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forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od
ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le
provo con inchieste testuali
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Dr Antonio Giangrande

SARAH SCAZZI: IL DELITTO DI AVETRANA
IL RESOCONTO DI UN AVETRANESE
Di Antonio Giangrande

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INTRODUZIONE E PREMESSA
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Il Lettore scettico, disabituato al racconto dei fatti umani senza pregiudizi sociali od ideologici, ovvero conditi da ignoranza od approssimazione, si chiederà: perché leggere questo libro e non la miriade di lavori aventi lo stesso tema, stilati da più o meno autori improvvisati ed estemporanei?
Per prima cosa perché tale opera è citata più di altre nei canali d'informazione come punto di riferimento ed addirittura indicata da Wikipedia come resoconto ufficiale del "Delitto di Avetrana".
Per seconda cosa perché il lettore, assuefatto alla cultura omertosa e censoria imperante, proverà a leggere i fatti, scritti senza peli sulla penna e basati sulla conoscenza diretta: insito nello stile di Antonio Giangrande, autore della collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo" da poter leggere gratuitamente sui suoi canali web, in quanto nessun editore ha voluto pubblicare i suoi volumi.
Chi legge questo libro, aggiornato periodicamente e da scoprire fino all'ultima pagina, si immergerà nella vicenda umana con riferimento ai fatti della società italiana che fanno da corollario ai fatti di cronaca, divenuti storia.
Si inizia per dire che....ad Avetrana non è venuto alcun giornalista degno di questa qualifica. Il vero giornalista la notizia la cerca nel luogo dell'evento e la dà al pubblico: certamente non la crea. Egli riporta il fatto e poi, se è capace, dà il commento. Ad Avetrana il commento sul luogo e sull'evento (spesso frutto di pregiudizio e/o ignoranza) è diventato un fatto, oggetto di disquisizioni salottiere!!!
BUONA LETTURA.......
Perché, noi poveri mortali, ci felicitiamo delle disgrazie altrui?
La risposta la dà Anna Meldolesi su “Il Corriere della Sera”. Gli americani a volte usano l’espressione «Roman holiday», con un chiaro riferimento ai crudeli giochi gladiatori. I tedeschi hanno un termine ancora più preciso per descrivere la gioia malevola che si può provare davanti alle sofferenze degli altri. Schadenfreude. È il rovescio della medaglia dell’empatia, e probabilmente il più vigliacco dei sentimenti. In italiano non esiste una parola del genere, ma non c’è dubbio che anche noi siamo capaci di avvertire un perverso piacere quando vediamo cadere qualcuno nel fango. Tanto più se era potente e riverito prima di finire in disgrazia, e se a difenderlo non c’è rimasto nessuno. È una miscela tossica di insoddisfazione di sé, risentimento e sadismo, che a volte sporca il più nobile dei sentimenti: il desiderio di giustizia sociale.
La postura e gli atteggiamenti propri di chi codardo subisce e tace e si rivale sui suoi simili. Della serie: gli sfigati alla riscossa. Isterica rivolta morale o linciaggio puro?
Storici e primatologi testimoniano che un maschio alfa può essere deposto da una coalizione di primati di basso rango. Gli psicologi sociali, d’altronde, sanno che i gruppi possono esprimere una violenza che moltiplica i tassi di aggressività individuali. Ma il piacere per le sventure altrui è già annidato nel cervello dei singoli, in ciascuno di noi. Soprattutto in chi ha una bassa autostima, come confermano diversi lavori scientifici, l’ultimo dei quali pubblicato a dicembre su «Emotion». I neuroscienziati che lo studiano hanno adottato la parola tedesca nata dalla fusione di avversità e gioia (Schaden più Freude) e hanno appurato che la Schadenfreude è parente stretta di uno dei sette peccati capitali: l’invidia. I meccanismi cognitivi dello shakespeariano mostro dagli occhi verdi sono stati rivelati sulla rivista «Science» da Hidehiko Takahashi, con l’aiuto della risonanza magnetica funzionale. Il gruppo giapponese ha scoperto che quando si è invidiosi del successo di qualcuno si attiva la corteccia cingolata anteriore, nel circuito neurale del dolore. Quando si gioisce della sfortuna altrui, invece, si attiva lo striato, che fa parte del circuito della ricompensa. Lo stesso che dispensa dopamina e piacere quando ci concediamo vizi e svaghi gratificanti. La sventura altrui rappresenta per l’invidioso ciò che la cioccolata è per il goloso e il sesso per il lussurioso. Il nostro cervello, infatti, tratta le esperienze sociali e quelle fisiche in modo più simile di quanto si pensi. Chi ha sete chiede acqua. Chi ha freddo, un riparo. Chi non è soddisfatto di se stesso anela a sentirsi migliore attraverso la svalutazione degli altri. Ma resta il fatto che non tutti ce ne compiacciamo allo stesso modo. I soggetti studiati da Takahashi mostrano gradi variabili di attivazione dei centri dell’invidia, una volta messi di fronte a un soggetto che possiede qualità superiori alle proprie, così come dei centri della Schadenfreude quando il loro termine di paragone cade in disgrazia. Chi più soffre nella prima fase, più gioisce nella seconda.
Spesso l’invidioso ha la sensazione di non poter raggiungere con le proprie forze ciò che vorrebbe per sé e per riportare l’equilibrio nel confronto sociale deve passare per la distruzione materiale o simbolica dell’altro, come spiega la neuropsicologa olandese Margriet Sitskoorn nel suo I sette peccati capitali del cervello, pubblicato da Orme. Ma non sempre l’invidia è così sciocca o così pericolosa. A volte l’attenzione ossessiva verso le qualità e i difetti degli altri diventa una molla per migliorare. Altre volte quella che sembra invidia è piuttosto un risentimento per le ingiustizie subite. Sono celebri gli esperimenti in cui Frans de Waal ha dimostrato che sia gli scimpanzé che le scimmie cappuccine si ribellano ai trattamenti iniqui. Se gli si offre un pezzo di cocomero come premio per aver svolto un compito, gli animali sono ben contenti. Ma se si accorgono che a un altro esemplare viene data dell’uva, non sono più disposti ad accettare una ricompensa che considerano meno appetibile.
Le ingiustizie sono ovunque anche nella nostra vita: c’è chi nasce ricco e ha la strada spianata, chi lo diventa con la spregiudicatezza, chi detiene il potere o posti di responsabilità pubblica senza averne le capacità, chi non paga le tasse, chi lavora meno di noi e ottiene di più, chi non ha arte ne parte, ma ha le luci della ribalta (come i personaggi del gossip o, come nel nostro caso, i protagonisti delle cronache giudiziarie). Infastidirsi è normale, soprattutto se il fortunato ci assomiglia: magari abita nell’appartamento vicino, ha fatto la nostra stessa scuola, ha scelto la nostra stessa carriera. Insomma ci ricorda quello che avremmo potuto essere e non siamo. Ma giornali e tv hanno allargato la nostra comunità di riferimento, aumentando esponenzialmente anche il numero di confronti sociali con persone di cui spesso non conosciamo né gli sforzi né le pene. Secondo Sitskoorn, comunque, l’invidia non ha a che fare tanto con l’ingiustizia quanto, più in generale, con la disuguaglianza. Scatta soprattutto quando l’altro possiede più di noi perché è migliore di noi, anche se non sempre siamo disposti ad ammetterlo. Attenzione, ammonisce la neuropsicologa, il travestimento dell’invidia con i panni dell’ingiustizia può risultare talmente perfetto che alla lunga finiamo noi stessi per crederci.
Una lettera di scuse. L’ha scritta Barbara Palombelli inviandola idealmente a Sarah Scazzi. Barbara Palombelli durante il Tg5 delle 20 del 17 ottobre 2010 ha letto con voce fuori campo una lettera di scuse indirizzata a Sarah Scazzi per l’eccesso mediatico. Secondo alcune voci di redazione, il direttore del Tg5 Clemente Mimun non avrebbe però gradito.
“Cara piccola Sarah, occhi da cerbiatto”. Così comincia la lettera. Mentre scorrono le immagini di quello che è diventato un accanimento mediatico, la voce della giornalista invita a un pentimento generale, che coinvolga tutti, a partire dagli addetti ai lavori. “Noi che, senza conoscerti, ti abbiamo incontrato nei telegiornali e sui giornali, ti abbiamo mangiata proprio come l’umidità di quel pozzo. Un pezzettino al giorno, piano piano, senza sprecare nemmeno una briciola della tua tragica favola”. “Tu, principessa che sei finita sfigurata e putrefatta dopo quaranta giorni in un pozzo, tanto che il professor Strada, che ti ha sezionato e analizzato, ti ha nascosto persino alla tua mamma”, continuava la giornalista che collabora con le reti Mediaset con i toni dolci di una madre che ha guardato “e giudicato con sospetto i manifesti horror, gli stessi che sono su tutti i muri delle stanze delle nostre figlie”. Palombelli poi conclude: “Ora che stai uscendo di scena per lasciare spazio ai tuoi assassini e alla rivelazione del male, in cui hai vissuto forse senza saperlo oppure sì, ora che tutta l’Italia partecipa all’indagine nazionale su di te che non ci sei più, ora è proprio arrivato il momento di pregare, pregare per te e per noi, per il nostro lavoro, per voi che state vedendo queste immagini. Non ti dimenticheremo. Sarah, perdonaci se puoi…».
I toni usati non sarebbero piaciuti al direttore del Tg5, Clemente Mimun che dopo l’edizione avrebbe avuto una discussione con la Palombelli. E, secondo quanto si apprende da fonti della redazione, Barbara Palombelli avrebbe lasciato il Tg5. Mediaset però smentisce e chiude il caso con queste parole diffuse alle agenzie: ”Barbara Palombelli non può avere lasciato il Tg5 per il semplice motivo che non fa parte della testata di Clemente Mimun”. La giornalista lavora infatti per Videonews, la testata Mediaset che produce tra gli altri Domenica Cinque, Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque e Matrix, programmi dove Barbara Palombelli si esprime come commentatrice.
La lettera di scuse di Barbara Palombelli, un mea culpa a nome della categoria dei giornalisti, letta al Tg5 delle 20 di domenica, non è piaciuta al direttore Clemente Mimun. Che era allo stadio, ma è stato informato in diretta. E si è arrabbiato. Perché non era quello che le aveva chiesto. La Palombelli ha fatto di testa sua. «Non ha capito le indicazioni» spiegano al Tg5. C'è stata, tra i due, una discussione accesa. La Palombelli, che collabora con la testata Videonews e non con il tg, se n'è andata stizzita. Rottura non si sa quanto insanabile. «Se capiterà, la utilizzeremo ancora», spiega Mimun. Ma dovrà capitare.
“Cara Sarah Scazzi tu che sei finita sfigurata e putrefatta, tanto che il medico legale ti ha dovuto nascondere allo sguardo di tua madre Concetta."
Nel carosello mediatico del delitto perfetto, siamo ormai alla follia.
Una lettera quella di Barbara Palombelli piena di descrizioni horror, sanguinose, quasi violente sulla condizione del corpo di Sarah dopo morto. Necrofilia e giornalismo direi. Una macabra lettera, poesia nello spettacolo del delitto di Avetrana, che ha lo scopo di far giungere al pubblico le scuse tardive di un comitato di giornalisti che ha toppato sotto ogni punto di vista. Le prime lucide e logorroiche analisi sulla scomparsa di quella quindicenne con i poster dei gruppi rock dark appesi alle pareti della camera da letto. Una lettera macabra che descrive nei dettagli il corpo maciullato di Sarah, decomposto dall'acqua, mangiato dalla terra. Una lettera in cui la giornalista Barbara Palombelli invoca le scuse per Sarah, dal momento che lei come tanti altri "vampiri", le si sono gettati sopra il corpo innocente. Come nei clichè dei film horror, Barbara Palombelli scrive una lettera a Sarah Scazzi. Un colpo ad effetto scenico, che arriva nella giornata delle lettere, quella dell'amica di Sabrina ad un redattore del TG5 e le lettere di Cosima Spagnolo alla figlia Sabrina. Lettera che giunge dopo le polemiche che hanno investito la giornalista Barbara Palombelli e i suoi coattori nelle trasmissioni televisive, quelle che cercavano di scavare nella vita di Sarah Scazzi, considerandola una bad girl.
Scrive Barbara Palombelli: "Principessa che sei finita sfigurata e putrefatta tanto che il medico legale ti ha nascosto agli occhi di tua madre il corpo mangiato come l'umidità di quel pozzo..."
Durante la fase delle ricerche, c’è stata una morbosità eccessiva: a quale altra persona sono stati pubblicati i diari di scuola, dalle frasi da adolescente ai disegnini? A chi è capitato vedere pubblicate le confessioni private fatte con le amiche? Frasi del tipo. “Ho litigato con mia madre, mi mancano mio fratello e mio padre”? E poi i differenti profili di Facebook, proposti, raccontati, analizzati come terribili prove del reato, diventati subito terreno di congetture maligne. Gli adulti conosciuti in chat, la sua passione per Marilyn Manson, la sua cameretta ripresa in ogni angolo e mostrata nei collegamenti tv…
Non le è stato risparmiato niente.
Invece Sarah non aveva un amante trentenne, non era scappata al Nord in “fuga volontaria”, non si era affiliata segretamente alla setta satanica del luogo. Quella sua vita di ragazza di oggi, che frequenta Facebook e Internet, anche se la mamma non le ha dato il permesso di avere un computer in casa, è una vita normale, come quella di tanti nostri figli e amici. Una vita che avrebbe dovuto rimanere custodita, protetta e non esposta alle mille insinuazioni malevole dei retroscena quasi sempre inventati. Frutto della fantasia (anche banale) di tanti pseudo giornalisti.
Stringe il cuore due volte la storia di Sarah. Perché è un esempio da manuale di privacy violata di una ragazzina, che faceva le cose che fanno tanti adolescenti. Viveva di sogni, si sfogava con gli amici in Internet e quei suoi pensieri sono diventati pubblici e anzi sono stati usati. I cronisti hanno intervistato persino una sua simpatica amicizia scolastica, un ragazzino ripreso solo dai jeans sdruciti. “Sì mi veniva dietro”. Pensiamo con terrore se una volta toccasse a noi avere contatti con i cronisti, magari ai nostri figli che scrivono su Facebook e lasciano le loro foto e le loro sciocchezze dappertutto e non sanno che un giorno potrebbe esserci l’orco dell’interesse pubblico che mangia in due bocconi la loro vita, chiudendo lo spinoso caso di cronaca nera, con quattro supposizioni da strapazzo.
Ma che razza di giornalismo si pratica oggi in Italia? Non ci sarebbe da vergognarsi e da chiedere scusa? L’ha fatto Studio Aperto, diretto da Giovanni Toti. Rendiamogli merito. Sarebbe bello che questo diventasse un coro: “Scusa Sarah. Il mondo che hai lasciato, troppo presto, era molto brutto !!!"
Eppure, non è finita qui, perché dopo il ritrovamento del cadavere è andata pure peggio. Il caso s’è risolto praticamente in diretta, a “Chi l’ha visto”. A quella drammatica notte sono seguite ore e ore di dirette, per giorni, per mesi, per anni....
Il dr Antonio Giangrande, scrittore, autore del libro sul delitto di Sarah Scazzi, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, senza intenti diffamatori si chiede e chiede agli avvocati in causa ed a tutta la stampa: come è possibile che a presiedere la Corte d'Assise di Taranto per il processo di Sarah Scazzi, in violazione al principio della terzietà ed imparzialità del giudice, sia il giudice Cesarina Trunfio, ex sostituto procuratore di Taranto, già sottoposta del Procuratore Capo di Taranto Franco Sebastio e collega dell’aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Mariano Buccoliero. Ex colleghi facenti parte del collegio che sostiene l'accusa nel medesimo processo sul delitto di Sarah Scazzi dalla Trunfio presieduto? Qualsiasi decisione finale sarà presa, sarà sempre adombrata dal dubbio che essa sia stata influenzata dalla colleganza funzionale e territoriale.
Gli avvocati e la Stampa non potranno mai dare una risposta. Ma la risposta arriva dallo scrittore Massimo Prati, attraverso il suo blog. Un solo avvertimento, non fidatevi di quei giornalisti che dicono da sempre di saper tutto ma che, se non riportano parole di altri, dimostrano di essere ben poco preparati sul caso Scazzi. Un esempio? Nel Corriere del Mezzogiorno un giornalista nazionale, venerato a Taranto, scrive che la procura, a sorpresa, ha depositato in tribunale una collanina con attaccato uno scoiattolino. "Chissà di chi è?" - si chiede il giornalista - "la famiglia Scazzi non l'ha mai vista addosso alla figlia... sarà mica che appartiene a chi l'ha gettata nel pozzo?". Quindi l'intenzione qual'è? Far sospettare di una ragazza mora, magari figlia dell'occultatore ufficiale, e far pensare al lettore distratto che "l'ha persa" mentre era intenta ad aiutare il padre (come sostiene la procura)? Ma no, quella frase è stata scritta tanto per dire e senza secondi fini, come d'altronde quella in cui si chiede: "Chissà da quanto era in quell'anfratto, forse c'era già da prima che vi fosse gettata Sarah?". Beh, il buon giornalista si tranquillizzi e mi permetta, dato che è una questione di libera e seria informazione, di rispondergli che non serve indagare, che la collanina con lo scoiattolino è caduta nel pozzo lo stesso giorno in cui si è occultato il corpo di Sarah. Forse la famiglia della piccola vittima non conosceva lo scoiattolino, anche se fatico a crederlo dato che lo conosco io, ma il ciondolo è immortalato attorno al collo di Sarah in diverse fotografie. Forse, dico forse, il giornalista si è distratto e non ha capito che la procura sa bene di chi è quella collanina, che l'ha inserita agli atti per creare un nuovo gioco di magia. Serve per far credere ai giudici sia stata strappata durante l'aggressione. Quindi non uno strangolamento improvviso, come sostiene il Misseri reo-confesso, ma una vera e propria esecuzione premeditata partita in auto al momento in cui, oniricamente, la ragazzina è salita sotto l'impulso dell'indice di sua zia. Mi sbaglio? Lo vedremo presto. Per intanto devo dire che non è l'unico appunto che devo fare al giornalista. C'è un filmato sul Corriere del Mezzogiorno, sempre a sua firma, in cui si vede un bell'albero di fico e si sente una voce dire essere quello in cui è stato portato il corpo della ragazza per essere violentato. Mi scuserà se sono inopportuno, ma volevo informarlo che la versione accettata dalla procura non prevede più alcun vilipendio di cadavere. Il dottor Galoppa, nell'incidente probatorio e penando non poco (secondo quanto denunciato da Michele Misseri), è riuscito a far dire al suo assistito che quell'evento era tutta un'invenzione della sua mente malata. Inoltre, altra cosa che non pare vera presente nel filmato, l'albero segnalato dal Misseri nella confessione è, parole sue, a cinquanta/cento metri dalla casa, e quello che in video ci viene mostrato è attaccato ai muri della masseria. In ogni caso il filmato è un buon filmato, specialmente nella sua parte finale quando viene inquadrato l'ex pozzo in cui la piccola fu gettata. Ed è buono perché ci mostra, tramite vecchie bottiglie di plastica e terra smossa, come la gente, che parla-parla-parla e sovente sparla, pensi davvero a Sarah. Non un fiore, non un biglietto con su scritto una frase a ricordo è presente nel punto in cui la piccola è stata ritrovata. Certo, Sarah riposa al cimitero di Avetrana, come Melania Rea riposa a Somma Vesuviana e Yara Gambirasio a Brembate. La differenza sta nel fatto che al chiosco della Pineta un fiore ed un pensiero ci sono sempre, che a Chignolo d'Isola, pur se confinati a lato del campo per volere del sindaco, un fiore ed un pupazzo ci sono sempre, mentre in contrada Mosca ci sono bottigliette di plastica. So che il luogo è isolato, ma mi aspettavo che chi chiede con veemenza giustizia per Sarah, parlo di chi abita in zona e tanto reclame fa in televisione dell'amore che portava a quel piccolo scricciolo quando era in vita, un minimo di sforzo lo avesse fatto. Visto che si spendono soldi in bombe carta da gettare in casa Misseri, mi aspettavo se ne spendessero anche per qualche litro di benzina ed un fiore da lasciare nel luogo in cui per quarantadue giorni la piccola è rimasta sepolta. Ma tant'è che i soldi mancano, sarà la congiuntura economica e l'aumento della "verde" a frenare le spese, e chi si è riunito di fronte alla caserma dei carabinieri per apostrofare ad assassina la signora Cosima Serrano, ha finito gli spiccioli e non ha tempo per fare una piccola colletta. E neppure il sindaco ha qualche centinaia di euro da investire in una lapide a ricordo, lapide che in pochi vedrebbero (visto che nessuno ci va in contrada Mosca) e non servirebbe a dar lustro mediatico alla cittadinanza. Quindi si può dire che manca la volontà di ricordare Sarah quando non se ne ha un ritorno di immagine, o economico, ma non manca l'intenzione di incamerare qualche spicciolo entrando a processo come parte lesa. Caro il mio sindaco, avrebbe dovuto incamerare soldi querelando chi ha venduto libri o montato trasmissioni tv parlando di Avetrana come di un paese di orchi e mostri, non credo che i suoi concittadini si siano rivisti in quelle parole e non credo che abbiano giovato a far ricordare al resto degli italiani la sua cittadina in maniera sana e amena. Pazienza, lasciamo il giornalista ed il sindaco e concentriamoci sul processo che presto sparerà i primi mortaretti. Tutti son contenti di essere in tribunale. I legali delle imputate, degli imputati e delle parti civili (molti di coloro sono di seconda o terza scelta per abbandono dei precedenti difensori), che non vedono l'ora di far domande ai testimoni; i procuratori, che tanto han fatto per arrivare al giudizio in Assise; le parti civili, a partire dal sindaco per arrivare alla badante rumena che ha chiesto un minimo di indennizzo per quanto subito. Quattro milioni di euro per essere stata additata da Sabrina Misseri quale possibile complice dell'ipotetico rapitore. Certo, la sua memoria va e viene, infatti non ricorda neppure di essere stata lei la prima a sospettare, la prima a dire che non si fidava della cugina di Sarah, additando in tal modo chi poi l'avrebbe additata. Per cui se fosse una partita di calcio il risultato sarebbe uno ad uno e la palla tornerebbe al centro. Ma qui non si tratta di pallone, qui si tratta di business, quindi quattro milioni di euro alla badante che poi si porterà in Romania la palla d'oro con cui s'è giocato. Un vero affare se il giudice la accontenterà. Ed a proposito del giudice c'è da constatare che la separazione delle carriere avrebbe fatto del bene a questo processo. Per carità, fino a prova contraria il presidente della Corte, la dottoressa Maria Ausilia Cesarina Trunfio, è un buon giudice che non sarà influenzabile dal contesto in cui "vive ed opera". Il problema è che ad ogni istanza difensiva non accolta, ad ogni ulteriore chiusura alla Difesa, ci potrebbero essere polemiche. Questo perché "vive ed opera" a Taranto da più di vent'anni e negli anni novanta era lei stessa un sostituto procuratore di quella città, al pari del dottor Buccoliero per fare un paragone attuale, ed ha lavorato gomito a gomito, tutti i giorni, anche con chi tutt'ora in procura vi lavora. E, per fare un esempio, nell'anno appena passato coi i procuratori ha avuto frequentazioni. Lei ed il dottor Argentino il 28 aprile 2011, dalle 15.30 alle 17.30, hanno parlato agli studenti della sezione di Taranto della facoltà di giurisprudenza (con sede centrale a Bari), sul tema: "L'esame incrociato: insidie e strategie". E l'esame di cui si parla riguarda i testimoni e gli indagati, quindi sia l'uno che l'altra hanno una identica veduta su come lo si deve fare, combacerà con quanto crede la Difesa? Ma non pensate "male", tutto andrà per il meglio. Al limite, se qualcosa non andrà come deve andare (sia per la Difesa che per l'Accusa), se ne riparlerà in Corte d'Appello, il secondo kolossal della serie (e sarà un successo pazzesco). In ogni caso non vi preoccupate di nulla e continuate i preparativi. La poltrona che non fa sudare l'avete? I pop corn, le noccioline, le patatine e le bibite? Presto che è tardi, mancate solo voi, lo sceneggiatore ha già consegnato i copioni e gli attori saranno nuovamente in postazione il prossimo martedì mattina...A proposito del citato “Il Corriere della Mezzogiorno”. si riporta "Vita e morte dell’informazione". Intervista a Nazareno Dinoi su “Cronaca Nera”.
Dinoi, lei vive a Manduria e come giornalista ha curato gli articoli di cronaca nera sulla drammatica storia di Sarah Scazzi ad Avetrana. È il direttore de “La Voce di Manduria” e collabora per il “Corriere del Mezzogiorno”. Qual è stato il suo primo pezzo pubblicato sul caso?
Il mio primo articolo su Sarah Scazzi l’ho pubblicato il 29 agosto, tre giorni dopo la sua scomparsa. La notizia l’avevo avuta il giorno prima, ma parlando con i carabinieri decisi, sbagliando, di aspettare ancora.
Vivendo a Manduria, vicino ad Avetrana, ha potuto respirare anche le sensazioni della popolazione: qual è stata la sua prima impressione, e quale, invece, l’idea che si è fatto in seguito?
L’impressione che ho avuto subito è stata quella che poi si è purtroppo avverata. Nessuno in quel paese, me compreso, ha mai creduto ad una fuga volontaria nonostante le voci iniziali del possibile coinvolgimento di facebook, delle chat e della volontà di fuggire della ragazza. Tutti eravamo convinti del peggio. Un aspetto alquanto strano, questo, che meritava di essere approfondito sin da subito. Solo dopo si è capito che tutti quanti siamo stati manipolati dalla famiglia Misseri che è stata la prima, dai primissimi istanti della presunta scomparsa di Sarah, ad infondere pessimismo sulla sua sorte.
Che cosa significa, per i cittadini di Avetrana, da un punto di vista socio-antropologico, un delitto in una cittadina così piccola e così lontana finora dai fatti di cronaca?
L’abnorme interesse dei media su una comunità così piccola, così distante dai grandi eventi mediatici, difficile da raggiungere persino geograficamente, ha prodotto un’iniziale eccitazione con forte desiderio di partecipare al circo dell’informazione “all inclusive”. Nessuno di noi cronisti, per molti giorni, ha mai avuto difficoltà a raccogliere impressioni, racconti, aneddoti, persino spunti investigativi dagli avetranesi. Dopo, però, la macchina si è guastata e la gente ha cominciato a vederci come degli intrusi; e aveva ragione perché in troppi abbiamo approfittato, anche con l’inganno, della loro disponibilità.
Perché il turismo macabro dell’orrore, e quello squallido voyeurismo, ad Avetrana?
Voglio subito sfatare quello che è stato marchiato come una prerogativa tutta avetranese e del Sud più in generale. Il turismo dell’orrore è sempre esistito laddove si sono consumate le peggiori tragedie a danno di giovani vittime. Casalecchio di Reno, Cogne, Erba e Parma, e prima ancora Vermicino. Anche in quei casi non sono mancati gli altarini con fiori, dediche e orsacchiotti bianchi e gite di gruppo o familiari in visita nei luoghi dell’orrore.
Quale “vuoto” di umanità, relazioni, cultura c’è alla base di questo fenomeno, secondo lei?
Assodato che il voyeurismo noir non predilige latitudini, mi diventa più difficile dare una lettura antropologica del fenomeno. Forse tutto si spiega con il bisogno dell’essere umano di sentirsi partecipe del dolore altrui: più insopportabile è la perdita per gli altri, più ci interessa conoscerla da vicino, studiare i particolari, provare a rendere tangibile quella sensazione di sofferenza che si prova da semplice spettatore. O molto semplicemente per dire: “io sono stato lì”. In quest’ultimo caso giocano un ruolo fondamentale la televisione, le immagini, l’informazione in generale.
In uno dei suoi articoli, si legge che “tutti ci siamo fatti travolgere dall’eccitante ebbrezza del giallo di Avetrana dimenticando la piccola Sarah”. Qual è il modo migliore per ricordare Sarah, allora: costruire e intitolarle un canile come ha pensato il fratello Claudio, cercare verità e giustizia, fare un passo indietro dal punto di vista mediatico e giornalistico…
Bella domanda che merita più risposte. Ribadisco: ci siamo fatti travolgere dall’eccitazione del giallo dimenticando la vittima. Noi operatori dell’informazione, forse per la prima volta nella storia dei grandi omicidi, abbiamo avuto a disposizione una grande quantità di materiale da raccontare. Dai primissimi giorni abbiamo avuto accesso alle cose più personali, intime di Sarah. Abbiamo potuto raccogliere i ricordi della madre, del padre, gli zii, le cugine, le amiche, i professori. Siamo stati abbondantemente serviti, al limite della liceità, da una mole di dati investigativi spesso imbarazzanti. La prima volta che sono andato a casa Scazzi ho trovato le porte incredibilmente aperte e un’insperata disponibilità della famiglia. Io con altri colleghi siamo entrati nella stanza di Sarah quando c’erano ancora i suoi odori, tutte le sue cose sparse sulla scrivania, persino i jeans che il 26 agosto aveva tolto per indossare il costume da bagno. Conservo ancora le foto e un breve filmato video con il cellulare di quei pantaloni-feticcio rivoltati e gettati disordinatamente e in fretta sul suo lettino. Noi giornalisti, prima ancora degli investigatori, abbiamo avuto tra le mani i diari di Sarah, i suoi quaderni di scuola, le lettere piegate nei libri. I dirigenti della sua scuola hanno permesso la pubblicazione dei suoi diari, delle schede di ammissione, hanno fatto fotografare le scritte che Sarah lasciava sui banchi e sui davanzali dell’aula. Abbiamo tutti coscientemente violato il suo mondo ma pur avendo la possibilità di raccontarlo abbiamo preferito parlare del giallo, del pericolo di facebook, delle insidie di internet, del traffico d’organi, dei sospetti sui familiari, delle cose peggiori della loro vita privata. Nessuno di noi si è preoccupato, se non in minima parte e solo dopo la scoperta della sua morte, del dramma di quella ragazzina vissuta da sola nell’indifferenza di tutti. Sarah, abbiamo scoperto dopo, era un piccolo fantasma passato inosservato persino agli abitanti di una comunità dove si conoscono tutti. Qualcuno dei nostri intervistati, allora, aveva inventato ricordi di lei pur di apparire o di rendersi utile. Tutti abbiamo trascurato il vero dramma di questa storia che è l’abbandono: la mamma di Sarah, Concetta, abbandonata dalla sua famiglia che l’aveva ceduta agli zii diventati secondi genitori, la stessa Sarah abbandonata dal padre che aveva deciso di vivere lontano da lei e abbandonata anche dalla madre divenuta schiava di un credo in Geova che segna l’isolamento suo e della sua bambina dal resto del mondo. Sarah non ha mai potuto festeggiare un compleanno, un capodanno, un Natale, una festa di cresima, un ferragosto, una notte di San Lorenzo. Per questo persino il carattere non dolce della cugina Sabrina diventava un piacere per la povera ragazzina che adorava vivere con la famiglia che l’ha uccisa. L’idea del fratello Claudio di intitolare un canile a Sarah sarebbe stata buona se fosse stata gestita da altre persone.
In un suo articolo, lei ha insistito molto sulla figura di Ivano Russo. Di lui si racconta che, nonostante la confidenza con Sarah, il giorno della scomparsa della quindicenne, Ivano non la cercò mai al cellulare quando gli fu detto che Sarah era scomparsa. Qual è il suo parere su questo aspetto?
Prima che lo zio di Sarah, Michele Misseri, confessasse il delitto, noi giornalisti e credo anche gli inquirenti, eravamo convinti che Ivano sapesse la verità. Credo anche che in quel periodo il suo mandato di cattura fosse già pronto. Per il resto credo che la sua posizione sia tuttora oggetto di forte interesse da parte della procura.
A proposito di Concetta, la mamma di Sarah, lei l’ha descritta come una “madre distratta, prigioniera della sua fede a Geova”. Io credo però che le espressioni del viso, la “poca loquacità” di un essere umano, il suo essere anche un po’ defilato e riservato, non siano condannabili. Forse la affettività e la anaffettività, non possono essere decodificate, non possono equivalere a un modo di comportarsi standardizzato, o assoluto. Credo che pensare in questo modo, cioè attribuire una natura distratta a una madre da una posizione esterna, per giunta attraverso la telecamera, sia il prodotto di una “sovrastruttura sociale” di cui noi stessi siamo vittime. Lei che ne pensa?
Personalmente non ho mai condannato Concetta per l’assenza di lacrime. Anzi, come dicevo prima, dopo Sarah è lei la seconda vittima di questa triste storia: da un’infanzia fatta di abbandoni ha trovato un matrimonio sbagliato che l’ha lasciata sola con la figlia e ora con la figlia ha perso anche ogni seppure minimo legame che aveva con le sue sorelle e il fratello naturale che, di fatto, si sono tutti schierati con la famiglia Misseri. Dopo tutto questo, non le si può fare una colpa se non è capace di piangere. Io ho vissuto con lei tutti i momenti delle ricerche ed ero con lei la terribile notte in cui fu trovato il corpo della figlia gettato nel pozzo. E’ stata l’unica volta che ho visto le lacrime sul suo volto, erano lacrime senza pianto, senza singhiozzi, eppure l’immagine di lei che seguiva le notizie dei telegiornali della notte e quelle che le davamo noi era quella del dolore puro, indimenticabile.
In quale modo “La Voce di Manduria” ha trattato l’argomento del giallo di Avetrana e come hanno reagito i lettori de “La Voce di Manduria”, anche sul vostro sito?
Il sito “La Voce di Manduria” ha trattato costantemente l’argomento con almeno due notizie al giorno. I lettori si sono comportati nella maniera scontata: inizialmente hanno gradito poi, dai commenti che lasciavano, hanno cominciato ad esprimere giudizi negativi dicendoci di chiudere il sipario. Nonostante tutto, ancora oggi, le notizie su Sarah sono le più lette con una preferenza costante di almeno tre volte in più rispetto alle altre.
Qual è dal punto di vista mediatico e giornalistico l’aspetto più squallido della vicenda, secondo lei? L’errore da non commettere mai più?
L’aspetto più squallido è stato il mercato di immagini, di interviste e di documenti dell’inchiesta ad opera di personaggi tuttora, diciamo, “oscuri” e lo sfruttamento televisivo che si è fatto e si continua a fare: troppi esperti da talk show che si inventavano i fatti hanno fatto perdere credibilità alla notizia. A mio avviso sono questi gli errori da non commettere più insieme a quello di non violare l’intimità di una ragazza morta perché era sola.
Già. Da quale pulpito viene la predica!
Ma Nazareno Dinoi non è quello che ha pubblicato su “Il Corriere del Mezzogiorno” e “Il Corriere della Sera” - "Il ritrovamento di Sarah in 71 foto: la sequenza dell’orrore". Foto raccapriccianti che hanno suscitato tanto disdegno anche tra i suoi colleghi? Da ricordare anche che Nazareno Dinoi ha pubblicato su "Puglia Press", un periodico gratuito, l'articolo della mia condanna, Dr Antonio Giangrande, l'autore del presente libro e, cosa più importante, presidente nazionale della Associazione Contro Tutte le mafie, riconosciuta dal Ministero dell'Interno. La notizia passata da soggetti operanti in ambienti giudiziari e forensi manduriani e tarantini, (forse dei giuda) che avevano tutto l'interesse a denigrare la persona e l'operato di chi si batte contro ogni illegalità ed ingiustizia, riportava l'epilogo in primo grado di un procedimento per abusivo esercizio della professione forense e l'indebito percepimento dell'onorario per l'opera prestata. Da sempre Antonio Giangrande si batte contro l'abilitazione forense truccata ed ogni concorso pubblico manipolato e contro gli insabbiamenti delle denunce scomode. Il Dinoi è stato tanto scrupoloso nel dare la notizia della condanna, foriera di ingenti danni, ma non ha dato la notizia del successivo proscioglimento in appello: la procura di Taranto ben sapeva del patrocinio legale risultante dagli elenchi depositati presso l'albo degli avvocati, ciò nonostante ha proceduto, così come ha proceduto per i reati di diffamazione a mezzo stampa, di cui mai, però, è conseguita condanna, in quanto gli articoli incriminati erano stati stilati da altri autori e pubblicati su siti web di altri proprietari. Il tutto facilmente verificabile. Il Dinoi non ha mai pubblicato questa notizia; come non ha mai pubblicato la notizia che il giudice che ha emesso a Manduria la sentenza poi appellata è stata denunciata per anomalie su questa e su altre sentenze; come non ha mai pubblicato le denunce di malamministrazione e di malagiustizia, le pretestuose archiviazioni delle quali sono state oggetto di attenzione addirittura dai giornali del Sud Africa. In loco si pensa bene di tacitare ogni voce libera contro chi denuncia gli abusi e le omissioni dei magistrati e chi tacita, spesso, appartiene proprio alla categoria dei giornalisti.
Bene. Nonostante tutto,
Ciò non basta. Ci si può fidare di quello che dice la tv? La risposta negativa, sembra ovvia in questi ultimi tempi. Sempre più ci troviamo di fronte a servizi giornalistici falsi, e non pertinenti alla realtà. Immagini di catastrofi già accadute anni prima, che vengono riproposte per casi recenti. Questi giochetti non vengono poi fatte da reti minori, ma bensì da Tg di riferimento per milioni di italiani. Gli ultimi episodi scandalosi, riguardano il famoso affondamento della nave Costa Crociera. In primis i Tg misero in onda immagini che erano già di dominio pubblico su you tube da un paio di anni. Per marciare ancor sopra questa assurda storia, gli autori di varie trasmissioni pseudo-informative, hanno cominciato a costruire delle vere e proprie soap sui passeggeri della nave e la loro triste e sfortunata avventura. L’intento era quello di conquistare il pubblico emozionandolo. L’ultima storia in ordine di tempo è quella della ragazza che a causa dell’affondamento della nave, pare abbia perso il suo bambino che portava ancora in grembo. Dapprima, questa fantomatica mamma è intervenuta telefonicamente in trasmissioni quale Pomeriggio cinque. Il suo avvocato ospite di Lorella Cuccarini, si è dimostrato disgustato dei circa 11mila euro proposti come risarcimento, in quanto la vita umana non ha prezzo. Tutto andava per il meglio, finchè gli spettatori non hanno segnalato a Striscia la Notizia, la non pertinenza della foto mostrata dagli autori Rai al pubblico italiano. Quei due signori nella foto non erano gli sventurati passeggeri della Costa Crociera. Dietro front di avvocato e Lorella Cuccarini allora, la vera mamma verrà mostrata a Domenica Cinque. Macchè!! Anche qui vedendosi immischiati in “brutte acque”, lasciano perdere e non mandano in onda il Finto scoop. Sfortuna vuole che qualche talpa passi il filmato già registrato da Domenica cinque (avvenuto prima della messa in onda di Striscia che rivelava il finto scoop) alla trasmissione di Antonio Ricci. Poco cambia quindi se la Panicucci non abbia mostrato quell’intervista falsa, già bella e preparata per la domenica. La Tv invece di fare passi indietro e non mostrare i servizi falsi una volta beccati, dovrebbe cominciare a lavorare sulla fonte ed a mostrare al pubblico italiano soltanto la realtà…La storia era stata pubblicata da tutte le agenzie di stampa. Ma chi si è presentato a reclamare in tv il proprio dramma, a quanto pare, sul Concordia non c’è mai salito. Francesco Specchia su Libero ci racconta di un servizio di Striscia la Notizia in cui si mette in dubbio la veridicità della storia. E si ricorda che a mandare in onda due figuranti è stata proprio la Rai:
Accade che, il 5 febbraio scorso (2012), la Cuccarini intervisti via telefono, appunto, Cristina della suddetta coppia - i sedicenti Cristina & Gabrieli sposini in crociera sfuggiti al destino mortale della nave Costa -. Gli ascolti s’impennano, Lorella si commuove. Ma Striscia la Notizia s’accorge che la foto degli sposi usata dalla Rai di sfondo all’intervista è falsa. Palesemente falsa. Al punto che i due ragazzuoli, sotto diversa identità, sembrano essere, invece gli stessi - un po’ più invecchiati - concitati ospiti del legal show "Verdetto Finale" con Tiberio Timperi, guarda caso su Raiuno. Figuranti ad uso di viale Mazzini, parrebbe di prim’acchito. L’avvocato dei due meschini, Giacinto Canzona - un nome, un programma - che all’inizio in diretta s’era indignato contro la mala società che permette gli aborti sulle navi Costa senza risarcirli mai abbastanza, riconosce spudoratamente che Cristina e Gabriele, sì, è vero, non sono proprio quei Cristina e Gabriele; e che la fotografia mandata in onda non è altro che il frutto “di un mero errore materiale”.
Su questa falsa riga scoppia il caso della giornalista ‘postina’ che recapitava le lettere di Salvatore Parolisi all’amante. La notizia shock data il 15 febbraio 2012 dalla trasmissione ‘Chi l’ha visto?’. La vicenda è finita nelle carte dell’inchiesta della procura di Teramo sull’omicidio di Melania Rea. «Un fatto imbarazzante per la nostra categoria», l’ha definita Federica Sciarelli quando ne ha dato notizia. Increduli i parenti della giovane mamma di Somma Vesuviana, presenti in collegamento video. Con tanto di carte della procura in mano la trasmissione ha svelato che «una giornalista Mediaset» avrebbe fatto da ‘postina’ tra Salvatore Parolisi (in carcere con l’accusa di aver ucciso sua moglie) e l’amante, la soldatessa Ludovica. Le missive sarebbero state intercettate dalla direzione del carcere di Ascoli e, ha assicurato la Sciarelli, sarebbero regolarmente arrivate a destinazione. Ma l’aspetto ancor più inquietante è che la ‘postina’ avrebbe recapitato la missiva quando a Salvatore era stato fatto esplicito divieto di avere contatti con l’esterno e soprattutto con la sua amante. «Cara (nome giornalista, non reso pubblico), la busta bianca chiusa non è per voi», scrive Parolisi nella lettera mostrata da Rai3, «ma tu sai a chi mandarla, mi raccomando che arrivi a destinazione, assicurati che sia li». E nella lettera alla soldatessa Parolisi scrive: «ti ho mandato questa lettere tramite (nome della giornalista) perché sul mio verbale di accusa non posso avere nessunissimo contatto con te. Se riceverai questa lettera mi raccomando non lo dire a nessuno e non fidarti di nessuno». Poi Parolisi consiglia a lei di fare lo stesso: «metti in una busta sigillata la lettera che sarà per me». La giornalista e un suo collaboratore sono stati anche intercettati e la Procura ha scoperto che i due, che lavorano per «una trasmissione Mediaset» avrebbero redatto una finta lettera, spacciandola per una missiva di Parolisi alla loro redazione «e poi letta in trasmissione la sera del suo arresto». Incredulo lo zio di Melania, il signor Gennaro, che ha notato che la lettera spedita da Salvatore a Ludovica era datata 23 marzo, ovvero 4 giorni dopo l’arresto. «Salvatore si preoccupava addirittura di scrivere alla sua amante…» ha detto sconcertato. «Adesso mi viene il dubbio che Salvatore non abbia mai amato Melania…», ha commentato invece il fratello della vittima, Michele, «è sotto gli occhi di tutti… che intrallazzi che ha fatto e che faceva. Non si può accettare che dica ‘amo ancora mia moglie’ quando invece si preoccupava di scrivere ancora alla sua amante. Non è giusto e non accetto che lui continui a dire che ama Melania». Ma nella lettera spedita a Ludovica c’è anche una frase che lascia sconcertati. Salvatore scrive alla sua donna: «ho tante ammiratrici che mi scrivono ah ah ah». Sempre ‘Chi l’ha visto?’ nella puntata ha rivelato che nel corso delle indagini è emerso che il caporal maggiore frequentasse siti di trans (video e foto con contenuti pornografici) sia dal pc di casa che da un personale che portava in caserma. «Si tratta di siti che a Melania non avrebbero fatto piacere», ha commentato il fratello, «era una persona di sani principi e se lo avesse scoperto avrebbe sbattuto il marito fuori casa». E’ possibile che la donna si fosse accorta di quello che stava accadendo e si fosse arrabbiata? Potrebbe essere stato proprio questo il movente del delitto? Dal pc fisso sono stati estratti 145 indirizzi di posta elettronica di cui 5 visibili ed attivi e altri 140 cancellati e recuperati attraverso tecniche di ‘data carving’. «Dalla cronologia di navigazione Explorer normale non emergono siti di particolare interesse», si legge nella relazione dei carabinieri, «mentre dalla navigazione ‘in private browsing’ emergono siti di trans» con immagini molto forti. Anche le foto sono state allegate alle carte dell’inchiesta. «Non abbiamo alcuna intenzione di vederle», ha detto il fratello, «anche se possiamo immaginare il genere..». Sciarelli ha ricordato che nei mesi prima gli avvocati Biscotti e Gentile (difensori anche della Famiglia Scazzi) che difendono Parolisi avevano diffidato i giornalisti a parlare di questa vicenda. «Le carte sono qui», ha detto la giornalista. «Queste sono cose che dice la procura». Infine l’amarezza del fratello di Melania: «Salvatore aveva tante cose da fare: chattare con le trans, telefonare all’amante, tutte cose che riguardavano la sua seconda vita che noi non conoscevamo. Nei momenti successivi alla scomparsa di mia sorella invece di cercare sua moglie tornò in caserma… Andare a cancellare tutto questo gli avrebbe fatto molto comodo». Già. Proprio quella Sciarelli fa la predica a Mediaset e poi sputtana Parolisi ed i suoi avvocati censori. Quella giornalista che ha dato in diretta alla madre la notizia del ritrovamento del corpo di Sarah. La notizia della morte di Sarah viene data in diretta tv alla madre Concetta che era collegata in diretta dalla casa dello zio - l'assassino di Sarah - da Avetrana. Era il 6 ottobre 2010. Era la quarta puntata del programma Chi l'ha Visto? dedicata al caso della scomparsa della 15enne di Avetrana. E poi la svolta. Sarah strangolata e violentata dallo zio. In studio arrivano le prime notizie: i carabinieri sono alla ricerca di un corpo. La conduttrice si trova davanti ad una situazione «terribile»: così Federica Sciarelli definisce la puntata del suo programma “Chi l'ha visto” che ha seguito in diretta i tragici sviluppi della vicenda di Sarah Scazzi, mentre la madre della ragazza era in collegamento. «Le notizie si susseguivano in modo concitato: in un primo momento - racconta la conduttrice - abbiamo cercato di non dire nulla, anche perchè ci auguravamo che si trattasse della solita battuta di ricerca da parte degli investigatori. Poi a un certo punto la situazione è andata fuori controllo perchè alla madre arrivavano le telefonate di altri giornalisti. Allora la mia unica preoccupazione è stata accompagnare in qualche modo la madre di Sarah a casa. Eravamo infatti in collegamento con l'abitazione dello zio: se fossimo stati a casa di Sarah ce ne saremmo andati via noi. Ho cercato anche di allentare la tensione mandando in onda un lungo pezzo di ricostruzione della vicenda, è stato veramente difficile». A chi sottolinea il ruolo invasivo della diretta tv di fronte alla tragedia, la Sciarelli replica: «Se ho sbagliato mi dispiace. La direzione di Raitre ha deciso di mandarci in onda fino a Linea notte, facendo saltare “Parla con me”, ma del resto sarebbe stato assurdo e irrispettoso mandare in onda un programma di satira registrato, che sarebbe stato inevitabilmente fuori tono. Siamo il programma degli scomparsi: dal primo momento abbiamo sostenuto che quello di Sarah non era stato un allontanamento volontario, avremmo preferito che fosse stata trovata viva». Già nel 2008 Chi l'ha visto? seguì in diretta la notizia del ritrovamento dei corpi dei fratellini di Gravina: «Allora però - spiega la conduttrice - avemmo la notizia subito prima della messa in onda. E il padre venne a saperlo mentre era in carcere. Quella di ieri è una situazione che non ci era mai capitato e forse mai ci capiterà più nella vita».
Già, davvero dispiaciuta!
E che dire di Cogne e del Caso Franzoni. La morte tragica del piccolo Samuele ed una responsabile mediatica e giudiziaria. Anna Maria Franzoni condannata a 16 anni: pochi per un omicidio; tanti per una inferma di mente; troppi per una innocente.
Per gli articolisti telematici in principio fu la villetta di Cogne. Esattamente il 30 gennaio 2002 le agenzie battevano la notizia di un bambino di tre anni rinvenuto in casa con la testa fracassata. Iniziava così uno dei casi di cronaca nera più discussi del recente passato italiano. Una tragedia familiare che portò in carcere la mamma Annamaria Franzoni. Ma anche un omicidio che cambiò la storia della televisione e il ruolo dell'opinione pubblica. Un plastico della casa faceva per la prima volta il suo ingresso a Porta a Porta. Vespa si tramutava nella signora in giallo e nascevano i due schieramenti: colpevolisti e innocentisti. Ogni telespettatore si sentiva una via di mezzo tra un Ris di Parma, un giudice e un avvocato. E ancora: lacrime della mamma in tv, annuncio della nuova gravidanza, avvocati di grido esperti tanto in diritto quanto in comunicazione, psicologi e psichiatri, giudici e tuttologi. Tutti insieme nell'arena. Un processo mediatico che, volente o nolente, fondava un genere. Il grande fratello del delitto. L'horror fiction. Seguirono poi Erika e Omar, Meredith kercher, Chiara Poggi, la strage di Erba, Sarah Scazzi, Melania Rea, ecc.. Plastici sempre più dettagliati, completi di auto o bicicletta da spostare all'occorrenza in strada o nel garage per meglio mostrare la presunta dinamica della tragedia. Fino all'ultimo, discusso modellino, quello della Costa Concordia, con tanto di "giallo". Vespa è stato accusato da alcune testate giornalistiche di un supposto favoritismo di cui avrebbe beneficiato la trasmissione ottenendo una riproduzione in scala della nave dalla Costa Crociere che lo avrebbe così negato a Vigili del Fuoco e sommozzatori impegnati nelle difficili operazioni di recupero. Ma Porta a Porta ha replicato di aver chiesto alla società un modellino della nave, ricevendo un rifiuto, e di essersi perciò rivolta a un artigiano che ha fornito una copia perfetta della nave per una cifra molto modesta. Chi di plastico ferisce...
Cogne è un punto di non ritorno. O, quanto meno, un rilevantissimo punto di svolta. Ecco cosa significò, dal punto di vista della comunicazione, il delitto di Cogne, all'indomani della cui gigantesca copertura mediatica si può davvero dire che nulla sarebbe stato più come prima. La tragica vicenda del piccolo Samuele Lorenzi dette inizio a un processo, fino a quel momento sconosciuto, di serializzazione dei programmi televisivi, che cominciarono a gemmare puntate su puntate su quell'unico evento, colorandosi di tinte sempre più noir (e splatter). La tv del dolore si fondeva così con il talk show, dando vita a una sorta di nuovo format di successo, fondato su una cronaca vera (e nera) che si convertiva in serial e veniva sceneggiata come un reality show. Tanti furono infatti i talk show che abbracciarono questa formula pulp di grande impatto emozionale (e un po' ossessivo), dal Maurizio Costanzo show a Matrix, per non parlare di trasmissioni pomeridiane come Buona Domenica e tante altre. Ma a fare da insuperabile laboratorio fu (e chi se lo dimentica più?) il Porta a Porta di Bruno Vespa, che ritornò su quel delitto per svariate decine di serate, conseguendo alcuni dei picchi di audience più alti della sua storia. Lo stesso salotto per antonomasia di un certo giornalismo che aveva fatto contribuito in Italia a creare e promuovere la «politica pop» (come l'hanno chiamata Gianpietro Mazzoleni e Anna Maria Sfardini) si inventava, di fatto, una formula di infotainment nella quale ogni alchimia equilibrata tra le parti saltava, e la dose di informazione veniva travolta da quella dell'intrattenimento (morboso e grandguignolesco). Il caso Cogne divenne, nella «versione di Vespa», un' autentica palestra di (discutibile) innovazione del modo di fare tv. Fu proprio in quell'occasione che venne brevettato un «accessorio scenografico» destinato a notevole fortuna: il famoso (o famigerato, a seconda dei punti di vista) plastico, che riproduceva la villetta dove venne consumato l'infanticidio, antenato di futuri modellini per tragedie successive (dall'omicidio di Avetrana alla nave Concordia). E fu allora che a vivisezionare, da ogni immaginabile (e pure inimmaginabile) punto di vista, quei fatti così tristi, si formò una «squadra speciale» di criminologi, psicologi, opinionisti che avrebbe dato vita a una sorta di compagnia di giro pronta a macinare ospitate su ospitate, e a sbarcare, come una truppa d'occupazione, in altri palinsesti e programmi. L'invenzione di una tradizione (televisiva): quel giornalismo popolare (e con punte trash) che, da noi (a differenza di quanto accaduto in altre nazioni), non si era mai tradotto in carta stampata, trovava il proprio perfetto habitat nel piccolo schermo. Non più informazione spettacolo, ma qualcosa che andava persino oltre: informazione spettacolista, potremmo dire, prendendo a prestito il termine da uno che se ne intendeva come l'intellettuale situazionista Guy Debord. Un «prodotto informativo» che dal tubo catodico rimbalzava sul web, dove i siti si riempivano delle discussioni accanite e feroci tra colpevolisti e innocentisti rispetto alla posizione di Annamaria Franzoni. Dalla tv generalista alla «comunicazione personale di massa» dei blog, insomma, Cogne ha fatto scuola.
E già, perché, non c'è niente da dire, il delitto, in termini di interesse del pubblico, paga sempre. Rotocalchi popolari e tribune televisive si avventano come sciacalli sulle carcasse di uomini e cose (delitti di Erba, Cogne, Novi Ligure, Avetrana, ecc. o affondamento della Concordia.) La cronaca nera impone mode di lunga durata, facendo leva sulla propensione nazionale alla tuttologia e sui corollari geografici che la accompagnano: razzismo, pressapochismo e distacco al nord, dietrologia al centro, fatalismo al sud. Ennio Flaiano, come al solito, aveva capito tutto: “Due anni fa, se non sbaglio, affondò un piroscafo nello scontro con un altro piroscafo. Noi per un mese – e anche due – ogni sera abbiamo parlato, tecnicamente, del disgraziato evento. Pur non avendo una diretta conoscenza della navigazione oceanica (i nostri spostamenti per mare si limitavano al tratto Napoli-Capri) noi sapevamo tutto: quali luci i due piroscafi avrebbero dovuto tenere accese (lo scontro accadde di notte), che intervallo passa tra un segnale di sirena e l’altro in caso di nebbia, come si naviga in alto mare, che differenza passa tra stazza, volume e tonnellaggio…” (Gli esperti” da “Le ombre bianche” è un intervento pubblicato nel 1958 sul Corriere della sera.) In televisione a quei tempi nessuno si sarebbe mai sognato di allestire circhi, arene e teatrini sulle disgrazie altrui, e così restavano i caffè, che erano luoghi di ritrovo, circoli di conversazione e sale da gioco, come in certi bar di città cantati dal giovane Gaber. E se non c’erano disastri navali, si poteva sempre contare sulle esondazioni del Po, su incidenti aerei e ferroviari, uxoricidi. Ci si improvvisava esperti di qualsiasi cosa. La televisione di oggi funziona allo stesso modo: un bar analogico o digitale. Se si desse lo spazio necessario a veri conoscitori dei fatti su cui si sproloquia, basterebbero pochi minuti e si potrebbe passare ad altro. E invece no, i veri esperti si lasciano a caso, nell'indifferenza generale. Ogni compagnia di giro della tv ha i suoi personaggi fissi ed amicali, interpretabili di volta in volta da figure intercambiabili, indistinguibili, probabilmente estratte a sorte da un elenco di amici e iscritte a un apposito registro di collocamento. Non manca mai lo psicologo vestito in maniera informale, tanto presuntuoso quanto benestante, abile nello spacciare sesquipedali banalità per affermazioni provocatorie e straordinariamente intelligenti. Poi c’è il criminologo, abbigliato come un ragioniere del catasto se uomo, come una professoressa dei film di Pierino se donna: più misurato ma non meno apodittico dello psicologo, diventa una belva se qualcuno si azzarda a contraddirlo. Ovviamente c’è anche un prete, con perle di saggezza da sciorinare alla bisogna: quando apre bocca nessuno osa contraddirlo, soprattutto nel primo canale. E qualche giornalista più narciso degli altri, specializzato nel cosiddetto “costume”. Seguono alcune figure minori, ma non meno scenografiche, in presunta rappresentanza della gente comune, o meglio dell’idea, sempre straordinariamente bassa, che autori e funzionari hanno della gente comune: il cantante degli anni ’60, la soubrette in disarmo con le ultime cartucce da sparare (magari un décolleté), la reduce di qualche reality con minigonna inguinale d’ordinanza e il fancazzista professionista con velleità da playboy. Che noia, che barba.
Il processo di primo grado, però non è che l'inizio di un cammino ancora lungo e pieno di sorprese, a cominciare dall'esposto che l'avvocato Taormina consegna alla guardia di finanza di Roma a nome dei Lorenzi e in cui viene fatto il nome di quello che secondo la difesa sarebbe il vero assassino. Poco dopo la procura di Torino apre un fascicolo, il cosiddetto 'Cogne bis', in cui si ipotizza la creazione di false prove nella villetta e in cui figurano 11 indagati, fra cui i Lorenzi e il loro legale. Del caso principale si torna a parlare quando l'avvocato Taormina presenta il ricorso in appello. Il secondo grado di giudizio si apre il 16 novembre 2005 in una delle maxi aule del tribunale di Torino di fronte a una corte presieduta da Romano Pettenati e a una platea di curiosi che per ben 22 udienze, tanto è durato il dibattimento, ha fatto la fila fin dall'alba davanti al Palagiustizia, improvvisando addirittura una distribuzione di numeri per non perdere la priorità d'arrivo. Di tanto in tanto, in aula, aperta al pubblico ma non a fotografi e cineoperatori per decisione della Franzoni, arrivano anche una rappresentanza del comitato nato proprio per sostenere l'innocenza dell'imputata. La battaglia inizia già dalla prima udienza, quando il pg Vittorio Corsi chiede una nuova perizia psichiatrica che viene depositata nel mese di giugno. I periti, che hanno lavorato solo sulle carte e sulle registrazioni di alcune trasmissioni televisive perché la Franzoni ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo esame, concludono per un vizio parziale di mente e parlano di ''stato crepuscolare orientato''. Annamaria era stata interrogata qualche giorno dopo l'inizio del dibattimento e ancora una volta ai giudici aveva ripetuto la sua innocenza. Qualcuno pensava che il caso si sarebbe risolto in una manciata di ore. Un bimbo di tre anni era stato ucciso, in casa, in presenza della madre, una donna che non stava molto bene visto che la notte precedente aveva chiamato il 118 per un malore di poco conto. Eppure, con il passare dei giorni, il delitto di Cogne si trasformò nel ''giallo'' di Cogne, appassionò il pubblico dividendolo in colpevolisti e innocentisti, ebbe la sua robusta dose di colpi di scena e si chiuse solo dopo sei anni e quattro mesi, il 21 maggio 2008, quando la Cassazione rese definitiva la condanna a sedici anni di carcere (ridotti a tredici per l'indulto) per Annamaria Franzoni. Il piccolo Samuele muore nel lettone dei genitori, la testa fracassata da 17 violenti colpi inferti con un'arma mai trovata, il 30 gennaio 2002. Ci vuole un mese e mezzo (le manette scattano il 14 marzo) prima che Anna Maria venga arrestata. E subito si scatena la bagarre attorno agli elementi messi insieme dalla procura: il pigiama della donna inzuppato di sangue, le macchie sugli zoccoli, gli otto minuti passati dalla Franzoni fuori casa per accompagnare l'altro figlio allo scuolabus. Ogni discussione, in aula e fuori, si avviterà, fino all'ultimo giorno, attorno a questi e ad altri pochi elementi. Anna Maria, nel marzo del 2002, ha come difensore l'avvocato Carlo Federico Grosso, tratti e modi da antico gentiluomo torinese, ex vicepresidente del Csm, che la fa liberare nel giro di due settimane: mancanza di indizi, scrivono i giudici del tribunale del riesame.
Ed è solo il primo dei tanti stravolgimenti di fronte che scandiranno la storia dell'inchiesta. ''Per individuare l'assassino la procura di Aosta deve avere uno scatto di fantasia'', dice Grosso. Ma la procura di Aosta non molla la presa sulla Franzoni, ricorre in Cassazione e vince: il 10 giugno la Suprema Corte annulla l'ordinanza del riesame. E' in quel frangente che la famiglia di Annamaria chiama in aiuto Carlo Taormina, uno dei personaggi più in voga del momento: avvocato in processi clamorosi, docente universitario, parlamentare, grande frequentatore dei talk-show in tv, uomo dalle dichiarazioni roboanti e aggressive. L'opposto di Grosso (che, in pochi giorni, lascia la difesa della mamma di Sammy). Il 19 settembre, il riesame-bis stabilisce che l'ordine di cattura di Anna Maria è valido, che gli indizi ci sono, ma ormai la donna può attendere i processi in assoluta libertà. L'appuntamento con il giudice è il 19 luglio 2004. Taormina sceglie il giudizio abbreviato, si decide sulla base delle carte raccolte dalla procura, per sciogliere l'enigma al gup Eugenio Gramola basta un'udienza: Anna Maria è colpevole, sono 30 anni di carcere. Parte il contrattacco. Al grido di ''troveremo l'assassino'' Taormina raduna una squadra di collaboratori e, dopo un sopralluogo a Cogne il 28 luglio, compone una denuncia sulla plausibile colpevolezza di un vicino di casa.
Ma è un boomerang. Le carte arrivano alla procura di Torino, che ipotizza un inquinamento della scena del delitto: nasce l'inchiesta Cogne-bis, che anni dopo si chiude con una marea di proscioglimenti e la sola condanna della Franzoni a due anni per calunnia. Il 16 novembre 2005 scocca l'ora del processo d'appello. In teoria è un rito abbreviato, ma la Corte accontenta la difesa riaprendo il dibattimento e la causa si allunga a dismisura: si ascoltano nuovi testimoni, si rifà la perizia psichiatrica e Taormina trasforma ogni udienza in uno show. L'indomabile professore trova però un degno contraltare nella placida e sottile ironia del presidente, Romano Pettenati, e nell'austerità del pg Vittorio Corsi. Il tutto in un'aula stracolma di pubblico, tanta gente che non perde una battuta e soprattutto non stacca gli occhi dalla Franzoni per vedere se piange o se guarda il marito. Taormina polemizza su ogni virgola e il 20 novembre 2006, dopo l'ennesima protesta, lascia il processo. Al suo posto viene nominato un legale d'ufficio, Paola Savio. ''Sulle prime pensavo a uno scherzo'', confessa. E' un'avvocatessa giovane dall'aria mite, ma presto, con l'aiuto del collega Paolo Chicco, prende in mano la situazione. La strategia dei Franzoni cambia di nuovo, ora è più misurata, più centrata sul dolore e sulla commozione. Il pg Corsi non è da meno: ''Annamaria è una bimba che ha commesso un grosso guaio in un momento di debolezza, ammetta ciò che ha fatto e tutti le vorremo bene lo stesso''. La sentenza viene pronunciata il 27 aprile 2007: la mamma di Sammy è di nuovo colpevole ma questa volta merita le attenuanti e la pena è ridotta a sedici anni. Ed è la sentenza che, tredici mesi dopo, viene confermata dalla Cassazione. E' la sera del 21 maggio 2008. Già nella notte per Anna Maria si aprono le porte del carcere.
Certo per i magistrati e per i giornalisti ci sono dubbi, ma per la storia i dubbi permangono. L’arma del delitto non è mai stata trovata così come presumibilmente nemmeno il colpevole dell’ omicidio. Questo processo e questo delitto segnano l’inizio di un’attività mediatica negli omicidi più particolari ed efferati che l’Italia abbia mai avuto. L’avvocato Taormina, che per un certo periodo di tempo ha difeso la mamma di Cogne ha spinto perchè il caso di Anna Maria Franzoni fosse portato in televisione alla luce del pubblico giudice che si è diviso tra chi sosteneva una tesi colpevolista e chi invece sosteneva una tesi innocentista. Grazie alla trasmissione Porta a Porta, condotta da Bruno Vespa poi, il caso ha avuto una risonanza mediatica enorme quasi fosse una telenovela. L’omicidio di Samuele è diventato così un evento che ha coinvolto ogni famiglia italiana nel privato. Il viso della Franzoni e la sua persona sono stati esposti mediaticamente fino al 2008 anno in cui è stata confermata la sentenza che l’ha vista colpevole dell’omicidio del suo bambino e che le sta facendo tutt’ora scontare una pena nel carcere di Bologna. Durante le indagini, alcune prove sono state manomesse altre invece sono state montate nel tentativo di scagionare l’unica indagata, ma non solo, celebre è diventata la frase della Franzoni che di fronte ai Carabinieri venuti a casa sua per interrogarla poco dopo la morte del figlio implorava il marito di farne un altro come se la morte del piccolo Samuele non fosse altro che un cambio di bambino o un capitolo della propria vita da eliminare.
Sono le 8.28 del 30 gennaio 2002: al 118 di Aosta arriva la telefonata di una mamma disperata, che chiede aiuto per il suo bambino che "vomita sangue". Comincia così uno dei casi di cronaca più discussi e controversi, che in dieci anni di polemiche, perizie e colpi di scena, ha continuato ad appassionare l'opinione pubblica. Quella mamma è Anna Maria Franzoni, e il suo bambino il piccolo Samuele Lorenzi. Ucciso, secondo il processo, proprio dalla madre. Mentre l'autopsia accerta che il bambino è stato colpito alla testa da un corpo contundente, da subito i riflettori vengono puntati sulla mamma del bambino, Anna Maria Franzoni, e l'Italia torna a dividersi ancora una volta tra innocentisti e colpevolisti, trasformando la vicenda di Cogne in un caso giudiziario lungo e difficile, sul quale nel corso di questi anni si sono espressi esperti e non, di ogni genere e valore, e dove non sono mancati neppure anonimi "investigatori" che con lettere e perfino cartoline hanno hanno suggerito agli inquirenti la loro personale verità.
Il primo arresto di Anna Maria
A dare ragione a chi è convinto che Anna Maria, che da sempre si proclama
innocente, sia colpevole arriva, il 14 marzo 2002, l'ordinanza di arresto
firmata dal gip di Aosta, Fabrizio Gandini. L'accusa è di omicidio volontario e
la mamma di Samuele viene rinchiusa nel carcere di Torino, dove rimane fino al
30 marzo, quando viene scarcerata su decisione del Tribunale del riesame che
accoglie il ricorso presentato dal legale di Anna Maria, Carlo Federico Grosso.
Per il Tribunale gli indizi non sono sufficienti, ma la decisione viene a sua
volta annullata il 10 giugno dalla Cassazione, che rimanda tutto ad un nuovo
collegio giudicante del Tribunale della libertà che questa volta, il 4 ottobre
sempre del 2002, dichiara valido l'ordine di custodia per la Franzoni. Prima che
il provvedimento diventi definitivo, il gip aostano, però, lo ritira per cessate
esigenze cautelari. La donna resta indagata a piede libero.
Arriva l'avvocato Taormina
A difenderla, ora c'è però un altro avvocato. E' Carlo Taormina che il 25 giugno
2002 la famiglia Franzoni include nel collegio difensivo, provocando l'uscita di
scena polemica di Carlo Federico Grosso. Intanto, l'8 aprile 2002, Annamaria a
Novara incontra i periti incaricati di accertare se la donna, al momento
dell'omicidio, fosse capace di intendere e di volere. La perizia stabilirà che
Anna Maria è sana di mente e che lo era anche al momento dell'omicidio.
Prima condanna a 30 anni
Il 19 luglio 2004 il gup di Aosta, Eugenio Gramola, condanna la mamma di Cogne a
trent'anni di carcere, il massimo della pena previsto con il rito abbreviato
scelto dalla difesa. Per Annamaria , che nel frattempo ha avuto un nuovo figlio,
Gioele, non si aprono però le porte del carcere. Insieme al marito Stefano
Lorenzi e ai due figli si rifugia nel paese natale, protetta dalla famiglia che
non ha mai smesso di credere nella sua innocenza.
La controaccusa ai vicini di
casa
Il processo di primo grado non è che l'inizio di un cammino ancora lungo e pieno
di sorprese, a cominciare dall'esposto che a fine di luglio l'avvocato Taormina
consegna alla Guardia di Finanza di Roma a nome dei Lorenzi e in cui viene fatto
il nome di quello che secondo la difesa sarebbe il vero assassino. Poco dopo la
procura di Torino apre un fascicolo, il cosiddetto "Cogne-bis", in cui si
ipotizza la creazione di false prove nella villetta e in cui figurano 11
indagati, fra cui i Lorenzi e il loro legale. Del caso principale si torna a
parlare il 2 novembre, quando l'avvocato Taormina presenta il ricorso in
appello. Il secondo grado di giudizio si apre il 16 novembre 2005 in una delle
maxi aule del tribunale di Torino di fronte a una corte presieduta da Romano
Pettenati e a una platea di curiosi che per ben 22 udienze, tanto è durato il
dibattimento, ha fatto la fila fin dall'alba davanti al Palagiustizia,
improvvisando addirittura una distribuzione di numeri per non perdere la
priorità d'arrivo. Di tanto in tanto, in aula, aperta al pubblico ma non a
fotografi e cineoperatori per decisione della Franzoni, arrivano anche una
rappresentanza del comitato nato proprio per sostenere l'innocenza
dell'imputata.
La perizia psichiatrica:
"Vizio parziale di mente"
La battaglia inizia già dalla prima udienza, quando il pg Vittorio Corsi chiede
una nuova perizia psichiatrica che viene depositata nel mese di giugno. I
periti, che hanno lavorato solo sulle carte e sulle registrazioni di alcune
trasmissioni televisive perché la Franzoni ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo
esame, concludono per un vizio parziale di mente e parlano di "stato
crepuscolare orientato". Annamaria era stata interrogata qualche giorno dopo
l'inizio del dibattimento e ancora una volta ai giudici aveva ripetuto la sua
innocenza. Nuovi sopralluoghi, perizie neurologiche e tecniche, interrogatori
colpi di scena caratterizzano anche il processo d'appello che si protrae per
oltre un anno e mezzo. Nella maxi aula 6 del Tribunale torinese, il pubblico non
manca mai, ogni volta si presenta con la speranza di poter cogliere nei gesti o
negli atteggiamenti della mamma di Cogne qualche indizio che possa anche solo
alimentare il gossip.
Taormina rinuncia, arriva
l'avvocato Savio
L'ultimo colpo di scena quando il legale Carlo Taormina, nel novembre 2006,
rinuncia al mandato in aperta contestazione con la corte e con quella che per
lui, come ha ripetuto più volte, è "una sentenza già scritta". D'ora in avanti
sarà un avvocato d'ufficio a occuparsi del processo, l'avvocato Paola Savio, che
dopo qualche mese da legale d'ufficio diventa avvocato di fiducia e impronta la
sua difesa al massimo fair play, tanto che lo stesso presidente della Corte,
Pettenati, prima di ritirarsi in Camera di consiglio per la sentenza,
sottolinea: "E' stata una fortuna che il sistema informatico abbia scelto lei
quel giorno in cui la signora era stata abbandonata dalla difesa".
Già. Meglio un avvocato di ufficio che un agguerrito e preparato avvocato di fiducia: Cose già viste, anche ad Avetrana.
Confermata la condanna di
primo grado
Il procuratore generale, Vittorio Corsi e l'avvocato Savio si confrontano per
due udienze ciascuno. Il primo, al termine di una requisitoria durata diverse
ore, nella quale, uno dopo l'altro, analizza tutti gli elementi clou del
processo, dall'arma del delitto, al pigiama, dagli zoccoli al calzino mancante,
al ruolo che la famiglia Franzoni ha svolto negli anni in cui si è dipanata la
vicenda, chiede, per Anna Maria la conferma della sentenza di primo grado, 30
anni, non senza prima averla invitata a confessare ed aver invocato la pietas
della Corte. Alla pietas del procuratore generale risponde l'avvocato
difensore che in due giornate di arringa ribatte punto per punto alle
affermazioni dell'accusa e al termine chiede l'assoluzione piena per la sua
cliente. Qualche giorno dopo è di nuovo il pg a replicare, conferma la sua
accusa e chiede ad Annamaria il coraggio della confessione, mentre la difesa il
coraggio lo chiede alla corte. Dicendosi certa dell'innocenza della cliente,
appellandosi al "ragionevole dubbio" in processo in cui non ci sono ne arma né
movente, chiede alla corte il coraggio di dubitare.
Anna Maria in lacrime davanti
ai giudici
La parola fine tocca però ad Anna Maria. Tra le lacrime, la mamma di Cogne, che
quel 30 gennaio 2002 chiedeva aiuto per il figlioletto ferito, ora con la voce
rotta, ha chiede giustizia. «Siate giusti nel giudizio - ha detto - non ho
ucciso mio figlio, non gli ho fatto niente». La corte però decide diversamente e
dopo oltre 9 ore di Camera di Consiglio la condanna a 16 anni per l'omicidio del
figlio (13 con l'indulto).
Anche la Cassazione respinge:
condanna confermata
Contro la sentenza, i legali presentano ricorso in Cassazione che la suprema
corte però respinge il 21 maggio 2008 confermando la sentenza emessa poco più di
un anno prima dalla corte d'assise di Torino. Anna Maria Franzoni aspetta la
sentenza a Ripoli Santa Cristina, sull'Appennino tosco-emiliano, a casa di
un'amica. E a casa la raggiungono i carabinieri per notificarle l'arresto e
trasferirla in carcere a Bologna.
Prosegue il turismo
dell'orrore nella villetta
E non accenna a diminuire il turismo macabro a Cogne. La processione di gente
nella casa di Montroz continua ancora oggi, magari in forma più contenuta. E'
ancora l'allora sindaco Osvaldo Ruffier, memoria storica della comunità, a
trovarsi a dover indicare il percorso da seguire per raggiungere la villetta di
Annamaria e Stefano Lorenzi. «Quella vicenda resterà per noi una ferita
incancellabile - afferma l'ex sindaco -. Dopo dieci anni va registrato che ci
sono ancora persone che arrivano a Cogne e chiedono indicazioni per andare a
vedere di persona la casa dove è stato ucciso il piccolo Samuele. Una pratica
che, credo, non si interromperà mai». Il tempo, come racconta l'allora sindaco,
ha contribuito a fare decantare la vicenda ma dalle sue parole si capisce che ci
sono ancora ferite aperte: «chi ha vissuto la vicenda non potrà mai archiviare
le infamanti accuse che ci si è sentiti rivolgere. Ad un certo punto è stata
messa sotto accusa mezza Cogne, ma la giustizia ha messo da tempo la parola fine
alla vicenda. A noi resta la macchia».
Cogne ha neve, gelo. E indifferenza. Il sindaco Franco Allera, primo cittadino dal 2010, geometra, è il progettista della «Villetta di Cogne», come ancora la chiamano, anzi, la rivendicano i turisti. «Sembra che il tempo non passi più, siamo ancora lì», dicono al bar «Centre», piccolo locale nella piazza del paese. Si ferma un'auto di una coppia a due passi del municipio. Lui chiede: «Scusi sa indicarmi la "villetta di Cogne"?». E un altro turista fa tintinnare la porta del tabaccaio, a qualche passo dal bar, e brucia il tempo del saluto con la sua impellente richiesta: «Avete una cartolina della "villetta"? Sa, quella...». Risposta: «So, so... No, non ne esistono». Il turismo macabro non ha limiti. Cogne come Avetrana. La «Villetta» in quel prato ripido in cui sbucano dalla neve rovi di rose selvatiche con bacche color del sangue è un po' meno sola, ma è una casa lasciata alla sua tragica testimonianza. Lasciata lì, non venduta, né affittata. Ad aprirla ogni tanto ci pensava «nonno Mario», il papà di Stefano Lorenzi, morto a fine agosto 2010. Hanno costruito due case appaiate e gemelle appena sopra e una grande di legno brillante e imponenti muri in pietra a fianco. C'è un grande cartello giallo dell'Immobiliare che l'ha costruita: si vende e si affitta. Ma dove Samuele fu ucciso con un oggetto mai scoperto (forse un cristallo di quarzo) tutto pare fermo al 2002. Solo il vento è riuscito a strappare sul lato nord i sigilli del sequestro. Sono spariti anche dalle ante di legno che proteggono gli «occhi» voluti da Anna Maria. Sulle altre finestre e sulle porte i fogli dell'autorità giudiziaria sono ancora lì, incollati da un largo e resistente nastro isolante marroncino. La «Villetta di Cogne» è in frazione Montroz. Guarda dall'alto il capoluogo e la prateria di Sant'Orso. Nessuno sa se sia ancora nei sogni di Anna Maria, forse lo è negli incubi. La mamma di Sammy, in carcere a Bologna, non vuole parlare con nessuno. Si è perfino chiusa nel bagno della sua cella per non incontrare il deputato Melania Rizzoli del Pdl che sta raccogliendo testimonianze per un libro sulle donne in prigione. Il suo avvocato torinese, Paola Savio, che ha tentato in tutti i modi di spegnere i riflettori sul «caso Cogne», mantiene la riservatezza di sempre. E dice: «Non verrà mai un giorno in cui Anna Maria smetterà di professare la sua innocenza».
Anna Maria in carcere riceve soltanto il marito Stefano, da sempre convinto della sua innocenza, e i suoi figli, Davide, che il mattino del delitto accompagnò allo scuolabus e Gioele, nato l'anno dopo. La Cogne tanto amata diventò un «paese di invidiosi» per Anna Maria proprio mentre aspettava il suo terzo figlio. Ne parlava nell'area verde dell'agriturismo della sua famiglia, a Monte Acuto, sull'Appennino bolognese. E lanciava le accuse, i suoi sospetti sui vicini. Si sentiva tradita dal paese che l'aveva accolta e l'aveva sorretta nei giorni della morte di Samuele. Un paese che si spaccò, che fu dilaniato da fronti contrapposti, che diventò a lungo un set tv.
Sindaco nel 2002 era Osvaldo Ruffier: «La gente adesso è indifferente, allora era un tumulto. Anche per Anna Maria è finita, a breve uscirà pure dal carcere. Donna tosta, sa? Eravamo in buoni rapporti anche se Stefano era un consigliere di opposizione. Subito fu la solidarietà, la compassione ad abbracciare quella famiglia, poi cominciarono a fare nomi di vicini e altri come coinvolti nell'omicidio. E allora Cogne si offese. Fu la frattura». E quello di oggi, Allera: «L'imperativo è uno solo, dimenticare e passare oltre. è stato un dramma della follia, una terribile vicenda umana. La giustizia ha fatto il suo corso e Cogne ha ritrovato il suo equilibrio». Dimenticare. Anche il parroco don Corrado Bagnod, che celebrò i funerali di Samuele, non spende parole: «Buongiorno, arrivederci».
La cittadina di Cogne troppo presto ha preso le distanze con i media e con Anna Maria Franzoni. Cosa nasconde la riservatezza di quella gente. Forse niente. Ma ad Avetrana quella stessa riservatezza per i media e per i forestieri è diventata omertà. Sono convinto che dietro il delitto di Cogne ci sia una verità storica non riconosciuta dalla verità processuale e mediatica. Ciò si evince da alcuni dati inconfondibili: manca il movente, manca l'arma del delitto, manca la confessione; la difesa aveva accennato di sapere chi era l'autore vero del delitto, annunciando di poterlo rivelare a tempo debito, ma poi non si è fatto più niente; la difesa insiste su indizi e macchie di sangue in posti della villetta che farebbero pensare ad una fuga precipitosa, ma queste prove non sono state abbastanza approfondite; si sa che la Franzoni non aveva un buon rapporto con Cogne, i cui abitanti, sbrigativamente, puntano il dito contro di lei quale unica indiziata, salvo poi non sapere un bel nulla del perchè del delitto; il sindaco o l'ex sindaco di Cogne affermavano che tutto era chiaro; si accennava che il probabile omicida è una persona di cui molti avrebbero paura. Si dice che la Franzoni potrebbe coprire il secondo figlio quale esecutore materiale del delitto. Si dice che la madre potrebbe aver dimenticato. Si parla persino di amanti della Franzoni. Forse qualcuno voleva rapire il piccolo Samuele e alle strilla di questi l’ha ucciso ed è scappato di corsa. Qualcuno ha fatto allusione anche a possibili interconnessioni politiche legate all’impegno amministrativo del padre dell’ucciso presso il Comune di Cogne. Si accenna anche a screzi continui con i vicini. Ma il fatto più inquietante è una intervista rilasciata da un familiare della Franzoni poche settimane dopo il delitto del piccolo Samuele, che parlava chiaramente di eventi che non possono essere resi pubblici.
Su “Oggi” Carlo Taormina a Giangavino Sulas afferma: è questa l’arma del delitto di Cogne? L’hanno cercata per anni. Dovunque. Hanno rivoltato come un guanto la villetta di Cogne. Hanno scavato in giardino. Hanno setacciato i terreni sottostanti. Hanno scandagliato i corsi d’acqua. Niente. I processi si sono chiusi in Cassazione il 21 maggio 2008 con la condanna definitiva di Annamaria Franzoni, senza l’arma che, la mattina del 30 gennaio 2002 aveva ucciso Samuele Lorenzi. Medici legali, carabinieri del Ris, periti, consulenti e magistrati si sono persi in mille ipotesi: dalla piccozza al martello, dal pentolino al sabò (lo scarpone valdostano), dal mestolo al moschettone da alpinista. L’hanno cercata invano con tale e tanta cocciutaggine che un giorno, qualche mese dopo il delitto, Giorgio Franzoni, il padre di Annamaria, esasperato ma con una buona dose di cinismo si fece intercettare da una microspia piazzata nella sua auto mentre diceva: «Sotterriamo una martellina dopo averla immersa nell’acido muriatico e gliela facciamo trovare. Così la smettono di cercarla». Oggi però la possibile arma che uccise il bambino di Cogne compare nello studio romano di piazza Cavour di Carlo Taormina, l’avvocato che ha difeso la Franzoni dal giugno 2002 al 20 novembre 2006, quando in Corte d’Assise d’Appello, a Torino, annunciò: «Lascio la difesa perché qui la sentenza è già scritta». «E se fosse questo l’oggetto con il quale è stato colpito a morte Samuele?», sorride e sogghigna Taormina mentre da un cassetto della scrivania tira fuori una pinza da elettrauto. «I miei medici legali, ai quali la feci esaminare, sono stati chiari: “È compatibile con le ferite sulla testa del bambino”. Ma io non ci credo perché a farmela trovare è stata una veggente. Questi personaggi sono dei ciarlatani, ma quella volta quella signora insistette tanto che alla fine mi convinse…». Scusi avvocato, quando quella volta? E chi è questa signora? Insomma, da dove salta fuori questa pinza e da quanto tempo la tiene nel suo studio? La storia che potrebbe addirittura portare a una richiesta di revisione del processo sul delitto di Cogne nasce negli studi di Telelombardia una sera del dicembre 2011 durante la trasmissione Iceberg condotta da Marco Oliva. Per poi approdare a Domenica 5 del 5 febbraio 2012, il talk chow di Canale 5 condotto da Federica Panicucci Si parla della scomparsa di Yara Gambirasio. Va in onda un’intervista a una veggente che dichiara di sapere tutto sul destino della ragazza di Brembate Sopra. Il conduttore chiede a Taormina che cosa ne pensi. «Buffonate », sbotta con la sua solita feroce schiettezza il penalista, che subito dopo però aggiunge: «Anche se a me, anni fa, è capitato un episodio… ». E qui inizia la clamorosa rivelazione: «Una signora insistette tanto sostenendo di avere avuto una visione durante la quale era sicura di avere individuato l’arma con la quale era stato ucciso Samuele. Mi convinse, dopo tante insistenze, ad accompagnarla a Cogne ed effettivamente sul greto di un torrente che scorre sotto la casa dei Franzoni trovammo uno strano oggetto». Fine della trasmissione.
Il giorno dopo chiamiamo Carlo Taormina: «Scusi avvocato, ma quell’oggetto l’ha fotografato?». «No. Io ho l’oggetto. Lo tengo nel mio studio». Andiamo da Taormina ed ecco da un cassetto comparire una pinza, grande e pesante, con i beccucci rotondi in cima. Classico strumento di elettricisti, elettrauto, periti elettrotecnici. Sembra nuova. «Vede, impugnata così, diventa un oggetto snodabile che può aver lasciato quella scia di macchie di sangue sulle pareti della stanza del delitto», dice l’avvocato. «E la forma arrotondata del manico è compatibile con le ferite. Me l’hanno detto i medici legali». Quando l’ha trovata? «Nel settembre 2004. C’era appena stata la sentenza di primo grado con la condanna a 30 anni per la Franzoni. Una signora di Parma che sosteneva di essere una veggente, diciamo solo il nome, Wanda, moglie di un noto imprenditore, cominciò a telefonarmi: “Le faccio ritrovare l’arma che ha ucciso Samuele”. Non le diedi retta finché un giorno mi disse: “Ho sognato il posto dove è stata nascosta. Se andiamo a Cogne la troviamo”. Alla fine cedetti. Partimmo accompagnati dalla mia scorta. In base a quanto diceva di aver visto durante il sogno, la donna iniziò la ricerca del nascondiglio lungo il torrente che scorre sotto la villetta dei Franzoni. Lo individuò dopo due ore e allora, io, lei e gli agenti della scorta iniziammo a cercare l’arma. Passarono altre due ore e proprio uno dei poliziotti, in una specie di piccolo anfratto, trovò questa pinza. “È questa l’arma che ha ucciso Samuele”, disse la donna. Be’, lo ammetto, ne fui impressionato ». Perché non la consegnò agli inquirenti? «Non rientrava nei miei compiti. Io ero il difensore della donna accusata del delitto. Ero tenuto solo alla sua difesa e al segreto professionale. Mi limitai a consegnarla ai miei medici legali. Avuta la loro risposta, decisi di tenerla e seguire gli sviluppi dell’inchiesta e del processo di secondo grado». Perché non la fece analizzare? Su quella pinza si potevano scoprire impronte digitali o genetiche di qualcuno. Forse temeva che potessero diventare la prova provata della colpevolezza della Franzoni? «Questo lo insinua lei. Le prove contro Annamaria dovevano trovarle gli inquirenti, non io. E non le hanno mai trovate». Perché non la consegna adesso, la pinza? «No. Dopo che uscirà il servizio su Oggi, la butterò via».
Con Carlo Taormina non c’è molto da discutere. Però, se quella pinza ha massacrato Samuele, negli spazi fra le ganasce potrebbero ancora essere custodite tracce di materiale biologico. Ma può davvero essere l’arma del delitto? L’abbiamo chiesto all’uomo che più di chiunque altro ha esaminato le ferite che hanno provocato la morte del bambino di Cogne. Francesco Viglino, medico legale e docente universitario, fece due autopsie: il 31 gennaio e il 4 febbraio 2002. L’8 giugno dello stesso anno consegnò la relazione conclusiva del suo lavoro alla Procura di Aosta. Sulle ferite, nella perizia sostiene: «Per quanto si evince dalla morfologia delle lesioni rilevate… si è potuto ipotizzare che le stesse siano state prodotte da corpo contundente che presenta le seguenti caratteristiche: facile e agevole impugnabilità; rigidità; di buona consistenza; dotato di margini acuti, rettilinei e spigoli vivi». E prosegue: «Tale condizione consente di rilevare una superficie di impatto del corpo contundente assai ristretta, come appunto, quella di uno spigolo o di una grossa punta». E conclude: «Ciò detto circa le caratteristiche delle lesioni, dovendo ipotizzare quale possa essere stato il mezzo che le ha prodotte, non può essere identificato in un mezzo ben preciso ma può essere compreso in una vastissima gamma di strumenti idonei a ledere. Ad esempio manganelli o bastoni o mazze per ciò che concerne le armi proprie, martelli, soprammobili, strumenti per l’uso domestico, quali armi impropriamente usate». Chiediamo a Viglino perché nella sua relazione non parli di pinze: «Avrei dovuto enumerare decine di oggetti. Il problema è la forma delle ferite: sono a coda di rondine. Queste pinze, impugnate al rovescio, potrebbero essere l’arma del delitto perché provocherebbero lesioni con le caratteristiche che ho detto». Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, allora cercò di scoprire quale fosse l’arma non solo dalla forma delle ferite ma dalla scia di macchie di sangue sulle pareti della stanza: «E conclusi», ci dice oggi, «che doveva essere un oggetto maneggevole e con un manico abbastanza lungo. Un oggetto che facesse “l’effetto aspersorio” trascinando il sangue dal basso verso l’alto. Questa pinza ha un manico che può provocare questo effetto. E anche alcune delle ferite sono compatibili con le punte della pinza rivolte verso il basso. Ma mi chiedo: perché saltano fuori adesso?».
A proposito del delitto di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio e gli autogol della giustizia e del giornalismo italiano. Vi ricordate il caso di Giusy Potenza, antesignano del delitto di Avetrana?
Giusy Potenza viene uccisa a Manfredonia con una grossa pietra. Il suo corpo è ritrovato il pomeriggio successivo all'omicidio sulla scogliera, vicino allo stabilimento ex Enichem. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.
Il caso scuote la città del Gargano che viene assediata nei giorni successivi dalle tv nazionali e locali in cerca di risoluzioni per quello che diviene un caso di cronaca nazionale. È stato un periodo di tensione e terrore, quello che si è consumato a Manfredonia, sessantamila abitanti, una quarantina di chilometri da Foggia. Per mesi questa fetta del Gargano è stata sotto shock per la tragica fine di Giusy, uccisa a colpi di pietra da Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni, che 40 giorni dopo (il 23 dicembre 2004) venne arrestato dalla polizia e che confessò l'omicidio: l'uomo, un cugino del padre della ragazza, ha ammesso di aver colpito la vittima con una pietra perché tra loro c'era una relazione e lei minacciava di raccontare tutto a sua moglie se l'avesse lasciata. Il ricordo della povera Giusy è ancora vivo in tutta la comunità accusata a suo tempo di omertà come tutte le comunità che subiscono vicende analoghe. Una vicenda drammatica con molti colpi di scena seguitissima da stampa e tv. Speciali tv sono stati dedicati al caso dalla solita Rai Tre con il programma “Ombre sul giallo”, ideato, scritto e condotto da Franca Leosini.
Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Intanto l’8 ottobre 2011 per quel delitto il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione “famiglia” della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita (Floriana) Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione.
Le ragazze accusate malamente in vario modo si rammaricano del fatto che i giornali e le tv pronti ad infierire con accanimento mediatico su di loro, nel momento in cui vi è stata per loro stesse una sentenza di assoluzione, omertosamente i medesimi giornalisti hanno censurato la notizia, tacitando gli errori dei magistrati.
Sono loro a gridare con una testimonianza esclusiva al dr Antonio Giangrande, scrittore (autore anche del libro in elaborazione su Sarah Scazzi, già pubblicato sul web) e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. In sintesi il loro pensiero conferma un tema ricorrente identico a sé stesso: povero territorio e poveri protagonisti della vicenda, vittime sacrificali di un sistema mediatico che nell’orrore e nella persecuzione ha la sua linfa. Si inizia con uno strillio del citofono, con le forze dell’ordine che ti cercano. In quel momento ti casca il mondo addosso. E’ un uragano che ti investe. Ti scontri con procuratori della repubblica innamoratissimi della loro tesi di accusa, assecondati dal Tribunale della loro città e sostenuti da giornalisti che pendono dalla loro bocca o che si improvvisano investigatori. E l’opinione pubblica, influenzata dalla stampa, ti odia fino ad augurarti la morte. «Dalla sentenza che ha acclamato la nostra estraneità ai fatti, nessuno ci ha cercato per ristabilire la verità e per renderci la nostra dignità e la nostra reputazione. Chi è schiacciato dal tritasassi della giustizia, anche se innocente, è frantumato per sempre». E’ il pensiero di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, ma possono essere le affermazioni di migliaia di innocenti che da queste vicende ne sono usciti distrutti.
Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda?
Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutti come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e accusate di essere state responsabili indirettamente della sua morte.
Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.
L'omicidio Giusy Potenza: le tappe.
Dal delitto all'arresto del cugino, al coinvolgimento delle due ragazze di Manfredonia per favoreggiamento della prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.
Giusy Potenza viene uccisa il 12 novembre del 2004 a Manfredonia con una grossa pietra da 4 chili. Il suo corpo è ritrovato nei pressi dello stabilimento ex Enichem e di una scogliera il pomeriggio successivo all'omicidio. Dopo un mese e mezzo di continue voci sulla presenza di un branco e su presunte frequentazioni poco raccomandabili della ragazza, arriva la confessione di Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni cugino del padre. Il 23 dicembre il presunto omicida, sposato e padre di due figli di 2 e 8 anni, racconta agli inquirenti di aver cominciato dalla fine dell'estate precedente una relazione segreta con la giovane studentessa. Il pomeriggio dell'ultimo incontro, dopo aver avuto un rapporto sessuale in auto, l'uomo avrebbe detto a Giusy di essere intenzionato a mettere fine alla relazione.
Il 6 maggio 2005 le indagini hanno una svolta. Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Le due, residenti a Manfredonia e incensurate, avrebbero mentito agli inquirenti per non far sapere di essere implicate in un giro di prostituzione in cui avrebbero trascinato anche Giusy Potenza. Il sospetto di un loro coinvolgimento esisteva da tempo: le due ragazze avevano infatti sostenuto di aver trascorso a casa il pomeriggio dell'omicidio, mentre alcuni testimoni le avevano notate proprio davanti al negozio Bernini, dove Giusy si era recata per comprare dei dischi poco prima che si perdessero le sue tracce. Particolarmente importante la testimonianza di un uomo, secondo il quale le due giovani avrebbero fatto prostituire Giusy in sporadiche occasioni con clienti procurati da loro e con la promessa di dividere gli incassi. In ogni caso, secondo gli inquirenti, le due ragazze non sarebbero coinvolte nell'omicidio, di cui sarebbe unico responsabile Giovanni Potenza.
Poi, il 30 maggio, un nuovo colpo di scena. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. La rabbia innescata dal desiderio di vendetta lo ha spinto a entrare nel bar Olimpia di via Gargano, a Manfredonia, poco distante da casa sua: ha ordinato una birra, si è avvicinato con calma al bancone, ha estratto il coltello, ha urlato: «È ancora vivo questo qua?». Poi ha colpito, una volta sola, alla pancia, forse lo ha fatto seguendo un copione criminale maturato con il passare dei giorni, forse è stato un raptus scattato all'improvviso: fatto sta che in pochi istanti di lucida follia, Carlo Potenza, 37 anni, ha tentato di vendicare la figlia Giusy, la quindicenne massacrata il 12 novembre 2004 a Manfredonia, riducendo in fin di vita Pasquale Mangini, 41 anni, il padre di Filomena Rita, 19 anni, una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver spinto la minorenne alla prostituzione, una storia affiorata nel corso di ulteriori indagini avviate dalla polizia. Potenza è uscito dal bar subito dopo aver colpito, ha tentato di fuggire ma è stato bloccato e arrestato dalla polizia; il ferito è stato trasportato in ospedale: è stato ricoverato nel reparto di chirurgia d'urgenza e poi in rianimazione. I medici lo hanno operato, le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata. L'uomo viene ferito all'addome, Carlo Potenza è arrestato con l'accusa di tentato omicidio. Il giorno successivo altre due persone vengono arrestate con l'accusa di concorso in tentato omicidio: si tratta di due pescatori, amici del padre di Giusy, che lo avrebbero accompagnato nei pressi del bar e lo avrebbero aspettato fuori. Subito dopo il ferimento avrebbero preso in consegna il coltello e lo avrebbero nascosto mentre Potenza si dava alla fuga. Potenza era stanco delle voci del paese sulla figlia, diffuse sia durante la fase delle indagini ma anche successivamente al fermo del presunto assassino. Incontrò Mangini nel bar Olimpia dove quest’ultimo stava bevendo una birra e lo colpì con un grosso coltello da cucina. Poi uscì dal bar e consegnò l’arma a due amici pescatori, Antonio Varrecchia e Biagio Piemontese. Poco dopo giunsero i poliziotti del Commissariato che lo arrestarono e lo sottrassero al linciaggio della folla. Potenza, anche lui pescatore come il presunto assassino della figlia, venne scarcerato e posto agli arresti domiciliari in una località segreta, lontano da Manfredonia. Da quel momento Carlo Potenza è tornato a vivere a Manfredonia, sempre ai domiciliari presso la casa dei suoceri.
Infine, il 24 ottobre 2006, l’ennesimo lutto: la madre di Giusy, Grazia Rignanese, peraltro in attesa di 7 mesi di un figlio, si è tolta la vita impiccandosi. Non ha retto al dolore per la perdita tragica della figlia e a tutte le altre tragedie.
La ragazza avrebbe reagito male minacciando di riferire tutto alla moglie del pescatore e agli altri familiari. A quel punto la vittima sarebbe uscita dall'auto e, forse per il buio e la pioggia, sarebbe caduta accidentalmente giù per la scogliera profonda 8 metri, ferendosi. L'uomo l'avrebbe aiutata a risalire ma la ragazza avrebbe ripetuto le minacce. In un impeto d'ira, il pescatore le avrebbe fracassato la testa con un grosso sasso, lasciandola esanime sotto una pioggia battente. A incastrare Giovanni Potenza, dopo 40 giorni di indagini, è il confronto tra il suo Dna, abilmente prelevato dagli investigatori, e quello del liquido seminale ritrovato sul corpo della vittima. Una prova che conferma quanto detto dalla ragazza a un suo coetaneo il pomeriggio dell'omicidio in un negozio di dischi, parole alle quali gli investigatori, in un primo tempo, non avevano dato peso. I familiari della ragazza, attraverso il loro legale, sostengono la presenza di altre persone al momento dell'omicidio (smentita dagli investigatori) e negano la relazione di Giusy con l'uomo, di cui peraltro in paese nessuno sembrava essere a conoscenza. Anche dai tabulati telefonici non arrivano elementi che confermano il rapporto. I risultati definitivi dell'autopsia poi sostanzialmente confermano quanto ipotizzato dagli inquirenti in un primo momento: nessuna violenza sessuale e omicidio d'impeto.
8 ottobre 2011. La corte d’appello di Bari ha assolto Filomena Rita (Floriana) Mangini e Sabrina Santoro, le due ragazze accusate e condannate in primo grado a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione di Giusy Potenza, la 15enne di Manfredonia uccisa da un cugino del padre il 13 novembre 2004 a colpi di pietra. In primo grado l’accusa sosteneva che le due ragazze dividessero tra loro i guadagni delle prestazioni di Giusy con i clienti (da 10 a 30 euro), visto che, secondo l’accusa, procacciavano i clienti alla giovanissima. In un secondo momento decadde l’accusa di sfruttamento e restò in piedi solo quella di favoreggiamento. Le dichiarazioni di un amico di Giusy non sono state ritenute credibili in appello, così come dai tabulati telefonici è emerso che non ci fossero contatti tra le due imputate e la ragazzina. Il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione famiglia della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione. Indagando sull’omicidio della minorenne (l’assassino è stato condannato a 30 anni in via definitiva), Procura foggiana, agenti del commissariato e squadra mobile scoprirono che Giusy si prostituiva per pochi euro, da 10 a 30 euro a secondo della prestazione. E lo faceva - diceva l’accusa che non ha retto al vaglio dibattimentale - perchè Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini le procacciavano i clienti e spartivano i guadagni, vicenda per le quali le due imputate furono arrestate e poste ai domiciliari il 6 maggio del 2005 (l’accusa di favoreggiamento nei confronti dell’omicida inizialmente ipotizzata dal pm fu poi archiviata), per poi tornare libere dopo due mesi. Già la sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007, aveva in parte ridimensionato l’impianto accusatoria: escluse che le due imputate avessero indotto Giusy a prostituirsi e l’avessero sfruttata: furono comunque condannate a 4 anni a testa «solo» per favoreggiamento della prostituzione (e non anche per induzione e sfruttamento). Per questo reato, dopo innumerevoli rinvii, si è celebrato e chiuso in un’unica udienza il processo d’appello a Bari davanti alla «sezione famiglia». Il sostituto procuratore generale chiedeva la conferma della condanna, richiesta ribadita dagli avvocati Raul Pellegrini e Flora Torelli costituitisi parte civile per conto dei familiari di Giusy; i difensori, gli avv. Francesco Santangelo e Mario Russo Frattasi, hanno replicato parlando di accuse prive di riscontri, basate su voci e sulla testimonianza di un cliente di Giusy che tra indagini e processo di primo grado aveva cambiato innumerevoli versioni, dicendo tutto e il contrario di tutto. L’accusa contro Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini poggiava su due testimonianze, essenzialmente. C’era un coetaneo della vittima al quale la minorenne confidò, un mese prima dell’omicidio, d’essere entrata in un giro di prostituzione per soddisfare gli uomini e d’averlo fatto su proposta delle due imputate. E c’era soprattutto un manfredoniano di 34 anni (all’epoca dei fatti) che avrebbe avuto rapporti a pagamento con Giusy, dalla quale fu indirizzato - sostenevano inquirenti e investigatori - dalla Mangini e dalla Santoro («vuoi fre...? C’è quella ragazza lì...» l’invito che gli avrebbero rivolto le imputate, sempre smentito da queste ultime). La difesa replicava che le due imputate conoscevano Giusy solo per essere amiche della sorella maggiore, ma non la frequentavano e tantomeno ne «gestivano» la prostituzione; i tabulati telefonici dimostravano che non c’erano contatti tra la vittima e le imputate, pure «obbligatori» se le due amiche fossero state coinvolte nel presunto giro di prostituzione; il presunto cliente di Giusy aveva detto tutto e il contrario di tutto, negando prima, ammettendo rapporti a pagamento con la vittima, accusando le due imputate e poi facendo marcia indietro. Non è nemmeno certo che Giusy si prostituisse, altro argomento battuto dagli avv. Santangelo e Russo Frattasi per chiedere l’assoluzione delle due sipontine: vero che lei lo aveva confidato ad un amico, ma Giusy non sempre era credibile; e lo stesso presunto cliente ne aveva dette tante da renderlo assolutamente inattendibile e incredibile.
E’ stato scritto un libro sul delitto di Giusy Potenza: "Non ce lo dire a nessuno" di Innocenza Starace. Diario dell'avvocato di Giusy Potenza. Il libro comincia così: “Chiamo per conto di un amico, una giovane uccisa si trova vicino allo stabilimento ex Enichem”. - È un giorno di novembre piovoso quello in cui la telefonata, ovviamente anonima e inquietante, giunge al commissariato di Manfredonia. I poliziotti corrono e rinvengono il corpo di una giovinetta con il volto sfigurato e privo di alcuni denti. I jeans abbassati fino alle ginocchia. La ragazzina non aveva le scarpe e indossava una maglia gialla dal collo alto. Le braccia rivolte all’indietro. Il viottolo dove il corpo è disteso è di terra battuta e procede parallelo alla statale che porta alle spiagge di ciottoli bianchi di Mattinata e alle scogliere dei lidi di quella frazione di Monte Sant’Angelo dal breve nome di “Macchia”. Un luogo appartato, anche se vicino ci sono masserie frequentate da pecorai. Resti di biancheria intima, disseminati qua e là sull’erba, ne fanno intuire l’uso e la gente che lo frequenta quando cala la sera. Il corpo avrà presto un nome: Giusy. È la figlia quindicenne di Grazia Rignanese e Carlo Potenza, di cui era stata denunciata la scomparsa il giorno prima dai genitori, pazzi di terrore e rabbia. Inizia il giallo più sconcertante che abbia mai vissuto questa terra garganica, già insanguinata da faide e violenze. I suoi figli, però, seppur spesso presi da incomprensibili attacchi di violenza, mai si erano macchiati del sangue di una ragazzina innocente. In queste pagine vi è quella storia. È un diario cronaca perché registra i fatti, documenta le vicende, riporta gli atti giudiziari e le testimonianze raccolte negli interrogatori e nella fasi processuali; ma registra anche ciò che lo sguardo della donna avvocato, cittadina di Manfredonia, mamma di due ragazze, educatrice scout, non può fare a meno di vedere. Nella vicenda di Giusy si può entrare in modi diversi. Con la curiosità morbosa dei media o con il legittimo dovere di far luce sulla verità. Con i “lo avevamo sempre detto” della folla anonima e numerosa, sempre presente ad ogni cambio e colpo di scena o con il grido “vendetta e non giustizia” del nonno. Con la rabbia composta ma all’improvviso furente e aggressiva del padre o con il silenzio assordante del suicidio della mamma, ancora più assordante per la morte con lei del bimbo che ha un nome ma non viene al mondo. Con lo sguardo dolce e ammiccante di Michela e il suo prendersi cura, nell’abisso della tragedia, dei capelli di chi le sta accanto: “posso farti i capelli?” Io ci sono entrata perché coinvolta come avvocato di parte. La famiglia mi ha dato fiducia, abbandonandosi totalmente a me. Ci sono entrata al punto tale da capire che la ragione vera da trovare in questa storia non è solo quella della morte di Giusy, ma la ragione per cui si può morire a quindici anni in una città come Manfredonia (ma è solo Manfredonia?) che guarda a se stessa e ai suoi giovani voltando lo sguardo dall’altra parte. Dalla posizione privilegiata di chi è catapultato in una vicenda drammatica e complessa, tragica nel suo apparire e nel suo evolversi, mi è stato permesso di avere uno sguardo più profondo. Di quello sguardo il libro non priva il lettore, il quale può scegliere, una volta terminato la lettura, con la sentenza, di ritenere la vicenda conclusa. Oppure può ricominciare, pagina dopo pagina, a rileggere la storia e le domande vere che quel corpo trovato di fronte all’orizzonte, lasciano aperte. A queste domande ho dato forma non per futura memoria di Giusy ma per il futuro dei ragazzi che a quindici anni hanno molte domande, molti sogni, molti problemi. Ma non sempre hanno la fortuna di trovare le persone giuste.-
Torno a ripetere. Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda? Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutte come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e sono state responsabili indirettamente della sua morte. Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.
«Oggi 15 gennaio 2011 alle ore 15, visti la situazione venutasi a creare, i comunicati non corrispondenti alla verità e il coinvolgimento di persone che nulla hanno a che vedere con il grave fatto accaduto, si chiede l’assoluto silenzio stampa per dar modo agli inquirenti e alle forze dell’ordine di svolgere l’attività investigativa con maggior serenità e tranquillità». Ancora più conciso il comunicato del sindaco che «invita gli organi di informazione ad abbandonare il suolo pubblico occupato e la cessazione delle attività finora svolte sul territorio». Sembra la giusta presa di posizione della famiglia di Sarah Scazzi o del sindaco di Avetrana. La comunità, a causa dell’evento delittuoso, ha subìto grave danno d’immagine per colpa di un certo modo di fare informazione. Invece no. Da questi nessuna ribellione contro i gossippari. Nonostante l’attacco mediatico sia stato meno strumentale e pregiudizievole ai danni di Brembate di Sopra, senza comparire come avevano fatto per l’appello del 28 dicembre, Fulvio Gambirasio e Maura Panarese si affidano a un comunicato. Appongono le loro firme e lo consegnano al sindaco Diego Locatelli che lo legge in una conferenza stampa organizzata nella sala consiliare. Ancora più conciso il comunicato del sindaco del 16 gennaio 2011 che invita la stampa, le troupe televisive in particolare, ad abbandonare il suolo di Brembate di Sopra. Dopo di che è la volta di un dipendente della Lopav-Pima, una ditta di coperture di Ponte San Pietro. I titolari sono stati blindati in una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli per traffico di droga e riciclaggio. Si era parlato di rapporti di lavoro fra Fulvio Gambirasio e la Lopav e che il rapimento della figlia potesse essere interpretato come una ritorsione nei suoi confronti. Una ipotesi che non si era mai concretizzata. Alcune trasmissioni televisive, «Chi l’ha visto?» e «Quarto grado», hanno però irritato i dipendenti della Lopav che hanno fissato la loro protesta in un comunicato. In una trentina si sono presentati alla conferenza stampa. «Sono in corso attività ed indagini giuridiche nei confronti dell’amministratore della società Lopav-Pima (attualmente detenuto nel carcere di Bergamo). In attesa di verificare i fatti e la sussistenza di eventuali reati la società è gestita da un commissario straordinario nominato dal Tribunale. I dipendenti che lavorano per la società Lopav-Pima sono 110, l’indotto è di circa 250 persone. Siamo stati dipinti come “mafiosi, corrotti e persone non oneste”». E ancora: «In realtà siamo padri di famiglia, lavoriamo per guadagnare il nostro pane onestamente per le nostre mogli, i nostri figli e continuiamo a farlo con la dignità insegnataci dai nostri genitori. Il sistema mediatico sta creando un mostro inesistente allo stato dei fatti. Chiediamo il diritto e il rispetto di lavorare con tranquillità, senza dover essere additati da chiunque si avvicini ai nostri mezzi. Voi fate il vostro lavoro, con dignità e professionalità. Noi vorremmo fare altrettanto. Concedeteci questo sfogo: perché ogni volta che torniamo a casa la domanda dei nostri figli è “ma è vero papà che sei mafioso?”. Ditemi voi cosa possiamo rispondere. Vi ringraziamo ma è doveroso tutelare il nostro lavoro, i nostri figli e le nostre famiglie». Brembate di Sopra come Avetrana: stessa malasorte a causa di una giustizia inefficiente e di una informazione approssimativa.
Cosa differenzia i casi di persone scomparse è nella definizione mediatica dell’atteggiamento delle comunità, che nulla sanno circa modi, tempi e circostanze delle sparizioni: al nord si parla di riservatezza, nel sud di omertà. Certo è che se qualcuno sa, il modo in cui vengono trattati i testimoni, incentivano questi a non dire nulla di quanto loro conoscenza. Andirivieni dagli uffici giudiziari, spese, oneri e perdita di giornate lavorative con risibili rimborsi. Mancata tutela con sputtanamento mediatico e probabili ritorsioni. Eventualità di coinvolgimento con accuse e sospetti infondati.
Cosa accomuna i casi di Ottavia de Luise e Elisa Claps a Potenza, il caso dei fratellini Ciccio e Tore a Gravina di Puglia, di Sarah Scazzi di Avetrana e di Yara Gambirasio di Brembate di Sopra: l’inadeguatezza se non il fallimento del sistema investigativo. Ritardi ed errori delle indagini e delle ricerche. Per Ottavia, Elisa e Sarah si indicò la fuga volontaria come motivo della scomparsa. Per Ciccio e Tore e per Yara si incarcerarono degli innocenti: il padre Filippo Pappalardi per Ciccio e Tore e il marocchino Mohammed Fikri, il primo extracomunitario a portata di mano, per Yara.
Mai che si parta da dei punti fermi nelle ipotesi: intra familiare o extra familiare. Intrafamiliare significa motivi passionali o di interesse economico. Extrafamiliare significa spasimanti respinti o diverbi con soci o vicini di casa, raptus o serial killer, pedofilia, ratto per espianto organi o schiavitù, sette sataniche. L'adottare la tesi della fuga volontaria per ragazzi al di sotto dei 18 anni, significa mancare il dovere di riportare a casa fanciulli che per legge sono incapaci e, comunque, non poter adottare gli strumenti investigativi (quali le intercettazioni, le perquisizioni, i fermi giudiziari), riservati ai reati più gravi, come il rapimento e l'omicidio.
Certo che non ci si può esimere dal citare il pensiero di Rita Pennarola che scrive su “La Voce delle Voci”. Moventi illogici, che non reggono, eppure diventano prove. Armi del delitto mai trovate. E quell'ombra dei clan che lasciano una firma sul cadavere, senza che nessuno voglia vederla. Lontane dalla prontezza delle Direzioni Antimafia, molte Procure di provincia seguono per mesi ed anni piste passionali, ruotando intorno a gelosie familiari, storie a luci rosse o al massimo sballi da balordi di periferia. Ma ecco come, da Melania alle altre, è possibile ricostruire una storia ben diversa. Manca l'arma del delitto. Oppure è lo stesso cadavere che non viene ritrovato, se non per circostanze del tutto fortuite. O ancora, il movente risulta illogico anche rispetto al più elementare buon senso. Restano così per sempre senza giustizia le ragazze sgozzate e lasciate dentro un bosco seminude, con gli occhi ancora spalancati a guardare il cielo, le mani giunte come in preghiera. Le donne belle e innocenti come Melania Rea. Un classico, la vicenda giudiziaria sul suo tragico destino: corpo ritrovato solo grazie ad un telefonista rimasto anonimo, arma (in questo caso un coltello da punta e taglio) finita chissà dove, movente assurdo. E in carcere con l'accusa di omicidio, ovviamente, c’è il marito. Senza che nessuno (o quasi, come vedremo) dei tanti inquirenti succedutisi intorno a questa atroce vicenda abbia saputo - o più probabilmente, potuto - rispondere ai mille interrogativi lasciati aperti dalla pista passionale. Un quadro da manuale che accontenta tutti, quella moglie gelosa accoltellata dal coniuge innamorato pazzo dell'altra. Così nessuno solleverà più il velo su eventuali traffici della malavita organizzata all'interno dell'esercito. E forse cala una pietra tombale sulle vere ragioni dell'assassinio. «Accade talvolta - dice Ferdinando Imposimato, giudice istruttore nelle più scottanti vicende della storia italiana, da Aldo Moro a Emanuela Orlandi - che il movente di un crimine risulti illogico, non congruente. Ciononostante taluni investigatori continuano a perseguire lo stesso filone d'indagini, che poi o viene smontato in fase processuale, oppure travolge con accuse pesantissime persone risultate poi innocenti». La tesi di Imposimato - che qui non parla in riferimento al delitto Rea, ma risponde ad una nostra domanda sui moventi “illogici” – è stata confermata fra l'altro nel caso della contessa Alberica Filo della Torre: attraverso una rigorosa ricostruzione dei fatti, sulla Voce di aprile 2009 Imposimato smontava la solita pista passionale seguita per vent'anni dagli inquirenti, indicando le responsabilità del cameriere filippino, sbrigativamente scagionato nei primi giorni successivi al delitto. Ed arrestato solo ad aprile 2011, dopo la scoperta del suo Dna in una macchia di sangue nel letto della vittima. «Ero stato colpito - spiega Imposimato - non solo dalla mancata valutazione di indizi che portavano univocamente in direzione del filippino, ma anche da quella che consideravo l'ingiusta incriminazione di alcune persone contro cui non esistevano indizi gravi, precisi e concordanti». Come Roberto Jacono, accusato, arrestato e poi prosciolto, una vita avvelenata da indagini miopi. Perciò ripartiamo da qui. Dalla grande lezione di Imposimato sulla necessità di un solido movente. Che non pare essere un amore folle, per il marito di Melania Salvatore Parolisi. Ma una motivazione forte, come vedremo, manca anche nella ricostruzione giudiziaria attuale di altre vicende che tengono da mesi col fiato sospeso gli italiani. Casi per lo più irrisolti, che nell'immaginario collettivo misurano quanto la nostra magistratura sia in grado di dar pace alle vittime e ai familiari con sentenze e prove definitive. A disporre l'arresto di Salvatore Parolisi è la Procura di Ascoli Piceno, che indaga fin dal quel giorno (era il 18 aprile 2011), prima per la scomparsa e poi per l'omicidio di Melania, dopo il ritrovamento del cadavere, avvenuto due giorni dopo a Ripe di Civitella. Quest'ultima località è in provincia di Teramo. Perciò, quando a giugno l'autopsia rivela che la donna è stata uccisa nello stesso luogo in cui viene ritrovata, la competenza passa da Ascoli a Teramo. Dove Salvatore, già in carcere, si trova di fronte al giudice per le indagini preliminari Giovanni Cirillo. Non un magistrato qualsiasi, lui. Basti pensare a quel Premio Borsellino assegnatogli nel 2008 durante un incontro pubblico a Roseto degli Abruzzi. Accanto a Cirillo, come relatori, ci sono Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Entrambi erano stati colpiti da punizioni “esemplari” ad opera del Consiglio Superiore della Magistratura. La storia di de Magistris e Forleo è nota. Per loro oggi gli effetti di una giustizia non condizionata dai poteri forti stanno finalmente arrivando. Non così nel 2008. Il fatto che in quel tumultuoso periodo Cirillo fosse schierato al fianco dei due coraggiosi colleghi, la dice lunga sulla rigorosa volontà di non lasciarsi condizionare dai ranghi “alti” del potere, quand'anche essi fossero all'interno della stessa magistratura. Cirillo, che conosce a fondo le indagini sul caso Rea, è il gip che il 2 agosto convalida l'arresto di Parolisi richiesto dal pm ascolano Umberto Gioele Monti. Ed è grazie a Cirillo che le attività investigative cominciano ad assumere una diversa fisionomia. Non solo la ricerca spasmodica fra storie di corna a luci rosse e chat per transessuali, ma qualcosa di più solido, quello sfondo inconfessabile di traffici che forse vedono al centro, assieme all'istruttore delle soldatesse Parolisi, interi pezzi della caserma Clementi di Ascoli Piceno. Sembra di essere ad una svolta. Il gip non tralascia alcuna ipotesi, tanto che viene ascoltato il magistrato romano Paolo Ferraro, l'uomo che aveva dettagliato l'esistenza di riti satanici dentro alcuni complessi militari italiani.
A tal proposito per rimarcare la fondatezza del riferimento si cita l’interrogazione parlamentare “Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06272, pubblicato il 17 novembre 2011, Seduta n. 637. LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e della difesa. - Premesso che: il pubblico ministero di Roma, Paolo Ferraro, ha condotto in prima persona un’indagine su una presunta setta satanica, a cui avrebbero aderito anche alcuni esponenti dell’esercito, un gruppo segreto che si riunirebbe in eventi dove confluirebbero riti esoterici e banchetti a base di sesso e droga. Ad avvalorare questa pista ci sarebbero anche dei file audio che contribuirebbero a dissolvere qualsiasi dubbio sulla tesi del magistrato; l’indagine di Ferraro potrebbe, a detta dello stesso, intrecciarsi anche con il delitto di Ripe di Civitella dove il 20 aprile 2011 fu ritrovata morta Melania Rea, moglie di un caporalmaggiore del 235° Reggimento Piceno; successivamente il Consiglio superiore della magistratura (CSM), nella seduta del 16 giugno 2011, come si legge su “giustizia quotidiana.it”, ha deliberato di collocare in aspettativa per infermità, per quattro mesi, il pubblico ministero di Roma Paolo Ferraro. Il provvedimento è stato adottato con una procedura d’urgenza, motivata dalla asserita gravità ed attualità dell’inidoneità del magistrato ad adempiere convenientemente ed efficacemente ai doveri del proprio ufficio; dopo la decisione del CSM di sospenderlo per quattro mesi dal servizio per gravi motivi di salute, il magistrato decide di rendere pubblica la sua vicenda cominciata quando nel 2008 andò a vivere nella città militare della Cecchignola, a Roma; pertanto ad oggi Paolo Ferraro rimane sospeso per quattro mesi per motivi di salute, nonostante lui si dichiari perfettamente abile e a suo sostegno ci siano diverse perizie mediche che lo certificano; i difensori del pubblico ministero denunciano l’anomalia dell’azione del CSM e hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per denunciarne l’illegittimità. In particolare gli avvocati Mauro Cecchetti e Giorgio Carta hanno espresso forti critiche verso il modus operandi del CSM nei confronti del loro assistito; si legge sul sito sopra citato: “Il procedimento cautelare seguito dal Csm risulta non solo costellato di violazioni delle garanzie difensive, ma addirittura atipico, perché non previsto da alcuna norma. Non risulta fondato su alcuna perizia medica, se non una risalente al 2008 che, peraltro, attestava l’idoneità allo svolgimento di attività professionali anche complesse”. Un particolare alimenta ulteriori sospetti nei due legali: “Il Csm – hanno riferito gli avvocati – ha stranamente ritenuto ininfluenti le numerose perizie mediche di parte, private e pubblica del 2011, attestanti la specifica idoneità ed anzi qualità intellettuale del magistrato, ed ha ignorato una denuncia analitica e argomentata depositata in atti, che evidenzia fatti gravissimi a suo danno patiti dal 2009 in poi”. Il pubblico ministero Paolo Ferraro non ha mai avuto provvedimenti disciplinari di alcun tipo, mentre ha sempre avuto giudizi di ottimo rendimento, occupandosi di inchieste anche importanti; -considerato che: la signora Milica Cupic, cittadina italiana, lamenta una serie di comportamenti quanto meno opinabili di organi della giustizia militare e civile in ordine a fatti da lei denunciati; in più occasioni ed in data 4 ottobre 2003, la signora Cupic ha denunciato gravi fatti a sua detta ascrivibili a personaggi identificati e identificabili. In particolare riferiti al suo ex marito, generale a due stelle e dunque alta carica dell’Esercito italiano, che ella ebbe a denunciare già nel 1996 in relazione alla morte violenta della propria figlia e di un sottoufficiale dell’Esercito avvenuta il 3 febbraio 1986; secondo quanto riferito dalla stessa signora Cupic ella avrebbe altresì avuto modo di segnalare come un alto grado della Guardia di finanza avrebbe favorito la promozione al suo ex marito. Tale personaggio sarebbe poi diventato Comandante Generale della Guardia medesima; la Procura della Repubblica di Roma, dopo aver ricevuto l’esposto firmato dalla signora Cupic, lo avrebbe trasmesso al Procuratore Aggiunto, dottor Ettore Torri, come esposto anonimo, mentre, ad avviso dell’interrogante, ne risultava esattamente identificato il soggetto che lo aveva inviato; tali denunce sono state archiviate, ma è evidente che in tal caso la signora Cupic avrebbe dovuto essere indagata per calunnia, cosa che non è mai avvenuta; sembra per la verità che la denuncia della signora Cupic in merito alla morte del Sottoufficiale e della propria figlia siano state archiviate, giustificandole con il fatto che la signora sarebbe affetta da «sindrome delirante lucida» e che di ciò la procura militare, per quanto riferito dall’interessata, sarebbe stata informata nel 1996, in modo improprio dal Tenente Colonnello dottor Corrado Ballarini di Bologna. La Cupic ha avuto più incontri, di sua spontanea volontà con il Capitano psichiatra criminologo Marco Cannavici nel 1995 presso il Policlinico Militare Celio di Roma, il quale fece in effetti un rapporto al direttore del Celio pro tempore sullo stato psicologico della signora, nel quale tuttavia mai pronunciò la diagnosi che avrebbe portato all’archiviazione; in data 15 gennaio 2005, la signora Cupic presentò alla procura militare di Roma una formale denuncia contro il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Giulio Fraticelli, per «omissioni in atti d’ufficio», in relazione alle denunce presentate nei confronti dell’ex marito ed alla documentazione a suo dire inviata al generale Pompegnani. Il generale Fraticelli avrebbe comunicato alla signora Cupic di aver relazionato al procuratore Intellisano, il quale, peraltro, in un incontro avvenuto con la Cupic il 7 dicembre 2004, negò di aver mai ricevuto alcuna cosa; della denuncia di cui sopra esiste traccia nella lettera che la Procura militare della Repubblica presso il tribunale militare di Roma ha inviato allo studio legale Lombardi in data 16 maggio 2005, (Numero 8/C/04INT «mod. 45» di protocollo) a firma del Procuratore Intellisano; nel dicembre 2004 la Cupic ebbe a presentare una denuncia alla Procura Militare contro il Tenente Colonnello Ballarini inviandola al A.G. Maresciallo Cervelli; considerato infine che la sospensione del dottor Ferraro, improvvisamente ritenuto inadatto ad adempiere convenientemente ed efficacemente ai doveri del proprio ufficio, appare all’interrogante di dubbia legittimità, si chiede di sapere: di quali informazioni disponga il Governo sui fatti esposti in premessa; quali iniziative di competenza intenda adottare.”
Il 9 agosto 2011 Giovanni Cirillo lascia da un giorno all'altro il tribunale di Teramo. A sorpresa, nel pieno delle indagini sul delitto di Melania, il Csm lo manda a presiedere la Corte d'Assise di Giulianova. Ma lui non molla del tutto. Ed affida a Vanity Fair un'intervista che avrebbe dovuto imprimere la giusta accelerazione alle indagini. E invece è caduta nel vuoto. Il giudice parla con la giornalista di Vanity appena due ore dopo aver lasciato l'incarico: «da due ore - esordisce - non me ne occupo più, quindi non ho il dovere del silenzio». Cirillo ha ragionato a lungo sulle ragioni alla base del delitto. Sa che la pista della gelosia traballa. E spiega perchè: «il movente passionale ipotizzato dai magistrati di Ascoli (su cui è interamente basata l'ordinanza di custodia cautelare del pm Monti), l'idea che Parolisi fosse finito in un “imbuto”, stretto fra moglie e amante, non corrisponde alla sua condizione». Di più: «Parolisi non era un uomo disperato, lui con i piedi in due scarpe ci stava a meraviglia e non avrebbe mai lasciato entrambe. I pianti continui con l'amante erano finti, lo scrivono anche i carabinieri nelle intercettazioni: “Finge di piangere”. Inoltre, ha avuto fino all'ultimo rapporti con la moglie. Il movente è un altro». Non può spingersi oltre, Cirillo, consapevole com'è di dover rispettare il lavoro che ha ormai lasciato ai colleghi. Ma uno scenario ampiamente logico e credibile prende corpo dalle sue parole: «Melania - dice il gip – è stata uccisa perché aveva scoperto un segreto inconfessabile, forse legato alla caserma dove Parolisi lavorava. In tutta l'indagine resta un margine di dubbio sul fatto che Parolisi abbia accompagnato la moglie nel boschetto e lì sia intervenuta una persona che, però, non ha lasciato tracce di sè». Questo, aggiunge Cirillo, «sposterebbe tutto su un piano di premeditazione a aprirebbe scenari inquietanti, se Salvatore Parolisi stava rendendo conto a qualcuno di qualcosa che non sappiamo, se la moglie aveva scoperto qualcosa e lui è stato costretto a portarla lì». Non sapremo mai come sarebbero andate avanti le indagini se fosse stato il gip Cirillo a condurle in porto nei lunghi mesi che hanno preceduto il rito abbreviato per Parolisi. Nei primi giorni di giugno 2011 al 235esimo Reggimento Piceno fa ritorno la soldatessa Laura Titta, napoletana, che proprio presso quel reparto di stanza alla caserma Clementi era stata addestrata nel 2009. Dopo un anno di servizio a Napoli, ormai congedata, stranamente fra aprile e maggio fa domanda per tornare ad Ascoli. Tanto nel 2009 quanto nel giugno 2011, dentro quella caserma l'addestratore delle reclute femminili è il caporal maggiore Parolisi. Ma quando il 14 giugno le forze dell'ordine inviate dalla Dda partenopea arrivano alla Clementi per arrestare la Titta nell'ambito delle indagini sul boss Michele Zagaria, il fresco vedovo Parolisi dichiarerà agli inquirenti ascolani che lui la Titta non la ricorda, non l'ha mai frequentata. E tanto basterà, tanto sarà sufficiente ad allontanare l'immagine dei boss che estendono il loro potere nei reparti delle caserme, infiltrandosi tra le nostre forze armate. La reputazione dell'esercito, anche stavolta, è salva. Anche perché nessuno fra i tanti militari che erano in quell'area il 18 aprile, a quell'ora, per esercitazioni, ha sentito nulla, neppure un gemito della donna colpita con 37 coltellate. E per tutti va bene così.
Poi c'è un'altra donna. La cui storia, ben al di là di tutte le vere o presunte amanti di Parolisi, serve a chiarire i contorni degli inconfessabili traffici che probabilmente andavano avanti da tempo in quella, come forse in altre caserme italiane. Il 13 agosto del 2011 Alessandra Gabrieli, 28 anni, caporalmaggiore dei parà nell'esercito italiano, viene arrestata a Genova, la sua città, per spaccio di eroina. Il volto segnato dalla droga, la ragazza racconta agli investigatori: «mi hanno iniziato all'eroina alcuni militari della missione Isaf di ritorno dall'Afghanistan. È successo nel 2007 ed eravamo nella caserma della Folgore a Livorno. Ritengo che quello stupefacente, molto probabilmente, venisse portato direttamente dall'Asia». La giovane, che a settembre è stata condannata in primo grado a tre anni e mezzo di reclusione, aveva raccontato agli inquirenti che quanto capitato a lei era già successo ad altri colleghi. Aprendo di fatto la strada ad un'indagine della magistratura militare sui traffici nelle caserme italiane di droga proveniente dall'Afghanistan, che ne è notoriamente il primo produttore al mondo, con un fatturato salito alle stelle dopo l'arrivo delle forze Isaf. Altra centrale di smercio per hashish e dintorni in arrivo dalle “missioni di pace” deve poi essere stata un'altra caserma, quella degli Alpini a Tolmezzo, dove ha peraltro prestato servizio a lungo Salvatore Parolisi di ritorno dall'Afghanistan e prima di arrivare ad Ascoli. Ad aprile 2011, proprio nello stesso periodo in cui Melania viene assassinata, dentro la caserma di Tolmezzo qualcuno scopre che le canne dei fucili rientrati dall'Afghanistan sono imbottite di hashish. Un ritrovamento casuale, che porta alla scoperta di 360 grammi di sostanza stupefacente contenuta nei fucili. Un metodo ingegnoso, che ricorda tanto l'arte di arrangiarsi. Fatto sta che nessuno si presenta a ritirare quei fucili, benché la notizia delle indagini non fosse stata ancora diffusa. Unico indagato, un militare nato a Capua, che però nega ogni addebito. Ad oggi non si sa nulla né dell'inchiesta aperta dalla Procura militare, né di quella condotta dalla magistratura ordinaria, dopo che i fascicoli erano stati trasferiti da Tolmezzo a Roma. Indizi, solo indizi. Ma come non soffermarsi sulla loro evidenza? Perché ostinarsi a considerare un “depistaggio” quella siringa conficcata sul petto dilaniato di Melania, con accanto un laccio emostatico? «Quasi un marchio - commenta un avvocato del vesuviano da sempre alle prese con omicidi di camorra - quella siringa sul petto. Interpretando bene certi segnali, farebbe pensare più ad una tremenda punizione per il marito, con relativo avvertimento per gli altri, che alla necessità di sopprimere un testimone scomodo, cosa che generalmente i clan fanno con modalità meno appariscenti». E tutto questo, spiegherebbe anche le frasi che Parolisi dice nei primi minuti dopo aver denunciato la scomparsa della moglie («me l'hanno presa»), o le frasi che bofonchia con rabbia da solo in macchina («gli devo strappare il cuore dal petto, mi devo fare trent'anni ma lo devo fare»), e infine lo scambio di battute con la sorella Francesca (lei: «ora esce fuori tutto». E lui: «mi dispiace che ci ha rimesso Melania»). Salvatore sa. Conosce il volto degli assassini, di cui è stato in qualche modo complice?. Ma sa ancor meglio che non può e non deve parlare. E' la “legge” ferrea della camorra. Se parli, tu o i tuoi familiari prima o poi farete la stessa fine.
E a proposito di morti improvvise nell'esercito, sempre in quella tarda primavera del 2011, il 4 giugno, a Kabul viene ucciso il tenente colonnello Cristiano Congiu in circostanze che lasciano aperta la strada a molti dubbi. Se infatti l'esercito si affretta a precisare che si è trattato di un delitto di criminalità comune (avrebbe difeso una donna dagli “scippatori” in suolo afgano...), va ricordato subito che in quel bollente contesto mediorientale Congiu si occupava precisamente di segnalare e consegnare alla giustizia gli artefici dei traffici di stupefacenti, forte di una lunga esperienza in materia. L'aveva acquisita, forse, nei lunghi anni in cui era stato in servizio a Napoli, caserma del Rione Traiano. Un'ombra si allunga, inoltre, su quell'ultimo messaggio di Cristiano affidato alla sua pagina Facebook: «Qualcuno mi vuol far tacere». Scrive il Messaggero all'indomani dell'agguato che «la sua morte potrebbe quindi essere legata alla sua attività di investigatore, un agguato studiato nei minimi particolari per farlo tacere». Sono state aperte ben due inchieste su quei fatti, una della magistratura e l'altra dell'Arma dei carabinieri. Ad oggi, nulla è stato reso noto sui risultati. Congiu, che era balzato alle cronache per aver arrestato un pericoloso esponente dei Casalesi, quel giorno a Kabul aveva ricevuto la visita di una donna americana. Così sintetizza Peacereporter i contorni finali del giallo: «Rimane senza risposta da parte del ministero della difesa l'interrogativo della presenza in quella zona del militare e della sua ospite statunitense, in visita a una miniera di smeraldi a cinque ore da Kabul». L'informatissimo Corsera.it ha da tempo messo in relazione l'elementare puzzle tra l'atroce fine di Melania, l'omicidio Congiu, la presenza di Laura Titta alla Clementi e perfino il “suicidio” di Marco Callegaro, che a metà 2010 aveva denunciato sprechi e strani movimenti nel battaglione dell'esercito di stanza a Kabul. Tutti elementi che, a parte il coraggioso giudice per le indagini preliminari Giovanni Cirillo, nessuno fra gli inquirenti ad Ascoli o a Teramo ha messo in connessione fra loro per dare una spiegazione al massacro di Melania e trovare un movente ben più convincente rispetto a quello del presunto folle amore per la soldatessa: un sentimento che le stesse intercettazioni mostrano invece fragile, se non addirittura inesistente («ma chesta è scema?», dice Salvatore parlando con se stesso di Ludovica). E c'è ancora una frase, detta a botta calda, che accomuna Parolisi ad un'altra protagonista di un caso recente, anche lei imputata per omicidio. Salvatore Parolisi la dice, subito dopo la scomparsa di Melania, all'allora amico Raffaele Paciolla: «me l'hanno presa...». Pari pari l'esclamazione di Sabrina Misseri dopo la sparizione della cugina Sarah Scazzi: «l'hanno presa...».
Chi aveva preso Sarah? E perchè? Anche qui, la cortina di silenzio sulle tante incongruenze della ricostruzione ufficiale, è diventata di piombo. Cristallizzata, per giunta, dalle mille sequenze realizzate per la tv ripercorrendo quasi esclusivamente le carte dell'inchiesta giudiziaria. Nessuno, insomma, che provi almeno una volta a porre apertamente domande sugli stessi investigatori. I quali spesso non guardano dentro quei piccoli squarci rivelatori, illuminanti di un'altra verità. Quella che non si può dire. Forse qualcuno è disposto a scontare 30 anni di carcere piuttosto che svelare i veri mandanti. Un terrore imposto a chi ben conosce logiche e linguaggi della malavita organizzata.
«Cosa accomuna i casi di Elisa Claps a Potenza, di Sarah Scazzi ad Avetrana e di Yara Gambirasio di Brembate di Sopra? L'inadeguatezza, se non il fallimento, del sistema investigativo. Ritardi ed errori delle indagini e delle ricerche. Per Elisa e Sarah si indicò la fuga volontaria come motivo della scomparsa. Per Yara si incarcerò un innocente, il marocchino Mohammed Fikri, il primo extracomunitario a portata di mano». Lo sfogo è di Antonio Giangrande, avvocato di Avetrana e personaggio noto del web attraverso la sua battagliera associazione “Contro tutte le mafie”. Nel monumentale dossier dedicato alle tragiche vicende di queste giovani donne, Giangrande è forse l'unico che non teme di indicare con chiarezza elementi che riguardano gli stessi investigatori. E a chiedersi, per esempio, «come è possibile che a presiedere la Corte d'Assise di Taranto per il processo di Sarah Scazzi, in violazione al principio della terzietà ed imparzialità del giudice, sia il giudice Cesarina Trunfio, ex sostituto procuratore di Taranto, già sottoposta del Procuratore Capo di Taranto Franco Sebastio nonché collega dell'aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Mariano Buccoliero, cioè ex colleghi facenti parte del collegio che sostiene l'accusa nel medesimo processo sul delitto di Sarah Scazzi dalla Trunfio presieduto?». «Qualsiasi decisione finale sarà presa - rincara la dose l'avvocato – sarà sempre adombrata dal dubbio che essa sia stata influenzata dalla colleganza funzionale e territoriale». C'è solo Giangrande a ricordare come nel 2004, in quella stessa zona, le indagini sul delitto di una coetanea di Sarah, Giusy Potenza, avessero avuto come sfondo quella prostituzione minorile che nei territori fra Taranto e Foggia vede da sempre all'opera la Sacra Corona, orrenda gemmazione della camorra in terra pugliese, e come vittime centinaia di bambine innocenti, cui la natura aveva donato una bellezza senza pari. Abbandonata subito, infine, anche la pista del delitto di camorra nel caso di Yara Gambirasio, benché entrambi i titolari della ditta per la quale lavorava il padre della ragazza siano stati arrestati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. E così, mentre si continuano ad eseguire gli oltre diecimila esami del Dna ad interi paesi, sperticandosi fino alla ricerca di possibili “figli naturali” dei presunti assassini, nessun rilievo è stato dato dagli inquirenti alle voci che fin dai primi giorni si rincorrevano in paese, a Brembate, su quella droga che circolava a fiumi nelle zone periferiche, gestita - come ormai ovunque in Lombardia e in tutto il Nord - da uomini che portano cognomi calabresi o campani. E che in zona vivono e lavorano da tempo anche con attività imprenditoriali alla luce del sole. Per Yara insomma, proprio come per Melania e Sarah, ad essere privilegiata rimane la strada del delitto passionale, o al massimo di un balordo. E a ricordarci qualcosa sulla principale investigatrice del caso Brembate, il pm Letizia Ruggeri, era stato solo il quotidiano Libero. Che il 9 marzo 2011, con il corpo della bambina appena ritrovato, ricorda come quel 26 novembre 2010, quando Yara scompare, sia lo stesso giorno in cui va in pensione il procuratore capo di Bergamo Adriano Galizzi. E che il sostituto Ruggeri, cui era stato assegnato il fascicolo, il 4 dicembre 2010 parte per due settimane di vacanze sulla neve. Situazione: «Nei 40 giorni cruciali per le indagini - sintetizza Libero - il pubblico ministero era in vacanza». Indignazione che si è materializzata con una raccolta di firme per l’estromissione del PM dalle indagini. Finale: ad oggi, mandanti ed assassino di Yara Gambirasio sono ancora senza volto.
Non meno stravagante e bizzarra è anche la coincidenza per la quale gli avvocati di Parolisi e della famiglia Scazzi sono gli avvocati di Perugia Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, che si sono occupati anche del caso dell’omicidio di Meredith Kercher. Essi difendevano il condannato Rudy Guede. Per quel delitto sono stati assolti Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Anche loro vittime dei PM di turno innamorati della loro ipotesi investigativa.
Palesi e fondate critiche sulla conduzione delle indagini, per quanto riguarda Sarah, sono a firma di Giorgio Sturlese Tosi su Panorama del 9 dicembre 2010.
Gli italiani, è storia vecchia, sono tutti allenatori della nazionale di calcio. Ma da qualche tempo sono diventati anche un popolo di investigatori. Le serie televisive e i grandi gialli, trattati in tutte le trasmissioni, hanno svelato i segreti di ogni tecnica investigativa e, al bar come al mercato, uomini e donne discettano con competenza di autopsie, luminol, guanti di paraffina e dna. Le indagini sulla morte di Sarah Scazzi vengono ormai seguite con più attenzione e trasporto delle serie tv sui Csi americani. Ma proprio dal confronto con i delitti più celebri e le crime fiction più apprezzate emergono alcuni aspetti dell’inchiesta sul caso Scazzi che lasciano perplessi. E il pubblico, sempre più preparato, segue con sconcerto l’evolversi dell’inchiesta. A cominciare dalle prime mosse dei carabinieri, dopo la denuncia di scomparsa del 26 agosto.
La prima pista falsa, seguita per troppe
settimane.
All’inizio, e per settimane, fu battuta la pista dell’allontanamento volontario.
Si scoprì, con stupore, che Sarah aveva creato più profili su Facebook mentre
una frase banale, che tradiva un adolescenziale desiderio di andarsene da
Avetrana, fu interpretata come la prova che si trattasse di una messinscena.
Le intercettazioni, disposte solo in
settembre.
In quasi tutti i casi di scomparsa le prime attenzioni degli investigatori si
concentrano sulla cerchia familiare. Ma fra agosto e settembre nessuno pensò
d’intercettare le telefonate e le conversazioni delle persone legate alla
vittima. Concetta Serrano, madre di Sarah, disse subito:
«Indagate anche sulla famiglia, pure su di me». Ma nel mirino finì il padre di
Sarah, Giacomo. Non i Misseri, nella cui casa Sarah trascorreva gran parte delle
sue giornate. Solo il ritrovamento del cellulare di Sarah da parte di Michele
Misseri, il 29 settembre, ha portato a una svolta nelle indagini.
Le ricerche a vuoto, ma qualcosa si poteva
sospettare.
Inutili anche le battute condotte sul territorio da decine di volontari e dai
carabinieri. Il cadavere di Sarah verrà scoperto solo grazie a Misseri, unico
regista dell’inchiesta. Eppure, era noto in paese che l’uomo, nel giorno del
delitto, aveva lavorato in quel campo di contrada Mosca.
La scena del delitto, isolata alcuni
giorni dopo la confessione.
È la prima regola di ogni indagine. Ma il garage dove sarebbe avvenuto il
delitto è stato setacciato dai tecnici della scientifica solo alcuni giorni dopo
la confessione di Misseri. Lo stesso è accaduto per la casa di via Deledda, più
recentemente indicata come il luogo dove sarebbe stata uccisa Sarah. Nessuno, in
procura, aveva pensato di mandarvi gli esperti del Ris.
L’ambiguità della traccia telefonica.
Impossibile anche tracciare gli spostamenti del cellulare di Sabrina, cugina di
Sarah e oggi principale sospettata. Nella guerra di perizie, già iniziata tra
accusa e difesa, persino il fatto che il suo telefonino abbia agganciato il
ripetitore vicino al pozzo dove è stato trovato il cadavere, un dato
apparentemente di univoca interpretazione, è in realtà motivo d’incertezza:
perché i periti della procura ritengono che a seconda di circostanze del tutto
casuali i cellulari di Avetrana possano agganciare la zona di Nardò (dove si
trova il pozzo) e viceversa.
Gli interrogatori, un po’ troppo
incalzanti.
Quasi tutti gli interrogatori di Michele Misseri sono stati condotti con
sollecitazioni incalzanti, che sembrano volerlo condurre verso una strada
precisa. Ma le otto versioni rese fin qui dall’indagato hanno avuto
fondamentalmente l’effetto di renderlo poco credibile.
L’arma del delitto, non ancora scoperta.
Insolito è stato anche l’approccio che gli inquirenti e i carabinieri del Ris
hanno avuto con la Seat Marbella di Misseri, l’auto utilizzata per il trasporto
del cadavere, che è stata sequestrata e custodita per giorni nel cortile della
caserma dei carabinieri. I tecnici inizialmente ne hanno ispezionato il
bagagliaio, senza però tenere conto di una cintura in cuoio. Soltanto dopo che
Misseri l’ha indicata come arma del delitto (ma poi è stato smentito
dall’autopsia) quella cintura è stata portata in laboratorio.
I possibili complici: ci sono, oppure no?
Anche le modalità dell’occultamento del cadavere sono avvolte nel mistero e i
periti non sono ancora riusciti a stabilire se Michele abbia fatto tutto da solo
o se qualcuno l’abbia aiutato a calare il corpo di Sarah nel pozzo.
Le visite dei familiari in carcere.
Del tutto particolare appare poi l’autorizzazione concessa dalla procura alla
moglie e alla figlia di Misseri, Cosima e Valentina, di visitare Michele e
Sabrina. Tanto più considerando che uno accusa l’altra e che il resto della
famiglia si è da subito schierato con la ragazza. Un’interferenza che rischia di
compromettere l’intero quadro testimoniale.
L’autopsia incerta.
Di nessun aiuto è stata la prova scientifica per eccellenza: l’autopsia. Luigi
Strada, consulente tecnico dalla procura, non è riuscito a stabilire se a
strangolare Sarah sia stato suo zio Michele, un contadino abituato a lavorare
nei campi, oppure sua cugina Sabrina, una ragazza di 22 anni. Il medico legale
deve ancora completare la sua analisi, tuttavia il corpo di Sarah è già stato
sepolto.
L’ora del delitto, ancora non stabilita.
Neanche questa è certa. L’assenza di tracce di un «cordon bleu» ingerito da
Sarah prima di uscire di casa, rilevata dal Ris, stravolge l’intera
ricostruzione del delitto fin qui fatta da Misseri e sposta di oltre un’ora il
momento del decesso.
Le ricostruzioni, che lasciano molte
incertezze.
Condotto una seconda volta in contrada Mosca, Misseri ha ripetuto i gesti
compiuti per gettare Sarah nel pozzo, allo scopo di dimostrare di avere fatto
tutto da solo. Ma gli inquirenti, non avendo di meglio e forse inclini alla
teoria del «dove sta il più sta il meno», gli hanno fatto sollevare prima un
robusto carabiniere e poi un grosso masso che si trovava a portata di mano. Non
solo, il consulente Strada, nel tentativo di far ripetere l’esecuzione a Michele
Misseri in carcere, non avendo a portata di mano una cintura né una corda, ha
utilizzato «un foulard arrotolato a mo’ di fune». Che, nelle sue rudi mani, ha
evidenziato l’incertezza dei movimenti di zio Miche’.
Il segreto istruttorio, violato per due
mesi.
Nonostante quanto prevede la legge, gli audio dei verbali di interrogatorio, i
filmati dei sopralluoghi, i tabulati telefonici e i risultati delle perizie sono
finiti sui giornali, in televisione e sul web. Tardivo, e inutile, il sequestro
della procura di tutti gli atti ormai di dominio pubblico.
Ecco, in sintesi, le diverse versioni fornite da Michele Misseri agli inquirenti sull'uccisione della nipote Sarah Scazzi, avvenuto il 26 agosto 2010.
6 OTTOBRE 2010, MISSERI 'UNO': Michele Misseri si imbatte in Sarah che, alla ricerca della cugina Sabrina, entra nel garage dello zio, dove lui sta sistemando il trattore. L’uomo tenta un approccio sessuale con la nipote, che respinge le avances. Michele l’aggredisce alle spalle e con una corda la strangola. Nasconde il cadavere, poi lo colloca nel bagagliaio della sua auto, si dirige nelle campagne di Avetrana, denuda la salma e si lascia andare a un rapporto sessuale completo. Depone di nuovo il cadavere in auto e, infine, lo getta in un pozzo. L’uomo non chiama mai in causa la figlia Sabrina.
15 OTTOBRE 2010, MISSERI 'DUE': Sarah arriva in casa Misseri e la cugina Sabrina la trascina nel garage con la forza, avendo la stessa Sabrina ed il padre concordato di darle una lezione per intimorirla ed evitare che la ragazza diffondesse in paese la notizia delle attenzioni sessuali riservatele dallo zio, delle quali anche Sabrina era venuta a conoscenza. Mentre quest’ultima tiene per le braccia la cugina, Michele Misseri avvolge una corda intorno al collo di Sarah e la strangola. Sabrina, nel momento in cui vede la cugina accasciarsi, impaurita molla la presa e si allontana. L’uomo poi fa sparire il cadavere gettandolo nel pozzo. Alcuni giorni dopo, tramite il suo legale, Michele Misseri fa sapere di voler ritrattare la precedente confessione nella parte relativa agli atti sessuali sul cadavere.
4 NOVEMBRE 2010, MISSERI 'TRE': Sabrina e Sarah si incontrano per andare al mare e litigano, forse per gelosia nei riguardi di un amico comune, Ivano Russo. Sabrina trascina nel garage Sarah: la discussione degenera e lei strangola la cugina con una cintura trovata in garage. Sabrina sale a casa ed informa il padre Michele, che stava dormendo. L'uomo rassicura la figlia, che si allontana con l’amica Mariangela. Michele Misseri carica la salma di Sarah in auto, si dirige in campagna, abusa sessualmente del cadavere e, infine, lo getta nel pozzo calandolo con una corda.
19 NOVEMBRE 2010, MISSERI 'QUATTRO': Michele Misseri conferma sostanzialmente l’ultima versione, ma ritratta le presunte avances alla nipote e l’abuso sessuale del cadavere.
VIGILIA DI NATALE 2010, MISSERI CINQUE: Michele Misseri scrive due lettere alle figlie Sabrina e Valentina, scagionando di fatto la secondogenita e scusandosi per averla accusata ingiustamente ma senza spiegare i motivi delle precedenti accuse. È proprio in una lettera di poche righe inviata alle figlie Valentina e Sabrina (quest’ultima detenuta in carcere perchè accusata di concorso in omicidio) che Michele Misseri fa riferimento al fratello Carmelo: «mi hanno detto – scrive testualmente – che se non faccio quella confessione dovevano arrestare la mamma e zio Carmelo io per non mettere altri innocenti o dovuto fare la falsa».
16 FEBBRAIO 2011. MISSERI SEI. L’ultima confessione, sarebbe contenuta in una lettera che Michele Misseri avrebbe consegnato, o forse spedito, al suo difensore di fiducia, l’avv. Francesco De Cristofaro del foro di Roma. La circostanza è stata riferita nella trasmissione di Rai Uno “La vita in diretta”. La missiva, secondo quanto riferito nella trasmissione tv, sarebbe stata scritta il 16 febbraio. Misseri vi avrebbe raccontato che quel maledetto 26 agosto Sarah sarebbe entrata nel garage mentre lui era adirato perchè non partiva il motore del trattore. L’uomo avrebbe invitato bruscamente la nipote ad andar via, la ragazzina non gli avrebbe dato retta e Misseri, preso da un raptus d’ira, avrebbe strangolato la nipote con una corda. Il corpo esanime sarebbe caduto sul compressore. Era stato proprio Michele Misseri, in una lettera inviata mesi fa alla figlia maggiore Valentina, a parlare di un compressore, scrivendo che Sarah vi avrebbe battuto la testa cadendo dopo essere stata strangolata.
SCOMPARSA, RITROVAMENTO ED INDAGINI