"Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

CHI TUTELA I LORO DIRITTI ?!?!

 

PEDOFILIA  E ABUSI: PARLARE E NON SPARLARE !!!

SE LORO FOSSIMO NOI ?

E SE FOSSIMO NOI I DISADATTATI ?!?!

VIDEO INCHIESTA RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI

 

VIDEO INCHIESTA ABORTI

     

VIDEO INCHIESTA ADOZIONI ED AFFIDO

LA IRRESPONSABILITA' DEGLI ASSISTENTI SOCIALI

 

 

VIDEO INCHIESTA RAPIMENTI DI STATO

 

VIDEO INCHIESTA PEDOFILIA

 

LE VIDEO INCHIESTE SULLA PAZZIA VERA O PRESUNTA

 

     

PARLIAMO DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI IN ITALIA.

Lo Scandalo raccontato da “La Repubblica”.

L'esercito degli "invisibili" intrappolati nell'inferno Italia. Li chiamano i "dubliners", da "Dublino II", il regolamento europeo sull'asilo politico. Sono i rifugiati sbarcati in Italia e poi passati nel Nord Europa, ma che devono istruire la loro pratica nel nostro Paese. E ora quarantuno tribunali tedeschi hanno bloccato le espulsioni dei richiedenti asilo verso l'Italia sulla base di un rapporto che racconta come per queste persone da noi non ci sia alcuna "garanzia di dignità umana".

Nei primi decenni del Novecento c'erano persone che spontaneamente arrivavano a rompersi un arto, chi un braccio e chi una gamba, per evitare di essere chiamati in guerra. È passato quasi un secolo, ma nella cosiddetta società dei diritti esistono ancora persone costrette a bruciarsi le dita per cancellare le impronte digitali. Queste persone sono i rifugiati politici, e alcuni di loro lo fanno per non tornare in Italia, dopo essere arrivati in Germania o nel Nord Europa.

Com'è possibile? È possibile principalmente per due ragioni: la prima è che il principale regolamento legislativo in Europa in materia di asilo politico, il Dublino II, perno fondamentale dell'intero sistema di accoglienza europeo, prevede obbligatoriamente che la richiesta d'asilo di un rifugiato politico debba essere gestita dal paese membro nel quale quel rifugiato ha registrato le impronte digitali. L'ingresso principale per gli extracomunitari in Europa è rappresentato dalle coste italiane e greche ed è qui che vengono identificati la prima volta, segnando involontariamente il loro destino. Succede che gli immigrati, quando escono dal periodo di soggiorno forzato, decidono di prendere la strada del Nord in cerca di lavoro e molti attraversano i confini per approdare in Germania e oltre. Ma una volta usciti da Italia o Grecia, eccoli scontrarsi con la Dublino II che li costringe a tornare nelle penisole di partenza. E qui si arriva alla ragione per la quale i richiedenti asilo non vogliono fare ritorno: perché in Italia e in Grecia non ci sono “garanzie di dignità umana” per loro. Questa conclusione è contenuta in un dossier, per ora tradotto solamente in inglese, scritto da due avvocati tedeschi che difendendo la causa di alcuni rifugiati sono venuti in Italia per vedere di persona quali sono le condizioni che gli riserviamo. Un'accusa, non ancora presentata in modo formale, ma che da un lato ha già scandalizzato l'opinione pubblica tedesca e dall'altro ha spinto quarantuno tribunali (Weimar, Francoforte, Dresda, Friburgo, Colonia, Darmstadt, Hannover, Gelsenkirchen e altri) a emettere altrettante ordinanze temporanee per bloccare le espulsioni dei richiedenti asilo verso l'Italia.

È giusto a questo punto fare una distinzione importante, quella fra richiedente asilo e rifugiato politico.

Il richiedente asilo è colui che richiede lo status di rifugiato: è una distinzione banale ma ancora molte persone confondono le due situazioni. In Italia, quando un immigrato ottiene lo status di rifugiato politico la sua domanda d'asilo viene gestita dallo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Lo Sprar è l'istituzione nazionale che si occupa di trovare soluzioni logistiche e abitative per facilitare l'integrazione sociale dei rifugiati: vitto, alloggio e un programma di inserimento socio-lavorativo più l'assistenza linguistica, il tutto appoggiandosi agli enti locali. Lo Sprar ha tremila posti a disposizione, quindi riesce a gestire in media seimila rifugiati l'anno (sei mesi a rifugiato).

Il problema nasce proprio qui, dalla carenza di posti. Infatti le domande di asilo sono molte di più e lo Sprar mostra il limite di un sistema sovraccarico che non riesce a fronteggiare le richieste. Nel 2008 si è raggiunto l'apice di trentunomila domande d'asilo, mentre nel 2009 si è scesi a diciassettemila dopo che gli accordi tra Libia e Italia hanno dirottato gli sbarchi verso la Grecia o li hanno rispediti al mittente, in questo caso alle coste nordafricane. Oltre la metà dei rifugiati non rientra quindi in un programma di inserimento. La maggior parte di loro viene ospitata all'interno dei cosiddetti Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo), dove ricevono un posto letto da lasciare libero alle otto del mattino. Quindi hanno a disposizione un posto dove passare la notte ma di giorno sono abbandonati a se stessi, e vanno in strada con l'obiettivo di sbarcare il lunario. Ma anche i Cara sono spesso saturi. Così a chi non trova posto nemmeno qui dovrebbe essere garantito un compenso per mantenersi nell'ordine di 45 euro al giorno (“dovrebbe” perché alcuni rifugiati dichiarano di non riceverlo). Il risultato è che centinaia di persone trovano riparo dove possono: alcuni dormono per strada, altri occupano edifici abbandonati senza nessun tipo di comfort (riscaldamento, acqua, eccetera). La conseguenza è che i nuovi “inquilini” si ritrovano del tutto tagliati fuori dalla società e dalla possibilità di ottenere un riconoscimento legale. Infatti, se mai si liberassero dei posti nei programmi di inserimento, essi non risultano rintracciabili. E senza fissa dimora non possono ottenere assistenza sanitaria, inserimento nelle liste d'impiego, la patente e tutti gli altri servizi. Questi rifugiati politici diventano pressoché “invisibili”. I richiedenti asilo possono rimanere in attesa per mesi, addirittura anche un anno, prima di ricevere una risposta - che può essere negativa – alla loro richiesta da parte della Commissione territoriale. Una volta messi alla porta dal Cie, il Centro di identificazione ed espulsione, i richiedenti sono soli, non hanno tessuto nessuna rete sociale con l'esterno dal momento che sono stati costretti a mesi di soggiorno forzato. Così alcuni fuggono cercando di espatriare o di farsi dimenticare nelle pieghe della città, altri vengono “parcheggiati” in edifici inutilizzati in attesa di una risposta. E mentre le loro giornate trascorrono inutili, il loro soggiorno diventa una spesa pubblica.

Non si può dare tutta la colpa all'Italia. É vero, il nostro Paese, in tema di diritti d'asilo, è stato già richiamato almeno quattro volte in due anni dalla Corte europea per i diritti umani. Ma a essere sotto accusa è l'intero sistema di gestione dei profughi e dei richiedenti asilo a livello europeo. È logico che in Europa esistano paesi con più problemi di accoglienza di altri, dal momento che sono le prime terre d'approdo per gli sbarchi. A questi paesi deve essere riconosciuta la possibilità di gestire differentemente la questione flusso migratorio. La legge Dublino II non fa altro che ripartire in modo ineguale la domanda di richieste d'asilo. Per il Cir, Consiglio italiano per rifugiati, questa convenzione dev'essere addirittura abolita “perché non risponde ai principi contenuti nella Convenzione di Ginevra ma anzi va a soddisfare interessi politici-economici nazionali”. In pratica Dublino II limita la libertà personale di queste persone. Disabili, donne partorienti, persone traumatizzate e vulnerabili: spesso capita al Cir di verificare espulsioni del genere. Gente spedita come pacchi postali dalla Gran Bretagna e da altri paesi europei.

Eppure alcuni di questi paesi sembrano voler invertire la tendenza. Oltre alla Germania, anche Olanda e Svezia stanno prendendo in considerazione l'eventualità di bloccare i rimpatri dei dubliners, i rifugiati di ritorno. Da non dimenticare che queste misure erano già state adottate nel 2008 da Norvegia e Finlandia nei confronti della Grecia, reputata un paese “a rischio” per i profughi. "Senza tetto, picchiati, violentati e le cose stanno peggiorando"Parla Dominik Bender, uno dei due avvocati tedeschi che ha realizzato il dossier di Pro Asyl sulle scandalose condizioni di vita dei richiedenti asilo nel nostro Paese. "Da più parti d'Europa arrivano giudizi simili e i tribunali s'interrogano se si possa rimandare in Italia un richiedente asilo. E non ci sono notizie di miglioramenti". "Con la nostra iniziativa siamo riusciti a bloccare, in media, già un terzo delle espulsioni verso l'Italia, e la tendenza è in aumento". L'avvocato Dominik Bender, uno dei due estensori del dossier di Pro Asyl sulle scandalose condizioni di vita dei rifugiati in Italia, è fiero e combattivo.

Avvocato, da quando avete pubblicato il rapporto in Germania, ci sono stati sviluppi positivi in Italia da parte delle autorità o per i profughi?
«Non sono a conoscenza di miglioramenti in Italia. Non voglio generalizzare, parlando da fuori dell'Italia, ma non ho sentito di nuovi tentativi per migliorare la situazione dei profughi. E sempre più profughi extracomunitari lasciano l'Italia per venire in Germania o altrove in Europa. I loro racconti sono gli stessi di un anno fa: direi che ci sono piuttosto segnali di un peggioramento della situazione. Penso a Lampedusa ma anche a Roma, dove in primavera l'ambasciata somala è stata chiusa senza offrire a chi vi viveva situazioni alternative".

Ma parliamo di gravi situazioni in centri d'accoglienza non ufficiali, non in quelli pubblici, no?
«Sì, lo so benissimo. Ma è un sintomo dell'assoluta insufficienza dell'assistenza pubblica per questa gente dai destini tragici».

Preparate altre iniziative?
«Un avvocato che vuole impedire l'espulsione di profughi verso l'Italia deve sempre superare due ostacoli. Primo, occorre documentare la situazione in un paese. Per questo siamo andati a ricercare in Italia, e altri gruppi lo hanno fatto dopo di noi. Secondo, c'è la valutazione giuridica della situazione reale. In questo senso non c'è solo il nostro rapporto: anche La Schweizerische Fluechtlingshilfe (l'associazione svizzera per l'assistenza ai profughi, ndr) ha presentato un rapporto a maggio. C'è un rapporto di una ong norvegese. E infine un rapporto di Thomas Hammerberg, responsabile dei diritti umani del Consiglio d'Europa. Anche lui ha scritto che i profughi stanno molto male in Italia. Ora comincia il confronto giuridico».

Con chi?
«Prima di tutto con i tribunali tedeschi. Solo loro possono impedire ad esempio l'espulsione di un somalo in Italia. Molti avvocati in Germania ora usano questi rapporti nelle cause per convincere i giudici che non si possono inviare i profughi in Italia. Conosco già una cinquantina di sentenze tedesche che dicono che al momento non si può rispedire un esule in Italia. E' già un successo molto grande. Circa un terzo delle espulsioni verso l'Italia sono state bloccate da tribunali tedeschi. Tendenza in aumento. Due settimane fa poi la Corte europea per i diritti umani a Strasburgo ha provvisoriamente bloccato l'estradizione di un curdo siriano in Italia. E' un precedente. Conosco l'avvocato che ha strappato questa sentenza: gli era andata male al tribunale di Muenster, poi si è rivolto invano alla Corte costituzionale tedesca, a Strasburgo ha trovato ascolto. La Corte di Strasburgo ha chiesto al governo tedesco di spiegare entro il 30 novembre perché un'espulsione verso l'Italia dovrebbe non violare i diritti umani, e in Germania ogni tribunale riceve informazione della sentenza di Strasburgo. Vedremo quale sarà il verdetto finale di Strasburgo, tra qualche mese. La discussione sulla vita dei rifugiati in Italia però è aperta a livello europeo, dubbi e critiche all'Italia sono stati presi in seria considerazione».

Quali sono secondo voi i problemi più gravi per i profughi in Italia?
«Prima di tutto l'alto numero di senzatetto tra loro. Non hanno famiglia né amici, sono del tutto soli, tranne amici conosciuti sulle navi dalla Libia o a Lampedusa. Non hanno network sociali, nessuno li aiuta. Se non si dà loro un tetto vivono in strada, così si producono situazioni come a Roma: minorenni somali o eritrei per settimane o mesi hanno dormito sotto i ponti o a Termini, o hanno trascorso la notte come clandestini sui treni per avere un po' di caldo. E un tetto è importante anche per la difesa da attacchi. Poi chi non ha una residenza registrata ha gravi difficoltà a ricevere assistenza sanitaria. Spesso molti profughi arrivano in Germania gravemente malati, per esempio di tbc, dopo un anno o un anno e mezzo vissuti in strada in Italia. E qui vengono per prima cosa curati per settimane in ospedale. Poi ci sono altri due problemi».

Quali?
«La mancanza di assistenza per cibo e abiti. Ci sono le mense della Caritas, la Fraternità dei gesuiti, fanno il possibile ma è troppo poco. Ultimo problema: non hanno tempo né di imparare l'italiano né di cercare lavoro, quindi non possono integrarsi. In Germania è diverso: hanno pasti caldi, sono offerti loro corsi di lingua e corsi professionali, hanno un qualche alloggio. Senza parlare delle aggressioni razziste a Termini o a Torino o a Milano di cui ci raccontano i profughi che arrivano qui. Il razzismo è un problema purtroppo generale in Europa, anche in Germania, ma se dormi a Termini sei un bersaglio ben più vulnerabile che non in un alloggio o in un container. Somali ed eritrei che vengono in Europa hanno ogni motivo di chiedere difesa, e in Italia sono del tutto indifesi. E' comprensibile che fuggano in altri paesi per cercare difesa e sicurezza, i nostri tribunali appunto cominciano a capire che in Italia la loro sicurezza non è garantita, sono abbandonati a sé stessi in strada, per questo cominciano a emanare verdetti contro le espulsioni in Italia».

Casi concreti? Racconti...
«Penso a otto giovani, in maggioranza somali, che mi hanno narrato le loro esperienze. Ecco la testimonianza di uno di loro: 'Arrivai a Lampedusa, mi portarono in un campo profughi dove trascorsi diversi mesi. In quel periodo mi presero due volte le impronte digitali. Due volte fui interrogato, poi ricevetti un documento che m'imponeva di lasciare il campo profughi. Da quel momento sono cominciati i miei problemi peggiori. Non era assolutamente chiaro dove avrei dovuto o potuto andare, e di cosa avrei potuto o dovuto vivere. Lampedusa era divenuta una casa per me, c'era un minimo esistenziale garantito. Mi sentii gettato in strada in un paese straniero di cui non capivo la lingua. Desideravo una cosa sola, tornare nel campo. Ma fu impossibile, e come unica risposta alle mie domande le autorità mi dettero un biglietto per Roma. Altri miei compatrioti mi dissero: sì, vacci, puoi dormire all'ex ambasciata somala. Nell'agosto 2009 arrivai in treno a Termini. Altri somali mi portarono all'ambasciata, non lontano. La situazione nell'edificio era catastrofica: tutti abbandonati a se stessi, ognuno doveva provvedere da solo a come sopravvivere. Grazie all'aiuto di organizzazioni della Chiesa ebbi cibo e abiti. Ma in inverno non avevo nemmeno una coperta. E molti somali nell'ex ambasciata erano alcolizzati, aggressivi, c'erano violenze quotidiane. Per questo decisi di lasciare l'Italia».

TESTIMONIANZE DIRETTE

HUSEIN / MOGADISCIO

«Vivevo a Termini e mangiavo rifiuti. A 14 anni la vita di strada fa paura. A Roma avevo 14 anni quando per mesi dovetti vivere in strada attorno a Termini. Sopravvivevo cibandomi di rifiuti che trovavo fuori dai supermarket e dai ristoranti. E vendendo un po' di vuoti di bottiglia mi guadagnavo pochi soldi. Praticamente tutto il tempo a Roma l'ho vissuto in strada, fui anche aggredito e derubato, perfino, del permesso di soggiorno. Provai a vivere nell'ex ambasciata somala ma per me minorenne era troppo pericoloso, gli alcolizzati volevano continuamente stuprarci. Se chiedevo aiuto alla polizia, la risposta era sempre la stessa: stai molto attento, non ti far più vedere, vattene altrove in Europa. Alla fine decisi di tentare l'impossibile. Mi affidai a un passatore, che in giugno mi portò in auto in Germania».

MOGDAN / MOGADISCIO

«Un incubo tra la Sicilia e Torino. Il martirio è finito in Germania. In Sicilia vivevo in strada, fui spesso picchiato e derubato. Poi un contadino mi dette lavoro, ma in che condizioni! Lavoro dalle sei del mattino alle sei di sera, lavoro pesante nei campi. Niente colazione, a mezzogiorno solo pane secco. Non avevo un alloggio, dormivo in una capanna di legno infestata di ratti, cimici e pidocchi. Se crollavo di stanchezza il contadino mi picchiava selvaggiamente, o aizzava contro di me il suo cane da guardia. Non avevo neanche mai il diritto di lavarmi. Dopo alcuni mesi decisi di andarmene, chiesi di essere pagato, e lui mi rispose "non ho il dovere di darti proprio un soldo, perché non hai né documenti né permesso di lavoro"... Passai poi mesi a Roma, nelle terribili condizioni di vita nell'ambasciata somala, e a Torino in condizioni altrettanto pesanti. Il martirio è finito arrivando in Germania, lasciando l'Italia».

WADI / KISIMAYO

«A Roma in balia dei gruppi mafiosi. Ora studio tedesco e gioco a calcio. Trascorsi due mesi e dieci giorni in un carcere a Reggio Calabria, poi quattro mesi e undici giorni in un'altra prigione. In tutto quel periodo di detenzione non ho mai potuto vedere un avvocato, mi prendevano solo le impronte digitali. Non sono stato maltrattato, ma mi trattavano sempre in modo razzista... a Roma poi ho vissuto tre mesi e venti giorni in strada. Quasi sempre nei pressi della stazione Termini. Noi giovani somali là a Termini eravamo in balìa dei gruppi mafiosi. Ci picchiavano selvaggiamente o ci usavano violenza sessuale per costringerci a compiere atti criminali... partii per Milano, ma anche là non trovai alcuna assistenza, né lavoro. Allora mi decisi, con l'aiuto dei clan somali cui appartengo, a tentare di lasciare l'Italia. Lungo viaggio, attraverso la Danimarca, poi la Svezia dove la polizia voleva rispedirmi in Italia. Mai, mi dissi, e riuscii ad arrivare in Germania. Da settimane ho alloggio in un ostello, studio il tedesco, gioco a calcio in una società sportiva».

HABIB / MOGADISCIO

«La polizia picchiava con i manganelli. A Francoforte ho trovato un rifugio. A Lampedusa fu una prigione, tutti insieme, minorenni come me e adulti... se chiedevamo qualcosa tiravano fuori i manganelli... poi mi misero alla porta... arrivai a Roma, e là quando chiedevo aiuti alla polizia loro indossavano i guanti, picchiavano coi manganelli, mi sputavano in faccia. La vita a Termini era terribile, eravamo in mano a organizzazioni mafiose che minacciandoci ci chiedevano di compiere reati per loro, eravamo bottino, selvaggina. E' stato a Francoforte che per la prima volta nella mia vita ho trovato un luogo di pace e protezione. Ho un tetto sotto cui dormire, assistenti sociali che si occupano di me, posso andare a scuola, imparo il tedesco, i medici qui mi hanno curato. Lentamente mi sto riprendendo dalle pesanti conseguenze del soggiorno in Italia, anche sulla mia salute».

ABDUL / KISIMAYOS

«Solo la Chiesa mi dava da mangiare, poi finalmente il treno per Monaco. I momenti peggiori vennero dopo che mi mandarono via da Lampedusa. Era impossibile a Roma trovare lavoro, studiare, nessuno si occupava di me che ero allora minorenne. Le difficili condizioni di vita ma prima di tutto il freddo, nell'edificio dell'ex ambasciata somala, fecero sì che io mi ammalassi. Avevo dolori tremendi agli arti, non ce la facevo più nemmeno a stare in piedi in fila davanti alle istituzioni di carità della Chiesa per aver da mangiare. Alcune donne somale s'impietosirono e si presero cura di me. Mi salvarono la vita. Dopo l'inverno venne la primavera, fu più caldo ma la vita nell'ex ambasciata era insopportabile: alcolizzati, pederasti. A Termini alcuni somali mi dissero 'ragazzo, vai in un altro paese europeo, starai meglio'. Furono loro a portarmi in treno a Monaco e poi mi inviarono a Francoforte. Vivo a Francoforte da allora in un'istituzione giovanile. Chiunque ascolti di queste mie esperienze in Italia, quando avevo 14 o 15 anni, può capire che io non voglia tornarci». 

PARLIAMO DELLE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO.

"I parassiti del 5 per mille" è il titolo di un'inchiesta dell'"L'Espresso" a firma di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli. L'Associazione Cercatori d'oro. I sedicenti Cavalieri templari. I cultori del rito di Misraim. Sono solo alcune delle più incredibili Onlus che si spartiscono la torta dei denari pubblici. Sottraendo fondi a chi fa vera solidarietà. Io ti creo, e io ti distruggo. Avrà pensato questo il ministro dell'economia Giulio Tremonti quando ha massacrato il 5 per mille, una delle sue più riuscite invenzioni, dissanguandolo con il taglio dei fondi da 400 a 100 milioni di euro. Eppure nei suoi anni di vita, il meccanismo creato per rimpiazzare i soldi pubblici per il sociale con quelli provenienti dalle tasche dei contribuenti era stato apprezzato dal mondo del volontariato. Nonostante i suoi evidenti limiti: in assenza di una legge, naturalmente si è scatenato il Far West. Con tanto di assalto alla diligenza. Un mucchio selvaggio di associazioni che saranno anche non profit, ma che di socialmente utile fanno ben poco, hanno ingrossato gli elenchi tenuti dalla Agenzia delle entrate. Cosa che se in tempi di vacche grasse già era un problema, ora che sono anoressiche è diventata intollerabile. Il fatto è che i confini di ciò che lo Stato italiano considera di "utilità sociale" sono evidentemente vasti, e spesso piuttosto fantasiosi. A volte l'utilità sociale c'è, ma gode di un "doppio fondo": le regioni, ad esempio, i soldi li prendono dalle tasse dei cittadini, ma attingono comunque al 5 per mille dal canale della ricerca sanitaria. I comuni, che attraverso le pro loco fanno man bassa. E poi le associazioni di protezione civile, che già godono dei fondi provenienti dalla protezione civile nazionale. Altre volte, invece, l'utilità sociale è decisamente questione di punti di vista. Così sulle liste del 5 per mille, fra le infinite associazioni che si prendono cura degli amici a quattro zampe - cani, gatti, cavalli - ne trovi una d'importazione che i randagi vuole castrarli, così come fanno a Bucarest: Lamento Rumeno. Il loro sogno è attrezzare un piccolo camper a mo' di clinica mobile, in cui sterilizzare le povere bestie per sconfiggere il randagismo. E un'altra che invece gli animali li prende in considerazione solo quando ormai non esistono più (Associazione per lo studio degli animali estinti). Non è ancora del tutto estinto, a quanto pare, l'esperanto - il fallito esperimento di lingua artificiale - tanto che dalla Esperanto Radikala Asocio partono strali contro "l'oppressione linguistica" dell'inglese: «Follia del Ventunesimo secolo, fenomeno divenuto ormai religioso». Un po' rétro lo sono anche a Biella, dove non solo esistono ancora cercatori d'oro, ma si son riuniti in un'apposita associazione. E come loro cercano pepite, in Sicilia si aggirano uomini armati di registratore che passano al setaccio i suoni del territorio, per catalogarli e salvaguardarli (è il Sicilian Soundscape Research Project). Sembrano, insomma, i personaggi di una commedia all'italiana - come quella tutelata da un apposito centro studi del comune livornese di Rosignano Marittimo. Altri, invece, paiono fuoriusciti da un libro di Dan Brown, in un profluvio di scudi, spade, compassi e grembiuli: le pagine del 5 per mille raccontano infatti numerose storie di cavalieri templari e fratelli massoni. C'è l'Ordo templi hierosolymitani equites templares (cioè ordine dei templari di Gerusalemme), a fianco dei Cavalieri templari onlus, e alla Milizia del tempio - ordine poveri cavalieri di Cristo. C'è il Gran priorato dei Santi apostoli e il Priorato di San Martino. Da una parte ci sono gli Amici del sovrano militare ordine di Malta - delegazione di Venezia onlus, dall'altra la Knights of Malta Osj foundation. Infine, oltre alla scuola esoterica della Associazione archeosofica, troviamo Stupor mundi, seziona barese dell'Accademia dei filaleti. Il presidente dell'Accademia, Giancarlo Seri, è Gran ierofante dei riti egizi della massoneria, e in un filmato su YouTube spiega: «Il mio ruolo all'interno del Grande Oriente d'Italia è sovrintendere i lavori dell'antico e primitivo rito di Memphis e Misraïm».

Il 5 per mille oltre a essere esoterico, tocca punte di misticismo New Age. Folte le schiere di guru, santoni, e predicatori di dottrine varie che poco o niente hanno a che vedere con le grandi religioni. Partiamo dalla Fondazione l'Albero della Vita, al sedicesimo posto fra le onlus più premiate, con oltre un milione e mezzo di euro. L'organizzazione, che si propone a tutela dei diritti di bambini, adolescenti e donne in situazioni di disagio sociale, è presieduta dal napoletano Patrizio Paoletti (esiste anche l'Associazione Patrizio Paoletti onlus). Nel dizionarietto del Cesnur sui culti in Italia, il suo nome salta fuori alla pagina sui centri "El Are" per lo «sviluppo armonico dell'uomo», dove lo si scopre erede spirituale del guru armeno Gurdjeff. Secondo Paoletti, quindi, «non tutti hanno un'anima, solo chi riesce faticosamente a costruirla può aspirare al risveglio. Paoletti propone una «via delle perle di cristallo, fatta di piccoli insegnamenti che partono dal quotidiano e che, come nelle favole, aiutano a ritrovare la propria strada». Decisamente New Age è l'approccio della comunità di Damanhur, l'autoproclamata "città-Stato" piemontese dove si scavano templi sotterranei e si sposa un politeismo spinto. Sia la loro sezione fiorentina, Damanhur Firenze, che l'Associazione di protezione civile Damanhur trovano spazio nelle liste. Insieme ad altri volontari di protezione civile, quelli del Nuovo Rinascimento di Scientology. Gli appassionati lettori di Ron Hubbard ce li ritroviamo in fila per il 5 per mille anche con i quattro centri Narconon per la disintossicazione, e col Comitato dei cittadini per i diritti umani. Pure il Movimento umanista, che segue il verbo dell'argentino Silo, può vantare una nutrita presenza: l'associazione di volontariato La svolta umanista, la Dimensione umanista onlus, e Pangea per una nazione umana universale. Senza contare quelli del Movimento raeliano italiano, che si fanno portatori del messaggio di angeli alieni e nel frattempo predicano la clonazione dell'uomo. Passando per i devoti di culti indiani, come l'Associazione Amma (dal nome della donna dalla quale anche Dario Fo e Franca Rame fanno la fila per farsi abbracciare), e dall'Osho meditation center (ispirato all'omonimo fondatore). Per arrivare agli Hare Krishna, e tanti altri. Né basta a tranquillizzare, di fronte a tutto questo, neanche la consapevolezza di avere destinato il proprio 5 per mille a una organizzazione di (vera) utilità sociale. Non tutti i milioni vanno a finire direttamente nelle casse degli enti prescelti: il meccanismo infatti prevede una parte proporzionale da distribuire a pioggia a tutti quelli in elenco. E non si tratta di bruscolini.

I dati 2008, gli ultimi diffusi dal fisco, sono chiari: sui 415 milioni complessivi, 328 sono finiti direttamente alle onlus designate dal cittadino, e 87 sono stati divisi fra tutti i partecipanti. Una bella fetta (circa il 21 per cento) va quindi a chi non se l'è conquistato, motivo per cui far parte degli elenchi, comunque, conviene. Del resto, entrare nelle liste è tutt'altro che impossibile.

I controlli più rigidi sono quelli formali, cioè sulla correttezza dei documenti presentati, fatti dall'Agenzia dell'entrate. Ma se non si sbaglia a segnare il codice fiscale o l'indirizzo dell'associazione, il più è fatto. Sui controlli di merito, invece, ecco che si moltiplicano le competenze. Al fisco spettano quelli sulle onlus, ai ministeri quelli sugli enti di ricerca scientifica e sanitaria, al Coni quelli sulle associazioni sportive dilettantistiche. E ad aumentare i dubbi c'è un altro indizio: i colori della politica partecipano al banchetto del 5 per mille. A partire da chi tutti i giorni spara contro Roma ladrona e gli sprechi del palazzo, il verde leghista. Negli elenchi si trova la Guardia Nazionale Padana, che tempo fa s'era messa in testa di organizzare su tutto il territorio del Nord le ronde padane, con tanto di uniforme. Oggi però, con Bossi al governo, la Guardia ha "deposto le armi" e, come si legge sul sito, dedica il tempo «alle popolazioni in pericolo, indipendentemente da razza, religione o credo politico». Duri e puri invece sono rimasti quelli dell'Associazione Nord autonomo, negli ultimi tempi trasformati in partito politico. Il loro programma non è che combaci esattamente con i valori della solidarietà sociale: vogliono il carcere duro («Le prigioni sono ormai alberghi»), i lavori forzati per i detenuti («Così possiamo ripulire Napoli»), e sono contro i clandestini («Rispediamoli a casa subito, così ci costano meno»).

Nelle liste del fisco, poi, ci sono tante "armi culturali" che servono ai politici per darsi battaglia. C'è la Fondazione Italiani Europei del pd Massimo D'Alema, la Fondazione Magna Carta dei forzisti Marcello Pera e Gaetano Quagliariello, e il Meeting Amicizia fra i popoli targato Comunione e liberazione. A queste bisogna aggiungere tutte le fondazioni che perpetrano il pensiero dei leader politici del passato, da quella Enrico Berlinguer a quella Alcide De Gasperi, passando per Sandro Pertini e Bettino Craxi (quest'ultima fondata e guidata dalla figlia Stefania). Passando dal Novecento all'Ottocento, prendono soldi anche l'Associazione marxista lucana, l'Associazione mazziniana e perfino gli irredentisti della Lega nazionale Trieste. Anche la Chiesa non disdegna attingere al denaro pubblico. All'undicesimo posto fra le Onlus che dal 5 per mille escono con le tasche piene c'è l'Associazione world family of Radio Maria, che riceve oltre 2 milioni di euro per far funzionare una radio che serve a diffondere il messaggio evangelico. Per non parlare di una folta schiera di parrocchie, oratori, monasteri e diocesi.

Neanche le imprese rinunciano alla possibilità del 5 per mille. E lo fanno attraverso una miriade di fondazioni. Obiettivo primario, fare beneficenza vera (e allo stesso tempo nobilitare l'immagine del proprio marchio). Nel lungo elenco ci sono aziende di abbigliamento e di accessori (Ermenegildo Zegna, Diesel, Luxottica), sportive (Ducati, Milan), acciaierie e cementifici (Falck e Buzzi-Unicem). S'incontra, poi, l'interminabile sfilza di club che impiegano il 5 per mille per finanziare una passione. Ce n'è per tutti i gusti: i collezionisti possono donare alla Società numismatica italiana o al Centrostudi araldici, i radioamatori all'European radioamateurs association e alle miriadi di filiali locali, gli astrofili alle tante piccole associazioni regionali, tra cui ad esempio The planetary society - Sicily. Non si contano poi le bocciofile o i circoli degli scacchi (Associazione sportiva scacchistica in testa). Così come non sono poche le scelte per chi ama l'avventura: l'Associazione speleologi piemontesi, il Club alpinistico triestino, la Confederazione italiana campeggiatori, il Caravan camping club e la Federazione italiana amici della bicicletta. Ovviamente non poteva mancare la coppia più famosa nel campo degli hobby, caccia & pesca. Così il 5 per mille va a chi agli animali gli spara (Federazione della caccia, nazionale e sedi locali) ma anche a chi cerca di tutelarli (Lega abolizione della caccia). Meno fortunati i pesci, che non hanno nessun santo che li tuteli: i fondi vanno solamente alle numerose associazioni dei pescatori, e alla Federazione italiana della pesca sportiva. La rassegna di enti che usano i soldi degli italiani per l'utilità dei propri soci è lunga. Nel 2008 la Fondazione italiana per il notariato ha incassato quasi 800 mila euro, e 150 mila l'Associazione nazionale consulenti tributari. Vanno poi aggiunte tutte quelle organizzazioni che rappresentano i maestri di ballo, i fisioterapisti, gli informatici, i biotecnologi, i seniores d'azienda e via elencando. Senza dimenticare due simil- sindacati come il Movimento italiano casalinghe e il Comitato per i diritti civili delle prostitute. C'è poi lo strano caso dell'Associazione nazionale italiana farmacisti: strano perché automaticamente si pensa all'ente di categoria, e invece si tratta della Nazionale di calcio degli speziali. Magari se la battono coi rivali dell'Associazione nazionale calcio medici onlus, che su Facebook vantano le simpatie dei senatori pidiellini Gentile e Quagliariello. Infine, le mille e più associazioni sportive dilettantistiche, tra cui spiccano soprattutto squadre di calcio, basket, pallavolo o rugby, e che spesso di sociale hanno ben poco. Addirittura negli elenchi si trova una società a responsabilità limitata: è l'Ac Isola Liri che gioca nel campionato di calcio Lega Pro di seconda divisione. Per non parlare dell'infinita lista delle Federazioni sportive, da quelle che rappresentano gli sport maggiori a quelle più sconosciute, come bocce, tennistavolo, dama e tamburello. Magari avranno pure bisogno di fondi, per sopravvivere. C'è un solo problema: se tutto è di utilità sociale, ma i soldi sono pochi, allora niente sarà di utilità sociale.

Il trucco del 5x1000: beneficio, ma non per tutti.

Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2010 si è previsto per il 2010 la possibilità per i contribuenti di destinare una quota pari al 5 per mille dell'Irpef a finalità di interesse sociale. Associazioni ed enti pronti a rimpinguare le loro misere casse con l'adesione di cittadini seguaci delle loro attività. Sarebbe bello se non fosse tutto un trucco, così come ha constatato l'Associazione Contro Tutte le Mafie, che avrebbe investito quei contributi nei suoi siti web: d'inchiesta www.controtuttelemafie.it e di promozione del territorio www.telewebitalia.eu .

L’Agenzia delle Entrate ha imposto la presentazione delle richieste di ammissione al beneficio entro il 7 maggio 2010 e solo in forma telematica, nei modi e nelle forme previste dall’ufficio. Per farlo vi è l’obbligo dell’abilitazione ai servizi telematici.

Dal 23 aprile al 7 maggio ci sono 14 giorni, di cui solo 10 lavorativi.

In questi 10 giorni, molti richiedenti hanno provato ad inoltrare la richiesta, ma il sistema non ha riconosciuto la password e il pincode dell’anno precedente.

I contatti telefonici con l’agenzia (a pagamento) sono stati impediti dalla lunga lista d’attesa, (fino a 70 contribuenti).

La richiesta del nuovo pincode e password è rimasta disattesa nei termini, se non riceverla dopo 12 giorni dall’istanza. Le comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate non hanno alcuna data, per cui inutile contestare il ritardo, non avendo prova, né te la fornisce il servizio postale, che interpellato sull’apposizione della data di ricezione, ti dice: “noi non mettiamo alcuna data, altrimenti i ritardi dell’Agenzia delle Entrate ricadono su di noi”. In questo modo gli enti pubblici fanno ricadere le colpe sui contribuenti, che non possono provare il disservizio.

Comunque, se pur in palese ritardo, la richiesta del beneficio non si può inoltrare, in quanto avere il pincode e la password non basta. Dopo tutto il casino, nel momento in cui attivi i servizi telematici,  ti comunicano sul portale web dell’Agenzia che bisogna rivolgersi ad un incaricato terzo abilitato (a pagamento). Cosa che a saperla, si sarebbe potuta fare dall’inizio, senza aver percorso tutta la trafila burocratica inutile.

Risultato: in tempi ristretti e per i disservizi dell’Agenzia delle Entrate non tutti hanno potuto accedere al beneficio. Ed è solo una semplice istanza.

Il problema è che la prassi si ripete ogni anno e nessuno vi pone rimedio, mentre i contribuenti ignari pensano di aver donato una quota di tasse alla loro associazione, mentre i contributi, in realtà, vanno ad altri sodalizi.

Inutili sono state le interrogazioni parlamentari presentate a porre rimedio all'ingiustizia che ha colpito l'Associazione Contro Tutte le Mafie e tanti altri sodalizi ONLUS.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-parassiti-del-5-per-mille/2139897


BREVE STORIA SULL’ABORTO

La legge italiana sull’aborto è la Legge n. 194 del 22 maggio 1978 che consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

Negli anni Settanta la sinistra (PCI, PSI, PSDI), insieme ai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e al Partito Radicale di Pannella, con l'appoggio di tutta la grande stampa (specie la Repubblica, L'Unità, L’Espresso, Panorama e il Corriere della Sera), sosteneva l'introduzione in Italia della regolamentazione dell’aborto. Sostenitori di tale causa erano gli intellettuali di sinistra Calvino, Eco, Bocca e Moravia, che si scagliavano contro l'amico Pasolini, l’unico ad essere contrario nel mondo letterario.

Il 5 febbraio del 1975 una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore del giornale L’Espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli del codice penale, relativi ai reati d'aborto.

Iniziava così la raccolta firme e raggiunte 700.000 adesioni, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria; tra i membri del governo ricordiamo Andreotti, capo del governo, Anselmi, ministro della Sanità, Bonifacio, ministro di Giustizia, e Leone, presidente della Repubblica.

Il 18 maggio 1978, dopo un iter tormentato, veniva promulgata la “legge 194”, in base alla quale l’aborto, attuato in determinate condizioni, non era più perseguibile penalmente. Il testo dal titolo “NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA' E SULL'INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA” è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978. Questa legge è stata confermata con un referendum il 17 maggio 1981.

L’articolo 1 recita quanto segue:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’ aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Gli articoli 2 e 5 prevedono un impegno specifico dei consultori familiari ad aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione volontaria di gravidanza. L’art. 4 descrive le circostanze per le quali è possibile ricorrere all’aborto nei primi 90 giorni di gestazione (la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito).

L’articolo 6 enuncia ambiti precisi entro i quali si possono eseguire le interruzioni volontarie di gravidanza dopo i primi 90 giorni (quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un pericolo grave per la salute fisica o psichica della donna).

Gli articoli 12 e 13 stabiliscono rispettivamente che le minori e le donne interdette devono ricevere l'autorizzazione del tribunale dei minori o del tutore per poter effettuare la IVG.

Segue l’art. 14 che afferma “Il medico che esegue l'interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna”.

La legge 194 termina stabilendo pene detentive per chiunque causa l'interruzione volontaria di gravidanza senza l'osservanza delle modalità indicate negli articoli precedenti.

Il 4 ottobre 2007, il Ministro della Salute Livia Turco ha presentato al Parlamento una Relazione sulla attuazione della legge 194/78 ed osserva che nel 2006 sono state notificate 130.033 IVG, con un decremento del 2,1% rispetto al 2005 (132.790 casi) e un decremento del 44,6% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG.

Oggi, nonostante i dati suddetti, sono praticati aborti clandestini; è il caso recente di Genova che ha destato forti reazioni. Ermanno Rossi, 54 anni, stimato ginecologo del Gaslini, specializzato in parti difficili, si è ucciso gettandosi dalla finestra del suo ambulatorio di Rapallo. Il dottore è stato accusato di aver eseguito otto aborti illegali da ottobre a marzo.

Pertanto, è necessario affermare che la legge 194/78 ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro Paese, ma la sua applicazione può essere ulteriormente migliorata. Si rileva la necessità di un rinnovato impegno operativo da parte di tutte le istituzioni competenti.

La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, nota come legge 194 del 1978, è composta da 22 articoli. L'articolo 12 si occupa del caso in cui la donna che deve praticare l'interruzione di gravidanza è minorenne. La legge prevede infatti che la richiesta di interruzione di gravidanza sia fatta personalmente dalla donna; se però la donna ha un' età inferiore ai 18 anni per l'interruzione della gravidanza è richiesto l' assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela.

Tuttavia, la 194 prevede che nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone che esercitano la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleti i compiti e le procedure previste dalla legge e rimetta entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare. Questi, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle sue ragioni e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna a decidere la interruzione della gravidanza. Qualora il medico accerti l'urgenza dell'intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di 18 anni, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza ricorrere al giudice tutelare, certifica l'esistenza delle condizioni che giustificano l'interruzione della gravidanza. Questa certificazione costituisce titolo per ottenere in via d'urgenza l'intervento e, se necessario, il ricovero.

Per l'interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di 18 anni le procedure previste dalla legge nei casi in cui la gravidanza comporti gravi rischi per la vita della donna o siano accertati processi patologici tali da determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela.

L'articolo 18 della 194 prevede invece che chiunque causa l'interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia o carpito con l'inganno. La stessa pena si applica a chiunque provochi l'interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna. La pena è diminuita fino alla metà se da queste lesioni deriva l'acceleramento del parto.

Se da queste azioni deriva la morte della donna - recita la 194 - si applica la reclusione da otto a sedici anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da sei a dodici anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita. Queste pene sono aumentate se la donna è minorenne.

L'ABORTO E LE MINORENNI

Le minorenni, la 194 e l'ignoranza

Silvio Viale me lo dice sapendo di sorprendermi: 'Ho deciso che per me il limite per l'aborto terapeutico sarà di 22 settimane, sarò ancora più restrittivo di Roberto Formigoni che invece pone il limite a 22 settimane e 3 giorni. E questo vuol dire che introdurrò questa scadenza nel mio ospedale, il Sant'Anna di Torino'.

Dopo Milano anche Torino, insomma, dopo la Lombardia anche il Piemonte si allinea nell'abbassare il limite delle settimane previste per poter effettuare legalmente l'aborto terapeutico. E allora la domanda è d'obbligo: Viale ha paura dell'ennesimo polverone, di una trappola? 'Di sicuro se capitasse qualcosa a me se ne parlerebbe eccome ma non è questo il motivo. Sono uno che si interessa della materia, sono un ginecologo, accetto i progressi della scienza ma lo faccio senza strumentalizzazioni. E quindi pongo il limite a 22 settimane per l'aborto terapeutico ma farò in modo da far fare un po' prima l'ecografia morfologica quella che ora invece si fa alla 21ma settimana rendendo quasi impossibile prendere decisioni in tempo utile alle donne che dovessero trovarsi con una diagnosi di feto malformato'. 

Sono tempi strani questi, nei reparti di ginecologia degli opedali e nelle cliniche private. Basta un nulla per ritrovarsi le telecamere addosso e i giudici alle calcagna. Ieri si è saputo che una ragazza di quindici anni non voleva abortire, i genitori avrebbero voluto costringerla, lei si è rivolta all'avvocato. Ne è nato l'ennesimo caso in fatto di interruzione di gravidanza, l'ennesimo scandalo sull'orlo del tribunale. Alla fine i genitori 'anche per la pressione mediatica' come spiegherà l'avvocato della quindicenne, si sono decisi a perdonare la figlia e ad accogliere lei e il suo bambino. Non è chiaro se vorranno anche il suo fidanzato che invece non è che amassero proprio tanto. Ma è un dettaglio di poco conto.

In ogni caso, è l'ultima puntata di questo grande serial televisivo sull'aborto in onda da tre mesi in Italia. Dopo la donna che inizia ad abortire nel bagno di un ospedale napoletano un feto malformato, dopo le otto signore della Genova-bene che si sono messe nelle mani clandestine di un ginecologo, è stata la volta di una storia dal sapore 'buonista'. Ovviamente, non c'è nemmeno da dirlo, per quel che mi riguarda la ragazza aveva tutto il diritto di tenere il bambino e crescerlo anche se i genitori non avessero voluto e nessuno avrebbe potuto obbligarla a cambiare idea, nemmeno da un punto di vista legale. 

Ma, insomma, mentre il serial volgeva alla fine ho pensato di chiamare Silvio Viale, ginecologo, radicale, uno che non ha mai nascosto le sue posizioni, per chiedergli che cosa ne pensava di questo continuo fiorire di casi giudiziari all'ombra della 194. 'Il problema è che per trent'anni si è rimosso il problema. Non parlo degli anti-abortisti che facevano il loro gioco, parlo degli altri, che si sono limitati a dire è una buona legge, non tocchiamola. E così hanno lasciato che si radicassero abitudini e comportamenti che ora paghiamo'. 

Il riferimento è all'esplosione di obiettori di coscienza che di fatto rappresentano un boicottaggio della legge e alla scarsa tenuta della privacy. Fattori che non fanno altro che spingere le donne sempre più a ricorrere all'aborto clandestino come la vicenda di Genova mostra rende ben evidente. A leggere la relazione del ministero si scopre anche che casi come quello della minorenne che vuole tenere il figlio a dispetto dei genitori sono davvero rari. Sempre più spesso capita l'esatto contrario.

In Italia nel 2007 vi sono state all’incirca 4 mila interruzioni legali effettuate da minorenni, di queste 1426 sono state chieste da parte di minorenni decise ad escludere dalla decisione chi esercita la patria potestà, molte di più rispetto agli anni precedenti quando la media si aggirava intorno alle 1.330 interruzioni l’anno.

In realtà per la prima volta nel 2007 la quota delle interruzioni da parte di minorenni a dispetto di quello che dicono mamma e papà ha superato la soglia delle 1400. E la tendenza è in aumento già da due anni. Nel 2006 i giudici avevano concesso 1.360 autorizzazioni contro le 1314 del 2005.

Ed è soprattutto in calo l’età media delle ragazze che fanno ricorso ad un’interruzione di gravidanza. Cinque su dieci hanno diciassette anni e tre su dieci ne hanno sedici. Ma avevano in media 17 anni nel 1995, e dieci anni dopo ne hanno 16 e 9 mesi. A chiedere un’interruzione senza patria potestà erano lo 0,5% nel 1995, dieci anni dopo sono più che raddoppiate (l’1,2%). Lo stesso accade alle quattordicenni che passano dal 3,3% al 4,2, e alle quindicenni, dal 9,1 al 14,1%.

E quindi è allarme, lo ripetono in tanti. Ma la Relazione del ministero continua. Più di 6 minorenni su dieci non interpella nessuno del proprio nucleo familiare e si rivolge direttamente ai consultori. Se manca il consenso dei genitori o non lo si voglia richiedere, come accade in oltre la metà dei casi, si ricorre al giudice tutelare dei minori.

Più di sei minorenni su dieci (il 65%) decidono di interrompere la gravidanza per motivi psicologici. Le altre per motivi socio-economici. Il Rapporto del Ministero sottolinea che al giudice le minorenni dichiarano quasi sempre che il figlio «è un serio ostacolo ai progetti di vita futura». La maggior parte adduce motivi «psicologici» e circa il 30 per cento parla di motivi di studio. Le richieste arrivano soprattutto da ragazze che vivono al Nord: il 45%. Mentre il 25% da ragazze che vivono nel centro Italia, il 23% da giovani meridionali e il 7% dalle isole.

E allora, va bene l'allarme ma le interrogazioni parlamentari da parte dei deputati per far fare qualcosa al governo sono finite nel nulla. E ad emergere da storie come questa della minorenne che voleva tenere il figlio a dispetto dei genitori (era alla seconda gravidanza in due anni) e dai dati del ministero di Giustizia è soprattutto una scarsa informazione sui metodi contraccettivi e un'assenza di educazione sessuale.

ABORTI CLANDESTINI E FALSI OBIETTORI DI COSCIENZA

TORNANO LE MAMMANE

Tornano le mammane. E ora non sono più solo oscure praticone, ma anche ginecologi compiacenti che operano nei loro studi privati, lontano dagli occhi indiscreti. Ma c’è anche di peggio: chi non ha neppure i soldi per pagare queste soluzioni alternative, si rivolge a «mamma Internet» per procurarsi medicinali che provocano i cosiddetti aborti farmacologici, pericolosi per la salute della donna ma sempre più diffusi tra giovanissime ed emarginate. «È un fenomeno in crescita ed incontrollato e molto pericoloso per la salute della donna» ammette il presidente della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco.

Il motivo di questo ripiego? In una distorsione della legge: «Probabilmente – spiega Bianco - una piena applicazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza eviterebbe il diffondersi di tali fenomeni». In pratica, la legge non è sempre garantita nella sua applicazione. E l’alto tasso di obiettori di coscienza che, attuando un loro diritto, rifiutano di praticare l’aborto pongono ostacoli organizzativi non facili da superare. Nelle strutture sanitarie pubbliche, infatti, risulta obiettore il 60% dei ginecologi, il 46% degli anestesisti e il 39% del personale non medico.

La presenza di così tanti obiettori negli ospedali allunga le liste di attesa per fare un aborto e favorisce così indirettamente, secondo molti ginecologi, il ricorso all’aborto clandestino e soprattutto a quello farmacologico. Si tratta di cosiddetti farmaci off-label, impiegati per un utilizzo differente rispetto a quello per cui sono nati. «È il caso delle prostaglandine: principi - spiega Bianco - presenti in medicinali destinati alla cura dell’apparato gastrico (anti-ulcere), ma che possono avere anche un effetto abortivo soprattutto all’inizio della gravidanza». Le prostaglandine sono acquistabili dietro prescrizione medica ma il problema è che sono facilmente reperibili in mercati clandestini e su Internet.

Gli esperti di farmacologia avvertono che si tratta di un pericolo serio, un uso improprio di farmaci che sono destinati ad altre funzioni col rischio di provocare effetti collaterali imprevedibilmente gravi. I rischi maggiori sono quelli relativi a forti emorragie e infezioni.

Bruno Mozzanega, ginecologo della clinica ostetrica di Padova, obiettore di coscienza conferma questa pratica «alternativa». E racconta la sua esperienza. «Nel nostro ospedale ho curato donne con gravi emorragie in atto che hanno poi confessato di avere introdotto nella vagina delle pastiglie di misoprostol, una prostaglandina, per alcuni giorni, fino all’arrivo della mestruazione». Dopo che è successo? «Le gravidanze si sono interrotte ma questo farmaco ha causato delle emorragie gravi e queste donne hanno avuto bisogno di trasfusioni».

Mozzanega denuncia: «L’uso dell’aborto farmacologico è molto diffuso e il farmaco si compra in farmacia». Verifichiamo con mano se il medico è bene informato. La medicina c’è davvero, si acquista con poco più di 14 euro. Noi l’abbiamo ottenuta addirittura senza ricetta medica, accusando una gastrite e sostenendo di aver ricevuto l’indicazione dal medico di base al telefono. E le micidiali pastigliette (50 in ogni confezione) sono pronte all’uso. Per scopi ben diversi da quelli consigliati dal produttore. Ma se il farmacista non è sprovveduto, c’è sempre Internet a dare una mano: «Basta digitare la parola misoprostol e si possono trovare dei siti americani che descrivono l’efficacia del farmaco nell’uso abortivo - spiega Mozzanega -. Ma non basta. Si consigliano anche le indicazioni per l’uso: quattro capsule da 200 mcg al giorno in vagina per due o tre giorni, la stessa dose che un malato di ulcera utilizza quotidianamente».

CONSULTORI FAMILIARI:  POCHI, INADEGUATI ED INEFFICIENTI

CONSULTORI FAMILIARI: SULLA CARTA 2063. DI FATTO 1 OGNI 57 MILA ABITANTI.

LISTE DI ATTESA: OLTRE I 50 GIORNI.

In Italia sono 2063 i consultori familiari secondo gli ultimi dati del ministero della salute nella relazione del 2007 al parlamento sull’attuazione della legge 194. Secondo un’indagine svolta in sei città italiane (Napoli, Roma, Torino, Milano e Bologna) portata avanti dall’associazione Altro Consumo il rapporto reale è di un consultorio ogni 57 mila abitanti. Infatti molte strutture non sono aperte, sono in ristrutturazione o semplicemente sono inesistenti.

L’indagine è stata fatta su 146 strutture nelle sei città. A Milano la lista segnala 21 consultori. Due risultano chiusi e uno accorpato ad un’altra struttura. In media un consultorio ogni 70 mila abitanti. Le liste di attese per una visita vanno dai 40 ai 50 giorni.

A Bologna c’è un consultorio ogni 41 mila abitanti e il tempo di attesa è in media di 63 giorni.

A Torino i consultori presenti sono 21 ma 6 sono chiusi e la popolazione ha a disposizione un consultorio ogni 57 mila abitanti. Roma è la città con più consultori 51, sette di questi però, risultano chiusi e la media è un consultorio ogni 58 mila abitanti. Al San Camillo di Roma gli specialisti non obiettori sono tre su 50.

A Napoli i dati sono veramente sconcertanti: i consultori sono 18, ma di questi 7 sono chiusi. I tempi di attesa sono di 40 giorni. Infatti al Nuovo Policlinico, il luogo dove c’è stato il sequestro del feto, nel 2007 su 1370 donne che hanno richiesto di interrompere la gravidanza solo 862 sono state sottoposte a Ivg. Osserva Scuteri, uno dei quattro specialisti non obiettori del Policlinico, che il vero problema è che molte donne, vedendo i lunghi tempi di attesa si prenotano in più ospedali, e non trovando soluzione spesso ricorrono all’aborto clandestino. In tutti i grandi comuni della provincia, come Giugliano (300mila abitanti), Pozzuoli e altri paesi della provincia vesuviana, c’è una unica Asl per comune con un unico punto di riferimento per le Ivg. È evidente la difficoltà ad esercitare il diritto ad abortire legalmente.

Al Rizzoli di Ischia (dove due anni fa il primario finì al centro di un’inchiesta per aborti clandestini) il servizio Ivg non è mai stato istituito. A Napoli quasi il 90% degli specialisti sono obiettori di coscienza. Al Policlinico sono 54 su 60, fra cui il primario.

Le donne della Basilicata nella loro regione non hanno possibilità di effettuare l’interruzione di gravidanza e devono emigrare al centro Italia.

Intanto nel 2007 è stata finanziata l’apertura di 134 consultori cattolici in varie regioni, nei quali ovviamente non si garantisce il diritto all’aborto.

Colpisce la distanza fra le dichiarazioni dei politici a sostegno della 194 e la realtà concreta vissuta da tutte le donne.

Il fondamentalismo cattolico antiabortista dilaga nelle strutture sanitarie, i diritti sono negati nei fatti. In questo clima è parso naturale a un giudice inviare sette poliziotti (ci mancava solo la tenuta antisommossa!) al Nuovo Policlinico per indagare, raccogliere prove del reato e interrogare una donna ancora sotto gli effetti dell’anestesia, rea di aver abortito e addirittura sequestrare il feto, corpo del delitto.

BIGENITORIALITA' ED AFFIDO CONDIVISO.

QUANDO LA VITTIMA E’ L’UOMO.

Nel mondo occidentale il riequilibrio dei ruoli (famiglia e lavoro) tra uomo e donna ha portato non poche volte ad eccessi di segno opposto rispetto al passato. Il caso forse più eclatante in Italia è quello dei padri separati.

Soltanto nel 2006 infatti è stata approvata la Legge 54 denominata "Affido Condiviso" che ha cominciato a cambiare le cose. Fino a quel momento in oltre il 90% dei casi i figli venivano affidati esclusivamente alla madre con grave danno soprattutto per loro. (Bigenitorialità, accordo internazionale di New York del 1989 sui diritti del fanciullo).

Altre difficoltà, oltre quelle degli affetti, per un padre che si separa sono la casa (assegnata per oltre due volte su tre alla donna), e la questione assegni (nel 95% dei casi erogati dagli uomini).

Il disagio psicologico, morale e materiale a cui è sottoposto l'uomo nelle separazioni lo porta a lasciarsi andare molto più spesso di quanto si crede. Il 93% dei suicidi post-separazione sono di padri (fonte FENBI circa 100 l'anno) e la Caritas in un recente comunicato ha informato che decine di migliaia di padri separati si stanno rivolgendo a loro per un posto letto.

I dati riferiti ai suicidi dei padri separati sono contraddittori. Una bara vera con sopra, in varie lingue, la scritta "papà c'era" è stata portata in spalla, da associati de “L'armata dei padri”, che riunisce varie organizzazioni di padri separati che, per ragioni diverse, non riescono ad incontrare i rispettivi figli. La manifestazione si è svolta in piazza di Spagna, a Roma in occasione della Giornata della memoria dei padri in ricordo di un uomo che ad Aosta nel 1996 si diede fuoco davanti al Tribunale Civile, che non gli aveva consentito di vedere la figlia. Secondo i dati diffusi dall'Armata dei padri, solo nel 2006 sono 2 mila i padri che si sono suicidati perché lontani dai figli.

Ma la maggior parte degli uomini abbandonati (il 74% delle separazioni sono chieste da donne, 2006), privati di figli, casa, lavoro, non riesce a reagire, il "sommerso" come si dice in questi casi è molto più vasto di chi invece riesce a reagire, magari entrando in una delle tante associazioni tematiche.

I dati, raccolti sui giornali dall'associazione "Ex", rivelano che negli ultimi 10 anni sono stati uccisi 158 minori (più di 15 ogni anno) per conflitto tra genitori in fase di separazione. Nello stesso periodo i fatti di sangue legati alla fine di una convivenza sono stati 691 con 976 morti. In oltre il 98% dei casi il delitto riguarda una coppia con figli, mentre solo nell'1,7% la coppia non ha figli. Il 34,5% dei fatti si è consumato al Nord, nel 37,7% al Centro e nel 27,8% al Sud e Isole. Nel 76,6% dei casi è un uomo che ha in media tra i 30 e i 40 anni a commettere il delitto, il 50% delle vittime è donna e il 16,1% è minore. Questi dati sono stati allegati a una mozione presentata alla Camera da Carla Mazzuca e Marco Boato, in cui si è chiede al governo maggiore impegno a favore della bigenitorialità.

L'episodio dell'ennesimo padre separato che si è ucciso perchè non poteva vedere il figlio suscita «dolore e amarezza». Lo afferma Maurizio Quilici, presidente dell'Isp, l'Istituto di studi sulla paternità, che rileva come esso sia «la punta di un drammatico iceberg che da molti anni galleggia nell'indifferenza di molti». «Non sono bastate - osserva Quilici in una nota - le battaglie dei movimenti dei padri, la trasformazione della figura paterna così vicina, oggi, ai figli e capaci di accudimento ed empatia; non è bastata una legge - la 54 del 2006 - che impone il condiviso come forma prioritaria di affidamento. I giudici continuano imperterriti a privilegiare le madri, le madri continuano a ostacolare il rapporto dell'ex compagno con i figli, i figli continuano ad essere strumento di battaglia per campioni di egoismo. I padri che si separano continuano a vivere con tremendo dolore la frequente perdita dei figli. E di dolore si può anche morire».

C’è un qualcosa che allude alla dignità, in quel voler morire stringendosi al collo un pezzo di stoffa annodato come fosse una cravatta. Non so dire, però, alla dignità, onorata o disonorata, di chi: se del padre amareggiato, della madre severa, del giudice indolente. Ma, potrebbe anche essere, del padre inadeguato, della madre tutelante, del giudice attento. Per capire bisognerebbe leggere gli atti delle parti e i provvedimenti giudiziari: bisognerebbe sapere se il conflitto si svolgeva sul sentiero della separazione, del divorzio o della modifica di provvedimenti già in vigore. Gli scenari sono diversi, ma i giornalisti si ostinano a utilizzare i termini «separazione» e «divorzio» senza differenziarli, in ogni circostanza; quando almeno potrebbero capire che la separazione è l’inizio della fine della storia coniugale, mentre il divorzio - che si chiede dopo tre anni dalla separazione - è la ratificazione di quella fine. Prima e dopo il divorzio si possono ottenere variazioni ai regolamenti economici e personali vigenti tra le parti.

Quando le agenzie di stampa (nel dare la notizia del suicidio di un padre «disperato perché la madre non gli fa incontrare il figlio più di due giorni alla settimana») specificano «appena separato», altre scrivono «in sede di divorzio», altre ancora dicono «cui la moglie aveva chiesto la separazione», deve apparire chiaro a tutti che quei giornalisti non ci hanno informato bene sui fatti; pertanto, l’argomentare, anche giuridicamente, intorno ai fatti stessi, diventa ipotetico e diversificato.

Infatti, se la madre aveva chiesto la separazione, ma ancora non vi era stata l'udienza presidenziale, e dunque nessuna decisione, seppur provvisoria, di un magistrato, si deve concludere che la madre, nell’abbastanza consueto delirio di onnipotenza materno, abbia deciso con intollerabile arbitrio «il figlio è mio e lo gestisco io»; impedendo così, disumanamente, a padre e figlio lo svolgersi della reciproca affettività. In tal caso il suicidio sarebbe un urlo disperato della fragile dignità di un padre incapace di far valere la solidale potestà genitoriale, che invece garantisce pari dignità giuridica a entrambi i genitori. Se, diversamente, un giudice aveva deciso, nella prima udienza di separazione, che il provvisorio regolamento di visite dovesse essere così ristretto, forse la madre, strumentalmente o per tutelare davvero il figlio, aveva esposto tali negatività del padre, anche psichiche, da richiedere cautela nel calendario di visite. In entrambi i casi, però, il giudice avrebbe omesso di essere accurato nella protezione di una famiglia in crisi, non disponendo che almeno i servizi sociali si occupassero della gestione degli incontri; in tal modo il marito non si sarebbe sentito in balìa dei tempi di visita imposti dalla moglie. Infatti ormai la legge sull’affido condiviso è applicata, senza tante storie, in modo da consentire un equilibrio tra i genitori nel ripartirsi l’affettività e la responsabilità dei figli. Le eccezioni, per comprovati motivi, devono essere oggetto di monitoraggio consapevole da parte delle istituzioni, che non possono entrare a gamba tesa nelle famiglie, dando disposizioni categoriche, per poi lasciarle vittime abbandonate alla loro stessa malattia, causa del disfacimento.

In questo esempio, il suicidio rivendicherebbe la mancanza di una giustizia minimamente dignitosa: di un potere dispositivo, cioè, tale da risolvere le questioni umane in modo, sì deciso, ma non privo dell’attenzione al singolo caso, alla fragilità dei protagonisti, alla peculiarità di storie intrise di dolore, sentimenti e risentimenti difficilmente governabili con la sola ragione.

Se, ancora, invece, questa storia triste si inquadra in un giudizio di divorzio o di modifica delle condizioni in essere, c’è da pensare o a un diritto di visita del padre cambiato all’improvviso dal giudice per gravi fatti sopravvenuti, o a una regolamentazione che dura così da anni, cioè da prima dell’entrata in vigore (2006) della legge sull’affido condiviso. Nel primo caso dovremmo tornare all’esempio della madre tutelante o strumentalizzante. Nel secondo, dovremmo pensare a una madre sorda alle esigenze sia del padre sia del figlio e miope di fronte ai cambiamenti sociali e giuridici. Se così fosse, il suicidio sarebbe da interpretarsi come la convinzione del padre di voler attuare egli stesso ciò che la madre stava già facendo: togliere per sempre il padre a un figlio. Un padre che avrebbe preferito autoescludersi piuttosto che essere emarginato: un tragico fraintendimento dell’amore e della dignità del ruolo.

In tutti i casi però sarebbero i dettagli a dover fornire la giusta chiave di lettura. Senza poter dimenticare che le difficili storie giudiziarie che coinvolgono le famiglie, non possono essere trattate con pomposa burocrazia o frettolosa acriticità. Che l’espropriazione dei figli non deve essere consentita a nessun genitore a danno dell’altro. Che bisogna saper distinguere tra amore genitoriale (capacità di considerare il figlio come soggetto di diritti e non oggetto proprio da rivendicare a ogni costo) e attaccamento patologico (incapacità di vedere e rispettare l’autonomia propria e di ogni altro). Che lo Stato deve saper supportare le famiglie particolarmente colpite dal lutto della separazione, anche per esempio istituendo un numero verde per offrire, a disposizione sempre, servizi sociali umani ed efficienti. Soprattutto si dovrebbe sapere che non esistono separazioni e divorzi fra loro uguali, ma che ogni persona vive il dolore del distacco a modo suo.

Quindi magistrati ed avvocati hanno la serissima responsabilità di non potersi occupare dei protagonisti solamente nei minuti o nelle ore che il ruolo impone di dedicare loro. Qualsiasi gesto giudiziariamente significativo, e che incide sulla vita quotidiana della gente, deve rivelare non solo l’attenta competenza di chi lo compie, ma anche il rispetto della dignità di chi lo riceve. In nome della legge.

Il Cepic, Centro europeo di psicologia investigazione e criminologia, (associazione impegnata nella formazione, ricerca, sostegno e consulenza in ambito criminologico, investigativo e psicologico) ha organizzato il secondo convegno nazionale sulla violenza di genere sul tema "Quando la vittima è lui. La violenza domestica verso l'uomo. Aspetti sociologici, criminologici e legali". Un evento innovativo nel suo genere, nel quale si sono affrontate tematiche spesso ignorate e sottaciute. Questo secondo convegno nazionale sulla violenza di genere, segue il primo, in cui è stata trattata la violenza domestica verso la donna.

Ho scelto di organizzare un secondo convegno incentrato sull'uomo dichiara Chiara Camerani, Psicologa, criminologa, Direttora Cepic - Centro Europeo di psicologia investigazione e criminologia - perché ritengo che il concetto di violenza di genere sia spesso inteso come indissolubilmente legato alla figura femminile, ma non può e non deve essere così. I cambiamenti sociali, i traguardi sul versante della parità hanno creato nuove categorie deboli e nuove forme di violenza. A fronte della violenza cieca, diretta dell'uomo, abbiamo una violenza subdola, vendicativa, tipica della donna, che spinge a distruggere non solo il coniuge, ma il suo ruolo genitoriale, la sua posizione sociale, il suo equilibrio psicologico. Pur coscienti che la donna detiene il triste primato di vittima nell'ambito della violenza coniugale, non possiamo dimenticare gli uomini che subiscono forme di violenza diverse forse, ma altrettanto gravi. Ne sono dimostrazione i numeri allarmanti dei suicidi attuati in Italia da padri separati. Il numero si suicidi commesso da padri separati è aumentato negli ultimi anni, in particolare nel centro e nel nord d'Italia.

Secondo i dati della federazione nazionale bigenitorialità, L'uomo commette più frequentemente suicidio a causa di un disagio generato dalle separazioni e dai figli contesi, più di quanto non accada alle donne; con 102 casi su un totale di 110 (93%).

Alla luce di questo, riteniamo utile una rivalutazione del concetto di soggetto debole, usualmente applicato al genere femminile, in un'ottica che valuti la persona e non il genere o lo status. A tal proposito ed alla luce dei dati emersi, l'uomo risulta essere il soggetto maggiormente sconfitto, nella coppia che si separa. Il decremento di reddito, l'allontanamento dai figli, che spesso diventa affido esclusivo, arma di ricatto e soppressione della figura paterna, mina gravemente la persona spingendo a comportamenti autodistruttivi, dipendenze, atti disperati. Per questo abbiamo scelto di parlare di violenza di genere, nella convinzione che sia necessario ridefinire o quantomeno rendere maggiormente flessibile il concetto di soggetto debole. Perché se è vero che la donna è più frequentemente vittima tra le mura domestiche, in contesti di coppia normale in crisi e in fase di separazione, è l'uomo a detenere il primato di vittima.

Uomo che raramente denuncia, per imbarazzo, per paura di venire privato dei figli, perché spesso gli viene negato lo status di vittima. L'uomo che denuncia è considerato inetto, debole perché non si adegua allo stereotipo maschile di macho, che reagisce o si allontana. Ma anche perché esiste un pregiudizio, quello che Farrel chiama la cortina di pizzo, cioè il pregiudizio della società, del governo e dei sistemi legislativi e sociali, a favore dei due sessi.

Gli stessi mass media contribuiscono ad alimentare questo gap; mentre sappiamo tutto del dramma interiore della donna, raramente leggiamo di quanto un uomo si rattristi per non essere arrivato a casa per tempo per giocare con propri figli, della sofferenza che prova per sentirsi emotivamente lontano dalla moglie oppure di quanto si senta frustrato se non riesce a guadagnare sufficientemente per garantire alla sua famiglia una vita agiata. Si parla delle conseguenze esteriori, dell'irritabilità, della distanza emotiva, mai di ci che le scatena.

Lo stesso accade in considerazione dei diversi standard di valutazione della violenza; quando l'aggressore è uomo ci si preoccupa della vittima femminile, quando è la donna ad essere violenta se ne cercano le cause, o si attribuisce a patologia. Questo è un dato che osserviamo frequentemente, in qualità di centro che si occupa di consulenza psicologica e criminologica.

Secondo l'intervento della dottoressa Onofri, le conflittualità più ricorrenti nelle separazioni/divorzi implicano due aspetti:

Relativi all'aspetto economico implicano problemi sulla corresponsione dell'assegno di mantenimento (Art. 570 c.p. (mancata assistenza al minore) - Art. 709 ter c.p.c (Tri Modena, ord 29.1.07);

Relativi all'aspetto relazionale invece riguardano conflitti sull'affidamento dei figli/potestà genitoriale (Legge 28 febbraio 2006, n. 52 comportamenti con implicazioni penali Codice penale).

Secondo la consulente Cepic, le conflittualità relative all'aspetto relazionale sono sofferte dal genitore che non vive con i figli, generalmente il padre, e possono realizzarsi a causa di comportamenti mobbizzanti e ripetuti dell'altro genitore che tendono ad escluderne o ad emarginarne il ruolo nei confronti dei figli. Ostacolo alla frequentazione, delegittimizzazione del ruolo paterno, alienazione dei figli verso il padre, false accuse. Ma raramente è possibile dimostrare che comportamenti di tal genere si siano realmente verificati.

Per questo durante il convegno sono stati illustrati i nuovi progetti di legge.

Per quanto sorprendente, esistono uomini maltrattati fisicamente dalle mogli, il numero oscuro a questo riguardo è molto alto, a causa del forte imbarazzo a denunciare. L'Irlanda è il paese che ha raccolto più dati e denunce a riguardo, ed è sorprendente osservare come la violenza domestica verso l'uomo, sia presente già prima della rivoluzione sessuale. Interessante anche notare che la violenza verso il partner avviene anche tra coppie lesbiche.

Il pregiudizio sociale porta ad ignorare la figura maschile nel ruolo di vittima, porta ad identificare l'uomo con il cattivo, con l'aggressore.

Dai casi ascoltati dal Centro europeo di psicologia investigazione e criminologia, risulta che la reazione sociale più frequente di fronte ad un uomo maltrattato quella di addossargli colpe .

Si riscontra spesso:

Incredulità, l'uomo abusato davanti al mondo deve dimostrare di essere una vittima;

Ironia, c'è una diversa valutazione sociale della violenza femminile : - La violenza femminile è giustificata con la patologia (depressione post partum, traumi, autodifesa, provocazione, menopausa) - Una donna violenta nella relazione, non è considerata obbligatoriamente violenta con i figli, quando ci accade all'uomo è automatico che non sia un buon genitore. Gli uomini che restano in famiglia (per proteggere i figli) vengono considerati deboli e inetti.

Le Conseguenze sull'uomo comportano depressione, abbuffate compulsive, dipendenze, uso di alcol, violenza, suicidio, suicidio allargato (omicidio/suicidio).

«Giudici punitivi, sempre dalla parte delle madri. E padri disperati: troppe le storie quotidiane di sofferenza atroce». E’ agguerrito Alessandro Poniz di Martellago (Ve), coordinatore Veneto dell’associazione Papà Separati. Esprime la rabbia e la frustrazione che ogni giorno tanti genitori «vessati dall’ex coniuge» riversano su di lui. «Ci si scontra continuamente con madri 'tigri' tutelate dalla legge - accusa Poniz - . Non mi stupisce il dramma del papà di Padova. Sì, sono convinto che per la disperazione si possa arrivare a togliersi la vita. Sapete quanti padri si presentano puntuali a prendere i figli, secondo le sentenze stabilite dai tribunali, suonano il campanello e vengono mandati via dalla madre con la scusa che il bimbo è ammalato? Escamotage simili vanno avanti per anni... E quanti scontano l’odio e il rancore di figli 'plagiati' dalle madri?».

« Il sistema non è mai pronto a intervenire tempestivamente», sostiene Alessandro Sartori, presidente Veneto dell’associazione italiana avvocati per la famiglia e per i minori (Aiaf). «Ci vorrebbe una formazione specifica sia per i giudici che per i servizi sociali. A volte sono chiamati a pronunciarsi su questa materia delicatissima giudici che fino al giorno prima si occupavano di diritto condominiale...».

ABUSI VERI E FALSI

IL BUSINESS E GLI ABUSI.

15 aprile 2007. Carmela volava via, dal settimo piano di un palazzo a Taranto, dopo aver subito violenze ed abusi, ma soprattutto dopo essere stata tradita proprio da quelle istituzioni a cui si era rivolta per denunciare e chiedere aiuto. Per dare giustizia e un senso al suo sacrificio e affinché non vi siano più altre “Carmele”, nasce l’associazione in suo onore e memoria “IoSòCarmela”, come la frase che lei stessa ripeteva sempre e scriveva dappertutto per urlare a tutti il suo diritto di esistere e di essere rispettata.

Delle lettere scritte si è perso il conto. Soltanto in quest’ultimo mese al ministro di Grazia e Giustizia e al ministro delle Pari Opportunità ne saranno state inviate cinque o sei. Risposte? Nessuna. Certezze che siano state almeno aperte? Nessuna. E così Alfonso Frassanito ha deciso che era il momento di fare qualcosa di più per dare voci a tutti quelli come lui: genitori di bambini o adolescenti che hanno subito un abuso, che forse conoscono anche il nome del colpevole, ma hanno capito che non otterranno mai giustizia.

Per la prima volta lui - e tanti altri come lui - saranno sotto il ministero di Grazia e Giustizia a urlare quello che era scritto nelle lettere. «Perché nessuno stavolta possa dire di non aver sentito», spiega Alfonso. Sarà una catena umana di genitori, arriveranno da tutt’Italia, qualcuno ogni giorno per mantenere viva l’attenzione su quello che denunciano essere un vero e proprio business: i servizi sociali, le case-famiglia, gli istituti di accoglienza. Più o meno negli istituti sono collocati circa 30.000 minori per vari motivi: separazioni, abbandono, disagio dei figli e incapacità dei genitori di occuparsene secondo le perizie il Tribunale dei Minori. Per ciascun minore il Comune di appartenenza versa una quota di 100-150 euro al giorno, per un totale complessivo annuale di circa mille milioni di euro che rappresentano un giro d’affari molto interessante. «E che fanno sì che la giustizia italiana a volte provochi più danni degli stessi criminali», ha provato a spiegare Alfonso Frassanito nella sua lettera al ministro Alfano.

La sua storia è esemplare: è il padre di Carmela. «Una ragazzina di 13 anni - scrive Alfonso - che il 15 aprile del 2007 è deceduta volando via da un settimo piano della periferia di Taranto, dopo aver subito violenze sessuali da un branco di viscidi esseri», ma poi anche le incompetenze e la malafede di quelle Istituzioni che sono state coinvolte con l’obiettivo di tutelarla», perché «invece di rinchiudere i carnefici di mia figlia hanno pensato bene di rinchiudere lei in un istituto (convincendoci con l’inganno) ed imbottendola di psicofarmaci a nostra insaputa». Carmela aveva denunciato di essere stata violentata; e nessuno, né polizia, né magistrati, né assistenti sociali le avevano creduto o l’avevano presa sul serio. Ma le istituzioni avevano anche fatto di peggio. Hanno considerato Carmela «soggetto disturbato con capacità compromesse» e, quindi, poco credibile.

Invece di perseguire chi l’aveva violentata, hanno di fatto perseguito una bambina rinchiudendola in vari istituti in cui Carmela non voleva stare. E, come ha denunciato il padre, usando il metodo facile di «calmarla» con psicofarmaci.

Carmela aveva manifestato in vario modo la sua disperazione, ma per tutta risposta era stata classificata come “soggetto con problematiche psichiatriche”. E questi stessi magistrati, psichiatri che hanno deciso per Carmela, contro Carmela, quando è morta, si sono detti «sorpresi».

Drogata con anfetamine e violentata. In diverse occasioni e in luoghi diversi, di lei, come poi denuncerà al pm Vincenzo Petrocelli, abusano in otto. Sette minorenni, che hanno poco meno di 18 anni, tutti identificati e indagati per violenza sessuale, e un maggiorenne. È questo l' episodio che innesca la procedura per l' affidamento della ragazza al centro di accoglienza «L' Aurora» di Lecce. Dal quale, dopo circa tre mesi, Carmela verrà trasferita, per andare nel centro «Il Sipario», a Gravina di Puglia, proprio quello che ospitava Francesco e Salvatore, i fratellini scomparsi di Gravina. Carmela, prima delle violenze subìte in quei quattro giorni, aveva raccontato di un interessamento nei suoi confronti da parte di un giovane sottufficiale della Marina in servizio a Taranto, sul quale però la polizia non aveva trovato riscontri per l' avvio di un procedimento penale. Carmela, dicevano, spesso inventa le cose e non ha la completa padronanza di sé. Poi l' allontanamento da casa e l' intervento di assistenti sociali e medici e giudici. Da qui alla perizia psichiatrica il passo non è stato lungo. E ancora più breve è stato il cammino verso gli abusi sessuali, tanto ormai Carmela era per tutti «quella sbroccata», «quella che ci stava». Chi le avrebbe mai creduto? Il padre di Carmela adesso dice che la colpa è di quei medici e di quell'istituto che somministravano alla ragazza pesanti dosi di psicofarmaci per tenerla tranquilla.

Ma sulle scrivanie dei ministri dovrebbe essere arrivata anche la lettera di Luigi Bitonto, padre dei quattro fratellini che a gennaio del 2008 denunciarono con un video inviato da loro stessi su You Tube gli abusi subiti. Dopo tutti questi mesi gli abusi sono stati accertati anche dalle perizie ma i fratellini sono stati allontanati dal padre, unica figura familiare di riferimento, e ora vivono in una casa-famiglia. E a Luigi Bitonto non è rimasto che prendere carta e penna e denunciare «le tragiche lungaggini, che producono confusione, con Tribunali che seguono contemporaneamente strade diverse, perizie che si accavallano e l'una sconfessa l'altra e alla fine chi subisce sono appunto le vittime. E i criminali se ne vanno in giro in tutta tranquillità, casomai continuando a delinquere».

D'altro canto c’è anche il risvolto della medaglia.

La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva due condanne per molestie sessuali su bambini che frequentavano un asilo a La Loggia. Per Valerio Apolloni, all'epoca dei fatti presidente dell'ente di gestione della struttura, e Vanda Ballario, direttrice, la pena è di due anni e dieci mesi di reclusione, in parte già scontati per effetto di un periodo di custodia cautelare. I due educatori hanno sempre respinto ogni accusa. Anzi, Valerio Apolloni è il figlio di Vittorio Apolloni, presidente dell'Associazione Falsi Abusi, che da anni si batte (dai casi esplosi a Brescia fino a quelli di Rignano) per dimostrare come la stragrande maggioranza delle denunce sia del tutto inventata dai bambini.

PARLIAMO DEI RAPIMENTI DI STATO. RAPITI DALLA GIUSTIZIA.

I bambini “rapiti” alla famiglia da giudici e psicologi.

Dossier di “Panorama”

Barbara e Patrizia si sono ritrovate il 2 ottobre del 2009, in una mattinata di pioggia. Barbara, 54 anni, vive in Toscana: ha mento affilato e parole decise. Patrizia, 35 anni, ha la stessa forma del viso e uguale risolutezza. Madre e figlia non immaginavano di assomigliare tanto l’una all’altra. Non si vedevano dal 1976: dal giorno in cui Patrizia venne tolta a Barbara per essere chiusa in un istituto e poi data in adozione. Si sono riabbracciate dopo 33 anni. Per scoprire di essere unite da quel mento affilato e da un’unica sorte. Perché anche a Patrizia hanno portato via un figlio: Davide, di sette anni. “Gliel’hanno sottratto ingiustamente, come successe a me” dice Barbara.

Nel soggiorno di una villa spersa nella campagna veneta, guarda la sua figlia naturale con un misto di rabbia e di dolcezza: “Questa volta, almeno, combatteremo insieme” le promette. Legate dallo stesso destino. Il destino che, dicono gli ultimi dati ufficiali, oggi travolge più di 32 mila minorenni. Il più delle volte allontanati dalle famiglie per motivi giustificati, come gli abusi sessuali, i maltrattamenti o l’indigenza.

Altre per ragioni fumose e impalpabili. Negli ultimi dieci anni il loro numero è aumentato del 29,3 per cento. Più della metà finisce in affidamento temporaneo ad altre famiglie. Il resto in quelli che prima erano chiamati istituti, ma dal 2001 sono stati più formalmente ribattezzati servizi residenziali: oltre un migliaio di comunità che ospitano 15.624 ragazzini.

Un numero enorme, che costa allo Stato mezzo miliardo di euro all’anno solo in rette giornaliere. Ma la cifra, calcolano vari esperti di giustizia minorile, andrebbe più che raddoppiata. Oggi, però, è tutto il sistema a essere sistematicamente messo in discussione. Battagliere associazioni e libri-verità parlano di “bambini rubati dalla giustizia”. Raccontano di assistenti sociali troppo interventisti, di psicologi disattenti, di una magistratura flemmatica, di interessi economici. E di errori giudiziari sempre più frequenti. Come quello in cui sono incappati due fratellini di Basiglio, ricco paesino alle porte di Milano. Il più grande ha 14 anni, la sorella dieci. Il 14 marzo 2008 la polizia locale li preleva da casa e li porta in due comunità protette.

A scuola, una maestra ha trovato un disegno che li descrive mentre fanno sesso insieme. Viene attribuito alla bambina. È invece l’atroce scherzo di una compagna di classe. È stata lei a fare quell’allusiva vignetta: lo conferma il perito grafico del tribunale, che però viene nominato solo dopo 41 giorni. Anche a causa di questo inspiegabile ritardo i ragazzini trascorrono più di due mesi in comunità. Mesi di angosce: il più grande, per la sofferenza, perde 9 chili L’avvocato che si è battuto per fare affiorare la verità è un sardo con baffoni e occhi neri: Antonello Martinez. Vive anche lui a Basiglio, in una casa poco distante da quella dei fratellini. Per due mesi il legale si danna l’anima: fino a quando i bambini non tornano dai genitori con molte scuse.

E fino a ottobre, quando la procura di Milano non chiede il rinvio a giudizio per la preside della scuola, due maestre, uno psicologo e un’assistente sociale del comune. L’accusa è “falsa testimonianza “. L’udienza preliminare è fissata per il 21 gennaio.

Un disegno malinterpretato, esattamente come quello che nel 1995 avvia la macchina giudiziaria nel caso di Angela L.: la sua storia è raccontata nel libro, pubblicato dalla Rizzoli, Rapita dalla giustizia. Il padre di Angela viene accusato di abusi sessuali: un falso da cui la Cassazione lo scagionerà completamente nel 2001. Ma la figlia, di appena sei anni, prima viene reclusa in due centri d’affido temporaneo per quasi 36 mesi; poi è data in adozione a un’altra famiglia. Angela tornerà dai genitori solo nel maggio 2006: a quasi 18 anni, ben dieci dopo il suo “rapimento legalizzato “. Uno sbaglio tragico e clamoroso.

Tanto che la Corte europea per i diritti dell’uomo nell’ottobre 2008 ha condannato lo Stato italiano a risarcire la famiglia: 80 mila euro per un “buco esistenziale” durato un decennio.

Della denuncia di casi come quelli di Angela L. e di Basiglio l’avvocato Martinez ha fatto una battaglia. Da quando si è occupato dei due fratellini, ha ricevuto più di 700 segnalazioni: madri e padri disperati, disposti a tutto pur di riavere indietro i loro figli. È diventato presidente dell’associazione Cresco a casa: “Tutti” accusa “denunciano lo stesso scandalo. I nostri figli sono nelle mani degli assistenti sociali. Scrivono: “I genitori non sono idonei”. Poi mandano la relazione a un magistrato che, senza troppe verifiche, adotta un provvedimento provvisorio. Quello definitivo arriva, quando tutto va bene, anni dopo. Ma i bambini intanto sono usciti di casa”.

Il caso di Basiglio è illuminante: alle 9 di mattina il dirigente scolastico avverte i servizi sociali, che inviano un telefax al tribunale dei minorenni di Milano. Passa solo qualche ora: il giudice dispone che i bambini vengano allontanati dalla famiglia. Di sera, la polizia locale esegue. Per inciso, nessuno aveva mai chiesto spiegazioni: né ai ragazzini né ai genitori. Martinez si infervora, è seduto in una saletta del suo studio di Milano: divani di pelle e boiserie alle pareti. “Questi sono veri sequestri di Stato” prosegue concitato. E attacca: “Ogni giorno vengono portati via 80 bambini. Li chiudono in un centro protetto per anni, e costano allo Stato in media 200 euro al giorno”.

Una cifra che farebbe lievitare considerevolmente la spesa ufficiale per l’accoglienza, stimata in mezzo miliardo di euro. Basta fare due calcoli: 200 euro al giorno fanno un totale di 73 mila euro all’anno per ogni minorenne. Che moltiplicati per i 15.624 ospiti dei centri significa oltre 1,1 miliardi di euro: più del doppio di quanto riveli la cifra in mano ai ministeri, probabilmente troppo prudente.

Chi finisce in queste comunità? Mancando dati nazionali, si può fare riferimento a quelli della Lombardia: per il 34 per cento sono ragazzi dai 15 ai 17 anni; il 28,1 per cento ha dagli 11 ai 14 anni; il 19,4 dai 6 ai 10 anni. Le percentuali sono simili in Veneto, dove i minori fuori famiglia sono quasi 1.700. L’età media è quindi piuttosto alta. Anche perché la permanenza in queste strutture è lunga: a Milano il 53 per cento ci resta più di due anni. Questo significa che centinaia di migliaia di euro vengono spesi per ogni ragazzino. Ciò che accade alla fine di questi allontanamenti forzati è sorprendente: in Piemonte, per esempio, quasi la metà torna a casa.

C’è un altro dato che inquieta: quasi il 77 per cento dei minori viene allontanato per “metodi educativi non idonei” e per l’”impossibilità di seguire i figli”. “Motivi soggettivi, non reali come i maltrattamenti o l’abbandono ” denuncia Gian Luca Vignale, consigliere regionale del Pdl. Il Piemonte, chiarisce, spende 35 milioni di euro all’anno per mantenere 1.179 minorenni nelle comunità. “Mentre solo un terzo di questi soldi viene stanziato per sostegni alle famiglie” considera Vignale. Il costo delle rette spesso soffoca i magri bilanci dei comuni, che a volte arrivano a chiedere un contributo ai genitori cui sono tolti i figli.

Negli anni Novanta, alla famiglia di Angela L. venne recapitata una richiesta d’indennizzo di 60 milioni di lire per i 16 mesi trascorsi dalla bambina nel centro di affido: l’equivalente di quasi 2 mila euro al mese.

Un paradosso in cui è incappata pure Antonella Causin, che vive a Santa Maria di Sala, nel Veneziano. Nello studio del suo avvocato, Luciano Faraon, sventola indignata una lettera che le è stata inviata la scorsa settimana.

I suoi figli, di 12 e 8 anni, vivono dal febbraio del 2007 in due diverse case-famiglia. Il comune ora le chiede “il pagamento delle spese per la permanenza nelle strutture “. “Vogliono la mia busta paga” spiega la donna, 44 anni, sgranando gli occhi azzurri. “Devo pure dargli soldi per avermi rovinato la vita”. Le peripezie della donna cominciano nel 2005. Si separa dal convivente, chiede l’affidamento dei figli. Viene sentita dagli psicologi: racconta che l’uomo, un maresciallo della Guardia di finanza, è finito in strani giri. È violento, distratto.

Non le credono: per i consulenti tecnici è soltanto “una madre esasperata “. Così i ragazzini sono dati al padre. Dopo dieci mesi, però, le accuse della donna diventano reali: l’ex compagno viene arrestato per spaccio di droga. “Da quel momento è cominciato l’inferno” racconta Causin. “Il maschio ha cambiato quattro famiglie e due scuole in pochi mesi. Come fosse un pacco postale”. Anche i genitori della donna avevano dato la loro disponibilità a occuparsi dei nipoti. “Invece li hanno sempre tenuti lontano da loro” racconta la signora. “Addirittura li hanno accusati di un avvicinamento indebito: ma erano andati in chiesa per la prima comunione del più grande”. La storia dimostra quanto a volte sia lenta la giustizia minorile.

In Italia, più di 32mila bambini vengono chiusi nelle comunità o dati in affido

In Italia, più di 32mila bambini vengono chiusi nelle comunità o dati in affido.

Il tribunale di Venezia ha disposto l’allontanamento dei due bambini nel dicembre del 2005, con un provvedimento provvisorio. Quattro anni dopo non solo non è stata presa alcuna decisione definitiva, ma la macchina giudiziaria è ripartita. L’avvocato della signora Causin ha denunciato i consulenti del tribunale: il legale sostiene che avrebbero falsificato i test e le dichiarazioni della donna. Il giudice ha nominato una nuova psicologa. Che in sei mesi ha incontrato la donna e il suo ex compagno appena quattro volte. Le critiche a periti tecnici, assistenti sociali e magistrati sono sempre più dure. Il criminologo Luca Steffenoni sui casi di malagiustizia minorile ha appena scritto un libro, Presunto colpevole (editore Chiarelettere).

“I tribunali hanno appaltato tutto all’esterno” sostiene. “Il processo è uscito dall’alveo delle prove, per trasformarsi in approfondimento psicologico. Gli assistenti sociali hanno diritto di vita e di morte sulle persone. Basta uno screzio tra due coniugi per far nascere patologie incurabili, che legittimano la sottrazione dei figli”. Accuse cui ribatte Graziella Povero, assistente sociale di Torino e presidente dell’Asnas, storica associazione di categoria: “C’è un’aggressione continua alle nostre decisioni. Dicono che rubiamo i bambini.

La gente comincia a essere diffidente. Ci accusano di avere convenienze economiche. Attacchi assurdi: che interesse potremmo mai avere a collocare un bimbo in una struttura piuttosto che in un’altra?”. Povero ammette che qualche caso di disonestà ci può essere, “come in tutte le professioni”: “Ma noi siamo dipendenti pubblici” aggiunge. “Il nostro lavoro è sempre subordinato a quello della magistratura, e quindi anche alle sue eventuali lentezze”.

Per indagare su questa presunta indolenza bisogna entrare nel tribunale dei minorenni di Roma, il più grande d’Italia. Da aprile è presieduto da un magistrato d’esperienza: Melita Cavallo.

Nei corridoi del palazzo sul lungotevere che ospita gli uffici si narra del suo interventismo. Appena insediata, Cavallo scopre che un collega ha 1.600 fascicoli arretrati: se ne intesta la metà e “consiglia” al collega il pensionamento. “La permanenza nelle casefamiglia è eccessivamente lunga” dice la presidente. “Un tempo ragionevole è un anno, non cinque, come avviene adesso. Noi magistrati stiamo diventando i notai dello sfacelo dei minori: solo quando sono stati distrutti psicologicamente li diamo in adozione”. Cavallo insiste, parla di “assistenzialismo spinto”: “Si spendono un sacco di soldi” continua. “Faccio un esempio: tre fratelli rimasti in comunità cinque anni sono costati 800 mila euro. Non era meglio, allora, dare un alloggio o un lavoro al padre? Avremmo salvato una famiglia. Invece abbiamo negato l’infanzia ai figli. E oggi i genitori sono più divisi di prima”. Anche le verifiche preliminari spesso sono deficitarie, ammette il magistrato: “Alla prima decisione si arriva con pochi elementi in mano. C’è quasi un rifiuto ad averne altri. Perché i giudici ormai sono molto condizionati e sempre più prudenti“. O, al contrario, troppo interventisti.

La Cassazione ha appena confermato l’”ammonimento” già inflitto a un sostituto procuratore del tribunale dei minorenni di Roma dal Consiglio superiore della magistratura. Nel dicembre del 2006, il pm aveva ordinato che i carabinieri prelevassero due bambini da casa della madre, per portarli in quella del padre. Adesso però i giudici della suprema corte scrivono: “L’interpretazione delle norme non può costituire un alibi per tenere comportamenti anarchici “.

Insomma, quell’allontanamento è stato “un provvedimento abnorme “, per la Cassazione.

Cavallo non commenta, ma aggiunge: “Purtroppo è diventata tesi diffusa che togliamo i bambini ai poveri per darli ai ricchi“. Questa tesi, in realtà, è sempre più frequentemente sconfessata dai fatti: anche molte famiglie abbienti finiscono nel girone degli allontanamenti. Lidia Reghini di Pontremoli, 51 anni, discende da un nobile casato toscano e vive a Roma. Ha una ragazzina di 13 anni, che ha studiato nei migliori collegi della capitale. È stata affidata a un istituto religioso nell’aprile del 2008. “Per i giudici l’ho voluta mettere contro suo padre, il mio ex convivente, che era stato arrestato per spaccio di cocaina” racconta. Dopo avere deciso l’allontanamento della madre, il tribunale dei minorenni manda gli atti alla procura ordinaria: ipotizza che la madre, con “una condotta criminosa”, abbia inflitto sofferenze psichiche alla figlia. Un’accusa abnorme.

Archiviata dal giudice nel maggio 2008, su richiesta dello stesso pubblico ministero. Ora la donna ha denunciato l’assistente sociale che aveva seguito il suo caso: la procura di Roma ha aperto un’indagine. “Mia figlia chiede solo di tornare a casa. Vuole fare una vita normale, come quella di prima ” spiega, mentre si alza dal divano a fiori verdi del soggiorno per preparare un tè. “Ogni giorno mi domando come mai sono finita in questo gorgo: non esiste alcun motivo, se non l’accanimento personale. O un interesse economico”.

Che esistano o meno tornaconti, una cosa è certa: tenere un bambino in una “comunità protetta” costa molto. E non assicura quella stabilità affettiva che potrebbe offrire una famiglia.

Anche per questo motivo il governo sta cercando in ogni modo di incentivare l’affido familiare. “Porterebbe un grande risparmio economico e soprattutto maggiore benessere per i minori” dice Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare. “La soluzione ideale sarebbe chiudere le comunità e collocare temporaneamente tutti i minori in altre famiglie: cosa che oggi è impensabile”.

Un’utopia, appunto. “Il problema è che sono pochi i genitori disponibili” dice il pediatra veronese Marco Mazzi, presidente dell’Associazione famiglie per l’accoglienza: “Su dieci richieste d’affido, riusciamo a dare risposta solo a due”. Una scelta fatta da poche coppie, e di buonissima volontà: ricevono qualche centinaio di euro al mese per un bambino che comunque alla fine non potranno mai tenere con sé.

“E bisogna garantire anche i contatti con i veri genitori, che devono vedere i minorenni periodicamente” chiarisce Mazzi. Le cose, però, spesso vanno diversamente.

Valentina Timofiy, un’ucraina bionda arrivata in Italia come badante, da più di tre anni non vede la figlia dodicenne. È stata affidata “provvisoriamente ” a una famiglia di Genova: per scoprirlo ha dovuto assoldare un investigatore privato. Nonostante molte lacrime e mille telefonate, non le hanno mai voluto dare informazioni.

Timofiy, 41 anni, oggi vive a Tortona, in provincia di Alessandria, assieme al suo nuovo compagno. La casa è piena di ninnoli e di foto della figlia. “Le hanno fatto il lavaggio del cervello ” accusa. La donna ha la sofferenza stampata sul volto. “L’ultima volta che l’ho vista mi ha domandato: “Mamma, perché mi hai dimenticata?”. Le ho spiegato che io penso a lei ogni minuto della giornata. Ma che mi vietano d’incontrarla“.

Timofiy comincia a piangere. Ha anche tentato di buttarsi da una finestra, ma è stata salvata dal convivente. Ormai vive senza la figlia da quattro anni. Alla fine di ottobre il tribunale dei minorenni di Milano ha deciso… di non decidere: l’ennesimo provvedimento temporaneo. I giudici hanno interrogato anche la coordinatrice del servizio sociale degli stranieri di Milano: “La signora è una madre attenta, in grado di occuparsi della figlia” ha assicurato. “Ma non è stata mai aiutata né sostenuta dai servizi sociali”. Così il tribunale ha stabilito: la madre deve riprendere a incontrare la figlia.

Quella figlia che in tre anni ha visto soltanto una volta, qualche settimana fa. Nascosta nella sua auto, è riuscita a scorgere una ragazzina con i capelli e gli occhi neri: usciva da scuola e dava la mano a una madre. Che però non era lei.

Angela ha 19 anni e due genitori che adora. Ricambiata. Vivono sotto lo stesso tetto, in una bella villetta gialla alle porte di Milano. Angela vuole aprire un negozio di abbigliamento, guarda i programmi di Maria De Filippi e non le dispiacerebbe sedersi nel suo salotto televisivo.

I genitori, Salvatore, piccolo imprenditore edile calabrese, e Raffaella la coccolano con gli occhi e le hanno fatto fare un calendario (castissimo) che è appeso in sala. Ma questa famiglia nasconde un segreto. Quando aprono le loro carte di identità scopri che i tre hanno cognomi diversi. È la cicatrice lasciata da un’odissea durata oltre 12 anni, dal maggio 1994 al dicembre 2006. Perché la burocrazia in Italia va più lenta della ragione e, persino, del buon senso.

«Lo Stato mi ha rubato l’infanzia e l’adolescenza. E ora non mi vuole restituire neppure il mio vecchio cognome» si lamenta Angela. Nel 1995 è stata «rapita» da un magistrato zelante che ha ritenuto di salvarla dagli abusi del padre. Peccato che 6 anni dopo la Cassazione abbia sentenziato che quelle violenze non sono mai avvenute. Ma ormai la vita della famiglia L. era distrutta. Centoventisei mesi dopo Angela è tornata a casa. E ora, dopo essersi goduta un po’ di serenità, ha accettato di raccontare la sua storia.

L’inferno inizia quando una ragazza di 14 anni, Antonella M., denuncia per abusi il fratello. La famiglia è scettica e allora lei, particolarmente fragile (finirà in un ospedale psichiatrico), chiama in causa altri parenti, persino uno zio d’America che nei giorni dei presunti incontri risulterà oltreoceano. Racconta di orchi e di orge.

Il pubblico ministero Pietro Forno annota e aggiunge nomi sul registro degli indagati. Tra le persone che dubitano della versione di Antonella c’è suo cugino, Salvatore L., che finisce sul banco degli imputati. Avrebbe violentato sia Antonella sia sua figlia Angela. L’accusa crede alla giovane, anche se è ancora vergine.

E così, il 24 novembre 1995, due carabinieri, come nella favola di Pinocchio, insieme con un’assistente sociale, prelevano Angela a scuola. «Devi venire con noi» le dicono. Quindi la portano via dal padre, ma anche dalla madre. Cominciano a questo punto le vite parallele di Angela e della sua famiglia, che non si incroceranno più, sino al 2005.

Dei primi giorni di separazione la ragazza, oggi, ricorda la vetrata nel centro di assistenza familiare, un parente dall’altra parte, lei che cerca di raggiungerlo. E poi tante persone, forse dieci, che la placcano, la riportano dentro. Ricorda le notti passate a piangere, le punizioni, le serate con la faccia rivolta all’angolo della camerata. «Non dimentico gli schiaffoni della signora Virgilia. Per castigarci ci faceva fare 100 piegamenti sulle gambe». A bambini di 6-7 anni… «Là dentro mi dicevano che la mia famiglia mi aveva abbandonata, che mi dovevo rassegnare».

Un giorno Angela con cinque compagne organizza un’evasione, ma sei bambine che girano da sole per la città non passano inosservate. E rifiniscono dentro.

Durante le indagini la bambina può vedere solo la cugina Antonella, testimone come lei. «Gli operatori del centro mi assicuravano che era l’unica che mi voleva bene». I giudici d’appello, 4 anni dopo, annotano che Angela potrebbe essere stata «influenzata» da quegli incontri. La ragazzina, nelle stesse settimane, subisce molte altre pressioni.

«Ero piccola, ma ricordo che l’assistente sociale mi diceva che se confermavo certe cose sul papà avrei rivisto la mamma. Una volta sbottai: “Così non vale”». La verità è che Angela non conosce il significato della parola abuso, si limita a ripetere che il padre l’ha trattata male, per poter tornare tra le braccia materne.

Secondo l’accusa, le prove sarebbero almeno due: una testimonianza videoregistrata che, durante il processo, va perduta e i fantasmi disegnati dalla bambina. Per gli strizzacervelli, un simbolo fallico.

I periti del giudice nel processo d’appello sono durissimi: gli schizzi fatti dopo gli incontri con la psicologa non «rappresentano in alcun modo una spontanea e libera espressione figurativa». Una poliziotta appunta: «La bambina vuole disegnare tante bambole e la verbalizzante la invita a smettere. La verbalizzante le chiede di disegnare i letti… le bambole non mi interessano, mi interessano i letti e i fantasmi».

Nel 1997 la corte d’appello infine assolve Salvatore, sottolineando gli errori di consulenti e inquirenti. Sbagli che hanno trasformato in un incubo la vita di una famiglia unita.

Salvatore è quello a cui è toccata l’esperienza peggiore: 2 anni e 4 mesi in carcere, nel girone degli infami, accusato di incesto e pedofilia. «Stavo in una cella con tre albanesi, un marocchino e moltissimi scarafaggi» ricorda. Un giorno prende carta e penna e scrive all’avvocato Guido Bomparola: «Oltre all’accusa, io ho il pensiero quotidiano di mia figlia piccola allontanata dalla mamma (…), di un ragazzo che si trova tutti i giorni a convivere con l’idea di un padre che sta a San Vittore. (…) Non sai quante volte ho la tentazione di farla finita. Sembra assurdo, ma se ti uccidi ti ascoltano. (…) Allora a tutti quanti viene il dubbio che il mostro poteva essere innocente».

Ma Salvatore resiste. Organizza una piccola cooperativa per fare lo spesino per i detenuti più poveri e, da bravo muratore, ristruttura tutte le celle del piano e nella sua costruisce una nicchia in cui mette una madonnina luminosa.

La moglie non sta meglio: «Il momento più brutto della mia vita è stato quando sono andata alla fermata dello scuolabus e non ho trovato mia figlia». I primi mesi, per la vergogna e l’assurdità della vicenda, non esce di casa, quindi tira fuori la rabbia che ha dentro e reagisce: «Avevo un figlio da crescere, ho iniziato a lavorare nella tintoria di mia sorella».

Non sono facili neppure le 40 udienze dei processi, con il marito che arriva in manette: «Lo potevo incontrare solo lì. In aula ho portato anche Francesco, che voleva vedere suo padre». Nel 2001 c’è l’assoluzione definitiva, ma il tribunale per i minorenni, sordo a tutto, conferma l’adottabilità di Angela, «per incapacità genitoriale» di Raffaella e Salvatore.

La ragazza, nel frattempo, è stata affidata a una famiglia di ricchi imprenditori dell’hinterland milanese.

anno altri tre figli, due adottivi e una naturale, la più piccola. Angela non conserva un buon ricordo di quegli anni, forse per la severità dei nuovi genitori: «Litigavamo spesso. Non gli assomigliavo e mi imponevano regole ferree: potevo uscire solo la domenica pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30, gli altri giorni sbrigavo spesso le faccende domestiche, stiravo per ore».

Ad Angela manca l’infanzia rubata e, quando può, gioca di nascosto con le bambole della sorella più piccola («A me regalavano solo gioielli che finivano in cassaforte»). In famiglia le fanno pesare il confronto con quella che il padre chiama «figlia figlia». A scuola va male, anche se tra i banchi è l’unico momento in cui si sente libera: «Ci andavo con il sorriso e quando tornavo a casa mi deprimevo».

Angela passa ore a scrivere sul diario pensieri sulla vecchia famiglia: «I miei genitori adottivi mi dicevano che quelli naturali mi avevano abbandonato, poi che mia madre era morta di parto. Però io mi ricordavo perfettamente i suoi riccioli». Alle medie impara il significato della parola abuso e si convince di non averlo mai subito: «Con i grandi non parlavo di queste cose per non finire di nuovo all’orfanotrofio».

Tace, sino a quando, dopo anni di ricerche, Salvatore e Raffaella la ritrovano su una spiaggia di Alassio, dove è in vacanza: «Era il 31 luglio 2005 e la riconobbi subito» si illumina Salvatore. Con la moglie Raffaella per 8 mesi si accontenta di seguirla da lontano, di vederla uscire dalla messa. Poi, nel marzo 2006, il fratello Francesco le consegna una lettera in cui le racconta la verità: che loro non l’avevano mai abbandonata e che anzi la cercavano da anni.

Angela decide di tornare dai suoi. Quando bussa la prima volta, dopo oltre 10 anni, è sera. Raffaella spalanca la porta e quasi sviene. Madre e figlia parlano tutta la notte, piangono, ridono.

A questo punto lo Stato mostra, per l’ultima volta, il volto più duro. «Poco prima di tornare a casa definitivamente, un pm ci ha provato ancora. Mi ha detto che se fuggivo di nuovo dalla mia famiglia adottiva mi avrebbero rispedito in un istituto» ricorda Angela. «Io gli ho risposto che potevano mandarmi dove volevano, ma che mio padre non aveva mai abusato di me e che, alla fine, sarei tornata dai miei genitori naturali». I giudici si arrendono.

Angela torna a casa, per sempre. Il 24 dicembre 2006 festeggia il diciottesimo compleanno in un ristorante con 115 invitati. In paese sparano i fuochi d’artificio, i regali si accumulano all’ingresso come un bottino di guerra. Una cameriera guarda stupita e papà Salvatore le sussurra: «Questo non è un compleanno, è un miracolo». Ora manca l’ultimo prodigio.

«Rivoglio il mio cognome» reclama la fu Angela L., che un giudice ha battezzato Angela C.

Un tavolo rotondo di legno al centro del soggiorno di una casa popolare di Quarto Oggiaro, periferia di Milano. Comincia qui, una sera di aprile del 2005, la storia di Pietro Guccio, a cui la giustizia ha portato via tre figli.

Uno scatto d’ira: ha saputo che la sua primogenita, Vanessa, 14 anni, marina la scuola. Un fragoroso pugno sul tavolo apparecchiato per la cena, le stoviglie che cadono a terra, tutti ammutoliti per l’inattesa ira. Lui che va a fumare una sigaretta sul balcone. E poi torna: si siede sul divano, comincia a parlare con quella ragazza in crisi adolescenziale. Un momento di rabbia che gli ha rovinato l’esistenza.

Nella stanza accanto c’è una maestra di sostegno. Viene due volte la settimana per aiutare l’altro figlio, Mirko, di 8 anni, a fare i compiti, avrebbe qualche difficoltà a scuola. L’insegnante riferisce l’accaduto ai servizi sociali: già seguono la famiglia, anche con sostegni economici.

Due giorni più tardi la moglie di Guccio, Tina Riccombeni, viene convocata in consultorio: conferma l’accaduto. Un mese dopo i carabinieri bussano alla porta del loro appartamento: prelevano i tre figli, compresa Sharon, di 4 anni, e li portano in una comunità di Milano assieme alla madre. Due mesi dopo la donna torna a casa dal marito, i due bambini e la ragazzina vengono spediti in un altro centro del Vercellese. Da quel momento inizia una lenta agonia, scandita da carte giudiziarie e incontri mensili di un’ora, sempre davanti agli assistenti sociali. Un pugno che ha sfasciato qualche piatto e un’intera famiglia.

Quattro anni dopo, i Guccio sono seduti attorno allo stesso tavolo del soggiorno. Hanno facce rose dalla sofferenza. Lo scorso Natale, ormai diciottenne, Vanessa è tornata a casa. Parla poco, ha i capelli biondi fermati da un cerchietto bianco, le labbra imbronciate. “Ho buttato la mia giovinezza. Lontano dai miei genitori, senza nessun motivo”.

Ricorda come fosse ieri la sera in cui cominciò tutto: “Non ero stata a scuola. E quando mio fratello mi ha chiesto se sarei andata il giorno dopo, io ho fatto la sbruffona: “Non so se me la sento” è stata la mia risposta. Mio padre l’ha sentito e ha dato quel pugno. Ma ha sbagliato, meritavo uno schiaffo. Invece non ci ha mai sfiorati”.

Tina Riccombeni, 44 anni, sposata con Guccio dal 1988, non si dà pace. È vestita di nero, fuma sigarette senza sosta. Da quando le sono stati tolti i figli ha avuto tre infarti. “Mi hanno convocata al consultorio chiedendomi se mio marito era un violento. Gli ho detto che c’era un po’ di tensione a casa. Mai però avrei pensato di finire in questo incubo”.

Il 27 aprile 2005 il tribunale per i minorenni di Milano decide l’affidamento dei tre bambini ai servizi sociali. I giudici scrivono che la situazione “è andata peggiorando negli ultimi mesi”, c’è un progressivo “disinvestimento di Vanessa nella scuola” e “scarsa reattività in famiglia “. Anche Mirko è peggiorato negli studi, parla poco. “Va bene” scandisce Vanessa mentre continua a toccarsi i braccialetti colorati sul polso destro.

“Non ero una cima a scuola. E allora? Non avevo voglia di studiare. Per questo mi hanno rinchiuso in un istituto?”. In realtà, la decisione del tribunale si fonda pure su un altro assunto: le presunte violenze di Guccio sulla moglie e i figli.

L’omone, emigrato da un paesino dell’entroterra siciliano da ragazzo, comincia a sfogliare nervosamente le carte raccolte in questi cinque anni di calvario: sentenze, ricorsi, pareri degli assistenti sociali.

“Da nessuna parte si fa riferimento a una sola volta in cui ho maltrattato i bambini. Non c’è una dichiarazione o un’accusa. Solo cose generiche e mai provate. La verità è che siamo dei poveracci, per questo dobbiamo solo subire” dice Guccio, che ora lavora come magazziniere. L’uomo è incensurato: mai un problema con la giustizia. A suo carico non risultano indagini né denunce. Il tribunale si ripronuncia il 22 ottobre 2007.

E riconferma la decisione iniziale. Ai genitori è imputato scarso “senso critico” e vaghe carenze educative. I giudici aggiungono: “Sono emersi ulteriori elementi di preoccupazione in ordine agli agiti violenti del padre”. Vanessa commenta: “Nessuno, mentre ero in comunità, mi ha mai chiesto niente sui comportamenti di mio padre”.

La ragazza si rabbuia. L’8 dicembre 2008 è ritornata a casa. Racconta il periodo passato lontano dalla famiglia. “Piangevo e scrivevo, per sfogarmi. Ho perso gli amici. E adesso pure i miei fratelli, che vivono ancora lì”. Sharon e Mirko sono rimasti nel centro del Vercellese che li ospita. Il padre racconta che il figlio, ogni tanto, cerca di telefonargli di nascosto. Mentre qualche tempo fa, quando hanno trovato la più piccola sul tetto, lei ha spiegato: “Volevo scappare per raggiungere papà”.

Sottratti a genitori “indegni ” da quattro anni. Ma allora perché non sono stati dati in adozione a un’altra famiglia? Che senso ha farli crescere da soli? Il magazziniere spiega: “Sono stati quelli dei servizi sociali a dirmelo. Per mantenere un bambino in comunità si spendono centinaia di euro al giorno. I miei figli sono già costati allo Stato 2 milioni di euro”.

L’avvocato Claudio Defilippi, che assiste la famiglia, ora ha fatto ricorso anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo. “La storia dei Guccio è un caso inspiegabile, in cui sono stati accumulati errori e ritardi clamorosi” accusa. L’ultima stranezza è una relazione di due pagine firmata dai servizi sociali di Milano, datata 6 aprile 2009. Si legge: i due bambini vogliono “fare rientro a casa” e i genitori “hanno costantemente espresso questo desiderio”.

L’esito degli incontri è “positivo”, le visite a domicilio sono “soddisfacenti”. Si consiglia dunque “un graduale rientro in famiglia”, preludio a un ritorno definitivo “entro il mese di settembre” 2009. Il giudice risponde qualche giorno dopo: chiede di rallentare gli incontri e annuncia l’apertura di un’istruttoria.

Come se di tempo non ne fosse già passato abbastanza.

L’ODISSEA GUCCIO: NON ANCORA FINITA

3 aprile 2005 - Durante una discussione con la figlia, Pietro Guccio, 48 anni, sbatte un pugno sul tavolo.

Nella stanza accanto c’è una maestra di sostegno che aiuta il figlio per i compiti. L’episodio viene riferito ai servizi sociali.

27 aprile 2005 - Il Tribunale per i minorenni di Milano dispone l’affidamento dei tre figli di Guccio al Comune di Milano. Il padre sarebbe responsabile di “agiti violenti”.

11 maggio 2005 - I carabinieri prelevano da casa i tre bambini: Vanessa (14 anni), Mirko (8 anni) e Sharon (4 anni). Vengono portati in una comunità per minorenni di Milano insieme con la madre, Tina Riccombeni.

24 luglio 2005 - Riccombeni torna a casa dal marito. I figli vengono trasferiti in un’altra comunità in Piemonte.

22 ottobre 2007 - Il tribunale conferma l’affido. Madre e padre avrebbero scarso “senso critico”.

8 dicembre 2008 - Vanessa, che ha compiuto 18 anni, esce dal centro. Torna a vivere a casa dei genitori.

Le pressioni fatte dagli psicologi, le violenze subite in comunità, lo strazio per l’allontanamento da casa. I due fratellini di Basiglio, sottratti a marzo del 2008 ai genitori per un disegno a sfondo sessuale erroneamente attribuito alla bambina, raccontano la loro storia in un’intervista esclusiva a Panorama, in edicola da venerdì 13 novembre.

“Quei due mesi in comunità sono stati un incubo” ricorda il fratello, di 14 anni. “Una volta un ragazzo straniero mi ha puntato il coltello in faccia. Gli educatori hanno tentato di dividerci. Lui urlava che mi voleva ammazzare”. Sua sorella, 10 anni, racconta a Panorama: “Senza i miei genitori sono stata malissimo. Non dormivo la notte. Mi mancavano tantissimo. Mi sentivo molto sola: speravo sempre di tornare a casa”.

Il ragazzo parla pure dell’incontro con uno psicologo: “Quando sono entrato nella stanza ha urlato che se gli dicevo la verità mi avrebbe riportato a casa. Gli ho risposto che non avevo fatto niente con mia sorella. Lui gridava: ‘Non è vero! Mi devi dire la verità!’ Sono uscito piangendo: sentirsi fare un’accusa del genere è stato terribile”. Anche la bambina riferisce a Panorama un episodio analogo: “Mi chiedevano se facevo quelle cose con mio fratello, con un tono molto forte. Ero terrorizzata“.

I due fratellini erano stati portati via da casa il 14 marzo del 2008: una maestra aveva trovato sotto il banco della bambina un disegno che li raffigurava in una scena di sesso. Ma era lo scherzo di una compagna di classe. Sono tornati dai genitori dopo più di due mesi.

Lui è un bel ragazzino di 14 anni con i capelli e gli occhi scuri. Lei è una bambina di 10 anni con lo sguardo vivace, la voce cantilenante e l’apparecchio ai denti. A. e G. vivono in un’accogliente casa di Basiglio, alla porte di Milano. A. cammina a testa bassa, come se fosse perennemente schiacciato dai ricordi. L’hanno incolpato di fare sesso con la sorella: c’era scritto a corredo di un disegno fatto a scuola da una compagna di classe di G. I fratellini sono stati tolti a genitori, poi chiusi in una comunità per più di due mesi. Un errore giudiziario, di cui giornali e televisioni continuano a parlare.

A. e G. raccontano per la prima volta a Panorama quel che hanno patito: il momento in cui sono stati strappati alla famiglia e i terribili giorni in comunità. Fino al ritorno in famiglia.

Ricordate come vi hanno portato via da casa?

A. Era il mio compleanno. Mentre festeggiavo con gli amici, è arrivata mia madre: “Devi venire con me” ha detto. Lì ho trovato due pattuglie e gli assistenti sociali ad aspettarmi. Mi hanno spiegato che dovevamo cambiare i genitori: secondo loro era la scelta migliore.

G. Io, invece, ero già a casa. Gli assistenti sociali mi hanno accompagnato all’ascensore: “Non puoi stare più con tua madre e tuo padre” hanno detto. Dicevano pure che sembravo turbata. Io ho cominciato a piangere: ero disperata. Temevo che non li avrei più visti.

Sapevate il motivo per cui venivate allontanati dai vostri genitori?

A. Io l’ho capito dopo. E quando è successo mi sono messo a piangere. Non era vero che avevo fatto quelle cose con mia sorella. Ho avuto un colpo al cuore.

G. Sì, per colpa di una mia compagna di classe. Aveva scritto che io e A. facevamo delle cose… Poi ha messo il diario sotto al banco. La maestra ha ritirato il disegno. “Non si fanno queste cose con i fratelli” ha detto.

e ho spiegato che non l’avevo scritto io. Lei mi ha risposto: “È la tua calligrafia”. Ho protestato che non era vero. Ha insistito. I miei compagni mi prendevano sempre in giro: dicevano che avevo i denti brutti. Per questo motivo hanno fatto quel disegno.

Come siete stati in comunità?

A. Era un incubo. Un ragazzo straniero mi ha puntato il coltello in faccia. Gli educatori hanno tentato di dividerci, lui urlava che mi voleva ammazzare.

G. Senza i miei genitori sono stata malissimo. Non dormivo la notte. Mi mancavano tantissimo. Mi sentivo molto sola: speravo sempre di tornare a casa.

Avete mai parlato con gli psicologi o gli assistenti sociali?

A. Una volta, con uno psicologo. Quando sono entrato nella stanza ha urlato: “Se mi dici la verità ti riporto a casa”. Gli ho risposto: “Non ho mai fatto niente con mia sorella, non ne sarei capace”. Lui però ha continuato: “Non è vero! Mi devi dire la verità!”. Era aggressivo: gridava. Io ho detto ancora di no. Sono uscito piangendo: sentirsi fare un’accusa del genere è stato terribile.

G. Una volta, anch’io, con uno psicologo. Mi ha detto la stessa cosa. Con un tono bello forte. Mi sono spaventata. Mi chiedevano se facevo quelle cose con mio fratello. Ho risposto di no… Poi sono stata zitta per tutto il tempo.

Siete tornati nella stessa scuola?

A. No, l’ho cambiata. Ma un giorno un compagno di scuola mi ha dato del molestatore. Io non gli ho risposto. Ho calato la testa e tirato dritto. G. Anch’io sono in un’altra scuola, e nessuno mi ha mai detto niente. Però incontro a catechismo le bambine che mi hanno accusato di aver fatto il disegno. Parlano sottovoce di me: le sento. Io non ho mai rivolto loro la parola. Ma quando le vedo provo rabbia. Tanta rabbia.

IL DRAMMATICO DIARIO DI A. DALLA COMUNITÀ

“Oggi è il secondo giorno che sono via dai miei genitori: dov’è mia sorella?”. Comincia così il drammatico diario di A., 14 anni, uno dei due fratellini di Basiglio. È stato rinchiuso per 68 giorni in una comunità alle porte di Milano. Giorni di paura e angoscia: sentimenti che ha trascritto quasi ogni sera, tra marzo e maggio del 2008, in un diario. Panorama ne pubblica in esclusiva alcuni stralci. Pagine che raccontano la sofferenza di un bambino accusato di un’assurdità. E la paura di non rivedere più i propri genitori.

16 marzo: “Uno psicologo mi ha fatto vivere un incubo. Io gli ho chiesto cos’era la comunità e lui mi fa in modo incazzato: “Zitto!” (…). Nel tragitto gli ho fatto un’altra domanda: cosa sarebbe successo a mio padre e mia madre. Lui mi ha risposto che se gli incontri con loro non andavano bene eravamo costretti a cambiare i genitori. Quando siamo arrivati mi ha preso di forza e m’ha spinto giù dall’auto”.

22 marzo : “Mi ritrovo a fare la Pasqua in una comunità dove ci sono i più grandi: quelli del penale, e io non so nemmeno cosa significa penale (…). Non ho fatto niente. Per favore, aiutatemi. Io vorrei scappare, non ne posso più. Stare qui è come in carcere”.

12 aprile: “Mentre uscivo da scuola vedevo tutti i ragazzi che venivano presi dai loro genitori e mi sono messo a piangere. Tornato in comunità mi sono chiesto perché mi trovavo qui, perché io non so niente di questa storia (…). Non riesco a mangiare, aiutatemi”.

20 aprile: “Oggi ho passato un inferno: verso le 20 un ragazzo di 15 anni, dopo che io gli ho detto di smetterla di fare il figo, ha preso un coltello e me l’ha puntato quasi in faccia (…). Ora sto scrivendo il diario sotto le coperte, e non so come ce la faccio. Di notte non dormo perché ho molta paura”.

23 aprile: “Oggi sono stato dall’assistente sociale. Mi ha detto che se gli dicevo la verità mi faceva tornare a casa!”.

5 maggio: “Uno di 15 anni me le ha date a sangue perché gli ho detto di stare zitto, e adesso sono a letto con il ghiaccio”.

22 maggio: “La mia prima notte a casa è stata molto bella. E poi ho ricevuto il bacio della buonanotte”.

I bambini “rapiti” alla famiglia da giudici e psicologi.

«Sua figlia ha disturbi dell’attenzione in classe e crediamo che il motivo sia legato alla sua impossibilità di seguirla appieno o alla sua “inidoneità genitoriale”». In parole poverissime significa: il bambino è lasciato allo sbando e il papà o la mamma non sono genitori come dovrebbero. A qualunque genitore, se in buona fede, un discorso di questo tipo farebbe gelare il sangue. Eppure capita pure questo a padri e a madri che vedono sottrarsi i figli senza un oggettivo motivo, diverso da maltrattamenti, abusi sessuali, condizioni economiche precarie, abbandono. Secondo i dati dell’Osservatorio per l’infanzia della Regione Piemonte e dell’assessorato alle Politiche sociali, per la maggior parte dei casi (76,8%) gli allontanamenti dei minori non avvengono per fatti gravi, ma per valutazioni “soggettive”. Si parla cioè di “incapacità genitoriale” o di “metodi educativi non idonei”, o ancora di “impossibilità dei genitori a seguire i figli”, che sono croci o appellativi che si portano sulle spalle la grande maggioranza di padri e madri, nonché fenomeno in crescita, tanto che dal 2000 a oggi è aumentato del 20-30%. I minori, invece, allontanati per motivi “oggettivi” sono orfani (3,63% ), in stato di abbandono (9,81%) oppure maltrattati (4,72%). «Per tutti gli altri ci sarebbero degli allontanamenti impropri verso comunità o in famiglie affidatarie – denunciano le associazioni che hanno aderito al Movimento “Cresco a casa”, nato come manifesto associativo per impedire i cosiddetti “allontanamenti impropri dei bambini” - e che oltre a provocare disagio per le famiglie e per gli stessi minori, hanno anche un costo enorme».

Poi ci sono i falsi abusi, ma che realizzano vere tragedie. Solo 3 denunce su 100 si concludono con una condanna.

Minori strappati dalle mura domestiche e rinchiusi all’interno di comunità.  Storie di sofferenze, abusi, maltrattamenti, ma anche di errori giudiziari, che segnano indelebilmente la vita di minori, costretti a vivere e crescere in comunità o famiglie affidatarie lontane dall’affetto dei genitori.

“I dati della Regione piemontese rispecchiano anche quelli a livello nazionale” - dichiara Gian Luca Vignale, consigliere regionale, - “ed indicano che il 76,8 per cento dei bambini vengono allontanati per motivi, che potremmo definire soggettivi: come incapacità dei genitori, o metodi educativi inidonei, oppure per impossibilità di seguire i minori; mentre solo il 18,16 per cento per motivazioni oggettive gravi come abusi, maltrattamenti o abbandono. Inoltre le statistiche dimostrano che su cento denunce per abusi su minori all’interno delle mura domestiche, solo il 3,6 per cento si conclude con una condanna”.

Tutte le altre sono storie di falsi abusi e falsi maltrattamenti che però costringono a sofferenze terribili i bambini e anche le loro famiglie. Spesso innocenti. Come è avvenuto per Laura, adolescente torinese che a Panorama.it racconta il periodo di distacco dalla famiglia e la vita in comunità.

“C’era tanta confusione. Un caos. Due donne che non conoscevo sono entrate in casa, si sono sedute in salotto e hanno iniziato a discutere con i miei genitori. Erano da poco trascorse le 11. Era freddo. Ripensandoci, non ho capito se fosse stato il freddo di quella mattina di febbraio, o solo il presentimento di quello che sarebbe accaduto quattro ore dopo”. Laura si ferma un attimo, fa un grande respiro e riprende il suo ricordo di quella mattina. “Mi hanno portato via. Erano le tre del pomeriggio. Non sapevo dove stavo andando, ma mi rassicuravano. Erano due assistenti sociali. Qualche ora di viaggio in auto e mi sono ritrovata a Pavia, in un appartamento. C’erano altre cinque ragazze della mia stessa età e un bambino di otto anni. Ricordo i loro sguardi e il silenzio. Terribile”.

Torino-Pavia. È stato il primo trasferimento per Laura, quindici anni, studentessa di un liceo del centro storico del capoluogo piemontese; I suoi genitori erano stati accusati di incapacità genitoriale e maltrattamenti.

Tutto nasce da una bugia che Laura, adolescente sensibile e fragile, racconta alla sua insegnante di educazione fisica. Si sente trascurata e dice che la madre non la segue e quando si incrociano in casa nei ritagli di tempo, che avanzano tra il lavoro e la scuola, lei la maltratta, la umilia. L’insegnante ascolta lo sfogo, non capisce che si tratta solo di un bisogno d’amore e dà inizio così al calvario di una normale famiglia torinese. L’insegnante coinvolge la direttrice e senza nessun chiarimento con i genitori di Laura, vengono chiamati gli assistenti sociali.

“Sono rimasta in quell'appartamento per un mese e mezzo. Lavavo e pulivo la casa e stiravo. Ci portavano solo da mangiare. Ma la sofferenza più grande era il non poter parlare con nessuno dei miei familiari. Ero costretta solo ad ascoltare le tragedie di chi era con me e le offese degli assistenti sociali nei confronti dei miei familiari. Li screditavano, li descrivevano come dei mostri e alimentavano il distacco e l’allontanamento”. Laura sospira e poi riprende a raccontare: “Quante volte mi hanno detto che i miei genitori non mi volevano bene. Che mia madre non mi voleva. Con me avevo solo una fotografia di una delle mie due sorelle, Patrizia, che mi era rimasta nel diario di scuola preso il giorno in cui mi avevano portato via da casa”. Quello era solo l’inizio di un periodo durato sette mesi. L’inferno arriva con il trasferimento a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria; Laura rimane, all’interno di una comunità per cinque mesi e mezzo.

“Era una comunità mista” continua “e assieme a noi adolescenti c’erano tanti bambini di sei, sette e otto anni. E’ stato terribile: i più piccoli non riuscivano a trattenere le emozioni e urlavano, piangevano, cercavano i genitori mentre io cercavo di non sentire, volevo stare sola ma non era possibile”. Laura spiega che a quel clima di dolore, rabbia, confusione e abbandono è riuscita a sopravvivere grazie alla complicità, che si era creata con alcune delle ragazze della comunità. “La complicità ti permetteva di continuare a vivere. Non era un’amicizia ma qualcosa di più”. Poi una mattina, dopo cinque mesi che non vedeva e parlava con nessuno dei suoi parenti, le accordano il permesso di incontrare le due sorelle: “Ero come rimbambita, non riuscivo a parlare e anche se avevo voglia di abbracciarle e di farmi portare via da quell’inferno, non riuscivo a chiederglielo. Le ho riviste un’altra volta e mai da sole. Poi basta”.

Laura è la terza di tre figlie di due imprenditori: madre e padre lavorano nell’azienda di famiglia che hanno ereditato. Insieme da trent’anni, avevano cresciuto le figlie senza nessun problema ed erano diventati nonni di due bambine, solo pochi mesi prima che Laura fosse  portata via di casa. “Sono ancora in cura da una psicologa” - sussurra Laura - “mi sta aiutando, ma la mia vita è stata segnata. Non potrò più dimenticare quello che ho provato nella comunità e soprattutto come vengono trattati i bambini. Sono pochi gli assistenti sociali, che vivono il loro lavoro come una missione e comprendono la tua sofferenza. Adesso ho diciotto anni, ma questa esperienza mi ha tolto la capacità di dare fiducia alle persone e la fiducia è la prima cosa per affacciarsi al mondo e quindi al futuro”. La vicenda di Laura si è conclusa con una sentenza del Tribunale dei minori, che dichiarava l’inesistenza di situazioni gravi tali da giustificare l’allontanamento da casa.

Trenta associazioni in tutta Italia si sono riunite a Torino, per presentare un manifesto chiamato “Cresco a Casa”. Un documento con il quale chiedono che gli allontanamenti da casa debbano essere eseguiti solo dopo l’acquisizione di prove oggettivi gravi e attendibili. “Le perizie psichiatriche e psicologiche devono avere solo valore di opinioni” puntualizza Vignale “ci batteremo perché non siano più considerate prove fondamentali per l’accertamento della verità durante i procedimenti giudiziari”. Poi prosegue: “Sui giudizi spesso sbagliati di esperti incapaci di decifrare la realtà, vengono sottratti e costretti a violenze psicologiche all’interno di comunità centinaia di bambini e adolescenti di tutta Italia”. Proprio com’è accaduto a Laura.

Queste associazioni, molti avvocati, criminologi e gente comune, s'interrogano sul fenomeno dei bambini sottratti alle famiglie senza alcun valido motivo, ma unicamente in seguito a rapporti, opinioni, di assistenti sociali e (fantomatiche) perizie di psicologie psichiatri.

È notizia nota che due bambini di Basiglio, per ben 40 giorni sono stati sottratti alla famiglia, solo per un disegno che, come dice lo stesso Tribunale dei minori, solleva più di una perplessità; mentre la bambina stessa e la madre non riconoscono la grafia.

Perché un'assistente sociale o uno psicologo invece di fare una verifica, scrive un rapporto che induce il Tribunale a prendere una decisione così drammatica, che può, di fatto segnare per sempre la vita di un bambino e della sua famiglia? Chi pagherà questo danno? Possibile che siano solo errori?

Il fenomeno in Italia coinvolge circa 40-50 mila bambini. Il costo che le amministrazioni pagano, per un bambino ritenuto vittima di "abusi", parte dai 150 per arrivare ai 300 euro al giorno.

Moltiplicate questo per il numero di bambini.

Ci domandiamo qual è la logica che preferisce togliere un bambino alla famiglia di origine perché, per esempio, indigente, facendo pagare alla comunità alcune migliaia di euro quando con 800 euro si potrebbe far fronte all'emergenza immediata e aiutare il padre a trovare lavoro?

Che danno esistenziale viene causato al bambino ed alla famiglia?

Perché l'assistenza sociale non lavora per preservare l'integrità familiare?

Ancora, che valore hanno i rapporti e le perizie di uno psicologo o di un’assistente sociale, che il più delle volte sono unicamente opinioni?

La pretesa di queste categorie è di capire da un disegno o uno scritto che esiste un abuso.

I casi di Rignano, di Basiglio e gli altri drammatici episodi, vedi Brescia, Milano, sono esemplari.

Ciononostante i Tribunali continuano a fare affidamento su queste opinioni.

Qualcuno comincia a capire e a prendere posizione.

Casi eclatanti sono il Giudice Edoardo Mori, di Bolzano, che in un articolo del 21 Aprile 2008 sul giornale Alto Adige, spara a zero sul valore scientifico di queste perizie e rapporti:"Il fatto che si sia dato ingresso alla psicologia come strumento probatorio è una totale assurdità", e ancora: "…non sono scienze esatte, sono scienze sperimentali. Per definizione - prosegue ancora il giudice Mori – sono strumenti che servono più che altro per manipolare la psiche e non hanno alcun bisogno di cercare la verità". Stessa linea viene sostenuta con forza dal dott. Marco Capparella e dal dott. Savio Fortunato coni loro articoli su criminologia.it.

I dubbi sollevati da questi professionisti sono stati fatti propri dall'On. Francesco Lucchese, con la presentazione dell'interpellanza del 27 Giugno 2007 n° 630.

A nessuno, siano essi assistenti, psicologi o psichiatri dovrebbe essere permesso di minare l'integrità della famiglia e la salute del bambino senza una certezza dell'abuso perpetrato. I bambini urlano nel silenzio di una comunità e le vite dei genitori sono distrutte da accuse infamanti. Una società che tollera questi fatti non può definirsi civile. Qualcuno deve intervenire per porre fine a questa incredibile violazione dei diritti che mina il mattone fondamentale della società: la famiglia.

Atto Camera

Interpellanza 2-00630, presentata da FRANCESCO PAOLO LUCCHESE

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della giustizia, il Ministro per le politiche per la famiglia, il Ministro della pubblica istruzione, il Ministro della salute, per sapere - premesso che:

sempre più fatti di recente cronaca giudiziaria dimostrano come Giudici e pubblici Ministeri fanno sempre più affidamento alle opinioni, perizie e conclusioni di psicologi e psichiatri con l'assunto che grazie alla loro conoscenza sia possibile determinare la colpevolezza o l'innocenza di una persona (vedi casi Cogne, pedofilia a Brescia, pedofilia a Milano, Rignano Flaminio eccetera) senza che queste perizie secondo l'interpellante possano considerarsi prove concrete come dovrebbe essere in un giusto processo;

lo stesso sistema, cioè l'uso di perizie psicologiche e psichiatriche usate a quel che consta all'interpellante come uniche prove, determina le decisioni del Tribunale dei Minori nell'adottare il provvedimento con la formula «urgente e provvisorio» per l'allontanamento dei minori dalle famiglie, diventano gli unici riscontri in fase iniziale per cause di pedofilia: queste perizie si basano secondo l'interpellante non su riscontri oggettivi, come nel caso della criminologia, ma su opinioni degli psicologi e psichiatri;

mentre in Italia è chiaro a tutti che per opere d'ingegneria occorre l'ingegnere, non lo è, invece, per la criminologia; posto che ad occuparsi di crimini non è il criminologo clinico (figura specializzata con corso triennale post-laurea comprendente 22 esami più la tesi di specializzazione, oltre la laurea quadriennale del percorso vecchio ordinamento), ma lo psicologo, lo psichiatra, l'assistente sociale, eccetera. La laurea (in psicologia, medicina, giurisprudenza, lettere o filosofia) era la condizione necessaria per accedere allo studio di criminologia clinica ma insufficiente per potersi occupare di crimine. Abolendo tale specializzazione si è lasciato campo libero a professioni (psicologi e psichiatri) che hanno la pretesa di essere esperti, pretesa mai suffragata da fatti concreti -:

il numero di bambini sottratti alle famiglie e dati in affidamento alle comunità alloggio oscilla tra i 23.000 e i 28.000 con un costo per la comunità di miliardi di euro, senza contare l'indotto in termini di necessità di assistenti sociali, spazi protetti, psicologi e neuropsichiatri infantili;

molti genitori, se vogliono rivedere i loro figli, si devono sottoporre a trattamenti psicologici prolungati ed estenuanti con il ricatto morale di non rivedere più il loro figlio;

quale sia l'entità dei bambini sotto tutela dei servizi sociali e collocati in comunità alloggio o in affido;

quale sia il numero di comunità-alloggio distribuite sul territorio italiano e la loro capacità ricettiva;

quale sia l'entità dei soldi erogati dai Comuni, Province, Regioni e Stato per il mantenimento dei bambini nelle comunità alloggio;

quale sia il tempo medio del procedimento ablativo;

quale sia il numero di bambini che torna nelle famiglie di origine dopo essere stato allontanato;

perché si siano chiuse le scuole di specializzazione post-lauream in criminologia clinica presso le facoltà di medicina e se si intenda ripristinare;

come mai dietro le cattedre di criminologia in Italia, anziché criminologi clinici, siedano quasi tutti psichiatri;

perché anziché promuovere specialisti di criminologia di alto livello si favorisca la nascita di «corsi fast-food», senza rendersi conto che il crimine ed i criminali si aggiornano anche con le tecnologie, mentre le figure che si occupano del crimine in Italia (psicologi, psichiatri, assistenti sociali) non hanno conoscenze ermeneutiche, epistemologiche e scientifiche. (2-00630)«Lucchese».

IL MISTERO PEDOFILIA

La parola pedofilia deriva dal tema greco παῖς, παιδός (bambino) e φιλία (amicizia, affetto). In ambito psichiatrico la pedofilia è catalogata nel gruppo delle parafilie, ovvero tra i disturbi del desiderio sessuale, e consiste nella preferenza erotica da parte di un soggetto giunto alla maturità genitale per soggetti che invece non lo sono ancora, cioè in età pre-puberale. Il limite di riferimento di età varia da persona a persona (poiché ogni individuo raggiunge la maturità sessuale in tempi diversi), ma oscilla generalmente tra gli 11 e 13 anni. Nell'accezione comune, al di fuori dall’ambito psichiatrico, talvolta il termine pedofilia si discosta dal significato letterale e viene utilizzato per indicare quegli individui che commettono violenza attraverso la sessualità su di un/a bambino/a, o che commettono reati legati alla pedopornografia. Questo uso del termine è inesatto e può generare confusione. La psichiatria e la criminologia distinguono i pedofili dai child molester (molestatori o persone che abusano di bambini); le due categorie non sono sempre coincidenti. La pedofilia è una preferenza sessuale dell’individuo o un disturbo psichico, non un reato. La pedofilia definisce l’orientamento della libido del soggetto, non un comportamento oggettivo. Vi sono soggetti pedofili che non attuano condotte illecite, come si hanno casi di abusi su bambini compiuti da individui non affetti da pedofilia.

La diagnosi in psichiatria. L'attrazione sessuale - in qualche misura - verso i bambini non è sufficiente per la diagnosi di pedofilia. La psichiatria (secondo il criterio DSM IV-TR) definisce pedofili solo quelle persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Occorre inoltre che il sintomo persista in modo continuativo per almeno 6 mesi. Non si considera pedofilia il caso in cui la differenza di età tra gli individui sia minore di circa 7 anni. Non sono da considerare pedofili i soggetti attratti principalmente da persone in fasce di età pari o superiori ai 12 anni circa, purché abbiano già raggiunto lo sviluppo puberale: l’attrazione per gli adolescenti è definita con i termini poco usati efebofilia e ninfofilia o «sindrome di Lolita».

Il criterio psichiatrico DSM prevede diverse specificazioni, la pedofilia può essere:

L’attrazione per bambini maschi risulta mediamente più resistente fra i child molester: il tasso di recidiva dei soggetti attratti da bambini è circa doppio di quelli attratti da bambine. Tali aspetti sono anche meglio dettagliati nell'ambito della psicopatologia sessuale dei Sexual Offender, vale a dire di quella categoria di persone che a motivo della loro compulsività sessuale rientrano nelle casistiche giudiziarie e attuano comportamenti che vengono riconosciuti come penalmente rilevanti. Il Tipo Indifferenziato inoltre sembra essere mediamente più grave del Tipo Differenziato. Vi è inoltre una forma di pedofilia limitata all'incesto (interesse rivolto solo a figli/e o a fratelli/sorelle). D'altra parte, il criterio categoriale del DSM non considera l'aspetto dimensionale del disturbo: vale a dire che nell'ambito della stessa diagnosi esistono svariate manifestazioni di gravità della stessa che solamente un accurato esame della psicopatologia sessuale è in grado di definire con precisione.

Analisi del fenomeno. Reati di pedofilia si sono verificati in tutti i luoghi dove sono presenti bambini: famiglie (nel qual caso potrebbe trattarsi di incesto), centri religiosi (seminari, oratori), scuole d'infanzia, associazioni giovanili (negli Stati Uniti d'America i boy-scout). Data l'estrema ampiezza di tipologie di reati, che talvolta non richiedono nemmeno il contatto fisico col bambino (es. esibizionismo, riproduzione di materiale pedopornografico, ecc.), la diffusione dei reati di pedofilia è considerata elevatissima. «Il 10-30% circa dei bambini subisce molestie sessuali entro i 18 anni. L'attrazione del pedofilo può essere rivolta sia verso i bambini sia verso le bambine, ma sembra che queste ultime siano le vittime più frequenti (88%).» Nel maggio 2007 tutti i media hanno parlato ripetutamente di notizie su reati svolti da membri del clero, sulla base del fatto che oltre 4000 sacerdoti sono stati accusati di abuso di minori negli USA e in Canada. Si tratta però del numero totale delle accuse raccolte in un arco di 50 anni e comprende non solo i casi di pedofilia in senso stretto, ma anche i rapporti con adolescenti minori di anni 18. Sino ad oggi le condanne per pedofilia hanno riguardato solo 40 casi su 4000. Nel giugno 2009 il cardinale Claudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero ha dichiarato al settimanale cattolico spagnolo Vida Nueva che i casi di pedofilia a volte non arrivano nemmeno al 4% dei sacerdoti. Questa dichiarazione rettifica una precedente intervista dello stesso cardinale Hummes del 5 gennaio 2008 all'Osservatore Romano, in cui dichiarava che tra i sacerdoti neppure l'1% ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale. Nel settembre del 2009 l'arcivescovo Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, in una dichiarazione emessa in una riunione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, in relazione ai crimini sessuali sui minori, ha dichiarato che nel clero cattolico solo tra l’1,5% e il 5% dei religiosi ha commesso atti di questo tipo. La cifra del 4% è stata contestata anche dallo studioso Massimo Introvigne, sulla base di uno studio indipendente condotto dal John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, che non è un’università cattolica ed è unanimemente riconosciuta come la più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia. È uscito un libro dal titolo Atti impuri nell'anno 2009 che riporta cifre aggiornate sulla pedofilia nella Chiesa americana. Tra il 1950 e il 2004 si sono registrati undicimila casi documentati di abusi sessuali su minori i cui autori sono preti. Mediamente i preti diocesani implicati negli abusi sono il 4,3 per cento. Alcun anni hanno prodotto percentuali molto alte di preti pedofili. Nel 1963, 1966, 1970, 1970 e nel 1974 si è arrivati all'otto per cento di predatori diocesani, fino al nove per cento del 1975. Nel libro si fanno anche delle estrapolazioni su quelli che possono essere i limiti del fenomeno pedofilia (abusi su minori) nella Chiesa e si stima che i casi sono stimabili in quaranta-sessantamila che farebbero salire il tasso dei preti abusanti a percentuali altissime.

Per quanto riguarda i crimini più efferati, uno studio del Centro Aurora di Bologna (Centro Nazionale per i bambini scomparsi e sessualmente abusati) ha evidenziato che in Italia dal 2004 al 2007 sono scomparsi 3.399 minori, non ritrovati nel periodo considerato. Lo stesso studio, coadiuvato dalle denunce del Procuratore Nazionale Antimafia, Pier Luigi Vigna, suggerisce che i mercati illeciti principali per questi bambini e ragazzi sono essenzialmente tre:

È indispensabile però mettere in conto il fatto che molto spesso è estremamente difficile sia verificare sia smentire le accuse di pedofilia. Altri autori, quindi, giungono a conclusioni diametralmente opposte. Secondo Fabrizio Tonello: "meno di cento bambini viene rapito ogni anno e quasi nessuno di questi rapimenti ha a che fare con crimini a sfondo sessuale". Anche il grande numero di accuse di pedofilia sarebbe spesso dovuto a isteria collettiva. Sono documentati numerosi casi di falsi abusi su minore che hanno portato a condanne di innocenti o ad assoluzioni solo dopo anni di indagini e processi.

La pedofilia in Italia. Secondo i dati raccolti da Telefono Azzurro e pubblicati nel rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza, quasi il 60% degli abusi su minori avviene in famiglia. Nel panorama internazionale emerge che in Francia e in Inghilterra i minorenni vittime di abuso sessuale sono molto più numerosi, ma ciò che preoccupa in Italia è il "sommerso": è probabile, infatti, che alcune situazioni di abuso non arrivino alla denuncia.

L'attendibilità delle testimonianze infantili. In Italia è stato messo a punto un protocollo realizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra avvocati, magistrati, psicologi, psichiatri, criminologi e medici legali dopo il convegno "Abuso sessuale sui minori e processo penale", tenutosi a Noto il 9 giugno 1996. Questo documento chiamato appunto Carta di Noto, aggiornato il 7 luglio 2002, prescrive la prassi da seguire nel ricevere la testimonianza del bambino o della bambina. La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che le direttive contenute nella "Carta di Noto" rappresentano delle mere indicazioni metodologiche non tassative, con la conseguenza che l'eventuale inosservanza di dette prescrizioni non comporta la nullità dell'esame.

Le fantasie infantili secondo Freud. Molti accusati di pedofilia sono stati assolti nonostante testimonianze oculari (il ricordo vivo e particolareggiato dei minorenni coinvolti), rivelatesi poi non attendibili e in contrasto con i riscontri probatori. In psicologia, è noto che una persona può avere un ricordo molto vivo e dettagliato di eventi, che sinceramente crede che siano accaduti, ma che non si sono mai verificati in realtà. Perciò, anche se la testimonianza proviene da un bambino, che non può avere interesse a testimoniare il falso, le indagini devono trovare riscontri probatori oggettivi, per non fondare la pubblica accusa solo sulla base di testimonianze oculari. Le accuse di pedofilia talora rivolte da bambini minorenni nei confronti dei genitori potrebbero rientrare in «sogni ad occhi aperti», che sono un appagamento compensativo nell'immaginazione di desideri che il bambino avverte come pericolosi, reprime e tende a dimenticare. La soddisfazione avviene in un modo semplice, producendo un ricordo che è identico a quello che si sarebbe voluto che accadesse nella realtà. Quando la personalità diviene più forte, nell'adulto, la compensazione e rimozione divengono più capaci di soddisfare un desiderio in modo diverso dalla volontà iniziale, ma con azioni nella vita reale, senza forzare la memoria e i ricordi. La tesi di Sigmund Freud e della figlia Anna (che parlò più esplicitamente di queste fantasie infantili) è stata a volte portata come prova nei tribunali per smentire accuse di pedofilia. Tuttavia la loro tesi è stata oggetto della più feroce critica da parte di Jeffrey Moussaieff Masson, che durante i primi anni ottanta era direttore dei Freud Archives: «Consideriamo per quanto tempo gli psicoanalisti hanno negato la realtà degli abusi sessuali sui bambini. Questi abusi esistevano già molto tempo prima che se ne occupasse Freud, ma le sue conclusioni, non provate, che il fenomeno fosse in gran parte immaginario, lo tenne occulto fino a quando il movimento femminista non ne rivelò la vera diffusione.» Presunti abusi infantili sono anche riemersi nella memoria di migliaia di pazienti adulti sottoposti a psicoterapia o altre cure analoghe, determinando un vivace dibattito scientifico sulla loro attendibilità e un seguito di contenziosi legali.

Da vittime a carnefici. Secondo alcuni studi, una rilevante percentuale dei condannati per pedofilia ha a sua volta subito abusi durante l'infanzia. «È stato osservato che i bambini che erano stati oggetto di attenzioni pedofiliche mostrano da adulti un comportamento analogo con maggior frequenza rispetto alla popolazione generale.» Freud affermò che i traumi infantili in generale sono inguaribili e lasciano ferite che non rimarginano più e che provocano, negli adulti con una storia di abusi nella loro infanzia, una molteplicità di fenomeni a carico della sfera emotiva, relazionale, sociale, comportamentale di varia profondità. Tale fatto determina due elementi di rilievo per la legislazione in materia: da un lato evidenzia la gravità del danno subito dal bambino (e quindi della colpa del reo), dall'altro lascia intuire la difficoltà di stabilire capacità di intendere e di volere del reo, in quanto è possibile che sia affetto da turbe psichiche (o raptus improvvisi) a causa di violenze pregresse subite nell'infanzia. D'altra parte la complessità del problema emerge chiaramente in ambito clinico a fronte delle difficoltà nelle quali si vengono a trovare i professionisti (psichiatri e psicologi) che trattano le persone affette da pedofilia.

Terapia. Il programma terapico si pone queste mete:

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è utile per interrompere i comportamenti parafilici appresi. Validi risultati si ottengono anche con la terapia di gruppo. Qualora il disturbo sia contraddistinto da un'ipersessualità, si ricorre a un trattamento psicofarmacologico usando il ciproterone acetato (CPA) e il medrossiprogesterone acetato (MPA), con durata superiore anche ai quattro anni. Se la pedofilia è associata ad altri disturbi psichiatrici, si può intervenire con antidepressivi e antipsicotici.

La pedofilia femminile. Sebbene gran parte dei pedofili sia di sesso maschile, una percentuale minore è rappresentata da adulti di sesso femminile. Gli abusi su minori commessi da donne tendono ad essere sottostimati rispetto a quelli commessi da uomini: uno dei possibili motivi è il fatto che questi avvengono spesso in circostanze in cui la donna è la persona che si prende cura del bambino, per esempio durante il bagno o mentre il bambino viene vestito o svestito. Le donne pedofile non hanno una età ben precisa, nella maggior parte dei casi l'età oscilla tra i 25 e i 55 anni, possibilmente con disturbi psichiatrici, in particolare depressione e abuso di stupefacenti; frequentemente hanno disordini della personalità (antisociale, borderline, narcisistico, dipendente). Quando una donna è coinvolta in atti sessualmente impropri verso minori si verifica un aumento del rischio che sia implicato anche un pedofilo uomo.

Alcune questioni aperte. La castrazione chimica.

La castrazione chimica è un trattamento farmacologico, che dovrebbe dissuadere il pedofilo da recidive eliminando la libido connessa all'atto violento ed è utilizzato in diversi paesi, spesso in combinazione con misure di sospensione condizionale della pena. Nel corso del 2005, l'allora ministro delle riforme Roberto Calderoli ne ripropose l'utilizzo in Italia. La castrazione chimica elimina la libido connessa con gli atti sessuali, solamente in via temporanea. L'accettazione di questa pratica è spesso la premessa di una libertà condizionale, anche se il trattamento farmacologico potrebbe non essere ripetuto, con il rischio di reiterazione del reato. In altre parole, è necessaria un'assunzione puntuale e prolungata nel tempo dei farmaci inibitori degli ormoni sessuali, non priva di conseguenze fisiologiche, maggiori di una castrazione chirurgica. Il trattamento tuttavia potrebbe risultare inefficace portando il paziente ad altre manifestazioni psicopatologiche. Nella memoria dell'opinione pubblica tedesca, per esempio, ricorre il caso della metà degli anni 'Ottanta su un maniaco più volte imputato di violenze nei confronti di minori e che richiese espressamente il trattamento farmacologico. Secondo taluni la terapia avrebbe portato l'uomo ad una forma di "impotenza" piuttosto che ad un'attenuazione della libido, un forte senso di frustrazione cui avrebbe fatto fronte con un comportamento ancor più violento. All'atto pratico l'uomo si macchiò di omicidio di una bambina, ma la giustizia tedesca riconobbe in lui uno stato di infermità emettendo una lieve condanna. La sentenza destò l'ira e la disperazione della madre della piccola vittima spingendola ad uccidere l'uomo. Costituitasi la donna ebbe l'unanime solidarietà dell'opinione pubblica internazionale e fu assolta. Questo episodio emblematico avrebbe portato dello scetticismo nei confronti del trattamento farmacologico.

La perdita del diritto alla privacy del pedofilo. Negli USA è in vigore la cosiddetta "Legge Megan", che prende il nome da Megan Kanka, bimba di sette anni rapita, violentata e uccisa nel 1994 da un vicino di casa pluripregiudicato per reati sessuali su minori. La legge prevede che chiunque venga condannato per qualsiasi genere di reato a sfondo sessuale perda essenzialmente ogni diritto alla Privacy per un periodo variabile, da un minimo di 10 anni dalla data del rilascio fino a tutta la vita, con l'obbligo di registrare presso le Forze dell'ordine il proprio domicilio e i propri spostamenti, il divieto assoluto di frequentare, o risiedere nelle vicinanze di, luoghi abitualmente frequentati da minori o dal genere di persona normalmente bersaglio dei propri crimini, e in taluni casi l'affissione di tali dati in un registro pubblicamente consultabile; alcune municipalità statunitensi offrono la possibilità a chiunque di accedere a tali dati tramite appositi siti Internet. L'applicazione di questa legge è ancora fonte di un aspro dibattito negli USA. Un'ampia parte dell'opinione pubblica la sostiene basandosi sul fatto che i predatori sessuali tendono ad un alto grado di recidiva; tuttavia alcuni Stati e comunità ancora rifiutano di applicarla, sulla base del fatto che interessa persone che hanno pagato il loro debito con la società scontando una pena detentiva, e che la violazione della loro privacy può mettere essi e le loro famiglie in pericolo di ritorsioni.

Collaborazione e conflitti fra diversi ordinamenti giuridici. Rapporti fra uno Stato e una Chiesa o un'associazione.

Il rapporto fra l'ordinamento giuridico della Chiesa Cattolica, il diritto canonico, e il diritto penale degli stati laici è cosa molto differente dal rapporto fra le legislazioni di stati diversi, sopra descritto. Il diritto canonico si interessa dei peccati, mentre il codice penale ha a che vedere solo con i reati. Per lo più i reati sono anche peccati, e nel caso della pedofilia peccati gravissimi, ma si tratta di cose concettualmente diverse. È indispensabile non confondere sul piano giuridico la Chiesa Cattolica con il Vaticano. La Chiesa è una comunità internazionale (articolata in chiese nazionali) retta da una "costituzione" (il diritto canonico, appunto), che gioca un ruolo identico a quello svolto dallo statuto di qualunque associazione. La Città del Vaticano, invece, è uno Stato, una monarchia assoluta, dotata di un territorio e di un proprio sistema legislativo e in quanto tale ha in comune con la Chiesa Cattolica solo il fatto di essere guidato dal Papa e nulla più. Come tutte le comunità, la Chiesa ha stabilito anche delle regole per sospendere o escludere i membri indegni e dei tribunali per applicare queste regole (in una associazione è il collegio dei probiviri). Chi abbia commesso un grave crimine, come ad esempio di pedofilia, sarà sottoposto dallo stato (o dagli stati) competenti a processo penale e simultaneamente sarà sottoposto a un giudizio da parte delle comunità a cui appartiene. Si tratta di giudizi autonomi sia nei tempi di svolgimento del processo sia nel verdetto. Nella chiesa cattolica la repressione dei crimini più infamanti contro i sacramenti e contro la morale, fra cui la pedofilia, è regolata dalla De Delictis Gravioribus, che ha sostituito nel 2001 la Crimen sollicitationis a seguito della riforma del codice di Diritto Canonico. Già la Crimen sollicitationis equiparava la pedofilia, dal punto di vista penale, ai casi più gravi di molestie sessuali durante il Sacramento della Penitenza (§73); per questi reati è prevista la pena massima possibile, cioè la riduzione allo stato laicale (§61). È previsto l'insediamento nella diocesi interessata di un tribunale ad hoc presieduto dal vescovo e composto di soli sacerdoti esperti di diritto canonico (non di avvocati rotali laici). Le sedute sono a porte chiuse e gli atti del processo secretati, data la natura infamante delle accuse. L'eventuale verdetto di condanna, però, è ampiamente diffuso per consentire l'implementazione delle pene (sospensione a divinis, scomunica, ecc.). Il secondo grado di appello è presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma. Il tribunale ecclesiastico, data la sua natura e finalità, non ha autorità per chiedere al colpevole di costituirsi presso le autorità civili e subire anche un processo da parte dello Stato, né a membri del tribunale o a testimoni oculari di denunciare il fatto. Resta naturalmente per tutti l'obbligo morale grave di fare tutto quanto è possibile per impedire che eventuali atti di pedofilia vengano ripetuti. Perciò i dettami del "diritto divino naturale" (uno dei fondamenti del diritto canonico) comportano l'obbligo perentorio di denunciare il presunto reo alle istituzioni ecclesiali. Lo stesso obbligo morale sussiste implicitamente verso i tribunali civili, fatte salve le notizie coperte da segreto pontificio (cioè quelle acquisite dalle udienze del processo: ad esempio una eventuale confessione del reo), che sono coperte dal segreto del confessionale, e fatto salvo il diritto di autotutela di vittime e testimoni, spesso riluttanti a procedere a denunce penali. Gli Stati laici riconoscono sia l'autonomia del diritto canonico sia la legittimità del segreto del confessionale. Ovviamente gli stessi sacerdoti o vescovi, se esecutori di atti penalmente rilevanti, sono assoggettati come chiunque al giudizio delle corti statali, secondo quanto è previsto dall'ordinamento giuridico di ogni nazione.

Le dichiarazioni della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda le denunce di pedofilia nei confronti di sacerdoti cattolici, le dichiarazioni e i gesti di Benedetto XVI hanno assunto nel tempo i toni di una crescente condanna:

Nell'ottica ecclesiastica, quando il diritto canonico confligge col diritto civile, prevale il diritto canonico. Che, per i delicta graviora, come la pedofilia, prevede l'ammonizione, il trasferimento, l'isolamento, la penitenza e la preghiera, la sospensione a divinis, fino alla riduzione allo stato laicale. Non esiste un obbligo formale di denuncia da parte dell’autorità ecclesiastica, perché un vescovo non è un pubblico ufficiale. Il vescovo che tace non commette reato, a differenza ad esempio di un preside che tacesse.

Il 12 aprile 2010, il Vaticano pubblica una nota esplicativa della De delictis gravioribus del 2001, nella quale si chiarisce il rapporto con le leggi civili in materia di pedofilia. Dove le leggi lo prevedano, i vescovi sono obbligati a denunciare i fatti di pedofilia alle autorità preposte; se un ecclesiastico è stato riconosciuto colpevole da un tribunale civile, vi sono gli estremi per un decreto papale di riduzione allo stato laicale, senza processo canonico e senza possibilità di revoca. In questo modo, si realizza un primo riconoscimento in materia delle leggi e dei tribunali non ecclesiastici. È il primo documento che afferma il principio della collaborazione con le autorità giudiziarie. Viene poi superato l segreto pontificio, almeno in parte quando le leggi obbligano gli ecclesiastici, in qualità di cittadini, alla denuncia dei casi di pedofilia. Nulla è indicato in merito agli ecclesiastici, che di propria iniziativa, esercitando la libertà di coscienza, anche negli Stati in cui non sia obbligatorio denunciare fatti di pedofilia, denuncino altri ecclesiastici, o presenzino contro di loro come testimoni nei tribunali civili. non vi sono accenni alla questione del trasferimento di diocesi o parrocchia per i pedofili: nessuna sanzione è prevista per i vescovi che si limitino a trasferire in altra diocesi i sospetti pedofili, né vige un obbligo di comunicazione "orizzontale" fra la diocesi di origine e quella di destinazione. Il vescovo può limitare preventivamente la libertà di azione dei prelati sospettati di pedofilia, in particolare le loro attività con i bambini. L'enciclica De delictis gravioribus, datata 18 maggio 2001 e rivolta a tutti i vescovi del pianeta, vieta gli ecclesiastici di testimoniare in tribunali civili, pena la loro scomunica. Il documento afferma che «nei Tribunali costituiti presso gli ordinari o i membri delle gerarchie cattoliche solamente i sacerdoti possono validamente svolgere le funzioni di giudice, promotore di giustizia, notaio e difensore» ribadendo che «le cause di questo tipo sono soggette al segreto pontificio» e che si sarebbero dovuti attendere 10 anni, da quando le vittime avessero compiuto la maggiore età, per rivelare le accuse (ottenendo in questo modo la prescrizione dei reati, a quel punto non più perseguibili). Secondo il testo della Crimen sollicitationis, il segreto è perpetuo e si estende anche dopo il termine del processo e la sentenza definitiva del tribunale canonico, e dunque non è un mero segreto processuale. La Crimen sollicitationis obbliga, a pena di scomunica, il colpevole, chi ha subito le molestie, o chiunque abbia notizie certi su episodi di abuso sessuale a denunciarli al Tribunale Canonico o al sacerdote, comunque ad autorità ecclesiastiche, non civili. La Crimen sollicitationis del 1962 è stata superata dalla riforma del Codice di Diritto Canonico del 1983.

Pedofilia ed internet.

Per entrare nella stanza dell'orco non bisogna nemmeno bussare. Si saltano le presentazioni. Nessuna maschera o identità posticcia. Al massimo: un nickname a scadenza. In molti casi neanche quello. Entri e fai i tuoi porci comodi, e anche ottimi affari. Indisturbato. Impunito. Senza pagare un centesimo. Anche se con Internet non sei un drago. Bastano un minimo di dimestichezza telematica e un paio di dritte giuste per accedere gratuitamente alla galleria degli orrori della pedofilia on line. Lì si può mettere in piedi, in quattro e quattr'otto, un mercato nostrano, redditizio. Scarichi, gratis, foto vietatissime, e le rivendi.

Spiega un italiano che si firma Eric e che conosco su un forum cileno: "Crei un free book a costo zero, lo immetti sul web, attivi le modalità di pagamento attraverso il solito sistema di carte di credito, e il gioco è fatto". In un giorno puoi mettere in cascina anche 10 mila contatti. Che sono un bel po' di soldi. Su 10 mila visitatori il 10 per cento (1000 utenti) acquista; un book di 10 foto viene sugli 80 euro (70 $); in ventiquattro ore i più furbi riescono a tirare su anche 80mila euro. Si chiamano pedosciacalli. Sono i nuovi raider della pedofilia telematica. Scaricano gratis e rivendono. Una figura di pedofilo autarchico, furbetto. Il business prima del piacere sessuale. O assieme. Sono loro, oggi, il vero incubo delle polizie postali di tutto il mondo.

Per un po' di giorni abbiamo navigato nel mare grande della pedopornografia: per capire quanto fosse diffuso, e quanto fosse facile entrarci. Troppo, in entrambi i casi. Abbiamo conosciuto i pedosciacalli e i pedofili delle chat, quelli che si scambiano materiale non a fini di lucro ma solo per piacere. E i pedofili culturali, certo, la versione sofisticata, solo apparentemente platonica, dell'orco. E poi i pedofili sfacciati, quelli che si mostrano in viso e ti invitano a entrare nella loro "grande famiglia". Quella dove l'amore "non ha barriere", e "i nostri angeli e le nostre ninfe meritano solo dolci carezze". Entrando in queste "grandi famiglie" - sono 256.302 i siti web monitorati dal 2001 a oggi dalla polizia postale, 155 quelli chiusi in Italia, 10.376 quelli segnalati all'estero - abbiamo visto foto e video di bambini e bambine di ogni età. Nudi, seminudi, qualcuno cosciente, la maggior parte no, tutti abusati, ridotti a pupazzi con lo sguardo vitreo dai loro aguzzini. È stato un viaggio nell'orrore, in un nero mercato che prevede anche la morte. I pedofili immettono nel circuito telematico immagini delle loro prede da morte dandole in pasto - a pagamento, fino a 20 mila euro in Europa, molto meno se riesci a scovarle sugli ormai diffusissimi e più economici portali mediorientali, soprattutto iraniani e iracheni o africani - ai maniaci del pedosnuff (snuff, morire). Oppure le fissano sul digitale quando devono ancora nascere.

Quando sono feti di sette-otto mesi. «La merce più rara e più ambita della pedofilia estrema, assieme ai bambini sfigurati vittime di incidenti stradali, oggi sono le ecografie neonatali - spiega don Fortunato Di Noto, dell'associazione Meter impegnata da anni nella lotta alla pedofilia - . Gli "infantofili", e cioè gli amanti del genere da 0 a 4 anni, una tipologia in continua crescita, se le contendono a caro prezzo: anche 10 mila euro se l'immagine è nitida. E il commercio sul web è sempre più fiorente». Alcune ecografie provengono dagli ospedali e dagli studi medici del Sud Italia, da Napoli, da Palermo, o dai paesini sonnacchiosi dell'entroterra dove tutto accade e nessuno sa. Non sanno i medici, non sanno le ostetriche, non sanno i genitori. Chi sa benissimo ciò che sta facendo sono i cyber utenti. Una tribù che ogni giorno a tutte le ore si scambia materiale, esperienze, curiosità, indirizzi web, consigli, sulla loro ossessione.

Sono un esercito gigantesco i pedofili virtuali. Alex, americano del New Jersey, barba e capelli stile Bee Gees, non si fa problemi a mostrarsi in viso, sbracato in poltrona, o nel letto, in compagnia delle sue lolite. Nel suo portale - del quale omettiamo volutamente l'indirizzo ma che è in assoluto uno dei più frequentati e forniti - Alex espone i prodotti della ditta. Si va dai neonati alle bambine di sette-otto anni. Ci sono foto da voltastomaco. Decine di porn lover page e in mezzo lui, in canottiera, orgoglioso, che tiene in braccio una bambina con addosso solo il pannolino. Mi informa che questo mese c'è un'offerta speciale: "79 $ per tutta la settimana". In pratica: paghi e per sette giorni hai accesso alle immagini. Ma decine di foto sono scaricabili senza pagare. Crearsi un quaderno personale è un attimo. Rivenderlo, pure. Una delle cose più impressionanti di questo mercato è la facilità con cui da consumatore puoi diventare produttore. Per dire: ci sono navigatori italiani che hanno spremuto il sito di Alex e ne hanno fatto un pozzo di approvvigionamento per i loro business. Non daremo il nome di questi e altri siti e chat e forum - l'iniziale e basta - per evidenti ragioni. Se ne occuperà la polizia postale. Gli adolescenti sono già bombardati dai pedofili via telefonino: una pioggia di messaggi per invogliarli a spogliarsi, a inviare foto in cambio di ricariche telefoniche e piccole regalie. Un adescamento sempre più diffuso, che ha per obiettivo finale l'incontro.

I primi connazionali con cui entriamo in contatto li incrociamo sul forum "K...". Una chat di boylover e girlover dove si danno appuntamento pedofili di tutto il mondo. Non ci sono foto, su "K"; solo messaggi. Dopo essere stati esaminati e accettati accediamo alla room chiamata the lounge. Michele-Ita e Salvatore-Ita: ci si firma così, con nome - vero o falso che sia - e sigla della nazione di provenienza. Michele mi dà il benvenuto in inglese: "Ciao, sono felice di conoscere una persona come me libera da pregiudizi. Questo - aggiunge con soddisfazione - è l'unico forum dove si può conversare liberamente e condividere in allegria la passione per i bambini e le bambine". Provo a rivolgere a Michele qualche domanda vagamente personale. E' evasivo. Mi dice solo: "Ho 48 anni e adoro i bambini tra i 10 e i 14 anni". I pedofili (a eccezione dei "culturali") non amano parlare troppo di sé. Di solito vanno subito al sodo. Si concentrano sulla preda. Sulle fotografie, sui video. Scambiano dritte sui siti dove poter reperire materiale. Salvatore-Ita snocciola un indirizzo buono fatto di molti numeri: "Vai su "2..." e troverai roba interessante". Clicco. Si schiude l'home page di uno dei portali più grossi e hard nel panorama della pedofilia virtuale. Sequenze interminabili di neonati e bambini ritratti in pose oscene. Mi accolgono in modo ospitale: "Benvenuto nella "sick...", il paradiso della depravazione infantile". Scene di sesso tra adulti e bambini, o solo tra bambini. Sono minori di varie nazionalità. A occhio, soprattutto Europa dell'Est, Asia, Africa. Secondo i dati raccolti dall'associazione Meter e incrociati coi colleghi di altre nazioni, i bambini coinvolti nel mercato pedopornografico sono oltre 2 milioni: il 78% femmine, il 22% maschi. Per il 70% sono di razza bianca, per il 20 di provenienza asiatica e africana, e per il 10 di origine araba e mediorientale.

L'archivio di free photo su "2...." è corposo. Basta cliccarci sopra e le puoi scaricare. La prima e anche l'ultima cosa che pensi è: possibile che nessuno riesca a bloccare quella sequenza di immagini? Domenico Vulpiani è il direttore capo della polizia postale: "I siti a pagamento, che in effetti contengono anche delle foto e dei video scaricabili gratuitamente, in realtà offrono sempre lo stesso materiale: sono come un film porno, le immagini sono sempre quelle. Ai veri pedofili oggi interessa roba nuova, produzione domestica, casalinga, non i posati, pure hard e molto spinti, dei pay site. Il materiale se lo scambiano nelle chat. Tra una discussione e l'altra. Anche se apparentemente innocuo, il terreno più infetto e pericoloso oggi sono proprio le chat". Lolita, Fiordaliso, Ninfe. Nomi da retorica pedopornografica. Parole chiave con cui accedere alle decine di forum dell'orgoglio pedofilo. E alle loro bacheche. Sempre su "2...": "Mi intriga molto la sezione dei ragazzini", scrive un tedesco che si firma Hans B. Eric, dalla Francia, ringrazia: "Complimenti per l'ottimo lavoro. Questo è in assoluto il sito che preferisco". Hans B lo ritrovo un paio di giorni dopo chattando su "C...", una chat creata dal cileno Alain (vive a Santiago, fa l'insegnante, film preferiti Fucking Amal e Lolita). "Vieni a trovarmi su "f..." e su "l...". Poi mi dici cosa ne pensi, a proposito di amore libero e senza più barriere. Ok?". Aggiunge: "Ho molto materiale da offrirti, tu ne hai? Potremmo scambiare qualche video, cose con piccoli angeli di due o tre anni... ".

«La centrale mondiale della pedopornografia oggi è San Pietroburgo - continua don Di Noto - La maggior parte dei bambini e anche la produzione di video e fotografie provengono da là. Gli italiani quei siti li divorano, ne creano di loro ma su server stranieri. Perché sui server italiani c'è un controllo capillare e ormai serratissimo, divulgare materiale è rischioso». Usa, Russia, Iran, Iraq, Israele, Sudafrica, Nigeria: la mappa dell'"olocausto bianco", come lo chiamano le decine di organizzazioni che combattono la pedofilia in tutto il mondo, è in continuo e sfuggente movimento. Su 158 milioni di minori sfruttati ogni anno in tutto il pianeta, si calcola siano almeno 2 milioni quelli coinvolti nel mercato pedopornografico. Una tratta da 1 milione e 200 mila piccoli schiavi ogni anno. I loro corpi ingrassano gli affari dei pedosciacalli. Le persone arrestate per pedofilia on line dalla polizia postale, dal 2001 a oggi, sono state 187; 3.346 le perquisizioni, 3.655 i soggetti denunciati in stato di libertà. "Stiamo mettendo a punto una black list. In pratica vieteremo l'accesso a tutti i siti pedopornografici con i provider italiani - spiega Marcello La Bella, direttore della polizia postale di Catania - Almeno con quelli... Perché con i provider stranieri uno può accedervi comunque". Per questo la maggior parte dei nostri pedofili on line si sposta, almeno virtualmente, in Olanda e in Belgio e nel Lichtenstein (patria dei pedofili culturali). Per la serie: fatta la legge, trovato l'inganno.

L'americano Alex è un pedofilo sfacciato. Sa di rischiare la galera, anzi, come informa nel suo sito, al fresco ci è già stato. Ma tant'è, "amo i bambini e amo passare il tempo in loro compagnia. Questo sito è una grande famiglia dove chiunque può accedere". Altri, più subdoli di Alex, autosdoganandosi e rivendicando il loro diritto ad "amare i minori", si nascondono dietro il fragile paravento della pedofilia culturale. Teorizzano. Filosofeggiano sui portali dove è tutto un inno all'orgoglio pedofilo. Si ammantano di una patina culturale, tirano in ballo il Simposio di Platone. Poi abbandonano i sofismi e si fiondano nella vetrina-labirinto dove sono esposte le loro vittime: e lì comprano "piccole creature" con cui divertirsi. Una delle principali porte di accesso italiane alla pedofilia culturale è il sito "J...". Sull'home page campeggia il ritratto di un adolescente con la folta chioma pettinata a caschetto. Sopra c'è scritto: ""J" è stato creato apposta per quanti scoprono di potersi innamorare di bambini o giovani. Di questi tempi - si legge - non è cosa facile scoprire questa parte di sé. Qui si può parlare di questi sentimenti in un'atmosfera confidenziale. Potrai ascoltare come altre persone vivono questa condizione e ti sarà possibile fare la tua scelta. Ricordati che non sei solo!". E poi: "Ti aiuteremo a vivere questo amore in un modo responsabile e rispettoso delle leggi".

Sono discussioni che vorrebbero apparire igieniche, quelle dei pedofili culturali. Chattando nei loro forum si possono tracciare dei profili umani. Uomini dai 30 ai 60 anni, cultura medio-alta, affetti da un apparente sdoppiamento della personalità. Pedofili sì, ma in senso buono, è la loro tesi. Che poi non si capisce come sia possibile. Il confine è molto, troppo labile. Scrive Carlo M, 46 anni, divorziato: "L'unica forma di amore puro e innocente puoi provarla per un bambino. Non credo più alle storie con gente adulta, uomo o donna che sia. Tradiscono, mentono. Non hanno la purezza e la sincerità dei nostri splendidi angeli". Gli diamo corda, e così anche a Eugenio che si fa chiamare Gene. Scrive: "Lo studio come lo sport sono ambiti dove il bambino o l'adolescente può e deve trovare libero sfogo. A noi tocca il compito di incanalare quello sfogo in una crescita formativa". Può sembrare una frase innocente, ma a leggere tra le righe mette i brividi. Né conforta la tesi di Domenico Vulpiani: "In realtà al vero pedofilo della pedofilia culturale non importa nulla. Non gli servono le parole ma le immagini". Vado per l'ultima volta nella child room di "2...", e subito in quella, violentissima, di "P...". Un link mi trascina nell'archivio "Lolita...". E' un pugno al ventre. Mi inviano una cartolina dal Canada. Non avrei mai voluto riceverla. Mi assale un conato di vomito. Esco dalla stanza dell'orco con il desiderio di non entrarci più.

La quasi totalità degli abusi su bambini e adolescenti avviene tra le mura domestiche. Perché succede questo in un ambiente che dovrebbe essere protetto, e come prevenirlo?

Secondo quello che emerge dalle statistiche sul fenomeno della pedofilia, che sembra essere in progressivo aumento, il 90 per cento circa degli abusi sessuali, riguardanti bambini o adolescenti, avviene nell’ambito dell’ambiente familiare da parte degli stessi genitori o di parenti o amici di famiglia. Perché succede questo in un ambiente che dovrebbe essere invece naturalmente protetto da questi abusi? Le famiglie in cui si verificano rapporti incestuosi sono spesso disfunzionali per qualche aspetto, tendono ad essere ripiegate su sé stesse, in un certo senso isolate dalla società. Ci troviamo di fronte a dei matrimoni infelici con una vita sessuale spesso insoddisfacente.

Quando è il padre ad abusare di una/o figlia/o (come accade nella maggior parte dei casi), spesso ad un padre-padrone corrisponde una madre assente; l’organizzazione familiare è di tipo patriarcale e la madre, a volte lei stessa vittima del marito, è incapace di proteggere i propri figli, diventando così indirettamente complice della violenza sessuale. Spesso, per proteggersi da un’emozione troppo forte e dolorosa, essa nega l’evidenza. A volte è invece la paura a impedire che questa realtà venga allo scoperto (paura della violenza del marito o del padre, paura del giudizio dell’ambiente in cui si vive, ecc.); complici, in questo caso, possono essere non solo la madre, ma anche gli altri membri della famiglia. In alcuni casi l’abuso sessuale del padre sui figli è visto come un tentativo di riaffermare la propria supremazia nell’ambito della famiglia, una specie di rivendicazione del proprio potere. A volte anche le madri abusano dei loro figli. Si tratta di madri anaffettive, spesso coinvolte in una relazione con un marito che le domina e che le obbliga ad unirsi a lui nell’abuso. In alcuni casi, come abbiamo già visto, sono altri parenti o persone molto vicine alla famiglia ad abusare dei bambini, sfruttando il rapporto di familiarità e la fiducia che essi nutrono nei loro riguardi. Difficilmente l’abuso si esaurisce in un singolo episodio e talvolta riesce ad andare avanti per più anni, attraverso ricatti affettivi, senza apparente violenza o sotto la spinta del terrore: «Mi raccomando, non dire nulla a nessuno, altrimenti…». Le conseguenze sul bambino variano a seconda delle situazioni, ma sono sempre molto gravi. Ciò che egli ha subìto è un vero e proprio tradimento da parte di una persona a cui ha concesso piena fiducia, e questo può sconvolgerlo psichicamente. A ciò bisogna aggiungere che, quando l’abuso viene scoperto, il bambino soffre anche per la vergogna e per gli effetti della disgregazione familiare.

Come prevenire la pedofilia, in particolare quella che avviene nell’ambito della famiglia? Si tratta di una prevenzione che abbraccia tanti aspetti della vita. Prima di tutto è necessario favorire l’armonia della coppia e sviluppare un rispetto profondo verso ogni persona. Poi è importante avere un concetto sano della sessualità, che non è un bene di consumo, ma un linguaggio con cui esprimere l’amore per l’altro; non stimolare aspettative esagerate nei riguardi della vita sessuale, come invece fanno spesso i mass media; imparare a gestire ed orientare i propri impulsi (e non solo quelli sessuali). Nei riguardi dei figli, è necessario stabilire con loro un dialogo fin dai primi anni di vita ed iniziare un’educazione sessuale abbastanza presto, ovviamente adeguata all’età e alle diverse caratteristiche individuali, perché siano capaci di discernere l’ambiguità di certi comportamenti da parte di parenti o amici e di parlarne con serenità con qualcuno dei genitori. Di fronte a certe famiglie disfunzionali, potenzialmente a rischio, è molto importante che esse non vengano emarginate dalla società, ma che siano invece accolte e sostenute soprattutto da altre famiglie.

Uno dei fattori che concorrono a determinare l’incesto è la situazione di incomprensione e di ostilità tra i coniugi e la conseguente incapacità ad avere rapporti sessuali normali e regolari. Anche la presenza della figlia come figura femminile centrale è fondamentale ed il padre, molto spesso, opera l’incesto per contrastare il degradarsi della famiglia, per evitare la ricerca di un partner esterno. Difficile da concepire come concetto, ma l’atto sessuale del padre con la propria figlia viene vissuto proprio come tentativo di ristabilire l’equilibrio familiare. In tale ottica si inserisce il tacito consenso materno il cui fine è l’assunzione da parte della figlia di un ruolo dominante come figura femminile, in relazione alla crisi coniugale in atto.

La complicità della madre può essere:

L’omertà rende le madri nemiche dei propri figli. Le rende complici dell’aggressività e della violenza di uomini che stuprano il cuore dei bambini, i sogni, la purezza dei loro pensieri e del loro essere. I bambini che subiscono abusi sviluppano un senso di vergogna cronico che può rallentare o impedire l’elaborazione del trauma e accentuare, invece, i sintomi del disturbo post-traumatico da stress. La vergogna comporta un ritrarsi, un sentirsi piccolo, senza valore, impotente e provoca un desiderio di nascondersi e di scappare. Provoca anche reazioni e difese di esitamento che non si riferiscono solo agli aspetti dell’esperienza vissuta, da rimuovere e dimenticare, ma toccano direttamente alcuni aspetti del sé percepito come sgradevole, ripugnante e addirittura mostruoso. Implicano, inoltre, una scissione tra osservante e osservato che disgrega l’unità del Sé e della coscienza.

Questi massicci meccanismi agiscono quindi sulla consapevolezza e sulla capacità di mantenere il ricordo. Desiderare di eliminare alcuni aspetti del Sé e non ritenerli accettabili induce la tendenza a non voler o poter rievocare e raccontare, ma implica anche quella modalità, descritta da coloro che si occupano di disturbi post-traumatici, caratterizzata dall’alternarsi di sensazioni di rivivere l’esperienza traumatica e di sintomi di esitamento.

La pedofilia è, anche, donna.

Pedofilia al femminile: analisi del fenomeno.

Cade il dogma della maternità buona ad ogni costo, il principio per cui in ogni femmina c’è l’istinto a proteggere, o almeno a non colpire, un cucciolo della sua specie. Secondo le stime, in cinque casi su cento, ad abusare sono madri incestuose, ambigue zie, maestre e babysitter, fino alle “regine per una notte” che, sulle spiagge del Terzo mondo, vanno a caccia di beach boys giovanissimi e indifesi. Non se ne parla ma esiste. Parlare di donne pedofile non è né comune né semplice in quanto, nell’immaginario collettivo, il termine “pedofilia” viene associato al sesso maschile, al quale è stato sempre affidato un ruolo “attivo”: la pedofilia è infatti “azione”. E’ considerata quindi, come la maggioranza delle parafilie, una patologia rara nel sesso femminile. Infatti, contrariamente a quanto si pensa, complice la mancanza di informazione, la parafilia colpisce anche le donne, contraddicendo il tradizionale giudizio clinico che ha sempre sostenuto la rarità delle perversioni nelle donne.

Da esaurienti studi clinici è emerso che le dinamiche delle fantasie perverse femminili sono più sottili ed imprevedibili rispetto alla sessualità maschile e quindi difficilmente identificabili e riscontrabili. Cause scatenanti la pedofilia femminile possono essere la separazione, l’abbandono, la perdita. Alcune donne hanno subito abusi da bambine e l’esasperazione nell’attività sessuale pedofila è riconducibile al tentativo di vendetta sugli uomini, per fare riemergere la propria femminilità. Dal ruolo “passivo” che l’ha vista vittima e sottomessa la donna tenta in tal modo il riscatto e la propria affermazione in un ruolo “attivo”.

La più alta percentuale delle violenze sessuali sui bambini avviene tra le mura domestiche proprio ad opera di quelle persone nelle quali i piccoli ripongono la propria fiducia. Incredibile, impensabile, ma vero. Come vero è che, all’interno di una famiglia, ci sono madri che vedono, percepiscono e sentono l’odore dell’abuso ma tacciono, e silenziosamente acconsentono con orribile ed assolutamente ingiustificata complicità. Scacciano dalla memoria gesti, parole e sensazioni come per restarne fuori, pulite, estranee ai fatti, per non ammettere neppure a se stesse la verità, quella tremenda e terribile verità che diviene così, gradualmente, un segreto non condivisibile, respinto ogni qualvolta torna a galla. Occhi chiusi, bocca chiusa. Sono madri colpevoli dell’opera distruttiva che si sta operando attorno a loro ma reputano necessario comprare la solidità familiare, la posizione sociale ed il rispetto con l’omertà. Il prezzo da pagare, però, è troppo alto, anzi non vi è prezzo perché i figli non si vendono, non sono oggetto di scambio. Si interpreta tale comportamento adducendo ad una sorta di paura di vendetta da parte del marito, ad una ipotetica violenza cui sono state vittime da bambine che rivivono nelle vesti di madri, al timore di aver immaginato male o di sbagliare. Il loro “fare finta di non vedere” è un’ulteriore violenza ai danni dei figli i quali, abusati e non protetti da coloro che invece dovrebbero amarli ed educarli, vengono lasciati soli a se stessi, piccoli corpi martoriati, piccole coscienze distrutte. Il tradimento avviene su tutti i fronti, e non vi è danno peggiore.

Il fattore “cultura” o “ceto sociale”, qui, non entra in gioco come attenuante del caso: le madri “lavano in casa i panni sporchi” sia nelle culture più arretrate come negli agiati ceti sociali dove, si pensa, la buona educazione ed il benessere sono alla base dell’esistenza. Solo un terzo dei casi di abuso sono denunciati dalle madri: il restante è complice del marito, viscido seduttore, un nemico difficile da annientare.

Istintivamente associamo la donna all’idea di madre e la maternità a qualcosa di dolce, protettivo e rassicurante ma non è sempre così. Le notizie che leggiamo sui giornali, le cronache nazionali e internazionali ci ricordano ogni giorno che non è affatto così. Eppure quando leggiamo di un crimine commesso da una donna, ci sforziamo di trovarne una giustificazione, è difficile concepire la crudeltà femminile e ancora più difficile è comprendere quando questa crudeltà si abbatte su un bambino. Questa difficoltà non è limitata alla gente comune, la troviamo anche negli uomini di legge, nei giudici che si trovano a dover emettere una sentenza, in un processo che vede imputata una donna. Le statistiche parlano chiaro e i processi in cui è la donna a sedersi sul banco degli imputati si chiudono con condanne molto più lievi rispetto ai “colleghi maschi”. Non si riconosce alla donna il libero arbitrio nel commettere crimini, la tendenza è quella di vedere comunque la donna “criminale” come vittima, prima che come carnefice. Giustifichiamo la violenza che mette in atto nel suo presente, come una risposta direttamente proporzionale ad un passato “traumatico”, per dirla alla Freud. Devianza, crudeltà, abusi e violenze non hanno sesso, non sono tipicamente maschili o femminili, per comprenderli, dobbiamo imparare a concepire ogni singolo atto e comportamento “criminale”, come espressione di una personalità che si è formata in un contesto fatto di relazioni, interazioni ed esperienze e il fatto che sia donna o uomo non conta, conta solo l’essere umano in tutta la sua complessità.

La pedofilia, breve accenno storico.

La mitologia sia orientale che occidentale, descrive sacrifici e uccisioni di bambini destinati a placare e a soddisfare la sete di vendetta di divinità femminili. Lo studio del mito fa emergere come anche presso civiltà e culture remote, neonaticidio, infanticidio e figlicidio fossero conosciuti e praticati proprio dalle custodi e protettrici dell’infanzia: le donne.

Nel Satirycon di Petronio troviamo il racconto di uno stupro di una bimba di sette anni al quale assisteva compiaciuto un gruppo di donne. (L. Petrone, M. Troiano, 2005, “E se l’orco fosse lei?”, Franco Angeli, Milano). Ancora più celebre è la tragedia greca di Sofocle che narra del rapporto incestuoso tra madre e figlio. La tragedia finisce con il suicidio di Giocasta e con Edipo che si acceca e fugge via errando solo per il mondo.

Certo la mitologia non è la realtà, i racconti che le appartengono non sono la realtà ma c’è chi li immagina e questo basta a creare un punto di contatto tra mito e mondo reale. Grazie a Freud poi mitologia e realtà si intersecano ed Edipo esce dalla sua tragedia greca per entrare a far parte della realtà psichica. Il "complesso di Edipo" presente nelle vicissitudini evolutive della libido di ogni individuo tende ad allontanarsi nel tempo, per richiesta interiore e sociale, anche se è facile osservare come ognuno ne conservi memoria: ogni bambino che sopravvive nell'adulto, porta con sé i desideri di un vissuto lontano caduti nella sfera dell'inconscio (A. Berti, S. Martello, 1995).

Incesto: Aspetti antropologici, psicologici e legislativi.

Nella psicologia analitica, di cui Freud è stato precursore, la sessualità è un argomento estremamente complesso perché riguarda un istinto profondamente influenzato dai modelli culturali, radicato nella coscienza collettiva ma anche nell’inconscio collettivo, oltre che naturalmente nell’esperienza personale. (M. Valcarenghi, 2007, ”Ho paura di me”, Mondatori, Milano). Potremmo sostenere quindi, che la sessualità è un po’ natura e un po’ cultura in interazione tra loro. Se andiamo a vedere come la pedofilia si inserisce nel contesto storico, appare evidente il realismo di quanto sostenuto dalla Valcarenghi nel suo interessante libro. Nel corso della storia, il bambino non è sempre stato considerato un essere umano bisognoso della guida e del sostegno della famiglia, ma una “cosa” di proprietà dei genitori in generale e della madre in particolare. Bisogna arrivare al XVIII secolo in Francia, dove, in seguito alla rivoluzione francese, la costituzione del 1793 proclamò i diritti dei Bambini. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Il bambino non è più considerato un “micro adulto” ma un soggetto provvisto di una sensibilità e di una coscienza sue proprie. Si incomincia così ad indagare lo sviluppo psicofisico dell’infanzia e le conseguenze di trattamenti, che si pensa il bambino non possa ancora capire e vivere nella sua complessità. ( M. Valcarenghi, 2007).

Per millenni, fino al XX secolo, la pedofilia è stata di volta in volta consentita, vietata, ritualizzata, tollerata: dimostrazione inoppugnabile che si è sempre trattato di un comportamento socialmente rilevabile, con cui fare i conti, dall'omosessualità pedofila maschile e femminile dell'antica Grecia al divieto ecclesiastico, stabilito nel Medioevo, di contrarre matrimoni sotto i sette anni di età. (Licia Granello, dweb.repubblica.it). L’ abuso sessuale su minori è sempre esistito in ogni gruppo umano, non possiamo limitarci a considerarlo un incidente storico di questa o quella civiltà, va contestualizzato all'interno di relazioni sociali e culturali, assumendo un significato differente a seconda del periodo storico considerato e della cultura dominante. In Iran e in Afghanistan, per esempio, l’omosessualità è contro natura, certo non è più così in Europa. Ma in Iran e in Afghanistan, le bambine che a nove anni vengono vendute dal padre a uomini di quaranta o cinquant’anni non sono considerate vittime pedofile come in Europa, né i suoi genitori subiscono processi o condanne sociali. (M. Valcarenghi, 2007).

Schinaia, dà una lettura esplicita di questo, quando sostiene che: “Il diverso significato che viene ad assumere la relazione pedofila, la sua relatività storica, prescinde dalla constatazione che c'è la costante presenza di un minimo comune denominatore, che consiste nella dissimmetria esistente nel rapporto tra l'adulto e il bambino o l'adolescente. Tale asimmetria si costituisce in ogni caso come il cardine di una relazione di abuso, al cui interno si determina un divario di potere che nessuna passiva acquiescenza, scambiata o contrabbandata per consenso, potrà annullare o ridurre”. (C. Schinaia, 2001, Pedofilia, Pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo, Bollati Boringhieri, Torino).

Nell’antica Grecia, l’omosessualità pedofila femminile era ritualizzata nelle tiasi, comunità educative nelle quali le bambine libere e di famiglie ricche, venivano addestrate a diventare donne, da maestre che insegnavano loro le arti e le scienze, la cura della persona e della casa, la danza, il canto e anche il piacere sessuale. Saffo, come è noto, dirigeva una tiasi nell’isola di lesbo, ma numerose altre comunità analoghe erano sparse per la Grecia dell’epoca classica. (M. Valcarenghi, 2007). A Sparta, Lesbo e Militane, donne adulte usavano avere delle amanti tra le adolescenti, ed era costume unirsi alle ragazze prima del matrimonio, così come avveniva per i fanciulli da parte di adulti maschi. (V. Picariello, 2008, www.tesionline.it).

Le cronache odierne non sono testimoni di una civiltà degna del nome che porta. Un recente dossier sul turismo sessuale, ci racconta storie di bambini il cui corpo è usato e abusato dal “gentil sesso”. Racconta Claudia Marsico, avvocato civilista, che “Cresce il numero dei minorenni che giungono nei Pronto soccorso per bruciature, ferite superficiali. A provocarle non sono più solo gli uomini ma anche donne, della famiglia o vicine alla famiglia. L'età delle vittime, si aggira sempre sui quattro, cinque anni ma ci sono anche casi, racconta Claudia Marsico, di bambine e bambini di pochi mesi”.

(Inchiesta del settimanale Anna sulla pedofilia femminile - N. 15 del 13 aprile 2004 di Silvia Ferrarsi). Violentare e uccidere un bambino è stato consentito in tutte le culture schiaviste, anche in quelle del XIX e XX secolo negli Stati Uniti, in Germania, in America Latina, in Africa. Di fronte ad un comportamento sessuale deviante sembra quindi opportuno evitare sbrigative etichette, quali “patologia dell’istinto” e “perversione” da applicare alla personalità del colpevole, per cominciare invece a chiederci: perché questa persona ha deragliato dalle regole sociali? Naturale o innaturale che sia la sua sessualità, che cosa l’ha spinta a trasgredire, qual è il suo rapporto con il mondo in cui vive, quale la sua consapevolezza morale e quali motivazioni inconsce? (M. Valcarenghi, 2007).

La pedofilia femminile, approccio teorico.

L’infanzia è stata oggetto negli ultimi anni di particolare tutela ed interesse: diverse infatti sono state le Carte Internazionali dei diritti del fanciullo, che hanno posto come fondamentali il diritto alla vita, all’uguaglianza, all’identità, all’amore e alla libertà, a essere protetto da qualsiasi influenza e abuso, al gioco, all’educazione e all’istruzione. Tra queste, fondamentale è la “Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia” (1989), redatta e sottoscritta da molti paesi al fine di rendere effettivamente realizzati diritti e libertà proclamati. Ma l’infanzia è anche oggetto di “abuso” e sicuramente, in ordine di gravità, l’abuso sessuale rappresenta l’apice di una piramide fatta di violenza: esso riguarda, infatti, il coinvolgimento del minore in attività sessuali di cui non è consapevole. Catalogata tra gli abusi sessuali, la “pedofilia” attualmente, secondo quanto riportato all’interno del DSM – IV è inserita tra le “parafilie”, ovvero comportamenti caratterizzati da ricorrenti e intensi impulsi, fantasie o comportamenti sessuali, che implicano oggetti, attività o situazioni inusuali e causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento.

Se prendiamo in considerazione la pedofilia al femminile, vediamo come la separazione, l’abbandono, la perdita, possono esserne cause scatenanti. Alcune donne hanno subìto abusi da bambine e l’esasperazione nell’attività sessuale pedofila è riconducibile al tentativo di vendetta sugli uomini, per fare riemergere la propria femminilità. (www.aquiloneblu.org). Possiamo comunque asserire che la pedofilia femminile nella sua dinamica formativa non si discosta da quella maschile in quanto sia che si tratti di un uomo, sia che si tratti di una donna., non ci possiamo limitare ad identificare la persona con il suo comportamento, perché in questo modo si elimina la complessità di una vicenda umana e si attenuano lucidità e comprensione. (Valcarenghi, 2007).

Da un Paese all'altro, da uno studio all'altro, la tendenza alla "catalogazione" è sempre più diffusa e praticata. Nessun neonato viene al mondo con il gene della pedofilia. Nessun uomo è solo il reato che ha commesso, ognuno di loro è anche altro: un bravo artigiano, un appassionato di musica, una grande lavoratrice. L'identificazione della persona con il reato che ha commesso è uno degli errori in cui incappiamo più spesso ed è l’ostacolo più grande che può incontrare un qualsiasi approccio terapeutico. Una delle cause della pedofilia, secondo la psicoanalista Marina Valcarenghi (Valcarenghi, 2007) è rintracciabile in un trauma subito ma non riconosciuto e sofferto. Un trauma può bloccare in tutto o in parte lo sviluppo di una personalità, costringendo il comportamento sessuale fin dall’inizio all’interno di schemi infantili e attivando quindi una fissazione regressiva, o può fare incursione nella vita adulta, all’improvviso deragliandone il corso. La pulsione emerge dall’inconscio come compensazione e i freni inibitori non funzionano perché da quello stesso trauma sono stati disattivati. Il comportamento pedofilo, a partire dal momento in cui diventa azione, descriverebbe quindi una devianza psicosociale e non una patologia dell’istinto, si tratta cioè di un’interazione tra un’esperienza, la nostra personalità e la nostra storia che si combinano nel nostro inconscio, facendo poi scaturire il comportamento patologico. Dobbiamo comunque abbandonare l’dea che alla base della pedofilia esista un comune denominatore, l’organismo psichico di ognuno di noi reagisce ad un disagio esprimendo un sintomo e i sintomi possibili per uno stesso disagio sono innumerevoli. Così simmetricamente, lo stesso sintomo può riferirsi a disagi diversi. Lo stesso trauma, può indurre pedofilia, alcolismo, suicidio o altro ancora e simmetricamente cause diverse possono convogliarsi su un’identica azione.

“La scelta” dei sintomi, dipende dalla costituzione psichica di ognuno di noi. La personalità pedofila, mostra meccanismi difensivi come, negazione, scissione, proiezione e razionalizzazione. Tali meccanismi di difesa, hanno origini molto remote e molto frequentemente sono legate a traumi subiti nell’infanzia. Il bisogno di mantenere intatta la figura dell’adulto abusante, che di solito è una figura vicina al bambino, dalla quale lui dipende, lo spinge a giustificare i comportamenti e a mantenere l’idealizzazione dell’adulto, grazie a potenti meccanismi di scissione che permettono di considerare l’adulto come buono e di introiettare la parte negativa su sé stessi. Si realizza così un inversione di ruoli, in cui la vittima diventerà carnefice per sentirsi meno impotente nei confronti del dolore e della passività vissuti durante l’abuso e per tollerare meglio, la dissonanza cognitiva conseguente all’incapacità di trovare delle risposte alle attribuzioni causali adeguate, (L. Petrone, M. Troiano, 2005).

Nell’immaginario collettivo, il termine “pedofilia” viene associato al sesso maschile. E’ considerata quindi, come la maggioranza delle parafilie, una patologia rara nel sesso femminile. Contrariamente a quanto si pensa, complice la mancanza di informazione, la parafilia colpisce anche le donne, contraddicendo il tradizionale giudizio clinico che ha sempre sostenuto la rarità delle perversioni femminili. Nel 1991, Kaplan (Kaplan H. I., Sadock B. J. 1993, Manuale di psichiatria, Edises. Napoli) ha effettuato uno studio sulle perversioni nelle donne e si è reso conto, che i precedenti clinici non erano riusciti ad identificarle, in quanto le dinamiche delle fantasie perverse femminili sono più sottili ed imprevedibili rispetto alla sessualità maschile e quindi difficilmente identificabili e riscontrabili. Le pedofile, statisticamente sono più rare degli uomini: secondo stime approssimative, che si rifanno ai soli dati ufficialmente pervenuti alla magistratura o ai servizi sociali, solo il 5-7% degli abusi é stato perpetrato da una donna. Se però andiamo a vedere le storie personali dei pedofili, scopriamo che il 78% dei maschi pedofili riferisce di avere alle spalle storie di abuso agite da figure femminili e in particolare da madri. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Questo dato, ci fa intuire che dietro le statistiche si cela una realtà ben diversa da quella ufficiale. Probabilmente questo sommerso è dovuto alla maggiore familiarità con l’accudimento fisico dei bambini in cui si confonde più facilmente il significato dei gesti, nascondendo così il fenomeno. Tracciare un quadro esaustivo della pedofilia al femminile è notevolmente difficile, ma si potrebbe iniziare, cercando di fare una prima distinzione tra pedofilia femminile intra-familiare e pedofilia femminile che si manifesta al di fuori delle mura domestiche.

Pedofilia femminile intrafamiliare.

Secondo Estela Welldon, la perversione femminile più che attraverso la sessualità, passa attraverso la maternità e attraverso le pervasive strategie di manipolazione del figlio. (E. Welldon, 1995, Madre, madonna, prostituta, Centro Scientifico Torinese, Torino). La pedofilia femminile intra-familiare ossia quella incestuosa è molto difficile da identificare e scoprire proprio perché celata, spesso, dietro gesti di cura abituali, sublimata in innamoramento o in pratiche di accudimento. Non si caratterizza come “comportamento violento” come accade invece di frequente nella pedofilia extrafamiliare. Dato che alla madre viene riconosciuta una sorta di autorizzazione ad avere un contatto con il corpo del figlio, l’abuso che la madre agisce sul corpo del bambino, sarà riconoscibile solo in adolescenza. Nell'anamnesi di pazienti maschi, frequentemente emergono madri che continuano a fare il bagno a figli adolescenti o che spingono, in assenza del padre, il figlio ormai adulto, a dormire nel letto matrimoniale. L’abuso può manifestarsi attraverso manipolazioni di tipo masturbatorio e può arrivare ad un rapporto sessuale completo tra madre e figlio. Tutte le forme di abuso intrafamiliare, hanno ripercussioni fortemente negative sulla psiche del bambino ma gli abusi sessuali materni sono particolarmente devastanti per il suo sviluppo emotivo, in quanto la violenza della madre incestuosa è connotata da “confidence power” ossia da una strategia deduttiva che imbriglia la propria vittima (figlio/a ), sfruttando i suoi sentimenti naturali di confusione, obbedienza, devozione e fiducia. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Lo stesso Freud, riteneva che le modalità di cura e di pulizia che le madri pongono in essere nei confronti dei loro bambini, fossero spesso involontariamente causa di eccessiva erotizzazione e quindi suscettibili di influire negativamente sullo sviluppo della sessualità infantile. Anche se Freud ne faceva più una questione di investimento libidico che di investimento narcisistico, egli aveva comunque ben intuito l’esistenza del problema (www.psicologiaforense.it).

La pre-pedofilia.

La dinamica dell’atto pedofilo nelle donne ha a volte anche un’altra particolare connotazione definita Pre-pedofilia, che si caratterizza in una posizione marginale e passiva nell'atto pedofilo da parte della donna, che lascia all'uomo la parte attiva. E' pre-pedofilia quando, in atti delittuosi extra-familiari, quasi sempre maschili, è presente una donna; oppure quando, all'interno delle mura domestiche, il padre abusa dei figli minori e lei (moglie, madre, convivente) vedendo, percependo e intuendo l'abuso, decide di tacere. Il suo silenzio-assenso è una ulteriore violenza ai danni delle piccole vittime, abusate e non protette da coloro che invece dovrebbero amarli ed educarli. E' pre-pedofilia, ancora, quando il desiderio pedofilo viene realizzato per vie traverse, mediante l'organizzazione di incontri tra i propri figli con persone adulte. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Il fenomeno della pre-pedofilia da parte della figura materna, si può verificare perché il compagno è un pedofilo e l’amore e la dipendenza patologica nei confronti del partner, la porta a seguire le inclinazioni di quest’ultimo. Pensiamo alla compagna del “mostro di Marcinelle”, che lo seguiva assecondando i suoi agiti o al caso più recente di questi giorni in Austria, dove un padre ha relegato la figlia per anni nello scantinato di casa, ha avuto da lei sette figli che ha poi cresciuto con la moglie ossia la madre della ragazza. In moltissimi casi di incesto infatti, oggi come ieri, vi è una madre a dir poco assente, non attenta alla sua realtà familiare, non in grado né di essere moglie né di essere mamma (M. Malacrea, A. Vassalli, 1990, Segreti di famiglia, Cortina, Milano). È proprio il fallimento come donna e come madre, la paura di perdere il partner, a essere alla base del comportamento complice. Avviene infatti che la madre sappia dell'abuso, ma non faccia niente per impedirlo; anzi, se la figlia le rivela l'accaduto, l'accusa di mentire, di essersi inventata tutto, facendo sì che il marito continui a perpetrare l'incesto. A volte passiva e sottomessa, lei stessa ha subito spesso violenze sessuali nell'infanzia, e il ripetersi degli eventi le appare quasi naturale, quasi un diritto da parte del maschio di appropriarsi del corpo d'una bambina; L'abuso subito, ha strutturato in lei una personalità fragile, tale da ricercare un partner dominante e prepotente. Il suo vissuto non elaborato, la porta a reiterare, in maniera più o meno inconscia, il proprio trauma: come se nella famiglia che si è formata sia necessario ricostruire il proprio dramma, ri-mettere in atto, come regista, il proprio abuso per poterlo esorcizzare. Non in grado di crearsi l'indipendenza psicologica dal maschio dominante, questa madre, collude con il suo compagno e cercando di mantenere uno pseudo-equilibrio famigliare, talvolta spinge, in maniera più o meno cosciente, la figlia nelle braccia del marito.

Paradossalmente, spesso è il bambino abusato a proteggere la madre debole; mantiene il segreto perchè sa che la mamma non può sopportare tale dolore, la difende dalla realtà assumendosene ogni responsabilità. Il bambino paga a caro prezzo questo suo slancio di generosità, perché con il suo silenzio permette il perpetrarsi dell'abuso, sostiene un equilibrio familiare che lo priva del suo ruolo infantile, consente il comportamento del padre che in tal modo non si crea nemmeno il dubbio su ciò che sta facendo. Se non interviene nessun fattore esterno, l'incesto può continuare per anni e rimanere segreto fino all'età adulta. Quando l'incesto diventa evidente, per una denuncia o per la ribellione della figlia, anche per la madre, arriva il momento di prendere posizione rispetto all'evento. Anche in questo caso, se vuole continuare il rapporto con il marito, la madre tende a proteggere il partner, cercando di far ritrattare la figlia o (specie se la figlia è adolescente) mettendosi contro di lei, rendendola responsabile di ciò che è accaduto. Perdere il marito la porterebbe sul baratro della propria incapacità di essere indipendente, di assumersi responsabilità che non è in grado di reggere, di trovarsi a dover dirigere autonomamente la propria esistenza. Solo se la madre riesce a distaccarsi dal marito, allora diventa alleata della figlia e con lei combatte la battaglia morale e giuridica contro l'abusante. (www.altrodiritto.unifi.it).

Pedofilia femminile extrafamiliare.

La pedofilia extrafamiliare ha caratteristiche diverse da quella intrafamiliare, connotata da un marcato desiderio egoista di potere, di dominio e di piacere, spesso si dirige verso bambini e adolescenti assumendo forme di pedofilia mercenaria e violenta. Generalmente è legata al turismo sessuale ma altre volte sono luoghi familiari per la piccola vittima, come la scuola, i luoghi ricreativi, le case di qualche amichetto, ad essere prescelti. Rientrano nella casistica, casi di maestre che fanno spogliare i loro allievi, per spiegare come sia avvenuta la creazione, maestre che insegnano giochi che prevedono la penetrazione dei genitali con i pennarelli e così via. Questi abusi vengono filmati e poi immessi sul “mercato” tramite internet. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Nel caso specifico del turismo sessuale, la pedofilia femminile che preferisce mete lontane come luoghi di abbordaggio, è balzata agli “onori della cronaca”, intorno agli anni ’70. In quel periodo donne americane e canadesi, favorite dall’emancipazione economica, hanno iniziato a recarsi verso spiagge lontane alla conquista dei “beach boys” e “beach girls”, pagando 100 dollari, per ottenere le loro prestazioni sessuali. Alcune indagini giornalistiche come quella del settimanale Panorama, hanno evidenziato che esattamente come succede per i pedofili maschi, le donne pedofile evadono dalla comune realtà ricercando altrove gli oggetti dei loro “desideri”. Potendo difficilmente usufruire di infrastrutture organizzate al loro servizio, come i pedofili maschi, sono però “costrette” ad abbordare i “meninos de rua” i bambini di strada e a viaggiare senza la protezione di un’articolata rete di agganci. Non hanno infatti alle spalle, la tutela di organizzazioni che garantiscono loro la certezza di raggiungere il luogo di destinazione, avendo già tutto stabilito, come accade per la maggior parte dei pedofili maschi (www.aquiloneblu.org).

Oggi, l’età di queste donne varia dai 25 anni circa ai 50 anni, mentre le motivazioni che le spingerebbero ad alimentare il desiderio di vivere una notte di sesso con bimbi di 6-7 anni o di 11-12, sono sempre le stesse: la soddisfazione sessuale e l’appagamento materno (www.psicoterapie.org).

Differenti sono le mete e rispetto a quanto riportato dall’indagine di alcuni anni fa di Panorama, si evidenzia come il mercato si sia adeguato anche alle richieste delle donne pedofile. Le donne nordamericane si indirizzano, per la maggior parte, verso i Caraibi; mentre le europee provenienti dai ricchi paesi occidentali, preferiscono come mete il Marocco, la Tunisia e il Kenya e per le destinazioni più lontane la Giamaica e il Brasile. La Thailandia, invece, è la meta preferita dalle donne giapponesi che, con voli charter, raggiungono i centri specializzati in massaggi sadomaso di Bangkok. A Marrakesh trascorrono dei periodi le scandinave e le olandesi che consumano notti d’amore in acconto, cioè se la notte trascorsa non è stata soddisfacente la prestazione non viene pagata.( N. Bressan, 2001, Quando un bambino piange al buio, relazione presentata al Convegno di Novara “Perchè i bambini non piangano al buio. Riflessioni sulla pedofilia”).

Più recentemente, arriviamo al turismo sessuale femminile in Sri Lanka. Dalla testimonianza di volontari del posto, si apprende che le “turiste”, arrivano portandosi da casa ormoni e droghe da somministrare a bambini dai 6 agli 11anni per consentire fisicamente l'atto sessuale (S. Zanda www.psicoterapie.org). Secondo il resoconto di una dottoressa che ha visitato alcuni di quei bambini, il trattamento ormonale per ottenere l'erezione, avviene tramite l’iniezione degli ormoni nei testicoli, questo causa l’abnorme ingrossamento dell’organo sessuale del bambino che non tollera più di 5-6 di tali iniezioni e i danni spesso sono letali (L. Granello, 2007, dweb.repubblica.it).

Non ci possiamo poi dimenticare della pedofilia praticata nelle sette sataniche che vede la costante presenza di figure femminili, una forma di pedofilia estremamente violenta che utilizza rituali a sfondo sessuale per avvicinarsi secondo una loro “interpretazione”, all’entità malefica. In questo caso, sono coinvolti bambini della scuola dell’infanzia cioè tra i 2 e 6 anni che possono essere molestati se non addirittura rapiti da satanisti che si aggregano al personale delle scuole dell’infanzia (L. Petrone, M. Troiano, 2005).

Pedofilia femminile e atteggiamento sociale.

Prof. avv. Guglielmo Gulotta, avvocato, psicologo, psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia Giuridica presso l’Università degli Studi di Torino "In relazione ai molteplici dibattiti e discussioni radiotelevisivi suscitati dall'interesse esploso intorno alla vicenda di Rignano Flaminio, con la quasi totale assenza di accademici esperti della materia nonché dei firmatari della Carta di Noto - riconosciuta come il documento guida nei casi di sospetto abuso sessuale - esprimo alcune considerazioni, innanzitutto nella mia veste di psicologo, psicoterapeuta e Professore ordinario di Psicologia Giuridica - unica cattedra del Paese - e di avvocato che si è occupato, in qualità di difensore, di ben quattro casi di pretesi asili a luci rosse; due di questi si sono conclusi con l'assoluzione di tutti gli imputati, uno è ancora in fase di indagine e il quarto, per cui siamo in attesa della Cassazione, con l'assoluzione di 4 imputati e la condanna di un bidello. Oggi apprendiamo che a Rignano Flaminio il Tribunale del Riesame ha annullato le ordinanze di custodia cautelare in carcere di 5 indagati rimettendoli in libertà. Ritengo doveroso mettere al corrente il pubblico del come e del perché, nonostante i media diano ampio rilievo a dichiarazioni dei bambini e delle madri che di per sé sono inconciliabili con l'assoluzione degli imputati e con la loro scarcerazione, praticamente la totalità di questi processi si concludano con l'accertamento da parte della magistratura dell'innocenza degli stessi e con una conseguente sentenza assolutoria. Bisogna innanzitutto sgomberare il campo dagli equivoci: non si tratta di menzogne raccontate dai minori, né tantomeno di malafede da parte dei genitori che, in tutti i casi da me trattati professionalmente, non avevano alcun interesse e alcuna ragione di voler calunniare gli insegnanti. L’allarme diffuso intorno al fenomeno pedofilia può fare sì che un genitore, preoccupato ad esempio da manifestazioni di disagio del proprio figlio (si tratta molto spesso di sintomi assai comuni e frequenti tra i bambini, quali l'enuresi notturna, la comparsa di incubi, oppositività al momento di andare a scuola, ecc…) o da segni e sintomi fisici fino ad allora mai manifestati (ma anche questi altrettanto frequenti, quali emorroidi, arrossamenti in zona genitale, lividi su cosce e natiche, ecc…) si faccia l'idea che ciò possa essere riconducibile ad un'azione esterna. Nella maggior parte dei casi, invece, l'indagine psicologica, se ben condotta, rivela che il disagio psicologico del minore ha a che vedere con un perturbamento dell'equilibrio familiare, quale un conflitto tra i suoi membri, una separazione tra i genitori o anche semplicemente la nascita di un fratellino. Allo stesso modo, i segni e i sintomi fisici possono trovare la loro spiegazione nella stipsi, nella scarsa igiene, nell'essersi toccati le parti intime con le mani sporche o nell'aver fatto dei giochi sulla sabbia. I lividi, come è intuitivo, possono essere provocati da cadute e ruzzoloni nei normali giochi dei bambini. Il genitore spaventato dall'idea della pedofilia può a questo punto chiedere al figlio: "chi è stato a farti questo?", dando quindi implicitamente per scontato, almeno nella formulazione della domanda, che qualcuno deve avere provocato ciò di cui egli chiede conto al bambino. In questo modo egli induce nel figlio una risposta che non è solo una spiegazione, ma è anche una giustificazione. Costretto a indicare un colpevole, il minore - il cui bacino "sociale" è necessariamente molto limitato - potrà dire:

Quando la madre non riceva la risposta paventata può convincersi che il piccolo sia reticente e così insiste finché il bambino ingenuamente la segue assecondandola nella sua ipotesi temuta. A questo punto la madre, ottenuta quella che lei reputa una rivelazione (si tratta in realtà di una ammissione pilotata!) innescherà il contagio tra gli altri genitori attraverso un'azione incontrollabile. Nel caso di Verona - uno di quelli conclusi con l'assoluzione di tutti gli imputati- la madre responsabile per così dire dell'innesco dell'intera vicenda giudiziaria, d'accordo con il proprio marito iniziò ad avvisare, nel cuore della notte, tutti i genitori degli altri bambini scatenando in loro, come è facile immaginare, quel terrore e quell'angoscia che a loro volta diedero vita agli interrogatori degli altri bambini (alcuni svegliati in piena notte perché raccontassero!). Nel caso di Bergamo (anche questo concluso con l’assoluzione delle imputate) l’innesco è provocato da una madre che trae la convinzione che il proprio bambino sia stato abusato all’interno della scuola materna dopo averlo esplicitamente interrogato con il ciuccio in bocca: interpretava i gesti e i cenni del bambino come affermazioni o disconferme alle sue domande. Ciò che più di ogni altra cosa la convinse del patito abuso era la mancanza di “indignazione” sul volto del figlio (un piccolo di appena 4 anni) rispetto alle domande oscene che lei gli faceva! In altro caso, abbiamo avuto la prova di come si reifichi il tema del cosiddetto segreto, fil rouge di tutti questi processi. I genitori non possono darsi pace del fatto di non essersi accorti di quanto accadeva al proprio bambino e soprattutto del fatto che il figlioletto, sempre così aperto con loro, non abbia fino ad allora riferito nulla su una cosa tanto importante. Scatta quindi immediatamente la convinzione che il piccolo sia stato indotto, anche attraverso minacce e punizioni, al mantenimento del segreto. L'interazione tipica è la seguente: Mamma: “non me lo hai detto perché avevi paura, vero? Non temere, piccino, ti difende la mamma, e nessuno può fare male alla mamma. Avevi paura perché ti hanno detto di non dirlo, altrimenti…? Il bambino si adegua.

PS: queste domande sono vietate nel processo ai propri testimoni (in ipotesi anche al capo di una famiglia mafiosa) perché troppo suggestive e quindi in grado di condizionare il testimone alterandone la risposta. E si convincono quindi che il figlio - un bambino di tre anni - possa aver stoicamente dissimulato dolori e sofferenze inenarrabili (tra cui l'essere incatenato, legato, violentato, drogato, ecc.). Ecco la trappola cognitiva: se io non ho capito finora e il bambino ha finora taciuto non è perché non è successo, ma perché qualcuno gli ha detto di non dirlo. E questa richiesta deve necessariamente essere stata accompagnata da minacce. Nel caso di Verona abbiamo la prova registrata che è andata proprio così. Dopo un po' di tempo il bambino conferma la bontà dell'intuizione materna. A questo punto intervengono gli psicologi incaricati di valutare i racconti dei minori e la loro attendibilità, ma anziché procedere secondo le indicazioni provenienti dalla più accreditata letteratura scientifica internazionale in materia, molti professionisti omettono di impiegare protocolli e metodologie corrette, necessarie quando si debbano raccogliere testimonianze così fragili come quelle dei minori, procedendo invece in maniera arbitraria e improvvisata. Molti sono addirittura ignari dei rischi di instillare nel minore, attraverso domande suggestive e interviste ripetute, le cosiddette false memorie, nonostante la copiosa letteratura in materia (sul punto vedi Gulotta, Cutica: Guida alla perizia psicologica, edito da Giuffrè). E' sperimentalmente dimostrato, anche attraverso una ricerca condotta da me, che è possibile indurre nel bambino - tanto più da parte del genitore, falsi ricordi relativi ai più disparati avvenimenti, in realtà mai esperiti. Tra gli altri: l'aver subito un attacco fisico da parte di un animale feroce o l'essere stati rapiti dagli alieni. Così mentre le madri ottengono ciò che temono, gli psicologi ottengono ciò che si aspettano. Poi i bambini ci mettono del loro: squali a Brescia, clown, pagliacci, pellerossa, ecc... Cosi, senza che in molti se ne rendano conto, ci si ritrova, anziché in un processo, in un cartone animato. Torniamo ai sintomi di cui parlano i genitori e che vengono poi propagandati dai media come prova del patito abuso. I bambini hanno sì dei sintomi, ma fateci caso: i sintomi nascono dopo che è scoppiato lo scandalo. Non è che i genitori fino ad allora non li avessero visti; è che non c'erano o erano irrilevanti. I sintomi compaiono a seguito dello stress provocato nel minore dalla stessa investigazione: questi bambini vengono "sentiti" (traduzione corretta: interrogati) ripetutamente dalle madri, dalla polizia, dagli psicologi, dai magistrati. E' la profezia che si autodetermina, la costruzione del fattoide: la macchina della giustizia finisce col creare il mostro che crede di combattere. La prova: i sintomi dei bambini, anziché diminuire con l'allontanarsi dal momento del presunto abuso, aumentano parallelamente al procedere delle investigazioni.

Memento la storia degli untori, delle streghe e ancora di più dello iettatore, un mostro costruito dalle parole dove però in molti sono pronti a giurare di avere le prove che egli porti davvero sfortuna. Oggi la tesi espressa da alcuni media, che evidentemente ignorano tutti gli studi di psicologia sociale e sociologici sulle dicerie e sulle leggende metropolitane, è che esista una banda organizzata di pedofili che si insidia nelle diverse scuole. Stranamente però, nonostante le accurate indagini di polizia, non vengono mai rinvenute né tracce dei contatti tra i vari membri della banda (eppure deve essere necessario accordarsi per portar fuori i bambini), né materiale video o fotografico (eppure si parla di riprese pedo-pornografiche, set cinematografici, ecc.), né anomalie sui conti bancari. E quello economico sarebbe l'unico movente sensato per spiegare la condotta di donne che per 30 anni hanno tenuto una condotta esemplare, e improvvisamente diventano complici di simili porcate.

Già perché la pedofilia femminile, come tutte le altre parafilie (salvo il sadomasochismo) sono una prerogativa maschile. Così ragionando, migliaia di famiglie italiane che hanno i bambini all’asilo sono spaventate. A Vallo della Lucania si suppone che una novizia straniera riesca a convincere, non si sa come, delle suore che da molti anni gestiscono un asilo da cui è passata mezza città, a commettere abusi sui piccoli alunni dandoli addirittura in pasto a una banda di pedofili che sarebbe composta, nel caso di specie, da un fotografo e da un capomastro. Il sequestro dell’intero patrimonio fotografico del primo, così come l’esame dei reperti organici nell’abitazione del secondo (teatro, secondo l’accusa, del set cinematografico) hanno dato esito negativo. Desterebbe, poi, una certa inquietudine il fatto che nello stesso periodo racconti con contenuto analogo provengano da minori che abitano in luoghi diversi e lontani tra loro. La spiegazione è molto semplice: le mamme hanno le stesse paure e gli psicologi le stesse aspettative. Anche nei processi alle streghe e agli untori c’erano dei focolai apparentemente senza connessione. Sartre diceva che "le parole sono pistole cariche" e hanno la terribile forza di costruire la realtà. Già Bacone aveva identificato i limiti della mente umana (e Kahneman, psicologo premio Nobel, lo ha confermato sperimentalmente): quando abbracciamo un'ipotesi siamo portati a scartare e a sottovalutare tutti quegli elementi che la disconfermerebbero. La tendenza della mente è verificazionista. E pensate che né gli avvocati né i magistrati che tutti i giorni sono chiamati ad occuparsi di casi come questi, almeno stando al loro curriculum, non debbono aver studiato un rigo - dico un rigo - di psicologia. (www.bambinicoraggiosi.com)".

Ho scelto di far parlare il professor Gullotta perché mi ha colpito il tono perentorio con cui descrive genitori che, (cito testualmente) “visto il diffuso allarme intorno al fenomeno pedofilia”, estendono la loro preoccupazione ad ogni segnale fisico che potrebbe essere ricondotto ad un presunto abuso. Il bambino dal canto suo, non fa altro che accontentare le richieste dei genitori, confermando le paure degli stessi, colorando di fantasie infantili l’intera ipotetica vicenda e, dice ancora Gullotta. “Cosi, senza che in molti se ne rendano conto, ci si ritrova, anziché in un processo, in un cartone animato”. Non parliamo poi di tutti quegli psicologi incompetenti che fregandosene di tutti i protocolli e Carte di Noto, “procedono invece in maniera arbitraria e improvvisata” . Sempre Gullotta, sostiene poi che “la pedofilia femminile, come tutte le altre parafilie, (salvo il sado-masochismo), sono una prerogativa maschile”, quindi tutti i vari “Rignano Flaminio” non possono che essere una bufala colossale.

Francesco Bruno celebre, rinomato criminologo e collega di Gullotta, nello scrivere la prefazione al libro di Petrone e troiano “Se l’orco fosse lei”, definisce la pedofilia femminile un fenomeno “nuovo”, un fenomeno, sempre a suo dire, che sta “incominciando a fare la sua comparsa anche nel nostro Paese”. Quello che io ho letto, facendo una semplice ricerca nelle varie rassegne stampa nazionali e internazionali, mi racconta però una realtà diversa, in cui non trova conferma la definizione di “fenomeno nuovo” data dal Prof. Bruno e tanto meno quella di cartoni animati descritta dal professor Gullotta.

Riporto qui di seguito gli articoli che sono riuscita a trovare cercando negli archivi disponibili di quotidiani online :

Repubblica 12 settembre 1997

Arrestata, adescava bambine. Teramo. Piccole somme di denaro e gioielli. Così Marta Maria Battista avrebbe attirato tre minorenni in un giro di pedofilia femminile. Lei, 21 anni, originaria di Molfetta e residente a Nereto, vicino a Teramo, casalinga, è stata arrestata mercoledì notte dal reparto operativo dei carabinieri di Teramo nell' ambito di un' indagine sulla pedofilia. Quando gli agenti hanno suonato alla sua porta, l' ignaro marito non poteva credere a quelle accuse. Durante la perquisizione dell' appartamento i carabinieri hanno trovato anche diversi oggetti per pratiche sessuali e alcune cassette porno in cui però non compaiono minorenni come protagonisti. Secondo l' accusa, da tempo la donna rivolgeva pressanti attenzioni sessuali nei confronti di una ragazza di 14 anni. All'insaputa del marito, non solo aveva rivolto le sue attenzioni sessuali sulla minore, ma aveva anche cercato di indurre un' amica maggiorenne a prostituirsi con uomini di sua conoscenza.

www.Repubblica.it 24 agosto 2000

Caso di pedofilia al 'femminile'. E' accaduto a Termini Imerese, un centro a 35 chilometri da Palermo, dove una donna di 30 anni è stata arrestata con l'accusa di aver compiuto abusi sessuali su una ragazzina di 14 anni. La donna, casalinga, è stata rinchiusa nel carcere dei Cavallacci su ordine di custodia del gip, Francesco Paolo Pitarresi, che ha accolto le richieste del sostituto procuratore della Repubblica, Francesca Pandolfi. Il provvedimento restrittivo è stato eseguito dalla polizia, che ha svolto le indagini, avviate su denuncia della madre della vittima. L'identità della pedofila lesbica non è stata resa nota.

Repubblica 19 settembre 2000

Pedofilia al femminile Due baby sitter molestano bambino FORLI - Un caso di pedofilia al femminile a Forlì: due baby sitter - sorelle di 36 e 38 anni - sono state denunciate dai genitori di un bambino di 8 anni con l' accusa di aver abusato del piccolo che avevano in custodia a giorni alterni. I genitori avrebbero scoperto cosa succedeva in loro assenza perchè il bambino diventava sempre più strano e faceva domande "innaturali" per la sua età. Con pazienza i genitori sono riusciti a farsi raccontare delle strane attenzioni cui era diventato oggetto. Appena intuito di che cosa si trattava, hanno presentato denuncia all' ufficio minori della Questura. Ora l' autorità giudiziaria dovrà sbrogliare uno dei pochi casi noti di pedofilia al femminile.

Repubblica 18 agosto 2001

Le nuove turiste sessuali a caccia di bambini vengono dall' Europa occidentale e dagli Stati Uniti. Sono ricche, di mezza età. Di solito viaggiano in coppia e portano con sé una macabra attrezzatura composta di ormoni e droghe. Avere un rapporto sessuale con un ragazzino preadolescente è tecnicamente più difficile che con una bambina tanto che le pedofile più esperte arrivano ad iniettare ormoni o droghe nei bambini più piccoli per provocarne l' erezione. Lo sfruttamento sessuale ai danni di bambini rischia di avere conseguenze ancora più a lungo termine di quello inflitto alle bambine. L' uso di droghe e sostanze chimiche può avere effetti fisici ancora sconosciuti. Oltre ai danni psicologici e fisici provocati dalla violenza sessuale, spesso irrecuperabili, il trattamento ormonale in età preadolescente causa una modificazione dello sviluppo che può arrivare a minacciare anche la vita del bambino

www.sun-sentinel.com 11 Gennaio 2004

Le Accuse contro una professoressa di Boynton Beach fanno luce sul ruolo della Donna come molestatrice sessuale. Articolo di Scott Travis. L'abuso sessuale contro i bambini è da sempre stato considerato come un crimine degli uomini. Nonostante il fatto che la maggioranza dei casi continuano a coinvolgere uomini, le donne stanno in questi tempi occupando le prime pagine dei giornali accusate di avere relazioni sessuali con adolescenti. Nei recenti mesi ci son stati ben tre casi, nella sola Florida, più una serie di altri nell'intero contesto nazionale. L'ultima donna accusata di abuso sessuale è Carol Flannigan, un'insegnante di musica di 49 anni alla Rolling Green Elementary a Boynton Beach. La Flannigan è stata arrestata con l'accusa di aver intrattenuto una relazione sessuale di ben 19 mesi con un ex-studente di 11 anni. La Flannigan fa seguito a numerose altre donne che sono state arrestate negli ultimi anni per accuse simili, tra queste : Amy Duane, un'insegnante di scuola elementare che si è dichiarata colpevole a Novembre. La Duane ha intrattenuto una relazione sessuale con un bambino di 13 anni che viveva nel suo vicinato, ad ovest di Lake Worth. La pena è stata di 4 anni in prigione. Debra Favre, che ha ammesso di aver avuto una relazione sessuale con un ragazzo di sedici anni nella stanza da letto della signora Duane. La Favre si è dichiarata colpevole. Denise McBryde, un'ex-insegnante di una scuola privata che è stata condannata a tre anni di carcere per aver avuto una relazione sessuale con un suo studente di 15 anni, a Tampa. Comunque, probabilmente la più famosa è Mary Kay Letorneau, un'insegnante di Kent (Washington). La storia della Letorneau è balzata nelle prime pagine di tutta la nazione quando la sua relazione con uno studente di 13 anni ha prodotto 2 bambini. "La gente comune pensa che sia raro, ma non lo è per niente", dice Deborah Hermon, una psicologa che lavora a Boca Raton. "L'idea per cui una donna o una madre - qualcuna che si suppone debba rappresentare il meglio per quanto riguarda la 'protezione'- possa abusare di un bambino, è talmente angosciosa e penosa che le persone non vogliono nemmeno prendere in considerazione la questione. Ma il problema è molto più diffuso di quanto la gente creda." In base alle cifre del Dipartimento di Giustizia le donne accusate di crimini a sfondo sessuale contro bambini sono appena il 3%. Ma la Hermon dice che la maggior parte dei casi che coinvolgono donne o non vengono segnalati oppure le donne non vengono condannate. La Hermon dice che è difficile ottenere il DNA e altre evidenze fisiche quando ad essere abusato è il maschio. "E spesso i bambini avvertono che ci sia in loro una sorta di "marchio di colpevolezza" per essere stati vittimizzati da una donna", dice la Hermon.. La madre della vittima di Amy Duane dice che lei non ha mai pensato nemmeno una volta che una donna potesse essere una "pedofila", finchè non ha dovuto constatare la dura realtà nella sua famiglia.

Settimanale Anna aprile 2004

Maria, quattro anni, entra con la mamma nello studio di una pediatra. Il medico conferma i sospetti dei genitori: la bambina ha un'infezione vaginale. La pediatra prescrive la cura, consiglia di far indossare alla bambina slip più aderenti, e di vietarle di sedersi a terra. Un giorno, la madre vede Maria armeggiare con un pennarello fra le gambe. La sgrida, le spiega che fa male a fare quel gioco, perché certamente è stato causa della sua malattia. Maria ribatte che quel gioco "glielo ha insegnato la maestra". Quindi, si può fare. La mamma ammutolisce e corre al telefono. La classe della scuola materna che Maria frequenta ha 12 alunni. La madre di Maria rintraccia, una per una, le altre madri. Si consultano, si riuniscono, si accordano sul modo migliore per interrogare i propri figli. Dai racconti dei bambini emerge un quadro dettagliato: la maestra avrebbe accompagnato i piccoli in bagno per "giocare" con loro, con pennarelli e altri oggetti. Giovanni, cinque anni, si comporta in modo strano. La madre, che per lavoro trascorre molte ore fuori casa, decide di tenerlo d'occhio per un po'. Un pomeriggio rientra prima del previsto e trova questa scena: il bambino piange, disperato. La babysitter è nuda dalla vita in giù. L'accusa, per la ragazza (italiana, incensurata), sarà "violenza sessuale". La babysitter avrebbe costretto il piccolo a fare sesso orale con lei, dietro minacce e ricatti. I genitori, che non sospettavano nulla, sono sconvolti. Ora il bambino è in cura da una psicologa.

Il caso più recente riguarda ancora una volta una babysitter, a Milano. Trent'anni, straniera, è stata arrestata con l'accusa di maltrattamenti, violenze e molestie sessuali su due bambini di otto e cinque anni che le erano stati affidati dai genitori. Secondo il racconto dei piccoli, lei li avrebbe seviziati con arnesi da cucina. Rinchiusi per ore, nudi, nel box doccia. Terrorizzati e ricattati con minacce continue, tipo: "Se lo racconti a tua madre, ti ammazzo il cane".

massimilianofrassi.splinder.com 25 gennaio 2005

Pedofilia: retata in Francia, 68 fermi di polizia. PARIGI - Sessantotto persone - uomini e donne, di tutti gli ambienti sociali e di età compresa fra i 16 e i 60 anni - sono stati sottoposti a fermo di polizia in seguito ad una retata antipedofilia che ha interessato tutto il territorio francese. I sospetti sono stati fermati nell'ambito di un'inchiesta aperta dalla magistratura di Colmar, nel nordest della Francia, per "detenzione e diffusione di immagini pedofile". Sono state compiute numerose perquisizioni domiciliari, definitive positive da fonti di polizia, che hanno portato alla scoperta e al sequestro di migliaia di foto, film e dvd a carattere pedofilo, che venivano scambiati via internet.

La Repubblica 15 agosto 2005

Faceva sesso con uno studente. Arrestata insegnante inglese. La donna aveva fino a 4 incontri a settimana con un tredicenne Molti i precedenti negli Stati Uniti, finiti anche con il matrimonio. Gb, in carcere una insegnante per aver fatto sesso con un allievo. LONDRA. Quindici mesi di prigione per aver fatto sesso con un ragazzino. E' la condanna inflitta ad una insegnante britannica di 32 anni, denunciata per aver avuto rapporti con uno dei suoi allievi. La donna è stata condannata oggi a 15 mesi di prigione senza i benefici. Hannah Grice, sposata e madre di due bambine, è stata anche condannata a essere iscritta per 10 anni nella speciale lista dei delinquenti sessuali. Secondo l'allievo adolescente, che all'epoca dei fatti avvenuti tra il 2003 e il 2004 aveva tra i quattordici e i quindici anni, gli incontri con l'insegnante avevano luogo fino a quattro volte alla settimana, nell'abitazione della professoressa.

Non è la prima volta che le cronache si occupano di episodi simili. In particolare negli Usa, molte insegnanti sono finite nei guai per essere andate a letto con allievi minorenni. A marzo, una insegnante di 30 anni delle scuole superiori è stata arrestata e incriminata a Sacramento, in California, dopo essere stata sorpresa a far sesso con un alunno di 16 anni mentre il figlio della donna, un bambino di due anni, assisteva alla scena dal sedile posteriore. Pochi giorni dopo un'insegnante delle medie di 37 anni della West Virginia, Toni Lynn Woods, è stata arrestata per abuso su minori e ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali completi con tre studenti e di aver fatto sesso orale con altri due. Debra Lafave, un'altra maestra accusata di avere sedotto un alunno di 14 anni in Florida, durante il processo ha giocato il tutto per tutto affermando di essere pazza. La donna ha affermato di avere avuto rapporti sessuali con l'alunno mentre era sotto il trauma di un matrimonio fallito e di un lavoro, in una piccola scuola media di Tampa, che non le dava alcuna soddisfazione. E Pamela Turner, 27 anni, bella, bionda, appariscente insegnante di educazione fisica e allenatrice di basket se l'è cavata con nove mesi di carcere, rischiava una condanna fino a cento anni. La maestra elementare di McMinnville, nel Tennessee, ha avuto a più riprese rapporti sessuali con uno studente di 13 anni, allievo dello stesso istituto scolastico dove lei insegnava. C'è stata qualche polemica per la pena mite: c'è chi sostiene che l'avvocato difensore ha giocato la carta della sensualità della cliente. Ma sicuramente il caso più celebre è quello di Mary Kay Letourneau, uscita dal carcere dopo aver scontato sette anni e mezzo per aver fatto sesso con un suo alunno della prima media, Vili Fualaau. La coppia (43 anni lei, 22 lui) ha avuto due figli e ha celebrato il matrimonio il 21 maggio scorso.

antifeminist.altervista.org 2 marzo 2006

Pedofila stupra bambino di 4 anni. Una donna di 37 anni, impiegata in un day-care center di New York, ha ammesso di aver ripetutamente stuprato un bambino di 4 anni. Khemwhatie Bedessie, questo il 14 nome della donna, ha intrattenuto rapporti sessuali con il bambino di 4 anni almeno 3 volte in un arco di tempo tra Gennaio e la prima settimana di Febbraio. Il 20 Febbraio il bambino ha raccontato alla madre di esser stato costretto da Khemwhatie Bedessie a seguirla in bagno, dove poi sarebbe stato stuprato dalla donna. La madre del bambino ha quindi allertato le autorità e poco più tardi ottenuto una confessione di colpevolezza da parte della Bedessie. Da quanto è emerso dalle indagini investigative, pare che la Bedessie era solita abusare del bambino tra le 7 e le 9 del mattino, ovvero prima che arrivassero gli altri insegnanti del day-care center.

www.corriere.it 10 ottobre 2006

Racconto choc di Bevilacqua. “Così fui violentato”. MILANO: Un bambino di sei anni e mezzo sta disteso sulla riva del grande fiume, nudo, sotto il sole. È giugno, fa caldo, c’è intorno il silenzio meridiano di Pan. Appare dal nulla una donna, una folle vagabonda accompagnata da due cani: «E io la ricordo ora come se l’avessi qui davanti, in questa stanza: non l’avevo mai vista prima, ai miei occhi infantili sembrò gigantesca, quasi oscurava il sole». La donna afferra il bambino e lo sevizia: «Ero uno straccio di carne». Lei è come un’orchessa sfuggita alla boscaglia arcana del Po; o una «vaghezia», in dialetto parmigiano, cioè un miraggio che fluttua tra le sabbie e le acque tremolanti, nella canicola. Ma una «vaghezia» che segna la fine dell’infanzia, dell’innocenza, «anzi, la fine di tutti i sogni sull’universo femminile»; il passaggio dal paradiso terrestre a un mondo di caos.

www.ecpat.it 02 marzo 2007

La zia si infilava nel letto del nipotino e lo stuprava, chiesto il rinvio a giudizio. Zia di un bimbo di 10 anni, è accusata di averlo stuprato, inducendolo ad avere rapporti sessuali con lei. A denunciare la donna e' stata la sorella, quando un parente si è reso conto di quanto avveniva nella camera da letto. I reati contestati a alla donna, 29enne, originaria del Salvador, come la vittima, sono avvenuti due anni fa. La donna ha raggiunto in Italia la famiglia della sorella e ha abitato con lei e i suoi due figli piccoli. Dato lo scarso numero di stanze, zia Gloria dormiva in camera con i bambini e il cugino del padre. E' stato quest'ultimo a rendersi conto di quanto accadeva di notte. La zia entrava nel letto del bambino e lo induceva ad avere rapporti sessuali, malgrado lui tentasse di respingerla. La madre dei bambini ha deciso di sporgere querela e la sorella è scappata, rendendosi oggi irreperibile. Per la donna ora è stato chiesto il rinvio a giudizio con le accuse di atti sessuali con minorenne e violenza sessuale. Il pubblico ministero Laura Amato contesta all'imputata una particolare condotta insidiosa nei confronti della vittima, lo sfruttamento del legame affettivo e delle condizioni di superiorità psicologica rispetto al bambino. Sentito durante un incidente probatorio, il bimbo ha confermato tutte le accuse.

www.ecpat.it 18 marzo 2007

La denuncia di don Di Noto: aumentano le pedofile E' allarme per la pedofilia femminile. Lo segnala don Fortunato Di Noto, fondatore dell'associazione Meter per la tutela dei bambini. "Non dimentichiamo, anche se in percentuale minima, ma crescente, il 4-7% delle violenze o della detenzione di materiale pedopornografico è compiuto da donne", dice il sacerdote e ricorda come "a livello internazionale le pedofile hanno una rivista cartacea e una radio online e sono numerosi i Blog di donne pedofile (n. 36 denunciati alla Interpol e alla Polizia Postale da Meter)". Hanno anche un simbolo, un cuore (una grande che contiene uno piccolo). ''Non di rado, dice don Fortunato Di Noto, ci siamo imbattuti in foto (2% circa) raffiguranti espliciti atteggiamenti sessuali tra minori e una donna adulta''. Nell'immaginario collettivo il termine 'pedofilia' viene associato al sesso maschile, sottolinea la sociologa e criminologa, Nicoletta Bressan, socia e consulente dell'associazione Meter, secondo la quale, la pedofilia ''e’ considerata come la maggioranza delle parafilie, una patologia rara nel sesso femminile'', ma, ''contrariamente a quanto si pensa, complice la mancanza di informazione, la parafilia colpisce anche le donne, contraddicendo il tradizionale giudizio clinico che ha sempre sostenuto la rarità delle perversioni nelle donne''.

www.ecpat.it 18 marzo 2007

Pedofilia. Faceva asilo nido in casa: trovato intero archivio di materiale pedopornografico. C'è anche un vasto archivio pedopornografico nella vicenda di pedofilia scoperta dai Carabinieri e nella quale sarebbe coinvolto anche un uomo, che risulta convivente di Monica Chirollo, ma in realtà non avrebbe mai risieduto ad Arzachena, l'uomo abita a Como e su di lui starebbero indagando i militari del locale Comando; su questa parte dell'inchiesta e sull'archivio dell'arrestata, gli investigatori mantengono un assoluto riserbo. ''Sulla vicenda, hanno spiegato i Carabinieri del Comando provinciale di Cagliari, per motivi di riserbo istruttorio possiamo dire pochissimo, forse il 5% di quello che abbiamo accertato. La necessità di rendere nota la vicenda e il volto della donna accusata di abusi sessuali sui bimbi affidati alle sue cure, nasce dalla certezza che Chirollo, negli ultimi tre anni, ha reiterato il suo comportamento oltre che nella sua casa di Arzachena, dove aveva realizzato una sorta di asilo nido, anche nel cagliaritano, dove è partita l'inchiesta, e in altre località''. L'appello degli investigatori punta anche a mettere in guardia i genitori: ''attenti a chi affidate i vostri figli''. I Carabinieri hanno raccontato che alla scoperta della vicenda si è arrivati grazie alla sensibilità di una volontaria dell'assistenza ospedaliera e alle capacità professionali di due sottufficiali della Compagnia di Iglesias che hanno cominciato gli accertamenti, coinvolgendo successivamente i colleghi del Reparto operativo provinciale. Monica Chirollo sarebbe entrata in contatto con la bimba straniera, che oggi ha 9 anni, dopo che la madre aveva fatto un appello su una televisione locale: ''aiutatemi, devo essere ricoverata in ospedale e non ho nessuno che si possa occupare di mia figlia''. Poche ore dopo Chirollo si era messa in contatto con la famiglia straniera e, sostenendo di essere spinta da spirito filantropico, si era trasferita nel cagliaritano portando cibarie e giocattoli. Tranquillizzata dalle manifestazioni di affetto e dall'apparente filantropia della donna, la madre le aveva affidato la custodia della bimba. I primi sospetti sarebbero nati quando la bambina avrebbe cominciato a manifestare comportamenti inconsueti, rifiutando di farsi aiutare dagli adulti nelle pulizie personali. I Carabinieri avrebbero trovato le prove degli abusi sessuali compiuti da Chirollo, grazie a riscontri oggettivi che avrebbero confermato i racconti fatti dalla piccola vittima agli psicologi. Particolarmente importante, ai fini degli sviluppi dell'inchiesta, l'archivio pedopornografico (definito sconvolgente anche da Carabinieri che hanno partecipato alle riesumazioni nelle fosse comuni in Kossovo) nel quale sarebbero ritratte le piccole vittime della donna, tutte di eta' inferiore ai 10 anni. Chirollo, secondo le risultanze investigative, avrebbe appuntato le sue attenzioni prevalentemente sulle femminucce. La donna è stata arrestata nella sua casa di Arzachena, in esecuzione di un ordine di custodia cautelare emesso dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Cagliari, e rinchiusa nel carcere ''San Sebastiano'' di Sassari.

www.ecpat.it 26 aprile 2007

Turismo sessuale femminile: donne in cerca di sesso. Crisi di coppia, del maschio italiano, dei valori... Quale che sia la ragione, anche le donne del Belpaese sono state contagiate dal malcostume del sesso a pagamento lontano dai confini nazionali. Perché quel che accade all'estero, resta all'estero. Soltanto negli ultimi anni le italiane rappresentano dal 3 al 5% dei turisti in cerca di sesso. Lo denuncia il Rapporto 2006 Eurispes-Telefono Azzurro su Infanzia e Adolescenza. L'identikit della donna a caccia di giovani amanti a pagamento è presto tracciato: sono per lo più single e neodivorziate, scelgono mete come Gambia, Senegal, Marocco, Kenya, oltre a Cuba e Giamaica. Vanno, insomma, in cerca di quello che volgarmente si chiama il "big bamboo"... Anche l'età media, che fino a qualche anno fa si aggirava attorno ai 40 anni, oggi si sta abbassando molto grazie soprattutto ai voli low cost che consentono alle più giovani di raggiungere facilmente mete esotiche dove l'offerta è altissima. Il turismo sessuale è un fenomeno che sta assumendo caratteristiche e proporzioni che vanno ben oltre le relazioni, seppur a pagamento, tra gli avventurieri occidentali e le bellezze del posto. E sebbene la donna che va all'estero a caccia di gigolò faccia ancora notizia e rappresenti più che altro un fenomeno di costume che ancora incuriosisce molto, quello con cui ci si deve confrontare è un vero e proprio sistema di sfruttamento della prostituzione. Il fenomeno che assume connotati ancora più gravi quando le vittime di questa nuova schiavitù sono minori, che spesso sono venduti dalle famiglie più indigenti, con il beneplacito delle autorità che chiudono un occhio pur di veder triplicare il numero di turisti. In Gambia, per esempio, il 70% della popolazione ritiene che il sesso sia la principale ragione del turismo europeo nel proprio Paese. Davvero le donne vogliono rendersi complici di tutto questo? L'emancipazione a volte prende vie misteriose.

www.ecpat.it 12 aprile 2007

Pedofilia: Filmavano abusi, arrestata coppia a Cagliari. Adescavano bambini anche con deficit mentali e poi ne abusavano. Spesso filmavano con una piccola telecamera gli atti sessuali. In manette per pedofilia sono finiti Sara De Vecchi, 23enne di Novara e Roberto Muscas, 40enne di Santadi, entrambi residenti a Borgomanero (Novara). I dettagli dell'operazione dei carabinieri sono stati resi noti dal maggiore Daniel Melis nel corso della conferenza stampa che si è svolta questo pomeriggio a Cagliari.

www.mobilitazionesociale.it 18 giugno 2007

Se è vero che le statistiche mostrano che la maggior parte degli abusi sessuali su bambini sono compiuti da uomini, non bisogna però dimenticare che tra i molestatori figurano anche delle donne. Nel 1994, il National Opinion Research Center mostrò che la seconda forma più comune di abuso sessuale su minori riguardava donne che avevano molestato ragazzi. Per ogni tre molestatori maschi ce n'è uno di sesso femminile. Le statistiche sugli abusi compiuti da donne sono più difficili da ottenere perché il reato è più nascosto. (Intervista con il Dr. Richard Cross, "A Question of Character,", National Opinion Research Center; cf. Carnes). Inoltre le loro vittime più frequenti, i ragazzi, hanno una minore tendenza a denunciare gli abusi sessuali specialmente quando il colpevole è una donna (O'Leary, "Child Sexual Abuse").

oreius.altervista.org 22 settembre 2007

La canadese Linda Halliday-Sumner, consulente nei casi di abusi sessuali su minori, segnala che negli ultimi dieci anni si è verificato un enorme incremento dei casi di pedofilia femminile: nei 325 casi da lei seguiti, più di un centinaio erano dovuti ad abusi sessuali su minori da parte di una donna. Studies in the 1980s by researchers David Finkelhor and Diana Russell estimated that in the United States about 14 percent of abuse cases involving boys were perpetrated by females. Studi nel 1980 da ricercatori David Finkelhor e Diana Russell stima che negli Stati Uniti circa il 14 per cento dei casi di abusi perpetrati dai ragazzi erano femmine. About 6 percent of the cases were of women who abuse girls. Circa il 6 per cento dei casi sono le donne che abusano di bambine.

(ANSA) domenica 27 gennaio 2008

Pedofilia: Asilo Vallo della Lucania, chiesto rinvio a giudizio per suor Soledad. Vallo Della Lucania (Salerno), 25 Gennaio.Rinvio a giudizio per Suor Soledad, archiviazione per gli altri indagati. Queste le richieste avanzate dalla Procura della Repubblica di Vallo della Lucania al Gip del Tribunale vallese a proposito dell'inchiesta su un presunto giro di pedofilia nel piccolo centro cilentano. Al centro delle indagini, avviate due anni fa, la suora peruviana Carmen Verde Bazan, di 25 anni, nota come suor Soledad, finita in carcere con l'accusa di violenza sessuale nei confronti di 27 bambini tra i 3 e i 5 anni che frequentavano un asilo di Vallo della Lucania gestito da religiose. Richiesta di archiviazione, al contrario, per gli altri indagati, almeno dieci, tra i quali un muratore e un fotografo del posto; tra le ipotesi d'accusa, la prostituzione minorile, la pornografia minorile e la detenzione di materiale pornografico.

www.corriere.it 25 marzo 2008

Gli italiani in testa alle classifiche. Ottantamila l’anno in cerca di minorenni. Sono oltre 80.000 i viaggiatori che ogni anno lasciano la Penisola per andare a caccia di sesso proibito, con bambini e adolescenti; non solo pedofili (il 3% del totale), ma soprattutto uomini e donne normali. Ma nella primavera 2008, per Ecpat Italia è di nuovo allarme rosso. “Negli ultimi anni, spiega il presidente, l’avvocato Marco Scarpati, l’italiano ha scalato pesantemente i primi posti di questa terribile "classifica": se prima in alcuni Paesi eravamo fra le prime 4-5 nazionalità, oggi siamo i più presenti in Kenya (il 24% dei clienti di prostituti/e minorenni è italiano, contro il 38% di "locali"), Repubblica Dominicana, Colombia...”. Si abbassa l’età del turista sessuale, “che non corrisponde più al cliché del vecchio ricco e bavoso”. La media è intorno ai 27 anni e c’è poi il mondo inesplorato del turismo sessuale femminile, “fatto di donne dal reddito e livello culturale alti”.

www.corriere.it 1 febbraio 2008

Norma Giannini, che ora ha 79 anni, ritenuta colpevole di molestie negli anni ‘60 aidanni di due alunni Milwaukee (Wisconsin). Un nuovo scandalo sessuale si abbatte sulla chiesa cattolica statunitense. Norma Giannini, una suora italo americana di 79 anni è stata condannata a un anno di reclusione e a dieci con la condizionale per aver abusato ripetutamente di due suoi alunni di 12 e 13 anni negli anni ‘60. Teatro delle molestie sessuali, descritte come “baci e palpeggiamenti”, fu la scuola media cattolica St. Patrick di Milwaukee di cui era suor Norma era la direttrice. Secondo quanto riferisce il “Chicago Tribune” la Giannini ha anche ammesso in un’inchiesta interna dell’arcidiocesi di Milwaukee di aver abusato di almeno altri quattro minori. Nel 1992 è stata rimossa dall’incarico. I responsabili della prelatura vennero a conoscenza del caso la prima volta nel 1992 ma, come scrive il giornale, non informarono le autorità limitandosi a rimuoverla da ogni incarico. La procura riuscì a istruire il caso solo nel 2005 solo dopo che le vittime, James St.Patrick e Gerald Kobs, denunciarono i fatti. I due, ormai quarantenni, erano presenti in aula al momento della sentenza. Hanno raccontato di come i traumi subiti abbiano condizionato la loro vita e si sono detti delusi dall’entità della pena. Condanna che sarà scontata non in una prigione normale ma in una Casa di Correzione, come ha stabilito il giudice viste le cattive condizioni di salute della suora. Kobs ha spiegato di aver pensato più volte al suicidio mentre St.Patrick ha confessato di aver cercato consolazione dopo la scuola negli stupefacenti e nell’alcol e di aver perso la fede. Suor Norma, che in aula ha chiesto scusa per gli abusi commessi, originaria di Chicagoentrò in convento a 18 anni. Iniziò a insegnare nel 1949 alla St.Paul of the Cross di Park Ridge, e in seguito in altre scuole cattoliche a Chicago e infine nel 1964 arrivò a Milwaukee. Dopo cinque anni tornò in Illinois. Alla psicologa dell’arcidiocesi che gli chiese cosa, secondo lei, i ragazzi pensavano di quello che gli faceva, suor Norma rispose: “Si stavano divertendo…Quanti adolescenti potevano resistere a questa opportunità”.

Il mattino di Padova 19 Aprile 2008

Insegnante accusata di atti di libidine. Palermo. La vicenda risale a quasi 10 anni fa: la professoressa avrebbe avuto rapporti con tre dodicenni. La docente è ora sotto processo per aver fatto sesso con minori. Di giorno faceva l’insegnante, il pomeriggio dava ripetizioni e iniziava al sesso i suoi stessi giovanissimi alunni. Succede a Palermo, dove una trentenne è adesso sotto processo per “atti sessuali con minori”. La realtà che traspare da questi articoli, ci fa capire che il fenomeno della pedofilia nella sua variante al femminile esiste ed è presente anche sul nostro territorio. Quando parliamo di pedofilia, subito la identifichiamo con il genere maschile. Chi fa del male a un bambino non può essere donna perché la donna possiede l’istinto materno che non le permetterebbe di scendere a tali mostruosità. Un articolo apparso sul DailyMail il 4 Novembre del 2006 è un esempio dell’accostamento pedofilia genere maschile. L’articolo, racconta che a bordo di un aereo della British Airways, è stato chiesto ad un uomo di spostarsi di sedile perchè il regolamento della compagnia, vieta ai bambini non accompagnati di sedersi di fianco ad ogni adulto di sesso maschile. "Come compagnia aerea con un obbligo di attenzione verso i nostri clienti, è nel nostro regolamento assicurarci che, ove possibile, nessun minore non accompagnato sieda di fianco a maschi adulti. Ci scusiamo se il Sig. Kemp si è sentito offeso dalla nostra richiesta, ma dobbiamo bilanciare i bisogni del bambino con quelli dell'adulto. Il regolamento è in atto come precauzione e nel migliore interesse e benessere dei bambini che viaggiano da soli." La British Airways, però, non è l'unica compagnia aerea al mondo che adotta questo regolamento. La Qantas e la Air New Zeland, (due compagnie aeree australiane), balzarono agli onori della cronaca per un caso simile a quello capitato pochi giorni fa al Sig. Kemp. Nel 2005 infatti un altro "incidente" avvenne durante un volo della Qantas con rotta da Christchurch ad Auckland. In questo caso la vittima di discriminazione fu Mark Mosley, a cui una hostess ordinò di cambiare posto perchè "la policy della compagnia prevede che solo alle donne viene consentito di sedersi accanto a bambini non accompagnati". La pedofilia è un fenomeno largamente sommerso riferito per lo più alla cerchia familiare, che secondo il Censis rappresenta almeno 85% dei casi. Secondo i dati forniti a febbraio 2008 dal ministero di grazia e giustizia, sono più di mille i detenuti nelle carceri italiane accusati di reati di pedofilia, abusi e violenza sessuale su minori. Nello specifico, sono soprattutto uomini italiani la maggioranza dei reclusi (824), seguono i pedofili stranieri (400) e 98 donne di cui 45 di nazionalità italiana e 53 straniera.

In qualunque ricerca, le madri risultano sempre all'ultimo posto tra gli autori di reati sessuali su minori e in percentuali insignificanti. La bassa percentuale delle donne denunciate non rispecchia però la realtà, si pensa ci sia un sommerso molto più consistente. I dati registrati in questi ultimi anni, dall'esperienza dell'equipe di neuropsichiatria infantile dell'ospedale Bambin Gesù di Roma, evidenziano, per esempio, una certa rilevanza del fenomeno. Secondo una ricerca effettuata nel 1995 su 250 casi trattati, le madri sarebbero nell'11% dei casi le autrici degli abusi sessuali intrafamiliari su figli minori, al terzo posto dopo i padri e i conviventi. Gli abusi delle madri sui figli sono molto difficili da scoprire soprattutto perché sono mascherati dalla pratica di accudimento e dall'affettività materna. Molti atti di libidine, si nascondono infatti nei bagni e nei lavaggi intimi, nelle applicazioni superflue di creme sui genitali dei figli di entrambi i sessi, nel condividere con questi ultimi fino all'età adolescenziale il letto o le carezze erotiche, arrivando anche al rapporto completo. Tutti questi comportamenti sono naturalmente perversioni materne, spesso anche molto sottili, difficilmente riconoscibili e che non riescono ad emergere se non in terapia. Il senso comune censura immediatamente il pensiero che una donna potrebbe avere desideri incestuosi verso i suoi figli e se emerge che esagera nel fare il "bagnetto" al figlio o ad utilizzare le creme, si preferisce credere che abbia la fobia dell'igiene se non addirittura scusarla, perché inconsapevole dei suoi gesti e delle conseguenze che questi possono avere sullo sviluppo psico emotivo del figlio. Fino a non molti anni fa, quasi si pensava fosse "naturale", o comunque era un "eccesso" che veniva tollerato dal sentire comune, in nome dell’esclusività del rapporto tra madre e figlio. (www.psychomedia.it).

Quando ci troviamo di fronte ad un comportamento criminale al femminile, assistiamo ad una disparità di trattamento perpretata non solo dalla gente comune ma anche dal sistema giudiziario. Uno studio del governo degli Stati Uniti, (United States Sentencing Commission - November 2004), risalente a due anni fa, ha portato alla luce una realtà allarmante su come le donne vengano "discriminate positivamente" nelle aule dei tribunali, vedendosi comminare pene più leggere degli uomini per lo stesso reato. Secondo il “Journal of criminal justice”, (Nagel & Johnson, 1994; Segal, 2000; Schazenbach, 2004) l'analisi dei dati e dei casi giudiziari, suggerisce che le attitudini paternalistiche dei giudici verso le donne, tendano a ritenere le donne più vulnerabili, degne di comprensione, e in definitiva meno responsabili degli uomini. Un esempio recente è quello dell’insegnante Sarah Bench-Salorio, condannata nel 2005 per aver sessualmente molestato ragazzini di 11, 12 e 13 anni. L'imputata era di fronte ad una possibile condanna di oltre 60 anni. Il giudice però l'ha condannata ad appena 6 anni. Nell’ agosto del 2006, un Giudice americano ha causato forti proteste per la sua decisione di mettere in libertà una donna, trovata in possesso di rivoltante materiale pedopornografico di bambini fino ai 5 anni di età. Julie Lowe, un'operaia ferroviaria, scaricò da internet immagini e video di carattere pedopornografico, alcuni mostravano bambini in scene di sesso "bondage" e sadomaso. Due dei filmati scaricati erano della "Categoria 5" ovvero il livello più grave di materiale pedopornografico. La Lowe, ha affermato alla Corte di Leicester Crown di aver visionato i video solamente per curiosità. Ma le 43 disgustose immagini di pedopornografia sono state scaricate lungo un periodo di ben 2 anni. La polizia ha fatto irruzione nella casa della Lowe, grazie alle segnalazioni di agenti di polizia in Norvegia e Danimarca. La Lowe, una single di 45 anni, ha riconosciuto i 9 capi di accusa riguardo al materiale pedopornografico da lei posseduto. Il giudice pur avendo descritto il materiale sequestrato come "spregevole, e profondamente ripugnante", ha ritenuto di limitare la pena ad un ordine di riabilitazione comunale della durata di 3 anni, con l'obbligo di partecipare ad un programma di trattamento per i molestatori sessuali e 100 ore di servizio per la comunità. (antifeminist.altervista.org).

Negli ultimi anni sembra esserci stato un incremento esponenziale dei casi di pedofilia al femminile e tale fenomeno è particolarmente accentuato e ben visibile negli Stati Uniti. L'aumento della casistica di questo tipo di crimine confermato dalla cronaca nazionale e internazionale, non è dovuto ad un effettivo incremento del fenomeno, quanto piuttosto ad un'accresciuta sensibilità verso di esso, sia da parte degli operatori sanitari e sociali, sia da parte della società. Quello che differenzia la pedofilia femminile odierna da quella del passato è la sua espressione manifesta, la sua patologica volontà di uscire allo scoperto, quasi per voler rivendicare un posto accanto a quella maschile. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Ecco allora che debuttano, le prime donne indagate per pedofilia, i primi arresti, le turiste sessuali, la scoperta dei primi siti internet per donne pedofile. Pensiamo per esempio, che se all’inizio del 2004 le associazioni femminili pedofile che agivano su internet erano 5 (M. Valcarenghi, 2007), solo nel 2007 siamo arrivati a 36, come riportato dall’associazione meter, che da anni si occupa del fenomeno pedofilia. A questo proposito voglio citare la lettera di ordinazione (riportata dall’E.C.P.A.T.) che una pedofila svedese ha scritto al fornitore di fiducia, dopo aver visto insieme alla sua compagna un film su una bambina, i cui genitali presi a frustate e riempiti di parafina bollente, vengono poi ricuciti con degli aghi: “Vorrei un altro video, scrive una signora svedese, ma questa volta voglio roba più forte. Ho voglia di guardare qualcosa di completo, sa cosa intendo dire; se avete il seguito di quelle scene con gli aghi, per favore mandatemele”.

Ammettere l’esistenza della pedofilia femminile crea inquietudine e angoscia in ognuno di noi, non vogliamo accettare l’idea che la donna possa essere una potenziale abusatrice di bambini. Impregnati dallo stereotipo rassicurante che attribuisce alla donna un ruolo passivo e il ruolo del più “debole”, attribuiamo alla figura femminile maggiore sensibilità, un orientamento specifico verso le funzioni di cura e accudimento, intensa affettività e tenerezza. L'abuso femminile che esce allo scoperto, gode di un diverso metro di valutazione, basato sulla credenza che la madre, che ha il compito di proteggere, stia semplicemente prolungando, forse in maniera insolita, ma non colpevole, il suo precedente ruolo protettivo oppure si considera la donna abusante, affetta da severe alterazioni psichiche molto più gravi dell'uomo che compie lo stesso atto. La realtà dei fatti, ci porta però a dover ammettere la possibilità che proprio coloro che dovrebbero essere portatrici del rassicurante istinto materno, (e quindi difendere, curare e amare la propria prole), si rendano autrici di abuso su minori.

RACCAPRICCIANTE. Quanto ha recentemente svelato la maxi-inchiesta di Torre Annunziata sulla pedofilia via Internet, va al di là di ogni immaginazione. Centinaia, forse migliaia, di piccoli seviziati. Bambini stuprati, uccisi e filmati. Il turpe traffico, con diramazioni internazionali e basi in tutta Italia, è stato scoperto grazie anche all’aiuto di Telefono Arcobaleno. Tutto ha avuto inizio il 27 settembre 2000 quando la procura di Torre Annunziata, ha inviato sei ordini di cattura in Italia, per acquisto di immagini pedo-pornografiche, e tre in Russia, per la produzione e la vendita del materiale pedofilo. L’Italia ha appreso con sgomento che con sette milioni si può vedere uccidere un innocente, uno per spiarlo nudo, ecc. Ora si pensa, con orrore, alla tremenda fine che hanno potuto fare alcuni dei tanti giovanissimi scomparsi e, intanto, si cercano in tre città, Civitavecchia, Vercelli e Catania,  alcuni bimbi dei filmati degli orrori.

Un numero incredibile di bambini che scompaiono.

L’allarme, tuttavia, era stato lanciato da tempo. Un numero incredibile di persone sparisce ogni giorno nel nulla, soprattutto giovanissimi. Molti di loro si trovano, di altri non se ne sa più niente. E’ come se si fossero volatilizzati, spariti. Nel mondo spariscono ogni anno molte migliaia di persone. Ogni anno in Italia sono dichiarati scomparsi oltre 2000 minori. Alcuni di loro tornano a casa da soli, altri vengono ritrovati dalle forze dell'ordine, altri ancora non hanno mai fatto ritorno. Secondo le cifre del Ministero dell'Interno, solo nel 1996, sono stati dichiarati scomparsi 2391 minori. Di questi, 1912 hanno riabbracciato le loro famiglie. Al marzo '98 i minori dichiarati scomparsi erano 1419, di cui 796 sono stati rintracciati dalle forze dell'ordine. Che fine fanno i tanti di cui si perderà ogni traccia?

Per farsi una pallida idea di quanto è grave il fenomeno basti sapere che, nel 1997, “Il Giornale” (15 Marzo 1997) titolava un lungo pezzo: “Dal ’90 quadruplicati i ragazzi spariti”. Oggi sono molti di più. Un calcolo, anche approssimativo, è impossibile. Il quotidiano, tra l’altro, denunciava: “Cresce il numero dei giovani, soprattutto tra i 15 e i 18 anni, che svaniscono nel nulla. Le piste: droga, sette religiose, voglia d’avventura e mercato degli schiavi” e, come vedremo, altro ancora. Nel mondo la situazione è molto più allarmante. Solo negli Stati Uniti ogni giorno scompaiono 2200 bambini. Tra questi “desaparecidos” tanti sono, anche, i bambini al di sotto dei dieci anni. E’ un problema grave, molto sentito in Europa, ne fanno fede la “Raccomandazione” (n.R-79-6) in relazione alle “Missing Persons” stabilita dal Council of Europe e la pubblicazione della Oxford Up. “The dictionary of national biography: missing person”.

Se molti di questi giovani vengono ritrovati, di altri non se ne saprà più nulla. Alcuni di loro finiscono nella rete della prostituzione, della pornografia, della pedofilia, altri nel sottobosco criminale dei devoti di Satana. Il giornale “La Stampa” (8/2/87) riporta la notizia di una sètta satanica che reclutava bambini. Ecco quanto scrive il quotidiano: “La sètta, “Gli scopritori” (Finders), fondata a Washington da un ‘santone’ che oggi ha 66 anni, Marion Pettie, si serve dei piccoli per i suoi riti demoniaci, imperniati sul sacrificio di animali e, si sospetta, anche su pratiche sessuali. ...La scoperta dell’organizzazione, sorta dai resti di una comune di hippies degli Anni Sessanta, ha sconvolto la capitale e tutti gli Stati Uniti”.

Pedofilia e satanismo.

Ciò che più lascia sconcertati di questa sètta è che, secondo Ted Gunderson, dirigente dell’FBI di Los Angeles fino al pensionamento nel 1979 e, da allora, investigatore privato e consulente per la sicurezza, è, a quanto scrive la rivista “Nexus. New Times”, n. 23 (edizione italiana), la sua affermazione: “La mia conferenza relativa ai ‘bambini scomparsi’ documenta che i Finders (Scopritori, ndt) di Washington, DC, sono un’organizzazione di facciata della CIA; si tratta di un’operazione coperta coinvolta nel traffico internazionale di bambini”. Egli, commenta Uri Dowbenko, autore dell’articolo sulla citata rivista, si riferisce ad un rapporto del Servizio Dogana U.S.A. che asserisce che il caso della sètta Finders deve essere chiuso per il motivo che è “un affare interno della CIA”.

Uri Dowbenko scrive ancora nel n. 23 di “Nexus”: “Bambini scomparsi, violenze sessuali su di essi e pedofilia a livello mondiale puntano tutti verso il coinvolgimento di una rete organizzata di criminali di alto livello che controllano di nascosto il sistema legale. L’ex agente del FBI ed investigatore privato Ted Gunderson si trova  d’accordo. Egli sostiene che - esiste una considerevole sovrapposizione di vari gruppi e organizzazioni, tuttavia la forza trainante è rappresentata dal movimento del culto satanico odierno- ”.

La drammatica testimonianza di una giovane vittima.

Paul Bonacci, è un giovane recluso al centro correzionale di Lincoln, in isolamento, perché più volte minacciato di morte, per via di accuse gravissime rivolte dal giovane ad insospettabili uomini di potere. Lo psichiatra che lo ha sottoposto a perizia, Beverly Mead, ha dichiarato che il ragazzo è sano di mente e, a suo parere, dice il vero. Bonacci racconta: “Ero nelle mani di un gruppo denominato Namba (North American man – Boy Love Association) che mi portava in riunioni a New York o a Boston. All’età di 9 anni, fui portato in un hotel con altri 5 ragazzi e ci hanno costretti ad avere rapporti sessuali mentre ci filmavano. In seguito mi obbligarono ad avere rapporti con bambini. Solo nel 1986 sono riuscito a slegarmi dal gruppo. (…). Nell’estate del 1985, Larry King (leader del progetto repubblicano di aiuti alla comunità di colore americana, ndr) mi portò, insieme ad un altro ragazzo, Nicholas, di Aurora, nel Colorado, in California per girare un film. …c’era un ragazzo in gabbia. (…). Ci fecero spogliare e indossare dei vestiti tipo Tarzan e ci obbligarono ad avere rapporti con il ragazzo nella gabbia. Ci dissero di picchiarlo. (…). Arrivò un uomo e iniziò a sbattere il ragazzo come se fosse una bambola. Prese una pistola, gliela puntò in testa e sparò… (Bonacci poi fa i nomi di alcune delle persone che hanno abusato sessualmente di lui, ndr) Alan Bair, Peter Citron, Larry King, Harry Anderson, il deputato Barney Franks, a Washington. (…). …nel 1984 mi portarono al ranch South Fork, a Dallas, nel Texas, in corso la Convention Repubblicana e Larry King organizzava dei party-pedofili” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, in “Avvenimenti”, 17 luglio 1991).

Paul Bonacci fu testimone di accadimenti ancora più spaventosi e prosegue il suo racconto con rivelazioni shoccanti: “Sono stato testimone del sacrificio umano di un bambino di pochi mesi. Era la ricorrenza del tempo della nascita di Cristo e, in questo rituale annuale, tutti cantavano per pervertire il sangue di Cristo. Con un pugnale uccisero e fecero a pezzi il bambino; poi riempirono una coppa col suo sangue mescolandola ad urina e ci obbligarono a bere dalla coppa mentre loro cantavano: ‘Satana è il Signore…’ ” (DeCamp J., The Franklin Cover-up, AWT, Inc. Lincoln, Nebraska 1992).

Le indagini della Commissione Franklin.

Le persone legate a King, leader del progetto Repubblicano di aiuti alla comunità nera tramite la “Credit Union” e il “National Black Repubblican Council”, erano dedite a “rapimenti di bambini da impiegare nella prostituzione, produzione di snuff-film (film con morti in diretta) e party-pedofili. Dopo l’avvio delle indagini della Commissione Franklin, numerosi ‘incidenti’ hanno allontanato la data del processo contro di lui. Dan Ryan, socio di King, è stato trovato strangolato nella sua macchina. Bill Baker… partner del vice-presidente del ‘National Blak Repubblican Council’ nel business della pornografia, è stato ucciso con un colpo alla nuca. Curtis Tucker… si è ‘gettato’ da una finestra dell’Holiday Inn. Charlie Rogers, amante di King, si è ‘fatto saltare’ la testa con un colpo di pistola. Bill Skaleske, ufficiale del Dipartimento di Polizia di Omaha che dirigeva le indagini su King, è stato trovato morto… Joe Malek, altro socio del mercante di bambini e proprietario del Peony Park, dove si svolgevano i party dei pedofili, è stato trovato morto, ucciso da un colpo di pistola: la polizia ha archiviato il caso come suicidio. Molti testimoni sono restii a presentarsi… Mike Lewis, 32 anni, incaricato di proteggere le vittime-testimoni, è stato trovato morto per un attacco di diabete. La commissione Franklin si è poi definitivamente arenata quando l’investigatore incaricato delle indagini, Gary Caradori, è morto in un misterioso incidente aereo, dopo aver informato il suo ufficio di avere informazioni sensazionali: ‘è dinamite…’ “ (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).

Quanto ho raccolto in questo dossier, in relazione a certe efferatezze orripilanti, è, tuttavia, solo la punta di un iceberg di impensabili proporzioni. Nell’incredibile indifferenza dei mass media le stragi di innocenti continuano. A Los Angeles, in 22 comuni della contea, gli inquirenti stanno investigando su un gran numero di casi di pedofilia a sfondo rituale. In più parti del mondo si conoscono casi di bambini sacrificati a Satana. Ecco una terribile conferma: “Satana ha preso piede anche in Sudafrica con tutti i raccapriccianti aspetti del suo culto, quali il sacrificio di bambini sgozzati sull’ ‘altare’ del principe delle tenebre... riunioni orgiastiche dove giovanissimi sono obbligati ad avere rapporti sessuali con cani o caproni, i simboli più oleografici di Lucifero” (“Corriere della Sera”, 20 maggio 1990).

inchieste insabbiate.

Le indagini vengono, quasi sempre, insabbiate, vi è come una congiura del silenzio, coperture misteriose. Ted Gunderson, per quanto riguarda gli Stati Uniti, ha affermato: “Ho quattro testimonianze particolareggiate di tre detenuti coinvolti in rituali satanici e una di un sacerdote dello Utah, che mi hanno confermato l’esistenza di cinquantamila-sessantamila casi annuali di sacrifici umani. (…). Sono stati ritrovati numerosi cimiteri in tutto il Paese, con decine di cadaveri non identificati e nessuno ha indagato a fondo…” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).

I crimini satanici sono in espansione in tutto il mondo. Per quanto concerne l’Inghilterra, Dianne Core, responsabile dell’Istituto Childwatch (Associazione di assistenza e protezione dei minori), ha denunciato connubi dei satanisti con lobby politiche che tendono a coprire le loro efferatezze. La dott.ssa Core ha, tra l’altro, affermato: “Purtroppo non abbiamo ancora individuato il vertice della gerarchia che controlla il satanismo in Gran Bretagna. …godono di protezioni ad altissimo livello”. Pedofili satanisti sono presenti anche a Londra. Il “Corriere della Sera” del 18 marzo 1990, denuncia: “Londra. Bambini torturati e violentati nel corso di riti satanici, feti estratti a forza dal ventre di madri minorenni e immolati... Ai confini della realtà suonano, infatti, i racconti di bambine e adolescenti offerte agli alti sacerdoti di una sètta e ai loro adepti per essere violentate. Una volta gravide, le piccole verrebbero costrette ad abortire e il feto di quattro mesi sacrificato per la purificazione dei satanisti che ne berrebbero il sangue o se ne ciberebbero. ...Un’inchiesta condotta da 66 gruppi di ricerca della ‘Società nazionale per la prevenzione della crudeltà contro i bambini’ nel Regno Unito conferma l’esistenza di tali pratiche...”.

Feti mangiati in una cena satanica.

L’inglese Dianne Core, il 19 gennaio del 1998, alla cerimonia di fondazione del “Tribunale Internazionale Martin Luther King” denunciò che in Inghilterra nel mese di Aprile sarebbe iniziato un processo per stupro nei confronti di una giovane della quale disse: “Fu violentata da quando era piccola fino all’età di 15 anni. Quando raggiunse la fecondità, fu messa incinta otto volte; ogni volta fu fatta abortire al quarto mese e i feti furono messi nel congelatore, quindi mangiati in una cena satanica a cui lei fu obbligata a partecipare”. Il rapporto tra pedofilia e satanismo è stato più volte provato. Diverse inchieste giornalistiche e molti responsabili di centri di protezione per l’infanzia hanno lanciato il messaggio che, più frequentemente di quanto si creda, il racket della prostituzione dei minori e della pedofilia sono gestiti da sètte sataniche. Telefono Arcobaleno, l’associazione contro la pedofilia il cui direttore è il parroco di Avola (Siracusa), don Fortunato Di Noto, ha scoperto e denunciato un sito satanista che mostra terribili foto di sacrifici umani a Satana e le vittime sono giovanissimi. Di Noto ha affermato: “Si aveva il sospetto che il satanismo fosse in qualche modo legato alla pedofilia e ai sacrifici umani. Ma non si erano ancora rinvenuti siti così crudeli da ostentare le foto di sacrifici umani anche su soggetti minorenni. Le immagini a quanto pare non sono risultato di fotomontaggio” (“Gazzetta del Sud”, sabato 1 Luglio 2000).

In Inghilterra un bambino ha fatto rivelazioni allucinanti. Il quotidiano “Il Giorno” (15/9/90) scrive: “Nei suoi racconti confusi emergono truculente storie di uccisioni di neonati, di tombe aperte di notte, di cannibalismo e di riti misteriosi con diavoli e fantasmi e bambini costretti a bere pozioni misteriose prima di venir violentati e chiusi in gabbia. Le rivelazioni erano state fatte dal piccolo e da sua sorella in marzo, con l’aiuto di bambole e disegni”. Misfatti, che sembrerebbero godere di protezioni ad alto livello.

Lobby politiche di alto livello e pedofilia.

Il giornalista Maurizio Blondet, nel corso di un’intervista (apparsa su “Teologica”, settembre/ottobre 1996), mi disse: “Certi personaggi praticano strani riti su un’isola vicino a Washington. Sono personaggi di alto livello, si riuniscono, in notti di luna piena, e celebrano dei riti molto particolari. Naturalmente nessuno vuole indagare su questo perché si tratta di gente molto potente. Sono cose che si sussurrano. Allo stesso modo in certi ‘entourage’ politici di alto livello si dice, molto sottovoce, che vengano stuprati dei bambini. Il tutto avviene in un sottofondo rituale di magia nera. Non sono persone comuni che fanno queste cose, si tratta di gente che ricopre altissime cariche, funzionari del Pentagono, etc.”.

Orrori su orrori, che si intersecano in quella terra buia degli adoratori del diavolo. Ecco quanto scrive ancora “Il Corriere della Sera” (28/7/90): “Orrore a Londra dopo la scoperta di un mercato di pellicole per pedofili con riprese dal vero” e più avanti “Scotland Yard teme che almeno venti bambini, scomparsi senza lasciare traccia negli ultimi sei anni, abbiano fatto una fine orribile. Una squadra speciale è stata formata per indagare nel lurido mercato dei video pornografici ‘snuff’ destinati a pedofili sadici. La parola ‘snuff’ in gergo significa ‘morire, spegnersi’ e in questi video le piccole vittime sono riprese dalle telecamere mentre sono torturate e uccise dopo avere subito violenze sessuali. La polizia è convinta che almeno sei bambini siano morti in questo modo a Londra e nella contea del Kent. L’Inghilterra... ha appreso con orrore che in seno alla società circolano mostri pronti a filmare i tormenti, l’agonia e la morte di bambini per soddisfare il piacere perverso di tanti altri mostri pronti a pagare dieci milioni per una copia del film”.

I misteri del Belgio.

E’ una tragedia immane, che dilaga sempre di più ovunque. Le stime esatte delle giovanissime vittime sono impossibili e non esistono dati certi sull’entità del fenomeno, tuttavia, non meno di 250 milioni di copie di videocassette sono commercializzate in tutto il mondo, solo negli Stati Uniti sono stati venduti 20 milioni di video. Film sempre più ‘forti’, spesso, con torture seguite dalla morte del bambino. Ogni anno, nel mondo, un milione di minori di 18 anni è vittima dei commerci più turpi, che vanno dal sesso perverso nelle sue più svariate forme: prostituzione, turismo sessuale, pedofilia,  pornografia, sadismo, etc., fino all’omicidio. Fatti orribili accadono in ogni parte di questo nostro pianeta. Sono recentissime le efferatezze compiute in Belgio. Fatti che, giorno dopo giorno, emergono identici a quelli appena narrati. Orrori, come quelli che sarebbero stati compiuti dal pedofilo criminale Marc Dutroux, ribattezzato il <<mostro di Marcinelle>>. Fatti truci e sconvolgenti, che la dicono lunga sulla diffusione di questo raccapricciante fenomeno.

Nei video del Dutroux “si vedrebbero - scrive la ‘Gazzetta del Sud’ del 23 novembre 1996 - bambine violentate fino ad essere uccise. La denuncia è stata fatta ieri durante le manifestazioni organizzate a Parigi in occasione della prostituzione minorile e a dare l’incredibile notizia è stata la signora Sophie Wirtz, a capo della sezione belga del ‘Movimento del nido’ “. Più avanti altri fatti terribili: “Non si è ancora toccato il fondo dell’orrore in questa tragedia - ha detto la signora Wirtz - da due anni continuiamo a dire che le cassette video che fanno vedere la morte in diretta di bambini circolano in Belgio e temo che nell’affare Dutroux ci si orienti proprio verso questo genere di nefandezze”. La Wirtz afferma che, dall’inizio dei fatti accaduti in Belgio, le video cassette di pornografia minorile sequestrate sarebbero 600. La presidente del “Movimento del nido”, nell’intervista pubblicata dal quotidiano, spiega che la pedofilia: “non è un rapporto affettivo anzi è l’espressione del dominio sul bambino e lo stadio estremo di questo dominio è proprio la morte”. Parole che bruciano come fuoco.

Nell’affare Dutroux c’è di tutto: pedofilia, omicidi, necrofilia, snuff-film e personaggi dell’alta società belga, del mondo dell’alta finanza, della politica, etc. Questa è almeno l’opinione dei cittadini belgi. E’ anche strano che ad oggi l’inchiesta non abbia portato ancora a nulla circa i complici del Dutroux, anzi, sembra essersi arenata. Sono tanti i misteri. Dutroux aveva già ricevuto nell’89 una condanna di 13 anni di carcere per aver sequestrato e violentato, a più riprese, due minorenni nel 1985 e la sua compagna Michèle Martin è stata condannata a sei anni di carcere per analoghe imputazioni. Ma i due non hanno scontato totalmente la pena, avendo ottenuto la grazia direttamente dal re. Si mormora anche che le piccole vittime sono molto di più di quanto è stato detto. Così, mentre in Belgio oltre 350 mila persone manifestavano in piazza contro il mostro di Marcinelle e i tanti misteri che circondano quei crimini, in Svizzera calava il più stretto silenzio sul magnate elvetico arrestato, in Sri Lanka, con l’accusa di aver violentato mille e cinquecento bambini.

La sEtta Anubis e il caso Dutroux.

La zia di una delle due ragazzine assassinate da Mark Dutroux, il mostro di Marcinelle, ha fatto gravi dichiarazioni: “Il mercato dei video porno che coinvolgono minori ha tentacoli in tutta Europa, in Olanda, in Germania e in Svizzera”. Mostruosità di un mondo che abusa dei bambini in ogni modo possibile, li stupra, li sevizia, li uccide brutalmente. Non è estraneo a questa efferatezza il revival dei culti satanici, che sono tornati in auge. Dal quotidiano fiammingo “Der Standaard”, si è appreso con stupore, che almeno quattro poliziotti farebbero parte della sètta satanica “Abrasax”, sospettata di aver comprato bambine, dal killer-pedofilo Dutroux, per i loro riti. Si è arrivati a questa sconcertante scoperta grazie ad una lettera (un “buono di comando” si è detto) trovata durante una delle perquisizioni successive alla scoperta dei corpi di Julie e Melissa, nella casa di Bernard Weinstein, sepolto vivo dallo stesso Dutroux. In questa lettera firmata “Anubis” si chiedeva a Weinstein di “non dimenticare di ricordargli che la grande festa si avvicina e noi attendiamo il regalo per la grande sacerdotessa”. Evidentemente Weinstein doveva “ricordare” la promessa a Dutroux.

In più è stato trovato, anche, uno strano documento, nel quale, si faceva presente la necessità di trovare il prima possibile “otto vittime da uno a 33 anni”.  “Anubis” è, al secolo, Francis Desmedt che è anche “gran maestro” della cosiddetta “vieille religion”, una specie di associazione internazionale di streghe. E la grande sacerdotessa ha anche lei un nome? Certo, si chiama Dominique Nephtys, anche lei un pezzo da novanta della “chiesa belga di Satana”. Chi sono gli altri membri di questa sètta satanica rimasti segreti? E su quali protezioni hanno potuto contare? Le indagini si presentano subito difficili e lascia stupiti il fatto che viene cacciato il giudice anti-pedofilo Connerotte. Il magistrato non indagherà più su Dutroux. La Corte di Cassazione ha, infatti, deciso di togliere l’inchiesta al giudice istruttore Jean Marc Connerotte, che era diventato un eroe popolare. Alla notizia seguono manifestazioni e scioperi a catena. Una donna, mentre i manifestanti urlavano: “Justice pourrie” (giustizia marcia) ha gridato: “Oggi i bambini sono stati uccisi per la seconda volta”.

Ii console pedofilo.

Personaggi insospettabili continuano a fare scempio dei bambini e, spesso, rimangono impuniti. Recentemente il console aggiunto israeliano a Rio de Janeiro, Arie Scher, è stato accusato di pedofilia e traffico di minorenni è ed fuggito dal Brasile rifugiandosi in Israele.  Scher sarebbe riuscito a scappare dal Brasile prima che le forze dell’ordine riuscissero a diffondere le sue generalità ai posti di frontiera. La polizia brasiliana ha raccolto, tra l’altro, le dichiarazioni di una ragazzina di tredici anni. La bambina “avrebbe partecipato a varie festicciole ‘a luci rosse’ nell’appartamento del console nell’elegante quartiere di Ipanema. La stessa ragazzina appare nuda, abbracciata al diplomatico, in una foto tra le numerose sequestrate nell’appartamento. Secondo la polizia, Scher e il suo complice, il professore di ebraico George Schteinberg, mantenevano nove siti Internet di pornografia e pedofilia” (“Gazzetta del Sud”, 7 Luglio 2000).

La caccia ai bambini in Belgio.

Ma c’è di peggio. il settimanale "Diario" (anno V numero 15. Da mercoledì 12 aprile a martedì 18 aprile 2000) pubblica un servizio davvero pauroso:Dopo la terribile denuncia dell'eurodeputato Olivier Dupuis al congresso radicale, 'Diario' è andato a vedere che c'é di vero riguardo ai minori inseguiti e uccisi a fucilate per divertimento”. L'inchiesta dal titolo: "La caccia ai bambini in Belgio" è firmata dal giornalista Gianluca Paolucci. Ecco un piccolissimo brano di quanto si legge: Place Fontenas, pieno centro di Bruxelles, a due passi dalla Grand' Place e dai caffé alla moda... Il percorso che ha portato a PLace Fontenas è partito da Roma, dove, durante il congresso del Partito radicale, l'europarlamentare belga Olivier Dupuis ha lanciato una serie di affermazioni che hanno letteralmente gelato la platea. Ha raccontato che nel suo Paese c'é stato un periodo nel quale alcuni bambini venivano costretti a subire violenze di ogni tipo, dove alcuni di questi bambini venivano perfino uccisi, come conigli, durante delle partite di caccia ‘alle quali partecipano nobili, finanzieri, notabili e funzionari dello Stato’ “.

Personaggi insospettabili nel revival delle sètte sataniche.

Nella nostra società il satanismo è un pericolo dilagante di cui, spesso, non se ne parla abbastanza, oppure lo si fa nel modo sbagliato. Gli adoratori del diavolo sono in aumento anche a Roma. Il quotidiano “Avvenire” del 5 settembre 1996 scrive: “un’altra sètta satanica è stata scoperta a Roma. Tremila adepti, 5 milioni per iscriversi...”.  Il fatto che più “lascia stupiti - dissero gli inquirenti - è l’apparente insospettabilità di molte delle persone indagate...”. Si è anche appreso che: “sembra, che la congregazione contasse anche l’affiliazione di noti nomi del mondo dello spettacolo...”. In Inghilterra spariscono, ogni anno, circa centomila giovani. Scotland Yard, a Londra, deve occuparsi ogni giorno della sparizione di ben 2500 teenagers. I più vengono rintracciati, di alcuni non se ne saprà più nulla. Il giornalista Alfio Bernabei riporta altri fatti terribili accaduti a Londra: “Carni di bambini e di feti umani sono state mangiate da uomini e donne che hanno preso parte a riti cannibalistici in Inghilterra in questi ultimi anni nel quadro di un sinistro revival di cerimonie sataniche. Alcuni bambini sono stati sacrificati su altari dopo aver subito torture e sevizie sessuali...” (”L’Unità”, 9 agosto 1990). Sembra un’umanità impazzita.

Millecinquecento persone sparite in sei mesi.

Negli Stati Uniti questi orrori sono ancora più frequenti. E’ Modesto, “la cittadina californiana che detiene il record nazionale Usa di chi sparisce nel nulla”. “Non è chiaro perché, ma questo fazzoletto di California a est di San Francisco, detiene il record per il più alto numero di persone sparite nel nulla in America. I mancanti all'appello sono ben 1.500, soltanto negli ultimi sei mesi. Il fenomeno è davvero preoccupante, enorme: negli Stati Uniti, ogni anno, viene compilata una lista di circa 100 mila nomi” (“Diario della settimana”, n.17. Da mercoledì 28 aprile a martedì 4 maggio 1999). Gli investigatori, almeno per alcuni di questi casi, puntano il dito sul mondo variegato e misterioso delle sètte sataniche. Questo è anche il pensiero di Fay Yager, dirigente il “Centro per la difesa dei bambini” (Children of the Underground). Il giornalista Giorgio Medail, nella trasmissione televisiva “Arcana”, trasmessa su Canale 5 (1989) affermava che negli Stati Uniti, secondo fonti attendibili, ogni anno vengono uccisi nel corso di riti satanici 50.000 persone, per lo più giovanissimi.

Bambini sacrificati a satana.

L’ex direttore dell’FBI di Los Angeles, Ted Gunderson, che ha dedicato molti anni ad indagare sui legami tra le sparizioni dei bambini e i riti satanici, affermò, in una puntata della trasmissione “Arcana”, che le vittime vengono torturate e poi uccise. Gunderson, tra l’altro, denuncia: “Durante le mie indagini, ho scoperto che esistono organizzazioni che rapiscono bambini per poi utilizzarli per sacrifici umani durante feste sataniche. Questi fatti coinvolgono, ai più alti livelli politici, avvocati, giudici, gente di potere... Sì, questi gruppi satanici sono indubbiamente coinvolti nel traffico di droga, nella prostituzione minorile, nella pornografia e nella produzione di “snuff-film”... Ho raccolto testimonianze di bambini di otto, nove anni. Avevano disegnato cose orribili: gente, fuoco, un bambino nel fuoco, feticci satanici, bambini torturati. Come può un bambino immaginare cose simili se non le ha vissute?” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).

L’inchiesta del Washington Times.

Il perché questi orrendi crimini, nella stragrande maggioranza dei casi, restano impuniti e si fa poco a livello di indagini sarebbe dovuto al fatto, sempre secondo Gunderson, che manca la volontà politica. La legge non è severa, perché questi gruppi hanno protezioni ad alto livello. Negli USA si “discute su due scandali legati alla prostituzione infantile: droga-party con la partecipazione di bambini ed uccisioni in diretta per produrre snuff-film, che hanno coinvolto politici... molto vicini alla Casa Bianca. I servizi segreti, che dipendono direttamente dal presidente, sono intervenuti insabbiando le indagini, le vittime sono finite in prigione e i testimoni sono scomparsi e morti in strani incidenti o suicidi” (Ibid.). Il giornalista Paul Rodriguez del “Washington Times”, dopo una lunga e delicata indagine affermò: “Sono riuscito a provare che personaggi legati alla Casa Bianca e ai servizi gestivano una rete di ragazzi di vita, ho trovato molti documenti che provano il coinvolgimento di Craig Spence - probabile ex agente della Cia, legato agli ambienti dei servizi della Casa Bianca, ex direttore dello staff di George Bush e figura chiave nello scandalo Iran-Contras - nell’organizzazione di party gay e di pedofili. Dalle prove emerge il nome di un altro deputato, Barry Franks. Ci abbiamo lavorato in quattro per oltre un anno e le informazioni raccolte sono agghiaccianti. L’FBI è stato estromesso dalle indagini e del caso si sono occupati i servizi segreti che dipendono direttamente dalla Casa Bianca. E tutto ciò è molto strano. La rete criminale aveva legami sia con esponenti repubblicani che democratici e si estendeva da New York alla Pensilvania, dal Nebraska alla California. Il reclutamento dei ragazzi avveniva in molti modi, alcuni venivano rapiti per strada e poi detenuti in fattorie particolari. E’ un business imponente, prendono i bambini scappati di casa, negli istituti di adozione, nei campeggi...” (Ibid.).

Rodriguez editorialista del “Washington Times”, ha svolto indagini per alcuni mesi, prima di sparare in prima pagina del suo giornale articoli di fuoco su una rete di ragazzi “di vita” che coinvolgeva deputati e vip legati a Ronald Reagan e George Bush. “Sesso in vendita in un appartamento di un deputato”, “Il servizio segreto insabbia l’inchiesta sui prostituti dei vip”, “Ragazzi di vita portati in un tour di mezzanotte alla Casa Bianca”: questi i titoli del Washington Times”. (Ibid.). Dopo alcuni articoli Rodriguez mollò misteriosamente l’indagine.

Pezzi di ricambio umani.

Vi è, addirittura, anche un mercato di “pezzi di ricambio” umani. Vengono inviati ai possibili clienti veri e propri cataloghi di organi, che dovrebbero servire o come feticci umani per riti satanici o, in altri casi, per corroborare il traffico internazionale clandestino dei trapianti. “Centinaia di minorenni, maschi e femmine, spariscono ogni anno. Molti finiscono all’estero, nel mercato delle adozioni clandestine. Molti finiscono nel circuito della pedofilia e della pornografia” (“Visto”, 8/11/1996). Così ha denunciato la parlamentare Rosario Godoy de Osejo, fondatrice di un “Comitato per i bambini scomparsi” e prosegue: “Ho il sospetto che la ragione della scomparsa possa essere il prelievo di giovani e sani organi da vendere nei paesi ricchi. Se le cose stanno così, è facile capire che fine fanno questi bambini una volta ‘esportati’ “. Fatti allucinanti.

Piccole cavie da cui espiantare organi.

Non è, infatti, neppure una “leggenda urbana” quella del supermarket degli organi di giovani cadaveri, ma una realtà agghiacciante. La “Gazzetta del Sud” di Venerdì 25 Agosto 1995, al proposito, scriveva: “L’Onu ha denunciato, in forma ufficiale, il traffico di bambini che si svolge, con queste finalità, in alcuni paesi. (…). La commissione delle Nazioni Unite ha esaminato, in questi ultimi tempi, un numero imprecisato di testimonianze, documenti scritti e anche video, forniti dalle organizzazioni per la protezione del fanciullo, dai quali risulterebbe che i reati, da sempre negati energicamente dai paesi interessati, vengono commessi… Un portavoce della commissione si è rifiutato di fare il nome dei paesi sospetti”. Eric Sottas direttore di “Torture International” ha ricordato fatti orribili, come i 1395 giovani malati, spariti, in Argentina, dall’ospedale psichiatrico di La Colonia Montes de Oca, vicino Buonos Aires, come ha denunciato, con documentazione ineccepibile, la giornalista investigativa francese Marie Monique Robin. Sottas ha anche rammentato il ritrovamento, nelle celle frigorifero della camera mortuaria della Facoltà di Medicina, dell’Università di Barranquilla, Colombia, di numerosissimi corpi, dai quali erano stati espiantati organi destinati a corroborare il traffico  dei trapianti.

Un pozzo di orrori che sembra non avere mai fine. “Anche Baby Doc, l’ex dittatore di Haiti, si sarebbe arricchito commerciando cadaveri freschi e organi congelati. Coloro che ricevevano gli organi da trapiantare erano cliniche statunitensi e istituti americani universitari o di ricerca. (...). Anche in Guatemala vi è stato un traffico di bambini venduti agli USA per trapianti (‘Corriere del Ticino’, 6 marzo1987. ‘Gente’, 20 marzo1987) mentre quanto accaduto in Honduras è stato confermato dalle agenzie di stampa (Agenzie ATS, ANSA, APP, e ‘Corriere del Ticino’, 5 gennaio 1987). In Colombia i bambini vengono rapiti mentre giocano sulla strada, portati in laboratori dove vengono loro estirpati gli occhi e poi rimessi in libertà dopo opportuna medicazione (Agenzia AGI-EFE, giugno 1987). In una colonia tedesca del Cile alcune sperimentazioni mediche, soprattutto manipolazioni genetiche, sarebbero praticate su bambini e adolescenti... (‘Libération’, 7 dicembre 1987)” (Milly Schar-Manzoli, Manuale di difesa immunologica, Meb, Padova 1988).

Cadaverini da smembrare o da mangiare.

Dagli Stati Uniti ci arrivano notizie di “interesse scientifico” semplicemente assurde. Ecco quanto pubblicava il quotidiano “La Repubblica” (del 23 novembre 1994) in merito alla “tecnica” messa appunto da ricercatori dell’Università dell’Indiana (USA): “Un cuore nuovo? Meglio rinnovare il vecchio organo, evitando il trapianto… La possibilità ora c’è: le cellule del cuore dell’embrione. Impiantate nel muscolo cardiaco adulto, si moltiplicano e, poi, si saldano con le vecchie, portando all’organo malato la forza e la longevità delle cellule giovani. E per ridurre ulteriormente i rischi di rigetto, quasi a zero, le cellule nuove potrebbero essere prelevate dal figlio del ricevente, un embrione creato in provetta col seme del paziente e l’ovulo della madre. Nella impossibilità di adottare tale sistema – che è in assoluto il più valido – si può ripiegare sull’ovulo di un’anonima donatrice, in modo che le cellule siano per metà geneticamente identiche”. Se qualcheduno non lo avesse ancora capito, la raccomandazione “scientifica” è che, se si vuole dare più tono al proprio cuore invecchiato, occorre soltanto generare un figlio e poi ucciderlo per farsi innestare le sue giovani cellule nel proprio vecchio cuore. Da inorridire.

Ma non è tutto, si possono anche integrare le diete e con grande giovamento, con feti abortiti. Increduli? Ecco quanto scrive P. Andrea nel suo “Onan il grande peccato ieri e oggi” (Salus Infirmorum, Padova – Edizioni Pater, L’Aquila, 1996) citando il quotidiano “Avvenire” del 5 maggio 1995: “Feti abortiti usati come integratori alimentari per garantire ‘pelle morbida e un corpo più forte’. Cadaverini utilizzati in cucina per farne ‘zuppe ottime per la salute’. Sembra essere questa l’ultima ‘novità’ dietetica in voga in Cina, almeno a quanto rivelato, nei giorni scorsi, da un’agghiacciante inchiesta pubblicata dal quotidiano di Hong Kong Express Extra…”.

Se è pur vero che il sistema mediologico non serve a far sapere la realtà, ma a creare un rumore di fondo omologante (la logica omologante presiede alla globalizzazione del mondo) in cui tutti pensino allo stesso modo e a far credere alla gente che viviamo in un mondo trasparente, pulito, dove non c’è nulla da nascondere, di tanto in tanto, tuttavia, nella baraonda delle notizie, appiccicate alla rinfusa sui quotidiani, energono fatti tremendi: “Piccole cavie. Gran Bretagna, 28 bambini uccisi per sperimentare un ‘nuovo trattamento’ “. Ecco quanto pubblica “Il Manifesto” del 9 Maggio 2000. In breve l’agghiacciante notizia: “Neonati prematuri alla stregua di porcellini d’india, utilizzati per sperimentare un nuovo ventilatore da incubatrice: tutto questo è accaduto in Gran Bretagna, in un ospedale del nord del paese. Risultato: 28 bambini deceduti, altri 15 con danni cerebrali permanenti, su un totale di 122 bambini sottoposti al ‘nuovo’ trattamento. Questo tremendo bilancio emerge dal rapporto di una speciale commissione d’inchiesta ordinata dal ministro della sanità britannica, per indagare sui fatti avvenuti nel North Staffordshire Hospital di Stoke-on Trent tra il 1989 e il 1993”.

Chi indaga sui traffici di organi muore.

Nel maggio 1996 il giornalista francese Xavier Gautier de “Le Figaro” viene trovato impiccato alle Baleari, nella sua residenza estiva. Una morte avvolta nel più fitto mistero. Gli investigatori spagnoli, poi, parleranno di suicidio. Gautier, prima di partire per le vacanze, aveva lavorato ad una lunga inchiesta su un presunto traffico di organi dalla Bosnia ad una nota clinica dell’Italia del nord.

L’ex ministro per la Famiglia Antonio Guidi aveva avvisato:  “Il fenomeno è mondiale. Ma l’Italia, così com’è stata ed è un luogo di passaggio delle droghe, adesso è un punto di transito di bambini a rischio... Arrivano dai Paesi in guerra dell’Est, da quelli poveri dell’Africa. Parecchi di loro - chi può individuarne il numero? - sono destinati ad essere carne di riserva per i ricchi. Piccoli depositi di organi per i figli di chi ha denaro”. Guidi alla domanda se alcuni di questi bambini venivano mutilati, per conseguenti trapianti in Italia, aveva risposto: “In Italia, no. E’ impossibile. Ma attraversano le nostre terre come uccelli migratori, il cui destino è di essere abbattuti” (”Il Giornale”, 4 settembre 1995).

Le accuse fatte all’Italia.

Eppure l’Italia, scrive Giangiacomo Foà, è stata denunciata “dall’autorevole quotidiano La Nacion di Buenos Aires che in un articolo di fondo si fa eco delle accuse di don Paul Baurell, professore di Teologia dell’Università di San Paolo, e delle denunce fatte il primo agosto 1991 a Ginevra da René Bridel, rappresentante nelle Nazioni Unite dell’Associazione internazionale giuristi per la difesa della democrazia. (…). All’articolo di fondo de La Nation ha fatto eco O Globo di Rio che ci definisce ‘i maggiori importatori di bimbi brasiliani’. Il corrispondente di O Globo a Roma  afferma: ‘L’Italia è il più importante compratore di bambini…’. (...). Anche in Perù la stampa ci accusa. Da mesi il quotidiano La Repubblica di Lima denuncia, con nome e cognome, coniugi italiani che sono arrivati in Perù per comprare bambini di pochi mesi o di pochi anni. Negli ultimi tempi avremmo ‘importato’ 1.500 piccoli peruviani, molti dei quali - secondo la stampa di Lima - sarebbero stati poi assassinati per asportare i loro organi per trapianti” (”Corriere della Sera”, 7 settembre 1991).

Quello dei bambini rapiti, schiavizzati, violentati, costretti a prostituirsi, immolati a Satana o uccisi per espiantare i loro organi è un orrore su scala planetaria. Eppure si continua a fare poco o nulla. Giornali e televisione non denunciano il problema in tutta la sua reale gravità. Ne parlano poco e male, di tanto in tanto. I pericoli per i giovanissimi, come si è visto, vengono da più fronti, non ultima è la constatazione che, sul nostro pianeta, aumentano sempre di più le sètte dedite al culto del diavolo. Lo stesso Guidi aveva avvertito: “Alle soglie del 2000 si sta addirittura registrando un aumento di riti ‘religiosi’, mi raccomando le virgolette, che prevedono anche il sacrificio umano di bambini” (”L’Italia settimanale”, 15 settembre 1995).

RAPPORTO DI TELEFONO ARCOBALENO

Presentato il Rapporto dell’Osservatorio Internazionale di Telefono Arcobaleno sulla pedofilia e la pedopornografia online.

I dati, che si riferiscono al periodo tra il 2003 e il 2007, fotografano una realtà in crescita (nel quinquennio, si è registrato un incremento del 131%), oltre che un’Europa “in prima linea”. Nel senso negativo, però, visto che tra le tabelle del Report Monitoraggio risultano tristi primati.

È di razza europea, infatti, il 92% dei bambini sfruttati, così come il 61% dei fruitori della pedofilia in internet e l’86% dei materiali pedofili allocati in rete.

Riguardo alla domanda, l’uso e l’acquisto di questi ultimi, in Italia, per esempio, pur non circolando dal 2003 siti di questo tipo, si è registrato un alto coinvolgimento. Da un confronto delle percentuali, si è passati da un 2,25% di utenti nel 2004 al 6,14% nell’anno appena concluso.

Nel mondo, sono state 39.418 le segnalazioni nel 2007, che vuol dire 3000 al mese, 300 in un giorno; il primo posto se l’è aggiudicato la Germania con un totale di 25.599.

Tuttavia, grazie all’incessante e prezioso lavoro dell’Associazione che da 12 anni collabora attivamente con le forze di polizia nazionali e internazionali, il 99,01% di questi siti, nello scorso anno, è stato chiuso.

Lo dichiara il Presidente Giovanni Arena, commentando il dato come “nota positiva” a cui, purtroppo, si aggiungono numeri e notizie meno rassicuranti.

In effetti, come si legge nel Rapporto completo, relativo alla mappatura del fenomeno pedofilo in rete nel quinquennio 2003-2007 (disponibile sul sito di  Telefono Arcobaleno, (www.telefonoarcobaleno.org), un altro problema riscontrato negli ultimi anni è quello relativo al pedobusiness che è «indice del terribile meccanismo economico di produzione/offerta/consumo che alimenta il circuito perverso e criminale della domanda di nuovi materiali e della loro produzione e distribuzione».

Cifre da capogiro quelle che ruotano attorno allo sfruttamento sessuale dei bambini su Internet. Si stima un valore di 4 miliardi di dollari l’anno - e che devono far riflettere, oltre che richiedere (soprattutto ai genitori) seri accorgimenti.

Già solo il fatto che l’età media dei bambini sfruttati, stimata da Telefono Arcobaleno, sia passata dai 10 anni del 2003 ai 7 anni del 2007 è allarmante, e altrettanto lo sono i 400 clienti giornalieri di un sito pedopornografico, il cui accesso costa mediamente 80 dollari, fruttando 34mila dollari al giorno.

L’INSOSPETTABILE INTERNAZIONALE DELLA PEDOFILIA

Secondo le stime ufficiali ogni anno scompaiono in Italia 1000 bambini. 100.000 nel mondo. Circolano enormi quantitativi di agghiaccianti video, in cui i bambini vengono stuprati, per poi essere uccisi.  "Perché dal vivo è più eccitante che per finta".

Come è possibile tutto questo? Chi copre questi traffici perversi e infernali?

È un business imponente, senza confini geografici, che vede l'Italia al primo posto nel mondo come Paese nel mercimonio dei bambini.

Pedofilo letteralmente significa "innamorato dei fanciulli", seppure il termine denoti in realtà solo depravazione sessuale, violenza, desiderio di dominio e viltà. 

I piccoli seviziati, stuprati, uccisi e filmati nei video messi in commercio dalla potente multinazionale dei pedofili, ben protetta dai governi di tutto il mondo, sono lo specchio di una società altamente disinformata e ormai assuefatta ad ogni forma di brutalità.

Il turpe traffico con diramazioni internazionali e basi in tutta Italia è il volto mostruoso di un mondo che abusa dei bambini in ogni modo possibile.

L'agonia e la morte di bambini per soddisfare il piacere perverso di tanti altri mostri pronti a pagare per i materiali pornopedofili.

Una tragedia immane, che dilaga sempre di più ovunque.

Le stime esatte delle giovanissime vittime sono impossibili, tuttavia le videocassette del commercio più turpe di tutti i tempi, che va dalla prostituzione forzata minorile al turismo sessuale, al sadismo, fino all'infanticidio a scopo di piacere, sono commercializzate in tutti i Paesi del mondo.

Traffici, dietro ai quali opera la multinazionale dei pedofili, che interagisce con le varie mafie internazionali ed organizzazioni criminali, che controllano i mercati del traffico d'armi, stupefacenti, materiali nucleari, rifiuti tossici, organi umani e sfruttamento di giovani donne e bambini, ridotti in stato di schiavitù.

Tutto ciò con il compiacente avvallo dei governi e della magistratura, troppo spesso inerti e indulgenti con i pedofili, come ad esempio dimostrato dall'eclatante caso di Re Baldovino del Belgio, il quale concesse la grazia a Marc Dutroux,  al secolo "il mostro di Marcinelle", rimuovendo il coraggioso magistrato che spezzando l'omertoso clima di connivenze aveva liberato le due sorelline dalla prigione in cui erano state segregate. Prigione in cui i bambini rapiti subivano turpi riti e sevizie prima di venire uccisi, da parte di influenti uomini d'affari e politici vicini all'establishment.

Pratica, purtroppo, molto più diffusa di quello che possiamo immaginare, in molti Paesi occidentali, dall'Italia agli Stati Uniti d'America e alla civile Inghilterra.

Don Fortunato, il coraggioso sacerdote antipedofili del telefono Arcobaleno, alcuni anni fa già ebbe a denunciare le connivenze e il clima di forti resistenze del Parlamento italiano a contrastare il turpe fenomeno della pedofilia. Lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia minorile negli ultimi cinque anni sono più che raddoppiati: il 2007 si attesta come anno record della pedofilia on line, con un incremento del 131% rispetto al quinquennio precedente. L'Europa è ormai l'epicentro assoluto di questo crimine e lo scenario dove si consumano in maniera prevalente tutti i passaggi dell'industria pedofila (Report sulla pedofilia on line 2007 di Telefono Arcobaleno).

Analoga situazione viene descritta da Maurizio Blondet in una intervista apparsa anni orsono su "Teologica" (settembre-ottobre 1996), a proposito degli Stati Uniti d'America, dove nelle macabre violenze pedofile sarebbero coinvolti personaggi molto potenti vicini al Pentagono, come a suo tempo riferito anche da autorevoli  fonti giornalistiche locali che parlavano di "strani riti e violenze su bambini in un isola vicino a Washington, in un sottofondo di magia nera, da parte di personaggi molto potenti vicini al Pentagono"(www.disinformazione.it/pedofilia.htm).

Per quanto concerne l'Inghilterra, Dianne Core, responsabile dell'Istituto Childwatch (Associazione di assistenza e protezione dei minori), ha denunciato connubi dei satanisti con lobby politiche che tendono a coprire le loro efferatezze. La dott.ssa Core ha, tra l'altro, affermato: "Purtroppo non abbiamo ancora individuato il vertice della gerarchia che controlla il satanismo in Gran Bretagna. ...godono di protezioni ad altissimo livello". Pedofili satanisti sono presenti anche a Londra. Il "Corriere della Sera" del 18 marzo 1990, denuncia: "Londra. Bambini torturati e violentati nel corso di riti satanici, feti estratti a forza dal ventre di madri minorenni e immolati... Ai confini della realtà suonano, infatti, i racconti di bambine e adolescenti offerte agli alti sacerdoti di una sètta e ai loro adepti per essere violentate. Una volta gravide, le piccole verrebbero costrette ad abortire e il feto di quattro mesi sacrificato per la purificazione dei satanisti che ne berrebbero il sangue o se ne ciberebbero. ...Un'inchiesta condotta da 66 gruppi di ricerca della ‘Società nazionale per la prevenzione della crudeltà contro i bambini' nel Regno Unito conferma l'esistenza di tali pratiche...".

La pedofilia punta verso il coinvolgimento di una rete organizzata di criminali che controllano e condizionano ad alti livelli i sistemi legali delle nazioni del mondo.

Le indagini vengono, quasi sempre, insabbiate, vi è come una congiura del silenzio, coperture misteriose, su cui nessuno vuole indagare, preferendo far passare le piccole vittime e i genitori che denunciano le violenze come visionari.

Ogni più clamorosa inchiesta condotta con la massima diligenza dalle forze dell'Ordine e dai P.M. viene demolita e/o vanificata, facendo spesso svanire nel nulla anni di lavoro investigativo e incontrovertibili perizie medico-legali e prove che in molti casi coinvolgono personaggi insospettabili: ecclesiastici, parlamentari, diplomatici, professori universitari,  medici,  alti magistrati, gente dello spettacolo, etc. Insomma, spazzatura umana che continua a fare scempio della purezza dei bambini, rimanendo per lo più impunita.

La storia dell'impunità dei crimini contro i bambini è storia di tutti i giorni.

Ricordiamo nella buia storia della Chiesa "I legionari di Cristo" che ignorarono le responsabilità pedofile di Marcel Macial Decollando, glorificandolo.

Nel 2001, l'allora Cardnale Ratzinger impose che nei  casi di abusi sessuali su minori cadesse il segreto pontificio, avocando alla propria congregazione per la fede il diritto esclusivo sulle indagini.

Nel 2006, dopo aver sottomesso le risultanze delle investigazioni ad attento studio,  la congregazione per la dottrina della fede, tenendo conto dell'età avanzata del reverendo e della sua salute cagionevole, decise di inviare il padre ad una vita riservata di preghiera e di penitenza deferendolo da  ogni ministero pubblico.

Ratzinger afferma sempre nella lettera del 2001 che il sacerdote pedofilo non deve essere consegnato alla legge penale del paese in cui delinque, ma va semplicemente spostato e sostenuto.

E che dire del caso della "scuola materna di Brescia"  vicina alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita, che mobilitò le più alte sfere della locale Curia per respingere l'accusa che esista una vasta rete criminale pedofila che ha un importante snodo a Brescia, conclusosi con la scandalosa assoluzione di tutti gli imputati perché "il fatto non sussiste"...? Alla conclusione del cui processo lo scorso aprile 2007, Marco Marchese, presidente dell'Associazione per la Mobilitazione Sociale Onlus, impegnata a dare voce alle vittime della pedofilia, si chiese cosa bisognasse mai fare "per dimostrare ad un giudice di aver subito un abuso pedofilo!", ipotizzando vigere nella specie il principio di san Tommaso: "se non vedo non credo".

Invero, a Brescia come altrove, è in gioco la credibilità del sistema educativo di una intera città, delle sue strutture sociali, la vocazione e l'immagine della Chiesa che a Brescia da quindici secoli ne costituisce l'anima istituzionale, politica e spirituale.

Una macchina sociale che rischia insomma di sgretolarsi per aver tradito i suoi figli: cosa che il potere non può permettere.

Difficile pensare che non sia successo nulla, impossibile ammettere che sia successo qualcosa. E allora la soluzione è una sola: aggiustare il processo e assolvere tutti...

Meglio credere che i bambini che raccontano di essere stati portati fuori dalla scuola e costretti a "giocare" con altri adulti e da questi fotografati si siano inventati tutto. Parroci che si difendono dal pulpito, sacerdoti che conducono inchieste parallele, associazioni antipedofilia che denunciano silenzi e connivenze.

In mezzo a tutto questo bailamme 23 bambini dai tre ai cinque anni e 21 famiglie rimangono travolti da una storia troppo grande per loro. I genitori schiacciati tra spese legali e terapeutiche e le motivazioni di una sentenza che costituisce una duplice violenza.

La stessa triste storia sembra oggi ripetersi alla scuola elementare di Rignano Flaminio. 

Le  famiglie di questo piccolo paese situato alle porte di Roma, dove ogni mattina i genitori affidano i propri figli alle cure delle istituzioni scolastiche, pensando che questo sia il luogo più sicuro e di maggiore valore educativo; e, dove, invece, un brutto giorno, come tanti,  all'ora d'entrata, a spezzare l'apparente normalità, fuori dalla scuola ci sono due camionette di carabinieri.

La città si divide. La magistratura si divide. 

Le piccole vittime non ne hanno bisogno. Lo sono già. Dentro.

Il problema non è ovviamente tra innocentisti e colpevolisti.

Ma capire perchè certi fatti accadano.

Da quali criteri sono ispirate le indagini e da quali valori, interessi ed  ideologie le giurie dei tribunali

Fatto questo non dovrebbe essere così difficile stabilire se siano gli educatori ad essere pedofili e cattivi maestri o i genitori a essere nevrotici e psicotici in quel di Rignano Flaminio?

Nè, tantomeno, capire se un bambino possa essersi immaginato cose così precise e turpi se non le ha vissute?

Anche in questo caso, come a Brescia, è  arduo credere non sia successo nulla e  che tanti bambini e genitori siano affetti da sindromi collettive di mitomania e fantasticherie.

Ma è sempre in gioco la credibilità del potere e dei colletti bianchi, oltre che dei pedofili. E' quindi probabile che tutto verrà messo a tacere come a Brescia e il processo si concluderà con un'altra scandalosa assoluzione, come già lascia presagire l'esito della decisione del Tribunale del Riesame.

Ciò che è certo e non trova giustificazioni è che sedici bambini innocenti (loro si lo sono di sicuro) sono a rischio psichico, presentano aggressività comportamentale e aspetti dissociativi del pensiero e regressivi a livello della gestualità del tratto relazionale. Queste  le gravi patologie rilevate dal consulente della Procura di Tivoli, dopo un attento e scrupolo studio, a cui il Tribunale del riesame sulla spinta emotiva di un movimento di opinione e di probabili pressioni, non ha dato il necessario credito che meritavano.

Per altro verso, non bisogna dimenticare, perché questi non mancano, gli errori giudiziari nei casi di sospetta pedofilia.

Uno dei casi più famosi è quello del P.M. di Milano, dr. Forno, che accusò un padre di avere violentato il proprio figlio, basandosi su perizie medico-legali superficiali sul bambino di meno di tre anni, che poi si scoprì soffrire di una forma tumorale congenita al retto, a seguito della quale poi morì.

Il padre fu trattato da mostro e sbattuto in galera e ovviamente nessun risarcimento potrà mai colmare il danno subito.

Ora il dubbio dell'errore giudiziario e della psicosi collettiva della pedofilia potrebbe essere quella di Rignano Flaminio.

Innocenti o colpevoli? Curare le cause o gli effetti?

A voi libera sentenza.

BARRIERE ARCHITETTONICHE

Molte persone con ridotte capacità motorie, visive o uditive, si trovano, purtroppo, ad essere ancora in parte discriminati, poiché uno scalino o la larghezza di una porta o il bagno inadeguato sono loro di impedimento nelle varie occasioni di vita sociale.

L'eliminazione delle barriere architettoniche è un diritto del cittadino sancito dall'art. 2 della Costituzione.

Con la legge n. 13 del 1989, sono state introdotte tre condizioni, che dovrebbero essere rispettate per qualsiasi edificio residenziale pubblico e privato:

l’accessibilità; l’adattabilità, la visitabilità.

Invece, nelle nostre città italiane, per mancanza di leggi che estendano l'applicazione della suddetta norma a tutti gli edifici aperti al pubblico e alle aree pubbliche stanziali e di pubblico transito, sono ancora presenti tante barriere architettoniche.

E’ scandaloso, però, che a violare le leggi e i diritti dei disabili sono proprio gli impedimenti esistenti presso i Tribunali e gli Uffici dei Giudici di Pace.

Alcuni Tribunali, per esempio, andrebbero chiusi immediatamente e i responsabili rimossi dall’incarico.

Essi, uguali a tanti altri Uffici Giudiziari Italiani:

impediscono l’accesso ai disabili, sia quando sono parti nel processo, sia quando sono testimoni;

sono inadatti all’attesa dei disabili durante le tante ore delle udienze;

sono mancanti di qualsivoglia servizio igienico, sia per i disabili sia per i non disabili.

Identica cosa è per gli Uffici Comunali di tanti paesi e città d’Italia.

Naturalmente, i disabili, come altre categorie deboli, non hanno rappresentanti politici e sindacali che li tutelano, quindi, anche loro, devono subire e tacere.

Per questi motivi abbiamo promosso una campagna contro le barriere architettoniche presso tutte le strutture pubbliche e private, siano essi di stanziamento o di transito.

EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE, FONDI A PERDERE.

SOLO IL 10 % AGLI AVENTI DIRITTO

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, denuncia l’ennesima anomalia a danno dei più deboli. La Giunta Regionale ha dato avvio a fine febbraio, con la prima presa d’atto del disegno di legge presentato dall’Assessore Elena Gentile, al percorso per la formazione della nuova legge regionale per l’integrazione culturale e l’inclusione sociale degli immigrati in Puglia.

L’iniziativa può sembrare meritevole, se non ci si scontrasse con la realtà dei dati.

Si manifesta la volontà di includere socialmente gli immigrati extracomunitari in Puglia e poi si è incapaci, per dolo o per colpa, di accogliere i nostri emigranti pugliesi di rientro.

Dal Bollettino Ufficiale della Regione Puglia - n. 169 del 28-11-2007 si legge la Deliberazione della Giunta Regionale del 31 ottobre 2007, n. 1810.

La deliberazione riguarda il Piano 2007 degli “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” (Legge regionale n. 23/2000 – Regolamento regionale n. 8/2001 di attuazione della Legge regionale n. 23/2000). Dai criteri di ripartizione delle risorse si rileva il “BAZAR DEL TRUCCO”, le cui anomalie sono state oggetto di una denuncia penale da parte di alcuni emigranti pugliesi rientrati in patria.

I contributi economici una tantum per emigrati pugliesi che rientrano in Puglia, secondo i criteri e le modalità in vigore ai sensi della D.G.R. 1638/2005, riguardano contributi per acquisto prima casa, affitto e ristrutturazione immobili di proprietà e contributi per l'avvio e il potenziamento di attività produttive (artigianali, agricole, manifatturiere,ecc..). I contributi previsti sono pari a euro 170.000,00 a fronte di euro 1.419.265,00 previsti per tutto il piano di interventi.

Premettendo che molti uffici comunali non sono a conoscenza dei benefici a favore degli emigranti, in modo da rendere il contributo conosciuto e fruibile, è scandaloso che un piano di intervento per gli emigranti preveda proprio a loro favore solo il 10 % circa, da impiegare per il reinserimento abitativo e produttivo di corregionali pugliesi, mentre tutto il resto va ad una ripartizione che suscita qualche perplessità.

Non è diffamazione dire che “c’azzecca” il piano 2007 chiamato “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” con i cittadini pugliesi nel mondo. Agli emigranti che vogliono rientrare è destinata la infima somma di 170.000 euro a fronte di 1.420.000. Poteva essere chiamato benissimo “Piano 2007 per interventi di propaganda e promozione del sistema Puglia.”

La logica chiama il ragionamento:

1.250.000 euro per eventi culturali, gemellaggi, ed altro, cosa vuol significare se non eventi festaioli, a cui qualcuno partecipa, spesso viaggiando.

COSA E' LA POVERTA'

La povertà è fame: sei impossibilitato a sfamare te e la tua famiglia.

La povertà è solitudine: non puoi avere una famiglia.

La povertà è emarginazione: non puoi avere amici.

La povertà è sporcizia: sei impossibilitato a lavarti e ad adottare le più elementari forme di igiene.

La povertà è vivere senza un tetto o in abitazioni insalubri.

La povertà è vivere con vestiti logori e sporchi.

La povertà è malattia: sei impossibilitato a curare te e la tua famiglia.

La povertà è ignoranza: non puoi far studiare te e i tuoi figli per migliorare il futuro.

La povertà è sopraffazione: non puoi difenderti da accuse penali infamanti.

La povertà è staticità: non puoi viaggiare per fuggire.

La povertà è non avere potere e non essere rappresentati adeguatamente.

La povertà è mancanza di libertà e di dignità.

La povertà è silenzio: nessuno ti scolta, anche se hai tanto da insegnare.

La povertà assume volti diversi, volti che cambiano nei luoghi e nel tempo, ed è stata descritta in molti modi.

La povertà è una situazione da cui la gente vuole evadere con qualsiasi mezzo e compromesso.

La povertà è essere indifeso, quindi vittima di sopraffazione ed ingiustizie altrui.

Per capire come si può ridurre la povertà, per capire ciò che contribuisce o meno ad alleviarla e per capire come cambia nel tempo, bisogna vivere la povertà.

Dato che la povertà ha tante dimensioni, deve essere osservata mediante una serie di indicatori; indicatori dei livelli di reddito e di consumo, indicatori sociali ed anche indicatori della vulnerabilità e del livello di accesso alla società e alla vita politica.

La disoccupazione è la condizione di mancanza di un lavoro per una persona in età da lavoro (da 15 a 74 anni) che lo cerchi attivamente, sia perché ha perso il lavoro che svolgeva (disoccupato in senso stretto), sia perché è in cerca della prima occupazione (inoccupato).

Molti provvedimenti di politica economica sono finalizzati a far diminuire il tasso naturale di disoccupazione: gli uffici di collocamento, politiche pubbliche di riqualificazione professionale.

In caso di cessazione del rapporto di lavoro per scadenza del termine, per licenziamento e per alcuni casi di dimissioni, al lavoratore spetta un sostegno economico: l'indennità di disoccupazione ordinaria. Al disoccupato viene corrisposta l’indennità per un periodo di 8 mesi che diventano 12 per i lavoratori che hanno superato i 50 anni. Ai lavoratori che sono stati sospesi, spetta invece il contributo per un massimo di 65 giorni.

L’indennità è pari al 40% della retribuzione media percepita nei 3 mesi precedenti l'inizio della disoccupazione.

La Cassa integrazione guadagni (CIG) è un istituto previsto dalla legge, consistente in una prestazione economica (erogata dall’Inps) in favore dei lavoratori sospesi dall'obbligo di eseguire la prestazione lavorativa o che lavorano a orario ridotto.

L'art. 1 della legge 20 maggio 1975, n. 164, aggiorna i presupposti applicativi della CIG alla precaria situazione socio-economica degli anni 70, prevedendo interventi di integrazione salariale in favore degli operai dipendenti da imprese industriali che siano sospesi dal lavoro o effettuino prestazioni di lavoro a orario ridotto, e precisamente:

COME SI VEDE, GLI INOCCUPATI NON HANNO ASSOLUTAMENTE ALCUNA TUTELA, MENTRE I DISOCCUPATI O I SOSPESI HANNO TUTELE RIDOTTE E TEMPORALI.

In questo stato di cose si è disposti a tutto per superare le difficoltà.

Non ci si deve stupire se, in situazioni disperate permanenti, sia usuale la prostituzione morale (a volte fisica) e l’assoggettamento e la prostrazione schiavizzante nei confronti dei centri di potere, che riconoscono discrezionalmente i diritti solo per alcuni, come se elargissero favori.

Famiglie, il 5% senza soldi per cibo.

Peggiorano le condizioni di reddito e di vita degli italiani: il 15,4% delle famiglie ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà a fine mese e il 32,9% di non essere in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700 euro. Il 5,3% delle famiglie ha avuto momenti di insufficienti risorse per l'acquisto di cibo, l'11,1% per le spese mediche e il 16,9% per l'acquisto di abiti necessari. Lo rivela l'Istat.

Non solo, ben il 50% delle famiglie del Belpaese vive con meno di 2mila euro al mese.

Tutti gli indicatori rilevati dall'istituto di statistica, nell'indagine annuale su un campione di ventottomila famiglie, mostrano un peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie. Già prima, quindi, della crisi economica, per gli esperti dell'Istituto di statistica, le famiglie hanno iniziato a vivere una ''fase particolarmente critica''.

Condizioni di difficoltà che riguardano in particolare i nuclei familiari con tre o più figli, gli anziani soli soprattutto se donne, e le famiglie mono-genitore in particolare per le donne sole divorziate o vedove.

Il 32,9% delle famiglie ha dichiarato di non essere in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro. Sale al 10,7% la quota di famiglie che ha avuto difficoltà nel riscaldare adeguatamente la propria abitazione.

L'Istat giudica ''non trascurabili'' le percentuali di famiglie che hanno registrato difficoltà relative a beni di prima necessità: oltre al dato sugli alimentari, è salito all'11,1% la quota di famiglie che ha avuto momenti con insufficienti risorse per le spese mediche, mentre sale al 16,9% il numero di famiglie che ha avuto difficoltà per l'acquisto di abiti necessari.

Al sud e nelle isole l'Istat registra ''segnali di disagio particolarmente marcati rispetto al resto del paese'', con il 22% delle famiglie che ''arriva con grande difficoltà alla fine del mese'' ed il 46,4% che ''dichiara di non poter far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro''.

I disagi maggiori in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Al Nord la regione fanalino di coda è il Piemonte mentre al centro è il Lazio.

Avere fame. E dover scegliere tra comprare da mangiare o pagare l’affitto.

Famiglie con bimbi piccoli, anziani soli, giovani coppie o inquilini che vivono da single, che non hanno reddito o che hanno stipendi o pensioni non da sogno, ma da incubo. Molte persone non vogliono, per vergogna, parlarne. Fino a quando, però, la situazione degenera, e la richiesta di aiuto è imprescindibile. Stimiamo che la media degli inquilini, paghi oltre 800 euro al mese di affitto, nella migliore delle ipotesi, spesso a fronte di una bilancio mensile, stipendio o pensione che sia, sui 1.000 euro. Come si fa a stare a galla in situazioni del genere? Si affonda, infatti.

Ma c’è un’altra realtà. Dalle pagine de “Il Giornale” l’inchiesta sulla “mala gestio” delle case popolari. Centomila senza casa: colpa degli abusivi. Sono più di 40mila gli alloggi popolari occupati illegalmente in Italia, alcuni da oltre 30 anni E intanto 600mila famiglie, regolarmente iscritte nelle graduatorie, aspettano un tetto.

Nel quartiere tutti la chiamavano «la padrona». Ufficialmente Cristiana Petriacci era nullatenente, eppure vendeva più case di un immobiliarista di successo. Il problema è che quegli appartamenti erano di proprietà dell’Ater, l’azienda che gestisce le case popolari di Roma. A inizio dicembre la padrona del Testaccio, che tra un «contratto» e l’altro gestiva anche un giro di prostitute, è finita in carcere. Ma in giro per l’Italia sono migliaia i «padroni» di alloggi pubblici. Basta trovare un appartamento vuoto – magari in manutenzione da anni, oppure già pronto per la famiglia che ne ha diritto, attesa per il giorno successivo –, sfondare il portoncino e portar dentro un materasso. Alla Barona, periferia sudovest di Milano, i Valliani presero casa così, negli anni Settanta, e ora mamma Domenica ha lasciato l’alloggio abusivo in eredità ai figli. In Italia, rivela l’indagine realizzata da Dexia Crediop per Federcasa sul Social Housing 2008, oggi oltre 40mila case popolari sono occupate abusivamente: se venissero liberate e riassegnate a chi ne ha diritto, centomila persone in difficoltà sarebbero «fuori emergenza».

In attesa che il governo vari il nuovo «piano casa» previsto dalla Finanziaria (ma il decreto attuativo non è ancora stato firmato), una cosa è sicura: in Italia l’abitazione è un’emergenza davvero. Sono 600mila le famiglie in difficoltà che aspettano da anni in silenzio, i loro nomi occupano graduatorie lunghissime in ogni Comune d’Italia. Trentamila solo a Roma, 20mila a Milano, 10mila a Torino, a Napoli e a Catania. Famiglie numerose e giovani coppie con lavori precari. Anziani soli con la pensione minima. Immigrati regolari in Italia da anni. Genitori divorziati che si ritrovano da un giorno all’altro senza una casa e con l’assegno per la figlia da pagare ogni fine mese. L’anno prossimo, avverte Federcasa, le liste potrebbero crescere di un altro 10 per cento.

Una soluzione sarebbe costruire. Ma la realtà è che da anni le «aziende territoriali» che gestiscono le case popolari non hanno più fondi. Per incassare soldi da reinvestire, hanno dovuto vendere gli alloggi a chi già ci viveva in affitto. Dal 1993, sono stati così «privatizzati» ben 154.768 appartamenti. Il problema è che sono stati venduti a cifre irrisorie. E cioè al valore catastale dell’immobile (che spesso è meno di un terzo del reale valore di mercato) con un ulteriore sconto del 30 per cento. In media, ogni appartamento è stato venduto a poco più di 23mila euro. A Napoli, per «concedere» di occupare un alloggio pubblico nei quartieri di Scampia e Secondigliano, la camorra chiede 10mila euro «chiavi in mano». Ormai non serve nemmeno più la spranga. A Palermo i prezzi sono ancora più alti: per un appartamento di 60 metri quadrati, bisogna pagare al racket che gestisce il «settore» fino a 40mila euro.

Intanto la gente onesta continua ad aspettare in silenzio. Col ricavato della mega svendita i vari «Aler», «Ater» e «Iacp» hanno pagato a stento le spese di manutenzione. Quello che incassano di affitto dagli inquilini non basta: i canoni sono troppo bassi. In media 1.200 euro l’anno nel Nord Italia, tra 600 e 800 euro nelle regioni meridionali. E proprio nelle grandi città del Sud, la morosità praticamente è la regola. A Catania nel 2006 non ha pagato l’affitto il 92,5% degli inquilini, a Cosenza il 75,3%, a Roma il 41,2%, a Palermo il 34,7 per cento.

Anche la mappa dell’abusivismo mostra due Italie. A Bergamo, Cremona e Parma nemmeno un alloggio popolare è occupato da chi non ne ha diritto. A Torino sono appena un centinaio, lo 0,3 per cento. A Palermo è abusivo un inquilino su 4, a Catania uno su 5, a Roma l’11,1 per cento. E una volta riusciti a dormire una notte, nella maggioranza dei casi ci si riesce a dormire per sempre. Regolari o no, in questo non c’è differenza. A Roma l’anno scorso l’Ater ha scoperto che ben 7.185 «assegnatari» avevano un reddito superiore a 41mila euro. Provate voi a mandarli fuori. Tanto per la Cassazione non è reato “OCCUPARE UNA CASA POPOLARE”, (35580/07).

IN ITALIA È IMPOSSIBILE CAMBIARE VITA: I POVERI RESTANO POVERI E I RICCHI RESTANO RICCHI.

Il riscatto dei più poveri è un miraggio. L’Italia è un paese dove i poveri restano poveri e i ricchi restano ricchi. Quella che tecnicamente si chiama «mobilità sociale» è più bassa che altrove. Risultava già da parecchie analisi; ma l’ultima, dovuta a un economista della Banca d’Italia, Andrea Neri, fa sospettare che questo difetto stia peggiorando. Nel confronto tra due decenni parzialmente sovrapposti «emerge una diminuzione nel livello di mobilità osservata». Dividendo le famiglie italiane in quattro classi di reddito, solo il 13% sono riuscite a passare alla classe superiore; l’11% sono precipitate indietro, l’87% delle famiglie che erano nella prima classe, la più povera, vi sono rimaste; e addirittura il 98% di chi era nella seconda non si è mosso. Lo scarso rimescolamento è avvenuto quasi tutto tra le due classi più alte. Lungo tutto il decennio tre quarti dei più poveri (prima classe) sono rimasti poveri, e tre quarti esatti dei più ricchi (quarta classe) sono rimasti ricchi.

La scarsa mobilità sociale - effetto e causa insieme di un cattivo funzionamento dell’economia - compare spesso nelle analisi dei dirigenti della Banca. Uno degli strumenti principali per farsi avanti in una società moderna è lo studio. E’ normale che i laureati guadagnino più dei diplomati e questi più di chi ha solo fatto la scuola inferiore. Una stranezza del nostro paese, ha notato di recente il vicedirettore generale della Banca d’Italia Ignazio Visco, è che la sua struttura produttiva «assorbe laureati con fatica e li remunera peggio che in altri paesi».

C’è poco incentivo a studiare; inoltre la cattiva qualità media degli studi forse spinge le imprese, quando assumono, a guardare più alla famiglia di origine che ai voti. La speranza di salire nella scala sociale è un grande motore per l’economia. Un paese cresce meno dove contano solo la famiglia, le raccomandazioni, o la politica. Secondo uno studio recentissimo dell’Ilo, l’Ufficio internazionale del lavoro (branca dell’Onu) durante gli ultimi 15 anni le disuguaglianze tra ricchi e poveri nel nostro paese sono cresciute più che negli altri principali paesi d’Europa.

OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI.

Ospedali psichiatrici giudiziari: bocciati, «una sorta di inferno organizzato».

I risultati dei sopralluoghi della commissione d'inchiesta del Senato. Marino: «Il 40% degli internati è dimissibile».

Sono ancora tante le carenze degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani. I sopralluoghi effettuati dalla delegazione della commissione d'inchiesta del Senato sull'efficacia ed efficienza del Ssn in sei strutture hanno riscontrato gravi carenze in cinque di queste. Solo un ospedale, quello di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è risultato corrispondere agli standard di legge e offrire una sistemazione dignitosa agli internati e al personale. A presentare i risultati di quest'indagine al Senato sono stati Ignazio Marino, presidente della commissione, insieme ai senatori Michele Saccomanno, Daniele Bosone e Donatella Poretti. Gli ospedali esaminati sono stati quelli di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Aversa (Ce), Napoli, Montelupo Fiorentino (Fi), Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere. Solo l'OPG in provincia di Mantova è risultato in buone condizioni e con un’assistenza di qualità per le persone internate. Negli altri cinque ospedali i senatori che si sono recati in visita hanno rilevato «una sorta di inferno organizzato - ha detto il presidente della Commissione, Ignazio Marino - dove senza problemi viene affermato anche dagli operatori che vi lavorano che i malati stanno vivendo una sorta di ergastolo bianco. Tra il profilo sanitario e penitenziario, negli Opg visitati, a parte rare eccezioni - ha proseguito Marino - prevale l’approccio carcerario ed è pressochè assente l’impostazione terapeutica». Più carceri che ospedali, dunque, dato anche che, paradossalmente, in queste strutture mancano gli psichiatri: «c’è spesso un medico di medicina generale per centinaia di pazienti, che riescono a vedere uno specialista per meno di un’ora alla settimana», racconta Marino.

«Nei fatti - ha detto il senatore Michele Saccomanno (Pdl), che si è recato in visita negli ospedali con Marino e i senatori Daniele Bosone (Pd), Donatella Poretti (Pd), e con i carabinieri del Nas - almeno cinque dei sei Opg esistenti sul territorio italiano sono ancora manicomi criminali. Le persone internate vivono delle vere e proprie via crucis. Anche i direttori di queste strutture sono spesso insensibili e accettano la situazione senza fare nulla. E con i giorni di afa appena trascorsi, il quadro si è fatto ancora più preoccupante: ho visto pazienti conservare una bottiglia d’acqua all’interno del wc per mantenerla fresca».

A parte la struttura lombarda, la commissione ha riscontrato gravi carenze in tutti gli altri opg. A Barcellona mancano psichiatri e psicologi, e, a parte un reparto recentemente ristrutturato, in tutti gli altri ambienti le condizioni sono degradanti, con pareti dagli intonaci sporchi e cadenti, finestre con vetri incrinati, macchie di umidità, sporcizia, lenzuola strappate. Il tutto impregnato dall'odore di urina. Ad Aversa i padiglioni in uso sono risultati in pessime condizioni igienico-sanitarie, mentre i due ristrutturati sono inutilizzati per la mancanza del nulla osta della Asl e del certificato di agibilità. Nell'opg di Napoli il 40% degli internati è detenuto "in deroga", come un uomo che a fronte di una misura di 2 anni è lì da 25. Pienamente promosso l'opg di Castiglione delle Stiviere, costruito nel 1990, con stanze e biancheria nuove e pulite, personale motivato, regime di apertura delle celle e possibilità per gli internati di frequentare una scuola interna o vari laboratori di pittura, rilegatura o per fare il pane.

BARCELLONA - Un uomo nudo, coperto da un lenzuolo, legato a un letto che ha un foro in corrispondenza del bacino per i bisogni corporali. L'uomo presenta un vistoso ematoma alla zona cranica parietale di origine sconosciuta. È la scena, atroce ma consueta, vista in prima persona dalla Commissione parlamentare nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Piozzo di Gotto dove «in tutti gli ambienti - si legge nella relazione - emerge una situazione di degrado derivante dalle pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie, dovute a pareti e soffitti con intonaci sporchi e cadenti; porte e finestre con vari vetri incrinati, tali da costituire pericolo per gli ospiti; evidenti macchie di umidità e muffe; presenza di sporcizia dovunque; presenza di letti metallici con spigoli vivi, vernice scrostata e ruggine; pavimenti danneggiati in vari punti, sì da costituire ricettacolo di polveri e batteri; coperte e lenzuola strappate, sporche ed insufficienti. Ovunque si avvertiva un lezzo nauseabondo per la presumibile presenza di urine sia sul pavimento che sugli effetti letterecci. Gli armadietti apparivano talvolta divelti e arrugginiti. L'unico servizio igienico, di circa un metro quadrato risultava privo di impianto doccia».

AVERSA - Ad Aversa le condizioni non cambiano. «Durante il sopralluogo - scrive la commissione - veniva ispezionato il padiglione che ospita le sezioni A-B-C-D, dislocate su due piani. Si notava che le celle/stanze, munite di 6 posti letto e un servizio igienico, versavano tutte in pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie, con: pavimenti danneggiati in vari punti; soffitti e pareti con intonaco scrostato ed estese macchie di umidità; ovunque cumuli di sporcizia e residui alimentari; letti metallici con vernice scrostata e ruggine; sgradevoli esalazioni di urina; armadietti vetusti; effetti letterecci (lenzuola e coperte, ndr) sporchi, strappati ed evidentemente insufficienti; finestre, anche in corrispondenza di letti, divelte o con vetri rotti: il tutto in condizioni tali da rendere disumana la permanenza di qualsiasi individuo». In generale emerge il sovraffollamento degli ambienti, l'assenza di cure specifiche, l'inesistenza di qualsiasi attività, la sensazione di completo e disumano abbandono del quale gli stessi degenti si lamentavano. Degenti che, nella assoluta indifferenza, oltre a indossare abiti vecchi e sudici, si presentavano sporchi e maleodoranti. In conclusione la commissione evidenzia che «le carenze e le pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie riscontrate in entrambe le strutture, unitamente al sovraffollamento e all'assenza pressoché totale di attività di recupero e cure specifiche, oltre ad essere fortemente lesive della dignità personale, appaiono, in alcuni casi, rivestire rilevanza penale».

GLI ALTRI - A Napoli la commissione trova un detenuto/paziente che a fronte di una misura di due anni è internato ormai da 25. Mentre a Montelupo Fiorentino «i due padiglioni che ospitano gli internati si presentano con evidenti carenze strutturali, documentate anche con riprese fotografiche e filmate, dovute anche alla vetustà degli edifici. Sono state notate estese macchie di umidità a soffitti e pareti, intonaci scrostati e cadenti in vari punti; le celle anguste e in alcuni casi fatiscenti; i servizi igienici di alcune celle sono risultati sporchi, con urine sul pavimento e cattivo odore». A Reggio Emilia la struttura, vista dall'esterno, appare di recente realizzazione ed è disposta su vari livelli collegati tra loro sia da scale che da ascensore, mentre all'interno «si presenta in scadenti condizioni strutturali a causa di copiose infiltrazioni e segni di umidità, servizi igienici vecchi e in cattivo stato di manutenzione, locali doccia sudici, con pavimenti e pareti costantemente bagnati a causa, verosimilmente, della scarsa areazione». Anche qui c'è un paziente legato al letto ormai da cinque giorni.

CASO POSITIVO - Unica eccezione al girone dantesco descritto dalla commissione il caso di Castiglione delle Stiviere, considerato «idoneo dal punto di vista igienico-sanitario» e dotato, unico caso in Italia, di un reparto femminile formato da due sezioni chiamate "Rosa" e "Mimosa". «Questa parte della struttura - si legge nella relazione -, pur essendo alquanto vetusta, si presenta pulita e decorosa; le pazienti possono usufruire di un piccolo bar; gli impianti doccia sono aperti dalle 7 alle 9 e dalle 14 alle 15 tutti i giorni». La commissione conclude che i «manicomi criminali non sono stati chiusi», che la situazione vissuta dai 1.500 internati - e non detenuti - è alienante, degradante, che si tratta dell'inferno dei dimenticati, di situazioni disumane, che è una vergogna e che di fronte a certe scene non si può che provare orrore, fino allo schifo.

«Ho camminato in questi luoghi - afferma il senatore Michele Saccomanno - provando orrore per l'aver creato, come società, territori nei quali qualcuno ritiene di aver nascosto non ammalati psichiatrici, ma mostri di cui vergognarsi, appestati da punire oltre la legge. Ergastoli bianchi che ci fanno sentire ipocritamente uomini di legge, come ci ha definito un detenuto ex ammalato che da dieci ha già scontato la pena e oggi ha la veneranda età di 83 anni». «Questo ramo dell'inchiesta sulla psichiatria italiana - ha affermato il senatore Daniele Busone - ci ha fatto incontrare una realtà drammatica e impressionante, di persone malate dimenticate dalla società».

«Sono 1.500 gli internati negli ospedali giudiziari, eppure il 40% di loro pur essendo dimissibile, cioè non più pericoloso, continua a rimanere rinchiuso in questi posti senza essere affidato ai servizi psichiatrici territoriali - spiega Marino -. «Nei nostri sopralluoghi a sorpresa - spiega - abbiamo scoperto che quelle strutture che avrebbero dovuto sostituire i manicomi criminali, non sono cambiate poi molto. Alcune strutture sono indecenti e indecorose, una ferita per un Paese che voglia dirsi civile. In queste strutture non c'è certezza della pena né cura, visto che malati psichiatrici ricevono meno di un'ora al mese assistenza psichiatrica».

CASE DI RIPOSO

Parliamo delle case di riposo: Il boom degli ospizi fantasma.

La denuncia di di Giulia Cerino su “L’Espresso”. In Italia ci sono almeno mille 'case di riposo' private mai registrate, senza autorizzazioni, ricavate in scantinati o in case senza ascensore, senza medici che seguono gli anziani. Un business gigantesco che i Nas non riescono più a fermare. Secondo il censimento delle regioni sono 3.374, tra pubbliche e private. Il Ministero dell’Interno invece ne conta 5.858. Se poi si va sul sito delle pagine gialle e si digita "Case di riposo", si ottengono 6.389 indirizzi. Ma almeno altri 4-500 sfuggono anche a questa ricerca.

Ecco, quante siano in Italia le strutture per gli anziani è un mistero. Così l’Auser - una Onlus indipendente che si occupa di terza età - ha cercato di vederci chiaro, regione per regione, scoprendo il fenomeno degli ospizi fantasma: mai registrati, spesso al limite delle regole, talvolta oltre. Prendiamo la Sicilia, ad esempio. Qui il Viminale ha censito ufficialmente 499 strutture residenziali di cui l'82 per cento private. Secondo l'Auser però questa cifra sale «al doppio se si ragiona con elenchi telefonici e altre fonti locali». Si arriva così a circa 900 case di riposo di cui il 94 per cento a fini di lucro. Insomma, un bel business, benché la Sicilia sia la regione con il più alto tasso di diffusione di presidi residenziali socio-assistenziali.

Ma le case di riposo profit spuntano come funghi da nord a sud. I dati Cerved evidenziano che mentre si tagliano 40 mila posti letto nelle strutture pubbliche (oggi 100.282), il numero dei letti privati, in tutta Italia, è salito del 37 per cento (171.445). Le strutture private sono passate dalle 2.555 unità del 2005 alle 2.906 del 2009, moltiplicandosi proprio nel biennio 2008-2009, anno in cui la crisi economica ha colpito la quasi totalità dei settori produttivi. Stessa cosa per la crescita dei ricavi del settore che, nel 2009, risultava pari al 17,91 per cento. Il fatto è che aprire una casa di riposo privata in Italia, conviene. «E' un ottimo business», spiega Michele Mangano, palermitano, presidente Auser. E aprire da zero una struttura per anziani è un'operazione facile: per farlo, basta dimostrare di rispettare i criteri sanitari contenuti nelle carte di servizio. Alcune Regioni hanno infatti introdotto il regime di accreditamento solo per le strutture pubbliche e convenzionate con il pubblico. Così «c'è chi prende ammezzati o vecchie scuole e le tramuta in case di riposo», spiega Mangano. E per rientrare delle poche spese (l'affitto, fondamentalmente) basta giocare con i prezzi. Un posto letto può costare alla famiglia dell'anziano tra i 1.200 e i 4.250 euro al mese. Per abbattere i costi, poi, basta che l'infermiera si improvvisi medico, badante e assistente sociale. Peccato che accorpare tre figure professionali in una sola violi le norme contenute nelle carte di servizi. Non a caso, in più del 67 per cento delle strutture "fantasma" setacciate dall'Auser, risulta assente un professionista operante nel settore sanitario (medico, infermiere), figura presente in maniera stabile (24 ore su 24) solamente in 74 casi su 227. Come se non bastasse poi, circa il 65 per cento delle case di riposo interrogate telefonicamente dall'associazione, è collocato in una zona periferica. Il dato cresce fino al 73 per cento nel nord-ovest e scende (58 per cento) nel sud e nelle isole. Meno del 30 per cento delle case di riposo è ubicato nei comuni capoluogo, percentuale che scende al di sotto del 14 per cento se si considerano solamente i quartieri centrali. A Roma, dove risiedono poco più del 70 per cento degli anziani di tutta la provincia, le case di riposo localizzate nel territorio comunale sono il 33 per cento. Molte distribuite nei quartieri periferici: nell'area di Lariano e Velletri. Ancora: 209 strutture su 227 sono distribuite su più livelli. Ma solo 144 hanno un ascensore. L'Auser rileva «abitazioni senza alcuna autorizzazione e impropriamente adibite ad attività socio-assistenziali per anziani e disabili, con un'assistenza assolutamente inadeguata». Certi ambienti sono infatti del tutto privi di requisiti igienico-sanitari, a causa della presenza di un numero di anziani superiore a quello autorizzato. Il dato è confermato dalle indagini svolte dai Nas: il 27,5 per cento degli 863 controlli effettuati nel 2010 presso le strutture residenziali per anziani ha rilevato irregolarità. Autorizzazioni mancanti, strutture non adeguate, numero di anziani superiore alle possibilità, oltre ad attività infermieristiche esercitate in modo abusivo. I casi peggiori si concentrano al Sud (39,5 per cento del totale), nel centro Italia (circa il 29 per cento), nel Nord-Est (14,3 per cento) e nord-ovest (17,5per cento). «I Nas sono bravissimi, ma soli, non riescono a coprire tutto», dicono all'Auser. Dunque, ecco la proposta: aprire i portoni delle case di riposo al volontariato. «Per incentivare la socializzazione degli anziani e svolgere indirettamente anche un ruolo di monitoraggio. Chiediamo», conclude Mangano «di stilare un protocollo in questa direzione da sottoporre ai Comuni e da inserire nella carte dei servizi».

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