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REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SUL LAVORO ?

"L’Italia fondata sul lavoro, che non c’è, fatto salvo per i mantenuti e i raccomandati. L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie. La raccomandazione nel pubblico impiego è la negazione della meritocrazia e dell'efficienza, oltre ad essere un reato impunito e sottaciuto, dato che sono gli stessi raccomandati ad occuparsene. Disoccupazione, sfruttamento, infortuni e scioperi selvaggi, minano i diritti della parte più debole della società civile. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

VIDEO REPORT RAI 3: I CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI

VIDEO SFRUTTAMENTO, LAVORO NERO, RACCOMANDAZIONI

VIDEO SULLA CGIL - VIDEO SUL PARLAMENTO I - II - VIDEO SULLA RAI

 


Di qualunque cosa si parli, ti ritrovi sempre la Massoneria.

Parliamo di lavoro. A proposito del viceministro al Lavoro Martone e di Sfigati.

Su “L’Espresso”, così come su tantissimi giornali nazionali o locali, vi una lettera aperta del Dr. Antonio Giangrande, scrittore e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS.

«Il viceministro Martone provoca i fuori corso universitari: "Se a quell'età sei ancora all'università sei uno sfigato". Ha ragione, eppure finisce alla gogna. Polemiche pretestuose sulla frase da chi ha la coda di paglia. Michel Martone, viceministro del Lavoro secondo il quale un 28enne non ancora laureato è spesso "uno sfigato". Ha ragione e lo dico io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come?

A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.

A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità assieme ai giovincelli.

A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).

Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Alla fine si è sfigati comunque, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate.»

Tale lettera è inserita in una inchiesta più larga. E si viene a sapere da di Gianluca Di Feo su  “L’Espresso” che l'amico del padre del viceministro (quello degli 'sfigati') andò dal potente senatore del Pdl, Dell'Utri, per far sistemare il giovane.

Lo ha detto, a verbale, Arcangelo Martino, imprenditore al centro dell'inchiesta sulla P3. «Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio». Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere».  L'imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l'interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all'epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive. 

Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche - stando ai verbali - nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l'altro protagonista dell'inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell'Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be' vediamo». Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L'interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l'azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un'evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l'immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all'aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati. 

Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L'uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su suoi contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell'avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende. «Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo: «Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d'accordo e cercava di convincerlo a restare. Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta».  Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l'anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare «attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l'incontro tra Lombardi e Dell'Utri per trovargli un posto «attraverso il partito» è arrivato al governo Monti.

Luogo comune vuole che l’Italia è il paese dei raccomandati. Si chiede la raccomandazione per tutto, anche violando la legge, quando per attuarla si truccano i concorsi pubblici. Ma chi se ne frega e poi, chi va ad indagare? Se lo si chiede in giro ti diranno che la raccomandazione esiste, ma l’interlocutore però ti dirà, anche, che lui non ha mai chiesto la raccomandazione, né è stato mai raccomandato.

Italiani: raccomandati e pure bugiardi.

Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.

A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio  Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".

Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.

Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!

In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.

In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.

Art. 18 dello Statuto dei lavoratori e licenziamento libero. Quello che nessuno dirà mai.

Che i sindacati fossero una casta come i boiardi di Stato o come i partiti politici, di cui sono spesso spalla, si sa.

Che i sindacati, come i partiti, siano considerati parassiti foraggiati dai contribuenti ed esentati fiscalmente, per questo interessati alle entrate fiscali per non perdere il loro sostentamento, tanto da far divenire l’Italia uno Stato di polizia fiscale, è poco pubblicizzato, ma tant’è nessuno fa niente.

Che i sindacati difendano a spada tratta l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, è, anche, ampiamente risaputo.

Il Dr Antonio Giangrande, autore della Collana editoriale “L’Italia del Trucco”, ne spiega il perché.

«Il fatto di discriminare i lavoratori soggetti a due regimi differenti è uno scandalo. E’ che ciò sia avallato dai sindacati e dai partiti di sinistra è vergognoso. L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori afferma che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo.

In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l'illegittimità dell'atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. In alternativa, il dipendente può accettare un'indennità pari a 15 mensilità dell'ultimo stipendio, o un'indennità crescente con l'anzianità di servizio.

Il lavoratore può presentare ricorso d'urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento, della durata media di 3 anni.

Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere se riassumere il dipendente o pagargli un risarcimento. Può quindi rifiutare l'ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che, nel primo caso, il dipendente perde l'anzianità di servizio ed i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).

In sostanza, i lavoratori delle aziende con meno 15 dipendenti che hanno subito un licenziamento illegittimo non hanno la possibilità di essere reintegrati.

Guarda caso, proprio queste aziende non sono sindacalizzate ed i lavoratori sono più fidelizzati e produttivi, con l’interesse economico dell’imprenditore a non licenziarli.

Al contrario le aziende con più di 15 dipendenti sono quelle con strutture sindacali ben radicate, spesso riconducibili a più sigle, i cui molteplici rappresentanti sono quelli che, per un motivo o per l’altro, apportano meno utilità all’impresa o non le sono utili affatto. Per logica economica, l’imprenditore, se fosse abolito l’art. 18, prima di tutto metterebbe alla porta questi sindacalisti, che nuocciono all’azienda e, oltretutto, allo stato dei fatti, non tutelano i lavoratori.

L’imprenditore, a costo di pagare le 15 mensilità, si toglierebbe ben volentieri di mezzo i sindacalisti dannosi all’impresa ed ai lavoratori. Ed i sindacati questo lo sanno.  

Ecco perché si difende tanto l’art. 18: per difendere gli interessi economici e politici dei sindacati e non certo dei lavoratori, o per dirla meglio, si difende l’art. 18 per danneggiare coloro i quali il lavoro non lo hanno o non lo hanno mai avuto.»

PARLIAMO DELLO SFRUTTAMENTO MAFIOSO E LEGALIZZATO.

Noi, costretti a lavorare gratis: inchiesta  di Roberta Carlini su   “L’Espresso”

Stagisti, praticantati, crowdsourcing: mezzo milione di giovani italiani, qualificati e creativi, non viene pagato per quello che fa. Ma questo ricatto al mondo sommerso potrebbe far esplodere la protesta da un momento all'altro.

C'è il grafico che ironizza sul suo mestiere: "Faccio il gratis designer". L'attrice che ha coniato una nuova formula, "sto nel racket del lavoro bianco: mi pagano i contributi, ma non lo stipendio". Il praticante avvocato che difende i diritti degli altri e trascura i suoi. La free lance che lancia un avviso ai naviganti: basta volontariato, d'ora in poi non lavoro più senza paga.

Gli stagisti d'ogni tipo ed età: mezzo milione come minimo, nel privato e nel pubblico, per la maggior parte non retribuiti e neanche rimborsati. E il mondo nuovo del Web, con il crowdsourcing trasformato da officina creativa di massa a reclutamento di opera a costo zero. Il 65 per cento dei giovani con meno di 35 anni ha lavorato almeno una volta senza essere retribuito, dimostra un sondaggio di Demopolis realizzato per "l'Espresso". Tutti lavoratori e lavoratrici, in gran parte giovani, ben qualificati, spesso alle prese con lavori interessanti, creativi, belli. Ma non pagati. Gratis. Non per scelta, ma per ricatto o necessità. Un mondo sommerso, che può esplodere da un momento all'altro.

In prima fila, nell'universo del lavoro gratis, ci sono loro: gli stagisti, esercito che si è stratificato negli anni e con la crisi si è cronicizzato. "Lo stage non è più il primo passo di un percorso lineare, in crescendo: si può andare avanti, ma si può anche passare da uno stage all'altro senza migliorare in niente o addirittura tornare indietro, da un lavoretto retribuito a un nuovo stage", racconta Eleonora Voltolina, fondatrice di un sito molto popolare nel mondo dei forzati della stage (repubblicadeglistagisti.it) e autrice dell'omonimo libro (Laterza). Da porta d'ingresso nel mercato del lavoro, ormai da tempo lo stage è diventata una condizione esistenziale: non retribuita, nella maggior parte dei casi. "Secondo un sondaggio tra i nostri utenti, il 52 per cento degli stagisti non prende un euro, e un altro 15 ha un rimborso spese inferiore ai 250 euro al mese".

Non stiamo parlando di un gruppetto di poche persone: secondo i dati Unioncamere, nel settore privato gli stagisti sono 322 mila. E nel pubblico? "Abbiamo chiesto al ministro Brunetta di dare le cifre, non ci ha risposto", dice Voltolina. La stima, non ufficiale, è sui 200 mila: e siamo già sopra il mezzo milione. Ai quali poi vanno aggiunti almeno 200 mila aspiranti professionisti (avvocati, commercialisti, notai) costretti a fare la pratica per poi accedere con un esame di Stato ai mitici ordini professionali. E la loro pratica, di norma, è a prezzo zero. Anche laddove i codici deontologici prescrivono che il praticante vada pagato, dopo un po' di mesi di addestramento. Una regola inapplicata dalla maggior parte degli studi italiani, e ignorata persino dallo Stato, che da un pezzo ricorre al lavoro gratis dei giovani avvocati: succede nell'Avvocatura di Stato e succede persino all'Inps.

Non che siano i soli. Ci sono stagisti che mandano avanti itribunali in crisi di organico e quelli che tengono aperte le biblioteche delle università. Lo stagismo dilaga nei Comuni come nei ministeri, in tutto lo Stato e il parastato. E fa da biglietto da visita dell'Italia anche nelle ambasciate. Sono stati 1.800 l'anno scorso e 580 quest'anno i neolaureati che hanno vinto i posti messi in palio dal ministero degli Esteri per fare stage presso le ambasciate. Una bella opportunità, per chi studia nel campo della politica e diplomazia. Ma a caro prezzo: nessun rimborso spese, neanche se ti mandano a Bangkok o in Australia. "Io sono stata fortunata, ho avuto come destinazione Lisbona: il viaggio non costa molto e tutto qui è abbastanza economico per effetto della crisi", racconta Noemi De Lorenzo, 24 anni, appena laureata in Scienze internazionali e diplomatiche all'università di Trieste. Viaggio, affitto, cibo ("devo dire che i funzionari dell'ambasciata spesso mi offrono il pranzo..."), tutto per tre mesi prorogabili di uno: "Di più non potrei, però finora è stata una esperienza utile, so che non sempre è così, a volte ti tengono solo a fare le fotocopie", racconta Noemi, che si tiene in rete con i suoi colleghi che in tutto il mondo stanno apprendendo l'abc della diplomazia e insieme i rudimenti del lavoro gratuito. Che prosegue spesso anche quando il pretesto della formazione non c'è più, incanalandosi su mille altre strade.

"Diciamo no al volontariato: perché non si deve mai lavorare gratis". A un certo punto Silvia Bencivelli, giornalista scientifica free lance, non ce l'ha fatta più e si è sfogata sul suo blog (http://silviabencivelli.it/): basta al volontariato, basta alle telefonate di chi ti chiede di contribuire a un libro, moderare una tavola rotonda, scrivere, intervenire a un convegno, dimenticandosi sempre di citare l'argomento "soldi". Oppure promettendo, al massimo, un rimborso del biglietto del treno: magari per un fine settimana, magari per andare in un posto bello. Basta. "No. Per me, perché anche se è vero che il mio lavoro assomiglia a un hobby, e a volte si tratta di fare cose divertenti che farei anche per niente, non posso svendere quel che faccio. E poi no, per tutti gli altri. Perché chi lavora gratis rovina il mercato". Uno sfogo cliccatissimo, che è stato rilanciato e commentato in Rete alla grande. Segno che Bencivelli ha messo il dito in una piaga diffusa, che colpisce soprattutto il lavoro intellettuale e creativo: "Quel che tutti pensano è: siccome fai un bel lavoro, puoi anche farlo gratis", riassume Silvia. Che aggiunge: "Per carità, il dono, l'attività volontaria, ci possono sempre stare, per gli amici o per una causa. Ma qui sta diventando un sistema, un modo per svalutare il lavoro. Me lo dice sempre mio padre: non è che siccome fai un lavoro bello, ti possono pagare in bellezza".

Se il "lavoro bello" è il primo dei ricatti, quello che viene subito dopo è il mito della visibilità: "Non ti pago, ma così fai vedere il tuo lavoro, la tua firma, la tua faccia". Ne soffrono professionisti affermati e ancor più giovani che vogliono emergere, ragazzi pagati 3 euro ad articolo per vedere la propria firma su quotidiani blasonati. Figuriamoci se non ne soffre il mondo dello spettacolo. "Da noi non c'è solo il lavoro nero, c'è di peggio: il lavoro bianco", dice Manuela Cherubini, regista e attrice. Che racconta, seduta a un tavolino di fronte al teatro Valle occupato, cos'è questo trucco del lavoro bianco: "Ti pagano i contributi, ma non lo stipendio". Questo per colpa dei meccanismi perversi del finanziamento pubblico alle compagnie: commisurati appunto a quanti cedolini hanno, quanti contributi pagano. E allora, "firmi la busta paga, ma la paga non arriva. Poi magari arrivano l'anno dopo le tasse da pagare sulla paga che non hai avuto".

Il tavolino si affolla, e attrici, attori, scenografi, registi, raccontano tutti episodi di "lavoro bianco". Che prima veniva accettato perché, cedolino dopo cedolino, magari arrivava il diritto al trattamento di disoccupazione. Adesso questa possibilità non c'è più e chi lavora gratis lo fa solo per esserci. "Perché ci sono tanti attori a spasso che pur di sentirsi vivi accettano". Poi c'è il lavoro gratis venduto come grande opportunità, il privilegio di recitare per cinque minuti accanto a un grande della scena. O il trucco della formazione, nel dilagare dei "laboratori". Fino all'organizzazione di festival ed eventi con scambio di compagnie, senza remunerazione ma con garanzia di poter riempire così i rispettivi cartelloni. "Siamo noi per primi a dover cambiare mentalità, a dover dire no, se continuiamo a essere disposti a tutto pur di andare in scena non saremo mai considerati, a tutti gli effetti, lavoratori".

"Può il governo federale americano chiederci di lavorare gratis?", stanno chiedendo a gran voce un migliaio di graphic designer americani. Sono protagonisti di una rivolta contro il bando appena lanciato dal dipartimento agli interni a stelle e strisce, che ha messo in crowdsourcing il rifacimento del logo. Il vecchio bisonte quasi centenario non va più bene, così il ministero si è rivolto alla Rete: mandateci una proposta, sceglieremo la più bella. Sul mercato professionale, quel lavoro è valutato dai 20 mila ai 50 mila dollari: con il crowdsourcing di Stato, protestano i designer americani in rivolta, chi vince ne guadagna appena 1.000, tutti gli altri hanno lavorato gratis.

Il fenomeno è mondiale e interessa designer, grafici, copyrighter e altri professionisti che hanno visto rapidamente il Web trasformarsi da delizia in croce. "Il crowdsourcing dilaga, è un modo per raccogliere risorse a basso costo, o del tutto gratis", dice Dario Banfi, giornalista, copywriter e consulente milanese, autore con Sergio Bologna del libro "Vita da free lance" (da poco uscito per Feltrinelli), nel quale dedica ampio spazio al problema, in un capitolo che si apre con la seguente domanda: "Il lavoro gratuito, meglio di nessun lavoro?". Banfi pensa di no, ovviamente, e mostra una mail da lui stesso ricevuta qualche giorno fa: "Caro copy, eccoci a proporti una nuova ricerca nome...". Si trattava, in sostanza, di inventare il nome per un nuovo prodotto assicurativo per automobilisti. Premio: mille euro per il nome vincente, zero compensi per tutti gli altri.

Anche in Italia sono fiorenti agenzie che fanno brokeraggio tra i clienti e i creativi, cercando sulla Rete le idee migliori a prezzi ridicoli. "Negli Stati Uniti, dove i free lance si sono coalizzati, comincia una reazione molto forte contro queste pratiche. Così come è partita la rivolta dei giornalisti-blogger che hanno scritto gratis per l'Huffington Post e adesso hanno avviato una class action per avere una parte del bottino ricavato da Arianna Huffington dalla vendita".

La class action dei blogger di Arianna porta argomenti a quanti sostengono che il magico mondo "gratis" del Web è il regno dello sfruttamento di massa, come sostiene nel suo libro "Felici e sfruttati" (Egea) Carlo Formenti; e alimenta il dibattito, molto fitto nella blogosfera, sui confini tra spontaneità e gratuità della Rete e un business economico che si fa sempre più aggressivo ma non distribuisce i suoi "jackpot" a chi ha donato idee e scritti all'impresa nascente che poi è diventata di successo.  Le nuove frontiere del crowdsourcing vanno a peggiorare una situazione già poco rosea, per un mondo di professionisti non sempre riconosciuti come tali, soprattutto in Italia.

"Tra noi circola una battuta, autoironica: non voglio fare il gratis designer", racconta Mario Rullo, graphic designer, fondatore di una piccola agenzia romana. "Faccio questo lavoro da vent'anni e ho vissuto tutti i cambiamenti tecnologici, la rivoluzione che ha reso accessibili alcune operazioni a tutti". Una bella cosa, ovviamente: però diventa preoccupante "se il mercato poi pensa che alcuni servizi si possono non pagare: le fotografie, il design, la scrittura. Colpa del fatto che in molte imprese non ci sono le competenze per riconoscere un lavoro professionale, ma anche della voglia di pagare poco, risparmiare. E così il crowdsourcing diventa una mistificazione, non è una specie di concorso per giovani o per emergenti - cosa in sé molto bella e utile -ma vuol dire una sola cosa: non voglio spendere". E quindi non ti pago.

Così fan tutti, anche lo Stato. I giovani avvocati lavorano senza retribuzione. E succede persino all'Inps. La testimonianza di una praticante.

"All'inizio abbiamo fatto un po' di pratica in ufficio, poi abbiamo cominciato a scrivere gli atti, fare ricerche di giurisprudenza e andare in udienza". La pratica da avvocato Francesca Esposito, leccese di 30 anni, l'ha fatta presso l'Inps della sua città. Tutto bene, finché non ha cominciato a fare domande inconsuete, del tipo: "Ma ci darete un rimborso spese, a un certo punto? Almeno per pagarci la benzina, il parcheggio, il biglietto dell'autobus?".

Neanche l'Inps paga i praticanti avvocati?
"No, non li paga. Ma questo sul bando a cui io ho partecipato non c'era scritto, in quelli successivi lo hanno messo nero su bianco. Però il codice deontologico degli avvocati dice il contrario".

Quand'è che ha cominciato la sua ribellione?
"Prima non rispondevano in modo chiaro alle mie domande, poi ho trovato la circolare con la quale l'Inps aveva aperto all'uso dei praticanti: lì c'era scritto esplicitamente che lo si faceva per far fronte alla mole di contenzioso e alla carenza di organico, senza oneri finanziari aggiuntivi. Dunque, per avere lavoro gratis".

Una pratica diffusa, anche negli studi privati.
"Sì, ma in questo caso siamo noi, avvocati che dovremo in futuro occuparci dei diritti previdenziali dei lavoratori, a subire un torto proprio dallo Stato. Quando l'ho fatto presente mi hanno risposto che fa così anche l'Avvocatura di Stato. E' anche la risposta che ha dato il ministro Sacconi quando c'è stata un'interrogazione parlamentare sul caso che io avevo sollevato attraverso il sito "La repubblica degli stagisti": bisognava smaltire il contenzioso arretrato, ha detto il ministro".

Lei ha fatto altri stage?
"Prima di andare all'Inps, stavo alla Corte di Giustizia di Strasburgo, con un mensile di 1.500 euro. E anche adesso sono stagista, di nuovo all'estero. Sono tornata in Italia perché volevo fare la pratica per l'esame di Stato. Secondo me ci può anche stare uno stage senza rimborso spese, purché lo stagista non sia preso per sostituire un dipendente, ma per ricevere una formazione. Una volta che sei in grado di lavorare, devono pagarti. Invece miei colleghi sono rimasti a lavorare anche dopo aver finito il periodo obbligatorio di praticantato. Dicono che è meglio stare lì gratis che essere disoccupati".

PARLIAMO DI FORMAZIONE PROFESSIONALE.

Tangenti, truffe, poco lavoro. La formazione è una fabbrica di precari, così come risulta da un’inchiesta di “Repubblica”.

Ci sono 2,3 milioni di persone in cerca di un posto, un mercato enorme per i professionisti dei corsi. Gli unici a godere dei fondi stanziati sono gli organizzatori e negli ultimi anni i casi di raggiro si sono quintuplicati. Centinaia di iniziative ma senza reali sbocchi.

Ogni uomo che perde il lavoro per loro è una straordinaria opportunità. Ogni donna che non riesce a trovarlo per loro è una risorsa. I precari sono il loro target, gli operai in esubero il loro pane quotidiano. Sono i professionisti della disoccupazione. Organizzano corsi di formazione, a volte finti, spesso inutili. E mai come ora fanno affari: con la crisi, secondo le ultime rilevazioni Istat, il numero degli italiani in cerca di lavoro è salito alla cifra record di 2,3 milioni, e altri 230mila posti si bruceranno, secondo Confindustria: per loro è una manna dal cielo. Quanti sono gli enti che utilizzano i fondi per la ricollocazione dei lavoratori solo per giustificare la loro esistenza? Quali risultati hanno prodotto finora, quante persone hanno reinserito?

Per rispondere a queste domande bisogna prima descrivere un sistema che attira ogni anno - oltre agli investimenti privati delle famiglie per corsi di avviamento al lavoro - finanziamenti pubblici per quasi 20 miliardi di euro. Alla cifra si arriva sommando la metà dei "32 miliardi di euro nel biennio" che secondo il ministro del Welfare sono a disposizione, tra fondi nazionali e comunitari, per gli ammortizzatori sociali e i 2,5 miliardi destinati alla formazione professionale. Di quest'ultima somma, una parte consistente viene destinata ai corsi per disoccupati, apprendisti, giovani alla prima esperienza o lavoratori a rischio di esclusione: a tutte queste attività, secondo l'ultimo rapporto Isfol, hanno partecipato 360mila persone. La Lombardia, tra le regioni più colpite dalla crisi, ha stanziato in un anno 112 milioni di euro per le "doti formative". Sicilia e Campania, afflitte da disoccupazione cronica, spendono 500 milioni di euro all'anno. Tutto questo fiume di denaro alimenta gli appetiti degli speculatori?

"Development enterprise tourism", "cooperazione internazionale", "business administration & finance": leggendo l'elenco delle materie che s'insegnavano ai corsi formativi organizzati a Padova da alcune cooperative della Compagnia delle Opere sembrava di essere ad Harvard. Ma per la procura era una gigantesca montatura, così come erano gonfiate le ore di lezione e di lavoro svolte e il numero dei docenti impegnati: tutto per arrivare a rendicontare 561mila euro, la cifra intascata dal ministero, dall'Unione europea e dalla Regione Veneto. Pensava in grande anche Tonino Tidu, un tempo assessore Dc sardo e presidente dell'Enaip, poi nel consiglio nazionale delle Acli, imputato in un processo a Cagliari: avrebbe gestito, secondo l'accusa, 358mila euro di finanziamenti regionali per corsi per "operatore su pc", "addetto alle piante aromatiche e officinali" e "orticoltore" senza produrre un posto. Di inchieste così se ne trovano in tutti i palazzi di giustizia italiani. A Roma il processo al deputato Pdl Giorgio Simeoni, accusato di aver ricevuto, da assessore regionale alla Scuola, nel 2005, una tangente da 100mila euro dai titolari della Euro Consulting group per chiudere un occhio sui corsi di formazione inesistenti, ma regolarmente finanziati con contributi comunitari, da loro organizzati. In Liguria ogni partito aveva il suo consorzio da spingere, come ha dimostrato un'inchiesta della procura di Genova che vede coinvolti, tra gli altri, l'assessore regionale alla Pesca Giancarlo Cassini e il consigliere Vito Vattuone, del Pd, e Nicola Abbundo, del Pdl, teorico, nei tempi in cui era assessore, del "modello ligure dell'eccellenza formativa". E se in Campania gli stage dei mille partecipanti al progetto "Isola" avvenivano solo sulla carta, in Puglia i fondi per l'inserimento dei disabili finivano in tasca ad assessori, funzionari regionali e imprenditori: così sono spariti cinque milioni di euro, assicurano i magistrati nel processo. Dopo gli scandali, in Puglia, hanno cercato di far pulizia tra i cosiddetti enti storici della formazione. Sono stati sospesi gli accreditamenti per quattro agenzie. Come il Cefop, il centro europeo per la formazione ed orientamento professionale, che era stato ammesso a finanziamenti per 4,2 milioni di euro per corsi come "operatore audiovisivo" e "animatore di villaggi turistici". Per la Corte dei conti siciliana per ogni corso di formazione solo un disoccupato e mezzo trova effettivamente lavoro. I costi della collettività per ogni occupato, secondo i calcoli dei magistrati contabili, ammontano a 72mila euro. Soldi che in Sicilia vanno a 400 enti privati i quali danno lavoro a 7300 persone, ai quali andrebbero aggiunti i 1800 impiegati agli sportelli multifunzionali affidati ai privati dalla Regione, che nel frattempo spende altri 60 milioni di euro per finanziare i centri per l'impiego pubblici. L'isola è tra la regioni con il più alto tasso di disoccupazione, il doppio rispetto alla media italiana. E così l'Europa attraverso il Fondo sociale dal 2003 al 2010 ha fatto piovere in Sicilia 1,5 miliardi di euro per finanziare i corsi. Il risultato? Un boom di enti che fanno capo a politici targati Mpa, Pdl, Pd e Udc, sindacati (Cisl e Uil ricevono la gran parte dei finanziamenti) e associazioni cattoliche (dai salesiani alle Acli). Tutti enti accreditati dalla Regione per far diventare i disoccupati siciliani marinai, artigiani, parrucchieri, esperti informatici, colf o badanti. La maggior parte dei formatori sono stati assunti tra il 2006 e il 2008, a ridosso delle grandi tornate elettorali che hanno portato sul trono della Regione prima Salvatore Cuffaro e poi Raffaele Lombardo. Un ginepraio che garantisce un sussidio che va dai 400 ai 1.000 euro al mese per oltre quarantamila corsisti che ogni anno si siedono sui banchi d'oro pagati dalla Regione. Gli assessori che hanno guidato la Formazione, da Francesco Scoma a Santi Formica entrambi del Pdl, sono diventati i re dei consensi. Nella formazione la politica la fa da padrone: i nomi di Francantonio Genovese e Gaspare Vitrano del Pd, oppure quelli di Lino Leanza, numero due dell'Mpa di Lombardo, o Nino Dina dell'Udc sono a dir poco conosciuti in decine di enti di formazione. Ma anche i sindacati la fanno da padrone, in questo settore, dove si trovano a difendere i lavoratori ma anche i padroni, che sono loro stessi. Lo IAL della Cisl e l'ENFA della Uil ricevono ogni anno oltre 30 milioni di euro. Poi ci sono le associazioni cattoliche: i salesiani gestiscono ad esempio il Cnos Fap, mentre tra gli enti finanziati c'è l'EFAL, che fa capo al Movimento cristiano lavoratori finito nell'occhio del ciclone per l'arresto di uno dei suoi dirigenti, l'architetto Giuseppe Liga, accusato dai pm di Palermo di essere l'erede dei boss Lo Piccolo. I magistrati hanno scoperto che nel 2010 l'Efal, l'ente di formazione del movimento, ha ricevuto dalla Regione un sostegno di sei milioni e 336 mila euro. Fino a pochi giorni fa l'architetto era un insospettabile, ma è stata un'anticipazione dell'inchiesta finita sui giornali che aveva indotto l'Mcl a sospendere il professionista. Anche la Corte dei conti e la Guardia di finanza da tempo indagano sul business della formazione siciliana. I magistrati contabili hanno contestato a diversi enti corsi fantasma e somme non rendicontate. E ci sino stati i primi arresti, come quello di un insospettabile professore di Palermo, condannato in primo grado a 8 anni per aver intascato, attraverso conti all'estero, 9 milioni di euro dai 20 milioni ricevuti per corsi di formazione con i fondi europei. La montagna ha partorito un topolino anche nell'efficiente Lombardia, dove 64mila persone hanno beneficiato, nel 2010, della "dote lavoro", per un totale di 45,8 milioni di euro impegnati. La metà dei fondi tuttavia, sono stati gestiti da dieci operatori. Chi sono? I soliti noti, enti di area Cl - o più in generale cattolica - come l'Enaip, lo Ial-Cisl, Obiettivo Lavoro. La maggior parte dei servizi svolti riguarda il colloquio di accoglienza di primo livello, il bilancio di competenze, il coaching e i corsi di formazione: le cifre dei destinatari, per queste voci, oscillano tra i 34mila e i 62mila. Ma se poi si passa dall'orientamento all'accompagnamento concreto al lavoro i numeri si abbassano penosamente: solo 168 allievi hanno avuto un supporto per l'autoimprenditorialità, in 94 sono stati accompagnati agli stage, 22 al tirocinio e appena 5 al "training on the job".

Ma lo storico paradosso dei formatori - che non riescono a lenire la disoccupazione altrui, ma intanto trovano un posto a sé stessi - non regge più come una volta. Gigi Rossi, della Cgil, segnala il fenomeno del "precariato nei sistemi regionali della formazione professionale. E soprattutto al Nord, con la crisi - aggiunge - è diffuso l'uso, da parte degli enti, di invitare caldamente i collaboratori a trasformarsi in finti imprenditori con partita Iva". Gli enti di formazione servono davvero a qualcosa o hanno finito per creare una "sovrastruttura" - come scrive l'Isfol nel suo ultimo rapporto - sganciata dalle esigenze reali del mercato del lavoro? Armando Rinaldi, dell'Atdal over 40, un'associazione che cerca di tutelare i diritti di chi perde il lavoro in età matura, assicura che "se ci fossero dati disponibili si scoprirebbe che la media dei disoccupati ha un bagaglio di ore di formazione triplo rispetto a quello di un lavoratore. Invece di un'occupazione ha trovato sulla sua strada decine di proposte formative". La Regione Lombardia ha commissionato un'indagine a un istituto di ricerca. Trenta disoccupati ultraquarantenni hanno tenuto un diario nel quale raccontavano le loro esperienze. È emerso che nelle rare occasioni in cui riuscivano a trovare lavoro i corsi di formazione non c'entravano nulla: era tutto merito delle loro conoscenze personali. Lo studio non è stato mai pubblicato. Secondo Rinaldi per ogni corso organizzato in Lombardia 3000 euro vanno (nell'arco di sei-nove mesi) al candidato, mentre gli altri 7000 vanno agli organizzatori. "Si comincino a ribaltare le modalità di distribuzione dei fondi, erogando ai destinatari il 60-70 per cento dei finanziamenti sotto forma di reddito di sostegno".

Si potrebbe trovare un utilizzo diverso dei capitali in modo da sostenere direttamente il reddito delle persone in difficoltà? Per ottenere i contributi oggi basta - oltre a una buona capacità di lobby - compilare un formulario in cui, tra l'altro, si dimostra il fabbisogno nel territorio di competenza della figura professionale che s'intende formare. "Per esempio - scrive l'Atdal - se si propone di formare addetti al check-in aeroportuale si ricercano i dati sul traffico aereo della regione e si dice che data la crescita del traffico aereo occorre formare nuovi operatori". Angela, diplomata, ha 47 anni e da dodici frequenta corsi di formazione professionale in Lombardia. Non è mai riuscita a ottenere altro che qualche lavoretto di poche settimane all'anno in fabbrica. "Nell'ultimo corso che ho seguito, per lavorare in un asilo privato, il colloquio orientativo si è svolto tre giorni prima della fine dei corsi. Un'altra volta mi hanno costretto a scrivere un sacco di bugie sulla relazione finale. Ad esempio che avevo trovato lavoro in una fabbrica. In realtà era la mia vecchia azienda che mi richiamava". L'importante, insomma, è giustificare le spese. I risultati non contano.

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE: FAMILISMO, NEPOTISMO, CLIENTELISMO.

Rapporto Eurostat: altro che centro per l'impiego o ufficio di collocamento, in Italia, il lavoro si cerca tramite un intermediario. Il 76,9 % chiede aiuto a amici, parenti o sindacati. In Europa la media è del 68,9 %. La diffusione di curriculum invece è tra le più basse (63,9 %). Solo il 31,4 % infine, fa affidamento sugli annunci che compaiono sulla stampa o sul Web.

In Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro si affidano a un intermediario che può essere un parente o anche un sindacato. Ricorrere a chi si conosce già è, così, la prima strada che si percorre per trovare un posto.

A certificare le "usanze" degli italiani a caccia di un impiego è Eurostat nel rapporto 'Methods used for seeking work', secondo dati aggiornati al secondo trimestre del 2011. Nella Penisola chi bussa alle porte di amici, parenti o sindacati è, infatti, pari al 76,9%, una quota superiore alla media dell'area euro (68,9%), a quella dell'Unione europea nel complesso (69,1%) e soprattutto circa doppia a confronto con quella di Paesi come Germania (40,2%), Belgio (36,8%), Finlandia (34,8%). Anche se nel Vecchio continente c'è chi fa peggio, è il caso della Grecia (92,2%), ma pure di Irlanda e Spagna. Nell'Unione europea, inoltre, si fa molta pubblicità del proprio curriculum, del proprio percorso di studi, (68,8% Ue 17 e 71,5% Ue 27), una modalità che viene anche seguita in Italia, ma con una percentuale inferiore (63,9%), tra le più basse, in particolare a confronto con Irlanda e Slovenia, dove quello che Eurostat definisce come lo Study advertisement è praticato da più di nove persone su dieci in cerca di lavoro. L'Italia risulta anche tra i Paesi che meno fanno affidamento agli annunci di lavoro che compaiono sulla stampa o sul web, con solo il 31,4% che si rende disponibile a una precisa prestazione o risponde a un'offerta di impiego. Insomma, gli italiani credono poco nei contatti a distanza e privilegiano di gran lunga gli approcci diretti e informali. Non a caso è anche al di sotto dei valori medi europei la quota di coloro che si rivolgono ad operatori istituzionali, come i centri pubblici per l'impiego (31,9%), addirittura l'Italia è penultima nell'eurozona, alle spalle solo di Cipro, con una forte distanza dalla Germania (82,8%). Un discorso simile vale per i centri privati di impiego, come possono essere le agenzie del lavoro. In generale, in tutta Europa chi contatta soggetti privati per essere assunto è una minoranza, ma in Italia la fetta è ancora più risicata (18,0%). Tornando alle preferenze degli italiani, la seconda via scelta per trovare un'occupazione consiste nel chiedere direttamente al datore di lavoro; sempre secondo le tabelle di Eurostat oltre sei persone su dieci in cerca si rivolge al principale. Molto probabilmente si tratta di una modalità favorita dalla struttura produttiva del Paese, con tantissime piccole e medie aziende, dove, quindi, è più facile entrare in rapporto con i 'capi'.

Il sospetto già lo avevamo, ma ora arriva anche la certificazione dell'Eurostat. Nel Belpaese tre persone su quattro, quando devono cercare un posto di lavoro, bussano alla porta di amici, parenti o sindacati: qualcuno che possa dargli una mano. Insomma, qualcosa di molto simile al nepotismo, almeno nei casi in cui ci si rivolge ad amici e parenti nella speranza, magari, di avere accesso a una corsi preferenziale, una spintarella che possa lubrificare gli ingranaggi del mercato del lavoro. Il 76,9% degli italiani sceglie questa strada, una quota superiore alla media del continente (68,9%) e doppia rispetto a Germania (40,2%), Belgio (36,8%), Finlandia (34,8%). Tanti ma, secondo i dati diffusi dell'istituto di statistiche, non siamo neppure sul podio. Fanno peggio di noi Irlanda e Spagna e sul primo gradino del podio troneggia la Grecia. Atene stravince: il 92,2 per cento di chi cerca un posto di lavoro non prova nemmeno a seguire i metodi tradizionali.

Ufficio di collocamento, annunci su giornali e siti web o invio a raffica di curriculum? Neanche per sogno: si suona il campanello di amici e parenti già sistemati. Tutta una questione di metodo e di curriculum. In Europa si presta molta attenzione alla diffusione delle proprie conoscenze e del percorso di studi, in Italia no. Emerge anche questo dai dati dell'Eurostat: solo il 63,9 per cento dei nostri connazionali pubblicizza le proprie credenziali. Perché? Per sfiducia nei confronti degli annunci, innanzitutto, ma anche perché molto spesso non si è disposti ad accettare lavori che richiedano una precisa prestazione. E anche in questa abitudine siamo nella parte bassa della classifica europea.

Non solo chi cerca lavoro, ma anche chi offre lavoro si affida alla conoscenza diretta.

Altro che curriculum 6 aziende su 10 assumono in base alle conoscenze. Secondo l'ultima indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, nel 2010 6 aziende su 10 hanno usato il canale della "conoscenza diretta e segnalazioni personali". Infatti, per assumere, le imprese preferiscono affidarsi a conoscenze personali piuttosto che a curriculum, società di lavoro interinale o centri per l'impiego. Secondo l'indagine, nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione del personale hanno fatto ricorso al cosiddetto canale informale, "conoscenza diretta in primo luogo e segnalazioni personali", attraverso conoscenti o fornitori. Soprattutto, rispetto all'anno precedente l'utilizzo del canale informale ha registrato un forte aumento, passando al 61,1% dal 49,7% del 2009. "Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati: la conoscenza diretta, magari avvenuta nell'ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage, e il rapporto di fiducia da essa scaturito diventano quindi premianti ai fini dell'assunzione", si legge nel rapporto. Nel 2010 è anche cresciuto il ricorso da parte delle imprese a strumenti interni, ovvero alle banche dati costruite dalle stesse aziende sulla base dei curriculum raccolti nel tempo (al 24,6% dal 21,5%), ma la quota resta limitata a poco più di due imprese su dieci. Perdono invece terreno le modalità di reclutamento "tradizionali" (annunci su quotidiani e riviste specializzate), preferite solo nel 2,3% dei casi. Sono pochissime e in diminuzione anche le aziende che utilizzano intermediatori istituzionali, come società di lavoro interinale, di selezione (5,7%) e quelle che si affidano a operatori istituzionali, ovvero ai centri per l'impiego (2,9%). Ma se si guarda alla dimensione d'impresa il quadro cambia, dopo i 50 dipendenti le aziende iniziano a fare più affidamento sulle loro banche dati interne e a basarsi sul curriculum. Ecco che, quindi, al crescere della dimensione d'impresa il rapporto diretto del candidato con il datore di lavoro o tramite conoscenti perde importanza. Basti pensare che nelle realtà con più di 500 dipendenti il ricorso al canale informale scende al 10,2%, mentre l'utilizzo di strumenti interni sale al 48,9%. 

Il dato più preoccupante, che emerge dal monitoraggio delle politiche occupazionali e del lavoro da parte del Ministero del Welfare, è quello relativo alla qualità del servizio offerto, che mostra come solo il 24 % di chi cerca lavoro si rivolge ai centri provinciali per l'impiego e di questi solo il 4% dell'utenza che si rivolge ai servizi pubblici per trovare un'occupazione, vede soddisfatta la propria richiesta, contro il 30% di coloro che si rivolgono ai privati. La riflessione più interessante che esce dal monitoraggio è, però, un'altra. Non si tratta di stabilire se vinca il pubblico o il privato, bensì di capire di che tipo di servizio ha bisogno l'utenza. In Italia è proprio il sistema dell'intermediazione a non essere decollato, perché quello che funziona è il metodo fai da te. E questo sia a causa delle caratteristiche del tessuto imprenditoriale, sia per questioni di cultura. Le azioni più diffuse sono, infatti, quelle "private": colloqui di lavoro o selezioni spontanee, annunci o inserzioni su giornali o internet, invio domande di lavoro o curriculum, contatti tramite parenti, amici, conoscenti o sindacati. Nell'eccesso di offerta e in presenza di scarsità di domanda lì emerge  l'adattabilità italica con lo scavalco furbesco del concorrente: attraverso l'uso della "Raccomandazione".

Wikipedia dà una definizione di “Raccomandazione”, fenomeno sociale impossibile da debellare in periodi di crisi economica e morale. Si sceglie di adottare questo rimedio per superare illegalmente tutti i candidati a ricoprire un impiego, o un incarico, o un appalto a numero limitato, pubblico o privato, professionale o istituzionale.

La raccomandazione proposta in ambito privato, se adottata, danneggia l’azienda quando la selezione non sceglie il migliore tra i candidati possibili. Vi può essere reato.

Si concretizza il reato di concussione nel caso in cui un amministratore comunale, anche se non ha direttamente un potere gestionale, invita un imprenditore ad effettuare assunzioni di dipendenti da lui segnalati in una iniziativa commerciale che si sta realizzando e minaccia ripercussioni negative sulle autorizzazioni che il comune deve rilasciare alla nuova attività nel caso negativo. Il reato matura anche nel caso in cui venga assolto il coimputato cui è attribuito un ruolo amministrativo importante e che è direttamente dotato del potere di rilasciare o meno tali assunzioni, cioè in presenza di una assoluzione del sindaco o di un assessore. Ed infine non osta alla maturazione del reato il fatto che l’amministratore condannato non sia dotato in via diretta ed immediata del potere di rilasciare l’autorizzazione, ad esempio perché presidente del consiglio comunale: risulta essere sufficiente il fatto che le minacce di ripercussioni negative sulla iniziativa commerciale risultino essere concretamente credibili e quindi tali da determinare un condizionamento concreto nelle scelte dell’imprenditore. Possono essere così riassunti i più importanti principi fissati dalla Corte di Cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza n. 38617 del 5 ottobre 2009. Si deve soprattutto sottolineare che la pronuncia assume un notevole rilievo, perché stabilisce che per la maturazione del reato non è necessario che le minacce provengano personalmente da un amministratore, cui sono attribuiti compiti amministrativi diretti ed immediati sulla materia oggetto della autorizzazione da parte del comune, ma è sufficiente che queste minacce abbiano una rilevante probabilità di essere concretamente realizzate.

Per quanto detto, la Cassazione, sesta sezione penale, con sentenza nr. 38617 del 5 ottobre 2009, ha affermato che, fare pressioni su qualcuno, sfruttando la propria posizione o la propria autorevolezza, per agevolare l’assunzione di terze persone, può integrare gli estremi del reato di concussione. Il caso ha riguardato un Signore di Afragola (NA) che, in primo grado è stato condannato alla pena (condizionalmente sospesa) di due anni di reclusione per tentata concussione, perchè, approfittando della sua qualità di presidente del consiglio comunale di Afragola, aveva esercitato ripetute pressioni sui responsabili di un ipermercato di prossima apertura, per “agevolare” l’assunzione di 250 persone nominativamente segnalate, prospettando in caso contrario, la frapposizione di ostacoli all’avvio del centro commerciale. Successivamente, la corte di Appello di Napoli, lo assolveva dal reato. La Procura ricorreva in cassazione. La Suprema corte ha affermato che per aversi il reato di concussione è necessario che “il comportamento abusivo sia idoneo a creare nel soggetto passivo uno stato intimidatorio”.  Aggiunge la Corte che questo illecito si configura anche nel caso in cui il pubblico ufficiale si attribuisca poteri estranei alla sua competenza. In pratica, “è sufficiente che la qualità soggettiva dell’agente renda credibile l’esistenza di una specifica competenza di fatto.

La raccomandazione in ambito pubblico, è proposta da un soggetto privato o istituzionale, ma per avere conseguenza giuridica deve essere percepita ed adottata da un Pubblico Ufficiale, che pone in essere atti illegali al fine di produrre gli effetti sperati nella Pubblica Amministrazione. Ciò si concretizza nell’avvantaggiare qualcuno in pubblici incanti o in pubblici concorsi, ma il vero danneggiato è il sistema pubblico: non vi è cooptazione dei suoi elementi secondo imparzialità e meritocrazia, inficiandone la sua efficienza. Molti sono i reati commessi.

Vi è il “Falso”, perché nei verbali pubblici si attesta una valutazione non veritiera o fatti inesistenti.

Vi è l’ “Abuso di ufficio”, perché si adotta un atto illegale con violazione di norme di legge, con cui si avvantaggiano soggetti non meritevoli, danneggiandone altri.

Vi è la “Corruzione” e la “Concussione”, perché vi è sempre un interesse e un vantaggio economico, spesso reciproco.

Vi è l’ “Associazione a delinquere”, perché si è in tanti ad essere partecipi. Ecc. ecc.

Insomma, dovrebbe essere equiparata alla turbativa d'asta, in quanto mi si dovrebbe spiegare qual'è la differenza tra un concorso truccato ed un appalto truccato.

Si soprassiede sul fatto, non marginale, sul perchè non si ravvisi il reato di associazione di stampo mafioso istituzionale, per il sol fatto che vi è sopraffazione ed omertà in atti pubblici, con il vincolo associativo dei Pubblici Ufficiali.

Per RACCOMANDAZIONE si intende, comunemente, un'azione o una condizione che favorisce un soggetto, detto raccomandato, nell'ambito di una procedura di valutazione o selezione, a prescindere dalle finalità apparenti della procedura, cioè indicare i più meritevoli e capaci. Per essere tale, la raccomandazione deve coinvolgere un altro soggetto, detto raccomandante o sponsor, il quale esercita un'influenza sulla procedura di valutazione, indipendentemente dalle qualità del soggetto raccomandato. Le procedure di valutazione o selezione più frequentemente distorte dalle raccomandazioni sono i concorsi pubblici, le procedure di selezione del personale, i procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi, gli esami universitari o di abilitazione professionale, o qualsiasi procedura dove si valuta l'idoneità o la competenza di un soggetto in un determinato ambito professionale o culturale.

Caratteristica fondamentale della raccomandazione, dunque, è che agisce su queste procedure introducendo un criterio di valutazione estraneo ai loro criteri logici ordinari, che dovrebbero puntare a scegliere i più preparati e i più idonei. Questa caratteristica la distingue da altre pratiche apparentemente simili, ma eticamente legittime e socialmente funzionali, come la presentazione di un allievo, da parte di uno scienziato a un altro scienziato, affinché l'allievo prosegua con il secondo scienziato il percorso di ricerca già intrapreso con il primo. In questo caso, infatti, l'azione dello scienziato "raccomandante" non prescinde affatto dalla qualità del "raccomandato", testata appropriatamente attraverso l'esperienza di ricerca. Per sincerare l'esistenza di una vera "raccomandazione", occorre dunque comprendere la natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti, e chiarire se la natura di questi rapporti sono tali da introdurre, nel processo di valutazione, criteri estranei a quelli del merito e della capacità del valutando.

Nella raccomandazione esplicita (o raccomandazione propriamente detta) lo sponsor o raccomandante è sempre formalmente estraneo alla procedura di valutazione, e può indirizzare una semplice segnalazione a uno o più decisori coinvolti nella procedura di valutazione (raccomandatari). In tal caso si può anche parlare di menzione raccomandativa, che spesso viene descritta dal raccomandante con l'espressione "ho fatto il nome di....". Se invece il raccomandante esprime una schietta richiesta di favore o di aiuto, indirizzata ai raccomandatari, allora si può parlare di raccomandazione esortativa.

La raccomandazione implicita (o raccomandazione impropriamente detta) è invece una proprietà del soggetto valutato, che lo lega a un soggetto terzo o a un decisore (rapporto di amicizia, parentela, appartenenza politica, esperienze pregresse) e che può influenzare il processo di valutazione anche senza che un'azione vera e propria venga compiuta per distorcerlo.

Nel caso della raccomandazione esplicita, o anche nel caso della raccomandazione implicita se il raccomandante e il raccomandatario non coincidono, è frequente ravvisare un legame tra raccomandante e raccomandatario che espone il secondo all'influenza del primo, per meriti acquisiti dal raccomandante presso il raccomanadatario, per un rapporto di potere che il raccomandante può esercitare sul raccomandatario, per il prestigio e la reputazione del raccomandante, o per una qualsiasi proprietà del raccomandante da cui il raccomandatario attende vantaggi. Dello stesso tipo possono essere inoltre i legami tra raccomandato e raccomandante: se sussiste un rapporto di parentela tra i due, la raccomandazione è un aspetto del nepotismo. Se invece sussiste un rapporto politico, che spesso si traduce in consenso elettorale a favore del raccomandante, la raccomandazione rientra nella fenomenologia del clientelismo.

Dunque nella "pratica di raccomandazione" si ravvisano almeno tre soggetti. Nel caso della raccomandazione implicita, il raccomandatario non ha un ruolo attivo, ma nondimeno esercita la sua influenza.

Il raccomandante: colui che, sfruttando la propria posizione sociale e il proprio potere, compie l'azione del raccomandare.

Il raccomandato: colui che gode della raccomandazione e della posizione di vantaggio che ne consegue.

Il raccomandatario: colui che riceve la raccomandazione e, dunque, la segnalazione del soggetto da favorire.

La raccomandazione, anche detta informalmente "spintarella", può essere ulteriormente distinta in raccomandazione a spinta e raccomandazione a scavalco.

Nel caso della raccomandazione a spinta, la procedura di valutazione non è di tipo competitivo. I valutandi, in altre parole, non competono per l'accesso a un bene scarso, quindi non si forma una graduatoria con i partecipanti alla procedura di valutazione. E' il caso, ad esempio, degli esami scolastici o universitari. In questo caso, la raccomandazione danneggia il sistema sociale nel suo insieme, ma non presenta "controinteressati" specifici i cui diritti sono lesi.

Nel caso della raccomandazione a scavalco, i valutandi vengono inseriti in una graduatoria, in quanto competono per l'accesso a opportunità di numero limitato (ad esempio l'assunzione in un ente pubblico). In questo caso, la raccomandazione, oltre a danneggiare il sistema sociale sfavorendo la selezione dei più meritevoli e capaci, danneggia direttamente i valutandi non raccomandati.

La distinzione tra raccomandazione a spinta e raccomandazione a scavalco è spesso sfumata, in quanto gli esiti di procedure di valutazione non competitiva possono essere utilizzati per procedure di selezione: ad esempio, l'assegnazione di borse di studio può dipendere dai voti d'esame, la graduatoria di un concorso pubblico può dipendere dal voto di laurea. In questo senso, pressoché ogni raccomandazione a spinta ha il potenziale per sostanziarsi in una raccomandazione a scavalco, sebbene gli effetti siano in prima battuta meno prevedibili e specifici. Nel caso della raccomandazione a scavalco, invece, i danni di natura morale e patrimoniale inflitti ai valutandi non raccomandati sono immediatamente tangibili.

La raccomandazione è in Italia una pratica molto diffusa, soprattutto per l'accesso al pubblico impiego, come segnalano molte vicende di cronaca. La trasmissione "Mi Manda Raitre" segnalò molti casi di raccomandazioni a vantaggio di candidati del concorso per titoli e per esami del 2000, rivolto ad aspiranti insegnanti, supplenti in attesa di cattedra e neolaureati. Caso che rimbalzò sui primi titoli del Times e fece il giro del mondo. In quel caso, si parlò soprattutto di regali da parte dei raccomandati a membri delle commissioni esaminatrici, spesso consistenti in pellicce e gioielli. Non da meno sono gli scandali esplosi sui concorsi a numero chiuso per accedere alle università, ovvero le forme di baronie accademiche. Meno note alla pubblica opinione sono le questioni attinenti ai concorsi pubblici che attengono l'abilitazione professionale dell'avvocatura e del notariato o dell'università, oltre che quella più scabrosa per accedere in Magistratura. Investiti delle denunce sui concorsi farsa sono i Magistrati, che con gli avvocati e i professori universitari fanno parte, come componenti necessari, di tutte le commissioni di esame per l'accesso ai rispettivi ordini professionale. Invalidare un concorso pubblico significa invalidarli tutti, in quanto il sistema concorsuale è marcio dal punto di vista oggettivo, così come molteplici interrogazioni parlamentari e sentenze amministrative hanno dimostrato. Ammettere ciò significa palesare il degrado morale di una società civile la cui classe dirigente non merita di essere tale. Ma muoversi dal punto di vista penale significa inficiare la credibilità delle categorie nominare. Per questo non si può, nonostante la riforma dell'esame forense del 2003 ha attestato quanto si cerca di censurare: fuori i consiglieri dell'ordine degli avvocati dalle commissioni esaminatrici e gli scritti corretti da avvocati, magistrati e professori universitari di altro distretto di Corte d'Appello, sorteggiato, questo perchè si raccomandava a iosa. In seguito nulla è cambiato. A questo punto per il sistema è più facile tacitare e perseguitare il dr Antonio Giangrande, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, autore del libro "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo" ed autore di centinaia di articoli-denuncia pubblicati da moltissime testate nazionali ed estere. Egli da anni denuncia al mondo il sistema illegale di accesso e di abilitazione alla classe dirigente italiana, non assicurandole la meritocrazia.  foriera di inefficienza. Per questo per decenni non gli è stata resa un'abilitazione forense, chiaramente meritata, oltre che essere perseguito per reati inesistenti.

Il meccanismo della raccomandazione "va a buon fine" quando tutti i soggetti coinvolti agiscono di concerto. Spesso le relazioni tra i soggetti qui descritti sono sostenute da trasferimenti di denaro e/o altre prestazioni. Quando la raccomandazione ha buon esito e il candidato è insediato nel posto di lavoro da lui richiesto, può succedere che gli venga segnalato dall'ex raccomandatario un nuovo candidato da favorire, aprendo così una catena che è molto difficile interrompere, ma che finisce spesso per premiare candidati impreparati o inadatti a quella mansione a danno di altre persone che avrebbero i titoli e la preparazione ottimale per accedere, ma che si vedono esclusi a priori dall'accesso. La raccomandazione viaggia spesso attraverso circuiti familiari (nepotismo): un parente può essere favorito da un membro della stessa famiglia che occupa una posizione importante in seno a un istituto della pubblica amministrazione, un ente privato o una struttura confessionale, se in tali istituzioni esistono soggetti in grado e propensi a favorire dei loro protetti e manchi la vigilanza delle istituzioni.

Questa pratica danneggia quindi meritocrazia e efficienza, che dovrebbero essere sempre alla base delle assunzioni e della gestione: l'accesso di nuovi assunti non in grado di assolvere ai requisiti richiesti può causare una diminuzione o un danno alla produttività e all'efficienza di una struttura, mentre in molti casi la macchina burocratica della stessa diventa più lenta per la presenza di personale assunto ad hoc in numero eccedente rispetto alle necessità effettive. Talvolta il raccomandatario, se in una posizione molto influente, può addirittura indire un concorso o una serie di colloqui per posizioni per esaudire le necessità del raccomandato.

Nel caso della raccomandazione clientelistica nel settore pubblico, ulteriore danno alla pubblica amministrazione proviene dal rapporto di riconoscenza che lega il raccomandato al raccomandante: se la Costituzione della Repubblica Italiana pone i dipendenti pubblici "al servizio della Nazione", il raccomandato potrebbe invece servire l'interesse particolare del raccomandante politico-clientelare, venendo talvolta a configurare un rapporto di lavoro subordinato, di fatto, non più con l'ente pubblico che eroga la retribuzione (e quindi con la comunità di cittadini che finanzia l'ente pubblico), ma con il raccomandante o con la parte politica del raccomandante. I raccomandanti, in alcuni casi, potrebbero contare sul dipendente pubblico come su una propria risorsa privata da utilizzare per le attività di partito o addirittura personali o familiari dei raccomandanti, sebbene a spese dei contribuenti.

A sua volta, laddove si manifesta, l'inefficienza della macchina burocratica (personale eccedente assunto senza effettive necessità, leggi errate, conflitti tra leggi regionali e statali ecc.) può rendere molto difficile l'accesso al posto di lavoro da parte del candidato avente i requisiti necessari. I cavilli legali, la lunghezza delle pratiche da espletare, possono creare così una competizione al ribasso che spinga un dirigente poco onesto a risolvere i problemi occupazionali di un candidato particolare piuttosto che di un altro in possesso di titoli uguali o maggiori del favorito.

La domanda di posti di lavoro aumenta con l'incertezza istituzionale: leggi e decreti che scadono al cadere di una legislatura, o concorsi istituiti una tantum per volontà di un singolo governo o di una singola amministrazione, non ripetuti a scadenze precise di tempo possono aggiungersi ai problemi già elencati. Le vessazioni burocratiche illegali (ad es. richiesta di documenti o certificati di identità o idoneità laddove la legge prescrive l'autocertificazione personale), la complicazione delle procedure burocratiche (eccessiva documentazione da compilare, difficoltà dei moduli di iscrizione e mancanza di personale, insufficienza delle strutture addette ad assistere i candidati nell'espletamento delle pratiche, la mancanza o insufficienza di informazioni atte alla preparazione del candidato possono scoraggiare ulteriormente chi non goda di sostegni particolari all'interno dell'istituzione in questione.

Per tutti questi aspetti, le raccomandazioni sono da considerare una vera e propria piaga sociale, che danneggia alle fondamenta il sistema sociale ed economico, incentivando la "fuga dei cervelli", minando la competitività del sistema produttivo, incentivando l'inefficienza, gli sprechi e l'illegalità nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un'atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio.

Dorothy Louise Zinn, con il suo libro, “La raccomandazione, Clientelismo vecchio e nuovo”, parla di un tema sempre attuale.

Secondo una radicata tradizione di studi antropologici, ormai largamente acquisita anche dal senso comune, il clientelismo è uno dei caratteri costitutivi della realtà del nostro Mezzogiorno. Ad esso viene strettamente connessa l'idea della raccomandazione, cioè di una qualche forma di relazione sociale tesa a «forzare le regole», e che va dalle più piccole e innocue richieste di favori, fino alle forme più gravi di sopraffazione e stravolgimento delle regole. Ma la raccomandazione è davvero, e soltanto, un fatto meridionale? Tutta la vicenda di Tangentopoli in Italia, così come le crisi economiche dell'Asia e della Russia, o lo scandalo che ha investito in Germania il partito dell'ex cancelliere Kohl, indicano che i tempi sono maturi per una riconsiderazione del clientelismo.

Sarà pure spregevole, ma è quanto mai necessaria. La raccomandazione è una pratica così diffusa nel malcostume nostrano da essere elevata a sistema, a ideologia pura. Il 58% degli italiani, infatti, secondo la rivista Focus, approva la spintarella come strumento di promozione senza differenze tra maschi e femmine. L'Italia si conferma paese dove il nepotismo e la "segnalazione" hanno basi abbastanza solide e così la percentuale si alza di molto quando si tratta di chiedere una raccomandazione per parenti o amici. Secondo l'indagine della rivista si arriva al 72% per gli uomini e addirittura all'80 per le donne. La meritocrazia non gode di ottima salute in Italia. E ormai la credenza che la raccomandazione sia un atto dovuto sta egemonizzando l'opinione pubblica e la gente comune. Nel familismo all'italiana sembra non si possa proprio negare un favore a nessuno. I centri di potere che creano clientele sono molteplici (politica, magistrati, avvocati, mondo ecclesiastico) ciascuno in grado di assicurare un posto al sole. Sono in pochi a credere nella mobilità sociale, così meglio affidarsi a prassi consolidate. Così all'intervistatore che chiede: “Raccomandereste il figlio, inetto, di un amico che vi ha fatto un grosso favore?”, il 41% ha risposto in modo affermativo aggiungendo, “senza insistere”. Ma solo il 10% degli intervistati ne sconsiglierebbe l'assunzione.

Sarà cambiata lei, ma i raccomandati no, quelli ci sono sempre. Almeno uno su due, è la conclusione di una ricerca dell’Isfol. E per un’indagine dell’Eures quasi il 60% dei ragazzi con meno di 20 anni hanno le idee chiare sul loro futuro, convinti come sono che il fenomeno della raccomandazione sia in aumento.

Anche chi è sempre stato diffidente verso la Confindustria farebbe bene a leggere il rapporto "Generare classe dirigente" della Luiss, l’università dell’associazione degli industriali. Quel rapporto è composto essenzialmente da due parti. La prima è stata elaborata sulla base di 2080 questionari rivolti a soggetti scelti fra tutta la popolazione italiana messi a punto dall’associazione laureati Luiss, dall’Università politecnica delle Marche, dell’Università di Bologna e dalla società Ermeneia del sociologo Nadio Delai. Il risultato è per certi versi sconcertanti. Alla domanda se in Italia le raccomandazioni contino più del merito, le risposte "molto" e "abbastanza" hanno raggiunto l’80,6% del totale. E questo nonostante il 79,9% sia d’accordo sul fatto che la valorizzazione del merito possa "migliorare le condizioni del Paese". E se secondo gli intervistati il riconoscimento del merito esiste sia pur moderatamente nella piccola e media impresa (51,2%) e nelle professioni (49,9%), nella classe dirigente (34,4%) è molto più basso, per non parlare dei sindacati (27,9%), delle associazioni imprenditoriali (24,5%), della pubblica amministrazione (24%) e della politica, dove i giudizi sul riconoscimento del merito sono i più bassi in assoluto: 22,9%. Da sottolineare che sia per la pubblica amministrazione che per la politica il peso delle risposte "poco" e "per nulla apprezzato" relativamente al merito, raggiungono i livelli massimi, rispettivamente pari al 56,3% e al 54,2%.

La raccomandazione non tramonta mai. Il male italiano resta radicato con forza nella nostra realtà lavorativa e non accenna a indebolirsi. E' quanto risulta da un sondaggio realizzato dall'istituto ricerca Swg e diffuso durante un convegno a Lamezia Terme sul tema "La nuova politica del quadro strategico nazionale: l'istruzione motore dello sviluppo". Secondo l'indagine 9 italiani su 10 credono che per trovare lavoro serve conoscere la persona giusta. Sono l'89% degli interpellati a dire dunque che la vecchia raccomandazione serve ancora, eccome, per trovare un'occupazione in Italia.

Al Sud solo un laureato su quattro trova lavoro  e solo grazie alle "conoscenze". Lo rivela uno studio della «Rivista Economica del Mezzogiorno», trimestrale della Svimez. Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud, a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente. Nel Sud infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma solo «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perché ricca, ma pure perché inserita in un reticolo di rapporti sociali». Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso: «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita».

Recenti inchieste giudiziarie hanno smascherato centinaia di casi di privilegio e favoritismi, costruiti scientemente. La raccomandazione è il metodo più rapido per ottenere risultati. Che denoti una scarsa cultura della legalità, o  un impatto sociale devastante non sembra interessare più di tanto. Del resto in situazioni di ristrettezza e di vacche magre, la spintarella rimane un valido appiglio per andare avanti con la proverbiale arte dell'arrangiarsi, del tirare a campare, del machiavellismo specioso. Come dire: ognuno usa i mezzi di cui dispone. Con buona pace dei sociologi che lanciano strali contro le sponsorizzazioni gonfiate e pontificano sul declino dell'etica, sul clientelismo, sul familismo amorale.

I PARENTI ECCELLENTI DELLA POLITICA: DALLE DINASTIE PERPETUE A CHI 'SISTEMA' I FIGLI NEGLI UFFICI O LE MOGLI IN PARLAMENTO.

Un fenomeno davvero curioso, che in politica si verifica con una frequenza strabiliante, è quello dell’ereditarietà. E’ curioso perché nello sport, per esempio, non accade con eguale sistematicità. Quanti grandi calciatori o sciatori o automobilisti hanno generato eredi capaci di eguagliarli e magari superarli? I casi si possono contare sulle dita di una mano. In politica, al contrario, non è così. Evidentemente, i geni si tramandano meglio quando si sta seduti su una comoda poltrona in Palamento, che quando occorre correre dietro una sfera di cuoio o su un bolide di Formula1. Chi di voi, infatti, sapeva che l’ex premier Massimo D’Alema è figlio di un ex deputato del Partito comunista italiano, Giuseppe D'Alema?

L’ex primo ministro – l’unico della storia italiana a provenire dalla sinistra – non è tuttavia l’unico prototipo del darwinismo applicato alla politica. Particolarmente articolata, infatti, è la dinastia dei Veltroni.

Walter è figlio di Vittorio Veltroni, radiocronista Eiar e poi dirigente della Rai, scomparso quando lui aveva appena un anno. Sua madre, Ivanka Kotnik, era figlia dello sloveno Ciril Kotnik, ambasciatore del Regno di Jugoslavia presso la Santa Sede, che dopo l'armistizio del 1943 aiutò numerosi ebrei romani a scappare dalla persecuzione nazifascista. Walter, bocciato in prima superiore – quasi un precursore rispetto a Renzo Bossi - nel 1973 ha ottenuto il diploma in cinematografia e televisione. In particolare, si è distinto per avere sfasciato il centrosinistra, defenestrando Romano Prodi – l’unico capace di battere sempre il Cavaliere - e guidando il Pd alla disfatta nelle politiche del 2008.

Proprio Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio, ex ministro dell’era Andreotti e presidente storico dell’Iri, ha un fratello maggiore, Vittorio, che siede all’Europarlamento. La loro dinastia impera anche all’Università di Bologna. Vittorio è stato docente di fisica, Romano vi insegna ancora economia.

Giorgio Franceschini, padre del ferrarese Dario - anche lui leader per nulla indimenticabile del Pd, dopo il fallimento di Veltroni - fu partigiano bianco e deputato per la Democrazia cristiana durante la II Legislatura, dal 1953 al 1958.

Rosa Russo Jervolino, ex ministro dell’Interno e sindaco di Napoli, è figlia di Angelo Raffaele Jervolino, ex esponente del Partito popolare e della Dc, firmatario della costituzione, deputato, senatore e ministro di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e Aldo Moro.

Il deputato messinese del Pd ed ex sindaco di Messina, Francantonio Genovese, è nipote dello storico numero uno della Dc siciliana, Nino Gullotti, a suo tempo pluriministro della Repubblica, e figlio dell’ex senatore della Balena Bianca, Luigi genovese. Altro figlio d’arte messinese è il senatore Gianpiero D’Alia, coordinatore siciliano dell’Udc e capogruppo a palazzo Madama. Suo padre, Totò, è stato per anni un pezzo da novanta della Dc.

“Circondato” da politici o comunque da militanti è Piero Fassino, altro esponente di spicco del Pd, più volte ministro e segretario dei Ds dal 2001 al 2007. È sposato dal 1993 con Anna Maria Serafini, deputata del suo stesso partito dal 1987 al 2001 e senatrice dal 2006. Nel 2008, stranamente, è stata eletta in un collegio della Sicilia, sebbene lei sia nata - il 4 marzo 1953 - a Piancastagnaio (provincia di Siena) e sia residente a Roma. Probabilmente avrà trovato nell’isola un posto disponibile sul treno per palazzo Madama. Il nonno materno di Piero Fassino, Cesare Grisa, fu uno dei fondatori del Partito socialista italiano. Quello paterno venne ucciso dai fascisti nel 1944, mentre il padre, Eugenio Fassino, è stato comandante della 41ma brigata Garibaldi nel corso della resistenza.

Si sono separati come le acque al cospetto di Mosè i figli di Bettino Craxi, padre a dir poco discusso del socialismo liberale italiano. Stefania, sottosegretaria agli Esteri, ha sposato – sebbene con atteggiamento recentemente critico – la causa di Silvio Berlusconi. Bobo, fratello minore, è stato anch’egli sottosegretario agli Esteri, ma nel Governo Prodi. E ora tenta l’impresa con il riesumato Partito socialista.

Un nome decisamente altisonante e ancora più “scomodo” di quello dei Craxi è quello di Alessandra Mussolini, ex attrice e cantante e da una vita in Parlamento. L’attuale deputata del Pdl si potrebbe definire una predestinata, configurando una sorta di “incrocio” tra due famiglie di assoluto richiamo. E’ infatti figlia di Anna Maria Scicolone, sorella minore dell'attrice Sophia Loren, e di Romano Mussolini, quarto figlio di Benito.

Parenti eccellenti anche nelle forze cosiddette autonomiste. Come per esempio in Sicilia. L’ex europarlamentare e attuale governatore Raffaele Lombardo, un tempo democristiano di ferro e ora leader del Mpa, nel 2008 ha spedito a Montecitorio il fratello Angelo Salvatore, da una vita nella sua segreteria politica. Angelo, nel 2006, era stato eletto all’Assemblea regionale siciliana, salvo poi perdere la poltrona a causa dello scioglimento del governo in virtù delle dimissioni dell’allora presidente Salvatore Cuffaro.

Ma quando si parla di autonomismo non si può tralasciare l’epopea dei Bossi. Renzo, secondogenito di Umberto, dopo essere stato bocciato per ben 3 volte all’esame di Stato, nel 2009 è stato eletto in Consiglio regionale lombardo. Il primogenito Riccardo, all’inizio del nuovo millennio, è stato il portaborse – in Europarlamento – del leghista Francesco Speroni. Lo stesso è accaduto per Franco Bossi, fratello del Senatùr, che nello stesso periodo ha servito a Bruxelles un altro esponente del Carroccio, Matteo Salvini. Nessuno dei due portaborse aveva titoli giustificativi dell’incarico ma guadagnavano entrambi 12.750 euro. Mensili.

Sempre in quegli anni, il sottosegretario Maria Elisabetta Alberti Casellati, in quota a Forza Italia prima e al Pdl poi, ha assunto a capo della propria segreteria, al ministero della Salute, la figlia Ludovica. E ancora in consiglio regionale Lombardo, oltre al Trota, siede un altro parente eccellente: Romano Maria La Russa, fratello minore del ministro della Difesa, Ignazio.

E questa è solo la punta dell’iceberg. Del resto, si sa, buon sangue non mente. Anche se verrebbe tanto da chiedersi dove è finito, dopo la morte della Prima Repubblica, il “nuovo che avanza”.

"Onorevoli figli di. I parenti, i portaborse, le lobby: istantanea del nuovo Parlamento" Rinascita edizioni di Danilo Chirico e Raffaele Lupoli.

"Non possiamo avere un Paese che, quando andiamo a vedere le liste elettorali, sono tutti figli di". Luca Cordero di Montezemolo era ancora presidente di Confindustria quando, da buon manager legato alle famiglie più influenti del capitalismo italiano, prima del voto ha voluto ribadire l'importanza della meritocrazia e della concorrenza in tutti i campi, anche nella politica. "Sin dalla prima elementare - ha spiegato - chiunque deve poter andare avanti se è capace, indipendentemente da come si chiama". Gli si potrebbe replicare che dipende anche da dove uno frequenta le elementari. E se ci va accompagnato dall'autista di papà o a piedi con la mamma disoccupata assieme agli altri tre fratelli. (...) Essere figli di non è reato e non è per forza sinonimo di incapacità e privilegio: per fortuna c'è anche chi eredita passione e competenza. Anche se non sempre è possibile distinguere se e quanto il successo, nella professione o nella politica, dipenda dal saperci fare o dal peso del genitore di turno. 

Maria Paola Merloni, ad esempio, è laureata in Scienze politiche ed è un'imprenditrice. A 45 anni ha al suo attivo già due anni da deputato della Margherita, poi Pd. Prima di arrivare in politica è stata presidente di Confindustria nelle Marche e le sue parole d'ordine sono "innovazione e competitività". Nonostante abbia mostrato sul campo le sue doti, il suo nome lo si trova per forza di cose associato a quello del padre Vittorio, fabrianese patron della Indesit elettrodomestici e presidente di Confindustria dal 1980 al 1984. Durante la scorsa legislatura sulla prima dei quattro figli dell'industriale, membro peraltro della commissione Attività produttive, si è abbattuto un sospetto di conflitto d'interesse quando si è trattato di votare sugli incentivi all'acquisto degli elettrodomestici ecologici. (...)

Per rimanere nel ramo (figli e rottamazioni) passiamo a Matteo Colaninno, esordiente in Parlamento ma alle spalle una carriera da manager che fa spavento se rapportata ai suoi 38 anni. Prima di annunciare il suo sì a Veltroni (era capolista in Lombardia 1) si è dimesso dalla carica di presidente nazionale dei Giovani imprenditori, di vicepresidente di Confindustria e di membro del consiglio d'amministrazione del Sole 24 Ore. (...) Matteo è il numero due dell'impresa guidata da Roberto Colaninno, il gruppo Piaggio: 7.200 dipendenti, 7 stabilimenti e attività commerciali in oltre 50 paesi. La sua visione sul ruolo di operai e imprenditori nel paese è la stessa più volte espressa da Walter Veltroni: "Oggi anche le imprese non sono necessariamente soggetti forti - ha detto Colaninno all'apertura della campagna elettorale - . Bisogna capire che azienda e lavoratori devono fare parte dello stesso progetto perché il mercato non è più l'orto di casa o il confine domestico ma il mondo". (...)

Tanti imprenditori è vero, ma qualche rampollo della politica non se lo è fatto sfuggire neanche Silvio Berlusconi, nonostante un solenne annuncio dallo studio di Porta a porta, quando in apertura di campagna elettorale disse: "Nel Pd hanno messo dentro le segretarie, i portaborse e anche i figli e le figlie di. Una cosa che, posso assicurare, noi non faremo".

Fra i banchi di Montecitorio però siede anche stavolta Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco. L'ex presidente picconatore che l'8 aprile, dopo aver confermato i buoni rapporti con il Cavaliere ("non l'ho mai votato, ma sono amico suo e delle sua famiglia"), ha regalato uno "scoop" alla giornalista del Piccolo che lo intervistava: "Sarò il testimone di nozze della figlia di Berlusconi, Barbara - ha detto - E sa chi mi ha scelto? Barbara". Amicizie di famiglia a parte, l'onorevole Cossiga figlio, 44enne ingegnere aeronautico, era vice-coordinatore sardo di Forza Italia e la scorsa legislatura faceva parte della commissione Difesa di Montecitorio. (...) 

Per restare ai politici figli di politici, torna in Parlamento anche Enrico Costa, figlio dell'ex ministro Raffaele, liberale finito nel Pdl, autore dei libri "L'Italia degli sprechi" "L'Italia dei privilegi" e propugnatore della fine dei poteri speciali a regioni e province autonome. Il padre presiede la provincia di Cuneo, mentre il figlio, deputato con il Pdl, ne segue le orme a Roma.

Meno noto, ma altrettanto "figlio" il teramano Paolo Tancredi, 42 anni: suo padre è l'ex parlamentare della Dc Antonio Tancredi. Eletto al Senato nelle truppe berlusconiane ha lasciato la carica di consigliere regionale nel suo Abruzzo.

Stessa eredità e stesso partito per Mauro Pili, figlio di Domenico, socialista di Iglesias che abbandonò la politica dopo una condanna per tangenti. Il giornalista ed ex (giovanissimo) presidente della Regione Sardegna (famoso il suo discorso d'insediamento in cui citava cifre e dati relativi alla Lombardia), in campagna elettorale ha attraversato la sua regione a bordo del "treno della libertà". 

Alla stazione Montecitorio Pili si è ritrovato seduto qualche posto più in là un altro figlio riconfermato, il responsabile Mezzogiorno di Forza Italia ed ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto da Maglie, Lecce. Anche suo padre Totò, democristiano di razza e concittadino (ma avversario nel partito) di Aldo Moro, è stato alla guida della Regione. Purtroppo è morto in un incidente stradale nel 1998, prima di coronare il suo sogno di candidarsi all'Europarlamento l'anno successivo, ma il giovane Raffaele, oggi 38enne, ne ha raccolto bacino di voti e voglia di gettarsi nell'agone.

A 33 anni (è nata il 23 ottobre del 1974) è al suo terzo mandato anche Chiara Moroni, figlia del parlamentare socialista Sergio, che si tolse la vita dopo che fu coinvolto nello scandalo di Tangentopoli. Dopo la morte del padre Chiara ha militato nella Federazione giovanile socialista e, aderendo al Nuovo Psi, si è candidata con la Casa delle Libertà alle politiche del 2001. Nel 2004 è stata al centro di roventi polemiche, scaturite dalle esternazioni dei deputati leghisti Alessandro Cè e Dario Galli, che avevano dichiarato: "Ci sono persone abbastanza giovani, che stanno qui non si capisce per quali meriti", alludendo chiaramente alla Moroni e ai partiti della Prima Repubblica (fra cui quello socialista), che la Lega ha spesso criticato.

L'avvocato e poi magistrato militare Daniela Melchiorre, classe 1970, il 18 maggio 2006 è stata nominata sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi. "Il governo di centrosinistra sarà fondamentale nel portare un miglioramento nella giustizia in generale. Si lavorerà in tutte le direzioni indicate da presidente del Consiglio", aveva dichiarato subito dopo la nomina. Prima di allora affiancava alla professione l'attività di vicesegretario regionale della Margherita in Lombardia. Gianni Barbacetto nel libro "Compagni che sbagliano" racconta che nel curriculum scritto da lei stessa, tra i meriti di studio e professionali, compare anche un'altra utile indicazione: "Figlia del generale della Guardia di finanza Melchiorre e nipote del cardinale Bovone". Una voce quantomeno originale, ma facile da valutare.(...)

Insospettabili le origini familiari di Maria Eugenia Roccella, neo-deputata del Pdl. Giornalista e saggista con una laurea in lettere e un dottorato di ricerca alla Sapienza, Eugenia è figlia di Franco, uno dei fondatori del Partito radicale e anima dell'Ugi, Unione goliardica italiana. A lui si deve il motto dell'associazione che annoverava fra i suoi adepti Marco Pannella e Lino Jannuzzi: "Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità". (...)

Se, insomma, il Popolo delle libertà non può scagliare la prima pietra, è vero anche che il Partito democratico è stato il più criticato in campagna elettorale per la sua eccessiva attenzione alla genealogia. La medaglia d'oro per la specialità va senz'altro a Daniela Cardinale, giovane figlia dell'ex ministro delle Poste e telecomunicazioni Salvatore. (...)

Sul banco degli imputati con l'accusa di essere "figlia di" è finita anche Marianna Madia, che rivendica con fierezza un'affermazione per la quale era stata criticata da più parti: "Porto in dote tutta la mia straordinaria inesperienza". E spiega che la sua candidatura "dimostra che c'è una rivoluzione in corso". Ma di lei in campagna elettorale si è detto soprattutto che è sveglia e amica dei potenti. Per sua stessa ammissione la parlamentare romana, classe 1980 "secchionissima" laureata con il massimo dei voti, deve dire grazie a chi le ha consentito di arrivare al posto di capolista nel Lazio: dal "maestro di vita" Giovanni Minoli a Enrico Letta, "che ad una ragazzina non ancora laureata ha dato la possibilità di entrare all'Arel", il Centro studi economici promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E ovviamente a Walter Veltroni, a cui è bastato un colloquio dopo la segnalazione degli altri due padrini per decidere. "L'ho visto due volte in vita mia - si schermisce Marianna - Venne al funerale di mio padre. Tre anni e mezzo dopo mi ha telefonato per propormi la candidatura. Il padre di Marianna, Stefano Madia, era giornalista professionista. Poi decise di iscriversi a un corso di recitazione e Dino Risi lo scritturò per il film Caro papà che gli fruttò un premio come miglior attore non protagonista a Cannes. "Poi torna al suo lavoro - racconta la figlia - Ma da precario: programmista-regista in Rai. Lavora a Porta a porta, poi a Mixer, quindi fa causa alla Rai. Dopo dieci anni, due mesi fa ho ricevuto la sentenza: il giudice ordina assunzione e reintegro con giusta mansione. Perciò, in Parlamento, lo giuro: di due cose, certamente, mi occuperò. La lentezza della Giustizia e il dramma del precariato". 

"La candidatura come capolista di Marianna Madia mi convince come donna e come democratica. E le parole di Marianna mi convincono ancor più che la strada del rinnovamento è davvero iniziata". Sarà solidarietà filiale, dato che Franca Chiaromonte, senatrice eletta in Campania, è figlia di Gerardo, parlamentare e dirigente comunista, numero due del partito ai tempi di Berlinguer. (...)

Ritrova il suo posto al Senato anche Sabina Rossa, 45 anni, insegnante e sindacalista: eletta nel 2006 nelle file dell'Ulivo torna a Palazzo Madama dopo l'elezione in Liguria, dove era sesta in lista. Suo padre Guido nel '79 è stato giustiziato da un commando delle Brigate Rosse in un'esecuzione che segnò l'inizio della loro fine. L'attentato era stato deciso per punire il sindacalista della Fiom-Cgil che aveva voluto denunciare l'infiltrazione in fabbrica di un brigatista sorpreso a sistemare volantini terroristici. (...)

Con Sabina Rossa, Giovanni Bachelet ha in comune il tragico destino del padre. E anche lui è stato eletto con il Partito democratico alla Camera. Le sue ricerche come fisico della materia hanno ottenuto il prestigioso traguardo di circa quattromila citazioni: ora lo scienziato arriva in un Parlamento che nella sua storia ne ha annoverati davvero pochi. (...)

Segno Pd ascendente Dc anche per Francantonio Genovese, messinese avvocato figlio del senatore Luigi e nipote del pluriministro Nino Gullotti, entrambi dello scudo crociato. L'ex deputato regionale e sindaco di Messina "decaduto" è segretario siciliano del partito ed è stato eletto alla Camera nel collegio Sicilia II (terzo in lista). Da primo cittadino della sua città, nel 2007 il neo parlamentare è stato travolto, assieme all'intero consiglio comunale, dall'annullamento delle elezioni che lo avevano eletto nel novembre 2005. Il Consiglio di giustizia amministrativa ha accolto il ricorso di un suo contendente alla poltrona di sindaco, Antonio Di Trapani, e della lista del Nuovo Psi di De Michelis, esclusi dalla competizione.

Esordio in Parlamento anche per Roberto Della Seta, romano classe 1959, responsabile Ambiente del Pd eletto al Senato in Piemonte. (...) Prima del "salto" era presidente nazionale di Legambiente, dove era entrato da obiettore di coscienza e ha lavorato per oltre dieci anni. Laureato in Storia dei partiti politici, giornalista, è autore di saggi su vari temi di storia contemporanea: l'ultimo è il Dizionario del pensiero ecologico, il primo è I suoli di Roma, scritto a quattro mani con suo padre Piero, urbanista, saggista ed ex assessore nella capitale dal 1976 al 1983 nelle gloriose giunte Petroselli e Argan. (...)

Giuseppe Berretta, eletto in testa alla lista Pd nel collegio della Sicilia orientale, ha ereditato dal padre due carriere: quella accademica e quella politica. Prima di arrivare a Montecitorio il 37enne avvocato e docente di Diritto del lavoro all'università Kore di Enna, è stato consigliere comunale all'opposizione di Scapagnini, che ora ritroverà in Parlamento, e segretario dei Ds a Catania. Il padre è Paolo Berretta, vicesindaco ai tempi di Enzo Bianco, docente universitario da sempre impegnato in politica, scomparso nel 2006.

Candidata numero 18 al Senato per il Pd in Lombardia c'era anche Ludina Barzini, giornalista, nipote di Luigi Barzini senior, figlia di Luigi Barzini jr, ha raccontato alcune vicende della sua famiglia in Barzini, Barzini, Barzini (Rizzoli 1986). E' è stata anche assessore alla cultura al Comune di Milano. Assieme a candidature di bandiera come quella della Barzini, Pd e Pdl hanno candidato anche alcuni giovani dai natali parlamentari verso il fondo delle liste. Sono ragazzi che sulla scorta dell'esperienza paterna intraprendono la formazione alla dura scuola della campagna elettorale.

Per sostenere Veltroni, ad esempio, ha cominciato a farsi le ossa Gennaro Diana figlio di Lorenzo, ex senatore proveniente dalle difficili terre di Casal di Principe, in provincia di Caserta, in Parlamento dal 1994 al 2006. Dopo tre legislature nelle fila dei Ds e in commissione Antimafia, oggi è membro dell'assemblea nazionale del Pd. Il giovane figlio era numero 26 in Campania 2. Candidatura di servizio, si dice in gergo.

Nelle truppe berlusconiane è stato invece eletto Antonino Salvatore Germanà, nato a Messina nel 1976 e piazzato al decimo posto in Sicilia 2. Conquistando quel seggio che tra Camera e Senato il padre Basilio occupava per Forza Italia dal '94 (fu lui nel 2002 a proporre una provincia autonoma per le isole minori: 53 in tutto). Per la candidatura è perfino entrato in competizione con l'assessore regionale uscente alla Cooperazione Nino Beninati. Per volare a Roma il 32enne deputato ha lasciato ben volentieri la poltrona alla Provincia di Messina, dove era assessore alla Pubblica istruzione. Le sedie che occuperà nella capitale hanno tutto un altro fascino. 

Invece è un capitolo a sé l'eterno match tutto interno alla famiglia Craxi. Il botta e risposta a distanza ha toccato il punto più caldo a metà marzo, quando Michele Vittorio detto Bobo Craxi si è armato di carta e penna e ha scritto a sua sorella: "Cara Stefania, stai nel posto sbagliato". Il capolista per il Partito Socialista in Lombardia 1 e 3 ha reagito così all'iniziativa dal titolo "I riformisti craxiani e il Partito popolare europeo", svoltasi a Milano ad opera del movimento Giovane Italia di Stefania Gabriella Anastasia, meglio conosciuta come Stefania Craxi. L'operazione è chiara: la sorella maggiore era candidata del Popolo delle libertà (è stata eletta nella circoscrizione Lombardia 1). E nella formazione guidata da Silvio Berlusconi ha voluto portare con sé l'ingombrante bagaglio del craxismo, quello che fa riferimento a suo padre Bettino. Le urne hanno dato ragione a lei. 

Tra non eletti anche il senatore Alessandro Forlani, figlio dell'Arnaldo del famigerato Caf (il trio Craxi Andreotti Forlani), sul quale l'Unione di centro riponeva le speranze di ottenere un seggio al Senato nelle Marche. Alessandro Forlani ha seguito fin dai tempi del Ccd le vicende politiche di Pier Ferdinando Casini, ritenuto unanimemente l'erede politico più diretto di Forlani padre. Il quale però avrebbe preferito che Berlusconi e Casini non fossero arrivati alla separazione. Poi si è rassegnato, visto che il dissenso tra Pier e Silvio è precipitato in lite. "Dico la verità, non mi aspettavo che, dopo aver fatto il patto con Fini, Berlusconi fosse così drastico con Casini". Una chiusura che a pochi giorni dal voto ha portato papà Arnaldo a dichiarare la sua preferenza: "Credo che le suggestioni e la retorica di un certo presidenzialismo abbiano reso la politica italiana meno democratica" e dunque va incoraggiata "la scelta dell'Udc di presentarsi da sola". Sarà mica perché era in gioco la rielezione del figlio? (...)

Rimane invece al Parlamento europeo Claudio Fava, 51enne figlio del direttore de I Siciliani Giuseppe, ucciso dagli uomini del clan Santapaola nel 1984. Dal padre Claudio ha ereditato molte passioni, a cominciare dal mestiere. Nel nuovo Parlamento poteva sedere con tutta tranquillità tra i banchi del Partito democratico, ma ha preferito fare il capolista con poche speranze per la Sinistra arcobaleno. Il motivo? "Mi sarei ritenuto pazzo a candidarmi capolista al Senato per il Partito democratico, avendo alle mie spalle, nella stessa lista, Mirello Crisafulli" ha detto Fava. Che all'affermazione di Casini sul fatto che "non è giusto che le liste le faccia la magistratura" ha replicato: "Infatti le liste dell'Udc le ha fatte Casini. Solo lui poteva ricandidare capolista al Senato un signore, Cuffaro, condannato all'interdizione perpetua dai pubblici uffici". E non ha risparmiato neanche Lombardo: "È un Cuffaro fresco di lavanderia". 

BERRETTA, Giuseppe (1970)
Figlio di Paolo Berretta, vicesindaco di Catania negli anni '90, è avvocato e professore universitario. Nel 2005 viene eletto consigliere comunale di Catania, e nel 2008 entra alla Camera nelle liste del Partito Democratico.

BOSSI, Renzo (1988)
Figlio del leader della Lega Nord Umberto Bossi e soprannominato "il trota", noto alle cronache per essere riuscito a conseguire il diploma di maturità solo al terzo tentativo nel 2009, l'anno successivo viene eletto consigliere regionale della Lombardia risultando il più votato nella provincia di Brescia.

CARDINALE, Daniela (1982)
Figlia dell'ex ministro Salvatore Cardinale, è laureata in scienze della comunicazione. Nel 2008 viene eletta alla Camera con il Partito Democratico, dopo la decisione del padre di non candidarsi con la promessa che sarebbe stata candidata al suo posto la figlia.

CHIAROMONTE, Franca (1957)
Figlia di Gerardo Chiaromonte, parlamentare e dirigente comunista, è giornalista. Nel 1994 viene eletta deputata con il Partito Democratico della Sinistra, nel 2001 e nel 2006 viene riconfermata alla Camera con l'Ulivo, nel 2008 viene eletta al Senato con il Partito Democratico.

COSSIGA, Giuseppe (1963)
Figlio del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, è laureato in ingegneria aeronautica. E' stato deputato di Forza Italia per due legislature e nel 2008 è stato rieletto alla Camera con il Popolo della Libertà. E' Sottosegretario alla Difesa.

COSSUTTA, Maura (1951)
Figlia di Armando Cossutta, dopo aver esercitato a lungo la professione di medico ematologo aderisce al Partito della Rifondazione Comunista, con cui viene eletta deputata nel 1996. Nel 1998 segue il padre nella formazione del Partito dei Comunisti Italiani, con i quali viene eletta alla Camera nel 2001.

COSTA, Enrico (1969)
Figlio dell'ex ministro liberale Raffaele Costa, avvocato, viene eletto deputato nel 2006 ed è rieletto nel 2008 nelle fila del Popolo della Libertà.

CRAXI, Bobo (1964)
Figlio di Bettino Craxi, è consigliere comunale a Milano fino al 1991. Nel 2000 fonda la Lega Socialista, che poi confluisce nel Nuovo PSI. Nel 2001 viene eletto deputato nella Casa delle Libertà. Nel 2006 viene candidato nella lista dell'Ulivo alla Camera senza essere eletto, ma viene nominato sottosegretario agli Affari Esteri del Governo Prodi. Nel 2007 aderisce alla "costituente" che porta alla nascita del Partito Socialista. Nel 2010 partecipa alle elezioni regionali nel Lazio guidando una lista socialista sostiene Emma Bonino.

CRAXI, Stefania Gabriella Anastasia (1960)
Figlia di Bettino Craxi, ha fatto parte prima del Partito Socialista Italiano, poi di Forza Italia, e infine del Popolo delle Libertà. E' Sottosegretaria di Stato agli Esteri dal 2008.

D'ALEMA, Massimo (1949)
Figlio di Giuseppe D'Alema, parlamentare del PCI, è deputato dal 1987. Nel 1994 viene eletto segretario del Partito Democratico della Sinistra, è Presidente del Consiglio dal 1998 al 2000, dal 2004 al 2006 è europarlamentare, nel 2006 viene nominato ministro degli Affari Esteri e vicepresidente del Consiglio nel governo Prodi. Nel 2010 viene eletto all'unanimità presidente del COPASIR.

DI PIETRO, Cristiano (1973)
Figlio di Antonio Di Pietro, nel 2006 viene eletto consigliere provinciale a Campobasso nelle fila dell'Italia dei Valori. Nel settembre del 2011 viene candidato al consiglio regionale del Molise.

FITTO, Raffaele (1969)
Figlio democristiano Salvatore Fitto, presidente della Regione Puglia dal 1985 fino alla morte nel 1988, è laureato in giurisprudenza. Nel 1995 viene eletto consigliere regionale della Puglia con Forza Italia. Nel 1999 viene eletto eurodeputato, dal 2000 è presidente della Regione Puglia e nel 2006 viene eletto alla Camera. Nel 2008 viene eletto deputato con il Popolo della Libertà e viene nominato Ministro degli Affari Regionali e le Autonomie Locali.

FRANCESCHINI, Dario (1958)
Figlio di Giorgio Franceschini, partigiano e deputato democristiano, è avvocato. Nel 1980 diventa consigliere comunale di Ferrara con la Democrazia Cristiana. Dal 1999 al 2001 è Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Riforme Istituzionali. Nel 2001 viene eletto deputato con la Margherita e nel 2008 viene rieletto con il Partito Democratico, di cui è segretario nel 2009.
 

GENOVESE, Francantonio (1968)
Figlio del senatore Luigi Genovese e nipote del ministro Nino Gullotti, entrambi democristiani, è avvocato e imprenditore. Nel 1998 viene nominato assessore all'agricoltura nella giunta provinciale di centrodestra di Messina di centrodestra. Nel 2001 viene eletto all'Assemblea Regionale Siciliana con la Margherita, nel 2005 diventa sindaco di Messina con l'Unione, ma le elezioni vengono annullate due anni più tardi. Nel 2008 viene eletto alla Camera nella lista del Partito Democratico.

GERMANA', Antonino Salvatore (1976)
Figlio del parlamentare di Forza Italia Basilio Germanà, imprenditore, nel 2008 viene eletto alla Camera con il Popolo della Libertà.

MORONI, Chiara (1974)
Figlia del parlamentare socialista Sergio Moroni, che si suicidò dopo essere stato coinvolto nell'inchiesta Mani pulite, è laureata in farmacia. Aderisce al progetto del nuovo PSI e nel 2001 viene eletta deputata con la Casa delle Libertà. Nel 2006 si candida con Forza Italia e viene ripescata alla Camera. Nel 2008 viene eletta deputata con il Popolo della Libertà.

PILI, Mauro (1966)
Figlio del socialista Domenico Pili, nel 1993 diventa sindaco di Iglesias con una lista civica e viene riconfermato alla scadenza del mandato. Nel 1999 e nel 2001 viene eletto presidente della Regione Sardegna, ma entrambe le volte è costretto a dimettersi per il venir meno della fiducia. Nel 2001 viene eletto deputato con Forza Italia, e nel 2008 viene di nuovo eletto alla Camera con il Popolo della Libertà.

ROCCELLA, Maria Eugenia (1953)
Figlia di Franco Roccella, fondatore del Partito Radicale, è giornalista. Negli anni '80 lascia il partito radicale. Nel 2008 viene eletta alla Camera con il Popolo della Libertà e diventa Sottosegretaria al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali.

ROSSA, Sabina (1962)
Figlia del sindacalista Guido Rossa, ucciso dalla BR nel 1979, è insegnante di educazione fisica. Nel 2006 viene eletta al Senato con l'Ulivo, e nel 2008 viene eletta deputata con il Partito Democratico.

SCAJOLA, Antonio Claudio (1948)
Figlio del sindaco democristiano di Imperia Ferdinando Scajola, viene eletto consigliere comunale di Imperia nel 1980 con la Democrazia Cristiana e diventa sindaco nel 1982 e nel 1990. Nel 1996 viene eletto deputato con il Polo per le Libertà e nel 2001 è riconfermato con Forza Italia. Nello stesso anno viene nominato Ministro dell'Interno, nel 2003 Ministro per l'attuazione del programma di Governo, nel 2005 Ministro delle Attività Produttive. Nel 2008 viene eletto alla Camera con il Popolo della Libertà e viene nominato Ministro dello Sviluppo Economico, carica dalla quale si dimette due anni dopo.

SEGNI, Mariotto (1939)
Figlio di Antonio Segni, Presidente della Repubblica, è stato docente universitario. Dal 1976 è consigliere regionale, parlamentare nazionale, parlamentare europeo e Sottosegretario all'Agricoltura. Nel 1992 fonda Alleanza Democratica, nel 1994 fonda il Patto Segni, nel 1999 fonda l'Elefantino.

TANCREDI, Paolo (1966)
Figlio del parlamentare democristiano Antonio Tancredi, ingegnere elettronico, nel 1999 viene eletto consigliere comunale a Teramo con una coalizione di centrodestra, nel 2001 diventa consigliere regionale dell'Abruzzo con Forza Italia e viene rieletto nel 2005. Nel 2008 viene eletto senatore con il Popolo della Libertà.

E poi….

Alemanno Gianni: genero di Pino Rauti (ha sposato la figlia Isabella), Gianni divenne segretario nazionale del Fronte della Gioventù quando Rauti era segretario del partito MSI (Movimento Sociale Italiano).

Bocciardo Mariella: ex moglie di Paolo Berlusconi.

Carloni Anna Maria: moglie di Antonio Bassolino. Prima consigliera comunale a Bologna, poi a Roma nella direzione nazionale PCI-PDS. Varie le collaborazioni con ministeri e le diverse realtà istituzionali. Assessore al bilancio del comune di Castellammare di Stabia, oggi nei Palazzi che contano.

Cossiga Giuseppe: figlio di Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica. Giuseppe, ingegnere aeronautico, era vice coordinatore sardo di Forza Italia e la scorsa legislatura faceva parte della commissione Difesa della Camera. Cossiga padre ha sempre tenuto a precisare di non essersi mai occupato della carriera politica del figlio, ha fatto tutto da se.

Costa Enrico: figlio dell’ex ministro Raffaele Costa PLI (Partito Liberale Italiano) passato poi al PDL. Costa padre, Presidente della Provincia di Cuneo, è stato in particolare, autore di due libri: “L’Italia degli sprechi” e “L’Italia dei privilegi”.

De Feo Diana: moglie di Emilio Fede.

Fitto Raffaele: figlio di Totò Fitto democristiano ed ex Presidente della Regione Puglia.

La Malfa Giorgio: figlio di Ugo La malfa, fondatore e leader del PRI (Partito Repubblicano Italiano). Ugo La malfa è stato deputato della costituente e ministro della ricostruzione nel dopo guerra. Giorgio è entrato in parlamento nel 1972 a 33 anni. Partito Repubblicano, Partito per l’Italia di Segni (1994), centrosinistra con L’Ulivo nella lista “Per Prodi” (1996), poi il passaggio nel PDL (Casa della Libertà).

Lanzillotta Linda: moglie di Franco Bassanini. Ministro degli Affari regionali del governo Prodi lei, ex Ministro a sua volta lui. Linda ha avuto un passato socialista, ha aderito alla Margherita e ora PD, è stata assessore al comune di Roma, funzionario del Ministero del Bilancio, Capo di gabinetto del Ministero del Tesoro e Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Franco, Ds e PD, al suo nome è legata la riforma della pubblica amministrazione. Consulente del governo francese.

Melchiorre Daniela: figlia del Generale della Guardia di Finanza Melchiorre e nipote del Cardinale Bovone. Prima avvocato e dopo magistrato militare, ha ricoperto la carica di vicesegretario regionale della Margherita in Lombardia. nel 2006 è stata nominata sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi. Nel 2007 è passata con Lamberto Dini (Movimento dei Liberaldemocratici), per poi andare nel PDL (Partito della Libertà).

Pili Mauro: figlio di Domenico Pili, socialista sardo che si allontanò dalla politica dopo qualche incidente di percorso. Giornalista, ex presidente della Regione Sardegna (famoso il suo discorso d’insediamento in cui citava cifre e dati relativi alla Lombardia).

Serafini Anna: moglie di Piero Fassino, ha sempre dichiarato di aver avuto solo svantaggi dal fatto di essere la moglie di Fassino. S’è iscritta al partito prima di Piero e prima di lui è entrata in parlamento (lei nel 1987 lui nel 1994).

Testoni Pietro: nipote di Francesco Cossiga. Giornalista, responsabile editoria di Forza Italia e uomo dello staff comunicazione di Silvio. L’Onorevole Cossiga così spiegò la parentela con Testoni: “…è mio nipote in quanto la nonna era cugina in secondo grado di mio padre…”

Veltroni Walter: figlio di Vittorio Veltroni, primo direttore di telegiornale in Italia e cronista di tutti i viaggi del Duce.

Ebbene sia. Diamo per scontato che il nostro Presidente del Consiglio abbia una vigorosa ed inesausta passione per le donne e che la soddisfi ampiamente. Quel che è certo è che non sarebbe né il primo né l’ultimo dei grandi protagonisti della storia d’Italia ad esserne felicemente afflitto.

A cominciare da tutti e quattro i “Padri della Patria”, ossia dal quartetto Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini dei nostri remoti studi scolastici. Vittorio Emanuele II, apprezzava, in particolare, le procaci contadinotte del suo Piemonte e non se ne faceva comunque sfuggire una, purché respirasse. Cavour era un impenitente libertino che passava spietatamente da un’amante sofisticata all’altra fino ad indurne una al suicidio e ad infilarne un’altra, la nota Contessa di Castiglione (che era anche sua nipote e che condivideva con il Re), nel letto di Napoleone III, propiziandovi la II e determinante Guerra di Indipendenza. Mazzini non gli era da meno, avendo disseminato nel corso dei suoi esìli nell’intera Europa, cuori infranti e figli abbandonati. E chi sa che l’eroica Anita era originariamente la moglie di un altro, e che l’”Eroe dei due mondi” seppe molto ben consolarsi della sua tragica scomparsa?

Nell’Italietta umbertina, nonostante gli ufficiali rigori vittoriani, il primo a correre entusiasticamente “la cavallina” era Umberto I in persona. Nel pieno dello scandalo della Banca Romana, Giovanni Giolitti consegnò platealmente al Presidente della Camera un “piego” in cui - tra altri documenti che lo discolpavano, inguaiando il suo avversario Francesco Crispi - c’era una lettera della moglie di questi che intimava al padrone della casa romana in cui Crispi dimorava, di “non portare più puttane a Don Ciccio”. Né Giolitti aveva a tal riguardo molte lezioni da dare, essendo anch’egli un assiduo frequentatore di bordelli, secondo peraltro un costume che soltanto l’infausta legge Merlin ha infranto.

Su Mussolini è perfino inutile soffermarsi, era quasi certamente bigamo mentre l’elenco delle sue amanti note, ed anche dei suoi figli più o meno occulti, continua ad allungarsi all’infinito. Nelle brevi pause della sua attività di governo si concedeva, con signore di passaggio, rapidissimi amplessi, nei quali, si dice, non si sfilasse nemmeno gli stivali... L’ultima e più innamorata delle delle sue amanti gli morì anche eroicamente accanto.

Delle distrazioni sessuali della prima parte della Prima Repubblica, soggetta ad una forte censura clericale, è filtrato poco, ma non tanto da nascondere – per esempio - le frequenti scappatelle di un Presidente della Repubblica come Giovanni Gronchi (mentre anche il suo futuro successore Sandro Pertini non se la passava male), o l’omosessualità di due Presidenti del Consiglio, uno dei quali pare anche legato ad un vicino Ministro e l’altro addirittura dedito in privato ai trasferimenti, prima di essere in tarda età beccato in una storia di coca. L’omosessualità era poi ampiamente diffusa tra le virago del movimento femminile della “Balena bianca”.

Né potevano prodursi in lezioni di moralità i vertici del PCI, che le loro donne ed in genere i loro cari li facevano parlamentari, alternando al riguardo mogli ed amanti, e stabilizzando negli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama fratelle et similia.

L’amante e futura moglie di Togliatti, è diventata addirittura Presidente della Camera, passando per grande donna senza che nessuno abbia mai spiegato perché. In Parlamento l’aveva preceduta la prima moglie del Migliore, poi liquidata senza troppi scrupoli insieme ad un figlio dispersosi misteriosamente in qualche casa di cura. Anche il suo successore, Luigi Longo, fece deputate prima la moglie Teresa Noce e poi la più piacente compagna; Pajetta la moglie, la compagna Miriam Mafai ed il fratello Giancarlo.

Berlinguer, più morigerato, preferì sistemare il fratello Giavanni e i due cugini Luigi e Sergio. La moglie di Occhetto, Aureliana Alberici, era inevitabilmente senatrice com’è deputata la moglie di Fassino, Anna Serafini. Anche l’un tempo bellissima Luciana Castellina era in realtà la moglie di Alfredo Reichlin, come D’Alema è il figlio della potentissima segretaria di Togliatti e di un autorevole parlamentare togliattiano, mentre nel Parlamento siede la compagna di Bassolino. E poi si scandalizzano di fronte a qualche bella euro-parlamentare altrui.

I favolosi “anni ‘80” furono segnati dai noti appetiti sessuali di Craxi e dei suoi collaboratori, mentre Cicciolina entrava trionfalmente a Montecitorio sull’onda della filosofia libertina bisex di Marco Pannella, di cui si narrano legami con splendidi dirigenti del suo Partito, uno dei quali destinato ad una luminosa carriera politica. In quegli anni conquistava per la prima volta il proscenio, un giovane poeta barese che sulla omosessualità avrebbe costruito una carriera, e che inneggiava alla libertà sessuale assoluta, senza nemmeno troppi scrupoli sull’età dei liberandi.

Nella Seconda Repubblica, Antonio Di Pietro, assegnatario a titolo gratuito negli anni gloriosi di “Mani Pulite” di una bollente garconniere al centro di Milano, è stato fotografato con una esplosiva donna dello spettacolo. Pare invece che l’unico condannato alla castità, in un mondo in cui quelli che un tempo erano “vizi privati” sono diventati costume diffuso alla luce del sole, debba essere Silvio Berlusconi, le cui debolezze verso le donne, secondo i novelli bacchettoni di una sinistra sempre più bigotta, addirittura squalificherebbero l’Italia nel mondo.

Lo svariato numero delle amanti di Kennedy ivi compresa la povera Marilyn, o la sotto-scrivania di Clinton, o le distrazioni di Re Juan Carlos e dei principi e delle principesse inglesi, o le quattro mogli ecc. di Shroeder e la lunga storia del “première dame” di Francia sono irreprensibili esempi di senso dello Stato.

Mogli, ex cognate, fratelli, figlie: il voto del 9 aprile 2006 rischia di passare alla storia come quello «dei parenti». Quasi tutti i partiti hanno presentato una valanga di candidati «di famiglia», con elezione garantita perché hanno abolito anche le preferenze, con l’annesso rischio-trombatura. Se n’è accorta perfino la Cnn: «La famiglia resta l’istituzione italiana più solida», ironizzano i giornalisti americani. Il caso più clamoroso: la moglie del segretario Ds Piero Fassino, Anna Serafini, ripresentata per la quinta volta nonostante il massimo di due legislature imposto dal partito a (quasi) tutti i propri parlamentari. Oppure Anna Maria Carloni, aspirante senatrice in Campania, regione della quale il marito Antonio Bassolino è presidente. Napoli vanta peraltro una tradizione consolidata di coniugi in politica: la presidente del Consiglio regionale Sandra Lonardo è infatti moglie di Clemente Mastella (Udeur). In Piemonte la diessina Magda Negri sta con il senatore Enrico Morando. E in Lombardia per la Margherita si presenta Linda Lanzillotta, coniugata con Franco Bassanini. «Lo scrittore Leo Longanesi sessant’anni fa propose di adottare come slogan ufficiale della Repubblica italiana il motto “Tengo famiglia”», scherza Goffredo Locatelli, autore con Daniele Martini del libro omonimo, pubblicato nel ’97. È lui il massimo esperto italiano di nepotismo, anche perchè sei anni prima aveva esordito con un altro volume, "Mi manda papà", che esaminava i legami familiari della Prima repubblica e vendette 25 mila copie. Non hanno scherzato però tutti quelli che lo hanno querelato, in primis la famiglia Necci, chiedendo un totale di dieci miliardi di lire in danni. Risultato: l’editore Longanesi ha tolto Tengo famiglia dalla circolazione, intimorito nonostante le diecimila copie già vendute. È un argomento scottante, quindi, quello del familismo in politica. Anche perché riguarda tutti gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per esempio, candida alla Camera nella circoscrizione Lombardia 1 l’ex cognata Mariella Bocciardo, già coniugata col fratello Paolo. In Sicilia il parlamentare di An Enzo Trantino fa correre la figlia Maria Novella, così come il collega di partito Orazio Santagati, che mette in pista la figlia Carmencita. I figli di Bettino Craxi si dividono equamente: Stefania a destra, Bobo a sinistra. Infine ci sono i fratelli, come Marco Pecoraro Scanio, ex calciatore e poi assessore ad Ancona e Salerno, il quale condivide con Alfonso la fede verde. L’unico sfortunato sembra essere Umberto Bossi: sua sorella Angela è sì candidata, ma contro di lui, in una lista lombarda concorrente della Lega. Sembrano lontani, insomma, i tempi del povero Paolo Pillitteri, crocifisso come «sindaco cognato» quando governava Milano per conto di Craxi. «Non è cambiato nulla dai tempi della famigerata Prima repubblica», commenta sconsolato Locatelli, «anche perché ormai la politica si è degradata a mestiere, non è più un fatto onorifico». Fra l’altro, abolito il voto di preferenza, noi elettori non possiamo neppure vendicarci bocciando il parente eccellente. Insomma, assistiamo impotenti al trionfo della nomenklatura burocratica, che si appropria in ogni modo di compensi molto alti (un parlamentare guadagna 120 mila euro annui). Occorre precisare però che, almeno nel caso delle mogli di Fassino, Bassolino e Bassanini, si tratta di signore in politica da molto tempo, le quali probabilmente avrebbero fatto carriera indipendentemente dai mariti. In altri casi, invece, la «vocazione» sembra essere maturata all’improvviso...
E pensare che fino a pochi anni fa i consiglieri comunali e provinciali percepivano soltanto qualche gettone di presenza. Oggi invece tutti, perfino gli eletti in quartieri e circoscrizioni, incassano uno stipendio fisso. L’unica consolazione viene guardando gli Stati Uniti: anche lì le dinastie familiari sembrano eterne, con cariche che passano di padre in figlio (George Bush senior e junior), tra fratelli (John, Robert e Ted Kennedy) e fra marito e moglie (Bill e Hillary Clinton).

Alle regionali del 2010, nel Lazio l’Udc schiera il broker Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, passato alla storia della Dc come «lo Squalo». Sempre nel listino della candidata del Pdl Renata Polverini entra, tra le polemiche, la moglie del sindaco Gianni Alemanno, Isabella Rauti: capo del dipartimento Pari opportunità presso la presidenza del Consiglio, la figlia del fondatore del Msi, Pino Rauti. E c’è anche una giovane coppia in corsa nel Lazio con la Polverini: Francesco Pasquali e Veronica Cappellari, insieme nella vita e nel listino. Nelle Marche scende in pista, con Sinistra ecologia e libertà, Iside Cagnoni, moglie dell’onorevole Luigi Giacco, figura storica della sinistra di Osimo. E si parla anche del vicesindaco di Bari Alfonso Pisicchio, fratello dell’onorevole Pino, passato dall’Idv all’Api. Sempre in Puglia corre Mario Cito, figlio dell’ex deputato e sindaco di Taranto Giancarlo (già condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa), con la lista «I pugliesi per Palese presidente », depositata a Taranto. Con il candidato governatore del Pd Claudio Burlando, a Genova, corre la nipote di Don Baget Bozzo, Francesca Tedeschi, impiegata turistica. Nella lista del Pdl di Napoli e provincia per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania c’è anche Angelo Gava, dirigente d’azienda, figlio dell’ex ministro Antonio, leader dei dorotei, e nipote di Silvio, patriarca della Democrazia Cristiana. Infine in Calabria, col Pd, si ricandida l’uscente Stefania Covello, figlia dell’ex parlamentare Franco.

Umberto Bossi, l’intransigente leader del Carroccio, poi colloca i parenti stretti in impieghi tali da poter allattare alle mammelle della scrofa politica. Prima manda in Europa il fratello Franco e figlio primogenito Riccardo, assunti al Parlamento Europeo, al seguito dei deputati leghisti Speroni e Salvini (già direttore di quella Radio Padania Libera che per anni ha cannoneggiato contro il clientelismo e le assunzioni in Terronia di amici, cognati e parenti), per 12.750 euro al mese. Poi è la volta del figlio Renzo. Il nepotismo padano quindi segue il suo corso ed il giovane Renzo, maturo o no, è ormai riconosciuto come il delfino dell’Umberto, lo ha accompagnato in tutte le manifestazioni di partito e compare su centinaia di foto. Il ministro Calderoli lo riconosce come erede affermando che lui e Maroni sono già troppo vecchi e poi Renzo “È la fotocopia del papà”. L’Umberto dichiara: “Quando passerò la mano, non certo adesso, qualcosa di me resterà”, una vera investitura. “Dopo Bossi ci sarà ancora Bossi”. Tanto per onor di cronaca ricordiamo alcune parole gridate da Sua Maestà Umberto Bossi contro clientele e “familismo amorale”: “La Lega assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo”. “Il nostro programma? Incrementare i posti di lavoro, eliminare i favoritismi clientelari e restituire il voto ai cittadini”. “Non si barattano i valori-guida con una poltrona!”. “Questo deve fare un segretario di sezione: far crescere la gente e non dare spazio agli arrivisti. Dobbiamo essere in primo luogo inflessibili medici di noi stessi se vogliamo cambiare la società!”.

Non ci dobbiamo dimenticare anche il caso ripreso da Striscia la Notizia”: "Cara Renata, non ti dimenticare delle mie figlie", così il finiano Zaccheo, sindaco di Latina, alla finiana Polverini, Presidente della Regione Lazio.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

Anche lei, poverina, non è più quella di una volta. E c’è chi, pur di tenerla alla giusta distanza, le cambia l’identità: un freddo «segnalazione», un burocratico «indicazione», un elegante «gestione combinata». I partiti non ci sono quasi più, la legge elettorale ha abolito i collegi, i parlamentari che non si perdono un battesimo sono eccezioni, però lei, anche se si deve scontrare con la modernità, con le lobbies e i lobbisti, resiste e lotta insieme e per noi: la vecchia e cara Raccomandazione, italianissima come la pizza e le romanze di Verdi. Raccomandazione di governo o di opposizione, ce n’è (sempre) per tutti. E cosa non si fa per lei, perfino un premier che scippa il mestiere a Lele Mora. Però, appunto, non è più quella di una volta. C’è, ma non si vede. E non ci sono più i Remo Gaspari, il ministro dc che aveva assunto postini a vagonate. «O personaggi come Franco Evangelisti, l’ombra di Giulio Andreotti - ricorda Alfredo Biondi, avvocato, liberale e genovese, 9 legislature prima del prepensionamento non voluto -. Quando lo incontravi in Transatlantico ti appariva la Raccomandazione». Ecco, fine di quella storia: «Ora che la politica è cooptazione - dice Biondi - la Raccomandazione passa da lobbies potenti e clandestine».

Raccomandato e parente, il massimo. Categoria sdoganata a fine Anni 80 al Festival di Sanremo, nientemeno. Quando, a presentare canzonette, erano stati chiamati gli eredi di Adriano Celentano, Johnny Dorelli, Anthony Queen e Ugo Tognazzi, e l’allor giovane Gigi Marzullo, in odor di raccomandazione dc, li sfotteva in diretta: «I figli di ...». Però erano bravini, e qui si passa alla raccomandazione a fin di bene, a sua volta differente dalla «raccomandazione per necessità», quella applicabile ai poveracci. E’ a fin di bene, come per la verità dicon tutti, perché segnala qualcuno che non delude, che se la cava o addirittura lo merita.

Di solito il raccomandato non ha buona memoria ed è facile alla smentita, a volte rabbiosa. Intervenuto in difesa di chi si è visto pubblicare raccomandabili intercettazioni, Francesco Cossiga aveva raccontato le sue telefonate in favore di due telegiornaliste, Bianca Berlinguer e Federica Sciarelli, peraltro amiche. L’avesse mai fatto, a momenti se lo mangiano. Perché a nessuno fa piacere l’abbraccio della Raccomandazione, anche se capita nell’ambiente Rai, dove è chiamata più brutalmente lottizzazione, e ad ogni cambio di governo le carriere interne si misurano con il bilancino del chi è sponsorizzato da chi.

Favore, spintarella, aiutino, pratica nota, diffusa e trasversale. «Medialab» ha fissato le quote dei concittadini che negli ultimi tre mesi hanno chiesto o ottenuto qualcosa: il 66,1% da un parente, il 60,9% da un amico, il 33,9% da un collega di lavoro. Quanto basta per stabilire che nessuno, proprio nessuno, può dirsi immune. Non è reato, per carità. E’, appunto, malcostume. Lo stesso che poi intasa ad esempio i Laboratori diagnostici del Lazio. «Perché - spiega Gianni Fontana, il responsabile - ci sono pazienti che accedono al servizio senza prenotazione». I soliti raccomandati... Ma queste sono le storie di tutti i giorni, dei soliti italiani che cercano la scorciatoia e avranno sempre un buon motivo per non sentirsi in colpa. Altra e più complessa è la storia della Raccomandazione da lobby, dove politica e interessi si abbracciano e colpiscono pesante. La sanità, per dire, con gli intrecci tra baronie e lottizzazioni. «E qui il gioco si fa molto più sottile», spiega Paolo Cherubino, 60 anni, primario ortopedico, preside della facoltà di medicina a Varese. «Perché le lobbies della politica con le assegnazioni di posti si affermano, si rafforzano e ne ricavano un potere di compensazione con altre lobbies». Ecco, Varese che passa per città leghista. Su dieci primari solo uno non è dell’area di Comunione e Liberazione, il movimento caro al governatore Roberto Formigoni. Un caso? «Mi sono sentito dire che non è lottizzazione - dice Cherubino - ma il dato oggettivo resta». Ma il lobbismo non si ferma qui, e il preside Cherubino, per cautela, ricorre all’esempio. «Mettiamo che si decida un Piano di Ristrutturazione Ospedaliera. Bisogna tener conto dell’interesse dell’area interessata, dei cittadini, e questo è giusto. Poi si prevedono reparti e personale sulla base degli individui da sistemare...». La Raccomandazione pilotata.

La lobby non rivendica, non si vanta, basta che chi deve sapere sappia. Non è più come ai tempi di Gaspari e Evangelisti. Non è più come nella Milano dove per essere assunti in banca bisognava frequentare gli oratori, per una licenza da tassista i socialdemocratici, per una casa i socialisti. E nemmeno e non solo come nella Sicilia dell’ex governatore Totò Cuffaro, che per lenire il bruciore di un calo di voti per la sua Udc se n’è uscito con questa spiegazione: «Per forza, in quella zona non avevamo l’assessore regionale!». E magari non sarebbe manco bastato, magari si sarebbe scontrato con una lobby. Trovare la lobby giusta, dunque, il mix tra politica e affari, perché il resto è robetta. «Se mi chiama un politico - racconta Paolo Sassi, presidente dell’Inps - è solo per sapere la posizione contributiva di un elettore, non sanno che è tutto su Internet».

Puoi darmi una mano...? Comincia sempre così. «Lo so bene - dice Pierluigi Bersani,-. La mia mamma diceva che bisogna aiutare tutti, ma aiutando tutti si finisce sempre con il fregare qualcuno. La mia regola? Aiutare solo i malati, gli handicappati, i disperati, per loro sì che sono pronto a dare una mano. Per gli altri niente, grazie». Antonio Marano, direttore di Rai2 intercettato al telefono con Agostino Saccà, la mano la dà per chi vale. «E’ normale per noi, i personaggi del mondo dello spettacolo li conosciamo bene». E’ normale, come il titolo di una trasmissione Rai di successo. «I Raccomandati».

Assumi, assumi: qualcosa resterà. Più che la parafrasi del motto di Oscar Wilde (diffama, diffama: qualcosa resterà), a Palazzo Chigi sembra in voga la tattica, tipica della prima Repubblica, di assunzioni nel pubblico impiego. Tattica che veniva rafforzata in vista di un ciclo elettorale. All’epoca, però, non c’erano vincoli di bilancio da rispettare, e il debito volava rapido fino alle vette attuali. Con la legge finanziaria 2007 il governo Prodi sembra aver provato nostalgia per quelle pratiche. Tant’è che per il triennio successivo ha previsto di spendere un miliardo e 161 milioni di euro per ampliare gli organici della pubblica amministrazione (Forze di sicurezza, ma non solo). Risultato: potranno essere assunte più di 41mila persone. Esattamente gli abitanti di Macerata. Al tempo stesso, però, con un blitz lessicale, introduce in uno dei maxi-emendamenti approvati con la fiducia alla Camera, una profonda modifica al regime di sanatoria per i precari. Cambiando qualche avverbio, rende possibile l’assunzione di circa 50mila precari; soprattutto quelli con contratti a termine presenti nelle amministrazioni regionali. Una popolazione pari a quella di Pordenone. I costi di queste nuove assunzioni, che arrivano a un totale virtuale di 91mila (ma potrebbero essere anche di più, fino a sfiorare le 100mila unità), sono garantite dal maggior gettito fiscale. Dai dati sulle entrate tributarie, è evidente come l’andamento del gettito sia estremamente legato alla dinamica del prodotto interno lordo. Ma se la congiuntura dovesse peggiorare (come prevede lo stesso governo), le assunzioni restano assunzioni: contabilizzate come spese certe; mentre le entrate che le garantiscono, inevitabilmente, sono destinate a scendere. E per finanziare gli aumenti di organico, dovranno essere sostituite da nuove tasse. Lamberto Dini non ha votato per la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione, da lui definiti “amici degli amici”. Dini parla chiaro. Secondo lui la sanatoria “vuol dire che si assumono gli amici degli amici nei comuni e altrove. E poi si fa la sanatoria per passarli di ruolo. Vi sembra questa – conclude - una cosa seria?”. Insomma, i cittadini pagheranno i raccomandati assunti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione, che, con falsa contrapposizione delle parti politiche, hanno visto sanare la loro posizione in tempo indeterminato senza concorso. Con una grande presa per i fondelli la sinistra e i sindacati hanno paragonato i lor signori, amici e parenti, ai veri precari del lavoro, loro sì sfruttati e malpagati.

Ma ci sono altri gravi precedenti. L’INPS, il giorno 23 luglio 1999, ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il  bando di un concorso per 1940 posti di collaboratore amministrativo, per la 7a qualifica funzionale. L' On. Michielon, da sempre in prima linea contro le truffe, il giorno 3 maggio 2000 ha presentato un'interrogazione nella quale chiede se corrisponde a verità il fatto che tutti i candidati del concorso Inps, hanno brillantemente superato le prove scritte e se corrispondono al vero le varie voci che narrano di strani episodi relativi a questo concorso “virtuale”. L'On. Michielon l’anno prima aveva presentato un'analoga interrogazione al Governo, la risposta che ricevette fu che "non esisteva alcuna addomesticatura del Concorso". L'onorevole Michielon, per nulla soddisfatto della risposta governativa emise un comunicato stampa. “La farsa continua" "Confermate le mie accuse sul concorso truffa a 1.940 posti presso l'INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l'Ente”. “Con una replica imbarazzata - continua Michielon – il Governo, confermando un comportamento connivente, che ricorda molto i regimi totalitari con suffragi pari al 100 per 100 degli aventi diritto, ha ammesso che dei 1790 partecipanti alla selezione scritta del concorso, tutti hanno superato la prova”. ”Fin dal giugno 1997 - spiega Michielon - l'INPS aveva individuato una carenza di personale quantificata in circa 3.650 unità, per la copertura della quale si riteneva necessario reperire risorse dall'esterno. Incredibilmente nel 1998 veniva bandito un concorso per soli 394 posti di collaboratore della VII qualifica funzionale, mentre l'anno successivo, nel luglio 1999, veniva indetto un "concorso" per titoli ed esami per 1940 posti nella medesima qualifica funzionale." “Già in una precedente interrogazione - prosegue il deputato del carroccio - cercavo di far luce su questo concorso-truffa, bandito ad hoc per sistemare quelle circa duemila unità di lavoratori impiegati in LSU presso l'INPS ed il cui bando richiedeva, come requisito essenziale per l'ammissione, l'aver partecipato a progetti di LSU per un periodo temporale che, guarda caso, coincideva esattamente con la durata di impiego dei LSU presso l'INPS.” “Alla luce del fatto che su 1790 partecipanti effettivi, 1790 risultano essere i candidati ammessi alle prove orali - prosegue il parlamentare leghista - ho presentato una nuova interrogazione contro questo concorso-truffa, che altro non è che la conferma di un posto di lavoro”. “Resta strabiliante il criterio di selezione - conclude Michielon - che ha fatto sì che per il concorso a 394 posti siano stati ammessi 11 mila candidati, mentre per il concorso a 1940 posti sono stati ammessi solo 1790 concorrenti, tutti risultati idonei dopo gli scritti. Ed inoltre, se i vincitori del concorso a 394 posti non sono stati ancora assunti in attesa della determinazione del Consiglio dei Ministri in relazione al numero massimo di assunzioni autorizzate per l'Istituto, il Governo deve ancora spiegare come si sia potuto bandire un concorso per ben 1.940 posti, peraltro a così breve distanza dal precedente”.

CHI E' VITTIMA DI SFRUTTAMENTO E LAVORO NERO ????

I GIUDICI ONORARI

MAGISTRATI ONORARI, 4.000 PRECARI.

Svolgono il 20 per cento del lavoro giudiziario. Sono pagati 98 euro lordi a udienza. Contratti triennali.

Lavoratori precari che si autotassano per permettere ad una loro collega di avere un minimo di reddito nel periodo di maternità. Costretta a rimanere a casa da una normativa che le impedisce di riprendere il lavoro dopo aver partorito ma non le riconosce le forme di assistenza e di previdenza che la legge riconosce ai lavoratori dipendenti.

La precaria di questa storia però non lavora in un call center o in una agenzia di lavoro temporaneo.

E non è neppure un operaio dell’800, quando i lavoratori senza diritti fondavano le società di mutuo soccorso per darsi un minimo di tutela l’un l’altro.

La precaria di questa storia, che chiameremo Luisa, amministra la giustizia oggi a Torino.

Per 73 euro netti al giorno, senza indennità di malattia, senza ferie pagate, senza tutela se decide di avere un figlio, rappresenta la pubblica accusa, cioè lo Stato, in tribunale. È la «co.co.co. della giustizia».

Luisa fa la viceprocuratore onorario a Torino. Resta incinta e nell’ultimo periodo della gravidanza si astiene (volontariamente) dal lavoro. Un mese fa il lieto evento, dà alla luce un bel bambino, un maschietto dai capelli scuri. Decide di tornare sul suo posto di lavoro, cioè il tribunale di Torino. Solo che il suo posto di lavoro non c’è, almeno per ora e fino a che non saranno trascorsi tre mesi dal parto, come prescrive il Testo unico in materia di tutela della maternità. Una delibera del Consiglio superiore della magistratura del luglio 2006 stabilisce che ai «precari della giustizia» - i giudici di pace, i viceprocuratori onorari e i giudici onorari di tribunale - vanno applicati gli stessi obblighi dei lavoratori dipendenti, ovvero devono restare in aspettativa obbligatoria in caso di maternità, come un lavoratore dipendente. Ma ovviamente non le riconosce il diritto a percepire l’indennità per le giornate di lavoro perse, come viene accade ai lavoratori dipendenti. Col risultato che Luisa resta sì a casa ad accudire il suo bimbo, ma senza l’unica fonte di reddito.

Il caso di Luisa stabilisce un precedente a livello nazionale, sottolineano i rappresentanti della categoria, perché di fatto «si prende atto che gli obblighi di prestazione che fanno capo al magistrato onorario non consentono di equipararlo ad un qualsiasi lavoratore autonomo - spiega Paola Bellone, la collega di Luisa che ha promosso questa Mutua del nuovo millennio -. Il paradosso è che al magistrato onorario non sono estese le forme di previdenza e di assistenza di cui beneficia il lavoratore dipendente, e quindi la tutela della prole, a cui è ispirata la delibera del Csm, non è effettiva».

Così i magistrati onorari di Torino hanno preso carta e penna e scritto ai parlamentari, hanno sollevato il caso di Luisa tra le ragioni dell’ennesimo sciopero della categoria - il secondo dall’inizio dell’anno - e alla fine si sono infilati le mani in tasca e hanno deciso di rinunciare ad una parte dei loro compensi, per costituire un fondo in favore di Luisa e del suo bambino.

L’iniziativa dei «magistrati co.co.co» torinesi ha avuto anche un’eco nazionale, con gli iscritti alla Federmot, una delle associazioni della categoria, che si stanno organizzando per un fondo nazionale di solidarietà a favore di tutte le future madri come Luisa.

I magistrati onorari hanno, anche, scioperato. Da allora, al di là delle molte promesse e della solidarietà di tanti magistrati togati - quelli veri, ufficiali, che hanno diritto alla maternità e alle ferie pagate - che riconoscono il loro ruolo nel tenere in piedi lo scoraggiante carrozzone dell’amministrazione della giustizia in Italia. Perché, senza questi precari, la giustizia italiana sarebbe in una situazione ben peggiore di quella attuale.

Due numeri, solo per chiarire di cosa stiamo parlando. In tutta Italia i giudici onorari e i magistrati onorari sono in quattromila. A loro è delegata l'ordinaria amministrazione dei tribunali: per reati come scippo, furto semplice e aggravato, rapina semplice, ricettazione, truffa, spaccio, calunnia, diffamazione a mezzo stampa la pubblica accusa può essere rappresentata dai Vpo. Ma anche per alcuni reati ambientali, i maltrattamenti in famiglia, le lesioni personali. E per tutti i reati previsti dalla Bossi-Fini, che hanno gonfiato il lavoro dei tribunali. Per reati più lievi, quelli che dal 2002 sono di competenza del giudice di pace, Got e Vpo svolgono addirittura le indagini.

In molte procure i Vpo sostengono l'accusa davanti al giudice di pace nel 100% dei casi. La percentuale è superiore al 90% anche per i procedimenti con il giudice monocratico. A Torino, per esempio, il 97% delle udienze monocratiche (che fa il 78% del totale) è tenuta da un «onorario». Tutto questo per 73 euro al giorno, senza ferie, senza malattia, e se fanno un figlio l’unica risorsa è la solidarietà dei colleghi. Come nell’Ottocento.

Toh, ma allora esistono anche loro. I quattromila magistrati onorari dei tribunali italiani. Per il fatto che a Bologna una di loro è finita nella bufera per non avere convalidato il decreto di allontanamento di un cittadino comunitario romeno che 6 mesi dopo ha commesso uno stupro, ecco che «si scopre» l'esistenza di questo ircocervo della giustizia italiana: la categoria dei magistrati per funzioni ma non per carriera, reclutati per titoli anziché per concorso, a tempo ma continuamente prorogati, pagati a cottimo e senza pensione- malattia-ferie come precari del diritto, teoricamente solo di supporto ai magistrati togati ma in realtà ormai insostituibili nei Tribunali italiani.

Quanti sono. Già i numeri lo segnalano. A fronte di un ruolo di 8.790 magistrati togati, ve ne sono 7.833 onorari: 6.048 giudicanti (quasi quanti i 6.526 giudici di carriera) e 1.785 requirenti (a supporto dei 2.264 pm usciti dal concorso). Se si tolgono (per la loro differente specificità) gli oltre 3.900 giudici di pace, i magistrati onorari restano appunto quasi 4mila: 2.081 sono i giudici onorari di tribunale (got) e 1.785 i viceprocuratori onorari (vpo).

Chi sono. Il loro reclutamento avviene per valutazione dei titoli (la laurea in legge è ovviamente il prerequisito), con nomina fatta dal Csm e ratificata dal ministro della Giustizia. Il primo paradosso è che l'incarico sarebbe dovuto essere triennale, come previsto dalla legge Carotti che nel 1998 arruolava giudici e pm onorari «al limitato scopo di esaurire i giudizi pendenti alla data del 30 aprile 1995»: ma nella realtà, di proroga in proroga, le funzioni onorarie si sono protratte, e l'ultima proroga del 2008 fissa il teorico ultimo termine al primo gennaio 2010. Gli unici a esaurirsi davvero sono stati i giudici onorari aggregati (goa) nati nel 1997 per smaltire l'arretrato civile pre-1995: dovevano durare cinque anni, hanno cessato di esistere solo il primo gennaio 2007. Per legge c'è incompatibilità assoluta a svolgere, entro il medesimo circondario, le funzioni di magistrato onorario e la professione di avvocato: tuttavia, in quelle province dove ci sono più (piccoli) circondari, accade che giudice onorario e avvocato possano scambiarsi le casacche nel raggio di qualche chilometro, situazione che lascia unicamente al loro scrupolo morale la risoluzione di palesi conflitti di interesse e anche già soltanto di possibili reciproci condizionamenti psicologici.

Cosa fanno. In materia civile i giudici onorari concorrono ad assorbire il contenzioso di primo grado senza limiti di valore; in materia penale può essere loro la quasi totalità dei reati di competenza del tribunale ordinario, dove celebrano i processi e li decidono con sentenza, proprio come i loro colleghi di carriera. Quanto ai viceprocuratori onorari, essi rappresentano la pubblica accusa in udienza (al posto dei pm togati, che così possono dedicarsi in ufficio alle indagini oppure seguire i dibattimenti più delicati) nella quasi totalità dei procedimenti per reati di competenza del giudice monocratico (che vuol dire discutere di pene sino a 10 anni di carcere), nonché per i reati minori decisi dai giudici di pace.

Quanto pesano. Per avere un'idea di quanto ormai la giustizia italiana non possa più fare a meno di loro, bisogna guardare gli ultimi dati ufficiali che, come tutti in questo settore, sono stagionati al 2003: i giudici onorari si sono visti assegnare il 12% dei procedimenti civili (254mila cause) e hanno svolto il 20% delle udienze (61mila). Nel penale, i giudici onorari hanno smaltito il 23% dei processi nazionali, con 19mila udienze per 90mila fascicoli. Ancora più alta l'incidenza del lavoro dei vpo, ai quali sono stati assegnati il 39% di tutti i procedimenti delle Procure, attraverso la delega a trattare 569mila fascicoli e a rappresentare l'accusa in 73mila udienze. In una grande sede come Milano, c'è già stato il «sorpasso»: nei primi 10 mesi del 2008 i pm di professione hanno sostenuto 3.141 udienze (davanti a gup, Tribunali, Corti d'Assise) e hanno potuto svolgere almeno un po' di indagini solo grazie al fatto che, al posto loro, sono stati i vpo ad andare a rappresentare l'accusa in altre 3.820 udienze, sostenendola nel 78% dei reati di competenza monocratica e nel 90% di quelli davanti ai giudici di pace.

Il corto circuito. Sfrangiata da Procura a Procura è invece la collocazione dei vpo nella fase pre-dibattimentale. Qui non ha aiutato negli anni l'ondivaga attitudine delle varie consiliature del Csm: l'attività inquirente svolta fuori udienza nei procedimenti di competenza del giudice di pace è stata ammessa ma poi non più retribuita, così come è stata infine negata (dopo essere stata consentita) la redazione delle richieste di emissione dei decreti penali di condanna. Confusione anche sui got, visto che le circolari Csm prima hanno negato, poi ammesso, poi di nuovo negato che i giudici onorari potessero partecipare ai collegi giudicanti penali. Il risultato è una serie di corto circuiti. Al got è fatto divieto di giudicare i reati che arrivano dall'udienza preliminare, però il vpo può rappresentare l'accusa in quegli stessi processi; il vpo non può svolgere attività di indagine sui reati di competenza del tribunale, però quando questi reati approdano in aula può ricoprire l'accusa proprio nella fase decisiva del dibattimento. Ma è anche vero che non di rado proprio i capi degli uffici giudiziari, alle prese con gravi carenze d'organico della magistratura professionale, hanno aggirato le circolari restrittive del Csm, per esempio inserendo ugualmente giudici onorari nei collegi penali con una interpretazione molto elastica del concetto di «mancanza o impedimento » dei giudici togati. Di rammendo in rammendo, peraltro, anomalie nell'assetto generale dell'ordinamento sono ormai evidenti: i magistrati onorari svolgono le loro funzioni senza quella selezione che invece attraverso il concorso screma e prepara i magistrati di carriera, il periodo di tirocinio è molto più breve (4 mesi per i got e 3 per i vpo) dei 2 anni dei togati, le verifiche di professionalità oggettivamente più tenui.

A cottimo. Tasto dolente, da molto tempo, quello dei compensi: non stipendi (non se ne parla proprio perché per le legge esercitano soltanto funzioni onorarie, senza un inquadramento stabile, senza uno statuto), ma indennità lorde di 98 euro a udienza: anche qui con un profluvio di ordini e contrordini dal ministero della Giustizia, come quando nel 2007 una circolare di via Arenula ha riconosciuto la retribuibilità anche dei patteggiamenti, dei riti abbreviati e delle dichiarazioni di non luogo a procedere, e l'anno dopo un'altra circolare ha invece non soltanto rifiutato di corrispondere gli arretrati nel frattempo chiesti dai magistrati onorari, ma ha posto forse le basi anche per la restituzione di quanto nel frattempo già percepito a quel titolo. Più di tutto, però, pesa ai magistrati onorari di essere dei precari del diritto, non soltanto pagati a cottimo ma privi di contributi previdenziali, retribuzione nei giorni di malattia o ferie, assistenza in maternità. Rivendicazioni alla base delle tornate di sciopero proclamate nell'ultimo anno.

Le prospettive. Progetti di legge di ogni genere, per una riforma della magistratura ordinaria, si sono via via affastellati e contraddetti: da quelli che ritagliano una fetta specifica di giurisdizione a quelli che invece immaginano per got e vpo un ruolo vicario nel futuribile «ufficio del processo » in chiave di supporto al magistrato togato. Ma la Federmot, l'organizzazione di categoria, non condivide «progetti che vorrebbero trasformare questo genere di incarico in una sorta di Kindergarten per neolaureati o, all'opposto, in una nuova edizione di un'attività per pensionati, già malriuscita in passato. Sono idee che, se realizzate, porterebbero ad un ineguale scontro in aula fra giudici e pubblici ministeri inesperti od esausti da una parte e le migliori forze dell'avvocatura dall'altra».

I GIUDICI DI PACE

Gentile Presidente,

la ringrazio per l'interessamento manifestato e la terrò costantemente informata delle vicende che ledono i diritti della personalità dei colleghi Giudici di Pace.

Ne approfitto per allegarle una mail inviata a tutti i deputati e senatori, nella quale già si denunciano fatti gravissimi, realmente accaduti (mamme senza tutela, colleghi in malattia costretti a lavorare fra un ciclo di chemioterapia e l'altro; un collega di Torino è addirittura giunto alla decisione estrema di suicidarsi perché il Consiglio Giudiziario non lo ha confermato senza neppure consentirgli di difendersi e di controbattere alle contestazioni rivoltegli!

Per la cronaca, ed in via confidenziale, la informo a parte sulle motivazioni di tale gesto.

dott. Alberto Rossi Presidente Circondariale Unagipa

 Onorevole Deputato,

le invio il comunicato del Segretario Generale dell’Unione Nazionale dei Giudici di Pace sulle iniziative di protesta (manifestazioni e scioperi) programmate nei prossimi mesi.

Attualmente la magistratura di pace gestisce un contenzioso enorme (circa 1.800.000 procedimenti l’anno), con tempi di definizione delle cause molti rapidi (mediamente meno di un anno, a fronte dei 5 anni occorrenti ai Tribunali) e con un impegno lavorativo praticamente a tempo pieno (che ha costretto la maggior parte dei colleghi ad interrompere o comunque a diminuire drasticamente la propria attività professionale di avvocato).

Il Giudice di Pace, pur avendo le medesime responsabilità e doveri dei magistrati di carriera (nonché carichi di lavoro equiparabili), non gode di nessun diritto, sia sotto il profilo dello status giuridico (irragionevolmente assimilato al funzionario cd. “onorario”, il quale, per definizione, ha carica elettiva o discrezionale, laddove il GdP è nominato sulla base di un concorso vincolato per titoli e deve superare un periodo di tirocinio), sia, cosa ancora più grave, sotto il profilo della TOTALE CARENZA DI QUALSIASI FORMA DI TUTELA PREVIDENZIALE E ASSISTENZIALE: i Giudici di Pace, integralmente retribuiti “a cottimo” sulla base del lavoro effettivamente svolto, non maturano il diritto alla pensione, non hanno diritto a indennità di malattia o maternità (con dispensa d’ufficio nel caso in cui l’impedimento si protragga oltre i 6 mesi), non percepiscono il trattamento di fine rapporto, non hanno tutele e agevolazioni per i familiari a carico, né la moglie del giudice deceduto percepisce indennizzi, assegni di reversibilità o quant’altro, non sono coperti dall’assicurazione per infortuni sul lavoro (pur operando, per lo più, in luoghi insalubri a causa delle scarse risorse economiche destinate agli uffici), né le indennità percepite possono essere assimilate ai redditi derivanti da altre attività professionali eventualmente svolte, con la conseguenza che anche i più fortunati e stacanovisti, i quali riescono, con enormi sacrifici, ad esercitare, in altra sede (incompatibilità), l’attività di avvocato, nel caso in cui non raggiungano i minimi reddituali – piuttosto alti per gli avvocati (circa 20.000 Euro) – restano sforniti di tutela previdenziale.

Qualche esempio per renderle l’idea della gravità della situazione: numerosi colleghi affetti da malattie molto gravi (tumori in primis) sono costretti, fra un ciclo di cure e l’altro (parliamo di interventi invasivi come la “chemioterapia”), a recarsi a lavorare in ufficio per mantenere le famiglie e per non incorrere nella dispensa d’ufficio; addirittura le donne in maternità, oltre a non percepire alcuna indennità, sulla base di una recente circolare del C.S.M., per cinque mesi (il periodo legale di astensione dal lavoro per gravidanza e puerperio) non possono esercitare le funzioni di giudice ed i capi dell’ufficio sono obbligati a dispensarle da ogni attività, anche contro la loro volontà: a Torino (notizia pubblicata sul settimanale l’Espresso, nonché dalla Stampa locale) i colleghi hanno dovuto organizzare una “colletta” per consentire alla donna-madre di allattare il proprio figlio! E se la gravidanza dovesse presentare complicazioni e l’assenza protrarsi oltre il semestre c’è sempre la dispensa d’ufficio, ossia la perdita definitiva del lavoro!

Notizie di questo tenore ci pervengono quotidianamente (colleghi che si recano al lavoro con braccia o gambe ingessate, e senza l’ausilio in udienza di cancellieri o commessi; colleghi che due-tre giorni dopo seri interventi chirurgici sono costretti a riprendere il lavoro in precario stato di salute; malori in udienza causati dall’inidoneità dei locali, etcc..)

Non le sembra che tutto ciò contrasti insanabilmente con la Costituzione della Repubblica e con la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo?

Un collega (altra notizia che ha avuto ampia risonanza sulla stampa) è addirittura giunto alla decisione estrema del suicidio, perché in sede di conferma (negatagli) non gli era stato neppure consentito di difendersi dinanzi al Consiglio Giudiziario, organo che sulla carta redige solo una “proposta” di conferma o di inidoneità, ma che nella sostanza decide, considerato che il 99% delle delibere del C.S.M. fanno proprie le proposte dei Consigli Giudiziari. Lo stesso Presidente dell’VIII Commissione del C.S.M., intervistato dalla stampa a seguito del gravissimo fatto espostole, si è giustificato affermando che, dinanzi alla “proposta” del Consiglio Giudiziario, ed ai pareri allegati – redatti sempre in assenza totale di contraddittorio con l’interessato - il C.S.M. non avrebbe potuto decidere diversamente. Oggi la moglie, che ha un figlio che studia all’università, si trova in gravi difficoltà economiche perchè, sulla base della legge, non ha diritto a nessuna prestazione economica, previdenziale o assistenziale, malgrado il marito abbia con dignità e senso del dovere (le contestazioni del Consiglio Giudiziario riguardavano solo il merito delle sue decisioni) servito per molti anni lo Stato quale Giudice a tempo pieno ed in via esclusiva!

Siamo certi che la sua persona non potrà restare indifferente dinanzi alla gravità dei fatti denunciati e confidiamo in un suo intervento in sede parlamentare per sensibilizzare tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione sull’esigenza di un’immediata riforma della magistratura di pace.

Con osservanza.

Dott. Alberto Rossi

Presidente Circondariale di Roma dell’Unagipa

I VERBALIZZANTI GIUDIZIARI

LA STORIA

Probabilmente termini quali “verbalizzatori, stenotipisti, trascrittori, fonici” significano poco o nulla per molti, ma nella realtà descrivono figure importanti nello scenario della Giustizia praticata nei Tribunali italiani. Agli inizi degli anni 90, a garanzia del cittadino, venne introdotta nel processo penale la resocontazione integrale del dibattimento, ovvero le udienze dovevano essere registrate (con registratori che col tempo si sono evoluti da analogico a digitale), poi riascoltate, trascritte, riviste, stampate e impaginate, cosicché il prodotto finale entrava quale parte integrante del fascicolo del dibattimento. In alternativa, sempre rispettando il principio dell’integralità del parlato, la ripresa avveniva per mezzo di sistemi stenotipici che altro non sono che una forma di stenografia computerizzata. Tutto questo per la imprescindibile necessità di non stravolgere il senso delle testimonianze, come invece poteva avvenire con la verbalizzazione riassuntiva e manuale che evidentemente non poteva rispettare i tempi del parlato.

La gara di appalto nazionale, dopo una vigenza di operatori territoriali, è stata indetta in periodo di regola dedicato al riposo, il 17 agosto 2005, e allora tutti con ansia a formare entità che potessero coprire l’intero stivale.

Le nuove modalità nazionali si concretizzano comunque il 16 novembre 2006, lasciando a spasso la metà di tutti gli operatori italiani, ossia i più piccoli, i professionisti in proprio, quelli che non avrebbero mai potuto superare la scoglio economico della quota associativa, molto elevata, imposta dal raggruppamento temporaneo di impresa risultato poi vincitore dell’appalto. Lo Stato Italiano indice quindi questa gara con una base d’asta che rispecchia la spesa dell’anno in corso, ma la gara è al ribasso e viene vinta con un 30% in meno. Lo stato in due anni ha risparmiato 20.000.0000 di euro, però ha dovuto pagare assegni di disoccupazione a dipendenti licenziati, spese giudiziarie per reiterati rinvii dei processi (pagamento per nuove notifiche e viaggi dei testimoni, straordinari dei cancellieri, tempo lavoro di personale retribuito senza che si raggiungesse la fine del dibattimento nei tempi previsti, ecc. ecc.), interrogatori pagati due volte perché assegnati anche sotto forma di perizia per ovviare alla mancata consegna nei tempi. Dove sta il risparmio? E questo risparmio cosa ha comportato?

In gara si sono ritrovati due gruppi e ciascuno rispecchiava grosso modo il 50% del territorio, nessuno dei due gruppi poteva vantare la copertura nazionale, e chiaro che se operi in 50 per coprire il 100, diventa fatale accumulare ritardi su ritardi, poi errori per mancanza del tempo da dedicare alla revisione dei testi, e poi e poi… è stata una valanga. A gara vinta si è scoperto come, per coprire i buchi, ci si sia accontentati di personale declassato: i verbalizzatori, i fonici, i trascrittori, gli stenotipisti erano assimilabili, dopo un mese di contratto, a studenti universitari con lavoretti part-time, ad anonimi che lavoravano a casa loro, che trattavano materia tanto delicata come quella processuale, senza controlli sulla loro adeguatezza a rendere tale servizio, persone senza cognizione di cosa stessero scrivendo. Udienze intere rinviate per mancanza del verbale trascritto; processi in prescrizione e quindi detenuti in libertà; personale sottopagato a causa del budget insufficiente.

LA PROTESTA

Ministero della Giustizia

Roma, 19 maggio 2008

Comunicato stampa

Verbalizzazione atti processi penali: sospensione del servizio ingiustificata

La sospensione del servizio di verbalizzazione e trascrizione attuata in alcune sedi e minacciata a partire dal 21 maggio 2008 dal Consorzio Astrea nelle altre sedi è del tutto ingiustificata e non trova origine in un mancato adempimento da parte del Ministero.

Va ribadito che i soldi destinati alla trascrizione degli atti dei dibattimenti penali sono previsti dalla legge finanziaria e che i relativi pagamenti – in conformità a quanto previsto nel contratto e nel capitolato – sono già stati tutti effettuati fino al 31 dicembre 2007.

Per i pagamenti dell'anno in corso, va precisato che, innanzitutto, è già stato assunto in data 3 aprile l'impegno di spesa per la prima tranche 2008 ed è stato chiesto al R.T.I contraente di far pervenire l'attestazione del regolare pagamento degli stipendi e dei contributi ai dipendenti, onere al quale alcune delle società del Consorzio non hanno ancora ottemperato.

Tale richiesta deriva da normativa di legge e dalla comunicazione che almeno in una città la locale Procura della Repubblica sta procedendo penalmente contro i responsabili di una delle società del consorzio tra l'altro per irregolarità dei rapporti lavorativi.

Il ministero della Giustizia ha dato agli uffici giudiziari le indicazioni da seguire in caso di sospensione del servizio e qualora la situazione si estenda prenderà tutte le iniziative del caso per consentire la verbalizzazione con fonoregistrazione, stenotipia o altri strumenti meccanici degli atti dei processi penali.

LA DENUNCIA

Interrogazione a risposta in Commissione 5-01487

presentata da  LUDOVICO VICO giovedì 20 settembre 2007 nella seduta n.208

VICO. - Al Ministro della giustizia, al Ministro del lavoro e della previdenza sociale. - Per sapere - premesso che:

dal 16 novembre 2006 il servizio di verbalizzazione delle udienze penali è stato appaltato a livello nazionale ad un unico Consorzio;

sono stati riscontrati, sin da subito, mancanza di qualità nelle trascrizioni, oltreché gravissimi disservizi e ritardi (nonostante in molti Tribunali vengano dati termini di consegna diversi da quelli stabiliti dal contratto!), provati dalle penalità applicate al Consorzio aggiudicatario dell'appalto e culminati con documenti di protesta di varie Camere Penali locali e con uno sciopero degli avvocati del Foro di Catanzaro il giorno 4 giugno 2007 con presa di posizione dell'Unione delle Camere Penali Italiane (vedi delibera del 16 maggio 2007);

anche molti Magistrati hanno segnalato, con denunce al Consorzio e richiami al Ministero (vedi ad esempio Tribunale di Venezia, Pinerolo, Agrigento, eccetera), lo stato di disagio causato dal nuovo tipo di contratto, dovendo - ad esempio - ricordare a memoria le fasi processuali, non essendo - a distanza di tempo - in possesso dei verbali di udienza ovvero in possesso del solo verbale sintetico del Cancelliere a causa della mancata consegna delle trascrizioni;

si ritiene leso, in molti casi, il diritto di difesa degli imputati;

molti Magistrati - soprattutto G.I.P. - sono costretti ad affidare a periti esterni le trascrizioni di delicati procedimenti per mancanza di disponibilità da parte del Consorzio ad intervenire in tempi brevi ovvero dove non esistono impianti di fonoregistrazione - tra l'altro forniti, con regolare contratto, da azienda facente parte dell'R.T.I. - aumentando così i costi della Giustizia, ma assicurando per lo meno un servizio efficiente;

ancora oggi, a distanza di quasi un anno dalla partenza del contratto e nonostante le ripetute promesse di immediata attivazione da parte del Consorzio, si riscontra la non entrata in funzione del portale telematico - tranne che in qualche località ben visibile agli occhi del Ministro (vedi Roma) - che avrebbe dovuto essere il quid pluris del nuovo sistema di trascrizione e doveva essere il vero impianto innovativo di questo contratto;

ancora oggi si riscontra che, in talune parti di Italia (vedi Calabria e Sicilia), risultano scoperte di personale le Aule Giudiziarie, ritenendo - di conseguenza - che il Consorzio aggiudicatario del contratto abbia attestato il falso al momento della formulazione dell'offerta tecnica, avendo dichiarato la completa copertura del territorio nazionale;

ancora oggi, oltreché ad un continuo viavai di persone all'interno degli Uffici e delle Aule giudiziarie senza alcun giuramento di rito (peraltro richiesto dal contratto), si verificano casi di dipendenti sottopagati o, addirittura, «a nero»;

si riscontra una lesione della privacy poiché si è persa la rintracciabilità del trascrittore, molto spesso non presente nell'Aula del dibattimento, mancando quasi dappertutto la firma apposta dallo stesso sotto la trascrizione, rischiando di causare la nullità del verbale stesso (come recitano gli articoli dal 134 al 142 del codice di procedura penale);

si ha notizia di file di trascrizione che circolano liberamente su internet, viaggiando - senza protezione - da un capo all'altro dell'Italia, col pericolo di un'intrusione da parte di hackers senza scrupoli o con interessi specifici, soprattutto per i più delicati procedimenti;

risulta evidente la presenza di numerosissime ditte sub-appaltatrici del contratto, inseritesi dopo la stipula dello stesso, mentre il capitolato ed il bando ne prevedevano l'elencazione ab origine e non in corso d'opera;

si può pensare che, alla scadenza naturale del contratto - due anni - vi potrà essere una situazione di monopolio in questo settore, non avendo alcun'altra azienda un fatturato specifico per poter partecipare all'eventuale futura gara e rendendo così il Consorzio attualmente detentore del contratto unico in grado di dettare regole economiche e tecniche;

risultano ancora senza giusta collocazione molti degli addetti delle ditte che, precedentemente al nuovo contratto, lavoravano con professionalità e puntualità all'interno dei nostri Tribunali;

a seguito di precedente interrogazione del 1o marzo 2007, il Ministro rispondeva in data 25 giugno 2007 che tutto andava per il meglio, non vivendo evidentemente quotidianamente la vita all'interno dei Tribunali e non conoscendo appieno ovvero conoscendolo per interposta persona la formulazione del contratto -:

quali provvedimenti il Ministro del lavoro e della previdenza sociale intenda assumere per tutelare tutti i lavoratori delle tante aziende locali che svolgevano il servizio di fonoregistrazione e trascrizione e che dal 16 novembre 2006 sono stati privati della loro occupazione e per tutelare i tanti lavoratori che all'interno del Consorzio Astrea-Lutech operano quotidianamente in condizioni di estrema precarietà, se non proprio senza alcun diritto sancito dallo Statuto dei Lavoratori;

quali provvedimenti il Ministro della giustizia intenda assumere per rimuovere questa gravissima situazione affinché lo stesso diritto di difesa sia garantito a tutti i cittadini, ripristinando un sistema «certo» di assegnazione del servizio a livello locale o distrettuale; per risolvere le inadempienze contrattuali, e della fornitura di servizio dell'appalto nei confronti della pubblica amministrazione; per assicurare la copertura della parte di territorio nazionale privo del servizio di fonoregistrazione e trascrizione attraverso le unità lavorative che operavano con le ditte estromesse dalla gara nazionale e mai rimpiazzate con altri lavoratori dal Consorzio aggiudicatario. (5-01487)

I PRATICANTI AVVOCATO

In Italia, per chi termina gli studi universitari e intenda intraprendere la professione forense, è difficile trovare uno Studio Legale, che lo accolga per l’effettuazione del praticantato dei due anni.

Praticantato che serve per poter poi partecipare all’esame di abilitazione forense.

E’ quasi impossibile se non si ha un parente od un amico, che ti sostenga. Tutto ciò per garantire l’omertà sugli abusi del sistema.

A tal proposito, assistendo alle udienze durante la mia pratica assidua e veritiera, mi accorgevo che il numero dei Praticanti Avvocato presenti non corrispondeva alla loro reale entità numerica, riportata presso il registro tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto.

Comunque, delle altrui false annotazioni di presenza non mi creavo cruccio, perché la pratica si fa per imparare, non per annotare sul libretto, ma altri erano i miei problemi di legalità.

Agli inizi della mia pratica forense entrò in vigore la riforma previdenziale. L’art.2, comma 26, L.335/95, istituiva dal 01/01/96 l’obbligo di iscrizione INPS per i lavoratori autonomi e per i Collaboratori Coordinati e Continuativi. L’art.49, DPR 917/86, considera il Praticante Avvocato percepiente redditi derivati da collaborazione coordinata e continuativa, ovvero produttore di redditi di lavoro autonomo, a secondo se esso sia semplice tirocinante o con il patrocinio legale.

Gli articoli 25 e 26 del Codice deontologico forense obbligano l’avvocato ospitante a remunerare i collaboratori e i praticanti dello Studio Legale.

Il n.2 del periodico trimestrale della previdenza forense, pag. 39-44, del giugno 1996, confermava che l’obbligo ai contributi previdenziali INPS toccasse al dominus, o ai Praticanti Avvocato con patrocinio legale, e riteneva che l’iscrizione alla Cassa Forense fosse facoltativa e più onerosa.

Su queste basi normative e dato che il Praticante Avvocato svolge una proficua ed utile attività lavorativa a favore del dominus, tramite missiva semplice, chiesi un parere al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto riguardo l’importante riforma previdenziale. Non ricevendo risposta, chiesi personalmente al vice presidente, quanto contenuto nella lettera.

Questi, seccato, mi disse “Tu la lettera non l’hai mai mandata, e comunque fatti i fatti tuoi. Intanto fammi vedere il libretto di pratica, che poi vediamo se diventi avvocato”. Controllò il libretto, contestando la veridicità delle annotazioni e delle firme di controllo del Consigliere. Contestazione fatta a me e non a chi veramente falsificava le presenze.

Il tutto per zittirmi e intimorirmi, affinché tacessi l’evasione contributiva e fiscale forense.

Non basta. Nonostante il regolare pagamento dei bollettini di versamento di iscrizione, a mio carico viene attivata procedura di riscossione coattiva con cartella di pagamento, contro la quale presento opposizione. Nel processo seguente il Consiglio dell’Ordine non si costituisce.

Reazione: Come da rendiconto delle denuncie, in data 18/10/02, come politico, presento esposto-denuncia al Ministero dell’Economia e delle Finanze contro l’evasione fiscale e contributiva a danno del praticantato. Lettera morta. Come da rendiconto delle denuncie, in data 26/09/03, si presenta denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto, contenente il dossier Malagiustizia. Lettera morta. 

Risultato: tutto insabbiato con ritorsione.

Ne consegue che sono stato bocciato all’esame del patrocinio legale, così come mio fratello, e per 10 volte all’esame di abilitazione, così come mio fratello. Ad oggi, in Italia, i Praticanti Avvocato, per la loro collaborazione in studio e per le sostituzioni in udienza dei dominus, non vengono retribuiti o sono retribuiti in nero, né per loro si versano i contributi INPS, come non si versano i contributi per la loro attività autonoma. La stessa situazione è per il praticantato in generale.

GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI

Lavoro nero in Parlamento. Più del 60% dei portaborse dei deputati lavora senza contratto, a rivelarlo è un servizio della trasmissione di Italia 1, Le Iene, andata in onda venerdì 27 marzo 2009

Con il governo Prodi (centro sinistra) dei 683 collaboratori accreditati alla Camera, infatti, solo 54 avevano un contratto regolare. I giornalisti de Le Iene hanno intervistato 629 "portaborse" i quali hanno dichiarato di percepire dai 750 ai 900 euro al mese, tutti in nero, e di non avere riconosciuto alcun diritto. E solo alcuni dei deputati intervistati ha ammesso di avere collaboratori a titolo non oneroso (pagati in nero o addirittura non pagati).

Secondo i dati forniti dalla Camera dei Deputati durante il governo Berlusconi (centro destra), su 516 portaborse solo 194 ha un contratto e, quindi, uno stipendio. Gli altri 322, cioè il 62%, non sono legati al loro parlamentare da un contratto, quindi sono senza stipendio, cioè ufficialmente risultano lavorare gratis.

Le Iene hanno intervistato due di questi portaborse che ufficialmente lavorano gratis.

Ecco una portaborse che lavora attualmente al Senato.

Filippo Roma: Che fai nella vita?
Intervistata: Faccio l'assistente parlamentare per un senatore.

Filippo Roma: Da quanti anni?
Intervistata: da cinque anni.

Filippo Roma: Sei in regola?
Intervistata: No, assolutamente no.

Filippo Roma: In che senso?
Intervistata: Nel senso che prendo 700 euro al mese senza contratto, quindi senza versamento di nessun contributo.

Filippo Roma: Tutto in nero?
Intervistata: Tutto in nero.

Filippo Roma: Quante ore lavori al giorno?
Intervistata: Lavoro 9-10 ore al giorno senza nessuna interruzione, quindi senza pausa pranzo e spesso anche nei week-end.

Filippo Roma: E che diritti hai?
Intervistata: Nessuno. Non ho il versamento di contributi, quindi non avrò una pensione, non ho la malattia, non ho le ferie pagate, non posso avere la maternità.

Filippo Roma: Come fai ad entrare al Senato se non hai un contratto?
Intervistata: Abbiamo una badge rilasciato dall'ufficio di Questura richiesto dai senatori. Ogni senatore può avere al massimo due collaboratori, però non viene chiesto se c'è un contratto o meno.

Filippo Roma: il Presidente Marini aveva promesso a suo tempo una "leggina" per risolvere questo problema. Questa "leggina" è stata fatta o no?
Intervistata: No, assolutamente. Non è stato fatto nulla, non è cambiato niente. Continuiamo ad entrare tranquillamente senza che nessuno controlli se abbiamo un contratto o meno.

Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse sono in regola o sono in nero?
Intervistato: Ma, io ne conosco decine e decine. Di tutti questi nessuno ha un contratto.

Ecco le dichiarazioni di un ex collaboratrice parlamentare della Camera dei deputati:

Filippo Roma: Tu che fai nella vita?
Intervistata: Sono disoccupata.

Filippo Roma: E perché?
Intervistata: Perché prima lavoravo come assistente parlamentare alla Camera dei deputati, ma sono stata costretta ad andare via.

Filippo Roma: E come mai?
Intervistata: Perché non ero regolarmente contrattualizzata. Il mio deputato dopo promesse e promesse, non mi aveva comunque mai messo in regola.

Filippo Roma: Per quanto tempo hai lavorato per questo deputato?
Intervistata: Circa cinque mesi.

Filippo Roma: E quanto ti pagava?
Intervistata: 500 euro al mese, in nero ovviamente.

Filippo Roma: Quante ore lavoravi al giorno?
Intervistata: Quando c'era aula entravo alle otto del mattino e non si andava via mai prima delle nove alla sera, mentre il lunedì e il venerdì, che erano giornate un po' più libere diciamo, comunque mi costringeva a stare lì fino alla diciotto del pomeriggio.

Filippo Roma: E tu che diritti avevi?
Intervistata: Nessun diritto, né ferie, né malattie. Infatti, quando chiesi all'Onorevole come comportarmi nel momento in cui fossi stata male, mi disse che quello sarebbe stato un problema. Inoltre esercitava mobbing nei miei confronti alzando al voce… era anche parecchio maleducato.

Filippo Roma: Il Presidente della Camera Bertinotti ci aveva garantito che sarebbero entrati soltanto gli assistenti con regolare contratto di lavoro.
Intervistata: È falso perché comunque io riuscivo ad accedere all'ufficio dell'Onorevole con un permesso che mi veniva firmato settimanalmente da lui stesso. Lasciavo il mio documento all'ufficio passi, che veniva registrato e mi veniva dato un badge da ospite. In più spesso lui dimenticava, partendo, di firmarmi questo permesso, per cui ero io stessa a firmarlo e ad accedere in questa maniera.

Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse alla Camera, sono in regola o sono in nero?
Intervistata: Per quanto ne so io la maggior parte sono in nero.

Le iene si erano infatti occupate del problema due anni fa, con il governo Prodi. Allora risultava che solo alla Camera su 683 portaborse solo 54 avevano un contratto. Qualche parlamentare aveva ammesso il lavoro nero.

Dopo le polemiche sui giornali, Fausto Bertinotti e Franco Marini, allora rispettivamente Presidenti di Camera e Senato,  avevano preso un impegno preciso per risolvere questa questione.

Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Franco Marini: Io sono d'accordo con i Questori del Senato di procedere alla definizione di una leggina che risolva questo problema.

Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Fausto Bertinotti: La Camera riconoscerà come collaboratori soltanto coloro che esibiranno, e depositeranno alla Camera, un contratto di lavoro.

Da allora al Senato non hanno preso alcun provvedimento. Alla Camera hanno cambiato il regolamento d'accesso, continuando però a consentire che potessero entrare anche i collaboratori a titolo non oneroso, cioè senza un contratto.

Filippo Roma si è recato, inoltre, dal senatore Antonio Paravia.

Filippo Roma: Molti portaborse sono ancora in nero.
On. Antonio Paravia : Penso proprio di sì

Filippo Roma: E lei come ha risolto il problema?
On. Antonio Paravia: Io l'ho risolto innanzitutto perché avevo una serie di consulenti disponibili che mi hanno suggerito l'unico contratto possibile che era quello dei collaboratori degli studi professionali. Ho scritto in proposito al Ministero del Lavoro, all'Inps, all'Inail… Mi hanno, diciamo, confortato in questa decisione e quindi ho sottoscritto col mio precedente collaboratore e poi con quello attuale, un contratto di lavoro, ovviamente subordinato, perché il collaboratore parlamentare fa un'attività subordinata e regolata da orari e da quant'altro che stabilisce il parlamentare.

Filippo Roma: Ma il contratto a progetto potrebbe essere adatto per i portaborse?
On. Antonio Paravia: Io credo francamente di no. Credo che il contratto a progetto lo si faccia esclusivamente per pagare meno contributi.

Deputati e senatori avrebbero quindi potuto risolvere il problema adottando diverse soluzioni tra cui quella scelta  dal senatore Paravia, cioè attraverso un contratto di lavoro subordinato con tutti i diritti e le garanzie del caso.

Inoltre, la iena Filippo Roma intervista telefonicamente uno dei portaborse dell'On. Santo Versace, che ha un contratto a progetto e ammette: "La cosa su cui io mi focalizzerei è la retribuzione, perché non è corretto che ci sono molti colleghi che sicuramente percepiscono una retribuzione irrisoria".

Filippo Roma: E qual è questa retribuzione?
Portaborse On. Santo Versace: In media può andare da 300, 400, 500, 600, 700. Queste solo le medie di netto mensile che un collaboratore, tra virgolette non propriamente in regola, percepisce.

Filippo Roma: Quindi lei ci dice che l'Onorevole Versace è uno dei pochi che tiene in regola il suo collaboratore.
Portaborse On. Santo Versace: Sicuramente sì, questo è facilmente verificabile. Ripeto, sono uno dei pochi, probabilmente insieme a qualcun altro fortunato, che riceve un trattamento regolare e tutto dichiarato.

Filippo Roma: Perché scusi, gli altri parlamentari che fanno?
Portaborse On. Santo Versace: La stragrande maggioranza dei parlamentari… chi ha un collaboratore sicuramente non dichiara completamente quello che il collaboratore guadagna.

Filippo Roma: Quindi sono in nero, diciamo?
Portaborse On. Santo Versace: Sì, sì, sì ma è rimasto quello… lo avete già fatto in un servizio.

I MEDICI SPECIALIZZANDI

Allegato B Seduta n. 320 del 9/6/2003

TESTO AGGIORNATO AL 10 E ALL'11 GIUGNO 2003 Pag. 9185

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:

La Camera, premesso che:

in Italia vi sono circa trentamila medici specializzandi, che, pur essendo iscritti al rispettivo ordine professionale, vengono considerati a tutti gli effetti degli studenti;

detti medici frequentano le scuole universitarie nei vari reparti per conseguire, alla fine di un lungo percorso, la specializzazione. Durante questi anni essi vengono utilizzati a tutti gli effetti come medici, ma con una retribuzione di circa 800 euro al mese, senza contributi previdenziali, non tutelati nel periodo di maternità e senza ferie e malattie pagate oltre i 30 giorni annui;

nel nostro Paese, diversamente da tutta Europa, si continua a considerare gli specializzandi come studenti, mentre si sottopongono ai turni di guardia e di servizio, visitano i malati, formulano diagnosi, prescrivono cure, attuano terapie. Insomma fanno i medici seguendo un percorso formativo teorico-pratico, che, alla fine della specializzazione (4-5 anni), dovrebbe costruire la loro professionalità;

il contributo previsto dall'attuale borsa di studio non è mai stato rivisto negli ultimi anni;

spesso i medici specializzandi operano all'interno delle rispettive unità con un carico di lavoro ben superiore a quello previsto dal contratto formativo: 60/70 ore settimanali svolte mediamente a fronte delle 38 previste, svolgendo frequentemente compiti che non competono loro;

il decreto legislativo n. 368 del 1999 prevedeva la trasformazione delle borse di studio in contratti di formazione e lavoro e un allineamento al livello europeo, dove gli specializzandi sono tutelati e hanno una retribuzione di circa il doppio dei colleghi italiani. Veniva, inoltre, proibito alle aziende ospedaliere di utilizzare i giovani medici in formazione per riempire i buchi delle piante organiche;

la situazione sopra esposta permane anche a causa della disapplicazione del suddetto decreto n. 368 del 1999, che recepiva una direttiva europea del 1993 a tutela dei medici specializzandi quali figure professionali;

la legge finanziaria per il 2003 non prevede alcuno stanziamento dei fondi per la formazione medica specialistica per risolvere il problema degli specializzandi. Gli stessi rappresentanti di questa categoria avevano proposto, come compromesso, di fornire una copertura non totale, ma programmata. Ossia stanziando un terzo dei fondi nel il 2003, un terzo nel 2004 e andando a regime in tre anni;

si continua, quindi, di fatto a negare il diritto a questa categoria di lavoratori a vedersi riconoscere normativamente ed economicamente funzioni e compiti che da sempre svolgono con passione e professionalità al servizio dei cittadini;

nel novembre 2002, durante la discussione in Parlamento della legge finanziaria, i medici specializzandi avevano iniziato uno sciopero nazionale ad oltranza, reclamando l'applicazione del decreto legislativo n. 368 del 1999 e arrivando ad attuare uno sciopero della fame per chiedere lo stanziamento delle risorse necessarie per la trasformazione delle borse di studio (circa 900 euro al mese) in contratti di formazione lavoro e la definizione di un percorso formativo di qualità;

dopo queste proteste si erano moltiplicate le manifestazioni di sostegno alla «causa» degli specializzandi;

le stesse regioni hanno ribadito più volte la loro richiesta al Governo, formulata anche con un emendamento alla legge finanziaria, per prevedere risorse aggiuntive ad hoc, pari a 100 milioni di euro annui, rispetto a quelle stabilite con il patto di stabilità dell'8 agosto 2001;

(1-00219) «Zanella, Pecoraro Scanio, Boato, Bulgarelli, Cento, Cima, Lion».

I GIORNALISTI

APPROFONDIMENTO. L’inchiesta che non leggerete mai sui giornali è quella che mette in luce alcuni aspetti del giornalismo dei nostri tempi e che tocca molto da vicino, chi più chi meno, tutti gli editori. Tali imprenditori sfruttano i lati deboli di un “sistema” creato da consuetudine e leggi vaghe o sbagliate. E solo di recente, grazie a giudici che hanno perso il senso di equità oltre che di giustizia, gli editori stanno avendo una grande mano anche dalla giurisprudenza.

Le vittime sono tante; la più importante è la verità.

In questi tempi di turbolenza e di conflitti di interesse si parla spesso di sciopero dei giornalisti. Eppure dei problemi di cui parleremo nessun sindacato si è mai occupato.

Ecco perché il problema interessa tutti i cittadini (nessuno escluso), ecco perché tutti dovrebbero conoscere alcuni dei meccanismi che stanno dietro la fabbricazione delle notizie che ogni giorno leggiamo sui giornali.

Ecco perché questa che segue è una inchiesta “impossibile”.

GIORNALISTI DI SERIE A E GIORNALISTI DI SERIE B

Negli anni d’oro (quelli ormai lontani più di due decenni) circolava un simpatico adagio che voleva il giornalismo lavoro d’elite e poco faticoso, remunerativo e pieno di privilegi.

«Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare», si diceva.

In effetti fino agli anni 80 i giornalisti facevano parte di una categoria-casta ben pagata che deteneva di sicuro le leve del potere.

Negli anni 90 le cose iniziano a cambiare, le testate giornalistiche aumentano sempre più, si consolidano le reti televisive e radiofoniche locali. I grandi gruppi investono nel locale sviluppando redazioni regionali. Aumenta la richiesta dei giornalisti e gli iscritti all’albo, in maniera esponenziale. I giornali aumentano la foliazione e c’è bisogno di più lavoratori.

Si crea, all’interno della casta dei giornalisti, una netta separazione: ci sono i giornalisti assunti (quelli con la propria scrivania, in redazione, con stipendi che superano i 2000 euro, spese, trasferte, straordinario, tredicesima e quant’altro preveda il contratto nazionale).

Ci sono poi i cosiddetti “collaboratori” (5 euro a pezzo, quelli che vivono per strada e non possono accedere in redazione, che lavorano da casa e sono apparentemente svincolati dall’organico che crea il giornale, si pagano spese e disagi).

Sarebbe tutto normale se il ricorso al “collaboratore esterno” fosse occasionale e sporadico.

Cosa diversa, invece, se si spremono giovani desiderosi di affermarsi per fare gran parte del prodotto giornale, sfruttando meccanismi perversi di leggi non più attuali o distratte o troppo generiche o peggio interpretate male.
Ed è chiaro che all’editore il ricorso al collaboratore convenga davvero molto: come chiedergli “preferisci che ti regali mille euro oppure un milione?”.

La completa latitanza ed impotenza di Ordine e sindacato (e quella anche degli organi ispettivi) ha generato una sorta di matematica tranquillità che sovrasta sfruttamento e lavoro nero e che si traduce in decine e decine di vertenze singole ed estenuanti che terminano dopo oltre 10 anni (ed i collaboratori non sono highlanders…)
Nel frattempo è intervenuta la legge Biagi che ha flessibilizzato ulteriormente il lavoro dei collaboratori anche dei giornali locali abruzzesi. In sostanza il giornale che prima si faceva con giornalisti con contratto e diritti oggi si fa soprattutto con collaboratori che vengono pagati meno e soprattutto non hanno alcun diritto.

I PROBLEMI DEI GIORNALISTI RIGUARDANO TUTTI I CITTADINI

Il problema diventa rilevante perché legato al lavoro dei giornalisti è strettamente dipendente uno fra i diritti più importanti: il diritto costituzionale ad essere informato correttamente.

Quando l’informazione è corretta il cittadino ha a sua disposizione gli strumenti per poter esercitare gli altri suoi diritti, per farsi un’idea di chi amministra e della politica, può scegliere liberamente chi votare basandosi su dati certi e reali. Perché possiede la verità (o parte di essa) grazie al “cane da guardia” che è la stampa.

Quando l’informazione, invece, diventa fragile è asservita al potere ed il cittadino viene come accecato, gli scandali sotterrati, gli errori cancellati, gli sprechi coperti, le responsabilità eluse.
Siete allora convinti che sondare il terreno nel quale nascono le notizie che poi si leggono sui giornali sia importante?

PUBBLICISTA E PROFESSIONISTA

Secondo la legge che istituisce l’Ordine e regola la professione giornalistica (3 febbraio 1963 n. 69) «sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni ed impieghi».

Per poter diventare pubblicisti occorre aver pubblicato un pugno di articoli, essere stati retribuiti in qualche modo (non importa se molto o poco).

Per diventare professionisti, invece, bisogna essere dotati di un contratto da praticante, esercitare continuativamente la pratica giornalistica per almeno 18 mesi e superare l’esame di Stato che si tiene a Roma due volte l’anno.

Tuttavia poiché degli editori hanno fatto ampio ricorso agli strumenti che la legge mette a disposizione sfruttando al massimo la flessibilità è diventato in sostanza impossibile ottenere i contratti da praticante poiché per l’azienda molto onerosi.

Così la maggior parte degli “operatori dell’informazione” saranno pubblicisti (che è un po’ come i minorenni che portano il motorino o quelle auto per cui non occorre la patente: non sono tenuti a conoscere segnali stradali e regole però guidano lo stesso, senza una certificazione ufficiale e riconosciuta di una “sufficiente preparazione”)

COLLABORATORI A 5 EURO AD ARTICOLO O 300 EURO AL MESE

Iniziare a scrivere sul giornale non è poi particolarmente difficile. Diventa ostico se si pretende di essere pagati per il lavoro che si svolge. Chissà perché il giornalismo è l’unico mestiere che si può fare “per hobby”.

Assolutamente impossibile è oggi essere regolarizzati che significa semplicemente avere un contratto (che rispecchi perfettamente il ruolo effettivamente svolto) e dunque diritti.

Il ragazzo che si avvicina a questa professione avendo un’idea romantica della professione si scontra immediatamente con la realtà che, nella migliore delle ipotesi, è un contratto annuale di collaborazione (alcuni anche a progetto anche se francamente si ignora quale sia in questo caso l’accezione di “progetto”).

Oggigiorno si fa ampio ricorso a contratto flessibili che ogni collaboratore esterno deve obbligatoriamente ma “liberamente” firmare. Tale accordo privato imposto dall’editore ha il solo obiettivo di svincolare l’azienda da ogni sorta di legame con il collaboratore che rimane dunque esterno all’azienda.

Per la legge formalmente tale lavoratore opera «in proprio» e «senza alcun vincolo di subordinazione».
Il collaboratore lavora «sulla base di singoli incarichi professionali di volta in volta conferiti». Non c’è rimborso spese, non ci sono ferie, riposo o diritti riconosciuti. I contratti imposti dalla parte più forte sono accordi stipulati «nella più ampia libertà e facoltà delle parti».

Seguendo pedissequamente il dettato contrattuale il collaboratore dovrebbe proporre un pezzo al giornale quando ne ha voglia, il giornale lo pubblica se ne ha voglia.

Il compenso al momento è cinque euro ad articolo.

Per chi non abbia assolutamente idea di come nasca un articolo diciamo che questo implica telefonate, spostamenti, ricerche, e di sicuro la perdita di un po’ di tempo. Cinque euro valgono per l’articolo creato in un’ora come per quello di mezza giornata.

Un articolo va sempre verificato: pensate che si possano effettuare sufficienti verifiche per 5 euro?
Fin qui potrebbe sembrare solo una storia di quotazione dell’operato del giornalista.

L’OBBLIGO SOTTINTESO

I problemi seri iniziano quando, sfruttando la legge, si riescono a creare interi giornali basandosi esclusivamente o per la maggior parte sul lavoro dei collaboratori. Con il non trascurabile vantaggio di costare molto poco al “padrone”.

Questo implica di fatto un lavoro quantitativamente e qualitativamente diverso del collaboratore che dovrà assicurare nella pratica un certo numero di articoli utilizzando un certo numero di ore della sua giornata.
Si crea così un certo “obbligo sottinteso” alla prestazione che si allontana dalla iniziale statuizione e si trasforma di fatto in un rapporto che dal punto di vista giuridico diventa in molti casi subordinato (che andrebbe regolato dal contratto nazionale dei giornalisti molto ma molto più costoso per l’editore).

Il vincolo c’è, la dipendenza pure, ma non si vedono a fine mese nella busta paga.

75% DELLA “REDAZIONE”

Oggi anche in Abruzzo la percentuale dei collaboratori di un giornale si aggira intorno al 75%. Questo vuol dire che i giornalisti contrattualizzati sono appena il 25% dell’intero organico e di solito hanno compiti di coordinamento, di impaginazione, di verifica dei pezzi.

E per un collaboratore che liberamente deve fornire pezzi per riempire ogni giorno una porzione di pagina (a volte anche una pagina intera) la situazione diventa piuttosto complicata.

Non bisogna sottovalutare la componente psicologica ed umana di chi magari ama moltissimo questa professione e si sottopone per un certo periodo di tempo alla necessaria ed utile “gavetta”.

Molto spesso però tale periodo si allunga a dismisura occupando spesso un decennio, ma sono sempre di più chi può vantare una “gavetta” ventennale o più. L’unico problema diventa trovare… un lavoro per sopravvivere.

Per le tv locali le cose non vanno meglio: il ricorso ai giovanissimi di primo pelo (che non pretendono ma nemmeno assicurano professionalità) è sempre maggiore, così come a società esterne, troppo pochi i veri professionisti con regolare contratto di categoria che possono garantire la qualità del prodotto.

Ecco allora che il giornalismo fatto con queste logiche alle spalle pone seri problemi qualitativi del prodotto.

LA NOTIZIA INQUINATA

Se così stanno le cose si capisce quanto sia vitale trovarsi un “vero” lavoro che consenta poi di poter continuare “a scrivere sul giornale” perchè nessuno oggi è in grado di vivere dignitosamente con 300, 500 o 600 euro al mese.
Ecco perché si trovano firme note sui nostri giornali che di mestiere fanno il professore o l’impiegato.

Moltissimi “operatori part time dell’informazione” tuttavia rimangono nel campo e, sfruttando le nuove possibilità offerte da recenti normative, offrono la loro prestazione professionale creando servizi legati a quello che viene chiamato “ufficio stampa”.

“Fare l’ufficio stampa di” significa veicolare in sostanza il messaggio ai media di politici, enti, aziende, associazioni predisponendo comunicati stampa, organizzando conferenze stampa.

Cosa succede se lo stesso giornalista cura l’ufficio stampa di qualcuno e scrive anche sul giornale o lavora in tv?

La risposta più corretta è: dipende.

Esempio: se curo l’ufficio stampa della squadra di calcio di Montazzoli (Ch) e poi per il giornale curo la cronaca di Penne (Pe) è probabile che non vi siano problemi di nessun genere perché non vi sarebbero commistioni o conflitti. Ma se, per esempio, sono il giornalista che cura l’ufficio stampa del partito X (dunque, pagato da questo partito) e scrivo sul giornale (pagato molto meno) di argomenti inerenti lo stesso partito, pensate forse che io possa mai scrivere in tutta serenità e obiettività?

E come pensate che possa essere il mio prodotto finale se per esempio devo informare i lettori del giornale o gli spettatori della tv della posizione del partito Y, contrario e opposto al mio (sempre quello che mi paga)?

In gergo si chiama conflitto di interesse e nuoce inevitabilmente alla salute della verità e della obiettività.

Infatti, la legge vieta questo genere di commistione esplicitamente.

Peccato che nessuno faccia rispettare la norma.

Chi dovrebbe controllare non sa e non vuole vedere (e poi perché impedire a giornalisti precari di portare alla fine del mese uno stipendio per sopravvivere dignitosamente?)

CI SONO DATORI DI LAVORO E DATORI DI LAVORO

Così abbiamo giornalisti che scrivono anche su quotidiani molto diffusi o in tv che vengono pagati per fare i portavoce di politici.

Saranno poi naturalmente prontissimi a “far passare” articoli sul giornale per il quale lavorano.

Poi ci sono quelli che sono “pagati dal sindaco” che li ha “assunti” e continuano a scrivere sul giornale, magari lavorano in tv o rivestono ruoli organizzativi per cui possono influire persino sul taglio da dare a certe notizie (tutte le notizie nei casi più estremi).

Siccome siamo una regione che non si fa mancare nulla possiamo vantare anche “direttori dopolavoristi” che, assunti magari dalla Regione o dalla università, poi, in tutta obiettività, decidono le loro linee editoriali. Certo la cosa sarebbe molto più grave se si trattasse di tv regionali dalle grandi audience.

Ma in questo caso di precaria c’è solo la verità che inevitabilmente ne viene fuori visto che per eccezioni come queste vengono fuori compensi oltremodo dignitosi.

Sta di fatto che, capito il gioco, i politici (ma anche aziende, enti pubblici e non) hanno fatto a gara ad “accaparrarsi” le prestazioni delle firme più autorevoli (ma non contrattualizzati) per fare a volte anche giochi poco coretti.

Tutto ruota intorno ai “buoni rapporti” e alla simpatia e alle credenziali che il giornalista può giocarsi.

E ci sono giornalisti che lavorano per aziende, enti pubblici, organizzazioni e che di queste scrivono poi sui giornali chiamati ad essere obiettivi creando un numero enorme di conflitti e generando un groviglio di interessi inestricabile.

Come si può pretendere che il giornalista dell’ufficio stampa del Comune Z poi sia realmente obiettivo nel riportare le notizie sul giornale che riguardano la stessa amministrazione?

Casi di questo genere sono migliaia a tutti i livelli generati proprio da un sistema che non garantisce diritti al giornalista precario.

Spesso si tira fuori la trita tiritera su quale mai sia la ragione per cui non si fa più il giornalismo di inchiesta, quello che serve per davvero… vi è per caso balenata qualche ragione adesso?

Il massimo del parossismo si tocca quando, per esempio, tutti i “corrispondenti” dei maggiori organi di informazione locali siano dipendenti del Comune per cui scrivono “in cronaca”.

Quale tipo di informazione pensate ricevano gli abitanti di quel paesino o paesone?

E se manca la verità e l’obiettività manca quel controllo che il vero giornalismo è chiamato a fare scoperchiando quanto andrebbe per missione scoperchiato ed offrire uno strumento importante al cittadino, non fosse altro perché garantito dalla Costituzione.

QUALE GIUSTIZIA

Certo il nostro sistema offre alcuni rimedi per i giornalisti in cerca di giustizia che smaniano di uscire dal precariato.
Nessuno strumento, invece, è offerto al cittadino che nemmeno immagina…

E sono sempre più le cause di lavoro in materia (anche se la maggioranza per molteplici ragioni preferisce evitare, procrastinare e non imbarcarsi in un cammino lungo, estenuante e dispendioso che fra l’altro sbarra tutte le strade).

E quale giustizia può arrivare in questi casi se si incappa nelle maglie di un sistema giudiziario ingolfato?

Sono moltissimi i casi di over 40 che attendono la fine del loro iter giudiziario da oltre 10 anni. Gli esiti sono per la maggior parte favorevoli ai precari per nulla favoriti dalla giurisprudenza e dal sistema probatorio (basato essenzialmente su prove testimoniali… degli ex colleghi ancora inseriti in organico…).

Di recente poi la Corte di Cassazione sta rivedendo alcune interpretazioni che avevano portato al riconoscimento di un lavoro di fatto dei precari. Così anche in Abruzzo si è visto chi dopo 10 anni ha vinto una causa, è stato finalmente assunto, salvo poi prontamente essere licenziato in seguito alla sentenza di Cassazione. Quale giustizia è mai questa?

Il precariato legalizzato per giurisprudenza.

IL SINDACATO

Chi tutela il giornalista precario?

Di fatto nessuno perché nessun organismo per legge può farlo (ma che Paese è mai questo?).

Il sindacato dei giornalisti, infatti, tutela solo chi ha sottoscritto il contratto nazionale (quello oneroso per gli editori e sempre più raro) un paradosso incredibile e non sanato che lascia del tutto indifesi l’esercito di centinaia e centinaia di giornalisti di fatto della nostra regione.

Ma soprattutto lascia campo libero agli editori con le inevitabili conseguenze sul prodotto alle quali abbiamo accennato. Sensibile a questo problema, almeno a parole, è sembrata la Cgil che in quanto sindacato potrebbe intervenire per tutelare i diritti fondamentali di lavoratori e cittadini.Ma muoversi anche per un sodalizio così importante come la Camera del lavoro non è facile specie in un pollaio come l’Abruzzo.

In questo scenario desolante ad avere buon gioco sono allora i politici e gli imprenditori, insomma i poteri forti, che di fatto possono influire in maniera diretta sulla informazione (e quello che abbiamo descritto è soltanto uno, la conseguenza della precarietà, ma ve ne sono moltissimi altri…).

Come si può ragionevolmente auspicare che le cose possano cambiare grazie a nuove norme necessarie e sacrosante?

Certo manca da sempre anche una vera organizzazione dei precari che vivono malissimo ma per loro c’è sempre spazio per peggiorare. Eppure quanto potrebbe aiutare le persone oneste una stampa forte, onesta, che non si vende e non si presta, dignitosa e con «la schiena sempre dritta».

Forse è utopia ma pretendere che siano colmate enormi falle non chiamatela utopia.

GLI INSEGNANTI

INSEGNARE GRATIS PER ANNI NELLE SCUOLE PRIVATE. LA TACITA REGOLA IMPOSTA AI DOCENTI. TUTTI SANNO, MA NESSUNO DENUNCIA.

Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari, senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all'insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d'insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.

STATISTICHE - Secondo i dati Istat, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.

LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».

LA STORIA DI S. – C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».

LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».

I LAVORATORI SUBORDINATI

IL LAVORO NERO: E' DONNA

In valori assoluti, la quota più consistente di donne che lavorano in condizioni irregolari o illegali si trova al Nord (685mila). Al Centro le irregolari sono circa 287mila, al Sud 380mila

ROMA. Su un totale di oltre 2 milioni e 850mila lavoratori irregolari presenti nel nostro paese, oltre 1 milione e 352mila (47,4%) sono donne. In pratica 1 lavoratore su 2 fra quelli sommersi, è donna. Emerge da uno studio presentato questa mattina a Roma dall’Isfol, su «Le donne nel lavoro sommerso». In valori assoluti, la quota più consistente di donne che lavorano in condizioni irregolari o illegali si trova al Nord (oltre 685mila). Al Centro le irregolari sono circa 287mila, al Sud 380mila.

Ciò significa che al Nord, sul totale dei circa 1 milione e 100mila lavoratori irregolari presenti nell’area, più di 6 su 10 sono donne. Per quanto riguarda i settori di attività, l’occupazione irregolare femminile si concentra nel settore dei servizi, dove sono attive circa 1 milione e 150mila donne senza contratto o con un contratto disapplicato. Le donne rappresentano il 57% dell’occupazione irregolare del settore dei servizi. Molto inferiore la quota di donne sommerse nell’industria (85mila) e nell’agricoltura (120mila).

L'Isfol ha anche presentato una ricerca dal titolo «Dimensione di genere e lavoro sommerso. Indagine sulla partecipazione femminile al lavoro nero e irregolare», curata dall’area Sistemi Locali e Integrazione delle Politiche. L’indagine ha coinvolto quasi mille donne, italiane e straniere che lavorano in 3 città (Torino, Roma, Bari) con un contratto di lavoro irregolare o in nero. L’indagine ha messo l’accento su alcune caratteristiche dell’occupazione irregolare femminile. La tipologia più diffusa di irregolarità è l’assenza di contratto scritto che interessa quasi due terzi delle lavoratrici (64%) seguita da parziale o totale disapplicazione delle norme contrattuali (28%).

Altro dato significativo è quello relativo al titolo di studio. Il 36% delle intervistate afferma di possedere un diploma di scuola media superiore, il 13% un titolo universitario, l’8% la qualifica professionale, il 31% la licenza media e il 6% quella elementare.

Un dato che, secondo l’Isfol, evidenzia come «il titolo di studio non costituisca uno strumento di salvaguardia rispetto all’accettazione di un lavoro nero».

Un dato in comune fra lavoro regolare e lavoro sommerso, sembra essere quello dell’accesso. L’Isfol, infatti, sottolinea come anche i lavoratori irregolari trovino un’occupazione attraverso il passaparola e le conoscenze. Il 65% di chi lavora senza contratto ha avuto accesso al lavoro grazie alla rete informale di relazioni personali e amicali, mentre solo il 10% ha avuto una proposta diretta e solo il 4% si è trovato sommerso dopo aver risposto a un annuncio per un lavoro regolare.

Le lavoratrici in nero tendono a considerare la loro condizione difficilmente mutabile. Infatti il 42% degli intervistati ha dichiarato che continuerà a rimanere nell’irregolarità finchè non troverà un impiego regolare, mentre il 31% lo farà finchè non troverà un lavoro regolare e a condizioni più vantaggiose. Tra coloro che dichiarano di non essere in cerca di altra occupazione è significativo che il 17% si ritiene soddisfatto dell’attuale occupazione e questo soprattutto per il bisogno di una certa continuità del reddito che, paradossalmente, il lavoro irregolare comunque assicura.

Inoltre la permanenza nell’irregolarità, dice l’Isfol, diminuisce la fiducia nelle proprie capacità.

Sulla durata del lavoro irregolare, il 67% delle intervistate dichiara di svolgere un lavoro sommerso da più di un anno. Una conferma, secondo gli autori dell’indagine, che il lavoro irregolare non ha una natura occasionale nè, tantomeno, di breve durata. Per le donne siamo, cioè, di fronte a un lavoro irregolare con caratteri di stabilità, di sicurezza e di continuità nel tempo maggiori rispetto al lavoro regolare e più per le straniere che non per le italiane. Le lavoratrici straniere, infatti, svolgono prevalentemente attività di cura presso famiglie come colf e badanti, con prospettive di maggiori stabilità e continuità rispetto alle italiane, impegnate in altri settori di attività. In ogni caso, conclude l’Isfol, siamo di fronte a una domanda strutturale e permanente presente nel nostro mercato del lavoro.

E, per le donne il sommerso non è una condizione transitoria, ma anzi un lavoro permanente, tanto che l’Isfol parla di «trappola del sommerso» nella quale rischiano di rimanere impigliate soprattutto le lavoratrici con minori risorse personali.

CAPORALATO IN AGRICOLTURA

Il 90% degli intervistati non ha il contratto di lavoro, oltre il 60% vive in strutture abbandonate, senza servizi igienici, senza acqua corrente e senza riscaldamento. Sono dati e informazioni mutuati da "Una stagione all'inferno", il rapporto-denuncia di Medici Senza Frontiere sulle drammatiche condizioni, umane e  sanitarie, dei lavoratori stagionali immigrati impiegati in agricoltura nelle campagne del meridione.

Per intenderci, quelli per cui teoricamente, dal sito interno.it, i datori di lavoro avrebbero potuto chiedere la regolarizzazione. La realtà è invece tutt'altra che 'regolare' e sono invece praticate nei loro riguardi vessazioni e violenze indicibili. Chi si ribella viene punito in modo esemplare dal "caporale" che lo ha reclutato, anche per "educare" gli altri. I dati  evidenziano condizioni di vita, salute e lavoro indegne di un paese dell'Unione Europea e sono stati raccolti nel corso di una capillare indagine e inseriti nel rapporto di Medici senza frontiere.

Da luglio a novembre 2007, un'equipe mobile di Medici senza Frontiere ha visitato e intervistato oltre 600 stranieri impiegati come lavoratori stagionali in agricoltura nelle regioni del Sud Italia. I risultati dell'inchiesta sono allarmanti: gli stranieri si ammalano a causa delle durissime condizioni di vita e lavoro cui sono costretti. Già nel 2004 Medici senza Frontiere aveva visitato le campagne del Sud Italia per portare assistenza sanitaria agli stranieri impiegati come stagionali e per indagare questa scomoda realtà. Nonostante le reiterate promesse da parte di autorità locali e nazionali, a distanza di tre anni ,si è potuto constatare che nulla è cambiato.

"Ogni anno - afferma Antonio Virgilio, responsabile dei progetti italiani di Medici senza Frontiere - un esercito di stranieri si sposta da una regione all'altra per lavorare alla raccolta di primizie, contribuendo in maniera fondamentale al settore agricolo. Da anni nel nostro paese esiste una popolazione vulnerabile che vive in condizioni di estrema precarietà. Spesso si tratta di situazioni riferibili a contesti di crisi umanitarie che ben conosciamo. Sindaci, forze di Stato, ispettorati del lavoro, associazioni di categoria e di tutela, ministeri: tutti sanno ma quasi nulla viene fatto

CAPORALATO NELL'EDILIZIA

TORINO - “Il salario della paura” è un film di Georges Clouzot. In Italia, nel '55, la censura bigotta di Mario Scelba e di Giulio Andreotti giudica il titolo troppo “rivoluzionario” ed impone che gli venga cambiato il nome in “Vite vendute”.

Non cambia la sostanza. La pellicola racconta di quattro disperati che accettano di trasportare un camion pieno di nitroglicerina lungo una strada disastrata del Sudamerica. Il finale è scontato: le ruote che saltano in aria ed un solo sopravvissuto.

Oggi, nella realtà, le vite vendute non guidano camion carichi di esplosivo, ma stanno agli angoli di una strada o di una piazza in attesa. Per loro, il salario della paura arriva a bordo di una station-wagon o di un Fiorino.

Chi offre il lavoro a domicilio ha gli abiti che profumano di fresco e due telefonini cellulari per mano. Modi sbrigativi, poca voglia di parlare. Ma non sbagliatevi: non si tratta di un imprenditore o di un selezionatore di personale. Lui è un caporale.

Borgo Dora, a due passi dal Sermig, piazza Stampalia, piazza Bengasi e Porta Nuova. Siamo a Torino e questi sono i luoghi dove chi ha l'esigenza di portare il pane a casa può trovare quel che cerca. Nel nome dello sfruttamento. Vite vendute, per buona pace di Scelba ed Andreotti, dunque.

Vite sospese su di un'impalcatura, senza caschi di protezione, senza imbracature e soprattutto senza una vera assunzione con relativa assicurazione. Lavorano alla giornata, nei cantieri della Torino “Always on the move”, sempre in movimento, ma soprattutto nella sua provincia.

Sono le cinque e mezza del mattino. Il buio e il freddo invernale sembrano indurire ulteriormente i loro volti. Fumano. In mano una busta con il pranzo. E aspettano. Poi arriva lui, il caporale. C'è chi lo conosce già e c'è chi invece deve chiedere, quasi come se stesse elemosinando, dieci ore di lavoro. Il caporale carica la “merce umana” sulla vettura e parte. Chi avrà fortuna tornerà a casa con una misera paga giornaliera. Altrimenti diventerà un articolo di cronaca, da leggere l'indomani sul quotidiano cittadino. E questo rischio è molto alto.

Ma com'è la loro giornata? Cosa li aspetta dentro i cantieri circondati da un muro di lamiera?

Per capire meglio non ci resta che farci assumere. Dopo due giorni di appostamento capiamo come funziona. In piazza Stampalia c’è molto movimento, ma anche in piazza Bengasi non si scherza. Vogliamo vedere da vicino. Chiediamo anche noi lavoro per strada. Ma risultiamo poco credibili. Troppo italiani. E poi dopo che la televisione ha parlato per giorni di caporalato a Milano e a Roma, i “reclutatori” stanno molto attenti con chi hanno a che fare. Così decidiamo di muoverci in un'altra maniera. Invece di farci caricare saremo noi a bussare alle porte dei cantieri. Individuiamo nel Canavese un possibile obbiettivo. Da Ciriè a San Maurizio, passando per San Francesco al Campo fino a Venaria. Una sorta di quadrilatero costruito con il sudore.

Sembra quasi che le imprese edili abbiano fiutato il business. Ma non solo loro. A quanto pare, secondo fonti ben informate, anche qualcuno legato alle cosche della ‘ndrangheta calabrese e della mafia siciliana, ha qualche interesse nella zona. Si parla di una cosca in particolare. Su questa vicenda si indaga da tempo.
Tanti cantieri, tanto lavoro. Facile equazione. Ma chi sarà disposto ad assumere due italiani senza documenti e in nero?

Lungo la statale che porta in queste zone è diventato normale incrociare alle prime ore dell’alba sagome di uomini in tenuta da lavoro. A Ciriè, ci avviciniamo ad uno di questi. Un ragazzo romeno, sui trent'anni. È fermo in un angolo della strada. Anche lui ha il pranzo in una busta. «Senti abbiamo bisogno di farci la giornata. Sai dove possiamo chiedere?» - domandiamo. «Ma voi non siete romeni?» - ci risponde con stupore. «No, però abbiamo bisogno di lavorare lo stesso». Superata la diffidenza ci indica un cantiere dove, come dice lui, «troverete quello che cercate».

Il posto di lavoro è a pochi metri dall'ospedale. Un'impresa sta costruendo quattro palazzine, da otto e dieci piani ciascuna. Entriamo. Chiediamo ad un ragazzo che ci porta dal capo-mastro. Non ci fa domande, non ci chiede documenti. «Ok, non c'è problema. Incominciate ora e finite alle 16. A fine giornata vi do 15 euro a testa». Prendere o lasciare. Ora siamo due fantasmi. Manovali. Dobbiamo scaricare i camion dal loro contenuto: pile e pile di mattoni, materiale laterizio, da trasportare a mano a ridosso delle palazzine che stanno nascendo dal terreno. Con noi ci sono altri fantasmi. In totale siamo cinque. Nessun casco in testa, nessuna scarpa anti infortunistica.

Sono le sette del mattino. Il lavoro è duro. Tra uno scarico e l'altro possiamo scambiare quattro parole con i nostri colleghi. Sono tutti romeni e quasi tutti hanno la stessa storia da raccontare. Dorian ha 26 anni ed è arrivato in Italia da quattro mesi. «Ho incominciato a lavorare nei cantieri il giorno dopo il mio arrivo. Prima ero a San Maurizio, ora qui. Non è difficile trovare lavoro: vengono in piazza a chiederti se vuoi andare con loro». Inoltre Dorian ci avverte che la giornata non finirà alle 16, come ci ha detto il capo, ma durerà fino alle 18, sempre per 15 euro. Emilian invece di anni ne ha già 36. Ha una moglie e due figlie. Lui è un veterano del lavoro in nero: «Ho fatto il cameriere, portavo i pacchi per un negozio, l'imbianchino e ora il manovale. Non mi hanno mai assunto. Sempre solo promesse. Per qualche settimana lavorerò qui dentro. Poi chi lo sa?». Già. Tra quindici giorni probabilmente sarà di nuovo in vendita.

Mentre posiamo a terra i mattoni guardiamo in alto. Sopra le nostre teste un uomo è impegnato a portare materiale su di una trave. Senza imbracature, come un equilibrista al circo. Ma sotto di lui non c’è alcuna rete. Una scena che ci toglie il fiato. Potrebbe cadere nel vuoto da un momento all’altro. Così, ascoltando le voci dei lavoratori, scopriamo che chi ha il casco in testa è italiano.

Nel cantiere non c'è ombra di nordafricani. I magrebini non vengono presi alla giornata, perché se dovesse mai arrivare un controllo per il padrone sarebbero guai. Infatti, mentre i romeni ormai sono comunitari, marocchini e tunisini restano “extra”. Chi assume in nero deve stare attento. Nel primo caso è prevista una multa salatissima, ma nulla di penale. Mentre nel caso in cui lavoratore in nero sia extracomunitario scatterebbe immediatamente l’accusa di istigazione a delinquere, per via della Bossi-Fini. In fatto di leggi stupisce anche che il caporalato non sia perseguibile in ambito penale. Si tratta infatti di “interposizione di mano d'opera”, quindi un altro semplice reato amministrativo.

Emil conosce bene i caporali. Lui è stato caricato a Torino e portato qui alcuni giorni fa: «Sapevo da alcuni amici che venivano a cercarti per lavorare. Così ho aspettato. Poi con una macchina un mio connazionale mi ha portato in cantiere».

Sono le dieci e mezza. Per noi è arrivato il momento di andare via. In precedenza avevamo adocchiato una porticina laterale creata tra le lamiere. Decidiamo di evadere. Quando saliamo in macchina il senso di nausea e disgusto per quello che abbiamo visto e per come è stato facile diventare fantasmi tra fantasmi è indescrivibile.

Scene che ricordano quelle del film di Ken Loach “In questo mondo libero” e le parole del regista: «Lo sfruttamento è cosa nota a tutti. Quindi non si tratta di una novità. La cosa che ci interessa di più è sfidare la convinzione secondo la quale la spregiudicatezza imprenditoriale è l'unico modo in cui la società può progredire; l'idea che tutto sia merce di scambio, che l'economia debba essere pura competizione, totalmente orientata al marketing e che questo sia il modo in cui dovremmo vivere. Ricorrendo allo sfruttamento e producendo mostri». Ormai è mezzogiorno.

Fuori dal cantiere è un via vai di donne e uomini, impegnati nelle faccende quotidiane e nello shopping. Dentro a quelle lamiere invece restano chiusi i fantasmi. Usciranno da quel luogo solo quando sarà nuovamente buio.

CAPORALATO E COOPERATIVE

Immaginiamo una cooperativa con quasi un centinaio di soci lavoratori che eseguono "ufficialmente" lavori di facchinaggio nelle imprese delle lavorazione delle carni e dei salumi, ma nella realtà eseguono lavori del ciclo produttivo. Viene naturale pensare ad impresa con una struttura che sostiene una sede, se non prestigiosa almeno dignitosa con computer telefoni e fax, un apparato di  dirigenti con impiegati e segretarie. Ci possiamo immaginare, insomma, di avere di fronte un impresa a tutti gli effetti.

Niente di tutto questo. La cooperative di cui sopra, che possiamo benissimo definire falsa cooperativa, è un esempio che può rappresentare benissimo altre imprese del genere. Queste false cooperative spesso hanno formalmente la loro sede legale presso l’abitazione del presidente, a volte un semplice prestanome extracomunitario, oppure, per dare una parvenza di legalità, presso un polveroso ufficio di pochi metri quadrati che funge da ripostiglio, in cui manca la strumentazione minima per qualsiasi impresa: fax, telefono e computer, oltre che il personale che vi lavori dentro.

Capita anche che la sede legale sia anche in luoghi remoti dell’Italia meridionale, presso la sede di qualche commercialista e che, la posta inviata a quegli indirizzi postali, ritorni indietro per compiuta giacenza.

Gli unici recapiti di queste imprese fantasma, in maggioranza false cooperative, sono anonimi cellulari. Un esercito di false cooperative che gestiscono lavoratori stranieri grazie al prezioso lavoro di consulenti, o commercialisti, delle imprese committenti. Imprese committenti cha attraverso pseudo appalti di servizi, ne utilizzano la manodopera.

Consulenti che gestiscono decine di false cooperative, uno di questi è addirittura un ex ispettore del lavoro ora in pensione. Cooperative che cambiano nome repentinamente, per sfuggire ai controlli. Consulenti che spesso sono gli stessi consulenti dell’impresa committente. Consulenti che si sono creati in famiglia la loro cooperativa di facchinaggio per somministrare manodopera nelle aziende dei loro clienti. Ma non è tutto! Associazioni degli imprenditori che di giorno predicano bene contro l’illegalità del lavoro, ma di notte razzolano male perché, attraverso società terze direttamente controllate, gestiscono decine di false cooperative.

Al peggio però non c’è mai fine: imprese committenti che si costruiscono la propria cooperativa in casa con presidente familiari dell’amministratore delegato dell’impresa committente, oppure lo stesso amministratore delegato della cooperativa che è lo stesso dell’azienda committente.

Non stiamo parlando della “new economy” o di imprese di servizi futuribili legati all’informatica, ma ad “aziende” che forniscono ad altre lavoratori per la lavorazione delle carni e dei salumi.

E’ il mondo delle cooperative “furbe”, o meglio delle cooperative fasulle, che operano nel grigio ma anche nel nero, che somministrano illegalmente manodopera non rispettando le leggi della Repubblica: dalla Costituzione, passando dalla famosa legge 30, arrivando ai contratti nazionali di lavoro.

E’ il mondo di chi, operando nell’indifferenza politica ed istituzionale, vuole rivestire un ruolo moderno e competitivo riconducibile però sempre ad un vecchio termine: caporalato!

Parliamo di Caporalato.

Inchiesta italiana su “Repubblica” a firma di DAVIDE CARLUCCI e SANDRO DE RICCARDIS col titolo: Schiavi e caporali a Natale, scandalo false cooperative. Vengono usate come forma di outsourcing, con il vantaggio che i "soci" sono facilmente licenziabili. Fini mutualistici solo sulla carta, così si sfruttano i benefici su fisco e costo del lavoro. L'influenza di mafia e 'ndrangheta. Alla catena di montaggio che prepara il Natale, nei cubi di cemento dei grandi centri logistici che riforniscono gli scaffali dei supermercati di luci e decorazioni, entrano che non è ancora l'alba ed escono che è già notte. Nelle grandi piattaforme della grande distribuzione, sperdute nelle campagne di tutta Italia, sgobba una nuova classe di lavoratori. Sono gli schiavi del Natale. Formalmente, soci di cooperative. In realtà persone che, di fatto, hanno meno diritti dei dipendenti delle aziende classiche, con la sola differenza che spesso non sanno bene chi è il loro padrone. Due coop su tre, dicono le ispezioni delle direzioni provinciali del lavoro, sono irregolari. Ma quante sono allora in Italia le "cooperative spurie"? Quanti dipendenti occupano? E perché sia il sistema economico che la criminalità organizzata ricorrono sempre più a questa tipologia d'impresa che produce un valore aggiunto di 40 miliardi di euro, il tre per cento del totale nazionale?

LE DENUNCE
"Con questo mezzo, gli operai ad essa aderenti pensano di fare il primo passo nella via della loro emancipazione, poiché sottratto il lavoro da ogni dipendenza, l'associazione offrirà ad essi il modo di istruirsi, di educarsi e di togliersi dallo stato di miseria e soggezione in cui oggi si trovano...". Fa tenerezza rileggere le parole dello statuto della prima cooperativa modenese, fondata a Finale Emilia nel 1886, e confrontarle con il racconto che Juan, 124 anni dopo, ha reso alla procura di Lodi. Con altri quattro connazionali, il 36enne boliviano ha denunciato gli ingranaggi del sistema del lavoro nero nella piattaforma Dhl di San Giuliano Milanese, dove lo smistamento dei pacchi natalizi moltiplica il numero di colli da movimentare. "Ho girato diverse cooperative. I nomi cambiavano in continuazione ma i responsabili erano sempre gli stessi...". L'ultima "non mi consegnò mai il contratto di assunzione. Ma il quindici di ogni mese un caporale mi pagava in contanti. La mia busta paga era sempre a zero ore. Lavoravo nel settore carico con una mansione pericolosa, che richiedeva, però, velocità e lucidità. Poi abbiamo contattato il sindacato e ci siamo ribellati. Ma quando tornai in azienda, l'addetto alla sicurezza non mi fece entrare: ero licenziato". Ora Juan ha ottenuto il permesso di soggiorno in base all'articolo 18 della legge sull'immigrazione, quello utilizzato di solito dalle prostitute per fare arrestare i protettori. E come lui gli altri colleghi che hanno denunciato, oggi collocati in una vera cooperativa, la "Lotta all'emarginazione" di Sesto San Giovanni. Le prime segnalazioni della Filt-Cgil sulla piattaforma di San Giuliano risalgono all'aprile 2008. "Ai lavoratori regolarmente assunti venivano assegnati orari sempre più ridotti in modo da provocarne le dimissioni affinché fossero sostituiti da extracomunitari con permessi di soggiorno falsi...". Simon, anche lui boliviano, quarantenne, racconta di aver lavorato per più cooperative e di ricevere lo stipendio "su una carta di credito prepagata intestata a mio nome". Le cifre sono sempre minori di quelle concordate. Sulle denunce di Juan, Simon e gli altri è aperta un'inchiesta della direzione provinciale del lavoro di Milano. Molte coop citate nelle denunce, nel frattempo, hanno licenziato gli operai, come la Padana servizi - 70 in un colpo solo, con un semplice fax - o risultano inattive, come la Alfa coop e la Vidac.

IL BOOM
In Italia le cooperative sono 151mila, calcola l'ultimo rapporto di Unioncamere. E mostrano, a differenza delle altre imprese, "una notevole resistenza alle difficoltà della crisi", con un saldo positivo tra cessazioni e nuove costituzioni. Quasi la metà del totale (45 per cento) sono al Sud, ma è al Nord che creano più occupazione. Sicilia e Lazio sono le prime regioni per diffusione, seguono Lombardia e Campania, dove in media crescono del 2%. Sono il 2,1% del totale delle imprese italiane, con un milione e 400mila lavoratori impiegati ormai in ogni settore. La logistica - dove operano grandi gruppi come Colser di Parma (3000 dipendenti), Ucsa di Milano (1700), Gesconet di Roma, Cal di San Giuliano Milanese (900 soci), Piave di Torino, Transcoop di Reggio Emilia - è solo uno dei settori delle coop, che ora operano anche nell'outsourcing. Per esempio, grandi compagnie di assicurazioni hanno delegato a piccole coop di giovani diplomati - inserite all'interno di gruppi imprenditoriali molto floridi - lavori che prima erano riservati agli interni, ottenendo più flessibilità, ma anche la possibilità di lasciare a casa i "soci" quando le commesse scarseggiano. Un vero e proprio boom si registra poi nella sanità, nell'informatica, nelle telecomunicazioni, nell'edilizia, nel settore delle pulizie fin anche all'intermediazione finanziaria, all'istruzione, alla formazione privata. Con picchi di crescita superiori alla media delle altre imprese, soprattutto per quanto riguarda donne e immigrati. Ma cosa c'è dietro questa esplosione di vitalità? Un rilancio in grande stile o un uso distorto della forma cooperativa come quello che denunciano i facchini di San Giuliano Milanese?

IL RACKET
Dietro, spesso, ci sono soltanto delle truffe. Storie che sanno di caporalato e che riempiono decine di inchieste, dal Trentino alla Sicilia. Imprenditori, commercialisti, avvocati e consulenti fiscali sono i registi di reti di società intestate a prestanome con le quali danno avvio all'impresa criminale. Come funzionano le coop-patacca? Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. S'intestano le cooperative ad anziani, disabili, tossicodipendenti, che in cambio di una firma ricevono poche decine di euro. Poi si dà il via all'attività, sfruttando le agevolazioni previste per questo genere d'impresa, con assunzioni in nero, buste paga inferiori ai pagamenti effettivamente corrisposti, straordinari nascosti in altre voci contabili, contributi e tasse non versate. Formalmente, i lavoratori sfruttati sono soci della coop. Ma essendo ricattati, le loro decisioni sono dirette dal presidente o dai suoi fantocci. Quando gli investigatori arrivano alle società, si trovano di fronte a società in liquidazione, a patrimoni pari a zero, ad amministratori fittizi. Ma non sempre i furbi la fanno franca. Il caso più noto è quello di Padova, dove un'operazione della Guardia di Finanza ha smantellato una "associazione per delinquere finalizzata all'evasione fiscale". Una rete di cooperative intestate a titolari di comodo, quasi tutte nell'orbita della Compagnia delle opere, aveva evaso 30 milioni di euro tra oneri previdenziali, fiscali e contributivi non versati. I militari hanno sequestrato anche 18 milioni di euro in contanti, titoli di società ed immobili tra Veneto, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna. Tra i 21 indagati e i tre arrestati c'erano Willi Zampieri, 40 anni, presidente della società con un passato in Forza Italia; il commercialista Paolo Sinagra Brisca e una consulente del lavoro, ex tesoriere del Consiglio provinciale dell'Ordine, Patrizia Trivellato. Diecimila euro al giorno venivano reinvestiti in bar e negozi, mentre centinaia di lavoratori restavano senza contributi previdenziali. Le loro condizioni di lavoro sono lo spaccato del moderno schiavismo camuffato da cooperativismo: permessi per malattia o maternità negate, ferie inesistenti. Un caso isolato? Pare proprio di no. Nella capitale economica del paese, Milano, teoricamente il luogo più evoluto nei rapporti di lavoro, dal primo gennaio al 31 agosto 2010, gli accertamenti hanno svelato 1101 posizioni irregolari: collaboratori a progetto che nella realtà erano soci, lavoratori senza riposo giornaliero o settimanale, "con schede cronografiche infedeli, straordinari contabilizzati come indennità di trasferta, per le quali non è previsto il versamento di contributi", spiega il direttore provinciale del Lavoro di Milano, Paolo Weber. In otto mesi, gli ispettori della Direzione provinciale del lavoro hanno recuperato ben 426.780 euro di contributi non versati.

COOPERATIVE A DELINQUERE
La favola dell'assistenza e della mutualità ha fatto il suo tempo. E in questa grande finzione, fa presto a infiltrarsi la criminalità organizzata. A Corigliano Calabro la Finanza ha indagato a maggio 352 persone per truffa all'Inps: una cooperativa agricola che aveva denunciato falsi rapporti di lavoro per 35mila giornate agricole era, in realtà, riconducibile a una cosca della 'ndrangheta. A Gioia Tauro, invece, la "Cooperativa lavoro", che gestisce il traffico di migliaia di container, aveva stretto una sorta di joint-venture con le famiglie Piromalli, Alvaro e Molè. E in Campania è la camorra a utilizzare le coop nel settore dei trasporti e dei parcheggi. L'Ortomercato di Milano, che si prepara a garantire una cornucopia di frutta e pesci di ogni tipo sulle tavole degli italiani imbandite per il Natale, è stato per anni il regno dei clan. Nella memoria depositata nel processo concluso a maggio con la condanna dei boss della cosca Morabito-Bruzzaniti, il pm Laura Barbaini ricostruisce il ruolo del prestanome Antonio Paolo che "formalmente assume presso la cooperativa Scai il socio lavoratore Salvatore Morabito, l'uomo conosciuto da tutti come criminalmente potente, e nella sostanza cede al consorzio i suoi contratti di appalto migliori: quale per esempio quello con Dhl Express Italy srl e con Tnt Poste". Le cooperative - scrive il pm - servono ai clan anche per riciclare denaro sporco "attraverso la falsa fatturazione o l'emissione di assegni circolari intestati a nominativi di lavoratori stranieri dipendenti e incassati da prestanomi". In questo modo, creano "importanti disponibilità in contanti per l'acquisto di droga". Anche al boss di Cologno Monzese, Marcello Paparo, le cooperative del suo consorzio di facchinaggio e pulizie per i supermercati Sma ed Esselunga servivano solo per prelevare contanti da investire in affari illegali. E nel capoluogo lombardo c'è l'ombra del riciclaggio anche nell'omicidio di Pasquale Maglione, un avvocato casertano che rappresentava diversi consorzi di origine campana nel rapporto tra colossi della logistica e sindacati.

IL DUMPING E LA CONCORRENZA SLEALE
Ma anche quando non c'è la mafia, le statistiche dicono che le cooperative sono, una miniera di profitti in nero. Più delle altre società. A Milano, come a Lecco, l'82% di quelle ispezionate risultano irregolari; a Brindisi il 37%; a Cuneo il 65, a Pescara il 40, a Padova il 67,7. In media, il 65% sono irregolari. Anche nel settore dei servizi sanitari e sociali si diffonde l'illegalità: a Siena la Gdf ha scoperto a luglio una coop che per quattro anni aveva lavorato in nero con anziani, minorenni e disabili. Gonfiavano i rimborsi, s'inventavano trasferte inesistenti in giorni improbabili - come il 31 giugno - e in questo modo, secondo la Finanza, "riuscivano a garantirsi, a costi competitivi, la presenza sul mercato degli appalti pubblici". Con prezzi stracciati, è facile sbaragliare la concorrenza degli onesti. Il ministero del Lavoro, nel 2007, aveva tentato di arginare il fenomeno con un protocollo che considerava i ribassi del 30 per cento "un fattore di distorsione del mercato". Si decise di dar vita agli "osservatori permanenti", coordinati dalle direzioni del lavoro. Pochi ispettorati, però, sono riusciti a tener d'occhio le cooperative spurie. Che hanno una vita media di due anni ed espellono i soci che osano prendere sul serio i loro diritti. Com'è successo, ad esempio, ai 16 soci eritrei della cooperativa "Il papavero" di Cerro al Lambro, in provincia di Milano, che lavora per la Gls, che ha tra i suoi committenti le poste inglesi: a febbraio avevano indetto un regolare sciopero, ad agosto si sono ritrovati licenziati. E ora, assistiti dal SiCobas, hanno aperto due vertenze: in una il datore di lavoro è tacciato di comportamento "discriminatorio". Due settimane fa il tribunale del lavoro di Firenze ha dato loro ragione. Ma, prima della magistratura, chi dovrebbe fare tutte le verifiche?

I CONTROLLI FANTASMA
La maggior parte delle pseudocoop non fanno parte delle centrali (Legacoop, Confcooperative, eccetera) che prevedono verifiche sugli affiliati. "C'è il potere ispettivo del ministero dello Sviluppo - spiega Stefano Zamagni, economista e presidente dell'agenzia per le Onlus - ma gli ispettori sono pochi, è difficile controllare. Noi possiamo intervenire solo per le cooperative sociali, ma solo inoltrando le denunce alla Guardia di finanza e all'Agenzia delle entrate. Nella maggior parte dei casi si ricorre alle cooperative solo per evadere il fisco e avere agevolazioni. Lo spirito mutualistico di una volta è sparito". Così finisce che le cooperative anziché unire i lavoratori consentendo loro di emanciparsi, li dividono ulteriormente. In questi giorni nei magazzini Gs-Carrefour di Pieve Emanuele, in provincia di Milano, operai cinesi, egiziani e italiani stanno il dando il meglio di sé. Sono i "soci" che hanno accettato i nuovi ritmi, 160 colli stoccati all'ora, imposti da una nuova coop che sostituiva la precedente. Quelli che hanno detto no, erano stati espulsi. Ora hanno vinto la loro battaglia, e hanno ritrovato il lavoro.

LAVORO NERO: I DOCUMENTI DELL'ARCHIVIO TECHE RAI

Documentario, 1971
Doppio lavoro turno C

Siamo nel 1971: lavorare otto ore al giorno non è sufficiente a coprire le spese, così gli operai, finito il turno di lavoro in fabbrica, si spostano a lavorare al nero in piccole officine per altre quattro, a volte cinque, ore.
Il documentario dalle Teche Rai.

TG2 Dossier, 1980
Fatica nera già caporalato

"Il lungo cammino verso la fatica nera di queste donne che lavorano per otto ore senza sosta sotto il sole, inizia poco dopo la mezzanotte. Una giornata di duro lavoro da compiere a schiena in giù, dopo un viaggio massacrante di ore, e un ritorno, stasera, che sarà ancora più faticoso". Il fenomeno del caporalato nel mezzogiorno, dall'
inchiesta di Giuseppe Marrazzo.

Tg2 Diogene, 1993
Il caporalato a Diogene

Alzarsi alle 3 e mezzo del mattino, senza sapere dove si andrà a lavorare, né quanto si guadagnerà. Lavorare nei campi, raccogliere l'uva, le fragole, la verdura, per nove, dieci ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Il racconto di Vita e la storia di tante altre donne, nel servizio del
TG 2 Diogene del 1993.

Radio Zorro 3 1 3 1, 3 giugno 1996
I dati del caporalato

Tutti i numeri del caporalato in Italia nel 1996. Cifre che raccontano storie di sfruttamento, estorsione, povertà e violenze.
Un estratto da Radio Zorro 3 1 3 1.

Radio Zorro 3 1 3 1, 3 giugno 1996
Il caso Rosato

Pagati 20mila lire a giornata, i braccianti erano costretti, pena la perdita del lavoro, a sottoscrivere ricevute per 78mila lire. Una pratica diffusa nelle aziende del Mezzogiorno. Oliviero Beha dà la parola al proprietario di una delle aziende sotto accusa. In studio Pietro Alò, ex senatore di Rifondazione comunista, vicepresidente della commissione d'inchiesta del Senato sul caporalato.
Ascolta l'intervista del giungno 1996.

Radio Zorro 3 1 3 1, 3 giugno 1996
L'incidente

Cronaca di un incidente costato la vita a tre donne, vittime del caporalato. Lo racconta in collegamento telefonico con Oliviero Beha, Lorenza Conte, bracciante e consigliere comunale di un paese in provincia di Brindisi. A
Radio Zorro 3 1 3 1 nel 1996.

Pinocchio, 28 gennaio 1999
Il caporalato oggi, Pinocchio

Il mercato nero delle braccia a pochi passi da una Roma impegnata nei preparativi per il Giubileo. Sono le braccia degli stranieri, disposti ad accettare fino a 60mila lire al giorno per lavorare nei cantieri. Le contrattazioni cominciano poco dopo l'alba e continuano fino alle 11 di mattina sotto gli occhi di tutti.
Il servizio di Mario Giordano a Pinocchio.

Il fatto, 8 febbraio 1999
I numeri del lavoro nero
Le conseguenze del lavoro nero anche sulla previdenza sociale. 1100 miliardi di evasione contributiva.
Tutti i dati sul sommerso da Il Fatto di Enzo Biagi.

Permesso di soggiorno, 7 maggio 1999
Il caporalato a Permesso di soggiorno

Dall'arrivo del pulmino, all'appello del caporale, alla storia di una bracciante del Sud che racconta la sua esperienza di lavoro nero.
Ascolta l'estratto dalla puntata di Permesso di soggiorno del maggio 1999.

Permesso di soggiorno, 7 maggio 1999
Le irregolari

Vittime del caporalato sono soprattutto le donne. Costrette ad accettare l'intermediazione del caporale perché al Sud, dicono, non esistono altre alternative. E per tirare su una famiglia di 4 figli un solo stipendio non basta. La giornata di due braccianti a
Permesso di soggiorno.

Okkupati, 30 maggio 1999
Interventi sul lavoro nero

"Ma il sommerso non è solo evasione contributiva e fiscale. Il sommerso è una condizione del lavoro. E' una condizione dell'economia, e poi è anche una condizione dell'essere sociale che nel Mezzogiorno è particolarmente pesante perché è una condizione stabile".
Pareri a confronto a Okkupati.

Sciuscià, 6 luglio 2000
Il caporalato oggi, Sciuscià

"Milano è come un grande cantiere. Un cantiere immenso e selvaggio". Muratori extracomunitari esposti come merce in attesa di essere prelevati dai caporali. Prendono fino a 9mila lire all'ora al nero contro le 20mila degli italiani. Intanto gli operai-caporali si fanno la villa con i dobermann e nella dichiarazione dei redditi si dicono nullatenenti.
L'inchiesta di Sciuscià.

Permesso di soggiorno, 27 luglio 2000.
Lavoratori atipici

Stai male? Ti licenzio. La malattia gli è costata il posto di lavoro. La storia di un lavoratore grigio, un immigrato, impiegato in agricoltura, al quale il datore di lavoro ha imposto il licenziamento dopo un'assenza per malattia.
Un servizio di Permesso di soggiorno.

CHI COMBATTE GLI INFORTUNI SUL LAVORO ???

INDIFFERENZA GENERALE

INCIDENTI SUL LAVORO: 1 MILIONE L'ANNO. 1.000 I MORTI: 1 OGNI 7 ORE.

TUTELA E CONDIZIONE DELLE VITTIME DEL LAVORO TRA LEGGI INAPPLICATE E DIRITTI NEGATI

Quando gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l’anno e i morti più di mille, quando ogni 7 ore muore un lavoratore, non si può dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività, sia garantito.

Non si tratta infatti di un fenomeno marginale e in via di estinzione, bensì di un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione e nello stesso modo di essere della modernità. In realtà, siamo in presenza di un fenomeno sociale di massa, sebbene la società non lo riconosca come tale.

Di certo una vera e propria guerra a bassa intensità, che di regola si svolge nell’ombra e nel silenzio. Una vergogna che macchia il Paese, che ignora il diritto al lavoro e alla sua sicurezza. E’ una contabilità spesso arida e anonima, persino controversa, che non ha sussulti neanche di fronte alla fine di una vita.

Resta in ogni caso la preoccupazione e in certa misura lo sconcerto per il fatto che gli enti previdenziali siano considerati, in definitiva, dei semplici strumenti operativi dello Stato - al di là di quanti organi rappresentativi siano presenti al loro interno - dei quali interessa il valore complessivo ed il risparmio complessivo che possano realizzare.

La sicurezza sul lavoro e l’andamento degli incidenti

Tra il 1995 ed il 2004 si è registrato nell’ambito Europeo un trend di riduzione degli incidenti sul lavoro, pur con differenze anche ampie tra i vari paesi in conseguenza certamente del diverso livello di sviluppo economico ed in un comune quadro normativo.

L’Italia rispetto a questo trend non è, purtroppo, trainante: in dieci anni gli infortuni mortali nell’Unione Europea sono diminuiti del 29,41%, mentre nel nostro Paese solo del 25,49%, un dato non esaltante rispetto a quello di paesi come la Germania (-48,30%) o la Spagna (-33,64%). In termini assoluti poi, l’Italia resta il paese con il più alto numero di morti sul lavoro.

Nelle cifre ufficiali va un poco meglio per gli incidenti non mortali, rispetto ai quali tuttavia si deve tenere conto dell’elevato numero di infortuni non denunciati (l’INAIL stima siano circa 200.000) nell’ambito del lavoro nero.

Certamente, non è soltanto una questione di numeri: che gli infortuni sul lavoro siano una piccola percentuale in più o in meno rispetto all’anno precedente non è la cosa più importante, non aiuta a cambiare, sono sempre tanti, troppi. Nell’era della tecnologia digitale, gli operai edili e metalmeccanici, come ieri e forse di più, muoiono o rimangono colpiti con gravi, invalidanti, esiti permanenti dagli infortuni sul lavoro.

Ma, le statistiche ci dicono che realmente è possibile fare di più, che altri ci sono riusciti, salvando così centinaia di vite.

Il male dell’Italia è che le leggi sembrano esistere solo sulla carta e la speranza è che la stessa sorte non tocchi anche a quella varata nell’agosto del 2007, particolarmente avanzata nei principi ispiratori e nelle previsioni normative, ma oggi a rischio di restare incompiuta a causa delle vicende politiche.

Anche oggi, dopo che l’attenzione al fenomeno è enormemente cresciuta, grazie ai continui appelli del Presidente della Repubblica ed a seguito, purtroppo, di ripetute tragedie sul lavoro, la sensazione è che le buone leggi che ci sono restino solo sulla carta e che sul fronte della cultura della sicurezza siano davvero pochi i passi in avanti.

Come riscontro di questa sensazione, al di là delle dichiarazioni di commozione, di cordoglio e di solidarietà, ci sono d’altra parte alcuni fatti concreti:

- a cinque mesi dall’entrata in vigore della legge 123/07 (nuove norme in materia di sicurezza sul lavoro) i coordinamenti provinciali delle attività ispettive previsti all’art. 4, stanno appena muovendo, quando va bene, i primi passi;

- si stima che il personale impegnato nella prevenzione infortuni, se dovesse controllare tutte le aziende, ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni 23 anni, ed infatti si interviene quasi sempre solo dopo l’infortunio;

- sul fronte penale i reati di omicidio colposo o lesioni conseguenti al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro sono sostanzialmente impuniti, vuoi per i tempi della giustizia vuoi per l’indulto intervenuto nel frattempo; nell’ordinamento giudiziario francese vi è un Pool di Pubblici Ministeri e di giudici istruttori i quali hanno una competenza per quasi tutto il territorio francese sugli affari e i reati di maggiore rilevanza sul piano nazionale che attengono la salute. In Spagna è stata introdotta la figura del procuratore speciale per gli incidenti sul lavoro. Nel nostro Paese per le vittime del lavoro ottenere giustizia è purtroppo una timida e quasi sempre disattesa speranza.

A fronte di una situazione di questo genere i rimedi sono ovvii ed indicati da più parti, ma occorre avere la autentica volontà di porli in essere:

- investire sulle attività di prevenzione e controllo;

- introdurre sanzioni adeguate alla gravità ed alle conseguenze dei comportamenti;

- organizzare un apparato amministrativo e giudiziario che assicuri l’applicazione certa e rapida delle sanzioni;

- promuovere iniziative informative, formative e culturali che sviluppino nel medio-lungo periodo una maggiore attenzione alla prevenzione.

In sostanza, quello che occorre è il passaggio dalle dichiarazioni ai fatti.

La tutela delle vittime di incidenti sul lavoro e di malattie professionali

L’indennizzo economico del danno

La riforma realizzata con il Decreto legislativo 38/2000 - con il quale è stata introdotta in via sperimentale la copertura del danno biologico, salutata come un intervento che si annunciava migliorativo per la definizione delle rendite - nella sua applicazione concreta ha comportato un netto ridimensionamento del livello delle prestazioni in rendita se non addirittura la trasformazione dell’indennizzo da rendita, a capitale liquidato una tantum.

Per fare un esempio: un lavoratore infortunato che perde un piede, nel caso abbia moglie, un figlio a carico e una retribuzione media, percepisce dall’INAIL il 13,39% di rendita in meno (963 euro l’anno) rispetto al regime precedente al Decreto 38/2000 e perde circa 45.000 euro di risarcimento in sede civile.

Di fatto la nuova legge non ha tutelato il lavoratore: ha tolto buona parte sia del risarcimento che dell’indennizzo dovuto. Come si può agevolmente dimostrare (e la matematica è una scienza, non un’opinione), chi si è infortunato dopo il 25 luglio 2000 è molto meno tutelato di prima, anche se qualcuno dice che adesso l’INAIL paga anche il danno biologico.

Se i lavoratori vittime di infortuni o malattie professionali ci hanno rimesso, chi ci ha guadagnato?

I grandi gruppi assicurativi privati che garantiscono la responsabilità civile delle aziende hanno visto ridursi drasticamente il quantum dei risarcimenti erogati a favore dei lavoratori infortunati.

Le imprese hanno potuto ridurre i costi delle coperture assicurative.

L’INAIL dall’avvio della riforma ha iniziato ad accumulare avanzi di amministrazione, che ormai viaggiano su più di due miliardi di euro l’anno, per un totale ad oggi di oltre 13 miliardi di euro finiti nelle casse dello Stato.

Il risultato è che l’INAIL ormai non è più posto in condizione di garantire tutela adeguata alle vittime del lavoro:

-          eroga prestazioni economiche peggiori che in passato;

-          non può svolgere interventi sanitari adeguati;

-          non può promuovere interventi per il reinserimento lavorativo.

E non solo non si è provveduto a quei piccoli aggiustamenti sollecitati dall’ANMIL che avrebbero consentito di rimediare alle più palesi incongruenze, ma nemmeno si è messo mano alla riforma del Testo unico del 1965, la legge base dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ormai del tutto squilibrata dall’età e dai continui interventi di modifica.

Senza contare che dal 1995, con la riforma delle pensioni del Governo Dini, agli infortunati sul lavoro è precluso anche l’accesso all’assegno di invalidità ed alla pensione di inabilità dell’INPS, con il risultato che il risarcimento per il danno subito diventa mezzo di sostentamento. Ed anche in questo caso, nonostante la volontà unanime delle forze politiche di abolire questa norma, sembra impossibile reperire le poche risorse finanziarie necessarie (circa 20 milioni).

La tutela giudiziaria

Per quanto riguarda il fronte giudiziario vero e proprio i lavoratori infortunati e le famiglie dei morti sul lavoro scontano tutte le inefficienze classiche del sistema giustizia (procedimenti giudiziari lunghissimi, termini ridotti di prescrizione nel procedimento penale, indulto, inefficienza del sistema di accertamento delle responsabilità).

Su questo punto l’ANMIL concorda con il pensiero del Procuratore Aggiunto di Torino Raffaele Guariniello che in questi giorni ha sollecitato la creazione di un organismo giudiziario che potrebbe avere una competenza per gli affari più rilevanti su tutto il territorio nazionale. Dove non ci sono  magistrati specializzati in sicurezza, infatti, è impossibile  affrontare  processi che richiedono competenze specialistiche e anche procedurali di grande rilievo.

Il reinserimento al lavoro

La legge 68/1999 sul diritto al lavoro dei disabili contiene specifiche e speciali norme per il ricollocamento e la riqualificazione degli infortunati sul lavoro con l'obiettivo di garantire ad una particolare categoria di disabili, per lavoro, un trattamento di riammissione al lavoro che tenga conto del fatto che essi, prima dell’evento dannoso, erano già pienamente integrati nel mondo del lavoro. Ad oggi risulta inserito solo il 5% degli iscritti al collocamento. Questo percorso specifico è rimasto soltanto sulla carta.

Riorganizzazioni enti previdenziali

Grande preoccupazione desta tra le vittime del lavoro la sorte nell'immediato futuro ed a medio termine delle ricorrenti iniziative per l'unificazione degli enti previdenziali e della gestione delle diverse forme di tutela.

Non intendiamo in questa sede entrare nel merito del dibattito in corso su questo tema se non per sottolineare ancora una volta come il motivo conduttore di queste iniziative sia costituito dalla riduzione dei costi e delle spese, vista non come ricaduta della razionalizzazione del sistema, ma come obiettivo fine a se stesso.

Manca - o sembra al più una clausola di stile - l'impegno per sinergie e cooperazioni volte a migliorare la qualità dei servizi e l'efficacia della tutela da garantire agli utenti dei servizi stessi.  E' auspicabile, quindi, che fra le tante ipotesi prospettate prevalga un assetto che valorizzi la possibilità di integrazione dei servizi orientati alla tutela per i rischi del lavoro e la salute dei lavoratori, con la partecipazione della intera filiera dei soggetti - non solo previdenziali - che di tale tutela sono protagonisti.

Resta in ogni caso la preoccupazione e in certa misura lo sconcerto per il fatto che gli enti previdenziali siano considerati, in definitiva, dei semplici strumenti operativi dello Stato - al di là di quanti organi rappresentativi siano presenti al loro interno - dei quali interessa il valore complessivo ed il risparmio complessivo che possano realizzare.

INDIFFERENZA ISTITUZIONALE

ROMA - Nuova inchiesta delle Iene tra le impalcature di Montecitorio. Il servizio del Trio Medusa documenta come alcuni operai impegnati al rifacimento delle facciate della Camera dei deputati siano senza caschetto protettivo. Immagini poi proposte a Fausto Bertinotti, che in passato aveva definito i lavori in corso nel palazzo di Montecitorio come un "cantiere modello".

Prima un uomo al lavoro al dodicesimo piano di una impalcatura, poi un altro al quarto piano, e ancora un altro che sale le scale, uno che scende con l'ascensore, tutti senza caschetto. Le immagini scorrono una dopo l'altra, e vengono poi proposte al presidente della Camera.

Bertinotti le guarda con attenzione, poi dichiara: "L'azienda che assume questo lavoro ne è responsabile sia civilmente che penalmente, e dunque qualunque elemento che mettesse a rischio il lavoratore deve essere indagato dall'ispettorato del lavoro, dalle organizzazioni sindacali e denunciato ovunque esso si trovi".

Le Iene incalzano, ricordando a Bertinotti che proprio lui aveva dichiarato che quello di Montecitorio era un cantiere modello per tutti i cantieri edili in Italia. "E' disposto a ripeterlo?", chiede la Iena.

"Io l'ho detto sulla base della mia esperienza personale" ammette il presidente della Camera, "e in quel momento era un cantiere dalle garanzie riconosciute. Siccome credo all'inchiesta, quando questa documenterà il contrario sarò pronto a fare marcia indietro. Adesso, di fronte a questa vostra sollecitazione sospendo il giudizio e verificherò. In ogni caso", conclude Bertinotti, "vi invito ad andare dal magistrato".

DIRITTO DI SCIOPERO O LESIONE DI DIRITTI ??

METALMECCANICI SELVAGGI

Intanto, continuano i blocchi statali e le proteste organizzate in tutto il Paese dalle "tute blu". A Terni, un gruppo di manifestanti ha occupato i binari della stazione ferroviaria, bloccando per poco tempo la linea linea Roma-Ancona. Presidi si sono svolti anche davanti alle aziende del gruppo Ast della città umbra, che hanno causato rallentamenti del traffico sulla Flaminia. Partecipano alle proteste anche gli operai dell'acciaieria ThyssenKrupp.

Scioperi si sono svolti anche in diverse aziende del torinese, con manifestazioni e blocchi stradali. A Torino, circa 500 lavoratori della Pininfarina hanno sfilato in corteo in corso Allamano, creando problemi alla circolazione stradale.

A Taranto, alcune decine di metalmeccanici hanno bloccato stamani per alcune ore la strada Taranto-Statte con presidi nei pressi delle portinerie dell'Ilva e dell'azienda Italcave.  Bloccata anche la circolazione sulla A7 Genova-Serravalle, al casello di Busalla.

A Genova, trecento lavoratori delle riparazioni navali e del settore metalmeccanico hanno lanciato uova contro la sede di Assindustria. Manifestazioni sono state organizzate anche a Vicenza, in Lazio, sull'autostrada Roma-Napoli, in Toscana e nel bergamasco, con il blocco della A4 MIlano-Venezia.

Metalmeccanici, sciopero di 8 ore Autostrade e stazioni bloccate

Lombardia
Gli stessi sindacati hanno fatto sapere che intorno alle 10.00 dai cancelli dell'Alfa Romeo di Arese si sono mosse oltre 2.000 persone per raggiungere l'Autolaghi, l'Autostrada che collega il capoluogo lombardo con Como, Varese e l'aeroporto di Malpensa. Contemporaneamente, dai cancelli della Dalmine altre 2.000 persone hanno bloccato la Milano-Bergamo, mentre la Bergamo-Brescia è bloccata da 5.000 lavoratori bresciani, che si erano concentrati in presidio davanti alla sede della Confapi. Blocchi stradali sono in corso anche a Legnano, dove circa 1.000 lavoratori impediscono la circolazione sull'Autolaghi, bloccata più a nord anche a Gallarate da oltre 1.000 manifestanti confluiti da tutta la provincia di Varese. Intorno a mezzogiorno le difficoltà maggiori sono presenti sull'A8 Milano-Varese, con 3 blocchi del traffico, in entrambe le direzioni, all'altezza di Gallarate, Legnano ed Arese.

Piemonte
Uno striscione rosso listato a lutto della Thyssenkrupp, quello dei lavoratori della Bertone con la scritta «Tutti insieme» e infine lo striscione Fim, Fiom e Uilm con il messaggio «Contratto subito» dominano il corteo dei metalmeccanici che partito dal piazzale di Porta Susa intorno alle ore 10 ed è arrivato in piazza Castello a Torino dove si conclude con l'intervento di Bruno Vitali della segreteria nazionale Fim-Cisl. Alla manifestazione hanno preso parte numerose persone.

Liguria
Circa 500 operai metalmeccanici hanno bloccato la stazione ferroviaria di Genova. Dopo avere fatto un presidio davanti alla sede di Confindustria, nelle adiacenze dello scalo ferroviario, i metalmeccanici hanno dato vita ad un corteo che ha bloccato il traffico e sono poi entrati nella stazione. Durante la protesta, che è durata poco più di mezz'ora, un solo convoglio è riuscito a passare il cordone umano tra le proteste degli scioperanti. La manifestazione è stata promossa da Fiom, Fim e Uilm e dalle rsu delle principali fabbriche genovesi. Sono in piazza tra gli altri gli operai di Fincantieri, Ilva, Esaote, Piaggio Aero, Marconi, Siemens, Riparazioni Navali.

Emilia Romagna
Sull'autostrada A1 e sulla tangenziale di Bologna si sono registrati disagi quando i metalmeccanici hanno bloccato, sia in entrata che in uscita, i caselli di Reggio Emilia e Modena Nord. Mentre sulla tangenziale che circonda il capoluogo emiliano è momentaneamente chiuso il tratto in direzione dell'A14 Adriatica, tra lo svincolo n.6 Castelmaggiore e lo svincolo n.8 Fiera.

Sardegna
Manifestazione anche a Cagliari dei metalmeccanici della provincia sotto la sede regionale di Confindustria. In viale Colombo circa 300 lavoratori hanno indetto una protesta con un sit-in per il mancato accordo con Federmeccanica. «La proposta degli industriali offende la dignità di una categoria che, con il suo duro lavoro sottopagato, contribuisce in percentuali elevate a produrre ricchezza per il Paese», ha sottolineato Piero Vargiu, segretario della Fiom-Cgil per la provincia di Cagliari. È previsto, inoltre, un incontro con il direttore regionale di Federmeccanica per richiamare l'attenzione della controparte sulle condizioni del comparto in Sardegna, dove sono impiegati almeno 20mila operai, di cui oltre 10mila solo nel cagliaritano.

TIR SELVAGGIO

Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, ha precettato gli autotrasportatori in sciopero limitando il fermo alla mezzanotte di oggi.

Lo rende noto un comunicato del ministero che annuncia l'adozione di una "apposita ordinanza per la limitazione del fermo dell'autotrasporto proclamato dalle Associazioni Cna Fita e Confartigianato Trasporti dalle ore 00.00 del giorno 10 dicembre alle ore 24.00 del giorno 14 dicembre, limitandolo alle ore 23.59 del giorno 11 dicembre".

Il provvedimento "si e' reso necessario a seguito della gravissima criticità della circolazione su molte arterie della rete stradale e autostradale, che ha determinato la concreta possibilità che venga pregiudicata la distribuzione dei beni essenziali in quanto volti a soddisfare i diritti fondamentali dei cittadini".

L'ordinanza, precisa ancora il ministero, sarà notificata alle segreteria nazionali delle organizzazioni che hanno proclamato il fermo e alle aziende erogatrici dei servizi, alle quali viene fatto obbligo di portarla a conoscenza dei lavoratori nonché del pubblico attraverso gli organi di informazione.

Dopo la paralisi di ieri di strade a autostrade, la situazione era diventata ancora più difficile dopo che l'incontro di oggi a mezzogiorno a Palazzo Chigi, con il governo impegnato in una tentativo di mediazione con i rappresentanti degli autotrasportatori, era andato male. I gestori di distributori di carburante, poi, avevano annunciato che il 60% degli impianti era già senza carburante, causa il fermo dei Tir e dei mancati rifornimenti di benzina e gasolio.

A riferirlo la Fegica-Cisl, per la quale serviranno comunque 48 ore da quando cesserà lo sciopero per tornare alla normalità.

TAXI SELVAGGIO

Tassisti sul piede di guerra dopo la liberalizzazione delle licenze decisa dal governo. Indetto uno sciopero per l'11 luglio, ma sono diverse le manifestazioni nelle maggiori città. I centri della protesta sono Roma e Milano. Nel capoluogo lombardo è stato bloccato l'accesso all'aeroporto di Linate, poi liberato. All'aeroporto di Caselle contestato Piero Fassino.

Milano
La protesta dei taxisti era iniziata con il blocco del servizio all'aeroporto di Linate. I rappresentanti delle diverse sigle sindacali e singoli tassisti che sono intervenuti davanti a quasi mille colleghi hanno interrotto il servizio e mandato in tilt il traffico intorno allo scalo bloccando viale Forlanini. Lunghe code alla fermata della linea 73 degli autobus che da Linate portano verso il centro città. La viabilità è poi tornata alla normalità grazie anche all'intervento della polizia. In serata, dopo l'incontro con l'assessore comunale ai Trasporti, Edoardo Croci, il Comune di Milano ha fatto sapere che non si avvarrà mai di questo decreto".

Caos all'aeroporto di Torino-Caselle
Disagi e manifestazioni anche nel capoluogo piemontese. I taxi hanno bloccano l'accesso delle auto all'aeroporto e quindi i passeggeri sono stati costretti a percorrere a piedi l'ultimo tratto fino allo scalo. Ritardi per alcuni aerei in partenza. Il sindacato aspetta la convocazione del governo chiesta al premier Romano Prodi e al ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani. "Le dichiarazioni di Prodi, di Bersani e dell'opposizione - afferma Nicola Di Giacobbe, responsabile Unica-Cgil - sono molto distanti dalla realtà del decreto che non liberalizza niente ma colpisce solo le categorie già liberalizzate e non scalfisce, invece, le vere lobby come quelle dei farmacisti e dei notai. Lo sciopero dell'11 luglio, se non arriveranno risposte soddisfacenti da parte del governo, sarà - avverte - il primo di una lunga serie". Di Giacobbe è convinto che "il decreto creera' solo un concentramento di licenze che andrà a interessare solo la parte ricca del mercato e non comportera' alcun abbassamento delle tariffe. Per la questura di Torino sono 140 i tassisti che hanno protestato presso lo scalo subalpino, mentre altri quaranta hanno attuando una protesta davanti al Comune del capoluogo piemontese.

Dopo un incontro in prefettura, a Torino, la delegazione dei tassisti ha dichiarato di avere firmato l' intesa col Comune: "Abbiamo siglato il documento - ha affermato Giovanni Bestente, presidente della cooperativa "5730" e rappresentante dell'associazione "Casa" - e il prefetto ci ha chiesto di porre fine alla protesta. Cercheremo di convincere i nostri colleghi. Bisogna però tenere presente che si tratta di blocchi spontanei".

Torino - Contestato Fassino

Il segretario dei Ds, Piero Fassino, e' stato contestato oggi dai tassisti in sciopero all'aeroporto di Caselle, dove era giunto per partire per Roma. L' esponente politico, a Torino per motivi strettamente personali, e' giunto nel pomeriggio allo scalo a bordo di un'auto con autista ed e' stato riconosciuto dai dimostranti e insultato.

Torino- "Crumiro" aggredito dai colleghi

Quattro tassisti hanno aggredito un collega che stava trasportando alcune persone, a Torino in via Pietro Micca. Il tassista al lavoro è stato obbligato a fermarsi per strada dai quattro colleghi che lo hanno fermato, hanno fatto scendere e allontanare i clienti che erano a bordo e hanno inveito contro di lui, per poi danneggiare il suo tassametro. Si sono successivamente allontanati e sul posto è stata chiamata la polizia che ha appurato l'accaduto grazie al racconto del tassista aggredito e di un paio di testimoni che hanno assistito alla scena.

Roma

Proteste dei tassisti si sono registrate anche nella Capitale. Il traffico sull'autostrada Roma-Fiumicino, costantemente controllata da pattuglie della polizia stradale, è tornato regolare solo dopo diverse ore di blocchi. Per diversi chilometri le vetture hanno dovuto procedere a passo d'uomo. "Di questo passo rischiamo di rimanere senza un lavoro: andremo avanti a oltranza con questo fermo per dire un secco no alla manovra decisa dal Governo Prodi". avevano detto all'aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino un gruppo di tassisti che dalle 8 del mattino hanno sospeso il servizio per protestare contro la liberalizzazione delle licenze. Fuori dai terminal dello scalo romano sono stati tanti i disagi per passeggeri in arrivo costretti a recarsi a Roma in treno o con le auto a noleggio.

Genova
La protesta dei taxisti a Genova non ha provocato contraccolpi all'attività dell'aeroporto "Cristoforo Colombo". I collegamenti tra lo scalo aeroportuale e la città e' stato garantito dalla linea "Volabus", un servizio con frequenza ogni mezz'ora garantito da AMT che gestisce il collegamento con due euro a fronte di una spesa media di 18 euro con il taxi. Più complessa la situazione in centro città, la circolazione dei veicoli e' stata rallentata da un lungo serpentone di taxi che ha congestionato il centro città.

Disagi anche a Napoli  
Molti tassisti si rifiutano di prendere a bordo i passeggeri. Si tratta di uno "sciopero a singhiozzo, non proclamato da nessun sindacato ma che parte dalla base, dal passaparola di chi considera le nuove norme un attentato gravissimo al futuro della categoria", dicono i conducenti delle auto bianche. Al posteggio dei taxi di via Ponte di Tappia, nel cuore della città, in questo momento sono fermi dodici taxi, di varie cooperative, nessuno dei quali è disponibile a caricare passeggeri.

Valle D'Aosta, servizio regolare
Il servizio taxi in Valle d' Aosta ha funzionato regolarmente. Lo ha confermato Gabriele Costa, della Confartigianato, precisando che "la categoria e' d' accordo con quanto fatto dalle associazioni a livello nazionale ma per il momento da noi non sono previste manifestazioni di protesta".

Bersani: "Non darò mai addosso a un lavoratore"

"Sono figlio di un artigiano, non darò mai addosso ad un lavoratore che guida la macchina. Non e' una liberalizzazione. Noi vogliamo che i Comuni, Roma e' diversa da Piacenza e da Milano, abbiano la possibilità di mettere a bando delle nuove licenze o riservate ai tassisti che ci sono già o anche a nuovi tassisti". Il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, parla così in un'intervista al Tg di Italia Uno 'Studio Aperto'. Secondo Bersani il provvedimento era assolutamente necessario

Il Codacons: "Denunciate i tassisti"

Il Codacons ha denunciato i tassisti alla procure della Repubblica ipotizzando il reato di blocco stradale e turbativa di pubblico servizio. L'associazione dei consumatori "invita gli automobilisti e i cittadini danneggiati dalle proteste a chiedere il risarcimento danni ai responsabili". Le proteste messe in atto dai tassisti sono "inaccettabili". Per il Codacons, inoltre, "i cittadini penalizzati da queste forme assurde ed improvvise di protesta possono chiedere equi indennizzi dinanzi al giudice di pace". L'associazione per la tutela dei consumatori che valuta positivamente le scelte in tema di liberalizzazione soprattutto per quanto riguarda le licenze dei taxi. "Le tariffe delle auto pubbliche in Italia sono le più elevate del mondo", ha denunciato il Codacons secondo cui una corsa-tipo di 5 chilometri, in un giorno festivo e con una valigia al seguito, costa mediamente a Roma 19-20 euro, a Milano 18 euro, a New York 16-17 euro, a Parigi 14 euro, a Berlino e a Madrid fra i 12 e i 14, a Londra fra gli 11 e i 12

TRAM SELVAGGIO

MILANO Metropolitana, autobus, tram. Tutti fermi. Un nuovo sciopero selvaggio degli autoferrotranvieri e Milano ripiomba nel caos. Questa mattina i mezzi dell'Atm, l'azienda milanese dei trasporti, non sono usciti dai depositi, impedendo gli spostamenti alle centinaia di migliaia di pendolari che hanno raggiunto il capoluogo.
Secondo le prime notizie che giungono da Milano, è attivo solo il tratto della terza linea della metropolitana, quella gialla, tra le fermate Sondrio e San Donato.
Pesante la situazione per la circolazione cittadina, con taxi presi d'assalto dai pendolari che sono riusciti ad accaparrarsi una corsa. Bloccato Viale certosa in entrata, ferma la circolazione delle auto sulla circonvallazione.
Secondo l'Atm «non è prevedibile se nel corso della giornata la circolazione riprenderà totalmente o in parte», e, precisa l'azienda, «l'assenteismo per malattia dei conducenti di superficie e metropolitana è pari a circa il 20%. Tale dato rappresenta circa il triplo rispetto al valore ordinario».

UNIVERSITA' SELVAGGIA

Licei e università, proteste da Milano a Napoli contro la GELMINI

A Roma si è svolto un corteo, partito dalla Sapienza, per dire no alla riforma dell'università. Da stamattina la Facoltà di Scienze dell'Università Roma Tre è stata occupata. Presidi da oggi anche al liceo scientifico Malpighi, all'Avogadro e all'istituto Matteucci, mentre proseguono le occupazioni iniziate nei giorni scorsi.

A Palermo, il Consiglio di facoltà di Lettere ha approvato la sospensione per dieci giorni della didattica ordinaria. Nella altre facoltà, dopo la sospensione di martedì, la didattica è ripresa, anche se diversi studenti hanno disertato le lezioni.

A Torino circa mille studenti delle scuole superiori hanno dato vita a una manifestazione spontanea per le strade del centro storico della città. E continuano nel torinese le occupazioni delle scuole.

A Trieste c'è stata la protesta degli studenti delle scuole superiori. Qualche centinaia di ragazzi ha ''edificato'' un muro con i libri in piazza San Giacomo.

Dal 1 ottobre 2008 ad oggi il dissenso nei confronti del decreto Gelmini si è sviluppato finora in circa 300 manifestazioni in tutta Italia, con 150 scuole e 20 facoltà universitarie occupate.

I consiglieri del Pdl del Friuli Venezia Giulia, Paolo Ciani e Piero Tononi hanno intenzione di denunciare alcuni insegnanti di scuola superiore, compreso il liceo classico Dante Alighieri di Trieste, che ieri mattina, durante le proteste in corso contro la riforma Gelmini sfociate nell'occupazione di alcuni istituti, avrebbero minacciato di bocciatura e penalizzazioni gli studenti che chiedevano il regolare svolgimento della lezione. «Per questi episodi la norma introdotta dal ministro Brunetta contempla anche il licenziamento - hanno spiegato - Siamo stati direttamente contatati da alcuni genitori che hanno denunciato l'accaduto».

A oltre una settimana di distanza dall'approvazione dei Ddl Moratti sullo stato giuridico della docenza universitaria e sul riordino della scuola superiore, non solo le proteste degli studenti non sono cessate, ma sembra invece che, in diverse città del Paese, stiano riprendendo vigore.

A Milano da venerdì scorso gli studenti dell'Università statale continuano ad occupare la sede dell'Ateneo per protestare contro il ministro Moratti. Il senato accademico, con in primis il rettore Decleva, ha chiesto di "porre fine a un'azione illegale" perché "la sede centrale non può diventare in alcun modo un porto franco per comportamenti impropri e avventuristici", riferendosi soprattutto alle decine di "ragazzi esterni" che sono entrati in ateneo e avrebbero derubato diversa merce dai bar. La protesta degli studenti, però, continua: "Va bene non essere d'accordo con le nostre iniziative, ma non accettiamo le falsità", hanno detto, ricordando, a chi li accusava di essere poche decine, di essere oltre duecento. Questa mattina, insieme ai colleghi "più piccoli" delle scuole superiori hanno sfilato per le vie della città occupando per alcuni minuti l'anagrafe e interrompendo, sempre per breve tempo, la circolazione di alcune linee tramviarie. Gli studenti sono stati tenuti sotto controllo da un piccolo cordone di polizia e tutto si è svolto in modo tranquillo.

Una manifestazione anche a Venezia. Circa 800 studenti hanno partecipato al corteo che, attraversate le calli, ha sfilato fino al palazzo della Prefettura. Qui una delegazione è salita a parlare con il capo di gabinetto della Prefettura, illustrando le ragioni della protesta contro la riforma Moratti, ma anche contro l'intervento delle forze dell'ordine che, una decina di giorni fa, avevano sgomberato con la forza un istituto occupato. Anche qui, comunque, la manifestazione si è svolta senza incidenti.

A Pozzuoli, nel napoletano, continuano le proteste degli studenti delle scuole medie superiori. Mercoledì è stata attuata un'occupazione simbolica dell'Istituto professionale per il turismo e il commercio "Falcone" e dell'Istituto polispecialistico di Toiano. Gli studenti - circa mille - hanno bloccato con un sit in i cancelli di accesso all'istituto e bloccato l'adiacente strada con i cassonetti della spazzatura. Le proteste stanno andando avanti con assemblee d'istituto e riunioni tra i rappresentanti delle diverse scuole.

A Bari, invece, continua l'occupazione della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università. "Occuperemo a oltranza, fino ad arrivare alla completa autogestione della facoltà", dicono i manifestanti. Le lezioni dunque sono sospese e i docenti hanno sostenuto, insieme agli studenti, la protesta contro il Ddl Moratti. D'accordo con la protesta anche il presidente Corrado Petrocelli.

Singolare occupazione, infine, al liceo Tasso di Roma, dove la protesta si è intrecciata anche con alcune vicende interne all'istituto.

Erano in 100mila gli studenti che in 130 diversi cortei sono scesi in piazza oggi a manifestare contro il decreto Fioroni. Tra slogan, striscioni e bandiere studenti di scuole superiori e delle università hanno gridato al ministro della Pubblica istruzione , Giuseppe Fioroni, e a quello dell'Università e la Ricerca, Fabio Mussi, il loro dissenso, chiedendo a gran voce più fondi per le scuole,  abolizione dei corsi di laurea a numero chiuso e contestando il ritorno degli esami di riparazione a settembre. Qualcuno però si è fatto prendere la mano: chi ha inneggiato al Duce e chi invece ha imbrattato i muri di Napoli con insulti diretti al Papa.

130 cortei Sventolano le bandiere rosse dell'Unione degli studenti e dell'Unione universitari. Gridano "No alla riforma della scuola" e dicono "no al numero chiuso nelle università". E ancora: "Fioroni rimandato a settembre". Così i 130 cortei di studenti di superiori e università che sono scesi in piazza oggi sono andati diritti al cuore della loro protesta: il decreto del ministro dell'Istruzione che ha reintrodotto gli esami di riparazione.

Insulti al Papa "Occupiamo il Vaticano e impicchiamo il Papa". Scritte di questo genere sono apparse sui muri di via De Pretis e Corso Umberto I a Napoli. A scriverle sono stati sei minorenni, ora denunciati, tutti appartenenti all'area anarchica. I sei - quattro ragazzi e due ragazze - si sono staccati dal corteo studentesco imbrattando i muri con offese rivolte al Papa.

Macerata: "Domani a scuola accompagnati" "Le assenze da scuola dovute a scioperi saranno giustificate solo se gli studenti saranno riaccompagnati a scuola dai genitori". Il preside del liceo classico "Leopardi" di Macerata, Sauro Pigliapoco, ha scritto ai genitori degli studenti minorenni per invitarli a giustificare l’assenza dei figli presentandosi direttamente a scuola. I minorenni che oggi hanno scioperato contro il decreto Fioroni saranno riammessi alle lezioni solo se domani saranno accompagnati dai genitori.

Gli striscioni I ragazzi che oggi hanno deciso di scendere in piazza usano il linguaggio a loro più congeniale: quello degli striscioni e degli slogan da stadio. Nella capitale, la scritta "Le nostre idee faranno scuola" anticipa un camion con musica a tutto volume. Gli studenti gridano: "Ministro la scuola è nostra". E poi: "Non cambiate l’istruzione? Noi ve famo la rivoluzione". E anche: "Contro il governo della guerra per una scuola pubblica, laica, di massa".

Milano contro Fioroni e Formigoni Sono arrivati a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, e hanno gridato: "Sciopero, sciopero". Qualcuno si è fatto prendere la mano e ha iniziato a insultare il sindaco, ex ministro dell'Istruzione, e Fioroni, attuale titolare del ministero contestato. Con lo striscione "Trasforma la cultura, spezza il contratto" migliaia di studenti milanesi hanno iniziato la loro protesta contro il decreto della scuola da largo Cairoli. I partecipanti chiedono "l’abrogazione della riforma Formigoni, ennesima minaccia alla scuola pubblica", e sollecitano anche "l’annullamento delle riforme Moratti e Fioroni che continuano nella loro opera di distruzione della scuola, portando elementi nuovi non condivisi dalle componenti scolastiche per evitare di occuparsi e di risolvere i problemi reali del mondo dell’istruzione".

20mila a Roma E' partito da piazzale Aldo Moro a Roma, lo sciopero degli studenti contro la riforma Fioroni. "Siamo circa 20mila" dicono gli organizzatori. "È la manifestazione più grande degli ultimi anni - spiega Elisabetta degli studenti di sinistra - noi abbiamo richieste ben precise: più risorse in finanziaria per la didattica e l’edilizia sia scolastica sia universitaria, una legge nazionale per il diritto allo studio e il superamento della legge 264/99 che ha istituito il numero chiuso nell’università".

Studenti di destra: "Duce, duce" Anche gli studenti di destra chiedono la riforma. Ma i termini da loro usati sono destinati a creare scompiglio. Un gruppo sparuto, circa una trentina tra loro, grida: "Duce, duce" e poi "chiediamo che venga abolita la riforma della scuola prima come studenti e poi come fascisti - ha detto Giacomo della scuola Gateano Martino - ma non ci avviciniamo al corteo perché si ammazzano solo di canne".

Picchiato un manifestante romano Il clima si è scaldato a Roma, dove le forze dell'ordine in borghese hanno fermato tre ragazzi. Due di loro, minorenni, farebbero parte di organizzazioni di destra infiltrate nel corteo; mentre il terzo è un manifestante picchiato. "Stavano menando un mio amico - ha detto Andrea, il manifestante picchiato - l’ho tirato fuori dalla mischia. Ero in coda al corteo con la mia ragazza. Ho visto che erano tanti e ho cercato di proteggerlo, lui è riuscito a scappare e non so neanche dove sia adesso".

Abolire "il numero chiuso" Dall’unione universitari la richiesta di abolire il numero chiuso in tutte le facoltà. "Vogliamo accesso libero all’università - spiega Nicola - e poi magari una selezione a partire dagli anni successivi. La legge 264 prevede inoltre il numero chiuso solo in 5 facoltà perché viene applicato anche nelle altre?".

Ottantaquattro istituti occupati, 192 autogestiti. Altre 182 scuole che svolgono un' attività didattica inferiore al 50 per cento. In tutto 549 scuole mobilitate. E dopo le occupazioni, la polizia, le polemiche, il ministro Berlinguer lancia un messaggio agli studenti: 'Studenti - dice in sintesi - avete diritto ad esprimere il dissenso ma non considerate l' occupazione l' unica forma di protesta' . "In questi giorni - ha detto Berlinguer - si sono levate molte voci di studenti, docenti e genitori che non mettono in discussione il diritto al dissenso, ma chiedono che esso si esprima nel contesto di una regolare vita scolastica. Ho ricevuto varie espressioni di questo diffuso stato d' animo e non posso non condividerlo. Ritengo importante la partecipazione degli studenti da protagonisti alla discussione sulla scuola. Sono però altrettanto convinto che sia possibile discutere e protestare senza per ciò dover interrompere le lezioni". Le lezioni interrompono la continuità dello studio e non possono essere tollerate prevaricazioni - dice il ministro - anche se non c' è nessuna intenzione da parte del governo di adottare metodi repressivi. L' appello non è piaciuto ai ragazzi delle occupazioni: "Il ministro faccia il ministro, come lottare lo decidiamo noi", e ricordano la manifestazione che ci sarà l' 11 dicembre in varie città d' Italia.

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/tangenti_truffe_poco_lavoro_la_formazione_una_fabbrica_di_precari-6385604/?ref=HRER1-1

http://www.forumpa.it/archivio/4000/4100/4100/4108/servisil-vicine.html

http://www.brundisium.net/public/discorso_rettore.pdf

http://www.brindisitg24.it/notizie.asp?id=17109&Categoria=1

http://laderiva.corriere.it/2008/06/anche_chi_e_sempre_stato.html

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200807articoli/34340girata.asp

http://www.tgcom.mediaset.it/tgfin/articoli/articolo389715.shtml

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/08/rapporto-svimez-conoscenze.shtml?uuid=82ed5074-555b-11dc-acd0-00000e25108c&DocRulesView=Libero

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=228564

http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=1327 

http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_25/magistrati_focus_ferrarella_23a8675c-030b-11de-a752-00144f02aabc.shtml

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200703articoli/2187girata.asp

http://www.giustizia.it/ministro/com-stampa/xvi_leg/19.05.08.htm

http://www.affaritaliani.it/politica/parlamento_portaborse_deputati_contratto270309.html

http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/politica/camera-portaborse/camera-portaborse/camera-portaborse.html

http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/politica/lavoro-nero-parlamento/lavoro-nero-parlamento/lavoro-nero-parlamento.html

http://english.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed320/btind.htm

http://www.primadanoi.it/modules/news2/article.php?storyid=163&page=1

http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_11/insegnanti_gratis_campania_francesco_tortora_bd2eed66-dff6-11dd-a8a3-00144f02aabc.shtml

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