Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri
forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od
ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le
provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici
sul
1° canale, sul
2° canale, sul
3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti
autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
DISSERVIZI
OSSIA, IL CAOS ORGANIZZATO

"Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi. Gli amministratori pubblici nominino i loro collaboratori, rispondendone del loro operato. Ogni funzionario, pubblico o privato, addetto ad uno sportello aperto al pubblico, sia identificato con cartellino di riconoscimento. Il difensore civico obbligatorio presso ogni ente pubblico difenda i cittadini dagli sprechi o dagli abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico".
di Antonio Giangrande
ITALIA: RACKET DI STATO
Concussione, Corruzione, Usura Bancaria, Finanziamento illecito ai partiti, Nepotismo e clientelismo, Tassazione eccezionale……Il tutto per mantenere lor signori: il “potere” infedele ed inefficiente. Non paghi le tasse? Loro ti tolgono la vita!
Il bilancio lo danno le imprese che falliscono e gli imprenditori che si tolgono la vita (già 26 da gennaio a marzo dell’anno 2012 secondo la Cgia di Mestre).
Italia: una Repubblica fondata sulle tasse.
«Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. Con i servizi» e «Chi vive a spese degli altri, danneggia tutti» (spot tv del fisco: tasse e servizi pubblici ed il parassita)». Questa è la campagna organizzata dalla Agenzia delle Entrate e dal Ministero dell’Economia contro l’evasione fiscale.
Il primo spot è “Stop a chi vive a spese d’altri”. Il primo spot dal titolo «Se», è un’animazione in motion graphic e spiega (a qualche cittadino distratto) l’utilizzo del denaro ricavato dalle tasse: a produrre servizi pubblici, dagli ospedali alle scuole, dalle strade ai parchi, ai trasporti. Ma tutto ciò può avvenire se a pagare le tasse sono tutti. La headline è: «Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. Con i servizi».
Il secondo spot è “Chi evade le tasse è un parassita sociale”. Il secondo spot, ancora più asciutto e didascalico del primo, mostra una serie di slide con immagini di parassiti in natura, mostrando alla fine un volto di un uomo: l’evasore fiscale come parassita della società, che succhia energie, soldi, risorse e accesso ai servizi pubblici a tutta la collettività, senza contribuire al suo sostentamento.
Alla luce degli ultimi eventi, accaduti in questi ultimi mesi, il dr. Antonio Giangrande, scrittore e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie si chiede se sia proprio il caso di presentare anche questi spot da parte dell’Agenzia delle Entrate. Sembra una presa in giro. Se qualcuno non paga le imposte sui redditi, comunque dall’iva, dalle accise, dalle tasse specifiche, dai contributi previdenziali non si scappa. E comunque gli accertamenti, di cui più della metà all’esame dei ricorsi alle commissioni tributarie risultano infondati, non bastano? Gli italiani oltre al luogo comune di essere mafiosi, devono subire l’onta ed il sospetto di essere anche evasori fiscali? Gli “scienziati” al parlamento perché non prevedono l’assoluta deduzione delle spese dai redditi da parte dei cittadini. In questo modo la fattura è un interesse personale chiederla e si incentivano i consumi e quindi la produzione.
Già. Però c'è tanto da ridire. Da “Fai Notizia” di Radio Radicale una scottante verità. Più di 800 dei dirigenti dell’ente pubblico che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale, senza criteri di trasparenza. Inoltre la sanguisuga Statale, che con il suo vampirismo ha prosciugato il sangue degli italiani, nulla fa per giustificare l’eccezionale prelievo. Perché l’Italia oltre ad essere una repubblica fondata sulle tasse è anche fondata sui disservizi, oltre che sull’ingiustizia.
La domanda è: che fine fa l’oceano di soldi che gli italiani versano in quel pozzo che sembra essere senza fondo?
La giustizia allo sfascio, ma questo è risaputo. La sanità allo sfascio, ma questo è risaputo. Ecc., ecc., ecc.. Insomma non funziona niente, ma tutti sono sovvenzionati. Qualche esempio.
La Provincia di Taranto, Adiconsum e Federconsumatori hanno deciso di avviare una 'class action' contro Trenitalia per l'eliminazione di numerosi collegamenti a lunga percorrenza e notturni da e per Taranto.
Ancora in provincia di Taranto, a Manduria. L’associazione “Pro Specchiarica” promuove una “Class Action” contro il Comune di Manduria per l’abbandono della sua marina orientale. Un’azione civile di risarcimento per danno di immagine e svalutazione della proprietà, oltre che per danno esistenziale dovuto al degrado ed all’abbandono cinquantennale, in aggiunta alle privazioni subite per omesso investimento di opere primarie e secondarie in zona densamente edificata. Abbandono, degrado e disservizi nonostante milioni di euro incassati da Manduria in un territorio dove ci sono pochi manduriani. Milioni di euro incassati tra oneri concessori, ici, addizionale irpef, tarsu, quota enel, ecc. Il tutto con destinazione vincolata, ma impiegati altrove e per altri scopi.
Ed ancora. Uffici postali in tilt, code e rabbia in tutta Italia. Lunedì 16 aprile 2012 ancora una volta negli uffici postali di tutta Italia si sono create lunghe code, tra rabbia e sconforto dei cittadini arrivati per pagare bollette e fare operazioni sul conto. Il blocco informatico deriva da un problema di connessione al server centrale. "I computer sono in tilt, non riusciamo a fare operazioni", spiegano i dipendenti dietro allo sportello. Qualche sede locale ha messo cartelli per informare i clienti del problema, ma qualcuno prova comunque ad aspettare, e magari si fa pure il giro di più uffici. Da Roma hanno spiegato agli addetti che il blocco potrebbe essere risolto nel giro di poco tempo. E lì gli utenti speranzosi sin dal mattino ad aspettare, con i dipendenti che consigliavano ai clienti di tornare più tardi Alle 13.30 negli uffici postali italiani era ancora tutto bloccato. Connessioni ripristinate pian piano dalle 15. «Per l'ennesima volta tutti gli uffici postali d'Italia sono in tilt per il blocco del sistema operativo informatico.- Lo afferma in una nota alla stampa Mario Petitto, Segretario Generale Cisl-Poste. -Oggi - continua Petitto- gli uffici postali sono pieni di pensionati Inpdap che non riescono a riscuotere la pensione e di cittadini che non riescono ad effettuare alcuna operazione finanziaria agli sportelli. Come sempre in queste occasioni la tensione negli uffici postali è alta ed a farne le spese sono gli incolpevoli lavoratori che non riescono a far fronte alle proteste dei cittadini -, osserva il sindacalista, che aggiunge - ormai le nostre denunce si sprecano ed il silenzio perdurante del management di Poste diventa sospetto. Ci appelliamo pubblicamente al ministro vigilante se non ritiene di fare luce sui perenni disservizi di una Azienda pubblica che eroga servizi pubblici, e ci chiediamo come mai la magistratura non sia ancora intervenuta a cercare di capire dove siano le eventuali responsabilità della continua interruzione di pubblico servizio. Chiediamo inoltre ai rappresentanti dei consumatori - conclude - di tutelare i diritti degli utenti postali così come noi ci sforziamo di tutelare i diritti dei lavoratori che in queste circostanze sono il parafulmine di responsabilità altrui.» Naturalmente il disservizio riguarda anche l’invio della posta e dei pacchi. Non è la prima volta e, è facile immaginarlo, non sarà l'ultima. Per l'ennesima volta, come denuncia la Cisl, tutti gli uffici postali d'Italia sono in tilt per il blocco del sistema operativo informatico, e per l'ennesima volta, quindi, questi disservizi finiscono per creare disagi che si allargano a macchia d'olio su tutto il territorio italiano. Il management di Poste italiane, come sempre in questi casi, rimane in silenzio, al contrario degli utenti, costretti a lunghe (e spesso inutili) code e ai pensionati che non riescono a ritirare la propria pensione o ai cittadini che devono inviare lettere e pacchi o fare operazioni finanziarie. Utenti che si ritrovano a protestare contro i lavoratori degli uffici postali. Utenti che hanno perso un’intera giornata per nulla. Rimane, di questa grottesca storia dal sapore troppo antico, il succo, che purtroppo è un succo serissimo, invece, e terribilmente amaro, la triste vicenda di un'azienda pubblica che troppo spesso non sa o non riesce ad erogare un servizio pubblico. Essa come tante altre. “Ed io pago….” è la celebre frase di Totò, spesso ripresa da Striscia la Notizia.
PARLIAMO DI COSTI E ACCESSO DEL PUBBLICO IMPIEGO
Dal sito del Conto Annuale del Ministero del Tesoro si evince il costo del Lavoro Pubblico a carico dei contribuenti italiani.
Di fatto ci accorgiamo che vi è una grande discrasia di costi tra le varie categorie, alla faccia del diritto di uguaglianza. Ciò è strettamente proporzionale al potere esercitato. Di contro, all’alto costo del pubblico impiego non vi è pari soddisfazione e rispetto nei confronti dei cittadini utenti, che sono quelli che lo pagano.
Si nota palesemente, anche, che gran parte del pubblico impiego non è fondato sul rapporto a tempo indeterminato, così come stabilito dalla Costituzione, che emana il principio del concorso pubblico obbligatorio (quant’anche truccato), per accedere al pubblico impiego. Così come è recepito, anche, dalle norme di applicazione.
Invece leggiamo che vi sono forme di pubblico impiego (part time, flessibile, estraneo), che aggirano le norme e che permettono agli amici e ai parenti dei potentati di accedere nella Pubblica Amministrazione senza affrontare le prove selettive, se non, poi, essere stabilizzati tutti con delle finanziarie ad hoc del centro-sinistra al governo con Prodi.
PARLIAMO DELLA CASTA DEI DIRIGENTI PUBBLICI.
La dirigenza della pubblica amministrazione è la casta diva, per eccellenza. Nulla ovviamente a che vedere con la belliniana Norma. E’ “diva” perché come le divinità si considera eterna, e forse lo è: si perpetua nel tempo e si estende nello spazio (della Repubblica) tramite quelle che il Premio Nobel Douglas North (1990) chiama “istituzioni”, vincoli e regole non scritte, ma più cogenti di quelle scritte. Ed è casta al quadrato: sia nel senso di rete che incide sulla politica, sulla società, sull’economia sia in quanto il precetto costituzionale di “imparzialità della pubblica amministrazione” le conferisce una corazza di verginità, che è sopravvissuta ai vari passaggi dell’evoluzione dell’Italia e della sua storia – dallo Stato liberale (nelle sua varie guise), al fascismo, al centrismo, al centrosinistra, alle varie forme di bipolarismo.
Ha una consistenza di quasi 1200 dirigenti di prima fascia (un tempo venivano chiamati dirigenti generali e coloro a capo di uffici direttori generali) e circa 12.000 dirigenti di seconda fascia (un tempo chiamati primi dirigenti) nella amministrazione dello Stato in senso stretto. Se si includono settore pubblico allargato (istituti previdenziali, Ice, Aci, Cnr ed affini) e le Regioni i dirigenti di prima fascia arrivano ad oltre 5.000 e quelli di seconda fascia ad oltre 40.000. Il 60% della dirigenza ha superato i 60 anni. I due terzi vengono dall’Italia centrale, meridionale e dalle isole. Esiste una letteratura molto ampia sull’economia e sulla sociologia delle burocrazie nonché su pregi e difetti della dirigenza della pubblica amministrazione in Italia. In questa nota si intende sintetizzare il punto di vista di chi è entrato nella casta diva a 40 anni dopo una prima carriera in Banca Mondiale; non avendo mai metabolizzato le istituzioni informali che la regolano vi è rimasto un po’ come un marziano. Tanto che è stato dirigente generale in due differenti dicasteri (Bilancio e Programmazione Economica; Lavoro e Previdenza), è uscito dalla pubblica amministrazione due volte per lavorare per agenzie specializzate delle Nazioni Unite (Fao e Organizzazione Internazionale del Lavoro) e rientrato in servizio per andare ad insegnare a tempo pieno alla Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa).
Come si entra a fare parte della casta diva. Sino a tempi recenti (la metà degli Anni Novanta), i dirigenti di prima fascia venivano nominati dal Consiglio dei Ministri; le nomine erano a vita , per assicurare l’imparzialità. I dirigenti di seconda fascia erano scelti dietro concorso- una loro percentuale dietro corsi-concorso presso la Sspa; mentre tali concorsi venivano effettuati, di norma, esclusivamente tra funzionari pubblici (spesso estesi al settore pubblico allargato), il Consiglio dei Ministri poteva nominare, sotto la propria responsabilità politica, chi voleva (anche persone che non avevano completato la scuola d’obbligo) dirigente di prima fascia. In pratica, le regole informali facevano sì oltre il 95 dei dirigenti di prima fascia venissero nominati tra chi era già di seconda fascia. Dopo alcuni casi clamorosi di dirigenti di prima fascia nominati tra archivisti di piccoli comuni e simili, alla fine degli Anni Ottanta vennero fissati paletti: per potere entrare nella prima fascia , occorrevano titoli di studio e almeno cinque anni dirigenza nel settore pubblico o privato.
L’ingresso formale nella dirigenza di prima fascia era il giuramento di fedeltà alla Repubblica sulla Costituzione nella mani del Ministro che aveva fatto la proposta di nomina al Consiglio dei Ministri. Questa procedura aveva un alto valore simbolico, ma è stata abolita.
L’ingresso sostanziale dipendeva dal caso. Venendo doppiamente dall’esterno (dalla Banca Mondiale e da 15 anni negli Usa), il mio ingresso al Ministero venne caratterizzato dall’aggressione verbale, appena arrivato, da una parte di una dirigente che mi accusava di avere preso il posto che secondo il “ruolo” (l’anzianità di servizio) sarebbe spettato a lei. Di maggior consistenza, l’invito del Capo di Gabinetto (del Ministro pro-tempore) a farsi notare il meno possibile e di un collega prossimo alla pensione il quale, sapendo che ho una certa facilità a scrivere, mi suggerì di tenermi il più distante possibile da giornali e giornalisti e di non apparire in pubblico se non richiesto.
Chi meglio mi spiegò il significato della casta diva fu un usciere in un caldo pomeriggio di giugno. Ero stato invitato dal Ministro a partecipare ad una delle ultime riunioni del Cipe prima dell’aggiornamento estivo. Era fissata alle 15,30. Vestito di blu facevo anticamera nel ballatoio nel palazzo umbertino di Via Venti Settembre dove si riunisce il Cipe . C’era solo un usciere con un quotidiano romano aperto alla pagina dei necrologi. Dopo mezz’ora di sudate da parte mia e di lettura dei necrologi da parte sua, dissi che sarei andato ad attendere nel mio ufficio dotato di aria condizionata e chiesi all’usciere di avvertirmi all’arrivo dei Ministri componenti il Cipe. Senza alzare la testa dal giornale, affermò secco : “A professò, non se ne vada i precari stanno arrivando: è appena passata dal portone la macchina del precario Signorile!”. Al mio, “I precari?!!”, rispose “A’ professò, non li legge i giornali? Stiamo andando a crisi estiva e Governo balneare. Pure se non lo fossimo, quelli traballano sempre – precariato puro. I soli fissi qui siamo io e Lei”. Chiarissimo: la casta diva è stabile in un mondo, quello della politica, molto precario.
Come si fa carriera nella casta diva Ciò non significa che ci siano paratie di stagno tra i due mondi. Quello della politica ha bisogno della casta diva per predisporre politica legislativa e per fare funzionare l’amministrazione. Quello della casta diva ha bisogno di quello della politica sia per fare carriera sia, sino a tempi recenti, per guadagnare bene (invece che male). Sino alle riforme degli Anni Novanta, elemento importante per passare dalla seconda alla prima fascia erano le frequentazioni dei segretari dei Ministri (e della schiera assortita di portaborse) ; il tempo che si passava nelle loro anticamere, i servigi resi (spesso lecitissimi quali quelli per influire sui tempi di una pratica legittima, anzi un atto dovuto) erano indicatori importanti di chi ce la metteva tutta per ascendere ai livelli più alti ed agli uffici con tappeti e quadri storici. Una volta raggiunta la prima fascia o dirigenza generale (come si chiamava allora), la contesa riguardava gli incarichi, ossia seggi in consigli di amministrazione di enti o società controllate dallo Stato, partecipazione a commissioni di aggiudicazioni di appalti e di collaudo, e simili. La retribuzione netta annuale poteva aumentare di quattro-cinque volte rispetto a quella del collega che poteva contare unicamente sullo stipendio tabellare. Ancora una volta, cruciale l’importanza di non farsi notare, ma di appartenere a reti (interne all’amministrazione ma supportate da quelle della politica) per entrare nei meccanismi della distribuzione degli incarichi. Non è un fenomeno soltanto italiano: lo descrive bene l’economista laburista Paul Streeten (1986) nei capitoli della sua autobiografia in cui racconta la sua esperienza di alto burocrate del Governo Wilson.
Ciò non vuole dire che si faccia carriera unicamente nelle anticamere del personale di fiducia del politico alla guida del dicastero. Molti alti dirigenti hanno costruito le loro carriere su una perfetta conoscenza della macchina pubblica (tale che nessun segretario di Ministro riesce ad acquisire) e lavorando duro per almeno 12 ore al giorno. Alcuni hanno come ricompensa incarichi più o meno lucrosi. Tutti hanno la soddisfazione che raramente un Ministro si discosta da quanto proposto in una nota scritta, protocollata e firmata dal dirigente competente per l’ufficio. In un libro di venti anni fa (Pennisi e Peterlini 1987) ho raccontato come pure i tentativi di manovre clientelari più astuti vengano bloccati da un appunto firmato e protocollato.
Le riforme degli ultimi tre lustri La casta diva è passata piuttosto indenne attraverso le riforme degli ultimi tre lustri. Esse riguardano quattro aspetti salienti: a) la separazione tra funzione politica e funzione amministrativa, b) la nomina di “esterni” con contratti a termine (con un limite del 5% del totale, successivamente portato al 10%); c) le retribuzioni contrattualizzate per quasi tutte le categorie (eccezioni: i diplomatici, i prefetti, i militari, i magistrati i professori universitari e pochi altri) ed incluse in contratti individuali triennali in cui si specificano funzioni e obiettivi da raggiungere; b) il reclutamento e la formazione.
La separazione tra funzione politica e funzione amministrativa era già nel Dna sistema molto più di quanto non lo indicassero le regole formali. In pratica, la funzione amministrativa condizionava quella politica molto più di quanto l’indirizzo politico non condizionasse la casta diva (sempre pronta a rallentare i tempi in attesa che arrivasse una nuova ciurma di precari). Le nuove regole la hanno accentuata e resa più trasparente.
La nomina di esterni con contratti a termine ha dato luogo ad uno spoil system all’italiana. In pratica, il 90% è stabile pur se viaggia da contratto triennale a contratto triennale. Il 10% instabile ha, in molti casi, portato linfa nuova , anche se caratterizzata politicamente, poiché è in buona misura di provenienza aziendale. Importante notare che spesso gli “instabili” sono ricontrattualizzati (a scadenza dei loro mandati) dal nuovo Governo, anche se di parte avversaria a chi li aveva inizialmente chiamate. In alcuni casi, ciò avviene per la buona prova data e l’esigenza dei nuovi responsabili politici di servirsene. In altri, ciò avviene in seguito al trasformismo che caratterizza tutte le burocrazie.
Le retribuzioni sono state elemento che hanno attirato anche dal privato verso la dirigenza della pubblica amministrazione. Mediamente i dirigenti di seconda fascia guadagnano € 75.000 l’anno e quelli di prima fascia € 120.000 (ma con punte che superano € 500.000). All’inizio degli Anni Ottanta, la retribuzione netta di un dirigente generale non toccava un milione e mezzo al mese. Si è anche sfoltita la giungla degli incarichi e previsto che un terzo delle indennità/appannaggi venisse destinata non ai singoli ma ad un fondo comune che ciascuna amministrazione riparte tra tutti i dirigenti.
Il reclutamento dei dirigenti di seconda fascia è la leva principale per svecchiare la dirigenza.
PARLIAMO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE MAL PAGATRICE.
Lo Stato italiano paga dopo 138 giorni. In Francia l'amministrazione di Nicolas Sarkozy ha fatto una legge che impone alle imprese (tutte, pubbliche e private), di pagare tassativamente entro 30 giorni. La Gran Bretagna ha addirittura ridotto il termine massimo per i pagamenti della pubblica amministrazione ai suoi fornitori da 30 a 8 (otto) giorni.
E da noi? Secondo un'indagine della Confartigianato le pubbliche amministrazioni italiane pagano mediamente in 138 giorni, contro una media europea di 68 giorni. Peggio, soltanto il Portogallo.
Vero è che in Italia nessuno paga sull'unghia. Anche le grandi imprese come la Fiat sono abituate a prendersela piuttosto comoda con i loro fornitori. Ma c'è un limite a tutto. Sapete in quanto tempo mediamente (e si deve sottolineare il «mediamente») le aziende sanitarie locali molisane, secondo l'Assobiomedica, onoravano i propri impegni nel gennaio 2008? In 921 giorni.
Proprio così: due anni, sei mesi e undici giorni. A febbraio 2009 si era scesi a 633 giorni. In linea con Calabria e Campania, le ultime della classe. Ma il bello è che non ci sono progressi reali. A febbraio del 2009 il ritardo medio dei pagamenti delle Asl risultava, sempre secondo l’Assobiomedica, di 288 giorni. Esattamente come nel dicembre del 1990. Perché? «Per due motivi. In primo luogo le pubbliche amministrazioni italiane non credono nel sistema, sono sempre state convinte che meno soldi danno più risparmiano. In secondo luogo la loro affidabilità viene valutata dalle agenzie di rating sulla cassa: meno spendono, più sono considerate affidabili, indipendentemente dal debito», dice il presidente dell’Assobiomedica Angelo Fracassi.
Ma forse nel 1990 i volumi erano diversi. Nessuno è in grado di dire quanti debiti abbiano accumulato le pubbliche amministrazioni con le imprese, prevalentemente nei settori della sanità e dei servizi. E già questo è un fatto decisamente curioso. Ma lo è ancora di più che si litighi su dati che nessuno ha. Confindustria stima che l’esposizione totale sia pari a metà di quei 120 miliardi di euro che ogni anno Stato ed enti locali spendono per acquistare beni e servizi. Stima che il Tesoro contesta, preferendo parlare di una trentina di miliardi, forse meno. In ogni caso la cifra vale da un minimo di due fino a quattro punti di Prodotto interno lordo.
Ma come si è potuti arrivare a questo punto? La colpa non è soltanto di una burocrazia ottusa. Anche in Italia, pur senza voler considerare la direttiva europea che avrebbe fissato per tutti i Paesi il limite di un mese, esisterebbero un termine più o meno certo per i pagamenti della clientela pubblica: 90 giorni. Ma il condizionale è d’obbligo. I trasferimenti dello Stato arrivano sempre in ritardo. Poi le Regioni ci mettono del loro. Qualcuna si impegna soldi che non ha. E poi c’è sempre quel meccanismo bizantino del bilancio pubblico fatto sia sulla base della «cassa» che della «competenza » (la differenza fra i soldi che materialmente si devono tirare fuori e quelli che invece si devono solo impegnare sulla carta) a complicare le cose. Risultato: i mesi passano senza che nessuno faccia nulla.
Nemmeno le imprese, che ormai (quelle che possono perché non devono pagare troppi stipendi) si sono abituate all’andazzo. Dopo 90 giorni, dice la legge, le aziende dovrebbero far scattare automaticamente gli interessi. Salatissimi. Ma non scattano quasi mai, perché le ditte hanno paura di essere penalizzate nei contratti futuri. Si è arrivati al paradosso che la Campania ha recentemente approvato una legge regionale (impugnata dal governo), con cui si stabilisce che ospedali e Asl non possono subire pignoramenti.
Ogni tanto qualcuno solleva in Parlamento, con emendamenti e disegni di legge, il problema di uno Stato velocissimo a pretendere, ma lentissimo a riconoscere i propri debiti. Uno per tutti: Nicola Rossi. Ma le sue proposte, manco a dirlo, non sono state nemmeno esaminate. Le hanno lasciate semplicemente ammuffire nel cassetto. Più comodo andare avanti così, nascondendo sotto il tappeto qualche miliardi di euro di debito pubblico. Pazienza se le imprese aspettano anche anni per incassare il dovuto.
Insomma, è un pandemonio. Aggravato da norme come quella rinverdita dal governo di Romano Prodi, che vieta alle amministrazioni pubbliche di pagare le imprese, che abbiano una sia pur piccola pendenza con lo Stato. Per esempio, un contenzioso fiscale. Tutto questo, naturalmente, ha un costo che è stato calcolato in circa un miliardo di euro l’anno di maggiori oneri finanziari: 150 milioni per le sole imprese della Lombardia.
Come uscirne da una faccenda tanto grave e complicata.
Nel decreto anticrisi diventato legge alla fine del gennaio 2009 il governo Berlusconi ha inserito un paio di norme per agevolare la riscossione di quei crediti. La prima norma è la possibilità di far intervenire la Sace, compagnia assicurativa del Tesoro, per dare garanzia alle banche, che concedano anticipazioni alle imprese creditrici, o per riassicurare polizze stipulate dai creditori garantendosi dal rischio che il «pubblico» non paghi. Iniziativa singolare, considerando che così, anche se indirettamente, lo Stato garantisce il privato contro il rischio che lo Stato si riveli inadempiente.
La seconda norma stabilisce invece che le Regioni e gli enti locali rilascino al creditore una «certificazione» per non avere difficoltà a scontare il credito in banca. Un modulo, come quello che già c’è per lo Stato, nel quale semplicemente si ammette l’esistenza del debito. Un’ovvietà. Se non fosse che quella «certificazione » trasformerebbe automaticamente il debito commerciale in debito pubblico. Motivo per il quale il Ragioniere generale dello Stato è molto preoccupato. Molto. Perché almeno due punti in più, di colpo, su un debito pubblico come il nostro non sono mai uno scherzo. Figuriamoci adesso.
PARLIAMO DI TANGENTOPOLI INTERNAZIONALE
Ci facciamo sempre conoscere. Se i sospetti degli americani fossero veri, sarebbe una vergogna; se fossero infondati sarebbe un’onta impunita.
In Afghanistan mazzette ai guerriglieri per evitare attacchi contro i nostri soldati. I file di WikiLeaks rivelano: nel 2008 Bush disse a Silvio di finirla con i pagamenti. E da allora i caduti in missione sono quadruplicati. Ecco l'inchiesta de L'Espresso, rilanciata anche da The Times di Londra.
I soldati italiani in Afghanistan combattono, uccidono e muoiono. I bollettini di guerra sui nostri militari colpiti ormai sono quasi quotidiani: in due settimane ci sono stati due caduti e dieci feriti. Un tributo di sangue elevato, pari a quello degli altri eserciti occidentali impegnati contro i talebani in questa estate di fuoco. Ma fino a due anni fa le nostre perdite erano molto più basse, tanto da venire citate come prova di una voce che circolava in tutti i comandi della Nato: il governo di Roma paga i guerriglieri per evitare attacchi. Un'accusa sempre smentita dai ministri che adesso prende consistenza nei cablo segreti della diplomazia americana, ottenuti da WikiLeaks e pubblicati in esclusiva da "l'Espresso". Con una rivelazione fondamentale: nel giugno 2008 George W. Bush ha domandato personalmente a Silvio Berlusconi di farla finita con le tangenti ai miliziani fondamentalisti. Lo ha chiesto nel primo summit dopo il ritorno al potere del centrodestra, ottenendo "la promessa del Cavaliere ad andare a fondo nella questione".
I documenti riservati di Washington mostrano come il problema fosse diventato fondamentale per gli americani, che continuavano a ricevere rapporti dall'intelligence e dalle altre nazioni schierate in Afghanistan, sempre più insofferenti per la "scorciatoia" usata dagli italiani per pacificare le zone affidate al loro controllo. Secondo le informazioni raccolte dai nostri alleati, i "pagamenti per la protezione" servivano a sancire tregue tra le truppe di Roma e i guerriglieri nei territori più caldi. Dal 2008 in poi ci sono almeno quattro dossier della diplomazia statunitense che sollecitano interventi al massimo livello sul governo Berlusconi per stroncare il giro di mazzette. Fino all'estate 2009, quando con la prima grande offensiva della Folgore anche i nostri militari sono passati all'assalto dimostrando con le armi la nuova volontà bellica del centrodestra. Ma da allora anche il numero di bare avvolte nel tricolore è cominciato a crescere, sempre di più fino a quadruplicare: nei primi quattro anni erano state sei, negli ultimi due sono state 24 a cui vanno aggiunti oltre cento feriti. Un lungo elenco di uomini che si sono sacrificati per rendere credibile la nostra politica estera e contribuire al tentativo di dare sicurezza alle popolazioni afghane.
Il forte segnale degli Usa. Il primo dei file scoperti da WikiLeaks è dell'aprile 2008, alla vigilia delle elezioni che portarono alla vittoria del centrodestra, quando l'ambasciatore Ronald Spogli definisce la strategia verso il prossimo governo. A partire dalla priorità di ottenere un potenziamento del dispositivo in Afghanistan. "Sia Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a rischi più grandi. Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento più attivo contro gli insorti. Daremo anche un forte segnale opponendoci all'abitudine del passato di pagare denaro per ottenere protezione e negoziare riscatti per la liberazione di persone rapite". Quando il Cavaliere si insedia a Palazzo Chigi gli emissari di Washington cominciano subito a farsi sentire con decisione. Il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia, Spogli incontra il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l'agenda dei colloqui con il presidente Bush. "L'ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra locali e altri combattenti. Berlusconi si è detto d'accordo che ciò vada fermato".
L'impegno del Cavaliere. Stando ai documenti ufficiali, nel successivo vertice con Bush "in merito alle accuse di pagamenti italiani ai leader degli insorti per evitare attacchi, Berlusconi ha promesso che andrà fino in fondo". Insorti è il termine con cui gli americani chiamano tutti i miliziani attivi in Afghanistan: fondamentalisti talebani, signori della guerra locali e terroristi di Al Qaeda. Ma quattro mesi dopo la situazione non è cambiata. Anzi, nel suo resoconto indirizzato all'attenzione della Casa Bianca, Spogli è ancora più duro. Loda la decisione di concentrare i 2.200 soldati nella Regione Ovest, affidata al comando tricolore, sottolineando però il peso dell'affaire tangenti. "Disgraziatamente, l'importanza del contributo è messa a repentaglio dalla crescente reputazione negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro per ottenere protezione. Questa reputazione è basata in parte su voci, in parte su informazioni dell'intelligence che non siamo stati capaci di verificare completamente. Vero o no, resta il fatto che gli italiani hanno perso 12 soldati in Afghanistan (questa cifra include le vittime di incidenti, ndr.), meno di gran parte degli alleati con responsabilità simili. La maggioranza degli scontri nella zona affidata all'Italia sono stati condotti dalle forze americane o dell'esercito di Kabul. Le indicazione che abbiamo ricevuto dal quartiere generale della Nato suggeriscono che questo comportamento potrebbe provocare tensioni tra gli alleati". Spogli prosegue la sua analisi con severità: "Ho già fatto presente la questione a Berlusconi. Lui mi ha assicurato di non saperne nulla e che l'avrebbe fermata se ne avesse trovato le prove". Gli americani però sembrano convinti che le informazioni sui pagamenti siano vere. E quindi Spogli raccomanda a Bush di "rendere chiaro a Berlusconi come la traballante reputazione dell'Italia, anche se fosse immeritata, stia mettendo a rischio la sua credibilità nella coalizione. Cosa ancora più grave, se ci fosse un fondamento a queste accuse, il comportamento italiano starebbe mettendo in pericolo le truppe degli alleati".
Rappresaglia contro i parà. A forza di insistere Washington sembra ottenere il risultato. Nella primavera 2009 la spedizione viene raddoppiata ed entrano in campo i parà. La Folgore va all'offensiva in tutta la regione occidentale, respingendo i miliziani con raid e incursioni di elicotteri Mangusta. La "bolla di sicurezza" intorno alle basi occidentali viene allargata. E - come rivela WikiLeaks - quando il segretario alla Difesa Gates incontra il ministro Franco Frattini si rallegra "per la fine delle voci sulle tangenti agli insorti". Nello stesso periodo però crescono anche i caduti, fino al terribile agguato del 17 settembre quando a Kabul vengono uccisi sei paracadutisti e altri quattro restano feriti: l'attentato più grave subito dai militari italiani dopo la strage di Nassiriya. Che adesso potrebbe essere riletto in una luce diversa dopo i documenti "sulle mazzette in cambio di protezione". Fonti dell'intelligence hanno confermato a "l'Espresso" che ci sono stati pagamenti a capi locali, spesso alleati dei talebani, nell'area della capitale. E' la prima zona dove i nostri soldati si sono schierati a partire dal 2004, fino a ottenere per alcuni semestri la responsabilità della sicurezza di tutta Kabul. I fondi per queste "operazioni coperte" sono stati gestiti dal Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, durante il vecchio esecutivo di Silvio Berlusconi. Come "l'Espresso" ha scritto nel 2005, solo nei primi due anni della missione afghana il servizio segreto militare ha ottenuto oltre 23 milioni di euro extra per "attività di informazioni e sicurezza della Presidenza del consiglio dei ministri". Ma le elargizioni sarebbero proseguite anche durante il governo Prodi. E in città non ci sono mai stati attacchi contro gli italiani. L'unico episodio grave è l'imboscata del settembre 2009, una trappola così potente da dilaniare due veicoli blindati Lince: è scattata dopo la fine di ogni regalia, poche settimane prima che il nostro contingente traslocasse nella regione di Herat. Le conclusioni dell'inchiesta su quel massacro non sono mai state rese note. Di sicuro, nel mirino c'era proprio la Folgore: una rappresaglia per le azioni dei parà o la moratoria delle mazzette ha pesato sulla ferocia dell'assalto?
Il pasticcio di Surobi. Pagamenti alle milizie fondamentaliste ci sarebbero stati anche nel dicembre 2007 quando l'Italia prese il comando del distretto di Surobi, considerato uno dei più pericolosi di tutto il Paese, lungo la direttrice che va da Kabul verso il Pakistan. Per sei mesi alpini e parà presidiarono la vallata, in un periodo di eccezionale serenità che permise anche di aiutare villaggi dove le truppe occidentali non avevano mai messo piede. Ci fu un solo caduto, il maresciallo Giovanni Pezzullo, colpito proprio mentre trasportava cibo alla popolazione. Ma quando nell'agosto 2008 i nostri vennero sostituiti dai francesi, al loro esordio assoluto in Afghanistan, si scatenò l'inferno. Dieci legionari morirono e 21 furono feriti in un'imboscata, che colse di sorpresa la spedizione di Parigi. Sui giornali francesi vennero fatte filtrare accuse durissime contro Roma: "Gli italiani ci hanno taciuto i pagamenti ai miliziani, ecco perché siamo stati presi alla sprovvista". Un anno dopo, "The Times" del gruppo Murdoch ha pubblicato in prima pagina un articolo molto informato sulle tangenti italiane ai talebani per "decine di migliaia di dollari". L'articolo faceva riferimento anche alla protesta dell'ambasciata americana con Berlusconi. All'epoca, tutti smentirono: sia i vertici dell'Alleanza atlantica, sia i ministri di Roma. Ma, come raccontano i cable di WikiLeaks, in quell'autunno 2009 l'intervento personale di George Bush aveva già fatto finire le mazzette. E i soldati italiani si stavano comportando come le altre truppe della Nato: combattevano, uccidevano, morivano. Tutti i giorni, in un Paese che da trent'anni non conosce pace.
PARLIAMO DELLA CORRUZIONE DIFFUSA IN APPALTI, FORNITURE E SANITÀ.
La Corte dei Conti inaugura il suo anno giudiziario e non lesina critiche a chi è chiamato a gestire la cosa pubblica. Allarme corruzione nella pubblica amministrazione da parte della Corte dei Conti. E molto forti sono state le parole del presidente della Corte, Tullio Lazzato, che, nella conferenza stampa successiva all'inaugurazione, ha sottolineato come l'Italia sia "agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla lotta alla corruzione. Ci sono tanti modi per combattere la corruzione, ma questa lotta si fa soprattutto con i controlli. Perché, per poter allignare, la corruzione ha bisogno di coni d'ombra". Si comincia dalla trasparenza, unico antidoto a truffe e corruzioni. «I controlli interni ed esterni sull’amministrazione non sono pienamente adeguati, vi è un’attuale situazione di scarsa loro efficacia, di pochezza di effetti concreti», ha sottolineato il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. Per Lazzaro «occorre potenziare e irrobustire i controlli, renderli effettivi nello svolgersi e concreti negli effetti. Nel campo dell’amministrazione, a un maggior e migliore uso dei controlli, corrisponde simmetricamente un minore ricorso al codice penale». A rischio non solo sono i conti pubblici, ma «la vita stessa della democrazia». La Corte dei Conti spiega che quando non c’è trasparenza, «il cittadino percepisce la funzione pubblica come un qualcosa di estraneo, di diverso da sé e dal proprio mondo, da qui la disaffezione verso le istituzioni e anche verso i centri della politica». Un male, non esitano a definirlo, «oscuro e sottile».
Truffe nei settori della spesa farmaceutica e sanitaria, dei rifiuti, e dei contributi comunitari; opere edilizie incompiute e uso sconsiderato dei prodotti finanziari derivati; danno all'immagine causato alla pubblica amministrazione dai dipendenti pubblici che hanno intascato mazzette; consulenze indebite. E' il quadro della mala-amministrazione, della corruzione e degli sperperi che emerge dalla relazione del pg della Corte dei Conti Furio Pasqualucci e che, in un anno, si è tradotto in atti di citazione in giudizio per un totale di circa 1 miliardo e 700mila euro di danni e in 561 sentenze di condanna in primo grado.
RIFIUTI E CALCIOPOLI. Tra i casi più eclatanti segnalati dal pg, l'emergenza rifiuti in Campania. E c'è anche Calciopoli.
SANITA' E APPALTI. In particolare, è nella settore della Sanità che si corrono i rischi più concreti. Per la Corte dei conti è «terreno fertile per comportamenti truffaldini o comunque per forme di sperpero di pubbliche risorse». Moltissime le tipologie di illecito segnalate: dagli incarichi illegittimi al personale estraneo alle aziende sanitarie, ai doppi compensi percepiti dai medici di base, fino alle irregolarità sulla esenzione dai ticket, oppure alla doppia o fraudolenta fatturazione della spesa, mancato completamento di strutture ospedaliere o mancata utilizzazione di impianti già realizzati, spese per corsi di formazione non espletati ovvero carenti di documentazione, irregolare gestione di case di cura convenzionate, irregolarità sulla gestione dei tickets e iperprescrizione di farmaci". "Recenti casi hanno proposto all'attenzione fattispecie di comportamenti illeciti consistenti nella rappresentazione all'interno di cartelle cliniche di patologie che ove correttamente diagnosticate avrebbero determinato un rimborso considerevolmente inferiore o addirittura non dovuto", conclude Pasqualucci.
DERIVATI. In materia di contratti sui derivati stipulati dagli enti locali, è necessario "che il ministero dell'Economia proceda con urgenza all'emanazione del decreto legislativo, attuativo della direttiva Mifid, al fine di dare certezza sia in ordine ai requisiti oggettivi sia soggettivi, con particolare riguardo all'individuazione della qualifica di operatore qualificato".
FONDI COMUNITARI. "Le frodi comunitarie segnalate riguardano frodi nel settore degli aiuti allo sviluppo regionale, riguardano il settore aiuti all'agricoltura, si riferiscono al settore del sostegno innovativo ed infrastrutturale in agricoltura, il sostegno sociale e all'occupazione.
APPALTI. Corruzione e concussione, "al di là della loro riprovevolezza, incidono di norma sul prezzo" degli appalti pubblici aumentandone l'entità e determinando quindi un maggior onere finanziario a carico dell'erario, assolutamente ingiustificato". A far lievitare i costi delle opere pubbliche, secondo il procuratore, sono anche le esternalizzazioni "di un servizio che vengono affidate a privati senza che sia previamente condotta una seria e concreta analisi di merito alla loro concreta fattibilità economica, tecnica, logistica".
OPERE INCOMPIUTE. Spreco di risorse pubbliche per la realizzazione di opere incompiute e quindi inutilizzabili. "Molte fattispecie di responsabilità amministrativa sono da collegare direttamente o indirettamente al fenomeno delle cosiddette opere pubbliche incompiute, opere ciò progettate ma non appaltate ovvero non completate o comunque inutilizzabili per scorretta esecuzione, che rappresentano un gravissimo spreco di risorse pubbliche e la testimonianza più eloquente dell'inefficienza dell'amministrazione centrale e periferica.
PARLIAMO DI AFFITTOPOLI E APPALTOPOLI: SCANDALO INFINITO.
L’anello mancante tra Prima e Seconda Repubblica, nulla e' cambiato da tangentopoli.
Nessuno condannato, nessun indagato: ma l’etica?
Affittopoli, tornata alla ribalta durante il litigio televisivo tra Massimo D’Alema e Alessandro Sallusti, su “Ballarò”, fu lo scandalo che colpì la scena italiana nella seconda metà del 1995. Il potere mediatico di certe famiglie, e la volontà che i cittadini non si sentissero nuovamente traditi dopo solo 3 anni dal crollo della Prima Repubblica con Tangentopoli, hanno fatto sì che nonostante la gravità del fatto se ne sia parlato veramente poco, e nessuno dei coinvolti eccellenti abbia avuto neanche un avvio di indagine.
Il primo a parlarne fu Il Giornale, nell’estate del 1995, con l’intenzione di infangare l’opposizione in vista delle elezioni del 1996. Il problema nacque quando, alla fuga di tale notizia, corrispose un coinvolgimento generale di parlamentari, senatori e politici locali, oltre 30 inquilini privilegiati appartenenti ad entrambi gli schieramenti. Il meccanismo è così semplice che anche nel 2007 L’Espresso ha denunciato il continuare di tali pratiche, anche a carico di personaggi ritenuti eticamente validi, ma pur sempre costretti ad essere politici e come tali privilegiati.
Lo scandalo del 1995 coinvolse tra i tanti D’Alema, Veltroni, Casini, Mastella, Tatarella e De Mita, rei di aver abitato in case quasi lussuose dalle metrature astronomiche pagandole prezzi irrisori: non si tratta di 100 euro per un castello, ma le cifre diffuse ai tempi da quotidiani come Repubblica o Il Giornale si attestano su circa 600-800 euro per valori affittuari superiori ai 2000 euro. Il segreto, l’uso incondizionato dell’equo canone, riservato in realtà a famiglie in difficoltà per l’affitto delle case popolari.
Lo scandalo del 2007, di minor portata, riguarda invece l’acquisto vero e proprio di abitazioni di lusso: il settimanale L’Espresso dedicò una copertina e un’edizione intera al riproporsi del fatto, dimostrando che in realtà nessuno ha mai smesso di utilizzare equo canone e acquisti agevolati riservati ai cittadini per i propri affari immobiliari.
Anche in questo caso nomi importanti: da Marini a Cossiga, poi ancora Mastella, e Violante, Bonanni e Casini. In entrambi i casi nessun indagato e nessuna inchiesta conclusa; forse ci illudiamo che con gli stipendi elevati, e i rimborsi spese, e i regali, un politico italiano possa almeno conservare i principi Repubblicani dell’etica e della giustizia. Ma nessuno dei citati ha mai ammesso nulla, e ha mai rinnegato niente. Tutto normale nel paese della Casta.
Correva l’anno 1995. E quanto correvano i cronisti del Giornale a caccia di vip e politici alloggiati a due lire in signorili appartamenti degli enti previdenziali. Corsi e ricorsi. Quindici anni dopo quella memorabile inchiesta giornalistica denominata «Affittopoli» (lodata da MicroMega fino al Washington Post), uno dei protagonisti di quello scandalo, Massimo D’Alema, dimostra di soffrire ancora per la campagna di stampa che lo costrinse ad abbandonare il suo immobile da 633mila lire al mese, di canone, a Trastevere.
Mai in 40 anni di carriera politica D’Alema aveva perso il controllo. Mai aveva urlato in quel modo.
Mai s’era permesso di insultare pubblicamente un giornalista, in questo caso il condirettore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti, che a Ballarò gli ha ricordato come proprio lui dovesse essere l’ultimo a fare la morale sulle case degli altri.
Già, perché la storia della casa di D’Alema in via Musolino a Trastevere tanto chiara non è. È pacifico, perché mai sono arrivate smentite e mai sono state annunciate querele, che D’Alema ottenne quella casa usufruendo di una corsia preferenziale. Corsia che gli permise di scavalcare in graduatoria chi era prima di lui e chi ne aveva più diritto. L’esponente dell’allora Pds riuscì nell’impresa di aggiudicarsi l’ambìto appartamento dell’Inpdap grazie alla presunta intercessione di potenti amici finiti nei guai per la mega inchiesta romana sui Palazzi d’oro. Questo almeno è quello che hanno rivelato all’epoca i protagonisti dell’affaire D’Alema: sindacalisti, dirigenti, coinquilini.
La storia che manda fuori dai gangheri l’ex premier ha inizio nel 1990, anno in cui D’Alema presenta la domanda per ottenere l’appartamento. Nel febbraio del ’91, così come raccontò al Giornale il 3 settembre del 1995 Piergiorgio Sarale, ex segretario confederale della Cgil torinese e membro del Cda degli Istituti di previdenza della direzione generale del Tesoro, durante una normale riunione dei componenti il Cda, tra le delibere da approvare ce n’era una nascosta fra le “varie”, quelle che di solito vengono approvate senza prestarci tanta attenzione. Era la famosa delibera riguardante l’appartamento di via Musolino con la quale si proponeva alla vecchia affittuaria di spostarsi in un nuovo appartamento e di saldare comodamente il debito in comode rate e a tasso zero. E così accadde. Sarale non si rese conto di nulla fino al giorno successivo, quando incontrò un sindacalista di Essere Sindacato, l’ala dura della Cgil che faceva capo a Fausto Bertinotti, che gli disse: «Ti porto i complimenti dei lavoratori e degli sfrattati. Bel socialista che sei... bel venduto». Alla replica piccata di Sarale, il militante duro e puro aggiunse: «Avete approvato quella delibera scandalosa per regalare la casa al compagno D’Alema e adesso caschi dalle nuvole?».
Non si trattava di un appartamento qualunque. La lista degli aspiranti affittuari era lunghissima. Una bella casa, con un canone d’affitto di 633mila lire al mese a due passi dal centro di Roma, non è occasione di tutti i giorni. D’Alema non se la fece sfuggire. Sarale non mosse più un dito e il perché lo spiegò lui stesso: «Ero impaurito. L’invito che ricevetti dai superiori fu quello di starmene zitto e buono (...). Pensare a D’Alema che soffia la casa a un lavoratore bisognoso di un tetto, mi dica lei, che ideale di sinistra è?».
Ma per volontà di chi quella “magica” delibera finì quel giorno fra le “varie” da approvare? Per capirlo basta rileggere le parole che l’ex direttore generale degli istituti di previdenza del Tesoro, Giovanni Grande, coinvolto nell’inchiesta romana sui Palazzi d’oro, fece ai pm nel 1992. Grande spiegò che a raccomandare l’inquilino più famoso d’Italia fu Mario Giovannini, ex Pci, stabile punto di riferimento del partito al Tesoro fin dal 1968 e anche lui coinvolto nell’inchiesta. «Un giorno - disse a verbale Grande - Giovannini mi ha portato Massimo D’Alema (...) per chiedere un appartamento, cosa che io gli ho fatto (...)». E ancora: «Giovannini è nel cda degli istituti dal 1969 (...). Chi l’ha voluto? Chi lo ha imposto? Chi lo ha tenuto per 30 anni? (...) Ho avuto la certezza che Giovannini operasse per conto del Pci-Pds (...). Le contribuzioni, tangenti, chiamatele come vi pare, che Giovannini ricavava dagli imprenditori, finivano in parte a Botteghe Oscure». Lo stesso Giovannini, sentito dai magistrati nel 1993, non nascose la circostanza: «Grande (...) avrà avuto il piacere per altre ragioni di conoscere l’onorevole D’Alema al quale è stato dato un appartamento, ma solo in seguito a un mio intervento».
Finita l’inchiesta del Giornale, mentre tutti gli altri vip, compreso Walter Veltroni, restano nei loro appartamenti previdenziali, D’Alema si presenta al Maurizio Costanzo Show e annuncia che lascerà l’appartamento. Se pochi giorni prima aveva affermato di non aver «goduto di un trattamento speciale o privilegiato», in tv cambia musica definendo «un’ingiustizia che alcuni possono pagare l’equo canone mentre altri, la maggioranza, devono accettare condizioni meno favorevoli».
Questa è la storia che fa infuriare D’Alema, e che tanti si erano dimenticati o non conoscevano perché tanto tempo è passato e perché anche su internet i dettagli erano praticamente irrintracciabili.
Se adesso la storia della casa di D’Alema è accessibile a tutti, bisogna ringraziare soltanto lui. Ma non ditelo in giro sennò s’incazza.
Era di maggio. Il millenovecentottantuno, per l’esattezza. L’otto maggio 1981 due giovani magistrati milanesi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, inviarono al presidente del Consiglio Arnaldo Forlani un elenco con 953 nomi sequestrato ad Arezzo al gran maestro della Loggia P2 Licio Gelli. Dopo averlo tenuto nel cassetto dodici giorni, la sera del 20 maggio Forlani ne autorizzò la pubblicazione. Ministri, parlamentari, generali, direttori di giornale, imprenditori, i vertici delle forze armate e dei servizi segreti: lo scandalo più grave della storia repubblicana. Il governo resistette sei giorni alla bufera. Poi, il 26 maggio, si dimise.
Sono passati trent’anni, maggio 2010, e spunta un’altra lista. Al posto di Gelli c’è l’imprenditore Diego Anemone. Non si parla di associazione sovversiva ma di ristrutturazioni e ricostruzioni edilizie: case, appartamenti, ville in campagna. Per il resto, però, è cambiato poco: tra i 400 nomi ci sono ministri all’epoca in carica (Scajola e Lunardi), ex ministri (Nicola Mancino, poi vice-presidente del Csm), due giudici della Corte costituzionale (Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri: nella casa di Mazzella ci fu una cena con Berlusconi pochi mesi prima della sentenza della Consulta sul lodo Alfano), alti dirigenti Rai (Mauro Masi e Giancarlo Leone), parlamentari, attori, giornalisti, registi… E figli, parenti, mogli in via di divorzio da sistemare. Qualche nome, è incredibile, compare in entrambi gli elenchi. Per esempio, l’ex deputato dc e poi ministro in quota An nel primo governo Berlusconi Publio Fiori: nella lista di Gelli figurava come tessera n.1878, poi prosciolto da ogni addebito, in quella di Anemone è annotato con un appartamento da ristrutturare nel quartiere Prati.
Nessuna somiglianza tra le due liste, intendiamoci. Per la P2 l’accusa era di cospirazione contro lo Stato. Dalla loggia di Gelli erano passati tutti i più delicati misteri italiani: stragi, scandali, il rapimento Moro, il crack del Banco Ambrosiano. Anche se, ancora oggi, c’è chi si ostina a rappresentare gli affiliati di Gelli come un gruppo di amiconi in gita scolastica. “La P2 era un club, un modo di creare relazioni”, l’ha liquidata Giorgio Stracquadanio del Pdl.
Per i clienti di Anemone si parla di sciacquoni, tapparelle, tappezzeria, doppi vetri alle finestre, mobiletti, piastrelle del bagno: niente che possa attentare alla democrazia, d’accordo.
Dalla Libera Muratoria al Muratore Scontato, dal Gran Architetto dell’universo all’architetto Zampolini, non è la stessa cosa, no!?!
Eppure è la stessa Italia e lo stesso modo di farsi largo, di comandare, di vivere. A colpi di conoscenze, di raccomandazioni, di pubbliche relazioni. Gli amici degli amici, i favori, le attenzioni per mogli e figli perché altrimenti che senso avrebbe dirsi cattolici, professare il valore della famiglia, principio non negoziabile (è tutto il resto che lo è)?
Nella lista di Gelli c’era una certa Italia: affarista con il pretesto dell’anti-comunismo e della fedeltà atlantica. In quella di Anemone ci sono il Viminale, la Rai, il Vaticano, il Viminale, i funzionari pubblici, i servizi segreti. In una parola, Roma. Con le sue frequentazioni e le sue seduzioni.
La pubblicazione della lista Gelli, nel 1981, provocò un terremoto, la caduta del governo Forlani, per la prima volta la Dc perse palazzo Chigi. L’uscita della lista Anemone, nel 2010, fa tremare il Palazzo. Le voci si rincorrono: prossimi arresti, dossier, altri ministri coinvolti, la maggioranza allo sbando, Fini in attesa, Tremonti silente, il Quirinale preoccupato… E vacilla Silvio Berlusconi. Al posto di Forlani oggi c’è lui. La tessera numero 1816 di quell’elenco di trent’anni fa. Era di maggio.
Ma cos’è la lista “Anemone” che fa paura ai potenti ?
Naturalmente sono tutti innocenti e, anzi, va detto che prove di colpevolezza non ne esistono.....
Ma di che sta parlando?
Dei 400 e passa signori che compaiono in una lista trovata dalla Guardia di Finanza nel computer di Diego Anemone e subito sequestrata (è «nata» nel 2003 e le Fiamme Gialle l’hanno presa nel 2008). Questa lista è rispuntata fuori nel maggio 2010, non si sa come né perché, dal momento che persino i due pubblici ministeri di Perugia, Alessia Tavernesi e Sergio Sottani, ne ignoravano l’esistenza e hanno aperto un’inchiesta per capire come esca fuori a questo punto.
Sa che forse non sarebbe male riassumere i fatti?
Subito. Ricorderà che i pubblici ministeri fiorentini (si chiamano Giuseppina Mione e Giulio Monferini) avevano messo in carcere quattro persone, tra cui Diego Anemone, costruttore di 38 anni (tornato libero per decorrenza dei termini) e Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. I due magistrati, che hanno anche accusato il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso di corruzione, ipotizzavano, basandosi su molte telefonate intercettate, ma senza troppi riscontri documentali, che Anemone fosse un amicone di Bertolaso e Balducci e avesse ottenuto un gran numero di appalti dalla Protezione civile, dando in cambio (sono sempre i ragionamenti dei giudici accusatori) tanti favori, comprese un paio di notti di fuoco con ragazze allegre. L’inchiesta non era di competenza di Firenze, e avrebbe dovuto essere trasferita a Roma.
Ma siccome tra gli indagati c’è anche un giudice di Roma, il fascicolo è finito a Perugia. I due pm di Perugia (per i nomi vedi sopra) hanno lavorato su documenti e testimoni e in questo modo hanno messo in una situazione molto difficile il ministro Scajola, quello della casa-vista-Colosseo che s’è dovuto dimettere, poi è uscita questa lista, partorita dal computer di Anemone, composta da gente che ha avuto a che fare con questo costruttore.
Che nomi sono?
Grossi. Oltre a Scajola, ci sono, tra gli altri, Mancino, vicepresidente del Csm, Bertolaso, monsignor Francesco Camaldo, Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri (giudici della Corte costituzionale), Gaetano Blandini (direttore generale per il cinema dei Beni culturali), il direttore generale della Rai Mauro Masi, il vicedirettore generale della Rai Giancarlo Leone, la giornalista Cesara Buonamici, il genero di Ettore Incalza, un collaboratore del ministro Matteoli, che si è subito dimesso. Il caso di Incalza sarebbe simile a quello di Scajola, avrebbe ricevuto per la casa della figlia 520 mila euro in assegni da 12.499 euro. Incalza ha smentito. Ma, del resto, hanno smentito tutti, dicendo che sono lavori pagati con tanto di fatture e ai prezzi di mercato. Bisogna credergli e la invito a non fare pensieri maliziosi.
Io credo a lei e a loro, però il caso è strano. Tutti da Anemone! E come mai?
Ci sono altri misteri. Nella lista è scritto per due volte «Claps Potenza», cioè il caso della ragazza trovata violentata e morta nella chiesa di quella città. Anemone ha fatto qualche lavoro laggiù? Un’altra stranezza è: «appartamento via Arno del papa». Papa era il cognome delle due sorelle che hanno venduto l’appartamento-vista-Colosseo a Scajola. «Papa» può essere «il Papa»? Via, non scherziamo. I lavori privati realizzati nelle case che contano, le molte falegnamerie allertate per realizzare le librerie private dei politici, facevano scaturire dopo mesi i grandi appalti pubblici per l'imprenditore di Grottaferrata. Gli iperlavori del G8 della Maddalena, la ricostruzione dell'Aquila, poi i Mondiali di nuoto a Roma e tutte le opere del "giro fiorentino".
Un monopolio di appalti pubblici.
E' impressionante scoprire la profondità della ramificazione pubblica di Diego Anemone e della sua famiglia, capaci di ottenere 65 appalti importanti in sei stagioni. Le sue aziende hanno costruito il carcere di Sassari (58 milioni di euro) e realizzato cinque interventi nel "minorile" romano di Casal del Marmo. Era forte su quel terreno, con quei ministeri (Interno, Difesa), l'imprenditore Anemone.
E infatti, grazie al "certificato Nos" per i lavori con le "istituzioni sensibili", ha ottenuto dodici appalti per otto caserme della guardia di finanza, corpo nel quale aveva generali e marescialli amici che lo informavano delle inchieste sul suo conto. Si scoprono due appalti con i carabinieri (la caserma di Tor di Quinto, sempre a Roma) e quattro con il Viminale. Importante è il cantiere di via Zama, sede dei servizi segreti.
Seguendo il libro mastro della contabilità di Anemone si torna dal generale (gli appalti pubblici) al particolare (i lavori nelle case dei vertici della polizia e dei servizi). Nella lista si possono avvistare gli interventi nella casa di via Civinini interno 6 intestata all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro (qui appuntato come "capo Ps", ma in realtà vi risiede il figlio) e quelli nella stessa strada romana - presumibilmente lo stesso palazzo - che ospita l'appartamento di Antonio Manganelli, successivo capo della polizia. Lo staff di Manganelli fa sapere che quella dimora è stato presa in affitto, ma non ancora occupata. De Gennaro, invece, conferma di aver conosciuto l'imprenditore Anemone e che la sua famiglia lo ha regolarmente pagato per la ristrutturazione. Negli appunti edili, ancora, c'è il nome del capo dei servizi segreti, Nicola Cavaliere: lui assicura di non aver mai incontrato Anemone. E' possibile che i lavori nella casa di Cavaliere siano stati realizzati quando l'appartamento era occupato da Claudio Scajola, ministro dell'Interno dal 2001 al 2002.
I lavori nei palazzi dei poteri.
Il livello dei rapporti del costruttore del Salaria Sport Village gli ha consentito di entrare direttamente nei palazzi di Silvio Berlusconi. La lista di Anemone racconta, infatti, di quattro interventi a Palazzo Chigi: la consegna di un letto, poi di una cucina, alcuni mobiletti e la generica manutenzione. Appuntava tutto, il costruttore. Una seconda nota parla di "Palazzo Grazioli" (la residenza privata romana del premier), senza ulteriori specifiche. Quindi, si legge di un intervento in un ufficio della presidenza del Consiglio ricavato in via XX Settembre, dell'impianto di condizionamento della sala stampa di Palazzo Chigi e della "sede di Forza Italia".
Tre appalti il costruttore di Grottaferrata li ha ottenuti con il dicastero delle Finanze, uno con le Attività produttive, uno con il ministero dell'Istruzione. Uno, ancora, è stato segnato come "ministero delle Scienze". A Porta Pia le manovalanze di Anemone si sono occupate del nuovo ufficio di AB (presumibilmente Angelo Balducci, il presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici oggi in carcere) e in via Monzanbano dell'ufficio dell'ingegner Rinaldi. Ma i "servigi" dell'imprenditore ai potenti hanno garantito altri appalti pubblici romani: il Policlinico Umberto I (due interventi), l'ospedale Spallanzani, la Facoltà di Architettura di Valle Giulia e a Latina la Casa dello studente universitario. Nello sport, oltre al Centrale del tennis, ecco gli interventi sui centri Coni di Madonna di Campiglio e Schio. Poi lavori su sette chiese, a dimostrazione di un asse di ferro con il Vaticano. E quelli in emergenza (60 milioni) per la frana di Cavallerizzo, provincia di Cosenza. Dove Bertolaso era, al solito, commissario straordinario.
Camillo Toro secondo gli inquirenti apprendeva dal padre Achille ormai ex procuratore aggiunto della capitale notizie sulle mosse della magistratura di Firenze. E presumibilmente anche delle misure di custodia cautelare in carcere imminenti per i vertici del sistema gelatinoso. Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Fabio De Santis e Diego Anemone saranno arrestati il 10 febbraio. Il massimo dell'agitazione fra quelli della combriccola che finiranno in carcere si registra alla fine di gennaio 2010 tra il giorno 28 e il giorno 30.
Tutto si muove tra Roma e Firenze in quelle ore decisive. Il capo della procura di Roma Giovanni Ferrara chiama l'omologo fiorentino Quattrrocchi. E apprende dell'inchiesta in corso e anche di più. Come da prassi, spiega Ferrara, il capo di un ufficio riferisce ed esamina coi suoi sostituti notizie di indagine. Semmai sarebbe grave, dice, se non lo facesse perchè verrebbe meno ad un suo dovere. D'altra parte Achille Toro è in quei giorni ancora coordinatore del pool che a Roma indaga sugli stessi illeciti negli appalti per le grandi opere e dunque sa.
Secondo gli inquirenti informava il figlio allo scopo di soddisfare richieste che venivano dall'entourage degli indagati. Comunque il figlio di Toro contatta e incontra l'avvocato di Firenze Azzopardi, punto di raccordo fra la combriccola e la famiglia Toro. Sa dunque cosa bolle nel pentolone delle inchieste. Perchè ad aggiornarlo ci pensa Camillo. E cosi funzionari e imprenditori indagati possono mettersi a lavoro per parare i colpi. Inutilmente. Il gip di Firenze accelera, e ordina di arrestarli, sollecitato dai pm e dagli investigatori anche per il pericolo di fuga. Secondo gli inquirenti progettavano di andare a Madrid o Acapulco. Qualcosa avevano già messo a segno comunque: cambio di utenze telefoniche. utilizzo di skype per contattarsi e decidere le contromosse che comunque, come già detto, non avranno successo.
In riferimento agli appalti della "cricca", ci sono anche le consulenze d'oro.
Consulenti pagati a peso d’oro anche se l’appalto era stato bloccato. Perché nelle carte processuali dei magistrati di Firenze che hanno indagato sulla costruzione della Scuola dei Marescialli a Firenze, c’è un intero capitolo dedicato agli incarichi affidati a professionisti esterni per un totale di oltre tre milioni e mezzo di euro. Basti pensare solo uno è stato ricompensato con oltre un milione di euro. Un elenco di personaggi, talvolta imparentati tra loro, che però non comparivano nelle liste ufficiali del Provveditorato. Non solo. Gli accertamenti affidati ai carabinieri del Ros hanno consentito di scoprire che era stata addirittura ingaggiata una società per svolgere le mansioni affidate a uno dei funzionari. Lui stesso è stato costretto ad ammetterlo quando gli sono stati mostrati i documenti acquisiti, relativi ai due lotti del cantiere. Del resto le liste relative al 2009 mostrano come siano stati elargiti compensi per circa un milione di euro anche per altri lavori gestiti dalla stessa struttura.
Nomi e compensi. Il 19 febbraio 2010 viene convocato Sergio Fittipaldi, 61 anni, «dirigente a contratto con il ministero delle Infrastrutture». Il 5 maggio 2009 è stato nominato "Responsabile Unico del procedimento" del cantiere. Pochi giorni dopo ha disposto la sospensione dei lavori. Secondo l’accusa, il blocco è stato determinato per favorire il costruttore Riccardo Fusi e la sua Btp, che era stato estromesso in favore della società Astaldi. È il filone d’inchiesta dove è indagato anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini proprio perché avrebbe tentato di agevolare l’amico imprenditore. Fittipaldi, viene dunque ritenuto testimone chiave. E, incalzato dai pubblici ministeri, riconosce a verbale di aver effettuato nomine esterne nonostante lo stop che aveva imposto. «Per la vicenda della scuola dei marescialli, durante l’incarico del mio Rup, furono disposte alcune consulenze che hanno coinvolto un gruppo di professionisti tutti coordinati dal professor Silvio Albanesi... Sono stati tutti nominati con lettere di affidamento subito operative a firma del provveditore De Santis che rimandavano ai particolari economici e quant’altro ad atti successivi, cioè a schemi di disciplinare che dovevano regolare il contratto. Ricordo di aver fatto il calcolo del compenso comunicandolo al ministero che ha le relative carte. Il professor Albanesi ha pattuito un compenso di 950.000 euro circa per il lotto A e il lotto B. L’architetto Carpenzano aveva un compenso di circa 200.000 euro per la parte architettonica, per l’impiantistica meccanica l’ingegner Eugenio Cimino aveva un compenso di circa 350.000 euro del tutto simile a quello della parte elettrica dell’ingegner Dario Zaninelli. Per la parte strutturale il compenso era stato congruito e accettato con la società Italingegneria di Roma, con direttore tecnico il figlio del professor Albanesi, ingegner Tommaso Albanesi ed era di circa 1 milione e 100.000 euro. Vi era poi l’incarico all’ingegner Fabio Frasca che aveva la consulenza degli impianti a rete esterna dell’area. Per costui il compenso accettato era di circa 90.000 euro. De Santis nel conferire gli incarichi pensava di attingere dal quadro economico generale gestito dal ministero con fondi del ministero dell’Interno e Ministero delle Infrastrutture con la particolarità che quelli dell’Interno sono definiti finanziamenti annuali e quindi in prima battuta erano erogazioni pubbliche, salvo poi addebitare all’impresa inadempiente l’esubero delle spese e quindi anche i costi di consulenza». Una tesi che i legali di De Santis, Remo Pannain ed Enzo Gaito, hanno già respinto. Fittipaldi riconosce poi che «Albanesi lo conosco da tempo, mentre il figlio l’ho conosciuto in questa occasione».
La società Schema. Fittipaldi nomina i consulenti, ma questo evidentemente non basta. E così decide di firmare un altro contratto con la società Schema, che di fatto svolge le mansioni a lui affidate. Quando i magistrati gliene chiedono conto, dichiara: «La ragione è che la struttura ministeriale stava a Roma e io a Firenze. La mia struttura mi doveva consentire di controllare il gruppo di consulenti nominati. Il precedente Rup non aveva l’esigenza di una verifica tecnica del gruppo di lavoro, che non c’era neanche. La società Schema mi mette a disposizione una persona all’occorrenza, che rimane presso la sede, a cui io mi rivolgo in relazione ai compiti e alle esigenze che man mano si manifestano. Ad esempio: la Schema fornisce supporto al Rup nei contati con i consulenti che devono redigere documenti progettuali aggiornati, quindi è una struttura tecnica che verifica la bontà delle soluzioni in variante che man mano si sviluppano. A tal fine mi sono avvalso dell’ingegner Bosi. Un altro esempio è questo: in cantiere vi sono due lotti, con due direttori dei lavori. Uno è nella struttura del provveditorato, uno nella struttura del ministero, quasi che fossero due appalti distinti. Il riordino delle riserve dell’impresa, lo screening sulle riserve, è stato fatto da Schema. Inoltre mi appoggio a Schema per i pareri legali. L’importo a favore della società Schema era una tantum e stabilito in 600.000 euro complessivi fino alla fine del procedimento. Il disciplinare non è mai stato formalizzato. Gli incaricati di tale società hanno fino ad ora lavorato in forza di una lettera di incarico dell’ingegner De Santis che daterei circa a giugno 2009». A Fittipaldi viene poi chiesto di elencare le ragioni che giustificarono il blocco del cantiere visto che secondo il suo predecessore era necessario un provvedimento motivato del ministero e anche in questo caso lui non può che «confermare la circostanza». Poi aggiunge: «È stata proprio questa la ragione del contrasto che ha poi portato alla sostituzione di Mercuri».
Un giro di escort d'alto bordo, circa 350, con tanto di nomi e cognomi e con tariffe che oscillavano tra i 500 ed i 700 euro, è finito nel grande calderone dell'inchiesta sul G8 della Maddalena, sui Grandi eventi e sulla Scuola marescalli di Firenze. Escort pagate dagli imprenditori amici della "cricca" (Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola), i costruttori Diego Anemone, Guido Ballari ed altri in corso di identificazione da parte dei carabinieri del Ros e dei magistrati delle procure di Perugia e di Firenze. Escort sparse ed a disposizione in tutta Italia per i principali funzionari pubblici arrestati tranne che per Angelo Balducci che, come hanno messo in luce le intercettazioni telefoniche, aveva un altro giro, quello gestito dal corista del Vaticano (subito messo alla porta quando è venuta fuori la storia), che procurava a Balducci uomini, soprattutto di colore, che si prostituivano.
Fino ad ora le escort citate nei faldoni della monumentale inchiesta di Firenze e Perugia, erano tre o quattro. Le loro apparizioni sono documentate dalle intercettazioni telefoniche relative ai viaggi di Fabio De Santis e Mauro Della Giovanpaola a Venezia, i due funzionari pubblici arrestati. Tra di loro le chiamavano "zoccole", ma all'imprenditore Diego Anemone costavano come squillo di lusso, anche 5 mila euro a incontro. Ma il giro scoperto è molto più grosso, centinaia di escort di lusso da portare dovunque, ai ricevimenti, alle serate ufficiali, alle inaugurazioni ed ai sopralluoghi dei lavori del G8 tra Sardegna, Lazio e Toscana. Ragazze di varie nazionalità (russe, ucraine, venezuelane, cubane) ben inserite nella Roma bene con un ampio carnet di clienti facoltosi: attori, calciatori, politici e, naturalmente i grandi funzionari dei lavori pubblici dei vari ministeri. Più volte i carabinieri del Ros, nelle loro intercettazioni, hanno ascoltato Fabio De Santis intrattenersi con amici mentre si dilungava in racconti piccanti ed esaltava la qualità delle prestazioni di varie squillo. Ed è proprio seguendo De Santis che gli investigatori hanno scoperto un'altra storia molto curiosa per via della quale il funzionario del ministero avrebbe potuto passare guai seri.
La storia è questa. L'imprenditore Guido Ballari, anche lui beneficiato dalla "cricca" si adopera per trovare a Fabio De Santis una escort particolare, nel quartiere della Balduina a Roma. Contatta la escort, stabilisce il prezzo (oltre 500 euro) e poi dà l'indirizzo a De Santis. Il funzionario va all'appuntamento e dopo qualche ora va via lasciando la escort a casa. Alcuni minuti dopo Ballari chiama al telefono De Santis e lo informa di essere scampato ad un serio pericolo: "Minchia Fabio, siamo stati fortunati, cinque minuti dopo che sei uscito da quella casa è rientrato il marito". "Il marito di chi?" domanda De Santis: "Della zoccola che sei andato a trovare...". La donna era una escort-casalinga che svolgeva il lavoro, stando alle intercettazioni, all'insaputa del marito.
Non sono soltanto Diego Anemone e Guido Ballari, ad aver pagato le prestazioni delle escort. Altri imprenditori amici della "cricca" si sarebbero adoperati per procacciare ragazze agli amici dei ministeri. Di certo, seguendo il filo delle intercettazioni, gli investigatori sono arrivati a Venezia dove De Santis e Della Giovampaola erano andati al Festival del Cinema. In quell'occasione Diego Anemone incarica il fratello Daniele di rallegrare la serata dei due. Daniele Anemone contatta Simone Rossetti (l'organizzatore della serata di massaggi al Salaria Sport Village per Guido Bertolaso) e gli chiede di ingaggiare due escort da mandare in laguna. C'è qualche difficoltà ma alla fine la risposta via sms è rassicurante: "Due zoccole per Venezia si rimediano, non c'è problema".
Quella serata a Diego Anemone costa intorno ai 5 mila euro: 1.500 per l'albergo, e 1.500 a testa per le due escort alle quali viene chiesto di vestirsi in modo elegante. Rossetti rassicura: "Ci ho una russa, occhi azzurri, capelli biondi, avrà poco più di 20 anni. E poi queste russe parlano poco, non sbroccano e non fanno casino". Qualcuno ha fatto anche una classifica sugli "utilizzatori finali" del giro di prostitute. Ha vinto Fabio De Santis: oltre 150 "contatti" con le escort, soltanto nel periodo delle intercettazioni.
La cricca degli appalti puntava il Vaticano.
C'’è una lettera agli atti della procura di Perugia che sta guidando le indagini degli investigatori e sta togliendo il sonno a tanti, troppi, alti funzionari e ministri della Repubblica. È un “anonimo” di una dozzina di pagine arrivato nei primi giorni di marzo alla procura di Firenze – il primo ufficio inquirente che ha indagato sul comitato d’affari, ancora presunto, della cricca – e poi subito girato per competenza ai colleghi perugini. Decisivi riscontri all’anonimo sono già arrivati dall’autista tuttofare di Angelo Balducci, il tunisino Laid Ben Fathi Hidri, testimone chiave dell’inchiesta sul sistema gelatinoso. La lettera spiega e disegna uno schema assai chiaro di «come funziona la piovra degli appalti».
Nella prima casella si parla di Balducci, «pupillo del Vaticano (colui che non viene mai cambiato qualunque governo ci sia) e non riuscirete a condannarlo». Nella seconda casella c’è «l’autista Fati, uomo di fiducia di Angelo Balducci» indicato con il ruolo di «centro di smistamento». Poi basta seguire le freccette. In alto portano «alla figlia di Lunardi, prendeva lei le tangenti al posto del padre, il ministro dei Lavori Pubblici (leggi Infrastrutture) Lunardi Pietro». Tornando alla casella «Centro di smistamento (Hidri)» le freccette conducono verso «Diego-impresa (cognato di Balducci) socio al centro sportivo sulla Salaria» e da qui, in sequenza, verso «un’impresa addetta ai restauri di politici e prelati» e poi a nove «imprese prestanome».
È uno schema sibillino che diventa però ogni giorno più riscontrato. «Vi ricordate l’agenzia immobiliare e il mio amico tunisino?» scrive l’anonimo. «Balducci – prosegue – lo prese come suo autista e poi come uomo di fiducia coltivandolo giorno dopo giorno per realizzare il suo progetto. Con i soldi delle tangenti per anni ha comprato ville in Tunisia e precisamente a Cartagine intestandole al tunisino Fati per due-tre anni per poi rivenderle e riprendere denaro pulito. Questo denaro una volta rientrato in Italia è stato investito al km 15 della Salaria dove c’è un Centro sportivo (il Salaria sport villane, del costo preventivato di circa venti milioni di euro). Inoltre Balducci e Diego Anemone, posseggono vari appartamenti miliardari nel centro di Parigi, Milano e Roma. Un impero miliardario».
Lo schema della cricca che dal 2001 ha gestito i grandi appalti pubblici in Italia ormai sembra chiaro: grandi opere – Mondiali di nuoto, G8 alla Maddalena, i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia - in cambio di favori e vari tipi di utilità, semplici tangenti ma anche case, posti di lavori, restauri di immobili fino a cose minime come auto, telefoni, prostitute, in qualche caso massaggi e dintorni. Ricostruita, ancora in parte, anche le geografia delle “tasche” che di volta in volta gestivano ed elargivano le tangenti: le società di prestanomi (Medea, Mida e altre decine, tutte già agli atti); i 240 conti correnti dell’architetto Luigi Zampolini, l’uomo che ha dato il nero per acquistare le case di Scajola, dei figli di Balducci, del generale Pittorru; le alchimie societarie del commercialista Gazzani. «Indaghiamo su altri passaggi di denaro sospetti» dicono gli investigatori riferendosi ad operazioni gemelle a quelle di Scajola. Non quindici come trapelato, ma «meno di una decina». Almeno un paio riguardano l’onorevole Pietro Lunardi tra il 2001 e il 2006 ministro delle Infrastrutture. La ditta di Anemone ristruttura la sua casa di campagna a Basilicanova in provincia di Parma («quei lavori poteva farli solo lui» sostiene l’ex ministro). E nel 2004, grazie all’amicizia con Balducci, Lunardi acquista a prezzo vantaggioso da Propaganda fide (che gestisce il patrimonio immobiliare del Vaticano e di cui Balducci è consulente) un palazzo a Roma in via dei Prefetti. Non è finita qua. Il figlio di Lunardi, Giuseppe, riesce a vendere alla società Iniziative speciali srl un immobile zeppo di abusi in via Sant’Agata dei Goti nel rinomato quartiere Monti a Roma. Iniziative speciali è della madre di Rinaldi (commissario per i Mondiali di nuoto): nel 2007 riceve da Anemone quattro bonifici per un totale di 500 mila euro. Perché?
La lettera anonima va oltre i ministri e porta la cricca dentro il Vaticano. Agli atti ci sono riferimenti ancora non chiari a nomi che sembrano in codice, Angelina e Jessica. È un fatto che Anemone, tramite Balducci, era diventato costruttore di riferimento di Propaganda fide. E che Balducci, tramite monsignor Camaldo fino al ‘97 segretario del cardinal Poletti e oggi prelato d’onore di Sua Santità, avesse un filo diretto e riservato con gli uffici del Pontefice.
Ci mancava solo Tonino, nel caso della «cricca». La macchia si spande e sfiora il leader dell’Italia dei valori. Di Pietro è «compromesso», come tutti al ministero, «una manica di banditi». A parlare al telefono (intercettati dagli inquirenti) sono il numero uno della Btp Riccardo Fusi e il suo vice, Roberto Bartolomei. I due (entrambi indagati) hanno appena saputo che il dicastero delle Infrastrutture non restituirà all’impresa il cantiere della scuola Marescialli di Firenze. È il 17 febbraio 2010, Bartolomei a quel punto si sfoga. Citando il leader Idv e un «Lu», probabilmente Pietro Lunardi, predecessore di Tonino al ministero delle Infrastrutture: «Non c’è mica nessun problema... tanto, ascolta, questo è un film bell’e visto (...) lì sono tutti compromessi, dal ministro a tutti i sottosegretari...». Frasi, commenti, brani di chiacchierate. Uno squarcio su una realtà che - stando ai fatti - sarebbe molto più complessa di quella raccontata finora.
Complessa anche l’altra indagine in cui è coinvolto Di Pietro e che sarà oggetto di interrogazione parlamentare da parte del senatore Gramazio del Pdl. Secondo un finanziere l’ex Pm avrebbe segnalato ai giudici il possibile coinvolgimento di Clemente Mastella in un’inchiesta su una truffa. Alessandro Giorgetta, imprenditore finito in carcere e sotto processo, avrebbe denunciato: «Al mio processo uno dei testimoni ha riferito di aver ricevuto dalla Guardia di finanza un verbale già compilato con cui accusare il leader dell’Udeur». A provarlo ci sarebbero anche delle registrazioni, in cui un finanziere spiega esplicitamente che «il procedimento riceveva impulso da una segnalazione dell’onorevole Di Pietro che avanzava l’ipotesi di coinvolgimento dell’onorevole Mastella». Tutti gli elementi sono al vaglio della Procura di Bari, ma che se confermati getterebbero una nuova luce sull’immensa influenza di Tonino sulla giustizia italiana.
C’è un solo imprenditore che è stato più forte di quella che i magistrati fiorentini chiamano talvolta la “banda”, altre volte la “cricca” di Angelo Balducci, l’imperatore dei lavori pubblici italiani. Questo imprenditore si chiama Emiliano Cerasi, e insieme al padre Claudio guida la Sac, società di costruzioni romana. Ai Cerasi, o meglio al Pd che li sponsorizzava, è stato costretto ad arrendersi persino uno che faceva il bello e il cattivo tempo in ogni appalto come Balducci.
Lo racconta l’ordinanza da cui parte l’indagine anche su Guido Bertolaso, a pagina 63. Siamo nel 2007, e si sta assegnando uno dei grandi appalti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità di Italia, quello per la realizzazione a Firenze del nuovo teatro della musica. Vale 80 milioni di euro, è il boccone più grosso di tutta la partita (al secondo posto la città della scienza di Roma: 32,7 milioni).
Romano Prodi ha appena messo Balducci a capo di tutti gli appalti per i grandi eventi. Il funzionario pubblico, o - come dicono i magistrati - il capo della banda, ha già deciso a chi assegnare quel boccone così appetitoso: a Valerio Carducci, un fiorentino (nato a Bagno a Ripoli) titolare della Giafi costruzioni, da tempo ben introdotto con la Margherita, e soprattutto disposto a una certa riconoscenza nei confronti di Balducci, che conosce da anni.
Secondo i magistrati quel teatro era stato «illecitamente promesso» proprio a lui. Ma, dice l’ordinanza, «secondo quanto emerso dai dialoghi intercettati», alla fine è arrivata la sorpresa: Carducci a bocca asciutta, l’appalto da 80 milioni finisce a Emiliano Cerasi che «aveva pure goduto di illecite pressioni politiche in favore della sua impresa».
Cerasi non è un imprenditore qualsiasi a Roma. Non solo perché ricopre la carica di vicepresidente dell’Associazione, ma perché per anni è stato notoriamente l’imprenditore più amato e coccolato da Walter Veltroni, sindaco di Roma e poi primo segretario del Pd. Non c’è stata una cena elettorale in cui non sia mancato l’apporto di Emiliano o del padre Claudio. Ma non è stata solo questione di finanziamenti (quelli erano stati dati in passato anche a Francesco Rutelli sindaco).
Per i Cerasi si trattava proprio di una passione. Tanto che papà Claudio fece pure outing con il Corriere della Sera durante la campagna elettorale del 2006: «Io mi sento più vicino a Veltroni». Gli altri costruttori sorrisero con un pizzico di sarcasmo: «E ci mancherebbe, con quel che gli ha dato!». Palaexpo, auditorium parco della Musica, costruzione del nuovo museo d’arte del 21° secolo, il Maxxi, parcheggio del Pincio (appalto poi revocato da Gianni Alemanno), non c’è stata grande opera della capitale che non abbia visto trionfare l’impresa dei Cerasi durante i lunghi anni di Veltroni sindaco. Un rapporto solidissimo, giunto al culmine alla fine del 2007 quando il sindaco di Roma fra i suoi ultimi atti riuscì a imporre un proprio candidato per la prestigiosa poltrona della nuova Fiera di Roma: Ottavia Zanzi, gentile consorte di Emiliano Cerasi. Una coppia simbolo del nuovo partito della sinistra: lui più vicino all’anima Ds, lei a quella della Margherita. Ci furono polemiche, Veltroni mise cappello sulla nomina e le troncò così: «È una donna, ed è brava, e quasi sempre le due cose sono sinonimo».
Storia, quella dell’appalto pilotato da Balducci ai Cerasi, quasi dimenticata nell’ordinanza. Eppure è proprio dal fatto che la “cricca” Balducci deve piegarsi a qualcuno più forte che parte l’inchiesta di Firenze. Perché per altri motivi i magistrati hanno sotto intercettazione il telefonino di un architetto, Marco Casamonti, pizzicato mentre chiama un collega, Paolo Desideri. Si parlano proprio di quell’appalto per il teatro della musica di Firenze, perché Casamonti ha fatto il progetto per Carducci (rifiutato) e Desideri quello per i Cerasi (vincente grazie alle pressioni politiche). Dopo l’assegnazione è montata la rabbia dello sconfitto, che fa ricorso al Tar.
In quella telefonata, avvenuta ala fine della campagna elettorale 2008, i due architetti solidarizzano, dicendosi l’un l’altro che tanto i progetti tecnici da loro elaborati erano contati un fico secco, visto che l’appalto veniva assegnato per altre logiche e in commissione aggiudicante manco si erano preoccupati di salvare la forma inserendo un tecnico del settore. I due si dicono che all’interno del ministero ancora guidato da Antonio Di Pietro c’è un sistema scandaloso di gestione degli appalti: «Non è limpido… non è limpido… c’è un sistema dentro il Ministero dei Lavori pubblici che sfiora lo scandalo». Casamonti spiega che il ricorso al Tar è solo strumentale, serve all’impresa che lo ha fatto per avere qualcosa in cambio. E ci azzecca, perché Balducci e la sua “cricca” (Fabio De Santis, Mauro della Giovampaola) ricompenserà Carducci inserendolo insieme a Diego Anemone negli appalti più rilevanti per il G8 a La Maddalena.
Fin qui l’inchiesta che poi prosegue raccontando per intercettazioni e prove documentali come Balducci e i suoi pilotino la danza degli appalti per i grandi eventi in barba a Guido Bertolaso, ma favorendo imprese amiche in cambio di favori e utilità personali (auto, ville, viaggi, prostitute e forse anche soldi). Ma i magistrati non spiegano perché in un solo caso la “cricca” si piega non a favori personali, ma alle richieste politiche di un partito, il Pd.
E qui la risposta più che le intercettazioni, la fornisce la biografia. Perché dopo avere ricoperto incarichi locali anche di prestigio (il più importante a Siena, comune rosso per eccellenza), l’imperatore dei lavori pubblici è proprio con il genitore del Pd, e cioè l’Ulivo che inizia a fare carriera. Il gran salto avviene nel 1996, con l’arrivo di Romano Prodi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Su proposta per altro di Di Pietro, Balducci diventa prima direttore generale della Difesa del suolo al ministero dei Lavori pubblici, e poi presidente della V sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici. L’anno dopo il ministero gli affida la responsabilità delle zone terremotate dell’Umbria e delle Marche. Nel 1998 viene nominato sempre dal governo dell’Ulivo provveditore delle opere pubbliche del Lazio e poi dell’Umbria. Con questo incarico Balducci affiancherà il sindaco di Roma Rutelli nei grandi lavori per il Giubileo: un rapporto solidissimo, che vedrà scendere in campo il primo cittadino della capitale a difendere Balducci dagli attacchi degli ambientalisti. E che culminerà nel trionfo (estate 2000) della gestione della giornata mondiale della gioventù con papa Giovanni Paolo II alle porte di Roma.
Da lì in poi ai vertici dei lavori pubblici attraverserà gli anni del governo Berlusconi che proprio alla fine, nel gennaio 2006, lo nominerà commissario per i mondiali di nuoto a Roma. Ma è di nuovo grazie a Prodi che Balducci farà il salto di qualità, nel 2007, diventando il dominus degli appalti di tutti i grandi eventi (mondiali di nuoto, 150 unità di Italia e G8 a La Maddalena), portandosi con sé come attuatore degli appalti (altro decreto firmato da Prodi) proprio quel De Santis che poi l’ha seguito in carcere.
Un potere immenso, quello raggiunto nell’autunno 2007 e che secondo i magistrati ha avuto aspetti ancora più inquietanti: una mediazione alla vigilia di Natale fra un’impresa fiorentina, la Baldassini Tognozzi Pontello spa, desiderosa di entrare nel giro di grandi appalti, e la cricca Balducci. La compie Francesco Maria de Vita Piscitelli, che sostiene nelle intercettazioni di avere dovuto oliare «i funzionari di via della Ferratella», struttura della presidenza del Consiglio dei ministri (allora c’era Prodi) decisiva per quegli appalti. Siccome il mediatore non aveva liquidità a dovuto chiedere un prestito di 100 mila euro a usurai campani della camorra, che indietro ne hanno voluti 140 mila.
Oltre a un ingresso nel sistema “Balducci”. Scrivono i magistrati a proposito di quanto avvenuto proprio nei mesi finali del secondo governo Prodi: «È dunque emerso l’interessamento anche di soggetti legati alla malavita organizzata di stampo mafioso che controllano cordate di imprese interessate al banchetto costituito dagli ultramilionari appalti sopra citati».
PARLIAMO DELLA QUESTIONE MORALE.
In Italia la "Questione Morale" non nasce certo negli anni '80. Viene da lontano: fascismo prima, 35 anni di DC dopo, non hanno certo contribuito ad accrescere le virtù etiche degli italiani, ma è negli anni '80 che si gettano le basi (basti rammentare lo yuppismo, l'edonismo reaganiano, la Milano da bere ecc.) per arrivare a realizzare la Società dei furbi e degli imbroglioni.
In questo Paese, dove tutto finisce a "tarallucci e vino" seguendo il motto del "vivi e lascia vivere", la questione morale è stata sempre accantonata con un senso di fastidio e, se qualcuno ogni tanto la nominava, veniva tacciato di moralista, reo di non essere un "uomo di mondo".
Questa forma mentis è dilagata sempre più dando ragione a quanto affermava Piero Calamandrei:"Questo Paese è moralmente marcio".
Coloro che hanno una certa età ricordano che Enrico Berlinguer pose il problema con grande determinazione nella famosa intervista rilasciata a Eugenio Scalfari nel Luglio 1981, in cui affermava: "I partiti non fanno più politica. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato". Ed aggiunse "La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano.......Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude."
Colpa della politica che ha demandato tutto alla magistratura, perché a questa e solo a questa è stata affidata la coscienza morale della nazione, come se i magistrati fossero alieni di un altro pianeta non collusi con il sistema.
La questione morale è politica e istituzionale e si ripropone in tutta la sua gravità ed urgenza nei partiti, nelle istituzioni, nell'amministrazione, nei mercati finanziari e nell'economia più in generale. Ma se è vero che ai politici tocca la palma dell'essere in prima fila in questa sciagurata classifica, è la "società civile" che esprime i propri rappresentanti, li elegge, chiede loro la "raccomandazione", la ottiene, li rivota ed il cortocircuito è bello e fatto.
Questione morale e questione politica s’intrecciano. Sono passati anni da Tangentopoli, dal giorno in cui Craxi bollò come “mariuolo” il suo amico Mario Chiesa, colto con le mani nel sacco. Ma non fu soltanto una volgare ruberia. Era già l’incrociarsi della questione morale con quella politica. E i partiti della prima repubblica ne furono travolti.
In principio è sempre la morale. Inutile truccare le carte buttandola in questione istituzionale, o giuridica o finanziaria. La prima differenza è tra essere onesti o essere disonesti. Certo l’occasione fa l’uomo ladro. Uno diventa deputato, ministro, manager pubblico. Ma non è quello che ti cambia. Semmai ti rivela per quello che sei, servo del sistema.
Berlusconi descrisse bene la situazione al Nord negli anni di Tangentopoli: “A Milano non si poteva costruire se non ti presentavi con l’assegno in bocca”. Parola di un grande imprenditore. Segno che c’era una classe politica capace d’imporre la sua legge corrompendo, estorcendo tangenti alle imprese. Si sa che molto di quelle “offerte” restava incollato alle mani del corruttore. Ma la ragione principe adombrata era sempre il finanziamento del partito.
Nel 1992-1993 ciò che emergeva era una politica rapace che metteva gli imprenditori con le spalle al muro: paga o non lavori, finanzia i partiti (e le correnti e il mio conto corrente) o resti a girarti i pollici. Nel 2008, invece, sono gli imprenditori a menare la danza, trasformando la politici in loro impiegati, gli eletti del popolo in lacché a cui si può dare ordini. Sono loro i "padroni del mondo", per usare una fortunata espressione di Tom Wolfe, i cui codici sono l'inganno e la sopraffazione.
E i partiti? Non contano nulla. E questo agevola il dominio incontrastato del partito dei sindaci eletti dal popolo, sempre più svincolati dalle ragioni etiche della politica, sempre più immersi nel pragmatismo delle questioni. L’eclisse dei partiti è l’altra variante della nuova questione morale. Essa ha favorito il sopravvento degli interessi e l’intreccio tra politica e potere economico.
Il partito dei governatori e degli assessori non ha porte né finestre per la gioventù meridionale. Il leaderismo e il populismo, di destra e di sinistra, non hanno fascino sulle nuove generazioni. Non sono riusciti a compiere un solo passo decisivo verso la liberazione dalla soggezione inalterata al potere delle mafie, che doveva essere il compito morale primario di una classe politica responsabile. Il tutto aggravato da una rappresentanza parlamentare che la stessa legge elettorale ha reso sempre più autoreferenziale, che non rende conto a nessuno, né agli elettori né al territorio, sempre più disincarnata dal tessuto vivo della società. Non ultima spiegazione della assoluta mancanza di una reazione collettiva, di una emozione popolare al disfacimento della politica, a differenza di quanto avvenne per Tangentopoli che culminò nell’osceno lancio di monetine contro l’auto di Craxi.
Ma il 2008 ci consegna anche un'altra realtà: le procure ormai trasformate in call center con migliaia e migliaia di intercettazioni date in pasto all'opinione pubblica, alla stampa e finanche alla sceneggiatura di "Porta a porta" della Rai e di "Matrix" di Mediaset. Allo stesso modo, la presenza come teste della difesa dell'assessore di Rifondazione con l’auto blu a un processo in cui sono alla sbarra militanti vicini al gruppo politico in cui si milita. O come la presenza dei magistrati (accompagnati da auto blu e, talvolta, dalla scorta) a convegni, dibattiti televisivi, feste e tagli di nastri, invitati come testimonial della professione o rappresentanti del proprio ufficio.
Una nuova Tangentopoli? Una nuova questione morale? Domande che hanno investito in specie il Pd e i governi locali del centrosinistra: Abruzzo, Basilicata, Campania, Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia, Pescara, Potenza ecc. ecc.
Oggi la politica regionale e locale è guerra di tutti contro tutti. Nei Consigli comunali come in quelli regionali, la preferenza unica produce campagne elettorali estremamente costose, e combattute fino all’ultimo voto. La lotta è anzitutto tra i candidati della medesima lista. Ecco in chiaro le radici delle ambigue contiguità tra politica e affari. Poi, le maglie larghe delle regole, dei controlli e delle responsabilità consentono di orientare la gestione della cosa pubblica in vista dei debiti contratti, e delle alleanze future. Mancando partiti veri che gestiscano razionalmente e democraticamente il cursus honorum, il consenso personale è l’unico patrimonio che conta in politica.
Oggi il potere nel governo regionale e locale è per tutti i partiti elemento strutturale e dominante.
Un governatore di Regione, o un sindaco di grande città, conta quanto vari ministri di media stazza. I partiti sono costruiti intorno a loro. Ovunque, l’uomo forte tende a essere il sindaco, il governatore, l’assessore. Si spiegano così gli applausi di Pescara per il sindaco inquisito, e il preannuncio di possibili liste civiche. Nel feudalesimo di partito, chi ha cariche di governo locale è tra i signori feudali più forti. La vera vittima dei più recenti sviluppi nella politica italiana è il partito nazionale. E dunque si capisce che Veltroni non dica praticamente nulla nella direzione Pd sulla tempesta in atto. E che solo nell’assemblea dei giovani lui attacchi, qualche ora dopo, i capi-bastone. Intanto, tutti rimangono sereni al loro posto. Non è certo questione di poteri formali. Un segretario di partito, anche il più scassato, ce l’ha. Il problema è la forza di esercitarli.
Sulla questione morale a “Sinistra”, vi è “Compagni Spa”, un’inchiesta del 4 dicembre 2008 di Gianluca Di Feo su “L’Espresso”, giornale palesemente di sinistra.
Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia. L'ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d'affari.
Quel parco "mi fa cagare da sempre". Quando il sindaco di Firenze vuole cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a Perugia, da Crotone a Trento, dall'Aquila a Foggia le inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse aprono una questione più profonda: mettono in discussione la capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro, sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Pd, stupisce la capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise con la destra e con speculatori d'ogni risma.
Le giunte traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano intrallazzi più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali, come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli; sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all'opuscolo sulla crociata anti-lavavetri dell'assessore fiorentino Graziano Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli, amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con Salvatore Ligresti.
Inutile invocare la questione morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali.
Se Biagi si è dimesso, lo 'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti, Fausto Rapisarda. Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi telefoni per qualunque cosa".
Per Cioni non c'è il partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge, sembravano sentirsi protetti. L'inchiesta del nuovo procuratore capo Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è trasformato in una rissa. E l'inchiesta è solo agli inizi. Ogni giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con migliaia di telefonate scottanti da analizzare.
A Napoli il dramma si è già materializzato nella scelta estrema di Gianni Nugnes, l'ex assessore che si è ucciso dopo l'arresto per i disordini contro una discarica. Un politico che restava ancorato alla sua Pianura, il quartiere con il record di edifici clandestini. Dicono che si sia sentito isolato, chiuso in un angolo per le scelte di suoi ex colleghi. Come Enrico Cardillo, potente assessore al Bilancio, che con le sue dimissioni pare cercare riparo per sé e per il sindaco Rosa Russo Iervolino dal prossimo tsunami giudiziario. In due anni la giunta Iervolino ha già perso sette assessori, tutti azzoppati dalla magistratura e finora sostituiti con personaggi di alto livello. Le anticipazioni del 'Mattino' prefigurano un nuovo terremoto in quei palazzi infausti per la sinistra, dove solo dieci mesi fa naufragò il governo Prodi. Questa volta l'epicentro dovrebbe essere in municipio, tra le poltrone della Margherita. Al centro delle indagini c'è il potere di Alfredo Romeo, un superstite della vecchia Tangentopoli partenopea diventato il monopolista nella gestione di immobili pubblici e considerato vicino all'area di Francesco Rutelli. Il gruppo Romeo ha una rete di relazioni che arriva ovunque: cura persino la manutenzione del Quirinale, del Senato e del ministero dell'Economia. Gli hanno affidato centinaia di migliaia di case popolari e gran parte delle cartolarizzazioni: nel 2001 è stato pure incaricato di vendere lo stadio Olimpico. Gli atti giudiziari lo accusano di aver osato l'impossibile: fa lavori abusivi nella sua splendida villa di Posillipo e quando la procura mette i sigilli al cantiere, lui va avanti. E quando la magistratura lo denuncia, secondo un'inchiesta appena chiusa, un importante giudice si sarebbe mosso per convincere i colleghi ad archiviare la pratica.
Ma la questione Romeo potrebbe non essere solo campana. Le sue aziende arrivarono sul Campidoglio negli anni di Rutelli. Poi dalla giunta Veltroni hanno ottenuto il mega-appalto da 650 milioni per la manutenzione stradale, sospeso a fine agosto da Gianni Alemanno con il risultato di lasciare le strade costellate di buche e cantieri che hanno inghiottito fiumi di denaro. Sono disastri che mostrano come il problema non è solo etico: la malapolitica produce arretratezza, servizi inefficienti, sprechi. Se nel Lazio ci fosse un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti, la convivialità alla vaccinara tra l'assessore Mario Di Carlo, già numero uno della Margherita, e il monopolista delle discariche forse avrebbe suscitato meno clamore. Invece di emergenza in emergenza la spazzatura dei romani continua a marcire nell'orrido di Malagrotta. O lo spettacolo finale del centrosinistra abruzzese, dove alla vigilia del voto la maggioranza colata a picco dall'arresto di Ottaviano Del Turco corre ad assumere in pianta stabile schiere di portaborse.
Non ci sono pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco pd di Perugia Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un'inchiesta ha coinvolto i vertici dell'Autostrada A22, ipotizzando reati bipartisan: c'era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente Silvano Grisenti, legatissimo al governatore pd della Provincia, Lorenzo Dellai. Grisenti viene accusato di corruzione, turbativa d'asta, tentata concussione per sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi familiari: è l'uomo della 'magnadora', la mangiatoia. Una grana a poche settimane dalle elezioni? Dellai l'ha trasformata in un punto di forza, costringendo l'indagato a dimettersi senza se e senza ma. La condanna politica ha trasmesso negli elettori un'immagine di pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1 dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni, si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell'ente presieduto da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico il commento dell'interessato: "Ho una famiglia numerosa".
'Tengo famiglia' è un argomento che funziona meglio dell'indulto: fa perdonare tutto. Così come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i favori concessi alla sua "segretaria particolare". L'ha assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l'ha poi nominata nel consiglio d'amministrazione di una municipalizzata, ma la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo: solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato documenti. Peccati veniali? Orazio Ciliberti è sotto processo per questa storiaccia e per un'altra vicenda, ma rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e vicepresidente nazionale dell'Anci.
Restano relegati in periferia anche i peccati d'omissione, veri o presunti. A Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico: il capogruppo Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è che questo scenario era stato denunciato un anno fa da Marilina Intrieri, all'epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare l'ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco Minniti, all'epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non c'entra: l'etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo delle procure. E allora a cosa si riduce la politica?
Perché tutta la mappa dell'Italia rossa è costellata di inchieste che rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l'Umbria. Il sindaco di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni con Carlo Carini, il re dell'asfalto. Nello scorso maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì, sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l'istruttoria non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri. Almeno per ora.
Genova invece si è appena ripresa dallo choc per la retata che a maggio fece traballare il sindaco Marta Vincenzi e le tolse letteralmente il sonno: "Quei cattivi guaglioni mi hanno pugnalato a tradimento". Gli investigatori sono partiti dal municipio e adesso scavano nelle attività di altri enti. Il peggio è passato? I magistrati potrebbero regalare un brutto Natale al centrosinistra ligure: è in arrivo la chiusura delle indagini, che toglierà il segreto su molti dossier. La storia è nota. Un industriale della ristorazione cerca di mettere le mani nel piatto delle mense cittadine, 26 mila pasti al giorno, e vuole "oliare il meccanismo". Sono finiti in carcere il portavoce della Vincenzi e due consiglieri comunali mentre due assessori indagati si sono dimessi. Solo pochi giorni fa è stato pubblicato il verbale di Massimo Casagrande, l'ex consigliere arrestato, che ricostruisce l'inizio della trama: "Era ancora in corso la campagna elettorale della Vincenzi. Roberto Alessio si dichiarò disponibile a dare un contributo. Ventimila euro. Nel frattempo chiese un nostro interessamento...".
Rispetto a questi scandali, la crisi sarda è storia diversa: è la sfida finale tra due modi di fare politica e costruire il consenso. La pancia del Pd si è mossa contro Renato Soru per logiche di partito più che affaristiche: l'entroterra non interessa ai palazzinari da spiaggia. Ma l'abitudine di trasformare i capanni agricoli in casette è diffusa nell'isola tra tutti i ceti urbani e rurali. Un mondo che Antonello Cabras, l'antagonista di Soru, conosce bene: è stato segretario del Psi negli anni Ottanta, poi presidente della Regione e parlamentare ds. Soru invece vola alto e vuole chiudere il suo impegno di tutela ambientale: le dimissioni dimostrano che è pronto a tutto, anche a proseguire senza il Pd. E il maltempo furioso di questi giorni, con alluvioni e frane, concretizza gli effetti disastrosi del 'mattone ovunque e comunque', diventando una sorta di spot per Soru. 'Piove, governatore virtuoso', ironizzano i suoi fan: forse l'unica eccezione alla slavina morale del centrosinistra.
PARLIAMO DI DIFENSORE CIVICO.
Il Difensore Civico, organo indipendente che fa da mediatore tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione, è stato istituito con la legge numero 142 dell'8 giugno 1990. La sua attività è stata ampliata dalle leggi 59 e 127 del 1997, le cosiddette leggi “Bassanini”, che in questo non hanno avuto ancora una realizzazione compiuta. Esso opera sul territorio ad ogni livello, comunale, provinciale e regionale, ma non è presente una figura nominata sul territorio nazionale. I cittadini che vogliono far ricorso al Difensore civico devono rivolgersi all’Ente di riferimento. Il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, "Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali", conferma, all’art. 11, la figura del “Difensore Civico”. Per la legge lo Statuto comunale e quello provinciale possono prevedere l'istituzione del Difensore Civico con compiti di garanzia dell'imparzialità e del buon andamento della Pubblica Amministrazione comunale o provinciale, segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni, le carenze ed i ritardi dell'amministrazione nei confronti dei cittadini. Inoltre può fare controllo di legittimità degli atti amministrativi dell’ente, ai sensi dell’art.127.
Quel “possono prevedere”, dettato dalla legge, ha indotto molti enti locali (ed è sotto gli occhi di tutti) a fare a meno del Difensore Civico, figura alquanto ostica per le loro funzioni, dato il suo compito di controllo. In altri casi si è provveduto alla nomina per nepotismo, o attingendo alla figura dei “trombati della stessa parte politica” per quella tornata elettorale.
PARLIAMO DEGLI IMPIEGATI FANNULLONI E DELL’ASSENTEISMO CHE IN ITALIA COSTA 14 MILIARDI DI EURO.
«Scopri un assenteista e troverai un tesoro». Si potrebbe parafrasare così il guadagno che si potrebbe fare se l'assenteismo nel pubblico impiego fosse effettivamente scoperto e combattuto. Stime approssimative indicano in un punto percentuale di Pil (14 miliardi di euro) la spesa assorbita dalle giornate di assenza dei pubblici dipendenti. Si tratta del più classico esempio di spesa improduttiva a carico dei contribuenti, la cui riduzione a livelli più fisiologici consentirebbe di portare alla luce un "tesoretto" di notevoli dimensioni.
PARLIAMO DEL BONUS DELLA PRESENZA.
Quel premio per la presenza esiste già? E non da oggi, bensì dal 1995!! Il premio per chi semplicemente si presenta al lavoro è occultato abilmente nel contratto nazionale dei ministeri sotto la misteriosa sigla Fua: Fondo Unico di Amministrazione. Si tratta di soldi che, attraverso la contrattazione integrativa, vengono formalmente destinati a premiare la «produttività» dei lavoratori, ma che di fatto si risolvono in un aumento in busta paga per il solo fatto di timbrare il cartellino. Volete sapere qual è il motivo? Se un dipendente pubblico non è presente, non produce. E le pratiche rimangono lì. Quindi, il premio alla presenza è considerato un premio, appunto, alla «produttività».
PARLIAMO DELL’IMPUNITA’ DEI COLLETTI BIANCHI.
Le persone in carcere per droga sono il 15%; quelli per reati contro il patrimonio il 31; quelli per i reati contro la persona il 15%. Marginali sono le aliquote riguardanti delitti come l' associazione mafiosa (3%) e infinitesimali quelli per i reati dei 'colletti bianchi', conferma della compresenza di due codici distinti.
C'era una volta la lotta alla corruzione. Lotta dura, simboleggiata da Mani pulite. Lotta che ha sconvolto l'Italia della politica e dell'impresa nella metà degli anni Novanta. Memorabile l'immagine di quell’industriale che usciva dal carcere milanese di San Vittore, borsa Vuitton in alto, simbolo di ricchezza e del suo potere. Aveva resistito poche ore alle manette. E giù una confessione-fiume sulle mazzette da lui girate a questo o quell'uomo politico. Purché si aprissero dietro lui le porte della prigione, in vista del processo. Ma, dopo le sentenze, quanti corruttori o corrotti hanno veramente pagato? Quanti gironi infernali hanno dovuto attraversare prima di riavere la libertà definitiva? La sensazione che pochissimi fossero gli sfortunati era diffusa. Ora c'è la certezza.
La legge non è uguale per tutti.
Nell'arco di vent'anni, dal 1983 al 2002, compreso quindi il periodo di Tangentopoli, solo il 2 per cento ha scontato pene in carcere, mentre il 98 per cento l'ha fatta franca. O perché è scattata la sospensione condizionale (sotto i due anni) o perché sono state riconosciute misure alternative (servizi sociali: tra due e tre anni). E soprattutto perché nell'87 per cento dei casi la sentenza è stata mite: sempre meno di due anni. Sono cifre rese pubbliche da una ricerca condotta dall'ex pm Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani pulite, ora giudice di Cassazione, e Grazia Mannozzi, docente di diritto penale all'Università dell'Insubria (Como e Varese). Ricerca riversata nel libro "La corruzione in Italia", editore Laterza. Due anni per un lavoro tutto sui numeri, tratti dal Casellario giudiziale centrale. Una miniera di dati che inizialmente dovevano dar vita a una smilza analisi destinata a una rivista specializzata di diritto. Ne è venuto fuori invece un volume di 373 pagine, ricco di grafici e tabelle. Dentro, un inedito censimento sulle tangenti "made in Italy". Con risultati choc. Ad esempio, solo due condanne a Reggio Calabria (in vent'anni!). Ancora. Nessuno riesce a immaginare che la Finlandia, il paese più "virtuoso" in Europa, secondo le statistiche di Transparency International, possa registrare condanne per corruzione quasi uguali a quelle dell'Italia. Che invece, sempre secondo Transparency International (classifiche elaborate sulla base di indici di "percezione"), è al penultimo posto, davanti al fanalino di coda Grecia, la più corrotta.
A proposito di risultati. I due autori bacchettano i corpi di polizia che «tendono a privilegiare l'attività di sicurezza pubblica rispetto a quella di polizia giudiziaria», ossia trascurano le indagini delle procure. Per questo annotano: «Non riteniamo di poter correlare alla (loro) attività la massiccia emersione della corruzione negli anni '92-94».
Un'altra delle sorprese che balzano all'occhio leggendo "La corruzione in Italia" riguarda la distribuzione del sistema mazzettaro sul territorio: «Intere aree geografiche del nostro paese, almeno stando al numero delle condanne per corruzione e concussione (l'estorsione del pubblico ufficiale, ndr) passate in giudicato, non sembrano essere state neppure sfiorate dal fenomeno Tangentopoli».
Partiamo dai più bravi. Al primo posto, l'area della Corte d'appello di Milano (882 casi), seguita da quella di Torino (568), Napoli (538) e Lecce (poco meno di 500). Stupiscono Genova (137) e, soprattutto, Firenze, «interessata a malapena da Mani pulite». Nel Meridione c'è invece atmosfera da "grande freddo", con l'eccezione, come si è visto, di Lecce e Napoli, dove «la macchina giudiziaria sembra aver funzionato efficacemente». Se a Reggio Calabria, però, quanto a condanne, c'è il deserto, non meglio se la cavano altri distretti meridionali. Come L'Aquila, Potenza, Salerno e Campobasso, per nulla toccati dalle «inchieste per corruzione». Stesso clima dal fronte di altre città della Sicilia e della Sardegna: Catania, Caltanissetta e Cagliari. Ma come, tutto lo Stivale è pervaso da un'atmosfera tale da «rovesciare un intero sistema politico con una risonanza mediatica senza precedenti» e laggiù non succede nulla? Secco il commento di Davigo-Mannozzi: «La repressione della corruzione in Italia tra il 1983 e il 2002 è avvenuta a macchia di leopardo». Colpendo solo alcuni distretti e «lasciando completamente indenni altri».
Andiamo allora a vedere che cosa succede nel profondo Sud. Come si spiega la vicenda di Reggio? Non si può certo credere che quella fosse una zona franca. Tanto più che l'ex sindaco Agatino Licandro, dimessosi nel '92, quindi nel pieno di Mani pulite, ha raccontato nel libro "La città dolente" «i particolari del patto del disonore con nomi, fatti, circostanze, e citando tutti i documenti necessari per trovare riscontri e prove». Come mai ci si imbatte in un numero così modesto di fatti di corruzione? Non solo in Calabria, ovviamente, ma anche nelle altre regioni appena nominate. Cerchiamo allora di capire, dati alla mano, se vi è uno stretto intreccio tra corruzione e criminalità organizzata. Con una premessa. Quello della corruzione è un "mercato illegale", come gli altri tipici mercati illegali, dal traffico di droga al gioco d'azzardo. Nelle zone ad alta densità mafiosa è anch'esso sotto il controllo delle singole associazioni espressione del territorio, vale a dire la 'ndrangheta in Calabria, Cosa nostra in Sicilia e così via. Pertanto non è un caso se ci sono funzionari pubblici a libro paga delle organizzazioni.
Insomma, pochi casi vengono accertati. Rappresentano la punta dell'iceberg, quella che spunta dall'acqua. Ma il grosso continua a rimanere sotto, nella montagna sommersa.
PARLIAMO DEI FUNZIONARI PUBBLICI NON LICENZIATI PUR CONDANNATI.
Tanto bonus, poco malus. Sui premi sono tutti di manica larga, mentre storia ben diversa è quella degli uffici disciplinari, unico strumento efficace per sanzionare i comportamenti scorretti. Questo risulta dal censimento del Ministero dell’Interno. Qui sul banco degli imputati salgono i comuni, il 70 per cento dei quali non si è neanche preoccupato di attivare questo servizio. E in assenza di un controllore, fannulloni, furbetti e delinquenti hanno vita facile, visto che, come osservano gli autori del censimento, "a parte il rimprovero verbale e scritto" (ossia la classica ‘lavata di capo’) non gli si può fare un bel niente. Fra province e comuni si sono aperti in tutto oltre 2.500 procedimenti disciplinari, ma si è arrivati a una sanzione in meno di 1.900 casi. Senza dimenticare il paracadute sindacale, che da sacrosanta difesa dei lavoratori troppe volte si trasforma in tutela del privilegio.
Sintesi delle osservazioni sulla gestione disciplinare prodotte dalla Corte dei Conti con Delibera n. 7/2006/G, da cui si evince una palese immunità ed impunità.
In questo paragrafo vengono sintetizzate le valutazioni, inerenti ai profili gestionali critici e a problematiche situazioni consolidatesi negli uffici controllati:
a) i continui mutamenti organizzativi, originati da prescrizioni normative e/o amministrative e caratterizzati da un sostanziale disinteresse per le sorti di una funzione naturalmente “tipizzata”, come quella disciplinare, pregiudicano il principio di continuità della azione disciplinare e tendono a disperdere specializzazioni professionali nella difficile materia;
b) analoghi effetti produce la forte mobilità di dipendenti nel settore disciplinare;
c) nelle istituzioni scolastiche questi fenomeni si accentuano perché la nuova organizzazione, basata su criteri autonomistici, convive con l’arcaica e disefficiente struttura consultiva “piramidale”. Quest’ultima è titolare di un anomalo potere di codecisione, che viene implementato da una frequente utilizzazione interdittiva di sanzioni proporzionate all’illecito;
d) risulta ancor più lenta e difficoltosa, rispetto alle precedenti indagini compiute da questa Corte, la capacità di evadere le notizie istruttorie. Il fenomeno riguarda soprattutto i casi più problematici, ove si intuisce una tendenziale riottosità ad illustrare compiutamente le disfunzioni amministrative e le loro conseguenze;
e) la tempistica delle vicende penali permane ipertrofica e allontana nel tempo la definizione disciplinare dei reati;
f) la tempistica dei procedimenti disciplinari - sia pure con le eccezioni e particolarità evidenziate in relazione – presenta margini di miglioramento rispetto ai valori rilevati nelle precedenti indagini. Essa rimane tuttavia assolutamente problematica se rapportata ai tempi tassativi previsti dalla legge, il cui mancato rispetto invalida la legittimità formale delle sanzioni disciplinari. Il fenomeno si acuisce e tende a concentrarsi nelle istituzioni scolastiche;
g) tendono ad accentuarsi – soprattutto nelle istituzioni scolastiche – i problematici rapporti, già accertati nelle precedenti indagini, tra le cancellerie penali e gli uffici disciplinari, da ascriversi prevalentemente al comportamento delle prime ma - talvolta – anche alla inadeguatezza dei funzionari degli uffici disciplinari ad interagire con procure e tribunali;
h) si sono verificate situazioni di mancata applicazione delle pene accessorie inerenti al rapporto di impiego;
i) sono state intercettate alcune situazioni di mancata apertura del procedimento disciplinare, con conseguente impunità del soggetto condannato in sede penale per reati rilevanti;
j) le situazioni di ritardo e le disfunzioni amministrative, inficianti la regolarità formale dei procedimenti, induce i funzionari responsabili a minimizzare le sanzioni, in modo da prevenire i ricorsi degli interessati e gli esborsi pecuniari conseguenti;
k) anche per le sospensioni cautelari il complesso “diritto vivente”, risultante dalle eterogenee disposizioni, normative e dagli andamenti giurisprudenziali, produce l’effetto secondo cui, al centro delle valutazioni della amministrazione più che la esigenza cautelare rimane la preoccupazione degli effetti economici della sospensione stessa;
l) quanto alla tempistica della funzione cautelare emerge che tra la data del fatto illecito e l’adozione del provvedimento decorre un tempo medio superiore a due anni;
m) i complessi meccanismi giurisdizionali e amministrativi illustrati nella relazione provocano la frequente permanenza in servizio di condannati per reati gravissimi. Queste situazioni sono talvolta accentuate dagli apparati amministrativi competenti;
n) alcune pronunce, soprattutto di carattere arbitrale, presentano notevoli profili problematici, aggravando situazioni di disparità ed effetti, anche patrimoniali, negativi per l’amministrazione;
o) emerge una sensibile dissonanza tra le pronunzie penali e quelle dei giudici del lavoro anche in termini ermeneutici della legge n. 97/01. Su tale fenomeno si riverbera, probabilmente, la natura del rapporto di lavoro pubblico “privatizzato”, dietro la cui controversa connotazione semantica si nasconde un coacervo di interessi concreti diversi da quelli del rapporto di lavoro privato;
p) permane, rispetto alle precedenti indagini, la eterogeneità delle sanzioni disciplinari in ordine ad analoghe tipologie criminose. Su tale fenomeno incidono, tra l’altro, la presenza di irregolarità formali nel procedimento disciplinare ed i condizionamenti ambientali;
q) si consolidano fenomeni elusivi della funzione disciplinare, quali i passaggi ad altra amministrazione, alcuni dei quali con esiti di recidiva particolarmente gravi;
r) nell’esercizio della mobilità non risultano prassi di verifica, da parte della amministrazione ricevente, dei requisiti di moralità del dipendente trasferito;
s) le procedure di arbitrato e conciliazione, applicate alle condanne più gravi, consentono di negoziare interessi ontologicamente indisponibili, privando i reati più gravi di appropriate sanzioni.
PARLIAMO DI URANIO IMPOVERITO.
I proiettili composti da questa sostanza raggiungono temperature elevatissime e hanno una capacità distruttiva letale. Sono l'ideale per perforare corazze di carri armati e mezzi blindati. Il problema è che quando questi proiettili si polverizzano, si trasformano in un composto di veleni che se respirati si depositano nelle ossa, nei reni, nel fegato, nei polmoni. Immaginate una spruzzata di aerosol che in meno di un'ora dall'inalazione ha già raggiunto il fegato. Soldati italiani sono morti senza saperlo, senza che nessuno li avesse avvertiti che, oltre al pericolo noto, ce n'era un altro molto più vicino e molto più sottile. Sono morti anche animali, sono stati inquinati campi e pascoli nelle zone militari dove vengono usati questi proiettili.
PARLIAMO DI SPIONAGGIO E RICATTI.
Ricatti privati e pubblici dossier. Così come dimostra l’inchiesta del “l’Espresso”.
L'Italia è una Repubblica fondata sul ricatto? Negli anni bui della prima Repubblica si riteneva che il vero potere nascesse dai dossier, una convinzione nata dagli scandali che si ripetevano con cadenza decennale, dai fascicoli degli spioni del Sifar agli elenchi di Licio Gelli. Ma i collezionisti di informazioni riservate, con cui condizionare carriere e affari, non hanno perso il vizio della schedatura. E ancora oggi è difficile fare un censimento dei giacimenti di dati particolarmente sensibili, dove spesso si mescolano vere notizie e verosimili pettegolezzi. L'ultimo allarme è nato intorno allo sterminato database di un consulente delle procure, il poliziotto in aspettativa Giocchino Genchi, che solo nel corso dell'indagine 'Why Not' avrebbe intrecciato numeri telefonici di 392 mila persone. Materiali acquisiti in modo lecito, ma sulla cui gestione il Garante della Privacy ha appena cercato di mettere ordine. Basta con le 'relazioni circolari', il meccanismo che allarga gli accertamenti a dismisura affidandoli all'intuito del consulente: il nuovo codice varato dal Garante prevede che i periti possono "raccogliere solo i dati necessari per adempiere all'incarico ricevuto dal magistrato", che deve "autorizzare espressamente l'incrocio" (dei tabulati telefonici, ad esempio). Terminato il lavoro, i consulenti giudiziari "devono consegnare non solo la relazione finale, ma tutta la documentazione acquisita", con "divieto di conservarne originali o copie senza espressa autorizzazione del magistrato".
Ci sono invece scorte di incartamenti pirata, come quelli costruiti dalla sicurezza aziendale della Gucci di Firenze, che ha creato migliaia di file schedando dipendenti, fornitori e collaboratori grazie alle notizie vendute da poliziotti e finanzieri corrotti. Tutto aveva un prezzo: tabulati telefonici (dai 100 ai 200 euro), precedenti penali (50 euro), radiografia fiscale (100 euro). Molto ambiti anche i resoconti del Telepass (50 euro): permettono di conoscere gli spostamenti attraverso l'Italia e avere riferimenti fiscali e bancari sugli accrediti. Perché gli archivi pubblici fanno acqua e quelli privati fanno paura.
I tecnici del Garante si dichiarano consapevoli che "il problema resta enorme". E negli ultimi mesi hanno provato a mettere in sicurezza almeno le maggiori banche dati pubbliche: ministero della Giustizia e forze di polizia. Gli stessi magazzini informatici che, in questi anni, sono risultati sistematicamente saccheggiati da 007, funzionari infedeli e perfino da curiosi con l'hobby del gossip. Le prime verifiche hanno confermato molti problemi di sicurezza e qualche stranezza. L'archivio pubblico più vulnerabile è l'anagrafe tributaria, che contiene tutte le notizie rilevanti per il fisco sui residenti in Italia. Nel provvedimento finale del 18 settembre scorso, il garante Pizzetti scrive che il ministero dell'Economia "non ha alcuna conoscenza dell'effettiva identità e neppure del numero degli utenti che accedono all'anagrafe tributaria", perché non è mai esistita "una certificazione informatica attendibile". L'ispezione ha infatti documentato che i segreti fiscali e patrimoniali degli italiani potevano essere liberamente violati, oltre che da migliaia di dipendenti statali (centrali e periferici), da "60 mila utenze informatiche intestate a 9.400 enti, tra cui Comuni, Province, Regioni, Asl, università e consorzi". Fino a tre mesi fa, ben "3.270 enti esterni" avevano "un collegamento diretto con l'intera anagrafe", consultabile senza lasciare traccia "anche da aziende private come Enel e Telecom", gli ex monopolisti che già dispongono di milioni di informazioni riservate. Insomma, un colabrodo dove si potevano arraffare i redditi di Berlusconi e Veltroni, di star del cinema o rivali in amore.
Le indagini giudiziarie documentano che, nei casi più gravi, i dossier sono farciti di materiali sottratti dalle sorgenti migliore, ossia gli archivi di Stato: oltre a redditi e patrimonio (ministero delle Finanze), i controlli di polizia (banca dati del Viminale), precedenti penali (casellario giudiziario), perfino i documenti top secret dei servizi segreti. La protezione degli archivi pubblici diventa così il primo argine contro i poteri occulti. In questi mesi l'autorità per la privacy sta scatenando "un'offensiva" per una corretta gestione delle maxi-centrali informative delle forze di polizia. E nelle prime verifiche non sono mancate le sorprese. Gli addetti ai lavori erano convinti che la banca dati più potente d'Italia fosse il Sistema d'indagine (Sdi) delle forze di polizia, che è collegato in rete con analoghi mega-schedari degli Stati europei dell'area Schengen e con alcuni sotto-archivi dell'Interpol (ad esempio nomi, immagini, impronte e Dna dei ricercati internazionali).In realtà il Garante ha scoperto che nel 2007 tutto lo Sdi occupava tre terabyte. Una quantità di dati enorme, ma molto inferiore allo stock di informazioni riservate gestite in esclusiva dai carabinieri con i loro fascicoli P, che sta per 'Permanenti' e sono catalogati sia per fatti che per persone: l'Arma ha così un 'archivio documentale' di 60 terabyte, più altri 40 di 'denunce': sono 100 milioni di milioni di byte. È come se la storia recente degli italiani fosse stata trasferita nei computer. Ma con l'informatizzazione sarebbe scomparsa ogni possibilità di intrusione furtiva.
Sempre in tema di militari, in passato nelle leggende sul mercato del ricatto c'era una parola magica: Ufficio I. Si trattava del reparto intelligence della Guardia di Finanza che schedava aziende e cittadini. In comandi strategici come quello di Milano erano accatastati milioni di cartellini, che rimandavano a fascioli con le risultanze di verifiche fiscali, indagini giudiziarie e persino lettere anonime. Da un decennio, però, il reparto è stato cancellato e la gestione dei dati rivoluzionata. I criteri per accedere alle informazioni sono diventati rigidi: ogni ingresso lascia traccia. L'armadio informatico più delicato, quello del Gico per la lotta alle ricchezze mafiose e alle copertura istituzionali, ha addirittura livelli di autorizzazione preventiva.
Anche gli apparati di intelligence italiani hanno alle spalle decenni di deviazioni e abusi ai danni dei cittadini, come riconfermano le indagini su Sismi e Telecom. Più volte si è discusso di bonificarne gli archivi e dare una scadenza al segreto di Stato, permettendo così maggiore trasparenza sulle raccolte di notizie. Gli 007 dipendono dal governo e il primo rimedio nei paesi civili è rafforzare i controlli parlamentari. Emanuele Fiano (Pd), che rappresenta l'opposizione nel Comitato parlamentare per la sicurezza (l'ex Copaco, ora Copasir) è "abbastanza soddisfatto" della riforma varata un anno fa dopo l'ennesimo scandalo: schedature illegali dei giudici "nemici del governo Berlusconi", soldi in nero a a giornalisti "amici", sequestro di sospettati senza processo e, naturalmente, corruzione per passare i dossier più riservati agli spioni privati. "I nostri poteri di controllo sono aumentati, ma il Parlamento italiano non ha ancora veri poteri d'indagine. Ora comunque la legge autorizza solo un archivio centralizzato. E prevede inchieste interne affidate un ufficio di ispettori qualificati, da scegliere all'esterno dei servizi". In questo momento la riforma, che trasferisce le competenze nella lotta al terrorismo dall'ex Sismi (ora Aise) all'ex Sisde (ora Aisi) ha avviato un braccio di ferro anche sulla divisione dei fascicoli, custoditi nel quartiere generale di Forte Braschi e nelle sedi regionali. Conclude Fiano: "È chiaro che nessuna norma potrà impedire che un agente infedele commetta reati, ma oggi ritengo che il vero problema sia un altro: lo spionaggio privato, la sorveglianza occulta dei cittadini organizzata su scala industriale".
Il Garante chiede da tempo un intervento legislativo per autorizzare un monitoraggio pubblico dei grandi archivi informatici privati. Per ora la classe politica si è preoccupata soprattutto di ostacolare e rallentare, con decine di leggi-vergogna, le indagini legali della magistratura, comprese quelle contro gli spioni. Per le compagnie di telecomunicazioni, che sono il settore a più alto rischio, una legge varata dopo vari aggiustamenti europei impone di conciliare il diritto alla privacy con le esigenze di giustizia: le aziende sono obbligate a conservare per 24 mesi i dati telefonici e per 12 quelli telematici (come gli accessi a Intenet), perché altrimenti troppi delinquenti resterebbero impuniti. Ma per evitare tentazioni spionistiche, scaduto quel termine le compagnie dovrebbero "cancellarli o renderli anonimi". In quanto tempo? La formula è ambigua: "senza ritardo", ma "compatibilmente con le procedure informatiche".
La più recente direttiva del Garante, che 'L'espresso' è in grado di anticipare, riguarda lo spionaggio interno alle aziende: dipendenti sorvegliati di nascosto in violazione dello Statuto dei lavoratori; dirigenti controllati dai superiori o dai concorrenti. Un fenomeno "massiccio", che l'autorità di protezione punta a limitare partendo da una figura chiave: l'amministratore di sistema. Pochi lavoratori sanno che i responsabili dei computer aziendali, incaricati del salvataggio dei dati (back-up) o della manutenzione delle macchine (hardware), possono leggere tutto. "Le ispezioni anche in grandi aziende hanno riscontrato una preoccupante sottovalutazione dei rischi" e "la scarsa conoscenza del ruolo e perfino dell'identità" di questi "controllori incontrollati". Quando verrà pubblicata sulla 'Gazzetta ufficiale', la direttiva imporrà "entro 1120 giorni" di "identificare" gli amministratori di sistema, verificarne "l'affidabilità" e "registrarne gli accessi" con strumenti "inalterabili".
Per capire quanto sia grave, nell'era dell'informatica, il pericolo di un sistematico controllo occulto dei cittadini, forse basta misurare quanto resti forte, dopo decine di arresti, l'ormai famosa centrale di spionaggio privato che fino al 2006 era capitanata da Giuliano Tavaroli, l'ex carabiniere che per un decennio è stato il capo della security del gruppo Pirelli e dal 2001 anche di Telecom. Descritta dai giudici come "una potentissima struttura illegale di investigazioni clandestine degna di un servizio segreto di una media potenza", quella micidiale fabbrica di dossier personali è stata in apparenza sgretolata da tre anni di inchieste della Procura di Milano. In realtà i pm ammettono, nei loro verbali, di aver potuto scoprire solo la punta dell'iceberg. A Milano, il 5 aprile 2007, i carabinieri hanno messo sotto sequestro un supercomputer negli uffici centrali del gruppo in via Negri, accanto alla Borsa. Gli inquirenti lo chiamano "il server nero di Pirelli-Telecom". Ha una memoria spaventosa, distribuita su un'intera pila di hard-disk collegati. E contiene tutti i dati delle più intrusive azioni di spionaggio organizzate per anni da quell'associazione per delinquere : le indagini dicono che in quella macchina siglata 'RM 8000' sono custoditi, ad esempio, i risultati del cyber-attacco che svuotò i computer di tutti i manager di prima fila del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, poco prima di un delicato cambio degli equilibri azionari. Lì dentro c'è anche una copia del maxi-archivio informatico di un gigante come la Kroll, forse la più grande agenzia investigativa del mondo, carpito dai tecnici italiani del 'Tiger Team' di Pirelli-Telecom al culmine di un memorabile scontro tra spie private in Brasile. Ebbene, venti mesi dopo il sequestro, il supercomputer è ancora inviolato.
La sua memoria è protetta da una password molto particolare, composta da trentadue caratteri. I capi del Tiger Team però giurano di averla dimenticata. Un tecnico ricorda vagamente che conteneva un verso petrarchesco: "Chiare fresche e dolci acque". La Procura ha affidato ad alcuni tra i più autorevoli docenti italiani di cibernetica il compito di decifrarla, chiedendo aiuto anche una società statunitense che lavora per l'Fbi. La risposta degli esperti è che una possibilità teorica ci sarebbe, ma praticamente la missione è impossibile: per esaurire tutte le possibili combinazioni, bisognerebbe far lavorare diversi computer solo su questo obiettivo "per parecchi anni". Per i pm Napoleone, Piacente e Civardi, beninteso, gli altri archivi illegali già decifrati - con la collaborazione del Politecnico di Torino - bastano e avanzano a provare le accuse di aver spiato illegalmente circa quattromila persone (tra cui i dipendenti) e 350 società (tra cui i concorrenti), riuscendo a violare perfino i segreti dei servizi italiani e stranieri, partiti politici e scorte del presidente del Consiglio. Nel suo più inquietante interrogatorio, Tavaroli snocciolò ai magistrati un lungo elenco di grosse aziende private, sfidandoli a verificare se per caso anche le divisioni sicurezza delle imprese concorrenti usassero gli stessi sistemi spionistici. Come dire: così fan tutti.
PARLIAMO DELL’ABUSIVISMO EDILIZIO LEGALIZZATO.
WATERFRONT, IL MARE RUBATO. Inchiesta di “La Repubblica”.
Dalla Liguria alla Sicilia, sulle coste italiane proliferano i progetti di nuovi porti turistici che portano con sé una cospicua dote di appartamenti, residence, alberghi, centri commerciali, e via cementificando. Italia Nostra, Legambiente e Wwf sono sul piede di guerra. Ma alcune battaglie sembrano ormai perdute. Vediamo quali, porto per porto... Così un business miliardario conquista le spiagge "inedificabili". Santa Margherita Ligure, Marina di Massa, Napoli, Siracusa, Lipari... Stando alle leggi e ai piani regolatori non è possibile costruire alcunché a meno di centocinquanta metri dal mare. Ma ecco che una nuova parola magica, "Waterfront", sta spianando la strada a opere edilizie che, da sole, valgono al momento un miliardo e mezzo di euro. Nella Liguria devastata dall'alluvione c'è chi è pronto a mettere altro cemento su una costa che non regge più all'urto dell'acqua che scende dai monti. In Sicilia invece il cemento si vuole depositare direttamente davanti al mare, nel cuore di un sito Unesco. Ecco le mani sulle coste d'Italia. Le ruspe di colossi delle costruzioni e dell'impiantistica, di magnati del petrolio o di imprenditori sconosciuti, hanno già acceso i motori. Vogliono prendersi le rive del Belpaese, che in teoria - cioè secondo la legge - sono inedificabili. Per metterci palazzoni, alberghi, ristoranti e centri commerciali. La parola magica che consente di aggirare il divieto assoluto di costruire entro i 150 metri dalla battigia è "waterfront", declinata in sigle del tipo "rifacimento della costa" o "nuovo porto turistico".
Da Santa Margherita Ligure a Siracusa, passando per Marina di Massa, Cecina, Fiumicino, Napoli, Brindisi o Lipari, ecco i grandi affari in riva al mare. In campo imprese e società pronte a gettarsi a capofitto su un business che solo di opere edilizie vale al momento 1,5 miliardi di euro, che si moltiplicano a dismisura se si aggiungono gli affari commerciali collaterali una volta ultimate le costruzioni. Per cercare di arginare quelle che gli ambientalisti definiscono "le mille Val di Susa in riva al mare" si battono giornalmente associazioni come Italia Nostra, Wwf e Legambiente, e sparuti comitati di cittadini spesso lasciati soli dalla politica locale a fronteggiare poteri forti, anzi fortissimi, visto che in tempi record riescono a farsi approvare varianti urbanistiche su misura come non accadeva nemmeno nella Palermo o nella Napoli del sacco edilizio.
Il viaggio nei waterfront d'Italia parte dalla Liguria, da Santa Margherita. Qui la società Santa Benessere, guidata da Gianantonio Bandiera, imprenditore ligure noto per il rifacimento del teatro Alcione e per il progetto del contestato porticciolo a Punta Vagno, ha presentato al Comune un progetto da 70 milioni di euro e la richiesta di concessione demaniale dell'area portuale per i prossimi 90 anni. Cosa vuole realizzare? Un centro di talassoterapia da 30 mila presenze annue e l'allungamento del molo e della diga foranea per chiudere il golfo e consentire anche a megayacht di 50 metri di poter attraccare a Santa Margherita. Dal Fai ad archistar come Renzo Piano, in tanti contestano il piano della Santa Benessere, che dietro di sé ha soci e finanziatori più o meno occulti. L'azionista di maggioranza della società che ha presentato il progetto è un trust inglese, la Rochester holding, che a sua volta ha tra i finanziatori Gabriele Volpi, magnate diventato miliardario con il petrolio nigeriano e che oggi guida un gruppo da 1,4 miliardi di fatturato con proprietà che vanno dalla logistica petrolifera alla pallanuoto e al calcio: è proprietario della Pro Recco e dello Spezia. I soldi insomma ci sono. Lui, Volpi, prende le distanze dicendo di non sapere nulla di questo progetto e di avere investito "soltanto nel trust inglese". In realtà nel cda della Santa Benessere siedono Bandiera e Andrea Corradino, entrambi soci dello Spezia calcio. Il Comune ligure ha dato tempo fino a tutto novembre per presentare osservazioni al piano. Una torre di otto piani sul mare a guardia di un porto da 800 posti. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa è a buon punto un progetto, gradito alle amministrazioni comunali, che attorno al nuovo "marina" prevede quaranta appartamenti, un residence a tre piani, uno yacht club, una piazza da seimila metri quadrati e il piccolo "grattacielo". Pochi chilometri più a Sud di Santa Margherita altre ruspe e altri costruttori si stanno muovendo per realizzare alberghi sul mare laddove sulla carta non si potrebbe piazzare nemmeno un palo della luce. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa il gruppo di Francesco Caltagirone Bellavista vuole costruire un porto turistico da 800 posti. Peccato però che tra le strutture a supporto metta anche "40 appartamenti, uno yacht club e un residence a tre piani". "E perfino una torre di otto piani e una piazza da 6 mila metri quadrati", dice Antonio Delle Mura, presidente di Italia Nostra Toscana. Le amministrazioni comunali guardano con molto interesse all'iniziativa, in ballo ci sono investimenti per 250 milioni di euro e lavoro per molti concittadini. "Nessuno pensa alle conseguenze ambientali e all'impatto devastante per quest'area, con il rischio di erosione della spiaggia e occultamento della vista a mare: tutti sembrano essersi dimenticati, inoltre, che il progetto presentato ricalca una iniziativa del 2001 presentata dall'Autorità portuale e bocciata allora dal ministero dell'Ambiente", aggiunge Delle Mura. Italia Nostra in Toscana insieme al Wwf è impegnata però anche su un altro fronte, quello di Cecina. In campo c'è una cordata d'imprenditori locali raccolta nel Club nautico che vuole rivoltare come un calzino il vecchio porticciolo, allargandone la capienza a mille posti barca. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che accanto al porto si vorrebbe realizzare un parcheggio da 2 mila posti auto, 400 box attrezzati, 40 esercizi commerciali, un hotel a 4 stelle, un centro benessere e 80 appartamenti. E, ciliegina sulla torta, un padiglione esposizioni per la nautica e un mercatino del pesce, con ristorante ed eliporto. "Cosa c'entra tutto questo con un porto turistico?", si chiede la professoressa Roberta De Monticelli, che ha denunciato quanto sta accadendo a Cecina alla Commissione Europea: "Spostare una foce e realizzare un pennello a mare che cambierà le correnti, il tutto in una riserva dello Stato, insomma è davvero incredibile", aggiunge la De Monticelli.
Ma è a una manciata di chilometri da Napoli che si sta giocando una delle partite edilizie più importanti del Mezzogiorno. E precisamente a Pozzuoli nell'ex area industriale Sofer-Ansaldo, oggi di proprietà della Waterfront flegreo: società, questa, del gruppo dell'ingegnere Livio Cosenza, settantenne, grande elettore dell'attuale sindaco di Pozzuoli Agostino Magliulo, padre dell'onorevole Giulia e di Francesco, 35 anni, amministratore delegato della Watefront. Nel board della società in questione siede inoltre Carlo Bianco, consigliere d'amministrazione della Pirelli Re. La partita inizia quando il Comune nel 2007 affida all'architetto Peter Eisenman un piano di riqualificazione dell'area. Il piano viene consegnato all'amministrazione, che a sua volta firma subito un protocollo d'intesa con la Waterfront. Cosa prevede il mega progetto di Eisenman? Semplice, la realizzazione di un polo turistico alberghiero con annesso centro commerciale, un polo per la nautica da diporto con tanto di accademia della vela e un terzo polo definito genericamente "polifunzionale". La Waterfront affida subito la progettazione esecutiva a uno studio locale, nel quale lavora tra gli altri la figlia del sindaco di Pozzuoli. Il Cipe, nel frattempo, stanzia 40 milioni di euro per la bretella che collegherà l'area all'autostrada, con tanto di parere positivo della commissione parlamentare Ambiente e territorio nella quale siede l'onorevole Cosenza. Le ruspe sono pronte, visto che le carte ci sono tutte e sono in regola. In arrivo 600 milioni di euro d'investimenti, con tanto di anticipo già approvato da Intesa Sanpaolo. Per il professore d'economia dell'Università di Napoli Ugo Marani si tratta "di un bel progetto che sarà trasformato in scempio" e per questo "va fermato". E nel golfo incantato di Ortigia si punta a costruire sull'acqua. Siamo nel cuore di uno dei luoghi patrimonio dell'Unesco: l'isola che ospita l'antico centro di Siracusa. Qui i progetti di nuovi porti sono due: il primo chiamato Marina di Archimede è già avviato, mentre il secondo prevede una piattaforma a mare, da edificare, grande come sette campi di calcio. L'opposizione di Pozzuoli, dal Pd a Rifondazione protesta, ma al momento l'iter burocratico è già concluso e c'è poco da fare. Altri affari sono in corso nelle grandi città. Sul litorale romano, a esempio, il sindaco Gianni Alemanno ha in mente progetti in grande stile: attraverso l'Eur spa punta a stravolgere il waterfront di Ostia, costruendo beauty farm, alberghi, centri commerciali, ristoranti e perfino una scuola di surf, il tutto con la scusa di raddoppiare il porto attuale. A Palermo, invece, il consiglio comunale ha appena approvato il nuovo piano regolatore del porto, che prevede la realizzazione di un ennesimo porticciolo turistico nella zona di Sant'Erasmo, a due passi dal centro storico della città e nonostante vi siano già altri tre porti turistici in funzione sul lungomare palermitano. Nel capoluogo siciliano gli ambientalisti da anni contestano la riqualificazione di Sant'Erasmo, che sarà affidata a una società privata che gestirà il porticciolo per i prossimi trent'anni.
Le ruspe e le betoniere sono invece già in azione nel cuore di un luogo protetto dall'Unesco: Ortigia, centro storico di Siracusa che si affaccia sul bellissimo golfo aretuseo intriso di storia e leggende greche. Qui il gruppo Acqua Pia Marcia del costruttore Francesco Caltagirone Bellavista ha iniziato i lavori d'interramento per il nuovo porto turistico che sarà chiamato Marina di Archimede. Il progetto da 80 milioni di euro, presentato nel 2007 da una società locale, approvato dal Comune a tempo di record e acquistato in corsa dal gruppo Caltagirone, prevede lavori su un'area di 147 mila metri quadrati, 50 mila dei quali in riva al mare: saranno realizzati 507 posti barca, ma anche "uffici, negozi ristorante, caffetteria, centro benessere e un albergo", dice il deputato regionale del Pd, Roberto De Benedictis. Ma al Comune è arrivata una seconda richiesta, questa volta da parte di una società d'imprenditori locali, la Spero srl, che vuole realizzare un altro porto a fianco di quello di Caltagirone. La Spero vuole investire 100 milioni di euro per costruire un molo da 430 posti barca e sul mare una piattaforma - grande quanto sette campi di calcio - da rendere edificabile per mettere in piedi alberghi, centri commerciali, uffici pubblici, ristoranti, tabaccherie e anche una libreria, per dare un tocco di cultura a un'operazione che, come sostiene il deputato Pd Bruno Marziano, "realizzerebbe il sogno di qualsiasi costruttore: cementificare il mare". Il Comune ha già approvato il progetto e l'ha inviato alla Regione per l'autorizzazione integrata ambientale. "Ci si chiede però come sia possibile costruire alberghi in riva al mare o sul mare, in un sito protetto dall'Unesco. Sarebbe una follia", dice ancora De Benedictis. Intanto Legambiente annuncia battaglia: "Difenderemo Ortigia da queste speculazioni", giura il presidente regionale Domenico Fontana.
Santa Margherita, Massa Carrara, Napoli, Siracusa, sono soltanto la punta di un iceberg fatto di speculazioni sulle coste in nome dell'esigenza di nuovi posti barca che servono per attrarre turisti ma anche per costruire in zone inedificabili. Italia Nostra ha in corso una ventina di battaglie per bloccare la costruzione di nuovi porti, come quelli di Cecina, San Vincenzo e Talamone in Toscana, o Fiumicino, Anzio e Civitavecchia nel Lazio e, ancora, risalendo, quelli di Sarzana e Ventimiglia in Liguria. Soltanto in Sicilia sono già stati varati, o stanno per essere approvati, progetti di costruzione di ben 12 porti, da Menfi a Licata, da Marsala a Capo d'Orlando e Lipari, benedetti da 24 milioni di euro dell'Unione europea. Soldi pubblici per porti che saranno gestiti da privati scelti spesso senza alcuna procedura di evidenza pubblica. "Il territorio costiero è evidentemente sotto attacco", dice la presidente di Italia Nostra, Alessandra Mottola Molfino. Secondo Sebastiano Venneri, presidente nazionale di Legambiente, si tratta di puri e semplici affari perché basterebbe riqualificare i vecchi porti per ottenere migliaia di nuovi posti barca senza ulteriori cementificazioni: "Abbiamo appena completato uno studio che mette nero su bianco come sia possibile ottenere ben 39.100 nuovi posti barca semplicemente riqualificando i porti abbandonati - dice Venneri - circa 13 mila posti sono attivabili immediatamente con piccolissime opere di restauro, 9 mila posti in tempi brevi e altri 15.800 con lavori che non vanno oltre i 24 mesi". Ma in questo caso il business sarebbe molto meno appetibile. Almeno per i signori del cemento. Incendi, bombe, buste con pallottole La malavita all'attacco del Circeo. Pressioni e minacce contro chi è chiamato alla tutela dei 22 chilometri di costa laziale praticamente intatta. L'abusivismo le prova tutte in attesa delle sanatorie. La difesa di un modello economico che ha al centro i valori della natura che possono essere messi a frutto Un ordigno incendiario con 8 inneschi davanti alla sede del parco del Circeo. Due pallottole inviate al presidente del parco del Pollino. Migliaia di richieste di sanatoria pendenti nei territori sotto tutela. Villette travestite da serra che spuntano fidando nel prossimo condono. E' dura la vita degli ambientalisti nell'era delle norme edilizie fluttuanti e dei piani casa che suggeriscono allargamenti fino a ieri proibiti. Ed è dura in particolare nelle regioni in cui gli interessi della criminalità organizzata sono in espansione. "In alcune zone la crescita della tensione è palpabile", spiega Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi. "Penso al Cilento, dove Angelo Vassallo, il sindaco che si opponeva alla speculazione edilizia che premeva sul parco, è stato assassinato. Al Pollino delle intimidazioni contro il presidente, che ha ricevuto una busta con due pallottole. Ai roghi usati come arma di pressione. E a molti altri casi in rispettare la legge diventa pericoloso" L'ultimo e più evidente di questi casi è il Circeo, un parco pioniere che rischia di essere travolto dalla pressione di chi vuole mettere le mani su quei 22 chilometri di costa quasi intatta. Nato nel 1933, terzo dopo il Gran Paradiso e il parco d'Abruzzo, il Circeo ha resistito - sia pure con qualche fatica - all'assalto alla baionetta degli anni Sessanta: ha perso il tratto più settentrionale, divorato dalle case, ma la controffensiva di metà degli anni Settanta gli ha fatto guadagnare tre piccoli laghi nell'entroterra. E' una storia che si può leggere anche senza un libro. Basta arrampicarsi sul promontorio della maga Circe per ottenere un colpo d'occhio più eloquente di un trattato. Il paesaggio è disegnato con precisione: la sagoma regolare della grande foresta planiziale, 3.500 ettari che costituiscono l'ultimo retaggio delle selve di pianura che coprivano l'Italia; il centro urbano di Sabaudia, un agglomerato senza sbavature; la linea delle dune, che si estende per 22 chilometri, spezzata solo da rarissime costruzioni. E poi, appena lo sguardo esce da questo mondo ordinato, si comprende il significato del termine "area protetta". Nei luoghi non tutelati lo sviluppo degli ultimi decenni non ha concesso quartiere: l'assedio del cemento, dell'asfalto, delle serre balza agli occhi. Il confine tra questi due mondi è netto, un tratto che segue i contorni del parco circoscrivendolo con precisione. "Da queste parti la storia dell'abusivismo è lunga", racconta Sergio Zerunian, responsabile dell'ufficio territoriale per la biodiversità che la Forestale mantiene a Fogliano, accanto al giardino botanico creato dai Caetani alla fine dell'Ottocento. "Si è cominciato con gli interventi in aree molto delicate, con tracce di storia millenaria, si è andati avanti con la proliferazione dei posti barca e delle villette che alle volte vengono nascoste, durante i lavori, dietro gabbie di granturco o pareti di una finta serra". E si va avanti ancora oggi con la moltiplicazione dei roghi nelle aree più pregiate del promontorio - che come ricorda il direttore del parco del Circeo Giuliano Tallone - hanno messo in pericolo anche le case vicine; con la pressione che ha portato a 3.500 domande di condono all'interno del parco; con l'attentato in pieno giorno che ha distrutto i materiali didattici davanti alla sede del parco. Tanto che il presidente della commissione urbanistica del Comune di Sabaudia, Francesco Sanna, parla di "piano preordinato". Chi sono i nemici del parco? "Il proliferare di incendi e l'attentato vanno letti come un sintomo, un malessere. Un malessere che però è di pochi e nasce da un cambio di prospettiva non accettato", risponde Gaetano Benedetto, il presidente del parco del Circeo. "Proprio perché questo territorio si è salvato vale di più e gli investimenti hanno una redditività maggiore. Ma per passare da un modello usa e getta a un modello di valorizzazione bisogna rispettare le regole. A qualcuno dà fastidio? Noi riteniamo di fare gli interessi di chi vive nel parco arginando il nuovo cemento non previsto dai piani regolatori". La scommessa - continua Benedetto - è costruire un sistema in cui la bellezza crea valore al di là dei vecchi modelli economici: "Il piano casa della Regione Lazio agisce in deroga al piano paesaggistico e blocca la legge salva coste, consentendo di aumentare le cubature. Ma qui non è applicabile perché una legge nazionale di salvaguardia non può essere vanificata da una legge regionale". Da una parte il tentativo di realizzare un modello economico capace di far fruttare nel lungo periodo le risorse della natura, dall'altra un coagulo di interessi in cui trovano spazio anche i clan. "La malavita organizzata, come dimostrano le inchieste sui Casalesi e sulla 'ndrangheta, ha deciso che questo territorio deve diventare uno dei centri di riciclaggio del denaro sporco", precisa Marco Omizzolo, di Legambiente. "Pressioni di tutti i tipi sono in aumento nel Lazio: molti parchi vivono una fase di asfissia economica voluta, altri sono commissariati, altri sono coinvolti nelle inchieste sul ciclo illegale dei rifiuti. Anche Ventotene, nell'arcipelago di fronte al Circeo, un'isola con straordinarie potenzialità, da anni è oggetto di speculazioni e di progetti proposti dalle amministrazioni locali che vanno in senso contrario alla tutela sbandierata: l'ultimo è il costosissimo tunnel che dovrebbe devastare l'isola per far più posto alle macchine". Parliamo di un'area in cui è stato costituito un "vero sistema criminale che Libera, l'associazione antimafia presieduta da don Ciotti, non ha esitato a chiamare la Quinta mafia", aggiunge il deputato Pd Ermete Realacci in un'interrogazione parlamentare in cui si elencano molti episodi di intimidazioni e aggressioni contro funzionari di polizia e dirigenti del Comune di San felice Circeo e di Sabaudia. "Una mafia che ha soprattutto nel ciclo del cemento la sua manifestazione più eclatante. Basti pensare che stando ai dati delle forze dell'ordine nel parco nazionale del Circeo sono 1 milione e 200.000 i metri cubi fuori legge, 2 abusi edili per ogni ettaro. Secondo gli investigatori una parte è imputabile, direttamente o indirettamente, a esponenti della malavita organizzata e a quel sottobosco politico-economico che sta suscitando grande attenzione negli inquirenti".
Case abusive e condoni edilizi
Mai dire mai. La Campania vuole un altro condono. Parola di Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. Ma certo che tocca il cuore, vedere le ruspe abbattere la casa di Bacoli dove viveva Jessica, la ragazza disabile presa a simbolo da tutti gli abusivi. Ed è vero che troppo spesso le rare case buttate giù sono di poveracci che non hanno l'avvocato giusto. Ma la soluzione qual è: un'altra sanatoria come vorrebbe la Regione Campania? Giurando che stavolta sarà davvero l'ultimissimissima? È ipocrita e pelosa, la solidarietà di troppi politici campani verso gli abusivi (pochi) che in questi giorni, un sacco di anni dopo le prime denunce e le prime sentenze, si sono ritrovati alla porta i caterpillar. Dove erano, mentre intorno a loro la regione intera si riempiva di baracche e villini e laboratori e autorimesse fuorilegge? Dov'erano mentre la nobile via Domiziana veniva stuprata da fabbricati illegali costruiti perfino in mezzo all'antico tracciato sventrando il meraviglioso basolato romano? Dov'erano mentre nella «zona rossa» dei 18 comuni vesuviani, assolutamente vietata, si accatastavano case su case a dispetto degli allarmi su una possibile eruzione (« Hiiiii! Facimm' 'e corna! ») e del piano di evacuazione di circa mezzo milione di sfollati che richiederebbe 12 giorni? Dice l'autore della proposta galeotta, il pidiellino Luciano Schifone («nomen omen», ringhiano gli ambientalisti) che si tratta solo di sanare i «piccoli abusi» e cioè, come ha spiegato al Mattino, gli aumenti volumetrici non oltre il 35% previsti dal piano casa regionale varato nel dicembre 2009 e ritoccato nel 2010, ma realizzati prima che quel piano fosse approvato. Per di più, dice, «è previsto un aumento del 20% degli oneri di urbanizzazione». Sintesi: in fondo gli abusivi hanno abusato prima che l'abuso fosse legalizzato dalla legge della Regione. Tornano in mente le assicurazioni di Giuliano Urbani, allora ministro dei Beni Culturali davanti a chi temeva disastri dal condono berlusconiano del 2003: «È solo per piccoli abusi, finestre aperte o chiuse, che riguardano la gente perbene». Alla fine, dopo avere scatenato i peggiori istinti cementieri, finì per essere parzialmente utilizzato anche dai palazzinari che ad Acilia, ad esempio, avevano tirato su a due passi dalla tenuta presidenziale di Castelporziano una selva di condomini per un totale di 283 mila metri cubi totalmente abusivi. Sanati con 1.360 (milletrecentosessanta: uno per appartamento) condoni individuali. Mettiamo che ogni appartamento avesse solo una decina di finestre: 13.600 finestre. Piccoli abusi... I numeri sono mostruosi. Secondo l'urbanista Paolo Berdini autore di una ricerca capillare su tutta la penisola, «dal 1948 a oggi sono stati (...) compiuti oltre 4.600.000 abusi, più di 74.000 ogni anno, 203 al giorno». E l'Agenzia del Territorio, come ricorda il dossier Legambiente del 2010, «dal 2007 a oggi ha censito più di due milioni di edifici non accatastasti, per l'esattezza 2.076.250 particelle clandestine». Nella grande maggioranza concentrati al Sud. E chi è in testa alle regioni-canaglia secondo un'indagine del Cresme, con 19,8 case abusive su 100 esistenti? La Campania. Nonostante un dossier dell' Ispra dica che «l'Italia è uno dei Paesi a maggiore pericolosità vulcanica» e che «le condizioni di maggior rischio riguardano l'area vesuviana e flegrea, l'isola d' Ischia...». Non si dica che si tratta solo di scelte sventurate di povera gente educata da una cattiva politica ad arrangiarsi «perché tanto prima o poi con lo Stato ci si mette d' accordo». Certo, questa è la tesi. Che non a caso ha scelto come simbolo la famiglia di quella Jessica di cui dicevamo all'inizio, difesa l'altra sera da una fiaccolata per le vie di Bacoli, in faccia a Pozzuoli, alla quale ha partecipato («È solo per stare vicino alle famiglie che hanno fatto le case in modo illegale, ma non per speculazione. Non hanno altro e una volta messi fuori che faranno?») perfino il vescovo Gennaro Pascarella. No, c'è di più. Lo spiega un recente rapporto di Legambiente: «In Campania ben il 67% dei Comuni che sono stati sciolti per mafia dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio. A Giugliano, nell'hinterland napoletano, la Procura di Napoli procede all'arresto di ben 23 vigili urbani e individua nel locale Comando dei vigili il "covo" dal quale si gestiva il business dell' abusivismo sull'intero territorio comunale. E ancora il triste primato detenuto dagli abitanti di quel luogo che un tempo si definiva "agro" sarnese nocerino, tredici comuni per un totale di 158 chilometri quadrati e che di agricolo hanno conservato ben poco, dove circa il 10% della popolazione residente, neonati compresi (ben 27.000 persone su 285.000), è stato denunciato almeno una volta per abusi edilizi». Vale per Giugliano, vale per il Lago Patria devastato dal mattone illegale e selvaggio, vale per Ischia che con 62 mila abitanti vanta il record di 28 mila abusi edilizi, vale per San Sebastiano al Vesuvio dove il sindaco Giuseppe Capasso, nel contempo presidente della Comunità del Parco del Vesuvio, si spinse a lagnarsi con l'allora governatore Antonio Bassolino perché «i tanto attesi effetti di una possibile ripresa economica» dovuti al «piano casa» spinto da Silvio Berlusconi avrebbero potuto «non investire l'area vesuviana» a causa proprio delle regole sulla «zona rossa». Zona ad alto rischio che sta nel gozzo anche al sindaco di Sant' Anastasia, Carmine Esposito, che un paio di settimane fa si è avventurato a sostenere che «la Regione Campania deve un ristoro economico per aver bloccato i territori vesuviani in zona rossa». Parole che Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato nel settembre 2010 perché cercava di difendere il parco del Cilento dall'assalto del cemento camorrista, non avrebbe mai pronunciato. Mai. Ma lui cercava di spiegare ai suoi cittadini che la difesa dell'ambiente era innanzitutto un interesse «loro». Non ammiccava alle cattive abitudini per raccattare voti...
Il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a inefficienza e corruzione, che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il territorio italiano, non può essere semplicemente ascritto alla voce "abusivismo". Quarant'anni di edilizia selvaggia ha arrecato gravi danni al territorio, all'ambiente, alla convivenza civile e al concetto stesso di legalità. Il quadro delle illegalità e delle devastazioni è assai variegato, e un tentativo di riassumerlo con tutti i necessari "distinguo" comporterebbe la stesura di un trattato.
Di certo sono tutti responsabili: amministratori ed amministrati; controllori e controllati.
Esemplari sono i casi di Bari.
Il palazzo di giustizia di via Nazariantz è stato sottoposto a sequestro penale, in quanto abusivo; quello di via De Nicola appare complessivamente in buona stato quanto a strutture esterne, ma è estremamente carente per l’impiantistica (impianto antincendio, ascensori, ecc…).
Punta Perotti, Italia condannata: "Violata la proprietà privata". La Corte europea accoglie la richiesta di indennizzo presentata dai costruttori dopo l'esproprio del complesso abbattuto nel 2006. La confisca dei terreni di Punta Perotti da parte dello Stato rappresenta "una violazione" del diritto di protezione della proprietà privata e della Convenzione per i diritti dell'uomo. E' quanto stabilisce la Corte europea per i diritti umani che si è espressa in merito al ricorso contro la Repubblica italiana presentato il 25 settembre 2001 dalle società Sud Fondi, Mabar e Iema. Questa conclusione porta la Corte a dire che l'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti era arbitraria e che c'è stata una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1". Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge. La Corte europea conferma così quanto a suo tempo venne rilevato dalla Corte di Cassazione italiana quando assolse i costruttori di Punta Perotti "per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal formulate". Nella sentenza dei giudici europei si legge che al tempo in cui si svolsero i fatti "le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione". I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l'Italia per la violazione del diritto alla proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà. Ma non solo. "La Corte osserva che il comune di Bari, responsabile di aver concesso i permessi di costruzione abusiva, è l'organismo che è diventato proprietario dei beni confiscati, che è paradossale".
Norme antisismiche violate. Abruzzo lunedì 6 aprile 2009, ore 3,32. Gli allarmi inascoltati. La scossa devastatrice. Le vite spezzate. La disperazione dei sopravvissuti. Il dramma dei bambini. Eroi e vecchi camion. Un reportage da “Il Corriere della Sera” a “L’Espresso” e “Panorama” per spiegare il fenomeno tutto italiano.
I vigili del fuoco arrivati da tutto il Paese sono stati costretti a portare in Abruzzo anche vecchi camion scassati.
Bestioni appesantiti da venti anni di servizio o ancora di più. Che a volte, dopo un rantolo del motore, si sono fermati in autostrada e, come certi muli di una volta, non han voluto saperne di ripartire. Eccole qui, la faccia dello Stato. L’Italia dei vetusti «Fiat Om 90», «AF Combi» o «APS Eurofire» in servizio dai tempi lontani in cui il centravanti della nazionale era Paolino Rossi. Carrette di lamiera che dopo essere state lasciate «dieci anni nei capannoni» (parole di un comunicato ufficiale del sindacato di base Rdb-Cub) sono finite «fuori uso per problemi di ribaltamento e rotture ai supporti del serbatoio dell’acqua» e abbandonate lungo il percorso. Non puoi sentirti orgoglioso di come sgobbano i carabinieri e i poliziotti, le guardie di finanza e i forestali e tutti gli altri, senza ribollire d’insofferenza a guardare la mattina dopo, tra le macerie di Onna, la delusione dei volontari della Protezione civile del Friuli, che sono venuti giù coi loro cani e le loro tende e le loro attrezzature e stanno lì impotenti nelle loro divise nuove di zecca che non riescono a sporcare: «Sono già le dieci, siamo qua da ieri sera e nessuno ci ha ancora detto come possiamo renderci utili. Che modo è?».
È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli egoismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e donne accorsi da tutte le contrade a dare una mano.
Il gran Sasso, lassù in alto, domina severo. L’impresario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano solchi tra le montagne di macerie per ricostruire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una crepa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi metri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le fotografie della biblioteca della scuola elementare crollata a Goriano Sicoli o, peggio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decenni ricordano come le zone più esposte siano quella a cavallo dello Stretto di Messina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposito del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impunemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, solo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno continuato ad ammucchiarsi disordinatamente intorno al Vesuvio nonostante siano passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sindaci e assessori e vigili urbani hanno chiuso gli occhi per anni sul modo in cui, anche nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabilità più gravi. Ma, come accusava Il Sole 24 ore del 7 aprile 2009, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Basti ricordare che fu solo la Corte Costituzionale, nel 2006, tra i lamenti e gli strilli dei costruttori («Siamo molto preoccupati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a bloccare una legge troppo permissiva della Regione Toscana spiegando che no, «in zona sismica, non si possono iniziare i lavori senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico».
Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indietro soltanto di qualche giorno dal sisma. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalisse del 6 aprile 2009, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella proposta edilizia del governo Berlusconi alle Regioni del giugno 2008, mai nella prima bozza del «piano casa», mai nell’intesa del 31 marzo 2009. Mai. Con il terremoto in Abruzzo Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano casa «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche» e il nuovo documento dato alle Regioni, ritoccato in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di demolizione e ricostruzione di immobili e gli interventi, che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i medesimi non può essere previsto né concesso alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normativa antisismica».
Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una settimana prima. Dove l’articolo 6, precipitosamente soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazioni in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché dopo una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima.
Qualcuno adesso dovrà indagare. Una volta sepolti i morti e sistemati gli sfollati, dovrà spiegare perché a L'Aquila il cemento impastato dieci o vent'anni prima già si sbriciola come pane secco. Dovrà dire perché queste travi si sono spezzate e hanno fatto un massacro. Come in Abruzzo, con il brivido delle scosse di assestamento e il vento del Gran Sasso che spazza le macerie di via Luigi Sturzo, centro città, cento per cento di morti nelle case nuove là in fondo alla strada. Nuove. Eppure sono venute giù.
Se due mesi di sciame sismico riducono così il cemento, allora l'allarme lo dovevano dare molto prima. Invece questo passerà alla storia come il primo terremoto previsto in Italia. E, purtroppo, anche come il primo snobbato dalle autorità. Hanno ignorato l'annuncio del disastro molti sindaci della provincia per finire, su su, agli esperti della Protezione civile.
Eppure la previsione di Giampaolo Giuliani, tecnico del laboratorio scientifico del Gran Sasso insultato e denunciato per procurato allarme, non è uno scoop da premio Nobel. Che la liberazione di gas radon dagli strati profondi delle rocce riveli l'arrivo di un forte terremoto, lo si impara al primo anno di Geologia all'università. Anche in Italia. È vero che non è possibile conoscere con precisione quando colpirà la scossa. Ma a L'Aquila e lungo l'Appennino la terra tremava e da fine febbraio. Avere un laboratorio di fisica proprio dentro il Gran Sasso, la montagna attraversata dalle faglie e dalle tensioni geologiche di questo disastro, era poi una immensa opportunità. Forse bastava sfruttarla. Nessun preallarme nemmeno per i soccorsi in una regione fatta di antichi paesi di sassi e pietre.
Lunedì 6 mattina a Civita, una frazione a pochi chilometri da Onna, vicino all'epicentro in provincia, gli abitanti hanno dovuto sbarrare la strada a un convoglio dei vigili del fuoco per chiedere loro di estrarre due persone. Le hanno tirate fuori che erano già morte. I pompieri son ripartiti subito per L'Aquila. I cadaveri sono rimasti a Civita, per terra, fino alle quattro del pomeriggio: "Quando è arrivata un'auto delle pompe funebri", raccontano i testimoni. Sono le priorità a stabilire dove si devono fermare i convogli. I primi sono stati inviati dove c'erano più cadaveri: a L'Aquila, a Onna, a Paganica. Così gli abitanti delle piccole frazioni hanno dovuto aspettare. Non c'erano alternative. Da martedì, secondo la Protezione civile, con l'arrivo dei rinforzi da tutta Italia, anche i centri più piccoli sono stati raggiunti. Nonostante la previsione del terremoto, però, gli abitanti della città e di tutta la provincia avevano creduto alle rassicurazioni degli esperti della commissione Grandi rischi, riprese dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dal governo e dalle autorità locali. Nessuno immaginava che perfino le costruzioni più moderne di L'Aquila fossero trappole. Non lo sapevano i ragazzi italiani e stranieri morti e feriti nel pensionato universitario, nemmeno i quattro studenti sepolti in due stanze prese in affitto in un'altra villa in via Sturzo. Non lo poteva immaginare.
Gran parte delle strade di L'Aquila in quei giorni era al buio. In molte case però non mancava la luce. Vedi le finestre illuminate dentro le tapparelle abbassate. Credi che ci sia qualcuno lassù. Invece è la fotografia di lunedì 6 aprile, ore 3,32, il momento esatto della scossa, 5,9 gradi della scala Richter, nemmeno un record in Italia.
A metà di via Sturzo la fuga di una famiglia su un'Alfa Romeo è rimasta bloccata al cancello, quando un grosso pezzo di cornicione l'ha colpita in pieno. In una camera da letto spogliata dai muri perimetrali è ancora accesa l'abat-jour sul comodino. Sui balconi sopravvissuti al crollo, il bucato steso la domenica sera. I libri negli scaffali. Le sveglie che ancora suonano la mattina presto. Persiane semichiuse che ricordano le ville calcificate di Pompei. Istantanee di vita quotidiana. Al buio si intuisce la sagoma di quattro donne avvolte nelle coperte di lana. Si fanno coraggio insieme e dormono sulle sedie davanti alla casa di una di loro. Non hanno voluto andarsene al centro di raccolta. Pochi passi più avanti, in fondo a via Sturzo, le fotoelettriche illuminano il vuoto. Due ruspe rimuovono il groviglio di tondini di ferro. L'armatura a queste costruzioni non manca. Stupisce l'apparente fragilità del cemento. Tre o quattro ville, tutte uguali, si sono accasciate sui loro piani. Resta soltanto il tetto di due. In una sono morti due anziani. Nella seconda almeno quattro studenti tra i quali un ragazzo della zona di Vasto, in Abruzzo. La sua mamma sostenuta da un'amica piange da ore. «Ho provato a far suonare il suo telefonino», sussurra, «risulta irraggiungibile. Un collega di università di mio figlio ha invece chiamato il telefonino di un suo compagno di stanza sepolto là sotto. Quello suona ancora, ma da domenica notte nessuno risponde».
Subito più avanti il cumulo di macerie nasconde la bimba di tre anni e tutta la sua famiglia. Rimossi i blocchi di cemento, trovano prima il piccolo materasso del lettino. Si vede subito che apparirà un bambino. Non ci sono più bare. Nemmeno bodybag, i sacchi utili per trasportare le vittime delle emergenze, che l'Italia ha regalato negli anni scorsi alla Libia. I soccorritori liberano dai calcinacci una coperta di lana. La ripiegano per usarla come barella. Avvolgono la piccola nella lana e la adagiano sulla terra. Vigili del fuoco e guardia forestale interrompono per qualche minuto il lavoro a mani nude nei detriti. Li guida un abitante del quartiere in tuta blu, grigio di polvere fin nei capelli. «Adesso restano da trovare un'altra bambina, la sua mamma e il suo papà», spiega l'uomo al capo operazioni dei pompieri: «Poi dobbiamo tirare fuori gli anziani che abbiamo visto nella casa accanto. Ma non so quanti sono». Arriva finalmente l'ambulanza, allontanata per caricare le macerie su due grossi camion. «Come si chiama questa bambina?», chiede un'infermiera della Croce rossa. Nessuno sa rispondere. Non ci sono parenti. Non ci sono vicini. Tutti sotto le macerie. Forse una quindicina di morti. Tutti sepolti dal crollo di case relativamente nuove. Intorno le costruzioni più vecchie e i condomini sono rimasti in piedi. Hanno danni strutturali. La facciate bombardate. Ma i loro abitanti hanno almeno avuto il tempo di svegliarsi e fuggire.
In via Sant'Andrea all'angolo con Generale Francesco Rossi, prega la mamma di Armando Cristiani. Per arrivare fin qui bisogna sfidare i calcinacci che le scosse sparano come cecchini dalle cime dei palazzi. Antonio Rossi, il papà, cammina su e giù con un piccolo ombrello in mano e un sacchetto di biscotti sottobraccio. Era la cena che un vigile urbano gli ha regalato. Sulla montagna di macerie continua il lavoro di altri eroi. Rischiano la vita e altri crolli per salvare Marta, un'altra studentessa tradita dalle norme antisismiche dei palazzi dell'Aquila. Una ragazza raggiunta nel pomeriggio dagli speleologi e dai soccorritori del Club alpino italiano. «Marta ci ha detto di aver sentito delle grida salire dalla tromba delle scale. Una voce molto più sotto di lei», racconta uno speleologo: «Abbiamo chiamato, abbiamo provato ma non ci ha risposto nessuno». Antonio Cristiani è convinto che suo figlio sia lì ad aspettare che qualcuno lo tiri fuori. Erano sei studenti in affitto, in un appartamento al terzo piano. Tutti dispersi. «Ho sentito mio figlio sabato sera», racconta la mamma, «mi ha detto che c'era appena stata una forte scossa. Eravamo preoccupati, ma lui diceva che poi passava».
Trema ancora la terra. Scosse forti che fanno crollare i muri che ormai non si reggono più. Gli speleologi portano in superficie Marta, la avvolgono, la caricano su un'ambulanza. «La ragazza era incastrata accanto a un armadio», racconta il soccorritore che l'ha liberata: «Sotto c'era il vuoto e dovevamo stare molto attenti a non farla cascare più in basso». Questi soccorritori sono ragazzi di poche parole. Lo speleologo dice solo che di mestiere fa il carpentiere- saldatore: «Niente nomi, non servono». E se ne va sulla montagna di macerie a cercare Martina, studentessa di Ingegneria gestionale. È la grande Italia dei volontari, quanto mai uniti da Nord a Sud. I genitori di Martina aspettano avvolti in una coperta. Il padre è rassegnato: «Ormai mi devo mettere il cuore in pace». In via Persichetti, altro quartiere, altra strage. I condomini sono sbrecciati. Le case dell'Ottocento sembrano quasi indenni. In mezzo il crollo delle palazzine più nuove ha spianato l'isolato. Due bare attendono in mezzo alla strada che qualcuno le recuperi. “L'Aquila - Visa Persichetti, non identificata", scrive un soccorritore con il pennarello sul nastro adesivo. L'assenza di funzionari dell'anagrafe impedisce al momento di sapere chi sono i residenti a ogni indirizzo. L'identificazione verrà fatta nei prossimi giorni. Anche se la mancanza di numero civico sul nastro adesivo non sarà d'aiuto. Appare nel buio Pasqua E., la mamma di Alice Dal Brollo. È arrivata da Cerete in provincia di Bergamo e scopre che nessuno sta scavando nella casa di sua figlia. Poco fa c'è stata una scossa oltre il quarto grado Richter. Per questo i vigili del fuoco si sono allontanati. Tornano poco dopo con la guardia forestale. «Alice è sicuramente lì. Una sua compagna di stanza l'hanno già trovata morta. Un'altra, ritornata a L'Aquila da Sora poco prima del terremoto, è riuscita a scappare. Forse mia figlia è bloccata». La quarta studentessa, anche lei di Sora, deve ringraziare l'influenza che si è presa. E domenica sera non è tornata a L'Aquila. Alle nove del mattino i genitori scoprono che Alice è morta. Come Luigi Giugno, 34 anni, guardia forestale, ucciso nell'unica camera da letto crollata nel loro palazzo. L'hanno trovato sopra il lettino del suo bimbo, Francesco, 2 anni, che ha tentato inutilmente di proteggere. Accanto il cadavere della moglie e la valigia già pronta per il ricovero al reparto maternità. Francesco questa settimana avrebbe avuto una sorellina. Anche la loro casa sembrava sicura. Dovremmo costruire case antisismiche, come in Giappone e in California dove i palazzi tremano ma pochi si fanno male. Invece spenderemo quei soldi per un grande ponte a Messina. Silvio Berlusconi l'ha ripetuto in questi giorni. Dove? Dopo aver visto le macerie a L'Aquila.
Il crollo della prefettura. L'ospedale lesionato. La questura inagibile. Così i soccorsi sono rimasti senza testa. Perché nonostante le scosse nessuno aveva verificato gli edifici ?
Giù la Prefettura: quello che doveva essere il centro nevralgico della gestione dell'emergenza è completamente fuori uso e ridotto a un cumulo di macerie. Inutilizzabile anche la questura, altro luogo considerato fondamentale per affrontare le grandi calamità. E poi si sbriciolano anche gli impianti dell'ospedale San Salvatore, inaugurato dieci anni fa, costruito con colonne in cemento armato e sale operatorie di cartapesta. Così il terremoto spazza via tre dei pilastri dei soccorsi: obbliga la Protezione civile a rivedere da zero i piani di intervento, in una zona che da sempre si conosce come sismica e che da settimane vive una sciame di scosse. Ma dove nessuno si era preoccupato di verificare la robustezza dei capisaldi per affrontare la crisi più drammatica: fino a domenica il palazzo ottocentesco della Prefettura era il fulcro di ogni strategia.
Davanti al collasso di queste strutture, il professor Franco Barberi, vulcanologo e presidente vicario della Commissione grandi rischi, non usa mezzi termini. "È desolante vedere un simile spettacolo di inefficienza e imprevidenza in un paese come il nostro che a misurarsi con le conseguenze dei forti terremoti dovrebbe essere abituato da sempre". E accusa: "Le responsabilità sono diffuse a tutti i livelli, purtroppo siamo un paese che non impara le lezioni". Invece l'emergenza è stata doppia, trasformando la pianificazione in improvvisazione.
Guido Bertolaso, sottosegretario e commissario straordinario per questo disastro, è stato persino costretto a sdoppiare la sala operativa, il cervello di tutte le operazioni. Una parte è finita nei locali della scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle, una parte ha dovuto addirittura chiedere ospitalità a una struttura privata come la Reiss Romoli: un centro di alta formazione per le telecomunicazioni appartenente a Telecom Italia. Eppure, mai come questa volta si poteva essere pronti a scattare. Bastava rispettare la legge e ascoltare i segnali della natura, usando buon senso.
Dopo la strage di San Giuliano di Puglia, dopo l'assurdità di un terremoto che rade al suolo soltanto la scuola ossia l'edificio che doveva essere più solido, dopo la morte di quei ventisette bambini erano state varate nuove regole. Ma sono passati sette anni da quel sisma, scioccante ma di dimensioni limitate, e i controlli sui palazzi pubblici non sono ancora diventati operativi: rinvio dopo rinvio, l'entrata in vigore delle norme continua a slittare. La legge ignora i tempi della terra. E così in Abruzzo tanti sono morti per colpa di verifiche che i legislatori hanno preferito rimandare. Con oltre 70 mila edifici da esaminare, finora in tutta Italia di verifiche ne sono state fatte sette mila, appena il dieci per cento del totale. In Abruzzo la media è ancora più bassa. Quanto, nessuno lo sa esattamente. Un alto responsabile della Protezione civile che preferisce mantenere l'anonimato confessa con rabbia a “L'Espresso” di avere chiesto questi dati alla Regione Abruzzo senza riuscire ad ottenerli. Quello che è sicuro invece è che nessun intervento è stato fatto negli ultimi anni sugli edifici crollati all'Aquila, nonostante la Protezione civile disponesse di 280 milioni di euro per l'analisi della vulnerabilità e la messa in sicurezza delle strutture strategiche.
Il palazzo della Prefettura, per esempio, per la sua storica usura, secondo il professor Barberi andava pesantemente rinforzato. Oppure, in mancanza di volontà o di risorse, abbandonato a favore di un'altra sede sicura che ospitasse il quartiere generale dei soccorsi. Altre strade da seguire non ce n'erano. Non aver fatto né una cosa né l'altra apre un delicato capitolo sul fronte delle responsabilità che, secondo Barberi, "vanno comunque individuate". Il crollo della Prefettura ha infatti fatto perdere ore chiave. Subito dopo quella maledetta scossa delle 3.32 la macchina dell'emergenza a L'Aquila è rimasta senza testa: nessuna centrale, nessuna rete di collegamenti per coordinare il territorio con le strutture nazionali. Per indirizzare i soccorsi verso i paesi più colpiti, per orientare i mezzi a seconda delle necessità. "C'era un gravissimo problema di reti telefoniche e non riuscivo a contattare, dirigenti della provincia e sindaci", denuncia il presidente della Provincia, Stefania Pezzopane: "La gravità di quello che stavamo vivendo non è stata percepita subito".
I vertici delle operazioni si sono prima installati nella scuola di Telecom Italia, poi si sono trasferiti nella base della Guardia di Finanza, che disponeva di spazi per i veicoli e di connessioni con tutti gli apparati dello stato. Per ore c'è stato incertezza su come rintracciare i responsabili delle operazioni e sulla gestione delle informazioni. Ore preziose, in cui altre persone potevano essere salvate: altri superstiti oltre ai cento estratti dal coraggio di abitanti e soccorritori. Perchè nessuno ha verificato la stabilità della Prefettura? I piani di intervento, che la indicavano come centrale dell'emergenza, ricadono sotto la responsabilità della Protezione civile. Ed è incredibile che nonostante lo sciame di scosse che da giorni sia mancata la minima precauzione. Stefania Pezzopane parla di "tragedia annunciata": "Soprattutto dopo quello che succedeva da due mesi con numerosissime scosse come quella forte del 30 marzo che ci aveva portato alla chiusura di scuole". A più di dieci ore dal sisma, dichiara sempre la presidente della Provincia: "Ho l'impressione che la situazione del circondario sia stata sottovalutata".
La scossa del 30 marzo poteva essere un segnale d'allarme per mettere la macchina della Protezione civile in posizione di lancio. L'area interessata dai fenomeni sismici dista pochissimo da Roma, da Pescara e da Ancona, con una rete autostradale celebre per la sua estensione. Ci sono a distanze ridotte aeroporti civili e militari, ci sono basi di elicotteri, ci sono caserme dell'esercito e delle forze dell'ordine. C'era tutto per essere ineccepibili. E invece sono venuti a crollare i pilastri per la gestione dell'emergenza, lasciando nella confusione le prime ore, quelle più importanti per salvare le persone intrappolate tra le macerie.
Ancora più grave il caso dell'ospedale San Salvatore, entrato in funzione nel 1994 e che avrebbe dovuto resistere ad ogni genere di sisma. Invece è stato addirittura evacuato per le pesanti lesioni strutturali registrate anche nell'armatura del cemento. "E pensare che è costato tantissimo", afferma il suo direttore generale Roberto Merzetti: "In più, secondo le carte di cui disponiamo era stato a suo tempo garantito per resistere a terremoti addirittura più forti di quello che abbiamo appena registrato".
Non si sa quali garanzie siano a suo tempo state date per la Casa dello studente crollata e costata la vita di alcuni ragazzi. Anch'essa però era stata realizzata in cemento armato puntualmente spappolatosi sotto la spinta del sisma. Cemento del tutto particolare e inadatto alla bisogna e sul quale, sospettano in Regione, costruttori disonesti potrebbero avere speculato realizzando armature di scarsa qualità. Su tutto questo già si invoca l'intervento della magistratura. Perché i soccorritori arrivati sul posto lunedì si sono prodigati per tirare fuori dalle macerie quante più persone possibili, ma quelle ore chiave perse nell'assenza di un quartiere generale possono avere determinato la fine per molte altre vite imprigionate tra le travi. Nella speranza che almeno questa volte la lezione serva a evitare altri disastri futuri.
“Qui sono cadute anche le case nuove”. Parole di allarme del sindaco de L’Aquila a conferma che non sono crollate soltanto le vecchie case in pietra del centro storico: il terremoto del 6 aprile ha distrutto o danneggiato in modo tale da renderli inabitabili anche palazzi moderni. L’ospedale, un presidio che non dovrebbe solo restare in piedi ma anche funzionare in emergenza, è stato evacuato e dichiarato inagibile (per il 90%). Come l’hotel “Duca degli Abruzzi”, che non era in un palazzo di pietra antica e si è accartocciato su se stesso. O la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, che era un edificio moderno, fino alla ormai tristemente nota Casa dello studente, in via XX Settembre, costruita a metà degli anni sessanta e crollata su se stessa.
Un problema non solo dell’Abruzzo, che pure è zona ad elevato rischio sismico. La Protezione civile calcola che in Italia siano 80 mila gli edifici pubblici “vulnerabili”: scuole, ospedali, uffici, caserme. A essi vanno aggiunte le infrastrutture presenti in zona (strade, ferrovie, ponti). Le scuole costituiscono una vera emergenza: quelle edificate in zone a rischio sarebbero 22 mila, 16 mila delle quali in aree ad alto rischio; di queste circa novemila sarebbero prive di criteri antisismici e potrebbero subire danni in caso di scosse. Si calcola che gli ospedali da mettere a norma siano invece 500. Ma a chi tocca intervenire? Chi decide le priorità, anche economiche? Un’autorità centrale specifica non esiste e gli enti responsabili sono una quantità enorme: le regioni hanno competenza per ospedali e strutture sanitarie, province e comuni per le scuole, lo Stato per prefetture e caserme. Dal 2003 la Protezione civile dirama con regolarità ordini di verifica, i controlli però sono impossibili, così come capire quali siano le priorità: bisognerebbe pianificare interventi in un lungo arco di tempo, almeno un decennio. Lo stesso discorso andrebbe fatto per il patrimonio edilizio privato. Un monitoraggio completo su scala nazionale non è stato fatto, ma soltanto una mappatura in alcune aree particolarmente a rischio.
Secondo statistiche Istat elaborate dall’ Associazione Nazionale dei Costruttori Edile (ANCE), le case costruite in base alla normativa del 1974 sono un terzo del totale in quanto gli immobili a uso abitativo costruiti prima di quell’anno sono 7,2 milioni, il 64 per cento. Si stima che tre milioni di italiani vivano in zone a elevata sismicità, soprattutto lungo la dorsale appenninica del Centro e Sud Italia (dalle Marche alla Calabria fino alla Sicilia), quasi 21 milioni in aree a media sismicità, più di 15 milioni e mezzo in aree a bassa sismicità e circa 20 milioni in aree a sismicità minima. Oltre un terzo del territorio nazionale presenta un rischio terremoti medio - alto.
Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Paolo Stefanelli, è stato molto netto: “Non stupisce affatto che della Casa dello studente sia crollata la parte più giovane. Tutti gli edifici costruiti negli anni ‘50 e ‘60, a causa del tipo di cemento armato usato, sono a rischio sismico in un tempo tra i 5 e i 30 anni”. E, a proposito del piano casa presentato dal Governo, dice: “Questo piano potrebbe rappresentare uno stimolo importante per ricostruire edifici a rischio a costo zero per lo Stato. Chi demolisce un edificio per ricostruirlo ampliato del 35 per cento potrebbe dare in permuta la volumetria aggiuntiva all’impresa che fa l’intervento ed avere un’abitazione sicura praticamente a costo zero con la consapevolezza che tanto prima o poi quell’edificio avrebbe richiesto un intervento radicale ai fini della sicurezza”.
A oggi, dice Stefanelli, manca ancora una norma che renda obbligatorio il monitoraggio sul tempo di vita delle costruzioni. Forse solo quella, perché di norme sull’edilizia antisismica l’Italia ne ha quattro, tutte contemporaneamente in vigore. Il decreto ministeriale 16 gennaio 1996 (”Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”) seguito, dopo il terremoto del 2003 in Molise, dall’Ordinanza della Protezione Civile 3274, che ha rimappato il territorio nazionale, aggiungendo zone sismiche o elevandone la classe. E poi altri due decreti, uno del 2005, l’ultimo del 2008, denominato “Nuove norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”. Scienziati e tecnologi parlano chiaro: serviranno strutture antisismiche. Così a mettere le proprie competenze a disposizione delle popolazioni colpite dal sisma scende in campo il CNR che ha progettato, e testato con successo un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all’onda d’urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma di Kobe che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Il progetto si chiama Sofie, Sistema costruttivo fiemme, ed è un prototipo messo a punto dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (IVALSA CNR), insieme alla Provincia di Trento.
A convalidare il progetto italiano, spiega il CNR, “sono stati i laboratori dell’Istituto nazionale di ricerca sulla prevenzione disastri (NIED) di Miki, in Giappone, dove, alla fine del 2007, la casa di legno di sette piani e 24 metri di altezza realizzata dall’Ivalsa-Cnr di San Michele all’Adige ha resistito con successo al test antisismico considerato il più distruttivo per le opere civili: la simulazione del terremoto di Kobe di magnitudo 7,2 sulla scala Richter”. “Il legno è una valida alternativa ai metodi costruttivi tradizionali, in acciaio o muratura, e soprattutto un’alternativa economica, visto che, a parità di costi, le prestazioni e i rendimenti sono migliori”, dice una nota del Cnr. Attualmente, il primo esempio di rigorosa applicazione della tecnologia Sofie a un edificio pubblico è in fase di realizzazione a Trento, con un collegio universitario di 5 piani che ospiterà, in piena sicurezza, circa 130 studenti.
PARLIAMO DELL’EMERGENZA RIFIUTI.
Spesso si parla bene, ma si razzola male, specialmente nei “Palazzi del Potere”.
Nei loro sacchi neri finiscono carte intestate, caffè e avanzi di salame.
Gigi D’Alessio, mito pop della cultura musicale partenopea, t-shirt gialla in posa davanti al Castel dell’Ovo di Napoli, esortava «Anche tu fai come me» e prestava così il suo volto alla campagna per la raccolta differenziata che il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo aveva fortemente voluto insieme al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Da lì è ripartita «Striscia la notizia», che il 22 settembre 2008, per inaugurare la 21ª serie, ha mandato in onda lo «scoop» dell’inviato Valerio Staffelli proprio sul comportamento dei palazzi del potere in materia di differenziata.
Le telecamere nascoste frugano nei sacchi di immondizia davanti a Palazzo Chigi (sede del Governo) e Palazzo Madama (Senato): ne escono pomodori, salame, caffè, bottiglie di plastica, carta intestata «Governo italiano». E il camioncino dell’immondizia riversa il suo contenuto in un camion più grande: di differenziata neanche l’ombra.
L’emergenza rifiuti, a prescindere dalle chiacchiere dei burocrati e dalla “Mala gestio” eclatante che ha colpito Napoli e dintorni, è un problema nazionale. La Gestione ''arretrata'' dei rifiuti è ''grave emergenza'' in cinque regioni (Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia), produzione boom, primato assoluto della discarica con il 54% dei rifiuti urbani raccolti. Intanto la raccolta differenziata divide l'Italia in tre con il 38,1% al nord, il 19,4% al centro e l'8,7% al sud. Grave il quadro sulla gestione dei rifiuti speciali e pericolosi secondo il dossier di Legambiente.
PARLIAMO DELLE SANZIONI AMMINISTRATIVE TRUCCATE.
Multe, un tesoro da due miliardi all'anno, ma solo 30 milioni vanno alla sicurezza.
Il dossier di Giovanni Valentini su “La Repubblica”.
L'enorme peso delle sanzioni sui cittadini non riesce a far diminuire gli incidenti e il numero di vite perse. Il rapporto della Fondazione Guccione: le stragi sull'asfalto da noi calano meno che nei grandi paesi europei. C'è un altro "tesoro" di Stato che svanisce misteriosamente nei meandri dell'amministrazione pubblica: quello delle contravvenzioni stradali. Vale oltre tre miliardi di euro, secondo i dati degli ultimi cinque anni, soltanto nelle 15 città metropolitane del Paese. E per estensione, calcolando complessivamente i ricavi delle multe comminate in tutt'Italia dalle polizie locali (circa 1,6 miliardi) e da quelle nazionali come Polstrada e Carabinieri (400 milioni), si arriva a un incasso totale annuo di due miliardi di euro. Ma lo Stato, nell'ultimo quinquennio, ha speso in media appena 30 milioni di euro all'anno per il Piano nazionale per la sicurezza stradale. Così, tra il 2001 e il 2010, l'Italia è scesa all'11° posto nella graduatoria per la diminuzione di morti e feriti dell'Europa a 15. Un altro record negativo che aggrava purtroppo l'immagine di un Paese vulnerabile e insicuro. Elaborata sulla base dei dati forniti dai Comuni, questa sconcertante indagine è stata presentata a Roma dalla "Fondazione Luigi Guccione" Onlus, l'ente morale di cui è presidente Giuseppe Guccione, figlio di una vittima della strada. Ma, più che una ricerca, è un atto d'accusa contro la cattiva e spesso illegittima gestione dei proventi ricavati dalle multe che - secondo l'articolo 208 dello stesso Codice stradale - dovrebbero essere destinati a incrementare la sicurezza dei cittadini: pedoni, automobilisti, motociclisti, ciclisti. E invece, in larga parte, vengono utilizzati per le finalità più diverse e meno omogenee. Fatto sta che, in base ai risultati dell'indagine, l'aumento delle contravvenzioni non ha ridotto né il numero degli incidenti né tantomeno quello delle vittime. La "maglia nera" spetta ancora una volta alla Capitale, con la più alta "pressione sanzionatoria" (101 euro pro-capite all'anno ) e la più elevata percentuale di morti sulle strade (1.002 nei cinque anni).
LE VITTIME. Ancora troppi morti sulle strade italiane, il record di Roma: mille in cinque anni.
Sebbene l'Italia non sia riuscita a raggiungere l'obiettivo di dimezzare entro il 2010 il numero delle vittime della strada, come previsto dal Piano nazionale e dal 3° Programma europeo per la sicurezza stradale, nell'ultimo decennio i morti sono diminuiti del 44% e i feriti del 23%. È un calo leggermente superiore alla media di tutta l'Unione europea (-43%), ma nettamente inferiore a quella (-48%) dell'Europa a 15 con cui dobbiamo direttamente confrontarci. Oggi il nostro livello di mortalità è tuttora più alto di quello che Regno Unito, Olanda e Svezia avevano nel 2002, quando iniziò l'operazione "strade sicure". E questo è uno "spread" che si misura purtroppo in termini di vite umane. Fra le 15 città metropolitane considerate nell'indagine della "Fondazione Guccione", Roma - pur applicando la più elevata "pressione" delle multe - risulta di gran lunga la più insicura: negli ultimi cinque anni, i morti sono stati 1.002. Più distaccata Milano (373 vittime); quindi Napoli (230), Torino (207), Palermo (194), Catania (112), Bologna (102), Messina e Bari (84), Genova (71), Trieste (65), Venezia (64), Cagliari (61) e infine Reggio Calabria (39).
LE CONTRAVVENZIONI. Ogni anno ci costano 35 euro a testa nella capitale e a Milano si arriva a 100.
Gli automobilisti e i motociclisti italiani pagano in media multe stradali per circa 2 miliardi di euro all'anno, poco meno di 35 euro pro-capite, 100 a famiglia. Ma la "pressione sanzionatoria" varia di molto dai piccoli Comuni meridionali, dove non arriva ai 4 euro a testa, fino ai medi e grandi Comuni dove supera i 120 euro (350 a famiglia): basti pensare che la media pro-capite delle grandi città è 74 euro. In questo caso, sono le "due Capitali" a detenere - per così dire - il primato della severità, in base ovviamente alla rispettiva estensione e popolazione. La città di Roma registra il prelievo pro-capite più alto (101 euro), seguita subito a ruota da Milano (100). Poi, Bologna con 97 euro; Torino e Napoli (67); Trieste (24) e Messina (18). La pressione più bassa si rileva a Reggio Calabria (10 euro). Ma, per quanto si può ricavare dall'incrocio dei dati, non sembra di riscontrare un rapporto diretto fra il "peso" delle contravvenzioni e la sicurezza stradale, in termini di vittime e di costi sociali che ne derivano. Evidentemente, più della quantità della spesa, conta la sua qualità: cioè la destinazione e l'efficacia degli investimenti sul territorio.
LA TRASPARENZA. Nessun rendiconto sugli investimenti, Comuni e ministero ignorano gli obblighi.
Nonostante i precisi obblighi in vigore (legge 120/2010), non esiste al momento nessuna relazione ufficiale - né da parte dei Comuni né da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti - sull'entità e modalità di spesa dei proventi ricavati dalle contravvenzioni stradali. Nemmeno la Corte dei Conti sembra particolarmente interessata alla materia. I dati presentati dalla "Fondazione Guccione" sono il frutto perciò di una "istanza di accesso agli atti" presentata formalmente nel mese di ottobre 2011. Fra le 15 città metropolitane interpellate, solo Firenze non ha risposto (e per questo motivo la prossima settimana sarà presentato un ricorso al Tar della Toscana), mentre il Comune di Bari non ha ancora fornito la specifica dettagliata delle spese. Dalle informazioni raccolte, emerge in modo evidente che i metodi di rendicontazione sono molto diversi fra loro: per cui spesso non risulta chiaro l'impiego effettivo dei fondi. Manca, insomma, un criterio uniforme per assicurare la trasparenza dei dati e valutare l'efficacia degli investimenti sulla sicurezza stradale.
GLI INTERVENTI. Dalla segnaletica alla manutenzione, le spese che le città evitano di fare.
Il Codice della stradale stabilisce che il 50% degli introiti ricavati dalle multe dev'essere così ripartito: miglioramento della segnaletica (almeno 12,5%); controlli della polizia locale (almeno 12,5%); manutenzione delle strade, sicurezza degli utenti deboli, educazione stradale (25%). Per la segnaletica, nel quinquennio considerato gli impieghi sono stati in media del 7,3%, con una spesa totale di oltre 173 milioni di euro, pari a 35 all'anno. Il Comune di Milano ha utilizzato a questo scopo il 55,2% dei proventi, seguito nell'ordine da Reggio Calabria (46,4) e da Palermo (20,7). Tra i livelli più bassi, dallo zero di Genova si passa all'1,5% di Bologna e al 2,4% di Roma. Nei controlli della polizia locale, sono stati spesi circa 221 milioni di euro, con una media annua di oltre 45, pari al 9,3%. Gli impieghi più elevati a Venezia (31,9%), quelli più bassi a Milano (4,5%). La maggior parte degli introiti delle multe sono stati destinati alla manutenzione delle strade: più di 833 milioni di euro (in media, 173 all'anno pari al 34,9% del totale). In testa a questa graduatoria, che comprende anche la spesa per la sicurezza degli utenti deboli e l'educazione stradale, il Comune di Trieste (85,1%). A zero, invece, Reggio Calabria.
Se un cittadino è sicuro di essere stato multato ingiustamente, che cosa fa? Presenta un ricorso in Prefettura. E se la multa capita al Prefetto in persona? Be', non gli resta che far ricorso... a se stesso. E così ha fatto il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi. Il quale ritiene per l'appunto di essere stato multato ingiustamente: è vero che ha lasciato la sua auto in sosta su uno spazio riservato ai disabili, però, a suo dire, l'auto era guasta, e dunque non aveva scelta. La vicenda viene riportata nel numero di Quattroruote in edicola venerdì 25 febbraio 2011. «Recentemente - ha spiegato il prefetto Lombardi - è stata elevata una contravvenzione alla mia autovettura per un divieto di sosta parziale, dovuto ad un guasto improvviso del motore. Trattandosi di forza maggiore, come comune cittadino, ho presentato un ricorso per l'annullamento per evitare la decurtazione dei punti, prevista per il caso di specie».
Ma quanti e quali sono gli abusi a danno dei cittadini.
Chi l’avrebbe detto, ci sono parcheggi irregolari che stanno lì da anni, e nessuno se n’è mai accorto. Adesso che i primi casi sono emersi, però, chi ha preso una multa per un parcheggio scaduto sulle strisce blu può fare ricorso: se lo stallo era sulla carreggiata, è illegittimo. Un servizio della trasmissione tv «Le Iene» ha gettato scompiglio fra le amministrazioni comunali e messo in agitazione migliaia di automobilisti. La lettura di un articolo del Codice della Strada spiega la situazione: «Le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata e comunque in modo che i veicoli parcheggiati non ostacolino lo scorrimento del traffico». In moltissime città - quasi tutte, probabilmente -, questo non succede. Nelle piazze, o quando il parcheggio viene ricavato in apposite isole, nessun dubbio di legittimità. Ma quando si trova nella porzione di strada fra un marciapiede e un altro, lì non è corretto. I proventi delle tariffe orarie sono, allo stesso modo, illegittimi. Tre avvocati contattati dalle Iene hanno già convalidato la tesi per cui l’illegittimità degli stalli ammetterebbe i ricorsi dei multati.
L’interpretazione che viene fatta della carreggiata, secondo gli uffici, sarebbe inesatta. I parcheggi non si troverebbero sulla carreggiata, ma sulla «sede stradale». A segnalare la divisione fra le due parti, quella per la sosta e quella per lo scorrimento delle automobili, sono le stesse strisce blu che delimitano i parcheggi dalla corsia di scorrimento. Altra interpretazione è che tanto per cominciare, non è vero che riguardi solo i parcheggi a pagamento: il comma 6 dell'articolo 7 del Codice della strada, su cui si basa la dimostrazione di illegalità, non fa distinzione con quelli gratuiti. Se è così, ci sarebbe da concludere che nelle città italiane sarebbe praticamente vietato sostare, visto che la maggior parte dei posti disponibili si trova appunto sulla carreggiata.
Effetti paradossali a parte, andiamo a frugare bene nelle astruse definizioni che usa il Codice. Non è raro che alcune parole che noi nel linguaggio comune utilizziamo con un determinato significato ne assumano uno diverso nel burocratese codicistico. E allora prendiamo in mano l'articolo 3, che funge un po' da glossario. Qui troviamo la definizione n. 23, che individua la "fascia di sosta laterale" come la "parte della strada adiacente alla carreggiata, separata da questa mediante striscia di margine discontinua e comprendente la fila degli stalli di sosta e la relativa corsia di manovra". Saltando qualche riga più sotto, vediamo che al n. 34 c'è anche il parcheggio, definito come "area o infrastruttura posta fuori dalla carreggiata, destinata alla sosta regolamentata o non dei veicoli". Dunque, non è vero che a bordo strada non si possa parcheggiare: semplicemente, lo spazio dove lo si fa in burocratese non si chiama "parcheggio" bensì "fascia di sosta laterale". D'altra parte, quando disciplina la sosta (articolo 157), il Codice impone di mettersi fuori dalla carreggiata esclusivamente nel caso delle strade extraurbane. Inoltre, il Regolamento di esecuzione (articolo 149) nemmeno obbliga a tracciare le strisce quando la sosta è consentita in modo parallelo al senso di marcia come da regole generali. Resta il problema della striscia di margine discontinua, che effettivamente spesso non è tracciata (anche per ragioni di spazio). E il filmato de "Le Iene" segnala una grande verità, cioè che quando si tratta di parcheggi a pagamento si disegnano posti pure in prossimità degli incroci o in altre situazioni pericolose in cui il Codice vieta la sosta a prescindere: insomma, basta pagare e ciò che è illegale e/o pericoloso diventa lecito. Ma di qui a dire che in strada non si può parcheggiare ce ne corre...
Altri abusi sono rilevati da sentenze della Cassazione.
Vanno annullati i provvedimenti in forza dei quali sono stati istituiti i parcheggi a pagamento, laddove non abbiano tenuto conto dell’obbligo di istituire zone di parcheggio gratuito e libero in prossimità di aree in cui è vietata la sosta o previsto il parcheggio solo a pagamento.
Tutti i Parcometri per la sosta a pagamento devono avere il numero di omologazione e la data della stessa , a tutela dei cittadini, altrimenti è illegale, quindi le relative multe sono nulle. Così e per gli autovelox sequestrati in tutta Italia perchè non omologati, quindi fuorilegge.
La parola “autovelox” evoca una valanga di multe e di polemiche. Perché sono troppi i Comuni che con eccessiva disinvoltura utilizzano le macchinette per fare cassa, anziché per migliorare la sicurezza stradale. Tant’è vero che sono migliaia i ricorsi accolti dai Giudici di Pace; che il ministro dell’Interno s’è visto costretto tempo fa a emanare una circolare per disciplinare l’uso dei dispositivi; e che la Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi decine di volte in materia. Prima di tutto gli autovelox devono essere omologati. Poi devono essere autorizzati dal Prefetto. I Prefetti avranno da ora il compito di monitorare sul territorio il fenomeno della velocità e di pianificare le attività di controllo in modo da evitare duplicazioni e una gestione degli autovelox volta solo a fare cassa. In particolare, i Prefetti dovranno individuare i punti critici per la circolazione dove si registrano più incidenti (con riferimento al biennio precedente) e a quel punto dovranno mettere a punto un sistema per controllare la velocità. Il tutto sotto il controllo della Polizia Stradale che ha ottenuto così – è questa la novità più grossa – il coordinamento operativo dei servizi, con il compito anche di monitorare i risultati dell’attività di controllo svolta da tutte le forze di polizia e dalle polizie locali. Niente più autovelox per fare cassa nei comuni, questo è quello che si aspettano i molti automobilisti con la nuova direttiva. La più recente sentenza, benché estremamente complicata e soggetta a più interpretazioni, è di quelle che lasciano il segno. Con decisione 3701 del 15 febbraio 2011, infatti, la Corte Suprema ha anzitutto stabilito che la multa per eccesso di velocità data con un autovelox (senza agente di Polizia) su strade urbane può essere annullata se mal posizionato dal Comune.
IN DETTAGLIO. Il cattivo posizionamento consiste in questo: il travalicamento dei limiti imposti dalla legge sul tasso di incidentalità e sulle condizioni strutturali della strada urbana. In sostanza, il Comune chiede e ottiene l’autorizzazione del Prefetto a installare un autovelox su determinate strade, dove si verificano molti sinistri. Ma se un motociclista multato reputa che le caratteristiche richieste per legge mancano (incidentalità non elevata), e se il Giudice di Pace concorda, la sanzione è annullata.
QUANDO VALE. Il Giudice di Pace può quindi cancellare i verbali se su quella strada urbana, dove c’è l’autovelox autorizzato dal Prefetto, mancano il tasso elevato d’incidentalità, e le condizioni strutturali plano-altimetriche e di traffico necessarie (“per le quali non è possibile procedere al fermo di un veicolo senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico o all' incolumità degli agenti operanti e dei soggetti controllati”).
SI VA OLTRE. Occhio: il Giudice di Pace, secondo la Cassazione se verifica che il Prefetto eccede dai limiti segnati dal Codice della Strada, “può disapplicare il provvedimento amministrativo”. Il passaggio successivo? Un ricorso al Tar, da parte di un semplice cittadino, lamentando la lesione di un interesse legittimo. Inoltre gli autovelox devono essere segnalati almeno 400 metri prima e visibili. La Cassazione con Ordinanza n. 680 del 13 gennaio 2011 (Sezione Sesta Civile, Presidente G. Settimj, Relatore L. Piccialli) ha confermato che la presenza dell’Autovelox deve essere segnalata debitamente e preventivamente a valle e a monte.
Chi deve pagare le multe stradali? A chi si tolgono i punti? Di norma il pagamento di sanzioni amministrative pecuniarie (multe) per violazioni del codice della strada sono dovute dal conducente che commette l'infrazione nel momento in cui essa viene rilevata. In caso di impossibilità del conducente nel pagare la sanzione, l'obbligo ricade sul proprietario del veicolo, a meno che quest'ultimo possa dimostrare che non era a conoscenza che il veicolo veniva condotto dal presunto conducente sanzionato. Ulteriori sanzioni come sospensione o ritiro della patente, sono invece a carico esclusivo del conducente al momento dell'infrazione. Nel caso di infrazioni commesse da persone capaci di intendere e volere, ma soggette a vigilanza o responsabilità altrui (genitori di figli minorenni etc.) sia chi commette l'infrazione che l'incaricato della vigilanza/responsabilità saranno soggetti IN SOLIDO al risarcimento del danno o alla sanzione amministrativa. Il pagamento in solido significa che la sanzione dovrà comunque essere pagata, o dall'uno o dall'altro soggetto responsabile. Nel momento in cui uno dei soggetti paga, gli altri non hanno più alcun obbligo di pagamento verso le Autorità.
Multe in misura ridotta? L'art. 202 del codice della strada, stabilisce che in caso di sanzione pecuniaria (multa), il trasgressore potrà pagare entro 60 giorni dalla contestazione/notificazione della stessa, un importo pari al minimo fissato per la norma infranta. Una sanzione appunto in misura ridotta. Non ci sono in questo caso riduzioni per eventuali sanzioni accessorie (ritiro patente, sospensione, etc). Non è possibile ottenere il pagamento in forma ridotta se il conducente di veicolo a motore non ha arrestato il veicolo sotto l'ordine delle forze di Polizia, oppure si è rifiutato di esibire documento d'identità, la patente, il libretto o altri documenti da detenere obbligatoriamente per la guida in quel particolare caso. Dal codice della strada: "Il pagamento in misura ridotta non è inoltre consentito per le violazioni previste dagli articoli 83, comma 6; 88, comma 3; 97, comma 9; 100, comma 12; 113, comma 5; 114, comma 7; 116, comma 13; 124, comma 4; 136, comma 6; 168, comma 8; 176, comma 19; 216, comma 6; 217, comma 6; 218, comma 6. Per tali violazioni il verbale di contestazione è trasmesso al prefetto del luogo della commessa violazione entro dieci giorni (1)".
Pagamento delle multe. Di norma le multe vanno pagate tramite bonifico bancario o bollettino postale. E' altresì spesso possibile pagare la sanzione presso l'ufficio competente in contanti o bancomat, oppure in alcuni comuni presso tabaccherie/ricevitorie del Lotto convenzionate, portando con se la scheda allegata al verbale recapitato a casa. Alcuni comuni prevedono il pagamento on line con carta di credito. E' comunque consigliabile visitare il sito del proprio comune e cercare informazioni a riguardo.
Fare ricorso. Non è sempre qualcosa di semplice, e non basta un modello di ricorso prestampato o una sentenza simile al proprio caso per proporre o vincere il ricorso. Innanzitutto occorre ovviamente analizzare il verbale della contravvenzione, e controllare la eventuale presenza di vizi di forma o sostanziali. Di seguito riportiamo alcuni degli errori e delle situazioni in cui è frequenta opporre ricorso.
- Mancata contestazione immediata. Violazione dell' art. 200 del C.D.S.
- Mancata esposizione nel verbale dell'importo della sanzione espresso in EURO , come previsto dall'art. 51 D.Legislativo 24/06/1998 n. 213 (in G.U. 08/07/1998 n. 157) in vigore dal 1° gennaio 2002
I motivi di contestazione di una contravvenzione si rilevano attraverso un’attenta lettura del verbale. Diffidate da coloro che offrono prestampati pronti per il ricorso: si tratta di “DILETTANTI ALLO SBARAGLIO". Si può presentare personalmente senza l'ausilio dell'avvocato, ma solo se si è capaci. Non basta esibire o produrre una sentenza favorevole anche della Suprema Corte di Cassazione per avere ragione: spesso è necessario fare valere le proprie ragioni attraverso un contraddittorio tra le parti.
Per opporsi ad una contravvenzione ritenuta ingiusta bisogna motivare il ricorso con argomenti validi per ottenere l'annullamento per vizi formali e/o sostanziali. Per esempio: se si supera di oltre 40 Km/H il limite di velocità viene contestato il comma 9 dell'art.142 del codice della strada che equivale al ritiro della patente se la contravvenzione è contestata immediatamente. In caso di successiva notifica del verbale a mezzo posta, l'autorità procedente chiederà l'esibizione della patente di guida. Qui di seguito elenchiamo alcuni errori in cui incorre la Pubblica Amministrazione nella compilazione e nella contestazione dei verbali. Esaminiamo un verbale “standard”.
1) Mancata contestazione immediata e violazione dell'art.200 del C.D.S. La norma prevede l’obbligo di intimare l'ALT affinché il presunto trasgressore possa difendersi nell’immediatezza del fatto, agire in contraddittorio e verificare la regolarità del servizio di pattugliamento. Solo osservando questa norma si riconosce il diritto alla difesa garantito dall'art.24 della Carta Costituzionale.
2) Pretestuosa applicazione dell'art. 384 del D.P.R. 16/12/1992 n°495. (Regolamento di applicazione al Codice della strada ). Il verbalizzante invoca strumentalmente tale norma di legge, con motivazioni pretestuose e valide per ogni tipo di violazione e per giustificare la mancata contestazione immediata. La legge obbliga il verbalizzante a dettagliare i motivi che non gli hanno consentito di intimare l'ALT. E' più facile spedire successivamente il verbale a casa piuttosto che "affrontare il reo" con argomentazioni che potrebbero degenerare in inutili discussioni.
3) Uso illegittimo del misuratore di velocità. Nella maggioranza dei casi gli utilizzatori di apparecchi radio e radar a bassa frequenza, inferiori a 27 MegaHertz di potenza, non hanno chiesto, e quindi ottenuto l'autorizzazione dal Ministero PPTT. Da questa norma non sono esentati gli agenti della strada che, inoltre, devono aver corrisposto all'erario la relativa tassa annua.
4) Mancanza di visibilità degli agenti del traffico. L'articolo 183 D.P.R. 16/12/1992 n°495 così recita: "gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di polizia stradale di cui all'art.12 del codice, durante i servizi previsti dall'art.11, commi 1 e 2, quando operano sulla strada devono essere visibili a distanza, sia di giorno che di notte...".
5) Mancata indicazione del corrispettivo della sanzione espresso in EURO come indicato dall’art. 51 D.vo 24/06/1998 n. 213 (in G.U. 08/07/1998 n. 157) in vigore dal 1° gennaio 2002.
6) Nulla la violazione accertata da persona non presente ai fatti.
Il verbale contestato è stato accertato da persona diversa da quella che gestiva
l'autovelox, non era presente al momento e si limita a riferire fatti e
circostanze appresi da altri. Il verbale di contestazione dell'infrazione di cui
all'art.142 del C.d.S. redatto da agenti di polizia diversi da quelli che, in
possesso dell'autovelox, hanno avuto modo di accertatore de visu, attraverso
l'esame dell'apparecchio, il superamento dei limiti di velocità, non può godere
della fede privilegiata riservata a tale tipo di atto, trattandosi di mera
attestazione di fatti aliunde appresi e, in mancanza di altri elementi probatori
convincenti, assurge a semplice elemento indiziario non sufficiente a rendere
credibile la contestazione.
Oltretutto non è dato sapere, proprio perché il verbalizzante non gestiva
l'apparecchio di rilevamento della velocità, se erano stati eseguiti i controlli
di funzionalità dello stesso.
7) Insufficiente il servizio di pattugliamento. Dalla lettura del verbale di che trattasi risulta che la violazione è stata accertata da un solo agente di polizia e che non è stato possibile procedere all'immediata contestazione ai sensi dell'art.384 del D.P.R. 16 DICEMBRE 1992 n.495. A tal fine è bene chiarire che in base alla normativa vigente ed in particolare all'art.200 C.d.S. la violazione di una qualsiasi norma del C.d.S. deve essere immediatamente contestata; se così non fosse, rimarrebbe sempre inapplicabile e quindi del tutto inutile.
8) Difetto di sottoscrizione del verbale di accertamento. In calce al verbale compare la dicitura, stampigliata a macchina, al verbale, non seguita da alcuna firma. La sottoscrizione del verbale da parte del pubblico ufficiale che lo ha formato costituisce elemento essenziale dell'atto, in difetto, non vi è alcuna certezza circa la sua provenienza.
9) Richiesta di esibire la patente in un più vicino posto di polizia o, nel caso il destinatario non fosse stato alla guida del veicolo sanzionato, di fornire le generalità del guidatore. In quest'ultimo caso non vi è alcun obbligo di dare informazioni; basterà inviare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno con la dichiarazione (se corrisponde al vero) che non si era alla guida del veicolo.
10) Segnali stradali “abusivi” sono quelli installati dall’Ente proprietario della strada che non riportano, sul retro, la data ed il numero della delibera con la quale l’Ente ha autorizzato l’installazione ed il posizionamento, così come prevede l’art. 77 c. 7 del D.P.R. 495/92. Ne consegue che l’ accertamento di una violazione sulla base dell’indicazione di quel segnale stradale, deve ritenersi nullo per l’inesistenza dello stesso.
AUTOVELOX E TELELASER
1. Questione di legittimità in ipotesi di uso non corretto.
2. Attendibilità dei dati rilevati dal Telelaser.
La polizia italiana, tra l’altro, si avvale di uno strumento denominato “AUTOVELOX” che emette dei raggi infrarossi (invisibili all’occhio umano) a distanza fissa, che attraversano perpendicolarmente la sede stradale. Allorché un veicolo in transito interrompe i raggi, il tempo intero inerente tra le interruzioni, utilizzato da un calcolatore, determina la velocità del veicolo. Se la velocità supera i limiti prestabiliti in chilometri compaiono sul display (e un allarme sonoro avvisa l’operatore) e una fotocamera ritrae la parte posteriore del veicolo, dove è posta la targa, e l’indicatore di velocità con il giorno e l’ora esatta. Le rilevazioni fornite da codesti strumenti elettronici, sotto un profilo strettamente tecnico, offrono risultati sicuri, sempre che siano perfetti nella loro strutturazione e siano correttamente utilizzati. L’esattezza dei rilevamenti si fonda su una regolare taratura del congegno, che assicuri la sostanza dello spazio che separa i due raggi luminosi, perché in tale spazio, in uno con l’intervallo di tempo fra le interruzioni segnalate con cellule fotoelettriche, sta alla base del calcolo della velocità. Anche l’oscillatore misuratore del tempo deve essere ben tarato poiché esso indica detto tempo in microfrazioni di secondo. Acquisite tali sommarie nozioni tecniche, non si può prescindere dall’evidenziare l’importanza della manutenzione e dell’uso dell’apparecchiatura che devono essere affidati soltanto a personale specializzato. In difetto di tali essenziali operazioni, che solo garantiscono la perfetta funzionalità dell’apparecchio, il rilevamento della violazione della velocità deve essere quanto meno messo in dubbio; non è sufficiente che sul verbale sia stata prestampata la frase: “ dopo aver verificato la perfetta funzionalità ecc.”.
Numerosi altri sono i motivi di lagnanza che dovranno essere individuati e valutati di volta in volta leggendo attentamente il verbale di contestazione.
La nostra multa quotidiana. Ne arrivano oltre 1400 all'ora.
L'Italia è una repubblica fondata sulle multe. Dove gli enti locali, strozzati dai taglio dei trasferimenti statali e dall'addio all'Ici, hanno deciso di tappare i buchi di bilancio a colpi di verbali sotto i tergicristalli delle auto. Dal 2000 ad oggi gli accertamenti sono quasi triplicati, passando da 750 milioni di euro a oltre 2 miliardi l'anno. I Comuni, a corto di quattrini, hanno moltiplicato il loro arsenale offensivo: dispiegando centinaia di inflessibili ausiliari del traffico, posizionando migliaia di occhi elettronici a presidio delle zone a traffico limitato (ztl) e utilizzando come bancomat fai-da-te gli autovelox. Risultato: piovono multe.
Fioccano le multe per infrazioni alla Ztl, mancato rispetto delle targhe alterne, parcheggio in divieto di sosta, eccesso di velocità. Ma, anche, per patente o carta di circolazione non in regola o se si passa il semaforo con il rosso o si utilizza il telefonino, senza viva voce e auricolare, mentre si va al lavoro o si ritorna a casa. Una marea di contravvenzioni: oltre 12 milioni e mezzo, per l'esattezza 12.642.100, nel solo 2008, più 7,9% rispetto all'anno prima. Praticamente, 24 multe al minuto, 1.443 all'ora, 34.635 al giorno. I più indisciplinati, i fiorentini con 3 contravvenzioni a veicolo, mentre i più accorti sono i foggiani, con una multa ogni 5 auto.
A tracciare il bilancio delle attività dei sempre più intransigenti "pizzardoni" delle maggiori città italiane, l'Aci, nel corso della giornata di apertura del secondo Forum internazionale delle polizie locali, tenuto a Riva del Garda (Tn), fino al 27 maggio 2009, che evidenzia, ancora, come, nella graduatorie delle infrazioni più ricorrenti, figurino, anche, comportamenti estremamente pericolosi per bambini e passanti, come il mancato uso delle cinture dei seggiolini e la guida sotto l'influenza di alcol e droga.
In media, nei centri urbani, ci sono più di 12 poliziotti ogni 10mila abitanti, che elevano quasi 480 multe ciascuno «Tre incidenti su 4 - spiega il presidente dell'Aci Enrico Gelpi - avvengono in città ed è, pertanto, sulle strade urbane che deve essere rafforzato il presidio della polizia locale». Ma, attenzione, però, all'uso che si fa delle sanzioni. Le multe, secondo Gelpi, devono essere «finalizzate alla prevenzione e alla sicurezza stradale e non a incrementare i bilanci comunali».
Ogni italiano munito di patente ha pagato in media 76 euro mentre ogni vigile ha compilato verbali per 43 mila euro. Una mini-finanziaria occulta a carico degli automobilisti, con un trend di crescita a prova di crisi economica: le ztl, il nuovo Eldorado dei bilanci degli enti locali, si stanno moltiplicando. I ritocchi alle sanzioni non conoscono limiti inflattivi o creativi.
Ultimo esempio il recente ddl sicurezza che ha introdotto una "aggravante cronologica", aumentando il costo per le infrazioni commesse tra le 22 di sera e le 7 di mattina. Il gioco, però, vale la candela. Nei conti dei Comuni italiani, alla colonna entrate, la voce multe pesa ormai come quella del gettito dell'addizionale Irpef.
I buoni e i cattivi.
Roma, Firenze e Catania sono le città più "pericolose" per gli automobilisti
tricolori. La capitale, dove i verbali sono aumentati del 46,5% nel 2007,
incassa ogni anno 339 milioni. Firenze - grazie alle telecamere della ztl e al
flusso di turisti - ha il record nazionale di verbali annui per veicolo (tre)
mentre i catanesi sono i guidatori più tartassati con una media pro capite di
140 euro. Milano - grazie all'ecopass - sembra però pronta all'assalto del trono
di capitale morale delle multe: nel 2008 sono aumentate dell'80% polverizzando
il muro dei tre milioni. Mentre Comabbio, in provincia di Varese, ha l'autovelox
più redditizio del Paese. Una macchinetta infernale che nel 2007 ha generato per
le casse comunali entrate pari a 2.850 euro per abitante.
La vita è più tranquilla per chi viaggia a Foggia, Pescara e Brindisi. Il
capoluogo abruzzese è una sorta di zona franca delle multe. Stando ai dati del
Viminale nel 2007 ne sono state accertate per soli 120 mila euro, con una spesa
media pro capite per i cittadini di un euro. Dieci centesimi in più pagano i
brindisini. A Foggia viene sanzionata solo un'auto su dieci ogni dodici mesi.
L'Eden degli amanti della velocità è invece Livorno Ferraris, in provincia di Vercelli: il 29 gennaio 2009 la giunta ha proclamato il paese "Primo comune deautoveloxizzato d'Italia". Le motivazioni? "L'uso del dispositivo di controllo elettronico della velocità permette immediati riscontri economici - ammette la delibera - . Ma, allo stesso tempo, deteriora i rapporti tra cittadini e istituzioni".
La hit parade delle multe. I difetti degli italiani alla guida, dagli anni '60 ad oggi, sono rimasti sempre gli stessi. Le posizioni della classifica delle infrazioni, in quarant'anni, sono variate di poco e solo l'abuso del telefonino al volante è riuscito a scalare l'Olimpo delle top ten. Il gradino più alto del podio spetta alle multe per accesso a zone dove il traffico è vietato (6,6 milioni) seguite a distanza siderale dai divieti di sosta (2,2 milioni). A seguire, con numeri molto inferiori, l'eccesso di velocità, la mancanza di documenti di circolazione, l'attraversamento con il semaforo rosso e la new entry hi-tech dell'utilizzo del cellulare in viaggio. Nella lista dei cattivi, ma in coda, ci sono persino verbali per 271 ciclisti indisciplinati.
Il rebus dei pagamenti. Accertate le infrazioni, però, il vero problema degli enti locali italiani è farsele pagare. Solo il 51,9% delle multe - ha calcolato Il Sole-24 Ore - viene saldato entro un anno.
Roma, dove sui tavoli di prefettura e giudici di pace giacciono oltre 850 mila ricorsi, riesce a incassare in dodici mesi una multa su tre. Come Firenze e poco più di Palermo. Milano porta a casa 83 euro ogni 100 di verbali. Meglio, con percentuali di recupero immediato oltre il 90%, fanno Genova, Bergamo, Venezia, mentre Bologna, L'Aquila e Frosinone hanno centrato l'ein plein del 100 per cento.
Reggio Calabria, sul fronte opposto, è il simbolo della schizofrenia nel campo della vigilanza viabilistica: fa la faccia severa sulla strada - nel 2007 le multe sono aumentate del 190% - ma poi si dimentica di far pagare i suoi cittadini, incassando solo 1,7 euro ogni 100 di verbale. Un problema serio, visto che le multe vengono contabilizzate nei bilanci dei Comuni (dove rappresentano spesso tra il 15 e il 30% del totale delle tasse locali) al momento dell'accertamento e non a quello dell'incasso. E che il boom dei ricorsi - accolti se non vengono discussi entro 120 giorni - ridimensiona nella realtà le entrate effettive: nel sud del Paese oggi vanno in contestazione 48 verbali su mille, il doppio del nord e molto di più dei 37 del centro.
Inefficienza del sistema o infondatezza della sanzione ??
Non c’è solo la multa alla macchina che viaggia senza autista, ma ci sono le contravvenzioni ai fantasmi, e c’è la moto che vola e il pensionato che fa l’autovelox, e il camionista che ha preso cento multe in un mese e ha venduto il camion, e poi c’è il Comune che paga 1500 euro per incassarne 150, quello che fa una multa ogni 8 secondi, e quello che adesso è finito in bancarotta perché deve rimborsare tutti e pagare pure il tribunale. Per fare cassa i Comuni si sono inventate le strisce blu, omettendo di prevedere le strisce bianche. L’Italia delle multe è così incredibile e così confusa da raccontare un Paese perduto fra autovelox e Photored, smarrito fra strumenti sparsi come slot machine e comitati di rivolta, soldi che piovono dal cielo e magistrati che bussano alla porta, un Paese che esagera, come sempre, e finisce per far ridere. A turbare il sonno di chi si mette al volante non bastavano le trappole degli autovelox, sulle nostre strade è sempre più incombente il rischio di finire immortalati dai T-red, diaboliche macchine fotografiche applicate ai semafori. Velocità e rispetto dei segnali stradali sono e resteranno elementi prioritari per la sicurezza, su questo non si discute, ma solo se le infrazioni sono rilevate regolarmente, non con il trucco. Eppure il trucco c’era. Centinaia di amministrazioni comunali prendevano soldi dai semafori truccati in combutta con i titolari delle macchinette. Tra i 109 indagati figurano 63 comandanti di polizia municipale tra cui quello di Perugia e di Mogliano Veneto (Treviso), 39 amministratori pubblici e sette amministratori di società private. Sono invece 80 i comuni del centro-nord Italia al centro dell'indagine nei quali sono state comminate decine di migliaia di contravvenzioni.
Coinvolti Comuni e vigili urbani: «Era un sistema per fare cassa».
I «signori delle multe» combinavano affari, truccavano gli appalti e stangavano gli automobilisti.
Quasi una catena di montaggio che arricchiva i soliti noti, che tanto, in questo settore, si sentivano tutti sulla stessa barca. Sebbene guidati da un unico nocchiere, il titolare della società di Rovellasco (Como), con licenza esclusiva di commercializzazione dei famigerati autovelox e degli ancor più discussi «T-Red», i rilevatori semaforici che, opportunamente taroccati, facevano vertiginosamente salire le entrate dei piccoli Comuni - da Segrate a Viterbo, da Novara a Varese, da Venezia a Modena, da Benevento a Ferrara - che ne facevano uso. E abuso. Sono 130 i municipi finora monitorati.
Scrive il gip nelle motivazioni dell’ordinanza: «Negli atti predisposti a riguardo dagli enti territoriali, l’installazione di tali apparecchiature viene motivata con la necessità di ottimizzare la sicurezza del traffico veicolare e di evitare o ridurre il numero degli incidenti stradali. Tuttavia, emerge dal complesso delle indagini, sottesi a tali finalità sono presenti interessi di natura diversa e in particolare la malcelata esigenza di assicurare alle casse comunali un cospicuo gettito di denaro...».
L’indagine nasce infatti proprio da una denuncia dei cittadini di Segrate, Comune alle porte di Milano, tartassati da un semaforo che, rubando sui tempi di accensione del verde, faceva immancabilmente scattare il rosso quando un’auto si trovava nel bel mezzo dell’attraversamento di un incrocio. O di strade a scorrimento veloce.
Insomma, una bella truffa ai danni del cittadino operata da quei Comuni che a
fine anno potevano far mostra di solidi bilanci senza troppo impegno dei loro
amministratori.
A guadagnare non erano d’altronde soltanto le piccole amministrazioni. Perché la
società licenzataria, e le sue società «satellite», quelle che nell’ordinanza
dei magistrati sono indicate come un vero e proprio «cartello» del pubblico
appalto semaforico, guadagnavano una sostanziosa percentuale proprio sulle multe
erogate: dal 25 al 30 per cento.
Un affarone, visto che tra semafori truccati e autovelox piazzati in fondo a strade in discesa anziché nei pressi di scuole o ospedali - come lamenta il pm dell’inchiesta - riuscivano a calcolare le entrate di ogni anno, fino a sfiorare i 10 milioni di euro. Le prove? Una serie di e-mail sequestrate dalla Gdf sui computer della società inquisita che dimostrano senza ombra di dubbio gli accordi tra le varie aziende in combutta e le pubbliche amministrazioni interessate sparsi in tutta Italia, nonché una serie di testimonianze di comandanti dei vigili pentiti che hanno raccontato come la società portasse nei loro uffici una «drive pen», con la quale scaricava sui computer degli interessati perfino le lettere di convocazioni per i bandi di gara. Tutti, guarda caso, di poche migliaia di euro sempre sotto i 200 mila, in modo da poter procedere senza troppi controlli o con trattative private. E poi le apparecchiature per le rilevazioni di velocità venivano semplicemente noleggiate e sempre da un’unica società diventata sostanzialmente la concessionaria nazionale esclusiva delle multe in Italia.
Con sentenza n. 7388/2009 finalmente anche la Cassazione Civile dopo tanti giudici di pace ha stabilito che per elevare una multa c’è bisogno di certezza e trasparenza, ossia un agente deve essere sempre presente almeno per le contestazioni e la verifica dello stato dei luoghi.
Autovelox da segnalare almeno a 400 metri e ben in vista. Parola dei giudici di Cassazione (seconda sezione penale, sentenza 11131/09). Gli autovelox, dice la Cassazione, devono essere "segnalati" e "ben visibili". Diversamente scatta la condanna per reato di truffa agli automobilisti. Anche la circolare 3 agosto 2007 del Ministero dell'interno prescrive la segnalazione almeno 400 metri prima del punto in cui l'apparecchio di rilevamento della velocità era collocato. Il D.M. 15 agosto 2007 e la circolare ministeriale dell'8 ottobre 2007 ribadivano l'esigenza di segnalare le postazioni di controllo con adeguato anticipo e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento”.
Eppure gli Autovelox col trucco non mancano.
Un giro d’affari milionario sfruttando autovelox non a norma, una truffa colossale che ha interessato mezza Italia, sfociata nella denuncia di 558 persone, di cui 367 dipendenti comunali o funzionari pubblici compiacenti, nei guai per truffa aggravata, turbativa d’asta e corruzione. È quanto ha scoperto la Guardia di Finanza di Brescia (tenenza di Desenzano) in cinque anni di indagini.
A tirare le fila di un sistema capillare e articolato che ha coinvolto mille comuni italiani - 146 quelli in cui sono state riscontrate anomalie - è un sessantenne di Desenzano del Garda. L’uomo, titolare della ’Garda segnale” e di numerose altre società aperte e chiuse secondo gli inquirenti per poter catalizzare gli appalti delle amministrazioni per la gestione degli autovelox, era già noto alle forze dell’ordine e alle cronache per vicende simili. Il bresciano è finito nel mirino di numerose Procure italiane, tra cui quella di Sala Consilina (Salerno) dove un automobilista fece ricorso per disconoscere una multa per eccesso di velocità. In parallelo i riscontri degli inquirenti di Brescia hanno permesso di appurare che attraverso una cinquantina di autovelox di cui soltanto due omologati si è riusciti in molti casi a ottenere gli appalti attraverso finte gare cui partecipavano solo ditte a riconducibili al responsabile, ovvero attraverso una molteplicità di 'servizi aggiuntivi' quali, ad esempio, l'incarico retribuito di 'videoterminalista' a favore di una persona designata, molto spesso, dal Comandante della Polizia Locale. Reati commessi in molti casi con la compiacenza della Polizia locale o di funzionari comunali ripagati con una congrua percentuale. Il sistema avrebbe fruttato 11 milioni e mezzo di sanzioni irregolari - gli autovelox erano tarati al rialzo per truccare la velocità rilevata del 15-17% in più rispetto al reale - delle quali l’interessato intascava fino al 40%. Un imponente flusso in denaro confluito in un impero immobiliare. Le violazioni del codice illecitamente contestate sarebbero 82mila con indebite richieste di sanzioni per circa 11,5 milioni di euro.
PARLIAMO DELL’INSICUREZZA STRADALE.
Il tema dell’insicurezza stradale è sentito da tutti. Ognuno di noi, o un proprio caro, conosce l’esito di un sinistro: lesione o decesso.
Nessuno conosce per certo i numeri e le cause del fenomeno, per porvi rimedio, salvo assistere alle strumentalizzazioni per interesse privato di enti ed associazioni tematiche.
Quanti sono le vittime ?
Secondo i dati ISTAT-ACI, ogni giorno in Italia si verificano in media 633 incidenti stradali, che provocano la morte di 14 persone e il ferimento di altre 893. Nel complesso, nell’anno 2007 (ultimi dati disponibili) sono stati rilevati 230.871 incidenti stradali, che hanno causato il decesso di 5.131 persone, mentre altre 325.850 hanno subito lesioni di diversa gravità.
Si sono persi per strada ogni anno almeno 90 mila sinistri stradali con lesioni rilevati dalla polizia municipale. Manca infatti un sistema centrale informatico per la raccolta dell'attività della polizia locale che da sola rileva in Italia 3 incidenti su 4. Lo ha evidenziato l'Anvu con la pubblicazione del secondo stralcio della ricerca statistica sui dati dei sinistri stradali relativi al 2008, effettuata con il portale poliziamunicipale.it.
Secondo l'osservatorio della polizia municipale i dati elaborati, analizzando un campione di comuni pari quasi al 30% della popolazione residente, evidenziano che i dati ufficiali diffusi ogni anno dall'Istat a fine anno sono gravemente carenti di informazioni. Nel 2007, secondo i dati ufficiali dell'Istat, infatti, il numero complessivo di incidenti con feriti o decessi ammontava a 230.871. Secondo la stima elaborata dall'osservatorio Anvu – poliziamunicipale.it - nel 2008, quelli effettivamente occorsi erano 320.000, quindi 90.000 in più rispetto ai dati ufficiali del 2007.
Quale è la tipologia delle vittime secondo i dati istat ?
Conducenti e passeggeri di autovetture, autocarri, autobus e Tir: 7 morti al giorno.
Pedoni: 2 morti ogni giorno. Passeggiare tranquilli tra le vie della propria città, lasciando per una volta a casa la macchina, può purtroppo trasformarsi in un vero incubo. La conferma viene dagli ultimi dati statistici in tema di incidenti stradali: in Italia, ogni giorno, circa 60 persone vengono investite sulla strada. Di queste, oltre 2 al giorno perdono la vita, mentre circa 58 devono farsi medicare per lesioni più o meno gravi. Ci sono state 758 vittime. I feriti fra i pedoni si sono attestati a quota 21.062. Le cause di questa "strage" restano quelle di sempre: alta velocità, guida in stato di ebbrezza, distrazione, segnaletica verticale ed orizzontale insufficiente. Comportamento generalmente imprudente unito ad una sorta di vera e propria intolleranza degli automobilisti verso il pedone. A questi fattori bisogna aggiungere strisce pedonali che in diversi casi hanno perso il colore e sono praticamente invisibili; auto e scooter parcheggiati sui marciapiedi che costringono il pedone a slalom o passaggi obbligati sulla strada, magari con passeggini o sacchi della spesa al seguito; autobus che effettuano le fermate in mezzo alla strada. Sul versante delle responsabilità dell'incidente, le statistiche indicano che nel 51% dei casi di investimento nessuna responsabilità è da attribuirsi al pedone; nel rimanente 49% troviamo invece delle forme di corresponsabilità: non è vero, quindi, che, come si sente dire, "il pedone ha sempre ragione". Il pedone, infatti, oltre a diritti ha anche dei precisi doveri da rispettare elencati nell'art. 190 del CdS.
I ciclisti: 1 morto ogni giorno. Ultimo dato Istat disponibile: morti 317 ciclisti. E non è tutto: in appena 3 anni, secondo un'inchiesta pubblicata sulla rivista il Centauro sono quasi 1.000 i ciclisti che hanno perso la vita sull'asfalto, con 12.476 feriti, (35.491 in tre anni). E sempre secondo le statistiche si sono contate 15 vittime fra i bambini che andavano in bici dagli 0 ai 14 anni. 13 maschi e 2 femmine. Sono state invece ben 161 le vittime fra i ciclisti over 65, pari al 50,8%. Fra gli anziani 122 erano maschi 75,8% e 39 le femmine 24,2%.
I motociclisti: 4 morti ogni giorno. “Il 90 per cento dei decessi avviene in ambito urbano, per colpa di un traffico caotico, di strade in pessimo stato, di trasporti pubblici inefficienti che spingono all'utilizzo delle due ruote come obbligo e non come scelta, dei mancati controlli sui comportamenti indisciplinati e pericolosi dei guidatori delle due e delle quattro ruote”. I dati emergono dall'indagine della Consulta nazionale per la sicurezza stradale del Cnel sull'analisi di rischio delle due ruote a motore.
Quali sono le cause ?
Sono marginali i sinistri causati dagli autisti dei Tir, che secondo le inchieste svolte sono costretti dalle aziende a guidare per giorni senza dormire. Guidatori che si tengono su con la cocaina. E nessun rispetto delle leggi.
Causa di incidenti stradali possono essere molteplici fattori. Si va dalle semplici disattenzioni a incidenti causati dalla cattiva condizione della carreggiata o condizioni meteorologiche. Ma stranamente si parla solo di ubriachi al volante.
Incidenti dovuti alla condizione della strada: Fondo ghiacciato o innevato o presenza di fanghiglia o di pietrisco, fogliame o altro materiale scivoloso sulla carreggiata; macchie d'olio sull'asfalto; allagamento da forte pioggia.
Incidenti dovuti alla struttura della strada: La ristrettezza della strada, presenza di strettoie non segnalate; la mancata di segnalazione degli incroci; la mancanza di segnaletica orizzontale o verticale; la presenza di ostacoli occulti ed imprevedibili; presenza di animali; fondo stradale disconnesso, scarsa illuminazione.
Incidenti dovuti alla condizione ambientale: Pioggia, neve o grandine; nebbia fitta; forte vento laterale.
Incidenti dovuti alla condizione del mezzo: Manutenzione scarsa o assente; gomme lisce; rottura improvvisa di componenti meccaniche.
Incidenti dovuti alla condizione soggettiva: Abbagliamento; curiosità quando sull'altra corsia dell'autostrada è successo un incidente o si è intervenuti in aiuto senza segnalare la propria persona né i veicoli coinvolti nel sinistro; guidare con il cellulare, magari fumando una sigaretta o armeggiare con l’autoradio; distrazione o disattenzione per fattori interni all’abitacolo o esterni; colpo di sonno; violazione delle norme del codice della strada quali il limite di velocità, sorpassi azzardati, non rispetto della segnaletica; stato psicologico alterato da alcool e droga.
Dai dati ufficiali risulta che la distrazione è la causa principale per gli incidenti stradali.
La ricerca sui fattori soggettivi degli incidenti stradali, condotta dall’Istituto Piepoli con il patrocinio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e su incarico dell’Anas Spa, della Fipe e del Silb, ha stabilito che la causa principale degli incidenti stradali è costituita dall’alterazione cognitiva dei processi di attenzione del guidatore, che può essere determinata da fattori psicologi, da stili di vita “irregolari” ovvero da stress o da stanchezza.
Per gli aderenti al CNOSS 1/3 dei decessi è colpa delle condizioni delle strade.
Gran parte delle associazioni aderenti al CNOSS si sono costituite proprio a causa di incidenti determinati dalla pericolosità delle strutture viarie italiane, ma le coscienze profumano più di pulito se queste responsabilità vengono viste con ingiustificata "benevolenza". Ecco il loro comunicato stampa: “Lo stiamo dicendo da anni, attirandoci le antipatie di molti enti gestori delle strade. In Italia un incidente mortale su tre è imputabile alle condizioni delle strade. Oggi giornali e televisioni hanno dato la notizia "scoop" con grande enfasi ed apparente sorpresa. Dopo il polverone iniziale, temiamo che alle migliaia di morti ammazzati, che ogni anno perdono la vita a causa delle vergognose condizioni delle strade italiane (gli altri) si aggiungeranno altre migliaia di ignari utenti della strada che oggi hanno appreso la notizia con fatalismo e senso di impotenza (da sorteggiare tra noi tutti). Alcune domande sorgono spontanee: Se un incidente mortale su tre è dovuto alle condizioni delle strade, perchè le responsabilità di questi omicidi non vengono quasi mai imputate agli Enti gestori? Perchè le forze dell'ordine o gli altri organismi istituiti per garantire la sicurezza sulle strade non denunciano queste situazioni di pericolo senza attendere che ci scappi il morto?”
Ma i sinistri stradali colpiscono anche coloro che dovrebbero vigilare sulla sicurezza della circolazione.
Il 70% delle vittime in divisa sono deceduti su strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro, per mancanza dell'uso delle cinture e macchine in stato pietoso.
L'incredibile dato arriva dall'inchiesta pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbe potuti salvare se solo avessero indossato le cinture di sicurezza? "Probabilmente molti - spiega Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più. Anzi, ci fa ancora più rabbia".
In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come tutti gli altri. "Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita - spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione. Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a rotta di collo per fermare un sospetto?".
Certo è che nessuno parla delle morti evitabili: secondo gli studi effettuati, il 30 % per soccorso inadeguato.
La tempestività di un intervento qualificato sul luogo dell’incidente consente di ridurre al massimo l’intervallo privo di terapia, considerato maggiormente a rischio ai fini della sopravvivenza, e di esaltare, invece, le possibilità di recupero delle funzioni vitali (la “golden hour” nel trattamento immediato del politraumatizzato) determinando una riduzione degli esiti infausti nel secondo picco di mortalità. Un’analisi retrospettiva di oltre 700 decessi ha evidenziato che il 52 per cento delle morti avviene sul luogo dell’incidente o comunque prima dell’arrivo in ospedale, mentre del restante 48 per cento delle vittime, il 23 per cento muore entro un’ora dal trauma ed un’ulteriore 35 per cento entro le prime 24 ore. La percentuale di “morti evitabili”, intendendo con questo termine quelle dovute ad insufficienza o ritardo nel soccorso immediato pre-ospedaliero, è stata valutata retrospettivamente in misura del 70 per cento qualora non coesistano gravi lesioni del SNC ed in misura del 30 per cento nel caso in cui queste siano presenti. È da considerare, inoltre, l’esistenza di una elevata quota di decessi e di sequele funzionali post-traumatiche gravi dovute non già al trauma di per se stesso, bensì al verificarsi di eventi successivi, connessi con un primo soccorso non qualificato o con l’invio in strutture non idonee: ad esempio, lesioni neurologiche irreversibili causate da uno stato di shock emorragico non adeguatamente corretto, lesioni ischemiche di arti fratturati non sufficientemente immobilizzati durante il trasporto, danni midollari spinali da incauta estrazione del traumatizzato dal veicolo, ecc. In Italia, un’analisi autoptica retrospettiva di 110 soggetti deceduti per trauma ha evidenziato che la causa principale di morte era rappresentata da shock emorragico per lesioni che sarebbe stato possibile trattare chirurgicamente.
PARLIAMO DI COLLAUDI FALSI.
Da quanto emerge da queste interrogazioni parlamentari, esiste una realtà sconosciuta, che attenta alla sicurezza della circolazione stradale.
Atto Camera.
Interrogazione a risposta scritta 4-02736
presentata da AURELIO SALVATORE MISITI giovedì 2 aprile 2009, seduta n. 158
Interrogazione a risposta in Commissione 5-00893
presentata da AURELIO SALVATORE MISITI mercoledì 28 gennaio 2009, seduta n. 122
MISITI. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Per sapere - premesso che:
l'autotrasportatore Carlo Massone residente a Castelletto d'Orbia (Alessandria) è stato coinvolto in una gravissima vicenda che ha compromesso la sua stabilità economica e quella dell'omonima azienda di trasporti;
tale vicenda ha avuto inizio con l'acquisto di 6 automezzi con gru effettuati in epoche diverse (dal 1983 al 1996), tutti apparentemente pronti per essere utilizzati su strada ma poi risultati con documentazione irregolare a seguito di verifiche disposte dallo stesso Massone;
il caso più famoso e più documentato, già oggetto dell'interrogazione 4-05578 dell'8 novembre 2007 alla Camera dei Deputati e della 4-01468 del 7 marzo 2007 al Senato, è quello che riguarda un veicolo Fiat 170/35B. Tale mezzo all'acquisto risultava regolarmente collaudato in tutte le sue parti, completo di attestazioni rilasciate dalla Motorizzazione e dall'Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro). Successivamente, dopo la richiesta dello stesso signor Massone per la verifica della veridicità della documentazione, si ebbe esito negativo da parte della Motorizzazione e della Asl di Alessandria. Il mezzo presentò una serie di anomalie tecniche e strumentali tali da renderlo inutilizzabile;
nel procedimento penale riguardante i fatti esposti e nei confronti dello stesso signor Massone, egli veniva accusato di aver dolosamente manomesso e modificato le caratteristiche tecniche del mezzo;
tale procedimento si è concluso con una sentenza dell'8 giugno 1999 del Tribunale di Alessandria dove la concessionaria Plura, venditrice del veicolo, è stata condannata ad un risarcimento danni pari a circa 100 milioni del vecchio conio;
in molti altri casi, comunque, dopo l'acquisto presso concessionarie e rivenditori, gli autocarri con gru e piattaforma aerea sono risultati tutti con documenti di revisione e collaudo falsi rilasciate dalle Motorizzazioni civili e dall'Ispesel;
al di là delle ripercussioni della vicenda in ambito giudiziario, da questa esperienza risulta l'esistenza di gravi irregolarità nelle operazioni di collaudo. Questo è solo il caso più eclatante, ad onta delle forti perdite economiche subite dopo queste tristi esperienze che hanno addirittura portato il signor Massone a minacciare il suicidio su diversi organi di stampa;
è chiaro che se le esperienze del signor Massone si verificassero in tutto il territorio italiano ci troveremmo di fronte ad un problema grave che non metterebbe in discussione soltanto la stabilità economica delle aziende operanti nel settore dei trasporti, ma anche la sicurezza di tutti i mezzi che circolano sulle strade italiane, con le conseguenze che ne deriverebbero -:
se il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti non ritenga opportuno effettuare delle efficaci indagini presso gli Uffici provinciali del Dipartimento dei Trasporti terrestri al fine di verificare lo svolgimento a norma di legge delle trasformazioni dei veicoli e dei relativi collaudi e la veridicità di conformità delle carte di circolazione rilasciate, per salvaguardare la sicurezza stradale ed evitare che si ripetano esperienze come quella del signor Massone.
PARLIAMO DI TRENI.
Treni, terza classe Italia. Un servizio sempre più scadente e sempre più "divaricato". Le ferrovie italiane (da Trenitalia alle locali) non riescono più a funzionare. Mancano i soldi, vanno le "frecce" (e rendono bene), ma i convogli dei pendolari sono sporchi, poco frequenti, e vanno troppo piano. E in futuro sarà peggio. Previsti tagli ai convogli del sud Italia.
Tanto che sindaci ed amministratori del sud Italia, in particolare provenienti dalla Puglia, sono alla riscossa contro Trenitalia. Protestano, davanti la sede di Ferrovie dello Stato, a Roma, contro i tagli indiscriminati di treni e vagoni verso le regioni del sud.
Inchiesta di “La Repubblica.” Treni: pochi, lenti, sporchi e spesso in ritardo.
Il pendolare viaggia a passo d'uomo. Il servizio ferroviario è sempre di più a due velocità: belli, veloci, funzionali ma anche costosi i convogli a lunga percorrenza sulle tratte più redditizie. Ma gli altri, quelli che ogni giorno portano i lavoratori sulle tratte regionali, hanno qualità e tempistica da terzo mondo. Per andare in treno da Matera a Potenza, 102 chilometri, un’ora e ventinove minuti in auto, servono sette ore e due cambi. Bisogna transitare in Puglia, cambiare a Bari, quindi a Foggia e rientrare in Basilicata. Si sale e scende tra regionali e nazionali. La velocità media del trasferimento è di 14,5 chilometri orari. Un fondista con tempi da Olimpiade, correndo tra i due capoluoghi, impiegherebbe un’ora in meno. L’alternativa per il Matera-Potenza è un regionale su binario unico con cambio ad Altamura: impiega dalle tre ore alle quattro e quaranta, ma in "orario da pendolare" ne passa soltanto uno al giorno. Da Cosenza a Crotone (110 chilometri tutti in Calabria e un cambio) si impiegano tre ore. Per coprire Ragusa-Palermo (250 chilometri tutti in Sicilia, tre cambi) i convogli regionali di Trenitalia hanno bisogno di sei ore e dieci minuti. L’orario invernale prevede due treni, tutti e due a ridosso dell’ora di pranzo. O a Ragusa becchi questi o cerchi un pullman o fai l’autostop. La littorina è così lenta, poi, perché non è stata progettata per affrontare le curve del percorso: se aumenta la velocità, deraglia. Ma lo "slow train" non è solo un problema da profondo Sud. Per coprire la distanza da Acqui Terme a Genova (74 chilometri) ci vuole un’ora e mezza e si viaggia a 50 l’ora. Mauro Moretti, l’amministratore delegato del risanamento e rilancio delle Ferrovie di Stato, sta presentando i vagoni del silenzio sui nuovi Frecciarossa, annuncia un "Roma-Parigi" tutto coperto con la luce del giorno. Lo scorso maggio, a Piacenza, sul treno pendolare destinato a Fiorenzuola un impiegato bancario di 55 anni è dovuto uscire dal finestrino. Le porte del treno erano bloccate, quasi tutte.
Treni lenti, sporchi, in ritardo. E sempre di meno. Della Ferrovia Porrettana - il primo collegamento attraverso l’Appennino tosco-emiliano, dal 1864 scavalca la dorsale collegando Bologna a Pistoia - sono rimaste sei coppie di treni. Carrozze eliminate, la Rete ferroviaria italiana (ancora Fs) ha rimesso su strada 24 pullman. E in Calabria è dato in via d’estinzione un altro storico treno per pendolari, il "Tamburello" che collega Melito di Porto Salvo a Reggio Calabria quindi a Rosarno. Le politiche ferroviarie di questi tempi si possono osservare in maniera chiara nel Tigullio ligure: sono saltate diverse fermate per i treni a servizio universale, i rivieraschi devono prendere altrove freccerosse più care a cui poi mancano le coincidenze per tornare a casa. Su questo tratto di costa a forte richiamo turistico due Intercity non si fermano più, altri due non si fermeranno l'anno prossimo. È per questo che i pendolari occupano i binari? È per questo che dal Veneto alla Puglia si assiste alla rivolta degli abbonati? Biglietti più cari, servizio peggiore".
E su ogni treno ora c'è un comitato. La situazione continua a peggiorare: stazioni abbandonate, biglietterie chiuse, vagoni così affollati che ogni giorno lasciano a terra centinaia di persone. E i viaggiatori si organizzano: occupano binari e convogli, fanno sentire la loro voce. Quarantaquattro "comitati contro" in nove regioni non sono nati a caso. Sul Lecco-Milano il gestore Trenord - il dieci per cento delle tratte regionali è gestito da imprese locali, il resto da Trenitalia - ha tolto 880 posti, il 20 per cento, e aumentato del 20 per cento il costo del biglietto. Tutti i giorni, e tutte le sere, la metà delle carrozze è senza luce. Sul treno diretto per Tirano delle 18,20, lo scorso 22 ottobre Trenord ha deciso di togliere quattro carrozze in male arnese. I pendolari della Valtellina hanno lasciato la banchina della Centrale di Milano occupando tutti i vagoni, anche quelli vietati. "Hanno chiamato un plotone di polizia per sgombrarci", racconta Giorgio Dahò del Coordinamento lombardo, "la maggior parte delle persone ha deciso di attendere il successivo e il treno sgombrato è partito semivuoto". Il Piacenza-Milano è stato bocciato dal 98 per cento dei clienti che l’hanno utilizzato: bagni rotti, sbarrati, così sporchi da essere inutilizzabili. Su ritardi e sporcizia una pendolare di Lodi ha vinto una causa contro Trenitalia per i suoi viaggi da San Zenone alla stazione Lambro: 500 euro di risarcimento dell’abbonamento e 2.000 euro per danni morali.
L’arretratezza del servizio è da allarme rosso. L’Aosta-Torino è percorsa da treni alimentati a diesel: non possono più entrare nella nuova stazione sotterranea di Porta Susa e i pendolari devono affrontare un nuovo cambio a Chivasso. Dei 29 treni regionali Rimini-Bologna, in media sedici sono inaccessibili per sovraffollamento: alcune carrozze vengono chiuse per non rischiare soffocamenti. Chi sale a Faenza può solo sostare davanti alle porte, a Imola i convogli sono così affollati che non può scendere chi è rimasto a metà vagone. Per tre anni consecutivi la Borgo San Lorenzo-Firenze è stata proclamata la tratta peggiore della Toscana: le carrozze sono vicine al collasso. Sull’Arezzo-Firenze i sei vagoni utilizzati si presentano con le porte rotte, le poltrone con la gomma piuma esondante, un riscaldamento da sauna estate e inverno, i finestrini bloccati, i cavi delle prese di collegamento tra le gambe dei passeggeri. Nessun appoggio per una bibita o il computer.
"Ogni mattina a Zagarolo restiamo a terra in centinaia", raccontano i gruppi organizzati attorno al disastro della Frosinone-Roma. I vandali contribuiscono all’opera di disfacimento sul Viterbo-Roma: l'ultima volta hanno spaccato 40 vetri, 25 mila euro e quattro giorni di stop per le riparazioni. Il conteggio dal 2 al 7 novembre ha messo in fila trentacinque fra finestrini e porte infrante, due estintori scaricati, sei sedute divelte, otto sedili tagliati e graffiti su tutto un convoglio. Un danno di 40 mila euro. Le stazioni della Val di Susa - servono il Torino-Modane - sono senza biglietterie: Chiomonte, Meana, Susa e Condove. A Ponte di Brenta, vicino a Padova, il degrado è salito al punto di favorire aggressioni e rapine. I chioschetti con i biglietti uno dopo l’altro spariscono dalle piccole stazioni dell’Alpago, nel Bellunese, e dalla provincia di Rovigo. Alla stazione Nomentana di Roma non c’è biglietteria né erogatrice, non ci sono servizi di ristoro, mai visto un controllore né una latrina. Dalle banchine d’attesa dell’hinterland napoletano hanno già tolto ventidue punti-vendita. In Sicilia la Barcellona-Castroreale, seconda stazione per bacino d’utenza della provincia di Messina, è semplicemente abbandonata. C’è una spiegazione a questa moria di stazioni, carrozze, servizi, riparazioni?
Da una linea all'altra ecco i disagi da Nord a Sud. Fonti: Censis, Cgil, Legambiente, Asstra.
Lombardia
Lecco-Milano
Il costo del biglietto è aumentato del 20%, i posti sono stati ridotti del 20%. Solo parte dei convogli disponibile per guasti al sistema di illuminazione e al malfunzionamento delle porte.
Piacenza-Milano
Bagni rotti, sbarrati o sporchi e inutilizzabili. Sedili impraticabili. Ritardi medi fino a 20 minuti.
Piemonte
Aosta-Torino
Treni ad alimentazione diesel che non possono entrare nella stazione sotterranea di Porta Susa, cambio a Chivasso.
Cuneo-Torino
Ritardi e sovraffollamento. Convogli pochi, sporchi e degradati.
Veneto
Montebelluna-Padova
A metà tragitto i treni costretti a fermarsi perché troppo carichi di passeggeri. Rimodulati i convogli: 3 carrozze al posto di 5 o 6.
Legnago e Adria
Non c'è un treno diretto: 65 km in 3 ore, obbligo di cambio a Rovigo. Pochi treni, sovraffollamento, pessime coincidenze.
Emilia Romagna
Rimini-Bologna
Su 29 treni 16 inaccessibili. Carrozze chiuse per sovraffollamento.
Toscana
Borgo San Lorenzo – Firenze
I treni impiegano fino a 40 minuti per un tragitto di pochi chilometri. Problemi di capienza su una linea frequentata da almeno 2500 pendolari al giorno.
Arezzo-Firenze
Solo sei vagoni in media. Porte e poltrone rotte. Finestrini bloccati, nessun appoggio o tavolino.
Lazio
Velletri-Roma Termini
Affollamento sui convogli. Ritardi anche di un'ora e mezzo per gelo ai binari. In media 18 minuti di ritardo su 60. Manutenzione inesistente.
Fara Sabina-Aeroporto di Fiumicino
Mancano 15.000 posti. Molte cancellazioni. Spesso un treno ogni 25-30 minuti. Condizioni igieniche pessime di treni e stazioni.
Campania
Salerno-Cava dè Tirreni-Napoli
Sovraffollamento. Poche coincidenze.
Puglia
Bari-Napoli. Anche 5h 20 su una tratta che è quasi interamente a binario unico.
Brindisi-Taranto
Tratta di 70 km, dove per i ritardi le proteste sono sfociate in blocchi della circolazione ferroviaria, in particolare a Latiano (Br).
Basilicata
Potenza-Matera
100 chilometri in 6 ore e 50 con due 2 cambi (Foggia e Bari). Velocità media: 14,5 km/h.
Calabria
Cosenza-Crotone
110 km in 3 ore e un cambio. Velocità media: 38,3 km/h.
Sicilia
Ragusa-Palermo
250 km in 5 ore e 20 con un cambio. Velocità media: 47,2 km/h. Un solo treno, va piano perché non è fatto per affrontare le curve presenti.
Messina-Palermo
4 ore e 25 minuti con una velocità media di 52 km/h.
IL TEMPO DI PERCORRENZA
Taranto-Roma
4 h fino al 2009, 6 h dal 2010. Prima diretto e ora un cambio.
Bolzano-Roma
5h 50' fino al 2009, 6-7 h dal 2010. Prima diretto e ora 1 cambio.
Alessandria-Roma
4h 55' fino al 2009, 6h 12' dal 2010. Prima diretto ora 1 cambio.
Torino-Lecce
11 h fino al 2009, 12h 55' dal 2010.
Confronto fra treni diretti. Per esempio, prendiamo PAVIA.
Sul binario ci sono centinaia di persone. Il treno delle 8.01 è strapieno. E non è da meno quello delle 8.38. Da Pavia ferma a Rogoredo, Lambrate e arriva a Milano Centrale. «Ma già a Tortona è pieno», dice una ragazza che è riuscita a sedersi. Non capita a tutti. Tra un vagone e l’altro si sta in piedi e così anche nel corridoio tra i sedili, schiacciati come sardine. «La speranza è di non assistere più a queste scene quando ci sarà la S13», dicono in treno. Ieri la temperatura del riscaldamento era altissima, se sei ammassato uno all’altro non puoi certo togliere la giacca. «La temperatura è casuale – spiegano Ruggero Pedrini e Massimo Toesca che vanno a Milano per lavoro – e poi oltre al sovraffollamento ci sono ritardi vari». «E’ lunedì ci sarà sicuramente da aspettare», dice una signora nell’atrio. Stranamente ieri i ritardi si sono limitati a pochi minuti. Ma il viaggio con i pendolari schiacciati resta. In piedi c’è chi riesce comunque a leggere. I fortunati seduti tirano fuori il computer portatile o l’ipad e scrivono o finiscono di leggere un documento. In bagno sul treno non ci va quasi nessuno. Un po’ perché muoversi tra una carrozza e l’altra è un’avventura un po’ perché la pulizia non è il massimo. «No, i bagni sono proprio in condizioni pessime», dice Anastasia Rizza. Lei a Milano fa volontariato, prende il treno delle 8.38 e ha vissuto sulla pelle tutti i disagi da pendolare: sovraffollamento, temperatura random, ritardi, sporcizia. Giacomo Colnaghi fa il percorso inverso, viene da Milano a Pavia. Anzi arriva da Desio. «Quindi devo cambiare a Milano Pirelli – spiega – e spesso le coincidenze saltano». Clara Ratti è di Alessandria e a Pavia studia Giurisprudenza. Ieri mattina aspettava un’amica. «Viaggio in treno tre giorni a settimana – spiega – il lunedì è un viaggio impossibile perché ci sono tantissimi ragazzi con le valige che arrivano a Pavia. Negli altri giorni ci si riesce a sedere, ma quando arriva il treno con un solo vagone e siamo più di trenta c’è poco da fare». Le piccole soddisfazioni non mancano. «Di recente hanno rifoderato i sedili», dice Clara. Ed è positivo. Perché, sul regionale delle 8.38, per esempio, i sedili sono sporchi e strappati. Certo, se riesci a sederti e a non stare in piedi questo passa in secondo piano. «Io faccio due tratte – spiega Nausica Bosco – prima Alessandria-Pavia poi Pavia-Milano. Mi è capitato molte volte di dover prendere un pullman ad Alessandria perché saltava il treno». Poi bisogna incrociare le dita per le coincidenze. «Infatti sono un po’ preoccupata per la S13», dice Nausica. Bisogna prendersi qualche minuto e studiare gli orari. L’8.38 è a Centrale alle 9.15. Senza ritardi, anzi ha 3 minuti di anticipo. Pochi intoppi. Anche se a Lambrate la porta non si apre. Interviene il capotreno.
In piedi. I pendolari sono costretti a stare in piedi, sempre. In treno, stretti tra un sedile e l’altro. E persino in stazione, dove a Pavia le poltroncine sono una decina. Poche per le centinaia di studenti e lavoratori che passano ogni mattina da Pavia. Ieri mattina abbiamo viaggiato con i pendolari pavesi, abbiamo aspettato il treno con loro, siamo saliti sul regionale delle 8.38. Tra le 7 e le 8 del mattino l’atrio della stazione è un viavai di gente. E per arrivare in stazione bisogna riuscire a passare indenni al traffico, ai pullman che scaricano centinaia di studenti. Nell’atrio si sfoglia il giornale, si legge un libro, semplicemente si aspetta. Le spalle appoggiate alla macchinetta del caffè c’è chi guarda i tabelloni degli orari: 5 minuti di ritardo. Che non sono niente, una carezza. Davanti agli sportelli la coda si stringe e si allunga a ondate, davanti alle biglietterie automatiche si fanno gli ultimi biglietti. Se prendono solo il bancomat c’è chi tira accidenti, perché è una corsa contro il tempo. Rischi di perdere il treno, arrivare tardi al lavoro o a lezione. Piccoli disastri a catena. Dalle porte a vetro dell’atrio si accede direttamente al primo binario, quello da cui partiranno, ogni mezz’ora, i nuovi treni della linea S13, la suburbana che collegherà Pavia e Milano. I treni una volta a Rogoredo si immetteranno nella linea del passante: si potrà arrivare fino a Milano Bovisa, senza scendere dal treno e con un solo biglietto. Ma i pendolari da tempo sottolineano che deve esserci una corrispondenza tra gli interventi migliorativi sulla linea e le condizioni delle strutture. Nella stazione di Pavia non c’è solo il problema della mancanza di una sala d’attesa. «Mi sono dovuta fare aiutare a portare la valigia perché in questa stazione l’ascensore non funziona – dice Maria Rita Mereu, molto alterata – Sto andando a Milano e so già che li non troverò i carrelli e dovrò trascinare la valigia. All’estero ormai ridono di noi e hanno ragione: come si fa a lasciare una stazione con l’ascensore fuori servizio da due anni»? Quella dell’ascensore in effetti è la storia infinita. Collaudi, autorizzazioni, rimbalzi tra istituzioni. Ma alla fine è sempre sigillato, impossibile da usare, perennemente fuori servizio. E l’uscita dell’ascensore che si affaccia sul sottopasso che porta ai binari è usato come gabinetto pubblico.
Stazione significa anche parcheggi. Il parcheggio della Metropark proprio accanto alla stazione costa un euro all’ora. Se no ci sono gli abbonamenti mensili, che dal primo gennaio, però, aumenteranno. Passeranno da 25 a 29 euro, il 16% in più. «I clienti interessati potranno rivolgersi al referente del parcheggio per sottoscrivere un nuovo contratto», si legge nei cartelli sparsi per il parcheggio. Altrimenti addio abbonamento. L’altra alternativa - per chi non vuole svegliarsi un’ora prima per cercare posteggio - è il multipiano «Al Centro» gestito dalla Apcoa. Sette piani, 1030 posti auto: all’ora si paga un euro e 30 centesimi. Per chi sta via tutto il giorno per lavoro o studio è una cifra impensabile. L’abbonamento va dagli 8 euro giornalieri ai 42 mensili (se da lunedì a venerdì) o 68 se per tutta la settimana 24 ore su 24. «Sarebbe bello usare il treno, ma arrivare in stazione è un’impresa: parcheggi inesistenti e bus scarsissimi», scrive un pendolare su Twitter. Il Comune ha rimesso in ordine alcuni parcheggi attorno alla stazione. «Ma non bastano», ripetono i pendolari. Che hanno chiesto al Comune di intervenire anche sul fronte autobus. Gli orari dei bus cittadini non coincidono con quelli della nuova S13. Il Comune ci sta lavorando insieme alla Line. Altra richiesta da chi viaggia per Milano: più linee urbane dovrebbero arrivare in stazione e soprattutto più corse alla sera. Ieri il sottopasso che collega il piazzale della stazione a via Bricchetti era a metà servizio per poter ripulire le pareti dai murales. Così, per riuscire a timbrare il biglietto, c’era la caccia all’obliteratrice. Funzionano a singhiozzo, non tutte, non in tutti i binari. «I disagi continuano su tutta linea, non solo a Pavia – dice una signora mentre si prepara a scendere dal regionale delle 8.38 da Pavia per Milano centrale – a Rogoredo hanno chiuso uno dei due sottopassi e quando ci sono due treni che arrivano insieme scendere o salire è quasi impossibile». Fino alla fine di febbraio uno dei sottopassi di Milano Rogoredo, una delle fermate più quotate dai pendolari, sarà chiuso per lavori. I pendolari sono rassegnati. Così come quasi non si fa più caso ai dettagli. Uno degli orologi a Milano centrale è fermo alle 10.15, non molto utile per chi deve controllare l’ora per non perdere il treno.
“L'ALTRA VELOCITÀ” è il resoconto del “L’Espresso” sul sistema ferroviario in Italia.
Vagoni vecchi. Sovraffollati. Sporchi. E poi ritardi. Convogli e linee soppressi. Disservizi. Così Trenitalia e Regioni condannano all'inferno i due milioni di pendolari.
Martedì 10 marzo. Alle 4 e 20 di mattina, le porte della stazione di Ragusa sono sbarrate.
Impossibile scaldarsi nella sala d'aspetto. Impossibile sedersi. Impossibile accedere alle obliteratrici interne. Impossibile, soprattutto, salire su un treno che da quest'angolo orientale della Sicilia arrivi in tempi accettabili a Trapani, cittadina in linea d'aria a 300 chilometri di distanza. L'unica possibilità, oggi come tutti i giorni, è aspettare al buio che l'autista rumeno Florin avvii il motore del pullmino parcheggiato davanti alla stazione. Sul lato superiore del parabrezza c'è scritto: Servizio sostitutivo Trenitalia. Perché è così, che parte questo viaggio nel medioevo ferroviario: barcollando per un'ora e 22 minuti sul bus tra le buche della statale 115. Fino alla stazione di Gela. Poi toccano 38 minuti di attesa, senza la possibilità di accedere ai bagni (chiusi a tempo indeterminato per garantire "la sicurezza e il decoro della stazione", dice un cartello di Fs). Poi altre tre ore e 57 minuti per salire fino a Palermo. E ancora, dopo un'ora e 12 minuti di attesa, ulteriori due ore e 21 minuti per ridiscendere a Trapani. A questo punto, dopo 440 chilometri di tragitto, si è finalmente arrivati. Alle 13 e 50. Nove ore e mezza dopo la partenza da Ragusa.
Eccola, l'altra Italia dei binari. Non quella ad alta velocità battezzata entusiasticamente dall'amministratore delegato di Fs Mauro Moretti. Niente a che vedere con i Freccia Rossa che in tre ore e mezza collegano Milano a Roma. Qui si parla di trasporto regionale. Di tratte brevi, trascurate da dieci, venti, trent'anni. Di una materia sconcertante ovunque: dalla Sicilia al Piemonte, dal Lazio alla Liguria, dalla Lombardia alla Calabria. Un universo fatto di "scarsa puntualità, frequenti ritardi e soppressioni, carentissima pulizia e scarsa manutenzione", scrive Federconsumatori nel dossier 'Essere pendolari, una scelta difficile'. Un capitolo tanto scivoloso che Vincenzo Soprano, amministratore delegato di Trenitalia (responsabile per Fs del materiale rotabile), mette le mani avanti: "Il nostro impegno, su questo fronte, è massimo. E i risultati iniziano a vedersi, almeno sul fronte dei ritardi e dell'igiene. Ma non c'è dubbio: dobbiamo migliorare. Tantissimo".
Un problema ben chiaro ai due milioni di connazionali che quotidianamente si spostano avanti e indietro in treno per studio o lavoro. Solo lo scorso anno, scrive Federconsumatori, i pendolari hanno accumulato cento ore di ritardo. E il disagio continua con punte imbarazzanti, come quelle registrate lo scorso mese. "Il 2 febbraio", scrive l'agenzia Ansa, "la ferrovia Torino-Milano è nel caos. Alle 5,30 si è guastato il locomotore del treno da Cuneo che ha bloccato la linea per Milano.
Così il regionale delle 5,50 da Porta Nuova per Milano è stato fermato, ed è ripartito con oltre 20 minuti di ritardo". Dopodiché "lo stesso treno è stato fermato per far transitare l'Intercity, ma una quarantina di persone furibonde sono balzate sui binari e lo hanno bloccato per salire a bordo".
Un episodio unico, eccezionale? Tutt'altro. Passano 72 ore, e alla stazione di Genova Pegli crolla un cavo della linea ad alta tensione. Negli stessi giorni, sulla tratta Pescara-Roma un treno si blocca sui binari e paralizza la linea per l'intera mattina. Il tutto mentre un Intercity Napoli-Milano si rompe in Lazio, prima di Orte, accumula due ore e mezza di ritardo e rallenta la zona. "L'emergenza è culturale, prima ancora che strutturale", dice l'ingegnere trasportista Andrea Debernardi: "I trasferimenti a corto raggio assorbono il 90 per cento del traffico ferroviario. E in futuro sarà sempre così, con masse di italiani che lasciano le città per trasferirsi in centri satellite. Eppure nessuno affronta questa rivoluzione, scomoda da gestire ma fondamentale da risolvere". Tanto cruciale, sottolinea Debernardi, da incidere sui treni a lunga percorrenza, quelli a prestazioni eccellenti: "Perché attenzione: alta velocità non è il tempo che separa una stazione ferroviaria dall'altra, ma quello che il cittadino impiega da casa alla meta finale".
Un concetto condiviso da Marco Suriani, sindaco di Caluso, comune della provincia torinese con 7 mila 500 abitanti e una folla di pendolari. Alle 6 di mattina, nella stazione del paese, mentre studenti e lavoratori aspettano il primo treno in ritardo, stringe tra le mani due orari ferroviari: quello in vigore dal 14 dicembre 2008 e quello sbiadito del 1962. Un confronto impietoso. "Oggi", mostra Suriani, "si parte da Caluso alle 8,10 del mattino, si cambia treno a Chivasso e si arriva a Torino Porta Nuova alle 9,10. Tempo trascorso, un'ora piena per percorrere soli 43 chilometri. Nel lontano 1962, invece, c'era un treno diretto che fermava a Caluso alle 8,07 e arrivava a Torino in 53 minuti".
Peggio ancora, il paragone dopo le 9 di sera. "Nel '62 avevamo un treno che partiva alle 21,32 da Torino Porta Nuova e ci portava a Caluso in 43 minuti. Ora c'è un treno che parte alle 22,50, si ferma a Chivasso e ci costringe a un bus sostitutivo che arriva a Caluso alle 23,45. Tempo di percorrenza, quando tutto va bene, 55 minuti".
Domanda obbligata: perché i treni locali corrono indietro nel tempo? Cos'ha portato l'Italia a questa débâcle generale? "La risposta viene da lontano", dice l'ingegnere Ivan Cicconi, esperto di trasporti e autore di svariati saggi sul sistema ferroviario: "Nel 1991, la politica ha deciso che la nazione doveva essere spaccata in due: da un lato i treni ad alta velocità, con poche e costose linee (vedi tabella qui sopra), dall'altro il trasporto regionale, finito nel dimenticatoio e lasciato senza investimenti". Un quadro già di suo critico, a cui nel 2000 si è aggiunto un nuovo elemento: il passaggio, con la riforma Bassanini, della competenza e delle risorse del trasporto ferroviario locale alle Regioni, le quali versano alle ferrovie i finanziamenti ricevuti dallo Stato. "Un sistema sulla carta efficace", spiega Edoardo Zanchini, responsabile trasporti di Legambiente, "ma nella pratica fonte di continui attriti. Ogni giorno le Regioni contestano a Fs i suoi servizi inadeguati. Ed Fs, in parallelo, lamenta il misero contributo dei governi regionali (vedi tabella nella pagina a sinistra, ndr)". Risultato: in tutte le Regioni è scaduto l'accordo annuale con Fs (il cosiddetto 'contratto di servizio'), "e soltanto in Emilia si è sottoscritto il nuovo patto".
Un clima teso, insomma. Nel quale tutto è possibile: soprattutto il peggio. "In Calabria", scrive in una nota la Fit (Federazione italiana trasporti) Cisl, il livello delle ferrovie è zero. Il dito viene puntato contro la carenza di "collegamenti diretti tra i capoluoghi", contro i tempi di percorrenza "lunghissimi" e la mancanza di un "programma di integrazione tra rotaia e gomma". Ma sono fatti che non stupiscono, purtroppo: è l'agonia del Meridione, il degrado nell'indifferenza assoluta. Come le tre ore e 45 minuti che impiega il treno delle 10,22 da Crotone per coprire i 180 chilometri fino a Cosenza. Più sorprendente, invece, è quello che accade nella moderna Lombardia. E in particolare sulla linea tra Milano e Lecco, dove Marco Molgora, assessore verde all'Ecologia della Provincia di Lecco (nonché membro del Comitato pendolari del meratese), allarga le braccia: "Siamo sfiancati. E anche molto delusi", dice. Sul risvolto della giacca ha spillato un nastrino viola: "Il simbolo della nostra protesta. Dal primo marzo, visto il disastro dei treni, ci rifiutiamo di mostrare gli abbonamenti ai controllori". Strano, verrebbe da obiettare: il 10 settembre 2008, proprio su questa linea, è stato inaugurato il raddoppio dei binari tra Carnate e Airuno. "Ma le cose, malgrado i circa 200 milioni spesi, non sono migliorate. Al contrario", dice Molgora: "Su 20 chilometri della tratta sono stati eliminati gli scambi di connessione tra un binario e l'altro, per cui se un treno si guasta blocca automaticamente i successivi". Quanto alla qualità dei convogli, "sono identici a prima: pochi, sporchi, con le soppressioni che abbondano, i ritardi che si moltiplicano e la gente furiosa".
Può sembrare un'esagerazione, eppure non lo è. I viaggiatori sono umiliati, per questo handicap giornaliero. E reagiscono d'impulso, quando si trovano spalle al muro. Lo si è visto, il 27 febbraio, sul treno che parte da Milano alle 17,50 e in teoria arriva a Lecco alle 18,36. È un venerdì sera e i pendolari sono stanchi, desiderosi di godersi il weekend. Ma tra le fermate di Carnate e Osnago, succede ciò che non dovrebbe succedere: il treno inchioda nella campagna e rimane fermo per un'ora e 20. Senza che nessuno fornisca informazioni. L'amarezza è tanta, tra chi viaggia, come l'abitudine a inconvenienti del genere. Così un gruppetto si fa coraggio: spalanca una porta e si avventura al buio sui binari. "Vergogna...", scuote la testa una signora affondando i tacchi tra i ciottoli: "Come siamo ridotti...". Poi la colonna umana s'incammina lungo la ferrovia fino a Carnate.
E sempre a piedi, costeggiando la statale, raggiunge Osnago alle nove di sera.
Ora: di tutto questo si dovrebbe parlare con le istituzioni locali. In particolare con l’assessore alle Infrastrutture e alla Mobilità della Lombardia. Tra l'altro, il 13 marzo, il pendolare Francesco Graziano gli ha inviato due fotografie, dove mostra le condizioni vergognose del locale 2627 su cui è salito il giorno stesso a Bergamo ("Da dentro", scrive, "si faticava a distinguere cosa c'era fuori, tanto erano sporchi i vetri!"). L'ufficio stampa, però, informa che l'assessore preferisce non intervenire. E quindi la parola passa al suo omologo in Lazio, il quale spara a zero: "Inutile mentire", dice, "ogni giorno, sui nostri treni vengono calpestati la dignità dei cittadini e il diritto alla mobilità". In questi anni, aggiunge, il trasporto ferroviario locale "ha toccato abissi inaccettabili. E altrettanto inaccettabile è che i vertici di Fs facciano pesare sui pendolari i debiti accumulati, incassando in parallelo con l'Alta velocità".
"Falso", ribatte Soprano, l'amministratore delegato di Trenitalia: "La verità è che nessuna società per azioni si accollerebbe il trasporto ferroviario locale. Per una semplice ragione: non conviene. Noi incassiamo, tra Regioni e biglietti, solo 11,8 centesimi per passeggero a chilometro; una cifra ridicola, se paragonata ai 21 o 22 centesimi di Francia e Germania. Le Regioni chiedono più qualità? Investano più denaro. E firmino contratti di servizio stabili, da sei anni almeno, per sviluppare insieme un serio piano di investimenti".
Una polemica che non finisce mai. Con gli assessori che definiscono Fs un "monopolista arrogante", e i vertici delle ferrovie che li invitano a fare bandi di gara, e vedere chi si presenta a gestire un affare in perdita. Così il tempo scorre, la tensione aumenta e situazioni come quella del Lazio collassano. Basti pensare che, in questa fetta cruciale d'Italia i chilometri di rete ferroviaria sono 1.100, dei quali il 38 per cento a binario unico. Da parte sua, la Regione fa quello che può: ha avviato, per dire, l'acquisto di sei locomotive e di 30 vetture a doppio piano. Ha previsto tra il 2009 e il 2013 incrementi dei servizi. Ma la parola ottimismo resta tabù. O almeno, è vietato nominarla con l'Associazione pendolari della Valle dell'Aniene, da anni schierata contro le carenze della linea che dai confini abruzzesi scende nella capitale. "Ci riservano un servizio scandaloso", dice alla stazione di Mandela (54 chilometri da Roma) il rappresentante dei viaggiatori Enrico De Smaele. Poi sale sul treno delle 6,29 per Tiburtina e lo spettacolo è indegno. Stipati uno addosso all'altro, i viaggiatori oscillano tra sedili macchiati e poggiatesta divelti, carrozze gelide e bagni inaccessibili.
"Guardate!", chiama uno studente. Di fianco a una porta d'uscita c'è un pannello di controllo che dovrebbe essere chiuso. Invece è aperto, accessibile a tutti. "Manometterlo, per un vandalo, sarebbe uno scherzo", dice De Smaele. Più difficile, invece, è arrivare in orario: ogni giorno, giurano i pendolari dell'Aniene. Di sicuro oggi, 26 febbraio, con 24 minuti in più rispetto all'ora e 4 minuti prevista.
Tale è l'umiliazione, per chi viaggia in queste condizioni, che qualcuno a un certo punto si ribella. E si rivolge ai magistrati. Lo ha fatto, in gennaio, l'avvocato Umberto Fantagrossi, legale dell'Associazione pendolari piacentini, al quale il giudice di pace Luigi Cutaia ha dato soddisfazione dopo vent'anni di ritardi tra Piacenza e Milano. La cifra del risarcimento è minima, mille euro, ma il precedente non è piaciuto a Trenitalia (che prepara un ricorso). La sentenza, infatti, specifica che il danno da risarcire non è soltanto legato al diritto alla puntualità, ma anche alla "violazione delle norme che regolano l'erogazione dei servizi pubblici, e soprattutto i diritti fondamentali della persona che ispirano la nostra Costituzione, come il rispetto della personalità e della dignità".
Un successo che ha sollevato i pendolari, ma anche una rivincita che sfuma tra mille criticità.
Istruttiva, in questo senso, è l'analisi dell'ingegner Cicconi sul materiale rotabile di Fs dal 2000 al 2007: "Il totale delle carrozze", documenta, "è diminuito in sette anni da 85 mila 889 a 58 mila 098. Le motrici sono scese da 5 mila 272 a 4 mila 823, mentre i chilometri di binari sono saliti da 15 mila 974 a 16 mila 335 (di cui a doppio binario, solo 6 mila 156)". Va da sé, afferma Cicconi, "che in questo crollo a perderci è stato il traffico regionale, al quale le ferrovie hanno riservato un risibile rinnovamento dei treni". E come non bastasse, interviene il trasportista De Bernardi, "ci si è messa l'Alta velocità, che senza nodi ferroviari adeguati (pronti nei prossimi anni, ndr) intasa le stazioni con i treni superveloci. I quali, gioco forza, hanno priorità assoluta".
Anche da qui, prendono spunto le migliaia di proteste che finiscono sui siti e blog ferroviari (da www.ilpendolare.com/dblog a www.ritarditalia.it, da blog.libero.it/trenitalia a pendolari.altervista.org). Molti attaccano l'Alta velocità, "il treno dei ricchi che danneggia i poveri", come ironizza Ilda di Benevento. Altri invece, esclusi dall'asse Roma-Milano-Torino, si sentono trattati da cittadini di serie B. E si sfogano. Scrive l'architetto Matteo R.: "Avete presente la linea Bologna-Porretta Terme? Lo sapete che ogni giorno ci saliamo in 8 mila 500? E che c'è ancora il binario unico come nel 1850, quando l'hanno progettata?". "Nel 1919", continua la descrizione Giovanni Zavorri, del Comitato per la ferrovia porrettana, "la tratta era percorsa con la trazione a vapore in 105 minuti. Poi è arrivata la trazione elettrica e si è scesi a 87. Poi ancora, nel 1958 i minuti sono diventati 75, vent'anni dopo 74 e nel 1993 70. Finché il progresso si è fermato: oggi, sui nostri treni lumaca, sfioriamo gli standard del 1958".
Con simili premesse, per i pendolari, è dura non irritarsi quando Alitalia e Fs si contendono, sulla stampa nazionale, il primato per la tratta Roma-Milano. E altrettanto ostico è sorvolare sull'ultima, incredibile vicenda, che ha per protagonisti Bolzano, i treni locali e i disabili. Da dicembre, infatti, entrerà in vigore il regolamento europeo sul trasporto ferroviario. All'interno si dice che i soggetti con mobilità ridotta hanno lo stesso diritto a circolare degli altri cittadini. Ma a Bolzano non è così: "Nel 2007 Trenitalia ha comunicato che avrebbe realizzato appositi interventi", denuncia Annamaria Molin Ferremi, referente in consiglio comunale per i problemi dei disabili. "Invece non ha fatto nulla". Anzi: "Se prima si saliva in carrozzella su regionali e interregionali, ora il servizio non è più attivo".
Per questo, l'11 marzo, il Centro tutela dei consumatori ha annunciato un esposto in Procura, non fidandosi delle ulteriori promesse di Trenitalia. "Saranno anche sincere", sorride Annamaria Molin, "ma sempre a bassa velocità".
Certo, però, che i paradossi non mancano.
Doveva festeggiare il Capodanno e nulla e nessuno glielo avrebbe impedito, nemmeno gli impegni di lavoro. E così, prima dello scoccare della mezzanotte, un macchinista ha visto bene di parcheggiare in stazione il treno per raggiungere la combriccola di amici. Niente di strano se non fosse che all'interno, ugualmente in ansia per i festeggiamenti, sono rimasti anche i passeggeri. Chiusi, bloccati dentro.
L'incredibile disavventura è accaduta nella stazione di Cremona. Una volta arrivato a destinazione in orario, l'incauto macchinista ha spostato il mezzo proveniente da Brescia nella zona di sosta notturna e si è allontanato. Accortisi che qualcosa non andava e soprattutto dopo aver scoperto che le porte non si aprivano, i passeggeri hanno chiamato i carabinieri. Archiviato il cenone di San Silvestro, hanno chiesto "almeno" di esser liberati.
I problemi, però, non toccano solo i trasporti locali. Eurostar con il 38% dei bagni sporchi, il 20% delle poltrone rovinate o malconce, assenza di carta igienica nei servizi (nel 18% dei casi), pavimenti neri come pece (12%), cestini dei rifiuti colmi e quindi inutilizzabili (7%), finestrini imbrattati (3%) e tende logore e piene di polvere e macchie (2%). Ma non è tutto: Intercity e regionali con il 38% dei poggiatesta sporchi, il 19% di poltrone luride, il 18% dei bagni impraticabili. Lo scenario non è dei più entusiasmanti, ma purtroppo è questa la realtà del sistema ferroviario italiano "fotografata" da un'indagine condotta dal Codacons e dall'associazione utenti del trasporto aereo, marittimo e ferroviario, su un campione di circa 800 utenti delle ferrovie dislocati su tutto il territorio nazionale.
Il Codacons denuncia con fermezza il disservizio delle pulizie sui convogli in circolazione sui binari di casa nostra. Non c'è distinzione tra Eurostar e treni Intercity o interregionali, la macchia della sporcizia è indelebile ad ogni latitudine. «La situazione è molto preoccupante – commenta Carlo Rienzi, presidente nazionale del Codacons – e questi dati sono da considerare a trecentosessanta gradi, perché spiegano bene quello che i viaggiatori sono costretti a sopportare. Alle cattive condizioni delle carrozze vanno infatti aggiunti anche i ritardi, che sono all'ordine del giorno. E nonostante questo contesto scoraggiante i prezzi dei biglietti sono in continua crescita. Insomma, gli utenti pagano da anni un servizio spuntato».
Eppure, almeno sulla carta, le pulizie dovrebbero essere effettuate regolarmente su tutti i circa 8 mila treni passeggeri in servizio ogni giorno. Trenitalia stanzia per il servizio poco meno di 200 milioni di euro. Gli appalti sono generalmente affidati a poche aziende competenti per macro-aree (nord, centro e sud), le quali però spesso delegano i lavori veri e propri ad altre imprese consorziate o a ditte in subappalto. Ed è proprio in questi passaggi che finisce col perdersi l'efficienza del servizio. Ne ha parlato ad esempio, nei giorni scorsi, un servizio di Andrea Galli sul Corriere della sera, in cui si denuncia lo sfruttamento selvaggio di una delle ditte subappaltatrici a Milano sul personale immigrato clandestino e dequalificato, minando all'origine l'efficienza del servizio.
Diversi casi clamorosi di cronaca hanno denunciato in passato le cattive condizioni di pulizia dei treni: vagoni in condizioni pietose o addirittura infestati da zecche e altri insetti. «Ma ancora oggi la questione dell' inefficienza delle pulizie è evidente – afferma Angela Carta, responsabile dell'ufficio stampa del Movimento Consumatori – e dalla nostra campagna "Diritti sui binari", che fino a oggi ha fatto registrare circa 400 richieste al numero verde 800.774.770 (attivo dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00), emerge che la prima lamentela dei viaggiatori riguarda il ritardo dei treni, ma la seconda è proprio relativa ai bagni fuori uso, ai servizi igienici inutilizzabili, e alle carrozze sporche». Altre rimostranze riguardano i sistemi di riscaldamento e climatizzazione spesso fuori uso e le difficoltà nell'ottenere gli indennizzi per i ritardi: «La nostra petizione on line per sostituire i bonus con dei rimborsi in denaro – dice ancora Angela Carta – ha già registrato circa 1500 firme».
Anche le associazioni dei pendolari molto attive sul territorio nazionale, registrano il malcontento degli utenti. Racconta ad esempio Antonio Trani, presidente della Assopendolari della Napoli-Roma: «Abbiamo raccolto numerose lamentale da parte degli utilizzatori di questa tratta. Un caso su tutti è emblematico e riguarda un grave disservizio sul treno Eurostar delle 7.10 che parte da Napoli centrale ed arriva a Roma Termini: per ben 20 giorni nella carrozza 8 del treno AV 9640 c'è stato il bagno fuori uso. Il corridoio di passaggio era sporto ci urina e un odore nauseabondo permeava nelle tre carrozze limitrofe». «Tutti i giorni abbiamo chiesto spiegazioni al personale di bordo – prosegue Trani - senza però ottenere risposta. Quello è stato un caso eclatante, ma i disservizi riguardano diversi treni intercity e regionali della linea Napoli Roma. I convogli sono uno scempio, per non parlare dei ritardi. Ormai siamo rassegnati».
«La pulizia è un optional e più volte abbiamo chiesto interventi alla direzione provinciale lombarda per migliorare le condizioni dei sedili– afferma Matteo Casoni, portavoce dell'associazione dei pendolari della linea Mantova - Cremona Milano – senza ottenere risultati. I passeggeri si sono automuniti del "kit fai da te" per le pulizie e provvedono da soli prima di sedersi, oppure si portano delle coperte da casa. E' un anno che aspettiamo dalla direzione provinciale dei coprisedili speciali, ma ad oggi nessuno si è fatto vivo». E Trenitalia?
Il problema è ben noto ai vertici della società. «Sappiamo che le lamentele dei pendolari hanno un fondamento – ammette Federico Fabretti capo ufficio stampa delle Ferrovie italiane – e non siamo assolutamente contenti di questa situazione. Da gennaio abbiamo scelto e incaricato, insieme all' Associazione dei Consumatori la SGS un organismo indipendente e leader mondiale nei servizi di verifica e certificazione di beni, servizi e sistemi. Entro due o tre settimane la Sgs dovrà fornirci i risultati– prosegue Fabretti – e quando conosceremo gli esiti, in base ai giudizi espressi, potremo sciogliere i contratti d'appalto con chi non ci soddisfa ».
Certo che al peggio non c'è mai fine.
In alcune carrozze a Novara sono state trovate tracce della legionella, il bacillo che provoca una grave malattia dell'apparato respiratori in quantità superiori rispetto alla soglia minima di rischio. A scoprirlo i carabinieri del Nas che hanno prelevato campioni di acqua nei bagni dei convogli. I carabinieri del Nas hanno prelevato campioni di acqua nei bagni, e i tecnici dell' Arpa di Novara hanno svolto le analisi. La scoperta riguarda convogli che hanno percorso le tratte torinesi della rete ferroviaria e preoccupa non poco gli inquirenti, i quali, ora, procederanno a test sugli impianti dei vagoni letto: la legionella, che si annida nelle tubature e nei sistemi di condizionamento dell'aria, diventa pericolosa dopo il passaggio nei nebulizzatori delle docce.
Il fascicolo, aperto sin dallo scorso anno, contiene già episodi come quello dei passeggeri dell'intercity Reggio Calabria-Torino infastiditi dalle zecche. Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello ipotizza la frode in pubbliche forniture e ha iscritto nel registro degli indagati dei responsabili di Trenitalia e dell'impresa incaricata di svolgere le pulizie sulle carrozze.
L’episodio delle zecche nella carrozza 5 dell’Intercity Reggio Calabria Torino si aggiunge a un fascicolo aperto un anno fa dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello sulle inefficienze dei treni italiani. Il reato contestato dalla Procura, per una serie di episodi rilevati, è quello di frode nelle forniture alla pubblica amministrazione e mancato controllo da parte del committente, contestato per ora a una manciata di indagati: sia personale di ditte che hanno in appalto lavori, sia funzionari della committenza.
Il prurito causato dalle punture di zecche ha allarmato i 60 passeggeri nella notte e in 18 sono arrivati a minacciare di tirare il freno di emergenza, perché si rifiutavano di proseguire il viaggio in tali condizioni. Il convoglio è stato dunque fermato alla stazione di Roma Ostiense e la carrozza numero 5 è stata evacuata e sigillata. I passeggeri sono stati in parte smistati in altre carrozze, mentre chi si è rifiutato di proseguire è stato fatto salire su bus diretti a Pisa, Genova, Alessandria e Torino.
Trenitalia per ora si scusa e offre un bonus per un viaggio a titolo di risarcimento. Agli interessati, però, evidentemente non basta, infatti hanno denunciato l’accaduto ai carabinieri, e i Nas stanno indagando sull’accaduto. Così la faccenda è finita sul tavolo del pm Guariniello, con cui i Nas stanno già lavorando in altre inchieste: da malfunzionamenti degli impianti alle condizioni igieniche. Indagini partite in gran parte dalle numerose lamentele degli utenti, in particolare pendolari o clienti che usufruiscono dei treni a lunga percorrenza diretti o provenienti dal Sud.
Solo zecche? No. Cimici che "passeggiano" su viaggiatori inferociti, un treno bloccato in piena notte e agenti che danno la caccia agli animaletti. E' quello che è accaduto sull'Eurocity night 369 Nizza-Napoli, nella stazione di Genova Principe.
Il trambusto è cominciato poco prima dell'una di notte, all'arrivo nella stazione di Genova "Piazza Principe". Tre passeggeri di uno scompartimento sono scesi protestando vivacemente dopo aver scoperto sui loro vestiti passeggiare decine di insetti, che poi si è scoperto essere delle cimici grazie dopo gli esami degli entomologi del Museo di Scienze Naturali di Genova. Mentre intervenivano agenti della Polfer e ferrovieri, anche altri viaggiatori di vagoni vicini hanno detto di aver visto questi animaletti a spasso sui sedili e lungo i corridoi.
La protesta è così montata, mentre la Polfer faceva staccare il vagone infestato (l'unico sul quale gli agenti hanno accertato la presenza degli insetti) e raccoglieva alcuni insetti per farli identificare dal servizio di igiene della Asl. Per precauzione anche altre tre vetture sono state chiuse ed i passeggeri trasferiti su altri vagoni. Il treno è così ripartito con qualche ora di ritardo per Napoli.
Una quindicina di viaggiatori che si sono rifiutati di risalire sullo stesso treno, sono stati assistiti da Trenitalia, che ha offerto loro la colazione e li ha fatti ripartire in mattinata con il primo Eurostar per Roma. Tre viaggiatori spezzini, che avevano scoperto gli insetti camminare sui loro vestiti, hanno stamani presentato formale denuncia alla Polfer della Spezia.
Secondo gli accertamenti di Trenitalia, nessuna presenza di insetti era stata segnalata sul convoglio partito dall'Italia. Giunto a Nizza, il treno è stato messo in deposito ed avrebbe dovuto essere pulito. L'origine dell'infestazione, quindi, secondo le ferrovie, sarebbe in Francia. Le ferrovie hanno disposto la disinfestazione del vagone staccato a Genova.
Appalti senza gara, malagestione, ritardi, costi maggiorati e perfino carri scomparsi.
Viaggio tra i mali delle ferrovie italiane: “Fuori orario”, il libro-inchiesta di Claudio Gatti. Recensito dal “Il Corriere della sera”.
Un viaggio ad alta velocità tra i mali delle ferrovie italiane. Che altro non sono che lo specchio dei mali dell’Italia. Un viaggio da pendolari di seconda classe attraverso documenti riservati che offrono uno spaccato talvolta inquietante sulle «prove del disastro FS». E’ il viaggio di Claudio Gatti, giornalista de il Sole 24 ore nonché collaboratore del New York Times, da oltre trent’anni residente in America.
CANONE OCCULTO - Nonostante viva da tanto tempo all’estero, Gatti non ha perso la capacità di indignarsi per quelle realtà che molti italiani invece si sono rassegnati a vivere quotidianamente. Nasce anche da queste premesse «Fuori orario – Da testimonianze e documenti riservati le prove del disastro Fs», l’ultimo libro-inchiesta sulle ferrovie italiane. Un lavoro reso possibile grazie a racconti di prima mano, rapporti riservati, email di dirigenti ed ex dirigenti, consulenti, imprenditori e fornitori. Una ricerca minuziosa di documenti e testimonianze che in 240 pagine conferma alcuni stereotipi e apre squarci sconosciuti. Fino a fare i conti in tasca a chi paga il biglietto anche se non viaggia. «Negli ultimi cinque anni lo Stato ha finanziato le Fs a una media di circa 6 miliardi di euro all’anno. Il che vuol dire che, senza saperlo, 22 milioni di famiglie italiane stanno di fatto pagando una sorta di ‘canone Fs’ di ben 273 euro all’anno. Oltre il doppio di quello della Rai» scrive l’autore. E pensare che il piano industriale delle Fs «rivela che le ferrovie trasportano appena il 5% dei passeggeri e il 12% delle merci in circolazione in Italia».
MALAGESTIONE E CORRUZIONE - Il viaggio inizia dalla realtà delle eccellenze come l’Alta Velocità che tanto costa ed è costata in termini economici e ambientali (e di cui «si pagheranno le scelte sbagliate come la mancanza di nuovi treni con cui competere contro la Ntv, la nuova compagnia ferroviaria di Montezemolo e Della Valle che dal 2011 inizierà a far concorrenza alle Fs sulle uniche tratte redditizie italiane, ossia quelle dell’Alta Velocità») per passare alla triste realtà quotidianamente sotto gli occhi di centinaia di migliaia di pendolari, ovvero l’«inesorabile decadimento del trasporto regionale e lo stato irrimediabilmente disastrato del servizi merci». I mali principali delle Ferrovie per Gatti sono tre: «La mala gestione di alcuni manager, il disinteresse (o peggio) dei politici che devono governarli e la corruzione diffusa».
PUNTUALITA' E PULIZIA - Gatti prosegue nel suo libro-viaggio fatto di testimonianze e cifre. Anche sulla puntualità dei treni si è messo a fare i conti: «Fino al 1999, quando i dati erano inseriti manualmente, era tutto taroccato. Adesso non è più così. Ma in assenza di controlli esterni, lo spazio per l’abuso permane. Nel 2008 ben 1.754 Eurostar sono arrivati in ritardo ma registrati come puntuali… perché dalla puntualità dipendono le carriere dei dirigenti, i bonus di fine anno e le penali alle regioni». Accanto al problema generale delle pulizia nei treni (e in particolare «delle lenzuola sporche fatte passare per pulite da una lavanderia industriale di Pisa»), problema figlio di anni di malagestione clientelare, ricatti e boicottaggi da parte delle aziende addette alla pulizia in guerra tra loro a cui ora finalmente si è iniziato a porre un freno (anche se è vero che «nessuno tratta male i treni come gli italiani» ammette Gatti), l’altro male endemico delle ferrovie nazionali «è la manutenzione dei treni e dei carri merci». Un altro numero per far capire meglio: «Nel Mystery Client n.59 del 6 ottobre 2006 risulta che nell’agosto 2006 solo il 62 per cento degli Eurostar aveva "almeno il 90 per cento delle porte automatiche funzionanti" e solo il 36 per cento tutte le toilette agibili».
IL RISANAMENTO - Numeri che fanno riflettere. Come quelli sul risanamento. E’ indubbio che la cura Moretti (ad di Fs dal 2006: da quell’anno dalle Ferrovie sono uscite 7.500 persone e 200 manager) abbia dato e stia dando i sui frutti. La Corte dei Conti nel luglio 2009 ha scritto che «la situazione di grave deficit strutturale del gruppo registrata alla fine dell’esercizio 2006… è stata pressoché totalmente risanata sotto il profilo gestionale». Anche se i magistrati contabili aggiungono poi che «il risanamento deve essere consolidato… per fornire servizi adeguati alla clientela». Perché oggi si sta correndo il rischio di un «progressivo declino dell’impresa ex monopolista nazionale, relegata nella gestione di servizi assistiti di bassa qualità». Lo dice lo stesso Mauro Moretti nel suo piano industriale.
IL RITOCCO DELLE TARIFFE - Uno dei problemi delle Fs è appunto quello di rischiare di avere costi alti per bassa qualità dei servizi e perdere così la fiducia dei clienti. E’ vero – come dicono da Fs – che in Italia il costo dei biglietti è inferiore a molte altre nazioni europee, ma è altrettanto vero che anche il servizio lo è. «Il governo ha concesso a Cimoli (ex ad di Fs dal 1996 al 2004) l’aumento delle tariffe solo una volta nel 2001. E poi mai più. A Elio Catania (ad Fs dal 2004 al 2006 neppure uno.) Mentre a Moretti ne sono stati accordati subito due».
I COSTI DELL'ALTA VELOCITA' - Un’ attrazione fatale, quella per l’Alta Velocità – prosegue Gatti – che partita con certe intenzioni ha raggiunto conclusioni inimmaginabili. Intanto «i treni arrivarono troppo in anticipo rispetto alle disponibilità delle linee per le quali erano stati pensati». Con la conseguenza che oggi chi «va a grattare sotto i Frecciarossa trova "un materiale rotabile" progettato negli anni ’80 e che ha iniziato a circolare circa 15 anni dopo. E cioè il vecchio Etr500». Senza poi trascurare il fatto, non proprio secondario, che in Italia si è speso per l’AV molto di più che altrove. Tanti i motivi. L’ex ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi, il 19 novembre 2008 durante una puntata di Exit, il programma di Ilaria D’Amico su La7, ne indicò uno non marginale: «In Francia e in Spagna hanno mangiato molto meno». Dalla “Indagine sugli interventi gestiti da Tav Spa” dell’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici è risultato che «la Roma-Napoli è passata dagli iniziali 2.095 milioni a 4.463, e la Bologna-Firenze dal costo di un miliardo a 4,2 miliardi». «Nel corso degli anni, sul malaffare Tav – scrive Gatti – hanno indagato 5 procure, due commissioni di verifica e la Commissione parlamentare antimafia… l’impennata di prezzi e tempi non è imputabile solo ai costruttori o agli appalti mal congegnati. Hanno inciso molto anche le modifiche del tracciato e le compensazioni chieste dagli enti locali delle aree attraversate dai binari. E in ultimo la trasformazione del progetto: da Av solo per passeggeri a Alta capacità anche per le merci» («ovvero un enorme e costosissimo bluff» afferma Gatti).
LA SENTENZA DI FIRENZE - Emblematica la sentenza pronunciata il 3 marzo 2009 dal giudice Alessandro Nencini del tribunale di Firenze sui danni ambientali creati dal Consorzio Alta velocità Emilia-Romagna (Cavet) che ha eseguito l’opera di sottoattraversamento dell’Appennino tra Bologna e Firenze che apre ai viaggiatori il 13 dicembre prossimo: 27 condanne con pene fino a 5 anni di reclusione e un risarcimento danni di oltre 150 milioni di euro (solo per il reato di smaltimento abusivo dei terreni di scavo; la perizia della difesa ha parlato di 900 milioni invece per i danni al sistema idrico del Mugello). «Il dato più straordinario emerso dal processo di Firenze – scrive Gatti – è che per una delle più costose e pubblicizzate opere della storia della Repubblica, non risulta che qualcuno abbia mai concesso il benestare ambientale, formale e definitivo». Illuminanti le parole del pm per concludere la requisitoria: «Le cose sono state fatte male e i tempi sono infiniti. Quindi danni e opera non finita. A prezzi raddoppiati».
«APPALTI SENZA GARA» - Il lungo e minuzioso viaggio di Gatti non trascura di fermarsi sulla questione delle dismissioni dell’immenso patrimonio delle Ferrovie, come sulla storia della Sita di Vinella, fino a raccontare dei «troppi appalti senza gara», contesi tra politici influenti, funzionari degli acquisti e «i potentissimi tecnici di Firenze». Cercando di documentare la logica della «spartizione tra fornitori» e degli acquisti «in nome dell’urgenza», fino a raccontare l’«appalto senza gara per 300 carrozze» e riportare le dichiarazioni di alcuni imprenditori, come Giampiero Galigani: «Mi dissero che avevo vinto la gara. Ma poi una persona dell’Ufficio acquisti di Bologna mi ha sconsigliato. Ho capito che non era il caso di andare a dar noia a qualcun altro, che, forse, doveva fare quell’ attività. Dissi: "Va bene, rinuncio"». Fino a raccontare del licenziamento in tronco di chi, «come il manager Vincenzo Armanna, aveva provato a contrastare questo fenomeno di quasi monopolio o comunque di oligopolio dei fornitori». Un panorama che Gatti riassume con poche parole: «Gare d’appalto che non si fanno, imprenditori che denunciano favoritismi, tecnici che manipolano le procedure, rappresentanti che mediano, funzionari onesti che vengono mandati via».
I CARRI SCOMPARSI - Il viaggio dentro le Fs prosegue attraverso il mondo sconosciuto ai più dei «rappresentanti e uffici tecnici» e sui «modi con cui vincere una gara» fino a lavoro dell’Audit, il principale «strumento che hanno le Fs per smascherare piccoli e grandi abusi» e che «sotto la guida di Francesco Richard si è distinto per rigore e indipendenza» in varie occasioni. Tra le due più meritevoli di approfondimento - secondo Gatti – l’acquisto delle biglietterie self service e il caso dei carri scomparsi. Su quest’ultimo caso la relazione finale di Audit Fs - nata dal ritrovamento di due carri con il numero di matricola cancellato e la punzonatura abrasa a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta - parla di «441 carri (che) risultavano in viaggio da mesi, talvolta anni o presenti in un impianto diverso rispetto alle risultanze Sir (il sistema informativo interno)». «Di altri 55 – prosegue Audit – non si aveva certezza della destinazione» e si pensava fossero stati «oggetto di demolizione con asportazione del materiale demolito senza pagare alcuna somma…». Alla fine, si legge, «risultarono 237 carri ‘andati perduti’». Una notizia – secondo Gatti – che assume un’altra rilevanza anche alla luce della strage di Viareggio del 30 giugno 2009 quando l’incidente al carro della Gatx che trasportava il gas liquido responsabile dell’esplosione era da attribuire a un cedimento dell’asse «arrugginito». «Dietro ai carri scomparsi – scrive l’autore di “Fuori Orario” – si nasconde il business della cannibalizzazione dei materiali rotabili e del mercato nero della componentistica. Per cui un singolo carrello, anche solo apparentemente funzionante, può essere venduto e reimmesso nel circuito ferroviario italiano. Oppure può essere esportato e piazzato su un mercato estero».
PARLIAMO DI TAXI.
Al Campidoglio è stato sequestrato l'ufficio taxi. L’inchiesta riguarda le nuove licenze. L’inchiesta era cominciata con una denuncia che aveva fatto sapere: attenzione, fra chi ha ottenuto la licenza c’è anche chi è dipendente del Comune. Continua a occupare quel posto e intanto ha affittato la licenza. Rendita: fra i 700 e i 1.200 euro mensili. Senza fare nulla.
Nel mirino altre 250-300 licenze: professionisti, avvocati, medici, tutte le tipologie sarebbero rappresentate. Persone che hanno adocchiato il business, hanno presentato la domanda per partecipare al concorso, hanno ottenuto la preziosa licenza. E poi l’hanno affittata, godendo così di una rendita. Altro che disoccupati. Nuovo impulso alle indagini è avvenuto in seguito alle testimonianze pubblicate dall’Espresso, in cui - in forma anonima - alcuni nuovi tassisti raccontano di avere pagato tangenti di 10-20 mila euro per salire nella graduatoria. Una premessa: nel 2005 la giunta Veltroni decide di rilasciare una prima tranche di 450 nuove licenze. Di queste, 300, sono destinate ai sostituti alla guida, vale a dire a chi per anni ha guidato un taxi al posto dei titolari della licenza. Scatta la corsa, ma è necessario dimostrare il versamento dei contributi. Questa certificazione può essere data anche grazie alle collaborazione delle cooperative a cui, in tanti casi, i tassisti conferiscono le licenze.
Secondo delle testimonianze, alcune cooperative avrebbero gonfiato queste attestazioni in cambio di denaro. «Hai guidato un taxi solo per sei mesi? Noi diciamo che lo hai fatto per sei anni, così sali nella graduatoria». Fra l’altro, successivamente la giunta Veltroni ha rilasciato altre mille licenze destinate agli iscritti al ruolo di conducente di auto pubblica. Hanno risposto al bando non solo disoccupati, ma anche dipendenti comunali, di banca, professionisti, perfino qualche vigile urbano.
Hanno autocertificato di non avere un lavoro al momento del ritiro della licenza. Poi, però, l’hanno conferita alla cooperativa. Che ha affittato la licenza a un disoccupato. E il titolare così ha continuato il suo lavoro e si è ritrovato con una cospicua rendita. Fra i primi 1300 beneficiari delle nuove licenze almeno il 30 per cento non sta guidando un taxi. Una percentuale molto alta. Troppo.
Ma non è solo Roma la capitale del malaffare. In Veneto i taxisti sono una casta impenetrabile. Si entra solo se si è parenti.
I vincitori del concorso sono tutti figli o parenti di altri assegnatari. Dopo il ricorso di un candidato, Tar e Consiglio di Stato impongono al Comune di sospendere i permessi.
Domanda: può un impiegato, un operaio, una persona qualsiasi fare il tassista a Mestre? La risposta, scorrendo la lista dei dodici candidati vincitori dell'ultimo bando comunale, sembra solo una: no, non può. Tutti i titolari della contestata licenza, infatti, sono figli oppure parenti di altri tassisti già operativi in terraferma. Una cosa di per sé non sorprendente, visto che si tratta di un «mestiere» facilmente tramandabile in famiglia. Resta il fatto, però, che sia il Tar sia il Consiglio di Stato, dando seguito al ricorso di un partecipante «trombato», Luciano Montefusco, hanno comunque evidenziato delle serie anomalie nello svolgimento del concorso comunale. Ecco dunque accettate le tesi dei legali del ricorrente: i criteri di assegnazione dei punteggi sono stati decisi solo dopo aver aperto le buste e letto il curriculum dei candidati. Da qui l'accusa velata di un bando «guidato ad hoc» per consegnare le licenze a persone prestabilite. E, in questo contesto, le «parentele» fanno certo pensare. Ma dimostrano, per lo più, l'esistenza di una «casta», come succede, per esempio, nel mondo dei notai.
Le contestazioni. Le parentele relative ai dodici candidati riaprono comunque la questione dei criteri di assegnazione dei punteggi per la conquista della licenza. Per gli avvocati di Montefusco, infatti, prima si sono aperte le buste dei candidati, poi si sono scelti i criteri. Strano, per esempio, secondo i legali, che si sia deciso di premiare più la professionalità che l'anzianità. Ma anche il Tar e il Consiglio di Stato hanno visto alcune anomalie. Ordinando di fatto l'annullamento di quel concorso.
Vi sono state interrogazioni Parlamentari di Sebastiano Bonzio (Rc) e Saverio Centenaro (Fi) sull'ordinanza del Consiglio di Stato.
Resta il problema di una categoria elevata a casta, quella dei tassisti, che pare a «circolo chiuso».
Non è la sola, sia chiaro. Ma qui stiamo sempre parlando di un servizio pubblico.
PARLIAMO DI SERVIZIO POSTALE.
Ossia: Non c'è posta per te. Lettere mai recapitate. O buttate nella spazzatura. Raccomandate scomparse. Pacchi irrintracciabili. Tra appalti esterni e risparmi, si moltiplicano i disservizi.
Siamo sotto le feste, ma se vuoi mandare un biglietto d'auguri a qualcuno devi essere fortunato. Devi riuscire a trovare una buca e devi incrociare le dita che il postino passi a ritirarlo. Se il biglietto lo stai aspettando, invece, devi sperare che la tua zona sia ancora servita. E anche augurarti che un portalettere frustrato non la butti nella spazzatura. Ma che poi arrivi in tempo è tutto un altro paio di maniche. Come ha raccontato in un articolo sui suoi tre anni italiani l'inglese Lisa Hilton: "L'anno scorso, per esempio, ho ricevuto le cartoline di Natale a Pasqua. Le mie lamentele si sono scontrate invariabilmente con un'alzata di spalle e un rassegnato 'è così'".La giornalista britannica non è un caso isolato: le associazioni di consumatori moltiplicano le segnalazioni di disservizi di Poste Italiane: dai pacchi accumulati e non consegnati, alle raccomandate che tocca andare a ritirare all'ufficio postale. Alle Poste, però, minimizzano: "La consegna della corrispondenza in Italia dopo la conclusione del processo della riorganizzazione del servizio di recapito e la stabilizzazione di migliaia di portalettere è oggi regolare. Isolati casi di ritardo nella consegna della posta sono dovuti esclusivamente alle ultime fasi di conclusione del progetto".
Eppure a volte la realtà sfiora l'assurdo. Come nel caso, denunciato dal Movimento difesa del cittadino, di una signora che aveva spedito medicinali antimalarici a suore missionarie di Brescia. Ora saranno anche scaduti, perché a destinazione non sono mai arrivati. Il postino si è scusato così: aveva bussato al convento, ma nessuno ha risposto. E poi c'era una signora, felice di poter rendere la propria casa più 'verde' grazie agli incentivi energetici. Di cui però non ha visto traccia, perché la documentazione, inviata con raccomandata, alla Agenzia delle entrate di Pescara non è mai arrivata. Spesso poi, come racconta un cittadino milanese, "nessuno suona al citofono per consegnarmi un pacco, ma lasciano l'avviso 'destinatario assente', così sono costretto ad andare a ritirarlo al deposito".
Eppure quello del recapito di buste, pacchi e affini è un servizio 'universale', che le poste dovrebbero garantire a tutti i cittadini per 365 giorni l'anno. Anche perché in cambio ricevono denaro pubblico. Ma forse Poste Italiane preferisce fare tante altre cose che rendono di più: fa la banca, fa la compagnia telefonica, fa il commerciante. Lo dimostra il fatto che il 30,8 per cento dei suoi guadagni proviene dai servizi finanziari (a fronte di quelli postali, che si fermano al 2,2). E in futuro questa forbice è destinata ad allargarsi, dato che l'azienda affida ad altre imprese proprio quei servizi che le danno il nome: dal 2007 a oggi, come si legge da documenti riservati aziendali, il bouquet di attività passate di mano vale oltre 70 milioni. Significa che vaste aree del territorio vengono coperte da società terze (come Tnt Post Italia a Torino, Romana Recapiti nella capitale e Corel a Bari). "Poste Italiane, però, si tiene strette le zone più ricche delle città, lasciando le aree periferiche e più difficili da servire, alle ditte appaltatrici". Lo racconta un precario di Romana Recapiti: "A Roma le vie centrali sono roba loro, mentre a noi toccano quelle più rognose". E siccome gli appalti Poste li assegna al ribasso (l'azienda che offre di meno vince, a prescindere dalla qualità del servizio), le ditte appaltatrici risparmiano sui lavoratori. "Meno dipendenti esperti, più precari pagati a cottimo e poco preparati". Tutto a discapito di mittente e destinatario. "È ovvio che queste società saranno interessate al maggior guadagno possibile, ma non al miglior servizio possibile", dice Paolo Martinelli, presidente del Beuc, coordinamento europeo delle associazioni di consumatori, "così si accentua la catena dell'inefficienza".
Non solo: "Ci sono ben 150 zone del nostro Paese dove i postini non li vedono neanche passare", denuncia Graziano Benedetti, responsabile Cgil Poste. Senza dimenticare che, come raccontano quelli di Altroconsumo, la riorganizzazione del servizio di recapito ha significato meno buche delle lettere e meno giri dei postini per ritirarle. A Genova, ad esempio, all'aeroporto c'è più di una dozzina di cassette stracolme, e alla stazione ce n'è un'altra ventina. Colpa dell'effetto imbuto: diminuiscono i postini, aumentano i quartieri da coprire. Con risvolti pazzeschi. C'è il postino comasco, diciannovenne e precario, che getta nell'immondizia un intero sacco di lettere. "Ero troppo stressato perché non riuscivo a trovare le case dove recapitare la posta", si è giustificato. C'è il giovane postino fiorentino pizzicato dai carabinieri con 230 lettere non recapitate nel bagagliaio. Il contratto trimestrale non gli era stato rinnovato. E poi c'è un suo collega bresciano che ha fatto entrambe le cose: imbucava la posta nei cassonetti. E quando non la buttava, la teneva in macchina. Voleva fingersi più veloce nella consegna, sperando in un'assunzione a tempo indeterminato.
"Il problema di Poste Italiane è lo stesso di Trenitalia: latitano i controlli del rispetto degli standard qualitativi", commenta Martinelli: "Mentre per energia e telecomunicazioni esistono delle authority che oltre a fissare gli standard fungono da strumento di verifica e controllo, per le poste tutto questo manca. È ancora il ministero che dovrebbe controllare, in teoria. Ma in pratica non avviene". E allora a chi tocca? "Di lettere che denunciano fatti come questi i giornali locali sono pieni. Non li leggono, i sindaci?", chiede Matteo Salvini, deputato della Lega Nord: "Dovrebbero essere gli stessi amministratori locali a tutelare i propri cittadini, e a fare una telefonatina come si deve agli uffici postali". Quindi restano le volenterose associazioni di consumatori, che hanno sottoscritto un accordo per la risoluzione delle controversie. "Il 98 per cento di tutte le procedure attivate si è concluso a favore del cittadino", annunciava trionfalmente Rosario Fazio, responsabile marketing di Poste, a 'Mi manda RaiTre'. Peccato che questo significhi che in quei casi le Poste avevano torto. E peccato che, al di là della magra consolazione di un risarcimento, il danno ormai era stato fatto.
Ma in Italia, si sa, le cose si risolvono solo quando si muove la politica. È quello che è accaduto in Lombardia: lì agli inizi dell'anno la gestione di 75 mila raccomandate era stato affidata a due società, la Tnt Milano e l'Act di Carlo D'Angelo. Quest'ultima è una cooperativa che definire eclettica è un eufemismo: si occupa di tutto, dalla derattizzazione alle bevande per le mense scolastiche. E i risultati si sono visti: mentre la prima non aveva problemi, l'Act non riusciva a consegnare la corrispondenza. Tanto che una pattuglia di deputati della Lega ha bersagliato il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola di interrogazioni parlamentari a cadenza settimanale: prima Salvini, poi Nicola Molteni e infine Paolo Grimoldi. Alla fine, il consigliere d'amministrazione di Poste in quota Pdl, Roberto Colombo, raccoglie la questione e taglia la testa al toro. Dopo pochi giorni l'azienda revoca l'appalto all'Act e si riprende il servizio. Con grande sollievo dei cittadini lombardi.
"È mai possibile che tocchi affidarsi alla buona volontà di questo o di quel politico, che agisce su segnalazione della gente?", si chiede Salvini: "Ci dovrebbe essere un controllo interno. Fatti come questi non dovrebbero ripetersi". Eppure le prospettive non sono rosee. "La situazione sta peggiorando", preannuncia Benedetti, "c'è il rischio che i problemi di Milano si replichino altrove". E la Lombardia minaccia di essere soltanto il paziente zero di un'epidemia ben più grave.
PARLIAMO DI AFFISSIONE ELETTORALE.
Ad ogni tornata elettorale le città e i comuni sono imbrattati dai manifesti elettorali abusivi. Si tratta di uno scempio, di una prepotenza e di una illegalità di fronte alla quale le istituzioni sono colluse.
Ad ogni elezione tutti i partiti, che d’altronde già da tempo non rappresentano gli interesse dei cittadini, invadono le città d'Italia deturpandole con una vera e propria guerriglia urbana fatta di illegalità, spreco, lavoro nero e prepotenza. Decine di migliaia di manifesti abusivi, il cui tempo di vita medio è di poche ore, vengono attaccati su ogni muro e ogni luogo disponibile da squadre di lavoratori in nero, assoldati da agenzie specializzate che godono dell'impunità più assoluta.
La legge prevede che il Comune predisponga apposite plance, dove ad ogni partito è assegnato il suo spazio. Una legge mai rispettata.
Secondo Radio Radicale per ogni elezione i Comuni spendono circa 100 milioni di euro per rimuovere i manifesti affissi abusivamente. In alcuni casi fanno anche le multe. A Roma nel 2008 ne sono state fatte 5.472, che al costo di 400 euro l'una, in totale arrivavano a 2 milioni e 188 mila euro. Ma il Parlamento, con il decreto Milleproroghe del marzo 2009, grazie a un emendamento proposto insieme dal Pdl e dal Pd, ha approvato un condono per le multe inflitte a partiti e candidati dal 2005 al 2009.
Nel servizio delle “Iene” trasmesso da “Italia 1” del 17 aprile 2009 sull'affissione abusiva dei manifesti, si sente dalla viva voce del rappresentante della maggiore agenzia di affissioni di Milano come vengono gestite le campagne elettorali sulle strade. «Il mio consiglio spassionato da tecnico è andare in abusiva, solo in abusiva! Il Comune non riesce a starci dietro. Chiude un occhio. Poi magari te li coprono, però dopo 4-5 giorni. Il Comune lo sa che siamo noi a devastare la città. Come saprai per legge i manifesti elettorali andrebbero affissi negli spazi che ogni comune mette a disposizione in occasione della campagna. Ad ogni partito sono assegnate un pari numero di plance appositamente contrassegnate. Ogni manifesto attaccato fuori dagli spazi preposti dovrebbe essere multato per ogni giorno che rimane affisso. Noi prendiamo multe per 58mila euro - prosegue l’intervista delle Iene - ma paghiamo 1.000 euro ed è finito. Nessuno ha mai pagato una multa da quel punto di vista lì. Aspettano tutti i condoni. Invece quest’anno non devi nemmeno aspettarlo, perché c’è già».
«Giro tutta la notte per controllare che non ci siano sovrapposizioni delle squadre e per risolvere, eventualmente, controversie sul territorio. Come vedi ho una pistola a portata di mano». Sono le parole letterali del boss dell’organizzazione di attacchinaggio elettorale a Roma riportate dal “Corriere della sera” in un articolo dell’11 aprile 2008.
Questa è l’Italia del trucco, l’Italia che siamo!!
PARLIAMO DI NOMINA DEI PRESIDENTI DI SEGGIO E DEGLI SCRUTATORI.
I cittadini sono chiamati ai seggi per votare. Diversi nostri concittadini svolgono funzioni di "responsabilità" ai seggi elettorali in qualità di presidenti, segretari e scrutatori di seggio. Ciascun seggio è presieduto da un Presidente, coadiuvato da un segretario e da 4 scrutatori, fra i quali lo stesso presidente ha nominato il suo vice. Ma come funziona il meccanismo elettorale?
La nomina dei Presidenti di seggio è effettuata dal Presidente della Corte d'Appello competente per territorio tra le persone iscritte all'Albo delle persone idonee all'ufficio di Presidente di seggio elettorale, istituito dalla legge 21 marzo 1990, n. 53.
Ai sensi dell’art. 1, comma 7, gli elettori che desiderano iscriversi nell'Albo delle persone idonee all'Ufficio di Presidente di seggio elettorale devono presentare domanda alla Corte di Appello competente per territorio, per tramite del Sindaco del proprio Comune di residenza entro il 31 ottobre di ogni anno. L'iscrizione dovrebbe essere gratuita e durare a vita e la nomina dovrebbe essere effettuata con imparzialità (sorteggio).
Dov’è il trucco ??
In fase di aggiornamento periodico annuale dell’albo si cancellano i nominativi che per vari motivi non sono degni di farne parte (immotivati rifiuti, gravi inadempienze, ecc.). Cancellazione, spesso, non notificata agli interessati.
In tale fase, e non tutti lo sanno, il comma 9 prevede che si dà preferenza di nomina a chi, più furbo, direttamente in Corte d'Appello ha manifestato nuovo gradimento o formulato ulteriore domanda per l’incarico.
A ciò si aggiunge l’illegale impedimento da parte delle cancellerie ad accludere nuove iscrizioni, perché, secondo loro, l’albo è già pieno.
Non solo. Il Ministero dell’Interno, Dipartimento per gli affari interni e territoriali, Direzione centrale dei servizi elettorali, con Circolare N. 11/2009. Prot. 0000674 Roma, del 20.03.2009, dava le seguenti indicazioni, alla faccia dell’imparzialità.
“Tanto premesso, si reputa opportuno rappresentare all’attenzione delle SS.LL. l’imprescindibile esigenza che la scelta dei presidenti di seggio riguardi, in via prioritaria, quegli elettori che, per i loro requisiti di cultura giuridica e professionalità, ovvero di comprovata capacità e di competenza per aver già svolto in maniera efficace ed efficiente analoghi incarichi, anche solo nella veste di scrutatori o di segretari di seggio, senza però essere mai incorsi in precedenti cancellazioni dal relativo albo o in segnalazioni di disfunzioni varie, garantiscano la massima idoneità all’espletamento dell’incarico.
Pertanto, si rappresenta l’opportunità che, da parte delle Cancellerie delle Corti d’appello, vengano tempestivamente individuati, nell’ambito dell’albo, ulteriori adeguati nominativi di possibili sostituti onde fronteggiare, con immediatezza ed efficacia, prevedibili rinunce da parte dei presidenti designati.”
Quindi non ci dobbiamo meravigliare se sono sempre gli stessi a ricoprire l'incarico di Presidente di seggio.
In passato la nomina di scrutatore dell’ufficio elettorale di sezione avveniva tramite sorteggio casuale (legge n. 95 del 1989), mentre attualmente la chiamata è diretta e nominativa (ovvero non casuale) (legge n. 270 del 2005). In questo ambito, prima della legge 270/2005, la scelta avveniva tramite sorteggio (spesso truccato) delle persone elencate in un apposito albo istituito presso i comuni. Con questa legge è stato invece disposto che la nomina degli stessi scrutatori avvenga tramite un Comitato elettorale costituito dai partiti politici. In questo modo, anche al di là delle intenzioni dei legislatori, si è finito col fornire un ulteriore elemento di corruzione della nostra vita politica.
I giovani nominati scrutatori da un certo partito non possono sottrarsi al dovere di manifestare gratitudine al partito che li ha scelti; e lo faranno votandolo. Ma lo scambio di “favori” non avviene solo tramite il partito e l’elettore; avviene anche tra l’elettore e il candidato che è riuscito a farlo nominare scrutatore. Il candidato che ha maggior potere dentro un partito può infatti facilmente disporre di 20/30 nomine di scrutatori.
Considerando che ogni scrutatore può normalmente orientare dai 3 ai 6 voti (familiari e amicali), è facile prevedere come venga falsato il risultato elettorale (specialmente tra i candidati di uno stesso partito). La possibilità offerta ai partiti di nominare gli scrutatori realizza quasi un “voto di scambio”; legalizzato, ma non per questo meno odioso.
E’ come se l’ufficio di collocamento fosse gestito dai partiti politici, e ogni partito potesse far assumere un certo numero di lavoratori, in base alla percentuale di voti ottenuti. Sarebbe naturalmente uno scandalo; ma è proprio questo che si verifica con l’attuale modalità di nomina degli scrutatori. La differenza risiede solo nella durata dell’occupazione, ma la sostanza dell’ingiustizia è la stessa.
Questa è una considerazione oggettiva se si tiene conto che vi è stata già nella Legislatura 13º il Disegno di legge N. 1858 presentato al Senato su iniziativa dei senatori BRUNO GANERI, VELTRI e LOMBARDI SATRIANI, comunicato alla Presidenza il 12 dicembre 1996, denominato “Disposizioni per la nomina di disoccupati a componenti di seggio elettorale”.
“Puntualmente, in ogni consultazione elettorale, vengono consumati atti di ingiustizia nei confronti di coloro che da anni sono in attesa di un posto di lavoro. É trascurabile l'apporto economico per chi svolge le funzioni di componente di seggio elettorale, quando é titolare spesso di un stipendio; é mortificante invece per il disoccupato che si vede privato anche di siffatte piccole soddisfazioni che, a volte, gli consentono almeno di vivere per qualche giorno con una manciata di denaro in tasca. E non a torto nei vari giornali, quotidiani e non, viene dato rilievo a siffatta ingiustizia.
Per la cronaca riportiamo passi di alcune lettere al direttore della Gazzetta del Mezzogiorno del 6 aprile 1994: "In un momento di particolare disagio economico e lavorativo, in cui migliaia di giovani disoccupati sono alla ricerca di un minimo sostentamento, si é rilevato ancora una volta con le ultime elezioni che agli stessi disoccupati vengono privilegiati cittadini regolarmente occupati. Questi cittadini, oltre ad arrecare, con la loro assenza, disagio alla propria azienda per i giorni contemplati per le votazioni, beneficiano di un compenso oltre che economico anche di due ulteriori giorni di riposo, così come sancito dalla normativa vigente. Tutto questo stride violentemente contro ogni morale, in quanto il problema della disoccupazione viene regolarmente ignorato anche in queste pur minime circostanze. É auspicabile che questo mio risentimento, condiviso da innumerevoli cittadini, prescindendo da valutazioni di ordine politico, venga ascoltato da chi si appresta a governarci ed attentamente valutato".
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 15 aprile 1994: "... ai suddetti presidenti sono aggregati i soliti segretari (molte volte loro parenti) e, perché no, i soliti scrutatori, che di riffe o di raffa si sono insediati. Orbene, se le suddette, persone si fossero insediate per sorteggio, farebbero bene a giocare settimanalmente un terno al lotto, vista la fortuna che si ritrovano. Se invece il loro insediamento non fosse questione di fortuna, allora sarebbe tutto un'altro discorso".
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 23 aprile 1994: "... anche la nomina dei presidenti di seggio presuppone amicizie, conoscenze e segnalazioni. Desta amarezza che siffatto comportamento venga tenuto presso le corti d'appello i cui presidenti, é bene ricordarlo, firmano i decreti di nomina dei presidenti di seggio e che invece farebbero bene a sorvegliare quanto avviene nelle cancellerie e negli uffici elettorali presso queste dislocati per evitare che la discrezionalità di cui godono in tale materia non sfoci in arbitri, e per impedire abusi, prevaricazioni e favoritismi. Basti pensare che il personale degli uffici giudiziari, dagli assistenti ai cancellieri, indipendentemente dal titolo di studio e dalla qualifica rivestita, sono privilegiati e sistematicamente nominati (si vedano a tale scopo gli elenchi dei presidenti, nei quali é dato rinvenire che tutti gli impiegati che ne hanno fatto domanda hanno poi ricevuto la nomina) e pertanto sono considerati, solo perché appartengono a detti uffici, in possesso di quei requisiti oggi richiesti e che a me, procuratore legale, evidentemente difettano".
E chi più ne ha più ne metta!
Spinti da una profonda esigenza, che sgorga da considerazioni umanitarie e da un senso di giustizia, formuliamo il presente disegno di legge, perché venga posto fine alla nomina di componenti dei seggi elettorali per persone già vincolate da un normale rapporto di lavoro. Siamo consapevoli che la misura proposta é una goccia nell'oceano, ma il solo pensiero di considerare lo stato di necessità e di disagio in cui versano tali persone é già atto di solidarietà.
Pertanto, a nostro parere, la scelta dovrebbe essere rigorosamente orientata verso persone residenti nel luogo di votazione: così si eviterebbe che molti presidenti, provenienti da comuni distanti oltre dieci chilometri, percepiscano considerevoli compensi per missioni, ovviamente anche (ciò accade molto spesso) per familiari ed amici che portano con loro.”
PARLIAMO DI SICUREZZA NEGLI UFFICI GIUDIZIARI.
Il palazzo di giustizia di via Nazariantz a Bari è "illegale, incapiente e insicuro". Ne è convinto il procuratore della Repubblica del capoluogo pugliese, Antonio Laudati, riferendosi alla struttura in cui sono ospitati da diversi anni gli uffici della procura della Repubblica, del gip-gup, del dibattimento penale di primo grado, il tribunale del Riesame e le sezioni di polizia giudiziaria.
“E' illegale perchè non rispetta la legge 626 (sulla sicurezza nei luoghi di lavoro) per cui tra poco – ha detto sorridendo – dovrò autodenunciarmi e trasmettere gli atti alla procura di Lecce. E’ incapiente perchè lo Stato paga 30 vice procuratori onorari che devono lavorare per l’ufficio ma, non avendo una sistemazione, lavorano a casa loro o portano fascicoli della procura nei loro studi legali. E’ insicuro anche perchè ieri è stato sequestrato un coltello a serramanico che veniva clandestinamente introdotto. Si tratta di un fatto serio perchè l’introduzione dell’arma era legata ad un’udienza che doveva essere tenuta”.
“Spero – ha concluso Laudati – che gli avvocati possano essere al mio fianco, anche perchè ho visto le aule di udienze e, onestamente, mi sembrano un caso unico in Italia in cui anche la figura dell’avvocato viene completamente svilita. Sono sicuro e convinto che le istituzioni locali vorranno collaborare per migliorare la situazione”.
C’è da dire che le cronache ci parlano, invece, di una realtà comune in tutta Italia. Illegalità, incapienza ed insicurezza: fenomeni diffusi. E meno male che parliamo di uffici giudiziari…….
IMPIEGO PUBBLICO: LO SCANDALO DELLE STABILIZZAZIONI.
Chi vive a spese degli altri, danneggia tutti (spot tv del fisco: il parassita).
Già. Però c'è tanto da ridire. Da “Fai Notizia” di Radio Radicale una scottante verità. Più di 800 dei dirigenti dell’ente pubblico che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale, senza criteri di trasparenza ed è tenuta sulla corda della revoca. Infatti i dirigenti non sono di ruolo e dunque facilmente revocabili se non in linea con i superiori. A chi conviene tutto questo? Ma la legge vigente è chiara e dopo le condanne del Tar all'Agenzia delle entrate, il Governo Monti presenta in Parlamento il "salva dirigenti", un piccolo comma contenuto nella Legge semplificazioni.
FaiNotizia.it vuole raccontarvi una storia che pochi conoscono...
L'Agenzia delle Entrate, sottoposta alla vigilanza del Ministero dell’economia per quanto riguarda l’indirizzo politico, gode di autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria. Questa autonomia gestionale permette all’Agenzia di collocare le risorse umane, senza alcun controllo, nemmeno di spesa. Unico vincolo, come ogni Ente pubblico, il rispetto delle norme sull'accesso ai ruoli dirigenziali, consentito solo tramite concorso pubblico. Peccato però che l'ultimo concorso pubblico risalga a 12 anni fa e che 800 attuali dirigenti dell’Agenzia, siano stati scelti tra i funzionari interni, senza criteri di trasparenza e senza concorso pubblico. Questo significa che i nominati che occupano un ruolo dirigenziale non sono dirigenti effettivi e possono quindi essere facilmente sollevati dall'incarico dai propri superiori. Insomma la maggioranza dei dirigenti dell’Agenzia che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale ed è tenuta sulla corda della revoca. A chi conviene tutto ciò?
La pronuncia del Tar non è piaciuta all'Agenzia delle entrate che ha proposto ricorso dinnanzi al Consiglio di Stato, ricavandone, nelle more della discussione di merito, la sospensiva della eseguibilità della sentenza. L'agenzia ha dunque chiesto una norma di "copertura" al Governo. Il governo Monti ha tentato prima con i decreti precedenti (Milleproroghe e Liberalizzazioni) e adesso con il decreto semplificazioni, approvato al Senato ed ora alla Camera per l'approvazione definitiva, che contiene al comma 24 articolo 8 la norma "salva dirigenti".
«La previsione suscita non pochi dubbi e porta con sé un'evidente contraddizione - sostiene Pietro Paolo Boiano, vice segretario generale di Dirstat, la federazione nazionale di associazioni e sindacati dei dirigenti e dei funzionari della Pubblica Amministrazione, intervistato da FaiNotizia.it il format di giornalismo d'inchiesto di Radio Radicale - perché se da un lato impone all’Agenzia delle Entrate di attuare le procedure selettive previste della legge n. 296 del 2006, e dalla legge n. 248 del 2005, per la copertura dei posti vacanti di Dirigente, dall’altro lato, la autorizza a continuare ad abusare del suo potere non soltanto facendo salvi gli incarichi già conferiti ma, cosa più grave, attribuendo incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato. Viene, quindi, stabilito proprio quanto è stato recentemente dichiarato illegittimo dalla giurisprudenza amministrativa, che ha annullato un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate».
Assumi, assumi: qualcosa resterà. Più che la parafrasi del motto di Oscar Wilde (diffama, diffama: qualcosa resterà), a Palazzo Chigi sembra in voga la tattica, tipica della prima Repubblica, di assunzioni nel pubblico impiego. Tattica che veniva rafforzata in vista di un ciclo elettorale. All’epoca, però, non c’erano vincoli di bilancio da rispettare, e il debito volava rapido fino alle vette attuali. Con la legge finanziaria 2007 il governo Prodi sembra aver provato nostalgia per quelle pratiche. Tant’è che per il triennio successivo ha previsto di spendere un miliardo e 161 milioni di euro per ampliare gli organici della pubblica amministrazione (Forze di sicurezza, ma non solo). Risultato: potranno essere assunte più di 41mila persone. Esattamente gli abitanti di Macerata. Al tempo stesso, però, con un blitz lessicale, introduce in uno dei maxi-emendamenti approvati con la fiducia alla Camera, una profonda modifica al regime di sanatoria per i precari. Cambiando qualche avverbio, rende possibile l’assunzione di circa 50mila precari; soprattutto quelli con contratti a termine presenti nelle amministrazioni regionali. Una popolazione pari a quella di Pordenone. I costi di queste nuove assunzioni, che arrivano a un totale virtuale di 91mila (ma potrebbero essere anche di più, fino a sfiorare le 100mila unità), sono garantite dal maggior gettito fiscale. Dai dati sulle entrate tributarie, è evidente come l’andamento del gettito sia estremamente legato alla dinamica del prodotto interno lordo. Ma se la congiuntura dovesse peggiorare (come prevede lo stesso governo), le assunzioni restano assunzioni: contabilizzate come spese certe; mentre le entrate che le garantiscono, inevitabilmente, sono destinate a scendere. E per finanziare gli aumenti di organico, dovranno essere sostituite da nuove tasse. Lamberto Dini non ha votato per la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione, da lui definiti “amici degli amici”. Dini parla chiaro. Secondo lui la sanatoria “vuol dire che si assumono gli amici degli amici nei comuni e altrove. E poi si fa la sanatoria per passarli di ruolo. Vi sembra questa – conclude - una cosa seria?”. Insomma, i cittadini pagheranno i raccomandati assunti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione, che, con falsa contrapposizione delle parti politiche, hanno visto sanare la loro posizione in tempo indeterminato senza concorso. Con una grande presa per i fondelli la sinistra e i sindacati hanno paragonato i lor signori, amici e parenti, ai veri precari del lavoro, loro sì sfruttati e malpagati.
Niki Vendola, Presidente della Regione Puglia ha fatto di meglio prevedendo le internalizzazioni. Assunzione senza concorso pubblico per stabilizzare i precari nella sanità, già afflitta dallo scandalo “Tedesco”, e nell’università. In questo modo migliaia di amici di sinistra vengono stabilizzati senza concorso pubblico, producendo illegalità, consenso politico con voto di scambio e parzialità di trattamento avverso gli avversari politici.
Il 30 aprile 2010 su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare presso la Corte Costituzionale due leggi della Regione Puglia in materia di organizzazione del lavoro pubblico.
«In violazione del riparto di competenza tra norme statali e disciplina regionale, la legge regionale n. 4 del 2010 consente infatti la stabilizzazione di oltre 8000 precari tra dirigenti medici e personale ex LSU e proroga gli effetti delle procedure di stabilizzazione previste dalla precedente normativa regionale, ampliando così i destinatari delle stesse – spiega il ministero in una nota -. Inoltre, consente l’illegittimo inquadramento di personale proveniente da imprese o società cooperative all’interno di società, aziende o organismi della Regione Puglia in violazione della richiamata disciplina statale in materia di stabilizzazioni. Questa norma si pone altresì in contrasto sia con i principi costituzionali che riservano alla competenza esclusiva dello Stato la materia dell’ordinamento civile (contratti collettivi), sia con la giurisprudenza costituzionale che ha più volte ribadito come il pubblico concorso costituisca l'unica forma di reclutamento del personale idonea a garantire l'efficienza, il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione».
La seconda legge della Regione Puglia impugnata dal Governo, la n. 5 del 2010, autorizza invece il transito nei ruoli dell’Agenzia per il Diritto allo studio universitario (ADISU) del personale finora in servizio a tempo determinato, con conseguente inquadramento riservato, «in violazione della vigente disciplina statale e dei già citati principi costituzionali di cui agli articoli 3, 97 e 117, secondo comma, lett. l), della Costituzione», sottolinea il ministero.
PARLIAMO DI CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI.
LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.
Parliamo di lavoro. A proposito del viceministro al Lavoro Martone e di Sfigati.
Su “L’Espresso”, così come su tantissimi giornali nazionali o locali, vi è stata pubblicata una lettera aperta del Dr. Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS. Da 20 anni partecipa al concorso forense: i suoi compiti non sono corretti, ma dichiarati tali da commissioni composte e presiedute da chi è stato da lui denunciato perché trucca l’esame. Il Tar di Lecce respinge i suoi ricorsi, nonostante vi siano decine di motivi di nullità.
«Il viceministro Martone provoca i fuori corso universitari: "Se a quell'età sei ancora all'università sei uno sfigato". Ha ragione, eppure finisce alla gogna. Polemiche pretestuose sulla frase da chi ha la coda di paglia. Michel Martone, viceministro del Lavoro secondo il quale un 28enne non ancora laureato è spesso "uno sfigato". Ha ragione e lo dico io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come?
A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.
A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità assieme ai giovincelli.
A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza.
Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.
Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).
Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense.
Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.
Alla fine si è sfigati comunque, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate.»
Tale lettera è inserita in una inchiesta più larga su un malcostume ed illegalità noto ed utile a tutti. E si viene a sapere da Gianluca Di Feo su “L’Espresso” che l'amico del padre del viceministro (quello degli 'sfigati') andò dal potente senatore del Pdl, Dell'Utri, per far sistemare il giovane. Lo ha detto, a verbale, Arcangelo Martino, imprenditore al centro dell'inchiesta sulla P3. «Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio». Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere». L'imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l'interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all'epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive.
Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche - stando ai verbali - nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l'altro protagonista dell'inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell'Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be' vediamo». Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L'interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l'azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un'evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l'immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all'aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati.
Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L'uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su suoi contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell'avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende. «Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo: «Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d'accordo e cercava di convincerlo a restare. Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta». Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l'anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare «attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l'incontro tra Lombardi e Dell'Utri per trovargli un posto «attraverso il partito» è arrivato al governo Monti.
Luogo comune vuole che l’Italia è il paese dei raccomandati. Si chiede la raccomandazione per tutto, anche violando la legge, quando per attuarla si truccano i concorsi pubblici. Ma chi se ne frega e poi, chi va ad indagare? Se lo si chiede in giro ti diranno che la raccomandazione esiste, ma l’interlocutore però ti dirà, anche, che lui non ha mai chiesto la raccomandazione, né è stato mai raccomandato.
Uno dei momenti clou della puntata del 2 febbraio 2010 di “Servizio Pubblico” è stato l’intervento di Marco Travaglio che ha scelto un obiettivo ben preciso per la sua invettiva. Il vice ministro Michel Martone e la sua infelice dichiarazioni sugli sfigati. A dire il vero Travaglio non ha iniziato subito incalzando l’incauto vice ministro. Prima ha fatto alcune considerazioni sulla possibilità di eliminare l’articolo 18 e sulla monotonia del posto fisso. Il primo affondo di Marco Travaglio è per Mario Monti, “Ha un posto da senatore a vita, più fisso di cosi si muore…Ma nel vero senso della parola”. Michel Martone viene presentato così, “Nonostante il nome e la faccia non è un parrucchiere per signora”. Travaglio si mette, con la consueta precisione ed ironia, a fare le pulci alla rapidissima carriera del vice ministro. Laureato giovanissimo, Martone, vede la sua carriera accademica e lavorativa accompagnata da una serie di esami e concorsi superati al primo colpo. Una particolarità, la commissione esaminante è presieduta sempre dalla stessa persona o da un amico stretto della stessa. In entrambi i casi persone molto vicine al padre di Martone, un “Potentissimo magistrato romano” che ha frequentato molto l’ufficio dell’avvocato Previti. Il curriculum del vice ministro Michel Martone è una lunga risata amara, soprattutto per chi, invece, non ha avuto una strada così liscia.
Ciò non basta. Qualcos'altro serve a dimostrare l'inaffidabilità dei TAR per la tutela dei diritti e degli interessi legittimi. A Tal proposito su LA7 il programma “Piazza Pulita” manda in onda il servizio sui fratelli Martone: il prof. Michel e l’avv. Thomas.
Dopo aver sviluppato la solita litania su Michel si passa al fratello. Thomas nel 2004 partecipa all’esame per diventare avvocato e viene bocciato alla prova scritta. Lui, però, non si perde d’animo, a differenza di tanti altri, e fa ricorso al Tar. L’intervistatore chiede agli avvocati amministrativisti: «se vengo bocciato all’esame di avvocato e faccio ricorso al Tar quante possibilità si hanno di vincere il ricorso»: “non moltissime” rispondono questi.
Thomas Martone lamentava al Tar che alla sua prova scritta fosse stato attribuito solo una votazione numerica senza alcun giudizio. L’avvocato amministrativista spiega che bisogna dimostrare che il punteggio attribuito è ai limiti dell’irragionevolezza manifesta. L’intervistatore chiede «e se mi lamento per il fatto che mi sia stato attribuito soltanto un voto numerico?» L’avvocato spiega che il voto numerico, secondo la giurisprudenza, va bene se la procedura ha previsto che c’era il voto numerico e che se i criteri per il voto numerico sono stati esplicitati preventivamente. Un altro avvocato spiega che qualche ricorso è stato accolto, ma hanno detto che è molto difficile.
Invece Thomas Martone c’è riuscito. Ce l’ha fatta. La prima sezione del Tar del Lazio ha deciso che la sua prova scritta andava giudicata da un’altra commissione che questa volta lo ha promosso.
L'intervistatore cerca Thomas Martone nel suo studio, che si trova a due passi da Piazza San Pietro, in via della Conciliazione in un palazzo di proprietà della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. In altre parole Propaganda Fide.
L’intervistatore chiede a Thomas: «non è vero che va tutto bene ai figli dei Martone, perché io ho scoperto che lei fu bocciato allo scritto dell’esame per diventare avvocato.»
Martone: «io non vedo che cosa possa interessarvi e perché vi debba rispondere. Mi dispiace.»
L’intervistatore: «non è vero che i Martone sono tutti raccomandati, perché se lei fosse stato raccomandato non l’avrebbero bocciato allo scritto all’esame per avvocato.»
Martone: «lasciate perdere.»
L’intervistatore: «come ha fatto lei a vincere il ricorso, che peraltro non lo passa praticamente nessuno questo ricorso? Si ritiene fortunato per questo. Poi mi risulta che questo palazzo sia di Propaganda Fide. Come ha fatto ad essere inquilino di Propaganda Fide?»
Martone: «Si paga, anche profumatamente. Tutto qua.»
L’intervistatore: «come fa a sapere che ci c’è una disponibilità di immobili in locazione?»
Martone: «si informi non è esattamente così.»
Intervistatore: «e come è stato, mi dica lei. Cosa le costa. E’ una domanda semplice.»
Martone: «non so dove volete arrivare, mi dispiace.»
Intervistatore: «siccome uno dice “gli altri sono sfigati” se fanno ritardi con gli studi, però i Martone hanno un po’ di fortuna.»
Martone: «non è così. Se lei va a vedere su internet cosa intendeva dire mio fratello, capirà che è il contrario.»
Intervistatore: «ho capito, però guarda caso, il fratello di Martone bocciato allo scritto non è così fortunato. I Martone non sono così super raccomandati. E’ vero no. Questo ce lo può confermare?»
Dopo l’intervista Martone ha scritto alla redazione per precisare che lo studio in via della Conciliazione lo condivide con un collega più anziano titolare del contratto con Propaganda Fide da 40 anni. Quanto al ricorso al Tar contro la bocciatura all’esame di avvocato sottolinea che la Commissione che giudicò la sua prova era composta da 4 avvocati ed un solo magistrato, anziché 2 come previsto dalla legge, e che sui suoi elaborati mancava ogni segno grafico che dimostrasse l’effettiva correzione. Che ha sostenuto regolarmente la prova orale diventando così uno dei 250.000 avvocati italiani.
Italiani: raccomandati e pure bugiardi.
Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.
A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".
Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.
Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.
Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!
In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.
In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.
Non capisco l’accanimento di certe “penne e tastiere saccenti”, che parlano di un fenomeno di cui nulla sanno, se non il sentito dire o il luogo comune.
Tanto si parla, in modo interessato, di centinaia di migliaia di avvocati operanti che causano il dissesto della giustizia e per questo se ne chiede la riduzione.
Tanto si è parlato di Catanzaro con i compiti fotocopia.
Tanto si è parlato delle tracce conosciute in anticipo su internet.
Queste “penne e tastiere saccenti” nel 2011 hanno pensato bene di montare il caso dei cellulari nelle sedi di esame. Strumento per farsi dettare l’elaborato. Anzi qualcuno si è spinto fino a dire che questo malcostume o lassismo è proprio dell’Italia meridionale.
Se bastasse il cellulare a far passare l’esame!!
Sono rimasto colpito come a Salerno i candidati siano stati trattati da terroristi e sottoposti al controllo del Metal Detector.
Certo è che queste penne saccenti pensano bene di non toccare i poteri forti e, giusto per scrivere, se la prendono con la parte più debole, ossia: i candidati.
Non si sognerebbero mai di scrivere che se trucchi ci sono, essi si annidano nelle commissioni d’esame fatti da avvocati principi del foro, magistrati incorruttibili e dotti professori universitari.
Questi “giornalisti”, bocca della verità, mai direbbero che la Commissione nazionale per l’esame di avvocato del 2010 è stata denunciata, in quanto la presidenza dava adito a dubbi circa la sua nomina. Mai direbbero che la 1ª sottocommissione di esame di Palermo 2010 è stata denunciata per aver dichiarato falsamente che i compiti sono stati corretti, mentre invece questi sono stati resi immacolati. Mai direbbero che il Tar di Lecce è stato denunciato in quanto lo stesso, in presenza di ricorsi simili contro i giudizi negativi dati alle prove scritte, ha adottato decisioni difformi.
Spero che la prossima volta, quando qualcuno oserà scrivere sul concorso di avvocato, si affidi ad un esperto o attinga le notizie da chi ha esperienza acquisita in 15 anni di partecipazione, tramutata in un libro e in un portale web, contenente tutto ciò che riguarda la tematica. Per esempio chiedere al dr. Antonio Giangrande o attingere le notizie sul suo portale web www.controtuttelemafie.it o visionare i filmati sul canale you tube “malagiustizia”.
Un articolo di Tobia Di Stefano su “LiberoQuotidiano” racconta l’esame per l’abilitazione alla professione di avvocato da un punto di vista diverso: quello del portale mininterno.net, il portale dei concorsi pubblici. Dove migliaia di interessati si sono dati da fare per raccontare cosa stava succedendo nelle “segrete” stanze delle aule di esame.
Esame-farsa per gli avvocati 2011. Ammessi cellulari e sms. Con gli smartphone i candidati si scambiano pareri: nessun sequestro dei telefoni. Tracce e soluzioni già prima di entrare in aula.
Cronaca di una farsa annunciata: martedì 13 dicembre va in scena la prima prova dell’esame da avvocato 2011. Il parere civile. Due testi e migliaia di tirocinanti disseminati tra le fiere e le scuole del Belpaese. Un caos. Ciascuna sede inizia a un orario diverso, telefonini (sono proibiti i dispositivi digitali), soprattutto i Blackberry, che entrano come nulla fosse, tracce copia incollate in rete mentre i provetti legali devono ancora accomodarsi e bagni usati a mo’ di copisterie. Nessuno scoop è una routine che si ripete da anni, ma a leggere minuto per minuto il forum della redazione di mininterno.net (portale sui concorsi pubblici) viene da chiedersi a cosa serva. Il primo messaggio è datato 7 e 36 del mattino. Tale “Mik” che chiede: «Si sanno le tracce?». Che fretta, i nostri devono ancora entrare. E infatti gli arrivano risposte interlocutorie, «di già possibile?» replica “anaflagio”.
Passano pochi minuti e quello che era un appello isolato si trasforma in un coro. Otto e 23, 8 e 27, 8 e 47, poi le 9: «Raga ste tracce...». Monta la tensione. “Pronto soccorso esame”: «A Napoli sono in alto mare!!! Sono entrati in pochissimi…». Oppure: «Ho sentito che a Salerno addirittura ci sono i metal detector...». Quindi «legale»: «Ragazzi massima collaborazione come negli anni passati!!!».
E poi una voce unica: «A Padova?», «A Napoli?», «A Catanzaro», «A Milano». Notizie?.
Allarme rosso: «A Salerno stanno sequestrando i cellulari… c’erano dei carabinieri in borghese tra i candidati…». Non è vero. I minuti passano. Ore 9 e 53 “Vale” dà la prima traccia. A spizzichi e bocconi: «L’agenzie immobiliare beta, aveva ricevuto… un mandato per la vendita di un immobile… Media (in realtà è Mevia) concludeva successivamente la vendita del suo bene, a mezzo dell’intervento di un’altra agenzia immobiliare…. Il candidato assunta la veste di difensore dell’agenzia beta…». Ci sono lacune, è evidente, ma il dado è tratto.
No, non è così, sarebbe la traccia dell’anno prima. Serve di più. Occhio, posta pure un tale, “Polizia postale”: «Gli utenti di questo forum che diffonderanno notizie dall’interno delle sedi d’esame saranno rintracciati e immediatamente espulsi dalle rispettive sedi». Gelo in chat. Si studiano strade alternative. «Facciamo un gruppo su Facebook», suggerisce “Stella”. «No restiamo qui è uno scherzo». E intanto “Polizia Postale” insiste. Occhio, arrivano conferme. Ore 10 e 59, Capparola: «Raga: “ag immobiliare e condominio». C’è anche la seconda. «Così non significa nulla! Chi sa, postasse le tracce per intero». E certo. Ore 11 e 43, le tracce arrivano per intero, fonte “pinco pallino”. La prima, quella sull’agenzia immobiliare viene integrata, la seconda è sul condominio: «Caio, che abita in un condominio, viene richiesto, dalla ditta Gamma che fornisce il combustibile utilizzato nell’impianto di riscaldamento condominiale centralizzato, del pagamento dell’intera fornitura di gasolio. Il candidato, assunta la veste di legale di Caio, rediga parere, illustrando gli istituti sottesi alla fattispecie ecc ecc.». Arrivano i suggerimenti, la giurisprudenza in materia. Nuovi dettagli sulle tracce. Si discute, ci si confronta. Ore 12 e 21: la prima soluzione è già in rete. Ore 12 e 21: «A Napoli hanno appena iniziato a dettare». Ore 13: è in rete anche il secondo parere, quello sul condominio. Ne arrivano altri e altri ancora. «Raga coordiniamoci. Qual è quello buono». E chi può dirlo. Fermi tutti. Parla “già dato” (uno che l’esame deve averlo superato qualche anno fa): «Capisco la voglia di aiutare colleghi, amici e parenti... capisco che questo esame è assurdo da ogni punto di vista... mi sembra però che voi una cosa non l’abbiate capita: “passare lo scritto è solo questione di culo. Non importa se hai svolto l’esame da Dio, bisogna vedere chi ti corregge, se quel giorno è nervoso o sereno, se ha già corretto altri compiti e quanti ne sono già passati... e basta». Ore 14 e 50, l’amministratore del Forum: «A causa della continua violazione delle regole del forum e delle leggi vigenti in Italia siamo costretti a chiudere la discussione». Ore 14 e 52, la risposta: «Ma taci e smettila di dire idiozie...». Anche per quest’anno la farsa è servita.
In modo diverso la storia filo razzista raccontata da ruota “Il Giornale”. Concorso per avvocati? Si passa con il cellulare. I telefonini sono proibiti, ma non per i furbi. Il sito internet con tutte le soluzioni dei quiz ieri era cliccatissimo. Ma a esami scritti ancora in corso...
«Una domanda x tutti, ci sarà qualche anima pia che svolgerà le tracce per poi farle girare?», chiede alle 11,19 Axel 74, uno che se il nickname non mente ha 37 anni suonati. «Qualcuno può riportare gentilmente le tracce?», si angoscia poco dopo un altro. Accontentati alle 11,43 da uno che si autoaccredita nel nickname Pinco pallino attendibile: «Traccia 1 (aggiornamento): L’agenzia immobiliare Beta... Traccia 2 (aggiornamento): Caio, che abita in un condominio...». Ok, la traccia è giusta. Il sito è mininterno.net, ma il Viminale non c’entra nulla, anche se si gioca chiaramente sull’equivoco. Si tratta del «portale di riferimento per la preparazione personale a tutti i concorsi pubblici e ad altri esami basati su quiz a risposta multipla», come si autocelebra sulla home page.
Un sito supercliccato. Si celebrava infatti il primo dei tre giorni dell’esame di Stato per avvocati, la prova di parere motivato in materia regolata dal codice civile. Così il forum «Toto tracce esame avvocato 2011/2012» per tutto il giorno ha ospitato il tam tam delle aspiranti toghe, all’opera nelle decine di sedi nazionali, e di chi da fuori, davanti a un computer, cercava evidentemente di aiutarli.
Intendiamoci: l’uso di telefonini e altri strumenti elettronici è rigorosamente vietato nelle sedi di esame. Ma viene il dubbio che in qualche città le regole non siano state fatte rispettare con tanto zelo. Altrimenti Biscottina, alle 11,38, non scriverebbe accorata: «Ragazzi, ma qui pubblicate anche qlc info circa la risoluzione delle tracce???». E l’aiuto arriva: sono le 12,21 quando qualcuno posta una lunga soluzione della prima traccia, con tanto di analisi della questione, norme da considerare nella redazione del parere, giurisprudenza in materia e conclusioni. Basta cambiare due o tre parole, aggiungere un’imperfezione civetta et voilà, mezzo esame è fatto. Alle 13,01 arriva anche la soluzione alla seconda traccia: chi ha un iPad o un blackberry sfuggito ai controlli è a posto. Ecco, i controlli. Molti dei «post» sul forum informano sulla possibilità di fare entrare nelle varie sedi di esame strumentazioni elettroniche. «A Catanzaro pare ci siano i Jumper per i cellulari» (i jumper sono strumenti che schermano gli impianti elettronici) scrive uno alle 9,08. «A Salerno hanno messo i metal detector!» è il grido di angoscia di Paco1789 alle 9,52. Ma Indignados alle 10,02 lo smentisce: «A Salerno non ci sono metal detector... Non dite str...ate». Altre note di cronaca da Napoli: «Tutto come altri anni... c’è chi si è portato la stampante», dice uno. «I cell funzionano e non ci sn metal detector!!!!», aggiunge un altro. L’esame della Mostra d’Oltremare nel capoluogo campano, con ben 6274 candidati, a giudicare dalle citazioni è il più caotico (Pronto soccorso esame scrive: «Un appello a chi ha amici e colleghi a fare l’esame a Napoli. Appena escono le tracce pubblichiamole perché tanto a loro detteranno tardissimo e possiamo aiutarli tranquillamente!»), ma anche Salerno, Lecce, Messina, Catanzaro, Reggio Calabria, Bari sono i luoghi di questa geografia tutta meridionale dell’aiutino, del «c’ho un amico», del mezzuccio. Che irrita anche alcuni frequentatori del forum: «Certo che sto esame è scandaloso come il Paese che abitiamo...», scrive uno alle 15,05. Sottoscriviamo l'indignazione non il razzismo.
Di altro tenore è il resoconto fatto da "Il Corriere della Sera". Sigillati in aula per l'abilitazione: esami d'avvocato con metal detector. La carica dei 1.300. L'Ispettore: avevamo chiesto anche la totale schermatura per cellulari.
Tutta blindata la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Salerno per l'esame da avvocato, iniziato martedì 13 dicembre 2011: transenne lungo le vie d'accesso, passaggi obbligati, nastro adesivo per sigillare porte e finestre e la presenza imponente delle forze dell'ordine, per garantire l'assoluta trasparenza delle prove concorsuali ed impedire a chiunque di introdursi all'interno delle aule. Per la prima volta sono stati utilizzati anche due metal detector di tipo mobile, in numero inferiore rispetto a quelli richiesti dalla Corte d'Appello di Salerno, non collocati presso tutti gli ingressi, per inibire l'utilizzo di cellulari e dispositivi tecnologici.
In tutto 1.301 i praticanti avvocati abilitati al patrocinio legale, aspiranti a far parte dell'ordine. Al contrario dell'anno prima, un clima estremamente sereno ha contraddistinto la prima giornata delle prove, svoltesi in contemporanea in tutta Italia. «Nessuna perquisizione - sottolinea l'avvocato Andrea Di Lieto, professore di Diritto degli Enti Locali e preside della prima sottocommissione della Corte d'Appello di Salerno - massima disponibilità da parte di tutti. Molti cellulari sono stati consegnati volontariamente così come alcuni codici non consentiti. La prova è partita leggermente in ritardo, intorno alle 11.45, dopo le operazioni di identificazione. Era presente anche l'ispettrice del Ministero della Giustizia per assicurare la regolarità dell'esame. Si tratta di indicazioni su scala nazionale, sebbene le varie sottocommissioni, composte da due avvocati, due magistrati e un professore, con i relativi supplenti, siano assolutamente autonome. Abbiamo richiesto anche la totale schermatura per i cellulari in tutta l'area, ma non siamo riusciti ad ottenerla». Particolarmente semplici anche le tracce del primo giorno di esami, con la possibilità di scegliere tra due pareri di diritto civile, di cui uno sull'istituto della mediazione e l'altro sul condominio. Poi dovrà essere elaborato, invece, un parere di diritto penale, mentre per ultimo, per l'atto giudiziario, la scelta sarà ampia, con la possibilità di decidere tra penale, civile ed amministrativo. «La fase di correzione partirà il 15 gennaio, con metodo incrociato - aggiunge Di Lieto - le quattro commissioni di Salerno correggeranno i compiti di Lecce mentre i nostri candidati saranno valutati a Catania. In genere quando il giudizio avviene al nord, la percentuale degli ammessi alle prove orali scende al di sotto del 40%». In realtà, analizzando le stime delle precedenti sessioni, il trend percentuale sembra attestarsi addirittura intorno al 20%. Nel 2010, sui 1.233 partecipanti agli esami da avvocato, soltanto 218 hanno superato gli scritti, mentre più di mille furono i bocciati.
Circa il 70-80% dei candidati è costretto a reiterare le prove almeno per tre volte consecutive, determinando ansia ed apprensione nei confronti delle prospettive di inserimento futuro ed allungando i tempi per poter intraprendere la libera professione. La giurisprudenza salernitana sembra connotarsi sempre più come casta chiusa, quasi impraticabile, soprattutto per chi proviene da background socio-culturali differenti. Continue bocciature a sessione nel percorso universitario, che bloccano gli studenti per anni sulla stessa disciplina, generando un clima di panico, impotenza e sfiducia nelle proprie capacità intellettuali e verso il futuro. Intanto, mentre a livello nazionale si profila l'idea di liberalizzare l'accesso all'ordine, per alcuni l'ennesimo tentativo per accedere alla professione sembra essere il mito della «via spagnola», che permette, dopo due anni, il riconoscimento del titolo in Italia.
Ma come risponde la città. Avvocati, esame blindato, resoconto di “La città di Salerno”. Sono 1301 i candidati iscritti alle prime tre prove per diventare avvocato. Cinque gli ingressi blindatissimi per accedere all’aula destinata agli esami. In funzione i metal detector, anche se sono stati usati soltanto a campione.
Discriminazione. Terrorismo psicologico. Meritocrazia. Sono stati i termini più ricorrenti utilizzati dagli aspiranti avvocati salernitani che si sono messi in fila, davanti ai cinque blindatissimi ingressi della Facoltá di Giurisprudenza, per sostenere la prima di tre prove.
C’era la prova di civile, quella di penale e poi i candidati dovranno elaborare un atto giudiziario. Compiti scritti necessari per poter accedere agli orali e successivamente alla professione. L’umore non era dei migliori. Parecchi dei presenti si sono presentati per la terza volta. «E sará senz’altro l’ultima», hanno dichiarato in molti, esasperati dalla trafila interminabile, e dallo stress psicologico, per tentare di raggiungere l’abilitazione. Addirittura vi era qualche candidato ritornato nel campus per la settima volta.
Fin dalle sei del mattino i candidati sono arrivati alla spicciolata: in tutto hanno presentato domanda in 1.301. I metal detector preannunciati, e messi in uso per evitare che gli esaminandi utilizzassero il cellulare, hanno funzionato. Ma non per tutti. Lo strumento di rilevazione metallica è stato impiegato solo a campione. Gli aspiranti avvocati appena varcato l’ingresso hanno presentato i documenti e poi consegnato il cellulare. Prima di entrare in aula un operatore ha passato ai raggi x i candidati. Secondo alcuni il metal detector potrebbe essere azionato da oggetti metallici, come la fibbia di una cintura oppure un orologio, pertanto la rilevazione non è attendibile. «Solo qui succede. E’ un trattamento impari perché ogni Corte d’Appello utilizza un metodo diverso e questo è decisamente discutibile», ha puntualizzato una ragazza.
Le critiche sul sistema di controllo sono piovute a iosa. I praticanti avvocati, arrivati con tanto di valigie al seguito piene di codici, erano sfiduciati perché sottoposti a ispezioni eccessive. Tra quelli che non sono sfuggiti al metal detector, chi è stato più audace, nonostante i suoni emessi dal "cercametalli", ha superato lo sbarramento affermando semplicemente di non possedere un cellulare. I più timorosi, invece, lo hanno consegnato e fatto imbustare per poi ritirarlo all’uscita.
«Per come veniamo trattati, ci vorrebbe solo una rivoluzione», ha commentato una candidata. Positivo, invece, il giudizio di P. L. che ha affermato: «In teoria il metal detector ci sta anche bene, se servisse, però, ad evitare che qualcuno bari. Ma dovrebbe essere adottato in tutto il Paese». Sul piede di guerra non solo i praticanti ma anche i genitori, molti dei quali hanno voluto esser presenti per sostenere moralmente i propri figli che si sono ritrovati a presentarsi per l’ennesima volta alla prova.
«L’anno scorso ci hanno fatto togliere gli stivali - hanno ricordato due candidati - venivano in bagno a controllarci e ci sequestravano il materiale cartaceo nascosto in nostro possesso. Eravamo poco meno di 1.100 candidati. Ci stavano col fiato sul collo. Annullarono 600 prove: l’ispettore ministeriale scrisse nella relazione che sorprese 60 candidati con il cellulare e fu costretto a buttarli fuori. Risultò che il 75 per cento aveva copiato. Su oltre 1000 candidati solo 216 risultarono idonei. Siamo stati vittime di pregiudizi della Corte d’appello di Torino che corresse gli elaborati». Per gran parte dei candidati le prove sono troppo complicate. «Un modo - spiega un giovane - per eliminare la "concorrenza". Le selezioni dovrebbero essere fatte durante gli studi non all’esame di abilitazione. Spero che l’Ordine ad agosto venga abolito».
Luogo comune vuole che l’Italia è il paese dei raccomandati. Si chiede la raccomandazione per tutto, anche violando la legge, quando per attuarla si truccano i concorsi pubblici. Ma chi se ne frega e poi, chi va ad indagare? Se lo si chiede in giro ti diranno che la raccomandazione esiste, ma l’interlocutore però ti dirà, anche, che lui non ha mai chiesto la raccomandazione, né è stato mai raccomandato.
Italiani: raccomandati e pure bugiardi.
Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.
A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".
Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.
Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.
Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!
In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.
In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.
PARLIAMO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA. SONO LORO A DOVER SVELARE I CONCORSI TRUCCATI
Da “Il Fatto Quotidiano”: Fermate quel concorso al Tar.
Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si sta svolgendo in questo periodo un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar.
Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di Presidenza – Cpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti.
Ora, il dubbio è questo. Se un candidato è entrato in aula con i compiti già svolti, davvero può ritenersi certo che il concorso si sia svolto regolarmente per gli altri candidati? O non è forse legittimo sospettare che i compiti possano averli avuti anche altri candidati? E allora, perché la commissione (composta quasi tutta da magistrati amministrativi e nominata di fatto dal Cpga) non ha annullato il concorso in via di autotutela?
Ho già scritto in un altro post la incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei.
Orbene, anche in questo concorso la vittoria del blasonato fratello Mattei era ampiamente anticipata da voci correnti, prima ancora della apertura delle buste contenenti i nomi, tanto da indurmi personalmente (anche per la mia qualità di Presidente di una, pur piccola, associazione di Magistrati) a formalizzare una lettera di chiarimenti, regolarmente protocollata presso l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi. Un’ipotesi rara, in cui è addirittura formalizzato ufficialmente quello che si dice che accadrà di un concorso per l’accesso in magistratura (già oggetto di indagini penali) e che si verifica puntualmente.
La mia richiesta di chiarimenti purtroppo non ha mai avuto risposta, mentre pare sia notizia di questi giorni che il fratello Mattei abbia passato gli scritti del concorso per 15 soli posti.
Come dicevo, il condizionale è d’obbligo, non avendo il Cpga rilasciato, almeno sinora, alcun comunicato. Vedremo, ma intanto una certezza vi è già: la commissione nominata dal Cpga non ha attivato le pratiche per annullare quel concorso e la mia lettera sulle anticipatorie voci relative alla vittoria del Mattei giace da mesi in qualche cassetto, regolarmente protocollata.
Da “Il Corriere della Sera”, invece…
Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni.
Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre.
Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi.
Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar.
Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.
Ancora da “Il Fatto Quotidiano”. Fermate quel concorso per Consigliere di Stato!
Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse ieri le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli).
Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove.
Ma i fatti più gravi sono altri due. In primo luogo la celebrazione, nel giorno di pausa tra le varie prove scritte, di una seduta (che è pubblica) dell’organo di autogoverno della magistratura amministrativa nella sala ove si stava tenendo il concorso, senza spostare i codici legislativi portati dai concorrenti, che sono quindi rimasti accessibili da parte di persone esterne al concorso. In secondo luogo la violazione del principio dell’anonimato: diversamente dagli altri concorsi pubblici, la commissione ha costretto i candidati che avevano bisogno di fogli aggiuntivi per scrivere i temi, a compilare un modulo già predisposto, indicando il numero di fogli presi e firmandolo. In questo modo la commissione, aprendo le buste con le prove da correggere ed incrociando i dati sul numero di fogli aggiuntivi richiesti, ancor prima di aprire la busta con il nominativo del candidato al termine della correzione di tutte le prove, è in grado di conoscere chi dei (soli) 29 concorrenti ha scritto quel tema che si sta correggendo.
Per essere più chiari, la commissione sa sin da ora che l’ottimo V. è l’unico ad aver richiesto 12 fogli aggiuntivi per la prova di amministrativo e 14 per la sentenza e 14 per il diritto internazionale. Che lo studiosissimo M. è l’unico ad averne richiesti sempre 8, nei primi tre giorni di prova. Che il bravissimo P. ne ha chiesti 13 per redigere la sentenza, mentre la diligentissima D. ne ha presi 5 per la prova di tributario e amministrativo e 8 per la sentenza. Il bravissimo D. ne ha presi 3 per diritto tributario, 6 per diritto amministrativo, 5 per la sentenza, mentre V. ne ha richiesti, per le stesse prove, rispettivamente 5, 4 e 4. E via dicendo per tutti gli altri concorrenti. Una procedura che rende quindi inutili tutte le accortezze previste per garantire l’anonimato e che, in considerazione del basso numero di concorrenti, avrebbe potuto facilmente essere evitata consegnando un numero maggiore di fogli a tutti i candidati o, semplicemente, non operando il “censimento”.
Non è la prima volta che le prove di concorso del massimo organo (il Consiglio di Stato) deputato a giudicare della regolarità di tutti i concorsi pubblici italiani sono oggetto di irregolarità e polemiche: dopo il c.d. “caso Giovagnoli”, nel 2010 il Tar del Lazio ha dichiarato illegittimi i concorsi celebrati negli anni 2006 e 2007. Nel concorso del 2009 sono state corrette circa 700 pagine di compiti in poco più di 3 ore, per una media di 3,5 pagine al minuto: un record da guiness dei primati. Nel 2010, invece, ha vinto un candidato che aveva scritto un libro il cui titolo era esattamente identico al titolo della prova scritta di diritto civile.
Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente!
Shock a Cecchina (Roma). Da tutta la stampa e in particolare da “Il Tempo” del 23 giugno 2011. C'è anche una vigilessa figlia di un generale dei carabinieri nel gruppo di fuoco del massacro di via Colle Nasone. L'insospettabile killer di 42 anni - sorella di un ufficiale della Guardia di finanza, con una sorella questore. Clamoroso: la notizia che balza agli occhi non è l’accusa dei gravi reati per la vigilessa, ma il fatto che in quella famiglia vi sia un DNA particolare che li porta a vincere i concorsi pubblici più disparati ed a ricoprire gli incarichi più prestigiosi. Veramente bravi: Generale dei Carabinieri, Ufficiale della Guardia di Finanza, Questore di Pubblica Sicurezza, Vigile urbano.....Quante famiglie come queste in Italia, alla faccia di chi ha partecipato a quei concorsi, risultante non idoneo?!?
O via le caste o si muore dice Luigi Zingales su “L’Espresso”.
Tutti ce l'hanno con i partiti, che in effetti hanno molte colpe. Ma il Paese è pieno di gruppi chiusi, che mirano solo a perpetuare i propri privilegi e le proprie rendite di posizione. Danneggiando tutti gli altri, specie i giovani. Negli Stati Uniti la protesta ha scelto come obiettivo Wall Street, simbolo della finanza, il luogo dove lavora l'1 per cento più ricco della popolazione. Coloro che - secondo i manifestanti -avrebbero derubato il rimanente 99 per cento di un futuro migliore. L'Italia è messa molto peggio degli Stati Uniti. Quale dovrebbe essere l'obiettivo della protesta? Dove si annida l'1 per cento di privilegiati che impedisce il successo al rimanente 99 per cento? La risposta più naturale sarebbe Montecitorio, simbolo del potere politico. Non sono forse i politici che ci hanno ridotto in questa situazione? Ma è una risposta che oscura la vera fonte del problema. I politici li eleggiamo noi.
Riflettono gli interessi (le lobby) del nostro Paese. Negli Stati Uniti la lobby più potente è sicuramente quella finanziaria, da cui il luogo della protesta. Seguendo la stessa logica in Italia il luogo adeguato per la protesta dovrebbe essere la piazza centrale di ogni paese. Lì si annida la lobby più potente d'Italia: i notabili locali. A differenza dei ragazzini maleducati di Wall Street, si tratta di signori di buone maniere. Ma dietro la loro aria bonaria, non sono meno pericolosi. Molti di loro criticano i sindacati per la difesa corporativa del posto di lavoro, ma la loro difesa dei privilegi è più strenua di quella dei camalli del porto di Genova. Non lo fanno in piazza, ma nei corridoi dei palazzi, e proprio per questo hanno maggiore successo.
Chi sono i notabili della piazza centrale? C'è il farmacista, spesso figlio del farmacista del paese. Le farmacie godono di restrizioni imposte dallo Stato alla vendita dei medicinali. Queste restrizioni mantengono i prezzi elevati a danno dei consumatori. Anche le timide riforme di Bersani sono state affossate dal governo Monti. Il commissario europeo che ha osato sfidare Microsoft ha dovuto chinarsi di fronte alla lobby dei farmacisti. Sopra la farmacia in molti paesi c'è' l'ufficio del notaio, altra professione tramandata di padre in figlio e protetta dallo Stato, che limita il numero di notai e impone tariffe minime. Non è solo una tassa su tutte le attività produttive, ma anche uno spreco di cervelli. I guadagni gonfiati dai limiti alla concorrenza attirano nella professione molti giovani brillanti, che avrebbero potuto dedicarsi proficuamente ad attività più produttive. A fianco del notaio nella piazza principale c'è l'ufficio dell'avvocato, un'altra professione spesso tramandata di padre in figlio, protetta da un ordine corporativo. Di fronte alla farmacia in molte piazze centrali c'è la sede di una banca. Una volta era una banca locale, oggi è parte di un gruppo nazionale. Ma anche qui i posti si tramandano di padre in figlio. Il motivo è che la banca non è gestita secondo criteri di efficienza, ma secondo criteri clientelari. Anche se perde, poco importa, tanto i principali azionisti non hanno messo i soldi loro, ma i soldi altrui. Anzi i soldi nostri, i soldi che appartenevano ai comuni e che oggi sono controllati da fondazioni gestite dai residui della prima Repubblica. Il notaio, il farmacista, il bancario, l'avvocato e il presidente della fondazione si trovano tutti a prendere l'aperitivo al bar centrale, anche quello tramandato di padre in figlio. Questo settore, almeno, è competitivo. Ma anche il barista gode di un vantaggio: una certa tolleranza nell'applicazione delle leggi. La sua cucina non è proprio a norma e la cassiera non sempre emette lo scontrino fiscale. Ma con l'appoggio dei notabili clienti riesce a farla franca. Ognuno difende strenuamente il proprio privilegio, non capendo che il privilegio mio è costo tuo. L'Italia si sta trasformando in una società per caste, dove i giovani non hanno futuro. La strenua difesa dei privilegi personali alla fine danneggia tutti. Ma nessuno è disposto a rinunciare da solo al suo privilegio. Se è l'unico a farlo, ci perde. Solo se tutti lo facciamo contemporaneamente, ci guadagniamo tutti. C'è bisogno di un patto civile per le riforme, dove tutti rinunciano a qualcosa, per guadagnarci tutti. Se Monti non è capace di farlo chi mai lo potrà fare?
Riformiamo quegli Ordini, intima Alessandro De Nicola su “L’Espresso”.
Le categorie professionali si oppongono a qualsiasi cambiamento. Una difesa delle proprie prerogative che dimentica la rivoluzione in atto nei servizi intellettuali. E rinuncia a guidare la modernizzazione. Nel Belpaese si ha l'impressione che le professioni intellettuali tradizionali siano da tempo arroccate nella difesa delle loro prerogative e che anzi, complice la crisi, chiedano che vengano estese anche a loro nuove protezioni.
La "modernizzazione" del settore è vista dai rappresentanti degli ordini professionali tutt'al più come implicante maggiori obblighi di formazione professionale ma niente più, tant'è che, appena prima della legge di stabilità (che impone entro 12 mesi una radicale ristrutturazione degli Ordini professionali), stavano procedendo di buona lena in Parlamento vari provvedimenti restrittivi: la riforma dell'Ordine dei giornalisti che restringeva le possibilità di accesso, l'istituzione di nuovi Albi (tra cui quello degli igienisti dentali, professione che schiude le porte a luminose carriere in altri campi) e la modifica dell'ordinamento forense che mirava a reintrodurre le tariffe professionali inderogabili e una serie di limitazioni, guarentigie, divieti che andavano in senso contrario alla liberalizzazione del settore.
I professionisti sono una lobby ben organizzata (basti pensare che circa il 40 per cento dei parlamentari appartiene a una categoria professionale) e vocale. Nonostante il problema della concorrenza e dell'efficienza del mercato dei servizi professionali (che rappresentano un fatturato di 200 miliardi di euro) si ponga ormai dal 1997, quando l'Autorità antitrust pubblicò la prima indagine conoscitiva sul tema (e nel 2003 l'allora commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, ricordasse: "Non credo che gli ordini dovrebbero essere coinvolti nella sfera economica dei professionisti, dettando regole sul comportamento nel mercato dei loro iscritti, come per esempio fissando le tariffe o vietando la pubblicità"), l'unico vero scossone si ebbe con il decreto Bersani che abolì i minimi tariffari, introdusse il patto di quota lite e diede via libera alle parafarmacie. Poi più niente, se non un gioco di interdizione degli Ordini che hanno cercato di limitare la portata della riforma.
Orbene, ormai gli studi sul settore sono numerosi: quelli della Banca di Italia hanno evidenziato che i servizi professionali nei Paesi meno regolamentati contribuiscono a una maggior crescita del Pil (una media dello 0,8 per cento in più) e la concorrenza migliora la qualità del servizio (al contrario di quello che si sente dai rappresentanti di categoria, sempre attenti alla "qualità" del servizio da non "svendere"); l'Antitrust o, da ultimo, la Fondazione Debenedetti, mostrano un certo nepotismo e una completa casualità nell'accesso (in alcuni capoluoghi i promossi all'esame di Stato sono il 90 per cento, in altri meno del 10), nonché una scarsa propensione degli Ordini a disciplinare gli iscritti (propensione che non è aumentata dopo la Bersani, segno che l'abolizione delle tariffe non ha inciso sulla qualità...).
Inoltre, le professioni si stanno rivoluzionando: sempre di più nel mondo agiranno società di capitali (ammesse anche dalla legge di stabilità) per fornire a basso costo e su base globale servizi ora pagati con parcelle "dignitose". L'asimmetria informativa caratteristica delle prestazione professionale (il cliente non è in grado di giudicare la bontà di ciò che si riceve), grazie a Internet, al rafforzamento delle strutture interne delle aziende e all'attivismo delle associazioni dei consumatori si sta riducendo. Sempre più l'outsourcing verso giurisdizioni (o regioni all'interno dello stesso Paese) più convenienti, tecnologia ed innovazione sia nei servizi che nel metodo di parcellazione (i clienti pretendono ora di associare il professionista al proprio rischio imprenditoriale) saranno per il mondo professionale la formula per creare valore aggiunto e crescere o quantomeno non essere spazzati via. Se questo è vero, invece che organizzare anacronistiche astensioni dalle udienze ed emettere indignati comunicati contro la mercificazione delle arti liberali, i professionisti dovrebbero cogliere al volo le opportunità della liberalizzazione e, per una volta, guidare il processo di cambiamento invece che esserci trascinati dentro, impreparati e subalterni.
L'ORDINE NON SI TOCCA.
Espressione frutto di uno studio redatto da Gaetano Basso e Michele Pellizzari.
Il testo originale della manovra finanziaria 2011 prevedeva alcuni interventi di liberalizzazione delle professioni. Ma ventidue senatori-avvocati della maggioranza hanno minacciato di non votare l'intero provvedimento se quelle norme non fossero state cancellate. E sono stati subito accontentati. Insomma, anche in un momento drammatico sembrano aver prevalso gli interessi di lobby. Eppure, questa era l'occasione giusta per avviare una riforma che, insieme ad altre, potrebbe incoraggiare la crescita economica dell'Italia. È opinione diffusa che i tanti tentativi di riforma delle professioni siano stati bloccati dalle folte e ben rappresentate lobby di avvocati, notai, commercialisti, preoccupati più di difendere i propri interessi che di tutelare l'interesse comune. Eppure, gli ordini professionali sostengono che non è così e in molti, compreso chi scrive, sarebbero disposti a credere loro e avviare insieme un dibattito serio su quali interventi di riforma siano necessari. È difficile, però, non dare l'impressione di una casta chiusa e refrattaria a ogni cambiamento se i fatti sono quelli che ci consegna la cronaca relativa al dibattito sulla manovra 2011. Nella sua formulazione iniziale essa prevedeva alcuni interventi di liberalizzazione delle professioni, alcuni dei quali molto radicali. Si andava dall’abolizione del divieto di incompatibilità tra attività commerciale e professionale, all’impossibilità di vietare da parte degli ordini la pubblicità per ragioni di decoro, fino all’abolizione dell’esame di stato per avvocati e commercialisti. Ma 22 senatori-avvocati del Pdl hanno inviato al presidente del Senato una sconcertante lettera nella quale si dicevano pronti a non votare il provvedimento, rischiando di far cadere il ministro Tremonti e di gettare il paese in una catastrofica crisi finanziaria, se quelle norme non fossero state cancellate. I senatori erano supportati da un nutrito gruppo di deputati liberi professionisti (58 in totale: 44 avvocati, 13 medici e 1 notaio) che si sarebbero opposti all’iter della manovra alla Camera. Detto fatto, grazie anche offerto alle parole di sostegno del ministro-avvocato Ignazio La Russa. Ed è significativo che i ventidue avvocati rivoltosi non abbiano tanto espresso perplessità sul come si interveniva per liberalizzare il settore, ma abbiano semplicemente chiesto di derubricare l'argomento. Il gruppo dei 22 alla fine ha avuto ragione grazie alla mediazione del Presidente del Senato-avvocato Renato Schifani. Il governo si è però impegnato entro 8 mesi dall’entrata in vigore della manovra a legiferare in materia di ordini professionali. Altrimenti “ciò che non sarà espressamente vietato sarà libero”.
UNO STUDIO SUI PROBLEMI DEGLI ORDINI
In un rapporto preparato per la Fondazione Rodolfo Debenedetti sul tema delle professioni regolamentate, abbiamo evidenziato che gli ordini servono a garantire la qualità dei servizi offerti in mercati nei quali è difficile per il consumatore valutare la capacità degli operatori e la qualità dei servizi prodotti. Quelle stesse norme, tuttavia, generano limitazioni della concorrenza con potenziali effetti negativi sul benessere collettivo. Alla politica spetta la decisione di dove collocare il paese in questo trade-off tra qualità e concorrenza. Difficile procedere con un dibattito costruttivo se non si riconosce questo duplice aspetto della regolamentazione e si continua a sostenere che non vi è alcun problema di concorrenza nelle professioni. Nel rapporto presentiamo una serie di analisi empiriche che suggeriscono che qualcosa non funziona nelle procedure di selezione all'ingresso in molte professioni e non sempre entrano necessariamente gli operatori più qualificati. Questo è il caso delle professioni (commercialisti e consulenti del lavoro) in cui osserviamo un peggioramento della qualità dei servizi offerti al crescere di una misura di familismo della professione che si osserva nel rapporto stesso. Da qui alcune proposte di riforma: andrebbero eliminati, ad esempio, potenziali conflitti d’interesse nell’esame di abilitazione, evitando che sia preparato o corretto dagli stessi professionisti che saranno concorrenti diretti di chi l'esame lo supera. In un precedente contributo su questo sito abbiamo dimostrato come questo tipo di riforma abbia avuto effetti significativi nella selezione degli avvocati, in particolare annullando il ruolo giocato dai cognomi nell’esame di stato. Inoltre, sarebbe auspicabile separare il ruolo di auto-regolamentazione degli ordini da quello di rappresentanza degli interessi di categoria.
UNA QUESTIONE DI CREDIBILITÀ
In seguito alla presentazione del nostro studio siamo stati investiti da una miriade di attacchi (si veda la rassegna stampa sul sito della Fondazione Debenedetti) spesso molto duri, ma mai nel merito dell'analisi, e in alcuni casi esplicitamente offensivi. Gli attacchi, così come l'episodio dei ventidue avvocati del Pdl, evidenziano quanto sia diffuso l'atteggiamento di difesa a priori dello status quo. Si tratta, invece, di migliorare il contesto istituzionale di un settore che, se liberalizzato, potrebbe contribuire fino all’ 11 per cento del PIL nel lungo periodo, come sostenuto in uno studio della Banca d’Italia. Si tratta, invece, di migliorare il contesto istituzionale di un settore che, come sostiene l'Antitrust, costa al paese quanto il conto energetico. Nella manovra si sarebbe potuto affrontare la questione con una riforma a costo zero che, insieme ad altre, avrebbe il potenziale di incoraggiare la crescita economica dell'Italia, condizione indispensabile per non ritrovarci a breve a dover di nuovo fronteggiare situazioni finanziarie critiche come quelle di questi ultimi giorni. L'episodio dei ventidue avvocati è preoccupante anche perché rischia di mandare un messaggio negativo sulla credibilità dell'intera manovra, i cui contenuti, anche in un frangente così delicato, sono soggetti alle intemperanze di alcuni parlamentari. Per sostenere la credibilità delle misure in discussione, la maggioranza, di cui questi parlamentari fanno parte, avrebbe dovuto mettere i “dissidenti” di fronte all'aut-aut votare o dimettersi, invece di dare loro seguito per voce di autorevoli esponenti del governo. Come è possibile convincere i mercati che l'Italia manterrà gli imponenti impegni assunti con questa manovra, se la nostra politica si mostra così debole?
QUELLE BARRIERE PER GLI ASPIRANTI AVVOCATI
La riforma dell'avvocatura in discussione al Senato prevede tra l'altro un rafforzamento delle barriere all'ingresso nella professione. A tutela di un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti, secondo quanto sostiene l'Ordine forense. Ma un'analisi statistica mostra che chi ha un cognome molto rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. E fa nascere il sospetto che la professione non sia esente da potenti pratiche corporative. La riforma dell'avvocatura attualmente in discussione al Senato propone, tra le altre cose, un rafforzamento delle barriere all'ingresso nella professione. Per esempio, oltre all'esame di abilitazione e al lungo praticantato di due anni, sarà necessario superare anche un pre-test per l’iscrizione all’albo dei praticanti e frequentare, durante il periodo di pratica, corsi di formazione organizzati dagli ordini.
I COGNOMI DI UNA PROFESSIONE
L'argomentazione principale a favore dell'introduzione di barriere all'ingresso in una professione, e in particolare in quella forense, riguarda la qualità dei servizi offerti. Soltanto i professionisti migliori e più motivati, che si aspettano un ritorno elevato dall'esercizio della professione, sarebbero disponibili a sopportare il lungo periodo di praticantato, la preparazione del difficile esame di abilitazione e la lenta e faticosa costruzione di un adeguato portafoglio clienti. In assenza di praticantato o con un esame meno selettivo entrerebbero nella professione avvocati meno qualificati e meno motivati, a svantaggio anche del cliente. Anche le tariffe minime e il divieto della pubblicità commerciale potrebbero essere letti in quest'ottica. Un avvocato poco capace potrebbe comunque riuscire a sopravvivere nella professione offrendo servizi a basso costo e pubblicizzando tale offerta. L'esame, le tariffe minime e il divieto di pubblicità sarebbero, in questo senso, barriere all'ingresso nella professione che servirebbero a tenere alla larga i “peggiori” e a mantenere un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti. O almeno questo è ciò che sostiene l’Ordine forense. In quest'ottica, dunque, il superamento delle barriere non dovrebbe essere legato ad altro se non alle capacità professionali dei candidati.
Una prima analisi in questa direzione può essere condotta sulla base dei dati (pubblici) sugli iscritti agli albi, disponibili presso il sito del Consiglio nazionale forense. Da questi dati è possibile calcolare l'età in cui ogni avvocato si è iscritto al proprio albo, una variabile che è influenzata sia da quanto tempo si impiega a laurearsi sia da quante volte si sostiene l'esame di abilitazione. In media si diventa avvocati a 32 anni. È facile desumere che se l’età media di laurea in Italia è 26,5 anni (così come riportato dalle statistiche del Miur) un giovane avvocato viene impiegato in media 5,5 anni come praticante (di cui due obbligatori e gli altri, probabilmente, dovuti a bocciature all'esame di abilitazione). Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni (e che ha avuto anche spazio su queste pagine) abbiamo messo in relazione l'età di iscrizione all'albo con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell'albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. Quando l'indicatore è maggiore di 1 significa che il cognome è sovra-rappresentato nell'albo rispetto alla popolazione, il contrario se l'indice è minore di 1. In media, il cognome di un avvocato appare nell'albo 50 volte di più che nella popolazione. Nel grafico mostriamo la relazione tra l'età di iscrizione all'albo e l'indice. Si nota chiaramente che esiste tra queste due variabili una forte relazione negativa che è statisticamente significativa (al 1 per cento). Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. Per esempio, chi non ha alcun omonimo nell'albo diventa avvocato con un trimestre di ritardo rispetto alla media.

Naturalmente, possono esserci molte spiegazioni per l'evidenza statistica del grafico. Quella più positiva riguarda la possibilità che, benché il cognome non fornisca informazioni dirette sulle capacità intellettuali di una persona, è plausibile che avere un parente avvocato aiuti a diventare un bravo avvocato, perché si impara da una persona vicina e più esperta. Quella più maliziosa suggerisce, invece, che la professione sia attraversata da pratiche corporative così potenti da generare il risultato del grafico.
CHI CORREGGE LE PROVE DI AMMISSIONE
È difficile riuscire a scoprire quale sia l'interpretazione corretta e tuttavia possiamo trarre qualche indicazione dalla riforma del 2003, che ha introdotto l’abbinamento casuale delle corti d’appello per la correzione delle prove scritte negli esami di ammissione (legge 167/2003). Prima della riforma, ovvero fino al 2003, ogni corte d'appello correggeva i propri esami. Dal 2004 in poi ogni corte d'appello è abbinata casualmente a un'altra e l'una corregge gli scritti dell'altra. L’obiettivo della riforma era quello di uniformare il numero di idonei tra sedi del Nord (storicamente un numero esiguo) e quelle del Sud (storicamente elevato) e per debellare eventuali pratiche scorrette nella correzione degli scritti).

Il secondo grafico mostra la stessa correlazione tra frequenza relativa del cognome e età di iscrizione all'albo per gli albi del Nord (a sinistra) e per quelli del Sud (a destra), separando avvocati iscritti prima e dopo il 2004. Come si vede, prima della riforma l'effetto “cognome” è molto più forte al Sud che al Nord (circa due terzi più elevato). Dopo la riforma l'effetto praticamente scompare in entrambe le aree. Ci sembra che questa evidenza sia più coerente con l'interpretazione maliziosa che con quella positiva, il che mette seriamente in dubbio l'argomentazione che le barriere all'entrata servano a mantenere alta la qualità dei servizi legali.
Conti pubblici e liberalizzazioni. L' inchiesta: La prevalenza del «familismo». Lo studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sulle «Dinastie professionali» presentato alla Bocconi.
Ordini e professioni, quando il merito dipende da famiglia ed area geografica, parola di Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”.
Peso politico. Il Cup, coordinamento unitario delle libere professioni, ha dichiarato il peso della propria rappresentanza: 3 milioni 590 mila persone.
Commissioni e competenza. Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti».
Nepotismo. Nel confronto con i lavoratori autonomi, gli avvocati e i farmacisti, figli o nipoti di avvocati e farmacisti, sono oltre il triplo della media.
Esami di Stato, a Bari passa il 74% degli architetti, a Palermo il 18. I geologi hanno il 91% di chance a Napoli, solo il 36 in Puglia.
Aspiranti commercialisti veneziani, portate un cero alla Madonna della Salute: avete il 92% delle probabilità di essere bocciati all'esame. Aspiranti commercialisti catanesi, stappate lo spumante: sotto l'Etna non bocciano nessuno. Lo dice uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sugli Ordini professionali. Che pare dimostrare quanto scriveva Indro Montanelli: così come sono servono solo a «difendere le mafie di interessi corporativi». Un'accusa che gli Ordini respingono sdegnosamente da anni. Ma contro la quale, come dimostra la riluttanza con cui molti hanno collaborato a questo studio sul familismo, che è durato tre anni e sarà presentato alla Bocconi col titolo «Dinastie professionali», non fanno poi molto. Basti dire che alla richiesta dei ricercatori della Fondazione (Gaetano Basso, Andrea Catania, Giovanna Labartino, Davide Malacrino e Paola Monti) coordinati da Michele Pellizzari, docente alla Bocconi, l'Ordine dei medici ha risposto di no, spiacenti ma «pur apprezzando le finalità della ricerca» l'elenco completo degli iscritti in suo possesso non lo dava: lo chiedessero uno a uno a tutti i centodieci ordini provinciali. Auguri. Che gli Ordini professionali italiani siano bloccati e debbano essere spalancati alla concorrenza l'Europa lo dice da anni. Ma la risposta è da sempre recalcitrante. Rileggiamo cosa disse, ad esempio, quando era ministro della Giustizia, l'ingegner Roberto Castelli: «La Commissione europea e l'Antitrust vorrebbero abolire gli ordini; noi invece siamo impegnati a difenderli perché pensiamo che gli ordini e tutto il ricco mondo delle professioni siano un patrimonio fondamentale della nostra società». Opinione condivisa, nonostante i proclami thatcheriani («Gli elettori devono scegliere tra liberismo e comunismo, liberismo e statalismo»), da Silvio Berlusconi: «Pensiamo che il sistema degli albi professionali regolato per legge sia molto meglio del sistema delle libere associazioni di professionisti presenti nei Paesi anglosassoni». Questione di voti: «Rappresentiamo una massa di 3 milioni e 590.000 persone», intimò anni fa ai partiti il Cup, Coordinamento unitario delle libere professioni. Traduzione: chi ci tocca perde le elezioni. Perfino le innovazioni della legge Bersani del 2006 (via le tariffe minime e largo alla pubblicità comparativa per fare spazio ai giovani...) sono state accanitamente combattute e svuotate nonostante uno studio di Michele Pellizzari e Giovanni Pica (Università di Salerno) presentato al convegno bocconiano dimostri che prima del 2006 tra gli avvocati «la probabilità di lasciare la professione diminuiva con la produttività, ovvero lasciavano i più bravi. Dopo il 2006, questa relazione si inverte e sono i meno produttivi a lasciare la professione». Un miglioramento qualitativo che evidentemente non interessa più di tanto i consoli e proconsoli della categoria, che siedono in massa alle Camere (134 avvocati su 952 parlamentari) e monopolizzano i consigli dell'Ordine al contrario di quanto accade ad esempio in Gran Bretagna dove ai vertici stanno dei rappresentanti anche degli studenti e più ancora dei consumatori, cioè dei clienti. Una situazione che il presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà ha più volte denunciato parlando di «ingiustificati privilegi ai professionisti» e accusando gli ordini di essere «chiusi in se stessi» e di non fare «gli interessi dei consumatori». Per capirci, è più facile staccare in salita Alberto Contador sulle rampe del Puy de Dome che aprire le professioni ai giovani se gli Ordini, come ha scritto Tito Boeri, «continuano ad inserire nelle commissioni d' esame (quelle che decidono chi si può iscrivere agli albi) persone che esercitano queste attività e che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti di loro». Questo è il quadro. Confermato dai dati dello studio presentato alla presenza di Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani, dove si dimostra come «la probabilità di superare l'esame non dipenda esclusivamente dalle qualità del candidato» ma anche da altro. La decantata valorizzazione del «merito», parola abusatissima (Mariastella Gelmini la invocò 37 volte in una proposta di legge), dipende insomma dall'area geografica: se sei un giovane architetto e fai l'esame a Bari hai 74 probabilità su 100 di passare, se lo fai a Palermo 18. Se sei un giovane geologo hai il 91% di possibilità di farcela a Napoli, il 36 a Bari. E così via. Sbalzi così clamorosi da imporre una alternativa: o tutti i geni di una determinata professione nascono in una zona e tutti somari in un'altra o i voti non dipendono dalla bravura dei candidati ma dal capriccio e dalle chiusure delle commissioni. Succedeva lo stesso, una volta, anche con l'esame degli avvocati. Col record, un anno, del 94% di bocciati a Milano e del 94% di promossi a Catanzaro. Finché, dopo lo scandalo scoppiato nel capoluogo calabrese (2.295 temi copiati su 2.301) fu deciso di far esaminare i temi di ogni distretto giudiziario alla commissione di un altro. Ed è cambiato tutto. Bene, incrociando i nomi degli iscritti agli 11 Ordini (notai, avvocati, architetti, farmacisti, commercialisti, consulenti del lavoro, giornalisti, geologi, medici, ostetriche e psicologi) dei quali i ricercatori sono riusciti a raccogliere la quasi totalità degli iscritti, salta fuori una quota altissima di familismo. Messi a confronto con i lavoratori autonomi, gli avvocati e i farmacisti figli o nipoti di avvocati e farmacisti sono oltre il triplo della media. I medici addirittura il quadruplo. Non sempre questa ereditarietà, si capisce, è negativa: talora «un bravo professionista insegna il mestiere al figlio, che diventa a sua volta un bravo professionista». Dati alla mano, è il caso delle ostetriche. E, spesso, anche dei medici. Non così di altri: nel caso dei commercialisti e dei consulenti del lavoro, si legge nel dossier, «troviamo evidenza, statisticamente significativa e robusta, di peggior qualità dei servizi professionali (..) dove il livello di familismo è più alto». Cioè? «Nelle province dove le omonimie incidono maggiormente sulle iscrizioni all'albo dei commercialisti, l'evasione fiscale è più alta». Quanto alle aree dove il familismo è più diffuso, non mancano le sorprese. I numeri dicono infatti che certo, lo spazio ai figli e ai nipoti, ai cognati e ai cugini nel Sud è nettamente maggiore rispetto al Centro e più che doppio rispetto al Nord-ovest. Ma al Nord-est, no: anzi, la «parentopoli» nelle professioni, per difendere le posizioni di rendita, è perfino più estesa che nelle regioni meridionali della fascia adriatica. Ahi ahi, la «razza Piave»...
L’Associazione Contro Tutte le Mafie consiglia ai candidati bocciati ad un concorso pubblico di chiedere copia dei propri elaborati e il verbale di correzione. Probabilmente troveranno i compiti immacolati e risulterà che il tempo, intercorso tra l’apertura e la chiusura della sessione diviso i compiti corretti, essere di pochi minuti: insufficiente per effettuare l’apertura della busta, lettura, correzione, commento e consultazione dei commissari, giudizio e verbalizzazione. Ciò prova che si è dichiarato il falso nell’attestare che il compito è stato corretto e si è commesso un abuso nel dichiararlo non idoneo. A questo punto si consiglia di presentare una denuncia penale contro i nominativi della commissione correttrice e, contro l’insabbiamento, con la postilla di essere informati della richiesta di archiviazione per presentare opposizione. Contestualmente va presentato ricorso al Tar. Tutto ciò dovrebbe portare all’abilitazione e al risarcimento del danno.
Si deve evitare, però, ogni comparazione dei compiti, tenuto conto che sono tutti uguali, perchè copiati o suggeriti, in quanto ciò potrebbe portare all'annullamento dei compiti indicati, con conseguente denuncia penale.
Motivi di contestazione al Tar è pure la mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.
Motivi di contestazione al Tar sono pure le anomalie sulla composizione della commissione e delle sottocommissioni. Per quanto riguarda l'avvocatura la norma prevede la presenza necessaria di un componente delle categorie degli avvocati, dei magistrati e dei professori universitari. Cosa che spesso non succede. Presente alle prove orali deve essere il presidente della Commissione centrale, cosa impossibile, come inopportuna è anche la nomina del Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei consigli dell'ordine…”. Antonio De Giorgi è un simbolo del vecchio sistema ante riforma, ampiamente criticato tanto da riformarlo a causa della “Mala Gestio” dei Consiglieri dell’Ordine in ambito della loro attività come Commissari d’esame. Infatti Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Oggi ci ritroviamo ancora Antonio De Giorgi, non più come Presidente di sottocommissione, ma addirittura come presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame. E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza e comunque che sia l’eredità di un sistema osteggiato. Insomma, qui ci stanno prendendo in giro: si esce dalla porta e si entra dalla finestra. Cosa può pensare un candidato che si sente dire dai presidenti di sottocommissione Villani e commissione centrale De Giorgi, entrambi presenti a Lecce: «siamo 240 mila e ci sono quest’anno 23 mila domande, quindi ci dobbiamo regolare»? Cosa può pensare Antonio Giangrande, il quale ha denunciato negli anni le sottocommissioni comprese quelle presiedute da Antonio De Giorgi (sottocommissioni a cui ha partecipato come candidato per ben 13 anni e che lo hanno bocciato in modo strumentale), e poi si accorge che il De Giorgi, dopo la riforma è stato designato ispettore ministeriale, e poi, addirittura, è diventato presidente della Commissione centrale? Cosa può pensare Antonio Giangrande, quando verifica che Antonio De Giorgi, presidente anche delle sottocommissioni da Giangrande denunciate, successivamente ha avuto rapporti istituzionali con tutte le commissioni d’esame sorteggiate, competenti a correggere i compiti di Lecce e quindi anche del Giangrande? "A pensare male, spesso si azzecca..." disse Giulio Andreotti.
Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.
Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.
Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.
Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.
«Nessuno come me conosce il fenomeno ed ha il coraggio di parlarne. Ho partecipato ad un concorso in polizia da incensurato e da parà. - testimonia Giangrande - Ho superato brillantemente i test scritti e le prove psico-fisiche-attitudinali: ero tra i primi, ma altri mi hanno preceduto, estromettendomi dal numero chiuso. Lo stesso dicasi per il concorso di autista dei mezzi speciali del Ministero della Giustizia. Ho partecipato ad un concorso per comandante dei vigili urbani. Lo ha vinto, precedendomi, chi l’aveva indetto e regolato, da comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale, trattenendo rapporti professionali con i commissari d’esame. Per aver pubblicato le sue motivazioni sulla stampa di tutto il mondo, sono stato denunciato per diffamazione dal Pubblico Ministero che aveva archiviato il mio esposto penale. Per anni (a due cifre) ho partecipato al concorso forense. Ho visto abilitarsi tanta gente inetta. Ho visto tante illegalità e le ho sempre denunciate. Ho pagato per questo. Il mio nome è conosciuto da tutte le commissioni d'esame ed inserito nella loro lista nera».
Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina.
In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."
In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.
Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.
Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?
COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).
LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).
INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.
IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.
IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.
CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e sui principi di diritto del parere dato.
Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi e la Costituzione garantisce legalità, imparzialità ed efficienza.
Di fatto, le commissioni da sempre adottano una percentuale di ammissibilità, che contrasta con un concorso a numero aperto: 30% al nord, 60% al sud.
Di fatto, le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria.
Di fatto, i tre compiti non sono corretti, ma falsamente dichiarati tali, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. (3/5 minuti per elaborato: per aprire la busta con il nome e la busta con l’elaborato, lettura del parere di 4/6 pagine, correzione degli errori, consultazione dei commissari per l’attinenza ai principi di diritto, verbalizzazione, voto e motivazione).
Di fatto, i voti dei tre elaborati sono identici e le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054, e quella n. 4-07953 presentata da Augusto di Stanislao mercoledì 7 luglio 2010, seduta n.349. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa. Solo, però, se presentati in modo ordinario, in quanto le commissioni impediscono l’accesso al beneficio del gratuito patrocinio.
Di fatto, il Ministero non risponde alle interrogazioni parlamentari, né ai ricorsi dei candidati. Le denunce penali contro gli abusi e le omissioni, poi, sono gestite dai magistrati, componenti delle stesse commissioni contestate, per cui le stesse rimangono lettera morta.
Di fatto, gli ispettori in loco del Ministero della Giustizia sono componenti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che come tali non possono far parte delle Commissioni, in quanto dalla riforma del 2003 sono stati esautorati per il loro comportamento.
Di fatto, alcuni candidati superano l’esame al primo tentativo. Chi presenta le denunce penali circostanziate e provate, invece, deve rinunciare a causa delle ritorsioni.
Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.
Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.
Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.
Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro. Il concorso per diventare notai, 3300 candidati per 200 posti, è stato sospeso il pomeriggio del 29 ottobre 2010 per questioni di ordine pubblico. Una cosa mai successa nella storia del Notariato che fino a ieri vantava una delle selezioni ritenute più oggettive, severe e serie d’Italia. Gli agenti della polizia penitenziaria si sono trovati a dover fronteggiare una vera e propria rivolta. Centinaia di candidati inferociti hanno impedito la lettura della terza e ultima prova scritta a suon di slogan, fischi e boati all’indirizzo della commissione. Scene da corteo in piazza, più che da concorso pubblico. Una rivolta che ha covato una notte intera. Colpa della seconda prova di giovedì, quella sulla traccia «mortis causa». Dopo la lettura, alcuni candidati erano partiti a spron battuto consegnando il compito nel giro di poche ore. Un’anomalia presto spiegata: la traccia era pressoché identica (persino i nomi sono gli stessi) a un’esercitazione fatta eseguire ai suoi allievi da una scuola notarile di Roma, la Anselmo Anselmi. Una coincidenza fatale. Già prima dell’inizio del concorso c’erano state polemiche sulla composizione della commissione: sei magistrati romani, tre docenti romani (di cui uno sostituito all’ultimo) e sei notai, tutti del Sud. Poche ore dopo la seconda prova, sui forum dei praticanti notai si è scatenato il finimondo. Commenti durissimi all’indirizzo dei commissari, rabbia, rassegnazione, richieste di annullamento del concorso: tutto il campionario di emozioni di chi, per anni, ha studiato in vista del concorso e si sente derubato del suo futuro. Ma anche aspre critiche e indignazione da parte di notai già affermati. Il giorno dopo la protesta si è trasferita dalla rete alla vita reale. Massima ironia della sorte: il concorso per chi dovrebbe certificare la validità degli atti sospettato di irregolarità. Ma i candidati, ieri, erano tutto fuorché ironici. «La commissione è scesa alle 13 per dettare le tracce dell’ultima prova - racconta Denis Martucci, uno dei candidati -. Io ero nell’altro padiglione, ma i fischi si sentivano fin da noi. I commissari non riuscivano a parlare. Si sapeva che ci sarebbe stata tensione: ciò che è successo giovedì è gravissimo, alcuni candidati erano chiaramente avvantaggiati». Racconti più crudi da chi si trovava nel padiglione della protesta. «Quando è arrivata la commissione duecento persone si sono piazzate davanti al bancone chiedendo spiegazioni per quel che era successo il giorno prima - racconta un altro candidato - Questa situazione è andata avanti per due ore. Poi il presidente ha chiesto l’intervento della forza pubblica. Gli agenti hanno circondato il gruppone davanti al banco e hanno cominciato a spingerlo per disperderlo. Non avevo mai visto una cosa del genere». C’è il caos. Gli agenti chiedono rinforzi, i candidati vengono fatti sedere a forza o espulsi, ci sono banchi rovesciati e persone che cadono e vengono calpestate. Quando l’ordine sembra ripristinato, i commissari tentano di nuovo di leggere la terza traccia. Ma da seduti, i candidati, replicano con fischi, applausi, slogan. La situazione diventa irreversibile quando la commissione dichiara la traccia letta e la prova buona: nessuno è riuscito a sentirla, ma non si può procedere oltre perché la prova dev’essere sostenuta in otto ore. Avendo ormai sforato le 16 si finirebbe oltre la mezzanotte e la prova non sarebbe valida. Si scatena di nuovo il putiferio e la commissione dichiara sospesa la prova e fa allontanare i candidati. Una bufera: il Notariato dichiara nulle le prove, il ministero attende il verbale dei commissari. A complicare le cose la presenza di candidati parenti di personaggi noti come il figlio del ministro Ignazio La Russa e di Bruno Vespa. Senza contare il caso di omonimia di una candidata che porta lo stesso nome della moglie del ministro Angelino Alfano. Il suo dicastero è quello che organizza il concorso e nomina la commissione. Ieri in serata, Alfano ha dichiarato: ««Sarà mia cura accertare con puntualità i fatti, al fine di prendere la decisione che mi compete». La moglie? «È con lui negli Stati Uniti - dicono dal ministero - Almeno questo...». Ma già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.
Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.
“Le Toghe Ignoranti”, inchiesta di Fabrizio Gatti sul "L'Espresso". Rimasta doverosamente ignorata dai media ossequiosi del potere giudiziario. Al popolino meglio non far sapere in che mani sono poste le loro vite.
Appunti nascosti nel reggiseno. O in una cartucciera... Errori di grammatica. Sfondoni di sintassi. Scarsa conoscenza del codice penale. "L'espresso" ha letto i temi dei candidati che domani dovranno governare la giustizia. In pochi si salvano da un disastro generale. La dottoressa F., giovane magistrato di freschissima nomina, ha da poco messo in pratica l'antico insegnamento contadino del non darsi la zappa sui piedi. E anche quello poliziesco del non spararsi nelle parti intime.
La dottoressa F. ha infatti partecipato agli scritti del concorso per magistrato ordinario nel novembre 2008. Ha poi chiesto l'annullamento dello stesso concorso al Tar del Lazio per le presunte irregolarità di cui era stata testimone. Ha quindi saputo di aver passato gli scritti. Ha superato gli orali nella primavera 2010. Ha immediatamente dimenticato le irregolarità di cui era stata testimone. E ha dichiarato al Tar la "sopravvenuta carenza di interesse" chiedendo ai giudici, nel maggio 2010, di annullare la richiesta di annullamento. Il 9 agosto, il Tar ha finalmente archiviato la bomba a orologeria del ricorso che l'audace candidata aveva piazzato sulla testa dei commissari d'esame. Niente male come inizio carriera. La sentenza è arrivata in tempo per vedere il nome del nuovo magistrato nell'elenco dei 253 vincitori, pubblicato dal ministero della Giustizia il giorno di Ferragosto. L'eccessiva attenzione a certe parti del corpo è invece costata l'esclusione ad altri laureati. Lo scrive Maurizio Fumo, presidente della commissione d'esame e consigliere della Corte di Cassazione, che in un verbale riservato prende atto "purtroppo, dell'atteggiamento obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima". Si trattava evidentemente di un vicequestore donna. Piuttosto che reggiseni e reggicalze, alcuni maschi hanno trovato ovviamente più consono indossare cartucciere da cacciatore dove nascondere i pizzini. Bernardo Provenzano ha fatto scuola ovunque.
La generazione dei furbetti è entrata nelle aule di giustizia. I furbetti della toga: ragazzi e ragazze, più e meno giovani, che si sono formati studiando tra leggi ad personam e discussioni sul processo breve, tra le invenzioni del ministro Angelino Alfano e le comparsate tv dell'avvocato del premier, Niccolò Ghedini. Una generazione al passo con i tempi, tanto da averne già gustato il succo: l'importante è andare avanti. Chissenefrega. Così hanno rubato il posto ai migliori rimasti esclusi. Almeno questo denunciano le decine di ricorsi presentati al Tar del Lazio. Qualcosa però tutti questi ragazzi, promossi e bocciati, incontrati negli ultimi giorni, hanno già assimilato: hanno paura di parlare. Nemmeno quando si tratta dei loro diritti costituzionali. Niente nome e cognome, per carità. Potrebbe danneggiare il futuro. La legge bavaglio per loro è già una pratica. Anche per molti di quei 253 che dopo un periodo di tirocinio come uditori, diventeranno giudici, pubblici ministeri, gip, gup. E, quando sarà il loro momento, presidenti di Tribunale, procuratori della Repubblica, membri del Consiglio superiore della magistratura e della Corte costituzionale.
"L'espresso" ha letto i tre temi scritti da ciascuno dei magistrati appena nel 2010 nominati dal ministero. E ha analizzato i 235 verbali della commissione d'esame. Non mancano gli errori di ortografia. Pagine bianche e righe nere che assomigliano a singolari segni di riconoscimento (vietatissimi). Fogli pasticciati e scritti sui margini come fossero fumetti. Ma anche i documenti della commissione non scherzano. Voti allegati senza timbri ministeriali. Fogli volanti inseriti in mezzo ai verbali di valutazione. Correzioni e cancellature senza firme di convalida. La legge è stagionata, la 1860 del 15 ottobre 1925. Ma su questi punti è chiara. Articolo 18: "Le cancellature o correzioni, che occorressero, devono essere approvate una per una dal presidente e dal segretario, con annotazione a margine o in fine". Non ci sono prove che i commissari nominati tra magistrati, professori universitari e avvocati siano stati scorretti. Ma un po' troppo pasticcioni sì.
Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco".
La questione che ha spinto quasi tutti i ricorsi è anche la presunta impreparazione della commissione nella compilazione dei verbali. Impreparazione che, secondo i ricorrenti, potrebbe avere viziato l'esame già dagli scritti, organizzati tra il 19 e il 21 novembre 2008 in due padiglioni della Fiera di Milano a Rho. Questo è il resoconto del presidente dei commissari: "Va innanzitutto ricordato che lo scrivente è stato individuato quale presidente della commissione esaminatrice", scrive di se stesso Maurizio Fumo in un verbale riservato inviato al ministro e al Csm, "solo pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, a seguito della rinunzia del presidente nominato". Contrariamente a quanto stabilito dalla commissione in carica per il precedente concorso, "si è ritenuto di non ammettere testi contenenti note di dottrina e giurisprudenza anche se le relative pagine fossero state spillate o fatte spillare". Le operazioni di identificazione dei candidati (con tesserini questa volta senza foto) e di controllo dei testi con i codici durano due giorni, il 17 e il 18 novembre: "Sono affluiti circa 5.600 candidati. La media dei testi che ciascuno ha inteso introdurre può individuarsi in 5 o 6 per candidato. Per un totale, quindi, di 28.000-33.600 volumi". E qui cominciano i pasticci. Perché la regola in Italia, anche nel concorso per magistrati, è sempre flessibile: "Il problema della spillatura, nonostante l'annunzio pubblicato sul sito ministeriale, si è riproposto". I candidati che mostrano ai 250 sorveglianti i testi commentati e spillati "vengono invitati a strappare le pagine contenenti note di dottrina o giurisprudenza... oppure a rinunciare al codice stesso". I partecipanti che accettano la soluzione "hanno ottenuto la ammissione dei codici così purgati": che però "continuavano a recare sulla copertina la dicitura "codice commentato"". La mattina del 19 novembre la commissione si riunisce per scegliere le tre tracce di diritto amministrativo: "Subito dopo l'individuazione delle tre tracce, il professor Fabio Santangeli ha rappresentato di doversi allontanare per tornare a Catania... Né d'altronde il Santangeli poteva essere trattenuto d'autorità", ammette Fumo: "A tal punto la commissione ha ritenuto, all'unanimità, necessario eliminare le tre tracce e procedere all'individuazione di tre nuove tracce della medesima materia". Passano le ore. "Non pochi candidati", in attesa fin dalle 8, è sempre scritto nel verbale, "hanno lamentato di essere investiti da flussi violenti di aria fredda". Alle 12,45 la prova scritta non è ancora cominciata. Ormai sono evidenti sui banchi i testi con la dicitura "codice commentato". E i più rispettosi delle regole non la prendono bene. Scoppia la lite. Volano libri, qualche sedia, al grido di vergogna, vergogna: "La commissione, colta in un primo tempo di sorpresa per la violenza, la volgarità e la natura apertamente minacciosa che aveva assunto la protesta, ha comunque mantenuto la calma... solo, dopo più di un'ora e grazie all'atteggiamento fermo ma prudente della polizia penitenziaria, è stato possibile instaurare una qualche forma di dialogo... Altri inoltre chiedevano e ottenevano di verbalizzare dichiarazioni". Quel verbale, controfirmato da otto candidati, secondo i testimoni contiene nomi di persone sorprese con testi irregolari e ora promossi magistrati. Ma è impossibile verificare. Finora il Csm ha impedito l'accesso al documento. E il Tar Lazio non ha ancora depositato una decisione presa nel merito il 28 aprile 2010. "Nei giorni successivi le prove si svolgevano in maniera abbastanza regolare", conclude il presidente Fumo: "Si rendeva necessario tuttavia istituire un apposito banco delle espulsioni... In quanto il numero delle persone trovate in possesso di materiale non consentito (appunti, codici con annotazioni, testi giuridici mascherati con copertine di codici, telefonini e persino un orologio con database) era molto elevato".
Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.
O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.
E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.
E ancora lo scandalo al Ministero della Difesa. Esami truccati e favoritissimi: l'inchiesta interna voluta da La Russa e pubblicata da "Il Giornale" il 9 agosto 2010 smaschera il sistema per assumere i parenti. I raccomandati ricevevano le risposte ai quesiti prima degli esaminatori. Coinvolti diversi funzionari ma anche alcuni direttori generali. La Difesa innanzitutto. Sì, soprattutto quella di figli, figlie, zie, nipoti e nuore, che al giorno d’oggi un lavoro debbono pur averlo. Tutti affettuosamente insieme sotto il tetto del ministero della Difesa, grazie ad un sistema di favori incrociati degno di una cricca: tu promuovi mio figlio al concorso X, io faccio passare il tuo al concorso Y, mia moglie viene promossa al concorso X e poi io faccio assumere tuo nipote nel bando Z. E così alla fine, tra una spintarella qui e un aiutino ricambiato di lì, la somma è questa: 18 tra figli e figlie, due nipoti, una nuora, quattro mogli e un fratello, tutti assunti o in procinto di esserlo in quanto vincitori di concorsi presso l’amministrazione civile della Difesa. Il meccanismo, degno di una commedia all’italiana se non ci fosse di mezzo la legge, è raccontato nei particolari da una relazione riservata a cui il Giornale ha avuto accesso. Il documento è frutto del lavoro di una commissione d’inchiesta istituita dal ministro della Difesa Ignazio La Russa nel novembre dell’anno scorso, dopo una segnalazione anonima ma ben informata che raccontava una serie di «favoritismi e irregolarità incrociate» in altrettanti concorsi banditi dall’Amministrazione civile della Difesa tra il 2005 e il 2008. La commissione d’inchiesta convocata da La Russa si è messa allora all’opera, raccogliendo una cinquantina di scatoloni contenenti tutti gli atti e i documenti relativi ai concorsi degli anni sospetti. Concludendo poi amaramente che «in caso di relazioni di parentela tra candidati e componenti di commissioni esaminatrici di altri concorsi e tra candidati e dipendenti dell’Amministrazione civile della Difesa» si è accertato che «tali candidati sono quasi sempre risultati non solo idonei ma anche vincitori di concorso», benché alcuni non ancora assunti per ragioni formali. Miracoli dell’amore parentale. Sì ma anche gravi irregolarità di cui si sono resi protagonisti tra l’altro non personaggi esterni o seconde file del ministero, ma direttori generali, dirigenti di prima e seconda fascia, al minimo funzionari. Insomma le alte sfere della Direzione generale per il personale civile (Persociv) e della Direzione generale delle pensioni militari (Previmil), che avevano escogitato questo semplice trucco per sistemare al ministero i loro parenti. Siccome la legge vieta che nelle commissioni esaminatrici dei concorsi pubblici possa sedere un parente fino al quarto grado di un candidato, mentre lascia alla coscienza personale la valutazione dei casi in cui si esaminano figli di colleghi, per aiutare il bravo figliolo o il solerte nipote ad avere un posto al ministero l’unica è di darsi una mano a vicenda, tanto una mano poi lava l’altra. Così, grazie all’intervento del più alto in grado, che disponeva in totale autonomia circa la nomina dei commissari d’esame, a presiedere una commissione per l’esame di vari candidati tra cui un parente del dirigente X, veniva indicato un dirigente Y il quale poi, guarda il caso, aveva un proprio parente come candidato in un altro concorso e, sempre per casualità, come presidente di quella commissione proprio il dirigente X, che in precedenza aveva avuto il proprio parente promosso dal dirigente Y. Uno di favori, ma su scala molto ampia, che coinvolge una ventina di alti dirigenti dell’amministrazione della Difesa, quasi tutti ancora al loro posto, insieme ai parenti assunti, finché la magistratura non deciderà altrimenti. La relazione è stata infatti portata all’attenzione della Procura di Roma, a cui già erano stati segnalati alcuni evidenti casi di irregolarità riscontrate negli atti delle prove d’esame. Perché, per far assumere figli, mogli e nipoti, non era sufficiente la presenza di un presidente di Commissione amico, e in più una selezione di commissari ben disposti. Spesso era necessario un aiutino in più. Così, nel documento dell’organismo ispettivo, si racconta di candidati che sapevano la soluzione della prova orale prima che il quesito gli fosse stato posto. Poi, «relativamente a cinque candidati, gli elaborati delle due prove scritte sono stati redatti con grafia apparentemente diversa». In un altro caso invece si è scoperto che la Commissione aveva attribuito un bel voto ad un compito scritto, però mai consegnato dal candidato. Un’altra volta ancora, un candidato dal cognome giusto si è visto attribuire un punteggio per una risposta scritta che non aveva mai compilato (a cui toccherebbe quindi un bello zero). In un altro caso la risposta orale di una candidata era l’esatta fotocopia (nei contenuti e nell’ordine logico) della «soluzione d’ufficio» compilata dalla Commissione. Che qualcuno gliel’abbia allungata prima dell’esame? Chissà, ma è molto probabile. In ogni caso, poi, il voto della Commissione esaminatrice (quella composta dagli amici) era superiore al voto dato dall’esperto nominato dal ministero (una sorta di giudice terzo). E qui, guarda caso, molto spesso la differenza tra i due voti era esattamente la cifra sufficiente per non far escludere il candidato dal concorso. Oppure, il voto dei commissari era superiore rispetto a quello dell’esperto addirittura di 24 punti (che è come passare dall’insufficienza all’ottimo). Le promozioni, anche. Quando si aiutano i figli o i fratelli giusti, stranamente arrivano con grande rapidità. Così è successo ad un dipendente della Direzione pensioni militari, messo a presiedere una commissione d’esame in cui siedeva il figlio del suo direttore generale. Ebbene, durante le fasi del concorso, il bravo dipendente ha avuto casualmente «una promozione ad un incarico di livello retribuivo superiore». Il record di «parentaggine» spetta però ad un concorso a 60 posti per Operatore di amministrazione, svolto tra il 2006 e il 2007. Presidente, il dott. Gianfranco C., capo del VI reparto di Persociv, padre di Eleonora C, già vincitrice di un concorso, e zio di Alessandro C., già vincitore di un altro concorso. Segretario di quella commissione, il signor Francesco P., funzionario in servizio all’Arsenale militare, padre di Annalisa P., già vincitrice di concorso, e di Alberto P., anche lui già assunto dopo concorso. In quel concorso, con siffatta commissione, sono stati assunti tre figli e una nuora di altrettanti dirigenti e illustri colleghi. Che si aggiungono a tutti gli altri già introdotti tramite «concorso famigliare». Quando si dice la Difesa.
TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni) del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale.
Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.
PARLIAMO DI CONCORSI PUBBLICI INUTILI
L'Italia non è solo concorsi truccati, ma anche concorsi inutili. L'Inchiesta di Antonio Fraschilla su Repubblica: Il bluff dei concorsi inutili 100mila vincitori senza posto. In un anno 7mila gare. Speranze deluse, denaro sperperato: per le commissioni lo Stato spende 3 miliardi l'anno, ma le prove sono una beffa ai candidati che riescono a superarle. Il compenso di esaminatore può arrivare a 7.500 euro. Ma per il Ministro ci sono 300mila esuberi.
Simona Polselli da anni attende che arrivi la raccomandata che potrebbe - e che anzi avrebbe dovuto - cambiarle la vita. Era certa di riceverla, tanto che con mamma, papà e fidanzato ha già festeggiato. Mittente atteso, il Comune di Roma. Una bella lettera di assunzione come vincitrice di concorso per educatrice di asili nido. Ogni giorno Simona guarda la casella della posta, ma dal Comune riceve solo multe. Un caso isolato? Non proprio. In Italia altre 100 mila persone sono nel limbo di Simona: hanno vinto un concorso e festeggiato un'assunzione mai arrivata. Un'attesa infinita. Spesso l'ente locale ha preferito nel frattempo rivolgersi a precari (per chiamata diretta). Oppure il ministero di turno ha puntato sulle consulenze esterne. E poi ogni anno, puntuale come un orologio, nelle leggi finanziarie è arrivato il blocco del turnover con il taglio delle piante organiche. Peccato però che la macchina dei concorsi e delle illusioni continui ad andare avanti imperterrita. Perché? Per produrre cosa? Con quali speranze per i concorrenti? E infine: quanto costa alla collettività questo continuo promuovere ed eseguire concorsi che alla fine non creano occupazione?
La macchina delle illusioni. Magari prima o poi, a patto di resistere tanti anni, l'assunzione arriverà. Tuttavia le spese della fabbrica dei concorsi sono esorbitanti. Il "giro d'affari" è pari a 3 miliardi di euro all'anno, tutto a carico delle amministrazioni costrette a pagare commissioni e a volte società esterne per la correzione dei compiti. Nell’ultimo anno sono stati banditi dalle amministrazioni pubbliche oltre 7 mila concorsi. Che rischiano di non approdare a nulla, con il ministro della Funzione Pubblica che addirittura stima in 300 mila gli esuberi nel comparto pubblico e minaccia altri blocchi alle assunzioni. Secondo la Funzione pubblica Cgil oggi in Italia ci sono appunto 100 mila tra vincitori e idonei a concorsi banditi negli ultimi dieci anni che attendono di essere chiamati in servizio. "È una stima che abbiamo fatto raccogliendo le graduatorie pubblicate da diversi enti ", dice il segretario nazionale della Fp Cgil, Fabrizio Fratini. Istituto commercio estero, ministero dell'Interno, ministero dei Beni culturali, ministero di Grazia e giustizia, e poi Inps e Inail, per non parlare di grandi Comuni, da Roma a Palermo, passando per Regioni come la Campania: non c'è amministrazione pubblica che non abbia persone da assumere con regolare concorso già concluso. Le storie sono le più disparate. E alcune vale la pena di raccontarle. Per esempio quella di Maria Cristina Tomaselli. Una storia che inizia a maggio del 2004, quando il ministero di Grazia e giustizia bandisce il concorso per 39 psicologi da assegnare agli istituti penitenziari, visto il tasso crescente di suicidi in carcere che si registrava fin dal 2001. "Ho pensato che per me, psicologa precaria, era arrivata finalmente l'occasione giusta", dice Tomaselli che, allora trentenne, si mette a studiare giorno e notte. Supera una prova selettiva nella quale si presentano in 3 mila, poi altri due scritti e infine l'orale. Nel 2006 il ministero pubblica la graduatoria definitiva: "Quando ho chiamato al ministero è ho chiesto di sapere a che posto mi ero classificata, non credevo alle mie orecchie: "Tomaselli? Lei è nelle prime trenta". Ho riattaccato il telefono. Ho richiamato, perché non ci credevo. E invece era vero, finalmente avevo un posto di lavoro fisso. Da Milano, dove vivevo allora, ho chiamato i miei genitori e il mio fidanzato, ero al settimo cielo. La sera stessa ho festeggiato in pizzeria con i miei amici più cari". Da allora, più di quattro anni, non una comunicazione ufficiale né un avviso sul sito Internet. "Non abbiamo più saputo nulla, nonostante ricorsi al Tar e sentenze del giudice del lavoro che ci riconoscono il diritto a essere assunti. Nel frattempo molti miei colleghi che hanno vinto quel concorso sono entrati in depressione, perché la delusione è stata troppo forte dopo i sacrifici immani per vincere quel concorso". Simona Polselli, l'educatrice mancata di asili nido, ha un'altra storia: "Ho vinto un concorso bandito nel 2005 per 150 insegnanti. Ci siamo presentate in 4.500". Nel 2009 dopo tre prove d'esame è stata pubblicata la graduatoria: cento assunte dal Comune tra il novembre 2009 e settembre scorso. "Le altre 50, tra cui ci sono io, non saranno assunte. Ci hanno detto che i posti non sono più disponibili perché nel frattempo l'amministrazione ha stabilizzato 1.200 precarie. E dire che quando ho saputo di aver vinto quel concorso ho comprato, con un prestito, il posto auto sotto casa. Il prestito l'ho fatto, l'assunzione non è più arrivata". Vicende come quelle di Simona le hanno vissute i 150 vincitori del concorso per ispettori di vigilanza bandito dall'Inps, i 500 funzionari che nel 2008 hanno vinto il concorso del ministero dei Beni culturali, altri 230 amministrativi del ministero della Pubblica istruzione, o i 100 del concorso per categoria B del Miur. O, ancora, i promossi del concorso bandito dall'Inail nel maggio del 2007: prima prova al Palalottomatica di Roma con 15 mila concorrenti, seconda prova a Castelnuovo di Porto, terza prova orale nella sede dell'Inail all'Eur. Dopo la proclamazione dei vincitori, a febbraio del 2010, l'ente si è scordato del concorso. "Per vie informali - spiegano i vincitori - abbiamo saputo che a causa del blocco del turnover solo 25 saranno assunti entro l'anno e altri 25 nel 2011".
Concorsi per l'ente che non esiste. Uno dei casi più eclatanti riguarda il ministero della Difesa: "Qui ci sono 2 mila vincitori del concorsone per figure che vanno dagli elettricisti agli assistenti amministrativi, e solo 23 sono stati assunti. Non ha fatto meglio però il ministero dell'Interno che deve assumere ancora 115 assistenti amministrativi contabili e 80 collaboratori che nel 2008 hanno vinto delle prove di selezione", dice Alessio Mercanti, che guida il comitato "dei vincitori di concorso non assunti", che il mese scorso ha manifestato davanti a Palazzo Montecitorio. "Da Palermo ad Avellino, da Ragusa a Palagonia, passando per la Regione Campania e quella siciliana, sono decine gli enti che hanno bandito concorsi-bluff per chi li ha fatti e per giunta vinti, demolendo l'ultima certezza in questi tempi di lavoro precario: e cioè che chi vince un concorso ottiene un posto di lavoro". Mercanti, da quando è a capo del comitato, riceve ogni giorno segnalazioni da tutta la Penisola. Ci sono addirittura casi in cui l'amministrazione appare schizofrenica. C'è da chiedersi: come è possibile? Come può accadere che da una parte stabilisca che un ente deve scomparire o ridurre la pianta organica e dall'altra approvi concorsi per nuove assunzioni che poi rimarranno solo sulla carta? Un caso esemplare è quello dell'Istituto del commercio estero, che nel 2008 ha messo a bando 107 posti in categoria C1. Alle prove si sono presentati in 15 mila. A questo concorso ha partecipato anche Giulia Nicchia, 31 anni, laureata Scienze internazionali, dottoranda e conoscenza di tre lingue, inglese, francese e russo: "Abbiamo svolto tre prove molto dure, e questo era il quinto concorso che provavo - dice Nicchia - Nell'aprile 2010 viene pubblicata la graduatoria definitiva. Ero a New York per studi e non credevo ai miei occhi: tra le prime 60 dell'elenco". Giulia torna in Italia a maggio: "Appena arrivata scopro che Tremonti ha previsto il taglio degli enti inutili, e tra questi c'è l'Ice. Ho capito subito che il mio sogno si sarebbe infranto". In Parlamento il testo della legge cambia e l'Ice rimane a galla. Ma arriva l'obbligo di ridurre l'organico del 10 per cento e avviare il blocco del turn over fino al 2013. "Siamo andati a parlare con il responsabile del personale: ci ha detto che ci avrebbero assunti da qui a 10 anni". Al Senato 30 deputati del Pd hanno presentato un'interrogazione. La domanda era semplice: perché l'Ice ha bandito un concorso da cento posti e non ha assunto nessuno? La riposta è stata laconica: "L'Ice ha calcolato male il suo fabbisogno in organico". Insomma, per l'istituto il concorso era inutile. I vincitori hanno chiesto l'accesso agli atti, scoprendo che nella pianta organica, nonostante il taglio, ci sono 107 posti da occupare. Intanto l'Ice vanta oltre 80 milioni di crediti dal ministero dell'Economia, che ne ha riconosciuti soltanto 40 e anche nel 2011 punta ad accorpare l'ente o riproporne la cancellazione.
Chi ci guadagna con gli esami. Nonostante il blocco del turnover, il taglio dei finanziamenti agli enti locali e gli annunci del ministro che stima in 300 mila gli esuberi nel comparto pubblico, la macchina dei concorsi in Comuni, Regioni, Province e ministeri vari è perennemente in moto. Soltanto a novembre scadono i bandi di 659 concorsi banditi dalla Lombardia alla Sicilia. Nell’ultimo anno si stimano in circa 7 mila i concorsi in enti pubblici. Con costi a dir poco elevati. Ma chi ci guadagna? Chi mette in tasca questo enorme flusso di denaro pubblico che spesso viene speso inutilmente? I compensi per i componenti di commissione variano da ente a ente. In media un commissario per un concorso riceve un gettone che varia da 123 a 309 euro, più un ulteriore bonus per ogni compito esaminato che varia da 0,1 a 0,5 euro: per concorsi con 15 mila partecipanti si può arrivare a ricevere come commissario anche 7.500 euro, anche se a volte le amministrazioni fissano dei paletti, come il Comune di Treviso che non dà ai singoli commissari più di 3 mila euro. Ma Treviso è un'eccezione. L'Agenzia delle entrate ha calcolato, per un concorso bandito recentemente, il costo di 1.500 euro per ognuno dei 500 posti messi a gara: totale, 750 mila euro. Il Comune di Napoli ha bandito un concorsone per 534 posti da amministrativo (112 mila i candidati): stimando un costo di 3,2 milioni di euro e affidando al Formez l'incarico di correggere le prove scritte. Conti alla mano, facendo la media dei 7 mila concorso banditi, il giro d'affari per società del settore e componenti delle commissioni, che vengono scelti tra professionisti, giudici del Tar e dirigenti di altre amministrazioni interni o esterni, è di circa 3 miliardi di euro: tutti a carico delle casse pubbliche. Uno spreco? Sì, se si pensa al blocco delle assunzioni, fino al 20 per cento di chi va in pensione, stabilito per legge in tutti gli enti e le amministrazioni pubbliche. Allo stesso tempo, non mancano però i casi i cui a pagare sono i concorrenti. Il Comune di Roma ha pubblicato 22 bandi di concorso per 1.995 posti: i disoccupati che hanno fatto domanda sono 10 mila e hanno pagato 10 euro a testa per presentare la documentazione. Comunque a fronte dei concorsi con vincitori non assunti, non mancano i casi di assunzioni e incarichi affidati per compiti uguali a quelli messi a bando dalla stessa amministrazione. Qualche esempio? Il Comune di Palermo ha bandito nel 2001 un concorso per 400 posti da vigile urbano: un centinaio dei vincitori a oggi attende la chiamata ma la pianta organica dei caschi bianchi palermitani è stata riempita lo stesso, con la stabilizzazione dei cosiddetti "lavoratori socialmente utili", che non hanno mai affrontato alcuna selezione. Stesso discorso per 300 vincitori del concorso all'assessorato ai Beni culturali della Regione siciliana: dopo dieci anni non sono stati chiamati in servizio, nel frattempo è nata la Beni culturali spa, società solo formalmente privata dove sono state assunte per chiamata diretta 700 persone. Il ministero di Grazia e giustizia, che non assume nelle carceri 39 psicologi che hanno vinto il concorso nel 2006, continua a dare incarichi all'esterno per lo stesso impiego, per una spesa che supera il milione di euro all'anno: e in pianta organica nelle carceri ci sono solo 14 psicologi per 60 mila detenuti. A volte invece accade che la stessa amministrazione freni alcuni concorsi e acceleri su altri, magari perché tra i vincitori ci sono parenti di politici e dirigenti dell'ente. Una commissione interna del ministero della Difesa ha scoperto, a esempio, che tra il 2005 e il 2008 in diversi concorsi banditi dall'amministrazione sono stati assunti mogli, figli e cognati di alti dirigenti del ministero che, puntualmente, sedevano nelle commissioni d'esame, scambiandosi favori. Altre amministrazioni invece, se hanno posti vacanti in pianta organica non chiamano gli idonei dell'ultimo concorso bandito, ma provano a farne altri: così i 2 mila idonei del concorso per vigili del fuoco eseguito nel 2000 rimangono a casa, mentre il comando dei vigili affronta altre spese per altri concorsi. E c'è chi non si pone nemmeno il problema di fare concorsi, volando alto sopra blocchi del turn over e stop alle assunzioni: la Protezione civile ha assunto 171 impiegati e dirigenti nel maggio 2010, trasformando contratti diretti di co. co. co in contratti a tempo indeterminato. I vincitori di concorso degli altri rami dell'amministrazione intanto attendono sempre meno fiduciosi.
PARLIAMO DI INSICUREZZA E DELL’OPERATO DELLE FORZE DELL’ORDINE: DIFENDERCI DA CHI ?!?
ROMANZO DI UNA STRAGE. Film uscito nel marzo 2012 di Marco Tullio Giordana che racconta il dramma di Piazza Fontana, partendo dall'attentato e conclusasi con l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. E' il caso di dire finalmente. Finalmente qualcuno che ha il coraggio di raccontare come sono andati i fatti. Sì perché la strage di Piazza Fontana è una delle pagine più nere e buie della storia della Democrazia Italiana. Dopo ben 43 anni dalla vicenda, un regista si cimenta in un'opera cinematografica tanto difficile quanto piena di pericoli. Il risultato, lo si può dire fin da subito, è molto confortante e chiarificatore. Romanzo di una strage non parte dall'immediato attentato alla Banca dell'Agricoltura di Milano in Piazza Fontana, ma da prima. Ricostruisce in modo fedele l'atmosfera pesante che si respirava nel nostro paese, i movimenti anarchici, gli scioperi, le rivolte in piazza: era il "caldo" 1969. In maniera didascalica, non per questo meno lodevole da altre forme narrative, il regista Marco Tullio Giordana (autore de I Cento Passi e la Meglio Gioventù) divide il film in piccoli capitoli tematici per aiutare lo spettatore, soprattutto per quelli più giovani e non testimoni dell'accaduto, a capire come si svolsero realmente i fatti.
Elemento fondamentale è capirne fin da subito gli schieramenti, le forze politiche in campo, i personaggi storici che governavano il paese e, soprattutto, chi agiva nell'ombra affinché la ricostruzione delle dinamiche prendesse una piega preferenziale per gli interessi dello Stato. In tutto questo "Gioco di potere" vi sono due vittime, oltre ai morti dell'attentato a Piazza Fontana (ricordati all'inizio e ai quali è dedicato il film), il commissario Luigi Calabresi e l'anarchico Giuseppe Pinelli. Il primo perché troppo ligio a conoscere la Verità, il secondo perché era il capro espiatorio ideale per risolvere un caso del genere, dato l'instabile equilibrio geopolitico dell'Italia e la situazione internazionale (siamo in Piena Guerra Fredda). Giordana ricostruisce con estrema minuzia ogni passaggio, ciascun personaggio, grazie ad una documentazione accurata, materiali di repertorio (telegiornali e articoli di giornali), oltre ad una sceneggiatura, firmata da Sandro Petraglia e Stefano Rulli, semplicemente perfetta, anche per ciò che concerne la psicologia dei personaggi. La ricostruzione storica è di quelle maniacali, a fronte è molto probabile di un budget di produzione alto per lo standard italiano: lo spettatore è catapultato perfettamente in quegli anni e progressivamente si appassiona al caso per il desiderio di sapere come veramente sono andati i tragici eventi. Tecnicamente girato bene, a parte qualche piccola pecca stilistica (esempio la scena della madre di Pinelli all'obitorio), il film nonostante il titolo ammiccante non vuole farsi piacere a tutti i costi, ma preferisce che la storia e i suoi interpreti risultino interessanti e appassionino.
Romanzo di una strage è un film culturale di assoluto valore, un esempio di cinema al servizio del cittadino proprio quando lo Stato NON vuole o preferisce nascondere la verità per i propri interessi più "sporchi".
ACAB il film: trailer e recensione della pellicola che racconta la vita dei celerini. Stefano Sollima è il regista della serie televisiva Romanzo criminale, universalmente conosciuta e celebrata in tutta Italia (dovreste sentire a Roma, è un florilegio di citazioni a ruota libera). Grande attesa circondava il suo debutto cinematografico, il film Acab, tratto dall'omonimo libro di Carlo Bonini, inviato di Repubblica che aveva raccontato la vita dei celerini, gli appartenenti al reparto della polizia deputato al servizio di pubblica sicurezza. I soldati dello Stato, per dirla in maniera spiccia. L'attesa era grande anche perché il tema del film è ampiamente politicizzato: la crisi economica in cui versa il Paese ha acuito il disagio sociale, il malcontento è alle stelle, e molti appelli vengono lanciati alle forze dell'ordine affinché queste si schierino coi manifestanti o addirittura con le frange più sovversive e violente. Il film di Sollima da una parte svicola dalla polemica politica facilmente riconoscibile (l'appartenenza, e quindi la fedeltà, di questi personaggi ad ambienti di estrema destra) ma dall'altra si promette di ricontestualizzare questo tema dandogli una prospettiva più prettamente sociale. Il ruolo del celerino, si intende dalla visione della pellicola, è quello di catalizzatore dell'odio sociale che lacera il mondo in cui viviamo: insultati, duramente percossi, sfiancati nel fisico e nell'animo, i poliziotti, scelti proprio per un'istintiva propensione alla violenza, reagiscono con una carica devastante che non fa distinzione tra possibili alleati che condividono gli stessi valori e i nemici dell'opposto schieramento. Ciò che guida la vita del celerino è la difesa del gruppo cui si appartiene, la fedeltà ai propri fratelli, e l'annichilimento materiale di coloro che minacciano questo gruppo (siano essi ultrà, immigrati da sfrattare, estremisti). I due punti di forza di un film come Acab sono quelli su cui sarebbe potuto cadere facilmente: gli attori e la sceneggiatura. I primi, nella fattispecie Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti e Domenico Diele, forniscono interpretazioni che vanno dal convincente al toccante (Giallini sugli scudi) grazie a un'interpretazione animalesca e molto sentita, che mostra come l'esperienza attoriale passi anche attraverso il lavoro sul corpo e sulla micromimica. La seconda rifugge dai facili schematismi, ma anche dalla costruzione delle personalità tramite il bilanciamento dei pesi (un difetto per ogni pregio), delineando una vicenda in cui colpe primordiali - si pensi alla "macelleria messicana" del G8 di Genova, ad esempio - si mescolano senza distinzioni con situazioni oggettivamente al limite dell'umana sopportazione. Senza voler assolvere i suoi protagonisti dagli atti atroci che compiono impunemente, Sollima cerca però di calare lo spettatore nella pelle di questi soldati, seguendo le cicatrici che ne segnano il corpo, scavando nelle ferite subite e inferte a ogni battaglia. Ciò però più sul piano narrativo che su quello della messa in scena, e qui sta il limite della pellicola. I personaggi infatti sono spesso rappresentati attraverso una serie di topoi, di situazioni emotive e caratteriali facilmente identificabili, forse proveniente da un certo trattamento seriale. Ciò che però delude maggiormente, e limita la forza espressiva dell'opera, è la modestia della messa in scena delle sequenze d'azione, difetto non da poco per quello che è stato definito in sede di conferenza stampa come un "film di genere intelligente". Una regia apparentemente nervosa ma sostanzialmente pulita impedisce che ci si identifichi davvero con chi si trova in una situazione di estremo pericolo: impossibile sentirsi davvero partecipi di uno scontro all'arma bianca come quello davanti allo stadio quando la macchina da presa rimane a debita distanza per fare comprendere al meglio l'azione. In questo modo si arriva alla testa di chi guarda, ma non al suo stomaco, forse il traguardo ideale immaginato dai realizzatori di Acab.
DIAZ. Le vicende della drammatica notte del 21 luglio 2001 vengono ora trasformate in film; un film importante, che diviene documento storico per quanti ancora non sanno, per quanti c’erano, per quanti hanno dovuto cercare tra le righe di giornalisti coraggiosi, come Beppe Cremagnani, la verità su quanto è accaduto nella notte in cui la polizia stessa rovesciò l’ordine. Diaz. Un film per non dimenticare – il trailer. Diaz è una scuola di Genova. E’ stato un dormitorio per giovani contestatori nel luglio 2001 durante il G8. E qui, qualcuno decise che era il posto giusto per ordinare la mattanza in risposta ai disordini della manifestazione. E fu sangue, macelleria di violenza inaudita, con il solo piacere di perpetrare la violenza dopo gli scontri di quel giorno in piazza. Scontri ai quali non si è dato un volto chiaro di colpevole. Scontri ai quali parteciparono non certo, o non solo, i giovani no global italiani: pacifisti, attivisti, femministe, ambientalisti. Ma anche l’anima nera e nascosta di mezza Europa. Che presero il nome, da allora, di Black Block. Ora è un film: “Diaz, non pulite quel sangue” del regista Daniele Vicari, uscito ad aprile 2012. Al centro le violenze della sera del 21 luglio nella scuola Diaz: “la più lunga sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la II Guerra Mondiale” ha sentenziato lapidariamente Amnesty International. In una sola notte: 92 attivisti fermati, 63 feriti gravi portati in ospedale. Il regista e il film si è potuto avvalere di tantissimo materiale: la segreteria legale del Genoa Legal Forum ha infatti prodotto durante i processi, memorie e consulenze tecniche sulla ricostruzione dei fatti relativi alle giornate di Genova 2001, 500 ore di filmati, 15000 foto, 18000 tra comunicazioni radio e telefonate, dirette radiofoniche di Radio GAP e Radio Popolare che hanno permesso di elaborare una cronologia degli eventi, secondo per secondo.
Il documentario su Genova a Venezia. Si chiama Black Block e il titolo è volutamente provocatorio. «Testimonianze, filmati e ricostruzioni di quello che è accaduto al G8 di Genova con la scelta precisa di dare voce solo ai manifestanti, al racconto delle parti offese. Racconti che sono stati fatti anche durante i processi, ma i media non l’hanno ripresi», spiega Carlo A. Bachshmidt, regista del documentario presentato in Controcampo italiano e rappresentante del Genova Legal Forum. Il documentario ‘non è volutamente contraddittorio – aggiunge il produttore Domenico Procacci -: ogni tanto questi spazi vanno lasciati, specie se e’ un film’. L’intenso, anche scioccante, documentario sulle violenze durante il G8 di Genova 2001 con il blitz notturno alla scuola Diaz e le torture alla caserma di Bolzaneto, «è nato da un progetto collettivo di chi ha vissuto quei giorni e non ha mai perso il contatto», ha proseguito Bachshmidt. Da lì l’osmosi con il progetto cinematografico della Fandango, il film sulla Diaz che Daniele Vicari ultimerà. «Gli sceneggiatori del film hanno visto il materiale documentario che avrebbero poi dovuto trasformare narrativamente», prosegue il produttore. Procacci, però, ammette: «sto vedendo i giornalieri del film, niente ha la stessa drammaticità delle immagini reali». Il film uscirà in un’unica sala, il Politecnico a Roma, ma il da Fandango Libri uscirà in libreria un cofanetto con libro e dvd. «Ci chiedono il documentario da Parigi e Berlino – dice l’autore -: questa storia c’è chi in Europa non l’ha voluta dimenticare». Certamente non i testimoni principali, sette, tutti stranieri, che Bachshmidt ha fatto protagonisti di Black Block, due dei quali presenti a Venezia, Mina Zapatero e Lena Zuhlke. Il film intende restituire una testimonianza di chi ha vissuto in prima persona le violenze del blitz alla scuola Diaz e le torture alla Caserma di Bolzaneto, in occasione del G8 del 2001. Nel racconto corale dei protagonisti emerge la storia di Muli. Muli ripercorre i motivi per i quali ha deciso di impegnarsi nella politica, fino alla sua partecipazione alle giornate di Genova, le violenze subite, e la scelta di ritornare a Genova per testimoniare ai processi. È tornato affrontando il trauma subito per trasformarlo in un’occasione con la quale trovare un riscatto morale. Attraverso la sua esperienza matura un nuovo percorso politico, riacquista la voglia di confrontarsi e lo stare insieme, e soprattutto riscopre un’altra Genova.
Per la serie: “La Polizia ci ricasca”. Violenza sempre e comunque. Non solo Genova, Napoli e i tantissimi episodi per i malcapitati di turno, più o come conosciuti. 'Così torturavamo i brigatisti' è il reportage di Pier Vittorio Buffa su “L’Espresso”.
Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l'Espresso denunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All'epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: 'Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie". Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l'un con l'altro, questo dovevamo fare".
Salvatore Genova è l'uomo il cui nome è legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.
Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l'accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l'acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte. Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto.
«Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. E' la squadra messa in campo dal ministero dell'Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier. Il capo dell'Ucigos, De Francisci, ci dice che l'indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l'alto, ordini che vengono dall'alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno. Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell'occasione ci viene presentato. E' Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell'Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell'interrogatorio duro, dell'acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all'indomani dell'uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale. Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell'Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima. Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all'ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo "disarticolarlo", prepararlo per Ciocia e i quattro dell'Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un'altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: "Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male". Poi il tubo in gola, l'acqua salatissima, il sale in bocca e l'acqua nel tubo. Dopo un quarto d'ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell'Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.Dopo qualche giorno l'interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli. Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all'ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. E' uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l'acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier. Il blitz è un successo, prendiamo tutti e cinque i terroristi e li portiamo nella caserma della Celere di Padova. Ciascuno in una stanza, legato alle sedie, bendato, due donne e tre uomini. Tra loro Antonio Savasta che inizierà a parlare quasi subito, e proprio con me, consentendoci di fare centinaia di arresti. Ma le violenze non finiscono con la liberazione del generale. Il clima è surriscaldato. Tutti sanno come abbiamo fatto parlare Volinia e scatta l'imitazione, il "mano libera per tutti". Un gruppo di poliziotti della celere, che si autodefinisce Guerrieri della notte, quando noi non ci siamo, va nelle stanze dove sono i cinque brigatisti e li picchia duramente. Un ufficiale della celere, uno di quei giorni, viene da me chiedendomi se può dare una ripassata a "quello stronzo", riferendosi a Cesare Di Lenardo, l'unico dei cinque che non collabora con noi. Io non gli dico di no e inizia in quell'attimo la vicenda che ha portato al mio arresto. La mia responsabilità esiste ed è precisa, non aver impedito che il tenente Giancarlo Aralla portasse Di Lenardo fuori dalla caserma. La finta fucilazione e quello che accadde fuori dalla caserma lo sappiamo dalla testimonianza di Di Lenardo. Io rividi il detenuto alle docce.
Degli agenti stavano improvvisando su di lui un trattamento di acqua e sale. Li feci smettere ma non li denunciai diventando così loro complice. La voglia di emulare, di menar le mani, di far parlare quegli "stronzi" non si ferma a Padova. Di Mestre so per certo. Al distretto di polizia vengono portati diversi terroristi arrestati dopo le indicazioni di Savasta. I poliziotti si improvvisano torturatori, usano acqua e sale senza essere preparati come Ciocia e i suoi, si fanno vedere da colleghi che parlano e denunciano. Ma l'inchiesta non porterà da nessuna parte. Quando i giornali cominciano a parlare di torture e scatta l'indagine contro di me e gli altri per il caso Di Lenardo mi faccio vivo con Improta, gli dico che non voglio restare con il cerino in mano, che devono difendermi. Lui promette, dice di non preoccuparmi, ma solo l'elezione al Parlamento propostami dal Partito socialdemocratico mi toglie dal processo. Gli altri quattro arrestati con me vengono condannati in primo grado e, alla fine, amnistiati. Noi non siamo mai stati in prigione. Io venni portato all'ospedale militare di Padova e lì mi venivano a trovare funzionari di polizia per informarmi delle intenzioni dei magistrati. Tra le mie carte ho ritrovato un appunto dattiloscritto che mi venne consegnato in quei giorni. E' una falsa, ma dettagliatissima, ricostruzione dei fatti che dovevamo sostenere per essere scagionati. Suppongo che lo stesso foglio venne dato anche agli altri arrestati perché non ci fossero contraddizioni tra di noi. Io me ne sono restato buono per tutti questi anni perché non volevo far scoppiare lo scandalo, fare arrestare tutti quanti. Oggi, guardandomi indietro, vedo con chiarezza che ho sbagliato, che non avrei dovuto commettere quelle cose, né consentirle. Non dovevo farlo né come uomo né come poliziotto. L'esperienza mi ha insegnato che avremmo potuto ottenere gli stessi risultati anche senza le violenze e la squadretta dell'Ave Maria».
Ladri, rapinatori e poliziotti, secondo Nadia Francalacci su “Panorama”. La Squadra mobile di Bologna ne ha arrestati 4 il 5 marzo 2012. Sono quattro agenti della sezione Volanti che utilizzando l’auto di servizio e la divisa, rapinavano gli extracomunitari. La divisa che indossavano, infatti, per i poliziotti non aveva nessun valore né simbolico e né morale e come dei comuni delinquenti, durante i controlli nelle piazze e nelle strade obbligavano gli extracomunitari sia con le armi che con minacce, a farsi consegnare oggetti preziosi e merce. Il loro “vizietto” è stato fermato dagli stessi colleghi della sezione investigativa del commissariato bolognese che li hanno arrestati per rapina e, due di loro, anche per sequestro di persona. In un caso, secondo l’accusa, una vittima sarebbe stata sequestrata e aggredita. Ma la corruzione tra coloro che indossano la divisa della Polizia di Stato non è solo prerogativa bolognese.
Il 20 dicembre 2011 è stato arrestato per peculato il numero due del commissariato Greco-Turro di Milano, Nunzio Musarra. Il sostituto commissario prendeva il “prestito” oggetti preziosi dall’Ufficio reperti del commissariato: Rolex, cellulari, profumi, gioielli e computer. L’indagine è partita proprio da un notebook sparito dal magazzino della Polizia al quale i commissario aveva libero eccesso e all’interno del quale erano custoditi oltre 4 mila oggetti in attesa di essere distrutti o consegnati ai legittimi proprietari.
Solo pochi anni fa sempre a Milano ne furono arrestati 8, tutti in servizio presso la Sezione Volanti della Polizia di Stato. Loro avevo il vizietto di rubare oggetti di valore sui luoghi dei delitti. A smascherarli sono state delle “cimici” piazzate dai colleghi della squadra mobile a bordo delle auto di servizio le cosiddette “pantere”. Le loro conversazioni li hanno inchiodati.
Ma non solo ladri o rapinatori: poliziotti-spacciatori, poliziotti-mafiosi, poliziotti-corrotti.
A Brindisi per cancellare una multa due poliziotti si sono fatti pagare 250 euro. Dopo aver intascato la cifra, i due hanno garantito all’automobilista che avrebbero cancellato la multa appena rilevata dall’autovelox. Ma le loro “richieste” sono durate pochi giorni: il 7 dicembre, i carabinieri li hanno arrestati per peculato.
Anche nei blitz contri i boss mafiosi “spuntano” i poliziotti che invece di essere i cacciatori finiscono per diventare prede. Il 16 maggio 2011, durante un’operazione contro il clan dei Casalesi furono arrestate 13 persone, tre erano poliziotti. Due dei tre agenti prestavano servizio alla Stradale, ma uno al Nucleo piantonamenti. Per loro l’accusa di truffa aggravata ma anche di intestazione fittizia di beni appartenenti ai camorristi.
A Reggio Calabria non è andata meglio ad un agente in servizio al Nucleo Scorte della Polizia di Stato della città calabrese. Lui è stato arrestato dai colleghi della Squadra mobile per aver rivelato notizie riservate sulle indagini in corso agli affiliati alla cosca Caridi, legata al più potente clan Libri. Il 20 febbraio scorso, in occasione della visita del Ministro Severino a Reggio Calabria, l’agente su messo a capo scorta del Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso.
Ma la realtà riesce sempre a superare l’immaginazione: l’intero corpo della polizia Stradale di Lecce è stato “decapitato” per concussione. Sedici agenti sono finiti in manette con l’accusa di associazione a delinquere per aver concusso imprenditori e commercianti salentini. L’attività illecita, scoperta dai colleghi utilizzando le intercettazioni, andava avanti da oltre un decennio e nel mirino dei poliziotti sono finite oltre 100 aziende.
Solamente cinque giorni prima di Natale, ecco spuntare anche il poliziotto-trafficante. Un agente di 47 anni è stato fermato dai suoi stessi colleghi del commissariato di Gioia Tauro alla guida di un’auto mentre trasportava oltre un chilo di cocaina purissima e una pistola calibro 6.35 con la matricola abrasa. Arrestato.
Questo piccolo elenco è nulla in confronto a quanto la cronaca ci offre. Tra il calderone si passa dagli arresti ai nomi eccellenti indagati per favoreggiamento. Il caso del capo della Mobile è però di certo il più clamoroso: a Vittorio Pisani, indagato per favoreggiamento, è stato vietato di dimorare a Napoli, e il suo posto sarà preso dal suo vice. L'accusa contro Pisani è quella di aver rivelato all'imprenditore Marco Iorio notizie riservate sull'inchiesta in corso, consentendogli di sottrarre beni al sequestro e di depistare le indagini.
Malapolizia, quando si muore di Stato.
Malapolizia si scrive tutto unito, è gergale, scorretto, deviato e deviante. Un’altra necrosi del sistema, l’ennesima (malasanità, malapolitica, malagiustizia), di quelle che atterriscono di più: uomini in divisa contro uomini piccoli, fragili, spesso malati. Malapolizia evoca deliri di onnipotenza, senso di impunità, abusi di potere, fantasmi argentini: l’arroganza del forte contro il debole. Oltre che una locuzione, "Malapolizia" è adesso anche un libro che spaventa e fa pensare insieme, pubblicato con Newton Compton da Adriano Chiarelli. Un libro nero, dell’orrore, di quelli veri che ti tolgono il sonno, altro che zombi e case infestate. Un libro-inchiesta sulle morti oscure (sulle morti evitabili) per mano delle forze dell’ordine. Le “mele marce” in divisa, come li chiama qualcuno, minimizzando alquanto. Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri, Domenico Palombo, Marco De Santis, Maria Rosanna Carrus, ma i “casi” che troverete in questo excursus tra i gironi infernali della violenza di Stato sono molti di più, e inquietano. In una nazione sedicente democratica, com’è possibile che un normale intervento di polizia si trasformi in omicidio? Qual è il discrimine che separa la tutela dell’ordine sociale dall’abuso di potere?, la legittima difesa dalla tortura, dall’omicidio preterintenzionale? L’inchiesta di Chiarelli (lavora come autore e sceneggiatore per cinema e televisione) non è pregiudiziale, ideologicamente violenta, scorretta, contro la forza pubblica. Dice però pane al pane, e lo fa dire, quasi sempre, alle carte delle procure, alle parole dei familiari intervistati, sollevando il velo sugli scenari di ferocia in divisa post G8 di Genova. Sulla sopraffazione senza testimoni consumata troppo spesso nelle camere di sicurezza delle questure, nelle celle dei penitenziari, oppure per strada, quattro contro uno, a calci e pugni, a manganellate. Il fatto più grave è che l’elenco dei morti e dei feriti si allunga col tempo e nel tempo, spesso offuscato dal silenzio delle istituzioni. Quelle raccolte in “Malapolizia” sono storie scomode, crudelissime, che qualcuno vorrebbe farci dimenticare. Servendosi di un nutrito novero di materiali inediti, Chiarelli punta invece il riflettore sul lato buio della pubblica sicurezza, imbastendo un’inchiesta civile destinata a far discutere.
Da non perdere. L'ultima fatica editoriale di Adriano Chiarelli, una via crucis attraverso 23 casi di omissioni, insabbiamento giudiziari e rallentamenti delle indagini. In tempi di "sciatteria editoriale" la cura del volume è pressoché perfetta: è presente l'indice analitico dei nomi, accurata la bibliografia e la documentazione giuridica. Un libro che dovrebbe stare sulla scrivania di ogni caserma dei Carabinieri, ogni ufficio di Polizia e nella direzione di ogni carcere. Stiamo parlando di MALAPOLIZIA, il volume dello sceneggiatore e regista Adriano Chiarelli. Ventitrè sono i casi esaminati nel volume suddivisi in "Arresti mortali", "I sopravvissuti", "Le patrie galere" e "Le mele marce". Una via crucis di morti e sopravvissuti nelle mani dello stato italiano.
Si parte da quello ormai celeberrimo di Federico Aldrovandi -"tossico e vestito da centro sociale"- morto durante un controllo di polizia a Ferrara nel 2005, proseguendo in una galleria degli orrori che si arresta al delitto facilmente prevedibile di una pensionata sarda. Stupisce apprendere come parecchi dei soggetti muoiano per errate procedure di immobilizzazione, quando invece la casistica insegnata nelle scuole di addestramento prescrive in maniera quasi maniacale quali sono le tecniche di arresto e fino a che punto deve e può spingersi l'uso della violenza nei confronti del cittadino. L'autore non cade mai nello stile fazioso degli attivisti militanti, ma presenta davanti al lettore tutte le prove necessarie a ricostruire il logico svolgimento dei fatti affinché l'osservatore metta a fuoco il problema fondamentale: in tutti i casi le indagini vengono svolte da colleghi degli indiziati.
L'antico adagio "cane non morde cane" si rivela perciò profetico, dando vita a una sequenza di omissioni, insabbiamenti e rallentamenti giudiziari. Ai parenti delle vittime non rimane che una lunga e snervante trafila nelle aule giudiziarie in attesa di processi che non cominciano mai e dello svolgimento di tutti e tre i gradi di giudizio. Fondamentale nel volume è il ruolo svolto da internet nella propagazione delle informazioni, diversamente parecchi dei casi in oggetto giacerebbero dimenticati nelle cantine polverose di qualche archivio.
Last but not least, in questi tempi di "sciatteria editoriale" la cura del volume è pressoché perfetta: è presente l'indice analitico dei nomi, accurata la bibliografia e la documentazione giuridica che comprende la documentazione esistente in materia: leggi, normative e documenti.
Tutto ciò non basta a dimostrare l'ineluttabile e l'omertosamente taciuto. Dopo il grande successo di pubblico e critica della serie tv Romanzo Criminale, il regista Stefano Sollima porta sul grande schermo il romanzo di Carlo Bonini: A.C.A.B.. Un viaggio nel mondo dei celerini, guardato con distacco dal resto del corpo di Polizia e con sospetto e diffidenza dai cittadini. Cobra, Negro e Mazinga sono tre “celerini bastardi”. “Celerini”, così si sentono, più che poliziotti. Vivono da tempo immersi nella violenza, specchio di una società esasperata e in un mondo che vogliono far rispettare anche a costo di un uso spregiudicato della forza. Incontrano così Adriano, giovane recluta appena aggregato al loro reparto: attraverso i suoi occhi e la sua lente integrazione nel reparto mobile vengono raccontate le vita di questo uomini, scandite da alcuni degli eventi più eclatanti di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi anni.
Tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini. Cobra, Negro e Mazinga sono poliziotti del Reparto mobile, una struttura operativa guardata con distacco dai colleghi e con sospetto dai cittadini. I tre agenti imparano sul campo cosa vuol dire essere odiati, apostrofati al grido di “A.C.A.B.” che sta per “All Cops Are Bastards” (tutti gli sbirri sono bastardi), un motto del movimento skinhead inglese degli anni ‘70 diventato negli anni un richiamo universale alla guerriglia urbana. Ma i tre vanno anche fieri nel contrastare la violenza ripagandola con la stessa moneta, cioè agendo con metodi spicci e duri e, soprattutto, con l’uso forza. Con le loro storie si rivivono importanti fatti della cronaca italiana degli anni Duemila, in un cortocircuito che finisce per cambiare il lavoro e le vite private di tutti loro.
La trama di "ACAB. Tutti i poliziotti sono bastardi", romanzo di Carlo Bonini edito da Einaudi. «ACAB». All Cops Are Bastards. Il refrain di un celebre motivo skin anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso l'occhio e il linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la trama occulta dei piú sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi due anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura emozionante episodi accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare degli ultras a una caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena dell'odio e delle impunità.
All cops are bastards: è questo il significato di A.c.a.b., un acronimo nato negli anni 70’ dal movimento skinhead inglese degli anni Settanta, e poi diventato nel tempo un richiamo universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi. E’ una storia che voleva portare da tempo sul grande schermo Stefano Sollima. Nel Gennaio 2010 contatta così Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti, storici sceneggiatori con i quali ha realizzato Romanzo Criminale – la serie, per adattare il romanzo di Carlo Bonini, giornalista di Repubblica. Lo script si discosta leggermente dall’originale: se nel libro i protagonisti sono Fournier, Drago e Sciatto, nel film il personaggio di Drago è diviso tra i personaggi di Favino, Giallini e Nigro. Anche il personaggio di Adriano è frutto degli sceneggiatori: “E’ la storia di una giovane recluta affascinata da un gruppo di anziani e dalla loro morale assoluta e ambigua allo stesso tempo – spiegano i tre - Il tutto raccontato in presa diretta, con un andamento quasi cronachistico: una fenomenologia dell’odio che si respira nel reparto celere”. Verranno ripercorsi alcuni episodi tristemente famosi: i fatti del G8 di Genova, la morte dell’Ispettore Filippo Raciti, il caso di Giovanna Reggiani e in ultimo la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri. Il risultato è un racconto asciutto, senza retoriche che non crea santi e peccatori “Il film, nonostante sia immerso nei fatti più sanguinosi ed inquietanti degli ultimi anni, non vuole essere un film di denuncia sociale, o meglio, non solo – precisa Sollima - E’ soprattutto una storia di uomini, un racconto di amicizia, fratellanza, di ricerca di sicurezza e ordine, ambientato in un paese sempre più attraversato dall’odio, sempre più radicalizzato nelle sue posizioni, che compone certamente uno sfondo sconfortante, da cui però è bene non distogliere lo sguardo”.
Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012. Il loro lavoro è dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da 10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000.
Da “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez si nota che è stato nominato Ministro dell’Interno Maroni Roberto: condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, in relazione ai tafferugli durante la perquisizione della polizia alla sede leghista di via Bellerio a Milano. Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia.
Legalità è comportamento conforme al dettato della legge. L’ordine è la sicurezza dei cittadini è un compito affidato allo Stato, affinchè la violazione della legalità non mini il buon vivere della comunità.
Si sta molto attenti ad imporre la legalità dal basso, nessuno pretende il rispetto della legalità dall’alto: da chi dovrebbe dare l’esempio.
La sicurezza degli italiani in patria è affidata al Ministro dell’Interno. Giusto per capire se l'esempio debba venire dall'alto: esemplare è la figura di uno dei tanti Ministri che nel tempo è stato chiamato a ricoprire l’incarico.
Fonte Wikipedia: Roberto Maroni.
Anagrafe: Nato a Varese il 15 marzo 1955.
Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato all’ufficio legale della Avon, poi dirigente leghista fin dalle origini; ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi e del Welfare nel secondo, già capo del «governo della Padania»; 5 legislature (1992, 1994, 1996, 2001, 2006).
Soprannome: Bobo.
Fedina penale: Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Nel 1996 la Procura di Verona invia la polizia a perquisire la sede leghista di via Bellerio a Milano, nell’ambito dell’inchiesta sulla Guardia padana, ma alcuni dirigenti leghisti, fra cui Maroni, ingaggiano un parapiglia con gli agenti per impedire loro di compiere il proprio dovere. Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato nell’inchiesta del procuratore veronese Guido Papalia come ex capo delle camicie verdi, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati da una riforma legislativa ad hoc, varata dal centrodestra nel 2005, allo scadere della penultima legislatura. Resta in piedi solo il terzo.
Roberto Maroni (Varese 15 marzo 1955) è un politico italiano e Ministro dell’Interno. Laureato in giurisprudenza ha lavorato come manager degli affari legali di diverse società; inoltre esercita la professione di avvocato.
All'età di 16 anni, nel 1971, Maroni milita in un gruppo marxista-leninista di Varese; fino al 1979 frequenta il movimento d'estrema sinistra Democrazia Proletaria. Nello stesso anno, il 1979, Roberto Maroni conosce Umberto Bossi. Tra i due inizia una collaborazione politica. Maroni e Bossi contattano i primi partiti autonomisti; quello più importante dell'epoca è l'Union Valdôtaine, movimento autonomista della Valle d’Aosta guidato da Bruno Salvadori. Dopo la morte prematura di Salvadori (1980), Maroni e Bossi proseguono da soli l'organizzazione di un movimento autonomista in Lombardia. Nel1984 Bossi e Maroni fondano, con Giuseppe Leoni, la Lega Lombarda. Mentre Bossi è segretario politico, Maroni contribuisce all'organizzazione del nuovo partito nella provincia di Varese. Nel 1985 Maroni è eletto consigliere comunale a Varese. La Lega elegge i primi rappresentanti anche a Gallarate e nel consiglio provinciale.
Nel 1989 partecipa alla fondazione della Lega Nord.
È deputato alla Camera dal 1992, dove ha ricoperto la carica di presidente del gruppo parlamentare leghista. Entra nel Consiglio federale della Lega e segue per conto della segreteria di Bossi le più importanti vicende politiche di quegli anni. Sempre nel 1992 contribuisce alla vittoria della Lega Nord alle elezioni amministrative, culminata nell'elezione del primo sindaco leghista in una città capoluogo di provincia, Varese. Maroni entra in quella prima giunta leghista come assessore.
È stato Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, per otto mesi, nel 1994, sotto il primo governo Berlusconi.
È al fianco di Umberto Bossi nella svolta secessionista della Padania (15 settembre 1996) e viene indagato dalla Magistratura per reati legati al vilipendio dell'unità nazionale e accusato di aver causato uno stato di "depressione del sentimento nazionale" tra i propri concittadini a causa della diffusione delle proprie opinioni sull'indipendenza della Padania.
Il 12 agosto 1996 il Procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia, avviò delle indagini sulla Guardia Nazionale Padana, sospettata di essere un'organizzazione paramilitare tesa ad attentare all'unità dello Stato (reato previsto dagli articoli 241 e 283 del Codice penale). Il 18 settembre venne così disposta la perquisizione delle residenze di Corinto Marchini, capo delle "camicie verdi", Enzo Flego e Sandrino Speri, dell'ufficio di Speri nella sede leghista di Verona e di un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, ritenuto nella disponibilità dello stesso Marchini. Le operazioni iniziarono alle 7 del mattino e alle 11 due pattuglie della Digos di Verona si presentarono alla sede della Lega di via Bellerio a Milano con Marchini a bordo. A tale perquisizione, operata dalla Polizia di Stato, si opposero alcuni militanti e politici leghisti fra cui l’ex Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ne contestavano la validità. Tuttavia nel pomeriggio, dopo una consultazione con la Procura di Verona e un nuovo mandato di perquisizione, la Polizia decise di fare irruzione, incontrando la resistenza dei militanti e dirigenti padani. A questo punto scattò la carica per superare l'ostacolo e raggiungere l'ufficio indicato dall'indagato. Corinto Marchini aveva infatti indicato come proprio ufficio un locale che si rivelò invece essere, come scritto sulla porta, l'ufficio di Roberto Maroni; nessun altro locale venne identificato come un possibile ufficio dell'indagato. Il Procuratore decise di ignorare tale informazione e di far perquisire ugualmente l'ufficio. Si contarono contusi da entrambe le parti. Maroni, caricato su una barella, venne portato in ospedale.
Contro la perquisizione la Camera dei Deputati nel 2003 avanzò ricorso per «conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, chiedendo alla Corte Costituzionale di dichiarare che non spetta all'autorità giudiziaria (ed in particolare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni». Nel 2004 la Corte Costituzionale darà ragione alla Camera.
Il 16 settembre 1998 Roberto Maroni fu condannato in primo grado a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di appello di Milano il 19 dicembre 2001 ha confermato la decisione di primo grado riducendo la pena a 4 mesi e 20 giorni perché nel frattempo il reato di oltraggio era stato abrogato. La Cassazione nel 2004 ha poi confermato la condanna commutandola però in una pena pecuniaria di 5.320 euro. Per la Suprema Corte «la resistenza» di Maroni e degli altri leghisti «non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento oggettivamente ingiusto ad opera dei pubblici ufficiali». In modo particolare gli atti compiuti da Maroni sono stati ritenuti «inspiegabili episodi di resistenza attiva (...) e proprio per questo del tutto ingiustificabili».
Maroni è stato anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi, insieme al altri 44 leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati dalla Legge 24 febbraio 2006, n. 85 varata dal centrodestra allo scadere della legislatura. Restava in piedi solo il terzo, ma anche da questo Maroni ottiene il non luogo a procedere nel dicembre 2009, e comunque il divieto di associazioni di carattere militare previsto dal Decreto Legislativo 14 febbario 1948, n. 43 è stato poi abrogato dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (art. 2268, c. 1, punto 297).
Nel periodo 2001-06 lavora, nell'ambito della nuova coalizione della Casa delle Libertà, quale delegato leghista alla definizione del programma per le elezioni politiche del 2001, nelle quali viene rieletto deputato nel collegio uninominale di Varese. Nei governi Berlusconi II e III ha ricoperto l'incarico di Ministro del Welfare.
Nel 2001 riceve una lettera dal giuslavorista Marco Biagi, suo collaboratore al Ministero del Lavoro poi ucciso dalle Br, che lamentava una non adeguata protezione.
Nel periodo 2006-2008 è stato rieletto deputato nelle elezioni politiche del 2006 per le liste della Lega nella circoscrizione Lombardia 2. Nella XV è membro della Commissione Affari Esteri e della Giunta delle Elezioni. È stato capogruppo della Lega Nord Padania alla Camera.
Nel 2009 Maroni viene indagato a Milano per presunte tangenti ed evasione fiscali. Tra il 2007 e il 2008, avrebbe ricevuto 60.000 euro, fatturati come consulenze legali dalla società Mythos, considerata dagli inquirenti una 'cartiera'.
Verso la fine del 2010 il GIP di Roma ha prosciolto Maroni da tale accusa, archiviando l'indagine su richiesta della Procura di Roma, la quale aveva accertato che "quei soldi erano il pagamento di una consulenza legale resa regolarmente da Maroni alla Mythos".
Nel 2009 è diventato consigliere comunale di Porretta Terme (BO). Candidato alle elezioni amministrative del 2007 non era stato eletto. Diventa Consigliere Comunale in seguito alla rinuncia di altri suoi colleghi di opposizione.Il 3 luglio 2010, l'edizione locale de Il Resto del Carlino dà la notizia delle sue dimissioni, rassegnate per mancanza di tempo.
Il 7 maggio 2008 Silvio Berlusconi gli ha riaffidato l'incarico di Ministro dell’Interno. La sua proposta di prendere le impronte digitali a chi non fosse in grado di documentare la propria identità, con particolare attenzione ai bambini rom, viene da lui definita "Un provvedimento atto a tutelare i minori stessi, obbligati dai genitori ad andare a rubare o mendicare", mentre gli oppositori la definiscono "Un atto xenofobo e razzista, che costringe i bambini a pagare per colpe non loro".
Così sono i nostri Ministri dell’Interno.
ORARI INSUFFICIENTI E STRAORDINARI DA AUTORIZZARE: turno: 36 ore settimanali. sono molto di meno, se si considera che per ogni giorno vi è la fase montante e la fase smontante dal servizio. Questa fase è un tempo morto, perché inibisce ogni intervento.
IMPUNITA' DIFFUSA. Rapporto Eurispes: italiani sfiduciati non denunciano il 31 % dei reati.
Sicurezza: si stima che il bilancio dei crimini stia per raggiungere quota tre milioni, un vero e proprio record. Nel 30,6% dei casi gli italiani, pur essendo stati vittima di reati, hanno preferito non denunciare l'accaduto agli organi competenti. Il 42,4% degli italiani ha installato un allarme antifurto in macchina, mentre il 33,3% ha preferito montarne uno a difesa della propria casa. Dati allarmanti, che segnalano un preoccupante senso di sfiducia nelle istituzioni ed un aumento della voglia del tutelarsi in proprio.
Dati Istat. rapporto tra le denunce e le condanne: l'8%. Il resoconto annuale dello stato della giustizia indica il perché di tanta sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, se già le denunce delle forze dell'ordine hanno un esito incerto.
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DENUNCE FORZE DELL'ORDINE |
TOTALE |
AUTORI IGNOTI |
AUTORI NOTI |
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2.456.887 |
1.840.209 |
616.678 |
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TOTALE CONDANNE |
198.263 |
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RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE |
8% |
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333 reati all'ora. La mappa della criminalità città per città. Nel complesso l'aumento si può definire "contenuto" e il traguardo dei tre milioni era atteso. Ma il problema criminalità resta all'ordine del giorno – tra insicurezza "percepita", episodi di cronaca "effettivi" e allarmi continui. L'ultimo – sull'incertezza delle pene che vanificherebbe «gli sforzi della magistratura e delle Forze di polizia» – l'ha lanciato al Senato il capo della Polizia. Qualche indicazione concreta sulla situazione e sui trend più recenti può venire dai dati forniti dal ministero dell'Interno – ed elaborati dal Sole 24 Ore – che parlano di un bilancio di 2,9 milioni di reati denunciati, circa 143mila in più rispetto all’anno precedente (+5,15%), quasi 8mila al giorno o 333 ogni ora.
Rapportando il dato ai 59,2 milioni di italiani, si ottiene una media di 4.900 delitti ogni centomila abitanti: su ogni cento abitanti graverebbero insomma 4,9 crimini. Se quindi, considerando l'attività criminale in generale, il quadro non si presenta molto movimentato, luci e ombre emergono da un'analisi più dettagliata, scendendo cioè nelle principali tipologie e nelle performance territoriali.
E così si scopre che c'è un reato assai diffuso, quello dei furti d'auto, che evidenzia addirittura un calo (-5,35%), mentre un altro ben più temuto, quello dei furti in abitazione, è salito di quasi un quinto. Collocandosi entrambi intorno a quota 170mila, si può calcolare che ogni ora, in Italia, vengano prese di mira una ventina di auto e un numero analogo di abitazioni. Incremento oltre la media anche per le truffe informatiche e le frodi (+8,7%): quasi 120mila ed è una cifra che non comprende i numerosi episodi che – a volte per "vergogna" o per paura della vittima, altre volte per le scarse probabilità di ottenere qualche "ristoro" – neppure vengono denunciati. Poi ci sono i crimini per la strada, i borseggi (23mila) e gli scippi (160mila), dati in crescita (rispettivamente +2,35% e +6,35%) che comunque si riferiscono solo all'emerso. Stabili invece gli omicidi volontari: più o meno sono 600-620 all'anno.
“La certezza della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa”. Il capo della Polizia non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza della pena in Italia. - «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni». La pena, aggiunge, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa». «La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini - ha spiegato ancora - ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini, sottolinea poi, entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandestinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini». Dal primo gennaio a oggi, «le forze dell'ordine hanno fermato 10.500 immigrati clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione: ma solo 2.400 di loro hanno trovato posto nei Centri di permanenza temporanea» ha reso noto. «È un dato che io trovo inquietante - ha ammesso -, perchè significa che oltre 8 mila clandestini sono stati "perdonati" sul campo essendosi visti consegnare un foglietto su cui c'è scritto "devi andar via", che equivale a niente».
«Noi forze dell'ordine diciamo che l'immigrazione clandestina va contrastata con rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo» ha detto ancora.
Diverso è invece il discorso dell'efficacia del processo "i cui risultati preoccupanti esigono la più severa delle riflessioni". A denunciarlo è l'indagine sulla sicurezza in Italia promossa dalla commissione Affari costituzionali della Camera. I dati offerti alla commissione da "tutte e cinque le forze di polizia - si legge nel documento - dimostrano un impegno crescente nel controllo del territorio, delle persone e dei veicoli da trasporto, negli arresti e nelle perquisizioni".
Quando si passa a valutare l'efficacia del processo, dice ancora la relazione, "che vuol dire sconfitta dell'impunità e certezza della sanzione, i risultati sono preoccupanti ed esigono la più severa delle riflessioni".
IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE.
Il generale Michele Adinolfi, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, indagato dalla procura di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P4, è stato promosso generale di Corpo d'Armata insieme al generale Giuseppe Quaranta. Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi, diffusa al termine del Consiglio dei ministri. "Su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, (Giulio) Tremonti, i generali di divisione della Guardia di finanza Giuseppe Quaranta e Michele Adinolfi sono stati promossi generali di Corpo d'Armata". Adinolfi, dal 15 settembre 2011, assumerà l'incarico di Comandante interregionale Firenze.
ECCOLO il terremoto che torna a rendere plumbei i giorni della Guardia di Finanza. Il generale di divisione Michele Adinolfi, capo di stato Maggiore, l'ufficiale operativo più alto in grado del Corpo, secondo nella scala gerarchica al solo Comandante generale, è indagato nell'inchiesta P4 per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento.
I pubblici ministeri napoletani Henry John Woodcock e Francesco Greco lo accusano di essere la "fonte" di altissimo livello, la "talpa" negli apparati, che consentì a Luigi Bisignani di sapere, nel momento cruciale dell'indagine di cui era oggetto, che le sue utenze cellulari erano intercettate Marco Milanese, deputato del Pdl, storico consigliere del ministro Giulio Tremonti, ed ex ufficiale della Guardia di Finanza, già indagato dalla Procura di Napoli per altre vicende. Non è tutto. Nella vicenda, per come al momento è possibile ricostruirla, sono coinvolti un secondo generale della Guardia di Finanza, Vito Bardi (già comandante interregionale per l'Italia meridionale, per altro già ripetutamente citato nelle carte dell'inchiesta come uno dei contatti di Alfonso Papa). Il generale Adinolfi e il generale Bardi sono indagati per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento. E questo sulla base di "evidenze" istruttorie che, all'osso, raccontano questa storia. Marco Milanese riferisce ai pm napoletani (al momento non è dato sapere in quale contesto o sulla base di quali sollecitazioni) di aver saputo dal generale Vito Bardi, che fu proprio quest'ultimo a informare dell'indagine Bisignani e delle intercettazioni telefoniche in corso il suo superiore gerarchico, il Capo di Stato Maggiore Adinolfi. Una prassi che la lettera della legge vieta (il segreto di un'indagine penale non cade di fronte all'obbligo militare che impone di riferire al proprio superiore in grado), ma che, in qualche modo, è routine in tutti gli apparati, soprattutto quando le indagini presentano risvolti di particolare delicatezza, come per il caso Bisignani. Il problema, tuttavia, è che questa notizia non resta confinata tra le mura di viale XXI Aprile. Adinolfi - ricostruiscono i pubblici ministeri - ritiene di dover raccomandare a Bisignani cautela al telefono. E per farlo, sceglie di mettere tra sé e l'uomo di piazza Mignanelli, un amico comune, il giornalista Pippo Marra. Adinolfi gli consegna l'ambasciata ("Tacere al telefono"). Marra la gira a Luigi Bisignani.
Un Corpo che, torna a non avere pace.
Un anno e sei mesi di reclusione per peculato continuato. Pena sospesa e, commenta ora con soddisfazione il Procuratore militare Antonino Intelisano, "principi del diritto riaffermati". Il giudizio di appello militare contro l'ex Comandante generale della Guardia di Finanza, poi deputato del Pdl, Roberto Speciale, stabilisce che il "ponte aereo di spigole" del 26 agosto 2005 per accendere le serate in baita di una vacanza estiva nella foresteria dolomitica del Corpo a passo Rolle, non fu un atto di legittima generosità verso "dei poveri finanzieri che non ne potevano più di mangiare solo wurstel". Al contrario, fu un abuso di denaro e risorse pubbliche per riempire la pancia del Comandante generale, di sua moglie, dei consuoceri, di una coppia di amici (un generale della Finanza e consorte) e certamente di qualche povero finanziere ridotto a cameriere di quella cena.
Con la sentenza d'appello, l'affaire - svelato e documentato da un'inchiesta di "Repubblica" dell'ottobre 2007 - trova così una sua nuova conclusione penale che ribalta i due giudizi che l'avevano preceduta. Il primo processo, contabile, si era chiuso con una pronuncia della Corte dei Conti il 10 agosto del 2009 che aveva respinto una domanda risarcitoria avanzata dalla Procura di 28 mila euro, calcolata sul costo delle ore di volo e il dispendio di "mezzi terrestri" necessari al trasferimento di dieci casse di pesce fresco dall'aeroporto militare di Pratica di Mare, dove erano state imbarcate, a quello di Verona (dove erano state prese in consegna dai uomini dei "baschi verdi", normalmente addetti alle operazioni antidroga), alla baita di Passo Rolle, dove l'attovagliato generale attendeva impaziente. Il secondo processo, penale, si era chiuso l'8 ottobre del 2009, con una sentenza del tribunale militare che aveva assolto Speciale ritenendo che i fatti contestati all'ex comandante generale della Finanza non costituissero reato.
Con enfasi e ostentata tracotanza, dopo le prime due assoluzioni, Speciale (che nel 2008, per i suoi servigi politici nella vicenda Visco, è stato ricompensato dal Pdl con un seggio sicuro alla Camera in un collegio dell'Umbria) aveva salutato i primi verdetti penale e contabile con parole definitive ("La verità trionfa sempre"). Di più, aveva accusato "Repubblica" di un accanimento giornalistico degno di miglior causa. Il nuovo processo (che, ora, conoscerà un ulteriore passaggio in Cassazione) conferma che quanto raccontato dal giornale era semplicemente la verità. E in qualche modo riabilita la testimonianza e il coraggio di uno dei protagonisti di questa vicenda, il meno noto. Il maggiore della Guardia di Finanza Aldo Venditti, l'ufficiale pilota dell'Atr-42 in forza al "Gruppo esplorazione marittima" e anticontrabbando che la mattina del 26 agosto del 2005, a Pratica di Mare, dopo aver scoperto che il "volo vip" a cui era stato assegnato con destinazione Verona, altro non era che un carico di pesce fresco provò inutilmente a disobbedire, rifiutandosi di prendere la cloche.
Natale in carcere per l'ex generale della Guardia di finanza, Giuseppe Cerciello, arrestato dalla polizia nella sua casa di Cagliari. Contro l'ufficiale pendeva l'ordine di carcerazione, firmato dal Tribunale di Brescia, dopo che la Cassazione aveva confermato a novembre la condanna a 3 anni e dieci mesi per le tangenti alla Guardia di finanza di Milano. Di recente, Cerciello aveva accumulato altre due condanne dal tribunale di Milano: 7 anni e 11 mesi per concussione e corruzione (24 ottobre) e altri 12 anni per corruzione (17 aprile). La polizia ha cercato l'ex generale Cerciello prima a Firenze, dove ufficialmente viveva con la famiglia. Quando gli agenti hanno bussato alla porta di casa, nessuno ha risposto. I poliziotti lo hanno però raggiunto a Cagliari, all'indirizzo che l'ex ufficiale corrotto aveva lasciato agli uffici della procura che contro di lui aveva istruito, con i colleghi del pool di Milano, l'inchiesta e il processo sulle bustarelle passate dagli imprenditori ai finanzieri di Cerciello per ammorbidire le visite fiscali. La condanna era stata pronunciata il 21 ottobre dai giudici della seconda sezione della corte di appello di Brescia. Dopo sei ore di camera di consiglio, a Cerciello fu riconosciuto uno sconto di pena: 3 anni e 10 mesi, rispetto al verdetto di condanna di primo grado del novembre ' 95 che aveva quantificato in 4 anni e 2 mesi il periodo di carcere per la corruzione. In quell'occasione, Cerciello fu riconosciuto colpevole di concussione in relazione a tre episodi per i quali, invece, il Tribunale di Brescia lo aveva condannato per corruzione. Il difensore, il professore Carlo Taormina, aveva presentato ricorso in Cassazione. L'alta Corte ha confermato l'operato dei giudici di Brescia e per Cerciello si sono riaperte le porte del carcere. L'ex generale della Guardia di finanza fu arrestato la prima volta nel luglio del '94, su richiesta dei pm Antonio Di Pietro e Francesco Greco. L'ordinanza di arresto portava invece la firma dell'allora giudice per le indagini preliminari Andrea Padalino. L'inchiesta del pool scoperchiò un sistema di corruzione organizzato dagli uomini di Cerciello. Un'indagine, condotta dalla stessa Guardia di finanza, che portò negli anni ad una serie di processi e di condanne. Ultimo, in ordine di tempo, è stato il filone che ha visto Cerciello condannato a Milano a fine ottobre a 7 anni e 11 mesi. La vicenda riguardava le tangenti pagate da quattro società del gruppo Fininvest e che vedeva in origine tra gli imputati anche Silvio Berlusconi. Per motivi di salute, la posizione di Cerciello fu stralciato. Il pm Piercamillo Davigo chiese 11 anni di reclusione: i giudici della settima sezione si fermarono a quasi 8 anni, ma condannarono l' ex finanziere a risarcire i danni al ministero delle Finanze, al quale fu riconosciuta una provvisionale di 400 milioni.
"Tutto quello che non si scrive sulla condanna del generale Ganzer": è il titolo di una disanima di Paride Leporace su "Carta". Un'accusa al sistema di potere deviato colluso con gli organi d'informazione. La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...
Rinasce la P3, il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a Milano a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete, che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine? A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allievo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova, dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaga l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazioni non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni. Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per renderne più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka, 119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadita. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni (a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «Accade che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procura sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.
Due anni di reclusione al generale Bruno Stano e rinvio a giudizio per il colonnello Georg Di Pauli perché avrebbero potuto fare qualcosa per evitare la morte di 19 italiani e 9 iracheni durante l’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003. Assolto, invece, il generale Vincenzo Lops che aveva preceduto Stano nel comando della missione. I tre ufficiali erano accusati, a diverso titolo, di non aver messo in atto tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza della base Maestrale, a Nassiriya.
La procura della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta sulla denuncia di alcuni sottufficiali dell'esercito e dei carabinieri i quali in occasione di trasmissioni televisive hanno denunciato che i militari, che si erano offerti per andare in missione di pace o di guerra all'estero, dovevano versare una tangente ai loro superiori. L'inchiesta è affidata al pubblico ministero Adelchi D'Ippolito che ipotizza i reati di corruzione e concussione.
È scoppiato il caso delle presunte tangenti pagate per poter partecipare alle missioni militari all'estero, sul quale la Procura di Roma ha avviato un'inchiesta affidata al pubblico ministero Adelchi D'Ippolito, che ipotizza i reati di corruzione e concussione. A denunciare i fatti, alcuni militari italiani, carabinieri e soldati dell'Esercito. E a raccoglierne le rivelazioni Rai New 24 che mandò in onda un ampio reportage a firma di Sigfrido Ranucci, nel corso del quale alcuni sottoufficiali dei carabinieri raccontavano di aver presentato senza successo richieste per partecipare alle missioni all'estero e che erano venuti a conoscenza del fatto che »bisognava pagare una o due mensilità per poter andare in Iraq, Bosnia, Kossovo«. Il servizio dava voce anche a un militare dell'esercito operativo a Udine, che era stato costretto a pagare per poter essere trasferito.
L'inchiesta aperta dalla Procura romana si affianca a quella già avviata da tempo dalla Procura militare per aspetti diversi da quelli affidati all'esame di D'Ippolito e ha tratto spunto appunto dall'intervista fatta a luglio scorso dal maresciallo dell'Esercito Domenico Leggero durante una trasmissione televisiva e successivamente anche da un maresciallo dei carabinieri. Le loro versioni dei fatti sono state confermate anche da altri due sottufficiali dell'Arma, che incappucciati confermarono tutte le accuse recentemente durante il programma 'Le Iene", spiegando come avevano fatto i loro colleghi che chi intendeva partecipare alle missioni di pace o di guerra all'estero era costretto a versare ai suoi superiori una somma di danaro calcolata sulla base della diaria che veniva percepita a seconda del tipo di missione. Il magistrato ha già acquisito un'ampia documentazione comprese le dichiarazioni fatte in televisione. Inoltre sono stati già sentiti come testimoni diversi militari che hanno confermato le accuse.
Luciano Garofano ha salutato con una stretta di mano i colleghi del Racis di Roma e il comandante Nicola Reggenti e si è chiuso per sempre alle spalle la porta dell' Arma. L'investigatore dal camice bianco, il colonnello, poi Generale, che ha fatto conoscere a tutta Italia concetti complicati come Dna e analisi delle macchie di sangue, tecniche come luminol o crimescope si è congedato. Non vestirà più la divisa dei carabinieri e proseguirà in modo privato la sua attività di biologo prestato alle indagini scientifiche. La notizia dell'addio arriva, curiosamente, con quella della sua iscrizione nel registro degli indagati della procura di Parma per un «presunto uso improprio dei mezzi e delle strutture del Ris nell'ambito delle sue consulenze». Al colonnello sono contestati peculato, truffa e falso ideologico in atto pubblico. A far scattare l'iter giudiziario era stato un esposto dal suo «nemico» dai tempi dell' inchiesta di Cogne, l'avvocato Carlo Taormina, che un paio di anni fa si era presentato alla procura militare di Roma lamentando una serie di anomalie su una quarantina di consulenze svolte da Garofano tra il 2002 e il 2009. La procura militare non aveva individuato reati e aveva trasmesso gli atti alla procura ordinaria competente per territorio: Parma. «Il comandante Garofano - precisa Taormina - ha utilizzato attrezzature e personale appartenente all'Arma durante orari di ufficio e ha percepito i compensi dalle consulenze tecniche affidategli quando il consulente tecnico nominato dai pubblici ministeri o dai giudici per legge non può essere considerato pubblico ufficiale ma privato cittadino». L'11 novembre 2009 la Guardia di Finanza si era presentata nella sede del Ris di Parma ed aveva sequestrato i documenti contestati. Il colonnello, chiuso in un impenetrabile silenzio, non vuole commentare.
VIOLENZA DI STATO.
Nocs, ecco le foto degli abusi in caserma da “La Repubblica”. Le prove degli atti di nonnismo nel quartier generale delle teste di cuoio. Le immagini mostrano la pratica chiamata "anestesia": la vittima viene fatta spogliare e percossa con violenza sui glutei per renderli insensibili. A questo punto i capi della caserma lo mordono con forza fino a far sprofondare i denti nella carne.
E un altro agente denuncia: "Chi veniva al corso poi finiva sotto shock".
Dopo l'ennesimo pestaggio concluso con la consueta salve di minacce, esausto e sanguinante, un agente di Nocs torna nella sua stanza, all'interno della Caserma di Spinaceto. Siamo nel 2010. L'agente non sa più che fare, è disperato, depresso, va avanti così da una dozzina d'anni, per un istante pensa persino di lasciare il Nucleo e gli 800 euro lordi in più che quella situazione assurda gli garantisce in busta paga. Ma, d'un tratto, rivolgendo lo sguardo verso la branda, la sua attenzione viene rapita da uno strano foglio di carta. Un formato A4, che non aveva mai visto prima. Lo prende, lo gira e capisce subito: qualcuno, dentro la caserma, di nascosto, ha voluto fargli un regalo. Su quel foglio è immortalata, sequenza dopo sequenza, una delle numerose violenze che accadono là dentro. "La scena - spiega l'agente che per ovvi motivi di incolumità personale chiede di rimanere coperto dall'anonimato - era stata fotografata qualche anno fa, una notte in cui il gruppo decise di farci l'anestesia". L'anestesia è una pratica a metà tra il sadismo e il nonnismo: il gruppo tiene ferma la vittima, e inizia a percuoterla in un punto prescelto del corpo - di solito i glutei - fino a che questo non si anestetizza del tutto. A quel punto il capo morde "la parte" fino a strappare la carne, o quanto meno fino a far toccare gli incisivi. Nelle foto di cui Repubblica è entrata in possesso il rito si ricostruisce con una certa precisione. In una si vedono distintamente tre ragazzi con i pantaloni abbassati. Il clima è ambiguo, nonostante la situazione uno dei ragazzi sembra sorridere. "Lo richiede la pratica - spiega l'agente - è una sorta di rito d'iniziazione, anche se a volte prevede dei "richiami", e va affrontata con un contegno maschile e complice". In un'altra si vede uno dei tre immobilizzato sul letto da più persone: "È la fase dell'anestesia vera e propria, quella cioè in cui a mani nude o con delle palette, il gruppo colpisce a ripetizione. Può durare fino a mezz'ora". In un'altra, il morso. Ora quelle foto sono in procura e presto arriveranno anche su quella degli ispettori della polizia che hanno avviato un'indagine interna. Alla quale potrebbe contribuire il racconto di un altro agente dei Nocs, M. C., che, dopo essere andato in pensione a 40 anni "con uno stato depressivo di origine reattiva", conferma quanto denunciato dal collega: "All'interno della caserma regna un clima incredibile. Ricordo che i ragazzi che venivano a fare il corso basico, il primo, quello iniziale, tornavano a casa in stato di shock". E mentre dal mondo politico si moltiplicano le iniziative - dopo l'interrogazione parlamentare del pd Emanuele Fiano è arrivata ieri quella del deputato radicale Maurizio Turco - è sceso in campo il sindacato di polizia Siulp: "Se tutti questi racconti trovassero conferma - commenta Luigi Notari - sarebbe gravissimo, una situazione da antropologi e psicologi più che da magistrati. L'amministrazione deve fare pulizia".
Nocs, abusi in caserma,i vertici sapevano. Tre relazioni di servizio, rimaste senza seguito, avvertivano il comando dei Nocs, facendo nomi e cognomi, del clima di violenza che ormai da tempo si respirava all'interno della Caserma Polifunzionale di Spinaceto, quella dell'ormai famigerata "anestesia", la pratica al confine tra il sadismo e il nonnismo con cui il reparto d'élite della polizia di stato dà il benvenuto ai suoi agenti scelti. Documenti inequivocabili, nei quali l'agente che con il suo racconto affidato a Repubblica aveva sollevato il caso, descriveva con precisione i comportamenti borderline del collega Fernando Olivieri, il leader del "gruppo fuori controllo che detta legge all'interno della Caserma", peraltro già indagato per lesioni e minacce dalla procura di Roma.
Scriveva l'agente, il 12 gennaio del 2007, in una lettera indirizzata "Al Signor comandante del Nocs": "Chiedo alla S. V. tutela della mia dignità umana e della mia professionalità, in quanto tale situazione perdura ormai da troppo tempo e non so più cosa fare per arginare comportamenti illegittimi e intollerabili". In quell'occasione, l'agente era stato aggredito verbalmente mentre si trovava a bordo di un furgone trasporto personale sniper, in attesa di andare al poligono di Castel Sant'Elia per una normale esercitazione. Un episodio minore che però faceva seguito a numerosi altri di entità decisamente più rilevante come quella volta che "l'Olivieri mi colpì con una testata al volto durante un addestramento a Chiusi" o quella in cui, sempre l'Olivieri, "colpì con due pugni al volto l'agente scelto Claudio Casoli, durante l'orario di servizio nei vecchi uffici di Castro Pretorio". Una serie interminabile che si sarebbe protratta fino al dicembre 2010, il giorno in cui, dopo l'ennesimo pestaggio, stavolta subìto in mensa, l'agente decise di cominciare a raccogliere prove in vista di una denuncia in procura, convinto di trovare terreno fertile anche in ragione del fatto che Olivieri aveva avuto numerosi precedenti in tal senso e tra questi una rissa, particolarmente violenta, con un istruttore di judo, Paolo De Carli, che di lì a qualche tempo si sarebbe suicidato in preda ad una crisi depressiva.
Prima di cominciare a raccogliere le prove, però, l'agente si premurò di avvertire nuovamente il "Signor direttore del Nocs" dei comportamenti di Olivieri. "Un collega - scrisse quel giorno l'agente - mi fissava e contemporaneamente mi sorrideva vistosamente (...) Ricambiavo lo sguardo con un saluto e lui inspiegabilmente stizzito dal mio gesto mi insultava ad alta voce con parole testuali: "Che cazzo ti saluti?". Di lì a pochi istanti la situazione degenerò, e ne scaturì il pestaggio (all'agente vennero "refertati" 108 giorni di malattia). Va detto che le relazioni inviate al comando non furono del tutto ignorate. Di lì a poco infatti, l'agente denunciante venne messo alla porta, trasferito per incompatibilità ambientale.
ACAB è un acronimo, una sigla famosa nel mondo Ultras, che, se svolta, in inglese suona così “All cops are bastards”, vale a dire “tutti i poliziotti sono dei bastardi. Ma è anche uno degli ultimi titoli che va ad arricchire la collana stile libero della Einaudi, un titolo forte non c’è che dire, ma perfettamente adatto al contenuto che veicola.
Questo nuovo libro, scritto dopo una lunga inchiesta sul campo da Carlo Bonini, giornalista della Repubblica, svela il background allucinante di una certa parte della polizia italiana, quella cresciuta con il mito di una destra reazionaria e violenta, quella che si è resa colpevole, a Genova nel 2001, di uno degli episodi più gravi dagli anni delle stragi di stato in poi, ma anche di molto altro. Quello che emerge dal libro di Bonini è un ritratto raccapricciante, che con la forza di un linguaggio iperrealistico, tratto dalle chat che alcuni di questi”poliziotti cattivi” frequentano sul web.
ACAB: all the cops are bastards è un libro che ci deve far riflettere non solo sul ruolo della polizia, dell’organo di controllo per eccellenza, nella nostra società, ma che soprattutto ha il compito di riportare l’attenzione di un pubblico, spesso troppo distratto, su quella trama di fatti sconcertanti di violenza urbana che hanno riempito le cronache dei giornali e la storia italiana degli ultimi anni, dai fatti della scuola Diaz all’assalto militare degli ultras a una caserma di Roma.
ACAB. All Cops Are Bastards". Il refrain di un celebre motivo skin anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso l'occhio e il linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la trama occulta dei più sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi due anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura emozionante episodi accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare degli ultras a una caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena dell'odio e delle impunità.
Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna". Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni.
C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo".
Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne.
Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.
Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.
Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).
Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.
Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà".
La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".
Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.
Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).
A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".
Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.
È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.
Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza.
A. D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.
Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.
Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.
In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni.
P. B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.
Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".
Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".
Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.
A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.
Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".
Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?
Il 18 maggio 2010 la corte d'Appello ha ribaltato la sentenza di primo grado sulla sanguinosa irruzione della Polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 a Genova ed ha condannato anche i vertici della Polizia di Stato, infliggendo in totale circa 85 anni di reclusione.
Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi (oggi all'Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) a quattro anni, l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola (ora vicequestore vicario a Torino) a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a tre anni e otto mesi. Altri due dirigenti della Polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Non sono stati dichiarati prescritti i falsi ideologici e alcuni episodi di lesioni gravi. Sono invece stati dichiarati prescritti i reati di lesioni lievi, calunnie e arresti illegali. Per i 13 poliziotti condannati in primo grado le pene sono state inasprite.
Il procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati. In primo grado furono condannati 13 imputati e ne furono assolti 16, tutti i vertici della catena di comando. I pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto in primo grado 29 condanne per un ammontare complessivo di 109 anni e nove mesi di carcere. In primo grado furono assolti Francesco Gratteri, ex direttore dello Sco e oggi capo dell'Antiterrorismo, per il quale il pg ha chiesto una condanna a 4 anni e 10 mesi; Giovanni Luperi, ex vice direttore Ucigos e oggi all'Agenzia per le informazioni e sicurezza interna (chiesti 4 anni e 10 mesi); Gilberto Caldarozzi, ex vice dello Sco e oggi capo (4 anni e sei mesi) e Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova e oggi questore vicario a Torino (chiesti 4 anni e sei mesi).
Un urlo si è levato nell'aula del Tribunale di Genova mentre i magistrati leggevano il dispositivo della sentenza. Erano le grida dei numerosi stranieri presenti in aula, tedeschi e inglesi in particolare, vittime dell'assalto. Il giornalista inglese Mark Covell dice che ancora non si capacita della sentenza: "Stamattina non mi aspettavo niente. E' una sentenza sensazionale che restituisce forza e coraggio a tanti italiani e stranieri che durante il G8 hanno subito delle ingiustizie, sono stato picchiati, torturati, imprigionati". Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, commenta che "il sorriso di Zulkhe è stata la risposta migliore alla sentenza. Avere una risposta di giustizia fa sempre piacere in questo paese". Zulkhe è la ragazza tedesca fotografata in barella all'uscita della Diaz dopo il pestaggio e la cui immagine finì nella copertina dell'inchiesta della procura. Enrica Bartesaghi, presidente del comitato "Verita' e giustizia" ha commentato: "E' incredibile, non ci aspettavamo questa sentenza, si riapre uno spiraglio di fiducia in questo paese. E' stata riconosciuta la catena di comando. Tutti quelli che c'erano sono responsabili". Soddisfazione è stata espressa anche dagli avvocati difensori dei manifestanti e delle parti civili. "E' stata confermata la nostra tesi che anche i vertici sono responsabili dell'operazione. Abbiamo ottenuto il risarcimento delle spese di primo grado, l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni" ha commentato l'avvocato Stefano Bigliazzi. Tra gli altri particolari, è stato riconosciuto anche il danno subito dai giuristi democratici ai quali furono sequestrati degli hard disk alla scuola Pascoli.
L'irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova, la notte del 21 luglio 2001, avvenne il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani, ucciso durante l'assalto a una camionetta dei carabinieri e mentre le strade di Genova erano devastate dalle violenze dei black bloc. La scuola Diaz era stata scelta dal Comune di Genova come ostello per i no global arrivati da tutta Europa. Al termine dell'irruzione dei poliziotti del Reparto Mobile di Roma guidati da Vincenzo Canterini oltre 60 ragazzi rimasero feriti, alcuni dei quali in modo grave. La polizia arrestò 93 giovani, tutti poi prosciolti. In quel frangente, furono sequestrate due bottiglie molotov che erano state trovate per strada e poi - hanno sancito i giudici - furono portate all'interno della scuola per giustificare gli arresti.
Le immagini dei volti feriti, dei pestaggi, del sangue nei locali della scuola devastata fecero il giro del mondo come le parole del giornalista inglese Mark Covell, che subì lesioni gravissime. Uno dei funzionari di polizia imputati, Michelangelo Fournier definì in aula la scena che gli si era parata davanti una "macelleria messicana". Le indagini sono state affidate a Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, due dei magistrati di punta della procura di Genova.
Gli accertamenti sull'irruzione, sulle lesioni, sugli arresti arbitrari e sull'episodio delle molotov sono stati lunghi e difficili e i magistrati inquirenti hanno denunciato l'atteggiamento non collaborativo dei vertici della Polizia. La sentenza di primo grado assolse la "catena di comando", i sedici dirigenti della Polizia. Tredici furono i condannati, per complessivi 35 anni e sette mesi di reclusione.
Non solo Genova, però, è un neo indelebile. Il 17 marzo del 2001, quello degli scontri in occasione del Global Forum e dei successivi terribili pestaggi nella caserma «Raniero Virgilio», fu per Napoli (e non solo) un dies horribilis. E’ scritto nelle motivazioni della sentenza con cui, il 22 gennaio 2010, la V sezione del Tribunale (presidente Clara Donzelli, a latere Alfredo Guardiano e Rossella Tammaro) ha condannato dieci dei poliziotti che trattennero un’ottantina di ragazzi nella «sala benessere» della caserma, sottoponendoli a ogni genere di soprusi e umiliazioni. Tra i condannati, come avevano chiesto i pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristofaro, anche due funzionari, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, cui è stata inflitta la pena di due anni e otto mesi per sequestro di persona: l’unico reato, questo, non prescritto. Ciò che avvenne dopo la manifestazione, scrive il giudice Donzelli, estensore della sentenza, fu, di fatto, un rastrellamento: «Nessuna disposizione normativa poteva giustificare l’arresto dei giovani trattenuti all’interno della sala benessere della caserma Virgilio al fine di essere identificati e, prima ancora, oggetto di quello che può essere agevolmente definito come un vero e proprio rastrellamento.
Decine i casi eclatanti e odiosi di abuso di potere citati nelle 112 pagine depositati. C’è, per esempio, quello di un giovane ipovedente, Stefano C.: «Visibilmente ferito e portatore di handicap, deriso per la sua andatura precaria e trattato con modi bruschi, vide ammorbidire l’atteggiamento violento nei suoi confronti solo allorquando gli venne trovata indosso la tessera dell’Associazione italiana ciechi e venne poi ricondotto in ospedale». Sconcertante anche la vicenda di Andrea C., giovane procuratore legale: la sua esperienza «è ricordata peraltro da molti altri ragazzi, colpiti dal trattamento violento e derisorio riservato al giovane procuratore definito con spregio l’avvocatino. Questi, proprio in quanto assertore del suo diritto di essere informato dello status giuridico che aveva al momento (non risultando nè arrestato nè fermato ed essendo già stato documentalmente identificato presso il drappello ospedaliero) si vide riservato un trattamento molto violento. Ebbe addirittura due perquisizioni, oltre a varie percosse, e ad un certo punto si determinò a non protestare più, ossia a rinunciare all’esercizio dei propri diritti fondamentali. Tanto, com’è ovvio, risulta particolarmente inaccettabile per chi del diritto e del primato di esso sulla barbarie della violenza ha scelto di fare la propria ragione di vita». Parole molto dure, che certamente faranno discutere. Per i giudici, insomma, i ragazzi portati in caserma subirono un trattamento «inumano e degradante». «L’elenco delle condotte criminose in danno delle persone transitate nella caserma consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante. Tali condotte, seppure materialmente commesse da un numero limitato di autori e in una particolare situazione ambientale, hanno comunque inferto un vulnus gravissimo, oltre che a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze di polizia di Stato e soprattutto alla fiducia della quale detta istituzione deve godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». I giudici criticano, in particolare, il comportamento dei due funzionari, Ciccimarra e Solimene, i più alti in grado quel giorno nella caserma: «che essendo presenti ai fatti e potendolo evitare, in quanto dotati di titolo e competenza, da tanto si sono astenuti, consentendo che altri infliggessero a inermi cittadini (nei cui confronti nulla risultava allora e non è risultato in seguito alcun addebito di colpa) violenze e minacce assolutamente ingiustificate».
Ma non finisce qui. Si tratta di un episodio sconcertante quello che ha coinvolto il comandante della Polizia Municipale del Comune di Napoli, Luigi Sementa. L’episodio risale al 5 dicembre 2008, quando un cronista del «free press» «Il Napoli», Alessandro Migliaccio, subì un’aggressione fisica proprio da parte di Sementa. Migliaccio, recatosi presso la sede dei vigili urbani, a seguito di informale convocazione del comandante e in presenza di due colleghi, ha successivamente denunciato in Questura di aver ricevuto uno schiaffo sul viso dal comandante Sementa. La reazione sarebbe scaturita dalla contestazione di un articolo a sua firma, pubblicato sul free press dal titolo «Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante».
L’aggressione è testimoniata da un video, mandato in onda nel corso della trasmissione di Raitre «Linea Notte» e poi da “Striscia la Notizia” e “da Le Iene”. Nel filmato, dopo che al cronista viene intimato più volte di consegnare un documento di identità, si vede l’ex ufficiale dei carabinieri (oggi generale dei vigili) che si avvicina a Migliaccio e gli dà uno schiaffo in pieno volto. Solo l’intervento degli altri due giornalisti presenti evita una nuova aggressione ai danni del cronista. Otto minuti di filmato: dall’ingresso al comando al colpo proibito.
«È sconcertante che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non abbia sospeso dal servizio il capo della locale Polizia municipale, Luigi Sementa, il quale ha ritenuto di poter convocare nel suo ufficio un cronista di E Polis, Alessandro Migliaccio, e di schiaffeggiarlo perchè era l’autore di un servizio che non risultava gradito non si capisce bene a chi e a quanti». È il monito del segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino.
BANDE IN DIVISA.
Tutti ricordano i crimini della “Uno bianca”. Una scia di sangue lunga più di sette anni ha terrorizzato un’intera regione come l’Emilia-Romagna. 23 delitti senza movente, una strage strisciante. Rapine da pochi spiccioli per massacrare benzinai, zingari, extracomunitari, carabinieri, impiegati di banca, semplici testimoni. Un eccidio pianificato, una violenza bestiale per un rebus senza soluzione. Chi sono i poliziotti assassini della Uno bianca? Folli esegeti dello sterminio, "assassini nati" nostrani o Terminator al servizio di forze occulte? Chi li ha protetti, chi li ha guidati, chi ha tirato i fili di questi burattini armati fino ai denti? Una Questura inquinata, quella di Bologna. Una magistratura cittadina ciecamente lanciata - e con ostinazione degna di miglior causa – sempre e comunque su piste sbagliate e devianti. 55 innocenti condannati per reati commessi da altri. E in trasparenza una misteriosa trama di appoggi e coperture. Un altro mistero di Stato.
La cronaca quotidianamente ci parla di criminali in divisa: solo la punta di un iceberg viene fuori dall’omertà e dall’impunità.
Si è concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e il 2005.
Le condanne sono state emesse dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e dei due ideatori ed esecutori dei reati.
I condannati sono agenti che lavoravano presso la Squadra Volanti della Questura di Milano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".
A volte accettavano promesse "di pagamento della metà del valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro di prezzo dell’acquisto".
Di stesso tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008 la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009 altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni spacciatori.
Ma quanto raccontato da "L'UNITA' con il titolo "La banda in divisa" è allucinante.
Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.
Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.
Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».
Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.
Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.
«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.
Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».
E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.
Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?
La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.
Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.
Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».
Dopo questo non si deve dimenticare che è stato condannato a 12 anni, dal Tribunale di Milano, l'ex generale della Finanza Giuseppe Cerciello, accusato di corruzione.
Di pestaggi e violenza gratuita da parte delle Forze dell’Ordine ce ne sono stati dimostrati dai media a bizzeffe. In occasione di manifestazioni politiche (G8 Genova e Global Forum Napoli), sportive e sindacali. In occasione di arresti, in cui, addirittura, ci sono stati dei morti. Ma queste sono solo la punta di un iceberg, ossia quelle situazioni in cui si è potuto dimostrare qualcosa: con filmati o con registrazioni sonore. Per il resto è come nulla fosse successo, data l’omertà e il corporativismo che regna nell’ambiente. Inutile denunciare: chi ti crede? Tanto, la testimonianza delle istituzioni ha maggiore valenza in confronto a quella del semplice cittadino.
"La mia unica colpa è avere una maglietta rossa. Quando mi hanno fermato hanno detto che ero il ragazzo che cercavano, con la maglietta rossa. E giù cazzotti, subito. Non ho capito niente. Io manco ci vado allo stadio. E sò della Lazio". Stefano Gugliotta mostra i segni delle manganellate sulla schiena, su una coscia, all'inguine. Adesso sorride con due denti di meno ai deputati, ai consiglieri regionali in visita a Regina Coeli. Il volto dopo sei giorni appare ancora tumefatto. I punti di sutura chiudono una profonda ferita sulla testa. Stefano è ancora in cella, nonostante il pestaggio è indagato per resistenza a pubblico ufficiale. Saranno i suoi venticinque anni, sarà quello che gli è successo, ma passa le ore a interrogarsi sul senso della vita, sul caso, sulla fatalità. Ha perso il sonno il giovane picchiato dai poliziotti la sera del 5 maggio 2010 dopo la partita Roma-Inter. Due dei presunti colpevoli sono stati identificati attraverso le immagini di un video amatoriale, sono stati ascoltati in procura come testimoni, poi l'iscrizione sul registro degli indagati per lesioni volontarie.
"In un giorno mi è cambiata la vita. E non riesco a spiegarmi perché... Perché sono ancora qui? Non so darmi pace". Stefano ricorda, ricostruisce: "Abito a quattrocento metri dallo stadio, ero con un amico e siamo andati al bar ma, quando siamo arrivati, stava chiudendo e così abbiamo deciso di tornare a casa mia. In via Pinturicchio gli agenti hanno fatto segno di fermarci. Non sono scappato. Perché avrei dovuto? Ho preso un pugno. Sono rimasto fermo perché sò grosso, peso ottanta chili. Pensavo al mio amico che è secchetto. Temevo che ci restasse, lì sotto le botte. Invece lui è riuscito ad andare e io sono finito dentro".
Nella cella del reparto medico dell'antico carcere romano, Stefano Gugliotta non dorme da giorni. I medici lo aiutano con i farmaci. Prende parecchi tranquillanti. "Non riesco neppure a guadare più tanto la tv. Appena c'è una notizia di sport ritorna lo choc, rivedo tutto". Vanno a trovarlo Massimo Pompili deputato del Pd, Luigi Nieri, consigliere regionale di "Sinistra, ecologia, libertà", Stefano Pedica dell'Idv, Patrizio Gonnella dell'associazione Antigone. A tutti chiede se è stato ritrovato il suo orologio, niente di prezioso ma glielo aveva regalato Flavia, la sua ragazza. "Studia danza. Stiamo insieme da un anno. Io le ho dato l'anello". Sorride ancora quando dice che ha visto i genitori, che lo ha "confortato" la mamma. Chi lo ha incontrato dice di averlo trovato tutto sommato sereno, saldo. "Patisce parecchio lo stress del carcere", dice l'onorevole Pompili. Sia lui che Pedica chiedono l'immediata scarcerazione. "È assurdo che rimanga ancora in cella. Dietro le sbarre non ci devono stare gli innocenti".
Solidarietà bipartisan. Il Viminale promette chiarezza ma il ministro Maroni ammonisce: "No ai processi sommari. Condanno la violenza ma anche gli attacchi indiscriminati agli uomini e alle donne delle forze dell'ordine".
In carcere per i disordini del dopo partita ci sono altre sette persone, due sono studenti fuori sede, arrivano da un paesino in provincia di Chieti, hanno 19 anni. "Eravamo andati a vedere la partita - dicono Stefano Carnesale e Emanuele De Gregorio - ci hanno fermati perché avevamo raccolto da terra un'asta telescopica utile per le bandiere. La volevamo usare per i mondiali. Siamo juventini non ultras". In infermeria c'è Daniele Luca con una vertebra rotta. Tutti si chiedono: "Che succederà quando usciremo?". Hanno paura.
Il pestaggio di Stefano Gugliotta, la notte del 5 maggio 2010 nei pressi dello stadio Olimpico di Roma, per il vigore mediatico finisce sotto la lente della procura della Capitale che ha aperto un’inchiesta. Anche il capo della polizia Manganelli ha ordinato un’ispezione interna.
Ma c’è un altro caso choc. Quello di Daniele Luca, 25 anni, padre di una bimba di 3, alla sua quarta volta allo stadio. E’ finito in ospedale con la schiena rotta dopo essere stato investito, secondo il racconto dei suoi avvocati, da una macchina civetta della polizia.
Intanto è bipartisan la richiesta di far luce sull’intera vicenda. Molti i politici di entrambi gli schieramenti che hanno fatto visita a Stefano nel carcere di Regina Coeli dove il giovane era rinchiuso con l’accusa di essere un ultrà e di aver partecipato agli scontri del dopo finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. Ma Stefano, 25 anni, non è nemmeno tifoso e si trovava da quelle parti solo per caso. Lo ha ribadito, ancora una volta, anche al radicale Mario Staderini che lo ha incontrato in carcere.
Staderini, ci dica subito come lo ha trovato…
Fisicamente ha un dente rotto, una ferita alla testa di 6 centimetri e vasti ematomi su tutta la parte sinistra della coscia, sul fianco e anche sulla schiena. Da un punto di vista psicologico l’ho trovato veramente scosso. Non riesce più a dormire la notte e non si capacita di tutto quanto gli è successo.
Nonostante i tre video girati dagli inquilini dei palazzi di Viale Pinturicchio che inchiodano i tre agenti, nonostante i testimoni siano ormai una quindicina, nonostante la disperazione della mamma Raimonda che minaccia gesti estremi, Stefano comunque resta in carcere…
L’unica speranza è che il Tribunale del Riesame sia rapidissimo, altrimenti si tratterà di aspettare altri 15 giorni come prevede il codice di procedura penale.
Non bastano l’ispezione ordinata da Manganelli e l’inchiesta aperta dalla Procura di Roma?
No. E’ necessario che sia aperta anche un’inchiesta penale e che siano sospesi tutti coloro che verranno riconosciuti colpevoli a partire dai dirigenti. Ricordiamo che qualche giorno fa il ministro Maroni aveva concordato con Manganelli la linea del pugno di ferro contro le tifoserie nelle quali si sospetta l’infiltrazione della criminalità organizzata.
C’è anche il caso di Daniele Luca, ci racconti che è successo…
Daniele si era divincolato, a suo dire (ma anche le immagini lo confermano) da un eccesso di manganellate, ed è stato investito da una macchina rischiando di rimanere paralizzato.
Quale macchina?
Una Marea bianca che sembrerebbe trattarsi di una macchina civetta della polizia.
Poi cosa è successo?
Daniele stesso mi ha raccontato di essere stato trattenuto quella sera presso le celle dello stadio Olimpico e di fronte alle sue richieste di andare all’ospedale perché aveva questo dolore alla schiena, gli è stato risposto che non c’erano i requisiti. Solamente alle 6 del mattino dopo, quando è arrivato in carcere, i sanitari lo hanno immediatamente mandato al Fatebenefratelli. Ma la cosa grave è che all’inizio gli sia stato rifiutato di andare a fare le lastre ben sapendo che, essendo stato investito, Daniele poteva davvero aver riportato delle fratture gravissime come poi è stato dimostrato.
A conferma del racconto del radicale Mario Staderini sul caso di Daniele Luca, anche le parole dell’avvocato Lorenzo Contucci, difensore del 25enne picchiato dalla polizia e investito da un’auto all’esterno dello stadio Olimpico di Roma, la sera del 5 maggio scorso al termine della finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. «Questo ragazzo era la quarta volta che andava allo stadio con degli amici e ha avuto la sfortuna di indossare una maglietta rossa al pari di altri due arrestati. Dal momento che l’autore del lancio di sassi contro gli agenti aveva questa maglietta rossa, si è scatenata una sorta di caccia a chiunque vestisse una maglietta rossa. Luca è stato bloccato mentre andava a prendere il suo motorino, picchiato e investito da un’auto, una Marea bianca, che credo sia delle forze dell’ordine dal momento che quella era una zona pedonale».
Questo investimento che cosa gli ha provocato?
A seguito delle botte che ha ricevuto, non solo dell’investimento, Daniele ha riportato la frattura di una vertebra dorsale con 30 giorni di prognosi.
Avvocato, lei conferma che per tutta la notte al ragazzo sono state negate le cure nonostante le sue richieste?
Sì, mi risulta così. La mattina dopo è stato portato a Regina Coeli e da lì mandato al Fatebenefratelli dove le lastre e la tac hanno confermato la frattura.
Insomma: le immagini e le testimonianze dimostrano inequivocabilmente che molti agenti hanno agito con violenza contro dei singoli cittadini inermi. I malcapitati, oltre che le botte, hanno subito l’affronto del carcere, con l’ausilio della magistratura, giusto per chiudere il cerchio dell’ignominia.
MENZOGNE DI STATO.
Il prefetto Gianni De Gennaro è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione dalla Corte d'Appello del Tribunale di Genova, che lo ha ritenuto colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Secondo il Tribunale De Gennaro convinse il vecchio questore del capoluogo ligure, Francesco Colucci, ad "aggiustare" la sua testimonianza durante il processo per il sanguinario blitz nella scuola Diaz, ultimo capitolo del G8 del 2001. Il governo, però, si schiera al suo fianco. "Ha la mia piena e totale fiducia: fino alla sentenza definitiva non cambia nulla, attendiamo fiduciosi nell'esito del ricorso in Cassazione. Per De Gennaro, come per tutti, vale la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva" dice il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. "La sua innocenza, fino a condanna definitiva è sancita dalla Costituzione" aggiunge il ministro della Giustizia Angelino Alfano.
De Gennaro, che nove anni prima era il capo della polizia e poi al vertice del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, era stato assolto in primo grado perché le prove di colpevolezza nei suoi confronti non erano state ritenute sufficienti. Alle 14, dopo quattro ore di camera di consiglio, la corte presieduta da Maria Rosaria D'Angelo (giudici a latere Paolo Gallizia e Raffaele Di Gennaro) ha ribaltato la decisione. Il prefetto è colpevole e con lui anche Spartaco Mortola, divenuto poi questore vicario di Torino e durante il G8 numero uno della Digos genovese. Mortola è stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione per lo stesso motivo: pure lui avrebbe "suggerito" a Colucci la versione da fornire in aula, raccontando in una maniera diversa quello che era stato il coinvolgimento di De Gennaro nella discussa operazione. Per l'assalto ai 93 no-global della scuola, massacrati di botte ed arrestati illegalmente, Mortola è già stato condannato in appello a 3 anni e 6 mesi di reclusione. In questo secondo processo invece De Gennaro non è mai stato nemmeno indagato. "Siamo sconcertati, esterrefatti. Andremo in Cassazione", è stato il primo commento di Piergiovanni Lunca, avvocato di uno degli imputati. "Finalmente è stato possibile dimostrare che siamo tutti uguali davanti alla legge", gli ha risposto la collega Laura Tartarini, parte civile in questo procedimento.
Vale la pena di ricordare che le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono tutte chiuse con pesanti condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati (funzionari, agenti, ufficiali dell'Arma, generali e guardie carcerarie, militari, medici) per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove transitarono almeno 252 no-global fermati durante gli scontri di piazza. Colpevoli anche i picchiatori e i mandanti del massacro nella scuola, a partire dai vertici del Ministero dell'Interno come Giovanni Luperi, attuale responsabile dell'Aisi, l'ex Sisde, condannato a quattro anni di reclusione e Francesco Gratteri, oggi capo dell'Antiterrorismo (stessa pena). Tre anni e otto mesi sono stati inflitti a Gilberto Caldarozzi, che catturò Bernardo Provenzano e ora dirige il Servizio centrale operativo, cinque anni a Vincenzo Canterini, allora numero uno di quella "Celere" romana.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha espresso fiducia nei confronti dei 25 poliziotti condannati in appello per l'irruzione nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001. Commentando la sentenza della Corte d'Appello di Genova il sottosegretario dell'Interno Mantovano aveva detto che "questi uomini" godono della piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell'Interno, e "resteranno quindi al loro posto".
A questo punto vien da presentare un commento, "La menzogna di Stato", di Francesco Merlo pubblicato su "Repubblica", che inquadra bene la questione.
Gianni De Gennaro non è un uomo qualunque, per moltissimi anni è stato un pezzo importante dello Stato italiano, ha alle spalle una carriera di poliziotto modello. Ma proprio per questo la sentenza che lo condanna non dovrebbe spingere nessuno a recitare le solite tragicommedie del garantismo e del giustizialismo. Un servitore dello Stato, un ex capo della Polizia poi Signore dei servizi segreti, non può apparire come un manipolatore di testimoni, non può permettersi una condanna anche se non definitiva, non può consentire che la gente pensi a lui come a un bugiardo. Ha ovviamente diritto alla presunzione di innocenza.
E però, più inquietante della sentenza, c'è la solidarietà meccanica, ideologica, quasi fosse "di partito", del ministro dell'Interno Maroni e del ministro della Giustizia Alfano. Le loro dichiarazioni a caldo, istintive e assolutorie finiscono con l'apparire come una prova involontaria della giustezza della sentenza: come si può essere solidali con un condannato di questa portata? Che fine ha fatto quell'idea rigorosa di Stato che un tempo dai suoi servitori esigeva zelo, dedizione, efficienza e pulizia assoluta?
Insomma, più grave della sentenza c'è la complicità politica con il reo, l'idea che la politica possa annullare le ragioni della giustizia. Di sicuro non è bello la scontata crocifissione ideologica dei soliti nemici di De Gennaro e della polizia, ma si tratta in fondo di pezzi di un'opposizione di pochissimo peso istituzionale. Ben più indecente è l'amicizia ammiccante di Maroni e di Alfano. E in tv ci ha colpito il silenzio del procuratore antimafia Piero Grasso che, seduto per caso tra Alfano e Maroni che difendevano il condannato, esibiva una impassibilità disarmante. Cosa avrebbe detto Piero Grasso se fosse stato lui il condannato, magari pure ingiustamente? Come reagisce un Servitore della Cosa Pubblica se il suo operato vulnera l'istituzione che rappresenta? Difende se stesso anche a costo di offendere lo Stato? Tratta se stesso come un uomo qualunque quando invece è un pezzo di Stato?
Ma voglio essere ancora più chiaro. A noi piacciono i capi che coprono i loro uomini, capiamo le ragioni psicologiche e anche professionali, specie di un poliziotto che ha vissuto i giorni pesanti di Genova, dove però le violenze cieche, di strada, sono purtroppo risultate alla fine meno cruente delle violenze di Stato, quelle costruite a freddo contro degli inermi, di cui spesso le cronache ci inondano di rappresentazioni. De Gennaro insomma lo capiamo senza giustificarlo. Ha le attenuanti del capo che si compromette in favore dei suoi. C'è una nobiltà nella ignobiltà che secondo la condanna ha commesso. Ma la solidarietà dei ministri degli Interni e della Giustizia sconfessa l'operato dei giudici in maniera sconsiderata, solo perché De Gennaro è uno dei loro, uno come loro. Il messaggio che arriva agli italiani è che la corporazione, la cricca, la casta e l'amicizia rendono innocente anche un reo condannato. L'impunità è la peggiore delle sporcizie di Stato.
INSICUREZZA STRADALE.
Sarà quel che sarà, di certo aumentano esponenzialmente i «lampi blu» che sfrecciano nelle nostre città. Migliaia di auto di scorta per volti noti che vanno di fretta.
Non c’è ingorgo che tenga, non c’è fila che possa rallentare il passo alle nuove caste di potenti e potentini che fanno delle città la loro personale «Isola dei famosi». Innestano il lampeggiante e via nella corsia preferenziale, parcheggiati in doppie e triple file protetti dalla magica luce blu. Il lampeggiante è l’ultimo e più ambito degli status symbol che dimostrano che «io sono io e voi non siete un c...», come diceva il Marchese del Grillo. Più ambita dell’auto blu. Quella tutti possono averla, che ci vuole, basta un posticino in una delle tante nostre munifiche istituzioni locali. Ma l’auto blu, senza il lampeggiante è come un bell’uccello con le ali spezzate: può far bella mostra di sé nel traffico, chiudendo un occhio può accompagnare la moglie a far la spesa, ma senza luce e paletta non può volare al di sopra del traffico dei paria.
Ma attenzione, perché il fenomeno in questione non riguarda più solo la personalità straniera in visita, il magistrato sotto scorta, il ministro in missione ufficiale, insomma coloro che per la natura del proprio incarico e per questioni di sicurezza hanno necessità di essere accompagnati da agenti di polizia, pronti ad accendere il lampeggiante ma solo in caso di emergenza. Da quattro anni in qua il fenomeno è in rapida espansione e i furbetti del lampeggiante sono diventati una popolazione sempre più folta.
Tutta colpa di un comma, poche righe di una legge che ha dato la stura al fiume blu. Come spesso succede alle nostre latitudini la questione è partita da un fatto serissimo e in pochi mesi si è trasformata in sbracato eccesso. Bisogna risalire al delitto di Marco Biagi, quando il dibattito sulle scorte ai personaggi a rischio diventa bollente. Per evitare l’arbitrio nella concessione della tutela da parte delle forze dell’ordine, nel 2003 viene emanato un decreto, il numero 253 (poi convertito in legge), che istituisce l’Ucis, un ufficio interforze per gestire le scorte. E per cercare di far fronte a tutte le esigenze senza impegnare troppo personale di polizia, la legge introduce la possibilità «per esigenze di carattere eccezionale e temporaneo» di conferire «la qualifica di agente di pubblica sicurezza a conducenti di veicoli in uso ad alte personalità che rivestono incarichi istituzionali di governo». In sostanza viene creata la possibilità di trasformare un semplice autista, purché in possesso di determinati requisiti, in agente di scorta a tutti gli effetti, cioè con lampeggiante, paletta e licenza di accelerare in caso di emergenza. Ma attenzione alle parole chiave della norma: «eccezionale» e «temporaneo». Manco a dirlo. Quando una legge recita così in Italia si traduce con «per sempre» e «quando ci pare».
Il caso più eclatante è quello di Roma: «Qui il lampeggiante ormai ce l’hanno tutti - sbotta Pietro Giaccardi, presidente dell’Osservatorio sui reparti scorta del sindacato di polizia Consap - politici certo, ma anche funzionari di enti e perfino gente dello spettacolo». A verificare non ci vuole tanto. Basta mettersi di guardia davanti alle sedi Rai. Ed è famoso il caso del marzo scorso, quando davanti al palazzo del Coni si radunarono 40 auto col lampeggiante. Autisti venuti a ritirare i biglietti gratis per la partita Roma-Arsenal. «Oltretutto - mastica amaro l’agente - in quelle auto, non essendoci le personalità a bordo, il lampeggiante non poteva essere attivato». Sai com’è, da personalità a personalismo il passo è breve. «Almeno cambiassero il colore della luce, così la gente saprebbe che non siamo noi poliziotti a sfrecciare nelle corsie preferenziali - aggiunge rassegnato Giaccardi - la beffa è che i professionisti ormai lo usano sempre meno, perché se sei di scorta a un personaggio veramente a rischio, l’imperativo è non farsi notare». Il fenomeno è notevole anche a Napoli. A Milano invece i permessi sono solo una trentina.
La denuncia è tutt’altro che di parte. A rilasciare le autorizzazione agli autisti sono le prefetture. E Giuseppe Pecoraro quando si è insediato come prefetto di Roma ha scoperto che i permessi erano tantissimi, ma non esisteva nemmeno un archivio completo. Ora sta cercando di invertire la rotta: «Il lampeggiante non può essere uno status symbol - ha spiegato - purtroppo non sempre viene utilizzato nei termini consentiti». Pare che gli incarichi «temporanei» siano proliferati tanto che ci sia chi si «dimentica» di restituire il lampeggiante ».
Polizia, il 70% delle vittime sono deceduti su strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro: mancanza dell'uso delle cinture e macchine in stato pietoso sono le cause principali.
L'incredibile dato arriva dall'inchiesta pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbe potuti salvare se solo avessero indossato le cinture di sicurezza? "Probabilmente molti - spiega Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più. Anzi, ci fa ancora più rabbia".
In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come tutti gli altri. "Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita - spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione. Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a rotta di collo per fermare un sospetto?".
CLANDESTINITA'.
La partita che l’extracomunitario gioca con lo Stato italiano è un autentico gioco dell’oca: un giro dietro l’altro, con tappe e passaggi obbligati, ritorno al via e ripartenza.
Cerchiamo di capire il perché partendo dalla prima casella. Ipotesi, che poi è la realtà di tutti i giorni; la polizia municipale di Milano ferma un immigrato senza documenti e senza permesso di soggiorno. Lo chiameremo Mustafà. Come nel 99 per cento dei casi, Mustafà dichiara generalità false. Gli uomini del nucleo radiomobile gli prendono le impronte, gli fanno le foto e le portano in questura, nel gabinetto regionale della polizia scientifica. Se non è già schedato, gli viene assegnato un codice, che diventa la sua vera identità, il suo vero nome. Perché se invece è già segnalato nove volte su 10 all’impronta e al codice che corrispondono al nostro Mustafà sono associati tanti nomi diversi quante le volte in cui è stato fermato.
A questo punto Mustafà si viene a trovare in una delle tre tipiche fattispecie che riguardano gli immigrati senza documenti.
1. La prima è la più semplice: è stato fermato mentre commetteva un altro reato (o era ricercato per lo stesso), spaccio, furto, rapina. Mustafà viene processato, condannato e finisce in carcere. Parallelamente, dall’8 agosto in qua, si apre per lui anche la procedura per il reato di immigrazione clandestina davanti al giudice di pace.
2. La seconda tipologia di eventi in cui rientra Mustafà è quella che abbia ricevuto in passato un decreto di espulsione e l’abbia ignorato. Qui bisogna subito capire come mai Mustafà è ancora in Italia. Il problema alla base è l’incertezza sulla sua identità e la sua provenienza. Una volta che il prefetto ha emesso il decreto di espulsione e il questore il susseguente ordine di allontanamento, sarebbe più efficace accompagnarlo alla frontiera e dirgli addio. Già, ma a quale frontiera? Ti fidi di quello che ti ha detto e lo porti in Marocco. Alla dogana, come minimo i poliziotti locali ti ridono dietro: marocchino? E chi ce lo assicura che è vero? La strada è impraticabile. Prima di liberare Mustafà e di pregarlo gentilmente di tornarsene a casa c’è un’altra possibilità: il Cie, centro di identificazione ed espulsione, a Milano in via Corelli. Peccato sia sempre pieno, non c’è mai posto. E, anche nella straordinaria ipotesi che trovi posto, Mustafà verosimilmente ne uscirà con le sue gambe dopo 180 giorni (prima del pacchetto sicurezza il termine era 60 giorni): i tempi per risalire alla sua vera identità aspettando i riscontri di tutti gli stati del Maghreb sono molto più lunghi. Morale: ordine di allontanamento dall’Italia entro cinque giorni e liberi tutti. Torniamo alla seconda fattispecie: Mustafà è stato fermato, identificato, e si è scoperto che non aveva ancora lasciato l’Italia. Scatta subito l’arresto e il pubblico ministero dispone l’udienza di convalida entro le canoniche 48 ore. Primo intoppo: sono talmente tanti che non si riescono a portare tutti nei processi per direttissima. In quelli che si svolgono, il giudice convalida l’arresto, concede i termini al difensore d’ufficio rinviando il processo più o meno di una settimana e dispone la scarcerazione. Ma il giudice, come abbiamo visto, può anche accogliere istanza di patteggiamento e svolgere direttamente il processo. In ogni caso la sostanza non cambia: entro poche ore di Mustafà non ci sarà più traccia.
3. E veniamo all’ultima fattispecie. Mustafà non ha commesso altri reati e non ha alcun ordine di allontanamento pendente. Fino al 7 agosto andava incontro a una violazione amministrativa con conseguente decreto di espulsione. Dall’entrata in vigore delle norme contenute nel “pacchetto sicurezza” è responsabile di reato di immigrazione clandestina. Il giudice di pace procede in modo autonomo e parallelo anche se il clandestino è già imputato o condannato in altri processi (l’unico reato che lo assorbe è quello per inottemperanza al decreto di espulsione). L’udienza viene fissata non prima di due settimane dal momento del fermo. Ovvio che Mustafà si presenti solo se è già in carcere per altri motivi. In ogni caso la sanzione prevista è l’ammenda da 5 a 10 mila euro che può essere sostituita con l’espulsione. Esemplare è il caso di un algerino, già a San Vittore per spaccio di droga, che è stato condannato alla pena pecuniaria di 5 mila euro, sostituita con l’espulsione per cinque anni. Un provvedimento che non può essere eseguito, secondo il suo avvocato, almeno fino a quando Rouis non sarà giudicato in appello nel procedimento pendente per spaccio di droga. Solo allora potrà tornare alla casella di partenza.
RISULTATO: IN DUE MESI FERMATI A MILANO 732. PARTITI: NESSUNO
Denunciati, processati, arrestati, espulsi: di certo nessuno ha lasciato l’Italia. Di certo per ognuno di loro almeno quattro agenti sono stati impegnati due giorni. I carabinieri ne hanno identificati 394. La Guardia di finanza 33. La polizia di Stato 252. Quelli scoperti dalla polizia municipale sono 68. In diversi casi persone con alle spalle una sfilza di segnalazioni: una trans brasiliana di 41 anni era già stata fermata 38 volte.
Alla inefficienza del sistema si aggiunge il boicottaggio dei “magistrati militanti”.
«Troppi magistrati impediscono l’operatività delle nuove norme sul contrasto all’immigrazione clandestina e bloccano di fatto le espulsioni».
A lanciare l’allarme sul boicottaggio della nuova legge da parte di alcune procure è il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che in un’intervista all’Ansa lancia un appello ai magistrati che invece vogliono rispettare le norme: «È venuto il momento – dice il sottosegretario – che faccia sentire la propria voce chi, dall’interno del mondo giudiziario, non condivide questa visione militante e ideologica del ruolo del giudice; e che, più in generale, faccia sentire la sua voce chi, di fronte alle varie ordinanze di presunto contrasto alla Costituzione, non ha dimenticato che secondo la Costituzione la sovranità appartiene al popolo ed è espressa dal Parlamento. Non da giudici sedicenti “democratici”».
Secondo Mantovano «si sta riproponendo il medesimo film proiettato all’indomani della legge Bossi Fini: «L’11 e 12 settembre 2009 a Lampedusa le “correnti” Md e Movimento per la giustizia hanno chiamato alla mobilitazione contro le nuove norme. A stretto giro il procuratore di Torino ha fornito l’indicazione di non priorità dei processi per il reato di ingresso clandestino, e in vari tribunali d’Italia si fa a gara a chi impugna prima le nuove disposizioni. Tutto ciò con l’appoggio militante dell’Anm, la cui tesi singolare è che questi magistrati si limiterebbero a manifestare il loro pensiero, non a disapplicare la legge».
PARLIAMO DI BLACK BLOC.
Roma messa a ferro e fuoco. L'Urbe devastata e sfigurata. Diversi agenti delle forze dell'ordine feriti e immortalati nelle foto con il volto sanguinante. Autoblindi bruciati. Roma per un giorno era come Beirut, fiamme e fumo nel cuore dell'Europa, nel cuore dell'antica civiltà latina. Il tutto per mano di centinaia di "teste di casco". Così ha definito i black bloc il comico Enrico Brignano in un suo monologo durante la trasmissione “le Iene” del 19 ottobre 2011.
Brignano ha accusato i teppisti di sabato 15 ottobre 2011 in maniera netta e diretta. A tratti lasciando da parte anche la vena ironica. Brignano ha messo sotto accusa l'intelligenza di questi "uomini neri" che forse non sapevano neanche cosa stessero facendo e soprattutto, convinti di arrecare un danno al "sistema", magari lo favorivano, come nel caso delle banche. «Mentre tu black-bloc passeggiavi fra mamme e bambini che giustamente volevano protestare - recita Brignano - ad un certo punto ti viene sta botta di patriottismo e ti metti a spaccare la vetrina della banca, perché questo fa molto rivoluzionario. Ma non ti sei chiesto che magari la vetrina spaccata non gli fa niente alla banca, perché la banca ha magari un'assicurazione contro gli atti vandalici e che magari l'assicurazione gliela rimette nuova la vetrina alla banca? No tu non c'hai pensato perché sei black bloc, è carattere, sei impulsivo....».
Poi Brigano passa a parlare degli incendi alle auto dei privati cittadini. «Tu black - bloc ti sei accorto che c'hai la molotov nello zaino l'accendi e dai fuoco a un po' di macchine parcheggiate, macchine che appartengono a dei poverelli che magari non l'hanno neanche finita di pagare, ma tu non ci puoi fare niente sei black - bloc, c'hai il casco in testa che ti opprime il cervello....- Poi il consiglio - E levatelo sto casco così il tuo cervello lo puoi fare respirare un po' meglio...».
A questo punto Brignano conia un nuovo soprannome per i teppisti di Roma e li apostrofa così: «Visti i fatti, visto quello che è successo posso dirti una cosa mio caro black bloc? Sei o non sei un incommensurabile 'testa di casco'...?».
Ma dopo aver giocato un po' sull'indole teppista degli incappucciati di Roma, Brignano comincia ad accusare le forze dell'ordine. Infatti "c'è una domanda principe" a cui il comico non è ancora riuscito a darsi una risposta ed è questa: «Perché caro black bloc le forze dell'ordine non vi hanno fermato prima?». Quindi anche Brignano alla fine, nonostante attacchi i teppisti dà la colpa dei disordini alla negligenza della polizia. Pensiero condiviso da moltissimi opinionisti, pur non palesandolo per paura di rimbrotti. Secondo il comico "le foto dei black bloc le forze dell'ordine ce le hanno, e se le scambiano come fossero figurine", e quindi la polizia era a conoscenza dell'identità dei teppisti.
Poi arriva l'insinuazione che forse Brignano aveva in serbo sin dall'inizio del suo sketch. "Ma non è che sta manifestazione degli indignati non doveva riuscire...?". A questo punto l’accusa di Brignano sembra chiara: la polizia sapeva tutto, conosceva in anticipo facce e nomi e avrebbe lasciato fare senza problemi perché serviva screditare gli indignati.
Dopo aver lanciato l'accusa il comico torna sui binari accusando anche i genitori dei black bloc che a suo modo di vedere non hanno saputo educare i propri figli. Ma nonostante un monologo di sette minuti dedicato ad accusare i teppisti alla fine il messaggio che è passato, quello più pesante, è contro la polizia colpevole di aver strizzato l'occhio ai black bloc. Ma alla fine resta una verità indiscutibile e ce la dà lo stesso Brignano: «300 black bloc mimetizzati con le spranghe in mano non valgono un solo romano definitivamente incazzato che tira fuori il crick dalla macchina black bloccata».
No Global, No Tav, Black bloc, Indignados, anarchici, Carc, popolo di Seattle, Tute bianche, centri sociali, Ribelli hanno sfasciato, incendiato, divelto, minacciato e picchiato. Ecco il bilancio da brivido della follia di piazza. Ed è tutto a carico dei contribuenti. La vera beffa? Dal G8 di Genova agli scontri nella Capitale hanno pagato in pochissimi.
Nemmeno le locuste di biblica memoria hanno fatto danni quanto loro. Disobbedienti, No Global, No Tav, Black bloc, Indignados, anarchici, Carc, popolo di Seattle, Tute bianche, centri sociali, Ribelli hanno sfasciato, incendiato, divelto, minacciato e picchiato. In dieci anni, dal Global Forum di Napoli passando per l’inferno del G8 di Genova fino alle devastazioni romane del 15 ottobre 2011, questi teppisti hanno provocato almeno 300 milioni di euro di danni diretti e indiretti. La cicatrice che hanno lasciato sulla pelle del Paese unisce Nord e Sud, senza distinzione. Con un bilancio da brividi. Tutto a carico dei contribuenti.
ROMA CAPUT SCONTRI. In quattro anni, dal 2007 al 2011, la Capitale ha subito danni per oltre 40 milioni di euro. Solo per i disastri di sabato 16 ottobre 2011, bisognerà riparare 1.200 mq di sampietrini, 30 pali della segnaletica stradale, 300 mq di percorsi per non vedenti, 50 cestoni di ghisa, 80 cassonetti, 3mila metri quadrati di mura cittadine. A cui bisogna aggiungere un extra di 250mila euro per i guasti alla linea Metro (1.500 corse perse, 2.500 limitate, 13 cancellate e 20 telecamere di videosorveglianza distrutte) e un altro di 80mila per le spese straordinarie sostenute dalla polizia municipale (300 unità in servizio, una vettura danneggiata e 3 garitte demolite). Incalcolabili i danni al turismo e all’immagine di Roma (già si registrano le prime disdette di tour operator). Almeno un milione di euro i mancati guadagni dei commercianti e un altro milione di danni ai privati. Il 15 dicembre 2010, la protesta contro il governo portò al danneggiamento di 23 auto e 8 motorini, alla devastazione di vetrine e saracinesche per 150mila euro. Ancora prima, il 10 giugno 2007, per la visita di George W. Bush a Roma, alla stazione Tiburtina, 300 scalmanati scatenarono una vera e propria intifada contro le forze dell’ordine. Danni incalcolabili anche lì.
Il 23 luglio 2011, a Chiomonte (in provincia di Torino), la battaglia inizia all’imbrunire. L’assedio al cantiere Tav dura 4 ore: 600 dimostranti battagliano con sassaiole, incendi e una pioggia di fuochi artificiali. La tecnica è quella dei vietcong: attacchi mordi e fuggi. Alla fine dell’assedio,il vicino villaggio neolitico (risalente a 6mila anni fa) è ridotto a un cumulo di macerie.
A Milano, l’11 marzo 2006, le forze dell'ordine sequestrano l'arsenale del «Presidio antifascista»: bastoni, tirapugni, pietre, una tanica di benzina, passamontagna, coltelli a serramanico, bombe carta con chiodi a tre punte, estintori e martelletti. La conta dei raid è: 6 auto in fiamme, 3 vetrate di McDonald's infrante e il call center di An distrutto, 18 feriti e 41 arrestati. Il gip che firma gli ordini di cattura parla di «eccezionale animosità» e di «una singolare volontà di contrasto alle autorità, all’ordine costituito, alle leggi e alla pacifica convivenza».
La prova generale del disastro di Genova è avvenuta Napoli, 17 marzo 2001. Scontri violentissimi. Danni ovunque. Cinque poliziotti feriti, altrettanti carabinieri. Sfondate le vetrine di quattro istituti di credito e dell’Adecco, agenzia per il lavoro interinale. In tilt 50 bancomat. Danni ai monumenti del centro storico. Porto bloccato per un’intera giornata. La protesta contro il «Global Forum»calcolando per difetto costerà oltre 7 milioni di euro.
In principio erano 10 miliardi di lire, poi 15, poi 20. Alla fine il conto è di 50 milioni di euro. E una lista infinita di disastri per quel 20 luglio 2001: in fiamme 83 auto, sfondati 41 negozi, 34 banche, 9 uffici postali, 16 distributori di benzina, 7 edifici pubblici e privati, 9 cabine telefoniche e 1 carro attrezzi. Non a caso il gip parlò di «impressionante furia distruttrice». A Roma, Milano, Napoli e Genova pochissimi teppisti son finiti al fresco. Tanto fumo e pochi arresti.
Sono poco meno di 2000. Il fondo della bottiglia secondo un’inchiesta di “La Repubblica”. Hanno un nome e un cognome. Tutti nello stesso elenco, divisi tra destra e sinistra come se davvero in quella violenza si potesse fare una distinzione così netta. In fondo alla lista il totale dice 1.891, distribuiti in tutta la penisola, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Vivono nei centri sociali di sinistra o nelle curve degli ultras. Occasionalmente in tutte e due. Ma anche in condomini anonimi, funzionari di prefetture e impiegati modello. Calano il casco sul volto come il passamontagna degli anni Settanta. Nell’elenco può capitare di trovare qualche ex della lotta armata, finito sulle barricate per nostalgia. L’intelligence li segue da anni. Sabato 15 ottobre 2011 hanno trasformato piazza San Giovanni in un campo di battaglia, la loro battaglia. La mappa dell’Italia violenta, gli insediamenti di quelli che per comodità vengono ormai definiti black bloc, riflettono la storia del Novecento italiano. Non è strano osservare che le regioni dell’estremismo nero sono quelle dove l’eredità del fascismo è ancora forte: il Lazio, in testa, ma anche la Campania e l’Abruzzo. E poi la Calabria dei "boia chi molla" e l’Alto Adige degli attentati irredentisti degli anni Sessanta. Sul versante opposto la Toscana con la tradizione centenaria del movimento anarchico di Livorno. "Nel fondo della bottiglia - racconta chi indaga - ci si può entrare anche occasionalmente. Black bloc per un giorno, gente che, arrestata, dice 'passavo, ho visto che c’era casino e mi sono aggregato'. Spesso ultras che hanno fatto allenamento nelle curve degli stadi". Ma il nocciolo duro non è fatto di violenti per caso. Piuttosto di gente che pianifica scientificamente le azioni, usa i movimenti come scudo. Il fondo della bottiglia ha bisogno del suo brodo di coltura, ha bisogno di collegamenti internazionali, in alcuni casi di campi di addestramento, come ha documentato Repubblica. In occasione degli scontri in Val di Susa del 3 luglio 2011 - una giornata di battaglia con centinaia di feriti, lanci di molotov e assalti a colpi di bottiglie piene di ammoniaca - le relazioni dell’intelligence raccontano che una buona rappresentanza della black list è salita fin nei boschi di Chiomonte. "Provenivano - è scritto nelle relazioni - da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Campania". A questi si aggiunge "un ristretto gruppo di attivisti provenienti dall’estero, in particolare dalla Francia". Una conferma dei collegamenti e degli scambi a livello internazionale. "Ma state attenti - dicono gli investigatori - a non cercarli troppo lontano da casa. Molti black bloc sono l’altra faccia del movimento". Doctor Jekyll e mister Hide, persone che a metà di un corteo lasciano le bandiere e impugnano gli estintori. La faccia inconfessabile di movimenti che "non hanno una identità definita, nati dalla rabbia e dai tam tam del Web. Movimenti contenitore nei quali si finisce per accettare chiunque perché nessuno è titolato a selezionare chi partecipa sulla base di un programma, di una ideologia. Chiunque - dice l’investigatore - ha un buon motivo per indignarsi per qualcosa". Eccolo il brodo che serve al fondo di bottiglia. Perché l'assalto alla banca, l’incendio del blindato dei carabinieri, sono la prosecuzione del corteo con altri mezzi. Era già successo a Torino, nella primavera del 2009, alla manifestazione contro il G8 dell’università: un corteo pacifico di studenti che attraversa le vie del centro e che improvvisamente si trasforma in un esercito di black bloc pronto ad assaltare la polizia. "Non di rado - dice l’investigatore - tra coloro che il giorno dopo deploravano la violenza abbiamo individuato alcuni di quelli che il giorno prima ci assaltavano tirandoci le molotov". Perché tra i nuovi cattivi e i vecchi movimenti può scattare anche un patto di mutuo soccorso. Si legge in una recente relazione dell’intelligence: "Tra i manifestanti della val di Susa, pur contrari alla violenza, è infatti sempre più diffusa la consapevolezza che la disponibilità all’azione mostrata dalle componenti dell’antagonismo più estremo, possa rivelarsi funzionale agli scopi della protesta contribuendo a dare spessore e visibilità alle istanze del movimento". Che la lotta contro il supertreno sia un’occasione ghiotta per gli uomini della black list è dimostrato da un grave episodio avvenuto nel 2007 quando la magistratura arrestò alla periferia di Torino Vincenzo Sisi, un sindacalista vicino ai Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Nel giardino di Sisi venne trovato un kalashnikov e in casa sua volantini e documenti sulla battaglia No Tav. Un tentativo abbastanza maldestro per provare a mettere il cappello su una lotta che all’epoca non praticava la violenza. Allo stesso modo movimenti poco strutturati come quelli che scendono in piazza in questi mesi possono diventare interessanti per qualche reduce del partito armato: "Seguendo e intercettando quella parte dei black bloc che ha partecipato agli scontri di Roma il 15 ottobre - dice l’investigatore - abbiamo incrociato anche personaggi legati alla galassia delle ultime Br, in particolare ai Nuclei comunisti combattenti".