foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

IGNORANZA

OSSIA, IL SAPERE DELL’ASINO

“L’Italia fondata sul lavoro, che non c’è, fatto salvo per i mantenuti e i raccomandati. L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie. La raccomandazione nel pubblico impiego è la negazione della meritocrazia e dell'efficienza, oltre ad essere un reato impunito e sottaciuto, dato che sono gli stessi raccomandati ad occuparsene. Cultura e scienza in mani improprie. Le scuole non mi invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi.

Sia libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicuri l'adeguata competenza, senza vincoli professionali di Albi, Ordini, Collegi, ecc. Il libero mercato garantirà il merito. Le scuole o le università siano rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomini i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni".

di Antonio Giangrande

“SCUOLA IN CHIARO”: alla ricerca del luogo comune. Inchiesta di Salvo Intravaia su “La Repubblica”.

Scuola pubblica, ma pagano anche le famiglie: fino all'80% delle spese a carico dei genitori.

Gite, corsi, cancelleria e detersivi: ecco per cosa chiedono contributi i licei. Sul sito del ministero dell'Istruzione i dati relativi a tutti gli istituti. Al Sud il contributo privato è minore. Corsi pomeridiani e attività sportive, giornalini d'istituto e recite teatrali, gite e viaggi d'istruzione, corsi di lingua straniera e per conseguire la patente informatica, rivolti a prof e studenti, corsi per ottenere il patentino per i ciclomotori, assicurazione: nei licei classici e scientifici italiani, quasi sempre, pagano mamma e papà. E non solo. L'obolo offerto dalle famiglie alle scuole contribuisce a pagare anche carta igienica, materiale di cancelleria, toner e carta per le fotocopie e perfino i detersivi per mantenere puliti gli ambienti scolastici. Senza quei soldi i licei italiani entrerebbero in crisi. E' una delle prime informazioni che emergono dal link "scuola in chiaro": il portale che renderà più trasparente la scuola italiana, consentendo ai genitori in procinto di iscrivere (entro il prossimo 20 febbraio) i figli all'anno scolastico 2012/2013 una scelta più consapevole. Una iniziativa lanciata lo scorso 12 gennaio 2012 dal ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo. Nella maggior parte dei licei classici e scientifici del Belpaese il contributo complessivo, spesso "volontario", versato ad inizio anno dalle famiglie supera abbondantemente quanto le stesse scuole ricevono dallo Stato e dagli enti pubblici e locali. Arrivando, in alcuni casi, a superare anche l'80 per cento dell'intero budget necessario per ampliare l'offerta formativa. Un panorama che non varia molto se si estende l'analisi a tutti gli altri licei: artistici, delle scienze umane, linguistici e musicali/coreutici. Ma che fino ad alcuni anni fa era impensabile.

L'inchiesta condotta da Repubblica abbraccia tutti i licei di 10 grandi città italiane (Torino, Milano, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari): in tutto, i 223 licei che hanno messo in linea i dati sull'origine dei loro finanziamenti, esclusi gli stipendi di insegnanti e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) che vengono pagati direttamente dallo Stato. Alcuni esempi serviranno a chiarire i termini della questione. In cima alla classifica dei 223 licei presi in considerazione troviamo lo scientifico Cannizzaro di Roma che riceve l'82,3 per cento delle proprie entrate "da privati": per la quasi totalità i genitori stessi. Seguono il liceo capitolino i classici Beccaria e Manzoni di Milano, che devono ringraziare la generosità dei genitori, rispettivamente, per l'80,3 e l'80,1 per cento delle proprie risorse. A Torino il liceo pubblico più sostenuto dalle famiglie è lo scientifico Volta, in cui tre quarti del budget annuale proviene "da privati". Scendendo per lo Stivale, la quota di finanziamenti pubblici aumenta e cala il sostegno delle famiglie. A Cagliari i finanziamenti non pubblici che entrano nelle casse dei licei raggiunge mediamente il 26 per cento, con record (69,4 per cento) al classico Dettori. A Napoli, le famiglie finanziano i licei per il 28 per cento del totale. In coda alla classifica c'è Palermo, col 18 per cento di finanziamenti privati nelle casse dei licei pubblici, e Bari: 19 per cento. La città più costosa è Milano, dove 60 euro su cento presenti nelle casse dei licei provengono direttamente dalle tasche delle famiglie. La classifica per indirizzi vede stabilmente in testa i classici. A generare questa singolare situazione, probabilmente, è stato anche il taglio ai finanziamenti destinati all'autonomia scolastica, particolarmente pesante nell'era Gelmini. Nel 2001, per finanziare la legge 440/97 furono stanziati 269 milioni di euro, che dieci anni dopo (nel 2011) si sono assottigliati a 79: meno 71 per cento. Le scuole, per ovviare alla scure gelminiana, si sono rivolte alle famiglie chiedendo loro "contributi" da poche decine a 200 euro.

Docenti, più trasferimenti al Sud smontato luogo comune leghista.

I dati forniti dal ministero smentiscono la tesi dei meridionali "furbetti" che vanno al Nord e poi si fanno rimandare nelle regioni d'origine, uno dei cavalli di battaglia del Carroccio. Lombardia e Veneto sono al di sotto della media nazionale. Insegnanti più stabili al Nord e "ballerini" al Sud. I dati messi a disposizione dal sito del ministero "Scuola in chiaro" - il link lanciato dal ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, per consentire alle famiglie di scegliere con maggiore consapevolezza la scuola dove iscrivere i propri figli - smontano un luogo comune sui docenti meridionali in "missione" al Nord e consegnano agli italiani un'altra verità: della più volte lamentata "toccata e fuga" dei "terroni" nelle scuole dei "po'lentoni" settentrionali non c'è traccia. Eppure, la presunta "furberia" dei meridionali, che si sposterebbero nelle regioni del Nord per "rubare" i posti ai colleghi del luogo e dopo pochi anni rifarebbero le valigie in direzione opposta, lasciando le cattedre vacanti, è stata uno dei leit motiv della politica leghista degli ultimi anni. E se questa migrazione si è in qualche caso verificata, in base ai numeri pubblicati qualche giorno fa da viale Trastevere, è stata del tutto marginale. I dati lo confermano. Scorrendo la tabella costruita da Repubblica.it, con il tasso di mobilità regionale di maestri e professori, si scopre che il corpo docente più stabile è proprio al Nord: meno trasferimenti e, di conseguenza, più continuità didattica. Vale la pena citare qualche dato. In Lombardia e Veneto, roccaforti leghiste, i trasferimenti degli insegnanti di scuola elementare ammontano rispettivamente al 4,2 e 3,1 per cento: sotto la media nazionale che si attesta al 4,3 per cento. I dati in questione si riferiscono a "tutti" i trasferimenti: quelli all'interno del comune e della provincia e la piccola percentuale di trasferimenti interprovinciali, che scattano solo all'ultimo nel complesso sistema della mobilità dei docenti. Una "percentuale della percentuale" che riduce ancora il fenomeno dei docenti che ottengono il via libera per tornare al Sud. Ma, allora, forse il fenomeno esplode nelle medie? Niente affatto. Anche qui nelle due regioni simbolo dell'impegno leghista contro "l'invasione" dello "straniero" meridionale i conti non tornano: 7,2 per cento di trasferimenti in Lombardia e 8,5 in Veneto. Contro una media nazionale che tocca quota 9,0 per cento. In tutte le regioni settentrionali il tasso di mobilità dei docenti per "trasferimento a domanda" è del 5,5 per cento, contro una media nazionale del 6,2 per cento. E', paradossalmente, al Sud che la classe docente è più dinamica: 6,8 per cento. E la presunta fuga degli insegnanti meridionali verso le regioni d'origine? I dati ministeriali sono confermati da uno studio della Fondazione Agnelli, che nell'ottobre 2009 censì il numero dei docenti che ottennero il lasciapassare dal Nord verso una scuola meridionale: 691 in tutto su oltre 69 mila richieste soddisfatte. E per dare l'idea dell'impatto che questo fenomeno può avere sulle scuole settentrionali basta fare due conti. Nelle sei regioni del Nord - escluse Valle d'Aosta e Trentino Alto-Adige - sono presenti 3 mila e 500 istituzioni scolastiche e quasi 16 mila plessi. Le 691 fughe verso le scuole del Mezzogiorno toccherebbero quindi un plesso ogni 23.

PARLIAMO DI LIBRI: I FURBETTI DEI TESTI SCOLASTICI.

Abbiamo confrontato, con l'aiuto di un libraio, volumi di diverse materie: differenze minime ma lo studente deve acquistarli nuovi. L'usato perde spazio. E la spesa sale. L'indagine di Altroconsumo. Sale il costo dei libri. Ormai siamo oltre i 300 euro per una classe delle superiori. E, ogni anno, bisogna comprarne dei nuovi. Ma, provando a fare il confronto, si scopre che le ultime edizioni presentano differenze impercettibili rispetto alle precedenti. Le responsabilità di ministero, scuole e docenti. Da un’inchiesta di “La Repubblica”.

Cambia il titolo, una foto, il prezzo, ma il libro da comprare è lo stesso. Sfogliare le diverse edizioni dei testi scolastici può portare a spiacevoli sorprese: modifiche impercettibili, argomenti uguali, con le medesime parole, spostati di pagina. Ma lo studente è costretto all'acquisto perché il "codice" è diverso. Il budget sale, le leggi vengono aggirate e il mercato dell'usato perde spazio. Le nuove possibilità su internet.

"E quindi uscimmo a riveder le stelle"; che Dante si riferisse ai prezzi "astronomici" dei testi scolastici? L'interpretazione potrebbe spingere qualche editore a pubblicare una nuova edizione dell'opera. Anche quest'anno si conferma l'aumento della spesa per l'acquisto dei libri scuola, l'usato scarseggia e gli studenti si organizzano tra banchetti e compravendite online. La Divina Commedia è sempre più cara e così anche tutti gli altri testi, sia per la scuola secondaria che per la primaria. A settembre si ritorna sui banchi con gli zaini ancora più pesanti e i portafogli più leggeri. Gli aumenti, valutati dalle associazioni dei consumatori, variano tra il tre percento di Adusbef e Federconsumatori e l'otto percento di Codacons. La spesa che una famiglia dovrà affrontare a settembre cambia a seconda dell'indirizzo scelto. Per una prima liceo del classico si spendono 330 euro, per una prima scientifico 315, la cifra per un istituto tecnico è invece di 300. Non va bene ai liceali del primo anno costretti a spendere anche 300 euro per i dizionari. Ma a subire gli aumenti più significativi saranno gli studenti degli istituti tecnici del settore tecnologico (più 9,1 percento) e di quello economico (più 5,7 percento). Il passaggio al secondo anno comporta un incremento di spesa netto: si arriva al 37,5 percento per il settore tecnologico e al 20,6 percento per quello economico.

Altroconsumo punta il dito contro il ministero dell'istruzione, che ha alzato i tetti massimi di spesa a cui le classi devono attenersi per il libri di testo. Tetti che non vengono rispettati almeno nella metà dei casi: lo dice Adiconsum secondo cui lo sforamento raggiunge il 30-40 percento del massimo previsto. E spesso vengono utilizzati stratagemmi per restare all'interno del budget: "Quattro ragazzi sono tornati indietro per acquistare altri libri - racconta Alessandro D'Alessandro di Voltapagina - che dalla lista risultavano come "consigliati" ma in realtà hanno scoperto essere necessari per il programma di quest'anno". E' il caso di una quinta liceo di un artistico genovese; sommando i prezzi dei libri segnalati in lista come "da acquistare" con quelli "consigliati" si supera di gran lunga il tetto spesa, ma calcolando la cifra dei soli "da acquistare" si rimane nei termini previsti dalla legge. Anzi, si resta al di sotto: di 49,10 euro, per la precisione. Ma, poi, bisogna andare a verificare se e come i libri "consigliati" diventano praticamente "obbligatori" perché, alla prova dei fatti, l'insegnante, magari, li richiede.

Ma non è l'unica sorpresa dietro l'angolo per le famiglie. Il mercato dell'usato è sempre più strizzato perché si susseguono nuove edizioni. La circolare del Ministero, in materia di adozioni per l'anno scolastico 2011 - 2012, parla chiaro. Per la scuola media e superiore si richiamano i vincoli stabiliti il 4 marzo scorso dal comma 23: edizioni bloccate rispettivamente per cinque e sei anni. Ma accade che cambi l'editore e con un testo identico ci si ritrovi un codice a barre diverso. "Immagini della biologia" di Campbell, già seconda edizione, volume C, edito da Zanichelli nel 2010, diventa "Il nuovo Immagini della biologia", Il corpo umano, sempre di Campbell ma Libro misto (cioè con contenuti multimediali come previsto dalla riforma Gelmini) ed edito da Linx. Stesso prezzo, ma cambio di edizione. Stando ai contenuti pare che la scienza non abbia fatto scoperte sconcertanti in materia di gechi; l'edizione Zanichelli, a pagina 338 dice: "Un anatomista prenderebbe in esame la struttura dei muscoli e delle ossa delle zampe di un geco, o la forma e il numero delle setole delle dita". L'edizione Linx, a pagina 340: "Un anatomista, per esempio, si interesserà della disposizione dei muscoli e delle ossa nelle zampe di un geco oppure della forma e del numero delle setole cutanee che gli permettono di arrampicarsi sui muri".

Ancora un esempio: la materia, italiano in questo caso, ma nuovo titolo. Nell'edizione unica del 2005 ancora in catalogo era "L'esperienza del testo" di Beatrice Panebianco e Antonella Varani volume "La narrazione", per Zanichelli al costo di 20,70. Dal 2009 è "Metodi e fantasia", La Narrativa di Beatrice Panebianco e Antonella Varani, sempre per Zanichelli ma libro misto, costa meno (19,70 euro) ma se è una nuova adozione sono altri venti euro da aggiungere per un testo che aperto a caso e a confronto con quello precedente (che quindi si potrebbe acquistare a metà prezzo usato) non salta all'occhio certo per le novità. Anzi. Si prenda l'analisi del racconto. Prima era, (pagina 47): "Caratterizzazione del personaggio. Tipi e individui. A seconda della complessità psicologica distinguiamo fra tipi e individui. Il personaggio tipo o piatto è statico, cioè non si evolve nel corso della storia, ha tratti psicologici costanti e una fisionomia rigida che ne mettono in risalto un difetto (avarizia, viltà) o una qualità (generosità, mitezza) e ne fanno il simbolo di una condizione umana". Pochi anni dopo (pagina 68) le modifiche sono impercettibili: "L'identità. Tipi e individui. A seconda della complessità psicologica distinguiamo fra tipi e individui. Il personaggio tipo (o piatto) è statico, cioè non si evolve nel corso della storia, ha tratti psicologici costanti e una fisionomia rigida che ne mettono in risalto un difetto (avarizia, viltà)... o una qualità (generosità, mitezza...) e ne fanno il simbolo di una condizione umana". Cambia la scelta dei testi e l'ordine in cui vengono presentati gli argomenti ma la forma dei contenuti rimane la stessa. A volte non cambia neanche la copertina. "L'esperienza del testo" di Panebianco e Varani, edito da Zanichelli, volume poesia e teatro, prezzo 17,20 dal 2005 in corso la copertina presenta una foto a riquadro. In "L'esperienza del testo poesia e teatro" di Panebianco e Varani, edito Zanichelli con percorso, 2011, prezzo 17,20. Stessa copertina ma la foto è estesa e ben in evidenza il logo del "Libro Misto". La vita di Umberto Saba? Quella è. Ma in quanti modi si potrebbe raccontare? Per Zanichelli uno e uno soltanto. Prima e dopo: "La vita. La famiglia. Umberto Saba (pseudonimo di Umberto Poli) nacque a Trieste nel 1833 da madre di origine ebraica (si chiamava Felicita Rachele Coen). Con scheda a fine pagina (115 per l'edizione 2005, 185 per quella mista) intitolata Il "complesso di Edipo".

Il libro, dunque, è lo stesso ma c'è "l'aggiuntina" del nuovo codice. E allora per risparmiare si va in rete. Il primo settembre scorso l'arrivo di Amazon nel mercato dell'usato ha messo tutti in competizione. Sul web è boom di siti che permettono di comprare e vendere i testi usati. Si risparmia così dal 50 al 70 percento della spesa prevista. Il vantaggio è che questi marketplace non trattengono percentuali e la consegna avviene in due giorni lavorativi. Il rischio è che con il corriere arrivino dei testi non proprio intonsi e allora il risparmio è bello che andato. Ebay e Amazon costano un po' di più e consentono la verifica del venditore, Comprovendolibro rilascia i contatti del venditore il quale decide le modalità di consegna.

In alternativa c'è Studenti.it dove è possibile scoprire il mercatino dell'usato più vicino a casa e risparmiare il cinquanta per cento o ancora la catena della grande distribuzione, dove per legge (Levi) lo sconto sul nuovo non dovrebbe superare il 15 percento, ma dove è anche possibile prenotate online la lista e ritirarla nel punto vendita. Da Leclerc ad esempio lo sconto arriva fino al 30 percento: il 15 è sul prezzo di copertina e il resto in buoni spesa, ma a Confcommercio non va giù. La politica degli sconti ha una logica perversa - dice il sindacato unito dei librai - perché il grande distributore fa lo sconto al cliente richiedendo grossi sconti all'editore che per difendersi alza il prezzo di copertina: evitare lo sconto selvaggio comporterebbe un calo dei costi a vantaggio di tutti".

Parla l'amministratore delegato della Sei che produce da anni il capolavoro dantesco: "Per legge non possiamo fare una nuova opera per 5 anni. Il colore è importante per i giovani d'oggi". E si punta sull'integrazione multimediale. "Non è vero che cambia soltanto un avverbio, la nuova edizione è a quattro colori", spiega Ulisse Iacomuzzi, amministratore delegato di Sei (Società editrice internazionale). "Per legge non possiamo fare una nuova opera per cinque anni e questa normativa lascia aperti dei problemi soprattutto per le materie scientifiche". L'attività di editori scolastici di Sei è tradizione in Italia. Generazioni dopo generazioni hanno studiato sulla Divina Commedia della casa torinese. "Dal 2010 offriamo in alternativa al testo integrale, un'antologia con allegato un dvd dove c'è tutta la Commedia". Quanto alla scelta della nuova edizione policromatica: "I ragazzi fanno sempre più fatica a muoversi sui testi; è molto difficile proporre un mondo in bianco e nero quando loro vivono a colori". Le nuove edizioni, stando alla casa editrice, sono sempre motivate dall'offerta didattica: "Siamo stati i primi a offrire la parafrasi della Commedia e anche l'ultima versione non è stata un'operazione decorativa uscire con i quattro colori e lo dimostra la soddisfazione dei docenti".

La riforma Gelmini ha avuto ripercussione economiche anche sugli editori: "Forniamo sempre e comunque libri misti o su rete tramite un dvd con conseguenze economiche rilevanti per noi; le novità comportano sempre una spesa". Il testo ormai va pensato con l'integrazione multimediale, entro il prossimo anno tutti i libri dovranno essere misti: "Siamo ancora nella terra di nessuno; su carta il testo rimarrà ancora per molto tempo certo è che i contenuti andranno tarati. Circa l'apprendimento il libro è un mondo chiuso che continua a dialogare, su Internet il ragazzo è sparato nell'universo e distratto da mille applicazioni". La linea di Sei è chiara: "La nostra posizione è questa, il libro è autosufficiente; vuoi di più? Ti diamo delle integrazioni". Quanto alle spese: "Spalmare la spesa in otto mesi farebbe meno impressione ma non dimentichiamoci che la cultura è un investimento".

Tetti di spesa per frenare i prezzi. Una scuola su due non li rispetta. Il ministero dell'Istruzione nel 2008 stabilì un limite massimo per i testi scolastici. Secondo Altroconsumo, però, c'è stato un aumento, che va da un minimo dell'1,4% di una prima classe di scuole medie, a un picco massimo del +37% di un secondo anno di un qualsiasi istituto tecnico con indirizzo tecnologico. Trecento euro per una prima classe di un istituto tecnico, 305 per la quinta di un liceo scientifico, 376 euro per comprare tutti i libri di una terza classe di liceo classico. La cultura costa e il mercato dei libri scolastici non conosce crisi, ma la crisi la conoscono bene quelle famiglie che hanno uno o più figli in età scolastica a cui devono garantire un'istruzione e arrivare a spendere per ogni figlio fino a 500 euro e oltre tra libri di testo, cancelleria e dizionari vari, può diventare una vera difficoltà. Eppure una soluzione, tempo fa, si era cercato di trovarla: nel 2008 è stato finalmente fissato un nuovo tetto di spesa per i libri di testo, che riguardava anche le scuole superiori. Una sorta di calmiere dei prezzi, che tutte le scuole italiane avrebbero dovuto rispettare. Gli insegnanti, nel preparare la lista dei libri da adottare durante l'anno scolastico, non possono superare una certa cifra stabilita in base a uno studio condotto da tecnici ed esperti del Ministero dell'Istruzione del governo Prodi, i quali, analizzando tutti i testi in commercio, per ogni singola materia di studio, fissarono appunto un limite massimo di spesa per l'intero anno scolastico. Nonostante ciò, ogni anno, la spesa non ha smesso di crescere. Secondo un'indagine di Altroconsumo, curata dalla ricercatrice Lucia Canzi, tra lo scorso anno scolastico e quello che sta per iniziare, in tutti gli indirizzi di studio di ogni ordine e grado, c'è stato un aumento, che va da un minimo dell'1,4% di una prima classe di scuole medie, a un picco massimo del +37% di un secondo anno di un qualsiasi istituto tecnico con indirizzo tecnologico, dove, per riempire lo zaino di uno studente, nel 2010 bastavano 160 euro, mentre oggi ne servono 220.

I motivi di questi rincari sono più di uno e sono imputabili a soggetti diversi: lo scorso 10 maggio, in linea con le direttive della riforma scolastica che ha introdotto nuovi indirizzi di studio e ne ha modificati altri, il ministero dell'Istruzione, con il decreto n° 43 ha alzato l'asticella del cosiddetto tetto massimo di spesa consentendo, appunto, al corpo docenti di sforare il limite in vigore dal 2008. Il ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini mette le mani avanti e tuona: "Avvieremo subito un monitoraggio e siamo pronti a mandare gli ispettori in quelle scuole che superino pesantemente i tetti di spesa. È concesso uno sforamento massimo del 10%, ma solo per ragioni motivate. Siamo pronti a togliere i fondi del ministero a quegli istituti che supereranno tale limite". Infatti le colpe sono anche imputabili al corpo docente, che, nel comporre l'indice dei testi di studio, molto spesso e con troppa disinvoltura, supera i tetti massimi di spesa, ben oltre quel 10% consentito. Secondo Altroconsumo (indagine a campione su tutto il territorio nazionale nell'anno scolastico 2010/11), il 50% delle scuole interrogate non ha rispettato i tetti di spesa. A questo c'è da aggiungere che, mediamente, i docenti appaiono impreparati sul fronte della tecnologia digitale. Si continua a non utilizzare i testi elettronici e, come sottolinea Lucia Canzi "questa è una grande opportunità di risparmio mancata, perché, solo per citare i testi di narrativa, tutte le opere dei grandi autori del passato che non sono più coperte da copyright, sono oggi disponibili online, con un risparmio elevatissimo sulla spesa complessiva".

Altro punto dolente sono le cosiddette "nuove edizioni" stampate incessantemente dalle case editrici che costringono gli studenti a cambiare testi comprandoli nuovi, non potendo così rivolgersi al mercato dell'usato. Molto spesso quelle che vengono spacciate come nuove edizioni, sono in realtà gli stessi testi dell'anno prima, rivisitati graficamente e magari aggiornati in appendice da integrazioni minime. Anche qui, come ci conferma la dottoressa Canzi, "l'editoria digitale potrebbe cancellare le spese inutili dovute agli aggiornamenti dei testi. Questi sarebbero scaricabili online con una spesa minima e andrebbero così ad integrare i testi già in possesso, senza il bisogno di acquistarli nuovamente per intero. Il consiglio che noi di Altroconsumo diamo alle famiglie è di rivolgersi il più possibile al mercato dell'usato e di utilizzare i nuovi canali di vendita della grande distribuzione, come gli ipermercati che ormai da qualche hanno si sono dotati di veri e propri reparti scolastica, che adottano sconti anche oltre il 15%". C'è quindi chi aspetta con un filo di speranza e un bel po' di dubbi il 2012, anno in cui sarà possibile, da parte dei docenti, sostituire in tutto o in parte i libri di testo cartacei con gli equivalenti elettronici, come stabilito dalla legge 133 del 2008 per la transizione al libro digitale. Si stima che i costi si ridurranno anche più del 30% e insieme ad essi anche il peso sulle spalle dei giovani studenti. Le premesse sono buone, ma saremo veramente preparati al salto digitale?

Parla una docente delle medie di Cogoleto (Genova) e sottolinea le contraddizioni di un sistema che lascia tanta libertà agli editori ma impedisce di sostituire un libro che non va bene": "I programmi per la lavagna multimediale? Sono dei vecchi testi risistemati. Il problema alle medie sono gli eserciziari: se i compiti sono già fatti ci vogliono i libri nuovi per non far copiare i ragazzi". Alberta Besio, 58 anni, professoressa alle medie di Cogoleto (comune a ponente di Genova) vede una serie di ostacoli nell'attuale politica dei testi scolastici: "Cerchiamo di accorpare gli insegnamenti; proponiamo lo stesso libro per la stessa materia in tutte le classi". Il rovescio della riforma scolastica? Quando sarebbe davvero necessario cambiare edizione non si può: "Il libro di geografia deve rimanere per tre anni ed è un testo difficilissimo; non è raro trovare testi complicati e inutili, ma quelli non si possono cambiare". Siamo già troppo avanti sulle innovazioni tecnologiche ma troppo indietro per quanto riguarda la formazione dei docenti e la presenza di laboratori: "C'è stata una grande spinta verso l'adozione di libri con supporti per la lavagna multimediale ma in tutta la scuola se ne trova una soltanto e con le materie umanistiche funziona davvero poco". Da quando sono previste le prove di fine anno tra i libri da comprare c'è anche l'eserciziario per l'esame Invalsi: "Siamo anche condizionati dai test, l'autonomia per noi e per i ragazzi rimane poca; non si adottano libri adeguati per formare una biblioteca e non avere dei testi uguali per tutti. Il risultato? Non siamo più liberi nell'insegnamento". Anche gli studenti non sanno neppure quali sono i loro diritti: "Abbiamo scoperto quasi per caso che per gli esami di giugno i ragazzi dislessici potevano avere un quarto d'ora in più per la lettura tramite mp3". Cambiano i supporti e le edizioni ma la passione resta quella autentica: "Commentarono il mio tema di ammissione all'insegnamento scrivendo che era un inno alla scuola. Oggi non la riconosco più ma mi diverto nonostante i libri di testo perché l'importante per me sono i ragazzi".

La critica dell'insegnante delle primarie di Arenzano (Genova) riguarda il merito dei testi: complicati nel linguaggio, male illustrati: «Non aiutano il docente... Come molte decisioni del ministero...». La maestra Beatrice De Bernardi insegna nella scuola Primaria, all'istituto comprensivo di Arenzano (comune costiero a ponente di Genova) e nell'ultimo decennio ha assistito ai cambiamenti più radicali: «La riduzione drastica del tempo scuola a 24 ore settimanali, l'istituzione del docente unico, l'aumento del numero degli alunni per classe, la delegittimazione dell'integrazione scolastica». Allo stato attuale il docente sopravvive, e nel quotidiano fa anche i conti con i libri di testo: «L'editoria scolastica sembra essersi allineata per tempo con il ministero della pubblica istruzione, sfornando ogni anno le novità introdotte dalla solerzia legislativa», dice De Bernardi. Ma lo strumento per eccellenza del docente non sembra più giovare al percorso formativo: «I libri di testo per la scuola primaria difettano per qualità e quantità. Se da una parte offrono i saperi mascherati dalla dicitura dei linguaggi, di fatto appaiono frammentari nei contenuti». Così finisce che l'apprendimento risulta ostacolato dalla complessità della forma: «Per cui l'alunno dovrebbe apprendere la lingua madre parlata e scritta attraverso una decriptazione del linguaggio usato nel testo». I libri per la scuola primaria non brillano neanche per l'efficacia delle immagini: «Offrono al piccolo lettore illustrazioni scadenti, testi linguisticamente insignificanti, proposte operative superficiali e percorsi di apprendimento preconfezionati nel modo, nella forma e nel contenuto». Il risultato è l'impossibilità da parte del docente di programmare percorsi educativi e didattici e, per quanto riguarda gli studenti, di recepire, interiorizzare e applicare i contenuti. Anche sulla quantità gli insegnanti hanno qualcosa da dire: «Sono troppi, anche 7 testi a partire dalla scuola primaria, a cui vanno aggiunti i testi di religione, lingua straniera e prove Invalsi... E lo zaino pesante dove lo mettiamo?».

Parla il titolare di "Books&C". I docenti cercano testi complessi: contenuti extra, percorsi... Spesso le traduzioni fanno gonfiare i prezzi. “Abbiamo rilevato un aumento del 2 percento ma il tetto di spesa non è stato toccato. Le liste arrivano per tempo, come prevede la norma a fine giugno. Il vero problema è l'utilizzo; si vendono tante pagine ma quante se ne usano davvero?” A parlare è Tullio Saracco di Books & C Srl, azienda che in Liguria si occupa della distribuzione dei libri scolastici dal 1950. Esperienza e termometro della situazione: “L'insegnante di oggi dentro il libro vuole trovare tutto, di libri snelli ce ne sono ben pochi; si premia la quantità: contenuti extra, schede, percorsi...”. Di libri da Books in un anno, per lo più concentrati tra giugno e ottobre, ne vedono passare quasi 700mila: “Tra le case editrici c'è chi si comporta molto bene, non cambiando codici da oltre vent'anni, e chi invece obbliga a cambiare edizione”. Il libro online? “Per adesso a Genova ci sono soltanto due istituti tecnici che usano esclusivamente contenuti digitali e hanno mandato in pensione il libro di testo; sono anche attrezzati con postazioni multimediali ma per il resto la linea guida è ancora da stabilire”. E spulciando tra gli scaffali, divisi per case editrici, saltano all'occhio dei libri più cari con uno stile all'insegna dell'internalizzazione che fa gonfiare il prezzo: traduzioni da autori americani, ad esempio, che costringono a cambiar codice.

Rappresentante di una scuola superiore di Foggia, la mamma di Sara lancia una semplice proposta: la scuola compra i libri e li dà in prestito agli alunni. L'anno successivo passano alla nuova classe. Così per un intero ciclo. All'estero (Stati Uniti) funziona da decenni. "Organizzare una biblioteca interna. La scuola dovrebbe acquistare i libri da un'agenzia e metterli a disposizione degli studenti per la durata del corso di studi. Cinque anni, nessuna nuova adozione, come da legge". E' la proposta di una rappresentante di classe di un istituto di Foggia e mamma di Sara, che frequenta un liceo classico. Proposta più volte formulata e mai attuata nella scuola italiana, che funziona da decenni, per esempio, negli Stati Uniti e in altri Paesi: lo studente riceve il testo e deve tenerlo bene il che è anche educativo. L'anno dopo, lo stesso volume verrà utilizzato da uno studente della classe successiva. Con un solo "giro" di libri si completa un ciclo di cinque classi. Qualche tomo più rovinato viene sostituito, ma la percentuale è bassa e la spesa contenuta. Sua figlia entra in quarta e, nonostante l'anno scorso con l'avvio del triennio siano cambiati tutti i libri, quest'anno ne ha dovuto comprare 18. Metà li ha trovati usati ma per il resto a prezzo di copertina. Quaranta euro il libro di greco, quarantadue quello di fisica e altrettanti per biologia. L'idea della banca scolastica? "Non piace a tutti però: da noi il classico è ancora inteso come una scuola di casta, al di sopra di tutto. E' vero offre un'ottima formazione ma non sono tutti figli di papà in classe. E per chi ha difficoltà economiche superare la vergogna di prendere un libro in prestito non è facile. Diventa un problema sociale. Ci sono professori che vietano il libro usato, figuriamoci quello in comune". La lista di Sara presenta un preventivo di 305 euro per una spesa effettiva di 295. "Comprando metà dei testi usati al sessanta per cento e l'altra metà nuovi abbiamo sborsato 280 euro - continua "madre coraggio" - un tentativo dai banchetti degli studenti lo abbiamo fatto, ma le condizioni del libro spesso non erano buone". L'indirizzo scelto da Sara è quello multimediale ma l'unico libro che funziona sulla lavagna elettronica, per ora, è quello di storia dell'arte. Eppure in questo liceo c'è anche un efficiente laboratorio informatico fornito di 24 postazioni. I libri consigliati? "Alla fine sei costretto a comprarli; perché andarli a cercare a metà anno è un ulteriore disagio. La libreria non ce l'ha più, bisogna fare l'ordine e aspettarlo. Così, ad esempio, anche se in casa ne abbiamo tre, abbiamo comprato un Purgatorio nuovo per un costo di 21 euro. La nostra spesa non comprende invece la nuova adozione prevista per religione e il libro di educazione fisica, perché quelli dell'anno scorso sono ancora sullo scrittoio incartati". La scelta del preside non si discute: "I professori di mia figlia sono bravissimi non mi sento di andare contro le loro scelte didattiche, quanto al dirigente scolastico se dice una cosa quella è; fatto sta che chi ha comprato tutti i libri della lista quest'anno ha speso 360 euro di botto. Di sicuro alla prossima riunione proporrò la biblioteca interna". 

PARLIAMO DI SCRITTORI E PREMI LETTERARI.

Scrittopoli e premiopoli. Inchiesta del “L’Espresso.”

Ogni anno in Italia si celebrano circa milleottocento concorsi letterari. Li alimentano circa quattro milioni di aspiranti romanzieri, poeti, saggisti. Ma dietro gli Strega, i Campiello, I Bagutta, e dietro il centinaio di piccoli premi promossi da enti locali e associazioni culturali, prospera una selva di gare improbabili e costose per i concorrenti. Cinque premi al giorno
per un affare da 10 milioni di euro. Spuntano come funghi da Nord a Sud. Ogni anno nascono 90 concorsi letterari, tanto che oggi se ne contano almeno 1800. Ecco le cifre dei concorsi in grado di di spostare milioni di euro.

I PREMI

1800 premi letterari ogni anno

5 al giorno

90 nuovi ogni anno

500 quelli dedicati alla poesia

100 quelli giudicati interessati da una indagine dell'Istituto per il libro.

IL BUSINNESS

1 milione di euro, il giro di affari delle spese di segreteria e delle tasse d'iscrizione tra 5 e 50 euro la quota richiesta a ogni partecipante

10 milioni di euro, i contributi pubblici

DATI EDITORIA E LETTORI

3,4 miliardi di euro, il fatturato complessivo delle oltre settemila case editrici italiane

25 milioni, i lettori di almeno un libro in un anno in Italia

60 mila i titoli che ogni anno vengono pubblicati in Italia.

L'Italia è il Paese che ha più premi letterari. Una stima affidabile parla di milleottocento concorsi. Ma se quelli celebri si contano sulle dita delle mani, e se quelli "piccoli ma dignitosi" sono un centinaio, gli altri prosperano sull'esercito di aspiranti scrittori disposti a finanziarli con spese di segreteria, tasse di lettura, autopubblicazioni.

Ecco come. Oggi è una giornata importante per l’editoria italiana: si assegnano cinque premi letterari. Uno per la poesia e un altro per i racconti brevi. Poi c’è quello per i romanzi inediti, quello per i saggi, e il prestigioso Viareggio, ottantadue anni sulle spalle e un futuro minato dalle polemiche. Anche domani è una giornata importante: in cartellone ci sono altri cinque premi, tra cui il Capalbio. E così dopodomani e dopodomani ancora. Perché ogni anno in Italia si svolgono ben 1800 concorsi letterari, un numero arrotondato per difetto che sembrerebbe rendere giustizia a un popolo di poeti, scrittori e romanzieri. Eppure, ascoltando chi ha passato anni a inviare opere a misteriose giurie, si scopre una realtà diversa, tutt’altro che limpida. Lontano dai riflettori dei premi che contano, dallo Strega al Campiello, dal Bagutta al Calvino, lontano dai concorsi poco qualificati, ma tutto sommato innocui, emerge una girandola di gare improbabili, sfornate in serie da professionisti e minuscole case editrici, un mondo dove i sogni di carta si pagano a caro prezzo e dove, tra tasse d’iscrizione, spese di segreteria e contributi pubblici, il giro d’affari supera i dieci milioni di euro.

Chi sono i protagonisti di questa premiopoli tutta italiana? Qual è il vantaggio per gli scrittori e quale quello per gli organizzatori? Perché gli esordienti, riuniti in gruppi di guerriglia editoriale, puntano il dito contro il mercato? E perché a volte, a dispetto della logica, si collezionano riconoscimenti che sono carta straccia?

L’industria dei premi letterari. L’Italia è il paese al mondo con più premi letterari. Lo era già nel ‘99 quando Giuliano Vigini, esperto del mercato del libro, decise di farli censire. "Ne catalogammo 1200, scoprendo che crescevano al ritmo di una novantina l’anno. Anche tenendo conto di quelli che muoiono nel giro di poche edizioni oggi saranno 1800, forse duemila". Nella lista troviamo concorsi illustri come lo Strega, vinto 24 volte dalla Mondadori, 12 dalla Rizzoli e 11 dall’Einaudi. Prestigiosi come il Campiello, il Bancarella, il Bagutta e il Viareggio, che dopo avere attraversato il Novecento con alterne fortune e avere incassato il rifiuto di Moravia nel ’50 e quello di Calvino nel ’68 ("Non mi sento di continuare ad avallare con il mio consenso istituzioni ormai svuotate di significato"), rischia lo sdoppiamento per una lite tra gli storici organizzatori e il Comune. Fino a qualche anno fa c’era anche il Grinzane, oggi rinato grazie alla fondazione Bottari Lattes, ma al tempo trascinato nella polvere dal suo fondatore, il professore universitario Giuliano Soria. Sotto processo, è accusato di avere trasferito denaro dalle casse del premio alle sue personali, distraendo fondi per oltre un milione e mezzo di euro e di avere trasformato uno degli appuntamenti letterari più attesi dell’anno in una mangiatoia a beneficio di molti, lui in testa. "Poi ci sono concorsi nati per emulazione — continua Vigini — e i premi organizzati per animare la vita culturale di una provincia, per ricordare un autore del posto o per invitare alla lettura". Ognuno ha una propria dignità e una ragione di esistere, ma anche sommandoli tutti non arriviamo a quota 1800. L’Istituto per il libro, in una indagine promossa qualche anno fa, ne selezionava un centinaio come prestigiosi e interessanti. E gli altri 1700? L'industria letteraria fattura quasi tre miliardi e mezzo di euro l'anno, le case editrici sono più di settemila. Aspiranti scrittori e poeti bussano a queste porte inutilmente, poi cercano la scorciatoia dei premi a pagamento.

Mimetizzato nel sottobosco dei micro premi si nasconde il mondo dello "scrivi, paga e vinci" in cui si aggirano ogni anno gli aspiranti scrittori, i protagonisti di quella che Umberto Eco quarant’anni fa chiamava "la quarta dimensione". Professionisti in cerca di un riscatto, giovani con ambizioni letterarie, insospettabili vicini di casa disposti a pagare pur di pubblicare libri destinati all’invisibilità. Sono un esercito sommerso che fa a pugni con i dati sulla lettura: solo il 46,8% della popolazione sopra i sei anni nel 2010 ha letto un libro. Nonostante la percentuale sia in leggera crescita, appena il 15,1% si può definire un lettore abituale con un romanzo al mese sul comodino. Non sembra molto diffuso l’amore per la letteratura, eppure chi scrive non conosce crisi. In prima linea i poeti (circa 500 i concorsi a loro dedicati), subito dopo gli autori per ragazzi, poi i romanzieri e i saggisti. Si aggirano nervosi ai margini di una industria che fattura quasi tre miliardi e mezzo di euro l’anno. Bussano alle porte delle oltre settemila case editrici con un unico chiodo fisso: come mostrare al mondo di avere talento. Da qui ai concorsi letterari il passo è breve e alla portata di tutti, bastano pochi euro. Paola Campanile, poetessa il cui talento è stato riconosciuto dopo lunghi anni di gavetta da un intellettuale come Antonio Porta e da un editore come Marsilio, ha vissuto nel sottobosco dei premi letterari per circa un decennio. Scriveva, pagava le spese di segreteria o la tassa di lettura, vinceva. E ricominciava da capo: "Ho accumulato un baule di pergamene, targhe, medaglie, statuine. Che piacere è stato buttare tutto, liberarmi di quell’inutile testimonianza". Inutile ed esasperante visto che dopo le sue prime partecipazioni, ha iniziato a essere contattata per concorsi di cui ignorava l’esistenza. "Ho avuto l’impressione che esistesse una specie di indirizzario, che alcuni organizzatori si scambiassero i nomi dei partecipanti".

La tassa di iscrizione. Se i nominativi degli esordienti valgono tanto da essere schedati in un computer, qual è il guadagno? Miriam Bendìa, autrice di un libro che qualche anno fa fece clamore — "Editori a perdere" (Stampa Alternativa) — individua due livelli: "Il primo è quello rappresentato dalle tasse di lettura o dalle spese di segreteria. Le cifre richieste non sono altissime, variano da 5 a 50 euro e l’incasso dipende dal numero di concorrenti". Spulciando i siti specializzati nella promozione dei concorsi si nota come più del 70% dei micro premi preveda un contributo economico. Calcolando una media di 10 euro e ipotizzando 100 partecipanti a concorso (ma non mancano le eccezioni con migliaia di iscritti) si può stimare un volume di affari superiore al milione di euro. Cifra ragguardevole, ma insufficiente a descrivere il vero businness. "Che è legato all’editoria a pagamento. Chi partecipa a un concorso - continua Bendìa - spesso riceve una lettera, in cui gli si comunica che la sua opera, pur non essendo stata premiata, merita di essere pubblicata, ovviamente a pagamento". Tra le testimonianze raccolte nel forum di “Libri Puliti”, campagna lanciata da Stampa Alternativa dopo la pubblicazione di "Editori a perdere", diverse segnalazioni hanno acceso i riflettori sul premio “L’autore”, indetto da Firenze libri. Alcuni dei contratti proposti ai partecipanti prevedevano un contributo per gli autori fino a cinquemila euro. Qualcosa di simile succede con il principale editore a pagamento d’Italia, Albatros-Il filo, anche se in questo caso non si parla di concorso, ma di selezione. Tutto legale, ovviamente. E, infatti, sul loro sito Internet scrivono: "I contratti da noi proposti possono prevedere sia un anticipo sui diritti a vantaggio dell’autore, sia l’obbligo di acquisto di un quantitativo minimo di copie da parte dell’autore". Gli aspiranti scrittori riuniti nel sito "Writer’s Dream" hanno fatto la prova del nove: un fritto misto di cento pagine, un copia e incolla volutamente sconclusionato di Wikipedia, blog, articoli di giornale... Risultato? Una lettera in cui li si elogiava per l’interessante opera e si proponeva loro la pubblicazione, a pagamento ovviamente. I sognatori si sono presi una rivincita: nel 2010 al salone del libro di Torino hanno sventolato contratto e manoscritto sotto il naso della direttrice editoriale. Immancabilmente il tutto è finito su You Tube. E non era neanche la prima volta, visto che un esperimento simile era stato già raccontato dalla giornalista Silvia Ognibene nel suo "Esordienti da spennare" (Terre di Mezzo), libro-inchiesta sull’editoria corsara.

Vanity press e vanity prize. Il motore di questo mercato sommerso è l'ambizione degli autori di veder pubblicato il proprio nome su una rivista o sulla copertina di un libro. I più avvertiti si sono organizzati e frequentano siti di auto-difesa come "Il rifugio degli esordienti". Moltissimi i concorsi patrocinati da comuni, province e regioni, organizzati dalle pro loco come il premio della montagna Valle Spluga in Lombardia, o da istituti religiosi come nel caso del premio Madonna dell’Arco organizzato da una parrocchia di Castellamare di Stabia. Ci sono poi i derby poetici, le competizioni in estemporanea e decine di altre fantasiose varianti come quelle organizzate dall’Accademia Francesco Petrarca di Capranica (Vt). Un mondo in continua moltiplicazione che spesso si avvale di sostegni pubblici: si va da poche centinaia di euro alle centinaia di migliaia. Ad esempio prima che scoppiasse il caso Grinzane, il premio incassava dalla Regione Piemonte, dalle fondazioni bancarie e da altri enti, quasi 5 milioni di euro. Se calcoliamo una media di 5.500 euro di contributi a premio e li moltiplichiamo per il numero di concorsi sfioriamo i dieci milioni di euro di soldi pubblici. Ma sono veramente gli aspiranti poeti o scrittori a beneficiare di un simile flusso di denaro? Leggendo “Il rifugio degli esordienti”, un sito che da quattordici anni raccoglie le testimonianze degli autori, la risposta è un secco no. Aperto da un ingegnere con la passione per la scrittura, Maurizio J. Bruno, autore del thriller "Ralf" e del romanzo di fantascienza "Eden", è diventato un punto di riferimento per i 17mila aspiranti scrittori che ogni mese lo frequentano. "Visto che sempre più spesso incontravamo autori finiti nelle reti dell’editoria a pagamento, con un passato infarcito di premi e un garage pieno di libri invenduti, io e gli altri autori del rifugio abbiamo dato vita a "Danae", un’associazione che si occupa di promozione, distribuzione e vendita di opere realizzate da altri". Peccato che la metà dei libri candidati a questa forma di autopromozione non superi la selezione del comitato di lettura, "sia per colpa dell’editore, sia per demerito dell’autore". Infatti, tra gli aspiranti poeti e narratori non manca chi animato dalla passione per la scrittura, dimentica quella per la lettura. Gli americani la chiamano vanity press, la vanità dell’autore che si ritiene appagato nel vedere il suo nome stampato su una rivista o sulla copertina di un libro. In Italia si accompagna alla vanity prize e l’effetto combinato delle due debolezze umane rappresenta un mercato inesauribile. Accade così che sempre più spesso facciano la loro comparsa associazioni culturali e accademie attivissime nel sottobosco dei micro premi. C’è la salernitana “Gli occhi di Argo” che organizza diversi concorsi, tra cui “L’almanacco dei cicli celesti” (50 euro per la pubblicazione) e un calendario delle pin-up da comporre grazie a inedite poesie sul nudo femminile (chi viene selezionato s’impegna all’acquisto di 10 copie versando 80 euro per il collettivo o 150 per il monografico). Decisamente prolifica la "Hermes Academy" di Taranto. Il direttore creativo e fondatore dell’accademia chiede ai partecipanti di pagare 10 euro di spese di segreteria per svariati premi: “Anima di Latta”, “Funambolo del cielo”, “Rette parallele”, “La freccia di Cupido”, “la vigilia della vita”, “(In) fine il mondo” e “La mensa dei sogni”. Altre associazioni legano la poesia al turismo: è il caso degli "Amici dell’Umbria" che ne organizzano una dozzina "nell’intento — si legge sul sito — di riproporre il messaggio d’amore e di pace degli uomini più illustri della nostra terra". E non serve neanche vincere, basta cercare uno dei tanti concorsi in cui l’importante è partecipare. Ad esempio in Ciociaria il bando della quinta edizione del premio di poesia “Giorgio Belli” riserva premi in denaro ai primi classificati, ma pubblica in una antologia tutte le liriche inviate. A parziale copertura delle spese gli organizzatori chiedono un contributo di dieci euro. Stesso discorso in Toscana con il premio il “Forte 2011” dedicato a poesie e racconti. Il bando de “La nuova rosa editrice” spiega: "Di tutti i lavori partecipanti ad ogni sezione, verrà scelta una poesia-sintesi di ogni autore che sarà pubblicata su un’antologia". Il contributo spese è di 25 euro, ma nel caso si voglia acquistare l’opera servono altri quindici euro.

Mercato in cortocircuito. Il desiderio di scrivere, di ottenere successo letterario è tale da autoalimentare il business. E' così che trova spazio il gioco sporco di premiopoli. Va ricordata la battuta di Montale quando vinse il Nobel: "Nella vita trionfano gli imbecilli. Lo sono anche io?" "L’editoria a pagamento non è editoria, così come i premi che garantiscono la pubblicazione a spese dell’autore non sono veri premi letterari". E’ lapidario Marco Polillo, presidente dell’Associazione italiana editori. E le sue parole la dicono lunga sul peso che le case editrici assegnano ai curricula infarciti di riconoscimenti degli esordienti: solo carta straccia. L’opinione è condivisa anche da piccoli editori che cercano di fare il loro lavoro seriamente, anche se stretti in un imbuto: da una parte i giganti dell’editoria che si dividono il 93% del fatturato, dall’altra chi si è ricavato un mercato sulla pelle (e sulle aspirazioni) degli esordienti. Aldo Moscatelli della casa editrice “I sognatori” ha dedicato al meccanismo dei concorsi un capitolo del pamphlet “Le invio un manoscritto, attendo contratto”, pubblicato su Internet e in un anno scaricato già 1800 volte. "I premi lasciano quasi sempre l’amaro in bocca. Quelli più prestigiosi non sono accessibili ai piccoli editori, gli altri, nel migliore dei casi, tendono a premiare gli autori già famosi per via del ritorno d’immagine. Spesso, l’inappellabile giudizio della giuria, risulta del tutto incomprensibile". Il desiderio di scrivere è tale da autoalimentare il mercato. E così si crea un corto circuito tra domanda e offerta. Ed è questo il rischio vero che corre chi ha sogni di carta, il gioco sporco di premiopoli. "Gli esordienti devono interrompere la catena, rifiutarsi di partecipare a questo tipo di concorsi, evitare di pubblicare a pagamento", dice Mirian Bendìa. "Non devono preoccuparsi di vincere un premio o di trovare un editore, ma cercare una persona che li sappia indirizzare, correggere e stimolare", conclude la poetessa Paola Campanile. O forse, per non dare eccessiva importanza ai riconoscimenti letterari ed evitare le trappole di premiopoli, basterebbe ricordare come Montale reagì quando per telefono gli comunicarono che aveva vinto il Nobel. Lo scrisse Giulio Nascimbeni, che insieme a Gaspare Barbiellini Amidei, quel giorno era presente. "Dovrei dire cose solenni immagino. Mi viene invece un dubbio: nella vita trionfano gli imbecilli. Lo sono anche io?".

Strega, Campiello & Co. gli storici e gli emergenti. Il più antico è il premio Bagutta, nato nel 1926. I nuovi e i 'micro' ne contano almeno cinque. Tra tasse di partecipazione, coppe e diplomi, ecco come funzionano:

GLI STORICI

Bagutta. E' il più antico premio italiano, nato a Milano nella trattoria della famiglia Pepori l'11 novembre 1926. Sono ammessi i libri, senza distinzione di generi, segnalati da almeno due membri di una giuria composta da sedici persone. Premio: 12.500 euro.

Bancarella. Promosso dall'Unione librai pontremolesi fin dal '52 per libri di narrativa e saggistica. Giuria: 200 librai. Premio: distribuzione gratuita dei volumi, opera di divulgazione e la statuetta del "San Giovanni di Dio".

Calvino. Nato a Torino poco dopo la morte di Italo Calvino, è il più importante concorso per esordienti. Ai partecipanti è richiesta una tassa d'iscrizione di 60 euro. Premio: 1500 euro per l'opera vincitrice. Spesso i finalisti trovano un editore.

Campiello. Istituito nel '62 dagli industriali del Veneto, è assegnato a opere di narrativa italiana segnalate da una giuria di letterati. Le cinque opere finaliste ricevono un premio di 10mila euro. Una giuria di trecento lettori assegna il premio finale di 10mila euro.

Strega. Nato nel '47, è organizzato dalla Fondazione Bellonci. I 400 "Amici della domenica" scelgono i finalisti del Premio, scegliendo fra i libri di narrativa ammessi (ognuno deve avere l'appoggio di 2 giurati) e successivamente il vincitore. Premio: 5mila euro.

I NUOVI

Bottari Lattes Grinzane. E' nato nel 2010 dalle ceneri del Grinzane Cavour. Coinvolge sette giurie scolastiche che scelgono i vincitori, italiani o stranieri, nella rosa selezionata da un comitato tecnico. Premi da 2.500 a 10mila euro.

Città di Tropea. Nato nel 2007 per promuovere la lettura in Calabria, è organizzato dall'Accademia degli Affaticati di Tropea. Ha una giuria di 450 persone tra cui i 409 sindaci della regione. Premio: 5mila euro ai tre finalisti, più 5mila euro al vincitore.

Mario Luzi. Nato a Roma nel 2005 in memoria del poeta e senatore toscano, è dedicato alla poesia edita ed inedita. Si è dotato del manifesto "premio etico" per garantire la trasparenza. Sei sezioni, per iscriversi tassa da 16 euro. Montepremi: 25mila euro.

Pieve. L'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Santo Stefano, in provincia di Arezzo, organizza dal 1985 un concorso riservato ai diari dei nonni, alle lettere d'emigrazione, ai taccuini dalle trincee di guerra. Premio:1000 euro e pubblicazione.

Racconti dal carcere. Nato nel 2010 è un premio dedicato alla scrittrice Goliarda Sapienza, patrocinato dalla Siae e dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. I racconti finalisti vengono pubblicati insieme alle interviste ai loro autori. Rivolto a tutti i detenuti.

I MICROPREMI

Almanacco dei cicli celesti. Organizzato dall'associazione "Gli Occhi di Argo" ad Agropoli, nel Cilento. Dedicato a poesie, novelle, festività, curiosità, ricette, notizie mediche, astrologia... Premio: otto copie dell'almanacco che il vincitore deve acquistare al prezzo di 50 euro.

Biancospino Organizzato dall'associazione Amici dell'Umbria a Gualdo Tadino. Per l'iscrizione tassa di 15 euro per una poesia, 25 per due, 30 per tre componimenti, per libro edito, racconto, saggio e silloge. Premi: coppe, medaglie e prodotti tipici.

Estemporanea in Viterbo. Organizzato dall'Accademia Francesco Petrarca di Capranica è dedicato alla declamazione a voce alta delle poesie. Per iscriversi tassa di 10 euro. E' previsto un pranzo sociale al prezzo di 15 euro per i concorrenti, 20 per gli accompagnatori.

Funambolo del cielo. Organizzato a Taranto dall'Hermes Academy, riservato a poesie, racconti e drammaturgie, brani musicali, fotografie e cortometraggi. Soggetto, il funambolismo. Per iscriversi tassa di10 euro. Premi: targhe e diplomi.

Il Forte. Organizzato dalla Nuova Rosa Editrice a Forte dei Marmi, si rivolge a poeti e autori di racconti. Per iscriversi tassa di 25 euro. Un'opera per ogni autore viene pubblicata in un'antologia, che può essere prenotata al momento dell'iscrizione pagando altri 15 euro. 

PARLIAMO DELL’ITALIA DELL’ISTRUZIONE TRUCCATA.

Esemplare è “5 in condotta” il libro nero della scuola italiana, scritto da Mario Giordano, edito da Mondadori nel 2009.

Benvenuti nella scuola italiana, dove gli studenti sono convinti che il Tiepolo sia il fratello di Mammolo, che tra i personaggi de "I Promessi sposi" ci siano “tre preti: don Abbondio, don Cristoforo, don Rodrigo”. L'ultimo libro della Bibbia? La pocalisse. Vasco de Gama? Circoncise l'Africa. E l'Infinito di Leopardi? Leopardare.

Benvenuti nella scuola che è ultima nei rapporti Ocse per la preparazione degli studenti, che in dieci anni nelle superiori ha promosso nove milioni di alunni (tanti quanti la popolazione della Svezia) con lacune gravissime, che porta in quinta elementare un bambino su due con problemi di lettura e manda all'università giovani convinti che il Perú sia un biscotto al cioccolato, magari confinante con il Togo, che Pinochet sia un vino italiano e il prodromo una pista dove si corre la Formula Uno.

Benvenuti nella scuola dei mille consulenti e dei mille corsi, quella dove si studiano il benessere, il tiro con l'arco, la pesca alla trota e perfino la ricetta del pollo al curry, ma poi ci si dimentica di insegnare l'aritmetica e l'ortografia; la scuola che non ha soldi per pagare i supplenti, ma poi assume ogni anno 36.000 consulenti (quasi il doppio degli abitanti di Sondrio); la scuola dove solo il 17 per cento di chi insegna matematica è laureato in matematica e il 25 per cento di quelli che insegnano scienze non sa che i polmoni trasferiscono ossigeno nel sangue; la scuola della maestra che lega alle sedie gli alunni troppo vivaci e della prof che si fa palpeggiare dagli studenti.

Benvenuti in questa scuola che cade a pezzi (20.000 edifici a rischio su 42.000, 240 alunni feriti ogni giorno), che si fa soffocare a volte dall'ideologia ("I gulag? Un errore di valutazione"), a volte dalla pignoleria ("Le lezioni iniziano alle 8.37 e 30 secondi...") e quasi sempre dalla burocrazia (2 circolari da leggere in media per ogni giorno di lezione); la scuola che ha il record di insegnanti: li paga poco ma non li licenzia mai, nemmeno se si danno malati per andare a lavorare altrove o se vanno in aula per molestare le allieve. Benvenuti nella scuola degli sperperi e degli sprechi, dove per trovare un supplente ci vogliono 574 telefonate...

Mario Giordano ci accompagna in un viaggio, dai risvolti sorprendenti e inediti, dentro un disastro che non possiamo più sopportare, ma anche dentro quel "miracolo che si ripete ogni giorno", grazie al quale la scuola "resta in piedi, nonostante tutto, contro tutto": insegnanti che, con passione e tenacia, resistono in trincea e non hanno alcuna intenzione di arrendersi; istituti d'eccellenza e studenti brillanti, che trionfano alle olimpiadi di matematica e ai certamen di latino. Con la speranza che, di qui, possa iniziare un futuro diverso. Perché un'Italia migliore può nascere solo da una scuola migliore.

“Tutto quello che non so, l’ho imparato a scuola” sentenziava Longanesi.

PARLIAMO DI UNIVERSITA'.

Cioè dell’Università dei concorsi bloccati, della parentopoli, degli scandali dei baroni.

L’Università delle lauree vendute e dei testi falsificati.

L’Università truccata, come rivela in un bel libro della Einaudi, il professor Roberto Perotti, docente della Bocconi: l’Università che nelle classifiche internazionali finisce dietro quella delle Hawaii, che spende più di tutto il resto del mondo (16mila dollari per ogni studente contro i 7mila degli Usa) ma non dà risultati scientifici né una formazione adeguata. L’Università che, grazie alle sue inefficienze, premia le élite e, contrariamente a quello che si crede, punisce i ceti meno abbienti: solo l’8 per cento degli universitari italiani proviene dalle fasce più basse contro il 13 per cento degli Stati Uniti. Ma non erano i costosi Atenei americani il simbolo dell’anti-democrazia educativa?

Oggi l’ultima scoperta: all’Università di Como ci sono 24 docenti per 17 studenti. Un bel record, non vi pare? In sei anni le Università hanno moltiplicato i corsi di laurea: da 2444 a 5400. E non tutti utilissimi, si direbbe a prima vista. In effetti oggi si può diventare dottori, tanto per dire, in scienza dell’aiuola, in mediazione dei conflitti, in tecnologia del fitness, in scienza del fiore e in benessere animale. Manca solo il corso di laurea in raffreddore dei suini e quello in filosofia delle oche e poi il quadro sarebbe completo.

Ma poi che sbocchi danno queste facoltà? E chi le frequenta? Tenetevi forte: trentasette corsi di laurea in Italia (dicasi: 37) hanno un solo studente, a questi vanno poi aggiunti altri 66 corsi che hanno meno di sei studenti. Ma vi pare possibile? Tenere in piedi un corso di laurea e relative spese per un unico studente? O per due o tre?

A Siena hanno collezionato un buco di 145 milioni, non pagano le tasse dal 2004. Poi vai a vedere i bilanci e scopri che, per esempio, l’oculato ateneo spendeva 150mila euro l’anno per affittare alcune stanze di lusso con affaccio su piazza del Campo: inutile tutto l’anno, certo, ma nei giorni del Palio, sai che goduria...

L’Università di Siena utilizza il 104 per cento del suo bilancio per pagare stipendi. 104, avete capito bene: e per tutto il resto? Niente. Nell’ateneo toscano i tecnici sono più numerosi dei professori. E non è un caso unico: a Palermo, per esempio, ci sono 2.103 professori e 2.530 amministrativi, a Messina 1.403 professori e 1.742 amministrativi. La Federico II di Napoli, che nelle classifiche si piazza fra le dieci peggiori università d’Italia, spende il 101 per cento dei suoi soldi per il personale. L’impressione è che anche le facoltà, come la scuola, negli ultimi anni siano stati concepiti più come ammortizzatori sociali che come luoghi di formazione: non si sa se chi esce troverà un posto di lavoro. L’importante è che trovi un posto di lavoro chi resta dentro.

PARLIAMO DI SCUOLA.

Secondo i dati Istat, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.

L’ultimo scandalo della scuola si chiama Supplentopoli. Ogni anno 150 insegnanti accettano l’incarico e poi dicono di essere in maternità. E così la supplente dovrà essere sostituita da un’altra, sperando che anche quest’ultima non si giochi la carta della dolce attesa. Un meccanismo perverso in vigore solo in Italia, che comporta allo Stato un insostenibile spreco di denaro. Questo a sentire le testimonianze dell’Andis, l’Associazione dei dirigenti scolastici. I dati in possesso dell’organizzazione che raggruppa i presidi sono emblematici: ogni anno oltre mille tra supplenti, precari e fuori ruolo fanno ricorso ad aspettative di maternità e congedi parentali. La legge lo permette. E chi ne fa ricorso è pienamente in regola.

Un altro esempio? Per un posto vengono pagati cinque docenti mentre per sostituire un insegnante si arriva a fare 574 telefonate.

Tra telefonate e telegrammi di convocazione (obbligatori per legge), la scuola italiana spende 50-60 milioni di euro l’anno (Roma guida la classifica con 2 milioni l’anno), secondo uno studio della rivista Tuttoscuola la spesa complessiva sarebbe però addirittura di 110 milioni. Una mostruosità normativa di cui beneficiano, con modalità diverse, tutte le figure professionali impegnate nel mondo della scuola la cui gestione è regolamentata attraverso le graduatorie. Parliamo dell’esercito più numeroso nell’ambito del pubblico impiego: nel reparto istruzione lavorano infatti un milione e 300mila persone che negli ultimi 10 anni hanno determinato l’aumento del 30% dei costi, portando la spesa complessiva da 33 a 43 miliardi di euro.

Fin qui il malcostume. Poi ci sono i reati da codice penale. Come lo scandalo della graduatorie truccate a Napoli con 60 professori denunciati. Punteggi ritoccati da pirati del web in cambio di tariffe tra i 100 e i 300 euro. Un tariffario a misura dei furbetti delle supplenze che presuppone la presenza di una talpa all’interno del Provveditorato agli studi di Napoli.

PARLIAMO DELL’ITALIA DELLA DISCRIMINAZIONE SCOLASTICA.

Secondo uno studio di Bankitalia è allarme per l'abbandono scolastico. "Al Sud uno studente su 4 si ritira dopo la terza media". L'Italia è sopra la media UE (15%) per l'abbandono scolastico: 20% con punte del 25% nel mezzogiorno e nelle isole. A pesare sono l'ambiente familiare e l'offerta formativa (strutture e sistema scolastico). I dati emergono dallo studio "L'economia delle regioni italiane".

Secondo i dati della rilevazione sulle forze di lavoro, spiega Bankitalia, in Italia già a quindici anni quasi il 13% dei giovani è fuori dal sistema scolastico, o ha accumulato un ritardo. Il 3,7% dei quindicenni abbandona il sistema scolastico dopo aver conseguito l'obbligo, lo 0,8% senza aver completato la media inferiore: percentuali che crescono nel Sud Italia rispettivamente all'1,1% e al 5,1% e diminuiscono sensibilmente nelle regioni del Centro a 0,4% e 0,9%.

A pesare sull'irregolarità della frequenza scolastica degli alunni italiani sono: l'ambiente familiare e le caratteristiche dell'offerta formativa locale. Avere i genitori laureati piuttosto che con la sola licenza media - spiega Bankitalia - allontanerebbe di circa 10 volte la probabilità di essere in ritardo o di abbandonare gli studi: purtroppo, proprio nel Mezzogiorno la quota della popolazione tra 35 e 55 anni, verosimilmente i genitori dei quindicenni attuali, che ha la sola licenza di terza media, è pari al 57%, oltre tredici punti percentuali in più rispetto al Centro Nord.

Inoltre, la presenza del tempo prolungato nella media inferiore e migliori infrastrutture ridurrebbero la dispersione scolastica e, anche in questo caso, secondo i dati dell'anagrafe sull'edilizia scolastica nelle regioni meridionali le percentuali di edifici impropriamente adattati a uso scolastico e di scuole con infrastrutture e impianti igienico-sanitari scadenti sono superiori a quelle del Centro Nord.

Eclatante è quanto emerge da un altro studio, sempre della Banca d’Italia: “in Italia, più si è ricchi, più si è bravi”. Questo dice lo studio dalla Banca d'Italia sui divari territoriali e familiari: i ragazzi di provenienza socio-economica svantaggiata sono meno bravi. Le differenze si attenuerebbero alla media superiore, ma i più abbienti sono portati a scegliere gli istituti migliori. Insomma svantaggiati dalla nascita. Un divario che incide su quello, più generale, tra Nord e Sud, e che si attenua solo alle scuole medie superiori. Lì a contare è soprattutto la scelta dell'istituto: sono più bravi gli studenti dei licei, meno quelli degli istituti tecnici (frequentati peraltro dal 70% degli studenti italiani). Ma anche in questo la provenienza socio-economica dello studente incide pesantemente, perché sono soprattutto i ragazzi che vengono da famiglie agiate a essere spinti dalla famiglia verso i licei. Queste conclusioni derivano da uno studio pubblicato dalla Banca d'Italia, condotto da Pasqualino Montanaro, che mette a confronto le principali indagini internazionali sulla scuola, da quella dell'Ocse (Pisa) alla Timss e Invalsi.

Dall'analisi incrociata delle rilevazioni, spiega Montanaro, del Nucleo per la ricerca economica della sede di Ancona della Banca d'Italia, emerge che "il livello di proficiency nel Mezzogiorno è significativamente più basso rispetto agli standard internazionali e a quelli delle regioni settentrionali, in tutti gli ambiti di valutazione considerati (comprensione del testo, matematica, scienze, problem solving), "il grado di dispersione dei punteggi è più elevato al Sud" (cioè al Sud sono molto significative le differenze), "i divari territoriali tendono a crescere durante il percorso scolastico".

Un quadro desolante, nel quale incide pesantemente la situazione economica delle famiglie. "E' ampiamente riconosciuto - si legge nello studio - che le differenti condizioni sociali e culturali, già a partire dall'età prescolare, influiscono in maniera decisiva sulle abilità cognitive, sulla capacità di esprimere se stessa, di percepire i colori, di comprendere spazi e forme, di rappresentare fenomeni di natura quantitativa".

Gli svantaggi nell'apprendimento dei meno abbienti sono evidenti soprattutto nei primi anni di scuola. Per quanto riguarda la matematica, per esempio, "in media il punteggio ottenuto da uno studente con lo status sociale più elevato supera del 25% circa quello ottenuto da uno studente con lo status sociale più basso". Peraltro in generale gli studenti meridionali sono meno bravi anche quando possono beneficiare delle più favorevoli condizioni sociali, ma "il divario Nord-Sud è più ampio nelle classi sociali più basse e ridotto in quelle più elevate".

Andando però più avanti negli studi, pesa invece soprattutto la scelta del tipo di scuola. Tutte le indagini dimostrano che sono più elevati i rendimenti degli studenti dei licei, anche se "non è chiaro se essere iscritti a un liceo o frequentare comunque una buona scuola effettivamente determini, in maniera diretta, una migliore performance scolastica, o se al contrario questa sia una semplice correlazione spuria, dovuta al fatto che gli studenti migliori tendono, per varie ragioni, a frequentare le scuole migliori, soprattutto se si tratta di licei".

Ma per gli studenti adolescenti la provenienza familiare pesa a quel punto nella scelta della scuola: "In base ai dati “Ocse (Pisa)”, la probabilità di uno studente appartenente alla classe sociale più elevata di essere iscritto a un liceo è sette volte più alta di quella di uno studente con le più sfavorevoli condizioni familiari. Tali evidenze sono ricorrenti in tutte le aree geografiche".

In altre parole, quando uno studente proveniente da una famiglia povera potrebbe finalmente lasciarsi alle spalle lo svantaggio che gli deriva dalle condizioni sociali, scegliendo un liceo, invece viene spinto a scegliere una scuola professionale, perpetuando così il suo deficit di apprendimento.

Una causa della discriminazione è il “caro libri”. Una forma di “comparaggio” scolastico impunito, collusione tra editori e professori, che porta a svenare i genitori meno abbienti.

L’ultima «trovata» è quella legata al peso che rovina la spina dorsale. La Divina commedia è troppo pesante? Facciamo tre volumi al posto di uno. Il testo di storia pure? Si divide in due. I libri si moltiplicano, il contenuto rimane identico ma il prezzo complessivo lievita. Per il benessere degli studenti e il malessere dei genitori che si adeguano a denti stretti.

Le furbate degli editori sono talmente disparate che non basterebbe un libro - per restare in tema - a contenerle. Una cosa da far indignare i docenti più seri. «In effetti cambiano le briciole oppure l’ordine degli esercizi o dei capitoli – spiega Giovanni Petrone, insegnante di matematica di vecchio stampo –. Ma io dico ai ragazzi di non lasciarsi incantare. Voglio che prendano i libri usati, magari quelli del fratello maggiore, tanto la matematica non cambia. Non devono lasciarsi ingannare dalla copertina nuova. Molto però dipende da noi. È solo una questione di buona volontà. Purtroppo molti colleghi preferiscono le ultime edizioni per fare meno fatica ad assegnare gli esercizi».
Petrone non sarà certamente l’unico ad essere morigerato. Ma moltissimi professori stanno al gioco. E accettano volentieri la consultazione dei testi nuovi da questa o quella casa editrice. Così, verso la fine dell’anno, a dicembre – gennaio, ogni professore che intende cambiare il testo adottato viene subissato di testi patinati. Sei, sette per ogni materia, quando va bene. Trenta o quaranta se il docente insegna italiano e storia. Già perché accanto a un libro di grammatica, c’è quello di antologia, c’è il vocabolario, la narrativa e chi ne ha più ne metta.

Non è tutto. I libri che vengono spediti in visione, spesso e volentieri rimangono nel cassetto del professore o finiscono nel calderone della segreteria scolastica, che poi non sa che farsene di tutti i testi piovuti dalle case editrici. Roba da farsi una biblioteca da offrire in comodato agli studenti meno abbienti. E che dire degli incentivi extra? Cosa da poco, certo. Ma qualche dirigente ammette che l’enciclopedia in regalo non si nega a nessuno. Non si può parlare di una vera e propria «Libropoli» ma lo sperpero di testi regalati o dati in visione e mai ritirati ricade sulle spese complessive di ogni azienda che poi si rivale sui prezzi di copertina. E sulle famiglie.

Serve oculatezza nella scelta dei testi, dunque. Lo sa bene Marco Bevilacqua, preside dell’Its Ambrosoli di Roma. «L’anno scorso si è presentata la Guardia di finanza nella nostra scuola per controllare se cambiavamo i testi annualmente e ci hanno consigliato di indirizzare i nostri professori a non sostituire i libri come fossero noccioline». Un suggerimento inappropriato per docenti che dovrebbero maneggiare il sapere meglio di chiunque altro. Eppure, molti di loro si fanno abbagliare dall’apparenza.

Altra fonte di discriminazione è il “caro affitti” per gli alloggi degli studenti universitari fuori sede.

La scelta, spesso obbligata, porta a preferire indirizzi di studio ed Atenei con sedi in altre regioni.

Le borse di studio e gli alloggi studenteschi, mal si conciliano con l’iter accademico previsto per la loro fruizione. Un lavoro per il sostentamento dei più poveri impedisce la celerità del profitto e per gli effetti si perde il beneficio. Risultato: o si abbandonano gli studi o si pagano affitti impossibili e a nero per singoli posti letto.

Ogni anno sono messe a disposizione degli studenti residenze da parte delle università, delle aziende regionali e degli istituti religiosi, variabili a seconda della disponibilità. Stando ai dati del Ministero dell’Istruzione, le regioni con il più alto numero di fuorisede sono Lombardia (circa 94 mila su 200 mila totali), Lazio (circa 75 mila su 185 mila), Emilia-Romagna (circa 80 mila su 121 mila) e Veneto (circa 59 mila su 92 mila). In tutti questi casi il numero di posti letto totali messi a disposizione è nettamente inferiore a quello di chi studia fuori dalla propria regione d’origine: sono circa 10 mila per la Lombardia, circa 6.000 per l’Emilia-Romagna, 4.200 circa per il Lazio e 5.030 per il Veneto. Ci sono, poi, regioni come Valle d’Aosta e Molise, in cui non c’è alcun posto letto messo a disposizione. In nessuna delle altre regioni, inoltre, i posti letto sono sufficienti a soddisfare la domanda dei fuori sede. La conseguenza inevitabile è che si ricorre sempre più alle offerte di alloggi privati. E a riproporsi è il vecchio problema di affitti in nero e sempre più alti.

Qual è la situazione nelle regioni italiane a riguardo? In base a una ricognizione sui siti dedicati agli studenti, al vertice della classifica delle città più care c’è Roma, seguita da Milano e Firenze. Se nella Capitale il costo medio di una stanza singola è di 500 euro, variabile a seconda della zona e della metratura, a Milano e Firenze la media è di 400 euro. A seguire Bologna, che, con un costo medio (sempre in riferimento alla singola) di 350 euro, in aumento rispetto allo scorso anno, è la città universitaria più cara dell’Emilia-Romagna: città come Parma e Modena si attestano sui 300 euro. Partendo dal Nord si riscontra questa cifra anche ad Aosta, Torino, Genova (meno cara è Savona, con una media di 250 euro a singola), e, verso est, Verona e Venezia, mentre leggermente più economiche per chi vuole studiare sono Padova (costo medio singola 250 euro) e, in Friuli, Udine e Trieste, dove per avere una stanza singola si pagano mediamente 200-220 euro.

Se Firenze è la città universitaria più cara dopo Roma e Milano, le altre città toscane non si rivelano comunque convenienti: a Pisa e Siena il prezzo medio di una singola è di 300 euro. Più economiche sono Umbria, Marche, Abruzzo e Molise: per studiare negli atenei di Perugia, Ancona, Camerino, l’Aquila, Chieti e Campobasso occorrono mediamente 200 euro per una stanza singola. Più abbordabili si rivelano, infine, le città meridionali:se affitti un pò più alti si riscontrano a Napoli, dove il prezzo medio di una singola è di 300 euro, per le altre città si oscilla tra i 200 euro di Bari, Potenza, Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e delle città universitarie delle isole (Messina, Catania, Palermo, Enna, Cagliari) e i 150 euro di Foggia e Lecce.

PARLIAMO DELL'ITALIA DEI LAUREATI CHE NON SANNO SCRIVERE.

Dirimere un'ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque.

A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache.

Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s'offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill) non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico).

E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio), che sia comprensibile e corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza terribilmente cospicua, anche se si maschera bene.

Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l'analfabetismo riappare dove meno te l'aspetti: ai vertici.

Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell'incapacità brutale di compitare l'abicì, di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l'analfabetismo più minaccioso del terzo millennio?

Quanti del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%) leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l'antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all'Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l'indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un'enciclopedia. Quasi nessuno (73 %) va in biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. "Manca il tempo", "sono troppo stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi non serve", "è un medium lento", "preferisco altre forme di comunicazione sociale".

Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell'esame. Sugli esiti dell'idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l'anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un esame", racconta il responsabile marketing, "ma scopriamo quasi sempre che alla radice c'è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile "libro bianco", fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati".

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti.

"Non c'è alcuna sanzione sociale verso l'analfabetismo con laurea", commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. "Fino a cinquant'anni fa l'incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono". Non è una questione di stile: l'analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica "una pillola per tre giorni", alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola?

PARLIAMO DEI PROFESSORI CHE SANNO MENO DEGLI ALLIEVI.

Usate le domande che l'Ocse aveva rivolto agli studenti. Solo il 36% ha saputo spiegare perché lievita la pasta. L'indagine Pisa - Ocse che ha visto i nostri quindicenni piazzarsi agli ultimi posti nella graduatoria internazionale relativa alla cultura scientifica, non risparmia neppure i professori. Gli stessi test sono stati infatti proposti dal settimanale “Panorama” a un campione di 100 docenti di Scienze delle medie e superiori con risultati non molto diversi. Se la maggior parte dei nostri quindicenni non ha saputo rispondere alla domanda: perché si alternano giorno e notte, non pochi insegnanti di Scienze si sono trovati in difficoltà di fronte alla domanda: «Perché la fermentazione fa lievitare la pasta?». Pisa - Ocse, la vendetta: ovvero i professori di Scienze non sempre sanno rispondere alle domande destinate ai propri allievi quindicenni. Il settimanale ha selezionato cinque test dal questionario Pisa - Ocse, che ha coinvolto un campione di oltre 400 mila studenti quindicenni di 57 Paesi e li ha proposti ai professori, che avrebbero dovuto mettere i ragazzi in condizione di rispondere ai quesiti. I risultati sono stati sorprendenti. Per esempio, alla domanda «Perché la fermentazione fa lievitare la pasta? », appunto, ha risposto correttamente, scegliendo l'unica opzione giusta sulle quattro proposte, solo il 36 per cento degli intervistati: «La pasta lievita perché si produce un gas, il biossido di carbonio ». Per tre domande le percentuali di risposte esatte sono state inferiori al 40 per cento. Inoltre, in due casi su cinque le percentuali di risposte esatte dei docenti delle medie inferiori sono state più alte di quelle dei loro colleghi delle superiori.

PARLIAMO DELLE TRACCE E DEI TEST MINISTERIALI SBAGLIATI PER GLI ESAMI DI STATO.

"C'è un errore nel test di medicina". E il ministero ammette tutto.

Sul web è diventato il caso della domanda 54. I siti dedicati agli studenti ne parlano da giorni. Un quesito presente all'interno del test d'ingresso a medicina la cui soluzione fornita dal ministero suscita critiche e osservazioni. E il ministero, in tarda serata, ammette l'errore, pubblicando le risposte giuste. C'è stato anche un problema per la prova di architettura.

Al centro delle proteste degli studenti, le domande 54 e 72 del test d'ingresso a medicina svoltosi il 3 settembre 2009. Nella 54 agli aspiranti medici era stato richiesto di completare la definizione di anemia falciforme. Sui risultati del test, pubblicati dal MIUR il 7 settembre, la risposta che viene indicata come corretta è la seguente: "malattia genetica causata da una mutazione puntiforme autosomica che determina la sostituzione della valina con l'acido glutammico in una catena beta dell'emoglobina". Falso. La risposta corretta è un'altra, indicata come errata dal ministero. E cioè: "malattia genetica causata da una mutazione puntiforme autosomica che determina la sostituzione dell'acido glutammico con la valina". Un'inversione di termini che potrebbe causare la fine di un sogno per molti aspiranti medici. L'errore del test viene subito notato da studenti e genitori che affidano al web e alla lettere ai giornali le loro osservazioni. Invitano il ministero ad annullare la domanda. Molti, preoccupati, raccontano di di aver chiamato il Cineca - il Consorzio Interuniversitario a cui il ministero affida l'elaborazione dati - che ha confermato di aver ricevuto parecchie segnalazioni: il ministero si è riunito per deliberare una decisione. Ma è improbabile che, ammesso che sia accertato lo sbaglio, la prova debba essere ripetuta. Già in passato c'erano stati casi di errori all'interno dei test d'ammissione, che non comportarono l'invalidazione dei test ma solo l'esclusione delle domande errate dal computo dei risultati.

La domanda annullata nel 2007. Questa la prima domanda resa nulla nel 2007: "Un aereo viaggia a 800 km/ora, in assenza di vento, in direzione Est per 400 km poi ritorna indietro. Il tempo impiegato per realizzare l’intero percorso è quindi un’ora. Quando lungo il tragitto soffia un vento diretto verso Ovest (o verso Est) pari a 100 km/ora costante per tutto il percorso, il tempo di percorrenza (andata e ritorno) sarà: a) un’ora b) più di un’ora c) meno di un’ora d) più di un’ora se il vento spira da Ovest e) più di un’ora se il vento spira da Est. "Il quesito è annullato in quanto sono possibili più risposte esatte tra le opzioni indicate", spiegarono dal ministero. Il secondo quesito invalidato, la domanda 79, invece riguardava una complessa equazione: la domanda chiedeva qual era "l’insieme di tutte le sue soluzioni reali". L’annullamento è stato reso necessario perché "è omessa - spiegò il ministero - l’indicazione della risposta esatta in quanto da un’ulteriore verifica operata dalla commissione istituita per la predisposizione dei quesiti, è risultato che nessuna delle opzioni indicate può essere considerata corretta: il quesito pertanto è annullato".

Stessa impreparazione da parte degli esaminatori è per le tracce agli esami di maturità. A un certo punto è sembrata la commedia degli equivoci. Autore primo della commedia è stato certamente il Ministero, con l’incredibile errore che ormai tutti sanno: la poesia di Montale “Ripenso il tuo sorriso” non era dedicata a una donna, ed erano quindi fuori luogo, se non proprio ridicole, le domande su un’inesistente, almeno in quel caso, “figura femminile”.

Ma bisogna stare attenti anche a correggere. Un bell’articolo su “Corriere.it” sbeffeggiava i “sapienti” del Ministero, perché la poesia di Montale è dedicata a… Angelo Barile. Angelo Barile? Certo, proprio lui, l’amico cui Montale mandò in prima lettura il manoscritto dei suoi “Rottami”, prima versione degli “Ossi di seppia”.

E la dedica “a K” in cima alla poesia che ci sta a fare, allora? La soluzione ormai la sappiamo tutti: la poesia non era dedicata né a una donna, né a Barile, bensì al ballerino russo Boris Kniaseff.

Al Ministero ci sono sicuramente degli ignoranti: ma un bel bagno di umiltà non fa mai male a nessuno.

Dopo la 'gaffe' su Montale altri due errori nelle prove per la Maturità, in quella di greco ed in quella di inglese. A segnalarle il sito "Parmaok.it", che sottolinea nel testo per la versione di greco la mancanza di una parola, essenziale per la traduzione, ed in quello per la prova di inglese un errore nella reggenza del verbo 'to help'.

Non è la prima volta che i testi forniti dal Ministero dell'Istruzione per gli esami di maturità contengono degli "sbagli", a volte "errori tecnici", a volte "problemi di interpretazione", ma anche vere e proprie disattenzioni. 

Poco dopo la fine delle prove arriva la notizia del primo pasticcio della Maturità 2009. Colpisce il liceo musicale. "La prova di analisi di un brano musicale fornita ai maturandi dal Ministero è incompleta, mancano le ultime tre pagine, che corrispondono alla 'ripresa' (definizione della forma sonata) e, nella traccia, viene attribuita come sonata a F.J. Haydn anzichè a L.v.Beethoven. Si tratta infatti dell'opera 14 n.2 Sol maggiore di L.v. Beethoven, come correttamente riportato nel frontespizio del testo, ma non nella traccia predisposta dal Ministero", dichiara Mimmo Pantaleo, segratario generale della Flc-Cgil. Il ministero incolpa un consulente esterno, Bruno Carioti del Conservatorio dell'Aquila.

Se nel 2008 è il caso del commento alla poesia di Montale "Ripenso al tuo sorriso", già nell'edizione 2007 della maturità ci fu la segnalazione di un problema nella traccia dello scritto di italiano che riguardava Dante. In particolare, il presidente della Società Dantesca Italiana, Guglielmo Gorni spiegò che l'errore consisteva nell'aver attribuito al domenicano San Tommaso anche l'elogio di San Domenico di Guzman, quando invece ciò avviene nel canto successivo (il XII) per opera del vescovo francescano Bonaventura di Bagnoregio.

Altro errore nel 2005, quando fu segnalato un errore in geografia nella seconda prova scritta dell'esame di maturità, quella riservata ai tecnici della grafica pubblicitaria, dove Urbino diventa una città dell'Umbria anziché delle Marche. La prova scritta consisteva nel realizzare un manifesto pubblicitario e un depliant per un Festival internazionale del teatro di strada da tenere a Urbino. Nella traccia del Ministero si indicano fra gli enti patrocinatori del festival l'Assessorato alla Cultura del Comune di Urbino e la Regione Umbria.

Nel 2004 una lettera sbagliata della prova di greco rischiò di innescare un ricorso nazionale.

Nel 2002 doppietta di nuovo in italiano: una poesia di Saba ha un testo traballante preso a caso da un'antologia, mentre a una lirica di Sbarbaro viene affibbiato un titolo inesistente. È solo colpa del nostro tempo frettoloso?

E nel 1997 un tema proposto agli istituti d'arte attribuiva «L'allegoria del buono e del cattivo governo » a Simone Martini, quando era naturalmente di Ambrogio Lorenzetti.

Un altro errore risale al 1993, per la prova dedicata agli studenti in lingua slovena: temi furono tradotti in un linguaggio incomprensibile ed errato. Alcuni esempi: "diritti inviolabili" diventarono "diritti violati"; "paventarsi" fu cambiato in "spaventarsi". 

PARLIAMO DEGLI ESAMI UNIVERSITARI.

Esami e tesi di laurea pagati in natura o con mazzette. Per il 30 e lode alcune studentesse pronte a tutto. Il 30 e lode ottenuto grazie al libro del professore tenuto sotto braccio. E’ anche questa l’Italia universitaria.

Arrivarci però a quelli esami, se per la Facoltà c’è il numero chiuso.

Niente paura, c’è il trucco!!

Questa volta nel registro degli indagati sono stati iscritti i nomi di 24 studenti che - secondo l'accusa - hanno ottenuto dall'esterno sui propri telefonini cellulari le risposte ai quesiti. A questi nomi si aggiungeranno presto quelli di altri 19 studenti, che hanno frequentato i corsi tenuti dal principale indagato, che in cambio di soldi, avrebbe assicurato ai ragazzi il superamento dei test. Il Rettore dell'Università di Bari, ha annullato il test di ingresso per l'accesso alle Facoltà di Medicina e Odontoiatria dell'Università di Bari. Intanto "fatti gravi che denotano un certo malcostume" sarebbero stati accertati dalla Procura di Bari nell'Università di Ancona nell'ambito delle indagini su presunte irregolarità compiute dalle matricole e da loro complici per superare i test di ammissione alle Facoltà a numero chiuso di Medicina e Odontoiatria nella città marchigiana. Anche il test di ingresso per l'accesso all’Università di Catanzaro è oggetto di indagine. Dalla documentazione raccolta dai militari della Guardia di Finanza di Bari emergerebbero nuovi spunti investigativi che farebbero pensare ad altre irregolarità compiute per accedere anche a altri corsi di laurea, come fisioterapia, sia nella città marchigiana sia in altre facoltà italiane.

PARLIAMO DEL PLAGIO ACCADEMICO.

I fili italiani sono sottili e tenaci: trovarli è possibile, tagliarli troppo faticoso. Cominciano dalle università. A differenza di quelle inglesi o francesi, sono sprovviste di software di rilevamento del plagio. Secondo la società Six Degrés, che ha condotto una ricerca su 2.000 atenei e istituti, il 50% delle tesi contengono più del 5% di similitudini da Internet. Traduzione: metà degli studenti copia. Alle superiori, l'84% delle tesine dell'ultimo anno sono del tutto o in parte copiate. Voi direte: segreto di Pulcinella. D'accordo: ma il plagio è vietato, talvolta è reato. In molti Paesi, Usa in testa, l'azione è giudicata grave e disonorevole. Uno studente sorpreso a copiare è punito severamente, talvolta espulso. Al liceo si copiava, ma si trattava di una soffiata o una sbirciata. Oggi si copia su scala industriale. Perché fare una ricerca se si può fare copia-incolla da Wikipedia?

All'università le colpe sono più gravi, e non nuove. Anche prima del Web le facoltà erano consapevoli della compravendita delle tesi: il ragazzotto ricco e pigro acquistava dal bravo studente, desideroso di guadagnare. Gli studi professionali d'Italia sono pieni di questi campioni (hanno appena alzato gli occhi dal giornale/ schermo, sperando che nessuno li abbia visti arrossire).

Tranquilli: niente prediche, in Italia sono fiato sprecato. Dico solo che esiste una regola (acquistare la tesi è vietato), da tutti ignorata.

PARLIAMO DEI CONCORSI ACCADEMICI TRUCCATI.

Riforma Gelmini, inefficace contro i concorsi accademici truccati, ma almeno utile contro parentopoli? Macchè!! Da “Il Messaggero” e dal “Il Corriere della Sera” un ampio resoconto.

Per qualcuno potrebbe essere l’ultimo colpo di coda di parentopoli. Per altri la continuazione di una saga inarrestabile che si tramanda di padre in figlio passando per i nipoti (rare volte spingendosi fino ai trisavoli). E’ successo, dunque a poche ore dalla verosimile approvazione da parte del Senato della legge Gelmini che prevede la proibizione di chiamate universitarie per parenti di dirigenti accademici fino al IV grado.

Università Roma 2, Ateneo di Tor Vergata, quello della spianata, che ospitò la Giornata mondiale della gioventù nel Giubileo 2000. La grande croce è sempre lì. Il rettore no, è cambiato. Da quasi due anni c’è Renato Lauro, 71 anni, preside della Facoltà di Medicina eletto con 727 preferenze. La stessa università che ha chiamato come professore associato alla cattedra di Malattie dell’apparato respiratorio la dottoressa Paola Rogliani. Chi è? E’ la nuora del rettore. Il posto che arriva in zona Cesarini delimita un’epoca. A ridosso del Natale, sotto l’albero, riunisce suocera, figlia e nuora, in pratica mezza famiglia. Nella stessa facoltà e nello stesso dipartimento infatti c’è anche il marito della signora, nonché figlio del rettore, Davide Lauro, 41 anni, professore ordinario di Endocrinologia, cattedra detenuta prima di lui dal padre. E ci sarebbe anche il “nipote”, il dottor Alfonso Bellia, ricercatore di medicina interna. Ma il Magnifico nega quest’ultimo ramo di parentela. «Con il professor Bellia - chiarisce una volta per tutte - non c’è nessun legame neanche leggero di parentela, mi viene attribuito solo perché è siciliano come me». Già. In fatto di parentopoli non esiste una geografia. I legami travalicano qualsiasi confine, le nostre regioni, così diverse tra loro, nel malcostume etico si somigliano più o meno tutte. Renato Lauro, preside della facoltà di Medicina dal 1996 al 2008, oltre a essere rettore e anche direttore del dipartimento clinico di Medicina, quello nel quale lavorano i suoi congiunti, del Policlinico Tor Vergata. La nuora chiamata in cattedra in extremis. Come lo spiega? «Lei scherza? Sono concorsi regolarmente banditi nel 2008, quando io non ero ancora rettore. Inoltre, faccio notare che la legge Gelmini, non ancora approvata, non abolisce i professori, stabilisce solo che i ricercatori sono una qualifica ad esaurimento». «Per gli stessi bandi - continua il rettore - sono stati chiamati già una ventina di vincitori di concorso. Ma vincere non vuol dire prendere servizio visto che ci sono, come è noto, problemi di budget».

In altri punti la legge Gelmini potrebbe prestarsi ad interpretazioni. Su questo punto è chiara: prevede che nelle assunzioni per ordinario e associato siano esclusi i consanguinei dei professori appartenenti al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata. Di docenti ma anche di rettori, direttori generali e consiglieri di amministrazione. E fissa anche un limite per i rettori: potranno rimanere in carica un solo mandato, per un massimo di 6 anni. Nel caso di Tor Vergata, se approvata la legge, Renato Lauro potrebbe avere una proroga di 2 anni dell’incarico rettoriale e restare in carica dunque fino alla quasi venerabile età di 74 anni. Di lui si parlò come «lo zio» cui faceva riferimento nelle intercettazioni l’ex direttore dei Lavori pubblici Angelo Balducci finito in carcere per gli appalti del G8 alla Maddalena. Finito in pasto ai taccuini in quei giorni “caldi”, Lauro rispose: «E allora? Sì, sono io “lo zio” di cui si parla nelle intercettazioni, ma io sono un medico, non sono Provenzano». Durante un incontro con il corpo accademico dell’Ateneo romano, il rettore era stato duramente contestato. E già in passato era finito nell’elenco dei parentopolati per la chiamata del figlio Davide, vincitore, circa 4 anni fa, di un concorso di professore ordinario, non di Medicina interna, ma di tecnologie biomediche, poi passato in endocrinologia. Lauro commenta: «Mio figlio se n’era andato negli Usa a studiare e lì stava benissimo. Basta guardare il suo curriculum per mettere tutti a tacere. Stesso dicasi per gli altri professori associati che hanno vinto i concorsi del 2008: controllate, sono tutti figli di nessuno».

Vigilia dell'approvazione della riforma Gelmini, ultimi colpi di coda dei Baroni. Infatti ecco che spuntano nuove assunzioni e promozioni di parenti negli atenei La Sapienza e Tor Vergata. I protagonisti: i familiari dei rettori: Luigi Frati e Renato Lauro. A poche ore dall'approvazione del ddl università, che impone lo stop alle parentopoli (purtroppo solo attraverso un emendamento dell'ultim'ora) che vieta a padri, figli e parenti di stare negli stessi dipartimenti, sembrerebbe che nei due atenei capitolini si pensi di più a sistemare le famiglie che ai problemi dell'università.

SAPIENZA - Alla Sapienza, Giacomo, 36 anni appena, figlio del rettore Luigi Frati, sta passando da professore associato a quello di ordinario. Le procedure formali sono andate in porto il 19 novembre 2010. Appena in tempo per schivare l'approvazione del ddl. Giacomo Frati, dunque, sarà ordinario a Medicina, la stessa facoltà dove fino a poco tempo fa insegnava la madre e dove insegna anche la sorella Paola, ordinario, laureata in Giurisprudenza. Stessa facoltà di cui il padre è stato preside per anni. Stessa facoltà dove fino a poco tempo fa, prima di andare in pensione, insegnava Storia della medicina la madre di Giacomo e Paola. Cioè Luciana Rita Angeletti, professoressa ordinaria moglie del Magnifico Frati. Proprio lei che prima di approdare nell'università del marito per occuparsi di Storia della medicina, insegnava Lettere al liceo. Quindi ci fu un momento in cui Luigi, Rita, Giacomo e Paola lavoravano allo stesso indirizzo. Anzi festeggiavano il matrimonio di quest'ultima nell'aula Grande di Patologia Generale. Oggi tutta la famiglia Frati può fregiarsi dello straordinario titolo di ordinario.

TOR VERGATA - A Tor Vergata sarebbe stata assunta come professore associato alla cattedra di malattie dell'apparato respiratorio la dottoressa Paola Rogliani, nuora del rettore Renato Lauro, 71 anni, ex preside di Medicina e Chirurgia (stesso percorso di Frati), che respinge le accuse spiegando che i concorsi sono stati banditi «nel 2008», molto prima delle norme anti-parentopoli della Gelmini. Il rettore ha anche il figlio Davide, 41 anni, ordinario di Endocrinologia. Come il padre prima di lui.

I PRECEDENTI - Prima di Lauro era stato Magnifico per 12 lunghi anni Alessandro Finazzi Agrò che si ritrovava nella solita facoltà di Medicina e Chirurgia del suo ateneo non solo il figlio Enrico (professore associato) ma anche i nipoti di primo grado Calogero Foti e Gaetano Gigante (entrambi professori di Medicina riabilitativa con tanto di cattedra e primariato al Policlinico Tor Vergata). Mentre l’altro figlio, Ettore, è ordinario alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, tanto per dare il quadretto familiare al completo. Il binomio padri-figli non è però un'innovazione introdotta dagli ultimi rettori. Alla Sapienza Frati ha illustri predecessori: Renato Guarini prima (con le figlie Maria Rosaria e Paola Paola, e il genero Luigi Stedile nei ruoli tecnici) e prima ancora Giuseppe D’Ascenzo (con il figlio Fabrizio) tenevano famiglia in università. Insomma una tradizione che si tramanda da generazioni rettoriali.

Su "Repubblica", su "L'Espresso", su "Panorama" e su altri organi di stampa non si fa che approfondire il fenomeno del nepotismo accademico. Di seguito il riporto delle varie inchieste. Il 13 Settembre 2010 a Palermo, un ragazzo, un cervello italiano, è volato dall'ultimo piano della facoltà di Filosofia. Si è suicidato. Aveva 27 anni, si chiamava Norman Zarcone, era un dottorando in Filosofia del linguaggio e, racconta il padre, da qualche tempo era particolarmente deluso, depresso: gli avevano fatto capire, senza mezzi termini, che per lui non c'era spazio nell'università italiana. Qualche mese prima un altro ragazzo, cinque anni più giovane, Gianmarco Daniele, aveva presentato a Bari, capitale del nepotismo accademico italiano, una tesi di laurea: "L'università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti", una ricerca nata per raccontare come le università italiane siano in mano a un gruppo di famiglie. E per documentare come esista un nesso scientifico tra nepotismo e il basso livello della didattica e della ricerca. Daniele ora è all'estero, con una borsa di studio europea. Ma davvero nell'università italiana non c'è spazio per questi talenti, solo per i parenti? Quali sono le grandi dinastie di casa nostra? E a due anni dalla "svolta anti-baroni" annunciata dal ministro Maria Stella Gelmini - che ora torna a invocarla per giustificare nuovi tagli - i baronati stanno davvero segnando il passo? O sono ancora loro a comandare?

LA TOP TEN

A Bari, nella facoltà di Economia, la stessa dove si è laureato Daniele, è cambiato poco. L'economista Roberto Perotti, italiano formatosi al Mit di Boston, in un saggio del 2008 "L'università truccata" (Einaudi) aveva indicato quello come il caso limite, "tanto incredibile da raccontare in tutto il mondo". A Economia 42 docenti su 176 hanno tra loro legami di parentele, il 25 per cento, record assoluto in Italia. I leader indiscussi a Bari e in Italia nella classifica delle famiglie restano così i Massari. Commercialisti affermati, con un passato nel Partito socialista di Craxi, in cattedra hanno almeno otto esponenti, tutti economisti. Uno di loro doveva essere anche in commissione durante la laurea di Daniele, peccato che quel giorno avesse un impegno. "Abbiamo vinto tutti concorsi regolarissimi", rispondono loro, quando vengono tirati in ballo. I capostipiti della dinastia sono i tre fratelli, Lanfranco, Gilberto e Giansiro, che hanno in mano il dipartimento di Studi aziendali e giusprivatistici e, seppur nell'ombra, l'intera facoltà. Le nuove leve sono invece Antonella (ordinaria a Lecce), Stefania, Fabrizio (tutti e tre figli di Lanfranco), Francesco Saverio e Manuela. A fare concorrenza ai Massari, in facoltà, c'è la famiglia Dell'Atti (6) e quella dell'ex rettore Girone, con cinque parenti in cattedra: ci sono Giovanni e la moglie Giulia Sallustio, ormai in pensione, il figlio Gianluca, la figlia Raffaella e il genero Francesco Campobasso. A Foggia conta ancora molto la dinastia dell'ex rettore, Antonio Muscio, secondo con 7 parenti nella top ten nazionale con la new entry Alessandro, assunto nell'ultimo giorno di rettorato del papà e nella sua stessa facoltà, Agraria. Nell'ateneo lavoravano anche mamma Aurelia Eroli (dirigente amministrativa, ora in pensione), la figlia Rossana, la nipote Eliana Eroli, il genero Ivan Cincione e la sorella Pamela. A Roma le grandi casate sono due: i Dolci e i Frati. Un figlio di Giovanni Dolci, uomo chiave dell'odontoiatria italiana, è Alessandro, ricercatore a Tor Vergata. La moglie, Alessandra Marino, è ricercatrice alla Sapienza. Dove lavora anche il genero di Dolci, Davide Sarzi Amedè, marito di Chiara, a sua volta odontoiatra al Bambin Gesù. Un altro figlio di Dolci, Federico, lavora a Tor Vergata, mentre Marco è ordinario a Chieti. Accanto a papà Frati invece c'è sua moglie Luciana Angeletti e sua figlia Paola (insegnano a medicina, ma non sono medici) e il figliolo Giacomo. Sempre molto forti le famiglie a Palermo, come aveva avuto modo di accorgersi Norman Zarcone. Il record è dei Gianguzza, cinque tra Scienze e Medicina. Ma le dinastie palermitane sono cento, sparse in tutte le facoltà, per un totale di 230 docenti "imparentati". Economia è il regno dei Fazio (Vincenzo, Gioacchino, Giorgio), a Giurisprudenza ci sono i Galasso (Alfredo, il figlio Gianfranco, la nuora Giuseppina Palmieri), a Lettere i Carapezza (i fratelli Attilio e Marco, ora associato, il cugino Paolo Emilio, suo figlio Francesco), a Ingegneria (18 famiglie, 38 parenti) i Sorbello o gli Inzerillo, a Matematica i Vetro (Pasquale, la moglie Cristina, il figlio Calogero), Agraria è nelle mani di 11 nuclei familiari. Coincidenze statistiche? Davvero è così nel resto d'Italia e in tutta Europa?

LA RICERCA

Secondo i dati raccolti nella tesi di Daniele, no. Lo studente ha infatti sviluppato un indice medio che misura la percentuale di omonimia in ogni facoltà di ogni ateneo e la percentuale media di omonimia in campioni della popolazione italiana in numero uguale ai docenti presenti nella facoltà osservata. Il risultato è incontrovertibile: in quasi tutti gli atenei l'indice di omonimia è più elevato rispetto alla media nazionale. Dieci volte di più a Catania, poco meno a Messina. Molto superiori alla media sono anche la Federico II di Napoli, Palermo, Bari, Caserta, Sassari e Cagliari. Le più virtuose sono invece Trento, Padova, il Politecnico di Torino, Verona, Milano Bicocca. Certo: non sempre avere lo stesso cognome significa essere parenti. Ma considerando anche che spesso molti familiari di professori hanno cognomi diversi, il dato è un'attendibile quantificazione statistica, per approssimazione, della diffusione del nepotismo. Anche perché gli atenei segnati con la penna rossa da Daniele sono proprio quelli al centro delle inchieste giornalistiche e della magistratura. "Il dato italiano - spiega Daniele - è in controtendenza con il resto d'Europa: quasi ovunque il tasso di omonimia nelle università è minore della media nazionale. Gli atenei tendono ad attrarre docenti da fuori, con cognomi diversi da quelli locali". Lo studio confronta poi i dati sulle omonimie con le valutazioni del Censis sulla qualità delle università. E in media gli atenei con più omonimi sono quelli che producono meno e viceversa. Ma davanti a questi numeri, la politica e il mondo accademico come si comportano? Sono nemici o complici delle grandi famiglie che hanno in mano l'università italiana?

LA RESISTENZA

"Ci prendono in giro", ha tuonato il presidente della conferenza dei Rettori, Enrico Decleva, la cui moglie Fernanda Caizzi è stata condannata in appello, e poi prescritta, per aver pilotato un concorso a Siena nel 2001. "Il qualunquismo sulle parentopoli è una giustificazione per uccidere l'università pubblica". La legge Gelmini approvata al Senato a luglio prevede un codice etico obbligatorio per tutti. Ma a Bari (il primo ateneo ad approvarlo, quattro anni fa) gli escamotage fanno scuola. Virginia Milone è stata assunta quando il padre si è impegnato a trasferirsi nella sede decentrata di Taranto. "Capirai: la nostra facoltà è diventata la valvola di sfogo dei parenti", dice il rappresentante degli studenti Francesco D'Eri. La docente Maria Luisa Fiorella, otorino come il padre, era stata respinta dalla facoltà (a scrutinio segreto). Ora, con un colpo di coda, i baroni vogliono tornare a votare: con l'alzata di mano. Il codice è servito solo a Farmacia: Giulia Camerino ha rinunciato al concorso da ricercatrice bandito nel dipartimento della madre. "Ho studiato tutta una vita, non volevo vivere con un bollino che non meritavo". "Se parliamo di baronati è tutto come prima - dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale della Flc della Cgil - E se le università non bandiscono concorsi, a pagare sono solo i ricercatori figli di nessuno". Il ministro Gelmini promette di trasformarne, con il nuovo piano di programmazione, diecimila in associato. Vuol cambiare la progressione di carriera con un contratto triennale, una successiva valutazione, e quindi un ulteriore contratto triennale per diventare associato. Ma per ora quelli che salgono di grado hanno sempre cognomi pesanti: a Cagliari è appena stato promosso ordinario Francesco Seatzu, figlio d'arte sardo. A valutarlo, in commissione, c'era Isabella Castangia, con la quale Seatzu ha lavorato gomito a gomito negli ultimi anni. "Tutto è come prima, più di prima", attacca Tommaso Gastaldi, professore di Statistica alla Sapienza, instancabile fustigatore del malcostume universitario. L'ultimo esempio, racconta, è la nomina di due docenti: lui aveva previsto i loro nomi già nel 2008. I soliti noti, nonostante i proclami del Governo, continuano a comandare. E non vogliono lasciare il campo ai giovani. Che si ribellano: l'Air, l'associazione italiana dei ricercatori, ha indetto una petizione per bloccare "l'eccessiva "discrezionalità" nei criteri di valutazione dei concorsi universitari".

GLI OVER 70

Molti docenti con più di 70 anni ricorrono ai tribunali amministrativi per posticipare il loro pensionamento, accelerato da una norma voluta dall'ex ministro Fabio Mussi. Vuole rimanere in servizio Emilio Trabucchi, ordinario di Chirurgia e presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Nipote dell'omonimo luminare della Biomedicina e deputato Dc morto nel 1984, Trabucchi ha due nipoti nell'università, Emilio Clementi, straordinario nel dipartimento di Scienze precliniche "Lita Vialba", e Francesco Clementi, ordinario di Farmacologia. "Abbiamo specializzazioni diverse. E in tutti i casi parlano le pubblicazioni", precisa Trabucchi. Ha scelto di ritirarsi, invece, Vittorio La Grutta, nobiltà accademica palermitana: medico il nonno, professore il padre, rettore il fratello (dell'ultima leva è rimasta la figlia, Sabina, psicologa). "Quando siamo saliti in cattedra, eravamo orfani. Ma ce l'abbiamo fatta lo stesso, senza favori". Diverso il destino dei Cannizzaro, altra famiglia storica siciliana. "Stanislao, il grande chimico, era un mio avo - racconta Gaspare, che ora è in pensione ma ha due figli docenti - ma io non sono figlio d'arte. In famiglia c'è sempre stato interesse per la scienza: è una tradizione". A Sassari resistono al pensionamento Mariotto Segni (il cui padre, Giovanni, oltre che presidente della Repubblica è stato rettore) e Giulio Cesare Canalis, il papà della showgirl Elisabetta, direttore della Clinica radiologica. Ma soprattutto l'ex rettore Alessandro Maida, tuttora potentissimo - spinge per bandire 52 concorsi - e ancora per un po' collega dei figli Carmelo e Ivana, piazzati nella sua facoltà, Medicina, del cognato, Giorgio Spanu, della moglie Maria Alessandra Sotgiu, e di altri nipoti e cugini. A Udine, dopo la fusione tra ospedale e università, sono stati nominati i nuovi direttori di dipartimenti. Nessuna sorpresa: i manager, ben pagati, sono tutti baroni di lungo corso come l'ultrasettantenne Fabrizio Bresadola, che ha piazzato il figlio Vittorio, la nuora Maria Grazia Marcellino e un altro figlio, Marco. Laureato in Filosofia ma non per questo escluso: insegna storia della Medicina.

Quattro pronostici azzeccati sui primi cinque concorsi per ricercatore universitario presi in esame da Andrea, il curatore del sito pronosticailricercatore.blogspot.com. Giovane studioso di matematica espatriato per carenza di cattedre (o forse di sponsor adeguati), Andrea ha lanciato il totoconcorsi delle selezioni accademiche svolte con il nuovo sistema. Naturalmente può trattarsi di una coincidenza, o forse i vincitori sono davvero i candidati più qualificati, pertanto non era difficile indovinarne i nomi. Sta di fatto che, esattamente come accadeva con il vecchio sistema, le selezioni accademiche non riservano sorprese.

Per sgombrare il campo da sospetti di combine e favoritismi, la riforma Gelmini del reclutamento universitario (la legge è la numero 1 del 2009) aveva introdotto il principio di casualità nella composizione delle commissioni universitarie. Ovvero, i quattro commissari esterni (due per i ricercatori) non vengono scelti più tramite elezione, ma con un sorteggio tra i primi dodici più votati (i primi sei tra i ricercatori).

Eppure anche in questo caso bisogna registrare un'anomalia. Nelle 1786 commissioni formate per sorteggio per i concorsi da ordinario e associato, si sono dimessi 342 commissari. In sostanza, uno ogni cinque commissioni, ed è stato perciò necessario procedere alla sostituzione. In passato le rinunce erano nell'ordine delle decine. Come mai si è arrivati a un tasso di morbilità che sfiora il 20%? Naturalmente perché prima le nomine venivano «concordate», e in qualche caso pilotate. Oggi, invece, è possibile ritrovarsi commissario anche contro la propria volontà. Ma c'è anche chi avanza un altro sospetto: «Una scuola forte, in cui ci sono gruppi di potere consolidati – spiega Giovanni Grasso, docente e animatore del blog Il Senso della misura - può anche condizionare le dimissioni, magari per favorire commissari più malleabili.

Esemplare è un articolo de “La Repubblica” su Messina. «Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell' Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell'Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall'ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato.

Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino.

Sono tanti con lo stesso nome. Troppi. E anche quando non si chiamano nello stesso modo, spesso sono parenti. Mogli, nipoti, cugini, cognati. Sono loro i padroni dell´Università.

Solo Napoli eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Palermo è davanti a Catania e a Messina, a La Sapienza di Roma, a Torino, a Milano e a Bari. E il luogo di provenienza dei docenti, come spiega il professore della Bocconi Roberto Perotti nel suo libro «L´università truccata» (Einaudi), è il principale metodo «per quantificare più sistematicamente, anche se indirettamente, il ruolo del nepotismo e delle connessioni nell´università italiana».

L´altro metodo consiste nello studiare la frequenza dell´omonimia.

Se in vita vostra avete solo collaborato a un lavoro «scientifico» di una pagina (una!) scritto con altre cinque persone e presentato a un convegno, ma mai pubblicato su una rivista internazionale, non disperate: potete sempre vincere un concorso universitario - dice Gian Antonio Stella su "Il Corriere della Sera" - basta esser nati sotto la giusta congiunzione astrale. Come successe al «professor» Giovanni Lanteri. Che vinse appunto un posto da «associato» all'Università di Messina presentando 2 pubblicazioni. La prima («Studio preliminare sull'espressione immunoistochimica dell'Eritropoietina...») fu subito scartata dagli stessi commissari: «Non venga presa in considerazione ai fini della presente valutazione». La seconda («A new outbreak of photobacteriosis in Sicily») è finita nel fascicolo dell'inchiesta giudiziaria col giudizio del Ministero dell'Università consultato dai magistrati: «Priva di rigore metodologico. Non è possibile individuare il singolo apporto di ciascuno dei sei autori».

L'episodio, sconcertante, è uno dei tantissimi raccolti da Nino Luca, un giornalista del «Corriere.it», in un libro edito da Marsilio: «Parentopoli». Quando l'università è affare di famiglia. Un reportage durissimo e spassoso su uno degli aspetti più controversi dell'università, quello dei concorsi sospetti. Che troppo spesso finiscono col consegnare la cattedra a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici. Immaginiamo già l'obiezione: non ci son solo i baroni e le clientele e le apocalittiche classifiche internazionali! Giusto. È vero che la situazione «cambia drasticamente se si concentra l'analisi sulle singole aree disciplinari» (come ricorda Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento di Matematica di Tor Vergata, 19° in Europa tra le eccellenze del settore e meno afflitto dalla cronica povertà di docenti stranieri), vero che nelle «hit parade» avulse la «Normale» è stabilmente nelle prime venti al mondo, vero che tanti ragazzi usciti dai nostri atenei vanno alla conquista del mondo.

Il reportage di Nino Luca, però, proprio per l'abbondanza di episodi così incredibili da risultare irresistibilmente comici, mette spavento. A partire dalla disinvolta e allegra spudoratezza con cui tanti rettori irridono alle perplessità di chi non riesce a capacitarsi di come, ad esempio, possano essere circondati da tanti parenti. Come Gennaro Ferrara, da 22 anni alla guida della Parthenope di Napoli: «Ma lei vuole fare un articolo serio o un articolo scherzoso? No, perché se lei vuole fare un articolo scherzoso, io ci sto». Come mai ha portato con sé all'università la seconda moglie, il di lei fratello, la figlia e i mariti delle due figlie? La risposta: «Se trattiamo “parentopoli” in termini scandalistici non va bene». Poveri figli, poi...«Devono dimostrare ogni giorno di valere...». Alcuni casi raccontati sono noti, come quello d'una torinese bocciata a un concorso che mesi fa si sfogò con «La Stampa» d'esser stata trombata, scusate il bisticcio, perché non aveva «più voluto compiacere sessualmente» il direttore della scuola di specializzazione. O quello della famiglia Massari che «porta l'Università di Bari nel Guinness dei primati» grazie al piazzamento nei dintorni della facoltà di economia di otto-Massari-otto: Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania. O quello del preside di Medicina e rettore della «Sapienza» Luigi Frati («Parentopoli? Voi giornalisti sapete fare solo folclore!», ha urlato a Luca), un uomo tutto casa e ufficio dato che nella sua facoltà lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola, che nell'aula magna di Patologia ha fatto la festa di nozze. Altri casi sono meno conosciuti. Come quello di un recentissimo concorso per due posti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Milano con cinque soli concorrenti tra i quali tre figli (due vittoriosi, ovvio) di docenti della stessa Facoltà di Medicina e Chirurgia. O quello della condanna a un anno di reclusione per abuso d'ufficio (pena sospesa) e a uno d'interdizione dai pubblici uffici (per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso) di Fernanda Caizzi Decleva, moglie del presidente in carica della Crui, la conferenza dei rettori.

La cosa più interessante del reportage, però, al di là della sottolineatura di certe bizzarrie (come quella che riguarda l'ex rettore di Bologna Fabio Roversi Monaco, che ha incassato 11 lauree honoris causa da vari atenei mondiali distribuendone in parallelo 160 a gente varia, da Madre Teresa di Calcutta a Valentino Rossi), sono le chiacchierate tra l'autore e alcuni dei protagonisti del mondo accademico italiano. Come quella con Augusto Preti, che diventò rettore a Brescia nel lontanissimo 1983, quando erano ancora vivi Garrincha e David Niven, e scherza: «Io sono il potere assoluto». O Pasquale Mistretta, il rettore di Cagliari, secondo il quale «molti figli illustri, proprio a causa dei complessi d'inferiorità verso i padri, a volte si sono smarriti: alcuni sono finiti anche nel tunnel della droga», quindi forse «quando un padre va in pensione, come un tempo succedeva in banca o all'Enel, è logico che ci sia un occhio di riguardo» per i figli. Il meglio, però, lo dà il professore Giuseppe Nicotina spiegando come il suo Ludovico avesse vinto in solitaria un concorso per ricercatore: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una "forma mentis" che si crea nell'ambito familiare tipico di noi professori». Insomma: è una questione quasi genetica. Se poi una spintarella aiuta la forma mentis...

Delle “Baronie universitarie” ne parlano tutti i giornali. Ne parla “La Repubblica”. Attilio Bolzoni, da Palermo a Bari, per parlare di palesità taciute dalla stampa pugliese. La stanza numero 24 è quella del professore Giovanni Tatarano, ordinario di Diritto privato. Suo figlio Marco insegna lì accanto, nella stanza numero 4. Sua figlia Maria Chiara riceve gli studenti proprio di fronte a papà, nella stanza numero 12. Tutta la famiglia in un corridoio. E non come quegli altri, che si sono sparpagliati invece su quattro piani e sopra cinque cattedre. Quegli altri che si chiamano Dell'Atti, tutti parenti, tutti docenti. Ma mai tanti e mai tanto esimi come i Massari, nove tra fratelli e nipoti e cugini, probabilmente la tribù accademica più numerosa d'Italia.

Benvenuti all'Università di Bari, benvenuti nella città dove in pochi intimi si spartiscono il sapere e il potere.

Buongiorno, dov'è la stanza del professore Girone? "Girone chi?", risponde spazientito il vecchio custode di Economia e Commercio. Girone Giovanni o Girone Raffaella che è sua figlia?, Girone Gianluca che è suo figlio o Girone Sallustio Giulia che è sua moglie? In ordine, stanza numero 3, stanza numero 26, stanza numero 58, stanza numero 13. E aggiunge, sempre più infastidito il custode: "Poi se vuole parlare con un altro parente stretto dei Girone, ci sarebbe pure il dottore Francesco Campobasso, associato di statistica, che è il marito della professoressa Raffaella, quinto piano, stanza numero 19".

Sono tutte qui le grandi famiglie accademiche, tutte super rappresentate a cominciare da Girone fino agli illustrissimi Massari, tre fratelli - Giansiro, Lamberto e Lanfranco - e poi un nugolo di figli ricercatori. Concorsi a regola d'arte, carte naturalmente sempre a posto come vuole la legge. Tanto a vincere sono soprattutto i parenti. Il Preside della facoltà allarga sconsolato le braccia: "A me i professori me li regalano le commissioni aggiudicatrici dei concorsi: cosa posso fare io? Io non sono mai stato nelle commissioni di esami".

Senza vergogna e senza pudore una dozzina di clan accademici, anno dopo anno, si sono impadroniti dell'Ateneo. "E' come se ci fosse stata una competizione tra alcuni professori a chi riusciva a collocare più membri del proprio gruppo familiare", commenta Nicola Colaianni, ex magistrato di Cassazione, il docente di Diritto Pubblico nominato dal Senato Accademico a presiedere una commissione d'inchiesta sui buchi neri dell'ateneo.

Ci sono i clan ad Economia e Commercio e ci sono quelli al Policlinico, altro girone infernale della cultura universitaria pugliese. Clan e ancora clan, lo scambio di promesse per un posto di ricercatore o di associato, i figli e i nipoti tutti specializzandi, sempre gli stessi nomi che occupano le stesse cattedre: i Ponzio a Lingue, i Foti al Politecnico e via via tutti gli altri. Fino alle grandi famiglie dei "professori" del Policlinico. Quasi tutti hanno trovato un dottorato di ricerca o un incarico nella stessa clinica del padre o dello zio o del cugino. A Psichiatria. A Ortopedia. A Neurochirurgia. A Endocrinologia. A Chirurgia Generale. Un elenco infinito. Con il 40 per cento circa dei figli dei primari nella stessa facoltà dei padri e, molto spesso, nella stessa struttura operativa. Con l'età dei "fortunati" parenti a volte molto sospetta, mediamente dieci anni più bassa di quella dei loro colleghi senza blasone.

Rettore, ma cos'è questa sua Università, una sola grande famiglia? Prima Giovanni Girone travolge con la sua mole un gruppo di giornalisti e si fa sfuggire un magnifico "vaff...", poi si scusa, minaccia la solita querela a chiunque parli o scriva dei suoi e degli altri parenti cattedratici, finalmente si placa e ci fa entrare nella sua stanza. Alle sue spalle due grandi foto, una di Padre Pio e l'altra di Aldo Moro. E alla fine Girone sospira: "I nomi non c'entrano, i concorsi o sono corretti o non sono corretti. E nel caso di mia moglie e dei miei figli è stato tutto regolarissimo: quel che conta è soltanto la produzione scientifica". Così parla il Magnifico Rettore dell'Università di Bari, l'Ateneo delle grandi tribù.

Lo stesso Attilio Bolzoni e sempre su “La Repubblica” denuncia una identica “parentopoli” a Palermo.

Una Cupola dotta si spartisce il sapere di Palermo. Sono cento le famiglie che hanno l'Università nelle loro mani, cento clan accademici fatti di figli che salgono in cattedra per diritto ereditario, fratelli e sorelle che succedono inevitabilmente ai loro padri e ai loro zii, nipoti e cugini immancabilmente primi al pubblico concorso. Regnano in ogni facoltà. Si riproducono nell'omertà.

Docenti parenti. Cinquantotto a Medicina. Ventuno a Giurisprudenza. Ventitré su appena centoventinove professori ad Agraria, la roccaforte dei patti di sangue.

Se l'Ateneo di Bari è diventato famoso in Italia per la compravendita di esami e per i test superati in cambio di sesso, quello di Palermo ha un primato assoluto che spiega come i "soliti noti" spadroneggino in ogni disciplina. Ordinari, associati, ricercatori: tutti legati uno all'altro da un intreccio parentale. In totale sono almeno 230. Cento famiglie.

Un altro record solo apparentemente innocuo di questa Università è per esempio il luogo di nascita dei suoi docenti: il 54,7 per cento sono palermitani. Più della metà sono di qui e due su tre vengono dalla provincia. Soltanto Napoli eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Ma il numero che svela fino in fondo la Palermo cattedratica è quell'altro sui legami familiari. Sono piccoli grandi eserciti dislocati dipartimento dopo dipartimento, materia per materia.

Somiglia tanto a un'occupazione militare, chi non fa parte di un clan resta quasi sempre fuori. E tutto nel rispetto della legge e delle procedure. La regola per conquistare un posto in università è solo una: non parlare. Qualcuno - è chiaro - si ritrova suo malgrado in questo elenco nonostante meriti e titoli. Per molti però quello che conta è solo il nome che portano.
Ci sono delle vere e proprie dinasty anche a Scienze, ad Architettura, a Economia. In ogni facoltà ci sono ceppi familiari dominanti, aule e laboratori di ricerca popolati solo da rampolli. Uno scandalo dopo l'altro soffocati nel silenzio.

A Medicina le famiglie che comandano sono 24. Si ramificano dappertutto. Una è la famiglia Cannizzaro. Il padre Giuseppe è ordinario di Scienze farmacologiche, nel suo dipartimento c'è anche il figlio Emanuele (ricercatore), la cognata Luisa Dusonchet (associata) e la figlia Carla che insegna a Farmacia. Ordinario di Scienze stomatologiche è Domenico Caradonna, i figli Carola e Luigi fanno i ricercatori nello stesso dipartimento. Ordinario di Scienze biochimiche è Giovanni Tesoriere, la moglie Renza Vento è a Biologia, la figlia Zeila è entrata in Architettura dove c'è anche suo marito Renzo Lecardane. Zeila è stata nominata a soli 37 anni come associata "per chiamata diretta", il marito - che da un anno era impiegato al Comune di Palermo dopo un'esperienza all'estero - ha conquistato un posto grazie alle norme sul "rientro dei cervelli". Altri nomi eccellenti di Medicina con parenti al seguito: i Salerno (Biopatologia), i Canziani (Neuropsichiatria infantile), i Ferrara (Otorinolaringoiatria), i Piccoli (Neuroscienze cliniche). Dopo i parenti ci sono naturalmente schiere di compari. Li piazzano per grazia ricevuta. A un favore fatto ne corrisponde sempre un altro. E' una catena interminabile, un giro chiuso. Le carte sono sempre a posto, i concorsi a prova di codice penale, un altro discorso è la decenza.

Come a Economia, il reame dei Fazio. Il capostipite è Vincenzo, ordinario di Scienze economiche, aziendali e finanziarie. Nello stesso suo dipartimento ci sono altri due Fazio: i suoi figli, Gioacchino associato e Giorgio ricercatore. Insegnano la stessa materia di papà. Il preside di Economia si chiama Carlo Dominici, suo figlio Gandolfo è anche lui in facoltà per istruire gli studenti in Scienze economiche. Poi ci sono i due Bavetta, Sebastiano ordinario e Carlo associato, figli di Giuseppe che lì a Economia c'era fino a qualche tempo fa. Ora è in pensione. Un ultimo caso di padre e figli di quella facoltà: il docente di economia aziendale Carlo Sorci e sua figlia Elisabetta - ricercatrice - che insegna Diritto commerciale.

A Giurisprudenza i docenti sono 137 e i nuclei familiari che dettano legge 10. Alfredo Galasso è ordinario di Diritto privato, suo figlio Gianfranco insegna la stessa materia, nello stesso dipartimento c'è anche Giuseppina Palmeri che è la moglie del fratello di Gianfranco. Anche Savino Mazzamuto (Diritto privato, ora trasferito a Roma 3) ha lasciato un posto in eredità a suo figlio Pierluigi. La figlia di Aurelio Anselmo, Alice, ha trovato sistemazione all'Università di Trapani: ricercatrice di Diritto pubblico. Salvatore Raimondi, nome pesante, amministrativista di grido ingaggiato per i suoi "pareri" anche dalla Regione siciliana, ha nel suo dipartimento di Diritto pubblico il figlio Luigi. E Rosalba Alessi, ordinario di Diritto privato - e soprattutto potente commissario degli enti economici siciliani, una carica che vale come tre assessorati importanti - ha nello stesso suo dipartimento il nipote Enrico Camilleri.

Ad Architettura c'è una grande famiglia, quella dei Milone. Il preside Angelo è in compagnia del fratello Mario (che è anche vicesindaco di Palermo e - attenzione - assessore ai rapporti con l'Università) e due figli che sono ricercatori: Daniele e Manuela. A Lettere, i Carapezza sono 4. I fratelli Attilio e Marco, il primo che insegna Scienze delle Antichità e il secondo Filosofia e teoria dei linguaggi. Il loro cugino Paolo Emilio è ordinario di Musicologia, suo figlio Francesco è ricercatore nello stesso dipartimento di Attilio. Poi ci sono i Buttita. Nino, il vecchio, antropologo, è stato preside di Lettere. Il figlio Ignazio insegna all'Università di Sassari ma ha supplenze a Palermo. La moglie Elsa Guggino è ordinaria nella stessa facoltà.

L'elenco dei padri e dei figli continua a Ingegneria, 18 famiglie e 38 parenti. Filippo Sorbello e il figlio Rosario, Michele Inzerillo e la figlia Laura, Stefano Riva Sanseverino (cognato di Luca Orlando) e la figlia Eleonora. A Scienze Matematiche Fisiche e Naturali si contendono il numero dei parenti i Gianguzza e i Vetro. Mario Gianguzza, ordinario di Biopatologia a Medicina, a Scienze ha come colleghi i fratelli Antonio (Chimica inorganica) e Fabrizio (Biologia cellulare) e la figlia Paola (Ecologia). Uno dei loro nipoti, Salvatore Costa, è anche lui in Biologia cellulare. L'altra famiglia, i Vetro, è tutta appassionata di matematica. Pasquale Vetro, matematico. La moglie Cristina Di Bari, matematica. Il loro figlio Calogero, matematico.

La facoltà più piena di mogli e mariti e figli è però quella di Agraria. Su 129 docenti 23 sono parenti. Un quinto. Divisi in 11 nuclei familiari. Il preside Salvatore Tudisca ha lì dentro come associata sua moglie Anna Maria Di Trapani. L'ordinario Antonino Bacarella ha la figlia Simona e il nipote Luca Altamore. L'ordinario Giuseppe Chironi ha la figlia Stefania, l'ordinario in pensione Giuseppe Asciuto ha suo figlio Antonio, l'ordinario in pensione Carmelo Schifani ha il figlio Giorgio, l'ordinario Salvatore Ragusa ha il figlio Ernesto, l'ordinario Luigi Di Marco ha la moglie Antonietta Germanà, l'ordinario Vito Ferro ha la moglie Costanza Di Stefano, l'ordinario Antonio Motisi ha la moglie Maria Gabriella Barbagallo, l'ordinario Riccardo Sarno ha il figlio Mauro, l'ordinario Claudio Leto ha la moglie Teresa Tuttolomondo. Cento famiglie. Di queste ce ne sono sessanta con "residenza" fissa in uno stesso dipartimento. E' praticamente casa loro.

«Che faccia i nomi!», protestarono i Rettori quando il Ministro della Salute Girolamo Sirchia osò osservare come in Italia a Medicina e Chirurgia imperassero baronia e nepotismo: «in cattedra vanno tuttora i figli e i cognati». Eppure perché contestare una verità palese. Provare non era difficile, bastava guardarsi un po’ attorno.

Alla Sapienza insegna Tommaso Gastaldi, ricercatore di Statistica. Mesi fa previde: “una rivoluzione sta per scuotere l'università italiana. Si sta creando un incredibile fronte compatto di persone di buona volontà che va da Napoli a Siena... Possiamo veramente creare un'onda sismica...”, scrisse nel suo blog, “Concorsopoli". I casi di Modena e Roma mostrano che il terremoto è già in atto: è la rivolta contro il sistema di cooptazione dei professori universitari, spesso assimilato all'affiliazione mafiosa. Dopo i primi scandali di Roma, Bari, Bologna, Firenze, Siena, Macerata, Messina e le inchieste che sono seguite, la parola d'ordine è attaccare la "razza barona", la casta che manda in cattedra figli, nipoti, cugini e amanti - ma anche amici e compagni di partito, frammassoni, colleghi di cordata.

Nel suo sito “Universitopoli”, Marco Lanzetta, primo chirurgo italiano ad aver effettuato un trapianto di mano, ha pubblicato invece la sentenza del consiglio di Stato che lo proclama finalmente vincitore contro l'università di Varese. "I giudici riportano la legalità nei concorsi universitari", scrive. Ma alla fine nemmeno la sentenza basta a ristabilire la legalità. E così il Tar di Palermo ha restituito a Maria Rita Gismondo, microbiologa della clinica Sacco di Milano, il posto da ordinario che le era stato soffiato da docenti che, è risultato poi, avevano spacciato per pubblicazioni scientifiche dei semplici atti congressuali. Lo stesso è successo a Bari, dove alcuni docenti di Diritto si sono presentati a un concorso, vincendolo, con fotocopie "edite" da un'anonima stamperia di Benevento. Sempre a Bari è stato necessario l'intervento del Tar perché un professore di biochimica ottenesse il laboratorio che gli spettava, negatogli dall'endocrinologo Francesco Giorgino, peraltro indagato dalla procura, insieme al padre, per il suo concorso da ordinario, grazie al quale ha ereditato la direzione del reparto.

Siti come quello di Gastaldi, che ha creato un osservatorio per segnalare in anticipo i concorsi sospetti, si moltiplicano. Si chiamano “Ateneo Pulito”, “Malauniversitas”, “Università degli orrori”, “Ateneo Palermitano”, lo stesso “Universitopoli”. Diari dell'indignazione accademica curati da chi non regge più lo strapotere degli ermellini.  Molti docenti "arrabbiati", ora, cercano di organizzarsi in un network. Fanno il tifo per i magistrati e trovano alleati anche oltre gli atenei. Come Paolo Padoin, Prefetto di Padova, che alle nefandezze universitarie dedica una sezione del suo sito “Rinnovare le Istituzioni”, scrivendo: "Manteniamo fiducia nell'azione della magistratura che, anche se in tempi biblici, dovrebbe arrivare alla definizione delle tante azioni penali pendenti in diverse sedi universitarie. Soprattutto la vicenda di Trieste, nella quale sono coinvolti quasi tutti i big di agraria, denunciati dal professor Quirino Paris... ".

Paris, docente della University of California: è emigrato lì dopo un feroce scontro con i suoi colleghi italiani proprio sulle procedure di selezione. Ha inventato un modello matematico delle parentopoli italiane e lo ha fatto pubblicare su una rivista on line americana.

Il dato matematico-statistico dimostrerebbe come il pilotaggio sia preordinato in modo evidente ai fini dell’abuso e per avvantaggiare nel percorso accademico persone di famiglia ed associati privilegiati e prestabiliti al fine di ottenere ingiusti vantaggi.

Ovunque si grida alla prova truccata. I professori scrivono ai magistrati, avvertono carabinieri e finanzieri: la vita accademica procede per via giudiziaria. Chiami un docente e ti risponde: "Non posso parlare, sono in Procura".

PARLIAMO DEGLI ALTRI CONCORSI SCOLASTICI TRUCCATI.

L'Italia è il Paese della ''pubblica distruzione'', dove ci sono più bidelli nelle scuole che carabinieri per le strade a garantire la sicurezza dei cittadini. ''Uno scandalo'' denunciato dal quotidiano ''Libero'', che il 23 settembre 2008 ha pubblicato un'inchiesta sul personale non docente e docente delle scuole italiane, riferendo gli ultimi dati Ocse che sottolineano come ''in Italia c'è un insegnante ogni undici alunni. In Gran Bretagna ne hanno uno ogni venti. La media europea è uno ogni sedici''.

''Sono 167mila i non docenti degli istituti italiani, mentre gli agenti dell'Arma non arrivano a 118 mila. Sono 15,6 bidelli per scuola materna o elementare, praticamente 2,2 per classe''.

Citando i dati di ''Tuttoscuola'', del Ministero dell'Istruzione e i dati di  ''Education at a Glance'', Ocse 2008, il quotidiano sottolinea che in Italia, nelle scuole, sono impiegati 167.000 bidelli per 7.751.356 alunni, mentre i Carabinieri in servizio nel nostro Paese, inclusi quelli impegnati nelle missioni all'estero, sono solo 118.000, ben 49.000 in meno dei bidelli.

''Il costo complessivo di questi 'collaboratori scolastici' (la qualifica politicamente corretta) è - scrive il quotidiano di Feltri - di 4 miliardi di euro l'anno. Il 60% sono di 'ruolo', quanto dire super garantiti. E questo dopo una riduzione senza la quale nei prossimi cinque anni la spesa sarebbe salita a 20 miliardi''.

E tra gli sprechi citati da Libero anche ''i 60 milioni di euro che ogni anno si spendono per telefonate e telegrammi per convocare supplenti che, residenti su tutto il territorio nazionale spesso rifiutano''.

Non è tutto. Dopo quelle di Torino, anche a Napoli si scoprono graduatorie scolastiche truccate e manomesse per vie informatiche e - di conseguenza - supplenze, nomine e immissioni in ruolo del tutto arbitrarie. Qualcuno, dotato della password necessaria, è entrato nel sistema del Provveditorato e ha modificato il file relativo. Trecento, forse quattrocento tra insegnanti e bidelli, potrebbero non essere in regola.

La traccia del fenomeno è in una lettera-denuncia del segretario regionale della Cisl scuola, Vincenzo Brancaccio, al suo leader nazionale Francesco Scrima, «Caro segretario - dice la missiva del 12 maggio 2008  - sono costretto a chiederti un intervento urgente presso la Signora Ministro della Pubblica Istruzione per ripristinare legalità e certezza del diritto nella scuola campana. Sarai stato certamente informato sulle graduatorie falsate dei collaboratori scolastici (bidelli - ndr) dell'ufficio scolastico di Torino, secondo gli articoli apparsi su "La Stampa"  del 7 maggio 2008 - ricorda Brancaccio - Bene: in Campania la situazione è drasticamente più grave».

Nella provincia di Napoli, per esempio - secondo l’ipotesi su cui sta lavorando la magistratura allertata dall’Ufficio scolastico regionale - le graduatorie truccate sarebbero tre. O, almeno, tre sarebbero quelle su cui sono state rilevate delle manomissioni ma, forse, il fenomeno potrebbe essere ben più esteso e riguardare anche altre province. Occorre ricordare che, per sanare una volta per tutte il fenomeno del precariato e iniziare un nuovo sistema di reclutamento del personale, le graduatorie della scuola sono «ad esaurimento», e quindi bloccate da sette anni. Eventuali novità nei nomi o modifiche dei dati, quindi, sono facilmente rilevabili, anche se comportano l’oneroso lavoro di monitorare circa 90 mila nomi. Tuttavia le magagne sono venute a galla.

La prima, nella provincia di Napoli, ha riguardato i docenti inseriti negli elenchi delle «abilitazioni speciali». Spieghiamo: l’abilitazione all’insegnamento, oggi, si può ottenere in due modi: o frequentando le Siss (le scuole biennali di specializzazione) oppure dimostrando di aver insegnato per almeno 360 giorni nella scuola statale. Questo secondo canale consente l'immissione nella graduatoria definita, per l’appunto, delle «abilitazioni speciali».

Alcune denunce hanno consentito di rilevare che, all’interno di questa graduatoria, che costituisce un trampolino di lancio nell’insegnamento di ruolo, sono stati inseriti dei nomi di persone che non ne avrebbero avuto titolo e che avrebbero fornito «false certificazioni». Si parla di «decine» di nomi, ma il materiale ancora da esaminare è sterminato. Per intanto la Guardia di Finanza ha sequestrato gli atti.

Secondo filone. Nelle graduatorie della scuola d’infanzia ed elementare è stato appurato che «almeno» 42 docenti avrebbero visto il proprio punteggio lievitare repentinamente, da un minimo di otto a un massimo di 64 punti, come dire che a qualche docente sono stati attribuiti cinque anni di lavoro in più. L’esame della graduatoria non è ancora concluso e altri nomi potrebbero emergere.

E poi c’è la madre di tutte le truffe: la «bidellopoli» che, dopo quella torinese, ora è in salsa napoletana. Centinaia (il numero è in continuo aumento e non ancora definitivo) sarebbero gli aspiranti bidelli catapultati in graduatoria «non avendone neppure i titoli», cioè mancando perfino della licenza media. Anche qui ci sarebbero false certificazioni prodotte da diplomifici privati o da sedicenti scuole paritarie.

Presidi, concorso col trucco

Il ministero dell'Istruzione ha pubblicato la batteria di 5.750 test dai quali saranno sorteggiati i 100 quiz che saranno sottoposti ai 42 mila aspiranti ad una poltrona di preside. Ma qualcuno ha già "confessato" di essere venuto in possesso delle domande almeno un giorno prima. Non mancano errori e incongruenze. Da un’inchiesta de “La Repubblica”

Tra fughe di notizie ed errori nei test il concorso per dirigente scolastico rischia di naufragare prima ancora di iniziare. Lo scorso primo settembre, il ministero dell'Istruzione ha pubblicato la batteria di 5.750 test dai quali saranno sorteggiati i 100 quiz che fra un mese saranno sottoposti ai 42 mila aspiranti ad una poltrona di preside. Ma qualcuno ha già "confessato" di essere venuto in possesso delle domande almeno un giorno prima. Così, forum, blog e siti internet specializzati sono stati sommersi dai post dei candidati che segnalano errori, incongruenze, inesattezze nelle domande e che non nascondono la preoccupazione di trovarsi di fronte, dopo avere studiato per mesi, ad una selezione "addomesticata".

Ma andiamo con ordine. Dopo oltre un anno di attesa e mille anticipazioni, il 13 luglio 2011 è stato bandito il concorso per reclutare 2.386 nuovi dirigenti scolastici. Il bando di concorso, per sfoltire il gruppo di oltre 42 mila candidati che hanno presentato istanza prevede una preselezione attraverso un questionario a risposta multipla, simile a quello per accedere alle facoltà a numero programmato. La prassi, in questi casi, è quella di rendere nota la batteria di test dalla quale saranno sorteggiate le domande per il concorso alcune settimane prima. Durante la conferenza stampa del 31 agosto a Palazzo Chigi, il ministro Gelmini ha annunciato che il giorno dopo sarebbero stati pubblicati i test. Ma non sapeva che mentre lei parlava con i giornalisti qualcuno inviava a un candidato il prezioso file. E che ci sarebbe un "giro di raccomandati" che si sta adoperando per superare il concorso in tutti i modi.

La notte tra il 31 agosto e il primo settembre, nel forum aperto sul sito mininterno.net un docente dall'insolito nickname di "Preoccupato" confessa di avere ricevuto un file con le domande "ufficiali" ma di non potere essere sicuro della loro autenticità. Poco prima dell'una e mezza del primo settembre, alcuni candidati con problemi di insonnia si scambiano informazioni in attesa della pubblicazione dei test. E all'una e 46 compare sul web il contributo di "Preoccupato" che scrive: "C'è davvero di che essere preoccupati. Leggete i seguenti quesiti: si tratta dei primi 3 di ciascuna area. Appuntate la data e l'ora di questo post. Domattina capirete che ho scelto bene il mio nick!". "Scusa sono quelli ufficiali?", chiede l'incredula Carmenb.

E "preoccupato" risponde: "Ebbene sì!!! (domattina verificherete). Li sto spulciando dalle ore 13.30, quando ne sono venuto in possesso. Li trovo belli tosti. Non posso dire altro, ma questa cosa pone inquietanti interrogativi. Uno tra tutti: se la cosa si ripetesse con i fatidici 100 'sorteggiati'?". In pochissimo tempo si scatena la caccia al file. "O sei un raccomandato o stai sognando nel bel pieno della notte!!", commenta Imma8 e lui risponde: "1) Non sono raccomandato. 2) Come ho già scritto, non c'è alcun link, in quanto li ho ricevuti per e-mail in modo assolutamente casuale: sono del tutto fuori da quel giro. 3) Preferirei stare sognando, poiché mi sentirei più garantito. Su questo punto rinviamo il giudizio a domattina, cioè fra poche ore insonni. Se non si riveleranno quelli giusti sarò molto più soddisfatto: mi saranno serviti da esercitazione. Se saranno quelli giusti sarò sempre più preoccupato".

Dopo alcuni botta e risposta sempre più inquieti i partecipanti al forum decidono di inondare di e-mail il sito del ministero dell'Istruzione. Ma da viale Trastevere finora nessun commento ufficiale. Dal primo settembre le 5.750 domande costituiscono il passatempo migliore per migliaia di candidati al concorso: i quiz sono corredati dalle risposte e occorre memorizzarne il più possibile per avere qualche chance di successo. Scorrendole sono saltati fuori già diversi errori che hanno indotto l'Associazione docenti italiani a scrivere al ministro Gelmini e al capo dipartimento, Giovanni Biondi.

"Da un primo esame della batteria di quesiti pubblicata" il primo settembre "risultano diversi dati preoccupanti: un numero rilevante di errori nelle risposte indicate come esatte, domande prive di contestualizzazione alle quali è pertanto impossibile dare risposta, riferimenti a norme non più in vigore assunte come vigenti, domande incomprensibili o illogiche, inadeguatezza e incoerenza di numerosi quesiti rivolti a un concorso per l'area V della dirigenza". Ci sono anche alcune domande che lasciano perplessi. Quanto è importante per un preside sapere che la "tecnologia controllata dal tocco del dito o altro materiale conduttore di elettricità?" si definisce "touch screen capacitivo", anziché il "touch screen resistivo"?

"Non vorremmo che gli errori fin qui commessi comportassero un pregiudizio per la regolarità del concorso - scrive la presidentessa Alessandra Cenerini - e una facile occasione per un contenzioso giudiziale". Molti candidati "studiano da anni per questo concorso, hanno svolto master e dottorati e ora sono sconcertati di fronte a tale situazione". Il concorso si svolge in ambito regionale - sono stati messi in palio un tot di posti per ogni regione - e coloro che supereranno la preselezione dovranno svolgere due scritti, un periodo di formazione e un esame orale. La speranza, come ha avuto modo di dichiarare il presidente della commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea, "è che alla fine vengano reclutati dirigenti scolastici più giovani del precedente concorso: al di sotto dei 45 anni". "La fuga di notizie è grave e dal Ministero nessuna risposta".

"È inutile un concorso per presidi con i test se le regole non sono trasparenti". Gianni Carlini, coordinatore dei dirigenti scolastici della Flc Cgi, ha chiesto un chiarimento al ministero dell'Istruzione sulla presunta selezione "addomesticata". Ed esprime perplessità sugli errori presenti tra le domande.

"E' grave che alcuni siano venuti in possesso della batteria di test in anticipo e rispetto agli errori il ministero sta decidendo il da farsi". Gianni Carlini è il coordinatore dei dirigenti scolastici della Flc Cgil e sul concorso che sta per partire ha le idee piuttosto chiare.

I docenti sono molto preoccupati per la trasparenza del concorso, lei che ne pensa?

"Dopo le polemiche dello scorso concorso, con la preselezione per soli titoli, è un bene che ci sia una preselezione con i test. Ma questa va fatta bene".

In che senso?

"Abbiamo chiesto al ministero, per esempio, di escludere dal gruppo di coloro che hanno partecipato alla stesura dei test professori e dirigenti che stanno tenendo i corsi di preparazione al concorso".

Con quali risultati?

"Il ministero non ci ha dato risposte".

Cosa ne pensa della fuga di notizie sui test?

"E' grave che alcuni siano venuti in possesso della batteria di test in anticipo, perché questa circostanza fa sospettare che altri possano avere avuto i test ancora prima".

Cosa state facendo per assicurare la trasparenza della selezione?

"Stiamo intervenendo per ottenere il massimo delle garanzie possibili perché tra i candidati si sta diffondendo il disagio che il concorso non sia trasparente. Sappiamo che i 100 test cui saranno sottoposti i candidati saranno per tutti uguali. È indispensabile che il sorteggio avvenga in maniera tale che non ci siano fughe di notizie e che tutti i candidati vengano messi nelle stesse condizioni".

E sugli errori già segnalati?

"Anche noi abbiamo rilevato e segnalato diverse domande errate e ci dicono che il ministero sta valutando il da farsi".

Ma alcuni sostengono che alcune domande sarebbero sui generis, che ne pensate?

"In effetti, dalle domande emerge un profilo di competenze del nuovo dirigente scolastico piuttosto diverso da quelle di cui in effetti deve essere in possesso per svolgere il proprio lavoro".

A Palermo il corso-concorso al quale hanno partecipato oltre 600 dirigenti scolastici, è stato dichiarato nullo dal Consiglio di giustizia amministrativa siciliano lo scorso 10 novembre 2009. Per evitare un ulteriore passaggio parlamentare del decreto salva-precari la norma non era stata subito cancellata dal provvedimento. Ora il nuovo decreto legge elimina la norma, ma non le polemiche. Saranno molti gli strascichi legati ai diritti acquisiti da chi era entrato già in servizio, circa 426 presidi. Sembrerebbe che alle presidenze delle scuole occupate da presidi nominati in forza del concorso annullato dal Cga sia giunta una circolare che comunica che il 12 dicembre 2009 tali dirigenti rientreranno nei loro posti di insegnanti precedentemente occupati, mentre gli attuali titolari di quei posti saranno messi a disposizione del Csa. Erano state due concorrenti escluse dal concorso, la nissena Maria Cucciniello e l’agrigentina Giuseppina Gugliotta, a fare ricorso in appello chiedendo l’intervento della giustizia amministrativa, che aveva indotto l’ufficio scolastico regionale, diretto da Guido Di Stefano, a nominare una speciale commissione per rivalutare gli elaborati delle due ricorrenti. Il nuovo esito era stato ancora una volta sfavorevole alle due interessate, ma tanto era bastato perché il Cga intervenisse sull’intera procedura del corso-concorso individuando un motivo di difetto nel mantenimento di un solo presidente per due sottocommissioni a seguito della rinunzia di alcuni commissari. Decine di elaborati scritti a mano esaminati nel giro di poche ore, compiti dei vincitori infarciti di errori di ortografia: è bufera sulla selezione per dirigenti scolastici che si è svolta in Sicilia. Sicilia, concorso pubblico nazionale per dirigenti scolastici. Oltre 1500 docenti, dopo aver superato la selezione per titoli, partecipano alle prove scritte che consistono in un saggio e un progetto. I posti a disposizione sono solo duecento. Quando i risultati degli scritti sono pubblicati, numerosi docenti che non sono stati ammessi all’orale fanno richiesta del proprio elaborato e dei verbali di correzione della commissione. Quello che scoprono è all’origine della loro contestazione e della richiesta di annullare il concorso e rifare tutto. Una delegazione, guidata da Maria Antonietta Cucciniello, Alfredo Pappalardo e Matteo Croce, ha spiegato in trasmissione le anomalie verificate nella correzione dei compiti. Dai verbali, infatti, è stata riscontrata la velocità con la quale i commissari hanno corretto saggi e progetti: tre minuti per leggere elaborati scritti a mano, spesso con grafie incomprensibili, di almeno 6 pagine ciascuno. Ma non basta, come dimostrato dai docenti che contestano i risultati del concorso, questa rapida correzione ha visto premiati, in alcuni casi, scritti con grossolani errori di grammatica. Intervenuto in trasmissione il Direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia, Guido Di Stefano, ha affermato che solo pochi verbali mettono in evidenza anomalie nei tempi di correzioni ed ha difeso la regolarità delle procedure concorsuali.

Quando a Bari era facile essere ammessi a Medicina. I test di ingresso alla Facoltà pugliese finirono al centro di una brutta vicenda: docenti e studenti avevano messo su un lucroso giro per superare i difficili quiz. I rinvii a giudizio furono 127. Nel 2007 a finire sotto la lente di ingrandimento della magistratura è il test di ammissione a Medicina. A Bari si registra uno strano fenomeno: parecchi ragazzi riescono a risolvere "troppi" quesiti e riescono a totalizzare punteggi di gran lunga superiori agli studenti che nello stesso momento sostenevano gli esami negli altri atenei. Gli esclusi denunciano la cosa alla magistratura che comincia ad indagare e scopre che un docente, in collaborazione con altri colleghi, dipendenti dell'ateneo pugliese, genitori, studenti e perfino il figlio e la moglie avevano allestito una macchina quasi perfetta: da due diversi punti partivano e arrivavano sms con domande e risposte corrette, che venivano poi dirottati agli studenti. Così, superare il test di ammissione diventava un gioco da ragazzi. Ma, resosi conto che la situazione era degenerata, il rettore dell'ateneo decide di annullare il test. Dopo quattro anni, a Bari, 32 indagati per quella vicenda chiedono il patteggiamento della pena, mentre in 14 optano per il rito abbreviato. In quella tornata di test di ammissione anche altri atenei finiscono nella rete degli investigatori: Chieti, Foggia, Ancona. In tutto, sono stati rinviati a giudizio ben 127 persone per quella che il pm Francesca Romana Pirrelli non ha esitato a definire come vera e propria "organizzazione criminale".

Roma, Latina e Salerno corruzione alle elementari. Quello dei dirigenti scolastici non è l'unico scandalo che ha riguardato i concorsi. Per ottenere il posto alle elementari si usavano gioielli, foulard, maglioni e perfino profumi. Nel 2000 il concorso di scuola elementare è stato funestato da una serie di inchieste, con rinvii a giudizio e arresti a raffica. A Roma, Latina e Salerno i commissari d'esame del concorso bandito nel 1999 si sono fatti corrompere, in alcuni casi anche da una bottiglia di profumo. Due i filoni di inchiesta. In quella laziale due precarie non ammesse allo scritto fanno ricorso e scoprono che nella busta col loro nome e cognome ci sono altri compiti, pieni di errori, e denunciano il fatto. Dalle indagini si scopre che i compiti delle due insegnanti escluse, corretti e che avrebbero determinato il passaggio dell'esame, sono andati a finire nelle buste di altre due colleghe. Che interrogate, dapprima negano, e dopo un po' confessano la corruzione: gioielli, foulard, maglioni e perfino profumi per ottenere il posto. I tre insegnanti dall'altra parte della barricata, reclutati come commissari d'esame, erano tutte e tre donne. Per i carabinieri trovare il corpo del reato è stato facile, perché a casa delle tre insegnanti sapevano cosa cercare. A Latina, per lo stesso concorso invece i commissari d'esame hanno chiesto fino a 10 milioni delle vecchie lire e gioielli che sono stati trovati nella cassaforte di uno degli inquisiti. A Salerno finisce sotto inchiesta, per scarsa trasparenza, anche il concorso per la scuola materna.

PARLIAMO DI INSEGNANTI DI SOSTEGNO AI DISABILI.

Un'inchiesta sul Corriere della Sera di Gian Antonio Stella si intitola "La fabbrica delle cattedre al Sud con i «furbetti del sostegnino».

In quindici anni i docenti per i ragazzi con difficoltà sono triplicati.

«Vogliamo più disabili!». L’invocazione surreale che spinse un gruppo di precari ad assediare il Provveditorato di Caserta chiedendo un aumento degli insegnanti di sostegno appare esaudita: la crescita dei portatori di handicap è dieci volte superiore a quella degli studenti. Una notizia da brividi se non ci fosse un sospetto. Che l’impennata sia dovuta alla scoperta da parte di chi aspira alla cattedra di un’equazione: più handicappati, più assunzioni. Soprattutto nel Mezzogiorno.

La clamorosa denuncia è contenuta in un dossier di Tuttoscuola. «Nell'anno scolastico 2009-10 gli alunni disabili inseriti nelle scuole statali di ogni ordine e grado hanno superato le 181 mila unità (il 2,3% della popolazione studentesca), con un incremento di oltre 5 mila rispetto all'anno precedente», scrive la rivista diretta da Giovanni Vinciguerra. Peggio: «Negli ultimi cinque anni sono aumentati del 12,3%, mentre nello stesso periodo la popolazione scolastica aumentava dell'1,2». Un decimo. Sgomberiamo subito il campo: quello dei portatori di handicap, come dimostra tra gli altri il libro di Matteo Schianchi, "La terza nazione del mondo — I disabili tra pregiudizio e realtà", è un tema serissimo. Che toglie il sonno ai genitori dei ragazzi affetti da qualche disabilità, costretti ad affrontare il percorso scolastico troppo spesso senza un'assistenza adeguata.

Proprio perché il problema esiste, però, suona offensivo il modo in cui alcuni ne approfittano. Come accadde tempo fa ad Agrigento, dove il Circolo della legalità mandò una lettera al ministero sottoscritta da 550 addetti e un esposto alla Finanza per denunciare l'abuso della legge 104. Legge che, a tutela dei dipendenti che abbiano invalidità superiori a un certo limite o debbano farsi carico di un parente disabile, dice che hanno la precedenza in graduatoria per avere un posto più vicino a casa. Norma giusta. Ma utilizzata, stando alla denuncia, da troppi furbi: «Praticamente il 100% dei posti nelle "materne" è stato assegnato negli ultimi tempi grazie alla legge 104. C'è una dilagante e prepotente disonestà che coinvolge non solo chi usufruisce dei benefici della Legge, ma anche chi consente queste pratiche fraudolente». Di più: «Il sistema sta dilagando». Dice oggi il dossier Tuttoscuola che «nel 1995-96, con una popolazione scolastica complessiva superiore a quella attuale, gli alunni con disabilità erano 108 mila. In quindici anni sono aumentati di quasi il 70%. I docenti di sostegno, che in quell'anno erano 35 mila, sono diventati ora più di 90 mila». Quasi il triplo: «Allora vi era un docente di sostegno ogni tre alunni disabili; oggi c'è un docente ogni due». Sia chiaro: è bene che i ragazzi più sfortunati vengano aiutati. E sotto questo profilo la legge italiana è migliore di tante altre al mondo. E lo riconosce anche la rivista di Vinciguerra: «È cresciuto molto negli ultimi 10-15 anni lo sforzo dello Stato verso un settore che sotto molti aspetti rappresenta un fiore all'occhiello» della nostra scuola.

Ormai «l'Italia investe circa 3 miliardi di euro l'anno solo per il personale di sostegno». E quell'esercito di 90 mila insegnanti specializzati è maggiore più di tutti gli psicologi (70 mila) e i pediatri (14 mila) messi insieme. Che ci sia qualcosa che non va lo dice la mappa, da cui emergono squilibri sorprendenti»: «Ci sono più studenti disabili al Centro e nel Nord Ovest, ma lo Stato destina gli insegnanti di sostegno (a tempo indeterminato o precari) soprattutto al Sud e nelle Isole. E tra questi offre posti stabili (immissioni in ruolo a tempo indeterminato) molto di più proprio al Sud e nelle Isole che nel resto del Paese: il 52% dei posti fissi sono assegnati infatti nel Meridione». Dove vive circa il 27% degli italiani e dove risultano (sulla carta) il 40% degli alunni bisognosi di un appoggio. Dice la legge che ogni 100 insegnanti di sostegno 70 devono essere stabili ma questa percentuale sale all'89% in Campania e in Sardegna e crolla al 56% in Lombardia e in Veneto, si impenna al 91% in Basilicata e precipita al 55% in Emilia Romagna. Perché differenze così abissali? Tuttoscuola risponde che dipende «probabilmente in buona misura dai diversi criteri utilizzati dalle Asl per la valutazione delle disabilità» e questo nonostante «la legge richieda l'utilizzo dei parametri internazionali dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità: e non a caso la manovra finanziaria di inizio estate ha introdotto la responsabilità per danno erariale da parte dei medici preposti». Quanto al «numero di docenti di sostegno e, tra questi, di quanti sono assunti stabilmente, si tratta di decisioni prese dal Ministero dell'istruzione».

Di più: la sproporzione negli ultimi anni «si è accentuata». La spiegazione è una sola: c'è qualcuno negli uffici assai disponibile a fare piacerini agli amici e agli amici degli amici. C'è chi dirà che anche qui si tratta di un «risarcimento» al Mezzogiorno, come lo chiamava Mastella. Ma che c'entra il riscatto del Sud coi «furbetti del sostegnino»? Spiega il dossier che il posto d'insegnante di sostegno è in realtà una scorciatoia, tanto più in questi tempi di magra e di riduzione del personale, per la conquista della cattedra a vita. Basti dire che «dei 10 mila posti di docente per le nuove immissioni in ruolo 2010-11, più della metà (5.022) sono per posti di sostegno». Posti che dopo 5 anni, una volta guadagnata l'assunzione, si possono abbandonare per «passare all'insegnamento tradizionale». Ma come si diventa insegnanti di sostegno? Penserete: chissà quanti studi! No: basta frequentare «un semestre aggiuntivo all'università, per 400 ore totali. E non sempre la preparazione è all'altezza: per gli alunni con disabilità visiva, ad esempio, non è raro imbattersi in docenti di sostegno che non conoscono l'uso del Braille, la scrittura per ciechi».

PARLIAMO DELLE LAUREE FACILI.

Università e scorciatoie come le lauree facili concesse anche ai giornalisti. L’inchiesta di Rizzo e Stella sul Corriere della Sera del 15 dicembre 2008 denuncia il riconoscimento dei crediti all’«esperienza» praticata dagli atenei italiani.

Certo, la scorciatoia passata con lo slogan «Laureare l'esperienza» e varata prima da una legge del '99 (centrosinistra) ritoccata da un decreto del 2004 (centrodestra) per riconoscere la dote di preparazione e competenze accumulata da questa o quella figura professionale permettendo a gente già inserita nel lavoro di conquistare l'agognato alloro, non riguarda solo i giornalisti. Anzi. Decine di Università, come è noto, si precipitarono ad approfittare delle nuove norme per accumulare studenti. «Avevamo la fila alla porta di gente che voleva laurearsi e ci proponeva mille o duemila iscritti a botta», ha raccontato ad esempio Francesco Paravati, responsabile del marketing della «Uninettuno»: «Il delegato di un gruppo di agenti di custodia arrivò a dirci: la laurea ci serve solo per passare di grado. Non daremo fastidio a nessuno, non faremo danni usandola. Le altre ci riconoscono cento, centodieci crediti... Perché voi no?». E infatti così era l'andazzo, all'inizio. Al punto che per accaparrarsi nuove matricole qualche ateneo arrivò a proporre a ragionieri o guardie forestali, vigili del fuoco o poliziotti (prima che Mussi imponesse un tetto di 60 su 180: tetto peraltro aggirato da alcune università con la scusa dei diritti acquisiti) una quantità di «crediti» folle. Un esempio? La convenzione di Siena coi carabinieri. Convenzione che permetteva ai marescialli che avevano seguito un certo corso interno di vedersi riconoscere fino a 124 «crediti formativi». Solo 24 meno dei 148 necessari ad avere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione: tre tesine e il maresciallo era dottore.

Fatto sta che, all'apparire della scorciatoia, anche l'Ordine dei Giornalisti si diede da fare.

Funzionava così: 10 crediti ai direttori responsabili, 8 a capiredattori, capiservizio e responsabili degli uffici stampa, 6 ai divulgatori scientifici, 4 ai redattori, agli editorialisti e agli opinionisti. Uno schemino ridicolo. Che assegnava ai capiservizi dei giornalini di quartiere, paradossalmente, più punti che a fuoriclasse come Bocca o Pansa. Di più: i crediti si potevano moltiplicare per il numero di anni di servizio, fino a un massimo di 80 per i professionisti e 60 per i pubblicisti. Di più ancora: nei «casi di eccellenza delle conoscenze e delle abilità professionali certificate» (da chi? boh...) potevano essere aumentati del 20% ancora. Arrivando a un totale di 96 per i professionisti e 72 per i pubblicisti.

Comunque, oggi, più o meno, siamo punto e accapo. Rileggiamo un'Ansa del 22 settembre 2004. «I giornalisti professionisti e pubblicisti in possesso del titolo di scuola media superiore potranno accedere fino al terzo anno di laurea in alcune facoltà italiane». Quali? Inizialmente, la già citata Università di Chieti, quella di Cassino e Sora, la barese «Lum Jean Monnet» di Casamassima (unico esempio mondiale, forse, di ateneo nato dentro un ipermercato, «Baricentro»), la Lumsa di Roma.

E che dire delle lauree vendute. Per i falsi esami, 39 sono stati gli interdetti alla professione forense.

I cosiddetti tutori della legge. Dopo i provvedimenti del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, arriva quello dell'autorità giudiziaria. Il giudice per le indagini preliminari ha emesso un'ordinanza applicativa di misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo di esercitare le attività delle professioni forensi nei confronti di trentanove tra avvocati e procuratori coinvolti nell'inchiesta sui falsi esami alla facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo "Magna Græcia" di Catanzaro. Nel dettaglio, le persone colpite dal provvedimento interdittivo sono tutti accusati di avere approfittato di false attestazioni, che avrebbero fatto risultare come superati esami mai effettivamente sostenuti.

L'inchiesta sulla presunta falsificazione di esami alla facoltà di Giurisprudenza è scattata nel 2007, quando un docente ha invitato i vertici dell'Ateneo a presentare denuncia dopo essersi accorto della presenza ad una sessione di laurea di una studentessa che non aveva sostenuto l'esame della sua materia. Dopo le prime verifiche, è finito in manette il funzionario addetto alla segreteria didattica di Giurisprudenza. Sarebbe lui, che per alcune fattispecie di reato ha già patteggiato la condanna, la figura-cardine del presunto imbroglio. Nel corso degli accertamenti sarebbero stati individuati almeno 400 casi sospetti di corruzione.

Sulla vicenda aveva visto bene l'Ordine distrettuale degli avvocati, che da alcuni mesi aveva già deliberato la sospensione dei propri iscritti finiti sul registro degli indagati; un indirizzo ora confermato dal provvedimento del gip.

«Tutti gli indagati – si legge nell'ordinanza – hanno conseguito, apparentemente, un titolo (la laurea in giurisprudenza) che li abilita alle professioni forensi, le quali comportano l'esercizio, talvolta, di poteri certificativi di valenza pubblica. La laurea falsamente conseguita, inoltre, attribuisce agli indagati l'apparenza di un titolo per partecipare a concorsi pubblici e, comunque, per interloquire, da laureati, con la pubblica amministrazione, con conseguente, inevitabile, induzione in errore di tutti i pubblici funzionari che diano per scontata l'esistenza e la genuinità del titolo medesimo».

Lo stesso esercizio dell'attività forense, in quanto tale, deve «considerarsi – prosegue il Gip Antonio Rizzuti – abusivo. La partecipazione degli indagati, quali esercenti tale professione, ai procedimenti civili e penali, poi, comporta la falsità, per induzione in errore del pubblico ufficiale verbalizzante o redattore, dei verbali o degli atti da cui risulti la loro qualifica di avvocati o, comunque, di esercenti la professione forense».

«In definitiva – conclude – il possesso e l'utilizzo di una laurea fasulla alterano i rapporti giuridico-professionali degli indagati e condizionano una serie di attività, anche e soprattutto di interesse pubblico, dando luogo ad una costante induzione in errore degli ignari interlocutori degli indagati, tra i quali, principalmente, i pubblici uffici».

PARLIAMO DEI DIPLOMI FACILI.

Promozioni garantite. Diplomi facili. Anche senza mettere piede in aula. Purché si paghi. Ecco le truffe delle scuole non statali. Spesso finanziate dallo Stato. Tutto come dimostrato dall’inchieste del “L’Espresso”.

Tutto avviene a San Cipirello: un comune di 5 mila abitanti a mezz'ora da Palermo e un minuto da San Giuseppe Jato. Qui c'è l'Istituto tecnico per programmatori Beccadelli, scuola privata con aule minuscole e direzione nel seminterrato. L'amministratore unico, chiude la porta e si siede alla scrivania. Così può parlare con riservatezza. La questione è delicata: davanti ha un professionista milanese che si è trasferito in Sicilia e ha un problema da risolvere. Il figlio vive in Lombardia con l'ex moglie e non vuole studiare. Ha frequentato il primo anno di liceo scientifico rimediando una bocciatura. Poi è arrivato in seconda ed è stato bocciato ancora. Adesso è in terza con voti disastrosi. "A questo punto", dice il padre, "vorrei un percorso accelerato". Insomma: recuperare anni, a tutti i costi. "Considerando che il ragazzo abita a più di mille chilometri da qui".

Un'impresa in apparenza disperata: ma solo in apparenza. "Possiamo fare così", spiega, "il ragazzo si ritira, si presenta il prossimo settembre da noi e gli facciamo prendere i primi quattro anni". "Passa sicuramente?", chiede sfacciato il padre. "Passa, passa...", sorride, "non c'è problema". Non serve neppure che il ragazzo si faccia vedere: può starsene tranquillo a Milano. "Gli diamo noi i programmi, tanto è scolarizzato", dice. Quanto all'anno successivo, quello della maturità, la strada è in discesa: "Suo figlio prende la residenza a Palermo, lo iscriviamo da interno e ce ne usciamo!". Anche in questo caso, assicura, si va sul sicuro. È sufficiente che il giovane frequenti la scuola "una volta la settimana", al resto ci pensa l'istituto tecnico Beccadelli. Costo dell'operazione: "1.500 euro per l'idoneità al quinto anno e 2 mila per il diploma". Senza un depliant, senza un foglio con le caratteristiche della scuola. "A noi ci conoscono per passaparola", ammicca l'amministratore.

Bisogna accontentarsi del suo biglietto da visita.

"Agghiacciante", commenta Elio Formosa, coordinatore nazionale di Cisl scuola. "Siamo al mercato delle vacche, allo svilimento dell'istruzione". E non è la prima volta, per le scuole non statali. Nel 2004 la procura di Verona ha indagato 23 gestori, presidi e insegnanti di istituti privati in 11 regioni, con l'accusa di associazione a delinquere mirata "al conseguimento di maturità con falsi in atto pubblico". Due anni dopo, a Palermo, altri arresti per diplomi falsi in scuole private. E ancora, nel 2007, la procura di Modica (Ragusa) ha spedito 93 avvisi di garanzia per diplomi facili in istituti paritari. Fino alle 'Iene' di Italia 1 che, in piena bagarre per i tagli alla scuola statale, hanno mostrato come comprare un diploma in una privata di Caserta.

"Mele marce", dice Luigi Sepiacci, presidente nazionale dell'Aninsei (Associazione nazionale istituti non statali di educazione e istruzione): "Noi per primi cacciamo i mascalzoni, ma c'è chi gode a denigrare le nostre strutture". La verità, a suo avviso, è che "le scuole non statali offrono uno straordinario servizio". Di più: "Hanno sviluppato metodologie che non tutti gli istituti pubblici hanno". Per questo, aggiunge, è paradossale che la Finanziaria prevedesse un taglio ai fondi per le private di 133 milioni 393 mila euro (su un totale di 540 milioni 461 mila).

Un fatto è certo: presa in blocco, l'espressione 'non statale' significa poco. Bisogna aggiungere che in Italia le scuole si dividono in due macro categorie: statali (41.603) e non statali (15.946). E che le non statali si dividono, a loro volta, in strutture gestite da enti pubblici (3.414) o da soggetti privati (12.532). In entrambi i casi, è essenziale un'ultima suddivisione: quella in scuole paritarie (laiche o religiose) e non paritarie. "Le prime", ricorda Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd alla commissione Cultura della Camera, "sono codificate dalla legge 62 del 2000, ed equivalgono sotto ogni profilo alle scuole statali". Nel senso che rilasciano titoli di studio validi rispettando precisi obblighi: come l'offerta di corsi dal primo all'ultimo anno, l'assunzione di docenti abilitati e il rispetto dei contratti di lavoro. Diverso il discorso per le non paritarie, che possono avere corsi di studio incompleti, non applicare i contratti nazionali e assumere personale non abilitato. Un mondo scivoloso, ma seducente per chi voglia recuperare due, tre, anche quattro anni in un colpo. "Il problema", dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale Flc (Federazione lavoratori della conoscenza) Cgil, "è che per legge queste strutture mandano gli allievi a fare le idoneità nelle paritarie. Così il cerchio si chiude, creando un sistema scolastico dove agli onesti professionisti si affiancano elementi spregiudicati".

Quanto sia vero, lo si capisce dall'incredibile testimonianza di P. V., amministratore di un istituto non paritario romano specializzato in "preparazione degli esami universitari, scuola superiore con recupero anni scolastici, corsi di lingua, corsi per esame di Stato e preparazione ai concorsi pubblici". Tutto, in pratica. "Quando presentiamo alle paritarie i candidati per l'abilitazione alla quinta superiore", dice, "non vengono mai bocciati. Garantito". Il meccanismo è semplice: "La nostra scuola è frequentata da gente che vuole diplomarsi alla svelta: ci sono ragazzi ultraripetenti e lavoratori con la terza media che per ragioni di carriera inseguono il diploma. Li portiamo al le paritarie per gli esami di idoneità, e nel 90 per cento dei casi li lasciamo impreparati. Completamente. Non gli facciamo fare niente. Gli diciamo: 'Leggiti Ugo Foscolo, o qualcosa del genere, e vai a fare l'esame'".

Eppure il rischio bocciatura è inesistente, spiega P. V. I ragazzi pagano 3 mila 500 euro, e lui ne versa una parte alle paritarie: "Dagli 800 ai mille euro. Soldi che "le scuole ci restituiscono se, dopo l'idoneità, gli studenti si iscrivono da interni". Un catena di illegalità "schifosa", la definisce P. V. Tanto che ultimamente ha avviato un'altra procedura, comunque anomala: "Ho individuato una specie di agenzia; un gestore di scuole private, nel napoletano, a cui passiamo gli studenti. Lui segue gli allievi agli esami e noi prendiamo la provvigione".

Scandalizzarsi è lecito. Ma non bocciare, per questa storia, tutte le strutture private. Non sempre funziona così, nelle non statali italiane. Non sempre vince il malaffare. La risposta all'illegalità, ai traffici occulti, ai docenti improvvisati di certe strutture non statali, esiste e non è un'eccezione. Si trova, per esempio, al Collegio San Carlo a Milano, nella sede storica di corso Magenta, dove dal 1990 rettore è don Aldo Geranzani: un ex prete di periferia che non si perde in diplomazie. "Premetto", dice, "che sbaglia chi chiede con il piattino in mano l'elemosina al governo". E aggiungo: "Non facciamo la retorica delle scuole paritarie. Alcune sono fantastiche, altre per niente. Dipende: se lo fai per affari, l'obiettivo è il profitto; se lo fai per missione, pensi alla qualità". Nel suo caso, spiega, "l'impegno è costruire solide identità sociali, figure mentalmente libere nel solco della tradizione cattolica". Al San Carlo, aggiunge, tra i 1.400 studenti ci sono ragazzi di religione indù, ebraica e musulmana. A parte questo, tutti i ragazzi sono bilingui, svezzati all'inglese da insegnanti madrelingua. E tutti vengono supportati con tecnologie all'avanguardia. "Guardi", dice don Aldo entrando in una classe. Un ragazzino sta scrivendo con il dito sulla smart board, una lavagna intelligente che si collega a Internet, scarica testi e foto, e invia il tutto alla mail di casa.

Bello. Bellissimo. Costoso (6 mila 500 euro di retta annua) ma affascinante. Più discutibile, invece, è per alcuni l'altra faccia della medaglia: l'impostazione troppo ideologica di certe paritarie cattoliche. Il punto è: in che misura un insegnante laico può esprimersi liberamente in una scuola religiosa? "Tra i requisiti dell'assunzione", risponde padre Francesco Ciccimarra, presidente dell'Agidae (Associazione gestori istituti dipendenti dall'autorità ecclesiastica), "c'è l'accettazione dei valori cattolici. Ma esiste pure la libertà personale". Ovvero? Cosa succede se un docente, in classe, dice che contro l'Aids bisogna usare il preservativo? "Si crea un conflitto tra la carta dei valori scolastici e l'opzione ideologica del singolo", dice Ciccimarra. In altre parole: "Se l'insegnante non si adegua, deve andarsene. È una questione di armonia".

Anche per questo, la sinistra radicale combatte il finanziamento pubblico agli istituti confessionali. "Poi c'è l'articolo 33 della Costituzione", sottolinea Piero Castello dei Cobas, "dove c'è scritto che gli enti privati hanno diritto a istituire scuole, ma senza oneri per lo Stato. Perché, dunque, si taglia sull'istruzione pubblica e si difende quella non statale?".

Domanda che scatena polemiche. Come l'altra, proposta dallo scrittore e docente (in passato anche nelle private) Marco Lodoli: "Perché le congregazioni religiose, invece di pensare agli ultimi, educano a caro prezzo i primi?".

Valentina Aprea (Pdl), presidente della commissione Cultura alla Camera, non ha dubbi: "Le scuole paritarie sono spesso attaccate", dice, "ma ottengono ottimi risultati". Di più: "Sono un patrimonio fondamentale per tutti".

"La verità", media da destra Marcello Veneziani, "è che nelle strutture private si trova il meglio e il peggio in circolazione. Per questo preferisco la fascia media della scuola statale. E auspico, in generale, controlli sulla qualità dell'istruzione".

Appunto: i controlli. A detta di tutti, il punto è questo. Capire in che misura, nella galassia delle non statali, si riesca a vigilare sui legami illegittimi tra paritarie e non paritarie, sul gioco dei diplomi facili e le responsabilità dei gestori. Situazioni più volte denunciate da Augusto Pozzoli, titolare del sito ScuolaOggi.org. "Un fatto è certo", dice Massimo Mari della Flc Cgil: "Il decreto 83 del 10 ottobre 2008, firmato dal ministro Mariastella Gelmini, spiega che "il mantenimento della parità dipende dalla 'permanenza dei requisiti prescritti'. Ma non indica scadenze per le verifiche: le definisce 'periodiche'".

D'altro canto, girando per scuole non statali, capitano situazioni curiose. Basta entrare, un pomeriggio di dicembre, nell'istituto tecnico Labor di Milano, ed esporre al gestore Domenico Nappo le ansie di un genitore con il figlio in crisi: bocciato in prima ragioneria e ora di nuovo a rischio. Da parte sua, Nappo garantisce che la sua scuola è serissima. Ha anche predisposto un sistema on line per consentire alle famiglie di sorvegliare l'andamento dei figli. Quanto alle sedi esterne di esame, indica tra le altre "l'istituto paritario Freud di via Gustavo Modena, sempre a Milano, dove il ragazzo potrebbe fare l'idoneità se passasse alla scuola informatica". Quando il padre chiede se c'è un legame, tra Labor e Freud, la risposta è netta: "Non abbiamo niente in comune: sarebbe conflitto d'interessi!". Salvo scoprire, poi, che il direttore amministrativo dell'istituto Freud si chiama Daniele Nappo. E non solo è figlio del signor Domenico, ma ha anche la stessa residenza.

Niente che stupisca l'ispettore Franco De Anna, dell'ufficio scolastico regionale Marche. "Il problema", dice, "è il modo in cui la parità è stata concessa dopo la legge del 2000. I controlli approfonditi dovevano esserci allora. Ora è un lavoro improbo, gestito da volenterosi che spesso devono fermarsi alle verifiche di base: sugli edifici scolastici, sull'abilitazione dei docenti e sul piano di offerta formativa. Ideale, invece, sarebbe seguire le lezioni, vedere quanto le valutazioni sono veritiere e sondare gli intrecci societari". Propositi frenati da una realtà sfuggente. Lo si verifica a Bergamo, dove operano la Centro studi superiori srl, proprietaria dell'istituto paritario Leonardo Da Vinci (vari corsi, tra i quali scientifico e linguistico) e il non paritario Centro scolastico Bergamo srl, che al Leonardo invia i suoi studenti per gli esami di fine anno. Le due strutture, mostrano le carte, hanno palesi punti di contatto. Gianfranco Bresciani, consigliere e socio in usufrutto della Centro studi superiori srl (bilancio 2007), amministra con Cristina Capelli (responsabile amministrativa del Centro scolastico Bergamo) una terza società: la B&C srl. Mentre lo stesso Bresciani e Giovanna Capitanio (amministratore della Centro scolastico Bergamo srl) si trovano nell'elenco soci della Consulenze e progetti srl: il primo con il 99 per cento in usufrutto, la seconda con l'1 per cento di proprietà.

Una ragnatela accettabile? La legge 27 del febbraio 2006 dice che "le paritarie non possono svolgere esami di idoneità per alunni che hanno frequentato non paritarie che dipendano dallo stesso gestore, o da altro con cui il gestore abbia comunanza d'interessi". Addirittura, i titolari e i responsabili didattici degli istituti paritari, devono dichiarare alla presentazione di ogni candidato che non esiste questa 'comunanza' ("la mancanza o falsità delle dichiarazioni porta alla nullità degli esami sostenuti e dei titoli rilasciati"). Ma nell'Italia delle non statali, capita che le regole diventino optional. Anche sul fronte della didattica. Molti insegnanti, anonimi per paura, denunciano che "nelle paritarie capita di pagare invece di essere pagati, pur di incassare i 12 punti per la graduatoria statale". E altrettanto pesante, sotto il profilo professionale, è la testimonianza di un tutor della Cepu-Grandi scuole, celeberrima struttura per la preparazione di esami universitari (Cepu) e recupero anni alle superiori (Grandi scuole). "Il guaio", spiega, "è che la pressione commerciale danneggia gli studenti. È capitato, l'anno scorso, di preparare una ragazza bocciata in seconda liceo classico per l'idoneità alla terza. Arrivata agli esami, l'allieva ha visto che il programma svolto a Grandi Scuole era incompleto". Per un motivo pazzesco: "Abbiamo ricevuto all'ultimo il programma dal liceo statale e siamo stati zitti per non perdere la cliente".

Morale: "La ragazza è stata ribocciata".

Vero? Falso? Impossibile verificarlo. Alla sede centrale di Cepu-Grandi Scuole, chiamata più volte, dirottano sulla dottoressa Roberta Burini. Che non richiama e non è raggiungibile. Come pure Mario Dutto, il direttore generale per gli ordinamenti scolastici al ministero dell'Istruzione, non disponibile a un faccia a faccia sulle non statali: "Domande concordate e scritte", insiste l'ufficio stampa. Peccato. Era l'occasione per approfondire una vicenda che lo riguarda, e che risale a quando era direttore generale all'ufficio scuola Lombardia. L'8 maggio 2008, infatti, il pm Fabio De Pasquale ha chiesto il suo rinvio a giudizio per avere concesso nel 2002 "riconoscimenti di parità scolastica" a una serie di scuole "nonostante l'istruttoria avesse evidenziato situazioni ostative".

L'udienza era fissata per il 26 giugno scorso, ma a chiudere il discorso è arrivata la prescrizione. Continua, invece, un'altra storia spiacevole: quella delle paritarie che non accettano disabili. "Un fatto censurabile per due ragioni", dice Adriano Enea Belardini, responsabile Uil delle scuole non statali: "Le paritarie hanno gli stessi obblighi delle statali, quindi devono accogliere i disabili. Inoltre, nel documento 2007/2008 sui criteri per l'assegnazione dei contributi, è indicato che per ogni disabile le paritarie ricevono un contributo statale. Dunque non ci sono scuse".

Questo sulla carta. Nei fatti, una verifica su paritarie a caso dà risultati amari. L'Istituto scuole pie napoletane, per esempio, risponde al padre che vorrebbe iscrivere il figlio disabile che "deve parlarne il consiglio di amministrazione, perché non è mai capitato". Al San Leone Magno di Roma, il preside delle medie inferiori sospira: "Vorremmo ma non possiamo... Non ci concedono le sovvenzioni di Stato, le classi sono numerose e non abbiamo un insegnante specializzato: lo chiediamo sempre ma non ci sono i fondi". Più secca l'elementare torinese Principessa Clotilde di Savoia: "Non abbiamo alunni disabili". Infine c'è Bologna, dove il padre del disabile telefona alla media inferiore Cerreta, che sarebbe disponibile se non fosse femminile: "Si rivolga alle Figlie del sacro cuore di Gesù", consigliano. Inutilmente. L'ultimo no è accompagnato da questa spiegazione: "Non abbiamo tutte le attrezzature". Parole poco paritarie.

PARLIAMO DELLA VALUTAZIONE NAZIONALE TRUCCATA.

Test Invalsi: i più bravi al Sud. "Ma hanno copiato", dice l’istituto, e vince il Nord.

La decisione dei valutatori dopo il riscontro di "anomalie", che dimostrerebbero
"comportamenti opportunistici". Così la graduatoria è stata invertita.

Dubbi sui risultati li solleva l’esito principale, ma anche l’inversione adottata.

Gli studenti meridionali sono i più bravi d'Italia. Anzi, no: sono i più scarsi perché, nel compilare il test nazionale, hanno copiato o i prof li hanno aiutati. E' questa la prima lettura del report appena pubblicato dall'Invasi (l'Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico nazionale) sul test a carattere nazionale, che gli studenti di terza media hanno compilato durante l'esame finale di giugno. Il punteggio "grezzo" per area geografica non lascia spazio a dubbi: in Italiano sono in testa i ragazzini del Centro seguiti da quelli meridionali, ultimi si piazzano gli alunni delle regioni del Nord. In Matematica per gli studenti meridionali le cose vanno ancora meglio: sono in testa, seguiti da quelli e del Centro e dai compagni settentrionali.

Ma, secondo l'Invalsi, le prove compilate dai ragazzini delle regioni al di sotto della Capitale sono "anomali". "Ad un primo sguardo - si legge nel rapporto - i risultati complessivi sia della prova d'italiano che di quella di matematica non sembrano mettere in luce differenze molto rilevanti all'interno del Paese. In entrambe le sezioni della Prova nazionale il Nord, inteso nel suo complesso, sembra conseguire risultati leggermente inferiori al resto del Paese, mentre le restanti aree non paiono differire in modo significativo". Possibile? Ed ecco che i dati si invertono.

"Ancor prima di analizzare i dati presentati nelle tavole - continua il dossier - è importante verificare se ed in quale misura i risultati rilevati diano qualche indicazione di comportamenti opportunistici". In poche parole: di prof che aiutano gli allievi nelle risposte o di studenti che si aiutano copiando ed insegnanti che stanno a guardare. Ma non si era detto che al Nord ci sono tantissimi (troppi) professori meridionali? Al Nord i prof meridionali non aiutano gli studenti e al Sud gli stessi "terroni", per usare un vocabolo che sta a cuore agli esponenti del Carroccio, danno una mano ai propri alunni? O è anche possibile ipotizzare che gli alunni del Sud sono più furbi di quelli del resto d'Italia?

Ma, se la matematica non è un'opinione, i dati vanno sgrossati dalle furberie. "Il suddetto controllo - spiegano dall'Invalsi - è stato effettuato adottando una metodologia statistica articolata e analitica volta all'individuazione dei dati anomali e della loro conseguente correzione (hard clustering)". Ma anche applicando la complessa metodologia statistica i conti non tornano. "Tuttavia - proseguono gli esperti - , questo metodo non supera totalmente il problema della presenza dei dati anomali e non è in grado di tenere conto di nuance diverse con le quali le anomalie si possono presentare".

Ed ecco la soluzione al dilemma. "Per questa ragione è stata adottato un 'approccio sfuocato' (fuzzy logic) in grado di fornire ad ogni studente un coefficiente di correzione attenuando così in maniera considerevole l'incidenza di comportamenti opportunistici". Solo dopo la complicata elaborazione dei dati si giunge alla tabella dei "punteggi medi corretti". Che, finalmente, ristabilisce i "reali valori" in campo: primi i ragazzini nel Nord, secondi i compagni del Centro e buoni ultimi quelli del Sud.

E se l'anomalia venisse spiegata diversamente? E cioè al Nord sono effettivamente meno meritevoli? Nelle elaborazioni Invalsi i risultati vengono anche disaggregati in base all'origine degli alunni: italiani (autoctoni) o non italiani. I punteggi degli alunni stranieri, anche per via del test di lingua italiana, sono di gran lunga inferiori a quelli dei coetanei nostrani. E siccome nelle regioni settentrionali la percentuale di alunni stranieri è sei volte superiore a quella delle regioni meridionali, perché i migliori risultati del Sud devono essere attribuiti a comportamenti anomali e non alla minore presenza di alunni stranieri?

PARLIAMO DI SICUREZZA NELLE SCUOLE.

Sicurezza strutturale, prevenzione e lotta ai comportamenti violenti e al bullismo, prevenzione dall'uso di droghe e fumo, contrasto alla baby prostituzione, corretto utilizzo delle nuove tecnologie, precariato e assenteismo dei docenti.

Sicurezza strutturale. Un terzo delle scuole pugliesi è stato costruito in zone inquinate. Ben 937 sedi scolastiche, su un totale di 2.627, sono nate all’interno o nelle vicinanze delle aree industriali (131), sotto le antenne di radio e televisioni (632), a confine con le discariche (42) o gli aeroporti (29), sopra gli elettrodotti (103). L’inquinamento elettromagnetico mette ogni giorno in pericolo la salute di migliaia di studenti e insegnanti. I mali della scuola non vanno perciò ricercati esclusivamente negli edifici che cadono a pezzi, nelle richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria indispensabili a garantire la funzionalità degli edifici, nei banchi e nelle sedie rotte, nelle palestre spesso chiuse perché inagibili. Sicurezza è anche vivere in un ambiente sano, al riparo da smog, radiazioni prodotte da cavi elettrici e reti per i telefoni cellulari, inquinamento acustico.

È ancora il rapporto «La scuola in controluce» - la ricerca a due mani che porta la firma dell’Ufficio scolastico regionale e dell’assessorato regionale al Diritto allo studio - a far emergere la contraddizione: i templi del sapere, i luoghi di formazione delle giovani generazioni sono fonti di pericolo. Il crollo al liceo Darwin di Rivoli ha messo in evidenza la mancanza di controlli sulla sicurezza delle scuole. La legge (D. Lgs. 626/94 e succ. modifiche), in questo settore, è carente: i controlli obbligatori sono pochi, solo per le nuove costruzioni si parla di valutazione dei progetti, e troppo di rado di controlli "a sorpresa" sulle strutture una volta completate e in funzione. Più grave la situazione delle scuole più vecchie, dove la manutenzione è spesso carente e i lavori non sempre eseguiti a regola d'arte. È il caso di Rivoli, dove il controsoffitto era stato fatto in traversino e non in cartongesso. E quando viene fatta qualunque modifica a strutture esistenti, bisognerebbe prevedere controlli ad hoc, perché gli interventi potrebbero avere ripercussioni negative sulla sicurezza.

I controlli agli istituti scolastici dovrebbero poi servire per verificare che non ci siano altre situazioni di pericolo. Così come in tutte le strutture e gli edifici aperti al pubblico: troppe volte nelle nostre inchieste abbiamo visto porte di sicurezza con maniglioni antipanico bloccate o lucchettate, ostacoli che impedivano la fuga, tende o pannelli che nascondevano le vie per uscire.

Questi i requisiti che non devono mancare per assicurare una rapida evacuazione:

vie di fuga segnalate e separate; illuminazione di sicurezza; assenza di ostacoli; porte con maniglioni antipanico; sistemi automatici di rilevazione incendi (rivelatori di fumo); sistemi di estinzione incendi (estintori, idranti); piani di emergenza.

Anche l'area che circonda la scuola deve essere organizzata in modo tale da garantire la massima sicurezza, perché chi scappa non deve rischiare di farsi male o essere investito non appena esce dal portone. Così come l'arrivo dei soccorsi deve essere il più possibile agevolato.

Invece le statistiche fornite dall’INAIL ci dicono che in un anno 90.000 ragazzi e 13.000 adulti (insegnanti e bidelli) si sono feriti nelle scuole. Dati impressionanti.

Il Presidente della Repubblica solleva inquietanti interrogativi sulle garanzie a presidio della sicurezza negli istituti scolastici. Per il ministro dell’Istruzione, “il problema della sicurezza nelle scuole italiane è una emergenza nazionale”.

Intanto a Torino Cinzia Scafidi, la madre del ragazzo morto con il crollo di Rivoli, chiede a gran voce giustizia: “Qualcuno pagherà per quello che è successo. Se hanno risarcito i parenti delle vittime della ThyssenKrupp anch’io ho il diritto di chiedere i danni. Anche quello di mio figlio era un lavoro, la scuola era il suo lavoro e lì dentro è morto a soli 17 anni. Qualcuno quindi dovrà rispondere di questo”.

Secondo un rapporto di Legambiente, il 42% degli edifici scolastici non sarebbe agibile o, per lo meno, mancherebbe del certificato di agibilità.

In realtà, in Italia 9 mila scuole non sono costruite con criteri antisismici delle 22 mila che si trovano in zone sismiche. Le scuole italiane sono tutte molto vecchie e, quindi, ad alto rischio. Nel nostro paese i terremoti non sono infrequenti e anche gli edifici a norma di legge, spesso, non assicurano l’incolumità a chi vi abita. Figuriamoci un vecchio edificio scolastico già fatiscente.

E’ stato presentato il Rapporto di Cittadinanzattiva sulla situazione delle scuole, da cui emerge una condizione diffusa di insicurezza: crolli di intonaco, certificazioni mancanti o non disponibili, scarsa manutenzione. Mancano controlli adeguati sul rispetto delle norme edilizie, sui lavori effettuati e sul rispetto dei tempi. Il certificato di agibilità statica è presente solo nel 34% delle scuole, quello di agibilità igienico-sanitaria è disponibile nel 39% dei casi, quello di prevenzione incendi nel 37%. Anche la segnaletica è spesso carente: una scuola su quattro non ha la piantina con i percorsi di evacuazione e le uscite di emergenza non sono segnalate nel 17% dei casi. Negli istituti che hanno laboratori scientifici, solo il 63% ha cartelli informativi sulle precauzioni da seguire e l'84% possiede armadi chiusi per riporre sostanze e attrezzature pericolose. Assai scarsa è la formazione del personale: nel dettaglio, una scuola su quattro non attua corsi sulla sicurezza del lavoro, il 17% non fa le prove di evacuazione, ben il 42% non fa corsi di primo soccorso né di prevenzione incendi e addirittura l'83% non ha svolto alcun corso sulla sicurezza elettrica.

Inoltre gran parte degli edifici scolastici italiani sono stati costruiti prima degli anni ’70 quindi, oltre ad essere vecchi risentono dell’uso di materiali e criteri edili inadeguati che provocano la preoccupante diffusione dello sfondellamento dei solai e del crollo di parti di esso; 14.700 edifici scolastici (quasi uno su tre) insistono in zone a rischio sismico; la manutenzione ordinaria da parte di Comuni e Province degli istituti scolastici risulta essere sempre più inadeguata e approssimativa sia per la scarsità dei fondi a disposizione, sia per la grave sottopercezione che si ha circa l’importanza di investire sulle strutture scolastiche.

Mense scolastiche. Cibo scadente, norme igieniche non rispettate, locali e apparecchiature non a norma. Circa un terzo delle mense scolastiche ispezionate in tutta Italia dai carabinieri del Nas è risultato irregolare. "C'e' un'equa distribuzione dei sequestri sul territorio nazionale - spiega il vicecomandante dei carabinieri per la tutela della salute -. Possiamo dire che le irregolarità sono a macchia di leopardo. In buona parte riguardano episodi di frodi, in particolare casi di cibo non adeguato o nocivo, oppure carenze strutturali nelle apparecchiature utilizzate. Spesso la somministrazione di cibo non idoneo non e' un fatto voluto, ma causato da ignoranza, disinteresse o cattiva formazione. Somministrare carne avariata, nella maggior parte dei casi, è attribuibile a episodi di imprudenza".

Bullismo. "Il bullismo e la violenza dei ragazzi sono diventati un problema di sicurezza e di ordine pubblico. Non possiamo preoccuparci della violenza che viene dall’immigrazione e fare finta di non vedere la violenza che nasce nei nostri giovani italiani; sono due facce dello stesso problema e la risposta dello Stato deve essere unica, forte e severa". A dirlo è il Presidente del Senato intervenendo al convegno di Palazzo Giustiniani 'Dal bullismo al crimine commesso: quando occorre tutelare i minori dai loro pari. Riflessioni e proposte sulla punibilità del minore'.

La seconda carica dello Stato ha ricordato che i nostri giovani "sono stati capaci di azioni inimmaginabili: dare fuoco ad un indiano che ancora, dopo un mese, lotta tra la vita e la morte, e farlo per gioco, è una azione che turba le nostre coscienze perchè quei ragazzi, fino a quando non avevano commesso quella terribile azione, erano considerati normali". Il Presidente del Senato ha anche sottolineato che "circa 35 mila alunni hanno avuto in pagella 5 in condotta. Educatori, insegnanti, psicologi, concordano nell’interpretare questo voto anche come conseguenza di episodi di bullismo. Alla base di questo fenomeno ci sono interpretazioni sbagliate e fuorvianti dei valori della ribellione e scarsa, se non nessuna, considerazione del valore dell’uomo, della inviolabilità della persona. È la non percezione del senso della umanità". Nel corso del convegno, inoltre, sono stati diffusi alcuni dati sul bullismo in Italia: sono 40mila i minori denunciati ogni anno in Italia. Secondo la ricerca effettuata dall'associazione 'La caramella buona', il 65% dei reati compiuti dai minori sono contro il patrimonio, 14% quelli contro la persona mentre il 10% sono contro la fede pubblica. Le denunce dei minori provengono per la maggior parte (circa 45%) dal nordovest.

Uno studente su due dichiara di essere stato, almeno una volta, vittima di bullismo. Questo il risultato dell’inchiesta sul fenomeno lanciata dal mensile Studenti Magazine, attraverso ‘Studenti.it’, alla luce dei più recenti fatti di cronaca, alla quale hanno partecipato 3.200 alunni delle scuole superiori. Oltre al 50%, che ha detto di aver subito atti di bullismo, c’è anche un 16 per cento che afferma di non averne subiti, ma di esserne stato spettatore. Aggregando i due dati si scopre che il 66%, circa due terzi, degli intervistati sono stati, anche solo una volta, testimoni attivi e passivi di atti di bullismo. Solo il 34% dei partecipanti al sondaggio è dunque “scampato” a episodi del genere. "Un dato quantitativo - commentano da Studenti Magazine - che ci indica quanto il problema sia reale e concreto". Sempre secondo i dati forniti dalla rivista, all’Università, invece, la violenza diminuisce nettamente. Infatti dalla stessa ricerca condotta sul sito risulta che "il 54% dei partecipanti, 1200 universitari, non è mai stato vittima di episodi di violenza all’interno dell’Ateneo, contro il 23% che, al contrario, ne ha subiti e il restante 23% che dichiara di non esserne stato vittima, ma di avere assistito a scene di violenza all’interno degli atenei".

Sms offensivi, minacce via cellulare, video e foto molesti che finiscono su internet: uno studente su tre subisce atti di bullismo online, nel 70% dei casi a scuola e soprattutto durante l’anno dell’esame di maturità. A lanciare l’allarme una ricerca condotta su 700 studenti delle scuole medie superiori di Chieti dalla cattedra di Psichiatria dell’Università di Chieti, in collaborazione con la Cooperativa Lilium di accoglienza e recupero di minori provenienti da tutta Italia.

Droga. Uso e abuso di droga: un fenomeno pericolosamente radicato fra i più giovani, che hanno creato un vero e proprio mercato interno agli istituti scolastici superiori. Le sostanze più richieste sono anfetamine, hashish, eroina; poca cocaina, troppo costosa. Lo spaccio si consuma durante l'intervallo e le richieste vengono effettuate direttamente dagli studenti tramite frasi in codice su Messanger e via sms. Segnalo per l'interesse del tema e la visibilità che è giusto dare a questo problema, una video-inchiesta realizzata da Repubblica TV, nelle scuole italiane e tra i ragazzi di alcuni istituti romani. Di questa inchiesta si parla sul Quotidiano Repubblica e attraverso di essa vengono fuori elementi sconvolgenti. Non solo infatti la percentuale di ragazzi che farebbero uso di stupefacenti è in continuo e graduale aumento, ma ormai il fenomeno dello spaccio avverrebbe tranquillamente all'interno della scuola e addirittura nelle aule durante le lezioni. In uno di questi video viene addirittura filmato un gruppo i ragazzini che si fumano tranquillamente alcuni spinelli, a pochi metri da una volante della polizia, probabilmente di fronte alla scuola per i controlli antidroga. Viene anche intervistato un baby spacciatore il quale dice: "Spaccio le canne, le spaccio a scuola e spaccio perchè è più facile pagarsi i jeans e le feste con gli amici. Anche se è un po' rischioso è più facile procurarsi i soli così." Altrettanto drammatica la testimonianza del ragazzo intervistato circa l'atteggiamento dei genitori (praticamente all'oscuro di tutto) e, specialmente, degli insegnanti. "Qualche professore a volte ha visto qualche mio amico, ma per la maggior parte non gli interessa". La droga verrebbe consumata e spacciata all'interno della scuola, anche se non nelle classi. I professori sarebbero a conoscenza di questi fatti ma farebbero anche "finta di niente", almeno così emerge da alcune interviste realizzate da Repubblica.

Prostituzione. Attraverso un sms si danno appuntamento nelle zone più nascoste della scuola per avere un rapporto sessuale e se non ricevono il permesso di uscire dall'aula si fanno cacciare fuori. Il sistema è uguale in tutti gli Istituti di Milano. Il cliente, al massimo un diciassettenne e la baby prostituta, a volte anche di tredici anni, entrambi studenti, abbassano la suoneria del telefonino e si mandano un sms per confermare gli accordi presi il giorno prima. Non sempre a incontrarsi sono soltanto un lui e una lei. Il sesso, rapido, può essere anche di gruppo. Dipende dai desideri e da cosa offre il momento. È quanto emerge da una inchiesta del Comune di Milano pubblicata dal quotidiano "La Stampa". «Non è neppure indispensabile conoscersi: i ragazzini possono contare su una “lista elettronica”, fatta circolare sui telefonini e sui blog via internet - si legge - che descrive la disponibilità della studentessa. Oltre al nome, cognome e numero di telefono, anche il prezzo e il tipo di prestazioni fornite: rapporti orali, sessuali completi, anali, con singoli o coppie, durante le lezioni, soltanto nell'intervallo, in cambio di vestiti firmati, ricariche per i cellulari e compiti. Liste note da tempo tra gli adolescenti, e di cui solo oggi, invece, gli adulti conoscono l'esistenza».

A parlarne per la prima volta un gruppo di teenager milanesi, seguiti da Luca Bernardo, il medico ha messo in piedi un ambulatorio sul disagio giovanile. «Gli elenchi non restano in mano agli studenti dello stesso istituto. Si scambiano con quelli delle altre scuole, creando un vero e proprio mercato della prostituzione minorile». «Ragazzi che stilano elenchi di mini escort e che, per vincere la timidezza - si legge ancora - usano droghe nei bagni di scuola. Addirittura più piccoli, attorno ai dieci anni, quelli trovati da una maestra intenti a scambiarsi immagini di rapporti sessuali con animali. Un'emergenza sociale che l'assessore alla Salute di Milano, ha intenzione di arginare, non senza difficoltà: «Non è semplice trattare certi temi perchè un certo bigottismo, politico e civile, tende a imporre la regola che di alcune questioni sia meglio non parlare».

Il precariato della scuola. Attualmente, in Italia, sono 304 mila i supplenti iscritti nelle graduatorie provinciali permanenti. Una consistente fetta (il 42 per cento circa) ogni anno riesce a conquistare una delle 130 mila supplenze per l'intero anno scolastico. Coloro che si trovano in fondo alle graduatorie vivacchiano con le supplenze brevi e temporanee saltellando da una scuola all'altra cercando di mettere assieme più punti possibili per scalare le fatidiche graduatorie. Ma se qualcuno pensa che si tratta sempre di ragazzini alle prime armi sbaglia. Spesso si presentano a scuola ultraquarantenni che hanno iniziato la carriera in ritardo, o hanno tentato altre strade prima di 'convertirsi' alla scuola, che non hanno nessuna voglia di vedersi cambiare le regole del gioco a partita iniziata.

Il docente supplente si distingue dal docente assunto a tempo indeterminato entrato in ruolo grazie ai corsi abilitanti degli anni ’70-80 e dell'ultimo concorso del 1999. Nell'attuale ordinamento italiano tutti i docenti di scuole statali o paritarie devono essere forniti di abilitazione. L'abilitazione all'insegnamento nelle scuole materne ed elementari si consegue nei corsi di laurea in Scienze della formazione primaria. Per le scuole medie e superiori sono esistiti dal 1999 al 2008 appositi corsi biennali di formazione post-laurea, a numero programmato, presso le Università (SSIS)), che prevedevano esami teorici di materia, di pedagogia, di didattica e un periodo di tirocinio nelle scuole statali, sotto la guida di un tutor.

Il supplente è un docente che lavora temporaneamente in sostituzione di un docente assente. La denominazione di supplente si estende anche a coloro che non sostituiscono alcun insegnante, ma semplicemente sono assunti per un determinato periodo (in genere un anno) per coprire necessità contingenti della scuola. Il supplente è nominato, nel caso di scuole statali, dall'USP (ex provveditorato agli) o dal dirigente scolastico (ex preside); nel caso di scuole private le modalità di assunzione sono gestite dalla scuola stessa. Le nomine vengono effettuate in base a delle graduatorie che determinano il diritto alla precedenza della chiamata: agli aspiranti supplenti è assegnato un punteggio determinato in base ai titoli (lauree, dottorati, esami, concorsi...) e al servizio prestato fino a quel momento (supplenze precedenti), un punteggio più alto permette all'aspirante supplente di ottenere una proposta di contratto prima dei docenti con un punteggio più basso. Le normative che regolano la costituzione delle graduatorie, le modalità delle assegnazioni delle supplenze e le tempistiche, sono regolate di anno in anno da appositi decreti ministeriali, regionali o comunali, e gestiti dagli uffici competenti. Esistono diverse tipi di graduatorie, attraverso le quali si accede a diversi tipi di supplenze: ad esempio supplenze annuali o supplenze brevi. Inoltre i docenti sono, ovviamente, suddivisi in graduatorie diverse per ciascun ordine di scuola e per ciascun tipo di insegnamento.

Il precariato è un problema, anzi è un dramma, una tragedia, dunque occorre evitare che si formi il precariato. Se l’insegnante di ruolo non facesse finta di ammalarsi specie negli ultimi anni della propria carriera (e non solo), eviterebbe di contribuire alla nascita del precariato e dei precari, i quali si devono ammalare di meno. Se non si ammalasse costantemente e puntualmente il 15 giugno di ogni anno in occasione degli esami di Stato (lo si fa da decenni impunemente), il “ruolino” non contribuirebbe all’arrivo nelle aule di supplenti chiamati a salvare il sedere a una scuola lasciata in braghe di tela dai “ruolini” tanto pregni di ideali e di “attaccamento alla funzione docente”. Ci sarebbero meno precari e meno precariato se i docenti di ruolo non perpetrassero i famigerati passaggi di cattedra; se non affollassero, pur essendo di ruolo, quelle graduatorie permanenti tanto disprezzate; se non prendessero in ostaggio per anni e per decenni cattedre lasciate alle supplenze perché si preferisce, per anni e per decenni, fare il sindacalista, il sindaco, l’assessore, il parlamentare, il ministro, il viceministro o il sottosegretario; se non si rendessero complici di quello straordinario strumento devastante per la qualità degli apprendimenti rappresentato dai  corsi di riconversione in materie di cui si è incompetenti; se non si abbandonasse la cattedra di sostegno di ruolo per passare su quella di disciplina. Ci sono insegnanti precari che sono andati in pensione senza essere riusciti a passare di ruolo.

PARLIAMO DELLE RIFORME CHE NESSUNO VUOLE.

Nonostante nulla funzioni e tutto sia fondato sul trucco, in Italia nessuno vuole le riforme.

A proposito di riforme, in tema di insegnamento vi è un interessante approfondimento di Sergio Lorusso sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Coniata nel 1909 da due intellettuali del calibro del pugliese Gaetano Salvemini (1873-1957) e Giuseppe Prezzolini (1882-1982), la locuzione «barone universitario» ricorre ciclicamente nelle cronache italiane, a dispetto di riforme e controriforme del mondo accademico susseguitesi negli ultimi decenni. Un secolo fa, dalle colonne della prestigiosa rivista letteraria «La Voce» (una loro creatura), i due già si interrogano sulle radici e sulle ragioni dei potentati accademici, forti delle loro esperienze in Italia e all’estero: tra gli obiettivi della rivista, afferma in un editoriale Prezzolini, vi è quello di occuparsi «della crisi morale delle università italiane», e desta clamore, in uno dei fascicoli iniziali, un articolo di Salvemini dal titolo «Cocò all’Università di Napoli, o la scuola della mala vita», che rappresenta il primo atto della campagna contro i baronati e il dogmatismo delle università dello Stivale.

Lo storico molfettese, dopo aver conseguito a soli ventotto anni la cattedra di Storia moderna nell’Università di Messina ed essere passato agli Atenei di Pisa e Firenze, emigrerà negli Stati Uniti dove dal 1933 insegna Storia della civiltà italiana nell’Università di Harvard, per poi rientrare in Italia nel 1949 – all’indomani della caduta del fascismo – e riprendere l’insegnamento a Firenze, città dei suoi studi superiori.

Anche Prezzolini, giornalista e scrittore, può godere di un punto di vista privilegiato, avendo vissuto tra Italia, Francia e Stati Uniti, paese quest’ultimo in cui si trasferisce nel 1929 per insegnare nella Columbia University di New York. «Essere baroni è una categoria dello spirito e loro hanno sempre trovato il modo di far pesare il proprio ruolo su valvassori e valvassini», ha scritto qualche giorno fa sul «Corriere della Sera» Lorenzo Salvia, additando le facoltà di Medicina e Giurisprudenza come quelle più a rischio baronie e citando il caso dell’Ateneo barese – finito sotto le lenti della magistratura – come emblema dell’Esamopoli e della Parentopoli accademica.

Il fenomeno, tuttavia, non è esclusivamente pugliese o meridionale, anche se è soprattutto al Sud che ha assunto una dimensione giudiziaria più eclatante. In Lombardia, ad esempio, dove sono concentrati alcuni tra i più prestigiosi atenei italiani, non è mai scoppiata una vera e propria Parentopoli, ma i casi di nepotismo certo non mancano, come documentano con dovizia di particolari Davide Carlucci e Antonio Castaldo nel loro volume Un paese di baroni (Chiare lettere ed., 2009), elencando le dinastie padane. E suona come una nota decisamente stonata l’asserzione del capostipite di una di esse, Walter Montorsi, che introduce un improbabile distinguo tra il nepotismo del Sud, dove «c’è la mafia», e la «naturale trasmissione del sapere del Centronord», per poi affermare, con un certo orgoglio, che «i baroni ci sono sempre stati e continueranno ad esserci», ma che «a Milano non è come giù», perché si lavora da mattina a sera. Siamo di fronte a qualcosa che andrebbe studiato piuttosto dal punto di vista antropologico, evidenziando quelle leggi non scritte che reggono il mondo universitario e le carriere accademiche nel nostro Paese, quelle regole non codificate che stanno alla base di un sistema spesso chiuso e autoreferenziale, distante anni luce dalla concezione anglosassone dell’accademia. Regole che, proprio perché consolidate, sono più difficili da sradicare e per il cui superamento non è sufficiente una riforma legislativa, anche se animata da buone intenzioni o annunciata come «epocale». Lo ha fatto Raffaele Simone, leccese, tra i più autorevoli studiosi europei di linguistica e di filosofia del linguaggio, in un illuminante saggio del 1993 ripubblicato in versione aggiornata nel 2000 dal titolo L’Università dei tre tradimenti (Laterza ed.), che bolla il pianeta università come arretrato, tribale, inefficiente e orientato all’autoriproduzione. È la cultura della formazione d’eccellenza e del sapere, allora, che andrebbe rifondata ab imis, restituendo dignità, autorevolezza, trasparenza e competitività ad un sistema universitario in affanno. Se il compito è estremamente arduo, e molto più facile da enunciare che da realizzare in concreto, ciò non significa che si debba rinunciare in partenza. «Ci sono uomini colti persino tra i professori», affermava con non poca ironia Prezzolini, che dipingeva l’Italia come una terra di grandi ingiustizie, nella quale «non si può ottenere nulla per le vie legali, nemmeno le cose legali», raggiungibili soltanto «per via illecita: favore, raccomandazione, pressione».

L’Università come specchio del nostro Paese, allora? Forse sì, ma solo in parte. Salvemini, il «professore sovversivo» di Molfetta costretto all’esilio durante il regime fascista, che in una lettera al rettore dell’Ateneo fiorentino aveva chiarito le ragioni della sua rinuncia alla cattedra per essere venute meno le condizioni di un insegnamento veramente libero, il censore dell’Italia dei potenti, delle inefficienze, delle lentezze e degli scandali refrattario ai compromessi, visse sempre all’insegna del motto «fa’ quello che devi, avvenga quello che può». Salvemini tornò alle redini della «sua» cattedra fiorentina quasi vent’anni dopo – grazie all’ostinazione di Piero Calamandrei e di Ernesto Rossi – alla veneranda età di settantasei anni, per continuare a svolgere la sua battaglia contro il nozionismo e l’incapacità di formare delle vere coscienze critiche, piaga del nostro sistema formativo. Non sempre, in definitiva, «docente» fa rima con «incompetente» o con «potente».

La memoria ci porta ad ogni tentativo di riforma. Cortei ed occupazioni di scuole ed università.

Il 24 novembre 2010, intanto, prosegue la mobilitazione contro il decreto Gelmini. E' stata una giornata molto calda sotto l'aspetto politico ed istituzionale. I cortei studenteschi contro la riforma Gelmini hanno avuto il picco massimo con gli scontri avvenuti a Palazzo Madama, dove un gruppo di estremisti di sinistra ha sfondato la barriera di protezione ed è giunto fino all'entrata del Senato dove sono avvenuti violenti tafferugli con la Polizia che ha respinto i contestatori. Il bilancio di questi scontri è di alcuni contusi fra le forze di Polizia e uno studente arrestato. Contro il decreto incriminato si sono scatenati anche i ricercatori che all'Università la Sapienza di Roma sono saliti sui tetti degli edifici insieme al segretario del Pd Pierluigi Bersani per sottolineare la gravità della condizione in cui versano molti precari di questo settore. Ma la giornata è stata contrassegnata da numerose manifestazioni in tutta Italia da Palermo a Firenze dove è stato occupato il rettorato. In concomitanza con queste lotte universitarie che riecheggiano nella forma quelle del '68 e degli anni settanta, ci sentiamo di dire che senza dubbio l'apparato universitario italiano dev'essere a tutti i costi riformato e rinnovato per renderlo competitivo a livello europeo. Ma è anche vero che la problematica principale delle Università del nostro paese è l'assoluta gerarchia baronale dei docenti ultra settantenni, che da decenni spadroneggiano negli atenei unitamente a una gestione affaristica e nepotista di corsi di laurea e enti accademici. Non ci sfugge che molti di questi gruppi di studenti sono nelle mani di questi boss, che possono pilotarli come vogliono per far sì che tutto rimanga come è adesso. Cari giovani voi state pagando proprio gli atteggiamenti prevaricatori di questi signori che hanno impedito con il loro potere il cambio generazionale alla guida del paese. Se è giusto ribellarsi a questo stato di cose vergognoso, bisogna però colpire i veri responsabili di tutto questo che sono i partiti e i boss delle Università, che vi hanno condannato ad essere precari e senza un domani. Le altre lotte che non hanno questo fine non sono proficue e al contrario sarebbero  faziose e inutili.

“Licei e università, proteste da Milano a Palermo contro la GELMINI.

Dal 1 ottobre 2008 il dissenso nei confronti del decreto Gelmini si è sviluppato finora in circa 300 manifestazioni in tutta Italia, con 150 scuole e 20 facoltà universitarie occupate.

I consiglieri del Pdl del Friuli Venezia Giulia, Paolo Ciani e Piero Tononi hanno intenzione di denunciare alcuni insegnanti di scuola superiore, compreso il liceo classico Dante Alighieri di Trieste, che ieri mattina, durante le proteste in corso contro la riforma Gelmini sfociate nell'occupazione di alcuni istituti, avrebbero minacciato di bocciatura e penalizzazioni gli studenti che chiedevano il regolare svolgimento della lezione.“

“Licei e università, ancora proteste da Milano a Napoli contro la MORATTI

A Milano da venerdì scorso gli studenti dell'Università statale continuano ad occupare la sede dell'Ateneo per protestare contro il ministro Moratti. “

“Licei e università, ancora proteste da Milano a Napoli contro FIORONI

130 cortei Sventolano le bandiere rosse dell'Unione degli studenti e dell'Unione universitari. Gridano "No alla riforma della scuola" e dicono "no al numero chiuso nelle università". E ancora: "Fioroni rimandato a settembre". Così i 130 cortei di studenti di superiori e università che sono scesi in piazza oggi sono andati diritti al cuore della loro protesta: il decreto del ministro dell'Istruzione che ha reintrodotto gli esami di riparazione.”

“Licei e università, ancora proteste da Milano a Napoli contro BERLINGUER

Ottantaquattro istituti occupati, 192 autogestiti. Altre 182 scuole che svolgono un' attività didattica inferiore al 50 per cento. In tutto 549 scuole mobilitate.

PARLIAMO DELL'OSTRACISMO DEI MEDIOCRI CONTRO I GENI.

Uno dei tanti libri che parla dell’ostracismo degli scienziati mediocri rispetto ai geni è “Geni incompresi. Eccentrici, perseguitati, plagiati, sfortunati, derisi, vilipesi...” di Ermanno Gallo.

Il medico Gaspare Tagliacozzo fu il geniale precursore della chirurgia ricostruttiva. Nel 1597 realizzò il primo impianto di pelle su un paziente dal naso sfregiato, utilizzando una striscia di epidermide dall’avambraccio. La Chiesa, però, gridò all’eresia, e solo tre secoli dopo la "tecnica maledetta" venne riscoperta. Si racconta che nel Seicento Cartesio abbia costruito uno dei primi androidi, una figlia artificiale in grado di pronunciare poche parole. Ma l’invenzione "puzzava di zolfo", e fu distrutta. E l’indispensabile penna a sfera? Venne brevettata dall’ungherese Laszlo Biro nel 1943, ma fu il barone francese Bich a produrla con il proprio nome divenendo ricchissimo. Biro, invece, morì in miseria. La storia delle invenzioni è un testo misterioso in cui figurano personaggi eccentrici e brevetti rubati, studiosi sfortunati e scienziati perseguitati. Non tutti hanno lasciato nella storia l’impronta di un gigante, ma come ignorare la preveggenza di Joseph Gavetey, che, nel 1857, perfezionò il rotolo di carta igienica? La gente comune, però, ritenne uno spreco utilizzare la preziosa carta per funzioni innominabili, e il suo genio anticipatore non venne compreso. Chissà se si consolò pensando a Galileo, che per aver capito come andava il mondo aveva rischiato addirittura il rogo.

Quella di Giampaolo Giuliani, il tecnico che, avendo previsto il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009, non è stato creduto, è la solita storia dell'incapacità della scienza ufficiale di dare credito a progetti o intuizioni, che non provengono esclusivamente dalle ricerche effettuate nel baronale mondo accademico. Lo strumento da lui creato aveva rilevato la presenza massiccia di precursori dei terremoti nella zona, attraverso i livelli di radon liberati dalla terra.

La storia del mondo è stata segnata da innumerevoli Geni Incompresi, le cui scoperte non sempre sono state accettate dalla comunità scientifica. Personaggi ritenuti "eretici" molto spesso hanno dato contributi significativi al progresso dell'umanità.

Keplero ad esempio era ritenuto dalla maggior parte degli scienziati del suo tempo un mistico pazzo, eppure con le sue tre leggi, permise a Newton di descrivere la legge di gravitazione universale.

Sulla tipologia di tali personaggi vi è anche il famoso libro di Federico Di Trocchio intitolato "IL GENIO INCOMPRESO" dove viene svelato con estremo rigore come "la scienza ufficiale, spesso ottusamente conformista, non riesca a pensare in maniera diversa, disapprovando e condannando chi lo fa e, non di rado, sbagliando nei suoi giudizi". Nel libro si mette inoltre in chiara evidenza che "molte scoperte richiedono soprattutto spregiudicatezza, creatività e apertura mentale, qualità che non appartengono solo agli scienziati più originali e anticonformisti, ma anche ai dilettanti e agli outsider "semicompetenti", che hanno il coraggio di andare contro corrente e pensare quello che altri ritengono impossibile".

Un altro genio incompreso è Raffaele Bendandi. Nato nel 1893 a Faenza e ivi morto nel 1979, sismologo autodidatta, nel 1920 fu accolto fra le fila della “Società sismologica italiana”. Probabilmente una voce fuori dal coro dell’Accademia, Bendandi iniziò a propugnare teorie molto originali sui terremoti e a formulare previsioni. Di questa storia è facile leggere il punto di vista dei sostenitori di Bendandi: i più influenti sismologi lo tacciarono di dilettantismo e iniziarono ad attaccarlo duramente. Convinto che i terremoti fossero causati dalle azioni di marea degli altri corpi celesti sulla Terra, ipotizzò negli anni ‘30 la presenza di 4 pianeti trans-nettuniani. In base a calcoli laboriosi (il cui schema non fu mai svelato) Bendandi calcolava gli influssi gravitazionali di tutti i corpi del sistema solare sulla Terra e calcolava le date dei terremoti a venire. Si racconta di terremoti previsti, di previsioni ignorate, di come all’estero Bendandi fosse apprezzato e di come invece fosse misconosciuto in patria. Non del tutto, visto che la stampa riporta la notizia che nel 1976, dopo il tragico terremoto del Friuli, l’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga lo contattò perché rendesse note con anticipo le sue previsioni – richiesta alla quale Bendandi non ottemperò. L’effetto mareale fu anche invocato per spiegare il ciclo di 11 anni dell’attività solare.

Ma perchè in Italia tutti si sono dimenticati di lui e del suo lavoro?

Nel 1927 il regime fascista vietò a Bendandi di divulgare le sue previsioni, come si può leggere ad esempio sul quotidiano "LA NAZIONE" del 30 maggio di quell'anno, probabilmente sotto la pressione di molti accademici del tempo, desiderosi di togliere di mezzo lo scomodo personaggio, che li metteva nella grande difficoltà di spiegare perchè loro non riuscivano a prevedere i terremoti. Bendandi non si diede per vinto e scrisse un primo libro che pubblicò completamente a sue spese nel luglio 1931. Tale libro intitolato "UN PRINCIPIO FONDAMENTALE DELL'UNIVERSO" era dedicato all'attività solare e conteneva il primo caposaldo, su cui egli basava le sue ricerche. Il ciclo undecennale venne interpretato come un battimento delle sollecitazioni mareali prodotte dai pianeti che ruotavano attorno al Sole. La variabilità delle altre stelle venne spiegata attraverso lo stesso principio e descritta in un secondo volume ancora inedito. Essendo anche il fenomeno sismico inquadrabile sotto lo stesso ragionamento, nella situazione di non poter divulgare le previsioni dei terremoti, Raffaele Bendandi volle probabilmente fissare un primo principio, che, se apprezzato, gli avrebbe permesso di far riconsiderare le sue previsioni.

Bendandi, il 22 novembre 1923, davanti al notaio Savini di Faenza dichiarò che il 2 gennaio successivo si sarebbe verificato un fenomeno sismico nelle Marche. Fu così che il 4 gennaio in terza pagina del Corriere della Sera uscì l'articolo: «L' uomo che prevede i terremoti». Tal Agamennone capo dell'osservatorio sismico di Roma aveva già ammesso il nostro nella società sismologica italiana. Ma dopo quell' articolo la scienza accademica non poté che detestarlo, ferita nella vanità da un autodidatta.  Nemmeno i preti gliela rimediarono. Il cardinal Maffi dell'osservatorio di Pisa non lo ricevette. «Ma domani sarete voi a chiamarmi» ... puntuale arrivò una scossa di terremoto, il giorno dopo nel Pisano. Più pratici gli americani e il libero mercato: nel 1925 Thomas Morgan della United Press stipulò regolare contratto in cambio della sua collaborazione. E Bendandi poté smettere il mestiere d'artigiano, con cui aveva campato fino ad allora. Nel 1927 Mussolini lo fece nominare cavaliere dell' Ordine della Corona d' Italia, ma era innervosito dalle previsioni e gli intimò di non darne notizia. Con Gronchi arrivò pure il titolo di Cavaliere della Repubblica e lettere grate di governanti da quasi ogni nazione della terra. Il suo sindaco comunista, giudicatolo scienziato proletario, gli fece intestare un milione e mezzo di lire per le ricerche.