Denuncio
al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri
forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od
ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le
provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici
sul
1° canale, sul
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3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti
autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande










ABBIAMO QUELLO CHE SIAMO !?!?!?
"Art. 1 della Costituzione: L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (non sulla libertà e la giustizia). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (I limiti stabiliti al potere popolare indicano una sudditanza al sistema di potere. Il potere popolare è delegato ai Parlamentari e agli organi da questi nominati: Presidente della Repubblica, Governo, organi di Garanzia e Controllo. La Magistratura è solo un Ordine Costituzionale: non ha un potere delegato, ma una funzione attribuita per pubblico concorso. In realtà si comporta come Dio in terra: giudica, ingiudicata).
Un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
L'ITALIA CHE SIAMO: LO STEREOTIPO
RACKET DI STATO: IL FINANZIAMENTO DEI PARTITI
SUBISCI E TACI !!
CARE ISTITUZIONI ITALIANE, IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE !!!
PAGARE LE TASSE: SI’, MA PERCHE’?
Per mantenere uno Stato con una classe dirigente di burocrati con i suoi funzionari inetti, esempio di sprechi e di inefficienza. Classe dirigente che, oltretutto, cura i propri interessi e non tutela i diritti dei cittadini. Un esborso complessivo di 152,2 miliardi. Niente di eclatante, ma per un Paese come l'Italia è un fatto storico. I dipendenti pubblici a fine 2010 erano 3 milioni 458.857. Se si misura il costo degli stipendi pubblici in rapporto ai cittadini, noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Ovvio. Meno ovvio, forse, che la nostra spesa procapite sia superiore anche a quella di Grecia (2.436) e Spagna (2.708). Va detto che ci sono Paesi anche più generosi dell'Italia. Per esempio il Regno Unito (3.118) e l'Olanda (3.557). Per non parlare della Francia (4.001), dove peraltro dovrebbe salire quest'anno ancora di 4 miliardi. Il vero problema non è però il livello della spesa, peraltro perfettamente allineato alla media europea dell'11,1% del Prodotto interno lordo (anche se di ben 3,2 punti superiore alla Germania dove in dieci anni è calato dello 0,3% mentre da noi è salito dello 0,6%). Piuttosto, la sua efficienza, e qui sta il vero problema della pubblica amministrazione made in Italy. Lo dice senza mezzi termini un rapporto della Corte dei conti: «In un contesto caratterizzato dalla perdita di competitività del sistema Italia preoccupanti segnali riguardano la produttività del settore pubblico». In quella relazione appena sfornata dalla magistratura presieduta da Luigi Giampaolino c'è un grafico che mostra come proprio la produttività, cresciuta nel 2010 di oltre il 2%, sia tornata nel 2011 a zero, ricominciando nel 2012 perfino a scendere «in linea con le stime dell'andamento del Pil». Dunque, il costo del lavoro per unità di prodotto riprende a salire. Di chi la colpa? L'assenza della meritocrazia. Rielaborando i dati della Funzione pubblica, la Corte dei conti giunge a questa conclusione: «la fruizione di aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi relativamente al 2010 può essere stimata come l'equivalente all'assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità, pari a un dipendente ogni 550 in servizio». Con un costo «a carico dell'erario» pari a 151 milioni. E «al netto degli oneri riflessi».
L’impero sindacale pagato dallo Stato: 151 milioni di euro all’anno. Relazione sul costo del lavoro pubblico. Maggio 2012. E’ uscito l’ennesimo studio, ma questo è serissimo perché è la Corte dei Conti che mette a nudo – ma non troppo – quel mondo oscuro che si chiama “sindacato” composto in gran parte da personale distaccato del pubblico impiego affinché quella sorta di truppa composita meglio conosciuta sotto la denominazione di “organizzazione dei lavoratori” non abbia oneri a proprio carico. Il folto stuolo di dipendenti sindacali percepiscono lauti stipendi e contributi Inps direttamente dallo Stato ma non lavorano per lui, come Servitori, bensì occupano posti nelle associazioni private, chiamate appunto Sindacati. Beneficiano di leggi proprie come fossero una zona franca, una Repubblica di San Marino. Nessuno può controllare i loro bilanci perché, lor signori, i sindacati, non si sono mai adeguati alla norma costituzionale che li obbliga da oltre sessant’anni alla registrazione. Prima o poi dovrà finire anche questo ultimo baluardo. Per ora si fanno i conti, poi si vedrà. Come la immunità dell’Imu sugli immobili di loro proprietà (sono tanti, interi palazzi e lussuose residenze), al pari del Vaticano. Ma quanto costano all’Italia i sindacalisti che possono agevolmente chiedere di essere distaccati dal proprio posto di lavoro continuando a percepire lo stipendio di pubblico impiegato? La Corte dei Conti ha analizzato a quanto ammontano i costi che lo Stato sopporta per aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi. Ecco i numeri da brivido. La fruizione di questi istituti per il 2010 può essere stimata come equivalente all’assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità di personale, pari ad un dipendente ogni 550 in servizio. Applicando a tale dato il costo medio di un dipendente pubblico, il costo a carico dell’erario è stato di 151 milioni di euro al netto degli oneri riflessi. Bazzecole? Forse queste “logiche” che non hanno più senso, visto il ridimensionamento del finanziamento pubblico ai partiti, dovrebbero essere riviste dal governo. Senza contare che l’oligarchia sindacale con i contributi dello Stato – a parte i permessi e i distacchi – ha creato un vero e proprio Impero economico, sociale e politico (leggasi Caf, Patronati, società dentro altre società, scatole cinesi, consorzi, Ati, formazione professionale e chi più ne ha ne metta). Altro che Quarto Potere.
Una riprova che dell’inutilità e della dannosità di questo sistema la fornisce Maurizio Tortorella su “Panorama”: Quando lo Stato non funziona. L’Italia dei mille commissari straordinari. Altro che pizza, mafia, mandolini. E dimenticatevi anche i santi, i poeti, i navigatori. In realtà siamo un popolo di commissari straordinari. L’ultimo, fresco di nomina, è Enrico Bondi. Alla tenera età di 78 anni è stato appena assunto dal governo Monti per occuparsi di quei tagli alla spesa pubblica che nessuno, nemmeno il governo dei tecnici, pare in grado di fare. Il compito di Bondi, effettivamente, tutto è tranne che ordinario. Ma forse il grande risanatore della Parmalat non sa che sta per sedersi nel girone più trafficato tra quelli, pure affollati, della pubblica amministrazione. Certo, a volte i commissari straordinari sono chiamati a occuparsi di problemi dannatamente seri, come terremoti e alluvioni: Claudio Burlando, governatore ligure, è commissario ai danni provocati dal maltempo alla fine di ottobre. Poi ci sono i commissari designati a ripulire un ente locale dalle infiltrazioni mafiose: tra i 943 comuni appena andati alle urne quelli commissariati erano 162, uno su sei. E non si tratta solo di mafia: il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, prima di salire al governo, per 14 mesi è stata commissario al Comune di Bologna, sciolto per il sexy scandalo che aveva travolto il sindaco Flavio Delbono. Ma ormai non c’è ambito della vita pubblica che non esiga un commissario straordinario. Come se non bastassero assessorati e uffici tecnici di comuni, province e regioni, basta una minima emergenza ambientale, un’esondazione o una franetta, e subito parte una nomina. I radicali hanno calcolato che in questa legislatura, e soltanto dal maggio 2008 all’agosto 2010, in 104 riunioni del Consiglio dei ministri sono stati adottati 154 provvedimenti d’urgenza. Non serve nemmeno un incidente concreto: oggi non c’è regione italiana che non abbia il suo commissario straordinario “delegato all’attuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico” (la dizione è barocca, ma sorprendentemente comune). Ed è così anche in altri settori. Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Calabria, per esempio, sono commissariate per i conti in rosso della sanità, e i commissari sono i rispettivi presidenti. Ma basta che i bilanci di un ente pubblico zoppichino, o che i lavori per una strada avanzino troppo lentamente, oppure anche che ci sia da organizzare una manifestazione un po’ complessa, e subito scatta l’emergenza, con il suo commissario. È la dimostrazione che l’amministrazione ordinaria non funziona, per colpa di una burocrazia che l’avvolge come le incrostazioni sulla chiglia del Titanic affondato: così ci si affida al “deus ex machina”, che per legge ha meno vincoli e più capacità decisionale. Ovvio, non è detto che lo strumento sempre funzioni. Passò alla storia l’ex ministro dei Lavori pubblici Paolo Costa (che da sindaco di Venezia sarebbe poi divenuto commissario straordinario al moto ondoso): nel 1997 nominò in un colpo solo 152 commissari per altrettanti cantieri bloccati. Quattro anni più tardi la Corte dei conti censurò il risultato: “Proprio la soluzione del commissariamento, e la retribuzione dei commissari” scrissero i giudici “potrebbero avere favorito il protrarsi di fattispecie sostanzialmente prive di sbocchi”. Tradotto: perché mai i commissari avrebbero dovuto accelerare i cantieri, se avrebbero perso l’indennità? Un po’ cinico, forse, ma realistico. Era stata la legge 400 del 1988 a istituire i commissari: la norma stabiliva che il governo potesse farne uso per fronteggiare “temporanee esigenze” o per “realizzare specifici obiettivi”. Un quarto di secolo dopo la sua logica è stata stravolta e, neanche avessero fatto proprio l’incitamento biblico, i commissari sono andati ovunque e si sono moltiplicati. Quanti sono oggi? Nessuno azzarda un numero, perché le fonti istitutive (regioni e ministeri) sono troppe e le situazioni sono in continua evoluzione. Nemmeno alla Corte dei conti, che pure dei commissari dovrebbe monitorare costi e risultati, sanno rispondere. Nel febbraio 2005 Il Sole 24 Ore riuscì a strappare una cifra alla direzione generale del personale dello Stato: “Secondo le nostre stime” risposero da quell’ufficio “siamo nell’ordine dei 10 mila, al 70 per cento nelle regioni meridionali”. Troppi? Il numero resterebbe sconvolgente anche dimezzato: di certo, è il simbolo di un paradosso e di una sconfitta. Dice il grande amministrativista Sabino Cassese: “I commissari straordinari sono il sintomo del problema, della malattia. Si ricorre a loro, sempre di più, perché l’amministrazione ordinaria non funziona”. Del resto, perfino la Croce rossa italiana è arrivata al terzo commissariamento (il primo era durato 18 anni, dal 1980 al 1998): dal novembre 2008 è affidata a Francesco Rocca, retribuito con 190-200 mila euro lordi l’anno per sanarne i bilanci. Un compito lungo: in base al decreto dell’ex ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, Rocca doveva stare lì per “un periodo non superiore ai 12 mesi”; invece è stato appena prorogato fino al 30 settembre. Sarà forse che, per convenzione, nessuno può sparargli addosso…Ma non è a Rocca che spetta il record di longevità. La Corte dei conti, alcuni mesi fa, ha censurato la decima proroga del commissaro straordinario al passante di Mestre: Silvano Vernizzi (80 mila euro l’anno) è lì dal marzo 2003 a occuparsi di accelerare espropri, appalti, asfalti. Il passante, costato 986 milioni di euro, è stato inaugurato dopo 12 anni di lavori nel febbraio 2009, ma la carica di Vernizzi scadrà soltanto alla fine di questo maggio. Fino al 31 dicembre insisterà però nel ruolo di commissario straordinario alla pedemontana veneta, che più modestamente copre dal 2009. Ancora più lungo è il curriculum di Carlo Schilardi, 63 anni, consigliere di stato. Dal 7 agosto 1997 è commissario straordinario “per il contenzioso e il trasferimento delle opere di cui al titolo VIII della legge n° 219/1981″. A Napoli, dietro la misteriosa dizione, Schilardi e una dozzina di addetti prestati dalla Regione Campania e dal ministero del Tesoro affrontano un compito certosino, retribuito con circa 100 mila euro d’indennità aggiuntive: da 15 anni coordinano la difesa legale dell’amministrazione pubblica dall’assalto delle imprese concessionarie che dopo il terremoto del 1980-81 si occuparono della ricostruzione di Napoli e ancora lamentano mancati pagamenti o danni, e si oppongono alle pretese dei 4 mila privati che ancora reclamano risarcimenti per gli espropri subiti. “Quanto durerà ancora? Dipende dai tribunali” risponde Schilardi. Non si sa bene da cosa dipenda, invece, la durata del commissariato al “superamento dell’emergenza socioeconomica del bacino idrografico del fiume Sarno”: l’alluvione che causò 160 morti è del 5 maggio 1998, 14 anni fa. Da commissari a Napoli si sono alternati alti burocrati e perfino generali, come Roberto Jucci. L’attuale è Flavio Cioffi, già commissario dell’Agenzia regionale per la difesa del suolo. Proprio la Campania, in molti casi, mette in scena un vero teatro dell’assurdo. Prendiamo i rifiuti. Il primo commissario straordinario, nel febbraio 1994, fu Umberto Improta. Dopo di lui, in una catena ininterrotta, vennero Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino, Corrado Catenacci, Guido Bertolaso, Alessandro Pansa, Umberto Cimmino, Goffredo Sottile e perfino l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Da ultimo, con un decreto del maggio 2008 sfacciatamente intitolato “misure urgenti per fronteggiare l’emergenza nello smaltimento dei rifiuti in Campania”, il bubbone venne rifilato nuovamente a Bertolaso, che lo risolse nel 2009. Ma Napoli continua a rigurgitare di rifiuti. In certi casi servirebbe un commissario ai commissari straordinari. Vista la durata dei problemi “urgenti”, e data la lentezza degli interventi, a volte il commissariato è addirittura ereditario: Giuliano Pisapia, dal maggio 2011 sindaco di Milano, è commissario straordinario all’Expo del 2015 esattamente come lo era stato il suo predecessore, Letizia Moratti. Capita anche che il successore smonti il lavoro compiuto da chi lo ha preceduto. L’ex capo dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, nel gennaio 2009 era stato nominato anche commissario straordinario all’edilizia carceraria. Dal dicembre 2011 la carica è passata ad Angelo Sinesio, ex commissario straordinario dal 2006 al 2008 di un comune siciliano sciolto per mafia, Roccamena. Oggi annuncia: “Faremo a meno di 220 milioni rispetto al vecchio piano carceri e costruiremo soltanto nuovi padiglioni. Così avremo 11.573 posti in più”. Decine, se non centinaia, sono le asl, i parchi, i teatri commissariati. Nell’ultimo bimestre è toccato prima al Petruzzelli di Bari: restituito al pubblico nel 2009, 18 anni dopo il rogo che l’aveva distrutto, ha già accumulato un buco di bilancio fra 3 e 5 milioni. Così il 1° marzo è stato affidato al commissario straordinario Carlo Fuortes, che resterà almeno fino al 31 agosto (24 mila euro per sei mesi). Poi è stata la volta del Parco delle Cinque terre: il 18 aprile Vittorio Alessandro, capitano di vascello, s’è imbarcato come commissario. Resterà fino al 18 agosto (35 mila euro per quattro mesi). Salvo proroghe. Centinaia, se non migliaia, sono gli eventi che inspiegabilmente richiedono un commissario straordinario. Dal 23 aprile 2012 l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, travolto in gennaio dallo scandalo delle vacanze pagate dall’imprenditore della “cricca” Francesco Piscitelli, è stato ripescato alla Fondazione valore Italia con il compito di realizzare un’esposizione del made in Italy all’Eur e con uno stipendio ancora da stabilire. Il 29 maggio Papa Benedetto XVI visiterà Milano, per la Festa delle famiglie, e il prefetto Gian Valerio Lombardi è già stato nominato commissario straordinario. In altri casi la nomina si colora di una pompa inversamente proporzionale all’utilità. Dal 2003 al Viminale esiste un commissario straordinario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione. Ma la polizia che ci sta a fare? E c’è anche un commissario straordinario al fenomeno delle persone scomparse: lo nomina sempre il ministro dell’Interno e l’ultimo si chiama Michele Penta, un prefetto che è lì dal 22 luglio 2009 e ci resterà fino al 2 giugno incassando un’indennità aggiuntiva di 3.700 euro mensili. Lunghissimo è infine l’elenco degli enti pubblici comissariati. Dal marzo 2011 Gian Luigi Rondi, 91 anni, è alla Siae, la società degli autori ed editori. Massimo De Felice dal 12 aprile 2012 è il nuovo commissario dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: retribuito con 137 mila euro lordi, dovrebbe diventarne presidente effettivo. Intanto dichiara, bellicoso: “Riteniamo che il ruolo dell’Inail debba essere valorizzato e riattivato con maggiore impulso”. Buon lavoro. Il 24 aprile 2012 il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ha dichiarato che per problemi di finanziamento anche il prestigioso istituto di statistica “rischia il commissariamento”. E l’istituto Invalsi, che si occupa della valutazione delle scuole, dal marzo scorso ha un commissario: è Paolo Sestito, dirigente della Banca d’Italia. Perfino l’Aeroclub d’Italia ha il suo commissario: Giuseppe Leoni, senatore leghista, è lì dal 2002. È stato al centro di polemiche, una recente interrogazione parlamentare lo accusava di malversazioni, c’è stato anche un esposto alla Corte dei conti. Inossidabile, Leoni è stato confermato il 16 aprile e continuerà a volare almeno fino a giugno. Disastri reali. Urgenze vere. Impegno concreto. Ma anche intrallazzi, favori, nepotismo. È così che il fenomeno dei commissari straordinari cresce, si gonfia, diventa indigestione. C’è chi azzarda un costo folle: 1 miliardo all’anno. Chissà se ne vale la pena. Per fortuna l’ultimo commissario, Enrico Bondi, ha annunciato che rifiuterà i suoi 150 mila euro. Questo sì, è straordinario.
PARLIAMO DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA.
Gli italiani, soliti ignavi, non lo dicono, ma dimostrano il loro odio e disprezzo, o comunque il loro distacco dalla politica contemporanea che viene da lontano con l’astensionismo od altre forme di protesta.
La politica interessa solo a 3 italiani su 10 e magari.
Secondo Renato Mannheimer su “Il Corriere della Sera” la politica interessa solo a 3 italiani su 10 e magari, dico io, proprio perché interessati dai favori richiesti e ricevuti.
I risultati delle ultime amministrative hanno dato una scossa violenta alla vita dei partiti. L'elevato tasso di astensione, il gran numero di schede bianche e nulle (di cui troppo poco si è parlato) e il successo di un movimento antipartitico come la lista 5 stelle hanno mostrato tutta la debolezza delle forze politiche tradizionali nell'opinione pubblica italiana. D'altra parte, questo scarso appeal dei partiti era già stato indicato dalle ricerche che mostravano il decrescere progressivo del grado di fiducia nei loro confronti.
Diversi esponenti politici avevano obiettato che, malgrado il consenso per l'insieme delle forze politiche si fosse costantemente ridotto, il supporto per i singoli partiti - ciascuno si riferiva in particolare al proprio - non aveva probabilmente subito un trend siffatto. I risultati delle elezioni hanno mostrato che le cose non stanno così. Ma lo hanno indicato, prima e dopo le consultazioni, anche le risposte ai sondaggi, che ci offrono una serie di indicazioni ulteriori a quelle emerse dal voto. Essi confermano ad esempio come anche la fiducia espressa per ciascun partito sia molto esigua. La sfiducia verso i partiti si inquadra in un più generale trend di disaffezione da tutte le principali istituzioni politiche, anch'esso accentuatasi negli ultimi anni. L'indice sintetico di fiducia per le istituzioni politiche elaborato da Ispo (che misura, attraverso un algoritmo statistico, il consenso verso diverse istituzioni, dall'Ue al Parlamento, al Governo, fino al presidente della Repubblica) mostra al riguardo un calo drastico al valore del 25,5 di oggi. A questo calo di fiducia complessiva corrisponde una altrettanto drastica diminuzione del livello di interesse verso gli avvenimenti politici. Anche questo è un trend in corso da molto tempo: nell'aprile 2006, il 56% della popolazione dichiarava di essere in qualche misura («molto» o «abbastanza») interessato alla politica. Oggi questa percentuale si è drasticamente contratta, superando di poco il 30%, ciò che significa che il 70% degli elettori - era il 43% nel 2006 - afferma di non occuparsi di vicende politiche. Insomma, la politica è seguita oggi da meno di un italiano su tre. Appare relativamente più interessata la generazione di età centrale (35-55 anni), specie tra coloro che si collocano nel centrosinistra o nella sinistra tout court . L'interesse è poi notevolmente più alto (61%) tra i laureati. D'altra parte, il calo di attenzione per la politica è percepito anche soggettivamente dagli stessi cittadini. Ben il 43% dichiara infatti di avere ridotto il proprio interesse per le tematiche politiche anche (per alcuni, specialmente) a seguito dei numerosi scandali che hanno coinvolto svariati partiti ed esponenti politici. Un fenomeno siffatto si è manifestato con particolare intensità tra i meno giovani, tra le casalinghe e, ovviamente, tra i meno partecipi politicamente. Il quadro complessivo che emerge da questi dati è dunque assai critico. I risultati prima delle politiche e poi delle amministrative non sono che un segnale evidente del clima di opinione del Paese. Alla sfiducia nelle istituzioni - e nei partiti in particolare - corrisponde un senso di impotenza (e talvolta, ma in modo minoritario, di rabbia) tra i cittadini che finisce col tradursi nella scelta di forze politiche che «rappresentino» la protesta o, più spesso, in un disinteresse per quanto accade nel mondo politico che si traduce nell'astensione.
ISTITUZIONI, LEGALITA' E MORALITA'
PARLIAMO DI VOTO DI SCAMBIO IN PARLAMENTO: NATURALMENTE IMPUNITO!
Cari Amici, siete curiosi di vedere da vicino cos'è la legge mancia? Franca Rame, la moglie del Nobel Dario Fo, lo spiega sinteticamente: “Si tratta di una risoluzione che indica al Governo una serie di finanziamenti a pioggia. Attenzione però, non si tratta di un provvedimento all'esame dell'aula, ma solo della commissione bilancio di Camera e Senato: ovvero viene decisa "a porte chiuse" o quasi dai membri delle due commissioni.”
E’ stato grazie alla invenzione (come il motore a scoppio) di questa legge: “mancia” appunto, come quella che si da al garzone, da parte del già ministro dell’Economia, Tremonti, nel 2003, che la scuola Bosina di Emanuela Marrone in Bossi ha potuto riscuotere 1 milione e 120mila euro in tre tranche. “Un finanziamento superiore anche a quanto denunciato dalla leghista Rosi Mauro, vicepresidente del Senato”, specifica il Sole 24Ore, “che aveva parlato di almeno 800mila euro arrivati grazie alla 'scorciatoia' di questo strumento che garantisce soldi sicuri per piccole opere 'segnalate' come bisognose di aiuti da deputati e senatori.” E grazie a questa brillante idea elargitoria, in forma di “mancia”, è stato finanziato di tutto per l’ammontare, dal 2005, della bellezza di oltre mezzo miliardo di euro. Abolita dal Governo Prodi, è stata ripresa nel 2008 da Berlusconi per un importo di 265 milioni ripartito per altre necessità, tra il clientelare e l’amichevole, fino all’ultimo stratagemma, in forma di emendamento, del leghista Massimo Garavaglia che ha scovato altri 150 milioni per l'anno 2012 e per il 2013. “La legge mancia è una colossale porcheria. E’ grave che il governo Monti l’abbia mantenuta in vita, nonostante i nostri emendamenti che ne chiedevano la soppressione”, ha dichiarato in una nota Antonio Borghesi, vicepresidente del gruppo IDV alla Camera. “Come abbiamo già fatto in passato destineremo la quota di nostra competenza alla riduzione del debito pubblico”. Anche per questo ci sorge sempre un dubbio: vuoi vedere che i sacrifici imposti attraverso le tasse, compresi i tagli sanguinolenti alla scuola, sono indispensabili per dare mance ai tanti fornitori del palazzo? Broches in cambio di pane?
Hanno legalizzato il voto di scambio: ora si chiama legge Mancia
Gli onorevoli dispongono di 120 milioni di euro che possono dare direttamente a terzi senza passare per alcun controllo. Bossi, ad esempio, ha usato questa legge per "donare" 800.000 euro alla scuola privata di sua moglie.
“Legge mancia”. La legge non prende il nome dal suo ideatore, ma dal fatto intrinseco: centinaia di milioni vengono ogni anno - a partire dal 2004 anno in cui l’allora Governo Berlusconi la rese legittima – suddivisi fra quei circa 120 Parlamentari che ne fanno un pò ciò che vogliono.
Teoricamente, la Legge parla di sviluppo economico, competitività, stabilizzazione della Finanza Pubblica ed anche di perequazione tributaria. Teoricamente, appunto. Perché i tanti milioni stanziati dal 2004 ad oggi, sono serviti solo ai soliti Parlamentari a “farsi belli” con il denaro dei contribuenti. Un finanziamento ad un Ente inutile. Un altro alla parrocchia tal dei tali. Un altro ancora ad un misconosciuto ente privato...Senza alcuna vergogna, in tempi di crisi nera e con finanziarie correttive o meno capaci di affossare anche il più speranzoso cittadino italiano, questo DL, subito convertito in Legge, altro non è se non – appunto – la possibilità di dare a destra e manca qualche mancetta (nemmeno troppo mancetta) in maniera da assicurarsi una buona fetta di elettorato al momento giusto. Ebbene sì: lo stato Italiano, il Governo italiano, distribuiscono denaro pubblico a piene mani al solo scopo di rendere Legge il voto di scambio. Una enorme truffa. Una aberrazione tossica nel nostro sistema giuridico. Si spaccia per Legge buona ed equa, una Legge che determina l’assoluta legalità di un obbrobrio quale da sempre è – appunto – la bagarre del voto di scambio. In Italia da sempre, intere regioni – in special modo al Sud - vengono tenute sotto schiaffo per anni, specialmente per ciò che riguarda il tema del lavoro, per poi profondere favori di ogni tipo al momento giusto. Ed il momento giusto è sempre la nuova tornata elettorale. Che sia addirittura una Legge a stabilirne la legalità, è una delle cose più illegali che si possano leggere. Nel 2012 poi addirittura, dopo esser stati tutti bastonati a sangue dalla manovra “correttiva” in odore di soldi ad ogni costo, ben 120milioni vengono stanziati per la Legge mancia, con la scusa delle migliorie strutturali necessarie agli istituti scolastici. In pratica: la Commissione Bilancio e Cultura della Camera, stanzia i 120 milioni, motivando il finanziamento con l’urgente necessità di ristrutturare i tanti edifici scolastici che crollano solo a guardarli. Nella realtà dei fatti, questo denaro verrà equamente distribuito fra i parlamentari che potranno poi utilizzarli a proprio piacimento e senza dover dare conto sull'utilizzo a nessuno, finanziando parrocchie, enti inutili, enti sconosciuti e pure imprese private. A volte di proprietà di un familiare del parlamentare di turno. Come nel caso degli 800mila euro elargiti alla scuola Bosina s.r.l. di Varese per il triennio 2009/2011 la cui fondatrice si scopre essere - udite udite - la consorte di Umberto Bossi, signora Manuela Marrone, maestra elementare.
Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d'iscrizione e alla raccolta fondi, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività.
Il finanziamento pubblico ai partiti in Italia
La legge Piccoli
Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge Piccoli n. 195 del 2 maggio 1974, che interpreta il sostegno all'iniziativa politica come puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento, con l'effetto di penalizzare le nuove formazioni politiche. Il flusso di fondi ha anche l'effetto di rafforzare gli apparati burocratici interni dei partiti e disincentivare la partecipazione interna. Proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI. La nuova norma si giustifica in base agli scandali Trabucchi del 1965 e petroli del 1973: il Parlamento intende rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici. A bilanciare tale previsione, si introduce un divieto - per i partiti - di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un modico ammontare. Ciò risulta tuttavia smentito dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propone un referendum abrogativo sulla norma, ma non riesce a raccogliere le firme necessarie.
Il fallito referendum abrogativo del 1978
L'11 giugno 1978 si tiene il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo. Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli apparati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti.
Le prime modifiche negli anni '80
Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici.
La legge n. 659 del 18 novembre 1981 introduce le prime modifiche:
i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati;
partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica;
viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.
I Radicali manifestano in aula parlamentare con tecniche di ostruzionismo per bloccare la proposta di indicizzazione dei finanziamenti e a ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti nonché controlli efficaci.
Il referendum del 1993 e l'abrogazione della norma
Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli.
La reintroduzione dei "rimborsi elettorali" nel 1994
Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996.
Il 4 per mille ai partiti politici (1997)
La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l'anno in corso. Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso. Sempre la legge 2/1997 introduce l'obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali. L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima. La legge n. 157 del 3 giugno 1999, Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001. La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana.
LA CASTA DEI TESORIERI DI PARTITO
Dalla Dc alla Lega Nord, passando per Pci, Psi e tanti altri: tutti gli affari grossi, e spesso sporchi, dei segretari amministrativi. Con Citaristi, Lusi e la new entry Belsito secondo Donato De Sena. Visto dal lato dei guai giudiziari, ai quali si espone il mestiere del tesoriere di partito, non dev’essere affatto semplice. C’è infatti un filo sottile fatto di scandali, inchieste e condanne che unisce l’amaro destino dei segretari amministrativi della Prima Repubblica alle vicende dei cassieri degli ultimi tempi della Seconda Repubblica. Oggi come ai tempi del pentapartito e di Tangentopoli quegli uomini spesso oscuri, ma preziosissimi, che custodiscono le chiavi delle casseforti delle principali forze politiche, finiscono nella bufera per la gestione di fondi milionari piovuti da casse pubbliche o private.
SEVERINO CITARISTI, DC – Severino Citaristi, deputato e tesoriere della Democrazia Cristiana ai tempi di De Mita, destinatario e gran manovratore dei quattrini sporchi e puliti nella disponibilità dello scudocrociato, riuscì a collezionare ben 74 avvisi di garanzia. Le principali accuse a suo carico erano la violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, la concussione, il finanziamento illecito. Citaristi finì sotto inchiesta per decine di mazzette versate dagli imprenditori in cambio di favori e appalti, come le gare per la costruzione della terza corsia della Serenissima, per l’ampliamento dello scalo di Malpensa, per i lavori dell’Anas, così come per la costruzione dell’ospedale di Asti. Gli furono inflitte condanne, in parte definitive, per oltre 30 anni. Ma subì un solo arresto, ai domiciliari, e non andò mai in carcere per le sue precarie condizioni di salute. Secondo un calcolo di Milano Finanza realizzato nel 1993, il tesoriere della ultima Dc incassò, nei sette anni in cui fu sottosegretario amministrativo della ‘balena bianca’, più di 128 miliardi di lire in tangenti, 35 dall’operazione Enimont, altri 93 dalle accuse contenute nelle 29 richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti fino al settembre ’93 giunte in Parlamento. Negli anni delle inchieste e dei processi, Citaristi sottolineò di non aver mai preso per sè una sola lira. E spiegava come delle operazioni sospette fossero a conoscenza anche i vertici: “I segretari politici del mio partito sapevano, alla fine dell’anno li informavo sempre delle entrate regolari. E di quelle irregolari. Loro ne prendevano atto”. “Il costo di un partito – raccontò poi Citaristi ad Enzo Biagi in un’intervista ricordando la sua esperienza da tesoriere – in anni regolari era di 60/70 miliardi. Un 23/24 miliardi provenivano dal contributo dello Stato, poi c’era il tesseramento che dava 13/14 miliardi; c’erano contributi regolari e poi c’erano dai 18 ai 20 miliardi all’anno non regolarmente denunciati”.
VINCENZO BALZAMO, PSI – Visse un’esperienza simile anche Vincenzo Balzamo, tesoriere del Partito Socialista di Bettino Craxi. Fu il cassiere che gestì un fiume di denaro dalle grandi imprese finito nelle tasche del Garofano, e successivamente nel mirino del pool di Mani Pulite. Finì sotto inchiesta, ad esempio, per le tangenti incassate dall’impresa di costruzioni Lodigiani impegnata nella costruzione della metropolitana milanese, un miliardo di lire l’anno, dal 1985 in poi. Il 14 ottobre del ’92 ricevette un avviso di garanzia in cui i magistrati ipotizzavano i reati di corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. “Sofferenza e angoscia sono state fatali”, affermò Craxi commentando la morte per infarto di Balzamo, avvenuta pochi giorni dopo l’iscrizione nel registro degli indagati.
MARCELLO STEFANINI, PCI – Inchieste e avvisi di garanzia raggiunsero anche Marcello Stefanini, tesoriere del Pci-Pds. Fu coinvolto su più fronti giudiziari: il famigerato conto ‘Gabbietta’ del ‘compagno G’ Primo Greganti, le tangenti alla Sea, presunti finanziamenti ricevuti dalla società torinese Eumit, la compravendita di un immobile del partito a Roma, il denaro dal Pcus al Pci Pds e il versamento di 370 milioni alla Quercia dalla cooperativa Unieco, le tangenti per i lavori di Malpensa 2000. Il suo nome apparì per la prima volta a Tangentopoli nel settembre ’93. Anche lui fu accusato di finanziamento illecito e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Nel corso delle sue testimonianze ammise forme di contributi dalle cooperative. Ad anni dalla sua morte, avvenuta nel ’94, Massimo D’Alema parlò dell’esperienza giudiziaria di Stefanini, vissuta “con angoscia personale e con indignazione per l’ingiustizia subita”, ma anche affrontata “con lealtà verso le istituzioni”.
FRANCESCO PONTONE, AN – Poi arrivò la Seconda Repubblica, nuovi uomini e nuovi simboli, nuovi metodi e nuove idee. Ma i denari continuarono a far gola a politici e agli apparati delle forze politiche. Con un piccolo particolare: se prima i quattrini venivano dirottati dall’esterno alle casse dei partiti, ora dalle casse dei partiti vengono dirottate nelle tasche private. Ce ne siamo accorti negli ultimi anni, soprattutto. Nel 2010, ad esempio, il senatore, ed ex tesoriere di An, Francesco Pontone, finì nel registro degli indagati della Procura di Roma con l’accusa di truffa aggravata. Nel mirino dei magistrati romani era finita la compravendita di un’immobile di An, la nota casa di Montecarlo. L’appartamento di boulevard Pricnesse Charlotte 14, nel ’99 lasciato in eredità ad An dalla Contessa Colleoni, nel 2008 fu ceduto, ad un prezzo nettamente inferiore al valore di mercato, ad una società con sede nei Caraibi, Santa Lucia, per poi passare ad un’altra società, con sede in un altro paradiso fiscale (Santa Lucia) e finire nella disponibilità dei Giancarlo Tulliani, cognato del leader del partito Gianfranco Fini. Pontone aveva concluso l’atto di compravendita davanti al notaio grazie ad una delega ‘a disporre dei beni sociali’ conferitagli da Fini nel dicembre 2004. A conclusione delle indagini il gip dispose l’archiviazione sia per Pontone che per Fini. “Come ha fatto Tulliani a diventare inquilino proprio di quella casa donata ad An? Devo ammettere che questa singolare coincidenza resta al momento del tutto inspiegabile anche per me”, ripeteva il tesoriere, poi dimessosi dall’incarico. Nel febbraio 2011 Pontone, 85 anni, avvocato napoletano, ha abbandonato il gruppo parlamentare di Futuro e Libertà.
GIUSEPPE NARO, UDC – Nel novembre 2011 il tesoriere e deputato dell’Udc Giuseppe Naro è finito sotto inchiesta per le tangenti a partiti e politici dell’Enav. L’onorevole è accusato di finanziamento illecito ai partiti per aver intascato 200mila euro dall’imprenditore Tommaso Di Lernia, legale rappresentante della Print System, che sarebbe stato incaricato dell’operazione dall’amministratore delegato Enav Guido Pugliesi. Le carte dell’inchiesta parlano di un “sistema di illegalità” che forniva posti di lavoro e consulenze per i figli e i familiari dei politici e intestava quote di società private a parlamentare oppure a loro parenti. L’agenda elettronica di Pugliesi ha svelato 12 incontri tenuti con Naro, a dimostrazione del legame tra aziende pubbliche e partiti.
LUIGI LUSI, MARGHERITA – Il senatore Luigi Lusi, eletto tra le fila del Pd, è accusato alla procura di Roma di appropriazione indebita per aver sottratto, nella veste di tesoriere della Margherita, circa 20 milioni di euro di rimborsi elettorali dalle casse del partiti di Rutelli. Lusi avrebbe creato una sorta di contabilità parallela sfuggita ai controllori del partito e avrebbe investito il denaro in immobili, in Italia e all’estero. Ha ricoperto l’incarico di tesoriere dal 2002.
FRANCESCO BELSITO, LEGA NORD – Anche Francesco Belsito, tesoriere dimissionario della Lega Nord, è stato raggiunto dalle stesse accuse. E’ indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata ai danno dello Stato per aver sottratto al partito i finanziamenti pubblici derivanti dai rimborsi elettorali. Un’inchiesta congiunta delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria ha condotto ad un blitz nella sede nazionale del partito del Carroccio. Da quanto emerge finora, i fondi sarebbero stati sottratti e destinati alla famiglia del leader Umberto Bossi. Automobili, denaro in contanti, richieste continue. Dagli atti del Noe dei Carabinieri, che “L’Espresso”pubblica in esclusiva, i movimenti di fondi per moglie e figli del leader e per Rosi Mauro. Oltre ai conti all'estero e al riciclaggio. La segretaria intercettata: "Se esce fuori qualcosa della famiglia, il Senatùr è rovinato'. Alla fine le rivelazioni sono state più forte del carisma del padre padrone: alle 16,44 del 5 aprile 2012 Umberto Bossi ha gettato la spugna lasciando la guida della Lega a un triumvirato composto da Roberto Maroni, Renzo Calderoli e Manuela Dal Lago, e cioè il grande oppositore interno, l'uomo di fiducia della famiglia Bossi sotto schiaffo e del cerchio magico in crisi e la rappresentante dell'ala veneta del movimento. Il Senatur resterà presidente, ma la sua stella è tramontata per sempre. Con lui scompare la Lega così come l'abbiamo conosciuta e si chiude perfino la Seconda Repubblica nata vent'anni fa grazie all'alleanza di ferro con Silvio Berlusconi. Le evidenze, gli intrecci con imprese e faccendieri e soprattutto le intercettazioni, in particolare le conversazioni tra il tesoriere (dimessosi) Francesco Belsito e la segretaria Nadia Degrada, sommergono Bossi & C. sotto una valanga di fango disegnando una rete di falsi contabili, di favori personali, di piccoli e grandi imbrogli nei quali spiccano i figli di Bossi, la fedele Rosi Mauro e il suo sindacato padano, lo stesso Calderoli: lauree e diplomi falsi e dunque a pagamento; spese senza giustificativi per centinaia di migliaia di euro; Porsche affittate o acquistate da uno dei figli di Bossi, Riccardo, e non pagate... Sempre, dice Belsito al telefono con Degrada, con l'imprimatur del Capo. Su “L’Espresso” le dichiarazioni a verbale di Nadia Dagrada e Daniela Cantamessa, segretaria particolare del leader del Carroccio dal 2005, sui soldi spesi per i titoli di studio. La laurea di Renzo Bossi presso un'università privata di Londra, gli studi di Rosy Mauro e del suo amante: tutto a carico della Lega. Queste le dichiarazioni di Nadia Dagrada: "Anche Renzo Bossi dal 2010 sta 'prendendo' una laurea ad un'università privata di Londra e so che ogni tanto ci va a frequentare e le spese sono tutte a carico della Lega, ed anche qui credo che il costo sia sui 130.000". E ancora: "Il diploma di laurea (forse in corso) di Moscagiuro Pier, compagno e segretario particolare della Rosy Mauro. Il diploma e la laurea per la Rosy Mauro per complessivi 130.000 euro". Però, anziché arrossire di vergogna e tacere i leghisti con la bella faccia tosta da “Polentoni” (po’ lentoni, ossia un po’ lenti di comprendonio) che si ritrovano hanno reagito a loro modo: per loro i ladri sono sempre gli altri. 'Il vero scandalo? I soldi ai terroni'. Dall’inchiesta di Daniele Sensi su “L’Espresso”. Gli interventi dei deputati leghisti su Radio Padania adottano la linea del complotto. 'Belsito è una trappola dei servizi segreti, una polpetta avvelenata per Bossi'. E Borghezio abbandona la via della non-violenza: 'Stiano attenti a non tirare troppo la corda, la colpa di noi patrioti padani è di essere troppo pacifici'. Belsito una trappola dei servizi segreti e della magistratura, messo lì per far fuori il Carroccio. Lo sostiene il deputato leghista Alberto Torazzi, intervenuto, nella tarda serata di giovedì 5 aprile 2012, su Radio Padania: «Se Belsito è arrivato lì con quel fardello e con quei contatti preoccupanti è chiaro che il potere romano lo sapesse e che i servizi segreti e la magistratura hanno preparato questa polpetta avvelenata e l'hanno cucinata per bene per poi far fuori Umberto Bossi». «E' stato sollevato un polverone per niente», ha inoltre aggiunto l'onorevole, «perché Bossi, che per dieci anni ha vissuto in un monolocale spendendo per il movimento tutti i soldi che incassava, è un uomo che dopo il malore del 2004 aveva una famiglia da mantenere e se il Consiglio federale avesse stabilito un fondo di 50, 100 mila euro a sua disposizione nessuno avrebbe avuto niente da ridire, poiché 50, 100 mila euro l'anno, dal 2004 al 2012, fanno 800 mila euro, quindi il doppio della cifra ora contestata». «Il vero scandalo sono i 400 miliardi di euro che pur stando in Padania vengono gestiti da leggi stabilite dai nostri cuginetti terroni», ha infine concluso Alberto Torazzi, prima di prendersela con i tre parlamentari della Lega che già un anno fa avrebbero presentato un esposto in Procura sul conto del tesoriere Belsito: «Spero che questa notizia sia falsa, perché ricorrere alla magistratura italiana, invece che risolvere internamente il problema, sarebbe la cosa che mi rattristerebbe di più, poiché vorrebbe dire che noi abbiamo ancora in giro personaggi che credono di poter avere giustizia e legalità passando dagli apparati dello Stato italiano, mentre dovremmo avere invece il coraggio degli irlandesi e dei baschi». Un riferimento al «coraggio» degli irlandesi e dei baschi, ovvero all'abbandono della via non-violenta fino ad oggi tenuta dal Carroccio, anche nelle parole dell'eurodeputato Mario Borghezio, pure lui intervenuto su Radio Padania:«Sarebbe stato da pazzi pensare che l'unico movimento che si oppone al governo della Trilaterale e del Club Bilderberg non si dovesse aspettare una qualche grande puttanata, ma stiano ben attenti a non tirare troppo la corda questi signori che vomitano contro Bossi e contro la Lega, perché forse la colpa di noi patrioti padani è di essere troppo pacifici, ma molti di noi la pensano esattamente come i baschi, e io sono uno di quelli». Contrario alla via gandhiana anche Giuliano Citterio, speaker dell'emittente: «E' l'inizio della nuova dittatura romana contro il popolo padano: spero che contro i feroci colonizzatori di oggi si metta in cantina Gandhi». E su Radio Padania si è fatto sentire lo stesso Umberto Bossi, il quale, dopo aver ribadito la tesi del complotto («Questo è il Sistema che si difende, perché com'è possibile che noi abbiamo un amministratore collegato a famiglie dell'ndrangheta e nessuno lo abbia fermato prima, avvisandoci?»), ha meglio spiegato le ragioni delle proprie dimissioni: «L'ho fatto per il movimento, che così può meglio liberarsi delle beghe; ma anche per me, perché fossi rimasto lì avrei dovuto procedere a eventuali interventi sui figli». Insomma ragioni di convenienza personale, non solo l'immagine agiografica del leader che, tra le lacrime dei militanti, si immola per la Causa («l'unico segretario che, appena lambito dal sospetto, abbia avuto il coraggio di dimettersi»). L'impressione, per la verità, è che davvero Bossi, più che un passo indietro, abbia voluto fare un passo di fianco, per lasciare agli altri il lavoro 'sporco' e tornare in pista a 'pulizie' ultimate: «Nessuno all'interno della Lega può farmi le scarpe: tra pochi mesi c'è il Congresso, e saranno il Congresso e la militanza a riprendere in mano le regole», ha rassicurato Bossi a conclusione del suo intervento. Non sarebbe quindi un caso se qualcuno nel Consiglio federale mal vedesse le dimissioni del segretario, il quale, rimanendo in carica fino al Congresso del autunno, sarebbe stato trascinato a fondo assieme al "cerchio magico". Con le sue dimissioni, la base si è invece ricompattata attorno a quello che Roberto Ortelli, conduttore di Radio Padania Libera, in questa settimana di Pasqua oramai definisce, in termini escatologici, un «Dio»: «Il Venerdì santo ci insegna che dal dolore più grande, dalla crocifissione e dal deicidio, nasce la gioia più grande, la certezza della Salvezza, la resurrezione del Dio vero, del Re dei Re, e del suo trionfo sul Male». Nell'attesa della Redenzione, sulle pagine Facebook di area leghista si susseguono gli appelli a mettere da parte le divisioni tra "maroniani" e "cerchisti", mentre si moltiplicano gli strali contro le origini meridionali di Belsito («terrone sei e terrone resterai», «mai fidas dì terù!», «prima o poi il terrone ti incula»), Rosy Mauro («sangue non mente», «questa è la prova provata che i terrun son terrun senza eccezioni», «mi sono sempre chiesta cosa ci facesse questa faccia da terrona sul palco della Lega») e Manuela Marrone, moglie del Senatur: «Sarà un caso, ma dall'interno ci hanno rovinato i meridionali». E se qualcuno annota, sarcastico, che «non si dice terrone, altrimenti ci criticano», altri, come la sezione Lega Nord di Cairate, rilanciano: «Vero, non si dice terrone: si dice terronazzo!». Il peggiore, un militante dei giovani padani di Torino: «Purtroppo ho il cognome terrone per un mio lontano parente, ma per fortuna io sono nato in Padania e la maggior parte dei terroni mi fanno schifo, non hanno voglia di fare un cazzo e puzzano che sembra che non si lavano da 100 anni». Bene. Qualcuno di loro, però, mi deve spiegare la propria genealogia e l’origine del proprio cognome: giusto per capire quanto puro sia il loro sangue celtico e quanto invece sia discendete da meridionali rinnegati, che dal Sud sono stati costretti ad espatriare.
E su Di Pietro e il finanziamento o rimborso spese all’Italia Dei Valori? Stare dalla parte dei magistrati paga? Filippo Facci su “Libero Quotidiano”: «Di Pietro spudorato, faccia di tolla sui soldi a IdvTonino, altra sparata: se la prende con la legge sui rimborsi elettorali. Proprio lui che l'ha sfruttata in ogni modo.» Sul serio, che dobbiamo fare con Di Pietro? Dobbiamo continuare a censire giornalmente tutte le cazzate che spara? Ditecelo, perché dobbiamo prendere una decisione. Aveva detto che Monti ha i suicidi sulla coscienza: proprio lui. Poi ha detto che «la legge sui rimborsi elettorali permette ai politici di fare quello che vogliono»: proprio lui. Lui che ha affiancato l'Italia Dei Valori con un'associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e da Silvana Mura (tesoriera), nel cui consiglio si può entrare solo con il consenso del Presidente (Di Pietro), al quale vanno tutti i soldi del finanziamento pubblico, mentre il Partito e le singole campagne elettorali sono finanziati coi soldi degli iscritti; il presidente del partito inoltre corrisponde al presidente a vita dell'associazione (cioè a Di Pietro) e la Tesoreria del partito appartiene alla tesoriera a vita dell'associazione (cioè a Silvana Mura) e insomma: saluti dalla Corea del Nord. Parliamo dell'uomo che ha acquistato appartamenti che affittava al Partito (cioè a se stesso) per cifre mensili che andavano a coprire e superare le singole rate del mutuo che frattanto aveva acceso: in pratica, col denaro pubblico gestito dal partito, cioè gestito da lui, si comprava case. E allora che facciamo, continuiamo? Vale la pena?
'E' successo a mia insaputa': il resoconto di Riccardo Pennisi su “L’Espresso”. Sembra essere diventato il nuovo tormentone, l'alibi perfetto per ogni situazione incresciosa. Da Scajola a Rutelli, da Diliberto alla casa risistemata di Bossi, un imbarazzante catalogo di autodifese. Negli ultimi tempi, sulla scia della celebre autodifesa di Claudio Scajola, sono sempre di più gli uomini politici pronti a giurare che gli affari che li riguardano accadono a loro insaputa. Gli esempi sono tanti: da chi si stupisce per il malaffare che lo circonda, a chi giura vendetta contro chi gli paga una casa o una vacanza, fino a chi non riesce proprio a credere di non essere un latin lover.
"Denuncerò chi ha utilizzato i soldi della Lega per sistemare casa mia. Io non so nulla di queste cose. Avendo pochi soldi non ho ancora finito di pagare le ristrutturazioni della mia casa".Umberto Bossi, 3 aprile 2012. Il segretario della Lega reagisce così all'inchiesta sull'uso dei fondi del partito, che vede coinvolto il tesoriere Francesco Belsito.
"Ridicolo e provocatorio. Le attività di Luigi Lusi sono state condotte solo per il suo tornaconto personale, al di fuori di ogni mandato, e a totale insaputa mia e del gruppo dirigente della Margherita". Francesco Rutelli, 2 aprile 2012. Il presidente dell'Api parla alla Procura di Roma, che indaga sull'appropriazione di 18-20 milioni da parte dell'ex tesoriere della Margherita Lusi.
"Non avevo minimamente notato lo slogan sulla maglietta". Oliviero Diliberto, 20 marzo 2012. Il segretario del Pdci si era appena fatto fotografare accanto a una manifestante che indossa una maglietta con la scritta "Fornero al cimitero". Un video dimostra che Diliberto e la donna chiacchierano a lungo prima di farsi la foto insieme.
"Sono stato un fesso ad
accettare quelle quattro spigole e le 50 cozze pelose. Le ho dovute mettere
nella vasca da bagno. Non sapevo che i Degennaro (autori del regalo ndr) fossero
corrotti". Michele Emiliano, sindaco di Bari, giustifica così i suoi
rapporti con Gerardo e Daniele Degennaro, imprenditori, uno consigliere
regionale del Pd, l'altro presidente regionale di Federalberghi, arrestati per
corruzione, frode e numerosissimi falsi. 18 marzo 2012.![]()
"Io non mi sono accorto di niente". Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi, provincia di Trapani. 6 febbraio 2012. Il suo comune è stato da poco sciolto per infiltrazione mafiosa. Nel 2011, l'ex deputato Dc Giuseppe Giammarinaro subisce il sequestro di 35 milioni in un'operazione dell'antimafia di Palermo sul condizionamento delle amministrazioni locali. Due mesi fa, Sgarbi ha nominato Giammarinaro vicesindaco.
"Chiesi con insistenza all'albergo chi avesse pagato il mio conto. Mi fu risposto che non era possibile dirlo per ragioni di privacy. Quindi ignoro chi sia stato e perchè". Carlo Malinconico, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, 3 gennaio 2012. Le vacanze di Malinconico sono state pagate dall'imprenditore Francesco De Vito Piscicelli, coinvolto nell'inchiesta sulla "cricca" che indaga su appalti e vantaggi ricevuti da alcuni dirigenti pubblici in cambio di favori e regali.
"Ho detto quella frase a mia insaputa. Ma non è un mio pensiero. Fini non è un maiale. Forse ho detto meno male". Francesco Storace, 14 novembre 2011. Al congresso de La Destra, Storace chiede le dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera gridando "maiale, maiale traditore!".
"Gli investimenti in Tanzania? Io non ne sapevo niente". Roberto Maroni, 12 gennaio 2011. L'ex ministro dell'Interno si indigna quando scopre che il tesoriere della Lega Belsito (oggi in arresto) utilizzava i rimborsi elettorali per operazioni finanziarie in Tanzania.
"Non sapevo che la casa di Montecarlo fosse stata ristrutturata e affittata a mio cognato". Gianfranco Fini, 8 agosto 2010. Il presidente della Camera si dichiara stupito di apprendere che una parte del patrimonio immobiliare della vecchia AN sia passato nelle disponibilità di Giancarlo Tulliani, fratello minore della sua compagna Elisabetta.
"Forse mi hanno fatto un regalo a mia insaputa. Se trovo chi è stato...". Il 4 maggio 2010 Claudio Scajola, in una conferenza stampa, commenta così il dono ricevuto da Diego Anemone. Il faccendiere accusato di aver ricevuto appalti dalla Protezione Civile grazie alla corruzione, ha contribuito con 900.000 euro all'acquisto dell'appartamento di 180 mq con vista sul Colosseo in cui vive l'ex ministro dello Sviluppo economico. I due saranno processati dalla procura di Roma.
"A me piace la conquista, altrimenti non c'è gusto. Se nelle mie residenze c'erano delle prostitute, vuol dire che qualcuno le ha intrufolate a mia insaputa"."Non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie". Silvio Berlusconi difende il proprio onore, maggio-agosto 2009.
Generalmente si dice che i partiti rubano soldi ai cittadini con il finanziamento pubblico mascherato da rimborso elettorale. Mai si era sentito che i partiti fossero derubati essi stessi dai loro componenti. Bene. E’ successo anche questo.
Luigi Lusi, l'ex tesoriere della Margherita indagato per appropriazione indebita per aver preso dalle casse del partito 13 milioni di euro, prova a difendersi. Dice: "avevo bisogno di quei soldi e li ho presi. Ho lavorato dieci anni come amministratore...". Il senatore Pd si dice pronto a patteggiare la condanna. Ai magistrati si è detto pronto a restituire il maltolto. Ma la proposta di fidjussione che è già stata depositata - secondo quanto scrive il Corriere - copre 5 milioni di euro. Una cifra di gran lunga inferiore rispetto a quello che sarebbe l'importo del maltolto. Lusi ha spiegato che il resto dei soldi è servito a pagare le tasse, ma non è apparso convincente e bisognerà effettuare nuove verifiche. Il partito accetterà l'offerta di Lusi per la restituzione di soli 5 milioni. Nell'attesa i magistrati stanno valutando l'eventualità di disporre il sequestro cautelativo dei beni immobili ma anche di convocare quei dirigenti di Democrazia e Libertà che sostengono di aver chiesto una verifica dei bilanci già nei mesi scorsi, ma di non aver ottenuto nessuna risposta.
Da “Panorama” si apprende che la Margherita era stata già sciolta ma i soldi fluivano ancora dalle casse del partito che non era più, dissolto petalo dopo petalo e innestato nella Quercia, a quelle del suo tesoriere vivo, vegeto e sempre più florido. Dal conto corrente del (fu) partito di Rutelli e Parisi a quelli personalmente collegati all’ex capo dei Boy Scout e senatore del PD alla seconda legislatura, Luigi Lusi. Certo, la prima legge che ha infranto Lusi è proprio quella dei benemeriti Scout. Con l’aggravante grottesca di succhiare linfa a un ramo morto, un partito zomby che aveva perso la sua funzione politica ma continuava a svolgere una funzione reale di drenaggio fondi (pubblici) e relativa redistribuzione (privata). All’insaputa anche di chi di quel conto era cointestatario, cioè l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli.
Regola numero 8: “Lo Scout sorride e fischietta in tutte le difficoltà”.
Regola numero 9: “Lo Scout è economo”. Non sappiamo se Lusi, accusato di aver dirottato su società e conti propri o della famiglia quasi 13 milioni di euro di finanziamento pubblico a Democrazia e Libertà, abbia l’animo di fischiettare, come non fosse stato colto con le dita nella marmellata. Certo, “un economo” lo era. Probabile che sia rimasto ligio anche ad altre regole: essere cortese, amico degli animali, ubbidiente verso i genitori e il Capo Pattuglia, amico di tutti e fratello di ogni altro Scout. Ma ha inciampato, magari sorridendo, sulla regola numero 1 della Legge dello Scout (“L’onore di uno Scout è di esser creduto”), la 2, sulla fedeltà alla Patria e ai datori di lavoro, e la 10: “Lo Scout è pulito nel pensiero, nella parola e nell’azione”.
Rutelli oggi è parte lesa, degli intrallazzi del suo tesoriere non sapeva né aveva sospettato nulla. Chi, invece, aveva subodorato la truffa e protestato e chiesto lumi nelle riunioni da zombi della Buonanima Margherita è il professor Arturo Parisi. Una voce di bilancio fantasma di 4 milioni di euro, per esempio, Lusi l’avrebbe giustificata come obolo per Dario Franceschini nelle primarie contro Bersani. Ma Franceschini nega. Gli altri, da Gentiloni a Fioroni, da Bianco a Santagata, per arrivare ai confluenti della Quercia con in testa lo stesso Bersani, dicono che nulla sapevano e nulla si immaginavano. Il bilancio era stato pubblicato sull’organo della Margherita, Europa. Per quel che vale. Ma la cosa più incredibile è che i soldi erano veri, e infatti si sono trasformati al tocco della bacchetta magica di Lusi in una villa a Genzano e un appartamento milionario in una delle più eleganti vie del centro di Roma, dietro Campo de’ Fiori, e in flussi milionari in più tranche (per non dare nell’occhio) verso una società collegata a Lusi in cambio di consulenze di facciata.
Vizi privati e pubbliche virtù: quando il Tribunale di Milano decise di non ammettere il patteggiamento per gli imputati nel fallimento Parmalat, Lusi, che oggi sembra voglia chiedere il patteggiamento, esultò perché erano state “riconosciute le ragioni di decine di migliaia di italiani che hanno visto azzerati i loro risparmi in uno degli scandali finanziari più catastrofici della storia d’Italia. Una decisione che conforta chi crede che nel nostro Paese le leggi ci siano e vadano rispettate”. Inquieta pensare che uno come lui abbia ricoperto nella sua carriera incarichi da consigliere giuridico del Comune di Roma per le politiche della casa e della sicurezza, delegato del sindaco, poi nelle municipalizzate Metroferro e Trambus, tesoriere nella campagna elettorale del 2001 di Rutelli per Palazzo Chigi, infine “cassiere” della Margherita. Che già era un fossile della politica. Ma un fossile d’oro.
Luigi Lusi ha ammesso di aver sottratto 13 milioni di euro dai bilanci della Margherita. Come hanno reagito alla vicenda gli ex dirigenti di quel partito? E che cos'hanno detto al “L’Espresso” i colleghi di Lusi di oggi, cioè i vertici di del Pd? Ecco qua:
«Lusi? Affari suoi. Io non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà.» (Rosy Bindi).
«Mi sembra che si stia parlando di una persona diversa da quella che conosco.» (Roberto Giachetti).
«Io non do mai giudizi prima di aver letto le carte ma di certo Lusi riscuoteva la fiducia di tutti, erano riconosciute le sue capacità di tesoriere.» (Giuseppe Fioroni).
«Siamo incazzati e addolorati. La Margherita intende recuperare tutto il maltolto.» (Francesco Rutelli, ex leader Margherita).
«C'erano alcune voci opache. Somme consistenti in uscita che non convincevano. Per questo chiesi di sospendere l'assemblea per avere tempo di leggere meglio il bilancio. Ma eravamo in scadenza dei termini per l'approvazione del bilancio e quindi si andò avanti. Ma ottenni che si istituisse un organismo di verifica. Però questa commissione non veniva mai convocata. Alla fine si decise una data. Era novembre. Io tornai da un viaggio in Cina per partecipare. Ma la riunione andò deserta. Non venne nessuno». (Arturo Parisi).
«Noi non ne sapevamo niente». (Pierluigi Bersani).
«Le voci del bilancio erano troppo riassuntive e chiesi chiarimenti. Infatti l'assemblea di fine giugno andò per le lunghe e alla fine il bilancio preventivo 2011 non fu votato e il chiarimento rinviato a un organismo ad hoc. Sono molto turbato, è un'accusa che addolora.» (Pier Luigi Castagnetti).
«Questa storia meno si commenta e meglio è»; «In passato ho contestato in più di un'occasione l'integrità dei processi di rendicontazione e la trasparenza dei bilanci»; «E' da tre anni che non ci è consentito di vedere i bilanci e, conseguentemente, di approvarli»; «E' una storia strana. Va bè che Lusi gestiva con abbondante autonomia i bilanci, ma c'è un revisore dei conti. Un comitato di tesoreria politico, composto da tante persone, mica da uno solo. Sono troppi soldi, la cosa non si spiega...»; «Mi sembra sia riuscito a bypassare troppi controlli.» (Renzo Lusetti).
«Ho chiesto più volte le carte e non me le hanno date. Le cose che so le dirò ai giudici, se mi chiameranno.» (Giulio Santagata. In seguito ha precisato: «Era solo una conversazione scherzosa»).
«Il potere amministrativo, in base allo Statuto, era interamente nelle mani del senatore Luigi Lusi: persona da tutti stimata.» (dalla nota diffusa dalla Margherita dopo lo scoppio dello scandalo).
Sono 84 i rappresentanti del popolo che hanno questioni aperte con la giustizia. Tra i reati ci sono quelli tipici della politica (corruzione, concussione ecc.), ma crescono quelli da legami con organizzazioni mafiose. Alcuni, invece, si portano dietro condanne legate agli anni di piombo.
L'ELENCO pubblicato da “La Repubblica”
Gli 84 sotto accusa. Un database dettagliato con tutti i nomi dei parlamentari nei 'guai' con la giustizia. Tra Montecitorio e Palazzo Madama siedono deputati e senatori con sentenze di condanna sulle spalle, in attesa di processo oppure rinviati a giudizio. E tra questi, ben 34 risultano condannati per reati che vanno dalla diffamazione fino all'associazione mafiosa o per una cattiva gestione di fondi pubblici di cui ora devono rispondere di tasca propria. Altri nove legislatori sono stati beneficiati dalla prescrizione dei reati.
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Nome |
Partito |
In Parlamento |
Procedimento giudiziario |
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Abrignani Ignazio |
PDL |
CAMERA |
Indagato per dissipazione post-fallimentare |
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Angelucci Antonio |
PDL |
CAMERA |
Indagato per associazione a delinquere, truffa e falso |
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Aracu Sabatino |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio nella sanitopoli abruzzese |
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Barani Lucio |
PDL |
CAMERA |
Richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio |
|
Barbareschi Luca |
GRUPPO MISTO EX PDL - FLI |
CAMERA |
Indagato per abusivismo |
|
Berlusconi Silvio |
PDL |
CAMERA |
Sotto processo per frode fiscale (Mediaset), corruzione in atti giudiziari (Mills), frode fiscale e appropriazione indebita (Mediatrade), prostituzione minorile e concussione aggravata (Ruby), diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo, abuso d’ufficio (Trani). Altri reati prescritti o estinti per amnistia |
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Bernardini Rita |
PD |
CAMERA |
Condannata nel 2008 a quattro mesi per cessione gratuita di marijuana, pena estinta per indulto |
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Berruti Massimo Maria |
PDL |
CAMERA |
Condannato in appello a due anni e dieci mesi per riciclaggio |
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Bosi Francesco |
UDC |
CAMERA |
Indagato per abuso d'ufficio |
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Bossi Umberto |
LEGA NORD |
CAMERA |
Condannato per finanziamento illecito |
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Bragantini Matteo |
LEGA NORD |
CAMERA |
Condannato in appello per propaganda di idee razziste |
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Brancher Aldo |
PDL |
CAMERA |
Condannato in appello a due anni per appropriazione indebita e ricettazione |
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Calderoli Roberto |
LEGA NORD |
SENATO |
Prescrizione per tafferugli |
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Caliendo Giacomo |
PDL |
SENATO |
Indagato per violazione della legge Anselmi sulle società segrete (inchiesta nuova P2) |
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Camber Giulio |
PDL |
SENATO |
Condannato im via definitiva a 8 mesi per millantato credito |
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Cantoni Gianpiero Carlo |
PDL |
SENATO |
Ha patteggiato una pena di 2 annui per concorso in corruzione e bancarotta fraudolenta |
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Caparini Davide |
LEGA NORD |
CAMERA |
A processo per resistenza a pubblico ufficiale (reato prescritto) |
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Carra Enzo |
UDC |
CAMERA |
Condannato per false dichiarazioni al pm |
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Castagnetti Pierluigi |
PD |
CAMERA |
Rinviato a giudizio e poi prescritto per le presunte tangenti nel ‘91-‘92 sulle concessione dell’Istituto vendite giudiziarie di Ancona |
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Castelli Roberto |
LEGA NORD |
SENATO |
Condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti |
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Cesaro Luigi |
PDL |
CAMERA |
Indagato per associazione camorristica |
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Ciarrapico Giuseppe |
PDL |
SENATO |
Quattro condanne in via definitiva: violazione della legge che tutela il lavoro minorile, ricettazione fallimentare, finanziamento illecito ai partiti, bancarotta fraudolenta |
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Cosentino Nicola |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione camorristica |
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Crisafulli Vladimiro |
PD |
SENATO |
Condannato a cinque mesi, pena sospesa, per l’occupazione di un’autostrada per protestare per la mancata apertura dell’Università di Enna. Rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio per la pavimentazione fatta con fondi pubblici di una strada che porta alla sua villa |
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Cursi Cesare |
PDL |
SENATO |
Indagato per corruzione |
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De Angelis Marcello |
PDL |
CAMERA |
Condannato a 2 anni e mezzo per banda armata |
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Del Pennino Antonio |
GRUPPO MISTO EX PRI |
SENATO |
Condannato per finanziamento illecito |
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Di Stefano Fabrizio |
PDL |
SENATO |
Richiesta di rinvio a giudizio per corruzione |
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D’Alì Antonio |
PDL |
SENATO |
Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa |
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Enzo Galioto |
UDC |
SENATO |
Condannato in primo grado per falso in bilancio |
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Esposito Stefano |
PD |
CAMERA |
Indagato, ha versato un'oblazione di duemila euro per evitare l’accusa di aver violato la legge elettorale |
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Farina Renato |
PDL |
CAMERA |
Condannato a sei mesi per favoreggiamento, condannato per diffamazione |
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Fazzone Claudio |
PDL |
SENATO |
Rinviato a giudizio per abuso d’ufficio |
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Firrarello Giuseppe |
PDL |
SENATO |
Condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per turbativa d’asta |
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Fitto Raffaele |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio per corruzione, abuso d’ufficio, peculato, finanziamento illecito ai partiti |
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Galati Giuseppe |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio per associazione a delinquere e truffa |
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Genovese Francantonio |
PD |
CAMERA |
Indagato per abuso d’ufficio per affidamenti fatti durante la sua sindacatura a Messina a un’azienda di servizi |
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Grassano Maurizio |
I RESPONSABILI EX LEGA NORD |
CAMERA |
Sotto processo per truffa |
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Grillo Luigi |
PDL |
SENATO |
Condannato in primo grado a un anno e otto mesi per reati bancari nel processo sulla scalata Bpi/antonveneta. Indagato per truffa sulla Tav Milano-Genova: prescritto |
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Iapicca Maurizio |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio per false fatture, falso in bilancio e abuso d’ufficio: prescritto |
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La Malfa Giorgio |
GRUPPO MISTO PRI |
CAMERA |
Condannato per finanziamento illecito |
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Laganà Maria Grazia |
PD |
CAMERA |
Rinviata nel 2010 a giudizio per falso e abuso d’ufficio ai danni dell’Azienda sanitaria di Locri |
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Landolfi Mario |
PDL |
CAMERA |
Indagato per concorso in corruzione |
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Lehner Giancarlo |
I RESPONSABILI EX PDL |
CAMERA |
Condannato per diffamazione |
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Lolli Giovanni |
PD |
CAMERA |
Prescritto per il reato di favoreggiamento nell’inchiesta sulla missione Arcobaleno |
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Lombardo Angelo |
GRUPPO MISTO MPA |
CAMERA |
Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa |
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Lumia Giuseppe |
PD |
SENATO |
Indagato per diffamazione. È stato querelato dal suo ex addetto stampa |
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Lunardi Pietro |
PDL |
CAMERA |
Indagato per corruzione |
|
Luongo Antonio |
PD |
CAMERA |
Rinviato nel 2009 a giudizio per corruzione nell’inchiesta su affari e politica a Potenza |
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Malgieri Gennaro |
PDL |
CAMERA |
Condannato dalla Corte dei Conti a risarcire - con altri 5 - 11 milioni per la nomina di Alfredo Meocci a dg della Rai |
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Marcello Dell'Utri |
PDL |
SENATO |
Condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa |
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Maroni Roberto |
LEGA NORD |
CAMERA |
Condannato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale (pena commutata in multa) |
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Matteoli Altero |
PDL |
SENATO |
Indagato per favoreggiamento |
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Messina Alfredo |
PDL |
SENATO |
Richiesta di condanna a un anno per favoreggiamento alla bancarotta |
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Milanese Marco |
PDL |
CAMERA |
Indagato per corruzione, rivelazione segreta e associazione a delinquere |
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Nania Domenico |
PDL |
SENATO |
Condannato per banda armata. Condannato in primo grado per abusivismo edilizio: prescritto |
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Naro Giuseppe |
UDC |
CAMERA |
Condannato a 6 mesi per abuso d'ufficio |
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Nespoli Vincenzo |
PDL |
SENATO |
Indagato per bancarotta fraudolenta e riciclaggio |
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Nessa Pasquale |
PDL |
SENATO |
Rinviato a giudizio per concussione |
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Orlando Leoluca |
ITALIA DEI VALORI |
CAMERA |
Condannato per diffamazione |
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Papa Alfonso |
PDL |
CAMERA |
Indagato a Napoli per corruzione |
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Papania Nino |
PD |
SENATO |
Ha patteggiato una condanna a 2 mesi per aver scambiato regali e assunzioni quando era assessore regionale al Lavoro |
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Paravia Antonio |
PDL |
SENATO |
Condannato in primo grado per corruzione: prescritto |
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Piso Vincenzo |
PDL |
CAMERA |
Condannato in primo grado a 8 mesi per favoreggiamento |
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Pistorio Giovanni |
GRUPPO MISTO MPA |
SENATO |
Condannato dalla Corte dei conti per danno erariale |
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Pittelli Giancarlo |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio per associazione a delinquere e truffa. Rinviato a giudizio per lesioni e minacce |
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Porfidia Americo |
I RESPONSABILI EX IDV |
CAMERA |
Richiesta di rinvio a giudizio per tentata estorsione e favoreggiamento alla Camera |
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Rizzoli De Nichilo Melania |
PDL |
CAMERA |
Indagata per concorso in falso |
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Romano Saverio |
I RESPONSABILI EX UDC |
CAMERA |
Richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa |
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Rutelli Francesco |
ALLEANZA PER L'ITALIA |
SENATO |
Condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti |
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Savino Elvira |
PDL |
CAMERA |
Indagata per concorso in riciclaggio |
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Scapagnini Umberto |
PDL |
CAMERA |
Condannato in primo grado a 4 mesi per abuso d’ufficio (nomina di un consulente) condannato in primo grado a 2 anni per abuso d’ufficio continuato e aggravato. |
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Scelli Maurizio |
PDL |
CAMERA |
Condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 900.000 euro per irregolare acquisizione di servizi informatici ai tempi in cui era presidente della Croce Rossa |
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Sciascia Salvatore |
PDL |
SENATO |
Condannato in via definitiva 2 anni e 6 mesi per corruzione |
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Serafini Giancarlo |
PDL |
SENATO |
Ha patteggiato una condanna per corruzione |
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Simeoni Giorgio |
PDL |
CAMERA |
Rinviato a giudizio per truffa |
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Speciale Roberto |
PDL |
CAMERA |
Condannato a 18 mesi per peculato in appello |
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Tedesco Alberto |
GRUPPO MISTO EX PD |
SENATO |
Agli arresti domiciliari, indagato per turbativa d'asta e corruzione |
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Tortoli Roberto |
PDL |
CAMERA |
Condannato a 3 anni e 4 mesi per estorsione |
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Verdini Denis |
PDL |
CAMERA |
Indagato per emissione fatture false e mendacio bancaria |
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Vizzini Carlo |
PDL |
SENATO |
Indagato per corruzione aggravata dall’aver favorito la mafia. Condannato in primo grado per corruzione: prescritto |
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Zinzi Domenico |
UDC |
CAMERA |
Condannato in primo grado per omicidio colposo |
Parlamento italiano: pomeriggio del 20 luglio 2011. Già è mortificante il fatto che in quei luoghi non si votino le leggi, ma le autorizzazioni alla custodia cautelare in carcere per alcuni dei suoi membri. Ma già li è chiaro: in Italia la legge, come l’etica e la morale, non è uguale per tutti. Se sei del centrodestra sono tutti d'accordo a sbatterti in galera, se sei del centrosinistra invece ti graziano. E' questa la triste verità che emerge dai voti che hanno spalancato le porte del carcere di Poggioreale per il deputato Pdl Alfonso Papa e hanno salvato il senatore Pd Alberto tedesco. Ed è la stessa triste verità che ispira il diverso trattamento concesso a Piergianni Prosperini, l'ex assessore lumbard finito ai domiciliari perché accusato di aver ricevuto delle tangenti per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina, e Filippo Penati del Pd, capo della segreteria politica di Bersani e consigliere regionale lombardo, ex sindaco di Sesto San Giovanni e Presidente della provincia di Milano, indagato perché avrebbe preso mazzette fino a 4 miliardi di lire. Questa è la giustizia all'italiana.
"Ho dimostrato a tutti di essere un uomo, chiedendo di votare per il mio arresto. Ma ora ho il dovere di restare al mio posto, in Senato". A Tedesco non lo sfiora nemmeno l'idea di lasciare la poltrona a Palazzo Madama. Assicura che andrà avanti, puntualizza che aspetterà che la magistratura faccia il suo lavoro e fa sapere che in futuro si batterà per l'abolizione della custodia cautelare. E, mentre il senatore piddì resta in parlamento, Papa ha già passato una notte in carcere. Eppure, come spiega il vicepresidente della Camera Antonio Leone, "a carico di Tedesco sussiste un impianto accusatorio ben più pesante di quello messo insieme per Papa dai pm napoletani". Finito nell'inchiesta che ha sconvolto la sanità in Puglia, l'ex assessore di Vendola è accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso. Nel mirino dei pm di Bari ci sono i presunti appalti truccati e le nomine dei vertici dell'Asl: dal 2005 al 2009 la sinistra pugliese avrebbe, infatti, imposto i primari e gli imprenditori che avrebbero poi dovuto vincere le gare d’appalto. "La prassi politica dello spoil system - si legge nell'ordinanza del gip Giuseppe de Benedictis - era talmente imperante nella sanità regionale da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta".
Di tutt'altro spessore le accuse rivolte a Papa, finito nell'inchiesta P4 portata avanti dai pm Henry Woodcock e Francesco Curcio della procura partenopea. I reati contestati sono: corruzione, concussione, estorsione e favoreggiamento personale. Secondo il gip di Napoli, Papa, Luigi Bisignani, Enrico La Monica e Giuseppe Nuzzo "promuovevano, costituivano e prendevano parte a una associazione per delinquere, organizzata e mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia". Insomma, per la procura di Napoli Papa avrebbe fatto parte di "un sistema informativo parallelo" al fine di acquisire informazioni sulle indagini e usarle per avanzare "indebite pretese e indebite richieste" sugli indagati.
Per i due politici indagati sono state usate due pesi e due misure diverse. Mentre il Pdl si è dimostrato garantista con entrambi i parlamentari, a Palazzo Madama i numeri ci dicono che tutti i 34 suffragi necessari a negare i domiciliari provengono dalle fila della sinistra....
Insomma, l'opposizione ha usato, come al solito, due pesi e due misure. Proprio come viene fatto dalla magistratura. Risulta infatti emblematico le indagini che, in questi giorni, hanno investito la Lombardia. Filippo Penati ieri, Piergianni Prosperini oggi. Il capo della segreteria politica di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. L'accusa è di aver preso tangenti per circa 4 miliardi di lire tra il 2001 e il 2002 per la riqualificazione di due ex aree industriali e per i servizi di trasporto dei comuni dell'Alto milanese. Un illecito che Penati avrebbe proseguito fino a dicembre dell'anno scorso. Il decreto di perquisizione firmato dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia parla di "gravi indizi di colpevolezza", eppure su Penati non grava alcuna misura di custodia cautelare. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati dati per la seconda volta all'ex assessore lombardo Prosperini, accusato di corruzione e false fatturazioni in relazione alle tangenti "incassate" per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina.
"Il voto di ieri ha dato la conferma della doppia morale della sinistra che vota contro gli avversari politici e salva i suoi sodali". Con queste parole il viceministro Roberto Castelli ha sintetizzato il film andato in scena ieri in parlamento. "Ora si capisce perché i capigruppo Pd si sono lamentati del voto segreto: temevano giustamente che in tanti disobbedissero agli ordini - fa eco il Pdl Lucio Malan - sempre che non fosse tutta una sceneggiata finalizzata a salvare l’ex assessore alla Sanità". D'altra parte, a questo punto, è solo il leader Idv Antonio Di Pietro a chiedere a Tedesco di dimostrare un po' di coerenza e dimettersi. Il Pd tace.
Furti ovunque. Anche in Parlamento che, da quanto si è saputo, non è affatto un luogo sicuro. Anzi! L'ultimo furto ha dell'incredibile. E' l'ex deputata Elisa Pozza Tasca a denunciare la scomparsa della sua pelliccia di visone da seimila euro. Lo scrive il quotidiano La Stampa del 13 dicembre 2008.
Già nel 2003 Pierferdinando Casini decise di fare incatenare gli oltre duemila computer per evitare sparizioni. Nel 2008 sono 26 i furti denunciati avvenuti all'interno del Palazzo. Un giornalista ricorda che gli è bastato dimenticare il telefonino in bagno per 5 minuti e questo aveva già preso il volo. Andò a denunciare il furto alla polizia interna e la risposta dell'agente fu: "Dottò, neanche quando stavo alla narcotici ho visto le cose che vedo qua".
Vittime dei topi del Palazzo furono anche Paolo Buonaiuti e gli uffici dell'Udc. Quanto alle telecamere nel Palazzo questa possibilità è sempre stata respinta dagli onorevoli per motivi di privacy. Incredibile ma vero, il risarcimento per loro esiste sempre. Sono 600 euro che vengono corrisposti sulla parola. E così le denunce sono sempre di più.
A questo punto mi pare che il titolo di “LIBERO” sia già abbastanza chiaro: Onorevoli ladri e drogati. L’editoriale di Vittorio Feltri del 14 dicembre 2008 è una sciabolata al sistema. “Poi ci aspettiamo una sana amministrazione. Bella pretesa. – dice Feltri - In un Parlamento in cui si annidano tossicodipendenti e furfanti di mano lesta è del tutto normale non succeda niente di buono. Come è normale che nel Paese, di conseguenza, si coltivino la diffidenza nei confronti del Palazzo e addirittura l’antipolitica. Circa un anno fa i reporter delle Iene, programma televisivo berlusconiano e di successo, ricorrendo a mezzucci e sotterfugi riuscirono a dimostrare (inequivocabilmente) la tendenza dei deputati a usare ed abusare di sostanze stupefacenti. Stupefacenti almeno quanto le reazioni dei medesimi deputati i quali la misero giù tanto dura (sollevando polemiche sul fatto di essere stati “spiati” e colti col naso nella polverina) da costringere l’emittente a non mandare in onda il servizio galeotto in cui, tra l’altro, si dimostrava - attraverso le risposte (...) (...) a onorevoli quiz - l’ignoranza abissale dei cosiddetti rappresentanti del popolo. L’ex presidente Casini fu l’unico leader eccentrico rispetto alla bolgia conformistica: organizzò, per chi avesse voluto sottoporvisi, un esame anticoca a Montecitorio. Risultato, la maggioranza qualificata dell’assemblea (oltre il 75 per cento) ignorò la provocazione evitando con cura di farsi analizzare.”
"La compravendita di parlamentari non è solo uno scandalo, ma si può pensare anche ad un reato di corruzione". Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lancia l'allarme sulle "grandi manovre" in vista del voto di fiducia del 14 dicembre 2010, ma ha la memoria corta. Innanzitutto, perché il trasformismo e il cambio di casacca sono pratiche vecchie quanto la politica. Secondo, perché negli ultimi 15 anni i governi del centrosinistra sono sempre stati appesi, nel bene e nel male, alla transumanza di un pugno di onorevoli.
Nell'inverno 2007, con il secondo governo Prodi alla canna del gas, la maggioranza accoglie a braccia aperte il prezzemolino Clemente Mastella, buono per tutte le stagioni (e i colori). Come ammise il portavoce dell'allora premier, Silvio Sircana, il lider maximo di Ceppaloni prometteva ogni giorno l'arrivo di altri rinforzi dal centrodestra. Alla fine, però, andò male all'Ulivo: nel 2008, al momento della fiducia, Mastella tornò a destra. L'unico dell'Udeur a rimanere fedele all'ex avversario Prodi fu Cusumano, insultato da molti colleghi. Il pendolino per eccellenza però fu Sergio De Gregorio, passato da Berlusconi a Di Pietro e di nuovo a Berlusconi. Più "idealista" il passaggio dall'Udc alla maggioranza di Marco Follini, che in realtà non spostò gli equilibri e ricevette ben poco in cambio.
Il "meglio", però, si registrò nel 2006, nelle settimane di fuoco in cui il nascente governo Prodi, cercava il sì del Parlamento nonostante numeri risicatissimi. I bocconi più ambiti erano i senatori eletti all'estero. L'"argentino" Luigi Pallaro era corteggiato sia dal Professore sia dal Cavaliere. Entrambi, in caso di sostegno, gli avevano promesso un Dicastero. Il buon Pallaro finì per fare il... battitore libero. Né con la destra, né con la sinistra, molto spesso malato in infermeria se non addirittura in Sudamerica, come il giorno della fiducia.
La sinistra, però, non può dimenticare quello che accadde nel 1999. Il primo governo Prodi era appena caduto e Massimo D'Alema stava lavorando per sedere a Palazzo Chigi. Una mano gliela diede, ancora una volta, il... clemente Mastella: in accordo con Cossiga, formò l'Udr e si spostò a sinistra. Dalla Casa delle Libertà via agli insulti: da "truffatori" al celebre "puttani" rifilato da Gianfranco Fini ai centristi. Qualcuno, poi, tradì il Baffo ex Pci e lui se la prese. "E' proprio grazie al trasformismo se sei diventato premier", lo rimbrottò il picconatore Cossiga. A quell'episodio si riferisce Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, criticando l'uscita di Bersani: "Repubblica e il Pd dimenticano che il più grande spostamento di parlamentari è avvenuto quando, per dar vita al governo D'Alema circa 30 parlamentari si spostarono dal centro destra al centro sinistra. Allora nessuno parlò di compravendita. Il centro sinistra non è abilitato a dare lezioni di alcun tipo".
Intanto Antonio Di Pietro ha annunciato di aver "messo alcuni elementi a disposizione della magistratura" circa il cambio di partito di alcuni deputati in vista del 14. Secondo il leader dell'Italia dei Valori, gli elementi riguardano "trasversalmente diverse situazioni". Il fondatore dell'Idv ha affermato che "quando c'è un atto corruttivo i soggetti sono due, chi prende e chi dà, invogliando e imponendo, facendo capire all’altro: 'ho qualcosa su di te'". Di Pietro commenta anche il passaggio di Razzi a Noi Sud: "Spero che l'abbia fatto per una soddisfazione personale e non per un ricatto subìto..Dio abbia pietà di lui". Lo stesso vale per Domenico Scilipoti (IDV), Massimo Calearo e Bruno Cesario (PD), e chissà quanti altri ancora.

GLI IMPRESENTABILI, SE LI CONOSCI, LI EVITI
PDL - PD - LEGA - IDV - UDC - LA DESTRA - SIN. ARC. - PSI - SEL - FLI
Non solo dubbia onestà verificabile accedendo al link del partito d'interesse. Ma anche mancanza di probità e correttezza.
Risse parlamentari: “Cesso corroso” l’epiteto più creativo. I banali “carogna” e “porco”, ma non solo. Un libro racconta la politica attraverso gli scontri tra i banchi.
È il 24 gennaio 2008: durante il voto di fiducia che sancisce la caduta del governo di Romano Prodi, il senatore di An Nino Strano, fra i banchi di Palazzo Madama, dopo aver sventolato un paio di fette di mortadella se le infila in bocca per celebrare la caduta dell’esecutivo di centrosinistra. È solo una della lunghissima serie di scene che hanno costellato la storia parlamentare nel corso dei sessant’anni di repubblica e che, talvolta, hanno trasformato la politica in un’arena nella quale gli onorevoli hanno dato il peggio di sé come protagonisti di risse senza esclusione di colpi.
Dall’Assemblea costituente a oggi nel Parlamento italiano le seconde linee dei partiti, quelli che non decidono le sorti del Paese ma che sono nei banchi di Camera e Senato a cercare il loro momento di notorietà, si sono resi protagonisti di esibizioni degne dei migliori attori di B movie: battute, lanci di oggetti, riprese di boxe, salti fra i banchi. Tutto per scagliarsi lancia in resta contro l’avversario di turno, magari farsi giustizia per un’offesa ricevuta.
Tumulti in aula. Il presidente sospende la seduta (editore Aliberti) è un libro che ripercorre, attraverso i resoconti stenografici, i momenti salienti di quei dibattiti parlamentari sfociati in risse da stadio, con aneddoti e curiosità che aiutano a capire anche i periodi difficili della storia repubblicana. Sceneggiate come quella che ha avuto come protagonista Nino Strano (che prima di assaporare in diretta televisiva la mortadella si era rivolto al collega dell’Udc Nuccio Cusumano, apostrofandolo con un “Sei un cesso corroso”) non erano rare, sebbene con un lessico differente, agli albori del Parlamento repubblicano. In aula si fronteggiavano uomini che, in gran parte, avevano combattuto la Seconda guerra mondiale, che avevano imbracciato un fucile (qualcuno lo conservava ancora sotto il letto) e quindi non si facevano scrupoli ad affrontare un avversario politico con le parole o con le mani.
Per esempio, durante il dibattito per l’adesione dell’Italia al Patto atlantico, nel marzo 1949, durato 52 ore vivacizzate da un’interminabile sequela di insulti e aggressioni. Oppure in occasione dell’approvazione al Senato della cosiddetta legge truffa nel marzo del 1953: dopo 70 ore di seduta ci fu una rissa di 40 minuti che vide Sandro Pertini rivolgersi al presidente Meuccio Ruini con un “Lei non è un presidente, è una carogna! Un porco!”. O ancora, sempre nella stessa seduta, il senatore Elio Spano (Pci) affrontò a muso duro il giovane sottosegretario Giulio Andreotti, che in quel momento aveva in testa il cestino della carta per proteggersi dagli oggetti che piovevano dai banchi della sinistra, urlandogli: “Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto!”.
Una volta si è sfiorato anche uno scontro fra titani, era il 14 febbraio 1950 e Palmiro Togliatti decise di affrontare a muso duro Alcide De Gasperi per una frase infelice pronunciata nel corso del suo intervento. Parlando dei funerali di sei operai uccisi dalla polizia nel corso degli scontri a Modena (ai quali aveva partecipato tutto lo stato maggiore del Pci), l’allora presidente del Consiglio li aveva definiti una “parata”. Togliatti si alzò urlando “Vergogna!” e scese minaccioso le scale dell’emiciclo fermandosi a pochi centimetri da De Gasperi. Allora il buon senso ebbe la meglio e “il Migliore” se ne andò. D’altronde i leader non si abbassano a tanto: le risse sono roba da peones.
L'aggressione del senatore Tommaso Barbato al collega Nuccio Cusumano é soltanto l'ultima aggressione avvenuta nelle aule del Parlamento. Una lunga serie di episodi delle stesso genere ha costellato i 60 anni di storia della Repubblica. Dal 1949 al 2008 le aule parlamentari si sono più volte trasformate in un ring, dagli occhiali rotti di Sgarbi alla sospensione per dieci sedute di 14 deputati della Lega.
18 marzo 1949 - Alla Camera si vota l'adesione dell'Italia alla Nato. Quando il presidente dell'assemblea Giovanni Gronchi proclama l'esito del voto, il deputato del Pci Giuliano Pajetta (fratello del più noto Giancarlo) si lancia "a catapulta" (come si legge nel resoconto parlamentare) contro un collega, dando inizio a una rissa che vede anche un cassetto volare nell'emiciclo.
1 aprile 1952 - Il deputato Dc Albino Stella, coltivatore diretto, si getta contro il monarchico popolare Ettore Viola, agricoltore, colpendolo con un pugno.
29 marzo 1953 - La "legge truffa" viene approvata dal Senato ma in aula succede di tutto. In una rissa senza precedenti volano cassetti e banchi, il ministro Randolfo Pacciardi rimane ferito e l'opposizione abbandona compatta l'aula.
4 dicembre 1981 - Durante la discussione sullo scioglimento delle associazioni segrete (P2) il radicale Tessari attacca un questore del Pci e scoppia una rissa tra parlamentari dei due gruppi. Vola qualche calcio e i commessi intervengono per separare i contendenti. Il radicale Cicciomessere spicca un salto sul banco del governo ma cade a terra e i commessi riescono a respingere alcuni deputati del Pci, che volevano aggredirlo.
20 novembre 1991 - Mentre la Camera discute i provvedimenti di attuazione del pacchetto per l' Alto Adige, il missino Giuseppe Tatarella si alza e si avvicina all'esponente della Svp Johann Benedikter, che sta parlando, strappandogli di mano i fogli del suo intervento e gettandoli in aria.
16 marzo 1993 - Durante il dibattito sulla questione morale, il leghista Luca Leoni Orsenigo espone in aula un cappio da forca, agitandolo verso i banchi del governo. Alcuni deputati cercano di raggiungere i banchi della Lega Nord e solo un fitto cordone di commessi impedisce il contatto fisico.
19 maggio 1993 - Durante la discussione della riforma Rai, il deputato missino Teodoro Buontempo cerca di parlare in aula con un megafono e, all'ordine di consegnarlo, scappa per le scale dell'emiciclo rincorso dai commessi. Il vicepresidente lo richiama e poi lo espelle insieme al collega di partito Marenco che ha urlato "ladri-ladri" e altro.
21 settembre 1994 - Il progressista Mauro Paissan, relatore del decreto "salva-Rai", è interrotto da un boato di proteste provenienti soprattutto dai banchi di Alleanza Nazionale. Un gruppo di deputati di An travolge il muro di commessi piazzati nell'emiciclo e ad avere la peggio è Francesco Voccoli, Prc, messo ko da un pugno mentre faceva scudo a Paissan. Anche un commesso deve ricorrere alle cure dell'infermeria.
2 agosto 1996 - Scambi di insulti e strattoni tra deputati di Polo e Lega nella discussione sul finanziamento dei partiti. Il leghista Cavaliere salta un banco e cerca di raggiungere il deputato Giovine e altri esponenti di Forza Italia. Rotti gli occhiali a Vittorio Sgarbi.
17 novembre 1997 - Rissa alla Camera con fascicoli bruciati, portaceneri rotti, insulti, urla e scontro fisico evitato per pochissimo. Gli incidenti avvengono in Transatlantico tra Enrico Cavaliere, Mario Borghezio e Luciano Dussin della Lega da un lato e Famiano Crucianelli (Comunisti Unitari), Ugo Boghetta e Ramon Mantovani di Prc dall'altro.
29 aprile 1998 - Uno scontro verbale su Juventus-Inter tra il deputato di An Gramazio e l'ex calciatore e deputato Ds Massimo Mauro si trasforma in scontro fisico. Gramazio scatta verso i banchi della maggioranza, Mauro cerca di allontanare con un calcio l'avversario, che intanto lo strattona e cerca di colpirlo. Gran lavoro dei commessi per sedare la rissa.
9 luglio 2003 - Durante la seduta della Camera, alcuni leghisti mostrano t-shirt con la scritta "io non sto con Abele" e "Caino sconti la pena". Il presidente Casini richiama due volte il capogruppo Alessandro Cè, Dario Galli, Luciano Dussin, Andrea Gibelli, Sergio Rossi e Luciano Polledri e poi li espelle. Un esponente del Carroccio si strattona da solo fingendo una sorta di colluttazione con uno dei commessi: "Sì, sto facendo anch'io resistenza. Da qui non mi sposto...".
31 luglio 2004 - Dopo un alterco per alcune battute su Tangentopoli e "nani e ballerine" con alcuni socialisti dei due schieramenti, Davide Caparini (Lega) tenta di sfondare il cordone dei commessi e di avvicinarsi a Roberto Giachetti (Margherita). Per Caparini scatta l'espulsione. Renzo Lusetti (Margherita) finisce in infermeria.
14 giugno 2007 - I deputati leghisti si siedono nei banchi del governo sventolando il titolo della Padania: "Governo fuori dalle balle". Seduta sospesa, poi l'occupazione, per circa un'ora, con i leghisti che urlano slogan e insulti alla maggioranza e quindi la rissa con i deputati del centrosinistra. L'ufficio di presidenza sospende 14 deputati della Lega per dieci sedute. Un record per Montecitorio.
15 novembre 2007 - Un senatore di Forza Italia cerca di prendere a testate un parlamentare del centrosinistra che viene circondato dai colleghi e portato in salvo fuori dall'emiciclo dal presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi. Dai banchi di Forza Italia parte anche un sonoro "vaffanculo".
24 gennaio 2008 - "Scelgo per il paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi" ha detto Nuccio Cusumano chiudendo il suo intervento al Senato: Il clamore suscitato in Aula ha costretto Marini a sospendere la seduta. Al grido di "pezzo di merda" il senatore Tommaso Barbato, capogruppo dell'Udeur a palazzo Madama, è corso in aula mentre dal video fuori dall'aula stava ascoltando la dichiarazione di voto di Nuccio Cusumano. Al termine del suo discorso nell'aula del Senato il senatore dell'Udeur Nuccio Cusumano si è sentito male. Il malore è arrivato dopo che il capogruppo del Campanile Barbato è entrato in Aula e andandogli incontro gli ha urlato in faccia "Pagliaccio, venduto". I commessi sono intervenuti per allontanare Barbato dall'Aula. In aula intanto era scoppiato l'inferno con insulti - "cesso", "troia" e "frocio" - indirizzati a Cusumano. Il senatore è stato soccorso da colleghi e commessi, mentre il presidente Marini ha sospeso la seduta per cinque minuti. Cusumano, dopo essersi messo a piangere, si è sdraiato tra i banchi circondato dai colleghi, in attesa dell'arrivo del medico. Non si è limitato all'improperio in Transatlantico, ma una volta entrato in aula Tommaso Barbato si è diretto verso il banco del collega di partito dell'Udeur, Nuccio Cusumano, e gli ha "sputato in faccia, cercando anche di colpirlo", facendogli con le mani il segno della pistola. Cusumano, sentitosi aggredito, "è svenuto" e quindi il presidente Marini ha sospeso la seduta dell'aula per alcuni minuti. A riferire ai giornalisti quanto accaduto nell'emiciclo è il senatore Sergio De Gregorio, leader del Movimento degli italiani all'estero.
24 settembre 2009 - Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, durante l'incontro con i lavoratori dell'azienda Spx di Sala Baganza, realtà industriale a rischio chiusura, si scaglia così contro lo scudo fiscale definendolo un provvedimento "criminale" di un Parlamento "mafioso". Secondo l'ex pm: "Lo scudo garantisce a un gruppo di criminali, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali, di farla franca. Ancora una volta il nostro Paese è in mano a un gruppo di persone massone, piduiste, criminali e mafiose che fanno gli interessi propri ai danni del paese".
VOTI NOSTRI
Voto all'estero, è scandalo. Preferenze in cambio di voli.
"E' una legge che va immediatamente cambiata, perché il voto per corrispondenza è uno scandalo". A sostenerlo è il presidente del Senato, Renato Schifani, secondo il quale la legge sul voto degli italiani all'estero "consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione".
Il prezzo del voto, quello che per la Costituzione dovrebbe essere «personale, uguale, libero e segreto», è una vacanza in Italia. Così pare, stando a una denuncia che arriva dall’Australia e, dopo il caso Di Girolamo del Pdl accusato di aver preso i voti della ‘’ndrangheta, getta nuove ombre sul sistema elettorale che consente dal 2006 agli italiani residenti all’estero di votare per la Camera e il Senato. In un video visto da Avvenire, una parte del quale è apparsa anche su You Tube, i responsabili di alcune associazioni che riuniscono i laziali residenti nello stato di Victoria rivelano di aver partecipato a brogli estesi e ripetuti nel tempo. Affermano di aver raccolto, sia nel 2006 sia nel 2008, pacchi di schede elettorali e di averle consegnate ad emissari di due candidati del Pd nella circoscrizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, Marco Fedi, eletto alla Camera, e Nino Randazzo, eletto al Senato. Gli accusati smentiscono, si dichiarano estranei alla vicenda e denunciano per diffamazione gli accusatori. Un processo si aprirà a breve a Roma.
Nel video, i testimoni raccontano, dunque, di voti ceduti in cambio di viaggi in Italia, finanziati dalla Regione Lazio, e di non meglio precisati "favori" ai club che hanno raccolto le schede elettorali; spiegano come abbiano convinto i loro connazionali a consegnare le schede che ciascun elettore iscritto al registro degli italiani residenti all’estero avrebbe dovuto compilare «personalmente e segretamente», prima di rispedirle in busta chiusa; citano luoghi e momenti in cui sarebbe avvenuta la consegna; descrivono dove e come la «catena di montaggio» le avrebbe compilate... Il sistema descritto è esteso quanto il bush australiano e l’impressione che si ricava è che ad alimentarlo c’è uno strano mix: la nostalgia per la madrepatria e la superficialità con cui viene gestito il voto dei nostri emigranti. «Mi dicevano – ricorda Salvatore Marrocco, consigliere dell’associazione Laziali nel Mondo –: raccogli tra amici e compari le buste del Consolato, loro non sanno quello che fanno...». Un altro consigliere, Paolo Sepe, racconta di aver recuperato tra i connazionali una trentina di buste con le schede e di averle consegnate, «chiuse come le aveva inviate il Consolato».
In un’altra occasione, aggiunge, «siamo stati convocati in una sala di Brunswick», dove si si consegnavano le buste e si veniva registrati ma, spiega, «nessuno di noi ha votato. Votavano quelli che stavano seduti al tavolo». Insomma, seggi clandestini nel cuore di associazioni legate a Consolati e a governo australiano: «Noi siamo andati a votare al Coasit di Melbourne, in Faraday Street – dice Paolo Grosso, stessa associazione –. Ho presentato il passaporto e uno mi ha detto metti una firma qua, su un registro, e poi mi ha detto che potevo andarmene. La scheda elettorale non l’ho vista proprio. Al Coasit c’era una fila... uno dietro l’altro, passavano, firmavano, andavano via». Anche Salvatore Marrocco è stato lì: «E non riuscivamo a parcheggiare, perché c’era troppa gente».
La raccolta delle schede, secondo questi testimoni, avveniva alla luce del sole: «Al ristorante La Porchetta di Carlton, quando ci hanno chiesto le buste, c’era il comitato intero dell’associazione, se ne è parlato davanti a tutti quanti, c’erano Vince Pitoggi, Sal Marrocco, Paolo Sepe...», ricorda Attilio Riccardi, presidente dell’Associazione Laziali nel Mondo del Victoria, che parla di «mille voti mandati a Sydney in aereo».
Uno dei "premi" per chi collaborava, sempre secondo queste accuse, sarebbe stata la partecipazione ai viaggi organizzati per i nostri emigranti dalla Regione Lazio. Per questo, il bersaglio delle accuse, oltre a Fedi e Randazzo, è Antonio Bentincontri, il consultore che gestisce i rapporti tra la Regione e le associazioni australiane da 18 anni. Bisogna dire che contro di loro, per il momento, ci sono solo queste testimonianze e l’avvocato Gian Michele Gentile di Roma, legale di Fedi e Randazzo, ricorda che la Procura di Roma ha già chiesto un rinvio a giudizio per diffamazione. Tuttavia, gli accusatori, guidati da Maurizio Maietti, un ex poliziotto dello Stato di Victoria, non demordono: minacciano di produrre «centinaia» di testimonianze oculari, invocano perizie calligrafiche, divulgano su Internet verbali al vetriolo, accusano lo Stato di foraggiare associazioni inesistenti...
Nel kangoroo-gate, se confermato, non finirebbe insomma solo il sistema di voto degli italiani all’estero ma anche la gestione dei fondi pubblici che alimentano le associazioni degli emigranti: oltre ai finanziamenti della Regione Lazio, ci sono i fondi del governo australiano che transitano attraverso il Coasit e le attività commerciali che ruotano intorno al sentimento nazionale. Un piatto ricco, che fa gola. La polizia dello Stato di Victoria starebbe già indagando. «I brogli non sono una novità nella nostra circoscrizione», dice Teresa Restifa, candidata dal Pdl, sconfitta per duemila voti. Due anni fa aveva chiesto di riesaminare lo scrutinio della circoscrizione: «Abbiamo verificato – ci dice – che 2.000 schede erano partite da Sydney ed erano arrivate a Roma, ma non erano state scrutinate. Parallelamente, ne sono sparite 1.500 partite dal Sudafrica». Il riconteggio, a quanto risulta, non è mai avvenuto.
Mariza Bafile, origini aquilane, ma nata a Caracas, nel 2006 è stata eletta nella Circoscrizione America Meridionale per l’Ulivo. Nel 2008 non ce l’ha fatta, ma quando è tornata in Italia ha denunciato anomalie sul voto degli italiani all’estero.
Ma lei ha denunciato
irregolarità. Ce ne vuole parlare?
«Nella mia circoscrizione ci sono Paesi dove il servizio postale non funziona
affatto. A volte capita che i plichi elettorali non vengono consegnati e altre
volte capita quello che è successo a due miei elettori in Cile : non avevano
ricevuto le loro buste per il voto e quando sono andati in consolato gli hanno
detto che risultavano tra coloro che avevano votato».
Ma lei ha denunciato le
irregolarità?
«L’ho fatto in ogni sede, ai consolati interessati, in Cile, in Venezuela e in
Italia. Tra l’altro spesso i consolati affidano a ditte private i plichi
elettorali e in un caso ho scoperto che una di queste li tratteneva per oltre 24
ore. Il mio sospetto è che i voti siano andati in una direzione anziché in
un’altra all’insaputa degli elettori».
ROBA NOSTRA
Spendere un euro e incassarne quattro. Il tutto con un rischio finanziario pressochè nullo. Il sogno di ogni investitore, insomma. Per realizzarlo, però, non serve lanciarsi in spericolate operazioni finanziarie, basta fondare un partito politico e prendere almeno l’uno per cento ad una qualsiasi tornata elettorale.
Lo dimostra, in modo inequivocabile, un dettagliato referto pubblicato dalla Corte dei Conti che riassume la differenza tra le spese sostenute in campagna elettorale e i rimborsi intascati secondo quanto previsto dalla legge vigente. Qualche cifra per comprendere la portata dell’”investimento”: alle politiche 2008 il partito che ha speso di più è il Pdl che tra manifesti, volantini e spot ha sborsato oltre 68 milioni di euro. Una cifra tale da mettere in ginocchio tante aziende. Rischio, però, che la politica non corre perchè il Popolo della Libertà ha diritto a un rimborso di 206 milioni di euro. Cifre simili anche per altre forze politiche: al Pd spettano 180 milioni di rimborso a fronte di una spesa inferiore ai 19 milioni. Meglio ancora è andata alla Lega che incassa 41 milioni dopo averne spesi 4 e all’Italia Dei Valori che chiude con un bilancio in attivo di 17 milioni.
Tutto questo in barba ad un referendum che, nel 1993 con un risultato schiacciante (85% dei favorevoli) aveva stabilito la fine del finanziamento pubblico ai partiti. Fine, però, solo formale. Le forze politiche, infatti, preso atto della volontà popolare, hanno stabilito la sostituzione del finanziamento con un “rimborso” proporzionale ai voti ottenuti. Rimborso spese, caso assolutamente unico, che prescinde dalle spese ma è un forfait stabilito a priori. Morale della favola, indipendentemente dagli esborsi, le forze politiche ogni anno si dividono circa 200 milioni, quattro euro ad elettore.
E per cadere sempre in piedi, la legge stabilisce che i rimborsi proseguono inesorabili anche in caso di conclusione anticipata della legislatura. Così l’Italia si guadagna il primato europeo di paese con i costi più alti della politica: 295 milioni l’anno contro i circa 130 della Germania, gli 80 della Spagna, i 75 della Francia e gli appena 4 della Gran Bretagna dove il finanziamento pubblico foraggia solo chi è all’opposizione.
C’è dell’altro: il “rimborso” si calcola non sui votanti ma sugli aventi diritto e la soglia di sbarramento per averne diritto non è il 4% che vale per l’ingresso al parlamento ma un misero 1%.
Grazie alla pioggia di soldi – la Corte dei Conti, tra le altre cose, definisce improprio il termine “rimborsi” - le spese dei partiti in campagna elettorale si sono gonfiate a dismisura: nel 1996 le spese complessive di campagna elettorale non raggiungevano i 20 milioni, nel 2008 hanno sfondato il tetto dei 136. Tanti? Un’inezia rispetto ai 503 milioni intascati dai partiti sotto forma di rimborsi.
Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto della Corte dei Conti sul voto dell’anno precedente, pubblicato sul proprio sito internet. I dati parlano di un guadagno pari a circa il 270% in un quinquennio. Molto interessante è il dato che riguarda l’aumento esponenziale delle spese e dei “rimborsi elettorali” degli ultimi 15 anni. I partiti nella tornata elettorale del 27-28 marzo 1994 hanno speso 36 milioni contro i 110 milioni delle politiche del 2008. Mentre per quanto riguarda i rimborsi elettorali si è assistito ad una decuplicazione passando dai 47 milioni versati ai partiti nel 1994 ai 503 milioni del 2008.
Questo è stato reso possibile dalle normative emanate dopo la schiacciante vittoria del “sì” al referendum popolare contro il finanziamento pubblico ai partiti del 1993, che vanno in “leggera” controtendenza con quanto espresso dal voto popolare. La corte ha dichiarato che “due sono state le normative che hanno fatto gonfiare il forziere statale in favore delle formazioni politiche: la legge del 2002 che ha elevato da 4 mila lire a 5 euro il contributo calcolato per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali per le elezioni della Camera. A questo regalo si aggiunge quello della leggina che riconosce il versamento del rimborso anche quando la legislatura si interrompe in anticipo”.
La classe politica ha, in pratica, fatto rientrare dalla finestra, ciò che i cittadini hanno fatto uscire con forza dalla porta. Infatti ha adottato la pratica dei lauti rimborsi elettorali per compensare la mancanza dei finanziamenti. Gli stessi magistrati contabili hanno dichiarato: “quello che viene normativamente definito contributo per le spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento”.
Dubbi sono sorti anche sulla destinazione finale dei rimborsi elettorali.
I magistrati contabili della procura generale della Corte dei Conti hanno aperto un’indagine sul «tesoro» dell’Idv e su quale soggetto abbia effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al partito di Antonio Di Pietro: la notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L’istruttoria - spiega un alto magistrato - concerne varie questioni, ma non posso dire di più». Il filone è quello aperto inizialmente dalla denuncia dei legali di Veltri e Occhetto, e seguita in prima istanza da un pool di finanzieri, che ha provveduto all’acquisizione di numerosi atti.
La vicenda è nota ai lettori del Giornale, che per primo ha evidenziato le stranezze nella contabilità dell’Idv. Se venisse confermato che un’associazione di tre soli soci, Di Pietro, un familiare e un fiduciario, che si chiama «Italia dei Valori» come il partito, si è sostituito ad esso sfruttando i controlli solo formali della Camera, richiedendo e percependo in sua vece questi fondi pubblici, sarebbe un fatto senza precedenti. È la famosa (ma mai veramente chiarita) questione dell’ambiguità tra partito Italia dei Valori (quello che elegge i parlamentari) e associazione Italia dei Valori (il soggetto giuridico che incassa i soldi). Distinzione già riconosciuta dal Tribunale di Roma, che si è pronunciato in proposito nel 2008, nel quadro della causa civile che vedeva opposti l’Idv e il Cantiere, la formazione politica di Veltri, Occhetto e Chiesa, che si era presentata alle Europee 2004 in «ticket» con l’Idv. Una distinzione talmente palese, secondo il Tribunale, che «il partito Idv» venne dichiarato «contumace» al processo, essendosi presentato in sua sostituzione (come se fosse il partito) solo l’«associazione Idv», di cui Antonio Di Pietro, la moglie Susanna Mazzoleni e la fidata tesoriera Silvana Mura, costituiscono la «totalità dei soci», come si legge nella «delibera di associazione» approvata un giorno prima di incassare i rimborsi per le europee. I legali di Veltri & Co. avevano evidenziato, in quella nota, come «nella più totale assenza di qualsiasi controllo da parte dell’Ente pagatore (Montecitorio) sulle condizioni minime di legittimazione a ricevere i pagamenti dei rimborsi elettorali, essi vengono conseguiti da parte di una associazione formata da sole tre persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di qualsiasi rendiconto».
Al rimborso delle spese elettorali, una tantum, si aggiungono gli stipendi e le indennità.
Con oltre 5 mila euro di stipendio mensile, sommati agli 8 mila euro tra spese di rappresentanza e diaria, i parlamentari che popolano le aule di Camera e Senato possono maturare retribuzioni superiori ai 20 mila euro in un solo mese, senza considerare il fitto sottobosco di benefit e agevolazioni integrative.
Difficile stabilire quanto costi la politica agli italiani. Non sarebbe sufficiente un plotone di ragionieri, considerato il dedalo di rimborsi, diarie, spese per il collegio elettorale che costituiscono la busta paga di Parlamentari, Europarlamentari, membri dei consigli regionali, provinciali e circoscrizionali, sommati ai costi di locazione, manutenzione e spese straordinarie per gli edifici che li ospitano.
STIPENDI DEI PARLAMENTARI EUROPEI A CONFRONTO IN EURO* (Compensi annui netti)
|
1 |
Italia |
144.084,36 |
|
2 |
Austria |
106.583,40 |
|
3 |
Olanda |
86.125,56 |
|
4 |
Germania |
84.108,00 |
|
5 |
Irlanda |
82.065,96 |
|
6 |
Gran Bretagna |
81.600,00 |
|
7 |
Belgio |
72.017,52 |
|
8 |
Danimarca |
69.264,00 |
|
9 |
Grecia |
68.575,00 |
|
10 |
Lussemburgo |
66.432,60 |
|
11 |
Francia |
62.779,44 |
|
12 |
Finlandia |
59.640,00 |
|
13 |
Svezia |
57.000,00 |
|
14 |
Slovenia |
50.400,00 |
|
15 |
Cipro |
48.960,00 |
|
16 |
Portogallo |
41.387,64 |
|
17 |
Spagna |
35.051,90 |
|
18 |
Slovacchia |
25.920,00 |
|
19 |
Rep. Ceca |
24.180,00 |
|
20 |
Estonia |
23.064,00 |
|
21 |
Malta |
15.768,00 |
|
22 |
Lituania |
14.196,00 |
|
23 |
Lettonia |
12.900,00 |
|
24 |
Ungheria |
9.132,00 |
|
25 |
Polonia |
7.369,70 |
STIPENDI DEI DEPUTATI IN EURO*
|
Indennità lorda mensile (per 12 mesi) |
11.703,64 |
|
Indennità netta mensile (per 12 mesi) |
5.486,58 |
|
Diaria |
4.003,11 |
|
Spese per il rapporto con gli elettori |
4.190,00 |
|
Assegno di fine mandato |
80% importo mensile indennità per ogni anno di mandato o frazione non inferiore a 6 mesi |
|
Assegno vitalizio |
Tra il 25% e l’80% indennità parlamentare |
ESENZIONI E PRIVILEGI DEI DEPUTATI*
|
Pedaggio sulle autostrade italiane |
NESSUNO |
|
Circolazione sui treni in Italia |
GRATUITA |
|
Circolazione marittima in Italia |
GRATUITA |
|
Circolazione sugli aerei in Italia |
GRATUITA |
|
Trasferimenti dal luogo di residenza all'aeroporto più vicino e da Fiumicino a Montecitorio (forfait trimestrale dimezzato per gli eletti nel collegio Lazio 1) |
3.323,70 |
|
Trasferimenti aeroportuali per chi dista più di 100 km dall'aeroporto più vicino |
3.995,10 |
|
Rimborso annuale per viaggi all'estero (per studio o attività connesse all’attività parlamentare) |
3.100,00 |
|
Rimborso annuo spese telefoniche |
3.098,74 |
NOMINATI ED ASSENTI
IL PARLAMENTARE NON RISPONDE ALLE E-MAIL.
In Italia, ormai da dieci anni, sulla homepage del sito di Camera e Senato, è possibile trovare l’indirizzo e-mail dei nostri parlamentari. Un mezzo, nelle intenzioni, per accorciare le distanze tra il politico e il suo elettore.
E proprio per verificare la disponibilità dei 994 intestatari, abbiamo inviato, contemporaneamente, altrettante email da dieci caselle di posta elettronica appositamente create e intestate ad una virtuale e fantomatica signora Anna.
La sua situazione è disperata. Ha bisogno di un aiuto, un consiglio per affrontare una situazione sempre più difficile. Aspetta con ansia una risposta da coloro che la rappresentano in Parlamento. Dal giorno dell’invio a quello della lettura delle risposte, sono passate due settimane. In un lasso di tempo di 15 giorni effettivi ha risposto soltanto il 2,7 per cento dei parlamentari. 26 e-mail in tutto. Davvero pochine. Viene da chiedersi: rispondere ai cittadini per un politico, è un dovere o solo un obbligo morale del singolo? E comunque, ridotta i minimi termini, non dovrebbe essere una semplice questione di buona educazione?
Secondo l’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti non si può parlare di obbligo morale “per un politico, rispondere alle email, così come più in generale ad ogni altra forma di corrispondenza, rappresenta un dovere deontologico. Ad ogni domanda che gli viene dai cittadini e che gli è indirizzata, ha il dovere di rispondere. La politica, la buona politica, è fondata sul consenso, e il dialogo rappresenta uno dei cardini del consenso” afferma.
Il test ha rivelato che il 42,1 per cento dei senatori aveva la casella di posta piena, impossibilitata dunque alla ricezione di nuovi messaggi. Molti di loro e, cosa più grave i loro staff, trascurano di svuotarla o comunque di monitorarla. Le loro email dunque non vengono lette abitualmente, o addirittura, non vengono proprio prese in considerazione.
SCRANNI VUOTI, PIANISTI, RISSE. ECCO L’ESERCITO DEGLI ASSENTEISTI
Troppi assenti, ancora una volta, scranni vuoti nell'emiciclo del Pdl e mani che prodigiosamente si allungano per trasformare le assenze dei colleghi in presenze. Pianisti all'opera, come sempre. Ma dai banchi dell'Italia dei valori protestano, il leghista Matteo Bragandì, già avvocato di Bossi, prova a giustificare la prassi: "Non accettiamo lezioni. Se i deputati della maggioranza votano per due possono farlo per ragioni politiche, quelli dell'opposizione lo fanno solo per intascare la diaria. E questo si chiama truffa".
Perché a scorrere i tabulati delle presenze alla Camera relativi alle 103 votazioni, si scopre che a Montecitorio mancano sempre all'appello delle votazioni (solo in quell'occasione si possono rilevare le assenze) dai 120 ai 350 deputati.
In effetti, anche la classifica nominale dei più assenti alle 523 votazioni tenute dall'insediamento, assegna il primato a un paio di casacche Pdl. Ad ogni modo, in testa c'è l'imprenditore Antonio Angelucci, Pdl anche lui, presente solo a 58 delle 523 votazioni, con una percentuale di assenze dell'88,9. Fa poco testo anche Piero Fassino, che segue con l'88,3, ma per "adempiere al suo ruolo di inviato Ue in Birmania e di ministro ombra Pd degli Esteri", fa notare il suo staff. Segue invece Mario Baccini ex Udc, assente nell'81% dei casi, e la Pdl Maria Grazia Siliquini (78%). Veltroni è risultato assente nel 72% delle occasioni e Di Pietro nell'82. Ma come per Casini (29,4% di assenze), gli impegni di partito in tutti questi casi hanno avuto la meglio su quelli d'aula.
Le dita picchiettano, le mani si spostano, le spalle avanzano, arretrano, e poi ancora i polpastrelli si alzano, si abbassano, in una sinfonia di movimenti che solo lo scatto attento di un obbiettivo a ripetizione può fermare. E inchiodare. Ecco i pianisti della Camera. I deputati che votano per sé e per gli assenti, uomini e donne insospettabili, maestri e allievi di segrete lezioni di piano che quasi ogni giorno si praticano tra gli scranni di Montecitorio.
Pianismo, un mestiere vecchio quasi quanto quello della politica e che non ha barriere di parte: si pratica a destra come a sinistra, il voto conto terzi, ma c'è un fatto, una novità di questi giorni. L'aula si è riempita di requisitorie. Improvvisamente, soprattutto dalle fila dell'Italia dei Valori, si è levata la voce del rigore, l'appello contro la doppiezza, l'imbroglio, perché barare «in quest'aula» significa anche raggirare «nella vita giornaliera», perché, diceva l'altro ieri nel suo intervento il dipietrista Domenico Scilipoti, votare per due «è un problema di mentalità e di comportamento che ognuno ha dentro la propria testa, nel proprio cuore e nella propria anima» (stenografico della seduta dell'1 ottobre).
«Ho letto con interesse i post del blog del Secolo XIX che riporta quanto accaduto in aula e sono rimasto colpito da alcuni messaggi che equiparano i pianisti di Montecitorio agli impiegati che timbrano per i loro colleghi assenti. I messaggi sul sito del quotidiano ligure invocano il Ministro Brunetta a fare il suo dovere: licenziare i fannulloni anche deputati! ».
«Recentemente - prosegue Scilipoti - diverse amministrazioni pubbliche hanno licenziato impiegati infedeli che si facevano timbrare dai colleghi e hanno fatto benissimo a licenziare anche coloro che hanno timbrato per i colleghi assenti perché partecipi alla truffa ai danni dell'amministrazione.
Ritengo che abbiano ragione i cittadini che oggi equiparano quegli impiegati scorretti ai parlamentari assenteisti e ai loro complici pianisti. Quindi - conclude Scilipoti - ponendo su uno stesso piano impiegati e deputati assenteisti, che si fanno timbrare il cartellino dai colleghi, il Ministro Brunetta dovrebbe costringere il Presidente della Camera, responsabile anche del suo bilancio pagato dai cittadini, a licenziare questi deputati infedeli che truffano l'amministrazione con la complicità di colleghi pianisti che non esisto a definire disonesti, politicamente, moralmente e intellettualmente».
Ma la cosa triste è che proprio in quel lato dell'emiciclo, tra i difensori del voto pulito e a mano sola, succede di tutto: suonata con piano verticale (deputato che vota al suo scranno e a quello dietro con una torsione parziale del busto); allegro con brio (deputato che vota a due mani ridendo a crepapelle); andante con moto (deputato che vota per due, in piedi, come se stesse andando via). E via di questo passo, con un solfeggio che si disperde alle spalle dei leader dei partiti interessati senza che nessuno, all'apparenza, abbia niente di che scandalizzarsi.
La cosa ancora più triste, tra l'altro, è che in una delle foto il deputato che allunga entrambe le mani, nell'intento apparente di votare per due, è nientemeno che....Domenico Scilipoti!
C'è un’immagine bellissima di quest'orchestra di musicanti silenziosi del voto doppio: Massimo D'Alema pensoso che adempie il suo dovere di deputato accanto a Marianna Madia, in piedi. Dietro di lui un concerto di pianisti all'opera: Elisabetta Rampi, Vinicio Peluffo, Ronaldo Nannicini. Mani veloci, voto per due, e nessuno che ha visto niente.
Tornando a Scilipoti, va detto che in aula mercoledì anche Roberto Giachetti del Pd era intervenuto per accusare la maggioranza di pianismo: «Allora, possiamo anche continuare a far finta di non vedere...», aveva insinuato allusivo. Ma l'onorevole di Di Pietro invece spiegava più dispiaciuto, più appassionato: «Io sono nuovo di questo parlamento, e avevo l'idea che i parlamentari dovevano essere punti di riferimento per la cittadinanza. In altre parole, un atteggiamento di imbroglio non è corretto: «Non si può barare né si può imbrogliare!». Poi è scoppiata una piccola rissa tra un deputato della Lega e uno dell’Idv che ha richiesto l'intervento dei commessi.
Ma perché Scilipoti, in una immagine di voto, ha allungato due braccia anziché una al momento di schiacciare il pulsante? Non era al suo posto, perché nei due scranni dove si è sgranchito gli avambracci sarebbero seduti i colleghi Barbato e Porfidia. Quel pianista sospetto è Scilipoti o è un deputato che assomiglia a Scilipoti come una goccia d'acqua? Sarà lui a svelare il mistero. Comunque quello è il settore dell’Italia dei Valori, e questo è indubbio. Lì sono seduti il capogruppo Donadi, il leader Di Pietro. Vicini di banco ma senza occhi del responsabile organizzazione del Pd Andrea Orlando, pizzicato a braccia allargate in inequivocabile atteggiamento da suonata, del responsabile esteri del Pd Lapo Pistelli, anche lui in posizione sospettissima.
E poi ci sono le donne: hanno mani lunghe Olga D'Antona, Anna Rossomando, Maria Rosa Calipari. I mali del pianismo non hanno colore, ma si capisce perché quando il capogruppo della Lega Roberto Cota mercoledì ha detto in aula che ci sono politici «specializzati nel fare la morale agli altri, ma nel non accettare di applicare la stessa morale a se stessi», l'applauso è stato forte, come un'Eroica.
Il quotidiano diretto da Mario Giordano non è nuovo a questi scoop. Già in prima pagina era stata pubblicata la foto dell'ex ministro Livia Turco intenta a votare per i vicini di scranno assenti. Stavolta i pianisti si sono moltiplicati. A quello che è un vero e proprio concerto hanno preso parte numerosi esponenti del Partito democratico e di Italia dei Valori: da Lapo Pistelli a Salvatore Margiotta, da Vinicio Peluffo a Elisabetta Rampi, da Pierluigi Mantini a Lanfranco Tenaglia, da Andrea Orlando a Rolando Nannicini, da Anna Rossomando a Luciana Pedoto, da Andrea Sarubbi ad Alessandro Maran, per concludere con le vedove D'Antona e Calipari, oltre al "predica bene e razzola male" Domenico Scilipoti, siciliano eletto nel partito di Antonio Di Pietro.
La possibilità di mantenere un'attività lavorativa al di fuori del Parlamento ha due conseguenze. Da un lato, facilita l'ingresso alla Camera o al Senato di cittadini particolarmente affermati nel mercato privato che altrimenti non si sarebbero candidati. Un fatto auspicabile laddove la capacità dimostrata sul mercato sia in qualche maniera correlata con la capacità di risolvere i problemi del paese. Dall'altro, riduce il loro impegno nell'attività parlamentare, almeno in quella più strettamente legislativa.
|
Professione precedente |
Reddito extra-parlamentare (€) |
Assenteismo % |
Ddl di prima firma |
|
Avvocati |
113,500 |
37 |
13.5 |
|
Professori |
109,300 |
37 |
10.7 |
|
Imprenditori |
106,600 |
34 |
8.5 |
|
Militari |
82,800 |
39 |
15.5 |
|
Magistrati |
60,600 |
36 |
13.9 |
|
Dirigenti privati |
58,100 |
34 |
8.2 |
|
Dirigenti PA |
49,500 |
35 |
11.3 |
|
Lavoratori autonomi |
44,400 |
32 |
11.0 |
|
Dottori |
41,500 |
32 |
12.5 |
|
Giornalisti |
37,600 |
36 |
10.9 |
|
Sindacalisti |
17,800 |
33 |
7 |
|
Insegnanti |
17,200 |
27 |
12.9 |
|
Impiegati |
14,900 |
27 |
11.3 |
|
Dirigenti di partito |
12,500 |
27 |
7.3 |
|
Operai |
2,100 |
23 |
10.2 |
|
Studenti |
0 |
23 |
7.5 |
Si noti come le professioni con più alti redditi extra-parlamentari (e minori vincoli di incompatibilità, ad eccezione dei magistrati) sono quelle che presentano un maggiore assenteismo. L’evidenza è meno chiara per quanto riguarda le proposte di legge.
CASA NOSTRA
Ministri, presidenti delle Camere, sindacalisti, politici. Attuali ed ex. Hanno acquistato attici e appartamenti da enti pubblici o da privati a prezzi di favore. Rendendo doppio il privilegio che spesso già avevano come inquilini. Ecco nomi e cifre dell'ultimo scandalo immobiliare
Ci sono ministri e leader di partito, ex presidenti del Parlamento e della Repubblica, magistrati e giornalisti. La nazionale dell'acquisto immobiliare scontato è talmente vasta e assortita che ci si potrebbe fare un ottimo governo di coalizione. Si va dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ai presidenti della Camera e del Senato del primo governo Prodi: Luciano Violante e Nicola Mancino.
Dalla famiglia del presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini a quella del ministro della Giustizia Clemente Mastella passando per la figlia del deputato di An Francesco Proietti. C'è il candidato leader del Partito democratico, Walter Veltroni e il presidente del Senato Franco Marini. Non mancano la Borsa, con il presidente della Consob Lamberto Cardia e il mondo del lavoro con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. C'è il senatore Udc Mario Baccini e il responsabile della Margherita in Sicilia Salvatore Cardinale. Situazioni diverse tra loro che talvolta convivono nello stesso palazzo.
Prendiamo lo stabile Inpdai di via Velletri, a due passi da via Veneto. Al primo piano la moglie di Walter Veltroni ha comprato più o meno allo stesso prezzo pagato dall'ex sottosegretario Marianna Li Calzi che abita al quarto. Ma le due storie sono diverse. Li Calzi ha ottenuto il suo attico alla vigilia della svendita a seguito di una discussa procedura pubblica. Veltroni invece è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti. L'Inpdai aveva affittato sin dal 1956 un appartamento al padre, dirigente Rai. Nel 1994 i Veltroni restituirono all'ente i due alloggi nei quali vivevano Walter e la mamma per averne in cambio uno più grande, il famoso primo piano di via Velletri da 190 metri quadrati che nel 2005 è stato acquistato dalla moglie del sindaco, Flavia Prisco, per 373 mila euro. Il prezzo è basso per effetto non di un'elargizione personale ma per il meccanismo degli sconti collettivi concessi a tutti allo stesso modo. Altra cosa ancora sono gli acquisti delle case dell'Ina ora finite a Generali e Pirelli. Questi colossi privati in alcuni casi si sono comportati come spietati alfieri del libero mercato.
Altre volte hanno fatto prezzi bassi per blocchi di appartamenti finiti poi a famiglie dai nomi noti come Mastella e Casini. Scelte discutibili per società quotate in Borsa come Pirelli e Generali che dovrebbero puntare solo al profitto e che, evidentemente, hanno pensato di fare gli interessi dei propri azionisti cedendo appartamenti ai politici e ai loro amici a valori bassi. Insomma, ci sono differenze radicali tra venditore privato e ente pubblico ma anche all'interno delle due categorie. Se non bisogna far di tutta l'erba un fascio però ci sono due cose che accomunano i protagonisti della nostra inchiesta: sono potenti che hanno pagato troppo poco ieri per l'affitto e oggi per l'acquisto.
Inoltre nella maggioranza dei casi in quegli immobili sono entrati grazie a conoscenze, entrature e amicizie. Questa disparità di trattamento con i comuni mortali non è una novità. Emerse con violenza populista nel 1996 durante il primo Governo Prodi grazie alla campagna 'Affittopoli' de 'il Giornale' di Vittorio Feltri. Oggi quegli stessi immobili affittati dieci anni fa ad equo canone sono stati svenduti definitivamente e il privilegio è stato reso eterno.
Per fare qualche esempio: Lamberto Cardia, presidente Consob, pagava 1 milione e 100 mila lire al mese di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002 a 328 mila euro 10 vani e due posti auto a due passi dal Palaeur. Maura Cossutta, onorevole dei Comunisti Italiani, pagava 1 milione e 50 mila lire allora e compra nel 2004 quattro camere, due bagni e balconi a due passi da San Pietro a 165 mila euro. Franco Marini pagava 1 milione e 700 mila lire allora e compra nel 2007 a un milione di euro due piani ai Parioli. A rendere 'svendopoli' ancora più odiosa di 'affittopoli' c'è il peggioramento drastico del mercato della casa. Il trattamento di favore diventa un'offesa insopportabile per chi è costretto a combattere ogni giorno con l'ufficiale giudiziario che vuole sfrattarlo.
PAPPONI DI STATO
Carlo Monai dopo sette tentativi andati a vuoto, ha accettato di raccontare a "L'Espresso" com'è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta. E' un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell'Idv al primo mandato parlamentare. Uno dei peones, a tutti gli effetti. Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità, vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi, in cui sguazzano politici di ogni risma. Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici. «Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».
L'incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio. Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l'aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».
Anche in commissione l'assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l'impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».
La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l'indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro. Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni. E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente. Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l'eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all'incirca). In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.
Monai inizia il suo viaggio. «Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».
Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230). «Non c'è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l'anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati "Tim Top Business Class", destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro». Anche quand'era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c'è pure un indennizzo forfettario per l'utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza». Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.
Già. I trasporti gratis sono un must dei politici. Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s'è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».
Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l'autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale.«Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l'onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».
Oltre a questi soldi è previsto un ulteriore rimborso mensile per taxi e varie che va, a secondo della distanza tra l'abitazione e l'aeroporto, da 1.007 a 1.331 euro al mese. Questa è una cosa nota. Pochi sanno però che quasi tutti i deputati, per comprare i biglietti aerei, fanno riferimento esclusivamente all'agenzia americana (con sede in Minnesota) Carlson Wagonlit. «A loro noi chiediamo sempre di volare con Alitalia, che è la più cara di tutte. Nessuno ci vieterebbe, però, di scegliere compagnie low cost».
I politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devi anticipare tu (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall'altro perderesti i punti per la carta fedeltà "Millemiglia". «I punti li giriamo a mogli e figli, ma in genere i deputati li usano per andare gratis all'estero: perché tranne qualche missione coordinata con il presidente della commissione», ragiona Monai, «i viaggi all'estero dobbiamo pagarceli di tasca nostra».
Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare “L’Espresso" nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.
Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell'auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c'è l'ufficio "Centro servizi" dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono 'giustificate esigenze di servizio', la multa va a farsi benedire».
A Fiumicino un mese al parking silos "E" costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera "Fly Very Good" la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l'avvocato.
Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d'Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino. Inoltre, come ha ricordato Franco Vanni su "Repubblica Milano", l'Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.
Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo "auto blu" quello che fa scandalizzare le masse. In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l'anno. Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali. In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina. Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.
«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l'auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell'Idv che sono passati con la maggioranza».
La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell'ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento. «Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato:«Questa è una delle cose più deprecabili, perché non bisogna mai essere ricattabili».
Ma tant'è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l'abitudine. Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell'Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società, che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato». In tribuna vip, naturalmente.
I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell'Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.
I vantaggi non sono un'esclusiva romana. A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica. Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell'autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d'appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi. In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto. All'Ars dell'isola le missioni all'estero sono la norma, non l'eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell'Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un "aggiornamento professionale" di 6.400 euro annui. E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.
Anche nella indebitatissima Campania s'è sfiorato il ridicolo. Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l'iPad. Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.
Carlo Monai, il deputato dell'Idv che ha deciso di raccontare tutti i privilegi della Casta, continua a stupirci su “L’Espresso”.
Racconta che a Montecitorio e Palazzo Madama arrivano ogni giorno inviti per mostre, happening vari, sfilate di moda. Il cibo si paga? «Dipende. Il bar della bouvette è in linea con i prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no. Ci costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande qualità. Io cerco di non appesantirmi, e ci vado raramente. L'unico appunto», chiosa sorridendo, «riguarda la cantina: ci sono ottimi vini, ma nessuna bottiglia friulana».
Al Senato si può mangiare uno spaghetto alle alici a 1,60 euro, un carpaccio di filetto a 2,76 euro, un pescespada alla griglia a 3,55 euro. Prezzi ridicoli. «Anche in consiglio regionale c'era un buon self service. Primo, secondo, caffè e frutta a 10 euro».Pure uno shampoo costa poco: la nostra guida è un frequentatore della mitica barberia della Camera, dove un taglio costa 18 euro (al Senato, invece, è gratis). «In questo caso, credo che sia un servizio da conservare: consente al parlamentare di avere sempre un aspetto dignitoso, anche quando arriva il martedì con i capelli spettinati».
Ma i servizi dedicati ai politici non finiscono qui. Dentro Montecitorio c'è uno sportello del Banco di Napoli, diventato famoso perché il consigliere Marco Milanese ha movimentato, su un conto dell'agenzia Montecitorio, qualcosa come 1,8 milioni di euro in pochi anni. Non è il solo ad aver aperto un conto lì, visto che gli onorevoli possono approfittare di tassi agevolati per mutui e prestiti.
Precisa Monai: «Molti
usano la diaria non per affittare la casa a Roma, ma per comprarla. L'importante
è essere rieletti. Per un mutuo di 150 mila euro a cinque anni il tasso fisso è
appena del 2,99 per cento, uno o due punti sotto quello di mercato. Idem per un
prestito: possiamo avere un tasso agevolato al 2-3 per cento».![]()
Anche le prestazioni sanitarie sono rimborsate: Monai dopo un incidente in cui ha distrutto una Mercedes ha ottenuto il rimborso di 580 euro di massaggi, e ammette che il Parlamento gli paga cinque giorni di cure termali l'anno.
I radicali hanno scoperto altri benefit: occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia. Tutti servizi destinati a oltre 5.500 persone, tra deputati e familiari. Alla Camera, poi, non si chiama mai il 118: ci sono anche alcuni infermieri nascosti tra gli scranni dell'Aula adibiti a "rianimare" il deputato nel caso si sentisse male. Costano al contribuente 650 mila euro l'anno.
Dopo una vita da nababbo, l'ex parlamentare o il consigliere non viene abbandonato dalla casta. L'assegno di fine mandato non si nega a nessuno, e il vitalizio scatta per tutti. Per prendere una pensione bastano cinque anni di mandato alla Camera o al Senato, (in media 6 mila euro a testa al mese), per una spesa che nel 2013 toccherà i 143,2 milioni di euro l'anno. Tra le Regioni solo l'Emilia-Romagna ha abolito il vitalizio, tutte le altre non ci pensano nemmeno: così nel Lazio può accadere che gli ex e i trombati si prendano 4 mila euro al mese ad appena 55 anni.
Non male, in tempo di crisi.
Non era mai successo che un politico, un deputato, raccontasse la verità sugli scandalosi privilegi riservati ai mille inquilini del Palazzo. Sarà stato il pudore, sarà stato il desiderio di non dare pubblicità al trattamento di cui godono e di cui vogliono continuare a beneficiare, gli onorevoli se n'erano sempre guardati dal rivelare ciò che effettivamente sono: prìncipi con poca nobiltà e tanti quattrini in tasca. Quattrini non meritati dato il nulla prodotto dai legislatori e dato il loro disinteresse per qualsiasi problema dei cittadini. Roberto Poletti, giornalista e conduttore televisivo di successo, eletto deputato nelle liste dei Verdi di Pecoraro Scanio nel 2006, dopo un biennio da peone durante il quale ha vissuto la noia delle aule e ha costatato l'inutilità del proprio ruolo, ha deciso di raccontare tutto in questa inchiesta senza precedenti. Fonte Quotidiano Libero del 18, 19, 20, 21 marzo 2008
Roberto Poletti, racconta in prima persona la sua esperienza da deputato, le assurdità cui si è trovato davanti, i benefici di cui ha goduto, parla della campagna elettorale e dei tanti tesserini di cui gli onorevoli dispongono per poi accedere ai più incredibili privilegi.
Sono Roberto Poletti, parlamentare pentito, ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile discesa in campo. Era l’inizio del 2006: la legislatura del cavaliere alla fine, l’ascesa di prodi sembrava inarrestabile. C’era feeling e stima con i Verdi, Pecoraro Scanio un amico, facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi dava la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere alla Regione, tale MONGUZZI, e la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. I colloqui con i vertici del partito scivolavano via senza problemi, sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avvenne a Milano nel gennaio 2006: “Visto che sei giornalista ti potresti occupare dell’informazione e poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste” dice il segretario nazionale. Inizia il periodo “faticoso” della campagna elettorale. Imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide, è l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori, li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, immagini di arringare l’aula gremita, sogni un futuro da Martin Luther King. Ma la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito, nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. I vertici dei verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura per offrirla a me. Sul suo blog iniziano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza e si fa del sarcasmo sul Corriere della sera.
Il 6 giugno 2006 il mio esordio in parlamento, entro in quello che mi sembra un altro mondo. I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello famoso, dove tutti si incontrano nelle pause delle sedute: i commessi, gli impiegati, i parlamentari, ecco Bertinotti, D’Alema. Entro in aula, cerco il mio posto, mi siedo sono commosso. C’è il presidente della camera Bertinotti, che informa il governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente italiano a Nassiriya. Il vice presidente Leoni invece passa alla proclamazione dei deputati subentranti, e proclama deputato, vista la rinunzia di Carlo Monguzzi, Roberto Poletti. Sono ufficialmente un onorevole. Guardo e riguardo il tesserino, la medaglietta d’oro da deputato, e mi sento un re. Passeggio per il transatlantico e noto tre colleghi che sembrano stiano giocando a figurine, mi avvicino.
“Questa c’è l’hai?”
“Si, certo.”
“E quest’altra?”.
“Ma no, non vale più, l’hanno abolita”.
“Ehm, ma io la uso ancora…”.
Non sono figurine, ma tessere, tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o di quell’esenzione.
Prima tessera da ritirare, è quella con cui si vota in aula, serve anche per mangiare e bere al ristorante di Mntecitorio, al self-service, oppure alla bouvette, il mitico bistrot extra lusso dai prezzi di una trattoria di ultima classe. Il conto te lo scalano dallo stipendio, il trattamento riservato ai deputati è di dieci euro, ma il conto per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo. La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis, basta esibirla in qualunque biglietteria per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti c’è l’agenzia di viaggi interna al parlamento, che è anche più comoda. A proposito di aeroporti, anche il parcheggio auto, in appositi spazi riservati, è gratuito. Naturalmente anche il treno è gratis, e l’autostrada? Serve il tesserino Aiscat, e la barra si alza senza pagare, volendo si può richiedere pure il telepass, cosi da oltrepassare le barriere senza fermarsi, e lo puoi installare su qualsiasi automobile, anche quella della nonna.
AUTO BLU E PARTITE GRATIS.
A Roma e a Milano possiamo usufruire delle corsie preferenziali, e nella Capitale abbiamo anche il permesso per entrare in centro nelle zone a traffico limitato (ZTL), in passato ciascun deputato/senatore poteva estendere il permesso ad altre due vetture, cosa adesso non più possibile. La tessera CONI invece serve per andare gratis allo stadio. San Montecitorio pensa anche alla dichiarazione dei redditi con un servizio gratuito di assistenza e consulenza fiscale. In caso di problemi di salute, invece, c’è la Card Medital che garantisce un servizio medico d’urgenza 24 ore al giorno 365 giorni all’anno, basta chiamare il numero verde 800652585, struttura privata pagata dallo stato, cioè i cittadini. Ma un parlamentare moderno dove va se non è capace di usare il pc? Ecco il corso di informatica gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali, con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Si può scegliere l’inglese, il francese, il tedesco il russo e il giapponese!!. Tutto alla modica cifra di otto euro all’ora quando costano a noi comuni mortali circa il quadruplo, peccato che sino ad un anno fa le lezioni erano completamente gratuite!!
IL DEPUTATO PAGA MENO.
C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40%, l’ottico invece ha pensato ad una riduzione del 30%, l’associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie garantisce uno sconto del 10% su cellulari e palmari, condizioni agevolate di pagamento arrivano anche da case automobilistiche per l’acquisto di auto nuove presso la rete dei concessionari. Per i libri 20% in meno, che arrivano al 30% per i testi universitari, per i figli dei deputati/senatori. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, un club elegante, di lusso. Campi di calcetto, golf, palestra, piscina, basket, tennis. Ristorante e club-house. L’iscrizione è gratuita, invece gli ex deputati pagano la modica cifra di 24 euro al mese, non mancano i festini con una di quelle ballerine di lap-dance che si esibiscono dimenandosi intorno al palo. Dulcis in fundo il corso di Pilates, un sistema di allenamento che migliora la fluidità di movimenti e il coordinamento fisico e mentale, che quando c’è da votare altroché se è importante!!.
GLI UFFICI DI MONTECITORIO
Questa storia degli uffici dei deputati è davvero curiosa. Si trovano a Palazzo Marini, tre minuti a piedi da Montecitorio. Per mantenerli, lo Stato paga circa 30 milioni di curo all’anno soltanto di affitto. Una decina di anni fa, il già grande complesso è stato addirittura ampliato, adesso è arrivato a 60mila metri quadrati. E ci credo: il. fatto è che i parlamentari non confermati non ne vogliono sapere, di mollare le stanze, dunque passano mesi prima che i nuovi eletti possano avere a disposizione lo spazio. Così succede anche a me, Poletti Roberto, onorevole di fresca nomina: «E il mio ufficio?» chiedo. «Un po’ di pazienza, adesso salta fuori». Poi scopro che l’ex titolare deve ancora liberarlo, e nessuno si può permettere di impacchettargli le scartoffie: lo farà lui, quando avrà voglia e tempo.
Gli uffici sono assegnati dai gruppi parlamentari. Ed è un litigio continuo: riunioni su riunioni, trattative estenuanti che sembra la Finanziaria, «a me ne serve uno un po’ più grande», «non datemi quello vicino ai bagni, per favore» e via dicendo. Problemi e lamentele finiscono tutte sul groppone di Giampiero Spagnoli, funzionario storico del gruppo dei Verdi e anche di quello misto, bresciano cui Roma non ha rubato l’accento né la voglia di lavorare: è lui che tranquillizza, media, propone, risolve che neanche Gianni Letta. In ogni caso, l’ufficio assegnato me lo liberano dopo l’estate, a tre mesi dall’elezione. All’inizio, mio vicino di stanza è Massimo Fundarò, ma capisco che la situazione è ancora in evoluzione. L’onorevole Arnold Cassola, infatti, non la manda giù: dice che il suo, di ufficio, proprio non va bene, pare sia troppo rumoroso, soprattutto a causa di una caldaia sistemata nei paraggi.
E insomma, Cassola si mette a far la posta agli altri, controlla le frequenze, cronometra i tempi, conclude che Fundarò il suo lo usa poco e invece per lui sarebbe perfetto. Tra l’altro Cassola è stato eletto in una circoscrizione estera, e questi hanno un po’ la fissa di essere discriminati dai deputati “indigeni”, «ma almeno a noi le preferenze ce le hanno date votando il nostro nome, mica come voi». Alla fine, più che altro per sfinimento generale, la spunta. E trasloca nell’ufficio accanto al mio.
E allora, parliamo del mio nuovo stanzone da deputato: non è niente male. E al terzo piano, stanza numero 321. Due scrivanie, due computer, fax e telefono e stampante, una televisione, un frigorifero. E poi tre armadioni, due sedie-poltroncine di quelle comode, una finestra che dà sul cortile interno. Di cancelleria ce n’è a strafottere: penne, matite, colle stick, forbici, fermagli e graffette e graffettine da graffettare il mondo, sbianchettatori, evidenziatori, persino le gomme blu, quelle per cancellare la penna (e mi chiedo: ma chi è che oggi cancella le cose scritte a penna con la gomma blu, che se non stai attento ti buca anche il foglio? Non lo fanno più nemmeno alle elementari). E poi carta, un mare di carta, fogli, buste grandi medie e piccole, bloc notes, cartelline: d’istinto, mi vengono in mente le proteste della Polizia, che più volte si è lamentata perché non ne hanno nemmeno per fotocopiare i verbali, o le mamme costrette a portare le risme di carta alla scuola del figlio. Qui, invece, siamo sommersi, alla faccia dei boschi rasi al suolo, e meno male che siamo i Verdi. Peraltro, scoprirò poi che la fornitura di cancelleria viene rinnovata ogni tre mesi: ti arrivano gli scatoloni pieni di questa roba e non sai dove metterla, perché del resto ne hai usato un decimo se va bene. E gli scatoloni con i ricambi te li spediscono a qualunque indirizzo, anche a casa. Oppure, se hai un’urgenza, vai direttamente al magazzino, nei sotterranei di Montecitorio. E fai scorta.
DEPUTATI LATITANTI
Il punto è che questi uffici non li usa nessuno. O si è in Aula, oppure in Commissione, magari in trasferta di lavoro, altre volte semplicemente a casa. Senza contare che c’è l’ufficio del gruppo parlamentare, che sbriga pratiche a richiesta. Oppure quello del partito nazionale, che volendo svolge le stesse mansioni. O l’altro del partito regionale, infine il partito cittadino. E così, la politica italiana è tutta un doppione del doppione del doppione. Risultato: ti aggiri per gli eleganti piani di Palazzo Marini, percorri i corridoi arredati con tappeti e quadri e piante, e subito sei immerso nel paradosso di un dedalo di uffici senza alcuna traccia di lavoratori. Di deputati ne vedi uno ogni tanto, e in genere perché lì ha dato appuntamento all’insegnante di lingua o deve ritirare qualche fax o magari schiacciare un pisolino. I commessi fanno capannello attorno alle scrivanie, scattano in piedi e si danno un contegno quando passa qualcuno, il più delle volte sono costretti a ripiegare sul sudoku. E non si dica che sono io, scansafatiche, a essere allergico alla onorevole scrivania gentilmente messa a disposizione dallo Stato: in questo senso, basta citare tra gli altri un ordine del giorno presentato dalla Rosa nel Pugno, che sottolinea come “ogni deputato dispone di un ufficio ubicato a Palazzo Marini, ma è praticamente impossibile il suo utilizzo durante le giornate di lavoro parlamentare, e per tali uffici, di norma scarsamente utilizzati, la Camera sostiene un costo esorbitante”. Appunto, è quello che dico anch’io. Per di più, una gentile circolare interna ha il piacere di informarmi che, “per consertirti di svolgere con il supporto di adeguati strumenti tecnologici il mandato elettivo”, lo Stato è pronto a coprire una spesa “per l’acquisto di strumentazioni e materiali informatici inerenti la dotazione di una postazione di lavoro” di 3.000 euro. In sostanza, ci regalano il computer portatile più costoso che ci sia. Poi si sussurra che qualcuno, in quella cifra, riesca a farci stare anche il lettore Dvd o la lavatrice, magari strizzando l’occhio al negoziante mentre compila la ricevuta. Ma questa è certamente un’ignobile insinuazione.
EVVIVA I PORTABORSE
Tra le “dotazioni da ufficio” a disposizione dei deputati c’è poi il collaboratore personale, meglio noto come “portaborse”, termine che non mi piace perché offensivo nei confronti di persone spesso sfruttate, pagate in nero, e magari poi sono loro che redigono i comunicati “contro il precariato” poi diffusi da coloro che si presentano come paladini dei lavoratori senza contratto. Non che io voglia fare il moralista: infatti ne assoldo uno (assumo, in questo caso, è una parola grossa), bravissimo, uno dei tanti studenti che si propongono per arrotondare. Ma mi accorgo che davvero posso farne a meno, e dopo cinque mesi interrompo il rapporto. Interrogativo: faccio bene perché smetto di uniformarmi a una prassi vergognosa, o sono uno stronzo perché lascio a casa lo studente? Non sono riuscito a rispondermi. Tra l’altro, dopo che la trasmissione Le Iene fa esplodere lo scandalo e tutti fanno gli gnorri, «chi, io? chi, lui?», e Bertinotti tuona, «questi vanno messi in regola!», ecco che subito arriva la segnalazioncina, con il solerte onorevole Evangelisti, dell’Italia dei Valori, che gira a tutti i deputati e senatori “la comunicazione indirizzatami dallo Studio Interlandi che considero in grado di proporre una consulenza professionale adeguata ad affrontare le problematiche inerenti la regolarizzazione del rapporto di lavoro tra i parlamentari ed i propri collaboratori”. Un bel grazie a Evangelisti dai parlamentari e dallo Studio Interlandi.
Dimenticavo: un altro gadget essenziale per il duro lavoro d’ufficio dell’onorevole è il timbro autoinchiostrante. Io non lo sapevo, poi un giorno vedo due deputati che scherzano, lasciano il marchio dappertutto, «guarda il mio», «ma va, io ci no messo pure capogruppo», sembrano ragazzini. Incuriosito, m’informo. Mi viene spiegato che va richiesto «giù al magazzino» e te lo fanno avere. Ora, non è che la spesa per i timbri dei deputati sia determinante per incrinare ulteriormente il malmesso bilancio statale, ma a che cosa serve? Forse per evitarci anche la fatica di firmare? Dice: ma allora tu ci hai rinunciato. Io? E perché? Chi sono, il più sfigato? E allora, vai col timbro: “On. RobertoPoletti “. E lo piazzo lì, sulla scrivania. L’avrò usato due volte.
A proposito di timbri, alla Camera c’è anche un ufficio postale, si trova vicino all’Aula. E come funzionano bene le Poste, per noi parlamentari: impiegati gentilissimi, quel cartello con scritto “gli onorevoli deputati hanno la priorità”, chissà mai che qualche dipendente si metta in testa di farci fare un minuto di fila. Ogni deputato ha la sua casella, ti mandano un avviso, “c’è posta per lei “, tu vai e ritiri. Se devi inviare a te stesso lettere o plichi o raccomandate fuori sede, francobolli e tasse varie non si pagano. E a Natale, sono gratis anche i biglietti d’auguri, con il simbolo della Camera dei deputati e un’illustrazione d’epoca: “Caro collega, abbiamo il piacere di comunicarti che per le prossime festività natalizie potrai, come di consueto, richiedere la dotazione annuale a te spettante di n. 100 biglietti medioevalis a colori e n. 100 biglietti medioevalis color seppia”. Scopro poi che nel caso non mi piacessero, ho a disposizione 800 euro da spendere entro l’anno per farmi stampare dalla tipografia interna qualunque cosa voglio.
SERVIZIO AGENDA
Mica finisce qui: per Palazzo Marini, quello dove si trovano gli uffici, c’è un servizio postale specifico. Nel senso che se per esempio devi ritirare le fondamentali “agende della Camera dei deputati” e ti tocca andare fino a Palazzo Valdina, che si trova a una distanza di metri seicento circa, basta segnalare il problema, e l’agenda la va a prendere e te la porta l’incaricato della società privata che gestisce il servizio. «Ma dai, per un’agenda?». Eh no, perché - come ci comunica la consueta circolare - “la dotazione [ma quante dotazioni abbiamo?] consiste in un’agenda da tavolo personalizzata, un’agendina semestrale in pelle personalizzata e due agendine in pelle”. Cioè, di agende ce ne danno quattro. Quattro a testa, che per 630 deputati fanno 2.520 agende. Poi uno dice che i politici hanno perso il contatto con la realtà: è che noi, con i problemi che fanno imbestialire i normali cittadini, non ci scontreremo mai più. La realtà ce la siamo dimenticata.
SEDUTE DI COMMISSIONE
La sala di Commissione è ai piani alti, per raggiungerla devi salire una scalinata monumentale. Per farla semplice, le commissioni parlamentari sono delle specie di mini parlamentini, dunque composte da rappresentanti di tutti i partiti proporzionalmente alla loro presenza in Parlamento. Le cosiddette “permanenti”, 14 in tutto, sono incaricate di discutere di un determinato argomento o esaminare i progetti di legge, per metterli a punto e poi eventualmente sottoporli al voto dell’Aula. Poi ci sono le “bicamerali”, che raggruppano esponenti di Camera e Senato, e le Commissioni d’inchiesta, che approfondiscono vicende “di pubblico interesse” e sono investite anche di poteri giudiziari, in genere invocate una volta ogni due giorni da una parte politica per dare addosso all’altra. Fine della lezioncina. Inciso: uno può anche essere membro di più Commissioni, e neanche tanto raramente succede che si riuniscano contemporaneamente, così che da qualche parte è per forza assente. Secondo e ultimo inciso: ogni presidente di Commissione ha a disposizione un altro ufficio e relativo staff, oltre a quello cui ha diritto in qualità di deputato, e il suo stipendio è maggiorato. Misteri dell’organizzazione parlamentare.
«DIAMOCI DEL LEI»
Una cosa strana delle Commissioni è che tu arrivi nella sala e chiacchieri normalmente con gli altri componenti, così, parli del più e del meno, poi a un certo punto comincia la riunione e di colpo cambia tutto, «adesso la parola al presidente Folena», e lui «grazie, caro vicesegretario», e comincia a parlare, e tutti si danno del lei. E quando siamo seduti intorno al tavolone e hai bisogno di passare un foglio a un altro deputato, non è che ti sporgi o ti alzi e glielo dai: no, chiami il commesso, lui arriva, gli consegni il documento, quello fa tre metri e lo porta all’altro. Ora, magari adesso la sto mettendo giù un po’ caricaturale, ma in effetti è davvero così: nei lavori parlamentari, la formalità burocratica viene spesso esibita nei momenti più inutili, e dimenticata quando invece potrebbe aver senso. C’è da dire che tutto questo cerimoniale nasce anche dall’esigenza di verbalizzare le riunioni, pensa che casino per il trascrittore se tutti si parlassero uno sopra l’altro. Resta il fatto che avrà anche un senso, ma la prima volta fa uno strano effetto, quasi teatrale. Pare una commedia.
«… e adesso la parola al capogruppo dei Verdi Poletti…».
E infatti scopro che sono capogruppo, pensa te. Non lo sapevo, giuro, e quasi mi sembra d’esser stato promosso, «evvài, che sono già capo».
Il fatto è che, come ho già detto, le commissioni sono parlamentini, e io sono l’unico rappresentante dei Verdi, e quindi in quanto tale sono capogruppo. “Capogruppo dei Verdi in Commissione cultura, istruzione e ricerca”: mi sono firmato così, quando ho inviato la lettera che mi ha pubblicato il Corriere, proprio vicino alla rubrica di Sergio Romano. E se fossimo stati due, i Verdi in Commissione, l’altro sarebbe stato vicecapogruppo (oppure capo lui e vicecapo io, a seconda). Perché in Parlamento ognuno è capo o vicecapo o presidente o vicepresidente di qualcosa: una commissione, un gruppo parlamentare, un’associazione. Tutti. In realtà, non conti nulla, ma questo sul biglietto da visita non si scrive.
E comunque, ripeto, io sono in “Commissione cultura, scienza e istruzione”.
Cultura.
Scienza.
E istruzione.
Argomento più importante e sentito delle mie prime riunioni: Calciopoli.
Cioè, va bene tutto, ma che cosa c’entrano la scuola e la cultura e la scienza con Calciopoli? E sono sempre piene, queste riunioni, durano ore. D’altronde, la vicenda è sulle prime pagine di tutti i giornali, c’è modo di essere citati in qualche articolo. Il nostro gruppo d’ascolto viene pomposamente chiamato “Indagine conoscitiva sulle recenti vicende relative al calcio professionistico con particolare riferimento al sistema delle regole e dei controlli”. Le audizioni si susseguono: il presidente del Coni, il rappresentante della Consob, nientepopodimeno che Francesco Saverio Borrelli, il presidente di Mediaset Confalonieri, i rappresentanti dei consumatori e quelli delle tv locali, l’onorevole Josè Luis Arnaut “in qualità di esperto del settore del calcio e dello sport in generale” (?). Ognuno chiede di sentire questo e quello, il ministro dello Sport Melandri viene a riferire. Ma davvero c’è chi pensa che le riunioni in Commissione cultura possano servire alla già strampalata inchiesta su Calciopoli? Ma poi perché discutiamo a Montecitorio di Calciopoli? Per quale motivo? E in realtà, ne parlo così solo perché a me non interessa il calcio, nel senso che chissà quante volte ho invece partecipato con più entusiasmo ad altre discussioni su argomenti che magari m’interessavano, ma ben sapendo che non avrebbero portato a nulla di concreto.
CULTURA E CALCIOPOLI
Non che le riunioni di Commissione siano sempre così. Quando i progetti di legge toccano veri interessi o questioni tecniche, allora si fanno i conti e si programma e ci si scontra e cose serie, insomma. Ma ho come l’impressione che troppe volte i nostri siano invece pseudo-approfondimenti del tutto inutili, nel senso che sono ininfluenti, e in fondo lo sappiamo anche noi, che sono ininfluenti. In questi casi, mi vien da dire che noi, per lavoro… chiacchieriamo. Nel senso che ci troviamo, parliamo e magari litighiamo su argomenti che più o meno c’interessano, e alla fine resta nulla. E non vorrei sembrare troppo sarcastico, perché si tratta anche di discussioni serie, documentate, interessanti davvero. Ci sono deputati che ci credono sinceramente, spaccano il capello in venti, presentano dossier alti così. Ma comunque, sappiamo che non avranno alcun riflesso o quasi. Come dire: sono delle gran pippe.
Compito fondamentale dei componenti di Commissione resta comunque di fornire pareri sui vari progetti di legge. Prima considerazione: a noi peones, come dobbiamo votare sulle questioni un minimo significative ce lo dice il partito, il segretario, che della cosa ha già discusso in altra sede, con gli altri pezzi grossi. Ma il nostro “parere” - favorevole o contrario - lo dobbiamo comunque motivare, e per iscritto. Lo schema è più o meno sempre lo stesso: di tuo, ci metti la frase di circostanza, “dichiaro voto favorevole” se sei nel centrosinistra, oppure ‘dichiaro voto contrario”se sei nel centrodestra. Poi c’è da corredare il tutto con riferimenti normativi e rimandi a leggi e regolamenti. E allora cosa fai? Siccome sai che il tal giorno si voterà sulla tal proposta, tu vai all’ufficio della Commissione stessa, o a quello del gruppo parlamentare, spieghi la questione e fai fare tutto a loro, che poi ti riconsegnano il plico. A quel punto, non ti resta che cambiare una virgola di qui, inserire un inciso di là, e al momento della chiamata consegni. Un po’ come i vecchi compiti in classe, con la differenza che qui è consigliabile copiare.
Riassumendo: come votare lo decide il partito, il resto se lo vedono gli uffici. A te non resta che alzare la mano e passare le carte. Datemi pure del disfattista, ma dopo un po’ non ci sono più andato.
Perché è proprio la consapevolezza della tua completa inutilità, che ti distrugge. Hai la sensazione di non poter fare nulla o quasi, sei un dito che all’occorrenza deve premere il bottone prestabilito, e se non ci sei fa lo stesso, tanto il bottone per te lo schiaccia qualcun altro. E non è che m’invento, prendete lo stimatissimo e sempre impeccabile Antonio Polito, che adesso ha mollato la poltrona in Senato ed è tornato a fare il giornalista, anche lui dice che «o sei un soldatino o passi per traditore, solo il governo fa le leggi, i parlamentari devono obbedire senza discutere».
SUL DIVANETTO CON ROMANO
Una frustrazione che aumenta col passare del tempo, e aldilà delle convinzioni politiche, comprendi le persone come Turigliatto e affini, che a un certo punto mandano al diavolo le “logiche di coalizione” e votano secondo coscienza, e succeda quello che deve succedere. Ricordo il mio primo incontro con Prodi: io fresco di elezione, lo fermo in corridoio, «Presidente, posso rubarle un minuto?».
Lui guarda l’orologio: «Va bene».
«Ci mettiamo lì?».
«Perfetto».
E ci appartiamo su un divanetto di Montecitorio.
Gli parlo del problema del cumulo dei redditi tra moglie e marito ai fini della pensione, una delle tante ingiustizie italiane, in campagna elettorale ci avevo puntato parecchio. Portavo con me una lettera di una coppia milanese che aveva deciso di separarsi, ma solo sulla carta, per riuscire a ottenere una pensione dignitosa per tutti e due. La tiro fuori e gliela leggo. Lui mi ascolta e sfodera l’espressione che l’ha reso famoso, gli occhi chiusi, le mani giunte, in realtà mi sorge il dubbio che stia per prendere sonno. Alla fine della mia appassionata esposizione, lui annuisce, e non so se avete presente la sensazione, anzi la certezza, quando sai di aver di fronte uno che non ha ascoltato una sola parola di quello che hai detto. Mi alzo, lo ringrazio e me ne vado imbarazzato, accorgendomi che nel frattempo un’altra decina di questuanti si è lì radunata ad aspettare il proprio turno. Per addormentarlo definitivamente.
LA PUNTUALITA’
La sveglia mi urla nell’orecchio. È martedì, primo giorno della settimana lavorativa di noi parlamentari. Il lunedì? Ma no, il lunedì non esiste. I non romani più coscienziosi lo usano per arrivare in città, ma la maggior parte dei deputati forestieri arriva il martedì mattina, con tanti saluti alle prime riunioni, «che cosa vuoi che sia un’assenza, mica siamo a scuola, e poi se non si va in Commissione non c’è conseguenza sullo stipendio».
Certo che Roma sa essere bellissima. I primi tempi, il tragitto dalla casa che ho preso in affitto in piazza Navona fino a Montecitorio lo faccio in scooter, tanto c’è il parcheggio della Camera vigilato 24 ore su 24 dai Carabinieri. Poi prendo le misure, e decido che a piedi è anche meglio, ci vogliono dieci minuti a dir tanto. Quando mi alzo presto, cammino fino al bar di fianco alla chiesa di San Luigi dei Francesi, in genere incontrando l’auto blu che porta Andreotti in Senato, lui è sempre il primo ad arrivare, poi bevo il caffè e mi avvio verso piazza del Parlamento. C’è caso di incontrare il leghista Cota che fa jogging nei pressi del Pantheon, magari accompagnato dal compagno di partito Capanni, alzano la mano e mi salutano trafelati, va là che Roma ladrona quasi quasi piace anche a loro, alla fine si sono ambientati più che bene. Il traffico insopportabile della Capitale comincia a rumoreggiare, e Montecitorio entra nella giornata lentamente, i deputati arrivano in ordine sparso con l’inseparabile borsa di pelle, vero status symbol. Un salto alla buvette, altro caffè e via, si comincia.
Come detto, il martedì mattina c’è la riunione di Commissione. Il primo voto in Aula è previsto per il pomeriggio, e non è raro che si tenga quando la Commissione è ancora in corso. Ma l’Aula risulta sempre quantomeno mezza piena, d’altronde in questo caso c’è la detrazione di 206 euro se non raggiungi almeno il 30 per cento delle votazioni utili, saltare la seduta sarebbe un delitto, anche se in casi estremi puoi portare la giustificazione, e vai a controllare se è vera. Entrano allora in scena i famosi “pianisti”, quelli che votano anche per gli assenti. Non mi dilungo su una questione su cui si è scritto e filmato e sputtanato più volte. All’inizio te la meni un po’, ma quando capisci che il costume è generale - a destra, a sinistra, al centro - ti adegui. Io qualche volta mi sono messo d’accordo con una collega: se non sono presente ci pensa lei, e viceversa. Una volta ho votato io per tutti quelli del mio gruppo. Ci sono anche i “votatori ufficiali” dei deputati più importanti, che non è raro siano in altre faccende affaccendati, d’altronde loro mica possono perdere tempo in Parlamento: al momento opportuno, tirano fuori le due schede e svolgono diligentemente il compito. Il numero legale, e dunque il controllo dei votanti, viene richiesto solo per le questioni particolarmente delicate, in ogni caso non così frequentemente. Oppure, quando l’Aula appare squallidamente vuota, si procede con il voto per alzata di mano, che per molti è così romantico, «ma sì, fa tanto antica Roma…». In realtà, non essendo registrato con il procedimento elettronico, è del tutto valido ma non conta ai fini della trattenuta. Cioè, se ci sei bene, se non ci sei bene lo stesso: la busta paga non ne soffre.
L’IMMAGINE PRIMA DI TUTTO
Ed è proprio quando la stampa comincia a denunciare il malcostume dei pianisti, che vengono a galla le tante assenze dei deputati. In questo senso, noi Verdi ci siamo rivelati imbattibili. E allora, ecco puntuale la circolare: “Care e cari - ci scrive Angelo Bonelli, presidente del gruppo parlamentare - come avrete avuto modo di leggere dai più importanti quotidiani nazionali, il gruppo politico dei Verdi viene posto come il meno presente alle votazioni in Aula. Questi articoli certamente non aiutano a costruire una buona immagine del ns. gruppo [eh già, quel che importa è “l’immagine”]. È evidente che ognuno di noi sa quanto partecipa alle votazioni, pertanto sono qui a richiamare con forza una maggiore presenza alle votazioni. Certo di un Vs. cortese riscontro, invio cari saluti”. Gentilmente ricambio.
Il mercoledì è di certo la giornata clou. In mattinata, si comincia ancora con la riunione di Commissione, parole parole e ancora parole. I giocatori giramondo della Nazionale parlamentari, che si allenano il martedì sera sul campo militare della Cecchignola - c’è il capitano Manlio Contento di An, il portierone rifondarolo Augusto Rocchi, l’ex pulcino del Catania Salvatore Buglio della Rosa nel Pugno (che però non è stato ricandidato, dunque c’è da rinforzare la fascia), il centrista Peretti detto Beckenbauer, il terzino sciupafemmine Simone Baldelli di Forza Italia - discutono di dribbling e schemi di gioco, e se c’è qualcuno acciaccato si trascina zoppicando fino alle attrezzate salette dei fisioterapisti, un bel massaggio e via, come nuovo, e sono così bravi, i massaggiatori, che devi prenotarti, e mica solo al mercoledì. Ma verso l’una c’è il voto in Aula. Ora di pranzo, dunque: noi deputati abbiamo una gran fame, è umano, no? Quindi, dopo aver schiacciato il feral bottone, tutti a mangiare. E dì corsa, che poi non si trova posto. La scena ricorda un po’ l’intervallo della scuola: una marea umana che si precipita verso uno dei ristoranti - c’è quello self-service, veloce e informale, e l’altro più tradizionale, con i camerieri in livrea, infine il bistrot della buvette. Gli onorevoli si affrettano, corrono, sgomitano, scorciatoiano per garantirsi il tavolo. E insomma, è la pausa pranzo, mica sarà un privilegio, questo.
MIRACOLI DEL CALCIO
Dopo aver mangiato e digerito, in genere verso le tre del pomeriggio, va in scena quel reality show che è il “question-time”, in pratica un confronto diretto fra governo e parlamentari, approfondiremo più avanti. Prosegue più o meno fino alle quattro e mezza. E comunque non c’è voto, ragion per cui l’Aula è quasi sempre semi vuota, e in quell’ora e mezza si possono sbrigare altre faccende, sempre politiche e parlamentari, per carità. Tanto l’adunata generale - con voto incorporato, questa volta - è per le cinque circa, e prosegue fino alle otto di sera. Sempre che non ci sia qualche partita di calcio: in quel caso, come per magia, alle sei e mezza anche le questioni più complicate si dipanano. Più Totti per tutti.
IN CODA AL GUARDAROBA
E si arriva al giovedì. Fin dalla mattina, si respira l’aria del fine settimana, i deputati che non sono di Roma e dintorni fanno mente locale e si mettono al telefono per prenotare il volo. Si vota dalle undici del mattino in poi, mal che vada c’è un’altra seduta dopo pranzo, verso le tre. Poi comincia il fuggi-fuggi. Vai in guardaroba - lo trovi poco prima del ristorante - ed è pieno di borse, valigie, trolley, pacchi e quant’altro, dal primo pomeriggio si forma una fila anche di un quarto d’ora. I taxi scaldano i motori, gli onorevoli che hanno prenotato lo stesso volo si raggruppano, «parti adesso anche tu? Allora mi unisco, così spendiamo meno». E poi dicono che non tagliamo le spese.
In realtà, qualcuno rimane anche il venerdì. Ma, in tutta onestà, è davvero raro. Sono pochi, in un anno, i venerdì in cui è espressamente richiesta la presenza, chessò, durante la Finanziaria (ne parleremo) o magari per un voto importante in Commissione. Ma, ripeto, sono casi eccezionali, e quando si verificano si limitano alla mattinata. D’altronde, non è che possiamo contarla tanto su: nei primi cento giorni di questa mia prima legislatura, la Camera ha tenuto 36 sedute, equivalenti secondo i calcoli dei giornali a poco più di due ore al giorno di lavoro. E considerando vacanze e feste comandate e ponti e week-end, su un intero anno di attività - dunque da aprile ad aprile - a Montecitorio si è lavorato 160 giorni, vale a dire nemmeno 5 mesi. Quattro mesi e venti giorni in un anno. Poi dice che la gente s’incazza.
Ma c’è da precisare una cosa: non è che sempre e comunque il deputato non presente in Aula o in Commissione è a grattarsi la pancia sulla spiaggia di un’isola caraibica. No, il più delle volte sta facendo attività politica, ma per il partito. Che cosa c’entra l’attività di partito con il mandato ricevuto dagli elettori? Nulla o quasi, ma tant’è. E comunque, gira per convegni e dibattiti (”.. .seguirà buffet… “), partecipa a riunioni organizzative. Oppure, c’è caso che si metta cercar tessere.
Succede per esempio questo: c’è il congresso dei Verdi, e Pecoraro Scanio punta naturalmente alla rielezione a segretario nazionale, nonostante qualcuno storca la bocca per questo fatto che lui è anche parlamentare e ministro contemporaneamente. E insomma capisco l’antifona, qui c’è da tirar su delle tessere, far iscrivere al partito gente che stia dalla sua parte. E io, che fino a qualche mese prima m’immaginavo battagliare alla Camera per risolvere problemi epocali e passare alla storia d’Italia, da fare mi do. Telefono a destra e a manca, chiamo la parente, l’amico, chiedo al vicino di casa, «ma io non ne so niente, di ambientalismo», «e chissenefrega, basta che fai la tessera e voti per i delegati giusti, e come dici? Che non sai chi sono i delegati? Ma te lo dico io, ecco qui…». Alla fine di tessere ne tiro su parecchie, missione compiuta. È vero, non è che sia il massimo. Ma per rimanere nel gruppo si è costretti a fare anche così.
«CI TROVIAMO ALLA CAMERA»
Tornando alla Camera, è aperta anche al sabato. Ma questo, ancor più degli altri, è il giorno degli ex. Gli ex deputati, quelli che tornano a respirare l’aria, magari sono anziani, non hanno più tanto da fare, e poi il richiamo del Palazzo è irresistibile. E allora vedi che li portano in macchina davanti all’entrata, poi qualche badante li scarica e li torna a prendere la sera. È così: ci sono pensionati che si ritrovano alla bocciofila, altri in Parlamento. Loro entrano, si aggirano per i saloni, vanno dal barbiere, ricordano i bei tempi andati, hanno ancora una tesserina speciale per mangiare alla buvette, e tutti i giorni. Discutono animatamente, a volte scoppiano dei litigi che finiscono a maleparole. Qualcuno ogni tanto si addormenta su un divanetto o nella sala lettura, i commessi li lasciano riposare, poi magari li svegliano con delicatezza, «onorevole…». E c’è anche quello che non riesce a trattenere i suoi problemi d’incontinenza, e i commessi ancora lì, ad assisterlo con pazienza. Sia detto con tutto il rispetto, ma sembra una casa di riposo. E non datemi dell’insensibile, non è che sia un problema dar ospitalità a persone che qui hanno lavorato, e certo molto più di quanto faccia io. Ma anche questo strano “sabato degli ex” un po’ contribuisce all’inquietante atmosfera da “basso impero” che avvolge quello che dovrebbe essere il cuore e il cervello del Paese. E che inesorabilmente sta risucchiando anche me.
Immaginate un grande, enorme, gigantesco ufficio statale. Ma anche no, anche semplicemente un enorme ufficio, di quelli che tanti italiani vivono quotidianamente. Con tutte le dinamiche che ne conseguono: lavoro chi più chi meno, ma anche amicizie, antipatie, tresche più o meno note, litigi col superiore, ripicche. E poi pettegolezzi, pettegolezzi e ancora pettegolezzi. Le malelingue, a Montecitorio, sono in servizio permanente effettivo. Com’è ovvio, de visu è tutto un sorriso e gran pacche sulle spalle. Ma dietro… Gli uomini, se giovani e appena appena intraprendenti, sono raccomandati e naturalmente omosessuali - «Poletti? Bè, certo, se la fa con Pecoraio Scanio…» - oppure inguaribili puttanieri - « Poletti con Pecoraro? Ma no, sei indietro, quello va a donnine una sera sì e l’altra pure…».
CATTIVERIE ALLE SPALLE
E le donne? Quelle più carine di Forza Italia sono prima o poi tutte indistintamente indicate come amanti di Berlusconi, e succede il contrario di ciò che si pensa, cioè che debbano lavorare il doppio delle altre per dimostrare che valgono, in questo senso chiedere informazioni alla povera Carfagna, che ancora non è riuscita a farsi perdonare cotanta avvenenza. Ma questa caccia quotidiana alla preda dell’insaziabile Silvio ha anche un aspetto paradossale, perché la signora o signorina momentaneamente indicata come accompagnatrice clandestina del Cavaliere viene improvvisamente coperta d’ogni tipo d’attenzione e galanteria dai deputati di centrodestra e non solo - «ma come stai», «e come sei bella», «posso fare qualcosa per te» -, chissà mai che non possa metterli in buona luce con il leader che tutto può.
Figuratevi poi che chiacchiericcio si porta dietro un personaggio come Wladimir Luxuria, il deputato transgender, che poi significa “non chiaramente identificabile come uomo o donna”. In ogni caso, per semplificare, ne parlerò al femminile. Luxuria fa parte con me della Commissione Cultura, è una delle più presenti e acute: studia, passa le notti ad approfondire, e forse per far vedere che non è lì solo in quanto “personaggio scomodo” interviene sempre e comunque, anche troppo. Gli uomini la studiano incuriositi, le donne la odiano e la criticano per principio, soprattutto quando si tratta di vestiti, «ma come si veste quella lì? Ma secondo te gioca a rugby?». E poi è molto abile con i giornalisti, sa come “usarli” e per questo è spesso sui giornali, cosa che aumenta l’antipatia nei suoi confronti. Un giorno prendo un caffè con lei, tutti ci vedono ridere e scherzare, poi vado in Aula. Arriva un commesso con una busta: me la manda un sempre severissimo esponente dell’Udc, uno che in ogni occasione si atteggia a baciapile bigottone. Leggo il biglietto: “Ma Luxuria ce l’ha ancora o se l’è tagliato?”. Alzo lo sguardo, lo rivolgo verso di lui. E vedo che se la ride, facendo gesti come adire “tu lo sai, vero?”. Neanche alle elementari.
LA LOBBY DELLA NUTELLA
Ma passiamo a un altro “passatempo istituzionale” che molto impegna e diverte gli onorevoli: sono i “gruppi di pressione”, le “lobby”, per dirla all’americana. Trattasi di drappelli di deputati uniti da un comune interesse, che raggruppandosi anche al di là degli steccati di schieramento intendono far fronte comune ed eventualmente incidere su decisioni legislative che riguardano l’argomento in questione. Intendiamoci, spesso si occupano di situazioni davvero importanti, non so, l’amicizia per Israele oppure i diritti dei bambini o ancora quelli degli animali, e ho scelto a caso. Ma non può non strappare un sorriso leggere che l’onorevole leghista Grimoldi, per rispondere a uno dei tanti aumenti fiscali paventati dal governo Prodi - in questo caso, l’innalzamento dell’Iva sulla cioccolata -, si sta sbattendo non poco per “costituire l’Intergruppo per la difesa della Nutella”, sottolineando che “la Nutella è simbolo di intere generazioni, chi non è cresciuto “a pane e Nutella?”. E Grimoldi invita a considerare il fatto che “la nostra amata crema di nocciole ha una capacità di penetrazione nelle famiglie italiane pari al 100%, mentre altri generi spalmabili soltanto del 50%”. Se da una parte la Ferrero ringrazia, dall’altra si aspetta la replica del formaggino Mio.
VIVA LE BOCCE
E dunque, vai col gruppo: la mastelliana Sandra Cioffi auspica la costituzione dell’intergruppo “Amiche e amici del mare”? Le risponde Maria Ida Germontani, di An, con l’intergruppo “Amiche e amici dei laghi e dei fiumi”. L’ulivista ora Partito Democratico Massimo Vannucci segnala che già una cinquantina di onorevoli, che coprono tutto l’arco parlamentare, aderiscono al gruppo “Amici del termalismo”, e non state ad ascoltare chi insinua che la ragione sociale sia anche di ottenere qualche sconto per ritemprarsi a forza di fanghi. Naturalmente si sprecano gli onorevoli club calcistici sul genere “Viva la Juve e l’Inter e il Milan e la Roma e anche il Napoli”, non mi dilungo perché di calcio non m’intendo. E poi gli intellettualissimi “Amici dei veicoli di interessi storico”, vale a dire le auto d’epoca, capitanati dal senatore Filippo Berselli (e infatti vuole essere un “intergruppo parlamentare”), e i mai fuori moda “Amici della filatelia”, organizzatore Carlo Giovanardi, e per restare su un livello alto c’è l’onorevole Pedrini che vuole “incentivare il turismo e la crescita economica tramite lo sviluppo del gioco del golf”, controbilanciato dai più tradizionali “Amici della bicicletta”, di cui m’informa l’ulivista emiliana Carmen Motta. Chiudo il discorso con una nota d’altri tempi, quasi romantica, segnalando l’iniziativa dell’azzurro Paolo Russo, che con passione rilancia il gruppo parlamentare “Amici delle bocce”. Nel senso dello sport, naturalmente.
DEGUSTAZIONI? SÌ, GRAZIE
Appuntamenti molto apprezzati da noi deputati sono poi le degustazioni di prodotti tipici: arrivano i rappresentanti di questa o quella regione, invitati dagli onorevoli dati provenienti, e servono - in genere al ristorante di Montecitorio – i piatti e i vini della zona. Sono sempre affollate, le degustazioni, e la scena si ripete pressoché uguale: ci sono queste persone, spesso si tratta di gente di paese che del Parlamento ha coltivato un’immagine quasi mitica. E si trovano lì, spaesati, ad osservare un’orda di affamati che si getta a peso morto su salame o tortellini o Franciacorta, e poi magari c’è qualcuno che si avvicina al bancone, «che delizia questo vino, ma non ne ho avuto nemmeno una bottiglia», e loro con espressione paziente ad allungargli - anzi, ad allungarci - la bottiglia. Scene mica tanto diverse da quelle che vedevo durante le mie trasmissioni, quando invitavo il pubblico ad assaggiare le ricette offerte dal paesino di turno. Ma sì dai, che gli italiani sono così, quando si mangia va sempre bene, e non si vede perché noi deputati dovremmo essere l’eccezione. D’altronde che cosa vi aspettate, che tutti si corra per esempio alla “Prima manifestazione d’indipendenza dalla lingua inglese”, organizzata dall’associazione “Esperanto” cui è stata concessa per l’occasione la sala stampa della Camera, “intervengono tra gli altri il deputato europeo Alfredo Antoniozzi e l’onorevole Bruno Mellano”. No, meglio la bresaola.
MA QUALI NOTTI ROMANE
E poi ci sono le notti, le “notti romane”, con le terrazze e i salotti e le foto su Dagospia, il famoso sito internet di gossip. Ora, non vorrei sbriciolare un mito, ma le “notti romane” sono una gran noia. Certo che le feste ci sono, per noi Verdi il punto di riferimento è l’avvocato Paola Balducci. Lei è una bella signora molto gentile e ospitale, ha una splendida casa in zona Botteghe Oscure, la sua terrazza è leggendaria. Mi viene in mente uno di questi ritrovi, l’allenatore personale della Balducci le aveva suggerito di puntare sulla carne anche per questioni di dieta, e allora era tutta una griglia e bistecche grandi così, all’americana, e infatti se non ricordo male c’erano piatti guarniti con bandierina a stelle e strisce, ma lì non e’era da protestare contro nessuna base militare yankee, né i vegetariani avrebbero avuto da dire. In genere, però, i party più chic sono riservati ai pezzi grossi - della politica, della finanza, dello spettacolo -, gli onorevoli di bassa lega se riescono s’intrufolano, poi si mettono nell’angolo e allargano le narici per annusare il profumo del potere.
Il più delle volte, invece, noi peones ci si organizza per passare serate al limite della tristezza. I Verdi escono coi Verdi, magari andiamo alla Locanda del Pellegrino, e poi leghisti con leghisti, quelli di An con altri di An. O anche i gruppi territoriali, lombardi con lombardi, napoletani con napoletani e così via.
LATIN LOVER A PAGAMENTO
Si va nel solito ristorante dove ti trattano coi guanti - «buonasera onorevole, cosa le porto onorevole». E si cerca di coinvolgere un ministro o al limite un sottosegretario - tanto nel governo Prodi sono cento e più, qualcuno si trova -, perché arrivare al locale con l’auto blu fa tutta un’altra scena, senza contare che si risparmiano i soldi del taxi. Si finisce quasi sempre a spettegolare su tizio e caio, col risultato che il giorno dopo, saputo che quello che fa l’amico in realtà sparla di te a più non posso, cerchi di ostacolarlo in ogni sua iniziativa politica, così, per antipatia personale. Ed è vero, a fine serata c’è anche chi si rifugia dall’amante più o meno giovane, o raccatta un po’ d’amore a pagamento, al limite si svena e investe su una bellissima “escort” contattata via Internet, salvo poi sbandierare conquiste e performance improbabili manco fosse Mastroianni. Ma le orge in stile rockstar o i festini con le più disinibite vallette del momento, bè, scusate la delusione, ma per quel che mi riguarda sono più che altro letteratura d’accatto.
In pornostar e dintorni, in effetti, una volta mi sono imbattuto. Mi telefona il capo ufficio stampa del partito, Giovanni Nani, e si lamenta, «Poletti, basta con questi scherzi», io casco dalle nuvole, «ma quali scherzi?». E lui seccato mi dice che insomma, c’è il manager di questa pornostar, Federica Zarri nota anche come Diana Buson, che lo perseguita perché lei dice di voler entrare nei Verdi, e siccome è lombarda credeva c’entrassi io. Si apre così un gioioso dibattito, pornostar sì pornostar no, con il nostro Camillo Piazza, appassionato di balli sudamericani e che già aveva organizzato una manifestazione con diverse attrici hard per salvare il Ticino dall’inquinamento, a sostenere l’ingresso di Federica nel partito, «perché, che male ci sarebbe?». Ma la discussione s’interrompe bruscamente: veniamo infatti a sapere dai giornali che la Zarri ha cambiato idea, intende aprire un Circolo della libertà. La volgar battuta nasce spontanea: cazzi loro. E giù risatacce.
LE RIUNIONI
Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli sms: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, “presenziare alla tal riunione”, “voto in Aula sulla tal questione”, ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti. E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare. In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso. A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo. A tutti gli altri non re -sta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la “disciplina di coalizione” t’impedirà di ragionare con la tua, di testa.
L’INCONTRO CON PADOA-SCHIOPPA
In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa-Schioppa, l’algido e sempre elegante ministrone dell’Economia. Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece – ma questa è un’opinione del tutto personale - con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare. Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone Rai gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale ma secondo me simbolico, e comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «vuole parlare col ministro? può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del ministro è piena, non ha tempo. Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone Rai è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo.
PASSATEMPI TRA UN VOTO E L’ALTRO
La Finanziaria, dicevo. È un caos totale, il Palazzo impazzisce. I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «voti tu per me?poi ti copro io», la sigaretta è pressoché libera. Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi. Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un “dispetto”, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza. Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti. Anzi, l’emendamento te lo portano direttamente loro, già bell’e scritto, «allora, cosa dici lo presenti tu?», magari trovi la questione effettivamente interessante ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega, «tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli…» . E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo. Ho rifiutato.
E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi, ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il ministro Bersani finito a grida e minacce, «io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al governo una “raccomandazione” su un determinato problema, che non vuol dire nulla ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza.
ANDATA E RITORNO
Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il falcone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota. Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto “bicameralismo perfetto” : non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria? Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica. E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione.
IO VADO CON MUSSI
Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone. In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa. Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati. Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico, ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle, comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi. Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i Ds soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica. Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli, e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi, e insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così - mi dice in sostanza Pecoraro -, aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto». Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato, questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «è solo un’adesione tecnica», e mi aspetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che Fi ai Verdi se possono gli sparano, comunque sono offerte che non m’interessano. E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big. E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei Ds, questi neanche mi parlano ma mi inviano delle e-mail che cominciano con “Caro compagno”, e la mia “adesione tecnica” mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” [nella lettera è così, tra virgolette] al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo. È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee.
LA LEGGE-MANCIA
E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata “legge mancia”, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio. Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione, “una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede”, e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla onlus “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specialità nell’ippoterapia con i disabili, serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.
IL RAPPORTO CON I GIORNALISTI
E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli “seri” perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della “scura Maria”, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo che passeggia a braccetto con il segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante. In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il ministro viene in Commissione a spiegarcelo. Con noi ad annuire come somarelli.
Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte ce le inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito. In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, le proposte che sappiamo non avranno mai seguitola dichiarazione che serve per far vedere al “mondo esterno” che esistiamo.
INTERROGAZIONI A COMANDO
Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto. Questa è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia Ansa. Un record. Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il sottosegretario, infine il ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà.
Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette
“interrogazioni a comando”. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti
chiama, «perché non sollevi il caso?». Tu prepari l’interrogazione e la
presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale
può esultare: “I lcaso X arriva in Parlamento”. E anche i tuoi elettori sono
contenti.
Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i
giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto
che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di “controllare come
viene trattato il detenuto”. E in realtà, una volta usciti, passano al cronista
di riferimento le informazioni necessarie all’articolo - l’omicida pare sereno
oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa
ginnastica e via dicendo.
OCCHIO ALLE INTERCETTAZIONI
In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un “Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico”. Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di ogni.
E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio.
«Ciao Polettì, senti, hai poi parlato con quello
per quell’altra cosa là?».
«Eh? Chi? Quale cosa?».
«Ma sì dai, la questione quella lì… Hai capito?».
«No, guarda…».
«La cena, la cena con coso…».
«Ma quale cena? E con chi?».
«Ma tu non sei Poletti?».
«Sì, certo che sono io».
«Ma che telefono è questo?».
«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».
«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».
«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che me lo ricordo».
«E non viene anche quello di quell’altro partito?».
«Sìì, viene anche lui, e allora?».
«Bé, sai, al telefono…».
«Ma che problema c’è?».
«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare coperti, no?».
PANTOMIMA CONTRO I PRIVILEGI
Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode. Ma la cosa più divertente - o disarmante - è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio di cui non sapevamo l’esistenza. E allora ci si informa - «ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?» - per poi usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale.
È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la “politica politicante” a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui “cento parlamentari da salvare”, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «ma sì, dai, è uno scherzo».
Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile. Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento - e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare, sul genere “visto chi vi siete portati in casa?” - quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove parlando di clandestini provocatoriamente mi definivo “razzista” e chiedevo senza giri di parole di “sbattere fuori questi maledetti”. Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani… Non per discolparmi - e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su - ma sono figuracce in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla ” strumentalizzazione di parte”.
TUTTI IN POSA, C’È LA TIVÙ
E passiamo la tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle Iene, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli. Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a “Porta a porta”, che loro in effetti qualcosa hanno - avrebbero - da dire, comunicare, spiegare, litigare. Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al segretario durante un’intervista al tg, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa. Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano.
Un altro show va in onda durante il cosiddetto “question time”. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo - ministri o quant’altro - rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate. Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino.
In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del “question time”, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no.
Tempi duri per Carlo Monai, il deputato dell'Idv che ha raccontato all'Espresso gli infiniti privilegi di cui possono godere consiglieri regionali e deputati. Durante un dibattito in Aula, come racconta ancora “L’Espresso”, è stato infatti contestato e insultato da mezzo emiciclo, da maggioranza (Pdl e Lega Nord) ed opposizione, Pd in testa. Insomma, è scattata la caccia al traditore. Nessuno gli ha contestato l'intervista nel merito (i lavori parlamentari che chiudono il giovedì, le indennità di ogni tipo, gli sconti possibili su auto, mutui, ingressi a teatri, il posto fisso allo stadio, i benefit di ogni tipo e forma, il ristorante dove la bistecca di manzo costa poco più di due euro), ma tutti hanno difeso il lavoro che si fa a Montecitorio. E anche quello che si fa nei week-end fuori dall'Aula: «Noi cerchiamo di capire» ha detto Donata Lenzi del Pd citando, forse involontariamente, una nota sequenza di Ecce Bombo di Moretti «ci prepariamo, incontriamo gente, studiamo...».
La Lenzi è quella che l'ha attaccato per primo. Rivolgendosi ai colleghi, s'è detta colpita da «ciò che sta uscendo sui giornali, le riviste, i siti, e-mail» sul tema della Casta. «Alla campagna già in corso si è aggiunta in questi ultimi due giorni la testimonianza di un nullafacente (allusione a Monai) purtroppo autodenunciatosi nostro collega, il quale però ha ritenuto opportuno allargare questa sua autodefinizione a tutti i 630 componenti di quest'Aula. Non entro nel merito circa l'opportunità, che mi vede assolutamente convinta, di partecipare anche noi, attraverso la riduzione delle nostre indennità, all'attuale situazione di difficoltà... Non entro nel merito dell'elenco delle varie opportunità, molte a me assolutamente sconosciute su acquisto di automobili, entrate gratis in teatro, altri vantaggi del genere di cui la gran parte di noi non solo non sa nulla ma si è ben guardata di andare anche ad informarsi. Chi è in un partito strutturato, vero, radicato sul territorio, il sabato e la domenica è alle iniziative pubbliche, a riunioni di partito, a fare volantinaggio oppure studia, si prepara, cerca di capire, si organizza, incontra gente, incontra rappresentanti della società civile, degli interessi...».
Dopo l'intervento della Lenzi, prende la parola Giuliano Cazzola, del Pdl, che protesta perché su Mediaset una trasmissione seguiva con una telecamera nascosta i parlamentari. «Non si può fare informazione in questo modo, siamo persone che lavorano tutto sommato tutto il giorno, e che magari saltano anche il pranzo. Non possiamo essere presentati come sanguisughe se alla cera ceniamo.
Poi è la volta di Monai, che difende la sua posizione di testimone. «C'è uno scarto tra quello che è il nostro impegno e quello che guadagniamo». Fischi, buu della platea.
Interviene subito dopo Luca Rodolfo Paolini della Lega Nord, che chiede al presidente della Camera di far tutelare meglio l'onore dei deputati. «Anche a costo di spendere qualche cosa, in modo da informare correttamente i cittadini». In altre parole, Paolini propone che il palazzo spenda dei soldi (pubblici) per difendere le spese del Palazzo.
Subito dopo Giovanni Bachelet del Pd se la prende con le statistiche Openpolis («non è un buon indicatore dell'attività parlamentare, non considera l'attività delle Commissioni»), mentre Fabio Garagnani del Pdl attacca Fini, che secondo lui dovrebbe avere «molto più coraggio nel difendere le prerogative dei parlamentari, di chi lavora, del loro operato».
Certo è che per vagliare l’utilità dei nostri parlamentari basterebbe verificare quanta attenzione mostrano alle segnalazioni che arrivano dai cittadini, se non addirittura dai loro elettori: zero!! Non solo non risolvono il problema, specie se ad esserne causa è lo spauracchio della Casta dei Magistrati (chi li tocca muore, alla faccia della mafiosità), ma addirittura i Parlamentari e/o i loro portaborse non si degnano di riscontro, né di risposta.
Sulla Casta delle Regioni è ancora “L’Espresso” a fare le pulci. Una vale le altre. Si parla della Lombardia, ma è come se si parlasse delle altre 20, comprese le province di Trento e Bolzano. Stipendio che sfiora i 10 mila euro al mese, e senza neppure la scomodità di doversi pagare un albergo a Roma come i Parlamentari. Calcolo delle presenze "elastico", parcheggi e biglietti gratis, iPad omaggio e persino un palco riservato a teatro. E' la vita dei consiglieri regionali, non molto diversa da quella dei deputati e dei senatori. Certo, in busta paga ci sono un paio di migliaia di euro in meno, ma con il fatto che si risparmia i pernottamenti nella capitale, il netto finisce per essere simile. A condurre L'Espresso tra i privilegi della "castina" delle Regioni è Gabriele Sola, consigliere della Lombardia per l'Italia dei Valori, da sempre impegnato sul fronte della riduzione dei costi della politica. E la Lombardia non è certo il consiglio più spendaccione (anzi, in rapporto agli abitanti è tra i più sobri), specie a confronto con casi disperati come la Sicilia.
Proprio su proposta di Sola e del consigliere Cavalli (ex Idv, ora Sel) è stata di recente approvata una mozione per la riduzione dei privilegi dei politici del Pirellone. «Adesso c'è stato un leggero taglio a stipendi e benefit, ma comunque la retribuzione rimane su livelli importanti, tra gli 8.500 e i 9.500 euro al mese», spiega Sola mostrando la sua ultima busta paga. «Abbiamo inoltre tutta una serie di privilegi per il nostro ruolo».
Partiamo quindi dallo stipendio, calcolato attraverso una serie di parametri non proprio intuitivi. I consiglieri hanno diritto a un'indennità e a una diaria collegata al numero di presenze in assemblea e in commissione: per ogni assenza, viene scalato un gettone di circa 140 euro. Ma è proprio sul calcolo di queste presenze che si generano le prime storture. «C'è un registro delle presenze compilato dai commessi, e il consigliere deve firmarlo presentandosi in aula entro 15 minuti dall'inizio della seduta», spiega Sola. «Il problema è che, una volta firmato, volendo si può anche lasciare l'aula».
Lo stesso presidente Formigoni risulta uno dei beneficiari di questo sistema. «Quest'anno, essendo i 150 anni dell'Unità d'Italia, all'inizio delle sedute suona l'inno nazionale», dice Sola «E Formigoni lo vediamo quasi solo in questi minuti iniziali». Insomma, prende i soldi e scappa.
Va però segnalato che in Lombardia, a differenza di altri casi, la partecipazione a un convegno non può essere avanzata come giustificazione per l'assenza in aula. «Non ci sono assenze giustificate, per malattia o per altro», dice Sola. «Solo le missioni istituzionali possono valere in questo senso, ma è difficile che un consigliere possa accedervi». Un'eccezione la fanno quelle che Sola chiama le "gite di gruppo", ovvero missioni istituzionali a cui sono invitati tutti i consiglieri e che si rivelano un'enorme spesa per il bilancio pubblico. Di recente la Regione Lombardia ha invitato assessori e consiglieri all'inaugurazione degli uffici a Bruxelles: una due giorni di viaggio che «di certo non era low cost», spiega Sola. Le proteste dei partiti di opposizione ha poi ridimensionato la "gita di classe", a cui hanno partecipato solo alcuni rappresentanti e non l'intero consiglio.
Oltre all'indennità calcolata sulle presenze effettive, lo stipendio dei consiglieri prevede anche un rimborso variabile in base alla distanza degli uffici dalla propria residenza: in questo modo un consigliere di Sondrio riceve un compenso superiore a uno di Milano. L'importo di questo rimborso può arrivare fino a un massimo di circa 1.900 euro al mese. Su tutto il fronte trasporti comunque i consiglieri lombardi non possono lamentarsi. Innanzitutto hanno diritto a una tessera per l'auto che permette di accedere a tre privilegi non da poco nella città della Madunina: possibilità di parcheggiare in tutta Milano, diritto ad utilizzare le corsie riservate a taxi e autobus e accesso illimitato alla Ztl. Per chi alle ruote preferisce i binari, c'è invece la tessera de Le Nord, il servizio ferroviario locale compartecipato dalla Regione, che permette di andare su tutti i treni della società. Ma il capitolo viaggi si arricchisce anche della possibilità di volare gratis, con un tetto massimo di 11 voli l'anno calcolati sulla tratta Roma-Milano e «da giustificare per esigenze di servizio». Se si è invece alla ricerca delle famigerate auto blu, bisogna salire di un livello e andare all'Ufficio di Presidenza, i cui componenti percepiscono una cifra intorno ai 30 mila euro l'anno se rinunciano a questi veicoli.
«In pratica a fine mandato», chiosa Sola «con tutti i soldi messi da parte possono aprirla loro una concessionaria di auto blu».
I benefit si estendono anche ai gadget tecnologici. Appena entrati in carica ai consiglieri viene infatti chiesto se preferiscono un computer fisso in ufficio o uno portatile per svolgere il proprio lavoro, ed è inoltre possibile richiedere un cellulare regionale (pare vada molto di moda il BlackBerry), con delle tariffe agevolate fornite grazie a delle convenzioni stipulate con gli operatori. Con l'arrivo dei tablet è poi scattata la possibilità di ottenere gratuitamente un iPad. Tra le altre voci dei privilegi vale la pena segnalare la possibilità di accedere al teatro La Scala, visto che due palchi sono riservati proprio alla Regione e ai suoi rappresentanti: una domanda al capogruppo e la segreteria fornisce i biglietti, anche per un accompagnatore.
Il paradosso viene da quanto denuncia “Libero-news” sui benefits della regione Sicilia. La Regione che più di tutte rappresenta “il papponismo”.
Metti che il cittadino finalmente si ribelli e decida di aspettarli fuori dal parlamento per lanciare monetine. Metti che la folla esasperata si munisca di torce e forconi e tenti di scannarli come capretti sulla pubblica piazza. I signori onorevoli saranno anche pronti ad affrontare le offese verbali, ma nella prospettiva di un rischio fisico bisogna pur tutelarsi. E infatti si sono fatti l’assicurazione sul linciaggio.
Dal 13 luglio 2011 - giorno dell’approvazione da parte del Consiglio di presidenza - i componenti dell’Assemblea regionale siciliana (Ars), cioè il parlamento isolano guidato da Raffaele Lombardo, beneficiano di una convenzione stipulata dal Fondo assistenza e solidarietà regionale con la Cassa di assistenza sociale e sanitaria Caspie. Come spiegava ieri su Italia Oggi Antonio Calitri, alla modica cifra di 1.485 euro i parlamentari potranno contrarre una polizza di assistenza sanitaria integrativa, che nemmeno si pagheranno per intero: metà sarà a carico loro, metà la finanzieranno gentilmente le tasche della Regione.
Fin qui sembrerebbe il solito benefit da nababbi tipico degli onorevoli siculi. E in effetti le facilitazioni sono cospicue: rimborsi fino a 250mila euro per le prestazioni sanitarie o addirittura 500mila euro in caso di interventi particolari. Roba che un fesso qualsiasi come il sottoscritto se la sogna. C’è perfino la possibilità di estendere la polizza ai familiari al costo di 1.190 euro cadauno (o 850 se sono più di tre). Ma l’idea veramente geniale è quella di includere alla voce «casi particolari di infortunio» anche l’ipotesi di assalto da parte degli elettori imbestialiti. Facciamo un esempio. L’onorevole viene bersagliato da una pioggia di euro tipo Hotel Raphael? Niente paura, è assicurato contro «tumulti, atti violenti e aggressioni». Sappia dunque Antonio Di Pietro - il quale poco tempo fa ha dichiarato che presto gli italiani esasperati torneranno a lanciare monete - che così facendo si rischia di arricchire la casta. I componenti dell’Ars non hanno tutti i torti. Con l’astio popolare che sta montando contro i politici, bisogna pararsi le chiappe. E stare pronti alla pugna. Anche perché l’assicurazione regionale copre pure le «lesioni sofferte per legittima difesa, stato di necessità o dovere di solidarietà umana». Se un commando di lettori del Fatto ti aggredisce fuori dal parlamento, tu li prendi a sberle e mentre meni ti lesioni una mano, la Regione te la ripaga nuova, così sei pronto a pigiare di nuovo il bottoncino della votazione in aula. Ma prendiamo che i lettori del Fatto stiano bastonando un tuo onorevole collega, tu che fai? Fossi matto, risponde il siculo scaltro, me la do a gambe. Invece no: puoi tranquillamente giungere in suo soccorso munito di bastone, poiché senza ombra di dubbio sarebbe un caso di «solidarietà umana».
Oddio, e se il deputato Turi si mangia un chilo e mezzo d’impepata di cozze e poi si sente male, che devo fare? Le mangio anche io e a quelli della lavanda gastrica dico che mi sono ingozzato per solidarietà umana? Beh, in effetti il cavillo regge...
La copertura assicurativa per gli «infortuni che si verifichino nell’esercizio delle funzioni istituzionali», tuttavia, è ancora più estesa. I politici non sono al sicuro solo dagli attacchi di sparuti facinorosi, ma pure dai tumulti di ampie dimensioni. La polizza paga anche in caso di «rischio insurrezione». Casomai ai siciliani vessati dalle inefficienze della loro amministrazione venga in mente di organizzare nuovi Vespri o di armarsi per far piazza pulita dei governanti, questi ultimi saranno ripagati del danno. Attenzione però, perché il cittadino è subdolo. Egli, spinto dall’ira funesta contro il politicante sprecone, potrebbe anche decidere di avvelenarlo mentre si reca al bar a sorbire il cappuccino. Infatti l’atroce «avvelenamento» è coperto dall’assicurazione.
Immaginiamo che siano terribilmente crudeli questi siciliani, poiché anche «asfissia e soffocamento» sono ripagati. Sai, in caso l’indignato di turno assalga il deputato e tenti di strangolarlo. C’è pure un rimborso per le «infezioni conseguenti da morsi»: nelle notti di pleniluio i siculi mannari in piena crisi d’antipolitica s’aggirano per le strade in cerca di Lombardo, per affondargli i denti nei garretti.
Ah, è previsto anche un rimborso in caso di «annegamento». Infatti il pericolo di affogare nel ridicolo è ai massimi livelli.
Francesco Cascio, infatti, il Presidente dell’assemblea, sta cercando, almeno a parole, di mettere un freno ai costi e nel suo discorso di insediamento ha sottolineato come ‘i giovani ci stanno a guardare, rammentiamocelo‘. Purtroppo, però, quest’opera di moralizzazione, almeno per ora, non si è concretizzata nei fatti.
Un esempio su tutti: Cascio ha provveduto all’eliminazione dei 6.400 euro che spettavano agli ex deputati per ‘l’aggiornamento politico e culturale‘. Ma, appunto, solo per gli ex deputati. Chi non è ancora andato in pensione e ha ‘assoluta necessità’ dell’imperdibile aggiornamento, potrà ancora contare su questo sostanzioso sussidio. Sussidio che va ad aggiungersi ai 18.000 euro netti di stipendio al mese e alle indennità che fioriscono per incarichi di presidenti, vicepresidenti, questori, segretari, e chi più ne ha più ne metta.
Se a questo si aggiunge che il lavoro di tutti questi deputati e incaricati non è certo massacrante, la beffa è servita. Nel 2010, infatti, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato solo 23 leggi. Nel 2009, addirittura, erano state soltanto 12. Tanti deputati per nulla. Basti pensare ad un ultimo dato. La Lombardia, che ha il doppio di abitanti della Sicilia, vanta 112 dirigenti. La Sicilia 3000. Insomma, l’opera di moralizzazione sarà molto dura.
ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI
RISULTATO: LETTERA MORTA
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SIG.
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI
E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA
Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.
Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996
Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;
autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;
ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;
da 11 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.
PREMESSO CHE
il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;
il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;
il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;
il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;
l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;
il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;
il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:
Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;
Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);
Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);
Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);
Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);
Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);
Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);
Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;
Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);
Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.
RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.
DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?!
Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.
Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.
Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.
Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.
Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.
Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.
Dr Antonio Giangrande
RICORSO ALLE ISTITUZIONI CONTRO GLI INSABBIAMENTI
Egregio sig. Presidente della Repubblica,
egregi sig. Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro della Giustizia,
a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti Umani ha aperto un procedimento, n. 11850/07, GIANGRANDE contro ITALIA, per l’insabbiamento di 15.520 (quindicimilacinquecentoventi) denunce penali e ricorsi amministrativi.
La maggior parte di questi insabbiamenti è avvenuta presso le Procure della Repubblica di tutta Italia.
L’istante, sottoscritto dr Antonio Giangrande, è presidente della "Associazione contro tutte le Mafie", ONLUS, iscritta presso la Prefettura di Taranto nell’elenco delle associazioni antiracket ed antiusura, inserita nel Comitato Provinciale di Solidarietà per le vittime dell’usura e del racket, partecipante al Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Tenuta in debita considerazione dalle più alte Istituzioni nazionali ed europee, così come da centinaia di cittadini italiani, che ad essa si rivolgono.
Si rileva, non solo l’immenso numero di procedimenti fondati e provati, a cui nulla è conseguito, pur con obbligo di legge, ma, addirittura, spesso e volentieri, colui il quale si era investito della competenza a decidere sulla denuncia penale, era lo stesso soggetto ivi denunciato o esposto. Da qui scaturiva naturale richiesta di archiviazione, prontamente accolta, ancorché non comunicata per impedirne l’opposizione.
Ogni tentativo di coinvolgere le istituzioni italiane preposte ha conseguito ulteriore insabbiamento.
L’ufficio per gli affari giuridici della Presidenza della Repubblica, 197/06, il 28/06/2006, pur essendo il Presidente della Repubblica anche presidente del CSM, comunica che ha richiesto notizie al CSM. Da allora tutto lettera morta.
Il CSM, organo di controllo dei Magistrati, più volte interpellato, comunica che non può censurare i comportamenti dei magistrati, lasciando questi, di fatto, liberi di adottare i comportamenti ritenuti, dai loro interessi, più opportuni, senza timore di istanze di censure o di atti impugnativi, il cui esito si palesa scontato.
Il Gabinetto del Ministero della Giustizia, 201/4244, il 25/01/2006, riferisce che è ancora in corso l’ordinaria istruttoria per gli esposti precedenti. Da allora sembra che, da anni, l’istruttoria sia ancora aperta, senza soluzione di continuità.
Tutti i Parlamentari, interpellati, hanno pensato bene di dare nessun riscontro, meritando la nomea di essere lontani dagli interessi e dalle aspettative del cittadino.
Tutto ciò è allucinante se si rapporta il numero degli insabbiamenti su indicato a quello dei professionisti esercenti, delegati dai cittadini alla tutela dei diritti, ed alla consistenza delle innumerevoli problematiche sociali, che pur sottaciute ed impunite, sono ben esistenti.
In conclusione chiedo a voi:
cosa c’è di onorevole per le Istituzioni Italiane nell’insabbiare ogni tentativo di tutela dei diritti del cittadino, sol perché lede gli interessi dei poteri forti ?!
cosa c’è di lodevole per le Istituzioni Italiane nell’impedire in tutti i modi al sottoscritto di continuare nella sua opera in difesa degli indifesi, nello screditarlo nella sua reputazione e nel condannarlo alla disoccupazione e all’indigenza con tutta la sua famiglia, fino ad impedirgli da 9 anni l’esercizio della professione forense, ed ogni altra occupazione, e la fruizione associativa ONLUS del 5 x 1000, pur avendone tutti i requisiti. La regolare istanza di iscrizione all’elenco dei fruitori ONLUS è avvenuta con prot. 07032440283602153.
Con ossequi
Dr Antonio Giangrande Presidente “Associazione contro tutte le Mafie”
RICORSO MINISTERIALE CONTRO GLI INSABBIAMENTI
Illustre Presidente del Consiglio dei Ministri,
Illustre Ministro della Giustizia,
tenga conto che
il Dott. Antonio Giangrande, da Presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto, con sede in Avetrana (TA), alla via Piave, 127, e da Presidente di Taranto dell’Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati, dal 10 aprile 2001 ad oggi, ha interpellato il Ministero della Giustizia per ben 29 volte, chiedendo la verifica dell’operato degli Uffici Giudiziari di Taranto, Potenza e Bari circa gli insabbiamenti delle denunce presentate.
Per posta: il 10/04/2001, il 23/04/2002, il 27/05/2002, il 26/09/2003, il 22/04/2004.
Per fax: il 26/09/2002, il 23/10/2002, il 09/02/2003, il 28/07/2003, il 06/11/2003, il 22/01/2004, il 05/04/2004, il 04/06/2004, il 31/07/2004, il 02/08/2004, il 15/01/2005, il 4-8/02/2005, il 11/02/2005, il 16/05/2005, il 09/01/2006, il 01/02/2006, il 18/05/2006, il 15/06/2006, il 22/06/2006, il 10/08/2006; il 07/09/2006.
Per E-mail il 23/10/2002, il 31/01/2005, il 23/08/2005, il 18/05/2006.
Altresì, tenga conto che
il Dott. Antonio Giangrande, Presidente Nazionale dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto, con sede in Avetrana (TA), alla via Piave, 127, dal 2 agosto 2004 ad oggi, ha interpellato il Ministero della Funzione Pubblica per ben 8 volte, chiedendo la verifica dell’operato degli Uffici Ministeriali interpellati circa gli insabbiamenti dei ricorsi presentati.
Per posta: il 24/02/2005.
Per fax: il 02/08/2004, il 24/02/2005, il 16/05/2005.
Per E-mail il 09/08/2004, il 24/02/2005, il 23/08/2005, il 18/05/2006.
Consideri che
il Presidente della Repubblica, U.G. 551/2003 prot. SGPR 25/02/2003 0022081 P, UAG 197/2006 prot. SGPR 28/06/2006 0075602 P, più volte ha investito del problema il Consiglio Superiore della Magistratura, a cui è conseguito un naturale insabbiamento.
Altresì consideri che
in risposta alla interrogazione parlamentare presentata al suddetto Dicastero dal Senatore Eupreprio Curto di Alleanza Nazionale, membro della Commissione Antimafia e Giustizia, si accusavano infondate le lamentele del Dr. Antonio Giangrande circa gli insabbiamenti attuati dalle Procure dei Distretti di Corte d’Appello di Bari, Lecce e Potenza, per una sola archiviazione pretestuosa adottata dai magistrati di Potenza nei confronti dei loro colleghi Tarantini, senza aver tenuto conto dei tanti procedimenti penali a carico delle suddette Procure, debitamente provati, i quali non sono stati, ancora, archiviati.
Pensi che
il precedente Sottosegretario alla Giustizia On. Luigi Vitali, anziché rispondere al Dr. Antonio Giangrande come la legge gli impone, ha diffidato pubblicamente il medesimo di continuare ad alluvionare il suddetto parlamentare con le segnalazioni di malagiustizia.
Contempli che
ben oltre 15.000 esposti penali sono stati insabbiati dalle preposte autorità italiane, senza che sia conseguita l’obbligatoria azione penale, o l’obbligato perseguimento per calunnia, ovvero l’accusa di mitomania, nei confronti del Dr. Antonio Giangrande ed altri denuncianti, nonostante che alcuni esposti contenessero l’accusa di associazione mafiosa per avvocati e magistrati.
Accerti che
nel combattere le omissioni e gli abusi a favore di chi all’Associazione si rivolge, il Dr Antonio Giangrande ha ricevuto come unico risultato ritorsivo mafioso la condanna all’indigenza, per impedimento all’accesso alla professione forense, essendo stato bocciato per 9 volte all’esame truccato svolto a Lecce, e la persecuzione per reati inesistenti. A questo si aggiunge la risposta del suo capo di gabinetto che, in data 25/01/2006, prot. 201/4244 (G), gli dice di attendere l’esito istruttorio dei procedimenti ministeriali attivati molti anni prima, tenuto conto dei tempi biblici burocratici attuati da chi è comodo con il suo stipendio, al contrario di chi è disgustato da questo sistema e che è stufo di questa vita.
Premesso ciò le chiedo di notiziarmi su che fine hanno fatto gli esposti presentati dal Dr. Antonio Giangrande, considerato che per l’istruttoria attivata da tempi lontani non si è ancora addivenuti ad assumere gli importanti e fondamentali atti probatori. Tenga conto che il Dr. Antonio Giangrande ormai ha 44 anni, è indigente e combatte da 10 anni da solo una battaglia di giustizia, provata e circostanziata, a riprova che non è tanto incapace a ricoprire il ruolo di avvocato che gli spetta, ma al contrario è scomodo per giudici ed avvocati per la tutela dei diritti dei più deboli.
La saluto con rispetto.
Dr Antonio Giangrande Presidente “Associazione contro tutte le Mafie”
DENUNCIA PENALE AL CSM CONTRO GLI INSABBIAMENTI
AL PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE
QUALE COMPONENTE IL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA
QUALE PUBBLICO MINISTERO PRESSO LA SEZIONE DISCIPLINARE DEL CSM
( L. 24 marzo 1958 n. 195 )
--------
ESPOSTO AMMINISTRATIVO E CONTABILE
INFORMATIVA DI REATO PERSEGUIBILE D’UFFICIO
DENUNCIA PENALE
( L. 241/90; art.20, DPR 3/57; art.330, 331, 333 c.p.p. )
PRESENTATO DA
GIANGRANDE ANTONIO, DENUNCIANTE,
nato ad Avetrana (TA) il 02/06/63 ed ivi residente alla via Manzoni, 51, tel.0999708396, cell. 3289163996, Presidente della “Associazione contro tutte le Mafie”, con sede in Avetrana (TA), via Piave, 127,
CONTRO
IL COMITATO DI PRESIDENZA DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA,
che ha ricevuto ed insabbiato gli esposti dettagliatamente indicati in elenco allegato.
CONSTATATO CHE
il denunciante ha presentato regolari denuncie e querele penali, aventi valore di informative di reato perseguibili d’ufficio, quando erano mancanti delle formalità richieste. Atti presentati a mano, per fax e per e-mail, presso le competenti autorità giudiziarie, le quali le hanno acquisite ai sensi degli artt. 330, 331, 333, 336, c.p.p., senza che sia conseguita azione penale, ex art. 50 c.p.p., ovvero senza che sia stata comunicata, così come richiesto, la proroga delle indagini, ex art. 406 c.p.p., o la richiesta di archiviazione, ex art. 408 c.p.p., per poter presentare opposizione, ovvero, quando c’è stata richiesta di archiviazione, essa è stata presentata al G.U.P. senza aver svolto le doverose indagini, nonostante le voluminose prove e i denunciati erano palesemente indicati, o facilmente identificabili.
ACCERTATO CHE
il denunciante ha presentato regolari ricorsi amministrativi con informativa di reato alle autorità amministrative competenti, le quali le hanno acquisite ai sensi della L.241/90, senza che sia conseguita, in virtù della stessa legge, alcuna comunicazione sull’iter, sul suo responsabile e sull’esito motivato del procedimento, ovvero non è stata presentata da questi l’obbligata denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p..
APPURATO CHE
il denunciante non è stato mai chiamato a rendere testimonianza o a rendere documentazione, ovvero non è stato mai accusato di mitomania, pazzia o calunnia, ovvero gli è stata inibita l’opposizione alla richiesta di archiviazione, ex art. 410 c.p.p., per mancanza di oggetto della investigazione suppletiva e i relativi elementi di prova, bastando e avanzando già quelli prodotti.
ASSODATO CHE
è pretestuoso chiedere conto delle denuncie presentate.
Le indagini da svolgere sono semplici perché le accuse sono chiare.
Basterebbe verificare sui terminali di accesso al registro generale delle notizie di reato dell’autorità giudiziaria adita, ovvero presso gli uffici protocollo dell’autorità amministrativa adita, se le denuncie e i ricorsi presentati sono stati iscritti e quale è stato l’esito degli stessi, e, se ci fosse stata richiesta di archiviazione o proroga delle indagini, basterebbe verificare se vi sia stata l’obbligata comunicazione richiesta.
Se, a seguito delle presentazione, l’iscrizione del ricorso amministrativo o della notizia di reato non vi è stata, o non vi è stata azione penale, o vi è stato impedimento all’opposizione avversa alla richiesta di archiviazione, si palesano gravi reati, basta avere la volontà di perseguirli, senza scrupoli corporativi. Invece, se le denuncie non sono state mai presentate, vi è il reato di calunnia da me commesso, con l’obbligo di essere perseguito.
STABILITO CHE
Con la presente non si chiede l’approfondimento dell’oggetto delle denuncie, anche se doveroso, ma, semplicemente, si chiede: queste che fine hanno fatto e perché non si è proceduto ?
Il vagliare le denuncie presentate come generiche, o infondate per mancanza di prove, o perché trattasi di reato impossibile, o non procedibili per autore ignoto, è offensivo, specie se si è ritenuto opportuno non approfondire i fatti segnalati, sentendo il denunciate, ed è oltraggioso alla dignità di quei numerosi Magistrati, che per i medesimi fatti hanno ritenuto fondate e provate le identiche denuncie presentate dal denunciante nel loro territorio e hanno ritenuto noti i responsabili di quei reati, che altrimenti resterebbero impuniti per la qualità dei loro autori.
Lo stimare le denuncie presentate come nulle per mancanza di formalità, è uno schiaffo all’ordinamento giuridico italiano, che ritiene le denuncie informali come una informativa di reato perseguibile d’ufficio, ex art. 330, 331, c.p.p..
Il ritenere le denuncie presentate come irricevibili per incompetenza territoriale è irriguardoso nei confronti di altri distretti di Corte d’Appello, come se certi reati non si potessero commettere nel territorio dell’autorità adita, pur avendo carattere nazionale i fatti segnalati nelle denuncie. Inoltre, in questo modo, si omette di procedere, ai sensi dell’art. 11 c.p.p., nei confronti di Magistrati operanti del distretto della Corte d’Appello limitrofa.
Il ritenere i ricorsi amministrativi con informativa di reato come irricevibili per incompetenza funzionale è irrispettoso delle norme, come se, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., e art.20, DPR 3/57, il pubblico ufficiale e l’esercente un pubblico servizio non avessero l’obbligo di denuncia.
Oltremodo, il considerare le denuncie presentate come strumentali, atte a giustificare l’incapacità del denunciante a passare l’esame di avvocato, che, secondo qualche magistrato, si sentirebbe vittima di fantomatici “complotti nazionali”, è oltraggioso nei confronti dell’ 80 % circa dei candidati italiani, ritenuti ingiustamente “non idonei” al concorso forense, ritenuto da tutti truccato e impunito, fin anche dalle Istituzioni. Certamente, quel magistrato, in mala fede, non prenderà mai in considerazione l’esistenza di ritorsioni dei poteri forti contro colui il quale combatte da solo e con coraggio gli abusi e le omissioni commessi dalle medesime lobby.
Inoltre, il valutare le denuncie presentate come univoche, è vergognoso, se si pensa che ogni denuncia ha un fatto penalmente rilevante diverso uno dall’altro, trattandosi di reati attinenti non solo i concorsi truccati, ma, anche, evasione fiscale e contributiva, ovvero abusi ed omissioni nell’esercizio del loro dovere di alcuni Magistrati, Avvocati, Professori universitari, Medici, Dirigenti amministrativi, Imprenditori. Così come risulta dalla relazione esplicativa, qui acclusa.
Infine, è legittimo pretendere sapere che fine fanno le denuncie che si presentano.
SI E’ PRESO ATTO CHE
IL COMITATO DI PRESIDENZA DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, PIU’ VOLTE INFORMATO DELLA SISTEMATICA OPERA DI INSABBIAMENTO ATTUATO DA ALCUNI MAGISTRATI, E IN PARTICOLARE DA QUELLI DI TARANTO, POTENZA E BARI, HA PENSATO BENE DI CONTINUARE SU QUESTA STRADA: ARCHIVIANDO PRETESTUOSAMENTE SENZA INDAGINI, O TACENDO SUGLI ESPOSTI PRESENTATI, QUI IN ELENCO ALLEGATO.
TANTO PREMESSO IL DENUNCIANTE CHIEDE ALLA S.V.
la unanime e certa condanna dei responsabili indicati, per violazione degli artt.414, 415, 416, 416 bis, 378, 323, 328, 476, 479, 61 n.2 e 9, 81, c.p. o di altre norme penali, e attivazione d’ufficio presso gli organi competenti per la violazione di norme amministrative, in quanto i denunciati hanno dolosamente insabbiato le denuncie riguardanti reati commessi da Magistrati, Avvocati, Professori universitari, Dirigenti amministrativi, Medici, Imprenditori.
----------
Il denunciante con tale atto presenta denuncia penale contro i soggetti identificati e identificabili, da soli, o in correità con persone non conosciute, per gli atti e i fatti indicati e per i reati applicabili, con istanza di punizione, con riserva di costituzione di parte civile nell’instaurando procedimento penale. Inoltre si chiede, come persona offesa dal reato, che gli venga comunicato ogni atto di cui ha diritto di essere avvisato e in particolare modo quanto previsto dagli artt. 406 comma 3 c.p.p. (proroga del termine delle indagini preliminari) e 408 comma 2 c.p.p. (richiesta di archiviazione). Si oppone formale opposizione, ex art.459 c.p.p., alla richiesta dell’emissione del decreto penale di condanna.
Allegati: 1 pagina di elenco di esposti insabbiati;
1 riscontro C.S.M..
AI FINI PROBATORI, DATA LA GRAVITA’ DELLE ACCUSE, SI E’ DISPONIBILI A CONSEGNARE ALLE AUTORITA’ DELEGATE OGNI DOCUMENTO UTILE ALLE INDAGINI.
Con ossequi
Dr Antonio Giangrande Presidente “Associazione contro tutte le Mafie”
ESPOSTO ALLE ISTITUZIONI CONTRO GLI INSABBIAMENTI
AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
AL PRESIDENTE E ALLE SEZIONI DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA
AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
AL MINISTRO DELLA FUNZIONE PUBBLICA
AL PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE
AI PRESIDENTI DI OGNI CORTE D'APPELLO D'ITALIA
AI PROCURATORI GENERALI PRESSO OGNI CORTE D’APPELLO D'ITALIA
AL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA
AI PRESIDENTI DEI TRIBUNALI E DELLE CORTI D’ASSISE DI OGNI DISTRETTO ITALIANO
AI PROCURATORI CAPO PRESSO I TRIBUNALI DI OGNI DISTRETTO ITALIANO
AI PRESIDENTI E AI PROCURATORI DELLA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO E DELLE SEZIONI REGIONALI
AI PREFETTI DI OGNI PROVINCIA D'ITALIA
AI PRESIDENTI DEGLI ORDINI DEGLI AVVOCATI DI OGNI CONSIGLIO PROVINCIALE D'ITALIA
AI DIFENSORI CIVICI REGIONALI E PROVINCIALI D'ITALIA
----------
RICHIESTA DI AVOCAZIONE DELLE INDAGINI
( art. 412 c.p.p. )
DENUNCIA PENALE - INFORMATIVA DI REATO PERSEGUIBILE D’UFFICIO
( art. 330, 331, 333 c.p.p. )
ESPOSTO AMMINISTRATIVO E CONTABILE - INFORMATIVA DI REATO PERSEGUIBILE D’UFFICIO
( art.20, DPR 3/57; art.330, 331 c.p.p. )
PRESENTATA DA
GIANGRANDE ANTONIO, DENUNCIANTE,
nato ad Avetrana (TA) il 02/06/63 ed ivi residente alla via Manzoni, 51, tel.0999708396, cell. 3289163996, Presidente della “Associazione contro tutte le Mafie”, con sede in Avetrana (TA), via Piave, 127,
CONTRO
LE AUTORITA’ GIUDIZIARIE ED AMMINISTRATIVE ADITE CONOSCIBILI,
indicate nell’elenco delle denuncie e dei ricorsi insabbiati. Autorità facilmente identificabili, dato il loro grado di notorietà e di qualità pubblica rivestita.
Dettagliato elenco, qui accluso, rendicontato delle denuncie e dei ricorsi, rimasti lettera morta.
CONSTATATO CHE
il denunciante ha presentato regolari denuncie e querele penali, aventi valore di informative di reato perseguibili d’ufficio, quando erano mancanti delle formalità richieste. Atti presentati a mano, per fax e per e-mail, presso le competenti autorità giudiziarie, le quali le hanno acquisite ai sensi degli artt. 330, 331, 333, 336, c.p.p., senza che sia conseguita azione penale, ex art. 50 c.p.p., ovvero senza che sia stata comunicata, così come richiesto, la proroga delle indagini, ex art. 406 c.p.p., o la richiesta di archiviazione, ex art. 408 c.p.p., per poter presentare opposizione, ovvero, quando c’è stata richiesta di archiviazione, essa è stata presentata al G.U.P. senza aver svolto le doverose indagini, nonostante le voluminose prove e i denunciati erano palesemente indicati, o facilmente identificabili.
ACCERTATO CHE
il denunciante ha presentato regolari ricorsi amministrativi con informativa di reato alle autorità amministrative competenti, le quali le hanno acquisite ai sensi della L.241/90, senza che sia conseguita, in virtù della stessa legge, alcuna comunicazione sull’iter, sul suo responsabile e sull’esito motivato del procedimento, ovvero non è stata presentata da questi l’obbligata denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p..
APPURATO CHE
il denunciante non è stato mai chiamato a rendere testimonianza o a rendere documentazione, ovvero non è stato mai accusato di mitomania, pazzia o calunnia, ovvero gli è stata inibita l’opposizione alla richiesta di archiviazione, ex art. 410 c.p.p., per mancanza di oggetto della investigazione suppletiva e i relativi elementi di prova, bastando e avanzando già quelli prodotti.
ASSODATO CHE
è pretestuoso chiedere conto delle denuncie presentate.
Le indagini da svolgere sono semplici perché le accuse sono chiare.
Basterebbe verificare sui terminali di accesso al registro generale delle notizie di reato dell’autorità giudiziaria adita, ovvero presso gli uffici protocollo dell’autorità amministrativa adita, se le denuncie e i ricorsi presentati sono stati iscritti e quale è stato l’esito degli stessi, e, se ci fosse stata richiesta di archiviazione o proroga delle indagini, basterebbe verificare se vi sia stata l’obbligata comunicazione richiesta.
Se, a seguito della presentazione, l’iscrizione del ricorso amministrativo o della notizia di reato non vi è stata, o non vi è stata azione penale, o vi è stato impedimento all’opposizione avversa alla richiesta di archiviazione, si palesano gravi reati, basta avere la volontà di perseguirli, senza scrupoli corporativi. Invece, se le denuncie non sono state mai presentate, vi è il reato di calunnia da me commesso, con l’obbligo di essere perseguito.
STABILITO CHE
Con la presente non si chiede l’approfondimento dell’oggetto delle denuncie, anche se doveroso, ma, semplicemente, si chiede: queste che fine hanno fatto e perché non si è proceduto ?
Il vagliare le denuncie presentate come generiche, o infondate per mancanza di prove, o perché trattasi di reato impossibile, o non procedibili per autore ignoto, è offensivo, specie se si è ritenuto opportuno non approfondire i fatti segnalati, sentendo il denunciate, ed è oltraggioso alla dignità di quei numerosi Magistrati, che per i medesimi fatti hanno ritenuto fondate e provate le identiche denuncie presentate dal denunciante nel loro territorio e hanno ritenuto noti i responsabili di quei reati, che altrimenti resterebbero impuniti per la qualità dei loro autori.
Lo stimare le denuncie presentate come nulle per mancanza di formalità, è uno schiaffo all’ordinamento giuridico italiano, che ritiene le denuncie informali come una informativa di reato perseguibile d’ufficio, ex art. 330, 331, c.p.p..
Il ritenere le denuncie presentate come irricevibili per incompetenza territoriale è irriguardoso nei confronti di altri distretti di Corte d’Appello, come se certi reati non si potessero commettere nel territorio dell’autorità adita, pur avendo carattere nazionale i fatti segnalati nelle denuncie. Inoltre, in questo modo, si omette di procedere, ai sensi dell’art. 11 c.p.p., nei confronti di Magistrati operanti del distretto della Corte d’Appello limitrofa.
Il ritenere i ricorsi amministrativi con informativa di reato come irricevibili per incompetenza funzionale è irrispettoso delle norme, come se, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., e art.20, DPR 3/57, il pubblico ufficiale e l’esercente un pubblico servizio non avessero l’obbligo di denuncia.
Oltremodo, il considerare le denuncie presentate come strumentali, atte a giustificare l’incapacità del denunciante a passare l’esame di avvocato, che, secondo qualche magistrato, si sentirebbe vittima di fantomatici “complotti nazionali”, è oltraggioso nei confronti dell’ 80 % circa dei candidati italiani, ritenuti ingiustamente “non idonei” al concorso forense, ritenuto da tutti truccato e impunito, fin anche dalle Istituzioni. Certamente, quel magistrato, in mala fede, non prenderà mai in considerazione l’esistenza di ritorsioni dei poteri forti contro colui il quale combatte da solo e con coraggio gli abusi e le omissioni commessi dalle medesime lobby.
Inoltre, il valutare le denuncie presentate come univoche, è vergognoso, se si pensa che ogni denuncia ha un fatto penalmente rilevante diverso uno dall’altro, trattandosi di reati attinenti non solo i concorsi truccati, ma, anche, evasione fiscale e contributiva, ovvero abusi ed omissioni nell’esercizio del loro dovere di alcuni Magistrati, Avvocati, Professori universitari, Medici, Dirigenti amministrativi, Imprenditori. Così come risulta dalla relazione esplicativa, qui acclusa.
Infine, è legittimo pretendere sapere che fine fanno le denuncie che si presentano.
TANTO PREMESSO IL DENUNCIANTE CHIEDE ALLA S.V.
la unanime e certa condanna dei responsabili indicati, per violazione degli artt.414, 415, 416, 416 bis, 378, 323, 328, 476, 479, 61 n.2 e 9, 81, c.p. o di altre norme penali, e attivazione d’ufficio presso gli organi competenti per la violazione di norme amministrative, in quanto i denunciati hanno dolosamente insabbiato le denuncie riguardanti reati commessi da Magistrati, Avvocati, Professori universitari, Dirigenti amministrativi, Medici, Imprenditori.
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Il denunciante con tale atto presenta denuncia penale contro i soggetti identificati e identificabili, da soli, o in correità con persone non conosciute, per gli atti e i fatti indicati e per i reati applicabili, con istanza di punizione, con riserva di costituzione di parte civile nell’instaurando procedimento penale. Inoltre si chiede, come persona offesa dal reato, che gli venga comunicato ogni atto di cui ha diritto di essere avvisato e in particolare modo quanto previsto dagli artt. 406 comma 3 c.p.p. (proroga del termine delle indagini preliminari) e 408 comma 2 c.p.p. (richiesta di archiviazione). Si oppone formale opposizione, ex art.459 c.p.p., alla richiesta dell’emissione del decreto penale di condanna.
Allegati: 10 pagine di elenco dettagliato delle denuncie presentate;
4 pagine di relazione esplicativa.
Con ossequi
Dr Antonio Giangrande Presidente “Associazione contro tutte le Mafie”
http://www.cronacaqui.it/mobile/view/16465
http://www.libero-news.it/articles/view/429321
http://blog.panorama.it/libri/2009/09/25/onorevole-ha-facolta-dinsultare/
http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/crisi-governo/storia-risse/storia-risse.html
http://www.avvenire.it/Cronaca/Eletti+in+Australia+in+cambio+di+viaggi_201002270735087200000.htm
http://www.unita.it/news/italia/95510/bafile_irregolarit_sul_voto_estero
*Fonte:
Stipendi deputati italiani ed Esenzioni e privilegi
"LA POLITICA E IL SUO PREZZO", F. Novelli, Gennaio 2007 confrontata e
aggiornata con quanto riportato nella sezione Trattamento economico della Camera
dei Deputati
http://www.camera.it/deputatism/4385/documentotesto.asp
http://money.it.msn.com/speciali/costipolitica.aspx
http://www.newnotizie.it/2009/12/18/corte-dei-conti-i-partiti-spendono-100-e-guadagnano-500/
http://blog.panorama.it/italia/2008/11/23/lonorevole-non-risponde-alle-email/
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295139
http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo429007.shtml
http://www.diariodelweb.it/Articolo/Italia/?d=20081002&id=47711
http://www.lavoce.info/articoli/-categoria19/pagina2751.html
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Casa-Nostra/1742269//0
http://www.libero-news.it/libero/LF_showArticle.jsp?edition=&topic=4896&idarticle=93624702#