debitamente provati, i quali non sono stati, ancora, archiviati.

Pensi che

il sottosegretario alla giustizia, On. Luigi Vitali, su una tv locale mi ha inibito pubblicamente di alluvionarlo con le segnalazioni di malagiustizia, anziché rispondermi e/o adottare i rimedi come la legge gli impone.

Contempli che

ben oltre 13.000 esposti penali sono stati insabbiati dalle preposte autorità italiane, senza che sia conseguita l’obbligatoria azione penale, o l’obbligato perseguimento per calunnia nei miei confronti, ovvero l’accusa di mitomania, nonostante che alcuni di essi contenessero l’accusa di associazione mafiosa per alcuni avvocati e magistrati.

Dr Antonio Giangrande

E già, i nostri rappresentanti politici, non ci rappresentano per niente…

Da Vikipedia  e da tutta la stampa le notizie sui salentini che ci rappresentano in Parlamento.

Cosimo Mele il 5 gennaio 1999 è stato arrestato con l'accusa di aver ottenuto, mentre era vicesindaco di Carovigno, tangenti in cambio di favori nell'assegnazione di appalti pubblici e assunzioni. L'inchiesta non si è ancora conclusa.

Deputato eletto nelle liste dell’UDC.

È stato protagonista di un episodio di cronaca per aver trascorso la notte tra venerdì 27 luglio e sabato 28 luglio 2007 in una suite dell'Hotel Flora di via Veneto a Roma con una o due prostitute, una di esse poi ricoverata in ospedale per un malore, da attribuire probabilmente all'uso di cocaina ed alcool.

Tutta la stampa nazionale ne ha parlato: Seppur lontano ormai da anni dalla Roma che governa, dai palazzi e i corridoi del potere che conta, la stampa nazionale continua imperterrita a non dimenticarsi di lui: dell’ex senatore Euprepio Curto, quello che per anni ha lavorato gomito a gomito con i colleghi parlamentari di Alleanza nazionale, prima d’essere scaricato per uno scherzo in tv assurto a peccato incancellabile: quello del finto magnate russo, per intenderci, che gli avrebbe offerto profumate tangenti in cambio di una spintarella in Paradiso. Ogni volta che hanno potuto, tv e giornali, hanno cercato di coglierlo in fallo: prima con la storia dei parenti assunti in blocco come vigili urbani nella sua città, poi con le date sbagliate, infine con la burla del riccone venuto da Mosca. Stavolta, a “pizzicarlo”, ci ha provato una delle firme più autorevoli del giornalismo italiano, Sergio Rizzo, che sulle pagine del quotidiano nazionale per eccellenza (il Corriere della Sera l’8 febbraio 2011) ha tirato fuori dal cilindro la storia della “strana” elezione in Consiglio regionale dell’ex senatore francavillese.

Una storia di voti scomparsi e riapparsi, di preferenze moltiplicatesi ed elettori fantasma, di firme mancanti e strani movimenti.

Il riepilogo della vicenda è fedele. L’autore de La Casta insieme a Gian Antonio Stella scrive: “A fine marzo del 2010 Curto risulta eletto per una manciata di preferenze. Ma un suo collega di partito, tale Antonio Scalera, non ci sta. Dice che in un seggio di Taranto gli hanno conteggiato per sbaglio meno voti di quanti ne ha realmente avuti e fa ricorso al Tar. I giudici confermano l’errore materiale: Scalera ha ottenuto 22 preferenze in più ed è a lui che spetta la poltrona occupata da Curto. Il quale però non la vuole mollare e fa a sua volta ricorso con la stessa motivazione. Pure a lui gli elettori avrebbero dato un numero di consensi maggiore di quello registrato. In particolare, nel seggio numero 19 di Francavilla Fontana. Dove la verifica dà risultati incredibili. Tolte le schede bianche e nulle (34), e quelle su cui c’è il solo nome del presidente (74), nei verbali c’è scritto che i singoli partiti hanno racimolato 619 voti. L’Udc di Curto ne ha avuti 104. Ma il verbale delle preferenze ai singoli candidati dà una versione differente. E cioè che Curto avrebbe avuto 127 voti individuali, addirittura 23 in più del suo partito. Il che è già impossibile: o è sbagliato il verbale dei voti di lista o quello delle preferenze”.

“E non è finita qui – continua Rizzo - Quando gli emissari della prefettura aprono il contenitore delle schede, si accorgono che non sono com’è normale in un plico sigillato, ma in un fagotto informe tenuto insieme con lo scotch senza apposizione di bolli di sezione e di firme sui lembi di chiusura’. E non è l’unica sorpresa. Perché dal riconteggio delle schede si scopre che i voti di Curto sono diventati addirittura 132, più altri quattro per il suo partito. Totale: 136. Così, siccome i voti in più non vengono sottratti alle altre liste, nel seggio 19 di Francavilla Fontana il numero delle schede valide è maggiore di quello degli elettori che le hanno deposte nell’urna. Cioè 651 contro 619″. Fine della storia, anzi no.

IL SINDACO DI FASANO E UN PARLAMENTARE PUGLIESE I CORROTTI DI 'ITALIAN JOB'?

Il Gruppo consiliare del Partito Democratico ha presentato al Sindaco di Fasano, cittadina del Brindisino, un’interpellanza, per sapere se quanto è stato rappresentato dalla trasmissione televisiva Italian Job di Paolo Calabresi, mandata in onda ieri sera, 17 FEBBRAIO 2008 su La 7, è riferibile al Sindaco di Fasano.

La trasmissione ha rappresentato la vicenda di un sedicente uomo d’affari russo che per aprire nuovi casinò in Italia si preoccupa di contattare un Sindaco del sud (anche attraverso un intermediario) e un parlamentare della Repubblica, i quali si dichiarano disponibili (ognuno per la propria competenza) a favorirlo in cambio di apposita “provvigione”.

Dal filmato paiono visionabili luoghi “familiari” (stanza del Sindaco e qualche strada cittadina), che farebbero dedurre che il Sindaco di “una cittadina del sud” coinvolto nel programma televisivo è il Sindaco di Fasano.

Ne deriva che la vicenda filmata, sia pur interamente organizzata in messinscena, rischia di restituire un’immagine desolante della politica, in generale, e di quella cittadina in particolare, capace altresì di descrivere (quantomeno) una chiara propensione all’esercizio illegale delle funzioni pubbliche.

Sulla base di quanto detto-  come si legge in una nota del Gruppo-  abbiamo ritenuto di presentare un’interpellanza per ottenere urgente informativa, utile auspicabilmente a smentire la ricostruzione, così come purtroppo sembra apparire.

Inoltre: sulla base del filmato e degli elementi induttivi che esso reca, pare di comprendere anche l’identità del parlamentare coinvolto nella vicenda, che allo stato si cela perché determinata – come detto – per mera induzione, nonostante possa risultare individuata sulla base di indizi precisi e concordanti.

Infine: lo scopo dell’iniziativa consiste nel sapere, auspicando (si ripete) che così non sia, se il Sindaco di Fasano è tra i protagonisti del servizio giornalistico, e nel caso così fosse, chi è il parlamentare coinvolto nella vicenda e chi è l’intermediario che pare interloquire in nome e per conto del Sindaco.

Considerata la gravità della vicenda abbiamo ritenuto di chiedere al Presidente del Consiglio comunale la convocazione straordinaria e d’urgenza dell’assemblea municipale.

Lello di Bari, sindaco di Fasano, non smentisce e non conferma. 'Ho saputo stamattina di questa vicenda e di un mio eventuale coinvolgimento, ma al momento non sono in grado di affermare nulla. Posso solo dire che appena farò rientro in giornata a Fasano vedrò il video e saprò dirvi se sono io la persona coinvolta. Ho avuto contatti con tanti imprenditori, sia italiani che stranieri, ma non ricordo se si trattava di russi e soprattutto se abbiamo parlato di casinò. In caso affermativo non potrò che aver detto che la città di Fasano è interessata ad ospitare un casinò e potrò anche aver creato dei contatti, ma ovviamente nulla di più".

CURTO (AN): «IL SENATORE SONO IO MA NON HO CHIESTO SOLDI»

Il senatore di An Euprepio Curto ammette di essere il parlamentare coinvolto nella vicenda rivelata da La7: un sedicente uomo di affari russo che propone al sindaco di Fasano e, appunto, a un parlamentare, di creare le condizioni perché in Italia si aprano nuovi casinò in cambio di soldi. «Ho preso solo atto di un interesse imprenditoriale per il territorio brindisino — spiega Curto —. Non ho chiesto soldi né attivato percorsi preferenziali. Altre letture sono strumentali»

UN APPELLO DAI SENATORI A LA 7:" FATE QUEL NOME"

"Nel programma Italian Job un sindaco di un paese del sud Italia, un intemediario e un senatore promettono l'impegno a cambiare la legge che impedisce in Italia di aprire case da gioco in cambio di soldi all'autore del programma Paolo Calabresi travestito da boss di una società russa che gestisce casinò". E' quanto dichiarano i senatori Esterino Montino (Pd), Loredana De Petris (Verdi) e Tommaso Sodano (Prc).

"Il programma ha svelato la richiesta esplicita da parte di un senatore della Repubblica di una tangente da centinaia di migliaia di euro - proseguono i parlamentari - Appare incomprensibile, e al limite della diffamazione dell'intero Senato della Repubblica, la scelta degli autori del programma di oscurare i volti dei protagonisti, di camuffarne le voci e di coprire con dei bip le sigle dei partiti coinvolti".

"Come senatori - concludono - sentiamo il dovere civile di chiedere che autori del programma e rete televisiva facciano fino in fondo il proprio dovere denunciando pubblicamente quel senatore con nome, cognome e partito di appartenenza. Il principio di responsabilità è sempre individuale. Non vorremmo che una pagina di inchiesta giornalistica si trasformasse in una qualunquistica e troppo generica denuncia".

CLAMOROSO.

Hanno fondato la “Compensa”, un’azienda per realizzare impianti energetici. Ma dove?

Avversari politici, soci nell’industria: Vitali e Ammaturo sono in affare. di Gianmarco di Napoli "Senzacolonne".

Chiamarla “Ricompensa”in questo clima di sospetti e illazioni sarebbe stato ambiguamente provocatorio. E così l’hanno battezzata più semplicemente “Compensa”, termine che suona più armoniosamente di compromesso, la compensazione si attua allorché tra le parti esistono reciproci debiti e crediti che si elidono a vicenda.

“Compensa” è il nome di una società che ha visto la luce nel mese di novembre dello scorso anno con sede a Francavilla Fontana e che sta cercando di inserirsi nel mercato di produzione di energia. Nulla di anomalo, a parte la suggestiva denominazione, se non fosse che scorrendo l’elenco dei soci si leggono due nomi che in questo periodo dovrebbero essere agli antipodi, schierati su scranni opposti del Consiglio Comunale, divisi da interpretazioni sul modo di fare politica e capaci persino di divergenti giudizi sulla pubblica moralità.

Il primo personaggio è l’onorevole Luigi Vitali, ex sottosegretario del governo Berlusconi, membro della diarchia che da anni monopolizza l’Amministrazione comunale di Francavilla.

Il secondo non è il senatore Euprepio Curto, l’altro diarca del paese, bensì – udite udite – l’ex sindaco democristiano Cosimo Ammaturo, detto Mimmo, di fatto leader dell’opposizione più polemica e determinata in Consiglio comunale.

La società a responsabilità limitata “Compensa”, con sede legale a Francavilla in piazza Matteotti 8, è stata costituita il 16 novembre 2007 e undici giorni dopo è stata iscritta nel registro delle imprese di Brindisi.

L’oggetto sociale, ossia le attività che la srl potrà svolgere, è la promozione e commercializzazione di strutture in grado di ridurre le emissioni che alterano il clima e l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica. La società inoltre si propone di utilizzare fonti energetiche rinnovabili e di acquistare crediti di emissioni da impianti energetici e da interventi forestali.

Il capitale sociale dichiarato è di 100mila euro suddivise con le seguenti quote: Francesco Lippolis 22 per cento; Luigi Vitali 23 per cento; Cesare Epifani 12 per cento; Andrea Leonardo Occhilupo 10 per cento; Giambattista Selvaggi 10 per cento; Cosimo Ammaturo 10 per cento; Michele De Benedictis 3 per cento. Il 10 per cento restante è di proprietà della Esperia Srl, una società con sede a Milano e che si occupa di consulenza e assistenza tecnica alle aziende che producono energia. Presidente della Esperia è Filippo Giusto, un imprenditore di Varazze.

Ritornando alla “Compensa”, presidente del Consiglio d’amministrazione è stato nominato Francesco Lippolis mentre Cosimo Ammaturo è uno dei consiglieri. Voci di popolo (o di palazzo), perché come ha spiegato di recente Ammaturo “a Francavilla i cittadini si autogovernano”, vorrebbero che la società abbia intenzione di presentare al Comune (se non lo ha addirittura già fatto) un progetto per la realizzazione di un impianto energetico alimentato con i rifiuti, ossia un termovalorizzatore. Un progetto la cui approvazione transita per numerosi uffici, buona parte dei quali comunali, nonché necessita di ulteriori autorizzazioni dagli enti più svariati.

Appare dunque decisamente poco probabile che una società costituita da due consiglieri comunali decida di avventurarsi in una operazione imprenditoriale il cui successo dipenda proprio da quello stesso Comune. E quindi è molto più verosimile che la società intenda operare altrove, quantomeno in un’altra regione. In verità, né Vitali né tantomeno Ammaturo sono imprenditori. Il primo avvocato penalista, il secondo ingegnere. E dunque questa accoppiata, già politicamente sorprendente, lo è ancor di più nelle nuove dimensioni industriali.

Entrambi, del resto in questo periodo, erano impegnate in rispettive campagne moralizzatrici apparentemente contrapposte. Vitali di recente avevo proprio attaccato gli imprenditori, prima accusandoli di voler fare politica invece che il loro mestiere e poi di essere manipolati dai soliti “noti”, pure loro imprenditori, capaci di accaparrarsi i lavori più importanti lasciando agli altri le briciole. E mentre sparava a zero contro gli imprenditori che si impicciavano di politica, zitto zitto l’onorevole varcava lui il Rubiconde scegliendo di inserirsi in un’operazione mica di poco conto come può essere quella della realizzazione di un impianto che produce energia.

Un avvocato politico che fa l’industriale, una scelta coraggiosa. Negli stessi giorni, l’ingegner Ammaturo sbraitava contro il malcostume dell’Amministrazione comunale, chiedendo di ripristinare “le regole nella città abbandonata per assicurarsi il rispetto dei cittadini”. E via con accuse di scarsa trasparenza alla maggioranza che proprio in Vitali vede uno dei due leader. Il suo socio Vitali.

Insomma, checchè la “Compensa Srl” abbia intenzione di costruire, perché è ovvio che è stata creata con finalità imprenditoriali, essa è destinata ad alimentare quelle polemiche che in città sono ormai all’ordine del giorno. E a confondere ancora di più le acque nell’infuocato clima preelettorale. I soci in affare sono anche soci in politica? In una città nella quale l’opposizione ha sempre avuto poca voce in capitolo due sono le cose: o questa storia farà schiarire le ugole al centrosinistra o finirà nelle solita stanza. Di Compensazione.

Ormai ha superato il 92 per cento di assenteismo. Non si è fatto vedere nemmeno al voto di fiducia e a quello su Ruby. Ogni tanto passa alla Camera a salutare: solo se è già a Roma per un convegno, però. Intanto continua a incassare lo stipendio di parlamentare e ad avere il portaborse. Raggiungerlo al telefono è una vera impresa: «Mi scusi sono impegnato, mi richiami tra un'ora, tra due, fra tre». Alla fine risponde il suo assistente. Non quello parlamentare, che all'ufficio della Camera in pochi hanno visto, ma quello della clinica: «Il dottore è molto impegnato, non può proprio rispondere». Antonio Gaglione, deputato brindisino, eletto nel Pd, transitato nel Gruppo Misto e poi passato con Noi Sud non si può nemmeno definire un voltagabbana, visto che lui non vota né contro né a favore del governo. Semplicemente, a Roma non ci va. Fa visite cardiologiche private a Latiano, in provincia di Brindisi, oppure va in clinica, alla Villa Bianca di Bari, a operare. Fatto sta che ha appena raggiunto il record assoluto di fancazzismo politico nella storia della Repubblica: oltre il 92 per cento di assenze. Alla modica cifra di 15 mila euro mensili. Oltre al suo stipendio, ci sarebbe da contare quello del portaborse, che non ha assolutamente nulla da fare: altri 4.000 euro al mese, ovviamente a carico della collettività. Ma poco importa, lui si considera «un ottimo politico». In campagna elettorale Gaglione andava dicendo: «Voglio un partito aperto, che guardi all'esterno, un partito estroverso. Fatto di persone che al mattino pensino a quali sono i problemi del nostro paese e dedichino il tempo che hanno a loro disposizione, ci sono tante cose da fare. Lancio questo appello a tutte le persone di buona volontà». Lui di buona volontà non ne ha avuta moltissima, evidentemente: nessun intervento nelle discussioni in aula o in commissione, nessuna missione, nessuna proposta di legge come primo firmatario (cioè scritta da lui). Era assente perfino al voto per l'autorizzazione a procedere contro Silvio Berlusconi, per la sfiducia al governo, per la legge di stabilità, per la manovra finanziaria, per lo scudo fiscale. L'ultima volta che si è fatto vedere per un voto chiave era l'estate del 2008: forse si trovava a Roma in vacanza. O più probabilmente per un convegno: a quelli non manca mai, basta cliccare il suo nome su Google per scoprirlo. A proposito, il 14 dicembre 2010, quando ogni voto era determinante per la fiducia, improvvisamente Gaglione si materializzò a Montecitorio. Tutti a chiedersi se avrebbe votato sì o no al governo, ma inutilmente: al momento della chiama lui era già fuori. Aveva fatto solo una capatina per salutare e prendere la posta, visto che era già a Roma. Per altri motivi ovviamente: l'avevano appena eletto consigliere nazionale nell'autorevole Società Italiana di Cardiologia. Tra le sue ultime dichiarazioni, resta memorabile questa, rilasciata quando aveva già raggiunto il primo posto tra gli assenteisti: «Stare in Parlamento è una perdita di tempo e una violenza contro la persona». E poi: «E' così frustrante fare queste maratone alla Camera». E ancora: «Sono stato poco presente perché l'apporto del singolo parlamentare è diventato marginale». Poco altro, perché per l'onorevole è una perdita di tempo anche rispondere alle domande dei cronisti: «Che tanto poi i giornali si occupano più di donne che di politica vera. Gli italiani vogliono i fatti». Magari vorrebbero anche vedere lavorare i loro rappresentanti, ma il dottore è molto impegnato.