Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità
tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con
professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di
mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha
voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul
1° canale, sul
2° canale, sul
3° canale Youtube. Non sono
propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande

TUTTO POTENZA
I POTENTINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
Quello che i Potentini non avrebbero mai potuto scrivere.
Quello che i Potentini non avrebbero mai voluto leggere.
di Antonio Giangrande
LA LUCANIA DEI MISTERI.
E’ risaputo che a Potenza non si naviga nell’oro e nel benessere, ma che aumentino sempre di più i poveri non è un fatto puramente statistico. Si percepisce. Basta guardare ai tanti cittadini che si rivolgono alla Caritas, alle parrocchie e alle altre «sentinelle» della solidarietà sparse nel capoluogo, come i sei gruppi Vincenziani. La vera novità di quest’ultimo periodo è che tra chi chiede una mano non ci sono più soltanto disoccupati, senza tetto, emarginati o extracomunitari, ma impiegati, operai, professionisti, avvocati, categorie che nell’immaginario collettivo sono al riparo da problemi economici: aumentano in maniera esponenziale le persone che si rivolgono alla diocesi di Potenza per avere un aiuto, per una bolletta che non si riesce a pagare. La situazione, insomma, sta diventando davvero incandescente e l’intero sistema della solidarietà, di fronte alle pressanti richieste, rischia di andare in tilt. Secondo l’Istat il 22,5% delle famiglie lucane arriva a fine mese con molta difficoltà. Il 29,1% delle famiglie, in particolare non riesce a sostenere spese impreviste, il 26,2% non ha soldi per vestiti, il 14,2% dichiara di non aver avuto soldi per le spese mediche, il 12,9% non riesce a riscaldare la casa adeguatamente, il 12,3% è stata in arretrato con le bollette, il 5,8% non ha avuto soldi per spese alimentari. 800 famiglie potentine vivono con un reddito (saltuario) che non tocca i 300 euro mensili, mentre sono ben 364 i nuclei familiari che non hanno alcun reddito. Le famiglie residenti nel capoluogo sono all’incirca 15.000. Quelle indigenti, dunque, risultano essere il 5,5% (percentuale sottostimata rispetto alla situazione reale), di cui ben l’11,5% abita nel quartiere di Bucaletto. All’interno degli 800 nuclei familiari che vivono tra stenti e disperazione, 111 lamentano problematiche abitative, circa il 13%. Il 15,5% (129 famiglie) ha problemi familiari (separazione, divorzio, allontanamento, conflittualità); il restante 55,9% ha un reddito inadeguato rispetto alle normali esigenze di vita (famiglie monoreddito, pensionati, vedovi, lavoro part-time, lavoro nero). L’1,4% ha avuto o ha problemi di detenzione e giustizia; il 3,5% problemi di dipendenza da droga o da alcol e il 2,2% ha all’interno della famiglia un disabile. Il grado d’istruzione è molto basso (licenza elementare, media inferiore, analfabetismo) nel 3,4% dei casi, e nel 5,3% delle famiglie vi sono persone affette da gravi patologie. Ma c’è un dato che rende il quadro ancora più allarmante: tra le persone che chiedono una mano alla Caritas o alle parrocchie aumenta paurosamente il numero di impiegati, operai, professionisti, avvocati, e non più solo disoccupati, senza tetto, emarginati o extracomunitari. Le motivazioni sono disparate ma crescenti. Michele Basanesi, presidente della Caritas di Potenza, ritiene che “la povertà, sul nostro territorio sta diventando una vera e propria emergenza, di cui si parla troppo poco e ancor di meno sono le iniziative volte alla diminuzione del fenomeno. Sta aumentando moltissimo il numero di persone che si rivolge a noi, una mole di richieste che non riusciamo a soddisfare in pieno, anche perché i prezzi sono aumentati, compreso quelli dei generi alimentari, e le risorse sono limitate. Ci dobbiamo rendere conto che affidarsi solo alle istituzioni è sbagliato. Gli enti hanno problemi di bilancio. Dobbiamo mobilitarci tutti: chi sta bene, non ha problemi economici dovrebbe farsi carico delle problematiche di quanti vivono con pochi spiccioli in tasca”.
La Basilicata è una terra anonima, che non desta interesse ai media nazional popolari. Non si sa quanto questo sia voluto dagli stessi lucani. Questo terra è coperta da una coltre di magia e di mistero, ma anche di trame oscure. Carmela Formicola ha dedicato un pezzo su “La Gazzetta del Mezzogiorno: 20 anni di intrecci nella Basilicata degli affari oscuri.
Misteri lucani. Ce n’erano di belli, un tempo. A cominciare dal fantasma della dolce Abufina che nelle notti di luna s’affacciava alla finestra del torrione superstite del castello di Grottole. O il fascinoso affresco nella chiesa di San Nicola a Pietragalla, chiesa medievale con dipinto un cactus, tipica pianta americana. Però in quell’epoca l’America non era ancora stata scoperta... Ecco, questi erano i misteri lucani: leggende, dicerie, magia. Quando il veleno comincia a spargersi? La data è approssimativa, anni Novanta, presumibilmente. Quando, in altri termini, cominciano a triangolare criminalità organizzata, poteri forti e pezzi delle istituzioni, è una pagina di storia ancora tutta da scrivere. Anni Novanta. Preceduti da un decennio fondamentale per la Basilicata: il 23 novembre 1980 il terremoto semina paura, lutti e distruzione. Un’intera popolazione in ginocchio, macerie, città transennate. E subito dopo un formidabile fiume di denaro che comincia a scorrere copioso, miliardi e miliardi di lire, fondi pubblici che in parte risollevano la comunità, in parte finiscono altrove e, soprattutto, diventano l’occasione formidabile per trasformare la terra dell’arretratezza contadina nel piccolo laboratorio dell’industria e dell’innovazione.
Nasce l’Università, poi nascerà la Fiat.
TERRA DI CONQUISTA - Ma la scintilla è scoccata. La Basilicata è diventata un territorio appetibile. Ci sono i soldi, le opportunità, qualche politico compiacente, qualche imprenditore senza scrupoli. In questo humus non può non attecchire anche il crimine organizzato. Inchieste giudiziarie sulle grandi distrazioni di fondi pubblici, sulla corruzione, sulle incompiute e le cattedrali nel deserto? Poche e inefficaci. Di quell’esperienza non rimane nulla, nessuna giustizia. Forse i germi di una magistratura sospetta nascono in questa stagione.
LE FAMOSE TOGHE LUCANE - Facciamo subito le doverose differenze: ci sono magistrati in prima linea, che scavano scavano e non concedono sconti. E ci sono altro tipo di toghe. C’è perfino un pubblico ministero, Luigi de Magistris, nella Procura di Catanzaro, che ipotizza l’esistenza di una «cupola ». L’inchiesta viene ribattezzata «toghe lucane». Secondo De Magistris un «comitato d'affari» composto da politici, magistrati, avvocati, imprenditori e funzionari avrebbe governato grosse operazioni economiche in Basilicata. La guardia di Finanza, nei primi mesi del 2007, perquisisce le abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds, già presidente della Regione Basilicata), del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra mobile di Potenza. Luisa Fasano. Abuso d'ufficio, corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere, truffa aggravata sono i reati contestati a vario titolo. L'inchiesta ipotizza «una logica trasversale negli schieramenti», il «collante degli affari», un gruppo di potere che, ciascuno al suo livello, contribuisce nella spartizione della torta. Ma l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, chiede al Csm il trasferimento cautelare d'urgenza di De Magistris, per irregolarità nella gestione del caso «Toghe lucane». E nel marzo 2011 l'intera inchiesta viene archiviata dal gup di Catanzaro che definisce l'impianto accusatorio «lacunoso» e tale da non presentare elementi «di per sé idonei» a esercitare l'azione penale.
DOSSIERAGGIO - Ma i veleni sono tutt’altro che finiti. Perché nella Procura potentina nel frattempo è al lavoro Henry John Woodcock, le cui inchieste mettono a rumore mezza Italia. Nel febbraio del 2009 un esposto anonimo, con tanto di tabulati relativi a telefonate fra Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli, denuncia le rivelazioni che il pm napoletano avrebbe fornito in anteprima alla conduttrice di «Chi l’ha visto?» nonché al giornalista Michele Santoro, conduttore di «Annozero». La denuncia si rivela infondata.
Ma nel frattempo la Procura di Catanzaro apre il fascicolo ribattezzato «Toghe lucane bis». Cosa si sospetta, questa volta? Che sia la stessa Procura generale di Potenza ad aver ispirato l’esposto. Avvisi a comparire vengono notificati all’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano (ora in pensione), ai sostituti procuratori generali Gaetano Bonomi e Modestino Roca e all’ex sostituto procuratore della Repubblica, Claudia De Luca, poi trasferita a Napoli con lo stesso Woodchok. Nell’inchiesta compare anche il nome di un ex agente del Sisde, Nicola Cervone. «Toghe lucane bis» teorizza che qualcuno abbia in effetti tentato di delegittimare sia Woodcock sia l’altro sostituto procuratore potentino, Vincenzo Montemurro, autori delle inchieste sugli intrecci tra politici e criminalità lucana.
I SERVIZI SEGRETI - L’inchiesta si è chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati. L’udienza preliminare si terrà il prossimo 15 giugno 2012. Se esista realmente un gruppo di potere che orienta le indagini e gestisce le informazioni in modo improprio, lo dirà la storia processuale. Ma torniamo a Nicola Cervone. Il nome dello 007 compare in altri oscuri capitoli delle vicende lucane degli ultimi vent’anni. Perché sono gli stessi servizi segreti a comparire come le ombre cinesi dietro al duplice omicidio di Giuseppe Gianfredi, vicino agli ambienti della criminalità) e di sua moglie Patrizia Santarsiero, uccisi a Potenza nel 1997 dinanzi agli occhi dei figli (uccisi perché? È ancora tutto da chiarire). E l’ombra dei servizi segreti s’affaccia, ancora, sulla vicenda torbida di Elisa Claps, la studentessa potentina scomparsa nel 1993 il cui cadavere è stato ritrovato nel sottotetto della Chiesa della Trinità nel marzo 2010. Dell’omicidio è stato ritenuto colpevole Danilo Restivo. L’ex Sisde aveva perfino tenuto un dossier sulla vicenda Claps, dossier poi svanito nel nulla. E un altro dossier dei servizi che ipotizzava l’esistenza di una «struttura parallela d’intelligence » si ritrova nella disponibilità sia di Cervone sia del sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi, sì, ancora lui. Nel dossier si teorizza che giornalisti vicini ad agenti segreti, ex investigatori della Guardia di finanza, ufficiali dei carabinieri e magistrati della Procura potentina si sarebbero scambiati informazioni per colpire i loro nemici.
Bonomi viene perfino intercettato mentre parla dei suoi rapporti con gli uomini dell’Aisi (l’ex Sisde) con i quali stanno facendo «un servizio insieme».
LE COINCIDENZE - Ma c’è ancora un filo rosso o un’inquietante coincidenza. Nella prima inchiesta di De Magistris sulle toghe lucane finisce anche Felicia Genovese, il pm della vicenda Claps (che avrebbe orientato le indagini lontano da Danilo Restivo) e pm del duplice omicidio Gianfredi. Suo marito, il medico Michele Cannizzaro, viene nominato direttore generale del più grande ospedale della Basilicata, nomina politica, si sa. A nominarlo un gruppo di politici che sua moglie aveva sotto inchiesta e per i quali avrebbe poi chiesto l’archiviazione. Un teorema che era costato alla Genovese un’accusa di abuso d’ufficio, poi dissoltasi in un’assoluzione. Felicia Genovese è anche autrice di una clamorosa inchiesta sulla centrale di ricerca nucleare Trisaia di Rotondella, l’altro mistero della Basilicata felix. Si sospetta tra l’altro che i vertici della centrale abbiamo acquisito e trasferito in Iraq plutonio e altro materiale nucleare utilizzabile a scopo bellico, facendo nel frattempo sparire scorie radioattive che non dovevano essere trovate nella centrale dell’Enea. In realtà sulla Trisaia ci sono almeno trent’anni di inchieste giudiziarie. Agenti segreti, faccendieri, presunti emissari delle guerriglia sahariana e quelle 64 barre di uranio irraggiate custodite nell’ex Centro Enea. L’ennesimo mistero.
Da Potenza a Napoli: una storia di ordinaria stupidità tutta italiana. Magistrati "contro" che lasciano la sede giudiziaria di Potenza per ritrovarsi tutti a Napoli. Claudia De Luca, ex sostituto procuratore della Repubblica di Potenza e poi in servizio nella sede sede giudiziaria di Napoli, è stata condannata a un anno e sei mesi di reclusione per l'accusa di peculato, che gli era stata mossa nell'ambito dell'inchiesta conosciuta come "Toghe lucane". La sentenza – scrive l’Agi e tutta la stampa - è stata emessa dal giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro, Antonio Rizzuti, al termine del giudizio abbreviato che è valso alla De Luca lo sconto di pena di un terzo, e nell'ambito del quale il pubblico ministero Gerardo Dominijanni aveva chiesto una condanna ad un anno e quattro mesi. La contestazione di peculato fu mossa all'imputata dall'allora sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi de Magistris, titolare di "Toghe lucane", perché lei avrebbe utilizzato il telefono di servizio per scopi personali. La De Luca, in particolare, secondo le accuse - del 2009 la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm Vincenzo Capomolla che ha ereditato Toghe lucane dal collega de Magistris - avrebbe effettuato con il cellulare di servizio 65 telefonate, nel periodo tra maggio e ottobre del 2003, al numero telefonico 899 a pagamento per un servizio di cartomanzia. Nell'inchiesta sarebbero emerse anche diverse telefonate effettuate dal magistrato allora in servizio a Potenza, sempre con il telefono del turno, su numeri strettamente personali e, in particolare, oltre 16.000 contatti nel periodo tra il 20 aprile 2005 e il 22 aprile 2007 sul numero di cellulare del marito. A queste, si aggiungerebbero altre telefonate, effettuate sempre con il cellulare del turno, ad altre persone vicine all'imputata. La De Luca è attualmente tra le persone indagate nell'inchiesta denominata "Toghe lucane bis", e destinataria di uno degli avvisi a comparire emessi dalla Procura di Catanzaro che sta conducendo l'inchiesta, relativa a presunti gravi illeciti commessi tra gli altri da alcuni magistrati in servizio in Basilicata. Nell'inchiesta "Toghe lucane bis" sono ipotizzati, complessivamente, la violazione della legge sulle associazioni segrete, l'associazione a delinquere, la corruzione in atti giudiziari, l'abuso di ufficio. "Toghe lucane bis" ha preso le mosse da un presunto complotto finalizzato a calunniare l'allora sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock (poi pm a Napoli) che, insieme al suo collega Vincenzo Montemurro, ora in servizio alla Procura di Salerno, indagavano sugli intrecci tra politici e criminalità lucana.
A tal proposito dalla stampa (Il Domani della Calabria) si viene a sapere che la Procura di Catanzaro ha notificato 13 avvisi di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di magistrati, carabinieri, poliziotti e di un ex agente segreto del Sisde, indagati nell’ambito dell’inchiesta "Toghe lucane bis". I magistrati calabresi - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - ipotizzano che negli uffici della Procura generale di Potenza si era costituita e operava una società segreta, in violazione della legge Anselmi, finalizzata a delegittimare il lavoro dell’ex pm di Potenza Henry John Woodcock (poi in servizio alla Procura di Napoli) e di altri magistrati del capoluogo lucano. I promotori della società segreta, secondo l’accusa, sono l’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano e i sostituti procuratori generali Gaetano Bonomi e Modestino Roca. Con l’aiuto del colonnello dei carabinieri Pietro Gentili, e del vice questore aggiunto Luisa Fasano, reperivano notizie riservate sui magistrati della Procura che poi venivano usate per delegittimarli. Nell’inchiesta sono coinvolti anche l’ex sostituto procuratore Claudia De Luca (poi in servizio a Napoli), l’ex agente del Sisde Nicola Cervone, poi divenuto cancelliere al tribunale di Melfi (Potenza), quattro ufficiali di polizia giudiziaria (Antonio Cristiano, Consolato Roma, Leonardo Campagna e Angelo Morello), l’imprenditore Ugo Barchiesi e l’autista della Procura generale di Potenza, Marco D’Andrea. Le indagini hanno avuto inizio dopo una lettera di calunnia ai danni di Woodcock e del suo braccio destro, l’ispettore di Polizia Pasquale Di Tolla. Ad organizzare il presunto complotto, secondo l’accusa, sarebbe stato Bonomi con la complicità degli altri magistrati della Procura generale di Potenza. Nel febbraio del 2009 fu preparato un esposto anonimo con i tabulati telefonici di Woodcock e quelli dei giornalisti Federica Sciarelli e di Michele Santoro. Il tutto era finalizzato, secondo la Procura di Catanzaro, ad avviare verifiche disciplinari nei confronti di Woodcock. Già in passato la Procura calabrese, con l’ex pm Luigi De Magistris (poi sindaco di Napoli), aveva indagato su un presunto comitato d’affari del quale avrebbero fatto parte magistrati, politici ed imprenditori. I trenta indagati di quell’inchiesta chiamata Toghe Lucane, sono stati prosciolti il 19 marzo scorso.
Insomma tutti a Napoli, appassionatamente.
Amministrazione della Giustizia e responsabilità civile dei magistrati. La posizione di un addetto ai lavori.
La verità di Matteo Di Giorgio. Il magistrato di Taranto arrestato dalla Procura di Potenza. Quello che la stampa non osa riportare. Così come fanno tutti i giornalisti locali e nazionali con il dr Antonio Giangrande, soverchiato da magistrati indegni della toga che indossano e coperti mediaticamente da giornalisti omertosi. La verità del magistrato Matteo Di Giorgio dopo l'arresto pubblicate in video ed in testi alla pagina territoriale di Taranto su www.telewebitalia.eu. Cose che Giangrande è da anni che le grida al mondo, accusando infame ritorsioni. Giudici contro. Della serie: anche i sostituti procuratori della Repubblica di Taranto provano l’onta dell’ingiustizia e subiscono la gogna mediatica. La voce agli imputati, presunti innocenti, in un sistema dove voce non hanno. La sua Verità di giudice arrestato e buttato nella bolgia infernale come i comuni mortali a provare la legge del contrappasso. A ristabilire la sua verità Matteo Di Giorgio il 2 maggio 2012 ha incontra pubblicamente a Castellaneta i suoi cittadini. La sua difesa: «Vittima di un complotto». Il pm ha respinto le accuse. Fallite le mediazioni del sen. Putignano e del vescovo Fragnelli. Il resoconto parziale e politico di Michele Cristella sulle colonne de "Il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania", dove non si fa menzione delle accuse alla procura di Potenza.
Risposta, confutazione, dignità. Oltre due ore di intervento nel cinema Valentino gremito, Matteo Di Giorgio, magistrato che ha subìto l’onta degli arresti domiciliari dichiara la sua innocenza dinanzi alla sua città. La moderatrice Sara Trovato gli pone subito la domanda più spinosa: perché parla oggi, in piena campagna elettorale? «So, dice Di Giorgio, che di queste cose bisogna parlare nelle aule dei tribunali. Ma io ogni giorno vengo attaccato nei comizi come il cancro della mia città e come il responsabile della stasi edilizia e dello sviluppo. Sento come mio diritto difendere e ristabilire la mia dignità dinanzi alla pubblica opinione. La mia coscienza è pulita, adamantina, cristallina. Parlo ora, dopo un manifesto gravemente pregiudizievole nei miei confronti e per gli attacchi nei comizi, fino ad essere un additato come “giudice deviato”». E continua: «Il prof. Rocco Loreto dice di non avermi mai nominato, ma i riferimenti a me sono numerosi: responsabile dello scioglimento della sua maggioranza nel 2001, sequestro del Prg, favorito un testimone a me avverso». E confuta le accuse. «Non posso aver sequestrato il Prg perché esso era stato annullato dalla stessa maggioranza per vizio di forma. Non posso aver minacciato Mimmo Trovisi perché si dimettesse per far cadere la maggioranza, perché egli non era l’undicesimo, ma si dimise dopo altri dodici, né sarebbe stato possibile minacciarlo perché la nipote, essendo minorenne, non poteva né essere indagata né arrestata. Quanto alla storia del testimone Coccioli è una vicenda lunga e complessa che si incentra su un favore di fargli avere dal comune 1500 euro da dare alla squadra che poi li avrebbe girati a lui, cosa che nessun “capo di cupola”, come sono stato definito, avrebbe mai potuto fare, essendo io, per altro ben in grado di elargire di tasca mia una somma così esigua». Di Giorgio, dopo aver sostenuto di non aver mai perseguitato Loreto, di aver accettato di indagare su di lui e di aver accettato da Sebastio e Petrucci di essere affiancato da colleghi e dagli stessi Procuratori, spiega la sua tesi di essere vittima di un complotto, di aver subito un processo kafkiano, cioè di essere passato da vittima a carnefice, ha mostrato come alcune ordinanze coperte da segreto istruttorio erano in possesso e a conoscenza di alcuni suoi denuncianti: «Il complotto contro di me è indiscutibile». Una storia, racconta Di Giorgio, «che comincia nella notte del bar Gorgo. E fu questo episodio che m’indusse a parlare con la stampa e dire che avrei chiesto la sua rimozione da dirigente scolastico». Un particolare: il senatore Putignano prima e il vescovo Fragnelli, prosegue, «dopo mi chiesero di partecipare al rasserenamento del clima; rinuncio a tutto, chiedo solo che Loreto dicesse in pubblico che ero onesto. Ma egli si rifiuta. E chiamo a testimone mons. Fragnelli». La conclusione: «Mai minacciato nessuno, mai fatto del male ad alcuno, almeno scientemente, mai danneggiato la mia città, rivendico il diritto alla mia dignità».
Anche Mimmo Mazza da “La Gazzetta del Mezzogiorno” rendiconta l’avvenimento. Anch'esso con stampo politico, omettendo ogni riferimento alle critiche sull'operato della magistratura potentina.
A un mese dall'inizio del processo che lo vedrà alla sbarra per concussione e corruzione in atti giudiziari e, soprattutto, a quattro giorni dalle elezioni comunali che rischiano di riportare alla guida del Comune il suo acerrimo nemico Rocco Loreto, l'ex pubblico ministero Matteo Di Giorgio riempie l'unico cinema cittadino per raccontare la sua verità, «tutta la verità», come annuncia negli inviti trasmessi via mail alla stampa, postati sul suo profilo Facebook e rivolti in maniera particolare ai suoi detrattori. «Armato» di computer portatile e faldoni, come se occupasse il suo ufficio del Palazzo di Giustizia di Taranto dal quale manca dall'11 novembre del 2010, giorno in cui fu sottoposto agli arresti domiciliari dai carabinieri del Reparto operativo di Potenza, Di Giorgio è un fiume in piena, desideroso di rompere gli argini che i suoi legali avevano faticosamente costruito in tutti questi mesi. Il dibattito, quasi un one man show, parte con sul grande schermo un manifesto dell'Italia dei Valori dal titolo emblematico «Dopo oltre dieci anni la giustizia prevale sul potere», fatto affiggere per le vie del paese all'indomani dello scorso 14 marzo, giorno in cui il gup Petrocelli di Potenza ha rinviato a giudizio il magistrato, sospeso cautelativamente dal Csm, il sindaco uscente Italo D'Alessandro, Antonio Vitale, già noto alle Forze dell'ordine, accusato di favoreggiamento, il comandante della Polizia municipale Francesco Perrone, Giovanni Coccioli e Agostino Pepe. «Non voglio fare il processo penale qui, ma riabilitare la mia persona pubblica, il mio essere magistrato, perché statene certi, la toga la indosserò ancora. Devo rispondere - attacca Di Giorgio, compiendo una vera e propria requisitoria e non a caso un paio di volte chiamando aula quella che è una sala cinematografica - a una valanga di accuse che ogni giorno mi travolge. La mia vicenda è finita nei comizi, nelle interviste, sui social network. Ho il diritto di difendere la mia dignità, e dunque ho deciso di sottopormi ad un processo pubblico. La mia coscienza è pulita, è adamantina. Non mi interessa la campagna elettorale, ma ho deciso di parlare oggi perché gli attacchi sono diventati insopportabili». L'ex pm mostra uno spezzone del comizio del 22 aprile del Pd, facendo ascoltare le critiche che gli rivolge il candidato al Consiglio comunale Antonello Montanaruli. E parte con una lunga teoria di atti, delibere, verbali di interrogatorio e stralci di brogliacci telefonici, con costanti riferimenti alla poca serenità dell'autorità di giudiziaria di Potenza, con la ricostruzione del tanto chiacchierato sequestro del Piano Regolatore generale, «un falso problema, il Piano regolatore - annota Di Giorgio - era stato già revocato», con il fissare nella lite stradale alla vigilia delle elezioni del 2007 con la famiglia Loreto, la causa del suo arresto (e non è obiettivamente così, nè per il fatto in sè, nè soprattutto per la pretesa attualità della vicenda, vecchia di 5 anni, rispetto agli altri capi di imputazione). Quella del magistrato, in predicato nel 2009 di essere il candidato alla presidenza della Provincia per il Pdl, è una ricostruzione faticosa da seguire, una discussione lunga due ore degna di una aula di giustizia più di una chiacchierata a duecento persone che nella quasi totalità nulla sanno di atti giudiziari e aule di giustizia. Legge i verbali dell'ex consigliere comunale del Pd Stefano Ignazzi, arrestato per l'operazione antidroga Valentino, condotta proprio da lui, per dimostrare la sua estraneità ad un rilievo che gli viene mosso dalla Procura di Potenza, quella di aver piegato la sua funzione giurisdizionale agli interessi personali. Uno degli episodi sul quale il magistrato, dicendo con chissà quanta convinzione di voler rasserenare il clima, si concentra riguarda la concussione che avrebbe compiuto ai danni di Domenico Trovisi, consigliere comunale nel 2001, a cui sarebbero state chieste le dimissioni, minacciando in caso contrario l'arresto della nipote e del fratello nell'ambito di una inchiesta antidroga, dimissioni poi effettivamente rassegnate da Trovisi. «Non solo io sono sempre stato amico di Trovisi, ma soprattutto le sue non erano dimissioni indispensabili per lo scioglimento del Consiglio comunale, la sua era la tredicesima firma, e la nipote all'epoca dei fatti era minorenne, quindi non potevo nemmeno indagare su di lei, figuriamoci se potevo arrestarla». Infine Di Giorgio tenta di sfatare quella che definisce una leggenda, la sua rivalità con Loreto. «Mi sono occupato solo due volte nella mia carriera di lui, una nel 1996, quando chiesi l'archiviazione di un procedimento che avevo ereditato da un altro magistrato, e una nel 2000, quando, essendo di turno, mi arrivò una denuncia contro Loreto. Decisi di astenermi quando il 4 giugno del 2001 seppi dell'arresto di Loreto. Ritenni in quel momento che non era più ammissibile che mi occupassi di lui. È da 11 anni che non mi occupo più di Loreto, come si fa a dire che sono l'artefice di una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti?».
«Avrò sbagliato mille volte nella mia carriera professionale - urla Di Giorgio - ma mai scientemente. Mai. Così come mai mi sono intromesso nelle vicende politiche di Castellaneta, mai stato il sindaco ombra, come d'altronde dimostrano le oltre 50mila intercettazioni telefoniche effettuate nei miei confronti».
Nessuno di questi giornalisti, però, ha osato riportare il pensiero del Di Giorgio sull’amministrazione della Giustizia. Amministrazione della Giustizia e responsabilità civile dei magistrati. La posizione di un addetto ai lavori.
La verità di Matteo Di Giorgio. Il magistrato di Taranto arrestato dalla Procura di Potenza. Quello che la stampa non osa riportare. Così come fanno tutti i giornalisti locali e nazionali con il dr Antonio Giangrande, soverchiato da magistrati indegni della toga che indossano e coperti mediaticamente da giornalisti omertosi. La verità del magistrato Matteo Di Giorgio dopo l'arresto pubblicate in video ed in testi alla pagina territoriale di Taranto su www.telewebitalia.eu. Cose che Giangrande è da anni che le grida al mondo, accusando infami ritorsioni. Giudici contro. Della serie: anche i sostituti procuratori della Repubblica di Taranto provano l’onta dell’ingiustizia e subiscono la gogna mediatica. La voce agli imputati, presunti innocenti, in un sistema dove voce non hanno. La sua Verità di giudice arrestato e buttato nella bolgia infernale come i comuni mortali a provare la legge del contrappasso.
Bene Matteo Di Giorgio ha dichiarato: «Il procedimento che mi riguarda prende le mosse proprio da una denuncia di Italo Pontassuglia, 22 settembre 2007. In questa denuncia, signori, si dice di tutto sul mio conto. Non si parla delle sciocchezze che sono emerse nell’ordinanza, perché poi vedremo sono comunque delle sciocchezze, anche se fossero vere e non lo sono. Ora, io non ho molto tempo per spiegarvi l’enormità, però devo far notare che quello che dice Pontassuglia è smentito da tutti gli atti del processo.
Amministratore di fatto significa prendere le decisioni in luogo dell’amministratore formale, di colui il quale il Sindaco, o la Giunta, o il Consiglio Comunale, si sostituisse di fatto agli stessi. Ebbene. Signori sapete quante intercettazioni telefoniche ed ambientali hanno visto oggetto la persona del sottoscritto? Quasi cinquantamila. E io dico, meno male che ci sono le intercettazioni.
Dico meno male che ci sono le intercettazioni, perché dalle intercettazioni non è emerso nulla. Perché la procura di Potenza, consentitemi da questa vicenda è strabica. Perché da un lato ha messo sotto processo Rocco Loreto per la minaccia rivolta a mio figlio, dall’altra ha arrestato me perché ho detto “ha minacciato mio figlio”. Io sono stato arrestato perché mi si dice “non è vero, tu hai diffamato Loreto, dicendo che ha minacciato tuo figlio”. Questo è l’oggetto dell’arresto mio, signori. Questo è. Ed è la prova che ho detto che c’è una certa contiguità tra gli investigatori ed i miei denuncianti. Volete un’altra prova? La disponibilità dell’ordinanza in originale. Questa è una copia dell’originale. E’ una copia che qualcuno ha avuto al più tardi il 18 novembre 2010, cioè una settimana dal mio arresto, quando l’ordinanza era coperta dal segreto istruttorio. E sapete da dove proviene questa ordinanza?
Signori, sta scritto qua. E’ il signor Pontassuglia Italo: il mio denunciante. Questo è un avviso di accertamento tecnico irripetibile notificato il 15 novembre 2010 a Pontassuglia. Questo significa che Pontassuglia ha creato questo file, ha avuto l’ordinanza al più tardi il 18 di novembre 2010. Questo significa che una settimana dopo il mio arresto il mio accusatore aveva l’ordinanza. Chi gliel’ha data?
Io certo no. Signori, questo è agli atti del processo, poi tutto il resto è inutilmente, perché a Potenza le porte sono chiuse. Questa è la prova che Pontassuglia ha una corsia preferenziale con Potenza, perché non può che averla ricevuta da Potenza. Non sono sospetti, questa è una prova. Io ho denunciato Potenza. Ci sarà un motivo se io ho denunciato gli Uffici giudiziari di Potenza. Perché a Potenza non sono tutelato. Io ho detto alla dottoressa Triassi, ho detto, quando mi ha fatto una valutazione giuridica, ho detto lei mi fa paura, ho detto. Come cittadino io ho paura di lei. Sapete perché? Perché quando la Cassazione ha annullato il capo d’imputazione della vicenda Coccioli, ha detto la Cassazione “me la date sta prova che Di Giorgio sta d’accordo con l’amministrazione comunale?”. E s’è rifatta l’udienza. Viene la dottoressa Triassi e dice “ecco la prova dell’accordo”. La prova dell’accordo è questo. In una telefonata tra il dottor Di Giorgio e l’assessore allo Sport, si tratta di Alfredo Cellammare, che nei 6 mesi successivi al fatto, in cui io ed Alfredo Cellammare parliamo di tutt’altra cosa. Non parliamo del contributo, parliamo di tutt’altro. E dice la dottoressa Triassi “ecco, questa è la prova che Di Giorgio e Cellammarre si conoscono. Io gli ho detto “guardi che avrebbe potuto chiedermelo, glielo avrei detto io, perché ci conosciamo da quando avevamo i calzoncini corti. Ma se la prova del concorso in un reato, scusatemi devo fare un discorso tecnico, risiede nel mero rapporto di conoscenza, allora io sono complice di tutti i reati commessi dai castellanetani, perché li conosco un po’ tutti. Quindi io verrò chiamato a rispondere in qualsiasi reato possa commettere un castellanetano. Questa è un abnormità; un’aberrazione giuridica. E io alla dottoressa Triassi dissi “lei mi fa paura. Io ho paura di una che ragiona così. Come uomo”. Se parliamo dell’amministrazione della Giustizia dobbiamo uscirne, se ciascuno di noi recupera il proprio ruolo. Che cosa voglio dire: la nostra magistratura vive di correnti, di amicizie. Io non sono iscritto a nessuna corrente ed ho sbagliato, perché se fossi stato iscritto, non mi sarebbe successo niente. Ve lo dico!! Io sono difeso dal CSM, lo dico, dal dottor Marcello Maddalena, per chi è del mestiere sa che si tratta del Procuratore Generale della Corte d’Appello di Torino. Uno dei massimi magistrati italiani. Mi ha detto dopo che ho letto le carte, mi ha detto “io ho settantuno anni. Ne ho viste di cotte e di crude. Ho subito attentati. Ma io non ho mai letto quello che è accaduto a te.
Io non so come tu faccia ad essere ancora così fiero, dignitoso ad andare avanti con la testa alta”. Ha detto “però ti dico, tu sei dalla parte sbagliata. Tu sei dalla parte sbagliata. Per questo stai passando guai. Se tu fossi stato dall’altra parte avrebbero detto che si vuole conculcare il diritto alla libera esplicazione delle proprie attività”. E non dico altro signori. No, forse bisognerebbe anche avere il coraggio in Italia, io lo dico contro tutta la categoria, di introdurre il principio della responsabilità civile del magistrato, perché io devo avere paura di sbagliare. Ci devo pensare cento volte prima di far qualcosa. Perché signori il magistrato ha il compito più alto: decide della libertà delle persone; ha in mano la vita delle persone. Tutti possono sbagliare, ma purchè ci sia la buona fede e purchè ci sia il rispetto di alcune regole. Spesso ciò non avviene. L’altro giorno a chi a detto, e rispondo a quest’avvocato, che il rinvio a giudizio, parlo dell’avvocato Giuseppe Clemente, faccio nome e cognome, Clemente, il quale impazza su Facebook contro di me dicendo delle cose invereconde, delle quali io mi vergognerei. Quest’avvocato ha detto che un rinvio a giudizio è praticamente una affermazione di responsabilità penale. Ecco vorrei ricordare all’avvocato Clemente che in Italia ancora esiste l’articolo ventisette della Costituzione e quindi la presunzione di innocenza, tecnicamente di non colpevolezza, e che questa presunzione vale fino al terzo grado di giustizia. Io ancora non sono stato giudicato e gli ricordo Raniero Busco. Ce l’ho qua.
L’altro giorno. E’ stato condannato in primo grado a ventotto anni di reclusione. E’ stato assolto dalla Corte d’Appello. Buon per lui che non sia stato sottoposto alla misura cautelare. Però io vi voglio leggere soltanto un passo di un’intervista di Raniero Busco, che la dice tutta. “Cosa ha imparato da questo processo? Che in queste aule non si trova niente di umano. Ognuno è proiettato a salvaguardare la propria idea, la propria posizione. Nessuno è disposto a fare un passo indietro in nome della verità. Questa sentenza però mi restituisce un po’ di fiducia nella Giustizia”. Ed è quello che dico io: perché a fronte di tutto ciò che è emerso dal processo potentino, dei tentativi di inquinamento, dei tentativi di agganciare i testimoni, non è successo niente. Perché ciascuno si innamora della propria posizione e la difende fino alla fine anche contro l’evidenza dei fatti. E questo un magistrato non lo deve fare mai. Il magistrato deve avere l’onestà di dire “ho sbagliato, faccio un passo indietro” e non deviare da alcune regole che sono indefettibili e che a Potenza sono state violate. Io lo dico qua perché l’ho già detto, l’ho già scritto e non posso tediarvi, perché è tardissimo, se no lo farei volentieri. E vi dimostrerei tutte le violazioni che sono avvenute nel mio caso. Tutte.»
Ogni commento è superfluo: basta non essere dalla parte sbagliata.
Potenza tra delitti e consorterie. Misteri noir e lotte di potere.
Questo tema ha destato l'attenzione di Alberto Statera ed Attilio Bolzoni che ne hanno scritto su "La Repubblica". Così come si sono occupati dei misteri di Potenza tanti altri giornalisti.
Già Potenza, capoluogo della regione Basilicata (Lucania).
Passi il Basento, scali a ottocentodiciannove metri sul livello del mare Potenza, da due secoli il capoluogo regionale più alto d'Italia, dove come dice il proverbio "a Santa Caterina la neve sova a spina", e pensi di trovarti nel "reality show" più appassionante dell'anno. Belle "gnocche" come qui non si sono mai viste - così dice il barista che serve il caffè a giudici, avvocati e giornalisti vicino al palazzo di Giustizia - Lele Mora che sgambetta in passerella al comando di una coorte di ragazze squittenti e prorompenti. E poi il ciglioso piemme biondo che fa impazzire il mondo e tanti "Vipps", che Mina, signora un po' snob, su "La Stampa" ha ribattezzato "Pipps". E invece altro che "vallettopoli" e "puttan tour". Appena arrivi in cima alle scale di Potenza, che il sindaco Vito Santarsiero chiama la "città verticale", ti senti risucchiato in un cupo romanzo gotico: potere, politica, soldi, speculazioni, sesso e assassinii. Altro che veline. Sì, perché in questo ex borgo montanaro, voluto capoluogo regionale da Giuseppe Bonaparte nel 1806, che vide tra i suoi cittadini Giustino Fortunato, vagheggiatore della nascita di una moderna borghesia imprenditoriale nel Mezzogiorno, in questa capitalina di 69 mila abitanti, tra monti bellissimi, ma di una bruttezza palazzinara che fa male all'anima, c'è un tasso di omicidi irrisolti che dev'essere proporzionalmente il più cospicuo d'Italia.
Non tanto gli omicidi di camorra, di mafia, di 'ndrangheta, che pure qui arrivano ma che altrove non si contano neanche più. Ma casi in cui s'intrecciano potere, politica, massonerie, magistratura, corruzioni, abusi, sesso e droga. Tanti misteri alla Montesi. Chi non ricorda il caso di Wilma Montesi? La ragazza fu trovata morta sulla spiaggia di Torvajanica, litorale di Roma, dopo una notte di festini.
Quella morte aprì una partita all'ultimo sangue nella Democrazia cristiana, con le dimissioni del ministro degli Esteri Attilio Piccioni, per i sospetti sul figlio Piero, musicista e viveur, che in realtà quando Wilma fu uccisa si trovava in Costiera Amalfitana con Alida Valli, sua amante del momento, come poi testimoniò l'ex ministro Paolo Emilio Taviani. Lo scandalo favorì l'ascesa nel partito di Amintore Fanfani. Emilio Colombo, ex presidente del Consiglio, ex ministro in decine di governi, tuttora venerata icona cittadina e nume tutelare di Potenza, era giovane, ma di quell'epoca ha sicura memoria. Qui, oggi come allora, la partita incrocia i partiti, ma non è solo politica, coinvolge pezzi rilevanti di magistratura e di società, la nuova borghesia locale fatta soprattutto di burocrati, non quella sognata da Giustino Fortunato, né quella contadina dell'Ottocento e del Novecento dei Ricciuti, dei Lioy, dei Santangelo, dei d'Errico, dei Lacava. A incrementare le inchieste incrociate c'è un Robin Hood locale "antimagistratura corrotta". Si chiama Nicola Picenna e non ha requie da quando nel marzo 2003 il Tribunale civile di Matera, presieduto da Iside Granese, dichiarò il fallimento del consorzio Anthill, di cui era presidente, fondato dal banchiere Attilio Caruso per partecipare alla gara per la concessione delle licenze telefoniche Umts. Sali a Potenza, sulla scala mobile più lunga d'Europa, piccolo ma rivendicato orgoglio cittadino che ti porta al centro della città, e subito ti raccontano dell'omicidio dei coniugi Gianfredi, Giuseppe e Patrizia, ammazzati a fucilate anni fa davanti ai figlioletti. Un mistero irrisolto, uno dei tanti. Prendi il caffè in via Pretoria, vicino a Palazzo Biscotti, dove abitò Giovannino Russo, gloria giornalistica cittadina, e ti intrattengono sul giallo di Elisa Claps. Sedicenne, mora, carina, alta un metro e cinquantacinque, scomparve una domenica, il 12 settembre 1993. Fu sospettato Danilo Restivo, il ragazzo che aveva appuntamento con lei. Ma tutto finì nel nulla. Salvo che, trasferitosi in Inghilterra, il giovanotto di ottime relazioni familiari a Potenza, manifestò lo stesso vizietto che, a quel che disse la polizia, coltivava a casa: tagliare ciocche di capelli a signore e signorine, per strada, in autobus, ovunque gli capitasse. Scotland Yard, passati gli anni, è ancora lì a studiare il profilo psicologico dell'uomo sospettato per l'assassinio britannico di Heather Barnett, vicina di casa del sospetto potentino, trovata morta con una ciocca in mano. A Potenza si narra che il cadavere di Elisa, mai più ritrovato, fu sciolto nell'acido o incorporato nella colonna di cemento di un palazzo di undici piani. Ma soprattutto si strologa sulle connivenze, di cui "Chi l'ha visto", i giornali locali e i capannelli di via Pretoria parlano con ridondanza di nomi e cognomi. Il "parrucchiere" sarebbe stato protetto da Michele Cannizzaro, attuale direttore dell'ospedale San Carlo e marito di Felicia Genovese, magistrato di Potenza, ora trasferita dal Csm e indagata per aver archiviato una denuncia contro esponenti dei Ds e della Margherita, in cambio - questa l'accusa - della nomina del marito all'ospedale. Il pentito Gennaro Cappiello sostenne che il marito della Genovese fu anche il mandante del duplice omicidio Gianfredi. Ma l'inchiesta è stata archiviata e il pentito, considerato inattendibile dalla procura di Salerno, denunciato per calunnia.
Tanti anni dopo, innescato dalle inchieste a raffica del pm anglo-napoletano Henry John Woodcock, che agiscono come una sorta di moltiplicatore d'interesse per le antiche vicende, in cima alla città delle scale, che ancora dibatte su un antico stemma raffigurante un "leone gradiente su di una scala" (ma i leoni salgono le scale? ) torna l'incubo degli omicidi insoluti. Non solo Elisa e i Gianfredi, anche i "fidanzatini di Policoro" uccisi nel 1988. Policoro, sulla costa jonica, è oggi in qualche modo l'epicentro, il luogo epitomico, dell'inestricabile "Basilicata connection", che copre come una nevicata di Santa Caterina l'intera regione e fa lacrimare nel Duomo San Gerardo, patrono di Potenza, e l'arcivescovo Agostino Superbo, indignato non solo per le vergogne locali, ma per i "modelli di vita" dell'Italia televisionara scoperchiati da Henry John.
E' lì, a Policoro, che carabinieri e Guardia di Finanza hanno messo i sigilli al villaggio turistico "Marinagri", un complesso di alberghi, ville, marina, del valore di 200 milioni di euro, costruito su terreno demaniale, per il quale è indagata, anche in inchieste connesse su un "gruppo di potere" trasversale, un bel pezzo di giustizia e di politica regionale. Non solo Felicia Genovese, col marito direttore dell'ospedale, ma anche, tra gli altri, i procuratori potentini Giuseppe Galante e Giuseppe Chieco, il presidente del Tribunale di Matera Iside Granese, l'ex presidente della Regione e sottosegretario diessino nel governo Prodi Filippo Bubbico, il presidente della Regione Vito De Filippo, della Margherita, il senatore Emilio Nicola Buccico, di An, ex componente del Consiglio superiore della Magistratura e candidato a sindaco di Matera, la responsabile dell'Agenzia del Demanio Elisabetta Spiz, all'anagrafe moglie di Marco Follini, ex leader dell'Udc "scisso" dal socio Pierferdinando Casini, il cui nome ha aleggiato nei pettegolezzi fioriti ai margini delle inchieste televisionarie di Woodcock. Almeno tre, per quel che ne sappiamo, i tronconi dell'inchiesta "Basilicata connection" che pericolosamente s'intersecano: filone sanità, incentrato sulla coppia Cannizzaro - Genovese, filone banche per finanziamenti della Banca Popolare del Materano, Gruppo Popolare dell'Emilia, al presidente del tribunale di Matera, filone speculazione edilizia per "Marinagri" di Policoro. Ma, tra i tanti filoni, torna cupo dal passato, con un'inchiesta riaperta dalla procura di Catanzaro, l'assassinio dei "fidanzatini di Policoro", Luca e Mariarosa, che Carlo Vulpio ha dettagliatamente ricostruito sul "Corriere della Sera". Ventun'anni di età entrambi, trovati morti nella vasca da bagno, si disse che i due ragazzi furono folgorati per il cattivo funzionamento dello scaldabagno. Nessuno fece l'autopsia. Ma, riesumati i corpi otto anni dopo, si ebbe la quasi certezza che i fidanzati in realtà siano stati prima uccisi e poi gettati nella vasca da bagno. "La vicenda - disse in Parlamento l'allora ministro della Giustizia Piero Fassino - ha risentito in modo determinante dell'insufficienza degli accertamenti espletati". Perché furono così insufficienti gli accertamenti espletati? Perché la ragazza, Mariarosa, aveva confessato in una lettera al fidanzato Luca: "Amore mio, spero che resterai accanto a me anche quando ti confesserò una piccola parte di me, che voglio cancellare per sempre". La parte da cancellare erano festini con personaggi potenti, serate allegre di sesso e droga, ben retribuite, che facevano tremare mezza Basilicata. Quelle serate, secondo la pentita Maria Teresa Biasini, sarebbero state frequentate, tra gli altri - come hanno riferito le cronache - dal giudice del Csm Nicola Buccico, dall'avvocato Giuseppe Labriola, segretario provinciale di An, e da un giudice "dai capelli bianchi e dagli occhi di ghiaccio", l'unico di cui il nome non viene fatto esplicitamente. Chi era? Per saperlo basterebbe ascoltare le chiacchiere da bar di via Pretoria. Ma la vicenda è stata archiviata a Potenza perché priva di riscontri. Buccico, magistrato del Csm e senatore di An, per parte sua, prima difende come avvocato la famiglia dell'assassinato, poi diventa avvocato del pubblico ministero Vincenzo Autera, quello che per l'omicidio dei due ragazzi aveva chiesto l'archiviazione. Strilla il segretario diesse della Basilicata Piero Lacorazza: si complotta contro la dignità di un'intera Regione. Gli risponde sul "Riformista" Emanuele Macaluso: finiamola con la retorica, l'intreccio tra "nuova classe" e poteri locali è politico e coinvolge anche Diesse e Margherita. Il sindaco di Potenza è della Margherita ed è il più "preferenziato" d'Italia, con il 75 per cento dei voti. Lui, Vito Santarsiero, estimatore dell'antico leader Emilio Colombo, non parla di complotti. Enumera appassionatamente i lavori "cantierizzati", le mostre straordinarie aperte in città, come quella di De Chirico, perché "la cultura viene prima di tutto" in una città che ha sofferto dell'immensa "incultura urbanistica" prima e anche dopo il terremoto del 1980, che pure tanti fondi condusse qui per una ricostruzione dissennata. Ci parla dell'area industriale, della Pittini Siderurgica, delle aziende di prefabbricati, del debito che ha ereditato, 150 milioni di euro che solo di interessi gli costa 10 milioni all'anno, del "piano metropolitano" messo a punto con nove comuni vicini per lo sviluppo economico dell'area. Ma qualcosa ha da dire anche su "vallettopoli": "Sei milioni di euro di costo per le intercettazioni telefoniche a Potenza mi sembrano francamente un'enormità, basta fare il confronto con la cifra infinitesimale che si spende a Matera. Io rispetto il magistrato Woodcock, ma credo anche che la giustizia abbia delle priorità, che ci debba essere una gerarchia nel perseguimento dei reati. Allora mi piacerebbe finalmente sapere non solo quale Vip in mutande ha fotografato Corona, chi c'era sulla barca in navigazione nei pressi di Capri col transessuale, quale ragazza amministrava Lele Mora. Mi piacerebbe anche sapere che cosa si fa contro la droga, che qui dilaga, che cosa contro l'usura, contro la mafia, che incede dalle regioni limitrofe. E possibilmente che fine ha fatto Elisa Claps, perché, diciamolo, questa città è ancora scossa da quello e dagli altri omicidi impuniti. Potenza ha bisogno di serenità per poter fare ciò che le serve: lavoro, tutela dell'ambiente, qualità della vita, riqualificazione urbana". Sessantamila miliardi di vecchie lire piovvero dopo il terremoto del 1980 e 18 mila si fermarono qui in Basilicata. Il 60 per cento per un'industria mai nata o fallita, il 40 per recuperare abitazioni che hanno perpetuato uno scempio urbanistico che viene da lontano, da quando nella prima parte del secolo scorso approdarono qui invano gli architetti Piacentini e Quaroni a progettare il manicomio. E manicomio urbanistico fu. Tanto che la "riqualificazione" sembra oggi una missione impossibile anche per gli architetti Giuseppe Campos Venuti e Federico Oliva, chiamati in città dal sindaco Santarsiero. Quanto all'industria, se si tolgono la Fiat di Melfi e il polo dei salotti nel materano, ce ne sono scarse tracce in una terra strappata alla pastorizia con un profluvio di incentivi. Nonostante il fiume di denaro pubblico, il valore aggiunto per abitante è di poco più di 16 mila euro, l'ottantaduesimo posto nella classifica italiana, la disoccupazione è pari a circa un terzo della popolazione attiva residente. C'è il petrolio della Val d'Agri, ma sembra che l'oro nero lucano, che copre più o meno il dieci per cento del fabbisogno energetico nazionale, qui sia vissuto più che come un'occasione, soprattutto come un fastidio. Ne sa qualcosa l'ex presidente della Regione e sottosegretario allo Sviluppo economico Filippo Bubbico che ha dovuto difendersi anche dall'accusa di aver consentito l'estrazione nella Val d'Agri: "Le ricerche - ha spiegato - avvenivano da molto tempo, c'erano concessioni minerarie risalenti agli anni Cinquanta. Ma solo nel 1996 il governo nazionale ha autorizzato l'Eni a sfruttare i giacimenti petroliferi della Val d'Agri. In quella situazione nessuno avrebbe potuto fermare l'attività petrolifera. Noi abbiamo scelto di non perderci nella disputa nominalistica petrolio sì, petrolio no e abbiamo faticosamente trovato il modo di portare l'Eni e il governo al tavolo delle trattative per tutelare l'ambiente e creare opportunità per la Basilicata". Ciò di cui oggi la Basilicata non difetta sono i sottosegretari: oltre a Bubbico, dispone di Mario Lettieri all'Economia e di Gianpaolo D'Andrea alle Riforme, entrambi della Margherita. Altri tempi rispetto a quelli di Colombo e di Angelo Sanza, quando Potenza, borgo montanaro a ottocento e più metri sul livello del mare, comandava a Roma. Altri tempi, di pastorizia, clientele sì, quasi una patria. Ma non c'era "Potenza noir".
Il caso di Elisa Claps non è l’unico e nemmeno il più recente. La storia di Potenza è costellata di delitti misteriosi e soprattutto irrisolti. Alcuni poi portano al delitto della sedicenne scomparsa nel 1993. Uno di questi ha come vittima Pinuccio Gianfredi, malavitoso e confidente dei servizi segreti ucciso con una fucilata in bocca il 29 aprile 1997. All’inizio si parlò di regolamento di conti ma qualcuno di recente ha collegato questo delitto con la vicenda Claps: pare che Pinuccio sapesse qualcosa. Un’altra morte misteriosa riguarda una poliziotta, anche lei coinvolta in qualche modo con Elisa Claps. Anna Esposito è stata ritrovata morta in casa nel marzo 2001: un suicidio strano e anche misterioso. Avvenuto mentre conduceva indagini solitarie e parallele sulla morte di Gianfredi e sulla scomparsa di Elisa. Parla chiaro Don Marcello Cozzi, sacerdote di Libera da sempre al fianco della famiglia Claps: “Sono convito che l’omicidio Gianfredi abbia coperture di Stato e sia legato ai colpevoli ritardi nell’individuazione di Danilo Restivo come assassino di Elisa e alla morte del funzionario della Digos Anna Esposito”.
«Lontana, abituata a nascondersi, una delle città più misteriose d'Italia sta cercando di cancellare tutte le tracce che portano a un morto. In apparenza un delitto di mafia, in realtà un omicidio che nessuno vuole scoprire». Comincia così l'inchiesta che "La Repubblica" dedica al capoluogo a tutta pagina. Attilio Bolzoni, uno delle più influenti e prestigiose firme del giornalismo italiano, da anni alle prese con cronaca nera, storie di mafia, importanti casi giudiziari, ha deciso di raccontare «la città dei 21 delitti irrisolti».
Quello su cui concentra l'attenzione è il caso Gianfredi. Un delitto che descrive come «uno dei tanti in questa Potenza incastrata fra le montagne, gelosissima della sua intimità, capace di ingoiare ogni segreto». Parte dal delitto Gianfredi per innestare quelli di Elisa Claps, la scomparsa di Nicola Bevilacqua (Lauria), il giallo dei fidanzatini di Policoro, Luca e Marirosa. Ancora, l'assassinio di Tiziano Fusilli nel capoluogo e la scomparsa, 35 anni fa, della piccola Ottavia De Luise a Montemurro. Tra tutti questi delitti, a guardare bene - emerge nell'impietoso ritratto - un filo c'è: è Potenza questo filo, è la città «bivio di trame e scorribande di spie, porto franco per notabili impastati con il crimine, terra avvelenata da faide e condannata a non sapere mai nulla dei suoi misfatti». Potenza ne esce a pezzi.
Potenza, lontana, abituata a nascondersi, una delle città più misteriose d’Italia, sta cercando di cancellare tutte le tracce che portano ad un morto. In apparenza un delitto di mafia. In realtà un omicidio che nessuno vuole scoprire. Uno dei tanti in questa Potenza incastrata tra le montagne, gelosissima della sua intimità, capace di ingoiare ogni segreto. Morti senza un movente, morti senza un colpevole, morti senza una tomba. Dall’alto dei suoi 819 metri sul livello del mare che le danno il primato di capoluogo di regione più in quota, Potenza – che in un'altra epoca era il reame di Emilio Colombo, per una volta capo del Governo e per altre ventuno Ministro della Repubblica – è bivio di trame e scorribande di spie, porto franco per notabili impastati con il crimine, terra avvelenata da faide e condannata a non sapere mai nulla dei suoi misfatti. Un altro record, dopo quello dell’altitudine, nella Basilicata degli almeno 21 casi insoluti degli ultimi trent’anni, come un noir senza fine con un cadavere dietro l’altro e con indagini immancabilmente destinate all’archivio. Là in cima, chiusa ed isolata come una fortezza, Potenza protegge se stessa occultando tutto. L’ultimo “cold case” ripescato è un regolamento di conti che ha troppe verità. Una fucilata in bocca a Pinuccio Gianfredi per farlo tacere. Pinuccio, malavitoso e confidente dei servizi segreti, ucciso il 29 aprile del 1997 insieme alla moglie Patrizia e sotto gli occhi di due dei tre loro bimbi. Liquidato da frettolose investigazioni come vittima di uno scontro tra bande nemiche, la sua vicenda è raccontata con quattro differenti versioni da quattro pentiti che accusano o si autoaccusano, ma che vengono reputati tutti abbastanza credibili. Due, come Gianfredi, erano anche loro informatori degli apparati di sicurezza. Pasticcio o intrigo? Comunque siano andate le cose, nella città dove niente è mai quello che sembra, qualcuno adesso dice che Pinuccio Gianfredi è stato ammazzato perché sapeva tanto sulla scomparsa di Elisa Claps, la ragazza riesumata diciassette anni dopo in un sottotetto della chiesa della Santissima Trinità. Qualcuno giura che c’entra anche con lo strano suicidio di una poliziotta, trovata soffocata nella sua casa nella primavera del 2001. «Sono convinto che l’omicidio di Gianfredi abbia coperture di Stato e sia legato ai colpevoli ritardi nell’individuazione di Danilo Restivo come assassino di Elisa Claps ed alla morte del funzionario della Digos, Anna Esposito», spiega Don Marcello Cozzi, il sacerdote di Libera che con la sua tenacia ed al fianco della famiglia Claps non ha mai mollato per avere la verità sulla sorte della ragazza. Don Marcello, che ogni tanto riceve minacciose buste con proiettili e visite di ladri che non rubano mai niente, parla di inchieste insabbiate, di informative sparite, di testimoni d’accusa pilotati. Intorno all’omicidio di Pinuccio Gianfredi è in subbuglio la Potenza delle consorterie, delle logge, dei circoli dove s’incontrano gli eredi dei “Basilischi” (l’organizzazione criminale della Basilicata legata alla “ndrangheta) con personaggi del sottobosco criminale della politica, avvocati marchiati dal famigerato “concorso esterno”, imprenditori da mucchio selvaggio.
E poi ci sono le spie. Ce ne stanno dappertutto a Potenza. Chissà che ci faranno tutte queste spie fra le vette dell’Appennino? «Non l’abbiamo mai capito», risponde Fabio Amendolara, il cronista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” che da anni segue le contorte vicende giudiziarie potentine e le ingarbugliate piste che costruiscono sopra ogni delitto. Da indagini che si rincorrono fra Potenza e Salerno dove sono approdate, le spie coprono, sviano, depistano. E’ capitato dopo la scomparsa di Elisa ed è capitato dopo l’omicidio di Pinuccio. E probabilmente anche con Anna Esposito, la poliziotta della Digos di Potenza e che un giorno di Marzo del 2001 “è stata rinvenuta impiccata” con una cintura alla maniglia di una porta. La poliziotta faceva indagini parallele e solitarie sul delitto Gianfredi e sulla scomparsa di Elisa. In quel gorgo sono scivolati perfino Felicia Genovese, il pubblico ministero che ha condotto le inchieste sulla morte di Pinuccio e sulla sparizione della Claps. E suo marito Michele Canizzaro, un ras della Sanità lucana, addirittura indicato da uno dei quattro pentiti come mandante dell’omicidio di Pinuccio. Prosciolti già in istruttoria da ogni accusa tutti e due, il pm ed il marito. Scagionati anche tutti i collaboratori di giustizia che li avevano accusati o si erano autoaccusati, scagionati i presunti mandanti. Come sempre, a Potenza, il colpevole è ignoto. E Pinuccio è morto per una guerra di mafia che non è mai scoppiata. E’ l’incubo dei casi irrisolti che ritorna sempre, qui a Potenza. Incubo che ha avuto inizio il 12 maggio del 1975 con la scomparsa a Montemurro di Ottavia De Luise, una bambina forse vittima di pedofili. Mai scoperto nulla.
Come per i fidanzatini di Policoro, Luca Orioli e Marirosa Andreotta, due universitari trovati morti nel bagno di casa della ragazza il 23 marzo del 1988. Una scarica elettrica la causa ufficiale della loro morte, prima. Il monossido di carbonio, poi. Un incidente domestico dove sono state cancellate tracce di sangue e – come si legge nelle carte giudiziarie – «con lo stato dei luoghi modificato e i corpi manipolati». Mai scoperto nulla. Come per Alfonso Bisogno e Giuseppe Di Pietro, commercianti scomparsi nelle campagne di Filiano nel 1981. Come per Tiziano Fusilli, ucciso da due pallottole il 22 maggio del 1989. Tiziano era un ragazzo di 28 anni, qualche precedente per droga, ma intanto aveva cambiato vita. Mai scoperto nulla. Come per Vincenzo De Mare, un autotrasportatore ammazzato a fucilate il 26 luglio 1993. Come per Nicola Bevilacqua, scomparso a Lauria nel maggio del 1983. Due settimane dopo che il ragazzo era svanito nel nulla, a casa di Nicola è arrivata una lettera. Lui diceva che stava bene, rincuorava la sorella, annunciava che prima o poi sarebbe tornato. Non è più tornato. La lettera non l’aveva scritta Nicola. La Basilicata delle tenebre si è inghiottito pure lui.
Ottavia De Luise. A Montemurro in Basilicata, il 12 maggio del 1975 scomparve una bambina, Ottavia De Luise, di appena 12 anni. Era la più piccola di otto fratelli e da qui deriva il nome di Ottavia. Il pomeriggio del 12 maggio del 1975 Ottavia stava giocando con la cugina, a pochi metri da casa. Giunta l'ora di rincasare, la cugina racconta di averla vista incamminarsi verso casa. Solo pochi metri, ma proprio in questo breve tragitto si sono perse le tracce della bambina. Dopo qualche ora, verso le 17, non vedendola figlia, la madre chiese al fratello della piccola di andare a cercarla nella piazza del paese. Quando il ragazzo tornò senza alcuna notizia della sorellina, la famiglia si mise in allerta. All'epoca, nel piccolo borgo di appena 1500 persone, c'era solo un carabiniere. Dopo venti giorni arrivarono dei poliziotti con dei cani per agevolare le indagini: purtroppo non emerse nulla. Nel corso degli anni alla famiglia arrivarono due lettere anonime: la prima fu consegnata ai carabinieri e vennero interrogate delle persone. La seconda giunse ad uno dei fratelli della ragazza e il contenuto era chiaro: Ottavia De Luise fu violentata e uccisa. Nel corso di questi anni nessuno fu indagato, nessun magistrato si occupò di questa scomparsa, fino all'archiviazione del caso.
Dopo il caso di Elisa Claps, un nuovo «cold case» verificatosi sempre in Basilicata, sale alla ribalta delle cronache. Portando a nuovi, clamorosi, sviluppi. I vigili del fuoco, in collaborazione con gli agenti della polizia scientifica, hanno ritrovato il 4 maggio 2010 dei «reperti» all'interno di un pozzo-cisterna a Montemurro (Potenza), nell'ambito delle indagini sulla scomparsa di Ottavia De Luise, il 12 maggio 1975, quando la bambina aveva 12 anni: il ritrovamento è stato annunciato nel corso della trasmissione di Raitre di lunedì scorso «Chi l'ha visto?», che aveva «riaperto» il caso nelle puntate precedenti. Il pozzo-cisterna si trova all'esterno di una masseria ed è stato svuotato: all'interno oggetti e «reperti», forse resti umani, consegnati poi a un medico legale che dovrà analizzarli, come ha confermato all'Ansa la dirigente della squadra mobile di Potenza, Barbara Strappato. Le indagini sono cominciate con i rilievi planimetrici e la perlustrazione dei luoghi in cui Ottavia fu vista per l'ultima volta. Secondo la ricostruzione di «Chi l'ha visto?» il pozzo-cisterna, a pochi metri dal centro abitato, si trova in una delle zone indicate in alcune lettere anonime inviate alla famiglia De Luise, in cui si spiegava che la bambina «era stata violentata, uccisa, e poi nascosta». Le analisi successive condotte dal professor Franco Introna nell'Istituto di medicina legale di Bari avrebbero accertato che i reperti trovati sono resti animali. Dopo la scomparsa della De Luise, nel 1975, i primi rilievi furono effettuati dall'unico carabiniere in servizio all'epoca nel paese. Alcune settimane dopo furono inviati a Montemurro dei poliziotti con i cani. Il caso fu successivamente archiviato, per essere poi riportato alla ribalta da articoli di stampa e da «Chi l'ha visto?», nell'ambito dei servizi sull'omicidio di Elisa Claps. Nel corso degli ultimi anni ci sono state alcune lettere anonime che ipotizzano la pista del delitto ad opera di ignoti pedofili. Nel paese del resto c'è chi conosce la verità, dato che nelle lettere si afferma che la ragazza è stata violentata e uccisa. Nelle missive si dice anche che la bambina veniva abusata da anziani del paese in cambio di soldi. L'ultima persona a vedere viva la piccola Ottavia fu una signora che affermò di averla vista vicino alla parrocchia del Carmine, sulla strada per Armento, e che la piccola era diretta ad una masseria del luogo. Il caso è riaperto. Sulla scomparsa di Ottavia De Luise, 12 anni di Montemurro, avvenuta il 12 maggio del 1975, sono ripartiti gli accertamenti. E non solo sulla carta. A Montemurro c‘è stata la prima intensa giornata di lavoro su quel «mistero » che per 35 anni è rimasto nel silenzio, senza indagini e senza nemmeno gli onori della cronaca. Direttamente sui luoghi della scomparsa sono andati il pm Sergio Marotta che ha ripreso in mano quel fascicolo chiuso un anno dopo la scomparsa con dentro appena 55 pagine di accertamenti, il capo della Squadra Mobile, Barbara Strappato, e il commissario capo, Antonio Mennuti, questi ultimi reduci dai colloqui col fratello di Ottavia, Settimio De Luise. In pratica, sembra che sul caso De Luise si sia deciso di ripartire con il «metodo Claps» ossia analizzare tutto come se i fatti si fossero appena verificati. Così la folta squadra investigativa (c’erano altri sei uomini della Mobile e due della Scientifica) è arrivata di buon ora sulla «scena del delitto» per partire dalla ricognizione dei luoghi, poi si sono acquartierati nei locali del Comune di piazza Giacinto Albini dove hanno iniziato a sentire i racconti di alcuni dei testimoni dell’epoca, a partire dalle stesse persone i cui nomi compaiono negli atti di indagine datati 1975. Il magistrato e il capo della Mobile, in particolare, hanno voluto eseguire in prima persona un sopralluogo a poca distanza dagli uffici comunali, nei pressi di quella Chiesa del Carmine che da Montemurro porta verso Armento, e in particolare in un appezzamento di terreno nei pressi della chiesa. Un luogo ripreso e fotografato dagli uomini della scientifica, che sembra essere un luogo chiave del mistero di Ottavia. Lì, infatti, la ragazza è stata vista per l’ultima volta da Maria Cirigliano, una donna del paese che raccontò la cosa ai carabinieri. Pioveva e Maria le chiese dove andava. La ragazza rispose che doveva avvisare una famiglia residente in una vicina masseria che dall’abitazione che avevano in paese usciva acqua. La donna le consigliò di chiamarli gridando e avvisarli, per non bagnarsi a causa della pioggia, e la ragazza rispose che «era meglio andarci di persona». E si incamminò. Ma non è solo per questo che «la via del Carmine» è un luogo chiave della vicenda. «Ottavia - raccontò qualche giorno dopo la scomparsa sua madre - mi aveva confidato che il “viggianese” l’aveva invitata più volte ad “andare verso la strada del Carmine”».
E gli stessi carabinieri, all’epoca, conclusero che la ragazzina si era avviata su quella strada «perchè doveva incontrare qualcuno». Così l’attività di ricognizione fatta dagli investigatori ha ripercorso i momenti della scomparsa, avvalendosi anche della presenza di alcuni testimoni. Si è partiti dalla piccola casa della famiglia De Luise, in paese, da dove il 12 maggio 1975 Ottavia uscì alle 16.
Quel giorno niente dopo scuola, si poteva andare a giocare con gli amici in quella piazza Giacinto Albini che dista appena una settantina di metri da casa. Lì incontrò alcuni suoi coetanei, tra cui la cugina, Lucia Rotundo, che lasciò alle 16.30. «Ora io vado in campagna a trovare il “viggianese” - le avrebbe detto a quanto riportato in un verbale dell’epoca - non dire niente a papà e mamma». Così si diresse verso la strada del Carmine per non tornare più. E da lì, 35 anni dopo, ripartono le ricerche.
Luciano De Luise, fratello di Ottavia, la bambina scomparsa a Montemurro (Potenza) il 12 maggio 1975, quando aveva 12 anni, parlando durante la trasmissione di Raitre ‘Chi l’ha visto?’, ha espresso la speranza che la sorella sia “ancora viva”, anche se poco prima aveva criticato le affermazioni di una cugina sulle ultime ore conosciute della sorella, domandandosi “chi vuole ‘coprire’”.
Durante la trasmissione si è parlato anche di Giuseppe Alberti, soprannominato “il viggianese”, che aveva definito Ottavia De Luise “una scostumata” e che fu interrogato e fatto visitare dall’allora pm di Potenza, Antonino De Marco. Alberti, che abitava in una casa forse meta della bambina il giorno che quest’ultima scomparve e che il 29 agosto 1975 si trasferì a Torino, aveva detto di essere stato colpito da una crisi epilettica e di essersi così procurato delle lesioni in varie parti del corpo. Il pm lo incriminò per atti di libidine ma, anche per la mancata denuncia da parte della famiglia di De Luise, allora richiesta dalla legge, non si arrivò mai al processo. ‘Chi l’ha visto?’ ha proposto anche il caso di Alfonso Bisogno, un commerciante di bestiame scomparso a Castel Lagopesole di Avigliano (Potenza) nel 1981, insieme a un suo collaboratore, Giuseppe Di Pietro. La loro automobile fu trovata bruciata il giorno dopo, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e subito rottamata.
L’uomo – ha raccontato il fratello, Salvatore – era andato a Lagopesole partendo da Giulianova (Teramo), dove aveva sede la sua azienda – per riscuotere 20 milioni per aver venduto capi di bestiame a una cooperativa. Alcuni dirigenti di quest’ultima raccontarono di avergli dato invece circa 75 milioni: due di loro furono arrestati per omicidio e occultamento di cadavere, ma poi, è stato detto durante la trasmissione televisiva, il processo non proseguì.
Che fine ha fatto Ottavia De Luise, la bambina scomparsa nel 1975? Il “viggianese” poteva essere l’unico sospettato? Sono state seguite davvero tutte le piste? O forse le indagini sono state approssimate perchè Ottavia era “una poco di buono” e quindi indegna di sforzi investigativi?
Testimoni mai sentiti, qualche alibi mai controllato. Le falle dell’indagine giudiziaria sulla scomparsa di Ottavia De Luise, la ragazzina di Montemurro scomparsa nel 1975, sono state ricostruite nella sala del Cestrim a Potenza dai giornalisti Fabio Amendolara ed Emanuela Ferrara durante la “prima” del libro inchiesta "La colpa di Ottavia" edito dalla Edimavi. I giornalisti, rispondendo alle domande di don Marcello Cozzi (moderatore dell’incontro), hanno spiegato perchè le indagini nei confronti del “viggianese” e di Andrea Rotundo, i due sospettati per la scomparsa della ragazzina, non hanno dato alcun esito. “Il viggianese, forse, alla fine avrebbe confessato anche gli abusi su Ottavia – hanno spiegato – ma ha un alibi all’ora della scomparsa di Ottavia”. E Rotundo? Secondo i giornalisti “è stato un abbaglio“.
Sono state seguite davvero tutte le piste? O forse le indagini sono state approssimate perchè Ottavia era “una poco di buono“, così era stata definita all’epoca nel rapporto giudiziario dei carabinieri, e quindi indegna di sforzi investigativi? “36 anni fa – hanno detto i giornalisti – è andata così. Il carabiniere che si occupò dell’indagine la definì una poco di buono. Ci sorprende che la magistratura molli ancora una volta adesso. E’ troppo facile dire “è stato il viggianese”.
E’ morto e non può difendersi. Noi riteniamo, e le indichiamo nel libro, che ci siano altre piste che non sono state mai approfondite. E ci sono testimoni che non sono stati convocati. Testimoni importanti. Come il ragazzo con l’automobile sportiva che osservava con insistenza Ottavia nella piazza del paese pochi istanti prima che sparisse. Perchè quell’uomo non è mai stato chiamato dagli investigatori?“.
L’avevamo detto: il caso della scomparsa di Ottavia De Luise sembra il copione di un brutto film. Ottavia sparì il 12 maggio 1975 a Montemurro, un centinaio di chilometri da Potenza. Montemurro è un paesino di 1.500 abitanti. Ora che si sono mesi a cercare sul serio il corpo di Ottavia, sulla scia del caso di Elisa Claps, non è stato difficile ritrovare alcuni reperti in un pozzo proprio nel luogo dove la ragazzina, che aveva 12 anni, fu vista per l’ultima volta. Si è scoperto poi che in paese, Ottavia attirava allora “voci e pettegolezzi” perché, si diceva, si intratteneva con adulti. E cioè, in pratica, tradotto oggi, alcuno adulti si approfittavano di lei, la molestavano. In particolare un uomo, Giuseppe Alberti, detto il “viggianese”, era stato visto speso vicino a Ottavia. Tanto che la mamma della ragazzina gli aveva intimato di non avvicinarsi più a sua figlia. Quando Ottavia scomparve il “viggianese” fu interrogato e vennero riscontrati sul suo corpo ecchimosi e lividi e in particolare un graffio sul braccio destro della lunghezza di un centimetro e mezzo. Non solo, 35 anni fa, la cugina di Ottavia, Lucia Rotundo, che ancora oggi vive in paese, testimoniò che il viggianese pagava Ottavia per farla spogliare e toccarla nelle parti intime. Oggi ritratta tutto e dice che a indurla a fare quelle dichiarazioni furono i carabinieri. Ma i colpi di scena non finiscono. Si pensava che Giuseppe Alberti fosse morto da tanti anni. Non è così: vive a Torino, ha 87 anni. La polizia segue la pista legata al suo nome, ma conduce scavi anche nella proprietà dei Rotundo, dove si trova il pozzo nel quale sono stati individuati i reperti. Intanto, Settimio De Luise, fratello di Ottavia, ha denunciato per favoreggiamento Giuseppe Nitto, allora comandante della stazione dei carabinieri di Montemurro (la polizia l’ha interrogato in un luogo segreto).
Secondo Settimio, Nitto fece di tutto per insabbiare una storia la cui soluzione era a portata di mano già 35 anni fa.
In Lucania si può venire uccisi, giovanissimi e restare occultati ed ignorati, per anni.
Come funziona la “giustizia” (g minuscola non a caso) a Potenza? Dire Potenza è come dire Italia. Bene lo spiega Walter Vecellio su Notizie Radicali ripreso da “Libero Quotidiano” e tema trattato anche da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Sei anni di indagini per capire che la pistola era giocattolo.
Clamoroso caso di malagiustizia in provincia di Potenza: più di un lustro per capire che l'arma non avrebbe potuto nemmeno sparare.
Correva l’anno 2006. Il 29 settembre, per l’esattezza. Il luogo: Ruvo del Monte, comune, informano i manuali di geografia, in provincia di Potenza, «situato a 638 metri sul livello del mare, nella zona Nord Occidentale della Basilicata, ai confini con l’Irpinia». A Ruvo del Monte vivono circa milleduecento persone; è da credere si conoscano tutti. E più di tutti, i locali carabinieri, che con il locale sacerdote, evidentemente sono a conoscenza di tutto quello che accade, si fa, si dice. Dovrebbero, si suppone, anche conoscere due fratelli gemelli, Domenico e Sebastiano. Dovrebbero conoscerli bene, perché in paese non deve certo essere sfuggito il fatto che patiscono gravi ritardi mentali. Quando il 29 settembre del 2006 i carabinieri, frugando nella casa dei due fratelli trovano una rivoltella, hanno evidentemente fatto il loro dovere, sequestrandola.
Ed è quello che prescrive la legge, quando viene redatto un rapporto che riassume l’accusa in un paio di righe: «Detenzione illegale di arma». I carabinieri si suppone conoscano le armi; se sostengono che si tratta di una pistola fabbricata prima del 1890, si suppone sappiano quello che dicono. E cosa si fa, in casi del genere? Si istruisce un processo; un processo per detenzione di arma illegale che si conclude nel 2012. La sentenza: «Non luogo a procedere». E come mai, nel 2006 la detenzione illegale di arma sei anni dopo diventa «non luogo a procedere»? Come mai, nei fatti e in concreto, il giudice di Melfi assolve pienamente i due fratelli?
Perché la pistola non è una pistola; perché non si può detenere illegalmente un’arma che non è un’arma. Perché la pistola che si diceva «fabbricata prima del 1890» in realtà è una pistola giocattolo. I due fratelli l’avevano detto con tutto il fiato che avevano in gola: «Non è un’arma, è un giocattolo». Niente da fare.
«Detenzione di arma illegale». Bastava guardarla, quell’«arma illegale»: «Si vedeva subito che era finta, con quella foggia bizzarra che ricalca quelle strette alla cintura dei conquistadores spagnoli del ‘500». Per i carabinieri era «un’arma illegale». I carabinieri come mai erano entrati a casa dei due fratelli? Cercavano oggetti sacri rubati al cimitero del paese. Qui si può immaginare la scena: chi può introdursi in un cimitero per rubare? Degli spostati. E in paese, tutti lo sanno, i due fratelli con la testa non ci sono del tutto.
Allora andiamo da loro. Si bussa alla porta, loro aprono. «Si può?».
«Prego, accomodatevi». Ecco. E lì, in bella vista «l’arma illegale».
Subito in caserma, per l’interrogatorio di rito. Poi l’avviso di garanzia. Passano i giorni, le settimane e i mesi, e arriva l’imputazione: articolo 687 del codice di procedura penale, che punisce appunto la detenzione illegale di armi: dai tre ai dodici mesi, 371 euro di ammenda. Si chiudono le indagini preliminari, c’è il rinvio a giudizio. Finalmente qualcuno pensa di rivolgersi a un perito. Naturalmente è l’avvocato dei due fratelli, non ci pensano né i carabinieri né il Pubblico Ministero. Racconta l’avvocato: «All’apertura della busta contenente la presunta arma idonea a offendere, presenti io, il giudice e il perito tutto si è risolto in una risata. Non c’è stato nemmeno bisogno di una analisi approfondita: una colata unica, un simulacro da bancarella».
Secondo i carabinieri possedevano un’arma ad avancarica prodotta prima del 1890. Una pistola non denunciata e, per questo motivo, clandestina. Un capo d’imputazione di due righe dattiloscritte proprio sotto i loro nomi e sotto il simbolo della Repubblica italiana riassume l’accusa: «Detenzione illegale di arma». Ma era un giocattolo. Loro lo hanno detto, ribadito e dimostrato. Nonostante ciò hanno subìto un lungo ed estenuante processo che si è concluso dopo sei anni con l’assoluzione. È una disavventura giudiziaria quella che racconta la sentenza di «non luogo a procedere» scritta dal giudice di Melfi Amerigo Palma. Gli imputati erano due ragazzi di Ruvo del Monte: Domenico e Sebastiano Suozzi, classe 1973, gemelli. Sul faldone che contiene i numerosi documenti (informative, note inviate dai carabinieri al pubblico ministero, notifiche) finiti tra gli atti dell’inchiesta un cancelliere ha annotato: «Processo Suozzi più uno». Da qualche settimana quel raccoglitore di fascicoli è finito nell’archivio della Procura di Melfi.
Conteneva anche la consulenza di un perito balistico che il difensore dei due ragazzi, l’avvocato Giustino Donofrio del foro di Melfi, è stato costretto a chiedere per evitare che la situazione diventasse ulteriormente rischiosa per i suoi assistiti. «Si vedeva a prima vista che era un giocattolo», conferma chi ha potuto vedere l’arma. Eppure nel 2006 ci fu un sequestro. E i due ragazzi rischiarono l’arresto. La riproduzione - che non è neanche di pregio - era ben esposta sul caminetto della loro abitazione di Ruvo del Monte. I carabinieri della locale stazione la scambiarono per un’arma vera e funzionante e gliela portarono via. Cominciò così per i due ragazzi il lungo calvario giudiziario. Prima l’avviso di garanzia. Poi la convocazione per l’interrogatorio. Poi l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. E nonostante l’interrogatorio e le memorie presentate la Procura chiese di rinviare a giudizio i due indagati. È stato allora che l’avvocato ha chiesto di sottoporre il giocattolo a perizia per stabilire la sua natura e la funzionalità.
Scrive il giudice nella sua sentenza: «Il perito, verificato il reperto a lui consegnato nel corso dell’udienza, ha concluso che non si tratta di un’arma ma di un mero simulacro inerte». Un giocattolo. Che i due ragazzi potranno esporre di nuovo sul camino. Dopo sei anni di processo.
UN COVO DI SERPENTI ?!?
Dopo 18 anni Danilo Restivo è stato condannato a 30 anni per l'omicidio di Elisa Claps. I suoi legali annunciano che faranno appello, ma la mamma della giovane chiede ora a Restivo: "Dimmi chi ti ha coperto".
Danilo Restivo, che sta già scontando l'ergastolo in Inghilterra per l'omicidio della sarta Heather Barnet (trovata uccisa nel 2002 con modalità simili, si capirà in seguito, a quelle di Elisa Claps) è stato condannato a 30 anni, massimo della pena per un processo con rito abbreviato, per l'assassinio della giovane studentessa di 16 anni, scomparsa da Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata cadavere, nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità del capoluogo lucano, il 17 marzo 2010. Danilo Restivo ha avuto anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la libertà vigilata per tre anni dopo l'espiazione della pena, oltre all'obbligo di pagare 700mila euro di risarcimento provvisionale. Sollievo per i familiari di Elisa Claps, che finalmente, dopo tanti anni, ottengono "giustizia", come spiega la mamma della giovane Filomena, perché è da sempre che sono convinti della colpevolezza di Restivo. Anche per questo la mamma di Elisa Claps afferma che il magistrato "che ha condotto le prime indagini" si dovrebbe "fare un esame di coscienza". Danilo Restivo, infatti, era stato già condannato a poco più di due anni per falsa testimonianza riguardo al caso di Elisa Claps, ma circa 18 anni fa non si riuscì ad arrivare a questa verità accertata ora in ambito processuale. Per la famiglia Claps molti sono ancora i misteri che ruotano attorno alla morte di Elisa, a partire da quelli definiti come "complici morali". Mamma Filomena spiega infatti che ora non ci può essere "perdono", e si appella a Danilo Restivo: "Ora prendi carta e penna e scrivimi la verità, dimmi chi ti ha coperto". Perché la famiglia Claps è convita che qualcuno sapesse da tempo dell'omicidio della figlia, e di dove si trovasse il suo corpo. "E' la verità sulla Chiesa che voglio e che deve venire fuori a tutti i costi" precisa la mamma di Elisa Claps. La Diocesi di Potenza aveva anche chiesto di costituirsi parte civile nel processo, ma il loro legale, Antonello Cimadomo, ha spiegato che la richiesta è stata respinta "perché il giudice ha riscontrato una potenziale conflittualità con le nuove indagini in corso sul ritrovamento del cadavere". Sembra infatti che sia stato aperto un fascicolo "a latere" per capire se oltre a Danilo Restivo qualcun altro ha delle responsabilità in merito al delitto Claps. Il Mattino ricorda poi che ci sarebbero delle conferme riguardo un dossier scomparso sulla morte di Elisa Claps, dove un ex agente del Sisde, scrive il quotidiano che l'ha intervistato, afferma: "L'informativa sul delitto Claps c'era, la firmai io. E' dell'ottobre '97. C'era un prete che sapeva".
Dalla Gazzetta del mezzogiorno si scopre che sul delitto Elisa Claps spunta la massoneria.
Cercavano qualche elemento che potesse aiutarli a sbrogliare l’intricato giallo del ritrovamento dei resti di Elisa Claps nel sottotetto della chiesa della Trinità di Potenza (avvenuto il 17 marzo del 2010, a 17 anni di distanza dal delitto), quando hanno scoperto che uno dei sacerdoti intercettati era in contatto con esponenti di una loggia massonica segreta. Dalle chiacchierate telefoniche di don Pierluigi Vignola gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Salerno non sono riusciti a comprendere «quali siano con precisione i suoi reali interessi».
Gli investigatori della Dia di Salerno segnalano alla Procura - è quanto trapela dall’inchiesta bis del caso Claps, quella che sta cercando di accertare cosa c’è dietro al ritrovamento dei resti di Elisa e quale sia il reale coinvolgimento di appartenenti alla curia potentina - i contatti con un personaggio di Nola, in provincia di Napoli, «con precedenti per la violazione della legge Anselmi», quella che vieta la costituzione di società segrete. Ma anche con altri «appartenenti alla massoneria italiana» o comunque «legati ad ambienti massonici».
E, nonostante fino a quel momento non siano emersi «elementi attinenti alle indagini», per «acquisire ulteriori elementi» il caposezione della Dia di Salerno, Claudio De Salvo, da qualche giorno passato alla Squadra mobile, chiede ai magistrati di poter continuare a intercettare il telefono del sacerdote potentino. È il 13 aprile del 2010. Nell’informativa l’ex capo della Dia scrive anche che «da interrogazione della banca dati Sdi (un sistema informatico a cui possono accedere le forze di polizia, ndr) si rileva a carico dell’interlocutore del sacerdote una segnalazione della Squadra mobile di Benevento, all’interno della quale viene deferito anche don Vignola. Non si conosce però l’esito che hanno avuto queste indagini». Ma quando i pm Rosa Volpe e Luigi D’Alessio inoltrano al gip la richiesta di proroga qualcosa s’inceppa. Il giudice Attilio Franco Orio rileva che l’atto inviato dalla Procura è arrivato in ritardo e le attività di captazione vengono disattivate. Per gli investigatori era «evidente - si legge in un documento dell’inchiesta bis sull’omicidio Claps - quanto sia rilevante e indispensabile per la corretta e completa ricostruzione dei fatti, che non sono solo quelli relativi al giorno dell’omicidio ma anche quelli inquietanti relativi al decorso di ben 17 anni durante i quali il cadavere della ragazza si è decomposto nel sottotetto, captare ogni possibile comunicazione che possa interessare sia gli appartenenti al clero coinvolti nel ritrovamento, sia altri collegati, come don Vignola, viceparroco allorché era in vita don Mimì Sabia». Ma ormai era troppo tardi.
Ma a Potenza sembra esserci un covo di serpenti. Le inchieste di Fabio Amendolara sul "La Gazzetta del Mezzogiorno" lo confermano.
Era sorto un contenzioso tra l’Arma dei carabinieri e la Procura di Potenza. Molti ufficiali erano finiti in inchieste giudiziarie che dal comando regionale giudicavano «troppo lunghe». Il generale Emanuele Garelli, ex comandante regionale, preparò un esposto. E il ministero della Giustizia incaricò la Procura generale di effettuare un’indagine conoscitiva. Il sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi, indicato dai magistrati di Catanzaro che hanno coordinato l’inchiesta bis sulle toghe lucane - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - come il promotore di una società segreta che cercava di delegittimare il lavoro della Procura di Potenza, avrebbe «usato» quell’indagine amministrativa per «cagionare - si legge in uno dei capi d’imputazione contenuti nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato nei giorni scorsi ai 13 indagati - un danno ingiusto all’ex capo della Procura Giuseppe Galante».
Come? «Ha suggerito - si legge negli atti dell’inchiesta di Catanzaro - che il colonnello Nicola Improta gli richiedesse la copia di alcuni atti, facendo riferimento alla documentazione redatta dal procuratore Galante, in modo da consentire ai carabinieri di predisporre delle consapevoli ed efficaci controdeduzioni e di non “essere al buio”».
Ma Bonomi avrebbe «garantito» anche «di fornire al colonnello Improta copia della documentazione a lui giunta dal ministero della Giustizia e attinente alla relazione inviata al ministero da Galante, affinché i carabinieri potessero conoscere gli addebiti loro mossi dal procuratore di Potenza».
E ancora: «Ha garantito - scrivono i magistrati calabresi - al colonnello Improta che avrebbe ricevuto i verbali con le dichiarazioni rese da due ufficiali dei carabinieri che smentivano l’esposto del generale Emanuele Garelli».
Per «sistemare» l’indagine amministrativa, infine, Bonomi avrebbe «suggerito» al colonnello Improta «di irrobustire l’impianto accusatorio a fronte di quanto riferito dai due sottufficiali».
Secondo i magistrati di Catanzaro «suggerì» anche «le prove da preparare a sostegno delle loro accuse nei confronti di magistrati della Procura di Potenza e concordò con il comandante interregionale dei carabinieri le modalità di svolgimento degli accertamenti delegati alla Procura generale».
Il tutto per colpire l’ex capo della Procura Galante che, secondo i magistrati di Catanzaro, dopo poco si sarebbe lasciato decadere dall’incarico non presentandosi in ufficio (proprio a causa dei procedimenti disciplinari partiti con le segnalazioni della Procura generale). A quella poltrona pare mirasse proprio Bonomi.
E ancora dalla Gazzetta del Mezzogiorno si scopre che avevano «mappato» gli uffici investigativi della Questura di Potenza e spiato l’ex questore Vincenzo Mauro. «Attività di dossieraggio», la definiscono gli investigatori in un documento dell’inchiesta bis sulle toghe lucane che la Gazzetta ha potuto consultare.
C’era un «disegno prestabilito - secondo gli investigatori - contro il sostituto commissario Antonio Mennuti e l’ispettore Pasquale Di Tolla». Il primo era in servizio alla Sezione criminalità organizzata della Squadra mobile. Il secondo era il braccio destro del pm Henry John Woodcock e vittima anche dell’esposto anonimo firmato dal «dottor Sicofante». Secondo i magistrati di Catanzaro - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - anche nel dossier sugli assetti della Questura c’è la mano di Nicheo Cervone, l’ex 007 del Sisde che avrebbe passato l’esposto calunnioso ai danni di Woodcock a Leonardo Campagna, un poliziotto di Foggia che, poi, l’avrebbe materialmente spedito. Secondo gli investigatori è «emerso un disegno criminoso verosimilmente finalizzato a delegittimare e depotenziare il lavoro della polizia giudiziaria» delegata da Woodcock per indagini molto delicate.
La poliziotta al telefono - Il vicequestore aggiunto Luisa Fasano, all’epoca capo della Squadra mobile di Potenza, si lamenta al telefono del fatto che il sostituto commissario Mennuti sia stato, «dopo il suo iniziale allontanamento», completamente «riabilitato» proprio dal questore Mauro che, a suo dire, «prima l’aveva fatto fuori e poi tirandosi indietro l’aveva fatto rientrare nei giochi». Questo comportamento, secondo Luisa Fasano, «aveva molto contrariato il procuratore generale». Spionaggio - Nel dossier sequestrato a casa dell’ex 007 vengono descritte proprio queste dinamiche. «La Questura di Potenza - si legge nel documento - nei primi mesi dell’incarico del questore aveva subìto pochi ma importanti avvicendamenti. Il principale di questi aveva interessato il passaggio di Mennuti (considerato uomo vicino al pm Vincenzo Montemurro, ndr) da responsabile dell’ufficio anticrimine ad addetto all’ufficio di gabinetto del questore». Poi, in linea con i commenti telefonici della poliziotta - ma molto probabilmente si tratta solo di una coincidenza - chi ha scritto il dossier commenta: «Da alcuni mesi Mennuti è stato ricollocato in un ufficio operativo come responsabile di una sezione della Digos. Grazie a questo incarico si occupa di tutte le tematiche relative al mondo politico e di fenomeni delinquenziali destabilizzanti connessi ad associazioni o gruppi quali, ad esempio, la massoneria».
È questo che preoccupava la società segreta che, secondo i magistrati di Catanzaro, era guidata dal sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi e alla quale aveva preso parte, sempre secondo l’accusa, anche Luisa Fasano? Oppure era l’ispettore Di Tolla il vero obiettivo del «dossieraggio»? Si legge nel documento sequestrato a casa dell’ex 007: «Contemporaneamente a questi accadimenti, l’ispettore principale della polizia stradale di Potenza, Di Tolla, ha chiesto e immediatamente ottenuto il passaggio alla Squadra mobile. Di Tolla è da sempre il principale fiduciario di un magistrato della Procura potentina (Woodcock, ndr). Così, oggi, di fatto, si è creato un canale diretto fra due magistrati e due uffici operativi della Questura». Nicrospie in questura - Ma chi fu a chiedere e ottenere i due trasferimenti? «Da notizie attinte da fonte inconsapevole prossima al questore - è scritto nel dossier - i due trasferimenti sono stati richiesti in modo pressante e perentorio dal procuratore Giuseppe Galante (che si lasciò decadere a seguito delle accuse di alcuni suoi colleghi. Nell’inchiesta bis sulle toghe lucane è parte offesa)».
Anche il questore era stato spiato? E chi è quella fonte inconsapevole?
È probabile che l’ufficio del questore sia stato anche intercettato. Luisa Fasano, infatti, confida al suo interlocutore telefonico che il nuovo questore, Romolo Panìco, subentrato a Vincenzo Mauro, prima di insediarsi nella sua stanza ha dovuto fare «una bonifica ambientale». Erano state installate delle microspie? E da chi? È questo che dovranno accertare gli investigatori.
Dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 novembre 2011. Al sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi qualcuno aveva promesso un posto all’ispettorato del ministero della Giustizia. All’ex agente del Sisde Nicheo Cervone, invece, dissero che sarebbe diventato consulente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica diretto da Massimo D’Alema.
In cambio - secondo i magistrati della Procura di Catanzaro che ritengono di aver scoperto una società segreta che si riuniva al terzo piano del palazzo di giustizia di Potenza, sede della Procura generale - avrebbero dovuto delegittimare alcuni sostituti procuratori in servizio a Potenza: Henry John Woodcock, Vincenzo Montemurro, Anna Gloria Piccininni e Laura Triassi.
Perché? Curavano alcune indagini, sostengono il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi, che davano fastidio agli ambienti politici.
Nel caso di Woodcock fu preparato un esposto anonimo firmato con lo pseudonimo «Sicofante» e consegnato all’ispettore della polizia di Stato Leonardo Campagna che lo spedì - secondo gli investigatori - su ordine dell’ex 007 del Sisde. L’esposto - secondo la Procura - conteneva calunnie (per i giudici del Tribunale del Riesame di Catanzaro erano notizie diffamatorie) nei confronti del magistrato anglonapoletano e del suo braccio destro, l’ispettore della polizia di Stato Pasquale Di Tolla. I due erano accusati di aver passato atti dell’inchiesta «Totalgate» al principale indagato e di intrattenere rapporti telefonici con alcuni giornalisti. Ma Bonomi e Modestino Roca, l’altro sostituto procuratore generale indagato, avrebbero «agito» anche con i «poteri ispettivi» che la Procura generale può esercitare nei confronti della Procura della Repubblica.
«Un’intimidazione», secondo gli investigatori di Catanzaro. Perché da quel momento i pm Woodcock, Montemurro, Triassi e Piccininni, hanno lavorato sotto la costante minaccia di «sanzioni».
Le notizie contenute nell’esposto anonimo, ma anche altre «riservate» che circolavano negli uffici investigativi venivano rese pubbliche al fine di rendere vane le indagini. Per la rivelazione di notizie che dovevano rimanere segrete sono indagati i carabinieri Consolato Roma e Antonio Cristiano (ex militari in servizio all’aliquota di polizia giudiziaria, poi trasferiti). E un maresciallo della Guardia di finanza, Angelo Morello. Secondo i magistrati di Catanzaro sono stati loro a fornire le informazioni (contenute in indagini di cui si stavano occupando) all’ex agente segreto. Altre notizie venivano reperite, secondo l’accusa, dal vicequestore aggiunto Luisa Fasano (all’epoca capo della Squadra mobile di Potenza) e dal colonnello Pietro Gentili (ex comandante dell’aliquota di Pg dei carabinieri di Potenza, poi responsabile della sicurezza di un villaggio turistico del Metapontino) e fornite direttamente a Bonomi e Roca.
Ma chi ha promesso a Bonomi un posto all’ispettorato del ministero? E chi disse a Cervone che sarebbe entrato al Copasir? Al centro del complotto pare ci sia un politico lucano. Gli investigatori l’hanno intercettato mentre parlava con Cervone e ritengono di aver accertato che avesse relazioni anche con Bonomi. È stato lui a promettere quelle importanti postazioni in cambio della delegittimazione dei magistrati scomodi? È quello che gli investigatori stanno cercando di accertare.
Su “Libero news” la risposta piccata di Bonomi. A Luigi De Magistris gliene hanno dette di tutti i colori, soprattutto durante la sua prima vita, quella di magistrato. Ma «viscido ectoplasma» è uno di quegli epiteti che difficilmente si dimenticano. Specie se a pronunciarlo è un altro magistrato, uno di peso, come il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi. È lui l’uomo al centro dell’inchiesta Toghe Lucane bis, che avrebbe ordito - secondo la procura di Catanzaro - un complotto per screditare il pm Henry John Woodcock, organizzandosi addirittura in un’associazione segreta con altre toghe, con funzionari di polizia e servizi segreti deviati. Insomma, una riedizione (per quel che ne è dato di capire sinora) della vecchia indagine di De Magistris, l’unica che ha concluso ma non l’unica ad esser annegata nel nulla.
L’ex pm, more solito, ha visto in questa nuova inchiesta la prosecuzione del suo lavoro, parlandone pubblicamente e attaccando i suoi vecchi indagati. Chi non conosce la Toghe Lucane originale, immagina che si tratti di chissà cosa: naufragò platealmente per ragioni intrinseche all’indagine stessa, non certo per i cosiddetti «influssi esterni» per bloccare De Magistris. Ora Bonomi, in una esilarante lettera inviata al Quotidiano della Basilicata, ridicolizza sia De Magistris, sia Woodcock che l’intera indagine fotocopia partorita nelle stanze del procuratore aggiunto calabrese Borrelli. Con sprezzante ironia, affibbia alla loggia da lui creata, secondo le accuse, il nome di «PP», laddove si intenda «Propaganda Potenza». Ma è quando arriva il turno dell’ex pm che il piatto si fa forte: «Mi aspettavo da sempre che viscidi ectoplasmi di un recente passato pur raggiunti, a vario titolo, da sanzioni documentate e motivate, che oggi qualcuno tenta goffamente di far apparire come conseguenze di complotti, tentassero di rialzare la testa per riacquistare una dignità fondatamente perduta in modo irreversibile, ma sono certo che anche stavolta i loro convulsi ed agitati spasmi di avvoltoi non conseguiranno alcun risultato favorevole».
Qui c’è da giurare che finirà a carte bollate. Aspetto che non sembra preoccupare il sostituto procuratore generale di Potenza, tant’è che nella lettera al quotidiano ne ha per tutti, a partire proprio dal pm anglo-napoletano e dalla sua amica Federica Sciarelli. Eccone un passaggio significativo: «Non ho come parenti soggetti nobili (conti, principi etc), o eventualmente appartenenti alle alte gerarchie della chiesa (cardinali, vescovi) e tantomeno ho amici, più o meno intimi, nel clero locale o nella "intellighentia" lucana, disposti a cantare le mie lodi. Sono solo un magistrato che ha sempre operato e tutt’ora opera in silenzio, senza simpatie per il clamore mediatico, che, in quanto tale, non dispone di molti supporters neanche tra i giornalisti, tra i quali purtroppo non figura nessuna mia amica e nessun amico».
INSABBIAMENTI E CENSURA
Ecco la Basilicata dei veleni e silenzi. Un libro dossier la cui recensione è stata fatta sul “La Gazzetta del mezzogiorno” del 6 agosto 2011.
Anni di denunce. E di silenzi imbarazzanti. Anni di proteste, di viaggi, di ricerche per portare alla luce una Basilicata nascosta, o meglio, che qualcuno vorrebbe tenere nascosta, celata dalla «copertina» patinata di una regione dall’aria buona, dall’acqua pulita, dall’atmosfera bucolica. Maurizio Bolognetti ha condensato in un libro-dossier tutto il suo lavoro d’indagine, corredato da articoli di stampa, su contraddizioni, verità nascoste e «veleni» che si annidano nel territorio lucano. Il titolo del volume è chiarificatore: «La peste italiana. Il caso Basilicata - Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania».
Il messaggio di fondo: siamo di fronte a uno status quo che ha l’imprimatur della politica, di quella che comanda, dirige, sentenzia. «Una regione con 131 comuni e nemmeno seicentomila abitanti, ricca di acqua, di gas, ora anche di petrolio, con le montagne innevate e il mare caldo, le campagne generose di grano, viti, ulivi e colture pregiate - scrive il giornalista Carlo Vulpio nella prefazione - è un luogo perfetto dove creare un feudo, in cui pochi signorotti comandano e tutti gli altri ubbidiscono, subiscono, o nel migliore dei casi si adeguano. Proprio quello che è accaduto in Basilicata».
LE «SPINE» - Il quadro generale che emerge dal lavoro di Bolognetti è devastante, crudo, non «addomesticato», senza edulcoranti: discariche al collasso, discariche che rilasciano nel terreno il percolato, l’inceneritore Fenice che ha inquinato la falda acquifera del fiume Ofanto, controlli ambientali carenti e dati nascosti di monitoraggi, sorgenti inquinate e siti di bonifica di interesse nazionale (Tito scalo e Ferrandina) non bonificati. E ancora: inchieste su reati ambientali che vanno in prescrizione o che scompaiono tra i faldoni in qualche Procura, società che agiscono in autocontrollo. Sullo sfondo di questo campionario di accuse l’inquietante aumento di malattie tumorali in Basilicata.
IMMONDIZIA - Occhi puntati sul ciclo di rifiuti solidi urbani. «Mentre si continua a viaggiare sul binario discariche/ inceneritori e la raccolta differenziata langue - scrive Bolognetti nel suo libro - i costi di smaltimento dei rifiuti sono passati da 103 a 170 euro a tonnellata. Chi, dunque, fa affari con la monnezzopoli lucana? Chi ne trae profitto? Perché una regione come la Basilicata, scarsamente popolata, non è riuscita in tanti anni a innescare un ciclo dei rifiuti virtuoso? Chi guadagna con la costruzione e la gestione dele discariche, con gli inceneritori e il trasporto della monnezza e con inceneritori camuffati da centrali a biomassa? ».
ACQUE - La recente denuncia di Goletta Verde sull’inquinamento a Nova Siri, in località Torre Bollita, del Canale dove sfocia il depuratore, e della foce del fiume Basento, a Bernalda, conferma che il sistema di depurazione in Basilicata è inadeguato. Un fatto storico. Acclarato. Bolognetti avrebbe senz’altro inserito questa vicenda nel suo libro, finito di stampare a giugno scorso. Così come avrebbe evidenziato la smentita, da copione, di Acquedotto Lucano che parla di valori inquinanti sotto la soglia d’allarme. È una storia che si ripete e che si inserisce nel contesto di quello che Bolognetti definisce «la politica del tutt’a posto» in cui l’assessore, il dirigente o il presidente di turno gli appioppa l’etichetta del mistificatore, del mitomane. Lo dissero quando Bolognetti denunciò l’inquinamento degli invasi lucani, sottolineando i dati di analisi effettuate da una ditta privata alla Camastra. Quella «rivelazione» ispirò un’inchiesta giudiziaria. Ma non quella che Bolognetti si augurava: fu lui stesso oggetto di una perquisizione (gli inquirenti cercarono le «carte» che avrebbero ispirato la sua denuncia) finendo iscritto nel registro degli indagati in compagnia del suo «complice», Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia provinciale di Potenza, sospeso dal servizio. L’accusa: rivelazione del segreto d’ufficio. Chi è il criminale? Chi denuncia casi di devastazione ambientale o chi inquina?
LE COPERTURE - Interrogativo che alimenta la teoria «vulpiana » del feudo in cui tutto deve restare com’è. Compreso i veleni. Compreso i silenzi che ignorano la «Convenzione di Aarhus», applicata ovunque in Europa, che impone la trasparenza e la massima divulgazione di atti, dati e documenti su questioni ambientali. I cittadini, insomma, hanno il diritto di essere informati. Ma l’esperienza fatta sul campo da Bolognetti (i casi Fenice e Pertusillo, i siti inquinati di Tito e Val Basento, l’estrazione di petrolio in Val d’Agri) testimoniano che non è così. «La Basilicata - scrive Bolognetti - viene presentata sui depliant turistici come un Paradiso naturale. In realtà è deturpata e sventrata da crimini contro il territorio e l’ambiente di ogni tipo. Sullo sfondo, un quadro terrificante di connivenza tra chi commette i crimini e chi dovrebbe sorvegliare».
Per gli insabbiamenti giudiziari e la censura a Potenza sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 9 gennaio 2011 è uscito un editoriale del direttore Carlo Bollino.
"Dopo che per mesi il mondo dell’informazione aveva protestato, urlato e manifestato contro i rischi della legge bavaglio, riuscendo infine nell’intento di congelare in parlamento la bozza liberticida, scopriamo che la libertà di stampa rimane a rischio anche senza quella legge. Basta toccare i poteri forti o anche meno: perché se scrivi e lavori in Basilicata basta sfiorare la storia di Danilo Restivo per cacciarti nei guai. Questo giovanotto, a dispetto del numero di omicidi dei quali è accusato o anche solo sospettato, continua evidentemente a godere di ampie tutele se è stato sufficiente scandagliare un po’ nei retroscena della sua personalità deviata, per mobilitare procura di Salerno e squadra mobile e far finire sotto inchiesta il giornalista che ha osato scrivere di lui. È come se contro il desiderio collettivo di giustizia continuasse a infrangersi l’onda lunga dell’immunità che al di là di ogni ragionevole decenza ha consentito a Danilo Restivo di farla franca dal 1993 al 2010, quando finalmente l’evidenza degli indizi a suo carico (alcuni risalenti addirittura a tredici anni prima) si è trasformata in un mandato di arresto internazionale. Ecco, il nostro collega Fabio Amendolara, travolto da un impeto investigativo che in 17 anni non si era mai visto manifestarsi con altrettanta urgenza contro gli assassini di Elisa Claps, si era limitato a scrivere questo: a ricostruire, dettaglio dopo dettaglio, tutte le prove raccolte dal 1993 ad oggi nei confronti del giovane rampollo lucano. E con la logica trasparente che deve sempre ispirare il lavoro di un cronista, a chiedersi in un breve editoriale pubblicato ieri in edizione di Basilicata «cos’altro servisse per arrestare prima Danilo Restivo». Tutte le prove erano raccolte in un’informativa redatta dalla squadra mobile di Potenza nel 2008, ma che la procura di Salerno aveva ritenuto insufficienti ad incriminare Restivo, chiedendone così l’archiviazione. Salvo poi ripescare lo stesso documento due anni dopo, in seguito al ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa di Potenza, e in base a quelle stesse prove chiedere e ottenere l’arresto. Strano oltre che imbarazzante. La procura di Salerno ha così ordinato alla polizia di Potenza di rintracciare Fabio Amendolara che è stato raggiunto dagli agenti mentre come ogni giorno faceva i suoi giri in città a caccia di notizie, e insieme con lui hanno perquisito giornale, casa e auto, sequestrandogli le carte sulle quali lavorava, incluso l’intero archivio sul caso Claps, e accompagnandolo infine in questura dove per altre 4 ore lo hanno sottoposto ad interrogatorio. Senza che nel frattempo gli fosse concessa la possibilità (anzi: il diritto) di mettersi in contatto con i suoi colleghi, né con la sua giovane moglie. Ora, che un giornalista possa finire nel mirino della giustizia per una qualunque rivelazione di segreto istruttorio ci sta pure: diciamo che è un infortunio del mestiere, per nulla imbarazzante giacchè semmai è la prova-provata che stava scrivendo la verità. Ma è sul metodo che dissentiamo. Su questa sproporzionata esibizione di forza che in 17 anni – e ricordarlo oggi appare grottesco – non è mai stata usata nei confronti del presunto assassino. Al quale, tanto per dire, rientrato a casa dal suo ultimo incontro con Elisa della quale si erano appena perse le tracce, procura e polizia dell’epoca consentirono di far sparire la giacca forse macchiata proprio dal sangue della ragazzina. Ed era solo l’inizio di una imbarazzante inchiesta che infatti non approdò a nulla. Ecco, è paradossale che una vicenda giudiziaria condizionata per 17 anni da depistaggi e omertà nella quale anche il silenzio dell’informazione ha avuto un pesante ruolo colpevole, debba giungere al suo epilogo con l’incriminazione di chi invece sta tentando di contribuire alla chiarezza, e se non è sospetto è certamente inopportuno che tanto accanimento nei confronti di un giornalista si sia manifestato adesso, e proprio intorno a questo caso. Sulla tragica fine di Elisa Claps e sulle lacunose indagini che ne sono seguite sembrava finalmente strappato il bavaglio, ed è per questo che suscita stupore e indignazione scoprire che oggi qualcuno ritrovi invece il coraggio di impugnarlo. Con il corpo della disgraziata 16enne di Potenza che attende tuttora di essere sepolto. E mentre chi indaga deve ancora dar prova di saperle restituire, fino in fondo, la Giustizia che merita."
MAFIOPOLI
I Basilischi sono una organizzazione criminale nata nel 1994 a Potenza e poi estesasi nel resto della Basilicata. Questa organizzazione ha assunto un ruolo di controllo delle attività illecite della Regione. Grazie ad intercettazioni e all'intervento dello Stato, il 22 aprile 1999 tutti i capi di questa organizzazione sono stati arrestati.
I Basilischi nascono come una 'ndrina della 'ndrangheta calabrese e da essa dipendono, sono protetti e aiutati. Ottenuto difatti il nulla osta dalle 'ndrine dei Pesce e Serraino di Rosarno, si formò un gruppo di malavitosi operante in tutta la Regione con a capo Giovanni Gino Cosentino. Quella organizzazione ambiva a diventare la quinta mafia del sud Italia. L'organizzazione venne effettivamente formata da Don Saru dei Mammoliti che nominò come capo-società Renato Martorano. Sembra abbiano avuto contatti anche con i Morabito.
Con l'inchiesta Iena 2, in cui sono coinvolti anche i deputati Antonio Potenza (la cui posizione è stata archiviata su richiesta dello stesso P.M.), Gianfranco Blasi e Antonio Luongo, il pubblico ministero di Potenza Vincenzo Montemurro evidenzia un cambio di assetto: l'appalto ottenuto all'Ospedale San Carlo da una azienda controllata da un gruppo malavitoso campano viene trattato dai Basilischi in prima persona. Da questo si dedurrebbe che il controllo del territorio lucano è in mano al gruppo dei Basilischi che tratta alla pari con le altre mafie assumendo così una sua identità ed autonomia, pur rimanendo legato alla 'ndrangheta.
I Basilischi sono stati oggetto di una inchiesta della procura antimafia di Potenza, "l'operazione Chewingum", che sta tentando di fare luce sulle attività e sulla struttura dell'organizzazione.
Nel 2006, nell'inchiesta che ha coinvolto Vittorio Emanuele di Savoia e il sindaco di Campione d'Italia, vi era anche la famiglia Tancredi del potentino.
In seguito al maxi-arresto del 22 aprile 1999, che ha incarcerato i capi della cosca, sembra che la 'ndrangheta di Rosarno abbia ristabilito il potere sulla criminalità in Basilicata, destituendo Cosentino e creando sette 'ndrine, composte da malavitosi locali e comandate direttamente da sette calabresi.
Con sentenza del 21 dicembre 2007 il Tribunale di Potenza ha accertato l'esistenza della "Famiglia Basilischi".
Sono affiliati all'organizzazione dei Basilischi alcuni membri del clan Scarcia del materano, i melfitani Massimo e Marco Cassotta (quest'ultimo assassinato il 14 luglio 2007), Antonio Cossidente e il salernitano Vincenzo De Risi, il gruppo potentino capeggiato da Renato Martorano (coinvolto nell'inchiesta Iena 2), e a cui appartengono i noti Dorino Stefanutti e Michele Badolato. Tutti i citati sono sotto inchiesta e condannati più volte per reati di stampo mafioso.
Da “Il Giornale” la mafiopoli lucana. Scommesse clandestine, partite truccate, cocaina e politica, cocaina e calcio, cocaina alla «Potenza-bene». Un fiume di parole, e di polvere bianca. Inchieste e processi in corso scuotono la sonnolente Lucania: affari sporchi, appalti criminali, compravendita di voti e posti di lavoro, ricatti incrociati, relazioni pericolose coi boss della quinta mafia sconosciuta ai più: i Basilischi. Il bubbone della calciopoli locale esploso a novembre del 2009 con l’arresto del presidente del Potenza calcio, Giuseppe Postiglione - accusato di vendersi le partite e di scommetterci sopra - investe il centrosinistra della Basilicata (la giunta regionale guidata dal Pd Vito De Filippo). Antonio Cossidente, temuto pentito della cosca locale collegata alla ’ndrangheta, dopo aver verbalizzato quel che sapeva sulla connection sportivo-criminale (dalla costruzione di un nuovo stadio alla gestione di sale-scommesse, dai 170mila euro «di provenienza illecita versati al presidente Postiglione» al servizio d’ordine affidato al clan) ha «sparato» sui politici. E sui presunti rapporti con alcuni di loro che fanno parte, o appoggiano, la giunta del governatore De Filippo. Accuse tutte da dimostrare, ovviamente. I nomi snocciolati in aula dal super pentito Cossidente (che Postiglione considerava suo «fratello maggiore») sono quelli del vicepresidente della giunta, Agatino Mancusi, coordinatore regionale dell’Udc, ma anche del consigliere regionale Luigi Scaglione, eletto nelle file di Popolari uniti che appoggiano l’amministrazione di centrosinistra e poi Roberto Galante, già consigliere comunale dell’Idv e candidato dei Popolari uniti. È invece un secondo pentito, Alessandro D’Amato, a fare il nome di Gaetano Fierro, ex assessore regionale all’Agricoltura ed ex sindaco di Potenza, candidato al Senato con l’Udeur, ora nell’Udc al coordinamento regionale. D’Amato si sofferma anche sulla confidenza ricevuta in cella dal coimputato Cossidente che gli avrebbe parlato di un ricatto da 100mila euro ai politici per tenere la bocca chiusa. Vere bombe a orologeria quelle del collaborante Cossidente: «Negli anni dopo il 2002-2003 controllavo la sicurezza dello stadio Viviani di Potenza con la società Potenza Asc (...). Poi ebbi contatti con il consigliere regionale Luigi Scaglione sia in termini di politica che di amicizia, dopodiché, nell’ultimo periodo, parlammo della costituzione di una nuova società e della costruzione di un nuovo stadio con annessi locali commerciali». Affari su affari, favori su favori. Cossidente si sofferma a lungo su Scaglione: «L’ho conosciuto nel 2002 (...) era inserito nel Cda del Potenza e in quel momento entrai a far parte della sicurezza per il tramite di Renato Martorano (esponente della ‘ndrangheta in Basilicata, ora in carcere, ndr). In quell’occasione conobbi Raffaele Marino, Vito Giuzio, Genni D’Onofrio e Agatino Mancusi. Dopo iniziai ad avere vari contatti. Lui era inviso dalla tifoseria e quindi cercò di avere tranquillità. Dato che ero sottoposto a una misura di sicurezza molto rigida avevo la necessità di dimostrare che facevo qualcosa. Scaglione si adoperò con Orazio Colangelo (nel 2008 eletto con una lista civica vicina al centrosinistra, ndr) per farmi avere la gestione del campo “Tre fontane” e avere una facciata pulita (...)». A suo dire Postiglione sarebbe stato a conoscenza dell’ottimo rapporto tra il boss e il consigliere, tant’è che chiese al «fratello maggiore» d’intercedere: «Mi disse se potevo parlare con Gigi (Scaglione, ndr) perché sapeva che lo conoscevo (...) Per la mia organizzazione ci sarebbe stato un utile di tipo economico, avremmo potuto gestire sia lo stadio (...)». Quando si passa al capitolo elezioni, le parole del «dichiarante» si spostano sull’ex Idv Roberto Galante: «Nel 2005 votammo sia lui (Scaglione, ndr) che Roberto Galante, alle regionali... comunque fu aiutato». E sempre a proposito di Scaglione parla dell’assunzione di uno dei suoi uomini al Don Uva, un centro di riabilitazione: «Ha fatto da tramite per far sì che una persona a me vicina facesse lavori di giardinaggio (...) un pregiudicato a me vicino (...), tramite un altro politico all’interno della struttura». Poi la domanda del pm punta alla droga. Cossidente non si fa pregare: «In un’occasione il boss Aldo Fanizzi mi disse di aver consegnato 5 o 10 grammi di cocaina a Scaglione». Vero? Falso? Le persone tirate in ballo dal pentito respingono le rispettive accuse. «Non ho mai fumato neanche una sigaretta - sbotta Scaglione - figuriamoci la cocaina. Hanno intercettato il telefono, è tutto negli atti, è tutto chiaro e trasparente». E sul favore chiesto per il figlio dal boss pentito? Scaglione non nega il contatto ma spiega d’aver chiesto a Cossidente il titolo di studio prima di liquidarlo così: «E fallo studiare che poi si vede». Nega anche Galante. Rapporti limpidi. «Gli inquirenti avranno modo di dimostrare che non c’entro niente. Cossidente lo conoscono tutti visto che i giornali ne hanno parlato tanto. Bisogna capire cosa si intende per “conoscere” (…). Il mio elettorato è fatto dalle persone che conosco, da amici. E allora quest’anno quando ho preso 838 voti chi mi ha appoggiato, la Sacra corona unita?». Si difende energicamente anche il vicepresidente Agatino Mancusi sui contatti con l’ex boss: «Andavo al campo ma non ho mai avuto rapporti di gestione all’interno del Potenza Asc (…), solo ruoli marginali. Eravamo un gruppo di amici che portavano avanti questa esperienza, niente più. Conosco Cossidente perché veniva sempre lì, né più e né meno (…). Quando stai ai bordi di un campo e conosci delle persone, non è che sai tutto il resto...».
MAGISTRIPOLI
GIUSTIZIA INGIUSTA. ITALIA FANALINO DI CODA NEL MONDO: E' 156/MA SU 181 PAESI NELLA CLASSIFICA INTERNAZIONALE DEL SISTEMA GIUDIZIARIO.
"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".
Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità'''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.
«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»
Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.
Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.
A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.
«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»
''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.
“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.
“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.
«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»
Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.
Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.
Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.
Omicidio Claps. Gildo scrive ad Elisa: «Mia cara sorellina...»
«Stai tranquilla, i tuoi cari non mollano, non temono la verità e se ne fregano di quanti imbarazzi possano ancora creare, la vergogna è solo la loro, noi siamo gente perbene»: lo ha scritto Gildo Claps il 9 aprile 2010 in una lettera alla sorella, Elisa, scomparsa il 12 settembre 1993, quando aveva 16 anni, il cui cadavere è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della canonica della chiesa della Santissima Trinità, a Potenza.
La lettera, affidata da Gildo Claps all’ANSA e riportata da tutta la stampa, comincia con un commovente «mia cara sorellina» e prosegue con un tono delicato: «Stavolta un rimprovero devo proprio fartelo...», ha aggiunto il fratello di Elisa, chiedendole «come ti è venuto in mente di farti ammazzare proprio in chiesa, e in quella chiesa per giunta». Subito dopo, però, la lettera assume un tono ironico e polemico, se non di aperta accusa, nei confronti di chi indagò sulla scomparsa di Elisa: «Pensa – scrive Gildo – a quel povero magistrato e ai poliziotti che hanno indagato, pensa poverini a quante cose dovranno spiegare». Non mancano riferimenti a Danilo Restivo, unico indagato nell’inchiesta, al padre, «un notabile amico di notabili», al questore che a Natale del 1993 «mise alla porta» la madre di Elisa («Tornò a casa piangendo, persa nel suo dolore dove spesso nemmeno noi riuscivamo a raggiungerla»), ai depistaggi: «E infine, ripeto, far ritrovare i tuoi miseri resti in una chiesa, questo proprio dovevi evitarlo», ha scritto Gildo alla sorella, facendo considerazioni critiche sul vescovo e sui sacerdoti della Santissima Trinità sul ritrovamento ufficiale del cadavere e sul fatto che, invece, era già stato trovato quasi due mesi prima.
IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA
«Mia cara sorellina, stavolta un rimprovero devo proprio fartelo: ma come ti è venuto in mente di farti ammazzare proprio in chiesa, e in quella chiesa per giunta; e come se non bastasse te ne sei stata lì per 17 anni invece di prendere le tue poche cose e allontanarti con garbo ed in silenzio fino farti inghiottire per sempre dalle nebbie del tempo. Ti rendi conto che così facendo hai messo in imbarazzo tutti? Capisco che ti hanno toccato il cuore le lacrime di mamma e di papà, posso comprendere che hai voluto dare a me e Luciano (altro fratello) un segno tangibile che questi anni non sono trascorsi invano, ma potevi farlo in modo diverso e soprattutto evitando di mettere tante persone che contano nelle condizioni di dover spiegare i loro comportamenti davanti ad un paese intero.
Pensa adesso a quel povero magistrato e ai poliziotti che hanno indagato, pensa poverini a quante cose dovranno spiegare; come faranno a far capire alla gente che non sono mai entrati in quella chiesa a cercarti se non dopo tanti anni e peraltro senza trovarti. Hai messo in difficoltà anche noi che dobbiamo chiarire come mai a poche ore dalla tua scomparsa, ci precipitammo in chiesa ma non riuscimmo a salire fin sopra perchè le chiavi di quella porta le aveva solo il parroco che in quel momento non era presente.
Capisci, adesso dovremo spiegare come mai due ragazzi e pochi amici avevano avuto l'intuizione di andare a guardare lì, e investigatori di provata esperienza se ne sono semplicemente dimenticati. E poi sorellina mia, dovevi incontrarti proprio con Danilo (Restivo, indagato per la morte di Elisa) quel giorno? Hai messo di nuovo in difficoltà quel bravo magistrato e ancora una volta noi stessi. Ti rendi conto che abbiamo dovuto scavare nel passato di quel povero ragazzo, far venir fuori tutta una serie di episodi spiacevoli che lo riguardavano? Ci hai costretto ad accusarlo fin dal primo giorno, ma con l’intuizione dei grandi investigatori ci diedero dei pazzi, NOI. E poi era pur sempre il figlio del direttore della Biblioteca Nazionale, un notabile amico di notabili, dico io, non potevi incontrarti con il figlio di un operaio in cassa integrazione? Sarebbe stato tutto più semplice.
Ti rendi conto sorellina – prosegue la lettera di Gildo Claps alla sorella – che ora dovranno spiegare il motivo per cui non andarono ad interrogarlo quel giorno stesso, non sequestrarono i suoi vestiti, non acquisirono i tabulati telefonici? Quale imbarazzo per persone che negli anni hanno continuato a fare il loro 'dovere' mentre noi ci si consumava piano nel vuoto della tua assenza.
E ricordi quando mamma fu messa alla porta dal questore poco prima di quel Natale del 1993, il primo senza di te, ricordi le sue parole esatte: 'signora basta, non può venire ogni giorno qui con i suoi figli a disturbare, sua figlia è scappata di casa, lo vuole capire o no?' Tornò a casa piangendo, persa nel suo dolore dove spesso nemmeno noi riuscivamo a raggiungerla. E quando gli avvocati di uno degli indagati, attingendo a fonti confidenziali, ci dissero che eri in Albania? Noi pensammo subito ad un ennesimo depistaggio, ma da lassù sono certo che avrai visto per un attimo una scintilla negli occhi di mamma, era il riflesso sepolto della segreta speranza di saperti ancora in vita.
Pensa adesso se a qualcuno venisse in mente di andare a chiedere loro quali erano queste fonti confidenziali, capisci sorellina quale imbarazzo sarebbe per due stimati professionisti dover dare spiegazioni su questa vicenda? E infine, ripeto, far ritrovare i tuoi miseri resti in una chiesa, questo proprio dovevi evitarlo. Il vescovo, il parroco, il vice e giù fino all’ultimo anello della catena sono ora costretti a spiegare come, quando, chi? E già, sarebbe stato tutto così semplice, lineare, se fosse stato vero che un’impresa edile, nell’effettuare lavori di riparazione, avesse casualmente scoperto il tuo corpo. Invece no, tutto complicato in questa maledetta faccenda e ancora una volta tutto così imbarazzante. Forse sono state prima le donne delle pulizie, no scusa, il viceparroco, no lui non ne sapeva niente, era gennaio, no febbraio, sì, ma di quale anno? Il vescovo dice di non sapere, non ammette oggi di aver saputo ma non pensava che fossi tu (come se ciò facesse la differenza), però il giorno dopo il ritrovamento, con il suo avvocato si affretta a rassicurare i fedeli che la chiesa riaprirà presto al culto (era sicuramente questa la cosa che la città sconvolta voleva sapere per prima); il parroco sfida chiunque a dimostrare che lui sapesse, il vice sapeva ma se n'era dimenticato.
Da ultimo proprio ieri ho saputo sorellina, che qualcuno circa un anno fa, nei bagni del Gran Caffè aveva scritto più volte con un pennarello, Elisa Claps è nella Trinità, un altro matto certamente. Sai sorellina, sembra quasi che nessuno volesse trovarti ma che tanti sapessero dov'eri, forse devono aver fatto un pensiero profondamente cristiano, è stata buttata lì per tanti anni, anno più anno meno che cosa cambia? Oggi sorellina rischi di mettere in imbarazzo la parte buona di questa città, quella che non si è mai arresa, quella che si è stretta intorno a te e ha pianto con noi, quella che gridava verità e giustizia, quella che ripudia i compromessi, il quieto vivere, le consorterie e gli intrallazzi, quella che ha il coraggio di chiedere conto a tutti, che siano uomini di chiesa o di potere. Ti lascio, ma solo per il momento, e stai tranquilla, i tuoi cari non mollano, non temono la verità e se ne fregano di quanti imbarazzi possano ancora creare, la vergogna è solo la loro, noi siamo gente perbene».
INSABBIAMENTI: UN MURO DI GOMMA
Dalla stampa sono pubblicati gli atti processuali divenuti pubblici, da cui si rileva che Luigi De Magistris, ex sostituto Procuratore di Catanzaro e poi europarlamentare dell’IDV, è stato rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Salerno.
De Magistris sarebbe imputato per il "delitto p. e p. dall'art. 328 co 1° CP perché, quale sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed assegnatario del procedimento penale n.2552/05/Mod.21 a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO, omettendo di procedere alle indagini ordinate ai sensi dell'art.409 co. 4° CPP dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro in udienza camerale ex art. 409 CPP celebratasi il 16-10-2007 e disposta a seguito della sua richiesta di archiviazione del 12-3-2007, indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio che per ragioni di giustizia doveva essere compiuto senza ritardo e comunque nel termine dei sei mesi fissato dal GIP. In Catanzaro dall'aprile 2008 in poi".
Non si tratterebbe di un'omissione qualunque ma, di un'omissione di indagini che gli erano state ordinate da un GIP su collusione fra magistrati di Lecce e magistrati di Potenza con ipotesi delittuose gravissime che vanno dall'associazione per delinquere, all'estorsione, al favoreggiamento. Le indagini erano state ordinate dal GIP di Catanzaro al P.M. De Magistris a seguito di camera di consiglio disposta in virtù di opposizione alla richiesta di archiviazione.
In quella opposizione si profilavano ipotesi delittuose gravi a carico di alcuni magistrati di Lecce e di Potenza ed era del seguente tenore: "… Al cospetto di notitia criminis di siffatta evidenza, l’ill.mo Giudice dovrebbe imporre, a sommesso parere dell’umile deducente, l’imputazione coatta per i reati di favoreggiamento, di associazione per delinquere o, quanto meno, di omissione di atti d’ufficio. Il deducente non può non chiedere, infine, in alternativa, le investigazioni a tutto campo per stroncare una volta per tutte quella che il deducente ritiene che sia una vera associazione per delinquere fra quei magistrati del Tribunale di Lecce che archiviano tutti i procedimenti penali a carico di……e quei magistrati della Corte di Appello di Potenza che archiviano, senza svolgere dovute ed approfondite indagini, procedimenti penali a carico dei suddetti magistrati che hanno un siffatto comportamento che il deducente ritiene “contra jus”. La legge penale dovrebbe essere uguale per tutti:….e per i magistrati. Se numerosi magistrati della Procura della Repubblica di Lecce hanno questo comportamento, che al deducente sembra criminoso, non vuol dire che i numerosi magistrati della Procura non debbano essere processati se essi non applicano la legge: un’intera Procura non forma un parlamento; un’intera Procura ha l’obbligo della tutela della legge. Sui fatti di sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di procedimenti penali a carico di …e dell’altrettanto sistematica archiviazione dei procedimenti penali a carico di quei magistrati che hanno consentito tali “facili” archiviazioni possono riferire".
Il seguito è cosa scontata. Trasmettiamo di seguito un esposto del commerciante di Nardò, Luigi Stifanelli, sull'assoluzione di Luigi De Magistris e pubblicata su Agenparl.it.
"Luigi De Magistris è stato assolto perché il fatto non sussiste: è la sentenza del Tribunale di Salerno nel processo per omissione in atti d'ufficio all'eurodeputato, per fatti risalenti a quando era ancora magistrato. ''Era un'accusa ingiusta e infamante - ha commentato De Magistris - ma sono stato assolto difendendomi nel processo e non dal processo, senza usare l'immunità parlamentare nè il legittimo impedimento''. Per il leader dell'Idv Antonio Di Pietro ''giustizia è stata fatta''. Questa nota dell’Ansa tace la circostanza che il Giudice che ha assolto De Magistris è la Dr.ssa Maria Teresa Belmonte, moglie dell’avv. Giocondo Santoro, fratello del Santoro famoso conduttore di Annozero. Questo Giudice costituisce il simbolo della imparzialità quando deve giudicare De Magistris. Con tale Giudice il De Magistris ha fatto certamente un grande sforzo a difendersi “nel processo”!!! E’ notoria l’attività di sponsorizzazione dell’europarlamentare dell’Idv De Magistris da parte del Santoro televisivo su di una televisione pubblica. Nessuno ha prove per dire che la decisione dell’assoluzione sia stata presa davanti al focolare dei coniugi Santoro-Belmonte allargato al noto conduttore di Annozero; è innegabile, però è che il Santoro televisivo cognato della Belmonte è il padrino dell’europarlamentare. Ciò che è certo è che la sentenza, così come formulata, getta un’ombra lugubre sulla Giustizia, quella vera. Luigi De Magistris era imputato di un grave delitto. Egli, secondo l’accusa, “...indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio..." quando era sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed aveva omesso di “procedere alle indagini ordinate…dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro” in un “procedimento…a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO”, che si era aperto a loro carico su denuncia del sottoscritto per ipotesi delittuose di “associazione per delinquere, favoreggiamento, falsità, concorso in estorsione ed usura” a carico di “alcuni magistrati di Lecce e di Potenza”. Nel fascicolo del Giudice certamente ci sarà stata l’ordinanza del GIP di Catanzaro che ordinava al De Magistris P.M. di proseguire le indagini nei confronti di altri magistrati di Potenza e di Lecce. Nel fascicolo del Giudice certamente vi è carenza assoluta delle indagini svolte dal De Magistris. Ci si attendeva nella ipotesi più rosea per l’europarlamentare l’assoluzione con la formula che il fatto che un P.M si rifuti di eseguire un ordine del GIP non costituisca reato; invece, l’assoluzione è stata con la formula più ampia, cioè, che il fatto non sussiste, che sta a significare che non vi è stato mai ordine di alcun GIP. Invece, l’ordine del GIP rivolto al De Magistris di proseguire le indagini era ben preciso. L’assoluzione perchè il fatto non sussiste può significare anche che il De Magistris abbia compiuto uno straccio d’indagine; invece, no; è proprio egli stesso che sul suo blog ha scritto di essersi considerato il “dominus” e di non aver inteso indagare per non fare spendere denaro. Dunque, la sentenza che ha assolto il De Magistris è smaccatamente falsa. Ciò che colpisce in questo processo è la rapidità con cui si è concluso; certamente, era necessario sgomberare le ombre sul candidato sindaco di Napoli: tre udienze velocissime a distanza di pochi giorni l’una dall’altra; con la scelta mirata del giorno dell’udienza in cui vi era lo sciopero degli avvocati, e, quindi, svolta in assenza del difensore della parte civile. Ammirevole la velocità con cui il Giudice Belmonte ha concluso questo processo; sarebbe interessante sapere se questa velocità nel concludere il processo De Magistris, abbia penalizzato qualche altro imputato vero innocente, che attende prima di lui da anni la conclusione del suo processo. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il suo rifiuto di indagare, all’epoca in cui egli era P.M. a Catanzaro, sulle sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Lecce di procedimenti penali a carico di soggetti bancari che praticavano e praticano tuttora usura ed estorsione. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati escussi i testi che avevo proposto al mio difensore, l’avv. Licia Polizio; infatti, avevo proposto come “testi i soggetti menzionati nell’opposizione alla richiesta di archiviazione”, che avrebbero dovuto riferire su sistematiche archiviazioni facili da parte di magistrati di Lecce nei confronti di banche che operano usura ed estorsione e, precisamente i seguenti soggetti: l’On. Nichi Vendola, il sig. Franco Carignani, l’Avv. Fedele Rigliaco, Il giornalista de "Il Mondo" che scrisse l’articolo dal titolo "Com'è stretta la Puglia" il12 giugno 1998 N. 24, l’ex Ministro della Giustizia, on. Diliberto, il Giudice di Lecce Dr. Pietro Baffa, l’ex P.M. Dr. Aldo Petrucci, il presidente dello SNARP, sindacato nazionale antiusura, dell’anno 1999, il Giudice Dr. Gaeta di Lecce, l’ex Gip Dr. Francesco Manzo, l’ex Gip Dr. Fersini il consulente del P.M. di Lecce, Dr. Daniele Garzia, che dovrà riferire sulla seguente circostanza: la tabella dove erano indicati i tassi praticati allo Stifanelli da parte della banca erano abbondantemente superiore a quelli consentiti dalla legge il Dr. Leonardo Rinella che è stato P.M. presso la Procura di Bari, il quale aveva accertato, per il tramite del suo consulente, che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi; il consulente della Procura di Bari, Dr. Egizio De Tullio, il quale aveva accertato che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati acquisiti dal Giudice del dibattimento alcuni fascicoli che avevo proposto al mio difensore come richieste istruttorie. Così, infatti, scrivevo al mio difensore avv. Licia Polizio: “E’ necessario chiedere al Giudice del dibattimento l’acquisizione di alcuni fascicoli che dimostrano l’attività di “protezione dell’usura nel Salento” da parte di alcuni magistrati e che sono raccolti tutti nel Dossier a firma del Sig. Franco Carignani: 3445/94 rgnr. Tribunale di Lecce, n. 8133/ 95 RGNR del Tribunale di Lecce (Capoti), n.15950/97 RGNR del Tribunale di Bari (Bisconti - Durante), n. 2011/G/96 Presso la Direzione Nazionale Antimafia, n. 508/97 RGNR del Tribunale di Lecce, n. 1885/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 800/96/21/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 6647/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 3926/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 9725/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 19797/97/21 RGNR”. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il rifiuto di indagare sulle altrettante sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Potenza di procedimenti penali a carico di quei magistrati di Lecce che consentono tali “facili” archiviazioni. La carenza delle suindicate indagini ha consentito ad alcuni magistrati criminali di Potenza e di Lecce di crearsi l’usbergo della immunità e, così, proseguire con la loro opera delinquenziale di copertura di gravi reati, come l’estorsione, il favoreggiamento, l’usura, la falsità, di Banche, di società di riscossione dei tributi e di personaggi importanti. Insomma, per De Magistris e per il Giudice cognato del Santoro di Annozero tutto questo è cosa da nulla; che i magistrati di Lecce o di Potenza consentano ad estortori o usurai bancari o ad esattori delle tasse usurai a proseguire nella loro attività criminale con conseguente distruzione di molte imprese, di molte famiglie e dell’economia salentina è una cosa di poco conto. Oggi, affrancato dal peso dell’accusa, il De Magistris - che aveva il dovere d’indagare e d’impedire la prosecuzione di questi reati - si appresta con estremo candore a governare la città di Napoli massacrata dall’usura bancaria. Con la sentenza della “Giudicessa” cognata del Santoro televisivo alcuni magistrati di Lecce possono proseguire impunemente a favorire l’usura e l’estorsione delle Banche e dell’esattore delle tasse in danno dei salentini; tali magistrati sanno che troveranno, prima o poi, una Dr.ssa Belmonte che scriverà una sentenza perché “il fatto non sussiste”. Eppure le archiviazioni di procedimenti penali a carico di soggetti che, con minacce di pregiudizi, riuscirono ad estorcere del denaro crearono disagio, malessere e sconcerto nella popolazione salentina. In particolar modo furono gl’imprenditori che esternarono - con esposti a tutte le Autorità ed a tutte le Istituzioni dello Stato, alla Direzione Nazionale Antimafia, alla Commissione antimafia, alle Cariche istituzionali più importanti dello Stato - il disagio per la mancata tutela penale della proprietà; nell’immaginario collettivo si ebbe a formare l’idea di una sorta di sodalizio fra magistrati, banchieri ed altri soggetti. A seguito di ciò in data 24/09/’98 l’on. Nichi Vendola, all’epoca vice-presidente della Commissione antimafia, ora Governatore della Puglia, pose il dito su questa piaga del Salento; e, con atto di sindacato ispettivo n. 4/19855 sollevò questioni riguardanti le numerose e facili archiviazioni da parte della Procura della Repubblica di Lecce dei procedimenti penali “per i reati di estorsione, usura, truffa ed altro commessi da rappresentanti delle banche a danno di imprenditori Salentini” per sapere come mai molti salentini non avevano avuto la tutela penale, nonostante che i magistrati della Procura di Lecce avessero constatato l’applicazione di alti tassi d’interesse da parte di Banche; la vicenda ebbe vasto clamore, scaturito dalla divulgazione delle notizie attraverso la stampa. Nel succitato atto l’onorevole interrogante faceva riferimento ad un articolo comparso sul settimanale “Il Mondo” del 12 giugno 1998, n. 49 che dettagliava numerosi casi di archiviazioni di procedimenti penali. Quell’interrogazione venne archiviata perché il Ministro della Giustizia dell’epoca, on. Diliberto, ebbe a fornire una risposta contenente notizie false che gli furono fornite dalle articolazioni ministeriali competenti. L'On.le Consiglio Superiore della Magistratura con le circolari nn° 8160/82 e 7600/85, 4° commissione, e con la delibera del plenum dell'11 dicembre 1996 ha esplicitato che "l'esigenza generale, consistente nella tutela dell'imparzialità e della libertà da condizionamenti che devono connotare anche nell'apparire, l'attività giudiziaria, si pone quale specificazione del principio di tutela del prestigio della Magistratura inteso come apprezzamento sociale della corretta amministrazione della Giustizia". Secondo la Corte di Cassazione, Sez. Unite, sentenza del 03 aprile 1988, n. 2265 "La responsabilità disciplinare del Magistrato, per comportamento pregiudizievole al prestigio suo e dell'Ordine Giudiziario, può conseguire anche da atti non illegittimi, ma meramente inopportuni od avventati”. Questo esposto pubblico è rivolto alle autorità in indirizzo per quanto di loro competenza, in particolare al Presidente della Repubblica, per valutare se vi sono gli elementi per promuovere procedimento disciplinare nei confronti della Dr.ssa Belmonte se per accelerare il procedimento a carico del De Magistris abbia trascurato qualche altro procedimento che aveva delle priorità o per valutare se la decisione di assolvere il De Magistris con la formula “perché il fatto non sussiste” sia stata avventata in presenza di un’ordinanza ineseguita di un GIP."
INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!
Quando la legge non è uguale per tutti.
Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia da parte dei denuncianti !!!!
Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.
L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia.
Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.
L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari verso alcuni organi di stampa".
IL LEGALE DEL MAGISTRATO: DENUNCIA INFONDATA.
L'avvocato Gorini riferisce che il Gip di Potenza, su richiesta del pm e nonostante l’opposizione della difesa del ministro, “ha ritenuto quest’ultimo non legittimato a proporre opposizione non essendo persona offesa dal reato e, nel merito, ha escluso la sussistenza del reato di violazione del segreto di ufficio, in quanto quasi tutte le notizie oggetto di pubblicazione non erano coperte da alcun segreto e, limitatamente ad un’unica notizia illecitamente divulgata, ha escluso ogni e qualsiasi coinvolgimento di Dinapoli e degli altri pm denunziati rigettando le richieste di ulteriori indagini sollecitate dal denunciante”. L'avvocato Gorini riferisce, inoltre,che Fitto “aveva presentato molteplici esposti diretti a varie autorità, nei confronti dei magistrati in servizio presso la Procura di Bari, tra cui il dott. Dinapoli, che lo avevano inquisito”. “Nel marzo 2009 aveva anche ottenuto dal ministro della giustizia l’apertura di una inchiesta amministrativa sull'operato dei predetti magistrati con l’invio a Bari di un gruppo di ispettori, fra cui il vicecapo dell’ispettorato generale”. Gorini rileva, inoltre, che nessun rilievo formale è stato mai fatto dal ministro della giustizia in seguito a quella ispezione nè nei confronti di Dinapoli nè degli altri magistrati. Nel maggio 2009 il tribunale civile di Lecce aveva rigettato una richiesta di risarcimento danni (per un milione di euro) proposta da Fitto sempre nei confronti di Dinapoli, per il contenuto dell’intervista rilasciata dal magistrato al quotidiano 'la Repubblica'. Il Tribunale aveva ritenuto “del tutto infondata” la richiesta e condannato Fitto al pagamento delle spese processuali.
LEGALE MINISTRO: MURO GOMMA.
"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”. “In merito poi alla richiesta di risarcimento danni avanzata da Raffaele Fitto al Tribunale di Lecce per l’intervista al dott. Marco Dinapoli pubblicata il 22 giugno 2006 da 'Repubblica' - prosegue Sisto – va precisato che, singolarmente, nel corso dell’istruttoria di quel processo, il giornale non fu in grado di provare la genuinità dell’intervista, assumendosene conseguentemente tutta la responsabilità e liberando il dott. Dinapoli da ogni onere; il Tribunale di Lecce, quindi, non solo non ha rigettato la richiesta di Raffaele Fitto, ma, piuttosto, il 16 maggio 2009, l’ha accolta, condannando 'La Repubblica', a risarcire a Raffaele Fitto 63 mila euro, ritenendo diffamatorio il contenuto dell’intervista stessa”.
Lecce come Potenza.
La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.
PRESENTATO ESPOSTO CONTRO GLI INSABBIAMENTI PRESSO LE PROCURE LUCANE, IN PARTICOLAR MODO DI POTENZA, COMPETENTE SUI MAGISTRATI DI TARANTO, LECCE E BRINDISI.
Processato per diffamazione a mezzo stampa il presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”, perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) riporta le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti.
Si apre a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.
L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un procuratore della Repubblica di Taranto.
La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sul Foro di Taranto, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.
I dati ufficiali: Denunce penali presentate a Taranto 21.720, condanne conseguite 364.
Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.
Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.
La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.
Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.
Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.
La denuncia è stata presentata da un magistrato di Taranto, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.
Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.
Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.
Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro il Giudice di Milano, Clementina Forleo.
Il processo si apre a Potenza, dove si è costretti a presentare istanza di ammissione al gratuito patrocinio, a causa dell’indigenza procurata dalle ritorsioni del sistema di potere, che impedisce l’esercizio di qualsivoglia attività professionale.
Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere.
TUTTO QUESTO, E ANCHE PEGGIO, SUCCEDE A CHI, NON CONFORME ALLA SOCIETA' CIVILE COLLUSA E CODARDA, NON ACCETTA DI SUBIRE E DI TACERE.
“Roba nostra. Storia di soldi, politica, giustizia nel sistema del malaffare” (Il Saggiatore), libro di Carlo Vulpio.
"Bisogna far sistema". Questa ricetta, con cui in genere le economie decollano e i paesi si sviluppano, trova da noi un'applicazione tipicamente all'italiana. Consiste nella capacità inesauribile di stabilire reti di complicità e connivenze tra politici, esponenti professionali e istituzionali, faccendieri e malavitosi, con un unico scopo: saccheggiare i beni e le risorse pubbliche. Anche grazie alle rivelazioni emerse dalle inchieste del pm Luigi de Magistris e alle vicende del giudice Clementina Forleo, Carlo Vulpio punta l'attenzione sul sistema meridionale del malaffare, dove i partiti-famiglia sono macchine oleatissime con cui si smistano i fondi nazionali ed europei, si assegnano gli appalti, si decide la fortuna o la sfortuna nelle carriere pubbliche, a cominciare dalla magistratura. E mette in primo piano le vere forze che "fanno girare" il paese, condannandolo all'inefficienza dei servizi, agli scempi ambientali e al declino inarrestabile della sua economia. Di queste forze, dopo le scoperte pionieristiche del pool di Milano, "Roba Nostra" offre la radiografia più aggiornata. Nuovi capibastone politici, tangentisti della prima e della seconda Repubblica, massoni riuniti in fantasiose logge, affaristi devoti della Compagnia delle Opere, clan familiari che sperimentano le tecniche più spietate per garantirsi il controllo di tutto ciò che è pubblico in intere regioni: dalla sanità all'istruzione, ai cosiddetti incentivi per lo sviluppo.
Il libro di Carlo Vulpio, “Roba Nostra” edito da “Il Saggiatore” è un vaccino, molto forte, invasivo. Come ogni medicinale ha i suoi effetti collaterali. Che nel caso di questo libro si manifestano nel 99% dei casi. Nausea, forte e inarrestabile.
Vulpio, inviato del Corriere della Sera è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Ma torniamo al libro.
Vulpio parte da una premessa che poi è l’intuizione dalla quale partono le inchieste Why Not e Poseidon, le due sottratte a De Magistris: dimenticate Tangentopoli, o almeno quella delle mazzette, quelle dei soldi sporchi che passano di mano in mano, e che magari alla fine finiscono in un cesso. Storia vecchia. Oggi la nuova Tangentopoli si basa su fondi pubblici, soprattutto europei, che non arrivano in Italia e poi vengono spartiti, ma hanno già il timbro di appartenenza quando partono da Bruxelles.
Chi prova a scoperchiare questo sistema politicamente tacito e trasversale è proprio il Pm campano, che con perfetta coscienza va incontro alla “profezia Chiaravalloti” (ex presidente della regione Calabria, premiato con la presidenza dell’Authority) intercettato mentre parla con la segretaria: “Lo dobbiamo ammazzare… no… gli facciamo le cause civili per il risarcimento danni e affidiamo la gestione alla camorra… Vedrai, passerà i suoi anni a difendersi”. Chiaravalloti, lungimirante, voto 9.
Il libro è un’ottima chiave di lettura per capire su cosa davvero stava indagando De Magistris prima di essere esautorato d’ufficio, e soprattutto perché fosse fisiologica una simile fine per quelle inchieste: fare luce su questi traffici di denaro pubblico avrebbe significato far saltare i piani alti della politica e della magistratura.
Vulpio ricompone pazientemente ogni singolo tassello di un puzzle che alla fine sviluppa uno scenario da golpe: magistrati che fanno parte di comitati d’affari e acquistano proprietà da costruttori che nel frattempo stanno indagando, tecnici e funzionari che collaborano con il Pm (Gioacchino Genchi, il mago delle tecnologie investigative, il maresciallo Pasquale Zacheo, insostituibile archivio vivente, il prototipo del Bellodi di Sciascia) vengono trasferiti e viene loro revocato l’incarico, il tutto in un habitat in cui la massoneria ha gli uomini giusti nei posti strategici.
Grande spazio, naturalmente, all’inchiesta regina, Why not, che ruota attorno all’uomo del destino, Antonino Saladino, amico di tutti, di tutti quelli che stanno al potere, si intende. Vulpio non dimentica di occuparsi di Toghe Lucane, l’unica inchiesta rimasta in mano a De Magistris (ma c’è tempo anche per quella), che indaga su un comitato d'affari di politici, magistrati, avvocati, imprenditorie funzionari che avrebbe gestito grosse operazioni economiche in Basilicata.
Nel libro vengono raccontati degli episodi che a prima vista non c’entrano nulla con la storia giudiziaria che si dipana tra Lucania, una volta Felix oggi Appetix, e la Calabria. Come quella dei “fidanzatini di Policoro”, in Basilicata, apparentemente morti in un incidente poi diventato duplice omicidio, causato forse dalla paura che la ragazza raccontasse di festini hard a base di coca ai quali partecipavano magistrati e politici. Anzi, ormai è più che un sospetto.
Pagine e pagine dedicate alla “collega ideale” di Luigi De Magistris, Clementina Forleo, l’unica scesa veramente in campo per difendere il collega dalla canea che lo stava delegittimando. E l’unica, che assieme a DeMagistris sta difendendo l’autonomia della magistratura, mentre altri colleghi sono sazi e soddisfatti del tacito accordo Mastelliano che accontenta tutti con posti al Ministero e favori amichevoli.
Carlo Vulpio racconta i fatti inediti delle devastazioni alle proprietà della famiglia Forleo in Puglia mentre Clementina si occupava di scalate a Milano: la villa demolita, il raccolto dato alle fiamme, e ultimo, lo strano incidente in cui morirono i suoi genitori. Cose che il giudice, che secondo il Csm soffre di vittimismo, non ha mai raccontato.
E’ un libro pieno di circostanze, di date e di fatti, che si legge come un romanzo ma ha la struttura della migliore inchiesta giornalistica.
Cosa rimane alla fine? Carlo Vulpio dice che il pessimismo del libro è superato da alcuni casi di speranza concreta. E’ difficile credergli, ma lui è sincero. Quella che emerge è una nazione senza scrupoli, che lucra su ogni fonte di guadagno fregandosene delle leggi, della salute della gente e del territorio. Scorie tossiche nelle campagne, rigassificatori a un chilometro dai templi di Agrigento, la decadenza dei Sassi di Matera beneficiari di finanziamenti per la tutela di milioni di euro. L’annientamento di due giudici e dei loro tecnici, avviato e pianificato con precisione maniacale da politici e colleghi, e approvato senza batter ciglio da un Consiglio Superiore della Magistratura che anziché proteggerli dagli attacchi, li consegna agli sciacalli per voce di Letizia Vacca (non me ne voglia il bovino): “due cattivi magistrati”.
E’ un libro da comprare, leggere e regalare. Perché il “non sapevo” oggi non è più tollerato, perché se un giorno De Magistris sarà punito dal Csm nonostante la Procura di Salerno dice che contro di lui è in atto un complotto, se la Forleo perderà la funzione di Gip per aver fatto scoprire all’Italia gli alpinisti della sinistra, questo avverrà di fronte ad una nazione cosciente, che forse allora reagirà. Ignorantia legis non excusat.
Toghe lucane: spezzatino giudiziario.
Il gup di Catanzaro, Maria Rosaria Di Girolamo, accogliendo la richiesta della Procura, il 18 marzo 2011 ha archiviato la posizione di 30 persone indagate nell’ambito dell’inchiesta Toghe Lucane su un presunto comitato d’affari che avrebbe agito in Basilicata con la complicità di politici, magistrati, professionisti, imprenditori e rappresentanti delle forze dell’ordine. «Tutti gli elementi evidenziati consentono quindi di ritenere l’impianto accusatorio lacunoso e di affermare l’insussistenza della fattispecie penale ipotizzata». È quanto scrive il gup di Catanzaro, Maria Rosaria di Girolamo, nell’ordinanza di archiviazione di Toghe lucane, in relazione all’accusa di associazione a delinquere finalizzata ad una serie di reati fine ipotizzata nei confronti di 16 indagati, tra i quali magistrati, politici e appartenenti alle forze dell’ordine. Gli elementi, scrive il gup, «non consentono di sostenere adeguatamente, nei confronti di tutti gli indagati, una fattispecie associativa quale quella ipotizzata, essendo del tutto carente la prova in ordine all’esistenza di un sodalizio».«Non basta – scrive tra l’altro il gup – la prova in ordine all’esistenza di rapporti di amicizia o di frequentazione, nell’adozione di comportamenti che riflettono, al massimo, una posizione di adesione alle diverse ed opposte posizioni ed orientamenti che, durante la gestione delle attività giudiziarie, si erano venuti a creare, determinando una contrapposizione tra coloro che operavano all’interno del palazzo di giustizia». Tra gli indagati la cui posizione è stata archiviata ci sono alcuni magistrati lucani; il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo; l’ex sottosegretario del governo Prodi e ora senatore del Pd, Filippo Bubbico, ed alcuni ufficiali dei carabinieri.
Ma su questa archiviazione cala un ombra. Ecco il titolo della Gazzetta del Mezzogiorno : Inchiesta toghe lucane Agente Sisde a indagato «Sarà tutto archiviato».
«Dino, a me hanno detto che lì archiviano, se non hanno già archiviato, è chiaro! Se non hanno già archiviato! Io in questo periodo non è che me ne sono stato con le mani in mano, chiaro?». A dirlo è stato l’ex agente del Sisde Nicola Cervone, arrestato il 30 2010 dalla squadra mobile di Potenza su disposizione del gip di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta Toghe Lucane-bis su una presunta calunnia ai danni dell’ex pm di Potenza Henry John Woodcock, attualmente in servizio alla Procura di Napoli. Cervone è stato poi scarcerato dal Tribunale del riesame di Catanzaro. Cervone parla con Leonardo Campagna, agente di polizia in servizio nel commissariato di Cerignola (Foggia), indagato nella stessa inchiesta della Procura catanzarese, che registra la conversazione dopo essere stato chiamato per essere sentito. Campagna ha ammesso di avere spedito alcune lettere anonime a giornali e uffici giudiziari per delegittimare Woodcock. Lettere, ha riferito, che gli furono date da Cervone, al quale era legato da rapporti di amicizia, e di cui lui – ha detto - non conosceva il contenuto. La registrazione, che non è recente, è contenuta nelle motivazioni con cui il tribunale del riesame ha scarcerato Cervone, che sono state depositate nelle scorse settimane (e di cui si è avuta notizia solo ora) sostenendo che il reato ipotizzato nei suoi confronti, la calunnia, non è configurabile, mentre si tratterebbe di diffamazione. Con quella frase Cervone risponde all’affermazione di Campagna che gli dice: «Mi hai detto che il problema me l'avrebbero risolto con quelli lì, mi avrebbero archiviato, intanto la comunicazione al ministero è arrivata, se avessero archiviato tutto, io non sarei stato chiamato dal Questore e trattato di me..., come un delinquente». Interrogato dalla squadra mobile di Potenza, che conduce le indagini, Campagna ha raccontato che Cervone, durante un altro colloquio gli disse: «non preoccuparti perchè la tua situazione verrà archiviata, ci sarà un’intercessione tra i vertici delle due Procure. Tra le Procure di Potenza e di Catanzaro». Campagna ha anche raccontato che, in merito alle lettere, Cervone gli disse che «siccome stanno succedendo problemi all’interno della Procura di Potenza, ci sono dei miei amici magistrati che avevano bisogno, dovevano far sì che queste cose venissero fuori, bisognava indagare su quest’attività». Le lettere furono spedite nel febbraio 2009, un periodo in cui, a Potenza, erano in corso forti contrasti tra magistrati dell’ufficio di Procura. L'inchiesta a carico di Cervone è una delle due inchieste che sono ancora aperte a Catanzaro dopo che il gup ha archiviato l’inchiesta Toghe Lucane a carico di trenta persone tra magistrati, politici e appartenenti alle forze dell’ordine. L'altra inchiesta tutt'ora aperta riguarda due magistrati della Procura generale di Potenza, Gaetano Bonomi e Modestino Roca, un autista dello stesso ufficio giudiziario ed un imprenditore.
Ma i dubbi e le ombre non mancano. Omicidio Claps. Perito: quella maglia ignorata da Pascali. Su La Gazzetta del Mezzogiorno. Una «diabolica» coincidenza di negligenze o i tasselli di un complotto? Tutto è cominciato con il mancato sequestro degli abiti sporchi di sangue di Danilo Restivo; si è proseguito lasciandosi deviare da depistaggi (tutt’altro che innocenti), fino al giallo del ritrovamento del cadavere, scoperto ufficialmente il 17 marzo del 2010, tra visioni di un «ucraino» (così inteso, in verità il prete brasiliano al suo superiore parlava di cranio ndr) nel sottotetto e ricostruzioni contraddittorie delle donne delle pulizie. L’ultima puntata del caso Claps: la scoperta dei Ris del Dna riconducibile a Restivo sulla maglia indossata da Elisa svela l’ennesimo «buco nero» dell’inchiesta. Perché il prof. Vincenzo Pascali, autore della prima perizia, ha ignorato la maglia tra i reperti da esaminare? Chiunque, anche chi non mastica «medicina legale», avrebbe preso in considerazione quell’indumento per cercare tracce biologiche. Il lavoro del genetista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo ricordiamo, aveva riscontrato profili genetici isolati che non corrispondevano col Dna di Restivo, consegnando alla Procura di Salerno un dossier «impalpabile» ai fini delle indagini. La magistratura campana ha avuto il merito di non accontentarsi di quei risultati, sfiduciando, di fatto, Pascali e affidando ai Ris il compito di una nuova perizia. Ma se oggi, con la scoperta del Dna riconducibile a Restivo, si è arrivati ad una svolta dell’inchiesta lo si deve soprattutto a Patrizia Stefanoni, dirigente della sezione di genetica forense del servizio di Polizia scientifica e consulente del pubblico ministero. È lei che ha evidenziato le carenze della perizia di Pascali.
Un ex agente del Sisde, il vecchio servizio segreto civile, si occupò dell’omicidio di Elisa Claps, commesso a Potenza il 12 settembre del 1993. E firmò un dossier che nel 1997 svelava la verità sul delitto. «La ragazza era stata uccisa dalla persona verso cui venivano condotte le indagini». Questo era più o meno il contenuto di quel documento investigativo. La «Gazzetta del Mezzogiorno» - che all’epoca (il 31 ottobre del 1997) pubblicò in esclusiva alcune indiscrezioni contenute nel dossier del Sisde - è riuscita a rintracciare l’ex agente segreto in una località che, per ragioni di sicurezza, verrà omessa. L’ex «barba finta» ora svela: «Un prete sapeva dell’omicidio». Lo definisce «un personaggio a latere » dell’inchiesta. Uno che non aveva preso parte al delitto ma che, probabilmente, «sapeva». Un «prete». Giacca di pelle e lunghi baffi bianchi, l’ex agente segreto ha l’aria di uno di quei detective da serial tv americano (all’incontro era presente un inviato del Tg5). Seppure senza mai scriverne il nome, gli 007 nel 1997 puntarono il dito contro Danilo Restivo (in quel momento indagato per il reato di «false informazioni rese al Pubblico ministero»), condannato recentemente all’ergastolo in Inghilterra per il delitto della sarta Heather Barnett e da sempre il sospettato numero uno per l’omicidio Claps. Ma nel trovare conferme gli agenti del Sisde appresero anche altro. Da altri informatori e molto probabilmente all’interno della Chiesa.
Perché i servizi segreti si sono occupati della scomparsa di una ragazza? E con quali risultati? «Il succo dell’informativa è che la scomparsa della ragazza era dovuta al fatto che la Claps era stata uccisa a Potenza. E che il presunto autore era la persona sempre considerata tale. L’informativa diceva che Elisa era stata uccisa il giorno stesso della scomparsa, il 12 settembre del 1993. Ce ne occupammo perché avevamo un informatore e per dare degli input agli investigatori».
E all’epoca c’era già un’altra ipotesi: qualcuno sapeva che il delitto era avvenuto in chiesa. «Noi parlammo di un personaggio a latere. Una persona che doveva sapere dell’uccisione».
Un personaggio a latere? «Ma sì, diciamo che era un prete».
Il vecchio parroco della chiesa della Trinità (luogo del delitto, in cui 17 anni dopo la scomparsa sono stati trovati i resti di Elisa) don Mimì Sabia? «Questo non lo so».
Il suo nome comunque non era nell’informativa? «No, non c’era».
C’era qualche altro nome? «Di solito quelle note informative non contengono nomi».
In quel dossier c’era comunque quanto bastava per risolvere il mistero di Elisa e per attirare l’attenzione sulla chiesa della Trinità. Quell’informativa, però, non arrivò mai agli investigatori dell’epoca. Ed Elisa è stata ritrovata ufficialmente solo il 17 marzo del 2010. Ben 17 anni dopo il giorno dell’omicidio.
E sempre dalla Gazzetta del Mezzogiorno. «Se il rapporto sul caso Claps è stato scritto non può essere sparito». Nicheo Cervone è l’ex agente del Sisde che entrò in contatto con Gildo Claps, fratello di Elisa, qualche anno dopo la scomparsa. Dice di non aver mai lavorato al caso Claps per il vecchio servizio segreto civile ma di aver parlato con Gildo solo «per amicizia». E sostiene che il suo ex collega - che ha svelato in esclusiva alla Gazzetta e al Tg5 l’esistenza di un’informativa che nel 1997 dava indicazioni precise sul delitto (la Gazzetta ne anticipò in esclusiva alcuni contenuti) - è l’unico a poter ricostruire i contenuti di quel dossier. «Che comunque non può essere scomparso».
Agente Nicheo, lei si è mai occupato dell’omicidio Claps?
«Voglio precisare che Nicheo è il nome con cui mi chiamano parenti e amici, non quello di copertura. E non mi sono mai occupato del caso Claps».
Il delitto più intricato commesso a Potenza non l’appassionava?
«I servizi segreti di solito non si occupano di queste cose».
Lei, però, a Gildo alcune domande sulla scomparsa della sorella le ha fatte.
«Ho conosciuto Gildo in modo casuale e diventammo amici. Mi dispiace che pensi che io possa aver tradito la sua amicizia».
Glielo presentò qualcuno?
«Ricordo che fu un maresciallo dei carabinieri in servizio al Reparto operativo di Potenza».
Fu il maresciallo Vincenzo Anobile (l’unico, tra i carabinieri, che si occupò del caso Claps)?
«Francamente non ricordo se fu lui oppure un altro maresciallo che conoscevo».
E s’informò sul caso Claps?
«Gli chiesi della scomparsa della sorella e, aggiungo, non avrei perso occasione per avere anche una sola notizia sul caso Claps. E questo per l’amicizia che mi lega a lui. Purtroppo non è così. Non me ne occupai. Per il Sisde seguivo esclusivamente faccende di criminalità organizzata».
Però fu lei a dire a Gildo che quel dossier non esisteva.
«Quando uscirono le notizie sul giornale mi chiamò perché voleva incontrarmi. Lo invitai a casa dei miei genitori e lì gli dissi la verità, ovvero che per quanto ne sapevo io non c’era nessun dossier».
Quindi dell’informativa del 1997, mi pare di capire, non sa nulla?
«Io sono stato a Potenza fino al 1996, poi ho lavorato in Puglia. Con l’ufficio di Potenza in quegli anni non ho avuto contatti».
E prima del 1997 nessuno le ha mai chiesto di occuparsi del caso?
«Anche prima del 1997 mi occupavo di criminalità organizzata».
E di quel dossier non ha mai neanche sentito parlare?
«Ripeto: per quanto ne so non c’è nessun dossier».
A noi risulta il contrario.
«Se hanno scritto un rapporto quando io non c’ero non posso saperlo. Dalle foto che ho visto sulla Gazzetta mi sembra di riconoscere la persona che è stata intervistata. Non ne faccio il nome per non incorrere in una rivelazione del segreto di Stato. Per la posizione che ricopriva all’epoca nel Sisde, la persona fotografata è l’unica a sapere se era stato fatto un rapporto. Mi sembra strano, conoscendo i meccanismi del Sisde, che sia sparito».
Allora cosa è accaduto?
«Cosa è accaduto non lo so. Ma posso dire che se per uno strano caso informatico il rapporto fosse sparito, il suo contenuto non sarebbe difficile da ricostruire».
L’impressione è che qualcuno abbia voluto che non arrivasse in Procura.
«Io so solo che la persona che riconosco in foto è la stessa che dopo gli articoli della Gazzetta andò in Procura per dire che non c’era nessun rapporto dei servizi segreti. Oggi la cosa più importante sarebbe sapere chi è o chi sono gli informatori alla base di quella nota informativa. Solo così si potrebbe arrivare a capire se ci fu una reale o una eventuale volontà di depistaggio».
Qualcuno sapeva la verità su Elisa Claps, in Questura a Potenza, molto prima della terribile scoperta nel sottotetto della chiesa della città?
Così sembrerebbe, da quanto emerso da una rivelazione fatta dalla mamma di una poliziotta appunto di Potenza, morta nel 2001 in circostanze mai chiarite secondo i familiari. Proprio questo disse infatti la donna, Anna Esposito, all'epoca commissario di polizia nel capoluogo della Basilicata, poco prima di morire, parlando con sua madre, come è stato raccontato in tv alla trasmissione di Rai3 "Chi l'ha visto?".
Anna Esposito avrebbe detto che qualcuno in Questura sapeva la verità su quella ragazzina scomparsa. Le avrebbe confidato che qualcuno già sapeva che Elisa era stata uccisa e sapeva anche dove si trovava il corpo. Solo adesso però quel racconto di Anna è stato rivelato dalla mamma a Gildo Claps, fratello di Elisa, che lo ha raccontato a Rai3.
Anna Esposito morì poco dopo aver fatto questa confidenza scottante alla mamma, nel 2001. Sembrò un suicidio, ma il papà della donna, Vincenzo, è convinto che non fu Anna a togliersi la vita. Si trattò di mobbing? Un procedimento giudiziario dice che Anna aveva confidato a don Pierluigi Vignola, cappellano della Questura, di aver tentato il suicidio in passato. Perché don Pierluigi non lo disse a nessuno?, si chiede il papà di Anna, che ha incontrato più volte quel prete subito dopo la morte della figlia.
Sarebbe stato proprio don Vignola a raccontare a papà Vincenzo di atteggiamenti strani da parte dei colleghi nei confronti della commissaria, di lettere anonime, di pagine strappate dalle sue agende. E, sempre stando alle parole di Vincenzo Esposito, lo stesso prete avrebbe consigliato al padre della commissaria di mandare un esposto anonimo alla magistratura per denunciare i colleghi di Anna. A che scopo? Un nuovo tassello che si aggiunge alla già intricata vicenda di Elisa Claps, che si fa sempre più complessa.
Anna Esposito era un commissario della polizia di Stato. Lavorava a Potenza e coordinava l’ufficio della Digos. È morta in circostanze misteriose il 12 marzo del 2001. «Fu suicidio», secondo la Procura. Ma suo padre Vincenzo, da sempre, sostiene che sia stata uccisa. E ora che sono emersi sinistri collegamenti con il caso di Elisa Claps - la ragazza scomparsa il 12 settembre del 1993 a Potenza e uccisa, secondo i magistrati della Procura di Salerno, da Danilo Restivo, condannato a 30 anni di carcere per il delitto - vuole vederci chiaro. La sua ex moglie, la mamma di Anna, inoltre, ricorda che sua figlia le confidò che in Questura a Potenza c’erano poliziotti che conoscevano il luogo in cui era nascosto il corpo di Elisa (i resti della ragazza sono stati trovati il 17 marzo del 2010 nel sottotetto della chiesa della Trinità a Potenza da alcuni operai mandati lì a riparare un’infiltrazione d’acqua. Ma quella, per la famiglia Claps, è stata solo una «messinscena »).
Gildo Claps si è ricordato che qualche giorno prima di morire quella poliziotta lo chiamò chiedendogli un appuntamento. «Non ho fatto in tempo a incontrarla», dice alla Gazzetta del Mezzogiorno. E non immaginava che la triste storia di quella poliziotta potesse incrociarsi con quella di sua sorella. Poi ha saputo che uno dei sacerdoti intercettati dalla Procura di Salerno per l’inchiesta bis sul caso Claps - quella sulle coperture e i depistaggi che, secondo la Procura, avrebbero aiutato l’assassino di Elisa a eludere le indagini per 17 anni - don Pierluigi Vignola, cappellano della polizia di Stato segnalato per sinistri contatti con appartenenti a una società segreta, aveva avuto un strano ruolo anche nel caso del commissario Esposito. E si è insospettito. Don Vignola racconta al magistrato che indagava per «induzione al suicidio» che il commissario Esposito, in confessione, gli aveva detto che qualche settimana prima aveva tentato di uccidersi stringendosi una cintura al collo. Proprio la stessa modalità che avrebbe usato poi per togliersi la vita.
Ma perché don Vignola non avvisò la famiglia (con cui intratteneva anche buoni rapporti di amicizia)? Non le aveva creduto? Ecco cosa annota il magistrato: «Stupisce non poco il fatto che il cappellano, deputato alla cura spirituale del personale della polizia di Stato, non abbia manifestato, se non a un superiore, almeno alla famiglia o a qualche collega o amica della Esposito di starle vicino, di non perderla di vista in quel particolare grave momento di sofferenza».
Il sacerdote, invece, consiglia al padre di Anna di scrivere un esposto anonimo (le indagini, quando don Vignola incontra Vincenzo Esposito, erano ormai chiuse e il caso era stato archiviato come suicidio). È una strana strategia quella suggerita dal sacerdote. Chi avrebbe dovuto accusare il padre della poliziotta? Don Vignola, sentito in Procura, nega. Poi, davanti all’evidenza - e dopo le contestazioni degli investigatori che sospendono l’interrogatorio per permettere al sacerdote di consultarsi con un legale - confessa: «Rettificando quanto da me detto in precedenza - si legge nel verbale che ha firmato in Procura don Vignola – voglio rappresentare che potrei essere stato io stesso a suggerire a Vincenzo Esposito di scrivere una lettera anonima alla Procura contenente richieste che a mio avviso servivano più a confortare il mio interlocutore che a consentire di scoprire nuovi scenari».
Quegli scenari, però, subito dopo li descrive al pm: «C’erano persone (don Vignola fa anche i nomi di alcuni poliziotti) che manovravano in qualche modo la vita di questa ragazza». Era vero? Cosa aveva appreso il cappellano della polizia sul conto di queste persone? Oppure era stata Anna a riferirgli di quei minacciosi messaggi anonimi che spesso trovava sulla sua scrivania in Questura? E quanto hanno influito sulla decisione di farla finita? Sempre che sia andata davvero così. Il papà di Anna è convinto che il caso vada riaperto. E ora anche Gildo Claps sospetta che scavando in questa storia possa uscire qualche altra verità sull’omicidio di sua sorella: «In quanti sapevano che era in quel sottotetto?»”. È quello che dovranno accertare gli investigatori.
E’ una vita apparentemente felice e realizzata quella di Anna Esposito. Una donna forte, determinata e decisa. Anna era capo della Digos di Potenza e aveva due splendide figlie che vivevano con i nonni a Cava de’ Tirreni. Improvvisamente il 12 marzo del 2001 i genitori ricevettero una chiamata che li avvisa che la donna si era suicidata, impiccandosi con una cintura alla maniglia della porta del bagno della sua casa a Potenza. La famiglia però non crede assolutamente a questa versione. Il commissario di polizia intervenuto in casa di Anna aveva subito slegato la donna con “la speranza di trovarla viva”, ha riferito il padre di Anna, che però era morta ben 10 ore prima. Secondo i periti però questo sarebbe un “suicidio anomalo, ma possibile”, contrariamente alla versione di Enzo Esposito (papà di Anna) che sostiene invece che la cinghia della cintura si dovrebbe trovare nella nuca e non all’altezza della mandibola, come invece era successo per Anna. Un altro aspetto su cui è necessario fare chiarezza è il disordine che è stato trovato nella casa dell’ispettore Esposito, come se qualcuno cercasse qualcosa di preciso. Nei mesi precedenti la morte, Anna riceveva costantemente biglietti anonimi di minaccia. Anna potrebbe essere stata indotta al suicidio? C’è inoltre un’altra stranissima coincidenza che lega la vicenda di Anna alla morte di Elisa Claps. La famiglia Esposito era molto amica di Don Vignola, il parroco che forse saprebbe molte cose sull’omicidio di Elisa. Don Vignola avrebbe dichiarato di aver visto segni di una cinghia sul collo di Anna qualche mese prima della sua morte, come se la donna avesse già tentato il suicidio, senza però riuscirci. Il padre di Anna è molto contrariato dal comportamento del parroco che avrebbe notati segni del genere senza manifestare le sue preoccupazioni alla famiglia Esposito o alle amiche di Anna. Don Vignola in un incontro con Enzo Esposito ha suggerito al padre di Anna di scrivere alla Procura una lettera anonima sulla morte della figlia, e si propone pure per aiutarlo. La mamma di Anna ha nei giorni scorsi contattato Gildo Claps, il fratello di Elisa, raccontandogli le confidenze fatte dalla figlia qualche giorno prima di morire. Anna aveva detto alla mamma che in Questura qualcuno sapeva che fine avesse fatto Elisa Claps, chi l’aveva uccisa e dove si trovava il suo corpo.
Chi ha potuto vederla la descrive come una cintura di cuoio lunga poco meno di un metro. «Quasi nuova». O, comunque, che non «presentava i segni che un nodo, dopo dieci ore di tensione con un peso rilevante, avrebbe dovuto lasciare». Sulle cause del decesso, «asfissia da strozzamento», sembra che non ci siano dubbi. È la dinamica, così come ricostruita all’epoca dagli investigatori, che rende ancor più misteriosa la morte del commissario della polizia di Stato Anna Esposito, la poliziotta che forse aveva appreso dove era stato nascosto il corpo di Elisa Claps e che è morta nel 2001 in circostanze mai del tutto chiarite (l’inchiesta è stata archiviata un anno dopo). Il corpo, senza vita - stando alle ricostruzioni contenute nelle informative degli investigatori che per primi entrarono nell’alloggio del commissario - era seduto sul pavimento. La cinghia di cuoio, con la fibbia di metallo stretta alla gola della poliziotta, era attaccata, dall’altro capo, alla maniglia della porta del bagno. Sia il dottor Rocco Maglietta, sia il professor Luigi Strada, che hanno effettuato l’autopsia, definiscono l’impiccamento «atipico». Perché l’ansa di scorrimento era posta «anteriormente, sul lato destro». Un impiccamento tipico, messo in atto in modo certo dal suicida, «avrebbe portato - spiegano i medici - automaticamente l’ansa di scorrimento a disporsi nella parte posteriore del collo». Nonostante la trazione sia durata per più di dieci ore (i medici fanno risalire la morte alle 23 del 11 marzo 2001. La cintura è stata slacciata alle 9.30 del 12 marzo), e con un peso di circa 65 chilogrammi, chi ha visto la cintura ricorda che «non presentava i segni del nodo».
nche la lunghezza - poco meno di un metro - appare incompatibile con le modalità del suicidio.
«Lo sviluppo minimo del nodo (ovvero la parte della cintura impegnata dal nodo). - si legge negli atti dell’inchiesta, di cui la Gazzetta del Mezzogiorno è in possesso - doveva essere di circa 24 centimetri». La circonferenza intorno al collo «era di 41». La poliziotta si sarebbe uccisa, quindi, con meno di 30 centimetri di corda, da un’altezza - quella della maniglia - di 103 centimetri da terra. Se le cose sono davvero andate così i piedi del commissario toccavano il pavimento e, solo per pochi centimetri, non toccavano a terra anche i glutei. Ecco come i poliziotti intervenuti sul posto descrivono la posizione: «Le gambe - scrivono nella relazione di servizio - sono leggermente piegate all’altezza delle ginocchia verso sinistra, tanto che i piedi poggiano sul pavimento, rispettivamente quello destro con la parte interna del tallone, quello sinistro con la faccia esterna».
La causa della morte «È dovuta a un’asfissia acuta e meccanica». Che poteva essere stata procurata solo ed esclusivamente dalla cintura? Scrive il dottor Maglietta: «Si è parlato di impiccamento incompleto in quanto il corpo non era totalmente sospeso, bensì in posizione semiseduto, con le natiche sospese». Nella casistica medico-legale, precisa il dottor Maglietta, «è chiaramente indicativa di una volontà suicida». Nonostante le mani libere e i piedi che toccano il pavimento? È un aspetto che le indagini dell’epoca non hanno chiarito completamente.
Il collega ha sentito dire che aveva tentato il suicidio; il sottoposto ha raccontato che gli aveva confidato «di aver fatto una cosa brutta di cui però si era pentita»; il sacerdote ha svelato di aver già visto sul collo della ragazza «i segni della fibbia della cintura». Testimonianze che hanno involontariamente portato gli investigatori verso un’unica conclusione: Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato che forse sapeva di Elisa Claps e che è morta in circostanze mai chiarite - si è suicidata.
Nonostante ci fossero dubbi e aspetti oscuri. Nonostante una consulenza dei medici che effettuarono l’autopsia descrisse il suicidio - Anna Esposito fu trovata impiccata con una cintura di cuoio attaccata alla maniglia di una porta - come «atipico», perché i piedi della donna toccavano il pavimento. E nonostante quanto dichiarò in Procura il dottor Rocco Maglieta, medico-legale, che definì la possibilità che la poliziotta avesse già tentato il suicidio «inverosimile». L’inchiesta è finita in archivio.
L’ispettore Mario Paradiso lavorava all’ufficio del personale. Il 12 marzo del 2001 entrò nell’alloggio del commissario Esposito. Dice agli investigatori: «Non mi spiego questo gesto, anche perché la Esposito era sempre gentile e disponibile. Solo successivamente sono venuto a conoscenza di problemi familiari, sentimentali ed economici e ho appreso dal cappellano della Questura che la Esposito gli aveva confessato di aver tentato il suicidio già in precedenza». Ma questo particolare l’ispettore quando lo apprende? Prima del suicidio? Oppure dopo il 12 marzo? L’ispettore Paradiso verbalizza quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo del commissario. E nessuno gli pone questa domanda.
L’ispettore Antonio Cella lavorava nell’ufficio diretto dal commissario Esposito: la Digos. L’ispettore conferma agli investigatori che il suo dirigente gli riferiva «particolari della sua famiglia» e anche delle sue relazioni amorose. E il precedente tentativo di suicidio? Dice l’ispettore: «Non mi ha detto espressamente di aver tentato il suicidio, ma mi ha riferito di aver fatto una cosa brutta di cui però si era liberata».
Don Pierluigi Vignola all’epoca era il cappellano della Questura di Potenza. Riferisce al magistrato di aver saputo che il commissario Esposito aveva confidato anche ad altre persone quello che aveva detto a lui in confessione: la poliziotta aveva già tentato il suicidio. Ma con chi si era confidata Anna Esposito? Dice il sacerdote: «Erano delle giocatrici di pallavolo di Potenza». Che, però, non risultano tra i testimoni dell’inchiesta. Poi il sacerdote aggiunge: «Il mese prima avevo io stesso visto sul collo di Anna i segni della fibbia della cintura che indossava e che aveva utilizzato per il tentativo di suicidio. Non mi riferì però perché avesse scelto quelle modalità». E lui non glielo chiese?
Il dottor Maglietta, con argomenti scientifici, smentisce al magistrato la «teoria» del precedente tentativo di suicidio. Dice: «Secondo me è inverosimile. Avrebbe dovuto avere segni di ecchimosi per almeno cinque o sei giorni abbastanza evidenti, trattandosi di una cintura larga. Segni che qualcuno avrebbe dovuto notare». Qualcuno oltre al sacerdote.
IL MISTERO DELLA MORTE DEI FIDANZATI DI POLICORO
Olimpia e Filomena sono due donne toste. Anzi, sono due mamme toste. Nessuno le ha mai viste piangere. Il loro è infatti un dolore che ha superato il territorio di confine delle lacrime. Una frontiera dell'anima inesplorabile per chi non ha vissuto la stessa tragedia di Olimpia e Filomena: perdere un figlio in situazioni drammatiche. E misteriose. Un sentiero disperato lungo il quale queste due madri coraggio si sono incontrate spesso. Diventando amiche. Filomena è l'ormai «famosa» mamma di Elisa Claps; Olimpia è invece la «sconosciuta» madre di Luca Orioli. La storia di Elisa Claps la conoscono tutti. Quella di Luca pochi «addetti ai lavori». Il 23 marzo 1988 Luca Orioli e la sua fidanzata Marirosa Andreotta furono trovati morti in circostanze mai chiarite. Tra depistaggi e amnesie (che ricordano sinistramente il caso Claps) mamma Olimpia - da oltre 20 anni, quasi 30 - combatte in nome di una verità negata. Nei motori di ricerca del web questo ennesimo mistero lucano è archiviato come il «giallo dei fidanzati di Policoro».
I cadaveri di Luca e Marirosa erano nella vasca da bagno di casa. «Morti folgorati in acqua». Anzi, no, «morti per inalazione di ossido di carbonio». E se invece fosse stato un omicidio? La mamma di Luca ne è sempre stata convinta.
Ora, dalla risepoltura della salma di Luca Orioli nel cimitero di Policoro ad opera della Procura della Repubblica di Matera, la signora Olimpia chiede formalmente l'intervento dei Ris a mezzo di una lettera inviata al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, generale Leonardo Gallitelli, per chiarire gli ulteriori punti oscuri emersi in questi ultimissimi giorni, compreso il terrificante sospetto che la salma alla quale è riferita l'autopsia condotta dal professor Introna non sia quella di Luca Orioli.
Il Giornale è venuto in possesso del testo della lettera. Che pubblichiamo integralmente:
«Esimio Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gen. Leonardo Gallitelli,
è con grande fiducia e speranza che rivolgo a Lei questo mio appello. Sono
Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, morto nell'88 a Policoro, in situazione
tuttora volutamente misteriosa. L'anno scorso sono state riesumate per la
seconda volta le salme di Luca e Marirosa (cosiddetti Fidanzatini di Policoro).
Oltre ai numerosissimi depistaggi e insabbiamenti che costellano il caso, ci
sono perizie truccate, riconosciute reati e fatti prescrivere. Al tutto si
aggiunge l'inquietante mistero della sparizione degli organi interni (visceri,
fegato, polmoni, cuore, lingua, trachea, osso ioide) e dei vestiti che Luca
indossava al momento della morte, conservati nel cimitero di Policoro e
misteriosamente ricomparsi, non si sa quando, presso l'Istituto di Medicina
Legale dell'Università La Sapienza di Roma, peraltro mai incaricato di procedere
a perizia su tali reperti. Gli stessi, nel tentativo ultimo di prelevarli da
Roma e consegnarli direttamente ai familiari, come se non si trattasse di
preziosi elementi di indagine per una definizione certa di morte, sono risultati
persino privi di un elenco. Agli atti non esiste nessun verbale che certifichi
né la presa in consegna di tali reperti, né i relativi esiti.
Dopo la permanenza di quasi un anno presso l'Istituto di Medicina Legale di
Bari, e, con le indagini ancora in corso, la Procura di Matera decide di
ritumulare frettolosamente le salme senza spiegare le ragioni di una tale
scelta, noncurante della contro-perizia redatta da tre autorevoli Professori
dell'Università di Siena che smontano radicalmente quella di Ufficio,
argomentandola adeguatamente e documentandola con una ricca letteratura
scientifico-medico-legale.
Un mio timore è che in quella bara possa non esserci il corpo di mio figlio,
ragione per cui non posso accettare l'invito pressante e minaccioso di prenderlo
in consegna.
Me lo fa pensare il fatto che dagli atti relativi all'ultima perizia di ufficio
non risulta l'analisi del DNA con i confronti dei familiari che ne possano
determinare l'assoluta certezza.
Me lo fa pensare, inoltre, il fatto che il corpo radiografato presenta agglomerati, non meglio definiti, che sarebbero propri di un corpo di anziano.
Luca aveva 20 anni.
Chiedo e mi auguro, alla presenza di un'Italia intera, che con me chiede e aspetta giustizia, che Lei voglia coinvolgere gli esperti dell'Arma dei RIS, per far piena luce sui troppi punti oscuri mai affrontati seriamente, spesso banalizzati, ignorati o, alcuni, addirittura, mai presi in considerazione.
Lei rappresenta la mia ultima fondata speranza.
Confido nel Suo noto impegno a difesa del diritto di tutti e di ciascuno.
Non è possibile accettare una perizia, dimostrata scientificamente falsa, inutile sotto il profilo tecnico, decisamente dannosa per la verità.
Indubbiamente è una verità che scomoda molte poltrone.
Non è possibile pensare che un PM, non volendo approfondire la parte scientifica, con la scusa di non averne la competenza, rifiuti totalmente il confronto e il riscontro oggettivo delle due perizie, così fortemente contrastanti, facendo serio riferimento alla letteratura scientifica di relativo supporto da cui invece far scaturire la dovuta competenza come io stessa, misera mortale, ho potuto maturare.
Occorre solo intelligenza e volontà a farlo. E' ciò a cui io ho dovuto fare ricorso per combattere un sistema avverso alla difesa del diritto giusto.
Non è possibile accettare a "scatola chiusa" una verità che avrebbe tutti i requisiti per essere considerata preconfezionata. Lo dice il fatto che la porta dichiarata grandemente aperta dalla madre della ragazza, venga poi considerata chiusa dall'ultima perizia. Lo dice inoltre il fatto che persino l'ipotesi fantasiosa della morte, avanzata dal Prof. Introna, è fallace anche sotto il profilo logico.
Secondo quest'ultima ricostruzione, i due ragazzi sarebbero entrati nel bagno, avrebbero chiuso la porta per fare l'amore (un gesto superfluo poichè in casa non c'era nessuno), la ragazza si sarebbe sentita male e sarebbe caduta, Luca avrebbe cercato di aiutarla, cadendo anche lui, e, stranamente, questa volta la porta è socchiusa. Chi l'avrebbe socchiusa? Luca mentre moriva? E poteva Luca morire di monossido di carbonio con la porta semiaperta? Avrebbe potuto prima di morire, socchiudere la porta e distendersi in maniera composta millimetrando l'esiguo spazio disponibile? E' possibile che una caduta bassissima, dolce, come quella che si sarebbe verificata, a loro dire, a brevissima distanza dal rubinetto e dalla mensola, entrambi ritenuti probabili oggetti contundenti, possa aver procurato una ferita lacero-contusa di 14 cm, all'epoca? E come mai non c'è traccia di sangue? E come mai una caduta così lacerante non avrebbe fatto cadere i flaconcini sistemati sulla mensola accanto al rubinetto? Può un PM ignorare cose così gravi e giustificare quanto accaduto quella notte, e durante il corso di 24 anni, continuando ad addurre le irresponsabilità (tante) alla superficialità, alla non professionalità, all'età giovane degli inquirenti avvicendatisi nel gioco al massacro della verità? Qualora ciò fosse possibile, credo, come cittadina che paga le tasse, di poter pretendere che tali professionalità non possano continuare ad occupare quei posti. La cosa grave è che lo Stato possa continuare anch'Esso ad ignorare una vicenda così scabrosa, che calpesta il diritto del cittadino, annienta la dignità della persona oltre che del dolore, e offende pesantemente la sua stessa Costituzione. Lo Stato ha il dovere di assicurare piena efficienza ai suoi cittadini.
Lo esigo. Lo pretendo.
Gli italiani hanno diritto e bisogno di sapere "perché".
.....Si difendono i poteri forti?....
Vorrei poterlo non pensare.
Ma Qualcuno mi aiuti a farlo.
E' l'Italia, quella che segue con attenzione e con forte coinvolgimento emotivo le vicende dei suoi connazionali, che vuole saperlo, con me. E' dovuto.
La verità che, così convenientemente si vorrebbe difendere esclusivamente nelle aule di tribunali, se tale, non può temere la piazza né i mass media, che grande mano invece stanno dando alla ricerca della verità.
La scienza non è un'opinione, ed io non posso accettare la chiusura del caso, ancora una volta, per approssimazioni gratuite e infondate non solo scientificamente ma anche oggettivamente secondo i fatti presenti agli atti. Solo chi teme il confronto e un probabile affronto alla propria professionalità, preferisce le aule di tribunale e rinuncia ad informare le folle che attendono da anni una tesi attendibile, sotto il profilo scientifico, e, condivisibile sotto il profilo logico.
A chiusura del caso serve infatti una "tesi" scientifica che è ancora possibile cercare sui miseri resti (se sono quelli) sbranati finora dal potere onnipotente indiscriminato e inoppugnato dell'Istituzione preposta ad accertarne invece la verità.
Confidando in un Suo intervento La saluto cordialmente».
È un giallo che dura da quasi un trentennio e che ora è diventato anche uno scontro fra periti. Fa ancora discutere il caso dei «fidanzatini di Policoro», Luca Orioli e Marirosa Andreotta, trovati morti nel marzo del 1998. Dopo due riesumazioni, dopo l'ultima autopsia che indica nel monossido di carbonio la morte dei due giovani, la madre di Luca Orioli, Olimpia Fuina, continua a non credere alle ragioni accidentali ed insiste nell'indicare agli inquirenti un'ipotesi di morte violenta.
Una vicenda giudiziaria nata con un peccato originale: quando i corpi furono trovati l'autopsia non fu fatta. Da quel momento è stato tutto un susseguirsi di indagini ed accertamenti che non hanno mai placato la sete di verità della signora Fuina. L'esito dell'autopsia del professor Francesco Introna, della Medicina legale di Bari, è contrastato dalle contro-perizie di altri consulenti secondo i quali il monossido riscontrato non è in quantità letali. La mamma di Luca Orioli ha messo in atto azioni clamorose. Prima si è incatenata al cimitero di Policoro per evitare la ri-tumulazione dei resti del figlio. E adesso arriva a chiedere di verificare che quel corpo appartenga realmente al suo Luca.
Non erano più ragazzini e probabilmente la loro relazione si era interrotta, ma sono diventati per tutti i ''fidanzatini di Policoro''. Luca Orioli e Marirosa Andreotta erano due ragazzi che si volevano bene, frequentavano la parrocchia e gli amici, andavano all'Università e guardavano alla vita con fiducia. Vennero trovati morti il 23 marzo 1988 in casa di Marirosa Andreotta, nudi: la ragazza giaceva nella vasca da bagno, il ragazzo era disteso per terra. A trovarli fu la madre della ragazza, la signora Giannotti, di ritorno a casa da un concerto a Matera. Il caso dei due ragazzi prende la piega che non avrebbe dovuto prendere. Si fa strada l'ipotesi del fatto accidentale. Nella stanza c'è una stufetta caldobagno. Si pensa ad un malfunzionamento dell'apparecchio da cui è partita una scarica elettrica. L'elettrocuzione - si pensò - ha dunque causato un arresto cardiocircolatorio. Il caso viene chiuso subito. Questa frettolosità indusse a non compiere l'autopsia. E' questo il punto che ha lasciato una serie di interrogativi. I mancati accertamenti post-mortem hanno infatti tolto dei punti fermi alla vicenda, facendo venir meno gli elementi di certezza sulle cause e alimentando i dubbi. Anche il governo nel 2000 lo ha confermato. Rispondendo ad un'interrogazione parlamentare del deputato Vincenzo Sica, l'allora Guardasigilli Piero Fassino dichiarava che ''la complessa vicenda ha risentito in modo determinante dell'insufficienza degli accertamenti espletati nel corso dell'esame esterno dei cadaveri''.
Così successivamente, quando l'esame della stufetta non ha dato particolari riscontri, si è fatta strada l'ipotesi di un avvelenamento da monossido di carbonio sprigionato da una caldaia. Si pensò anche ad uno scherzo finito in tragedia.
L'autopsia viene fatta a distanza di anni, con la prima riesumazione. Sui cadaveri dei due giovani ci sono dei segni che invece avrebbero dovuto far propendere per l'annegamento, anche segni di fratture. Inoltre Luca Orioli ha un testicolo lesionato. Ma anche in questo caso qualcosa non va: non funziona la tac per esami radiologici. I dubbi rimangono.
I primi sospettati escono dall'indagine e vengono prosciolti tutti coloro (medici, periti, magistrati) che sono stati indagati per negligenze o per errori nell'attività di indagine o di consulenza. E ci sono poi gli altri elementi del giallo.
Una lettera di Marirosa Andreotta alimenta altri scenari. Si parla di un segreto («una piccola parte di me che voglio cancellare per sempre») che tale resterà. Poi le foto: alcune fanno pensare ad una manomissione del luogo del ritrovamento che in effetti è stato alterato. Ma troppo tempo è trascorso.
Un'inchiesta nata male, già archiviata, poi riaperta e di nuovo destinata all'archiviazione. Così aveva deciso la Procura, che si stava orientando sull'ipotesi del soffocamento, ma su richiesta di Olimpia Fuina, che si è opposta, l'indagine non è stata chiusa ed anzi il giudice ha coattivamente stabilito di riesumare i corpi. Fatto avvenuto il 17 dicembre scorso. Poi l'autopsia. Ma la battaglia legale continua. «Non mi sento sola - afferma Olimpia Fuina - sento aumentare l'affetto delle persone. Io continuo questa battaglia perchè le contro-perizie hanno stabilito che la quantità di monossido riscontrata nell'autopsia è assolutamente non letale. Lo dicono i periti e la letteratura scientifica. Per questo mi sono opposta alla ri-tumulazione perchè voglio altri accertamenti. Ho chiesto al comandante dei carabinieri, Gallitelli, l'intervento dei Ris».
Per la madre di Luca i misteri intorno a questa vicenda non si dipanano, tutt'altro. A cominciare dall'inquietante denuncia della mancanza degli organi interni del ragazzo, tra cui l'osso ioide, forse scomparsi nella precedente riesumazione ma anche su questo non c'è certezza. E tutto questo non aiuta la ricerca della verità, anzi alimenta i sospetti. Olimpia Fuina nella lettera a Gallitelli avanza un'ipotesi ancora più inquietante. «Quel corpo - dice - potrebbe non essere quello di Luca perchè non è documentato negli atti l'esame del dna. Sembra essere quello di un anziano».
Per tenacia la signora Fuina somiglia molto ad un'altra mamma coraggio della Basilicata, Filomena Claps, che attende da 20 anni di conoscere tutta la verità sull'omicidio della figlia Elisa e non solo la condanna del responsabile, Danilo Restivo, condannato a Salerno a 30 anni. Ma, se nel caso Claps l'autopsia di Introna è stata «vangelo», nel caso-Policoro invece viene messa in dubbio. Sulle inquietanti ipotesi avanzate, il professor Introna, contattato, ha detto: «Non rispondo, perchè su questi fatti il confronto può avvenire solo nelle aule di giustizia, altrimenti si creano confusione e illazioni». «Abbiamo fatto l'autopsia sulla salma di Luca e restituito la salma di Luca. È tutto documentato. Ci sono i filmati dei carabinieri». Sono parole del prof. Franco Introna, direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Bari e perito della Procura di Matera nell'indagine sulla morte dei “fidanzatini di Policoro”. Due morti, quelle di Luca Orioli e di Marirosa Andreotta, al centro, dal 23 marzo 1988, di perizie contrapposte. Da qui l'ennesima inchiesta e le risultanze del docente barese. Risultanze oggetto di critiche cui Introna non aveva risposto. La “goccia” è stata la lettera di Olimpia Fuina, madre di Luca, inviata al comandante generale dell'Arma dei carabinieri: temo che nella bara tumulata nei giorni scorsi a Policoro possa non esserci il corpo di mio figlio, ha scritto la donna che da 23 anni insegue la verità sulla morte del suo Luca.
«Quando la salma è stata stumulata c'erano i carabinieri, i consulenti di parte - risponde ora alla Gazzetta il prof. Introna - nella bara c'era il corpo di un ragazzo che aveva già subito una riesumazione. Abbiamo fatto le indagini e conservato la salma. Attese le controdeduzioni, abbiamo risposto per cui il pm ci ha chiesto di riconsegnare i corpi. I carabinieri hanno filmato tutto».
In questa vicenda, però, le cose inverosimili sono state tante. Ad esempio, i vestiti, i visceri, l'osso ioide fratturato, non sono stati trovati alla seconda riesumazione. Un mistero.
«Nessun mistero. Il prof. Giancarlo Umani Ronchi ha scritto che l'osso ioide era sano prima della prima riesumazione e che lo ha rotto lui nel corso delle operazioni. I vestiti, poi, sono stati ritrovati».
La famiglia Orioli chiede di analizzarli per verificare tracce di dna. «Sono inservibili. Sono stati conservati malissimo. Troveremmo miriadi di dna. Ma non vi ho trovato lesioni da arma da taglio o da fuoco».
La sua perizia, che riconduce le due morti al monossido di carbonio (CO), è stata contestata dai nuovi periti di Olimpia Fuina. «Non so se chi ha fatto quelle critiche ha interesse a farlo. Se fossero persone preparate saprebbero che il monossido di carbonio si attacca al sangue nell’80 per cento e nel 20 per cento alle globine muscolari. Abbiamo cercato il monossido nei muscoli. E l'abbiamo trovato. Poi, nella putrefazione si forma tutto tranne il monossido. E la tecnica da noi usata è l'unica che libera il monossido distruggendo le mioglobine. Sono stupefatto dalla critiche».
Ma la porta del bagno era aperta. Come poteva concentrarsi il monossido? «La porta del bagno aperta è in una seconda testimonianza. In una prima è chiusa. I due ragazzi portano una stufetta elettrica nel bagno poiché i riscaldamenti sono chiusi. Si spogliano nudi. Perchè devono tenere la porta aperta? Poi aprono l’acqua calda. E quello scaldacqua non era a norma. Fanno scorrere l’acqua calda e si sviluppa vapore, ma anche verosimilmente monossido di carbonio».
Quella caldaia ha funzionato per altri 2-3 anni senza intossicare nessuno. «Io non faccio l’ingegnere. Può essere che tirando l’acqua calda al massimo sia andata in sovrafunzione».
E la concentrazione di CO differente in Luca e Marirosa? «Lei è morta annegata dopo aver battuto la testa. Lui ha cercato di tirarla fuori, ma non ce l’ha fatta ed è morto per avvelenamento».
Perché non fare i nuovi esami a Foggia come chiesto da Olimpia? «Non sono necessari. I dati sono chiari».
Prof. Introna, come finirà? «Non ne ho la più pallida idea. Ma non creiamo castelli in aria.
Tranquillizziamo la povera madre che ha tutta la nostra comprensione, ma diciamole la verità».
I dubbi di Olimpia Fuina-Orioli e la perizia dell'anatomopatologo, Francesco Introna. Su questi due elementi si è intrecciata la disputa più recente sulla morte dei Fidanzatini di Policoro, Luca Orioli (figlio di Olimpia) e Marirosa Andreotta, trovati morti a Policoro il 23 marzo del 1988 nel bagno della casa della ragazza. La mamma di Luca, con un nuovo pool di periti, ha avanzato sospetti sulla perizia di Introna, la donna, tra gli altri aspetti, ha messo in discussione che la salma analizzata fosse quella del figlio (ipotesi respinta da Introna che ha fatto riferimento all'esistenza dei filmati dei Carabinieri che hanno documentato tutto). Nella sua perizia, l'anatomopatologo ha ricostruito i fatti, fatte le puntualizzazioni del caso, evidenziato alcune riserve e cautele, spiegate le modalità con cui è stato ricercato il monossido di carbonio, il gas killer che avrebbe ucciso Luca e indotto in Marirosa un malessere tale da determinare la caduta della ragazza, durante la quale si sarebbe verificato l'urto nucale contro la manopola del rubinetto, e l'annegamento terminale avvenuto nella vasca. Luca, stando alla perizia, avrebbe tentato di soccorrere la fidanzata, ma era astenico, anche lui aveva inalato il gas killer. Ha provato a prendere Marirosa da una gamba ma è sopravvenuto il coma: si accascia a terra fino alla morte.
LA RICOSTRUZIONE
- La madre di Marirosa quando entrò in casa trovò il riscaldamento centralizzato in funzione. Circostanza che “meravigliò” la signora: Marirosa, in casa, avrebbe dovuto spegnerlo. Nel corridoio vide il riflesso della luce proveniente dal bagno, sentì distintamente il rumore del caldobagno in funzione e, aperta la porta, notò il corpo della figlia all'interno della vasca con la testa sommersa. Istintivamente azionò la manopola per il deflusso dell'acqua dalla vasca. (Rapporto 142/2 CC Policoro, deposizione acquisita alle ore 00,30 del 24.3.1988). In altri documenti processuali (missiva del 19.5.1995 inviata al P.M.) la porta del bagno parrebbe essere stata descritta come socchiusa.
- La temperatura ambientale in casa era elevata al momento dell'arrivo di Luca Orioli e Marirosa Andreotta perché l'impianto autonomo di riscaldamento, posto in “manuale”, era in funzione.
- L'impianto autonomo di riscaldamento presentava caldaia e bruciatore in un vano tecnico esterno alla casa (Perizia Strada).
- La temperatura nel bagno al momento del rinvenimento delle salme era elevata (stimata sui 30°C perizia Lattarulo Sansotta + perizia Giordano). Al momento del rinvenimento delle salme, nel bagno vi era un termosifone in attività (connesso con l'impianto centralizzato della casa cfr perizia Lattarulo Sansotta) ed un termoventilatore elettrico (caldobagno) in funzione con l'interruttore del termostato inserito sul “Manual” a 1000 Watt e regolazione della temperatura fissata sul valore massimo possibile (valore 6) (CFR verbale dei CC, perizia Strada).
- L'impianto elettrico era funzionante e non vi era stato alcun cortocircuito.
- Le indagini successive evidenziarono una perfetta funzionalità sia dell'impianto elettrico che del Caldobagno che non mostrò alcuna potenzialità di dispersione elettrica, neanche in seguito a test esasperati. (Cfr Perizia Valecce, ctp Pugliese)
- Anche gli accertamenti sull'impianto elettrico parrebbero aver la normalità dello stesso.
- La caldaia per il solo riscaldamento dell'acqua era posizionata nel bagno, al di sopra della vasca e presentava oggettivi segni di affumicatura (documentati iconograficamente) in corrispondenza della ispezione della fiammella pilota (cfr documentazione iconografica perizia Strada, consulenza UACV 2009).
- L'impianto per il riscaldamento dell'acqua non era a norma per l'assenza nel vano ove era locata la caldaia (bagno), di alcun sistema di ventilazione esterna (cfr Consulenza Strada-Mastrantonio)
- Nessuna perizia tecnica fu mai disposta sullo stato e sul funzionamento della caldaia a gas presente nel bagno per il riscaldamento dell'acqua nell'immediatezza degli avvenimenti ovvero prima che la stessa fosse spostata.
- La giacca di Luca Orioli era appesa ad una sedia in cucina
- Non è chiaro chi posizionò i jeans di Luca sul bacino per occultare i genitali, né ci è dato sapere dove fossero locati i Jeans prima di essere posti sui genitali dell'Orioli.
- Dalla documentazione iconografica parrebbe che almeno la scarpa destra ed uno o due calzini dell'Orioli fossero nel bagno.
- Non ci è dato sapere dove fossero i vestiti di Marirosa indossati all'arrivo a casa.
- Il pigiama celeste a tuta, uno slip bianco, un paia di collant, la maglietta intima di Marirosa, le ciabatte, l'orologio, il reggiseno ed un bracciale erano variamente disposti in sostanziale ordine, nell'interno del bagno.
- Al pari del bagno oltre alla scarpa destra e a un calzino era presente la camicia e la maglietta intima dell'Orioli.
Sulla base di questi dati circostanziali e alla “luce dei seguenti paletti di riferimento medico legale: “il fungo mucoso per la salme rinvenute può essere considerato un segno fortemente indicativo per un annegamento […] Nella intossicazione da monossido di carbonio il fungo schiumoso è di raro riscontro e ove presente è connesso con l'edema polmonare dovuto, in parte, anche all'azione tossica del CO sugli alveoli polmonari; nell'intossicazione mortale da CO, il lasso di tempo intercorrente fra l'esposizione al gas e la perdita di conoscenza dipende dalla concentrazione di CO nell'aria inalata […] Dalla perizia Fedele-Mastrantonio si evince che in presenza di una caldaia a gas contraddistinta da un malfunzionamento ipotizzato lieve, sarebbero stati sufficienti 50 minuti di esposizione continuativa per indurre una sintomatologia significativa nei due giovani in assenza di particolare attività fisica. La concentrazione ambientale di CO, direttamente proporzionale ai di tempi di funzionamento de all'entità del malfunzionamento della caldaia, il tempo di esposizione e l'attività fisica espletata, rappresentano le tre principali variabili dipendenti interconnesse ne determinismo degli eventi […]. Tutto ciò supponendo comunque che la porta del bagno era chiusa o socchiusa.
Da queste premesse, Introna ha scritto che: "Luca e Marirosa si recano insieme in casa Andreatta e decidono di fare la doccia insieme. La casa è già calda, ma Marirosa non spegne il riscaldamento verosimilmente per creare una condizione confortevole anche dopo il bagno. Luca inizia a spogliarsi in cucina e sposta il caldobagno nel bagno dove lo accende a mezza potenza in posizione manual. Verosimilmente viene aperto il rubinetto dell'acqua calda e chiusa la porta sì da favorire nell'interno del bagno un piacevole ambiente caldo-umido. Marirosa verosimilmente si spoglia in camera sua ed entra nel bagno con il pigiama a mò di tuta. Entrambi i ragazzi chiudono o socchiudono la porta e iniziano a spogliarsi mentre la vasca si sta riempendo. Marirosa entra nella vasca con acqua calda e mentre sta in piedi, apre il doccino ed inizia a docciarsi. La caldaia continua ad essere in attività. Luca non entra nella vasca e dopo essersi spogliato aiuta Marirosa. Non è dato sapere né quanto tempo i due ragazzi trascorrono nel bagno con la caldaia in attività, né cosa fanno nel frattempo certo è che abbondanti schizzi d'acqua finiscono sul pavimento del bagno. La vasca continua a riempirsi. Non ci è dato sapere quando la caldaia smette di funzionare per la chiusura del rubinetto dell'acqua calda. Del tutto attendibilmente ad un certo punto Marirosa inizia a sentirsi male, verosimilmente con la doccia ancora in funzione, perde conoscenza e cade nella vasca, verosimilmente offrendo le spalle al muro su cui è locata la caldaia. In fase di caduta impatta il capo contro la manopola del rubinetto procurandosi la ferita lacera a livello occipitale. Luca cerca di aiutarla, chiude il rubinetto dell'acqua, cerca di estrarla dalla vasca tirandola per la gamba destra, altra acqua cade sul pavimento ma Luca è astenico, fiacco a causa del CO inalato e si accascia al suolo ove, in coma continua ad inalare CO fino alla morte, mentre Marirosa muore annegata nella vasca da bagno. La porta, verosimilmente socchiusa consente quindi di disperdere la concentrazione ambientale di CO negli ambienti circostanti".
LA RICERCA DEL GAS KILLER. Le salme di Luca e Marirosa presentavano strutture muscolari ancora riconoscibili sebbene mummificate. (Deciso viraggio peggiorativo con evoluzione verso la prescheletrizzazione e mummificazione dei tessuti molli residui). Per questo motivo il sistema di indagine scelto da Introna è stato quello di cercare il CO legato alla mioglobina mediante metodi di microdiffusione e fissazione. La tecnica è diversa da quella scelta da Umani Ronchi e De Zorzi nel 1996 quando fu eseguita la prima autopsia. Anche gli esiti sono diversi. Si legge nella perizia: “Alla luce della negatività delle indagini condotte dal prof Umani Ronchi e dei campioni biologici disponibili si è effettuata un'indagine mediante ricerca elettiva del CO inglobato nei tessuti muscolari profondi mediante reazione chimica con cloruro di palladio in soluzione acida. L'indagine così condotta, su ileopsoas e sul muscolo femorale, ha costantemente evidenziato nella salma di Luca Orioli la presenza di di CO in misura media di 0,702 per cento grammi di tessuto muscolare testato”. Valori più modesti sono stati ritrovati nel corpo di Marirosa: 0.06 g%. Quanto basta per “supporre concretamente che anche Andreotta Marirosa inalò monossido di carbonio prima di morire”.
Toghe lucane: Il racconto di un boss a de Magistris e il giallo sulla morte dei «fidanzatini». Da “Il Corriere della Sera”: «Policoro, il pm incontrò l' indagato».
L'inchiesta Toghe lucane, quella che non si è riusciti a togliere al pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, è come una palla di gomma. Più si cerca di spingerla sott' acqua, più l'acqua la respinge verso l'alto con la stessa forza. L' ultima clamorosa rivelazione, che riporta in primo piano il caso di Luca Orioli e Marirosa Andreotta (i «fidanzatini di Policoro» uccisi il 23 marzo 1988), è il racconto di Salvatore Scarcia, tra i più noti capiclan della mafia del Metapontino. Scarcia è stato interrogato da De Magistris nel carcere di Melfi, in cui sta scontando una condanna per associazione mafiosa. Ma non è un «pentito», quindi ciò che ha detto - e che secondo il pm ha trovato già parecchi riscontri - non gli procurerà alcuno sconto di pena. Scarcia, in rapporti molto confidenziali con il patron di Marinagri, Vincenzo Vitale (indagato a Catanzaro come tutti gli altri protagonisti del racconto di Scarcia), ha detto tante cose inquietanti. Tra queste, ha parlato dettagliatamente, descrivendo persino tipo e colore delle auto, e fotografando tutto e tutti, di un «summit» tenuto nell'estate del 2000 nell'azienda di piscicoltura Ittica Valdagri, nella foce del fiume Agri, dove poi sarebbe sorto il villaggio vacanze Marinagri, assegnatario di un contributo di 26 milioni di euro di fondi europei. Racconta Scarcia: «Era una domenica mattina. Avevo saputo che ci sarebbe stata una riunione importante. E intorno alle 10 circa mi appostai nei pressi dell'Ittica Valdagri... Vidi arrivare una Fiat Croma bianca con quattro persone a bordo: l'autista, il pm di Potenza, Felicia Genovese, suo marito Michele Cannizzaro e il colonnello dei carabinieri Pietro Gentili. Poi, con una Mercedes scura, arrivarono il pm di Matera, Vincenzo Autera, e il dottor Giuseppe Galante (capo della procura di Potenza) e una terza persona che non ho riconosciuto. Da un'altra Mercedes, di colore chiaro, scesero l'imprenditore Gino Lavieri e Walter Mazziotta, banchiere (in realtà, bancario) di Policoro. Infine, arrivarono altre due auto, una Golf bianca e una Thema Ferrari amaranto, ciascuna con due persone a bordo. Tutti entrarono nell'ufficio di Vitale». A questo punto, Scarcia esce allo scoperto e bussa alla porta dell'ufficio. Va ad aprirgli Vitale. «Gli chiesi di farmi entrare - racconta - e lui diventò pallido. Gli dissi che già sapevo chi c'era dentro, lo forzai ed entrai. Così mi feci vedere da tutti. Intuii che stavano progettando qualcosa di grosso a livello economico. Autera è socio di Marinagri attraverso un prestanome ed era tra quelli che aveva partecipato ai festini a luci rosse che si facevano da quelle parti. Lui, Galante e Genovese cercarono di calmarmi e mi dissero che mi avrebbero aiutato economicamente, se io in zona non mettevo bombe e non facevo attentati. Poi con discorsi un po' strani mi dissero se potevo far qualcosa a Mario Altieri (ex sindaco di Scanzano Jonico), perché dove ci trovavamo doveva venire un "paradiso terrestre", così mi dissero, e invece per colpa di Mario Altieri il tutto era stato bloccato». Scarcia a questo punto non ci sta, arretra, teme di poter essere prima usato e poi incastrato. E così viene anche minacciato. «Guarda che ti facciamo arrestare quando vogliamo, mi dicono». Scarcia abbozza e se ne va. Ma lì, quella domenica mattina, aveva visto, seduti intorno allo stesso tavolo, Vincenzo Autera, il pm che senza aver nemmeno disposto l'autopsia dei cadaveri dei fidanzatini chiese l'archiviazione del caso, e Walter Mazziotta, che nel 1994 finisce indagato proprio per l'omicidio di Luca e Marirosa. Negli anni successivi, Autera, imputato di aver affermato il falso sulla morte dei fidanzatini, verrà prosciolto a Salerno. Mentre il vicepretore Ferdinando Izzo, delegato di Autera, e accusato come lui, verrà assolto a Matera: grazie alla bravura di Nicola Buccico, ex sindaco di Matera ed ex membro laico del Csm, che dopo essere stato il legale della famiglia di Luca Orioli diventa il difensore del vicepretore Izzo. L' inchiesta «Toghe lucane», condotta dal pm Luigi de Magistris, ipotizza un «comitato d'affari» composto da magistrati, politici e imprenditori Le accuse L'ipotesi è il condizionamento di investimenti e nomine pubbliche. Coinvolti anche cinque magistrati.
ESCLUSIVO - IL CASO ELISA CLAPS IN TOGHE LUCANE di Rita Pennarola [29/03/2010] su La Voce delle Voci La Voce lo scriveva già a settembre 2008.
“Il ritrovamento del corpo di Elisa Claps riapre una fra le pagine più incandescenti ed inedite dell'inchiesta Toghe Lucane, condotta dall'allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris. A settembre 2008 la Voce aveva dedicato in esclusiva un articolo di copertina alle minuziose ricostruzioni della Procura di Salerno, cui si erano rivolti De Magistris ed i magistrati oggetto delle sue indagini. Ripubblichiamo i brani da cui emerge il collegamento fra Toghe Lucane e la scomparsa della ragazza. Con l'ombra della massoneria.
Una pagina inquietante si apre, nell'inchiesta Toghe Lucane, sulla misteriosa scomparsa della giovane Elisa Claps, avvenuta a Potenza il 12 settembre 1993. Il caso torna infatti alla luce su iniziativa dei pm Luigi Apicella e Gabriella Nuzzi che, per riscontrare ulteriormente la correttezza delle attività investigative condotte da Luigi De Magistris, assumono importanti riscontri in merito alle indagini condotte da quest'ultimo a carico di Felicia Genovese e del marito Michele Cannizzaro, iscritto alla Massoneria, coinvolti - secondo quanto emerge dall'inchiesta Toghe Lucane - nel caso Elisa Claps. Seguiamo la ricostruzione dei pubblici ministeri salernitani. Nel 1999 il collaboratore di giustizia Gennaro Cappiello rivela come un fiume in piena particolari sulla scomparsa della ragazza, verbalizzando dinanzi al pubblico ministero della Dda di Potenza Vincenzo Montemurro. Secondo Cappiello (il quale dichiarava di aver appreso le notizie sul caso Elisa Claps da un mercante d'arte di Potenza, Luigi Memoli), a causare la morte della ragazza era stato il giovane Danilo Restivo. Il fatto sarebbe avvenuto presso la scala mobile in costruzione a quell'epoca. Sempre stando alla versione fornita dal pentito, Maurizio Restivo, padre di Danilo, «implicato nell'indagine e poi condannato per false informazioni al pubblico ministero, aveva, per il tramite del Memoli, contattato il Cannizzaro accordandosi per la somma di 100 milioni di lire affinchè intervenisse sulla moglie, dottoressa Genovese, titolare delle indagini riguardanti il caso della scomparsa della Claps». In seguito alle verbalizzazioni di Cappiello, il caso Claps passa alla Procura di Salerno, competente ad indagare sulle presunte omissioni o violazioni della Genovese. Veniva accertato che quel 12 settembre 1993 Danilo Restivo era stato effettivamente in compagnia della giovane poco prima della scomparsa. Cosa fece il pm Genovese, che era all'epoca titolare dell'inchiesta sulla scomparsa di Elisa? «Le articolate indagini esperite dalla Procura di Salerno consentivano di ricondurre la scomparsa della giovane Elisa Claps ad una morte violenta, ma non anche ad individuare nel Restivo Danilo l'autore del fatto criminoso. Invero, si acclarava che il giorno 12 settembre 1993, Restivo Danilo, effettivamente, era stato in compagnia della giovane poco prima della scomparsa; che quel giorno stesso era stato medicato presso il locale nosocomio per alcune lesioni, prodotte, a suo dire, per un'accidentale caduta, ma, verosimilmente, frutto di una colluttazione. L'esame dell'attività investigativa svolta e coordinata dalla Procura di Potenza, in persona del pubblico ministero Dr. Genovese, evidenziava, tuttavia, che nella immediatezza della notizia della scomparsa, alcuna perquisizione era stata disposta né sulla persona del Restivo Danilo, né presso l'abitazione familiare ovvero altri luoghi nella sua diretta disponibilità». Il 27 gennaio 2000 depone dinanzi al pm di Salerno l'avvocato Giuseppe Cristiani, legale della famiglia Claps, il quale fra l'altro fornisce elementi circa la comune appartenenza alla massoneria di Cannizzaro e di Maurizio Restivo, padre di Danilo. Le indagini avviate all'epoca dalla Procura salernitana su questa vicenda non consentirono di «individuare nel Restivo Danilo l'autore del fatto criminoso» ed anche l'operato della Genovese venne considerato corretto. Strettamente collegato alla scomparsa di Elisa Claps era però quanto il pentito Cappiello verbalizzò in seguito sul duplice omicidio di stampo mafioso dei coniugi Giuseppe Gianfredi e Patrizia Santarsiero, avvenuto a Potenza il 29 aprile ‘97. Cappiello sosteneva di avere appreso quelle notizie da Saverio Riviezzi, un pregiudicato di Potenza che era stato contattato da alcuni calabresi, fra cui un certo Aldo Tripodi, uno degli esecutori dell'omicidio, per quella duplice esecuzione. Secondo il racconto del collaboratore di giustizia ai pm della Direzione Antimafia, «mandante dell'omicidio dei coniugi Gianfredi-Santarsiero era - seguiamo ancora la ricostruzione di Cappiello, così come riportata dal documento di Apicella e Nuzzi - Cannizzaro Michele, marito del sostituto procuratore dottoressa Genovese, che aveva inizialmente curato le indagini relative al duplice omicidio in questione». Quanto al movente, «il Cappiello lo riconduceva ai rapporti che il Gianfredi aveva avuto con il Cannizzaro Michele aventi natura finanziaria, assumendo che tale ultimo era un grosso giocatore d'azzardo, rapporti bilanciati da favori giudiziari di cui il Gianfredi godeva per il tramite della moglie del Cannizzaro». Comincia dunque una lunga serie di indagini che la Procura di Salerno avvia per riscontrare le dichiarazioni di Cappiello. «Gli esiti - spiegano oggi nell'ordinanza Apicella e Nuzzi - non consentivano di ritenere acquisite fonti di prova idonee a ricondurre agli indagati i gravi fatti delittuosi iscritti a loro carico. Emergevano, tuttavia, dalle investigazioni svolte alcune significative circostanze atte a delineare il particolare contesto ambientale di consumazione dei fatti delittuosi, la condotta tenuta dalla dottoressa Genovese nelle prime investigazioni, la personalità del marito dottor Cannizzaro, le frequentazioni ed i suoi legami con ambienti criminosi - in particolare, con Gianfredi Giuseppe, vittima del duplice omicidio - i contatti con esponenti della criminalità organizzata calabrese, i suoi interessi economici che, allora, come oggi, non potevano, comunque, non apparire “inquietanti” in relazione alla natura dell'attività svolta dalla moglie dottoressa Genovese, designata all'incarico di sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, nell'ambito, cioè, del medesimo luogo di consumazione degli accadimenti delittuosi». Dopo lunghe indagini, il pentito Cappiello sarà considerato dall'autorità giudiziaria di Salerno “inattendibile”. Eppure, ad offrire uno scenario sorprendentemente simile delle due vicende (Claps e Gianfredi), era arrivata la testimonianza di un prete-coraggio della diocesi di Potenza: don Marcello Cozzi. La giovane, quel fatale giorno del 1993, aveva battuto mortalmente la testa per sottrarsi ad un tentativo di violenza messo in atto da Danilo Restivo, il cui padre, per coprire le responsabilità del ragazzo, avrebbe contattato il dottor Cannizzaro; questi a sua volta si sarebbe rivolto a Giuseppe Gianfredi, che avrebbe fatto sparire il cadavere con l'aiuto dei fratelli Notargiacomo, titolari di un'officina meccanica, che avevano pertanto la disponibilità di acido in grado di dissolvere il cadavere. Anche stavolta le indagini furono archiviate. Si segnala intanto ancora un particolare: da alcuni accertamenti della Guardia di Finanza di Catanzaro era emerso che Luigi Grimaldi, dirigente della Squadra Mobile di Potenza all'epoca delle indagini sulla scomparsa di Elisa Claps, dopo aver ricoperto l'incarico di dirigente amministrativo presso l'Università di Salerno, svolgeva l'incarico di dirigente amministrativo presso l'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, dove Michele Cannizzaro era direttore generale. Per concludere questa vicenda va segnalato che, sentito come teste a ottobre 2007 nel corso delle indagini sull'operato di De Magistris, ai colleghi Nuzzi ed Apicella il pubblico ministero di Potenza John Woodcock ha raccontato d'aver chiesto a marzo 2007 di astenersi in un procedimento a carico, fra gli altri, di Michele Cannizzaro in ragione del contenuto di una intercettazione telefonica fra la moglie di Cannizzaro Felicia Genovese ed il procuratore generale Vincenzo Tufano, «nella quale venivano usate espressioni particolarmente volgari sulla giornalista (Federica Sciarelli, che più volte nel corso della trasmissione “Chi l'ha visto” si è occupata del caso Elisa Claps, ndr) e sul suo rapporto di amicizia con il magistrato (Woodcock, ndr)». Quest'ultimo riferiva inoltre «di altri emblematici tentativi di indebita strumentalizzazione del suo rapporto personale con la giornalista Federica Sciarelli, riconducibili al medesimo gruppo di soggetti indagati dal pubblico ministero De Magistris nel procedimento Toghe Lucane». IL CSM “AMICO”. Il 4 marzo 2008 De Magistris chiede alla Procura salernitana che indaga sul suo conto (e che poi lo proscioglierà, aggiungendo ipotesi di gravi addebiti a carico dei suoi principali denuncianti), di rendere testimonianza spontanea. Dalla lunga verbalizzazione emerge, fra l'altro, l'allucinante spaccato sul ruolo del Csm così come si evince direttamente dalla lettura dell'intercettazione telefonica intercorsa il 28 febbraio 2007 tra Felicia Genovese ed un altro noto esponente di Magistratura Indipendente, Antonio Patrono, presidente della prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, deputata a verificare l'apertura di una pratica di trasferimento per incompatibilità ambientale di De Magistris. La conversazione avviene il giorno successivo all'esecuzione delle perquisizioni nell'ambito del procedimento Toghe Lucane. Nel commentare con Patrono le sue vicende giudiziarie, Genovese sollecita l'interessamento di altri componenti del Csm tra cui Giulio Romano, della sua stessa corrente, e Cosimo Ferri. «Tra i nominativi richiamati nella conversazione - tengono a sottolineare Apicella e Nuzzi - vi è quello del dottor Giulio Romano, componente della Sezione Disciplinare del Csm e relatore della sentenza emessa nei confronti del dottor De Magistris»."
Toghe Lucane, ma anche Calabresi, ma anche Salernitane, ma anche... Insomma toghe italiane. Qualcuno si meraviglia che il sostituto procuratore a Crotone applicato a Catanzaro per prendersi cura del procedimento penale “Toghe Lucane”, abbia chiesto l'archiviazione per la maggior parte degli indagati. Oggi, non quando fu chiamato ad assumere l'incarico, possiamo finalmente dirlo: sapevamo che sarebbe finita così; e non ci voleva la scienza infusa per arrivarci. Dopo che un paio di ministri (della cosiddetta Giustizia), un paio di Procuratori Generali presso la Suprema Corte di Cassazione, il Presidente della Repubblica, il vice-Presidente del CSM, ed una pletora di magistrati, avvocati, parlamentari, indagati, associati per delinquere ed anche per altro, avevano fatto carte false per trasferire Luigi de Magistris ad altra sede proprio quando stava per definire i rinvii a giudizio di “Toghe Lucane”, beh, era così difficile immaginare che il suo sostituto sarebbe stato scelto con cura affinché risolvesse il problema? A dirlo un anno fa ci avrebbero subissato di querele, oggi è un'evidente ovvietà. Un cittadino si è recato di buonora dal PM. Da Matera a Catanzaro (300Km) ci vogliono oltre quattr'ore, superando i limiti di velocità ogni volta che la strada lo permette. Il cancelliere preposto agli atti ha subito messo le mani avanti: “il fascicolo non è ancora pronto. Torni appena dopo il ricevimento dell'avviso”. Ma un avviso, con tanto di ampi stralci virgolettati era su tanti giornali. E così insistendo e sollecitando il Procuratore Capo (Dr. Lombardo) in qualche modo l'atto di archiviazione salta fuori. Ecco svelato l'arcano. Il PM ha spezzettato l'inchiesta in tanti piccoli e piccolissimi stralci, ciascuno con un pezzo delle 200 mila pagine originarie e delle decine di capi d'imputazione. Ed il pezzo che possiamo guardare, piccolo piccolo, è sufficiente per capire tutto il resto anche senza vederlo. Mancano le prove certe del reato, dice il PM, si chiede l'archiviazione. Per forza, signor PM, le prove che nel caso specifico sono le conversazioni fra un indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e una sospettata di far parte della medesima associazione) si trovano (forse) in qualche altro pezzettino o stralcio che dir si voglia. Ammesso che, in cotanto spezzatino, non siano andate “smarrite”. Forse sarà sfortunato il PM oppure è semplicemente disattento. Dovrebbe aver letto, fra gli atti recenti, che alcune delle parti offese avevano potuto accedere a tutto il fascicolo (quando era ancora un blocco granitico) e quindi saranno in grado di produrre le “prove” mancanti in sede di opposizione alla richiesta archiviazione. Certo è che una associazione per delinquere, quale era quella fra magistrati, politici ed imprenditori ipotizzata in “Toghe Lucane”, può continuare tranquillamente a delinquere proprio perché tanti magistrati di Matera, Potenza, Catanzaro e, perché no, Salerno, continuano ad ignorare persino le denunce formalmente presentate e documentate. Ma anche...
I NOMI DEI 33 «VIP» COINVOLTI USCITI CON UN NON LUOGO A PROCEDERE.
L'avviso di conclusione indagini del pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nell’ambito dell’inchiesta Toghe lucane, riguardava 33 persone.
Oltre al presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, ed al parlamentare Filippo Bubbico, erano indagati:
Arnaldo Mariotti, segretario particolare di Bubbico al ministero quando era sottosegretario;
Massimo Goti come direttore generale del ministero dello Sviluppo economico;
Emilio Nicola Buccico, ex componente del Csm e sindaco di Matera;
Vincenzo Tufano, procuratore generale a Potenza;
Gaetano Bonomi, sostituto procuratore generale a Potenza;
Felicia Genovese, ex pm della Dda di Potenza, adesso a Roma;
Michele Cannizzaro, marito della Genovese, ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza;
Giuseppe Chieco, procuratore di Matera;
Iside Granese, ex presidente del Tribunale di Matera;
Vincenzo Barbieri, ex direttore della direzione generale magistrati al ministero della Giustizia e attuale procuratore di Avezzano;
Claudia De Luca, pm a Potenza;
Daniele Cenci, ex giudice a Potenza;
Biagio Costanzo, cancelliere al Tribunale di Lagonegro;
Luisa Fasano, ex dirigente della squadra Mobile di Potenza, adesso a Matera;
Vincenzo Mauro, ex questore di Potenza, adesso a Messina;
Massimo Cetola, ex generale dei carabinieri, adesso commissario all’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria;
Emanuele Garelli ex comandante della Regione carabinieri Basilicata;
Nicola Improta, ex capo di Stato maggiore della Regione carabinieri Basilicata;
Pietro Giuseppe Polignano, ex comandante provinciale dei carabinieri di Potenza;
Attilio Caruso, ex presidente della Banca popolare del Materano;
Vincenzo e Marco Vitale, titolari del villaggio turistico Marinagri di Policoro;
Pietro Gentili, ex ufficiale dei carabinieri, attuale addetto alla sicurezza del Marinagri;
Giuseppe Labriola, ex presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Matera;
Elisabetta Spitz, dirigente generale dell’Agenzia del demanio di Roma; Nicolino Lopatriello, sindaco di Policoro;
Nicola Montesano, presidente del Consiglio comunale di Policoro;
Felice Viceconte, dirigente del settore urbanistica del Comune di Policoro;
Giuseppe Pepe, dirigente del demanio di Matera;
Michele Vita, segretario generale dell’Autorità di bacino regionale della Basilicata;
Vito Santarsiero, sindaco di Potenza.
Anni di favoritismi, di clientele e di raccomandazioni. Contratti a tempo determinato, collaboratori e «portaborse» infilati senza concorso negli uffici della regione Basilicata. Per tutta questa platea di precari (circa 300) sta per scattare una sorta di sanatoria. È all’esame della prima commissione consiliare il disegno di legge dal titolo che è tutto un programma: «Misure volte a favorire qualità ed efficienza dei sistemi professionali nella Regione Basilicata». In pieno ciclone Brunetta, con la sua onda moralizzatrice che travolge l’amministrazione pubblica, il governo lucano si appresta a varare una legge che ha già scatenato un polverone di polemiche.
Il «ddl», in sostanza, si muove su due piani: riserva il 70% dei posti previsti nell’assunzione di personale non dirigenziale a tempo determinato a soggetti che hanno svolto, presso la Regione, lavoro con contratti di collaborazione per almeno un anno. Già l’aver riservato questa quota (che, peraltro, una recente disposizione del ministro Brunetta farebbe scendere al 40%) ha fatto storcere il naso soprattutto ai tanti disoccupati lucani che ambiscono ad entrare nell’«eden dei colletti bianchi» di via Anzio. Ma il vero punto focale della polemica è l’articolo 4 bis del disegno di legge in cui si prevede la conversione automatica in rapporto di lavoro a tempo indeterminato per il personale impegnato da almeno tre anni alla Regione con contratti di lavoro coordinato e continuativo o a tempo determinato. Rientrano in questo raggio d’azione anche i cosiddetti «portaborse».
L’assunzione automatica avverrebbe solo per chi ha già partecipato a un concorso in data antecedente il 29 settembre 2006. Chi, invece, non ha sostenuto in passato una prova concorsuale (la maggioranza) - si legge ancora nel «ddl» - dovrà sottoporsi a non meglio precisate prove selettive. I detrattori la definiscono la classica «pezza a colori» per tentare di anticipare le polemiche. Che sono inevitabilmente esplose attorno a un interrogativo di fondo: perché si deve privilegiare chi in passato è stato già favorito dalla chiamata diretta di un politico?
Le prove scritte di un centinaio di aspiranti legali lucani furono annullate dalla Commissione di Trento nel dicembre 2007, e la Procura della Repubblica di Potenza ha inviato 110 avvisi di conclusione delle indagini a quelli che anni fa erano gli esaminandi.
Compiti troppo simili per passare inosservati, e annullati perché ''copiati in tutto o in parte da altri lavori'': all'esame di abilitazione alla professione di avvocato, le prove scritte di un centinaio di aspiranti legali lucani furono annullate dalla Commissione di Trento nel dicembre 2007, e la Procura della Repubblica di Potenza ha inviato 110 avvisi di conclusione delle indagini a quelli che anni fa erano gli esaminandi. I particolari della vicenda sono stati pubblicati sul ''Quotidiano della Basilicata''. La prova scritta prevede la redazione di due ''pareri'' (uno di diritto civile e uno di diritto penale) e di un atto a scelta, e si è svolta a Potenza con una commissione composta da avvocati, magistrati e professori universitari del Distretto. Gli elaborati, nel 2007, furono poi inviati per la correzione alla Commissione di Trento, scelta attraverso un sorteggio. La maggioranza di quelle prove scritte furono annullate, e solo pochissimi candidati furono ammessi a sostenere l'orale. Il numero di elaborati ''bocciati'' troppo alto ha dato il via all'inchiesta, affidata al pm di Potenza, Sergio Marotta: poi sono stati inviati gli avvisi di conclusione delle indagini.
E' stata la Commissione esaminatrice di Trento - che nel 2007 ha valutato e poi bocciato le prove scritte di un centinaio di aspiranti avvocati lucani all'esame per l'abilitazione professionale - a informare la Procura della Repubblica di Potenza che quei compiti erano troppo simili tra di loro, quasi identici: non sarebbe stato però un unico testo quello ''copiato'', ma tre diversi, che hanno ''ispirato'' altrettanti gruppi di esaminandi.
L’auto blu al mare: figuraccia del moralista Idv.
Il capogruppo al Senato Belisario, sempre pronto a denunciare sprechi e ingiustizie, era a Roma mentre il suo autista sfrecciava al lido di Policoro col lampeggiante acceso e più persone a bordo. E scatta la denuncia per peculato.
«Le modifiche al codice della Strada devono servire per ridurre gli incidenti ed evitare le stragi che ogni anno avvengono sulle strade italiane. Per questo vanno introdotte norme che amplino la sicurezza e tra queste certamente non ci possono essere quelle che aumentano i limiti di velocità. Con la vita non si scherza, non si può scherzare, e tutti senza eccezione alcuna devono rispettare le regole: questo vale anche per le auto blu». Era giusto il 4 maggio dell’Anno Domini 2010, quando il senatore dell’Idv, Felice Belisario, così sentenziava dalle pagine virtuali del suo sito internet. Parole sante.
Valori veri, non quelli dell’Italia dei medesimi, ma quelli della prudenza e del rispetto della legge. Sempre e comunque uguale per tutti, come ci ricorda, ogni giorno, Antonio Di Pietro. Già. Ma se poi quelle parole ti tornano indietro come un boomerang due mesi dopo? Ma se un’auto blu, mettiamo proprio quella assegnata (chissà a quale titolo poi?) al senatore Belisario, viaggia talmente a velocità sostenuta da venir fermata da un pattuglia dei carabinieri? E se poi dentro quell’auto blu i militari scoprono che non c’è nemmeno il senatore Belisario ma altre persone? Beh, allora, qualche riga sui giornali questa curiosa vicenda, forse la merita.
È ciò che puntualmente ha fatto, denunciando l’accaduto, la Gazzetta del Mezzogiorno che scrive: «L’auto blu assegnata al senatore Felice Belisario, eletto in Basilicata e capogruppo al senato dell’Italia dei valori, era al lido di Policoro, in provincia di Matera, nel pomeriggio di qualche giorno fa. Ma con le due o tre persone a bordo, uomo al volante compreso, il senatore non c’era. La berlina, una Lancia, ha incuriosito una pattuglia dei carabinieri della Compagnia in fase di normale controllo del territorio poiché aveva il lampeggiante blu sul tetto e andava a velocità sostenuta. Da qui l’alt e la successiva verifica. Tutto in regola. A parte l’assenza del senatore Belisario a bordo. I carabinieri hanno inviato una segnalazione dell’accaduto all’autorità giudiziaria. L’ipotesi: peculato».
Pubblicando la notizia sul suo sito web il 14 luglio 2010, la Gazzetta del Mezzogiorno ha acceso l’indignazione di molti lettori. Leggiamo qualcuno dei commenti più teneri: «Questa è l’Itaglia dei valori - persi o trovati? - valutate!» scrive Paolo Miraglia da Matera. «Come mai un senatore qualsiasi ha un’auto blu e autista a disposizione? Che ci facevano l’autista e company sull’auto blu se il senatore non c’era?» si domanda, giustamente Anto68 da Bari. Mentre Antonio, da Potenza si sfoga: «Finalmente lo hanno fermato! Per le strade di Potenza, soprattutto Viale Marconi, l’autista in questione crede di essere su una pista di Formula1. E meno male che è al servizio di un autorevole esponente del partito de la giustizia è uguale per tutti. Chissà se varrà anche per lui?».
Imbarazzante, ammettiamolo. Sì perché Felice Belisario non è soltanto il capogruppo dei senatori dell’Idv è anche, assieme, naturalmente, a Tonino l’Immarcescibile, l’altro Grande Moralizzatore del partito della pulizia, l’uomo che non si lascia sfuggire un’occasione che è una per bacchettare Silvio Berlusconi e il suo governo. Per spiegare al popolo italiano come le cose andrebbero fatte per il loro bene, nel rispetto, appunto, delle regole della trasparenza e dell’onestà. Così dal suo sito ogni giorno è buono per fare un piccolo comizio: «Il governo Berlusconi - scrive, sconsolato, il 6 luglio 2010 - è in piedi solo perché, ad oggi, non c’è un’opposizione sufficientemente determinata e coesa capace di creare un’alternativa all’attuale maggioranza parlamentare.
Altrimenti il Caudillo di Arcore sarebbe a casa da un pezzo». E il 13 luglio: con questi «fior di galantuomini Idv non può e non deve collaborare, non ci sono governi di solidarietà nazionale che tengano. Nessuna riforma è possibile: sarebbe come consegnare i principi fondanti della nostra Patria nella mani del carnefice». Tornando all’imbarazzante episodio, l’autista di Belisario, Antonio Scavone, ha detto ai carabinieri che si stava recando dall’assessore regionale dell’Idv, Rosa Mastrosimone, ma i militari non gli hanno creduto e lo hanno denunciato. Dal canto suo Belisario dice di non saperne nulla e garantisce che mercoledì 7, quando dovrebbe essere avvenuto l’episodio, Scavone era con lui a Roma e non a Policoro.
C’è anche da dire che il capogruppo dipietrista di Palazzo Madama non è granché fortunato con gli autisti. Nel 1994, quando era nel Ppi, il suo collaboratore Numida Leonardo Stolfi, fu arrestato per sfruttamento della prostituzione, nel 2000 è stato condannato a nove anni e mezzo. E ora è di nuovo in cella come esecutore materiale di un omicidio. Mentre Antonio Scavone, descritto come un giovane molto focoso e dai modi piuttosto bruschi, è stato espulso dai carabinieri per motivi disciplinari. Ma, insomma, senatore Belisario ci pensi un attimo prima di predicare bene, altrimenti sono figuracce.