"Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

TRUFFE MUNICIPALI

SANZIONI AMMINISTRATIVE TRUCCATE IN ITALIA

Se un cittadino è sicuro di essere stato multato ingiustamente, che cosa fa? Presenta un ricorso in Prefettura. E se la multa capita al Prefetto in persona? Be', non gli resta che far ricorso... a se stesso. E così ha fatto il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi. Il quale ritiene per l'appunto di essere stato multato ingiustamente: è vero che ha lasciato la sua auto in sosta su uno spazio riservato ai disabili, però, a suo dire, l'auto era guasta, e dunque non aveva scelta. La vicenda viene riportata nel numero di Quattroruote in edicola venerdì 25 febbraio 2011. «Recentemente - ha spiegato il prefetto Lombardi - è stata elevata una contravvenzione alla mia autovettura per un divieto di sosta parziale, dovuto ad un guasto improvviso del motore. Trattandosi di forza maggiore, come comune cittadino, ho presentato un ricorso per l'annullamento per evitare la decurtazione dei punti, prevista per il caso di specie».

Ma quanti e quali sono gli abusi a danno dei cittadini.

Chi l’avrebbe detto, ci sono parcheggi irregolari che stanno lì da anni, e nessuno se n’è mai accorto. Adesso che i primi casi sono emersi, però, chi ha preso una multa per un parcheggio scaduto sulle strisce blu può fare ricorso: se lo stallo era sulla carreggiata, è illegittimo. Un servizio della trasmissione tv «Le Iene» ha gettato scompiglio fra le amministrazioni comunali e messo in agitazione migliaia di automobilisti. La lettura di un articolo del Codice della Strada spiega la situazione: «Le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata e comunque in modo che i veicoli parcheggiati non ostacolino lo scorrimento del traffico». In moltissime città - quasi tutte, probabilmente -, questo non succede. Nelle piazze, o quando il parcheggio viene ricavato in apposite isole, nessun dubbio di legittimità. Ma quando si trova nella porzione di strada fra un marciapiede e un altro, lì non è corretto. I proventi delle tariffe orarie sono, allo stesso modo, illegittimi. Tre avvocati contattati dalle Iene hanno già convalidato la tesi per cui l’illegittimità degli stalli ammetterebbe i ricorsi dei multati.

L’interpretazione che viene fatta della carreggiata, secondo gli uffici, sarebbe inesatta. I parcheggi non si troverebbero sulla carreggiata, ma sulla «sede stradale». A segnalare la divisione fra le due parti, quella per la sosta e quella per lo scorrimento delle automobili, sono le stesse strisce blu che delimitano i parcheggi dalla corsia di scorrimento. Altra interpretazione è che tanto per cominciare, non è vero che riguardi solo i parcheggi a pagamento: il comma 6 dell'articolo 7 del Codice della strada, su cui si basa la dimostrazione di illegalità, non fa distinzione con quelli gratuiti. Se è così, ci sarebbe da concludere che nelle città italiane sarebbe praticamente vietato sostare, visto che la maggior parte dei posti disponibili si trova appunto sulla carreggiata.

Effetti paradossali a parte, andiamo a frugare bene nelle astruse definizioni che usa il Codice. Non è raro che alcune parole che noi nel linguaggio comune utilizziamo con un determinato significato ne assumano uno diverso nel burocratese codicistico. E allora prendiamo in mano l'articolo 3, che funge un po' da glossario. Qui troviamo la definizione n. 23, che individua la "fascia di sosta laterale" come la "parte della strada adiacente alla carreggiata, separata da questa mediante striscia di margine discontinua e comprendente la fila degli stalli di sosta e la relativa corsia di manovra". Saltando qualche riga più sotto, vediamo che al n. 34 c'è anche il parcheggio, definito come "area o infrastruttura posta fuori dalla carreggiata, destinata alla sosta regolamentata o  non dei veicoli". Dunque, non è vero che a bordo strada non si possa parcheggiare: semplicemente, lo spazio dove lo si fa in burocratese non si chiama "parcheggio" bensì "fascia di sosta laterale". D'altra parte, quando disciplina la sosta (articolo 157), il Codice impone di mettersi fuori dalla carreggiata esclusivamente nel caso delle strade extraurbane. Inoltre, il Regolamento di esecuzione (articolo 149) nemmeno obbliga a tracciare le strisce quando la sosta è consentita in modo parallelo al senso di marcia come da regole generali. Resta il problema della striscia di margine discontinua, che effettivamente spesso non è tracciata (anche per ragioni di spazio). E il filmato de "Le Iene" segnala una grande verità, cioè che quando si tratta di parcheggi a pagamento si disegnano posti pure in prossimità degli incroci o in altre situazioni pericolose in cui il Codice vieta la sosta a prescindere: insomma, basta pagare e ciò che è illegale e/o pericoloso diventa lecito. Ma di qui a dire che in strada non si può parcheggiare ce ne corre...

Altri abusi sono rilevati da sentenze della Cassazione.

Vanno annullati i provvedimenti in forza dei quali sono stati istituiti i parcheggi a pagamento, laddove non abbiano tenuto conto dell’obbligo di istituire zone di parcheggio gratuito e libero in prossimità di aree in cui è vietata la sosta o previsto il parcheggio solo a pagamento.

Tutti i Parcometri per la sosta a pagamento devono avere il numero di omologazione e la data della stessa , a tutela dei cittadini, altrimenti è illegale, quindi le relative multe sono nulle. Così e per gli autovelox sequestrati in tutta Italia perchè non omologati, quindi fuorilegge.

La parola “autovelox” evoca una valanga di multe e di polemiche. Perché sono troppi i Comuni che con eccessiva disinvoltura utilizzano le macchinette per fare cassa, anziché per migliorare la sicurezza stradale. Tant’è vero che sono migliaia i ricorsi accolti dai Giudici di Pace; che il ministro dell’Interno s’è visto costretto tempo fa a emanare una circolare per disciplinare l’uso dei dispositivi; e che la Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi decine di volte in materia. Prima di tutto gli autovelox devono essere omologati. Poi devono essere autorizzati dal Prefetto. I Prefetti avranno da ora il compito di monitorare sul territorio il fenomeno della velocità e di pianificare le attività di controllo in modo da evitare duplicazioni e una gestione degli autovelox volta solo a fare cassa. In particolare, i Prefetti dovranno individuare i punti critici per la circolazione dove si registrano più incidenti (con riferimento al biennio precedente) e a quel punto dovranno mettere a punto un sistema per controllare la velocità. Il tutto sotto il controllo della Polizia Stradale che ha ottenuto così – è questa la novità più grossa – il coordinamento operativo dei servizi, con il compito anche di monitorare i risultati dell’attività di controllo svolta da tutte le forze di polizia e dalle polizie locali. Niente più autovelox per fare cassa nei comuni, questo è quello che si aspettano i molti automobilisti con la nuova direttiva. La più recente sentenza, benché estremamente complicata e soggetta a più interpretazioni, è di quelle che lasciano il segno. Con decisione 3701 del 15 febbraio 2011, infatti, la Corte Suprema ha anzitutto stabilito che la multa per eccesso di velocità data con un autovelox (senza agente di Polizia) su strade urbane può essere annullata se mal posizionato dal Comune.

IN DETTAGLIO. Il cattivo posizionamento consiste in questo: il travalicamento dei limiti imposti dalla legge sul tasso di incidentalità e sulle condizioni strutturali della strada urbana. In sostanza, il Comune chiede e ottiene l’autorizzazione del Prefetto a installare un autovelox su determinate strade, dove si verificano molti sinistri. Ma se un motociclista multato reputa che le caratteristiche richieste per legge mancano (incidentalità non elevata), e se il Giudice di Pace concorda, la sanzione è annullata.

QUANDO VALE. Il Giudice di Pace può quindi cancellare i verbali se su quella strada urbana, dove c’è l’autovelox autorizzato dal Prefetto, mancano il tasso elevato d’incidentalità, e le condizioni strutturali plano-altimetriche e di traffico necessarie (“per le quali non è possibile procedere al fermo di un veicolo senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico o all' incolumità degli agenti operanti e dei soggetti controllati”).

SI VA OLTRE. Occhio: il Giudice di Pace, secondo la Cassazione se verifica che il Prefetto eccede dai limiti segnati dal Codice della Strada, “può disapplicare il provvedimento amministrativo”. Il passaggio successivo? Un ricorso al Tar, da parte di un semplice cittadino, lamentando la lesione di un interesse legittimo. Inoltre gli autovelox devono essere segnalati almeno 400 metri prima e visibili. La Cassazione con Ordinanza n. 680 del 13 gennaio 2011 (Sezione Sesta Civile, Presidente G. Settimj, Relatore L. Piccialli) ha confermato che la presenza dell’Autovelox deve essere segnalata debitamente e preventivamente a valle e a monte.

Chi deve pagare le multe stradali? A chi si tolgono i punti? Di norma il pagamento di sanzioni amministrative pecuniarie (multe) per violazioni del codice della strada sono dovute dal conducente che commette l'infrazione nel momento in cui essa viene rilevata.
In caso di impossibilità del conducente nel pagare la sanzione, l'obbligo ricade sul proprietario del veicolo, a meno che quest'ultimo possa dimostrare che non era a conoscenza che il veicolo veniva condotto dal presunto conducente sanzionato. Ulteriori sanzioni come sospensione o ritiro della patente, sono invece a carico esclusivo del conducente al momento dell'infrazione. Nel caso di infrazioni commesse da persone capaci di intendere e volere, ma soggette a vigilanza o responsabilità altrui (genitori di figli minorenni etc.) sia chi commette l'infrazione che l'incaricato della vigilanza/responsabilità saranno soggetti IN SOLIDO al risarcimento del danno o alla sanzione amministrativa. Il pagamento in solido significa che la sanzione dovrà comunque essere pagata, o dall'uno o dall'altro soggetto responsabile. Nel momento in cui uno dei soggetti paga, gli altri non hanno più alcun obbligo di pagamento verso le Autorità.

Multe in misura ridotta? L'art. 202 del codice della strada, stabilisce che in caso di sanzione pecuniaria (multa), il trasgressore potrà pagare entro 60 giorni dalla contestazione/notificazione della stessa, un importo pari al minimo fissato per la norma infranta. Una sanzione appunto in misura ridotta. Non ci sono in questo caso riduzioni per eventuali sanzioni accessorie (ritiro patente, sospensione, etc). Non è possibile ottenere il pagamento in forma ridotta se il conducente di veicolo a motore non ha arrestato il veicolo sotto l'ordine delle forze di Polizia, oppure si è rifiutato di esibire documento d'identità, la patente, il libretto o altri documenti da detenere obbligatoriamente per la guida in quel particolare caso. Dal codice della strada: "Il pagamento in misura ridotta non è inoltre consentito per le violazioni previste dagli articoli 83, comma 6; 88, comma 3; 97, comma 9; 100, comma 12; 113, comma 5; 114, comma 7; 116, comma 13; 124, comma 4; 136, comma 6; 168, comma 8; 176, comma 19; 216, comma 6; 217, comma 6; 218, comma 6. Per tali violazioni il verbale di contestazione è trasmesso al prefetto del luogo della commessa violazione entro dieci giorni (1)"

Pagamento delle multe. Di norma le multe vanno pagate tramite bonifico bancario o bollettino postale. E' altresì spesso possibile pagare la sanzione presso l'ufficio competente in contanti o bancomat, oppure in alcuni comuni presso tabaccherie/ricevitorie del Lotto convenzionate, portando con se la scheda allegata al verbale recapitato a casa. Alcuni comuni prevedono il pagamento on line con carta di credito. E' comunque consigliabile visitare il sito del proprio comune e cercare informazioni a riguardo.

Fare ricorso. Non è sempre qualcosa di semplice, e non basta un modello di ricorso prestampato o una sentenza simile al proprio caso per proporre o vincere il ricorso. Innanzitutto occorre ovviamente analizzare il verbale della contravvenzione, e controllare la eventuale presenza di vizi di forma o sostanziali. Di seguito riportiamo alcuni degli errori e delle situazioni in cui è frequenta opporre ricorso.

- Mancata contestazione immediata. Violazione dell' art. 200 del C.D.S. 

- Mancata esposizione nel verbale dell'importo della sanzione espresso in EURO , come previsto dall'art. 51 D.Legislativo 24/06/1998 n. 213 (in G.U. 08/07/1998 n. 157) in vigore dal 1° gennaio 2002

I motivi di contestazione di una contravvenzione si rilevano attraverso un’attenta lettura del verbale. Diffidate da coloro che offrono prestampati pronti per il ricorso: si tratta di “DILETTANTI ALLO SBARAGLIO". Si può presentare personalmente senza l'ausilio dell'avvocato, ma solo se si è capaci. Non basta esibire o produrre una sentenza favorevole anche della Suprema Corte di Cassazione per avere ragione: spesso è necessario fare valere le proprie ragioni attraverso un contraddittorio tra le parti.

Per opporsi ad una contravvenzione ritenuta ingiusta bisogna motivare il ricorso con argomenti validi per ottenere l'annullamento per vizi formali e/o sostanziali. Per esempio: se si supera di oltre 40 Km/H il limite di velocità viene contestato il comma 9 dell'art.142 del codice della strada che equivale al ritiro della patente se la contravvenzione è contestata immediatamente. In caso di successiva notifica del verbale a mezzo posta, l'autorità procedente chiederà l'esibizione della patente di guida. Qui di seguito elenchiamo alcuni errori in cui incorre la Pubblica Amministrazione nella compilazione e nella contestazione dei verbali. Esaminiamo un verbale “standard”.

1) Mancata contestazione immediata e violazione dell'art.200 del C.D.S.
La norma prevede l’obbligo di intimare l'ALT affinché il presunto trasgressore possa difendersi nell’immediatezza del fatto, agire in contraddittorio e verificare la regolarità del servizio di pattugliamento. Solo osservando questa norma si riconosce il diritto alla difesa garantito dall'art.24 della Carta Costituzionale.

2) Pretestuosa applicazione dell'art. 384 del D.P.R. 16/12/1992 n°495
( Regolamento di applicazione al Codice della strada ).
Il verbalizzante invoca strumentalmente tale norma di legge, con motivazioni pretestuose e valide per ogni tipo di violazione e per giustificare la mancata contestazione immediata. La legge obbliga il verbalizzante a dettagliare i motivi che non gli hanno consentito di intimare l'ALT. E' più facile spedire successivamente il verbale a casa piuttosto che "affrontare il reo" con argomentazioni che potrebbero degenerare in inutili discussioni.

3) Uso illegittimo del misuratore di velocità
Nella maggioranza dei casi gli utilizzatori di apparecchi radio e radar a bassa frequenza, inferiori a 27 MegaHertz di potenza, non hanno chiesto, e quindi ottenuto l'autorizzazione dal Ministero PPTT.
Da questa norma non sono esentati gli agenti della strada che, inoltre, devono aver corrisposto all'erario la relativa tassa annua.

4) Mancanza di visibilità degli agenti del traffico
L'articolo 183 D.P.R. 16/12/1992 n°495 così recita: "gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di polizia stradale di cui all'art.12 del codice, durante i servizi previsti dall'art.11, commi 1 e 2, quando operano sulla strada devono essere visibili a distanza, sia di giorno che di notte...".

5) Mancata indicazione del corrispettivo della sanzione espresso in EURO come indicato dall’art. 51 D.vo 24/06/1998 n. 213 (in G.U. 08/07/1998 n. 157) in vigore dal 1° gennaio 2002.

6) Nulla la violazione accertata da persona non presente ai fatti.
Il verbale contestato è stato accertato da persona diversa da quella che gestiva l'autovelox, non era presente al momento e si limita a riferire fatti e circostanze appresi da altri. Il verbale di contestazione dell'infrazione di cui all'art.142 del C.d.S. redatto da agenti di polizia diversi da quelli che, in possesso dell'autovelox, hanno avuto modo di accertatore de visu, attraverso l'esame dell'apparecchio, il superamento dei limiti di velocità, non può godere della fede privilegiata riservata a tale tipo di atto, trattandosi di mera attestazione di fatti aliunde appresi e, in mancanza di altri elementi probatori convincenti, assurge a semplice elemento indiziario non sufficiente a rendere credibile la contestazione.
Oltretutto non è dato sapere, proprio perché il verbalizzante non gestiva l'apparecchio di rilevamento della velocità, se erano stati eseguiti i controlli di funzionalità dello stesso.

7) Insufficiente il servizio di pattugliamento
Dalla lettura del verbale di che trattasi risulta che la violazione è stata accertata da un solo agente di polizia e che non è stato possibile procedere all'immediata contestazione ai sensi dell'art.384 del D.P.R. 16 DICEMBRE 1992 n.495. A tal fine è bene chiarire che in base alla normativa vigente ed in particolare all'art.200 C.d.S. la violazione di una qualsiasi norma del C.d.S. deve essere immediatamente contestata; se così non fosse, rimarrebbe sempre inapplicabile e quindi del tutto inutile.

8) Difetto di sottoscrizione del verbale di accertamento
In calce al verbale compare la dicitura, stampigliata a macchina, al verbale, non seguita da alcuna firma. La sottoscrizione del verbale da parte del pubblico ufficiale che lo ha formato costituisce elemento essenziale dell'atto, in difetto, non vi è alcuna certezza circa la sua provenienza.

9) Richiesta di esibire la patente in un più vicino posto di polizia o, nel caso il destinatario non fosse stato alla guida del veicolo sanzionato, di fornire le generalità del guidatore. In quest'ultimo caso non vi è alcun obbligo di dare informazioni; basterà inviare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno con la dichiarazione (se corrisponde al vero) che non si era alla guida del veicolo.

10) Segnali stradali “abusivi” sono quelli installati dall’Ente proprietario della strada che non riportano, sul retro, la data ed il numero della delibera con la quale l’Ente ha autorizzato l’installazione ed il posizionamento, così come prevede l’art. 77 c. 7 del D.P.R. 495/92. Ne consegue che l’ accertamento di una violazione sulla base dell’indicazione di quel segnale stradale, deve ritenersi nullo per l’inesistenza dello stesso.

AUTOVELOX E TELELASER

1. Questione di legittimità in ipotesi di uso non corretto.
2. Attendibilità dei dati rilevati dal Telelaser.

La polizia italiana, tra l’altro, si avvale di uno strumento denominato “AUTOVELOX” che emette dei raggi infrarossi (invisibili all’occhio umano) a distanza fissa, che attraversano perpendicolarmente la sede stradale. Allorché un veicolo in transito interrompe i raggi, il tempo intero inerente tra le interruzioni, utilizzato da un calcolatore, determina la velocità del veicolo. Se la velocità supera i limiti prestabiliti in chilometri compaiono sul display (e un allarme sonoro avvisa l’operatore) e una fotocamera ritrae la parte posteriore del veicolo, dove è posta la targa, e l’indicatore di velocità con il giorno e l’ora esatta. Le rilevazioni fornite da codesti strumenti elettronici, sotto un profilo strettamente tecnico, offrono risultati sicuri, sempre che siano perfetti nella loro strutturazione e siano correttamente utilizzati. L’esattezza dei rilevamenti si fonda su una regolare taratura del congegno, che assicuri la sostanza dello spazio che separa i due raggi luminosi, perché in tale spazio, in uno con l’intervallo di tempo fra le interruzioni segnalate con cellule fotoelettriche, sta alla base del calcolo della velocità. Anche l’oscillatore misuratore del tempo deve essere ben tarato poiché esso indica detto tempo in microfrazioni di secondo. Acquisite tali sommarie nozioni tecniche, non si può prescindere dall’evidenziare l’importanza della manutenzione e dell’uso dell’apparecchiatura che devono essere affidati soltanto a personale specializzato. In difetto di tali essenziali operazioni, che solo garantiscono la perfetta funzionalità dell’apparecchio, il rilevamento della violazione della velocità deve essere quanto meno messo in dubbio; non è sufficiente che sul verbale sia stata prestampata la frase: “ dopo aver verificato la perfetta funzionalità ecc.”

Numerosi altri sono i motivi di lagnanza che dovranno essere individuati e valutati di volta in volta leggendo attentamente il verbale di contestazione.

La nostra multa quotidiana. Ne arrivano oltre 1400 all'ora.

L'ITALIA è una repubblica fondata sulle multe. Dove gli enti locali, strozzati dai taglio dei trasferimenti statali e dall'addio all'Ici, hanno deciso di tappare i buchi di bilancio a colpi di verbali sotto i tergicristalli delle auto. Dal 2000 ad oggi gli accertamenti sono quasi triplicati, passando da 750 milioni di euro a oltre 2 miliardi l'anno. I Comuni, a corto di quattrini, hanno moltiplicato il loro arsenale offensivo: dispiegando centinaia di inflessibili ausiliari del traffico, posizionando migliaia di occhi elettronici a presidio delle zone a traffico limitato (ztl) e utilizzando come bancomat fai-da-te gli autovelox. Risultato: piovono multe.

Fioccano le multe per infrazioni alla Ztl, mancato rispetto delle targhe alterne, parcheggio in divieto di sosta, eccesso di velocità. Ma, anche, per patente o carta di circolazione non in regola o se si passa il semaforo con il rosso o si utilizza il telefonino, senza viva voce e auricolare, mentre si va al lavoro o si ritorna a casa. Una marea di contravvenzioni: oltre 12 milioni e mezzo, per l'esattezza 12.642.100, nel solo 2008, più 7,9% rispetto all'anno prima. Praticamente, 24 multe al minuto, 1.443 all'ora, 34.635 al giorno. I più indisciplinati, i fiorentini con 3 contravvenzioni a veicolo, mentre i più accorti sono i foggiani, con una multa ogni 5 auto.

A tracciare il bilancio delle attività dei sempre più intransigenti "pizzardoni" delle maggiori città italiane, l'Aci, nel corso della giornata di apertura del secondo Forum internazionale delle polizie locali, tenuto a Riva del Garda (Tn), fino al 27 maggio 2009, che evidenzia, ancora, come, nella graduatorie delle infrazioni più ricorrenti, figurino, anche, comportamenti estremamente pericolosi per bambini e passanti, come il mancato uso delle cinture dei seggiolini e la guida sotto l'influenza di alcol e droga.

In media, nei centri urbani, ci sono più di 12 poliziotti ogni 10mila abitanti, che elevano quasi 480 multe ciascuno «Tre incidenti su 4 - spiega il presidente dell'Aci Enrico Gelpi - avvengono in città ed è, pertanto, sulle strade urbane che deve essere rafforzato il presidio della polizia locale». Ma, attenzione, però, all'uso che si fa delle sanzioni. Le multe, secondo Gelpi, devono essere «finalizzate alla prevenzione e alla sicurezza stradale e non a incrementare i bilanci comunali».

Ogni italiano munito di patente ha pagato in media 76 euro mentre ogni vigile ha compilato verbali per 43 mila euro. Una mini-finanziaria occulta a carico degli automobilisti, con un trend di crescita a prova di crisi economica: le ztl, il nuovo Eldorado dei bilanci degli enti locali, si stanno moltiplicando. I ritocchi alle sanzioni non conoscono limiti inflattivi o creativi.

Ultimo esempio il recente ddl sicurezza che ha introdotto una "aggravante cronologica", aumentando il costo per le infrazioni commesse tra le 22 di sera e le 7 di mattina. Il gioco, però, vale la candela. Nei conti dei Comuni italiani, alla colonna entrate, la voce multe pesa ormai come quella del gettito dell'addizionale Irpef.

I buoni e i cattivi. Roma, Firenze e Catania sono le città più "pericolose" per gli automobilisti tricolori. La capitale, dove i verbali sono aumentati del 46,5% nel 2007, incassa ogni anno 339 milioni. Firenze - grazie alle telecamere della ztl e al flusso di turisti - ha il record nazionale di verbali annui per veicolo (tre) mentre i catanesi sono i guidatori più tartassati con una media pro capite di 140 euro. Milano - grazie all'ecopass - sembra però pronta all'assalto del trono di capitale morale delle multe: nel 2008 sono aumentate dell'80% polverizzando il muro dei tre milioni. Mentre Comabbio, in provincia di Varese, ha l'autovelox più redditizio del Paese. Una macchinetta infernale che nel 2007 ha generato per le casse comunali entrate pari a 2.850 euro per abitante.

La vita è più tranquilla per chi viaggia a Foggia, Pescara e Brindisi. Il capoluogo abruzzese è una sorta di zona franca delle multe. Stando ai dati del Viminale nel 2007 ne sono state accertate per soli 120 mila euro, con una spesa media pro capite per i cittadini di un euro. Dieci centesimi in più pagano i brindisini. A Foggia viene sanzionata solo un'auto su dieci ogni dodici mesi.

L'Eden degli amanti della velocità è invece Livorno Ferraris, in provincia di Vercelli: il 29 gennaio 2009 la giunta ha proclamato il paese "Primo comune deautoveloxizzato d'Italia". Le motivazioni? "L'uso del dispositivo di controllo elettronico della velocità permette immediati riscontri economici - ammette la delibera - . Ma, allo stesso tempo, deteriora i rapporti tra cittadini e istituzioni".

La hit parade delle multe. I difetti degli italiani alla guida, dagli anni '60 ad oggi, sono rimasti sempre gli stessi. Le posizioni della classifica delle infrazioni, in quarant'anni, sono variate di poco e solo l'abuso del telefonino al volante è riuscito a scalare l'Olimpo delle top ten. Il gradino più alto del podio spetta alle multe per accesso a zone dove il traffico è vietato (6,6 milioni) seguite a distanza siderale dai divieti di sosta (2,2 milioni). A seguire, con numeri molto inferiori, l'eccesso di velocità, la mancanza di documenti di circolazione, l'attraversamento con il semaforo rosso e la new entry hi-tech dell'utilizzo del cellulare in viaggio. Nella lista dei cattivi, ma in coda, ci sono persino verbali per 271 ciclisti indisciplinati.

Il rebus dei pagamenti. Accertate le infrazioni, però, il vero problema degli enti locali italiani è farsele pagare. Solo il 51,9% delle multe - ha calcolato Il Sole-24 Ore - viene saldato entro un anno. Roma, dove sui tavoli di prefettura e giudici di pace giacciono oltre 850 mila ricorsi, riesce a incassare in dodici mesi una multa su tre. Come Firenze e poco più di Palermo. Milano porta a casa 83 euro ogni 100 di verbali. Meglio, con percentuali di recupero immediato oltre il 90%, fanno Genova, Bergamo, Venezia, mentre Bologna, L'Aquila e Frosinone hanno centrato l'ein plein del 100 per cento.

Reggio Calabria, sul fronte opposto, è il simbolo della schizofrenia nel campo della vigilanza viabilistica: fa la faccia severa sulla strada - nel 2007 le multe sono aumentate del 190% - ma poi si dimentica di far pagare i suoi cittadini, incassando solo 1,7 euro ogni 100 di verbale. Un problema serio, visto che le multe vengono contabilizzate nei bilanci dei Comuni (dove rappresentano spesso tra il 15 e il 30% del totale delle tasse locali) al momento dell'accertamento e non a quello dell'incasso. E che il boom dei ricorsi - accolti se non vengono discussi entro 120 giorni - ridimensiona nella realtà le entrate effettive: nel sud del Paese oggi vanno in contestazione 48 verbali su mille, il doppio del nord e molto di più dei 37 del centro.

Inefficienza del sistema o infondatezza della sanzione ??

Non c’è solo la multa alla macchina che viaggia senza autista, ma ci sono le contravvenzioni ai fantasmi, e c’è la moto che vola e il pensionato che fa l’autovelox, e il camionista che ha preso cento multe in un mese e ha venduto il camion, e poi c’è il Comune che paga 1500 euro per incassarne 150, quello che fa una multa ogni 8 secondi, e quello che adesso è finito in bancarotta perché deve rimborsare tutti e pagare pure il tribunale.

L’Italia delle multe è così incredibile e così confusa da raccontare un Paese perduto fra autovelox e Photored, smarrito fra strumenti sparsi come slot machine e comitati di rivolta, soldi che piovono dal cielo e magistrati che bussano alla porta, un Paese che esagera, come sempre, e finisce per far ridere.

Sotto Napoli, dove i comitati sono come la pizza e una pizza non si nega a nessuno, non ci sono rivolte, e non si capisce bene la coincidenza: perché anche le multe sono come le tasse, che si pagano più al Nord, o perché la ribellione cresce più facilmente sopra al Tevere? Per il resto, a sfogliare questa storia, spariscono pure gli ultimi dubbi. In Italia anche le cose ben fatte nascondono l’inganno. Figurarsi quelle fatte male.

L’auto fantasma
Claudio Morini, presidente dell’Associazione Forum di Imola, più di 6 mila iscritti e più di 8 mila ricorsi, comincia a ricordare gli episodi più clamorosi. La macchina senza autista, multata per eccesso di velocità, come da dichiarazione ufficiale firmata e controfirmata da un vigile di Ozzano, provincia di Bologna. Perché alcune contravvenzioni siano valide, bisogna fermare il responsabile. Invece, quello, sul verbale, aveva scritto: «Non contestato per assenza del conducente». Il giudice di pace allora gli aveva chiesto: «Mi faccia capire, quella macchina andava da sola?». E lui: «No, signore». E allora? «Non saprei, signore». Era successo a Ozzano, sulla via Emilia che si intasa verso Imola, e chissà quante altre volte la vittima di turno pagato senza fiatare. Però, quel giorno la sfiga ha voluto che il conducente che non c’era fosse Sergio Marchini, responsabile del Corpo di Polizia della polizia municipale di Bologna, che adesso è diventato pure il vicepresidente della Forum.

Il pensionato spia
Sempre da quelle parti, a Medicina, vicino a Bologna, racconta ancora Morini, «un giovane avvocato di nome Luca ha notato una macchina ferma sul ciglio della strada con il finestrino abbassato, che faceva delle fotografie alle auto che passavano. È andato a controllare e c’era un vecchietto sdraiato sui sedili posteriori con un autovelox montato sul posto di guida». Era un pensionato, e non sapeva cosa dire: «Ma sa, mi hanno chiesto di fare un favore...». Quale favore? «Per arrotondare la pensione», balbettava quello, scappando via. Morini giura che questo non è un caso, e non si tratta di un’eccezione: «Abbiamo trovato autovelox installati su furgoni con scritte pubblicitarie di banche, altri piazzati dentro auto civette nascoste persino nei boschi, contro ogni rispetto della legge».

La moto volante
I Comuni, per ottenere le multe giungono persino a taroccare le foto: «E’ successo nella zona di Ravenna. Solo che l’avevano ritoccata così male che all’utente che l’aveva richiesta, come da obbligo di legge, era arrivata l’immagine di una moto che volava sopra la strada». Tutto questo, come spiega Stefano Calderato, del comitato di Altavilla, Vicenza, «deriva dal fatto che i Comuni appaltano il servizio a delle ditte che perseguono malamente il lucro, incassando dal 27 per cento in su per ogni contravvenzione, e non il senso di giustizia». Risultati, dice, sotto gli occhi di tutti. Ad Altavilla, 11mila abitanti, in due mesi avevano fatto 23mila multe con 3 T-red. A S. Arcangelo di Romagna nel 2006 hanno messo a previsione 294 mila euro, incassandone 360 mila: e allora nel 2007 hanno quadruplicato la cifra, 1.196.905 euro, da raccogliere in soli 7 mesi, come se non bastasse. Così esagerano tutti. A qualcuno va bene. Il Comune di Roncofreddo ha piazzato addirittura due autovelox in 500 metri scarsi: le sue casse sono a posto per sempre. E a qualcuno va male. A Riparbella, 1520 abitanti in provincia di Pisa, hanno rifilato 15 mila verbali con due autovelox. I cittadini hanno cominciato a presentare ricorso. E il giudice di pace, esaminati i primi cento, ha cominciato a far pagare il Comune: deve rimborsare le multe e coprire le spese del processo nell’ordine di 200 euro a ricorso. I ricorsi sono diventati più di 3mila. E stanno aumentando. Il sindaco, Ghero Fontanelli, ha le mani nei capelli: «Se va così, faccio bancarotta». I suoi autovelox li ha spenti. E poi chissà che rabbia: vicino a lui, a Santa Luce, 1600 abitanti, e a Castellina Marittima, 2mila anime in provincia di Livorno, ci sono i comuni d’Italia che guadagnano di più con le multe. Minimo un milione d’euro, al netto delle spese.

Il super-vigile
Sempre tra Riparbella e Santa Luce, denuncia Paolo Bellini, presidente di un altro comitato, il No Gabel, «il 29 dicembre 2006 sono stati emessi 3603 contravvenzioni firmate dall’unico vigile in servizio nel nostro comune. E’ possibile che una sola persona abbia potuto redarre un verbale ogni 8 secondi?». Eppure qualcosa succede: i ricorsi sono arrivati alla Corte della Commissione Europea, mentre 4 procure hanno già aperto delle inchieste, a Milano, Verona, Vicenza e Livorno. Il 14 aprile ci sarà la prima udienza in un aula di Tribunale, a Vicenza. Così qualcuno fa retromarcia. Andando e venendo fra le multe, e passando fra i casi resi già famosi da Striscia la Notizia o dalle Iene, come quello di Cornaredo, vicino a Milano, si può capitare anche a Settimo Torinese, dove, come racconta Carmen Faraone, il Comune ha stracciato 30mila multe e rimborsato chi aveva già pagato. «Il giallo durava 3 secondi e 8 decimi. Non dava scampo. Hanno cambiato il semaforo. Adesso dura 9 secondi». E le multe sono passate da 30 mila a 49. Dove sta l’errore?

STRISCE BLU

STRISCE BLU ILLEGITTIME SE NON VI SONO ALTRETTANTI PARCHEGGI GRATUITI NELLE VICINANZE

la Corte di Cassazione si è espressa in modo analogo ovvero sostenendo che l’art.7 del Codice della Strada consente all’Amministrazione comunale di realizzare parcheggi a pagamento, a condizione che vengano contemporaneamente realizzati, nelle immediate vicinanze, parcheggi gratuiti. Cass., SS.UU. civili, sentenza 09.01.07, n.116

il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dal Codacons e dichiara illegittimo il comportamento di chi attiva zone di parcheggio a pagamento (strisce blu) senza preoccuparsi di fare altrettanti parcheggi gratuiti nelle immediate vicinanze. Tar Lazio, Sez. II, sentenza 218/2008, dep. 28.05.08

SEMAFORI ED AUTOVELOX INTELLIGENTI

Con sentenza n. 7388/2009 finalmente anche la Cassazione Civile dopo tanti giudici di pace ha stabilito che per elevare una multa c’è bisogno di certezza e trasparenza, ossia un agente deve essere sempre presente almeno per le contestazioni e la verifica dello stato dei luoghi.

Autovelox da segnalare almeno a 400 metri e ben in vista. Parola dei giudici di Cassazione (seconda sezione penale, sentenza 11131/09). Gli autovelox, dice la Cassazione, devono essere "segnalati" e "ben visibili". Diversamente scatta la condanna per reato di truffa agli automobilisti. Anche la circolare 3 agosto 2007 del Ministero dell'interno prescrive la segnalazione almeno 400 metri prima del punto in cui l'apparecchio di rilevamento della velocità era collocato. Il D.M. 15 agosto 2007 e la circolare ministeriale dell'8 ottobre 2007 ribadivano l'esigenza di segnalare le postazioni di controllo con adeguato anticipo e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento”.

LA MAFIA DEGLI AUTOVELOX

Parliamo di Autovelox truccati, caos in 146 comuni.

Inchiesta di “La Repubblica”. Il 18 marzo 2011, dopo anni di indagini la Guardia di finanza di Brescia ha chiuso il cerchio sulla vicenda sugli impianti 'autovelox' irregolari che ha avuto risvolti a livello nazionale. I finanzieri di Desenzano hanno messo i sigilli agli uffici della Garda Segnale gestita da B.D., 60 anni, originario di Cedole, in provincia di Mantova, ma da anni residente a Desenzano del Garda. L'uomo già negli anni Novanta era stato al centro di diverse indagini penali in relazione agli appalti per la gestione di servizi di rilevamento delle infrazioni al codice della strada tramite autovelox, è nuovamente cascato nella rete degli investigatori per via delle modalità di gestione della stessa attività. La società del 60enne era contemporaneamente finita nel mirino anche dei finanzieri di Sala Consilina che nel 2010, attraverso l'operazione 'Devius' accertarono l'illecita contestazione di circa 82 mila violazioni al codice della strada con indebite richieste di sanzioni per circa 11,5 milioni di euro. Entrambe le indagini hanno permesso di appurare che il titolare della società, attraverso una cinquantina di autovelox di cui solo due omologati, è riuscito in molti casi ad ottenere gli appalti con le amministrazioni comunali attraverso finte gare a cui partecipavano solo ditte a lui riconducibili ovvero attraverso una molteplicità di 'servizi aggiuntivi' quali, ad esempio, l'incarico retribuito di 'videoterminalista' a favore di una persona designata, molto spesso, dal Comandante della Polizia Locale. In tutti i verbali prodotti dalle apparecchiature di B.D., grazie ad un sofisticato sistema informatico, venivano falsamente riportate sempre le matricole delle uniche due apparecchiature omologate che risultavano pertanto presenti in più punti del territorio italiano contemporaneamente. In questo modo gli automobilisti non avevano strumenti per poter contestare l'idoneità delle apparecchiature davanti ai giudici.

Circa 150 sono le amministrazioni comunali coinvolte i cui responsabili, circa 500 tra funzionari pubblici ed altri, sono stati segnalati per i reati di truffa aggravata, turbata libertà degli incanti e corruzione. Ma i finanzieri di Desenzano sono andati oltre, cercando di ripercorrere i flussi di denaro incamerati da B.D. con gli autovelox. Sono così venuti a capo di un vero e proprio impero immobiliare che il 60enne aveva costruito nel tempo attraverso una fitta rete di società: 27 attive, 7 sottoposte a procedure concorsuali e 4 in liquidazione/cessate. Le società sono passate sotto la lente degli investigatori che così hanno potuto accertare che l'uomo, attraverso vari prestanome, ha sottratto a tassazione circa 18 milioni di euro con un'evasione di imposte pari a circa 13 milioni di euro. Non solo, perchè i finanzieri si sono accorti dell'esistenza di una vera e propria associazione per delinquere, che aveva il chiaro scopo di condurre alla bancarotta fraudolenta le società che prima venivano acquistate e poi svuotate dei loro beni. Oltre a B.D., l'associazione ha visto la partecipazione di T.D., 51 anni della provincia di Vincenza, E.S. , 61 anni di Roma, B.V. 63 anni di Verona e M.L. 62 anni della provincia di Vicenza. I cinque dopo aver individuato e rilevato le società più adatte, ponevano in essere degli ingenti acquisti immobiliari senza onorarne il pagamento e provvedevano in seguito alla rivendita degli stessi nei confronti di altre società di comodo, anche più volte. E' il caso di un cinema con tettoia e corte esclusiva a Montecchio Maggiore (Vicenza), acquistato nel 2004 per 760mila euro senza onorare il pagamento, rivenduto nel 2006 per 1,26 milioni e rivenduto nel 2007 per un milione. Oppure di un complesso immobiliare ad uso albergo con terreno di pertinenza sito in Cerro veronese (Verona), acquistato nel 2003 per 3.098.000 e rivenduto nel 2006 per 2.900.000. E ancora un complesso turistico 'Paradiso Selvaggio', composto da ventidue abitazioni, sito in Vieste (Foggia), acquistato nel 2002 per 2milioni. E' di circa 9 milioni di euro il valore dei beni distratti in modo fraudolento. La complessa attività di ricostruzione del patrimonio immobiliare ha consentito alle curatele di porre sotto sequestro 51 immobili per un valore di circa 2,5 milioni di euro. Per evitare la commissione di ulteriori reati della stessa specie gli uffici di Desenzano del Garda, vera e propria base operativa da dove operava del titolare della società, sono stati sigillati su ordine del Tribunale di Brescia.

In totale sono 558 le persone denunciate, 146 le amministrazioni comunali coinvolte, 367 i funzionari pubblici coinvolti. Sono stati sequestrati 6 misuratori di velocità ; 10 computer; 4 hard disk e 4 pen drive. Sono stati sequestrati gli uffici in via Pasubio e via Olimpia a Desenzano del Garda; 51 unità immobiliari per un valore pari a 2.346.300 euro; Distrazione fraudolenta di beni: 8.965.000; Iva evasa 5.973.849 euro; Irap evasa 723.734,00. Lavoratori 'in nero' identificati: 147.

Da “La Stampa” l’elenco dei comuni coinvolti. Un giro d’affari milionario sfruttando autovelox non a norma, una truffa colossale che ha interessato mezza Italia, sfociata nella denuncia di 558 persone, di cui 367 dipendenti comunali o funzionari pubblici compiacenti, ora nei guai per truffa aggravata, turbativa d’asta e corruzione. È quanto ha scoperto la Guardia di Finanza di Brescia (tenenza di Desenzano) in cinque anni di indagini.

A tirare le fila di un sistema capillare e articolato che ha coinvolto mille comuni italiani - 146 quelli in cui sono state riscontrate anomalie - è un sessantenne di Desenzano del Garda, Diego Barosi. L’uomo, titolare della ’Garda segnale” e di numerose altre società aperte e chiuse secondo gli inquirenti per poter catalizzare gli appalti delle amministrazioni per la gestione degli autovelox, era già noto alle forze dell’ordine e alle cronache per vicende simili. Il bresciano è finito nel mirino di numerose Procure italiane, tra cui quella di Sala Consilina (Salerno) dove un automobilista fece ricorso per disconoscere una multa per eccesso di velocità. In parallelo i riscontri degli inquirenti di Brescia hanno permesso di appurare che Barosi attraverso una cinquantina di autovelox di cui soltanto due omologati è riuscito in molti casi a ottenere gli appalti attraverso finte gare cui partecipavano solo ditte a lui riconducibili, in molti casi con la compiacenza della Polizia locale o di funzionari comunali ripagati con una congrua percentuale. Il sistema avrebbe fruttato 11 milioni e mezzo di sanzioni irregolari - gli autovelox erano tarati al rialzo per truccare la velocità rilevata del 15-17% in più rispetto al reale - delle quali l’interessato intascava fino al 40%. Un imponente flusso in denaro confluito in un impero immobiliare. Sono 245 secondo le Fiamme gialle gli immobili riconducibili a Barosi, di cui 51 sono già stati confiscati. L’uomo con 4 complici delle province di Roma, Vicenza a Verona - ai cinque è contestata anche l’associazione a delinquere, la frode fiscale, la bancarotta fraudolenta - avrebbe costituito una fitta rete di società che hanno sottratto a tassazione 18 milioni e evaso imposte per 13. Il gruppo acquistava ingenti proprietà immobiliari - cinema, alberghi, villaggi turistici individuati tra Vicenza, Verona, Foggia - senza pagarle, anzi, provvedendo a rivenderle. Le violazioni del codice illecitamente contestate sarebbero 82mila con indebite richieste di sanzioni per circa 11,5 milioni di euro.

Questo l’elenco dei Comuni coinvolti nell’inchiesta della Gdf di Brescia sugli autovelox taroccati: Abbadia S. Salvatore (Si), Acquasanta Terme (Ap), Airole (Im), Aisone (Cn), Albuzzano (Pv), Alleghe (Bl), Altavilla Milicia (Pa), Altofonte (Pa), Altomonte (Cz), Anversa Degli Abruzzi (Aq), Aragona (Ag), Ardore (Rc), Arquata Del Tronto (Ap), Arsoli (Rm), Artena (Rm), Badolato (Cz), Balsorano (Aq), Basciano (Te), Binetto (Ba), Bitritto (Ba), Bonate Sotto (Bg), Brezzo Di Bedero (Va), Brienza (Pz), Brolo (Me), Brugnato (To), Brusasco (Sp), Brusnengo (Bi), Buccinasco (Mi), Budoni (Nu), Bugnara (Aq), Cadeo (Pc, Canepina (Vt), Canosa Sannita (Ch), Casei Gerola (Pv), Castellabate (Sa), Castiglione D’orcia (Si), Chiaramonte Gulfi (Rg) Chiusa Di Pesio (Cn), Cicciano (Na), Civitella D’agliano (Vt), Cogorno (Ge), Collarmele (Aq), Colledara (Te) Corbara (Sa), Cupello (Cn), Fabrica Di Roma (Rm), Ficarazzi (Pa), Filandari (Vv), Fluminimaggiore (Ca), Forza D’agro (Me), Francofonte (Sr), Fratta Todina (Pg), Gagliole (Mc), Gallicchio (Pz), Gargnano (Bs), Gizzeria (Cz), Greggio (Vc), Grottolella (Av), Isola Delle Femmine (Pa), Issiglio (To), Itala (Me), Leggiuno (Va), Leporano (Ta), Letojanni (Me), Licenza (Rm), Licodia Eubea (Ct), Loiri Porto San Paolo (Ss), Maiori (Sa), Maissana (Sp), Malvito (Cs), Mandatoriccio (Cs), Manta (Cn), Maruggio (Ta), Melicucco (Rc), Montefalco (Pg), Montefortino (Ap), Montelanico (Rm), Montemurro (Pz), Monteroni Di Lecce (Le), Monterosi (Le), Monterubbiano (Ap), Morciano Di Romagna (Fo), Moresco (Ap), Morlupo (Le), Morolo (Fr), Mottalciata (Bi), Nazzano (Rm), Noepoli (Pz), Oria (Br), Ospedaletto Lodigiano (Lo), Palermiti (Cz), Palestro (Pv), Palmi (Rc), Palosco (Bg), Paterno (Pz), Patrica (Fr), Pedrengo (Bg), Piancastagnaio (Si), Pietravairano (Ce), Pieve Albignola (Pv), Pincara (Ro), Podenzana (Ms), Poggiorsini (Ba), Pollina (Pa), Portopalo Di Capo Passero (Sr), Pray Biellese (Vc), Pratella (Ce), Radicofani (Si), Ripe (An), Rivodutri (Ri), Rocca D’evandro (Ce), Roccafluvione (Ap), Roccagorga (Lt), Roggiano Gravina (Cs), San Giovanni Lipioni (Ch), San Gregorio Magno (Sa), San Michele Di Ganzaria (Ct), San Salvatore Telesino (Bn), San Sostene (Cz), Sant’angelo D’alife (Ce), Santa Maria Imbaro (Ch), Santa Maria Nuova (An), Santo Stefano Di Camastra (Me), Saviano (Na), Sermoneta (Lt), Serralunga Di Crea (Al), Serre (Sa), Sizzano (No), Stigliano (Mt), Stimigliano (Ri), Torrenova (Me), Torrice (Fr), Torricella (Ta), Tossiccia (Te), Tramonti (Sa), Tramutola (Pz), Trappeto (Pa), Trecchina (Pz), Treglio (Ch), Unione Dei Comuni Santi Sanniti (Bn), Urago D’oglio (Bs), Vejano (Vt), Vico Nel Lazio (Vt), Villa Del Bosco (Bi), Villar Perosa (To), Viverone (Bi).

LA MAFIA DEI SEMAFORI TRUCCATI

Nei guai anche 63 comandanti di polizia municipale di tutta Italia.

Arrestato l'inventore dei «T-red». L'uomo aveva progettato e distribuito i «semafori intelligenti», altri 109 gli indagati.

Il progettista dei T-Red, Stefano Arrighetti, è stato arrestato dai carabinieri lombardi e da quelli di San Bonifacio (Verona) nell'ambito dell'inchiesta della procura di Verona sui cosiddetti «semafori intelligenti» che vede indagate altre 108 persone.

L'ACCUSA - Arrighetti, 45 anni di Seregno (Milano), amministratore unico della Kria di Desio (Milano), è accusato di frode nelle pubbliche forniture. Secondo quanto si è appreso, Arrighetti avrebbe omologato solo la telecamera e non avrebbe chiesto e quindi mai ottenuto dal Ministero dei trasporti l'omologazione dell'hardware dell'apparecchiatura che fa funzionare l'intero sistema.

GLI INDAGATI - Tra i 109 indagati figurano 63 comandanti di polizia municipale tra cui quello di Perugia e di Mogliano Veneto (Treviso), 39 amministratori pubblici e sette amministratori di società private. Sono invece 80 i comuni del centro-nord Italia al centro dell'indagine nei quali sono state comminate decine di migliaia di contravvenzioni. Il provvedimento restrittivo che ha raggiunto Arrighetti è stato emesso dal gip scaligero Sandro Sperandio su richiesta del pm Valerio Ardito.

Coinvolti Comuni e vigili urbani: «Era un sistema per fare cassa»

I «signori delle multe» combinavano affari, truccavano gli appalti e stangavano gli automobilisti. Quasi una catena di montaggio che arricchiva i soliti noti, secondo la Procura di Milano che ha chiesto e ottenuto l’emissione di 4 ordini di cattura con l’accusa di associazione per delinquere e turbativa d’asta, e l’iscrizione sul registro degli indagati di almeno 21 persone: tutti amministratori di società o amministratori pubblici e pubblici ufficiali (17).

Che tanto, in questo settore, si sentivano tutti sulla stessa barca. Sebbene guidati da un unico nocchiere, tale Raoul Cairoli, il titolare della Ci.Ti.Esse di Rovellasco (Como), società con licenza esclusiva di commercializzazione dei famigerati autovelox e degli ancor più discussi «T-Red», i rilevatori semaforici che, opportunamente taroccati, facevano vertiginosamente salire le entrate dei piccoli Comuni - da Segrate a Viterbo, da Novara a Varese, da Venezia a Modena, da Benevento a Ferrara - che ne facevano uso. E abuso. Sono 130 i municipi finora monitorati.

Scrive il gip nelle motivazioni dell’ordinanza: «Negli atti predisposti a riguardo dagli enti territoriali, l’installazione di tali apparecchiature viene motivata con la necessità di ottimizzare la sicurezza del traffico veicolare e di evitare o ridurre il numero degli incidenti stradali. Tuttavia, emerge dal complesso delle indagini, sottesi a tali finalità sono presenti interessi di natura diversa e in particolare la malcelata esigenza di assicurare alle casse comunali un cospicuo gettito di denaro...».

L’indagine coordinata dal pm Alfredo Robledo e condotta dalla Gdf, che ieri ha portato in carcere l’amministratore della Ci.Ti.Esse e ai domiciliari altre 3 persone (Giuseppe Astorri della Scae spa, Simone Zari della Centro Servizi srl e Antonino Tysserand della Tecnico Traffico), nasce infatti proprio da una denuncia dei cittadini di Segrate, Comune alle porte di Milano, tartassati da un semaforo che, rubando sui tempi di accensione del verde, faceva immancabilmente scattare il rosso quando un’auto si trovava nel bel mezzo dell’attraversamento di un incrocio. O di strade a scorrimento veloce.

Insomma, una bella truffa ai danni del cittadino operata da quei Comuni che a fine anno potevano far mostra di solidi bilanci senza troppo impegno dei loro amministratori.
A guadagnare non erano d’altronde soltanto le piccole amministrazioni. Perché la Ci.Ti.Esse, e le sue società «satellite», quelle che nell’ordinanza dei magistrati sono indicate come un vero e proprio «cartello» del pubblico appalto semaforico, guadagnavano una sostanziosa percentuale proprio sulle multe erogate: dal 25 al 30 per cento.

Un affarone, visto che tra semafori truccati e autovelox piazzati in fondo a strade in discesa anziché nei pressi di scuole o ospedali - come lamenta il pm dell’inchiesta - riuscivano a calcolare le entrate di ogni anno, fino a sfiorare i 10 milioni di euro nel 2006 e una cifra di gran lunga superiore prevista per il 2008. Le prove? Una serie di e-mail sequestrate dalla Gdf sui computer della società inquisita che dimostrano senza ombra di dubbio gli accordi tra le varie aziende in combutta e le pubbliche amministrazioni interessate (finora 16 i Comuni individuati, sparsi in tutta Italia), nonché una serie di testimonianze di comandanti dei vigili pentiti che hanno raccontato come la società guidata da Cairoli portasse nei loro uffici una «drive pen» con la quale scaricava sui computer degli interessati perfino le lettere di convocazioni per i bandi di gara. Tutti, guarda caso, di poche migliaia di euro sempre sotto i 200 mila, in modo da poter procedere senza troppi controlli o con trattative private. E poi le apparecchiature per le rilevazioni di velocità venivano semplicemente noleggiate e sempre da un’unica società, la Ci.Ti.Esse srl, diventata sostanzialmente la concessionaria nazionale esclusiva delle multe in Italia.

«Per altro - scrive il gip Ghinetti nella sua ordinanza - la quasi totalità dei contratti in precedenza indicati, acquisiti mediante i comportamenti delittuosi di cui si è scritto, sono tuttora in essere e garantiscono illeciti profitti a favore degli associati, derivanti dai cospicui pagamenti eseguiti nei loro confronti da parte delle amministrazioni comunali». Quanto al manager Raoul Cairoli, il gip parla di «pervicacia dimostrata dall’indagato, capo del sodalizio criminoso».

Poche regole per un monopolio. Primo, niente concorrenti. Secondo, gli «agganci» giusti. Terzo - se necessario - truccare le carte. Così nasce un «cartello». Lo stesso che, secondo la procura di Milano, avrebbero messo in piedi quattro aziende specializzate nella fornitura agli Enti locali di autovelox e telecamere a infrarossi (T-red). Contratti pubblici a percentuale. Migliaia di verbali, milioni di euro. Appalti in 29 comuni sparsi in tutta Italia. Da Milano a Benevento, da Varese a Roma. Un «dominio commerciale», lo chiama il gip Andrea Ghinetti nell’ordinanza di custodia cautelare che dispone il carcere per Raoul Cairoli, amministratore unico della Ci.Ti.Esse srl, e i domiciliari per Giuseppe Astorri, direttore commerciale di Scae spa, Simone Zari, socio e amministratore di fatto della Centro Servizi srl, e Antonino Tysserand, amministratore unico della Tecnotraffico srl. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzate alla turbativa di commesse pubbliche.

Un business enorme. Un affare per tutti. Per chi fornisce le apparecchiature, che guadagna in percentuale sui verbali (e solo la Ci.Ti.Esse, nel 2006, produce un volume d’affari da 9 milioni di euro). E per gli amministratori pubblici, disposti a spendere centinaia di migliaia di euro per il noleggio delle apparecchiature, pur di «assicurare alle casse comunali - scrive ancora il gip - un cospicuo gettito di denaro». Anche se - come emerso dall’indagine - in molti casi la durata del giallo era così ridotta da indurre gli automobilisti a bruciare il semaforo. Così, una e-mail del 26 marzo 2007 tra Astorri e Cairoli: «Raoul - scrive Astorri -, il prefetto di Milano ha consigliato di ritardare la partenza delle rilevazioni di un secondo per evitare la massa dei ricorsi, che facciamo?». Risposta, «non sono d’accordo. Meglio evitare contenziosi ma vedi di tutelare al massimo i nostri interessi». Perché questa è una roulette in cui vincono tutti, tranne gli automobilisti. Che pagano.

L’inchiesta, condotta dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza e coordinata dal pm Alfredo Robledo, nasce più di un anno fa da una denuncia di alcuni cittadini di Segrate, un comune dell’hinterland milanese. Semafori come ghigliottine, multe a pioggia, e il sospetto che la gara d’appalto fosse stata truccata. Ma quello che inizia nel paesotto lombardo si diffonde presto in tutta Italia. «L’indagine - si legge infatti nelle 65 pagine di ordinanza di custodia cautelare - ha accertato l’esistenza di un vero e proprio cartello» tra le quattro società, tutte «in collusione con pubblici ufficiali». Perché all’altra metà del tavolo siede chi ha la divisa da vigile urbano, o la fascia da sindaco. Così, sotto inchiesta finiscono altre 21 persone, 17 delle quali sono pubblici ufficiali, alcuni dei quali ora indagati per peculato e abuso d’ufficio. Anche se qualcuno, alle volte, si mette di mezzo. Ottobre 2006, altra e-mail tra Astorri e Cairoli: «Domani devo andare dal comandante e dal sindaco per illustrare il sistema, e ancora oggi il rompicoglioni del responsabile dell’ufficio verbali ha fatto le rimostranze dicendo che questo sistema non va bene. Resto in attesa».

Un meccanismo banale. «La relazione la redige Cairoli - insiste Ghinetti -, la rivede nella forma da Astori, e solo “fatta propria” dal funzionario comunale». In altre parole, chi partecipa all’appalto suggerisce all’Ente i parametri per partecipare (guarda caso, i propri), e stila pure l’elenco dei partecipanti. Aziende che fanno parte della cordata. O perdenti sicuri. Come accade nella gara indetta dal comune di Certaldo (Firenze), il 21 aprile di quest’anno. Tra i partecipanti, anche la Publi.Sec srl, la cui «operatività - scrive il gip - riguarda unicamente la “gestione di cimiteri comunali”». Cimiteri, non autovelox. Chi vince, è scontato.

È la rete dei «signori delle multe». Migliaia e migliaia di verbali. Non tutti, però, sono uguali. «Raoul - ancora un’e-mail -, mi hanno dato questa targa da annullare. Attenzione, le ultime segnalazioni sono state disattese». Alle volte, gli amici.

Albese, Albavilla, Alzate Brianza, Arosio, Capiago Intimiano, Lurago d'Erba e Vertemate con Minoprio per il Comasco. Bulciago e Montevecchia per il Lecchese. Sono i «semafori intelligenti» della zona finiti nel mirino dei carabinieri della compagnia di San Bonifacio (Verona) che, su ordine della Procura scaligera, stanno cercando di fare chiarezza in questi giorni sull'uso legittimo di questi impianti diventati numerosi anche in provincia.

I MILITARI hanno notificato tra la giornata di lunedì e quella di ieri ordini di esibizione e consegna di documenti in 62 comandi di polizia locale, tra Lombardia e Veneto, che hanno giurisdizione in un'ottantina di Comuni delle province di Bergamo, Brescia, Biella, Cuneo, Lodi, Mantova, Milano, Modena, Novara, Padova, Pavia, Perugia, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia, Rovigo, Teramo, Treviso, Vicenza, Varese, Venezia e naturalmente Como, con sette Amministrazioni interessate, e Lecco, con solo due comandi.

TRA LE DIVERSE ipotesi al vaglio nell'indagine, coordinata dal pm veronese Valeria Ardito, quella che il giallo di questi impianti sia stato troppo breve permettendo così di erogare numerose multe. Al momento, come confermano gli stessi carabinieri, non sussiste ancora alcuna contestazione né ci sono degli indagati: in sostanza solo dopo che tutta la documentazione sarà stata acquisita e analizzata nel dettaglio si valuterà la sussistenza di eventuali ipotesi di reato. E’ quindi sbarcata anche nel Comasco l'indagine della Procura di Verona sui «semafori intelligenti»: dispositivi che se per gli automobilisti spesso si trasformano in un vero e proprio incubo - con patenti alleggerite dei punti e portafogli pesantemente toccati - per molti Comuni diventano invece una gallina dalle uova d'oro.

A SENNA COMASCO dove il «semaforo intelligente» è nel frattempo sparito insieme alla maggioranza che sosteneva il sindaco, Luciano Filippetto, che ha passato la mano al commissario prefettizio, il dispositivo fu piazzato sulla Canturina insieme a quello di Capiago, che gli stava di fronte dall'altra parte della carreggiata, e le multe servivano, era stato candidamente ammesso dall'ex primo cittadino, per finanziare la costruzione di un marciapiede in centro paese. A Como invece anche se gli impianti sono tecnologicamente del tutto diversi, nel 2006 un unico semaforo dei tre attivi in città, emise 896 multe in 8 giorni, per un totale di 130mila euro, ma il Comune ha sempre invocato per la loro installazione solo ragioni di sicurezza.

A Como 896 multe in 8 giorni allo stesso semaforo. A Segrate, provincia di Milano, 40mila multe in sette mesi, concentrate in quattro incroci. E poi Settimo Torinese: 25mila contravvenzioni in un paese di 50mila abitanti.

L’elenco dei paesi in cui il semaforo è diventato l’incubo degli automobilisti è lungo. A turbare il sonno di chi si mette al volante non bastavano le trappole degli autovelox, sulle nostre strade è sempre più incombente il rischio di finire immortalati dai T-red, diaboliche macchine fotografiche applicate ai semafori. Velocità e rispetto dei segnali stradali sono e resteranno elementi prioritari per la sicurezza, su questo non si discute, ma solo se le infrazioni sono rilevate regolarmente, non ad arte, e magari con il trucco.

Un trucco che a Illasi, provincia di Verona, la procura di Repubblica ha bollato con un altro nome: truffa e falso. Le diecimila multe realizzate dagli apparecchi installati nel paese di 5mila abitanti hanno fatto sorgere una marea di proteste. La procura di Verona si è mossa ed è sorto un sospetto grave: che le multe fossero sparate a raffica da un computer, senza il controllo di un ufficiale di polizia municipale. E che il lasso di tempo impiegato per passare dal giallo al rosso fosse decisamente troppo breve. Sul registro degli indagati sono finiti sindaco, capo dei vigili e rappresentanti delle ditte che si occupano di installare le macchinette e notificare i verbali. Il procuratore capo di Verona Guido Papalia conferma: «Pare che il lasso di tempo tra l’accensione del giallo e quella del rosso non fosse a norma».

E potrebbe non trattarsi di un caso isolato: proprio la sospetta velocità dello scatto da giallo a rosso ha fatto scoppiare rivolte in mezza Italia. A Perugia hanno chiamato le Iene di Italia 1, nel Lodigiano un comitato di cittadini è riuscito a bloccare le macchinette mangiasoldi. E anche in Trentino la rivolta ha convinto molti comuni a fare dietrofront.

Tra le idee mai realizzate dell’ormai ex ministro Bianchi in tema di trasporti, quella di togliere alle amministrazioni locali la gestione dei sistemi di rilevamento della velocità per trasferirla alla polizia provinciale o alla Stradale avrebbe potuto essere accolta positivamente dagli automobilisti.

Ma forse qualche comune ha avuto paura di vedersi sfilare la gallina dalle uova d’oro. Ed ecco che il T-red, e gli analoghi apparecchi di controllo fotografico, hanno cominciato a moltiplicarsi. A tanti malcapitati sono quindi arrivate sanzioni amministrative da 137 euro e sono stati tolti i punti dalla patente nel nome della sicurezza.

Ma i 20 euro sul totale della multa che andavano alle società che gestivano gli impianti hanno fatto sorgere qualche dubbio di legittimità, che si è rivelato ben presto fondato.

La maggior parte di questi dispositivi, infatti, non è tarata in modo regolare, tanto che le uniche auto a farla franca sono quelle che transitano a velocità almeno doppia a quella consentita in quel tratto.

Negli anni sono nati sette importanti famiglie di rilevatori di infrazioni semaforiche: Autostop Mini K10, Photored F17, Italian Red Speed Tm, Photored F17 A, Ftr, Traffiphot III G e Autostop K20.

Di questi, però, solo due, l'Italian Red Speed Tm e l'Autostop K20, possono essere impiegati in modo automatico.

Per gli altri è necessaria la presenza di una pattuglia, in caso contrario si hanno ottime possibilità di vedere accettato il ricorso presentato al Giudice di Pace.

VISIBILITA’ ABUSIVA E SELVAGGIA

“Ad ogni tornata elettorale le città e i comuni sono imbrattati dai manifesti elettorali abusivi. Si tratta di uno scempio, di una prepotenza e di una illegalità di fronte alla quale le istituzioni sono colluse. I cittadini denuncino ogni affissione posta fuori gli spazi a loro destinati. A scanso di insabbiamenti, le segnalazioni con racc. a.r. devono essere indirizzate ai vigili urbani, e contestualmente ai carabinieri e/o alla polizia.”

Questa è la presa di posizione del dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie.

“Ad ogni elezione tutti i partiti, che d’altronde già da tempo non rappresentano gli interesse dei cittadini, invadono le città d'Italia deturpandole con una vera e propria guerriglia urbana fatta di illegalità, spreco, lavoro nero e prepotenza. Decine di migliaia di manifesti abusivi, il cui tempo di vita medio è di poche ore, vengono attaccati su ogni muro e ogni luogo disponibile da squadre di lavoratori in nero, assoldati da agenzie specializzate che godono dell'impunità più assoluta. La legge prevede che il Comune predisponga apposite plance, dove ad ogni partito è assegnato il suo spazio. Una legge mai rispettata. Secondo Radio Radicale per ogni elezione i Comuni spendono circa 100 milioni di euro per rimuovere i manifesti affissi abusivamente. In alcuni casi fanno anche le multe. A Roma nel 2008 ne sono state fatte 5.472, che al costo di 400 euro l'una, in totale arrivavano a 2 milioni e 188 mila euro. Ma il Parlamento, con il decreto Milleproroghe del marzo 2009, grazie a un emendamento proposto insieme dal Pdl e dal Pd, ha approvato un condono per le multe inflitte a partiti e candidati dal 2005 al 2009. Nel servizio delle “Iene” trasmesso da “Italia 1” del 17 aprile 2009 sull'affissione abusiva dei manifesti, si sente dalla viva voce del rappresentante della maggiore agenzia di affissioni di Milano come vengono gestite le campagne elettorali sulle strade. «Il mio consiglio spassionato da tecnico è andare in abusiva, solo in abusiva! Il Comune non riesce a starci dietro. Chiude un occhio. Poi magari te li coprono, però dopo 4-5 giorni. Il Comune lo sa che siamo noi a devastare la città. Come saprai per legge i manifesti elettorali andrebbero affissi negli spazi che ogni comune mette a disposizione in occasione della campagna. Ad ogni partito sono assegnate un pari numero di plance appositamente contrassegnate. Ogni manifesto attaccato fuori dagli spazi preposti dovrebbe essere multato per ogni giorno che rimane affisso. Noi prendiamo multe per 58mila euro - prosegue l’intervista delle Iene - ma paghiamo 1.000 euro ed è finito. Nessuno ha mai pagato una multa da quel punto di vista lì. Aspettano tutti i condoni. Invece quest’anno non devi nemmeno aspettarlo, perché c’è già». «Giro tutta la notte per controllare che non ci siano sovrapposizioni delle squadre e per risolvere, eventualmente, controversie sul territorio. Come vedi ho una pistola a portata di mano». Sono le parole letterali del boss dell’organizzazione di attacchinaggio elettorale a Roma riportate dal “Corriere della sera” in un articolo dell’11 aprile 2008.

Questa è l’Italia del trucco, l’Italia che siamo!!”

http://www.motori24.ilsole24ore.com/Norme-Fisco/2009/05/multe-italia-ztl.php

http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/multe-italia/multe-italia/multe-italia.html

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200804articoli/31641girata.asp

http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_29/semafori_intelligenti_arrestato_progettista_a2ef5742-edcf-11dd-b7db-00144f02aabc.shtml

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200809articoli/36570girata.asp

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=291308&START=1&2col=

http://ilgiorno.quotidiano.net/como/2008/06/11/96113-semafori_sotto_inchiesta.shtml

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=236940


NON C'E' POSTA PER TE

Lettere mai recapitate. O buttate nella spazzatura. Raccomandate scomparse. Pacchi irrintracciabili. Tra appalti esterni e risparmi, si moltiplicano i disservizi.

Siamo sotto le feste, ma se vuoi mandare un biglietto d'auguri a qualcuno devi essere fortunato. Devi riuscire a trovare una buca e devi incrociare le dita che il postino passi a ritirarlo. Se il biglietto lo stai aspettando, invece, devi sperare che la tua zona sia ancora servita. E anche augurarti che un portalettere frustrato non la butti nella spazzatura. Ma che poi arrivi in tempo è tutto un altro paio di maniche. Come ha raccontato in un articolo sui suoi tre anni italiani l'inglese Lisa Hilton: "L'anno scorso, per esempio, ho ricevuto le cartoline di Natale a Pasqua. Le mie lamentele si sono scontrate invariabilmente con un'alzata di spalle e un rassegnato 'è così'".

La giornalista britannica non è un caso isolato: le associazioni di consumatori moltiplicano le segnalazioni di disservizi di Poste Italiane: dai pacchi accumulati e non consegnati, alle raccomandate che tocca andare a ritirare all'ufficio postale. Alle Poste, però, minimizzano: "La consegna della corrispondenza in Italia dopo la conclusione del processo della riorganizzazione del servizio di recapito e la stabilizzazione di migliaia di portalettere è oggi regolare. Isolati casi di ritardo nella consegna della posta sono dovuti esclusivamente alle ultime fasi di conclusione del progetto".

Eppure a volte la realtà sfiora l'assurdo. Come nel caso, denunciato dal Movimento difesa del cittadino, di una signora che aveva spedito medicinali antimalarici a suore missionarie di Brescia. Ora saranno anche scaduti, perché a destinazione non sono mai arrivati. Il postino si è scusato così: aveva bussato al convento, ma nessuno ha risposto. E poi c'era una signora, felice di poter rendere la propria casa più 'verde' grazie agli incentivi energetici. Di cui però non ha visto traccia, perché la documentazione, inviata con raccomandata, alla Agenzia delle entrate di Pescara non è mai arrivata. Spesso poi, come racconta un cittadino milanese, "nessuno suona al citofono per consegnarmi un pacco, ma lasciano l'avviso 'destinatario assente', così sono costretto ad andare a ritirarlo al deposito".

Eppure quello del recapito di buste, pacchi e affini è un servizio 'universale', che le poste dovrebbero garantire a tutti i cittadini per 365 giorni l'anno. Anche perché in cambio ricevono denaro pubblico. Ma forse Poste Italiane preferisce fare tante altre cose che rendono di più: fa la banca, fa la compagnia telefonica, fa il commerciante. Lo dimostra il fatto che il 30,8 per cento dei suoi guadagni proviene dai servizi finanziari (a fronte di quelli postali, che si fermano al 2,2). E in futuro questa forbice è destinata ad allargarsi, dato che l'azienda affida ad altre imprese proprio quei servizi che le danno il nome: dal 2007 a oggi, come si legge da documenti riservati aziendali, il bouquet di attività passate di mano vale oltre 70 milioni. Significa che vaste aree del territorio vengono coperte da società terze (come Tnt Post Italia a Torino, Romana Recapiti nella capitale e Corel a Bari). "Poste Italiane, però, si tiene strette le zone più ricche delle città, lasciando le aree periferiche e più difficili da servire, alle ditte appaltatrici". Lo racconta un precario di Romana Recapiti: "A Roma le vie centrali sono roba loro, mentre a noi toccano quelle più rognose". E siccome gli appalti Poste li assegna al ribasso (l'azienda che offre di meno vince, a prescindere dalla qualità del servizio), le ditte appaltatrici risparmiano sui lavoratori. "Meno dipendenti esperti, più precari pagati a cottimo e poco preparati". Tutto a discapito di mittente e destinatario. "È ovvio che queste società saranno interessate al maggior guadagno possibile, ma non al miglior servizio possibile", dice Paolo Martinelli, presidente del Beuc, coordinamento europeo delle associazioni di consumatori, "così si accentua la catena dell'inefficienza".

Non solo: "Ci sono ben 150 zone del nostro Paese dove i postini non li vedono neanche passare", denuncia Graziano Benedetti, responsabile Cgil Poste. Senza dimenticare che, come raccontano quelli di Altroconsumo, la riorganizzazione del servizio di recapito ha significato meno buche delle lettere e meno giri dei postini per ritirarle. A Genova, ad esempio, all'aeroporto c'è più di una dozzina di cassette stracolme, e alla stazione ce n'è un'altra ventina. Colpa dell'effetto imbuto: diminuiscono i postini, aumentano i quartieri da coprire. Con risvolti pazzeschi. C'è il postino comasco, diciannovenne e precario, che getta nell'immondizia un intero sacco di lettere. "Ero troppo stressato perché non riuscivo a trovare le case dove recapitare la posta", si è giustificato. C'è il giovane postino fiorentino pizzicato dai carabinieri con 230 lettere non recapitate nel bagagliaio. Il contratto trimestrale non gli era stato rinnovato. E poi c'è un suo collega bresciano che ha fatto entrambe le cose: imbucava la posta nei cassonetti. E quando non la buttava, la teneva in macchina. Voleva fingersi più veloce nella consegna, sperando in un'assunzione a tempo indeterminato.

"Il problema di Poste Italiane è lo stesso di Trenitalia: latitano i controlli del rispetto degli standard qualitativi", commenta Martinelli: "Mentre per energia e telecomunicazioni esistono delle authority che oltre a fissare gli standard fungono da strumento di verifica e controllo, per le poste tutto questo manca. È ancora il ministero che dovrebbe controllare, in teoria. Ma in pratica non avviene". E allora a chi tocca? "Di lettere che denunciano fatti come questi i giornali locali sono pieni. Non li leggono, i sindaci?", chiede Matteo Salvini, deputato della Lega Nord: "Dovrebbero essere gli stessi amministratori locali a tutelare i propri cittadini, e a fare una telefonatina come si deve agli uffici postali". Quindi restano le volenterose associazioni di consumatori, che hanno sottoscritto un accordo per la risoluzione delle controversie. "Il 98 per cento di tutte le procedure attivate si è concluso a favore del cittadino", annunciava trionfalmente Rosario Fazio, responsabile marketing di Poste, a 'Mi manda RaiTre'. Peccato che questo significhi che in quei casi le Poste avevano torto. E peccato che, al di là della magra consolazione di un risarcimento, il danno ormai era stato fatto.

Ma in Italia, si sa, le cose si risolvono solo quando si muove la politica. È quello che è accaduto in Lombardia: lì agli inizi dell'anno la gestione di 75 mila raccomandate era stato affidata a due società, la Tnt Milano e l'Act di Carlo D'Angelo. Quest'ultima è una cooperativa che definire eclettica è un eufemismo: si occupa di tutto, dalla derattizzazione alle bevande per le mense scolastiche. E i risultati si sono visti: mentre la prima non aveva problemi, l'Act non riusciva a consegnare la corrispondenza. Tanto che una pattuglia di deputati della Lega ha bersagliato il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola di interrogazioni parlamentari a cadenza settimanale: prima Salvini, poi Nicola Molteni e infine Paolo Grimoldi. Alla fine, il consigliere d'amministrazione di Poste in quota Pdl, Roberto Colombo, raccoglie la questione e taglia la testa al toro. Dopo pochi giorni l'azienda revoca l'appalto all'Act e si riprende il servizio. Con grande sollievo dei cittadini lombardi.

"È mai possibile che tocchi affidarsi alla buona volontà di questo o di quel politico, che agisce su segnalazione della gente?", si chiede Salvini: "Ci dovrebbe essere un controllo interno. Fatti come questi non dovrebbero ripetersi". Eppure le prospettive non sono rosee. "La situazione sta peggiorando", preannuncia Benedetti, "c'è il rischio che i problemi di Milano si replichino altrove". E la Lombardia minaccia di essere soltanto il paziente zero di un'epidemia ben più grave.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Non-ce-posta-per-te/2054229&ref=hpsp


CHI TUTELA LA SALUTE DEI CITTADINI ???

RIFIUTI IN ITALIA

RACCOLTA DIFFERENZIATA: SI PARLA BENE, SI RAZZOLA MALE

Nei sacchi neri del Palazzo del potere finiscono carte intestate, caffè e avanzi di salame

Gigi D’Alessio, mito pop della cultura musicale partenopea, t-shirt gialla in posa davanti al Castel dell’Ovo di Napoli, esortava «Anche tu fai come me» e prestava così il suo volto alla campagna per la raccolta differenziata che il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo aveva fortemente voluto insieme al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Da lì è ripartita «Striscia la notizia», che il 22 settembre 2008, per inaugurare la 21ª serie, ha mandato in onda lo «scoop» dell’inviato Valerio Staffelli proprio sul comportamento dei palazzi del potere in materia di differenziata.

Le telecamere nascoste frugano nei sacchi di immondizia davanti a Palazzo Chigi (sede del Governo) e Palazzo Madama (Senato): ne escono pomodori, salame, caffè, bottiglie di plastica, carta intestata «Governo italiano». E il camioncino dell’immondizia riversa il suo contenuto in un camion più grande; di differenziata neanche l’ombra.

EMERGENZA RIFIUTI

Gestione ''arretrata'' dei rifiuti, ''grave emergenza'' in cinque regioni (Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia), produzione boom con 32 milioni di tonnellate nel 2005 contro i 26 milioni del '96, ancora primato assoluto della discarica con il 54% dei rifiuti urbani raccolti. Intanto la raccolta differenziata divide l'Italia in tre con il 38,1% al nord, il 19,4% al centro e l'8,7% al sud. Grave il quadro sulla gestione dei rifiuti speciali e pericolosi: ''Ben 26 milioni sono scomparsi nel nulla nel 2004''. Commissariati per l'emergenza ''un fallimento costato 1,8 miliardi dal '97 al 2005''.

Questa la fotografia scattata in un dossier al centro dell'VII Congresso nazionale di Legambiente presentato a Roma il 4 dicembre 2007 al convegno dal titolo ''Emergenza rifiuti, fuori dal tunnel - Le luci, le ombre e le proposte per superare la crisi''.

In particolare dal Congresso di Legambiente emergerebbe un'Italia con molte ombre e qualche luce. Ecco il pacchetto-immondizia che contraddistingue il nostro Paese:

Produzione: 32 milioni nel 2005 contro poco meno di 26 milioni nel '96.

Gestione: 54% dei rifiuti urbani prodotti finisce in discarica.

Raccolta differenziata: Italia a tre velocità. Nel 2005 il nord a 38,1% con punte record in Veneto con 47,7% e in Trentino Alto Adige con il 44,2%; il centro al 19,4% e solo in alcune aree allo standard del nord; il sud all'8,7%. Per le città, la prima su 103 capoluoghi di provincia è Novara con 66,9%, ultima con 1,8%. Milano è 43° con il 30,5%, Roma 64° con 16,2%, Napoli 94° con 6,1%.

Rifiuti pericolosi: 26 milioni di tonnellate scomparsi nel nulla nel 2004.

Ombre: in 4 anni la novità negativa più importante è il Codice ambientale (ora in revisione dall'attuale Governo); mancato avvio operativo per il sistema di raccolta dei rifiuti hi-tech; "incomprensibili proroghe" sul divieto di smaltire in discarica rifiuti indifferenziati non pretrattati, divieto previsto inizialmente dal 1° gennaio 2000.

Luci: crescita del numero dei comuni "ricicloni". Quelli con oltre il 35% di differenziata premiati nel 2007 sono stati 1.150 contro i 300 del 2000.

Emergenza: ancora in 5 regioni, Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia.

In Puglia e Sicilia il regime commissariale non è stato prorogato.

Commissariamenti: "Un fallimento da 1,8 miliardi di euro" spesi tra il 1997 e il 2005 senza alcun sostanziale miglioramento della gestione dei rifiuti.

Proposte: modifica del Codice ambientale; ecotassa con aumento dei costi smaltimento in discarica; raccolta porta a porta per spingere su differenziata; politiche e incentivi per riduzione di rifiuti e imballaggi; regime ordinario nelle regioni commissariate; premio economico all' attività dei Consorzi per il riciclaggio dei rifiuti.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200809articoli/36714girata.asp

http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=28649


CHI COMBATTE L'ABUSIVISMO EDILIZIO ???

VIDEO INCHIESTA PRESUNTI ABUSI EDILIZI

VIDEO PUNTA PEROTTI: ABBATTIMENTO E CONDANNA

WATERFRONT, IL MARE RUBATO. Inchiesta di “La Repubblica”.

Dalla Liguria alla Sicilia, sulle coste italiane proliferano i progetti di nuovi porti turistici che portano con sé una cospicua dote di appartamenti, residence, alberghi, centri commerciali, e via cementificando. Italia Nostra, Legambiente e Wwf sono sul piede di guerra. Ma alcune battaglie sembrano ormai perdute. Vediamo quali, porto per porto... Così un business miliardario conquista le spiagge "inedificabili". Santa Margherita Ligure, Marina di Massa, Napoli, Siracusa, Lipari... Stando alle leggi e ai piani regolatori non è possibile costruire alcunché a meno di centocinquanta metri dal mare. Ma ecco che una nuova parola magica, "Waterfront", sta spianando la strada a opere edilizie che, da sole, valgono al momento un miliardo e mezzo di euro. Nella Liguria devastata dall'alluvione c'è chi è pronto a mettere altro cemento su una costa che non regge più all'urto dell'acqua che scende dai monti. In Sicilia invece il cemento si vuole depositare direttamente davanti al mare, nel cuore di un sito Unesco. Ecco le mani sulle coste d'Italia. Le ruspe di colossi delle costruzioni e dell'impiantistica, di magnati del petrolio o di imprenditori sconosciuti, hanno già acceso i motori. Vogliono prendersi le rive del Belpaese, che in teoria - cioè secondo la legge - sono inedificabili. Per metterci palazzoni, alberghi, ristoranti e centri commerciali. La parola magica che consente di aggirare il divieto assoluto di costruire entro i 150 metri dalla battigia è "waterfront", declinata in sigle del tipo "rifacimento della costa" o "nuovo porto turistico".

Da Santa Margherita Ligure a Siracusa, passando per Marina di Massa, Cecina, Fiumicino, Napoli, Brindisi o Lipari, ecco i grandi affari in riva al mare. In campo imprese e società pronte a gettarsi a capofitto su un business che solo di opere edilizie vale al momento 1,5 miliardi di euro, che si moltiplicano a dismisura se si aggiungono gli affari commerciali collaterali una volta ultimate le costruzioni. Per cercare di arginare quelle che gli ambientalisti definiscono "le mille Val di Susa in riva al mare" si battono giornalmente associazioni come Italia Nostra, Wwf e Legambiente, e sparuti comitati di cittadini spesso lasciati soli dalla politica locale a fronteggiare poteri forti, anzi fortissimi, visto che in tempi record riescono a farsi approvare varianti urbanistiche su misura come non accadeva nemmeno nella Palermo o nella Napoli del sacco edilizio.

 Il viaggio nei waterfront d'Italia parte dalla Liguria, da Santa Margherita. Qui la società Santa Benessere, guidata da Gianantonio Bandiera, imprenditore ligure noto per il rifacimento del teatro Alcione e per il progetto del contestato porticciolo a Punta Vagno, ha presentato al Comune un progetto da 70 milioni di euro e la richiesta di concessione demaniale dell'area portuale per i prossimi 90 anni. Cosa vuole realizzare? Un centro di talassoterapia da 30 mila presenze annue e l'allungamento del molo e della diga foranea per chiudere il golfo e consentire anche a megayacht di 50 metri di poter attraccare a Santa Margherita. Dal Fai ad archistar come Renzo Piano, in tanti contestano il piano della Santa Benessere, che dietro di sé ha soci e finanziatori più o meno occulti. L'azionista di maggioranza della società che ha presentato il progetto è un trust inglese, la Rochester holding, che a sua volta ha tra i finanziatori Gabriele Volpi, magnate diventato miliardario con il petrolio nigeriano e che oggi guida un gruppo da 1,4 miliardi di fatturato con proprietà che vanno dalla logistica petrolifera alla pallanuoto e al calcio: è proprietario della Pro Recco e dello Spezia. I soldi insomma ci sono. Lui, Volpi, prende le distanze dicendo di non sapere nulla di questo progetto e di avere investito "soltanto nel trust inglese". In realtà nel cda della Santa Benessere siedono Bandiera e Andrea Corradino, entrambi soci dello Spezia calcio. Il Comune ligure ha dato tempo fino a tutto novembre per presentare osservazioni al piano. Una torre di otto piani sul mare a guardia di un porto da 800 posti. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa è a buon punto un progetto, gradito alle amministrazioni comunali, che attorno al nuovo "marina" prevede quaranta appartamenti, un residence a tre piani, uno yacht club, una piazza da seimila metri quadrati e il piccolo "grattacielo". Pochi chilometri più a Sud di Santa Margherita altre ruspe e altri costruttori si stanno muovendo per realizzare alberghi sul mare laddove sulla carta non si potrebbe piazzare nemmeno un palo della luce. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa il gruppo di Francesco Caltagirone Bellavista vuole costruire un porto turistico da 800 posti. Peccato però che tra le strutture a supporto metta anche "40 appartamenti, uno yacht club e un residence a tre piani". "E perfino una torre di otto piani e una piazza da 6 mila metri quadrati", dice Antonio Delle Mura, presidente di Italia Nostra Toscana. Le amministrazioni comunali guardano con molto interesse all'iniziativa, in ballo ci sono investimenti per 250 milioni di euro e lavoro per molti concittadini. "Nessuno pensa alle conseguenze ambientali e all'impatto devastante per quest'area, con il rischio di erosione della spiaggia e occultamento della vista a mare: tutti sembrano essersi dimenticati, inoltre, che il progetto presentato ricalca una iniziativa del 2001 presentata dall'Autorità portuale e bocciata allora dal ministero dell'Ambiente", aggiunge Delle Mura. Italia Nostra in Toscana insieme al Wwf è impegnata però anche su un altro fronte, quello di Cecina. In campo c'è una cordata d'imprenditori locali raccolta nel Club nautico che vuole rivoltare come un calzino il vecchio porticciolo, allargandone la capienza a mille posti barca. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che accanto al porto si vorrebbe realizzare un parcheggio da 2 mila posti auto, 400 box attrezzati, 40 esercizi commerciali, un hotel a 4 stelle, un centro benessere e 80 appartamenti. E, ciliegina sulla torta, un padiglione esposizioni per la nautica e un mercatino del pesce, con ristorante ed eliporto. "Cosa c'entra tutto questo con un porto turistico?", si chiede la professoressa Roberta De Monticelli, che ha denunciato quanto sta accadendo a Cecina alla Commissione Europea: "Spostare una foce e realizzare un pennello a mare che cambierà le correnti, il tutto in una riserva dello Stato, insomma è davvero incredibile", aggiunge la De Monticelli.

Ma è a una manciata di chilometri da Napoli che si sta giocando una delle partite edilizie più importanti del Mezzogiorno. E precisamente a Pozzuoli nell'ex area industriale Sofer-Ansaldo, oggi di proprietà della Waterfront flegreo: società, questa, del gruppo dell'ingegnere Livio Cosenza, settantenne, grande elettore dell'attuale sindaco di Pozzuoli Agostino Magliulo, padre dell'onorevole Giulia e di Francesco, 35 anni, amministratore delegato della Watefront. Nel board della società in questione siede inoltre Carlo Bianco, consigliere d'amministrazione della Pirelli Re. La partita inizia quando il Comune nel 2007 affida all'architetto Peter Eisenman un piano di riqualificazione dell'area. Il piano viene consegnato all'amministrazione, che a sua volta firma subito un protocollo d'intesa con la Waterfront. Cosa prevede il mega progetto di Eisenman? Semplice, la realizzazione di un polo turistico alberghiero con annesso centro commerciale, un polo per la nautica da diporto con tanto di accademia della vela e un terzo polo definito genericamente "polifunzionale". La Waterfront affida subito la progettazione esecutiva a uno studio locale, nel quale lavora tra gli altri la figlia del sindaco di Pozzuoli. Il Cipe, nel frattempo, stanzia 40 milioni di euro per la bretella che collegherà l'area all'autostrada, con tanto di parere positivo della commissione parlamentare Ambiente e territorio nella quale siede l'onorevole Cosenza. Le ruspe sono pronte, visto che le carte ci sono tutte e sono in regola. In arrivo 600 milioni di euro d'investimenti, con tanto di anticipo già approvato da Intesa Sanpaolo. Per il professore d'economia dell'Università di Napoli Ugo Marani si tratta "di un bel progetto che sarà trasformato in scempio" e per questo "va fermato".  E nel golfo incantato di Ortigia si punta a costruire sull'acqua. Siamo nel cuore di uno dei luoghi patrimonio dell'Unesco: l'isola che ospita l'antico centro di Siracusa. Qui i progetti di nuovi porti sono due: il primo chiamato Marina di Archimede è già avviato, mentre il secondo prevede una piattaforma a mare, da edificare, grande come sette campi di calcio. L'opposizione di Pozzuoli, dal Pd a Rifondazione protesta, ma al momento l'iter burocratico è già concluso e c'è poco da fare. Altri affari sono in corso nelle grandi città. Sul litorale romano, a esempio, il sindaco Gianni Alemanno ha in mente progetti in grande stile: attraverso l'Eur spa punta a stravolgere il waterfront di Ostia, costruendo beauty farm, alberghi, centri commerciali, ristoranti e perfino una scuola di surf, il tutto con la scusa di raddoppiare il porto attuale. A Palermo, invece, il consiglio comunale ha appena approvato il nuovo piano regolatore del porto, che prevede la realizzazione di un ennesimo porticciolo turistico nella zona di Sant'Erasmo, a due passi dal centro storico della città e nonostante vi siano già altri tre porti turistici in funzione sul lungomare palermitano. Nel capoluogo siciliano gli ambientalisti da anni contestano la riqualificazione di Sant'Erasmo, che sarà affidata a una società privata che gestirà il porticciolo per i prossimi trent'anni.

Le ruspe e le betoniere sono invece già in azione nel cuore di un luogo protetto dall'Unesco: Ortigia, centro storico di Siracusa che si affaccia sul bellissimo golfo aretuseo intriso di storia e leggende greche. Qui il gruppo Acqua Pia Marcia del costruttore Francesco Caltagirone Bellavista ha iniziato i lavori d'interramento per il nuovo porto turistico che sarà chiamato Marina di Archimede. Il progetto da 80 milioni di euro, presentato nel 2007 da una società locale, approvato dal Comune a tempo di record e acquistato in corsa dal gruppo Caltagirone, prevede lavori su un'area di 147 mila metri quadrati, 50 mila dei quali in riva al mare: saranno realizzati 507 posti barca, ma anche "uffici, negozi ristorante, caffetteria, centro benessere e un albergo", dice il deputato regionale del Pd, Roberto De Benedictis. Ma al Comune è arrivata una seconda richiesta, questa volta da parte di una società d'imprenditori locali, la Spero srl, che vuole realizzare un altro porto a fianco di quello di Caltagirone. La Spero vuole investire 100 milioni di euro per costruire un molo da 430 posti barca e sul mare una piattaforma - grande quanto sette campi di calcio - da rendere edificabile per mettere in piedi alberghi, centri commerciali, uffici pubblici, ristoranti, tabaccherie e anche una libreria, per dare un tocco di cultura a un'operazione che, come sostiene il deputato Pd Bruno Marziano, "realizzerebbe il sogno di qualsiasi costruttore: cementificare il mare". Il Comune ha già approvato il progetto e l'ha inviato alla Regione per l'autorizzazione integrata ambientale. "Ci si chiede però come sia possibile costruire alberghi in riva al mare o sul mare, in un sito protetto dall'Unesco. Sarebbe una follia", dice ancora De Benedictis. Intanto Legambiente annuncia battaglia: "Difenderemo Ortigia da queste speculazioni", giura il presidente regionale Domenico Fontana.

Santa Margherita, Massa Carrara, Napoli, Siracusa, sono soltanto la punta di un iceberg fatto di speculazioni sulle coste in nome dell'esigenza di nuovi posti barca che servono per attrarre turisti ma anche per costruire in zone inedificabili. Italia Nostra ha in corso una ventina di battaglie per bloccare la costruzione di nuovi porti, come quelli di Cecina, San Vincenzo e Talamone in Toscana, o Fiumicino, Anzio e Civitavecchia nel Lazio e, ancora, risalendo, quelli di Sarzana e Ventimiglia in Liguria. Soltanto in Sicilia sono già stati varati, o stanno per essere approvati, progetti di costruzione di ben 12 porti, da Menfi a Licata, da Marsala a Capo d'Orlando e Lipari, benedetti da 24 milioni di euro dell'Unione europea. Soldi pubblici per porti che saranno gestiti da privati scelti spesso senza alcuna procedura di evidenza pubblica. "Il territorio costiero è evidentemente sotto attacco", dice la presidente di Italia Nostra, Alessandra Mottola Molfino. Secondo Sebastiano Venneri, presidente nazionale di Legambiente, si tratta di puri e semplici affari perché basterebbe riqualificare i vecchi porti per ottenere migliaia di nuovi posti barca senza ulteriori cementificazioni: "Abbiamo appena completato uno studio che mette nero su bianco come sia possibile ottenere ben 39.100 nuovi posti barca semplicemente riqualificando i porti abbandonati - dice Venneri - circa 13 mila posti sono attivabili immediatamente con piccolissime opere di restauro, 9 mila posti in tempi brevi e altri 15.800 con lavori che non vanno oltre i 24 mesi". Ma in questo caso il business sarebbe molto meno appetibile. Almeno per i signori del cemento. Incendi, bombe, buste con pallottole La malavita all'attacco del Circeo. Pressioni e minacce contro chi è chiamato alla tutela dei 22 chilometri di costa laziale praticamente intatta. L'abusivismo le prova tutte in attesa delle sanatorie. La difesa di un modello economico che ha al centro i valori della natura che possono essere messi a frutto Un ordigno incendiario con 8 inneschi davanti alla sede del parco del Circeo. Due pallottole inviate al presidente del parco del Pollino. Migliaia di richieste di sanatoria pendenti nei territori sotto tutela. Villette travestite da serra che spuntano fidando nel prossimo condono. E' dura la vita degli ambientalisti nell'era delle norme edilizie fluttuanti e dei piani casa che suggeriscono allargamenti fino a ieri proibiti. Ed è dura in particolare nelle regioni in cui gli interessi della criminalità organizzata sono in espansione. "In alcune zone la crescita della tensione è palpabile", spiega Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi. "Penso al Cilento, dove Angelo Vassallo, il sindaco che si opponeva alla speculazione edilizia che premeva sul parco, è stato assassinato. Al Pollino delle intimidazioni contro il presidente, che ha ricevuto una busta con due pallottole. Ai roghi usati come arma di pressione. E a molti altri casi in rispettare la legge diventa pericoloso" L'ultimo e più evidente di questi casi è il Circeo, un parco pioniere che rischia di essere travolto dalla pressione di chi vuole mettere le mani su quei 22 chilometri di costa quasi intatta. Nato nel 1933, terzo dopo il Gran Paradiso e il parco d'Abruzzo, il Circeo ha resistito - sia pure con qualche fatica - all'assalto alla baionetta degli anni Sessanta: ha perso il tratto più settentrionale, divorato dalle case, ma la controffensiva di metà degli anni Settanta gli ha fatto guadagnare tre piccoli laghi nell'entroterra. E' una storia che si può leggere anche senza un libro. Basta arrampicarsi sul promontorio della maga Circe per ottenere un colpo d'occhio più eloquente di un trattato. Il paesaggio è disegnato con precisione: la sagoma regolare della grande foresta planiziale, 3.500 ettari che costituiscono l'ultimo retaggio delle selve di pianura che coprivano l'Italia; il centro urbano di Sabaudia, un agglomerato senza sbavature; la linea delle dune, che si estende per 22 chilometri, spezzata solo da rarissime costruzioni. E poi, appena lo sguardo esce da questo mondo ordinato, si comprende il significato del termine "area protetta". Nei luoghi non tutelati lo sviluppo degli ultimi decenni non ha concesso quartiere: l'assedio del cemento, dell'asfalto, delle serre balza agli occhi. Il confine tra questi due mondi è netto, un tratto che segue i contorni del parco circoscrivendolo con precisione. "Da queste parti la storia dell'abusivismo è lunga", racconta Sergio Zerunian, responsabile dell'ufficio territoriale per la biodiversità che la Forestale mantiene a Fogliano, accanto al giardino botanico creato dai Caetani alla fine dell'Ottocento. "Si è cominciato con gli interventi in aree molto delicate, con tracce di storia millenaria, si è andati avanti con la proliferazione dei posti barca e delle villette che alle volte vengono nascoste, durante i lavori, dietro gabbie di granturco o pareti di una finta serra". E si va avanti ancora oggi con la moltiplicazione dei roghi nelle aree più pregiate del promontorio - che come ricorda il direttore del parco del Circeo Giuliano Tallone - hanno messo in pericolo anche le case vicine; con la pressione che ha portato a 3.500 domande di condono all'interno del parco; con l'attentato in pieno giorno che ha distrutto i materiali didattici davanti alla sede del parco. Tanto che il presidente della commissione urbanistica del Comune di Sabaudia, Francesco Sanna, parla di "piano preordinato". Chi sono i nemici del parco? "Il proliferare di incendi e l'attentato vanno letti come un sintomo, un malessere. Un malessere che però è di pochi e nasce da un cambio di prospettiva non accettato", risponde Gaetano Benedetto, il presidente del parco del Circeo. "Proprio perché questo territorio si è salvato vale di più e gli investimenti hanno una redditività maggiore. Ma per passare da un modello usa e getta a un modello di valorizzazione bisogna rispettare le regole. A qualcuno dà fastidio? Noi riteniamo di fare gli interessi di chi vive nel parco arginando il nuovo cemento non previsto dai piani regolatori". La scommessa - continua Benedetto - è costruire un sistema in cui la bellezza crea valore al di là dei vecchi modelli economici: "Il piano casa della Regione Lazio agisce in deroga al piano paesaggistico e blocca la legge salva coste, consentendo di aumentare le cubature. Ma qui non è applicabile perché una legge nazionale di salvaguardia non può essere vanificata da una legge regionale". Da una parte il tentativo di realizzare un modello economico capace di far fruttare nel lungo periodo le risorse della natura, dall'altra un coagulo di interessi in cui trovano spazio anche i clan. "La malavita organizzata, come dimostrano le inchieste sui Casalesi e sulla 'ndrangheta, ha deciso che questo territorio deve diventare uno dei centri di riciclaggio del denaro sporco", precisa Marco Omizzolo, di Legambiente. "Pressioni di tutti i tipi sono in aumento nel Lazio: molti parchi vivono una fase di asfissia economica voluta, altri sono commissariati, altri sono coinvolti nelle inchieste sul ciclo illegale dei rifiuti. Anche Ventotene, nell'arcipelago di fronte al Circeo, un'isola con straordinarie potenzialità, da anni è oggetto di speculazioni e di progetti proposti dalle amministrazioni locali che vanno in senso contrario alla tutela sbandierata: l'ultimo è il costosissimo tunnel che dovrebbe devastare l'isola per far più posto alle macchine". Parliamo di un'area in cui è stato costituito un "vero sistema criminale che Libera, l'associazione antimafia presieduta da don Ciotti, non ha esitato a chiamare la Quinta mafia", aggiunge il deputato Pd Ermete Realacci in un'interrogazione parlamentare in cui si elencano molti episodi di intimidazioni e aggressioni contro funzionari di polizia e dirigenti del Comune di San felice Circeo e di Sabaudia. "Una mafia che ha soprattutto nel ciclo del cemento la sua manifestazione più eclatante. Basti pensare che stando ai dati delle forze dell'ordine nel parco nazionale del Circeo sono 1 milione e 200.000 i metri cubi fuori legge, 2 abusi edili per ogni ettaro. Secondo gli investigatori una parte è imputabile, direttamente o indirettamente, a esponenti della malavita organizzata e a quel sottobosco politico-economico che sta suscitando grande attenzione negli inquirenti".

I diversi tipi di abusivismo edilizio

Il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a inefficienza e corruzione che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il territorio italiano non può essere semplicemente ascritto alla voce "abusivismo"

E' di grande attualità in questo momento il tema dell'abusivismo. Quarant'anni di edilizia selvaggia ha arrecato gravi danni al territorio, all'ambiente, alla convivenza civile e al concetto stesso di legalità. Ma il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a inefficienza e corruzione che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il territorio italiano non può essere semplicemente ascritto alla voce "abusivismo".
Il quadro delle illegalità e delle devastazioni è assai variegato, e un tentativo di riassumerlo con tutti i necessari "distinguo" comporterebbe la stesura di un trattato. Si possono porre una serie di "punti fermi": catalogare cioè in forma necessariamente telegrafica le varie situazioni e tipologie di quel che oggi genericamente viene indicato come "abusivismo" tout court, ovvero "mostri di cemento" o simili. Ecco dunque in breve sintesi:

1) ABUSIVISMO VERO E PROPRIO. Trattasi essenzialmente di edifici realizzati in totale assenza di concessione edilizia, in genere su aree dove gli strumenti urbanistici non ne consentirebbero comunque il rilascio. E' un fenomeno esploso nelle periferie cittadine nel dopoguerra, ed è innegabile che, in buona misura, abbia costituito una risposta emergenziale alla necessità di abitazioni degli strati più poveri della popolazione inurbata. Indagare sulle cause dell'inefficienza pubblica di fronte all'espansione demografica porterebbe assai lontano. Qui basti dire che in molti casi l'abusivismo è stato un "sottoprodotto" della grande speculazione edilizia e fondiaria, in certo modo ad essa funzionale, e che tutti i tentativi di dare in tempo utile al Paese una normativa urbanistica capace di porre un freno all'abuso dello jus aedificandi sono falliti di fronte alla coalizione di forze politiche ed economiche variamente assortite (v. il "caso legge Sullo" dei primi anni '60!).

Ma era nella logica stessa del fenomeno che - sistemate in qualche modo le folle di senza tetto - esso si volgesse verso obiettivi più remunerativi. In epoca più recente è quindi iniziato il fenomeno dell'assalto alle coste, alle spiagge, ai boschi delle località turistiche, sovente con la copertura "morale" di presunte necessità abitative, di fatto inconsistenti.

Questo tipo di abusivismo - quello totale- ha colpito l' Italia in modo assai discontinuo. Sarebbe un grosso errore dire che il territorio -anche solo quello costiero- è stato devastato dagli "abusi" edilizi; in realtà danni enormi sono stati arrecati da quella che si potrebbe definire edilizia semilegale, o solo formalmente legale (di cui si dirà ai punti successivi). Resta tuttavia innegabile che l'abusivismo, concentrato soprattutto in alcune zone di ogni Regione, ha avuto effetti devastanti: le campagne intorno alle grandi città, la via Prenestina a Roma, l' area Vesuviana, Ischia e Capri, i Campi Flegrei, l'agro nocerino-sarnese e mille altri luoghi, a volte carichi di bellezza e di storia, sono stati massacrati, insieme a centinaia di Km. di coste, da questo fenomeno incivile. Caso paradigmatico quello del Monte Argentario - luogo mitico e supervincolato della "civile Toscana"- laddove nel '74 le denunce del WWF portarono alla scoperta di centinaia di edifici abusivi (o falsamente legali, ad esesmpio per essere stato autorizzato il "restauro" di manufatti inesistenti!), che nell'insieme stavano trasformando il Promontorio in una sola lottizzazione abusiva. E qui più che altrove è apparsa con chiarezza la mistificazione demagogica messa in atto da chi - politici e amministratori in primo luogo- ha cercato di spacciare per "piccolo abusivismo dei contadini locali" quel che invece era la costruzione di vere e proprie ville (o embrioni di esse), da rivendere ad alto prezzo ad acquirenti esterni....

2) ABUSIVISMO LEGALIZZATO. Ci si riferisce, ovviamente, al frutto dei vari condoni, sempre più simili nei loro effetti a un'incivile "sanatoria permanente" (rischio inutilmente fatto presente dal WWF fin da quando si cominciò a parlare di un condono). Per come è stata gestita tutta l'operazione condono non ha fatto che rafforzare la diffusa convinzione che, prima o poi, tutto sarebbe stato sanato, anche gli abusi a venire. Oltre a ciò, il gravissimo problema dei controlli, affidato in toto a amministrazioni locali sovente corresponsabili e a Soprintendenze dai mezzi irrisori, aveva fatto temere il peggio, che puntualmente si è verificato.

Leggiamo oggi (stime del CRESME) che dal 31/12/1993 (ultima data utile per l'ammissione di immobili al condono) ad oggi sono state realizzate oltre 200.000 nuove abitazioni abusive. Ed altre 230.000 case erano sorte nel giro di appena due anni (1983/4) come conseguenza del primo condono. E' dunque chiarissimo che gli abusivi incalliti non hanno mai creduto nel "giro di vite" annunciato al termine della sanatoria, ma che al contrario hanno approfittato dei condoni per realizzare sempre nuove costruzioni, anche a termini di condonabilità scaduti, contando di riuscire in qualche modo a sanarle (per successiva riapertura dei termini, ovvero truccando le denunce per quanto concerne le date di costruzione).

A riprova del caos venutosi a creare, due casi limite: la rivolta (apertamente spalleggiata da certi sindaci) degli abusivi organizzati in Sicilia - quelli di speculazione ben mascherati dietro quelli "di necessità"- i quali semplicemente non volevano pagare per nessun tipo di condono, e il tentativo di far condonare perfino.....il "Mostro di Fuenti". Anni addietro infatti l'allora Ministro dei Beni CC.AA. V. Bono Parrino, sul finire del proprio mandato si accingeva a firmare un parere positivo preliminare al condono (essendo la zona vincolata), in quanto il Mostro "non sembrava in contrasto con rilevanti interessi ambientali...". Una macroscopica svista, almeno si spera, ma che dimostra la superficialità e l' improvvisazione con le quali tutta la sciagurata vicenda dei condoni è stata gestita.

3) EDILIZIA SEMILEGALE, O SOLO FORMALMENTE LEGALE. Qui il discorso si fa ben più complesso. Infatti se per edifici "semilegali" si possono intendere quelli realizzati in grave difformità dai progetti approvati, ovvero sulla base di progetti che non avrebbero potuto essere approvati (esempio classico: villette munite di "regolare" concessione edilizia, ma che nell'insieme formano una lottizzazione), per edifici "formalmente legali" si debbono intendere invece quelli muniti di tutti i "pezzi di carta" necessari, ma che ugualmente hanno sul territorio un impatto devastante.

Ed in quest' ultima categoria rientrano proprio le colate di cemento più inconsulte ed oltraggiose dall' ultimo dopoguerra. Dalle orrende periferie urbane degli anni '60 alle lottizzazioni negli ultimi boschi e pinete costiere (vedi il "caso Capocotta"). Da certi squallidi villaggi turistici sulle Alpi e sugli Appennini ai tentativi scellerati di costruire ville di lusso lungo tutta l'Appia Antica (chi, tra gli "addetti ai lavori" non ricorda le vibranti invettive di Antonio Cederna?) dai vari "mostri" come quello di Fuenti (che in effetti era sostanzialmente dotato di varie autorizzazioni) alle ignominiose lottizzazioni che hanno cancellato in gran parte la morfologia stessa delle nostre coste. Tutto questo, ed altro ancora, è stato fatto almeno in gran parte dei casi nel sostanziale rispetto della legalità formale, e di conseguenza spesse volte confortato da sentenze dei vari TAR, del Cons. di Stato. Quante volte, dietro edifici che costituiscono un insulto alle regole del buon gusto e del viver civile, e di cui ci si domanda chi sia stato così folle da progettarli e autorizzarli, c'è una sentenza emessa "nel nome del popolo italiano"....

E qui per essere più chiari occorrerebbe rifare la storia delle leggi sull' urbanistica e sul paesaggio (teoricamente interfacciate, secondo il legislatore degli anni '30 e '40; di fatto tenute ermeticamente separate, e conculcata fino a tempi recenti la seconda). Il "tradimento" delle leggi urbanistiche si è consumato attraverso il rifiuto di considerare il paesaggio e l'ambiente come invarianti del territorio e limiti naturali all'edificabilità. Attraverso le fallimentari vicende della legge "Ponte" n° 765 (che, nata per mettere un argine allo scempio, grazie al vergognoso "anno di moratoria" sulle licenze edilizie e alla sopravvivenza degli anacronistici Programmi di Fabbricazione si risolse in un colpo di acceleratore per tutte le lottizzazioni), attraverso il rifiuto di porre alcun serio vincolo all'edificabilità almeno nelle aree extraurbane di maggior pregio. O attraverso la permissività irresponsabile con la quale sono stati approvati pessimi strumenti urbanistici locali (tra i quali i Programmi di Fabbricazione, concepiti su misura per le esigenze della proprietà fondiaria e delle lottizzazioni), ecc.

Oggi il quadro generale è indubbiamente mutato: costruita gran parte del costruibile l'attenzione va fatalmente spostandosi verso la salvaguardia di ciò che è rimasto, e verso un parziale recupero dell'ambiente - laddove possibile- che passa per la demolizione degli abusi peggiori e la "decostruzione" di manufatti anche legali ma ambientalmente insostenibili (riconversione di aree industriali obsolete, difesa dei terreni agricoli, ecc.). Qui molto altro ci sarebbe da dire sul sistema dei Parchi e Riserve (nazionali e regionali) faticosamente avviato, sui Piani Paesistici che, con forti ritardi e molte incongruenze, sono ovunque in via di approvazione, ecc. Tuttavia affrontare anche questi aspetti pur fondamentali porterebbe a sviluppi eccezionali. Emerge invece una nuova preoccupante tendenza fra molte Regioni, le quali, nella perdurante assenza di un Testo Unico statale sull'urbanistica e sulla scia dell'esempio della Toscana, stanno dotandosi di una propria legislazione urbanistica fortemente innovativa (cosa non esente da critiche sul piano della costituzionalità), ed improntata a criteri di "elasticità", flessibilità e completa valorizzazione delle autonomie locali. Cosicchè, ad esempio sarebbero gli stessi Comuni ad approvare i propri strumenti urbanistici (ribattezzati "Piani Strutturali", anzichè "Regolatori", a sottolinearne il valore programmatico e non vincolante), spettando alle varie autorità "di controllo" solo il potere di presentare delle "osservazioni", ecc.

Anche questo è un discorso che porterebbe lontano, ed è quindi il caso di fermarsi a un accenno. Resta tuttavia l'ineludibile esigenza di fare ordine e chiarezza nella materia urbanistico/edilizia, cominciando con l'approvare quella legge-quadro (o Testo Unico) nazionale di cui si parla inutilmente fin dal dopoguerra. Altra questione di grande portata ed attualità, certamente non risolta da Tangentopoli, è quella della moralizzazione di tutta la politica, e conseguentemente della pubblica Amministrazione. Non c'è infatti il minimo dubbio che gran parte della devastazione territoriale che si è cercato finora di descrivere sia stata provocata dalla pura e semplice corruzione (e in vaste aree da veri e propri interessi di mafia), il territorio essendo stato ridotto a merce di scambio tra politici, mercanti di aree e costruttori.

E allora, tornando al tema delle demolizioni, oltre a casi emblematici quali ad esempio il "Mostro di Fuenti" e suoi consanguinei, occorrerebbe cominciare a pensare seriamente - stabilendo una scala di priorità a seconda della gravità ambientale - alla demolizione almeno di una buona parte di quegli oltre 18.000 abusi non sanabili verificatisi a partire dall'entrata in vigore della legge 47/1985 nelle aree vincolate paesaggisticamente, nei Parchi e sul Demanio.

ll fenomeno è molto complesso.

C'è quello che viene definito abuso di necessità, proprio di chi ha costruito una casa per abitarci, cioè una "prima casa" e non una casa di villeggiatura o "seconda casa". In ogni caso questi abusivi hanno infranto la legge e non sembra giusto "condonare" perché agli italiani onesti (la maggioranza) che la casa l'hanno costruita in modo legale (naturalmente pagando le tasse relative, cosa che gli abusivi non fanno) può sembrare un premio ai "furbi".

E c'è poi l'abusivismo legato alla grande criminalità organizzata (Mafia, Camorra, 'Ndrangheta), che non di rado si intreccia con il primo. Orientarsi è difficile, ma qui di seguito riportiamo alcuni dati, ufficiali.

GLI ECOMOSTRI

Gli ecomostri sono le enormi costruzioni di cemento che deturpano  siti archeologici,  spiagge e oasi naturalistiche (da qui il nome, mostro ecologico). Si tratta di costruzioni abusive nate dalla "collaborazione" tra imprenditori disonesti e politici locali corrotti. In Italia i mostri di cemento erano 14, ora ne sono rimasti 11 perché il Governo ha finalmente cominciato la guerra contro l'abusivismo edilizio.

Il primo mostro abbattuto è stato il FUENTI, un mega albergo costruito alla fine degli anni '70 sulla costiera amalfitana: 34 mila metri cubi di cemento,  24 metri di altezza (sette piani), 2000 metri quadri di superficie. Tutto questo in un'area che l'Unesco aveva dichiarato patrimonio dell'umanità. È stato definito un "misfatto ecologico esemplare". 

Il Fuenti prima dell'abbattimentoLE TAPPE DELLA STORIA DEL "FUENTI"

1968 Il 5 agosto del 1968 il Comune di Vietri sul Mare concede la licenza edilizia e la Sovrintendenza della Campania dà il nulla-osta paesaggistico. L'area è già sottoposta a vincolo

1971 L'edificio viene terminato nel 1971, dopo polemiche e sospensioni dei lavori. Nello stesso anno la Sovrintendenza revoca il nulla-osta poiché la costruzione non corrisponde ai progetti presentati. Anche il Comune annulla la licenza e i provvedimenti sono confermati dal Consiglio di Stato nel 1981.

1985 Con il condono edilizio del 1985 la società proprietaria chiede la sanatoria dell'edificio: la Regione Campania dà parere favorevole, ma il Ministero dei Beni culturali annulla il nulla-osta della Regione.

1992 Una sentenza del Tar (Tribunale amministrativo regionale) della Campania conferma la decisione del Ministero dei Beni Culturali.

1997 Una sentenza del Consiglio di Stato (dicembre) stabilisce che l'albergo non può essere condonato. L'Hotel Fuenti è stato utilizzato solo per i terremotati dell'Irpinia.

Il secondo ecomostro abbattuto è stato PUNTA PEROTTI - Complesso residenziale costituito da due edifici di 11 e 13 piani sul lungomare di Bari. Il complesso è stato realizzato nell' ambito di due piani di lottizzazione che prevedono la realizzazione di 290.000 metri cubi complessivi. La struttura è stata edificata ad una distanza inferiore a 300 metri dal mare e posizionato in modo da nascondere totalmente la vista del lungomare a sud di Bari.

La spiaggia e il complesso di Punta Perotti a Bari

02/04/2006 - Conclusa la prima fase della tanto attesa demolizione dell'ecomostro Punta Perotti a Bari. Tutto come previsto: 350 chilogrammi di tritolo hanno fatto implodere i due terzi della saracinesca che da oltre dieci anni taglia il lungomare barese. 

23/04/2006 - Seconda esplosione: crolla anche la seconda parte dell'ecomostro. Il 24 aprile è attesa l'ultima esplosione che demolirà interamente la costruzione.

Nel gennaio 2001 il Ministro dell' Ambiente e il Ministro dei Beni Culturali hanno presentato un disegno di legge per la tutela ambientale ed il recupero dei siti compromessi dalla speculazione. È previsto l'abbattimento degli 11 ecomostri ancora esistenti. Eccone l'elenco:

SPALMATOIO DI GIANNUTRI - Complesso edilizio destinato a mini-appartamenti grande complessivamente 11.000 metri cubi, realizzato in una zona ad elevato pregio paesaggistico all' interno del Parco nazionale dell' Arcipelago Toscano.

SCHELETRO DI PALMARIA - Complesso edilizio destinato ad albergo e miniappartamenti, alto circa 25 metri e con un volume di 10.000 metri cubi. L' area si trova nel territorio del Parco nazionale delle Cinque Terre.

CONCA DI ALIMURI - Struttura edilizia destinata ad uso alberghiero realizzata a ridosso della battigia, non ancora ultimata. Il complesso ricade all' interno del Piano urbanistico territoriale della penisola sorrentino-amalfitana.

BAIA PUNTA LICOSA - Si tratta di 53 edifici destinati a residenza, costruiti, ma non ancora ultimati, all' interno di un' area caratterizzata dalla presenza di alberi di particolare pregio (pino d' Aleppo). L' area si trova all' interno del territorio del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano.

PIETRA DI POLIGNANO A MARE - Complesso turistico costituito da una struttura alberghiera ed alcuni villini, per un volume complessivo di 34.000 metri cubi. Il complesso ricade nella fascia di 300 metri dalla battigia, in area soggetta a vincolo paesistico di tutela assoluta.

FOSSA MAESTRA - Complesso edilizio vicino Massa Carrara destinato ad accogliere 65 mini appartamenti e locali accessori. Si trova in un' area classificata come zona di valore paesaggistico ed ambientale da sottoporre a conservazione.

BAIA DI COPANELLO - Complesso edilizio costituito da albergo ed abitazioni a schiera, realizzato in assenza di concessione edilizia.

VILLAGGIO SINDONA - Complesso costituito da 12 edifici a schiera realizzato in località Cala Galera e non ancora ultimato. L' area ricade nella riserva naturale di Lampedusa, soggetta a vincolo paesaggistico ed idrogeologico. È inoltre sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta.

CAPO ROSSELLO - Complesso di edifici residenziali per complessivi 9.000 metri cubi, realizzato in prossimità della battigia.

CALA DEI TURCHI - Complesso alberghiero vicino Agrigento di circa 15.000 metri cubi. L' edificio non è stato ancora completato.

IL CONDONO EDILIZIO

Il condono edilizio non è mai stato una soluzione positiva al problema. Anzi. Non appena si comincia a parlare di condono edilizio, il numero di edifici abusivi cresce enormemente: tutti sperano di essere "condonati", cioè di vedersi riconosciuti legittimi proprietari di una casa costruita illegalmente. Ad esempio, l'anno precedente al condono edilizio del 1985 voluto dal Governo Craxi, cioè il 1984, è stato l'anno peggiore per l'abusivismo: su un totale di 270.000 nuove abitazioni circa un terzo (80.000 unità) erano abusive.


ABUSIVISMO REGIONALE -  1998
 

REGIONE

%

Piemonte

1,8

Valle d'Aosta

0

Lombardia

3,8

Trentino Alto Adige

0,5

Veneto

3,9

Friuli Venezia Giulia

0,5

Liguria

0,9

Emilia Romagna

2,5

Toscana

2,7

Umbria

0,6

Marche

1,5

Lazio

4,8

Abruzzo

7,0

Molise

2,0

Campania

19,8

Puglia

12,8

Basilicata

1,9

Calabria

8,8

Sicilia

18,2

Sardegna

5,9

Le cose recentemente vanno un po' meglio, ma i dati sono sempre gravi.

Secondo gli studi di Legambiente e dell'Istituto di ricerca Cresme, nel quinquennio 1994-1998, cioè dopo il condono approvato dal "Governo Berlusconi-Radice", sono state realizzate 232.000 nuove case abusive, per una superficie complessiva di 32.5 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare di 29.000 miliardi di lire. L'evasione fiscale è di  6.700 miliardi di lire.

Solo nel corso del 1998 sono stati costruiti ben 25.000 stabili abusivi (3,5 milioni di mq, un valore di mercato stimato superiore ai 3.000 miliardi di lire e una evasione fiscale pari a 730 miliardi). Il 76,3% delle costruzioni illegali (vedi tabella a fianco) è concentrato nelle regioni meridionali e nelle isole; al Centro la percentuale scende al 9,7% mentre al  Nord risale al 14%.

Le regioni più corrette sono per lo più al Nord (la  Valle D'Aosta con lo 0%, il Trentino con lo 0,5 %, l' Umbria con lo 0,6 % e la Liguria con lo 0,9%).  Il mattone illegale è invece ancora abbastanza presente nel Lazio (4,8%), in Lombardia (3,8%) ed in Veneto (3,9%).

Al Sud, in particolare il fenomeno è concentrato in Campania (19,8%), Sicilia (18,2%), Puglia (12,8%) e Calabria (8,8%), dove esiste quasi il 60% del totale nazionale delle costruzioni illegali. Ciò dimostra che il fenomeno dell'abusivismo è legato al fenomeno delle organizzazioni criminali e mafiose, che sono particolarmente radicate nelle quattro regioni citate.

PRIMA DELL'ABUSIVISMO-Foto aerea di una zona di Roma scattata il 20 agosto 1980DOPO L'ABUSIVISMO- Foto aerea della stessa zona di Roma scattata il 13 luglio 1985Concludiamo con una novità sulla "tipologia dell'abusivo" come è emersa da un'indagine di Legambiente sull'abusivismo a Roma e nel Lazio negli ultimi anni: i "costruttori spontanei" hanno abbandonato le periferie per spostarsi su aree pregiate. La maggior parte degli abusivismi, infatti, è stata individuata all'interno dei parchi: 33 lottizzazioni su un totale di 74, estese per 209 ettari su un totale di 314. I restanti abusi si registrano nelle aree adiacenti ai parchi e in zone esterne agli stessi.

Si vede che anche gli abusivi romani, come quelli agrigentini della Valle dei Templi, sono sensibili alle bellezze naturalistiche e archeologiche. Popolo di poeti, di artisti, di pensatori, di santi, di scienziati....

Norme antisismiche violate. Abruzzo lunedì 6 aprile 2009, ore 3,32

Gli allarmi inascoltati. La scossa devastatrice. Le vite spezzate. La disperazione dei sopravvissuti. Il dramma dei bambini. Eroi e vecchi camion. Un reportage da “Il Corriere della Sera” a “L’Espresso” e “Panorama”.

I vigili del fuoco arrivati da tutto il Paese sono stati costretti a portare in Abruzzo anche vecchi camion scassati.

Bestioni appesantiti da venti anni di servizio o ancora di più. Che a volte, dopo un rantolo del motore, si sono fermati in autostrada e, come certi muli di una volta, non han voluto saperne di ripartire. Eccole qui, la faccia dello Stato. L’Italia dei vetusti «Fiat Om 90», «AF Combi» o «APS Eurofire» in servizio dai tempi lontani in cui il centravanti della nazionale era Paolino Rossi. Carrette di lamiera che dopo essere state lasciate «dieci anni nei capannoni» (parole di un comunicato ufficiale del sindacato di base Rdb-Cub) sono finite «fuori uso per problemi di ribaltamento e rotture ai supporti del serbatoio dell’acqua» e abbandonate lungo il percorso. Non puoi sentirti orgoglioso di come sgobbano i carabinieri e i poliziotti, le guardie di finanza e i forestali e tutti gli altri, senza ribollire d’insofferenza a guardare la mattina dopo, tra le macerie di Onna, la delusione dei volontari della Protezione civile del Friuli, che sono venuti giù coi loro cani e le loro tende e le loro attrezzature e stanno lì impotenti nelle loro divise nuove di zecca che non riescono a sporcare: «Sono già le dieci, siamo qua da ieri sera e nessuno ci ha ancora detto come possiamo renderci utili. Che modo è?».

È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli egoismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e donne accorsi da tutte le contrade a dare una mano.

Il gran Sasso, lassù in alto, domina severo. L’impresario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano solchi tra le montagne di macerie per ricostruire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una crepa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi metri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le fotografie della biblioteca della scuola elementare crollata a Goriano Sicoli o, peggio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decenni ricordano come le zone più esposte siano quella a cavallo dello Stretto di Messina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposito del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impunemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, solo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno continuato ad ammucchiarsi disordinatamente intorno al Vesuvio nonostante siano passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sindaci e assessori e vigili urbani hanno chiuso gli occhi per anni sul modo in cui, anche nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabilità più gravi. Ma, come accusava Il Sole 24 ore del 7 aprile 2009, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Basti ricordare che fu solo la Corte Costituzionale, nel 2006, tra i lamenti e gli strilli dei costruttori («Siamo molto preoccupati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a bloccare una legge troppo permissiva della Regione Toscana spiegando che no, «in zona sismica, non si possono iniziare i lavori senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico».

Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indietro soltanto di qualche giorno dal sisma. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalisse del 6 aprile 2009, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella proposta edilizia del governo Berlusconi alle Regioni del giugno 2008, mai nella prima bozza del «piano casa», mai nell’in­tesa del 31 marzo 2009. Mai. Con il terremoto in Abruzzo Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano casa «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche» e il nuovo documento dato alle Regioni, ritoccato in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di demolizione e ricostruzione di immobili e gli interventi, che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i medesimi non può essere previsto né concesso alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normativa antisismica».

Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una settimana prima. Dove l’articolo 6, precipitosamente soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazioni in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché dopo una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima.

Qualcuno adesso dovrà indagare. Una volta sepolti i morti e sistemati gli sfollati, dovrà spiegare perché a L'Aquila il cemento impastato dieci o vent'anni prima già si sbriciola come pane secco. Dovrà dire perché queste travi si sono spezzate e hanno fatto un massacro. Come in Abruzzo, con il brivido delle scosse di assestamento e il vento del Gran Sasso che spazza le macerie di via Luigi Sturzo, centro città, cento per cento di morti nelle case nuove là in fondo alla strada. Nuove. Eppure sono venute giù.

Se due mesi di sciame sismico riducono così il cemento, allora l'allarme lo dovevano dare molto prima. Invece questo passerà alla storia come il primo terremoto previsto in Italia. E, purtroppo, anche come il primo snobbato dalle autorità. Hanno ignorato l'annuncio del disastro molti sindaci della provincia per finire, su su, agli esperti della Protezione civile.

Eppure la previsione di Giampaolo Giuliani, tecnico del laboratorio scientifico del Gran Sasso insultato e denunciato per procurato allarme, non è uno scoop da premio Nobel. Che la liberazione di gas radon dagli strati profondi delle rocce riveli l'arrivo di un forte terremoto, lo si impara al primo anno di Geologia all'università. Anche in Italia. È vero che non è possibile conoscere con precisione quando colpirà la scossa. Ma a L'Aquila e lungo l'Appennino la terra tremava e da fine febbraio. Avere un laboratorio di fisica proprio dentro il Gran Sasso, la montagna attraversata dalle faglie e dalle tensioni geologiche di questo disastro, era poi una immensa opportunità. Forse bastava sfruttarla. Nessun preallarme nemmeno per i soccorsi in una regione fatta di antichi paesi di sassi e pietre.

Lunedì 6 mattina a Civita, una frazione a pochi chilometri da Onna, vicino all'epicentro in provincia, gli abitanti hanno dovuto sbarrare la strada a un convoglio dei vigili del fuoco per chiedere loro di estrarre due persone. Le hanno tirate fuori che erano già morte. I pompieri son ripartiti subito per L'Aquila. I cadaveri sono rimasti a Civita, per terra, fino alle quattro del pomeriggio: "Quando è arrivata un'auto delle pompe funebri", raccontano i testimoni. Sono le priorità a stabilire dove si devono fermare i convogli. I primi sono stati inviati dove c'erano più cadaveri: a L'Aquila, a Onna, a Paganica. Così gli abitanti delle piccole frazioni hanno dovuto aspettare. Non c'erano alternative. Da martedì, secondo la Protezione civile, con l'arrivo dei rinforzi da tutta Italia, anche i centri più piccoli sono stati raggiunti. Nonostante la previsione del terremoto, però, gli abitanti della città e di tutta la provincia avevano creduto alle rassicurazioni degli esperti della commissione Grandi rischi, riprese dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dal governo e dalle autorità locali. Nessuno immaginava che perfino le costruzioni più moderne di L'Aquila fossero trappole. Non lo sapevano i ragazzi italiani e stranieri morti e feriti nel pensionato universitario, nemmeno i quattro studenti sepolti in due stanze prese in affitto in un'altra villa in via Sturzo. Non lo poteva immaginare.

Gran parte delle strade di L'Aquila in quei giorni era al buio. In molte case però non mancava la luce. Vedi le finestre illuminate dentro le tapparelle abbassate. Credi che ci sia qualcuno lassù. Invece è la fotografia di lunedì 6 aprile, ore 3,32, il momento esatto della scossa, 5,9 gradi della scala Richter, nemmeno un record in Italia.

A metà di via Sturzo la fuga di una famiglia su un'Alfa Romeo è rimasta bloccata al cancello, quando un grosso pezzo di cornicione l'ha colpita in pieno. In una camera da letto spogliata dai muri perimetrali è ancora accesa l'abat-jour sul comodino. Sui balconi sopravvissuti al crollo, il bucato steso la domenica sera. I libri negli scaffali. Le sveglie che ancora suonano la mattina presto. Persiane semichiuse che ricordano le ville calcificate di Pompei. Istantanee di vita quotidiana. Al buio si intuisce la sagoma di quattro donne avvolte nelle coperte di lana. Si fanno coraggio insieme e dormono sulle sedie davanti alla casa di una di loro. Non hanno voluto andarsene al centro di raccolta. Pochi passi più avanti, in fondo a via Sturzo, le fotoelettriche illuminano il vuoto. Due ruspe rimuovono il groviglio di tondini di ferro. L'armatura a queste costruzioni non manca. Stupisce l'apparente fragilità del cemento. Tre o quattro ville, tutte uguali, si sono accasciate sui loro piani. Resta soltanto il tetto di due. In una sono morti due anziani. Nella seconda almeno quattro studenti tra i quali un ragazzo della zona di Vasto, in Abruzzo. La sua mamma sostenuta da un'amica piange da ore. «Ho provato a far suonare il suo telefonino», sussurra, «risulta irraggiungibile. Un collega di università di mio figlio ha invece chiamato il telefonino di un suo compagno di stanza sepolto là sotto. Quello suona ancora, ma da domenica notte nessuno risponde».

Subito più avanti il cumulo di macerie nasconde la bimba di tre anni e tutta la sua famiglia. Rimossi i blocchi di cemento, trovano prima il piccolo materasso del lettino. Si vede subito che apparirà un bambino. Non ci sono più bare. Nemmeno bodybag, i sacchi utili per trasportare le vittime delle emergenze, che l'Italia ha regalato negli anni scorsi alla Libia. I soccorritori liberano dai calcinacci una coperta di lana. La ripiegano per usarla come barella. Avvolgono la piccola nella lana e la adagiano sulla terra. Vigili del fuoco e guardia forestale interrompono per qualche minuto il lavoro a mani nude nei detriti. Li guida un abitante del quartiere in tuta blu, grigio di polvere fin nei capelli. «Adesso restano da trovare un'altra bambina, la sua mamma e il suo papà», spiega l'uomo al capo operazioni dei pompieri: «Poi dobbiamo tirare fuori gli anziani che abbiamo visto nella casa accanto. Ma non so quanti sono». Arriva finalmente l'ambulanza, allontanata per caricare le macerie su due grossi camion. «Come si chiama questa bambina?», chiede un'infermiera della Croce rossa. Nessuno sa rispondere. Non ci sono parenti. Non ci sono vicini. Tutti sotto le macerie. Forse una quindicina di morti. Tutti sepolti dal crollo di case relativamente nuove. Intorno le costruzioni più vecchie e i condomini sono rimasti in piedi. Hanno danni strutturali. La facciate bombardate. Ma i loro abitanti hanno almeno avuto il tempo di svegliarsi e fuggire.

In via Sant'Andrea all'angolo con Generale Francesco Rossi, prega la mamma di Armando Cristiani. Per arrivare fin qui bisogna sfidare i calcinacci che le scosse sparano come cecchini dalle cime dei palazzi. Antonio Rossi, il papà, cammina su e giù con un piccolo ombrello in mano e un sacchetto di biscotti sottobraccio. Era la cena che un vigile urbano gli ha regalato. Sulla montagna di macerie continua il lavoro di altri eroi. Rischiano la vita e altri crolli per salvare Marta, un'altra studentessa tradita dalle norme antisismiche dei palazzi dell'Aquila. Una ragazza raggiunta nel pomeriggio dagli speleologi e dai soccorritori del Club alpino italiano. «Marta ci ha detto di aver sentito delle grida salire dalla tromba delle scale. Una voce molto più sotto di lei», racconta uno speleologo: «Abbiamo chiamato, abbiamo provato ma non ci ha risposto nessuno». Antonio Cristiani è convinto che suo figlio sia lì ad aspettare che qualcuno lo tiri fuori. Erano sei studenti in affitto, in un appartamento al terzo piano. Tutti dispersi. «Ho sentito mio figlio sabato sera», racconta la mamma, «mi ha detto che c'era appena stata una forte scossa. Eravamo preoccupati, ma lui diceva che poi passava».

Trema ancora la terra. Scosse forti che fanno crollare i muri che ormai non si reggono più. Gli speleologi portano in superficie Marta, la avvolgono, la caricano su un'ambulanza. «La ragazza era incastrata accanto a un armadio», racconta il soccorritore che l'ha liberata: «Sotto c'era il vuoto e dovevamo stare molto attenti a non farla cascare più in basso». Questi soccorritori sono ragazzi di poche parole. Lo speleologo dice solo che di mestiere fa il carpentiere- saldatore: «Niente nomi, non servono». E se ne va sulla montagna di macerie a cercare Martina, studentessa di Ingegneria gestionale. È la grande Italia dei volontari, quanto mai uniti da Nord a Sud. I genitori di Martina aspettano avvolti in una coperta. Il padre è rassegnato: «Ormai mi devo mettere il cuore in pace». In via Persichetti, altro quartiere, altra strage. I condomini sono sbrecciati. Le case dell'Ottocento sembrano quasi indenni. In mezzo il crollo delle palazzine più nuove ha spianato l'isolato. Due bare attendono in mezzo alla strada che qualcuno le recuperi. “L'Aquila - Visa Persichetti, non identificata", scrive un soccorritore con il pennarello sul nastro adesivo. L'assenza di funzionari dell'anagrafe impedisce al momento di sapere chi sono i residenti a ogni indirizzo. L'identificazione verrà fatta nei prossimi giorni. Anche se la mancanza di numero civico sul nastro adesivo non sarà d'aiuto. Appare nel buio Pasqua E., la mamma di Alice Dal Brollo. È arrivata da Cerete in provincia di Bergamo e scopre che nessuno sta scavando nella casa di sua figlia. Poco fa c'è stata una scossa oltre il quarto grado Richter. Per questo i vigili del fuoco si sono allontanati. Tornano poco dopo con la guardia forestale. «Alice è sicuramente lì. Una sua compagna di stanza l'hanno già trovata morta. Un'altra, ritornata a L'Aquila da Sora poco prima del terremoto, è riuscita a scappare. Forse mia figlia è bloccata». La quarta studentessa, anche lei di Sora, deve ringraziare l'influenza che si è presa. E domenica sera non è tornata a L'Aquila. Alle nove del mattino i genitori scoprono che Alice è morta. Come Luigi Giugno, 34 anni, guardia forestale, ucciso nell'unica camera da letto crollata nel loro palazzo. L'hanno trovato sopra il lettino del suo bimbo, Francesco, 2 anni, che ha tentato inutilmente di proteggere. Accanto il cadavere della moglie e la valigia già pronta per il ricovero al reparto maternità. Francesco questa settimana avrebbe avuto una sorellina. Anche la loro casa sembrava sicura. Dovremmo costruire case antisismiche, come in Giappone e in California dove i palazzi tremano ma pochi si fanno male. Invece spenderemo quei soldi per un grande ponte a Messina. Silvio Berlusconi l'ha ripetuto in questi giorni. Dove? Dopo aver visto le macerie a L'Aquila.

Il crollo della prefettura. L'ospedale lesionato. La questura inagibile. Così i soccorsi sono rimasti senza testa. Perché nonostante le scosse nessuno aveva verificato gli edifici ?

Giù la Prefettura: quello che doveva essere il centro nevralgico della gestione dell'emergenza è completamente fuori uso e ridotto a un cumulo di macerie. Inutilizzabile anche la questura, altro luogo considerato fondamentale per affrontare le grandi calamità. E poi si sbriciolano anche gli impianti dell'ospedale San Salvatore, inaugurato dieci anni fa, costruito con colonne in cemento armato e sale operatorie di cartapesta. Così il terremoto spazza via tre dei pilastri dei soccorsi: obbliga la Protezione civile a rivedere da zero i piani di intervento, in una zona che da sempre si conosce come sismica e che da settimane vive una sciame di scosse. Ma dove nessuno si era preoccupato di verificare la robustezza dei capisaldi per affrontare la crisi più drammatica: fino a domenica il palazzo ottocentesco della Prefettura era il fulcro di ogni strategia.

Davanti al collasso di queste strutture, il professor Franco Barberi, vulcanologo e presidente vicario della Commissione grandi rischi, non usa mezzi termini. "È desolante vedere un simile spettacolo di inefficienza e imprevidenza in un paese come il nostro che a misurarsi con le conseguenze dei forti terremoti dovrebbe essere abituato da sempre". E accusa: "Le responsabilità sono diffuse a tutti i livelli, purtroppo siamo un paese che non impara le lezioni". Invece l'emergenza è stata doppia, trasformando la pianificazione in improvvisazione.

Guido Bertolaso, sottosegretario e commissario straordinario per questo disastro, è stato persino costretto a sdoppiare la sala operativa, il cervello di tutte le operazioni. Una parte è finita nei locali della scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle, una parte ha dovuto addirittura chiedere ospitalità a una struttura privata come la Reiss Romoli: un centro di alta formazione per le telecomunicazioni appartenente a Telecom Italia. Eppure, mai come questa volta si poteva essere pronti a scattare. Bastava rispettare la legge e ascoltare i segnali della natura, usando buon senso.

Dopo la strage di San Giuliano di Puglia, dopo l'assurdità di un terremoto che rade al suolo soltanto la scuola ossia l'edificio che doveva essere più solido, dopo la morte di quei ventisette bambini erano state varate nuove regole. Ma sono passati sette anni da quel sisma, scioccante ma di dimensioni limitate, e i controlli sui palazzi pubblici non sono ancora diventati operativi: rinvio dopo rinvio, l'entrata in vigore delle norme continua a slittare. La legge ignora i tempi della terra. E così in Abruzzo tanti sono morti per colpa di verifiche che i legislatori hanno preferito rimandare. Con oltre 70 mila edifici da esaminare, finora in tutta Italia di verifiche ne sono state fatte sette mila, appena il dieci per cento del totale. In Abruzzo la media è ancora più bassa. Quanto, nessuno lo sa esattamente. Un alto responsabile della Protezione civile che preferisce mantenere l'anonimato confessa con rabbia a “L'Espresso” di avere chiesto questi dati alla Regione Abruzzo senza riuscire ad ottenerli. Quello che è sicuro invece è che nessun intervento è stato fatto negli ultimi anni sugli edifici crollati all'Aquila, nonostante la Protezione civile disponesse di 280 milioni di euro per l'analisi della vulnerabilità e la messa in sicurezza delle strutture strategiche.

Il palazzo della Prefettura, per esempio, per la sua storica usura, secondo il professor Barberi andava pesantemente rinforzato. Oppure, in mancanza di volontà o di risorse, abbandonato a favore di un'altra sede sicura che ospitasse il quartiere generale dei soccorsi. Altre strade da seguire non ce n'erano. Non aver fatto né una cosa né l'altra apre un delicato capitolo sul fronte delle responsabilità che, secondo Barberi, "vanno comunque individuate". Il crollo della Prefettura ha infatti fatto perdere ore chiave. Subito dopo quella maledetta scossa delle 3.32 la macchina dell'emergenza a L'Aquila è rimasta senza testa: nessuna centrale, nessuna rete di collegamenti per coordinare il territorio con le strutture nazionali. Per indirizzare i soccorsi verso i paesi più colpiti, per orientare i mezzi a seconda delle necessità. "C'era un gravissimo problema di reti telefoniche e non riuscivo a contattare, dirigenti della provincia e sindaci", denuncia il presidente della Provincia, Stefania Pezzopane: "La gravità di quello che stavamo vivendo non è stata percepita subito".

I vertici delle operazioni si sono prima installati nella scuola di Telecom Italia, poi si sono trasferiti nella base della Guardia di Finanza, che disponeva di spazi per i veicoli e di connessioni con tutti gli apparati dello stato. Per ore c'è stato incertezza su come rintracciare i responsabili delle operazioni e sulla gestione delle informazioni. Ore preziose, in cui altre persone potevano essere salvate: altri superstiti oltre ai cento estratti dal coraggio di abitanti e soccorritori. Perchè nessuno ha verificato la stabilità della Prefettura? I piani di intervento, che la indicavano come centrale dell'emergenza, ricadono sotto la responsabilità della Protezione civile. Ed è incredibile che nonostante lo sciame di scosse che da giorni sia mancata la minima precauzione. Stefania Pezzopane parla di "tragedia annunciata": "Soprattutto dopo quello che succedeva da due mesi con numerosissime scosse come quella forte del 30 marzo che ci aveva portato alla chiusura di scuole". A più di dieci ore dal sisma, dichiara sempre la presidente della Provincia: "Ho l'impressione che la situazione del circondario sia stata sottovalutata".

La scossa del 30 marzo poteva essere un segnale d'allarme per mettere la macchina della Protezione civile in posizione di lancio. L'area interessata dai fenomeni sismici dista pochissimo da Roma, da Pescara e da Ancona, con una rete autostradale celebre per la sua estensione. Ci sono a distanze ridotte aeroporti civili e militari, ci sono basi di elicotteri, ci sono caserme dell'esercito e delle forze dell'ordine. C'era tutto per essere ineccepibili. E invece sono venuti a crollare i pilastri per la gestione dell'emergenza, lasciando nella confusione le prime ore, quelle più importanti per salvare le persone intrappolate tra le macerie.

Ancora più grave il caso dell'ospedale San Salvatore, entrato in funzione nel 1994 e che avrebbe dovuto resistere ad ogni genere di sisma. Invece è stato addirittura evacuato per le pesanti lesioni strutturali registrate anche nell'armatura del cemento. "E pensare che è costato tantissimo", afferma il suo direttore generale Roberto Merzetti: "In più, secondo le carte di cui disponiamo era stato a suo tempo garantito per resistere a terremoti addirittura più forti di quello che abbiamo appena registrato".

Non si sa quali garanzie siano a suo tempo state date per la Casa dello studente crollata e costata la vita di alcuni ragazzi. Anch'essa però era stata realizzata in cemento armato puntualmente spappolatosi sotto la spinta del sisma. Cemento del tutto particolare e inadatto alla bisogna e sul quale, sospettano in Regione, costruttori disonesti potrebbero avere speculato realizzando armature di scarsa qualità. Su tutto questo già si invoca l'intervento della magistratura. Perché i soccorritori arrivati sul posto lunedì si sono prodigati per tirare fuori dalle macerie quante più persone possibili, ma quelle ore chiave perse nell'assenza di un quartiere generale possono avere determinato la fine per molte altre vite imprigionate tra le travi. Nella speranza che almeno questa volte la lezione serva a evitare altri disastri futuri.

“Qui sono cadute anche le case nuove”. Parole di allarme del sindaco de L’Aquila a conferma che non sono crollate soltanto le vecchie case in pietra del centro storico: il terremoto del 6 aprile ha distrutto o danneggiato in modo tale da renderli inabitabili anche palazzi moderni. L’ospedale, un presidio che non dovrebbe solo restare in piedi ma anche funzionare in emergenza, è stato evacuato e dichiarato inagibile (per il 90%). Come l’hotel “Duca degli Abruzzi”, che non era in un palazzo di pietra antica e si è accartocciato su se stesso. O la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, che era un edificio moderno, fino alla ormai tristemente nota Casa dello studente, in via XX Settembre, costruita a metà degli anni sessanta e crollata su se stessa.

Un problema non solo dell’Abruzzo, che pure è zona ad elevato rischio sismico. La Protezione civile calcola che in Italia siano 80 mila gli edifici pubblici “vulnerabili”: scuole, ospedali, uffici, caserme. A essi vanno aggiunte le infrastrutture presenti in zona (strade, ferrovie, ponti). Le scuole costituiscono una vera emergenza: quelle edificate in zone a rischio sarebbero 22 mila, 16 mila delle quali in aree ad alto rischio; di queste circa novemila sarebbero prive di criteri antisismici e potrebbero subire danni in caso di scosse. Si calcola che gli ospedali da mettere a norma siano invece 500. Ma a chi tocca intervenire? Chi decide le priorità, anche economiche? Un’autorità centrale specifica non esiste e gli enti responsabili sono una quantità enorme: le regioni hanno competenza per ospedali e strutture sanitarie, province e comuni per le scuole, lo Stato per prefetture e caserme. Dal 2003 la Protezione civile dirama con regolarità ordini di verifica, i controlli però sono impossibili, così come capire quali siano le priorità: bisognerebbe pianificare interventi in un lungo arco di tempo, almeno un decennio. Lo stesso discorso andrebbe fatto per il patrimonio edilizio privato. Un monitoraggio completo su scala nazionale non è stato fatto, ma soltanto una mappatura in alcune aree particolarmente a rischio.

Secondo statistiche Istat elaborate dall’ Associazione Nazionale dei Costruttori Edile (ANCE), le case costruite in base alla normativa del 1974 sono un terzo del totale in quanto gli immobili a uso abitativo costruiti prima di quell’anno sono 7,2 milioni, il 64 per cento. Si stima che tre milioni di italiani vivano in zone a elevata sismicità, soprattutto lungo la dorsale appenninica del Centro e Sud Italia (dalle Marche alla Calabria fino alla Sicilia), quasi 21 milioni in aree a media sismicità, più di 15 milioni e mezzo in aree a bassa sismicità e circa 20 milioni in aree a sismicità minima. Oltre un terzo del territorio nazionale presenta un rischio terremoti medio - alto.

Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Paolo Stefanelli, è stato molto netto: “Non stupisce affatto che della Casa dello studente sia crollata la parte più giovane. Tutti gli edifici costruiti negli anni ‘50 e ‘60, a causa del tipo di cemento armato usato, sono a rischio sismico in un tempo tra i 5 e i 30 anni”. E, a proposito del piano casa presentato dal Governo, dice: “Questo piano potrebbe rappresentare uno stimolo importante per ricostruire edifici a rischio a costo zero per lo Stato. Chi demolisce un edificio per ricostruirlo ampliato del 35 per cento potrebbe dare in permuta la volumetria aggiuntiva all’impresa che fa l’intervento ed avere un’abitazione sicura praticamente a costo zero con la consapevolezza che tanto prima o poi quell’edificio avrebbe richiesto un intervento radicale ai fini della sicurezza”.

A oggi, dice Stefanelli, manca ancora una norma che renda obbligatorio il monitoraggio sul tempo di vita delle costruzioni. Forse solo quella, perché di norme sull’edilizia antisismica l’Italia ne ha quattro, tutte contemporaneamente in vigore. Il decreto ministeriale 16 gennaio 1996 (”Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”) seguito, dopo il terremoto del 2003 in Molise, dall’Ordinanza della Protezione Civile 3274, che ha rimappato il territorio nazionale, aggiungendo zone sismiche o elevandone la classe. E poi altri due decreti, uno del 2005, l’ultimo del 2008, denominato “Nuove norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”. Scienziati e tecnologi parlano chiaro: serviranno strutture antisismiche. Così a mettere le proprie competenze a disposizione delle popolazioni colpite dal sisma scende in campo il CNR che ha progettato, e testato con successo un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all’onda d’urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma di Kobe che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Il progetto si chiama Sofie, Sistema costruttivo fiemme, ed è un prototipo messo a punto dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (IVALSA CNR), insieme alla Provincia di Trento.

A convalidare il progetto italiano, spiega il CNR, “sono stati i laboratori dell’Istituto nazionale di ricerca sulla prevenzione disastri (NIED) di Miki, in Giappone, dove, alla fine del 2007, la casa di legno di sette piani e 24 metri di altezza realizzata dall’Ivalsa-Cnr di San Michele all’Adige ha resistito con successo al test antisismico considerato il più distruttivo per le opere civili: la simulazione del terremoto di Kobe di magnitudo 7,2 sulla scala Richter”. “Il legno è una valida alternativa ai metodi costruttivi tradizionali, in acciaio o muratura, e soprattutto un’alternativa economica, visto che, a parità di costi, le prestazioni e i rendimenti sono migliori”, dice una nota del Cnr. Attualmente, il primo esempio di rigorosa applicazione della tecnologia Sofie a un edificio pubblico è in fase di realizzazione a Trento, con un collegio universitario di 5 piani che ospiterà, in piena sicurezza, circa 130 studenti.

http://www.corriere.it/speciali/2003/cronache/bruttaitalia/wwf/tipiabuso.shtml

http://www.scudit.net/mdcasamia2.htm

http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_08/eroi_vecchi_camion_stella_7aa978c2-23fc-11de-a75a-00144f02aabc.shtml

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-dolore-e-la-rabbia/2077532&ref=hpsp

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cemento-disarmato/2077514

http://blog.panorama.it/italia/2009/04/07/terremoto-a-tremare-non-e-solo-labruzzo-in-italia-80-mila-gli-edifici-pubblici-vulnerabili/ 


 

SPIATI E RICATTATI

Ricatti privati e pubblici dossier. L’inchiesta del “l’Espresso” svela l’Italia dello spionaggio.

L'archivio del consulente Genchi riapre il dibattito sulle schedature parallele. Dai carabinieri agli 007, dal Fisco al Telepass, ecco i giacimenti di informazioni che alimentano i database degli spioni.

L'Italia è una Repubblica fondata sul ricatto? Negli anni bui della prima Repubblica si riteneva che il vero potere nascesse dai dossier, una convinzione nata dagli scandali che si ripetevano con cadenza decennale, dai fascicoli degli spioni del Sifar agli elenchi di Licio Gelli. Ma i collezionisti di informazioni riservate, con cui condizionare carriere e affari, non hanno perso il vizio della schedatura. E ancora oggi è difficile fare un censimento dei giacimenti di dati particolarmente sensibili, dove spesso si mescolano vere notizie e verosimili pettegolezzi. L'ultimo allarme è nato intorno allo sterminato database di un consulente delle procure, il poliziotto in aspettativa Giocchino Genchi, che solo nel corso dell'indagine 'Why Not' avrebbe intrecciato numeri telefonici di 392 mila persone. Materiali acquisiti in modo lecito, ma sulla cui gestione il Garante della Privacy ha appena cercato di mettere ordine. Basta con le 'relazioni circolari', il meccanismo che allarga gli accertamenti a dismisura affidandoli all'intuito del consulente: il nuovo codice varato dal Garante prevede che i periti possono "raccogliere solo i dati necessari per adempiere all'incarico ricevuto dal magistrato", che deve "autorizzare espressamente l'incrocio" (dei tabulati telefonici, ad esempio). Terminato il lavoro, i consulenti giudiziari "devono consegnare non solo la relazione finale, ma tutta la documentazione acquisita", con "divieto di conservarne originali o copie senza espressa autorizzazione del magistrato".

Dossier con griffe. Ci sono invece scorte di incartamenti pirata, come quelli costruiti dalla sicurezza aziendale della Gucci di Firenze, che ha creato migliaia di file schedando dipendenti, fornitori e collaboratori grazie alle notizie vendute da poliziotti e finanzieri corrotti. Tutto aveva un prezzo: tabulati telefonici (dai 100 ai 200 euro), precedenti penali (50 euro), radiografia fiscale (100 euro). Molto ambiti anche i resoconti del Telepass (50 euro): permettono di conoscere gli spostamenti attraverso l'Italia e avere riferimenti fiscali e bancari sugli accrediti. Perché gli archivi pubblici fanno acqua e quelli privati fanno paura.

Colabrodo fiscale. I tecnici del Garante si dichiarano consapevoli che "il problema resta enorme". E negli ultimi mesi hanno provato a mettere in sicurezza almeno le maggiori banche dati pubbliche: ministero della Giustizia e forze di polizia. Gli stessi magazzini informatici che, in questi anni, sono risultati sistematicamente saccheggiati da 007, funzionari infedeli e perfino da curiosi con l'hobby del gossip. Le prime verifiche hanno confermato molti problemi di sicurezza e qualche stranezza. L'archivio pubblico più vulnerabile è l'anagrafe tributaria, che contiene tutte le notizie rilevanti per il fisco sui residenti in Italia. Nel provvedimento finale del 18 settembre scorso, il garante Pizzetti scrive che il ministero dell'Economia "non ha alcuna conoscenza dell'effettiva identità e neppure del numero degli utenti che accedono all'anagrafe tributaria", perché non è mai esistita "una certificazione informatica attendibile". L'ispezione ha infatti documentato che i segreti fiscali e patrimoniali degli italiani potevano essere liberamente violati, oltre che da migliaia di dipendenti statali (centrali e periferici), da "60 mila utenze informatiche intestate a 9.400 enti, tra cui Comuni, Province, Regioni, Asl, università e consorzi". Fino a tre mesi fa, ben "3.270 enti esterni" avevano "un collegamento diretto con l'intera anagrafe", consultabile senza lasciare traccia "anche da aziende private come Enel e Telecom", gli ex monopolisti che già dispongono di milioni di informazioni riservate. Insomma, un colabrodo dove si potevano arraffare i redditi di Berlusconi e Veltroni, di star del cinema o rivali in amore.

Stato sbadato. Le indagini giudiziarie documentano che, nei casi più gravi, i dossier sono farciti di materiali sottratti dalle sorgenti migliore, ossia gli archivi di Stato: oltre a redditi e patrimonio (ministero delle Finanze), i controlli di polizia (banca dati del Viminale), precedenti penali (casellario giudiziario), perfino i documenti top secret dei servizi segreti. La protezione degli archivi pubblici diventa così il primo argine contro i poteri occulti. In questi mesi l'autorità per la privacy sta scatenando "un'offensiva" per una corretta gestione delle maxi-centrali informative delle forze di polizia. E nelle prime verifiche non sono mancate le sorprese. Gli addetti ai lavori erano convinti che la banca dati più potente d'Italia fosse il Sistema d'indagine (Sdi) delle forze di polizia, che è collegato in rete con analoghi mega-schedari degli Stati europei dell'area Schengen e con alcuni sotto-archivi dell'Interpol (ad esempio nomi, immagini, impronte e Dna dei ricercati internazionali).In realtà il Garante ha scoperto che nel 2007 tutto lo Sdi occupava tre terabyte. Una quantità di dati enorme, ma molto inferiore allo stock di informazioni riservate gestite in esclusiva dai carabinieri con i loro fascicoli P, che sta per 'Permanenti' e sono catalogati sia per fatti che per persone: l'Arma ha così un 'archivio documentale' di 60 terabyte, più altri 40 di 'denunce': sono 100 milioni di milioni di byte. È come se la storia recente degli italiani fosse stata trasferita nei computer. Ma con l'informatizzazione sarebbe scomparsa ogni possibilità di intrusione furtiva.

Sempre in tema di militari, in passato nelle leggende sul mercato del ricatto c'era una parola magica: Ufficio I. Si trattava del reparto intelligence della Guardia di Finanza che schedava aziende e cittadini. In comandi strategici come quello di Milano erano accatastati milioni di cartellini, che rimandavano a fascioli con le risultanze di verifiche fiscali, indagini giudiziarie e persino lettere anonime. Da un decennio, però, il reparto è stato cancellato e la gestione dei dati rivoluzionata. I criteri per accedere alle informazioni sono diventati rigidi: ogni ingresso lascia traccia. L'armadio informatico più delicato, quello del Gico per la lotta alle ricchezze mafiose e alle copertura istituzionali, ha addirittura livelli di autorizzazione preventiva.

A mezzo servizio. Anche gli apparati di intelligence italiani hanno alle spalle decenni di deviazioni e abusi ai danni dei cittadini, come riconfermano le indagini su Sismi e Telecom. Più volte si è discusso di bonificarne gli archivi e dare una scadenza al segreto di Stato, permettendo così maggiore trasparenza sulle raccolte di notizie. Gli 007 dipendono dal governo e il primo rimedio nei paesi civili è rafforzare i controlli parlamentari. Emanuele Fiano (Pd), che rappresenta l'opposizione nel Comitato parlamentare per la sicurezza (l'ex Copaco, ora Copasir) è "abbastanza soddisfatto" della riforma varata un anno fa dopo l'ennesimo scandalo: schedature illegali dei giudici "nemici del governo Berlusconi", soldi in nero a a giornalisti "amici", sequestro di sospettati senza processo e, naturalmente, corruzione per passare i dossier più riservati agli spioni privati. "I nostri poteri di controllo sono aumentati, ma il Parlamento italiano non ha ancora veri poteri d'indagine. Ora comunque la legge autorizza solo un archivio centralizzato. E prevede inchieste interne affidate un ufficio di ispettori qualificati, da scegliere all'esterno dei servizi". In questo momento la riforma, che trasferisce le competenze nella lotta al terrorismo dall'ex Sismi (ora Aise) all'ex Sisde (ora Aisi) ha avviato un braccio di ferro anche sulla divisione dei fascicoli, custoditi nel quartiere generale di Forte Braschi e nelle sedi regionali. Conclude Fiano: "È chiaro che nessuna norma potrà impedire che un agente infedele commetta reati, ma oggi ritengo che il vero problema sia un altro: lo spionaggio privato, la sorveglianza occulta dei cittadini organizzata su scala industriale".

Vizi privati. Il Garante chiede da tempo un intervento legislativo per autorizzare un monitoraggio pubblico dei grandi archivi informatici privati. Per ora la classe politica si è preoccupata soprattutto di ostacolare e rallentare, con decine di leggi-vergogna, le indagini legali della magistratura, comprese quelle contro gli spioni. Per le compagnie di telecomunicazioni, che sono il settore a più alto rischio, una legge varata dopo vari aggiustamenti europei impone di conciliare il diritto alla privacy con le esigenze di giustizia: le aziende sono obbligate a conservare per 24 mesi i dati telefonici e per 12 quelli telematici (come gli accessi a Intenet), perché altrimenti troppi delinquenti resterebbero impuniti. Ma per evitare tentazioni spionistiche, scaduto quel termine le compagnie dovrebbero "cancellarli o renderli anonimi". In quanto tempo? La formula è ambigua: "senza ritardo", ma "compatibilmente con le procedure informatiche".

La più recente direttiva del Garante, che 'L'espresso' è in grado di anticipare, riguarda lo spionaggio interno alle aziende: dipendenti sorvegliati di nascosto in violazione dello Statuto dei lavoratori; dirigenti controllati dai superiori o dai concorrenti. Un fenomeno "massiccio", che l'autorità di protezione punta a limitare partendo da una figura chiave: l'amministratore di sistema. Pochi lavoratori sanno che i responsabili dei computer aziendali, incaricati del salvataggio dei dati (back-up) o della manutenzione delle macchine (hardware), possono leggere tutto. "Le ispezioni anche in grandi aziende hanno riscontrato una preoccupante sottovalutazione dei rischi" e "la scarsa conoscenza del ruolo e perfino dell'identità" di questi "controllori incontrollati". Quando verrà pubblicata sulla 'Gazzetta ufficiale', la direttiva imporrà "entro 1120 giorni" di "identificare" gli amministratori di sistema, verificarne "l'affidabilità" e "registrarne gli accessi" con strumenti "inalterabili".

Il server nero. Per capire quanto sia grave, nell'era dell'informatica, il pericolo di un sistematico controllo occulto dei cittadini, forse basta misurare quanto resti forte, dopo decine di arresti, l'ormai famosa centrale di spionaggio privato che fino al 2006 era capitanata da Giuliano Tavaroli, l'ex carabiniere che per un decennio è stato il capo della security del gruppo Pirelli e dal 2001 anche di Telecom. Descritta dai giudici come "una potentissima struttura illegale di investigazioni clandestine degna di un servizio segreto di una media potenza", quella micidiale fabbrica di dossier personali è stata in apparenza sgretolata da tre anni di inchieste della Procura di Milano. In realtà i pm ammettono, nei loro verbali, di aver potuto scoprire solo la punta dell'iceberg. A Milano, il 5 aprile 2007, i carabinieri hanno messo sotto sequestro un supercomputer negli uffici centrali del gruppo in via Negri, accanto alla Borsa. Gli inquirenti lo chiamano "il server nero di Pirelli-Telecom". Ha una memoria spaventosa, distribuita su un'intera pila di hard-disk collegati. E contiene tutti i dati delle più intrusive azioni di spionaggio organizzate per anni da quell'associazione per delinquere : le indagini dicono che in quella macchina siglata 'RM 8000' sono custoditi, ad esempio, i risultati del cyber-attacco che svuotò i computer di tutti i manager di prima fila del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, poco prima di un delicato cambio degli equilibri azionari. Lì dentro c'è anche una copia del maxi-archivio informatico di un gigante come la Kroll, forse la più grande agenzia investigativa del mondo, carpito dai tecnici italiani del 'Tiger Team' di Pirelli-Telecom al culmine di un memorabile scontro tra spie private in Brasile. Ebbene, venti mesi dopo il sequestro, il supercomputer è ancora inviolato.

La sua memoria è protetta da una password molto particolare, composta da trentadue caratteri. I capi del Tiger Team però giurano di averla dimenticata. Un tecnico ricorda vagamente che conteneva un verso petrarchesco: "Chiare fresche e dolci acque". La Procura ha affidato ad alcuni tra i più autorevoli docenti italiani di cibernetica il compito di decifrarla, chiedendo aiuto anche una società statunitense che lavora per l'Fbi. La risposta degli esperti è che una possibilità teorica ci sarebbe, ma praticamente la missione è impossibile: per esaurire tutte le possibili combinazioni, bisognerebbe far lavorare diversi computer solo su questo obiettivo "per parecchi anni". Per i pm Napoleone, Piacente e Civardi, beninteso, gli altri archivi illegali già decifrati - con la collaborazione del Politecnico di Torino - bastano e avanzano a provare le accuse di aver spiato illegalmente circa quattromila persone (tra cui i dipendenti) e 350 società (tra cui i concorrenti), riuscendo a violare perfino i segreti dei servizi italiani e stranieri, partiti politici e scorte del presidente del Consiglio. Nel suo più inquietante interrogatorio, Tavaroli snocciolò ai magistrati un lungo elenco di grosse aziende private, sfidandoli a verificare se per caso anche le divisioni sicurezza delle imprese concorrenti usassero gli stessi sistemi spionistici. Come dire: così fan tutti.

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