LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!

LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

VILTA' ED INDIFFERENZA. E SE ACCADESSE A NOI ?!?

   LA MAFIA DELLA GIUSTIZIA

 ERRORI DI STATO 

 OMICIDI DI STATO

  TORTURA DI STATO

 INNOCENTI IN ATTESA DI GIUDIZIO

 GIP LONGA MANUS DEL PM

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.

Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.

Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.

I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.

La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.

Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.

“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.

Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”

Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.

Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.

Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.

Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.

A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.

Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.

Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.

La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.

In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.

Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.

Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.

Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.

Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.

Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).

Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.

Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.

Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".

Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.

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PARLIAMO DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA.

Pubblichiamo la relazione del guardasigilli avv. prof.ssa Paola Severino sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2011 nel testo ufficiale depositato alle Camere. 17 gennaio 2012. Esemplare ed importante perché fatta da un tecnico e non da un politico, quindi riporta la cruda realtà.

RELAZIONE SULL'AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA NELL'ANNO 2011

INTRODUZIONE

“Sig. Presidente, Onorevoli Deputati,…….Al termine del mio intervento depositerò una completa documentazione sullo stato della giustizia, anche su supporto informatico, in modo da garantire il massimo della trasparenza e dell’accessibilità dei dati, mentre concentrerò l’esposizione sui punti di maggiore criticità del sistema giudiziario italiano…….. Si tratta di emergenze ben note che riguardano:

a) l’attuale stato delle carceri e le problematiche condizioni dei 66.897 detenuti che, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un Paese come l’Italia;

b) il deficit di efficienza degli uffici giudiziari rispetto ad una domanda di giustizia che, in termini quantitativi, appare nettamente sovradimensionata nel confronto con le altre democrazie occidentali (il rapporto CEPEJ 2010 ci dice che, nel civile, con 4.768 contenziosi ogni 100.000 abitanti, l’Italia è al quarto posto in Europa per tasso di litigiosità, dietro Russia, Belgio e Lituania su 38 paesi censiti). Anche su questo ci si dovrebbe forse interrogare maggiormente: questo elevato tasso di litigiosità da cosa deriva? Da una propensione socio-culturale italiana alla conflittualità? Da una scarsa fiducia nella possibilità di affrontare a monte la controversia e di trovare soluzioni ragionevoli nel dialogo tra cittadini? Da una eccessiva complessità del tessuto normativo, tale da generare essa stessa un proliferare di contrasti interpretativi, la cui soluzione va devoluta al giudice? Ognuna di queste domande richiederebbe una approfondita analisi, perché la risposta ad esse potrebbe segnare un cambiamento di politica legislativa, volto ad incidere sulle cause di una domanda di giustizia così diffusa;

c) la problematica individuazione degli strumenti attraverso i quali, soprattutto nel settore civile, sia possibile procedere alla rapida eliminazione dell’arretrato accumulatosi negli ultimi trent’anni, senza stravolgere i nostri principi fondamentali, senza deludere le aspettative di quanti hanno già da tempo intrapreso il cammino processuale e senza limitare eccessivamente l’accesso del cittadino al sistema giudiziario per nuove istanze;

d) l’indifferibile razionalizzazione organizzativa e tecnologica dell’intera struttura amministrativa dei servizi giudiziari, in modo da utilizzare al meglio le risorse umane e finanziarie disponibili, realizzando risparmi di spesa che siano il frutto di interventi strutturali e non di semplici tagli alle dotazioni di bilancio. Vedete, in questi primissimi mesi di Governo mi sono resa conto di come i risparmi più razionali si potrebbero realizzare anche sulle spese “minori”, sol che si modificasse l’erronea attitudine mentale a pensare che il denaro e le risorse pubbliche siano “di nessuno”, convertendola nella corretta concezione che il denaro pubblico è “di noi tutti”, perché proviene dalle nostre tasse, dalla nostra fatica quotidiana, dal nostro lavoro, dal nostro impegno per contribuire alla crescita del Paese. Allora vedremmo come dalla somma dei piccoli-grandi sprechi e dalla loro eliminazione si potrebbe ottenere un ammontare molto più rilevante di quanto si pensi, ma soprattutto un cambiamento culturale, idoneo a garantire risparmi di spesa strutturali e non episodici.

Queste, dunque, le quattro principali criticità da affrontare che, di certo, non rappresentano una sorpresa se è vero che se ne parla da molti lustri.

Il quadro generale è, infatti, rappresentativo di una situazione che desta forti preoccupazioni sia in ordine all’enorme mole dell’arretrato da smaltire che, al 30 giugno del 2011, è pari a quasi 9 milioni di processi (5,5 milioni per il civile e 3,4 milioni per il penale), sia con riferimento ai tempi medi di definizione che nel civile sono pari a 7 anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a 4 anni e nove mesi (1.753 giorni). Peraltro nel settore civile l’inefficienza nella definizione dell’arretrato ha dato luogo a costose e talvolta paradossali conseguenze. Si è già detto che il ritardo nella definizione dei giudizi dipende, in larga misura, dal numero davvero esorbitante di questioni per le quali si richiede l’intervento del giudice. Con oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado l’Italia è seconda soltanto alla Russia nella speciale classifica stilata nel citato rapporto CEPEJ. Ebbene, proprio questo fenomeno determina un ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per ottenere un indennizzo conseguente alla ritardata giustizia. Al riguardo i numeri non ammettono equivoci.

Approvata la legge (n. 89 del 2001 a tutti nota come legge Pinto) che consente di indennizzare l’irragionevole durata del processo si è verificata una vera e propria esplosione di questo contenzioso passato dalle 3.580 richieste del 2003 alle 49.596 del 2010. Un secondo effetto negativo indotto da tale contenzioso è quello dell’ulteriore dilatazione dei tempi di definizione dei giudizi presso le Corti di Appello (cui è assegnata la competenza a decidere nella specifica materia) che si aggiunge all’entità ormai stratosferica e sempre crescente degli indennizzi liquidati (si è passati dai 5 milioni di euro del 2003, ai 40 del 2008 per giungere ai circa 84 del 2011). Il dato di maggiore rilievo mi pare, però, quello fornito nel 2011 dalla Banca d’Italia, secondo cui l’inefficienza della giustizia civile italiana può essere misurata in termini economici come pari all’1% del PIL. Se a questo si aggiunge che nella categoria “Enforcing Contracts” del rapporto Doing Business 2010 l’Italia si classifica al 157° posto su 183 paesi censiti, con una durata stimata per il recupero del credito commerciale pari a 1210 giorni, mentre in Germania ne bastano 394, si coglie la misura di quanto ciò incida negativamente sulle nostre imprese segnando, anche sotto tale aspetto, una divaricazione di efficienza con i migliori sistemi dei Paesi dell’Unione Europea che frena, ineluttabilmente, le possibilità di sviluppo ed anche gli investimenti stranieri.

……Non meno rilevanti risultano le conseguenze dell’eccessiva durata del processo penale. E non inganni la circostanza che la durata media del processo penale è inferiore rispetto a quella del processo civile (4,9 anni rispetto agli oltre 7 del civile) poiché occorre tener conto che essa incide in modo sensibile anche sulla sorte degli oltre 28.000 detenuti in attesa di giudizio, che rappresentano il 42% dell’intera popolazione carceraria (altra anomalia tutta italiana). E se è vero che la libertà personale può e deve essere limitata per tutelare la collettività è parimenti incontestabile che una dilatazione eccessiva della durata del processo a carico di imputati o indagati detenuti pregiudica questo delicato equilibrio tra valori di rango costituzionale ed aumenta, talvolta in modo intollerabile, la sofferenza di chi, ad onta della presunzione di innocenza, è costretto ad attendere, da recluso, una sentenza che ne accerti le responsabilità. Con la possibilità, non del tutto remota, che alla carcerazione preventiva segua una sentenza assolutoria.

La durata del processo penale incide, infatti, anche sul numero dei procedimenti (in media 2369 ogni anno) per ingiusta detenzione ed errore giudiziario e, in ogni caso, aggrava la misura dei pur doverosi risarcimenti a tale titolo erogati (nel solo 2011, lo Stato ha subito un esborso pari ad oltre 46 milioni di euro).

Se mi è consentita una digressione, senza alcun intento polemico, credo che i dati oggettivi che ho appena illustrato consentano di riflettere sull’effettività del sacrosanto principio di civiltà giuridica sancito dal terzo comma dell’art. 275 del codice di procedura penale secondo cui “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Quel che è certo è che un uso, per così dire, meglio calibrato della custodia cautelare in carcere sarebbe sotto più aspetti benefico per l’amministrazione giudiziaria e per il sistema carcerario, senza alcuna controindicazione per la collettività, se è vero che le esigenze di sicurezza possono essere alternativamente garantite da un ventaglio davvero ricco di opzioni di cui oggi il giudice dispone e che, se possibile, proveremo a migliorare ed incrementare. Detto questo, ho già manifestato in più occasioni la mia personale preoccupazione, anzi, la mia angoscia per lo stato delle carceri italiane e degli ospedali psichiatrici giudiziari e sento fortissima, insieme a tutto il Governo, la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti (ma anche degli agenti della polizia penitenziaria che negli stessi luoghi ne condividono la realtà e, spesso, le sofferenze). Si tratta, ancora una volta, di questioni di difficile soluzione a causa di complicazioni burocratiche e di difetti strutturali e logistici che si sono stratificati nel corso del tempo. Non intendo, però, soffermarmi sul numero e la composizione della popolazione carceraria, sulla vetustà e le condizioni delle strutture, sugli spazi che competono e su quelli effettivamente assegnati e su tutte le altre questioni fatte di freddi dati e numeri (che facilmente troverete nei documenti ufficiali). Tutto questo, infatti, dice poco della vera questione in ballo: siamo di fronte ad una emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana. Le innegabili difficoltà non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate. Qualunque giustificazione è infatti destinata a crollare miseramente non appena si varca la soglia di una delle strutture a rischio e si verifica personalmente la realtà. Lo dico da Ministro, ma anche e soprattutto da cittadino: questa situazione va migliorata subito, pur nella piena consapevolezza che non esista alcuna formula magica per risolvere questo annoso e doloroso problema, se è vero, come è vero, che anche in altri paesi la piaga del sovraffollamento carcerario è segnalata da numeri che parlano da soli (ad esempio: 80.000 detenuti nel Regno Unito e più di 2 milioni negli Stati Uniti). Solo un equilibrato insieme di misure, idonee a coniugare sicurezza sociale e trattamento umanitariamente adeguato del custodito o del condannato, potrà fornire un serio contributo alla soluzione del problema. Edificazione di nuove carceri, ma anche manutenzione e migliore utilizzo di quelle esistenti; misure alternative alla detenzione, ma anche lavoro carcerario; deflazione giudiziaria attraverso depenalizzazione di reati bagatellari e non punibilità per irrilevanza del fatto, ma anche effettività della pena. Sono solo alcuni esempi che dimostrano come il campionario delle possibili soluzioni sia molto ampio, ma che l’aspetto più difficile è quello di un corretto equilibrio tra aspetto afflittivo ed aspetto rieducativo della pena, tra carattere umanitario del trattamento del condannato e tutela del diritto dei cittadini alla sicurezza, tra riconoscimento dei più elementari principi di civiltà anche a chi è detenuto e pieno soddisfacimento dei diritti delle vittime e dei loro familiari.

§ La mediazione.

Con il decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010 il Governo diede attuazione alla delega relativa all’introduzione in via generalizzata della mediazione come strumento di risoluzione alternativa delle controversie civili e commerciali. Si tratta di un’importante riforma che mira a ridurre in modo sensibile il numero di giudizi dinanzi al magistrato, offrendo alle parti uno strumento generale alternativo alla via giudiziale per risolvere le controversie dei cittadini. Questa importante riforma legislativa, completata con l’emanazione della normativa regolamentare di dettaglio è operativa dal 20 marzo 2011, con l’entrata in vigore delle norme sulla obbligatorietà della mediazione nelle materie tassativamente indicate dalla legge. Poiché l’analisi dei dati statistici riguarda soltanto il primo semestre dell’anno appena trascorso è certamente prematuro tentare una valutazione degli effetti della riforma sulla domanda di giustizia. Bisogna inoltre tener conto che è stata differita di un anno l’obbligatorietà della mediazione in materia di condominio e risarcimento del danno derivante da circolazione stradale. Nondimeno, rispetto alle 33.808 mediazioni iscritte nel primo semestre del 2011 si può cogliere un trend in crescita se si considera che a novembre 2011 le mediazioni registrate hanno superato la soglia delle 53.000 unità. Sorprendono, invece, i dati relativi allo scarso utilizzo della mediazione delegata dal giudice e l’elevato numero di mancate comparizioni dinanzi al mediatore. Vorrei però sottolineare due dati che mi sembrano rilevanti:

a) nell’80% dei casi le parti partecipano alla mediazione con l’assistenza di un legale di fiducia (e ciò vale a scongiurare almeno in parte le preoccupazioni della classe forense in ordine ad una possibile minorata tutela tecnica dei diritti dei cittadini);

b) in presenza delle parti il tentativo di mediazione si conclude con successo nel 60% dei casi, fatto che testimonia le grandi potenzialità deflattive dell’istituto.

§ Gli interventi in materia di organici della magistratura.

Al momento risultano presenti in organico 8.834 magistrati togati, con una scopertura di 1.317 posti.

§ L’Attività Ispettiva e di Gabinetto.

Nell’anno 2011 il Ministro ha dato il proprio concerto in ordine al conferimento di 72 Uffici Direttivi, mentre nel quadro della programmazione predisposta l’Ispettorato generale ha eseguito 42 ispezioni ordinarie e 14 inchieste. Risulta altresì esercitata l’azione disciplinare nei confronti di 46 magistrati per violazioni dei doveri di diligenza, correttezza e laboriosità, relativi a diverse ipotesi, tra le quali spiccano quelle relative a gravi e reiterati ritardi nel deposito delle motivazioni delle sentenze che, talvolta, hanno determinato inaccettabili scarcerazioni di pericolosi criminali per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare. L’Ispettorato Generale ha svolto anche 234 ispezioni ordinarie presso uffici giudiziari di ogni ordine e grado.

§ La Giustizia Minorile.

Con riguardo alla Giustizia Minorile, nel corso del 2011 l’esame delle statistiche ha confermato l’aumento generale della presenza di minori di nazionalità italiana, già iniziato negli anni immediatamente precedenti, anche nei Servizi residenziali, come i Centri di prima accoglienza e gli Istituti penali per i minorenni, che per molti anni hanno visto prevalere numericamente i minori stranieri. Attualmente la presenza straniera proviene prevalentemente dall’Est europeo (principalmente dalla Romania) e dal Nord Africa (Marocco soprattutto). In generale i reati contestati sono prevalentemente contro il patrimonio (60%), pur se non sono trascurabili le violazioni delle disposizioni in materia di sostanze stupefacenti (10%).

……È possibile applicare questo modello virtuoso anche al sistema giudiziario? Certamente sì, purché tutti i protagonisti: magistrati, avvocati, personale amministrativo, cittadini utenti, e non soltanto le istituzioni competenti (Governo, Parlamento e C.S.M.) siano disposti ad accettare che un altro modello di servizio giudiziario, più snello, più rapido, meno costoso e meno intasato, non soltanto è possibile, ma è oggi assolutamente necessario e non più rinviabile. Ciascuno di noi sarà magari chiamato a rinunciare a qualche privilegio o a qualche abitudine consolidata e rassicurante, ma così facendo consegneremo al Paese, cioè a tutti noi, un sistema giudiziario migliore e più giusto. Vi ringrazio.”

Galere da terzo mondo

L’inchiesta - denuncia su “La Repubblica”. Ogni 100 detenuti, 47 sono di troppo, ma uno su cinque ha un lavoro. Sono 67510 i reclusi in Italia, 45572 i posti disponibili. Un tasso di sovraffollamento del 149% contro il 99% della media europea. Resta alto il numero dei suicidi: 684 nel 2011. E dal 2000 sono 85 gli agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita.

I numeri:

67.510 I detenuti nelle carceri
45572 I posti disponibili
28457 I detenuti in carcerazione preventiva
47 I detenuti eccedenti ogni 100 posti disponibili
684 I suicidi in carcere nel 2011
85 I suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria dal 2000 ad oggi
99% L'indice di sovraffollamento nelle carceri europee
149% In Italia
1491 I condannati all'ergastolo
7311 I detenuti con meno di 25 anni
20,68% La percentuale di detenuti che lavora
3, 95 miliardi di € Le risorse a disposizione nel 2007
2, 77 miliardi di € Nel 2010
134 milioni di € La situazione debitoria dell'amministrazione penitenziaria
25mila I detenuti di origine straniera, pari circa al 30%
7000 Di questi, di origine balcanica
5200 I marocchini
3500 I romeni
675 milioni di € La cifra promessa in tre anni dal piano carceri di Alfano
9150 I posti previsti in più
20 I nuovi padiglioni previsti

Sessantottomila detenuti intrappolati in un sistema fatto per poco più di 45 mila. Strutture vecchie, condizioni igieniche disperate, cibo degno di canili, salute a rischio anche per le guardie, tasso di suicidi altissimo. E' la foto impietosa del nostro sistema penitenziario. Riuscirà il governo a porvi rimedio?Sporche, fredde, sovraffollate e invivibili. L'"inconcepibile orrore" delle carceri raccontata da Alberto Custodero. Una situazione ormai insostenibile, stigmatizzata anche da Napolitano: oltre 68mila detenuti rinchiusi in edifici destinati a non più di 45.654 persone. Una qualità della vita indegna di un paese civile. Il ministro della Giustizia, Severino ne riferisce alla Camera: "Le difficoltà non possono essere un alibi". E promette interventi per cominciare a svuotarle almeno parzialmente. A San Vittore, carcere milanese, in celle di sette metri quadrati respirano a fatica sei detenuti per 20 ore al giorno. Nel partenopeo Poggioreale per ogni gabbia ne ammassano anche una dozzina: a Natale mancava il riscaldamento e "centinaia di persone - racconta il deputato pd Guglielmo Vaccaro - stavano accalcate attorno a stufe di fortuna". Nell'anconetano Montacuto, teatro di una recente rivolta, alcuni reclusi sono costretti a orinare in appositi "pappagalli". I bagni sono sufficienti per 178 ospiti, non per i 448 che ci sono. A Monza (900 detenuti per 400 posti) la prigione si allaga quando piove ed è in atto un piano di parziale evacuazione. Nel supercarcere Torinese delle Vallette a giugno venti detenuti hanno dormito in palestra, su materassi buttati a terra. Nel carcere di massima sicurezza di Paliano, nel Frosinate, che ospita un quarto dei pentiti d'Italia, la direttrice fa la guardia in portineria: manca il personale. Ma "l'estremo orrore inconcepibile in un Paese civile", per usare le parole del presidente della Repubblica Napolitano, i Nas lo hanno trovato in 21 celle dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, in Toscana. E in altre 28 in Sicilia a Barcellona Pozzo di Gotto: in quei luoghi di detenzione per condannati definitivi malati di mente, i bagni a disposizione per pazienti con la diarrea erano senz'acqua. Alcune persone erano legate al letto nude, altri malati privi di farmaci. Il presidente del Dap, Franco Ionta, non ha esitato a definire "un'emergenza nell'emergenza carceri" il problema dell'opg siciliano, dove 200 detenuti potrebbero uscire, ma restano reclusi perché nessuno sa dove piazzarli. Le 206 carceri italiane stanno scoppiando, riempite come sono all'inverosimile: in 45mila e 654 posti, sono stipati più di 68 mila detenuti, il 30 per cento stranieri (e di questo, un terzo di origine balcanica). La qualità della vita s'è abbassata anche perché - lo denuncia il Gruppo Abele - dal 2007 al 2010 è stata ridotta la spesa annua, passata da 13170 euro pro-capite a 6275. "Ventottomila detenuti - dichiara il ministro della Giustizia Paola Severino nella sua relazione sullo stato della giustizia che presenta oggi alla Camera - sono in attesa di giudizio, il 42% dell'intera popolazione carceraria (anomalia tutta italiana)". Ventitremila sono comunque di troppo e creano la cosiddetta emergenza sovraffollamento. "Che emergenza non è - osserva la deputata radicale Rita Bernardini - perché è una situazione diventata cronica". "Siamo di fronte ad una emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica - ammonisce il ministro - poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana". Tre anni fa l'allora ministro della Giustizia Alfano aveva annunciato e promesso un faraonico piano-carceri triennale: 1800 assunzioni di agenti. E 670 milioni stanziati per costruire, entro il 2012, undici nuovi istituti e venti padiglioni in strutture già esistenti, per un totale di 9150 posti. Cosa sia stato realizzato di quel piano è mistero. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Compresi quelli del Papa che il 18 dicembre, durante la visita nel carcere romano di Rebibbia, ha detto che "il sovraffollamento e il degrado possono trasformare il carcere in una doppia pena". Anziché, come previsto dall'articolo 27 della Costituzione, in un luogo di detenzione "finalizzato alla rieducazione". Se per l'ex ministro dell'Interno Giuliano Amato "il carcere è lo specchio della civiltà di un Paese", i 66 suicidi di detenuti del 2011 riflettono la gravità dello stato di salute del "pianeta carceri". "Le condizioni in cui si trovano i detenuti nelle celle italiane - aggiunge Amato - gli animalisti le ritengono intollerabili per i polli in batteria". Il presidente del consiglio regionale pugliese parla di "un'autentica emergenza sociale e umanitaria". Le Asl lanciano l'allarme sanitario, con il rischio (è il caso del carcere "le Sughere"di Livorno) di epidemie di Tbc e di diffusione di scabbia.

Ma è davvero costituzionalmente rieducativo un mondo carcerario nel quale il rischio suicidio è venti volte superiore a quello della popolazione "libera"? Dove l'indice di sovraffollamento medio è del 149 per cento contro il 99 per cento europeo? Dove fino a qualche mese fa c'erano 57 bambini sotto i 3 anni in prigione con le mamme-detenute? La realtà è nell'ammissione della stessa Severino: "Le innegabili difficoltà - dice a Montecitorio - non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate". La drammatica realtà è pure nella denuncia del garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, che chiede lo stop dei nuovi ingressi a Regina Coeli "perché si rischia la catastrofe umanitaria". Nelle ordinanze dei giudici di Sorveglianza che scrivono che nel carcere romano "ci sono condizioni di criticità". Nelle parole del commissario del piano carceri e presidente del Dap, Ionta, secondo cui "con l'ingresso di mille unità al mese e 68 mila detenuti il sistema penitenziario vive le difficoltà maggiori dal Dopoguerra ad oggi". Nell'annuncio della Comitato per la prevenzione della tortura di Strasburgo che ha annunciato per il 2012 una ispezione nelle carceri italiane dopo la condanna del nostro Paese della Commissione europea dei diritti dell'uomo perché un detenuto bosniaco viveva in condizioni disumane di sovraffollamento. Nella proposta di legge del deputato pdl Rocco Girlanda che - unico ad accorgersene - chiede di vietare l'uso di bombolette del gas per cucina da cella in quanto alcuni detenuti le usano per suicidarsi. Altri, tossicomani, per sballarsi inalando il gas.

Il carcere è un mondo nel quale "guardie e ladri", detenuti e agenti, sono accomunati da un'unica tragica disperazione. Ai 66 suicidi dei carcerati (si impiccano coi lacci delle scarpe, inalando gas, tagliandosi i polsi, ingoiando lamette), si contrappongono quelli dei poliziotti, diciotto negli ultimi 5 anni. Troppi, tanto che lo stesso Ionta ad ottobre ha deciso di istituire una Commissione ad hoc per "indagare" sul fenomeno dei suicidi fra agenti della polizia penitenziaria. A questo proposito, però, il sindacato Sappe ha denunciato che i punti di ascolto psicologico per il personale vittima di disagio istituiti dal Dap nel 2008 sono rimasti un progetto non realizzato per mancanza di fondi. "I 50 psicologi che avevano vinto il concorso - sostengono i sindacati - non sono mai stati assunti". Alle rivolte dei detenuti (Ancona, Parma, Bologna, Cagliari, Prato), si contrappongono le manifestazioi dei poliziotti che, per protesta, si mettono in "autoconsegna".  Una recente denuncia della Uil svela la crisi che attraversa lo stesso dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "Il Dap - dicono i sindacati - è sull'orlo del fallimento con un debito di 150 milioni che mette a rischio l'acquisto del vitto per i detenuti. E che costringe direttori e provveditori a mediare con i creditori per garantire l'erogazione di acqua, luce e riscaldamento".

Il governo Monti annuncia le sue contromisure per svuotare le carceri. "Edificazione di nuove carceri", annuncia il ministro Severino che però non dice con quali risorse. "Manutenzione di quelle esistenti". "Ma anche lavoro per i detenuti. E deflazione giudiziaria attraverso la depenalizzazione di reati bagatellari. Sono stati dimezzati i tempi massimi per la convalida dell'arresto (48 ore anziché 96), lasciando 21mila detenuti nelle camere di sicurezza delle forze dell'ordine o agli arresti domiciliari. Inoltre s'è innalzato da 12 a 18 mesi la soglia della pena detentiva residua per l'accesso alla detenzione domiciliare. Con questa norma agli oltre 3800 detenuti fino a oggi scarcerati se ne aggiungeranno altri 3327 con un risparmio di spesa di 375mila euro ogni giorno.

In questo mondo di drammi e sofferenza non può mancare anche una storia al contrario. Come quella del cinquatunesimo detenuto suicidatosi nel 2011: l'uomo s'è tolto la vita a tre giorni dalla fine pena. Per dirla con Erich Fromm, "aveva paura della libertà". Pazzi di solitudine o malati terminali. Ma il 41-bis non si può toccare. Il regime di assoluto isolamento applicato a condannati particolarmente pericolosi e ai boss della criminalità organizzata non sembra poter avere attenuazioni. Così persone sono morte, stanno morendo o sono andate fuori di testa senza che sia stato possibile curarle in condizioni dignitose. Lo discrezionalità dei giudici di sorveglianza. Il 19 maggio un detenuto, infettato dall'Hiv e allo stadio terminale di un tumore ai polmoni, s'è visto negare dai magistrati di Sorveglianza il diritto di trascorrere gli ultimi istanti di vita da cittadino libero. Ed è morto dietro le sbarre. Il garante del detenuto per la Toscana, Andrea Callaioli, ha gridato allo scandalo: "Un uomo nelle sue condizioni non doveva morire in prigione per questioni etiche". Ma esiste un'etica della morte in cella? E quanto grave deve essere una malattia per rendere incompatibile la detenzione? Un confine certo non esiste. Tutto è affidato alla discrezionalità dei singoli magistrati. "Quot capita, tot sententiae". Tanti giudici, tante sentenze.

E così può capitare che un detenuto possa impazzire perché seppellito vivo da 20 anni al 41-bis, il regime carcerario duro riservato a mafiosi e terroristi che li isola dal resto del mondo. È la morte civile che ha forse un senso quando un boss - o un terrorista - ha ancora il potere di comandare dalla cella. Ma che diventa una tortura, una crudeltà o un accanimento quando il regime duro viene reiterato nei confronti di boss nel tempo invecchiati, malati e non più pericolosi. Al 41-bis è vietato guardare la tv, parlare con altri detenuti, leggere, scrivere, uscire dalla cella. Una sola visita al mese per i familiari che, però, si possono contattare solo attraverso un vetro. E coi quali si può parlare solo con un telefono.

Vincenzo Stranieri si trova ininterrottamente al 41-bis dal 1984, all'epoca poco più che ventenne. Quel prolungato isolamento dal mondo ha nuociuto alla sua psiche, devastandola. Stranieri ha subito già diversi trattamenti sanitari obbligatori (Tso) con ricoveri in reparti psichiatrici. Ha perso 45 chili in pochi mesi. Periodicamente si ferisce in tutto il corpo. Ma secondo i giudici "merita" ancora il 41-bis e non, invece, una condizione carceraria "normale". Ma è rieducativo, dal punto di vista costituzionale, mantenere un detenuto malato di mente al regime 41-bis? Ed è etico negargli la possibilità di stare in carcere insieme agli altri detenuti? La vicenda di Stranieri è oggetto di un'interrogazione parlamentare di sei deputati radicali, e per la sua liberazione si batte disperatamente la figlia Anna, che non ha mai potuto abbracciare il papà. Un caso analogo riguarda un altro detenuto sottoposto al regime carcerario duro nel carcere di Parma. Si tratta di Gaetano Fidanzati, anziano boss mafioso (ha 76 anni) dell'Arenella Acquasanta che si trova dal dicembre 2009 al 41-bis. La deputata radicale Rita Bernardini s'è rivolta con una interrogazione al ministro della Giustizia per sapere se le gravi condizioni di salute in cui versa il detenuto siano compatibili col carcere duro. Una perizia medico legale, afferma la parlamentare, pur rilevando diverse malattie, ipertensione, diabete, disturbi cardiaci e cancro, sostiene la compatibilità con il 41-bis. Ma - chiede la Bernardini al Guardasiguilli - nel regime 41-bis è veramente garantita a Fidanzati e a tutti i detenuti che si trovano in analoghe gravi condizioni la tutela dei propri di diritti alla salute prevista dalla Costituzione? Cibo da cani e zero in igiene.

Così ci si ammala di carcere e ce lo dice Vittoria Iacovella. Solo dal 2008 esistono criteri nazionali per dare omogeneità alla tutela della salute dei detenuti. Ma la crisi e la mancanza di soldi hanno peggiorato la situazione: per i pasti di ciascun carcerato si spendono 3,8 euro al giorno; nei canili si arriva a 4,5. Il carcere intercetta e riflette la grande fragilità di questo Paese. Così, come aumenta il disagio psichico tra la gente comune (ne è colpito un quinto della popolazione italiana) scopriamo, nelle celle sovraffollate, che più del 15 per cento soffre di disturbi legati alla salute mentale, spesso associati a tossicodipendenza o alcolismo.
Gli stranieri rappresentano il 30-40% a seconda delle regioni, fino ad arrivare al carcere di Civitavecchia in cui sono presenti più di 100 nazionalità. Per i pochi medici, non sempre supportati dai necessari mediatori culturali, si rivela una Babele. La salute è strettamente legata all'alimentazione. Secondo il "Forum per il diritto della salute in carcere", il costo del cibo per un detenuto è di 3,8 euro al giorno e comprende colazione, pranzo e cena. Il comune di Roma ne spende 4,5 per ciascun ospite dei canili. Senza cure efficaci, i 5.200 malati di epatite B e C, i 2.500 sieropositivi (quasi certamente sottostimati), e la recrudescenza della tubercolosi sono un pericolo per tutti. Fino alla riforma del 2008, la salute in carcere era gestita da ogni singolo istituto penitenziario, in modo autonomo. Ciascun sistema rimaneva chiuso in se stesso con un'enorme disomogeneità nella gestione fra diverse città. Il Forum Nazionale per la salute in carcere ha lottato a lungo per riuscire a ottenere che i criteri fossero omogenei in tutto il territorio nazionale. Oggi la sanità penitenziaria è gestita dalle Asl competenti per territorio. "In teoria è una cosa giusta, una riforma che andava fatta - spiega Fabio Gui, operatore dell'ufficio del garante della regione Lazio per la salute in carcere - In pratica è difficilissimo attuarla a causa di anni di tagli ai budget delle Asl". Tuttavia, come sottolinea Roberto Di Giovan Paolo, senatore Pd e Presidente del Forum per la salute in carcere "non esiste un censimento delle emergenze sanitarie, le Asl non sanno con chi e con quanti pazienti detenuti devono lavorare. E' una cosa necessaria per la quale stiamo preparando un'interrogazione parlamentare".

La riforma ha aperto le porte del carcere ai medici esterni, ha reso tutto più trasparente, facendo emergere, però, anche tutte le criticità. Con la crisi economica gli operatori del settore testimoniano che la qualità del cibo è sempre più scarsa, le lenzuola sempre più sporche. "Spesso si parla di carcere per i suicidi o gli atti autolesionistici - racconta Gui - ma difficilmente si riesce a raccontare cosa porti a tali gesti. Qui il disagio psichico è fortissimo ed è in aumento sia per i detenuti che per la polizia penitenziaria. Si entra sani e si esce malati. A Bari ci sono letti a quattro piani. Scabbia, pidocchi, tubercolosi si diffondono velocemente fra i detenuti ma anche fra la polizia, gli operatori e le loro famiglie. Il sistema delle carceri italiane è una bomba in continuo procinto di esplodere, se finora non lo ha fatto è grazie agli operatori interni che continuano a fare i salti mortali, ma quanto potrà durare?"
Il pacchetto del neoministro Severino è stato accolto positivamente dalle associazioni del settore penitenziario. "Perché finalmente si preoccupa di guardare da dentro il carcere e di capire le differenze che ci sono fra i vari detenuti - sottolinea Gui -. Ad esempio è assolutamente positivo spostare i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche in modo che possano essere curati e recuperati. Abbiamo verificato che la recidiva di solito è del 70% mentre per chi è stato in strutture alternative cala al 30%".

Nelle carceri italiane i tossicodipendenti sono circa 21mila, le strutture che dovrebbero accoglierli, però, non sono abbastanza e non hanno i fondi sufficienti a farlo. La riforma in atto prevede anche la chiusura degli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, o manicomi criminali (che la legge Basaglia non cancellò). All'interno di questi, oggi, si trovano circa 1400 persone malate e socialmente pericolose per le quali sono necessarie terapie psichiatriche e misure di sicurezza particolari che dovranno essere gestite dai dipartimenti di salute mentale competenti per territorio. Ma le regioni hanno dimostrato di non avere le risorse necessarie a pagare le equipe che devono occuparsi di questi internati. Che fine faranno, in pratica, non si sa. Chi è positivo all'Hiv e fa una terapia antiretrovirale spesso ha difficoltà a reperire i farmaci. Chi si ammala di cancro lo scopre troppo tardi a causa delle attese di mesi per poter fare le visite e le analisi necessarie. "Alcuni pazienti detenuti vengono operati dopo 18-20 mesi dal momento in cui è stato diagnosticato loro il cancro - testimonia Gui -. Abbiamo portato alla Procura della Repubblica storie di persone che non si sono salvate a causa di questi colpevoli ritardi. A volte mancano le autorizzazioni alle visite, banalmente, perché il fax in tribunale è rotto e non ci sono i soldi per ripararlo".

Custodia cautelare: richiesta del PM e verifica di sussistenza delle esigenze e controllo di legittimità da parte del GIP ?!?

La riprova che il GIP non è altro che la longa manus del PM la dà “Il Corriere della Sera”. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». Gaetano Riina rimane in carcere perchè arrestato nel luglio 2011 per associazione mafiosa in quanto considerato nuovo capo del mandamento di Corleone. I magistrati della Dda partenopea stanno esaminando gli atti relativi all'inchiesta per valutare una eventuale nuova richiesta di misure cautelari dopo l'annullamento dei provvedimenti restrittivi. Il Riesame di Napoli (presieduto da Angela Paolelli) ha infatti annullato le ordinanze nei confronti non solo di Gaetano Riina, ma di altri otto indagati (tra cui Nicola Schiavone, fratello del capo del clan Casalesi Francesco Schiavone detto Sandokan) motivando la scarcerazione col fatto che il gip di Napoli Pasqualina Paola Laviano, che aveva emesso le ordinanza di custodia cautelare, si era limitato a copiare o riassumere la tesi accusatoria della procura. L'indagine della procura di Napoli - coordinata dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pm della Dda Francesco Curcio e Cesare Sirignano - ha accertato l'esistenza di una spartizione degli affari all'interno dei mercati ortofrutticoli da parte delle principali organizzazioni criminose del nostro Paese e il monopolio del settore dei trasporti su gomma da parte del clan dei Casalesi, alleato con la mafia siciliana.

"Totale testuale trasposizione del richiesta del pubblico ministero" e carenza di "qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari": con questa motivazione il Tribunale del Riesame di Napoli ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare a carico di Gaetano Riina, fratello del padrino di Cosa nostra, accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip campano, sostiene il Riesame, si sarebbe limitato a riproporre la richiesta d'arresto della procura, non sostituendo neanche le parole "questo pm" con "questo gip". Il provvedimento annullato risale al 14 novembre scorso: secondo la Procura di Napoli Gaetano Riina avrebbe preso accordi con il clan dei Casalesi per la gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e nord Italia. Un'ordinanza successiva all'arresto eseguito il primo luglio a Mazara del Vallo, su richiesta della procura di Palermo che aveva portato in carcere Riina con l'accusa di essere il boss di Corleone.

Il Commento di Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Un episodio imbarazzante. Un gip appiattito, come si dice in questi casi, sulle tesi del pm tanto da copiare in buona sostanza la sua richiesta di arresto e trasformarla paro paro in un ordine di custodia. Sembra di essere tornati ai tempi di Mani pulite: allora alcuni gip dicevano sempre sì, senza se e senza ma, a tutto quello che le procure volevano. Invece siamo a Napoli e lo scivolone tocca incidentalmente una delle famiglie più note dell'Italia criminale: quella dei Riina. Il tribunale del riesame ha infatti annullato l'ordine d'arresto-fotocopia che riguardava Gaetano Riina, il fratello di Totò, il capo dei capi seppellito in cella sotto una valanga di condanne. Gaetano Riina, meno celebre di Totò, avrebbe fatto affari con i Casalesi mettendo insieme due business: quello dei mercati ortofrutticoli e quello del trasporto su gomma. Ora si dà il caso che il gip valuti le prove raccolte dal pm e decida, se il ragionamento dell'accusa gli è parso convincente, l'arresto, ma qui il gip di Napoli non avrebbe raggiunto nemmeno il minimo sindacale. Il tribunale del riesame, impietoso, parla di «totale, testuale trasposizione della richiesta del pubblico ministero» e carenza di «qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari, omettendo», così, «ogni controllo e ogni valutazione sul risultato delle indagini preliminari». Addirittura, secondo il riesame il giudice si sarebbe dimenticato perfino di sostituire le parole, «questo pm» con «questo gip». Risultato: l'ordine di arresto per concorso esterno in associazione camorristica è finito nel cestino. Gaetano Riina non è stato scarcerato perchè a luglio era già stato ammanettato: questa volta su input della procura di Palermo che lo considera il nuovo boss di Corleone. Dunque, l'aspirante padrino resta dentro. Ma questo nulla toglie alla gravità dell'episodio che conferma un vecchio vizio di parte della magistratura italiana: la sciatteria e insieme la sudditanza culturale dei gip ai pm. Non è sempre così, naturalmente, ma da Mani pulite in poi l'allarmante fenomeno è stato denunciato infine volte dagli avvocati che dovrebbero essere sullo stesso piano dei pm e invece si trovano spesso spalle al muro. Incalzati dai pm e anche dai gip che sembrano ufficiali di complemento dell'accusa. È questa una delle ragioni da pesare a favore della separazione delle carriere, argomento di cui si parla a vuoto da quasi vent'anni. Ma la prima rivoluzione è quella che dovrebbe avvenire nelle teste dei giudici, non di tutti, ci mancherebbe, perchè proprio l'epilogo della vicenda napoletana insegna che molti giudici fanno, e bene, il loro mestiere. Il riesame esclude addirittura che il gip «abbia realmente preso cognizione del contenuto delle ragioni esposte nella richiesta del pm». Un disastro. I giudici hanno annullato l'arresto di Riina ma anche quelli di altri otto indagati, compreso il fratello di un altro celebre padrino: Nicola Schiavone che sta a Francesco detto Sandokan come Gaetano sta a Totò Riina. La girandola si è chiusa con la giustizia rossa di vergogna, ma in concreto poco è cambiato: solo tre indagati, quelli con le posizioni meno pesanti, sono stati scarcerati. Gli altri restano in cella, raggiunti da altri provvedimenti. E la procura corre ai ripari: la Direzione distrettuale antimafia di Napoli sta valutando se chiedere un nuovo arresto per Riina. L'indagine ha scoperchiato un accordo fra Cosa nostra e i Casalesi: alleati di ferro nel riscuotere il pizzo sul commercio di frutta e verdura fra la Sicilia e il resto d'Italia.

Va giù pesante anche Domenico Ferrara su “Il Giornale”. Si è comportato come lo studente scansafatiche che copia il compito in classe del secchione di turno. Ma il gip del tribunale di Napoli ha fatto di più: ha pure copiato male, facendosi beccare. Il tema in aula non aveva come oggetto la vacanza estiva, bensì l'accusa di concorso esterno in associazione camorristica nei confronti di Gaetano Riina, fratello del capo dei capi di Cosa nostra, Totò. Insomma, un cognome di quelli che pesano e che enfatizza la scarsa attenzione posta dal giudice per le indagini preliminari, il quale si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto formulata dai pm della procura napoletana. Ma più che riassumere, il tribunale del Riesame parla di un vero e proprio copia e incolla, di errori grossolani e clamorosi. Un esempio? Nello scritto il gip non ha sostituito nemmeno le parole "questo pm" con "questo gip", mantenendo inoltre l'espressione "presente richiesta di misura cautelare". Come riporta il Giornale di Sicilia, "il mandato di cattura era stato emesso a novembre 2011 e il gip riteneva Gaetano Riina in combutta con i clan dei Casalesi nella gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e nord Italia". Provvedimento annullato, appunto, dal Riesame campano per "inesistenza della motivazione". La decisione che ha portato al rigetto delle richieste del gip è spiegata molto chiaramente: "Il provvedimento impugnato consiste nella totale testuale trasposizione della richiesta del pubblico ministero, con il solo inserimento di una breve parte introduttiva di carattere meramente giuridico", si legge sul quotidiano siciliano. E come se non bastasse i giudici del Riesame continuano: "Manca il riferimento espresso al provvedimento o all'atto richiamato...così come è del tutto carente qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari". Non è farina del suo sacco, sentenzierebbe un insegnante. La sentenza nei confronti dello stesso gip l'hanno fornita gli stessi giudici del Riesame: "Ha dimostrato di essere venuto meno al suo ruolo, omettendo ogni controllo e ogni valutazione sul risultato delle indagini preliminari, si esclude che abbia preso cognizione del contenuto delle ragioni esposte nella richiesta del pm". Una bocciatura senza appello. Chiamatela negligenza o imperizia. Magari il gip sarà stato oberato di lavoro da non potere dedicare tanto tempo al fratello del boss mafioso. Oppure la sua fiducia nel lavoro del pm di turno era tale da non rendere opportuna nessuna valutazione nel merito. Comunque sia ha copiato (pure male) e si è anche fatto beccare. E non siamo a scuola, ma in un'aula di tribunale. 

Prepotenti e impuniti di Stefano Zurlo (Piemme). Ci sono i vicini di casa che per anni continuano a utilizzare il giardino dei dirimpettai come discarica abusiva e non si trova un giudice in grado di impedirglielo. C'è un professionista che ha aperto un passaggio abusivo fra la casa e lo studio e non si trova un giudice in grado di impedirglielo. Ci sono i genitori separati che, sulla strada della riconciliazione, vorrebbero ricontrattare tempi e modi dell'affido congiunto dei figli, ma un giudice sedicente esperto in materia non vuoi cedere sulle restrizioni concordate anni prima, quando tra i coniugi era "guerra aperta". C'è poi il caso del dj licenziato dalla discoteca che lo aveva assunto facendogli firmare un contratto per l'intera stagione e che, per recuperare il compenso dovuto e non corrisposto, attende oltre dodici anni, durante i quali le lire fanno in tempo a diventare euro e le spese legali sostenute superano gli stipendi recuperati.  C'è perfino una causa da 35,00 euro e un giudice che autorizza un tizio a portare la pistola in aula. E poi ci sono le sentenze mai depositate, i ritardi smisurati e le assenze ingiustificate di giudici e magistrati... Insomma, la giustizia civile in Italia proprio non funziona. Tanto che nel Belpaese i processi civili pendenti, come dicono gli addetti ai lavori, sono più di 5 milioni e mezzo: un numero impressionante di eredità, fallimenti, divorzi, liti di ogni genere congelati per anni e anni dentro il grande freezer della giustizia. Speranze, attese, rancori, soldi, interessi economici, business: c’è tutto un mondo che si muove a singhiozzo, permettendo ai soliti furbi di farla franca, spesso con la complicità di avvocati, giudici e magistrati poco solerti che, muovendosi in una selva di leggi e leggine, fanno della malagiustizia italiana la garanzia dell’impunità per i più prepotenti, a scapito degli onesti cittadini.

Avvocati che ora diventano mediatori e conciliatori o impresari di mediazione: giusto per reiterare la malagiustizia se a promuovere le mediazioni sono i loro colleghi che sanno dove andare...

PARLIAMO DELLA PRESUNZIONE D'INNOCENZA

L’ira degli avvocati di sinistra: "A Napoli sparite le garanzie", ma il risalto mediatico alla denuncia viene solo dai giornali di destra, come “Il Giornale”.

La denuncia degli avvocati: "C’è una casta di giovani magistrati insensibili alla presunzione d’innocenza". Perfino loro non ne possono più delle inchieste-spettacolo che mandano a ramengo le garanzie processuali mettendo nel tritacarne mediatico-giudiziario la vita e la reputazione. Ecco come viene violata la privacy di chi dovrebbe essere considerato innocente fino a sentenza definitiva di condanna.

Contro lo strapotere dei pm napoletani l’arringa degli avvocati, rigorosamente di sinistra. Perfino loro non ne possono più delle inchieste-spettacolo che mandano a ramengo le garanzie processuali mettendo nel tritacarne mediatico-giudiziario la vita, la reputazione, la privacy di chi dovrebbe essere considerato innocente fino a sentenza definitiva di condanna. E di chi, non essendo indagato, è sputtanato a vita dalla divulgazione in edicola delle intercettazioni altrui. I legali partenopei non ce la fanno più neanche di un Pd a trazione giustizialista, che a Napoli s’è fatto sponsor di un pm diventato sindaco, che ha nominato assessore il pm del caso Cosentino, un partito che vive nel terrore di ritorsioni giudiziarie sul modello dell’unico politico eccellente di riferimento finito alla sbarra (Bassolino) nonostante decenni di governo di centrosinistra nella città e nella regione.

Gli sfoghi dei principi del foro son cominciati a rimbalzare dai primi di gennaio (dedicati all’apertura dell’anno giudiziario) ai giorni nostri con una raffica di dichiarazioni a effetto pubblicate sul Corriere del Mezzogiorno. Il neopresidente della Camera penale di Napoli, Domenico Ciruzzi, è lapidario: «C’è una parte della sinistra che non considera il processo come sistema di regole finalizzato ad accertare l’innocenza o la colpevolezza del cittadino inquisito, bensì come mero strumento di repressione. Esiste una deriva dell’insinuazione, l’indagine è diventata attacco aprioristico che non tiene conto della presunzione d’innocenza, non distingue il giudizio politico da quello di responsabilità. La sinistra mi aveva sempre insegnato che il processo era un percorso protetto dove si difendevano le garanzie, talvolta invece usa la denigrazione del nemico per attaccarlo strumentalmente». E, a proposito del cortocircuito tra media e giustizia, Ciruzzi aggiunge: «Nessuno vuole il bavaglio della stampa, ma servono regole. Il processo penale è un percorso protetto, che prevede momenti di segretezza che tali devono rimanere. Serve una presa di coscienza anche del mondo dell’informazione, perché c’è il rischio che il giornalista possa trasformarsi da cane da guardia della democrazia in “cagnolino da salotto delle Procure”. Non dimenticatevi che è la carta costituzionale a sancire che la persona dev’essere informata delle accuse a suo carico riservatamente. L'opinione dominante nelle Procure e nelle redazioni ignora tale ineludibile prescrizione costituzionale, perché appena notificato l’atto all’indagato, si ritiene, a torto, che sia lecito darne ampio risalto su tutti i media. E questo non è più tollerabile». Ma un aspetto Ciruzzi tiene a ribadirlo: «Le uniche riforme garantiste, grazie anche al contributo delle Camere penali italiane, sono state emanate dal governo di sinistra e non già da questo governo che, allo stato, ha invece promulgato soltanto una legislazione feroce nei confronti dei soggetti più deboli».

Per l’ex presidente delle Camere penali italiane, Claudio Botti, l’analisi è ancora più semplice: «Pur di schierarsi contro Berlusconi, il Pd ha perso di vista la cultura della garanzia. È vero che il premier agita la riforma della giustizia come una clava e che ci sono interessi personali dietro alcuni interventi previsti, ma è pur vero, però, che quella riforma prevede anche tantissimi aspetti condivisibili, solo che la sinistra non riesce più a scindere i piani, a valutare il contenuto». Soprattutto se i pm diventano il «riferimento culturale del Pd, partito che ormai ritiene tempo perso interloquire con gli avvocati. Le nostre battaglie vengono viste come difesa di interessi di bottega. E, in questo, il Pd ha scavato un solco col passato del Pci».

Anche Ugo Raja, avvocato con 10 anni di consiglio comunale alle spalle sotto la bandiera dei Ds, è d’accordo: «Oggi è difficile tenere posizioni di garantismo, perché si rischia di passare per protettori della casta. Però è innegabile una sovraesposizione delle Procure, complici anche i mass media, e una strumentalizzazione distorta dell’avviso di garanzia, che oggi è diventato quasi una sentenza di condanna. Sono patologie che vanno eliminate, ma consentendo nello stesso tempo ai magistrati di continuare a esercitare il controllo di legalità». Un discorso a parte meritano le inchieste napoletane che hanno riguardato parlamentari del Pdl (Papa e Milanese). «Purtroppo accade - spiega l’avvocato Riccardo Polidoro, presidente dell’associazione Il Carcere possibile - che una decisione sull’autorizzazione all’arresto non segua principi fissi, ma la contingenza del momento. Senza entrare nel merito delle vicende, ma secondo voi qualcuno in Italia ha capito perché Alfonso Papa è in carcere mentre il suo collega di partito Marco Milanese e il senatore del Pd Alberto Tedesco sono liberi? Il garantismo è smarrito, si cavalca l’idea dell’opinione pubblica». Bruno Spezia, decano degli avvocati partenopei, taglia corto: «Oggi esiste una generazione di giovani magistrati che si sente una casta. Gente lontana anni luce dal modello di magistrato-galantuomo rappresentato ad esempio da Lepore. Basterebbe guardare quante volte un pm, dopo aver interrogato un indagato a inchiesta conclusa, si sia convinto della sua non colpevolezza. Esiste una insensibilità alla protesta d’innocenza degli indagati». Che fare, dunque? «Mantenere una posizione di coraggio e ricordare sempre l’altezza della funzione di un difensore. In una parola: resistere, resistere, resistere».

Anche gli avvocati di Bari contro i magistrati di Napoli. Lo scontro tra toghe non risparmia nessuno. Ad insorgere però sono adesso i penalisti pugliesi. Non ci stanno alla forzatura fatta dai pm campani per sollevare dal segreto professionale il legale difensore dell'imprenditore Gianpaolo Tarantini. All'avvocato Nicola Quaranta, interrogato come testimone a Napoli dai sostituti procuratori Francesco Curcio, Henry Woodcock e Vincenzo Piscitelli, è stato imposto di rispondere alle domande dei pm attraverso un decreto d'urgenza firmato dagli stessi magistrati. "Una palese violazione del codice penale" protestano gli avvocati della Camera Penale. Alla protesta ieri si è unito anche l'Ordine degli Avvocati di Bari. Insieme i legali hanno convocato un'assemblea straordinaria per il 5 ottobre 2011.

"Il fatto che i pm napoletani che indagano sul presunto ricatto al premier Berlusconi, dinanzi al segreto professionale opposto dall'avvocato di Gianpaolo Tarantini, Nicola Quaranta, hanno emesso un autonomo decreto con il quale lo hanno sollevato dal segreto professionale imponendogli di rispondere alle loro domande - spiega il presidente della Camera Penale di Bari Egidio Sarno - è un episodio gravissimo che vulnera il sistema delle garanzie del segreto professionale poste a tutela del diritto della difesa". I penalisti baresi vanno giù pesante. L'iniziativa dei tre sostituti procuratori napoletani è "abnorme" e "costituisce una gravissima violazione dei diritti di difesa". I magistrati infatti hanno sollevato l'avvocato Quaranta dal segreto professionale emettendo un decreto che, stando al codice penale, potrebbe essere fatto soltanto da un giudice e a seguito di approfonditi accertamenti. "Così viene meno l'istituto del segreto professionale - continuano i penalisti - gli avvocati, lo dice la legge forense e il codice penale, non possono essere obbligati a deporre su quanto sia stato loro confidato in virtù del mandato difensivo". L'unica eccezione può sollevarla solo il giudice ed è prevista per la sola testimonianza nel dibattimento. Non dunque nel corso delle indagini preliminari.

La Camera Penale esprime poi, con un documento ufficiale approvato dal direttivo "solidarietà e apprezzamento" all'avvocato Quaranta per aver "correttamente e dignitosamente opposto il segreto, mantenendo, nella delicata situazione, un comportamento ineccepibile sul piano deontologico". L'Ordine degli avvocati di Bari sta inoltre valutando se inviare un esposto al Guardasigilli e al procuratore generale della Cassazione per l'eventuale esercizio dell'azione disciplinare a carico dei tre pm partenopei. È insomma guerra totale.

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI

Esemplare è il caso dell’impunità del Presidente della Repubblica, specie se ex magistrato e dichiaratamente di sinistra. Nella storia repubblicana si è giunti in un solo caso alla richiesta di messa in stato d'accusa, nel dicembre '91 contro il presidente Cossiga; il caso si chiuse con la dichiarazione di manifesta infondatezza delle accuse da parte del Comitato Parlamentare, peraltro giunta quando il settennato si era già concluso. Per i reati commessi al di fuori dello svolgimento delle sue funzioni istituzionali il presidente è responsabile come qualsiasi cittadino. In concreto, però, la dottrina dominante ritiene esista improcedibilità in ambito penale nei confronti del presidente durante il suo mandato; nel caso del presidente Oscar Luigi Scalfaro (sotto accusa per peculato), di fronte al suo rifiuto di dimettersi e alla mancanza di iniziative da parte del parlamento, il processo fu dichiarato improcedibile.

Per chi ancora crede nell’obbligatorietà dell’azione penale, c’è la storia del “Lodo Scalfaro” raccontata da Francesco Misiani, ex Pm della Procura di Roma nel suo libro “La toga rossa”. I fatti sono noti e risalgono al 1993.

Quattro funzionari del Sisde indagati per peculato dalla Procura di Roma rivelarono di avere consegnato, negli ultimi dieci anni, a tutti i Ministri degli Interni, con l’eccezione di Amintore Fanfani, un “contributo” mensile di cento milioni di lire. Tra di essi c’erano l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che era stato Ministro degli Interni dal 1983 al 1987, e il ministro degli Interni dell’epoca, Nicola Mancino, poi numero due del Csm. Al gioco al massacro “non ci sto!”, tuonò il presidente Scalfaro, rispondendo alle accuse in diretta televisiva, il 3 novembre del 1993. Il dispositivo che da quel momento la Procura di Roma scelse di mettere in atto sotto la propria discrezionalità – un vero e proprio “scudo” – ha consentito al presidente Scalfaro di evitare di dover rispondere dell’accusa di peculato davanti al Tribunale dei ministri. Il primo passo fu arginare il torrente di rivelazioni da parte degli indagati-accusatori. Il giorno successivo il “non ci sto!”, la Procura di Roma accusò formalmente i funzionari del Sisde di “attentato agli organi costituzionali” ai sensi dell’articolo 289 del codice penale, che recitava: “È punito con la reclusione non inferiore a dieci anni, qualora non si tratti di un reato più grave, chiunque commette atti diretti a impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, al presidente della Repubblica e ad altre cariche istituzionali l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge”. Com’era prevedibile, dopo che furono messi sotto inchiesta per attentato agli organi costituzionali, rischiando una condanna pesantissima, quei funzionari decisero di tacere. E ci fu chi, come l’ex presidente della Corte costituzionale, Ettore Gallo, osservò che “chiunque commette un fatto che esercita turbamento sulla psiche del presidente della Repubblica si macchia di un grave reato”. “Può accadere che la nostra attività sia da altri sfruttata in malafede”, dichiarava il pm Coiro al Corriere della Sera. Messi a tacere gli accusatori, in seconda battuta, il procuratore capo Mele e i suoi magistrati ricorsero a una interpretazione estensiva dell’articolo 90 della Costituzione, in base al quale “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”. In realtà, la vicenda dei fondi del Sisde non aveva nulla a che fare con le funzioni di Scalfaro quale presidente della Repubblica, bensì quale Ministro degli Interni. I pm decisero comunque per l’interpretazione estensiva e, quindi, che le accuse contro di lui andavano tecnicamente “congelate” in attesa della scadenza del suo settennato. Scalfaro, diventato Presidente della Repubblica, non era penalmente perseguibile. Solo alla fine del settennato, cessata ogni immunità costituzionale, sulla spinta di un’interpellanza parlamentare e di un esposto del deputato di Forza Italia Filippo Mancuso, ex ministro della Giustizia nel governo Dini, la Procura di Roma fu indotta a “scongelare” gli elementi accusatori emersi sei anni prima a carico di Scalfaro nella sua veste di ministro degli Interni tra il 1983 e il 1987. Il 3 giugno 1999 l’ex presidente fu formalmente iscritto nel registro degli indagati dalla procura della Repubblica di Roma, che investì subito il Tribunale dei ministri del caso, sollecitandone l’archiviazione. Tuttavia, mentre Gava e Scotti avevano dovuto difendersi dall’accusa di peculato, a Scalfaro fu contestato semplicemente l’abuso d’ufficio, ormai largamente prescritto. Infine, il 18 luglio 2001, arrivò la definitiva archiviazione da parte del Tribunale dei ministri.

Come dire: la legge è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale.

(Fonte: Federico Punzi –IL VELINO  - 8 ottobre 2009 e  Antonino Armao – AREZZO POLITICA) 

* Negli anni di Mani Pulite, Frank Cimini è stato il corrispondente da Milano del Mattino di Napoli. Sempre presente in Procura e in tribunale, è stato uno dei giornalisti più attenti e affidabili fra quanti raccontarono Tangentopoli.

Tangenti rosse: gli antenati di Penati. E’ il suo pensiero su “Panorama”.

"Ma se le accuse si dimostrassero fondate, che cosa può avere spinto gli esponenti della sinistra oggi nel mirino a mantenere in piedi il meccanismo dei finanziamenti come se Mani pulite non fosse mai esistita? Che cosa può avere fatto loro credere che l’avrebbero comunque fatta franca? Forse proprio l’esperienza della prima Tangentopoli e le indulgenze che la magistratura milanese ritenne di dovere applicare a Primo Greganti e Achille Occhetto, storici antenati di Penati e Bersani.

Se si torna con la memoria a quegli anni ci si rende facilmente conto che il buco nero di Mani pulite è rappresentato non tanto dalle indagini fatte e come, ma da quelle non eseguite fino in fondo a causa della necessità – secondo l’impostazione del mitico pool coordinato da Francesco Saverio Borrelli – di avere una sponda dentro il palazzo della politica in modo da evitare che l’eventuale coinvolgimento di tutti i partiti portasse a un’amnistia destinata a vanificare tutto il lavoro investigativo. A livello politico a beneficiarne fu il Pci-Pds.

Punto centrale dell’intera vicenda fu nel 1993 la decisione del gip storico dell’inchiesta Italo Ghitti di rigettare per ben due volte la richiesta di archiviare le accuse a carico dell’allora tesoriere del partito Marcello Stefanini, ordinando nuove indagini in 12 punti che non furono eseguite, al di là di una folkloristica rogatoria a Berlino quattro anni dopo la caduta del Muro. Ghitti fece un elenco lungo. Chiese, al punto A (e le sue «tirate d’orecchie» arrivarono sino alla lettera N) di «accertare se Stefanini Marcello o qualche altro funzionario della tesoreria Pci/Pds avesse nel 1990 e 1991 la disponibilità del conto corrente 132316 presso Sbs di Chiasso; in caso negativo, accertare chi ne avesse la disponibilità effettiva nel 1990 e 1991». Su quel conto, secondo indiscrezioni, erano transitati 1 miliardo e 50 milioni arrivati dalla Germania Est sul conto «Gabbietta» di Primo Greganti, più altri 100 milioni.

Nei punti immediatamente successivi, Ghitti indicava di proseguire gli accertamenti su Primo Greganti: conti correnti suoi, delle aziende, della famiglia, patrimonio immobiliare suo, delle sue società, della sua famiglia. Voleva sapere se da questi conti ci fosse stato un movimento di denaro a favore di Stefanini, o di manifestazioni del partito, o di società di cui il partito deteneva o detiene quote di maggioranza. Indagini non eseguite. Al punto G, Ghitti chiedeva di accertare «quali contributi siano stati erogati dalla Forni impianti industriali ingegner De Bartolomeis spa in ciascuno degli anni decorrenti dal 1988 a oggi, in via ufficiale e occulta, alla tesoreria del Pci/Pds». Seguivano altre richieste di accertamenti per società di Greganti o per altre ancora, e infine la ricostruzione minuziosa dell’acquisto, da parte del compagno G, dell’appartamento di via Tirso a Roma, dove da due anni si era trasferito con la famiglia. A questo punto, dopo un simile cannoneggiamento Ghitti ipotizzava che il pool fosse stato sul fronte Pci/Pds molto meno efficiente di quanto accaduto nei confronti, per esempio, dei socialisti. Tra i 12 punti da approfondire figurava la società Maritalia in rapporto con Greganti, comparsa anni dopo tra le carte del dossier Mitrokhin.

Dopo la primavera, l’autunno. Il pool ribadì la richiesta di archiviazione. Ghitti rigettò per la seconda volta. Il pool dei pm fece in sostanza finta di niente. Accadde che il giudice fu candidato ed eletto al Csm. La pratica passò a una collega che archiviò, come è spesso accaduto nella storia giudiziaria. Nel senso che, se una procura tiene il punto e decide che le indagini non le fa, non c’è verso di schiodarla. A Milano è accaduta in anni recenti una vicenda clamorosa, quella del piccolo aereo finito contro il Pirellone nel 2002. Il gip indicò i punti sui quali indagare, con i nomi delle persone da iscrivere nell’apposito registro; in aula il pm replicò papale papale che non avrebbe fatto nulla di tutto ciò. Il giudice andò in maternità, subentrò un collega che archiviò.

Insomma, il pool era forte di una prassi. Ma sarebbe sbagliato, anche a 20 anni dai fatti, pensare che solo il Pci-Pds beneficiò della logica dei due pesi e due misure. L’elenco è lungo. Basta ricordare la Mediobanca che si era pappata la Montedison con le parole dell’avvocato Giuliano Spazzali al teleprocesso contro Sergio Cusani: «Se il dottor Di Pietro decidesse di farsi una passeggiata in via Filodrammatici lo accompagnerei volentieri». La Fiat «graziata» dopo che Cesare Romiti aveva presentato un elenco di mazzette pagate pieno di lacune. In una riunione con i legali del gruppo nell’ufficio del procuratore capo Borrelli si decise non solo di non chiedere la custodia cautelare per il pericolo di inquinamento delle prove ma di non indagare più. Lo stesso accadde per Carlo De Benedetti, altro imprenditore dalla memoria corta.

L’indagine rispondeva a criteri politici, non nel senso delle «toghe rosse», ma del consenso da ricercare anche tramite i giornali di cui erano editori molti indagati eccellenti i quali si trovavano sotto schiaffo. Gli imprenditori furono salvati a scapito dei politici, con l’eccezione della Quercia. Su una sola azienda si indagherà poi fino in fondo. In tutto l’Occidente non c’è impresa privata che abbia subito il numero di perquisizioni e di arresti di Fininvest e a giustificare il tutto c’era la discesa in campo del fondatore al quale evidentemente non bastò nel 1992 e nel 1993 l’appoggio alla «rivoluzione giudiziaria» con le sue tv e Paolo Brosio 24 ore su 24 davanti al palazzo per conto del Tg4.

Che l’uomo simbolo di quel «repulisti», Gerardo D’Ambrosio, sia stato eletto senatore nelle liste dell’unico partito miracolato dalle indagini è solo la ciliegina sulla torta. Del miliardo di lire pagato sulla defiscalizzazione di Enimont fu accertata la destinazione di Botteghe Oscure ma non l’identità delle persone che incassarono i quattrini e quel gran giurista di Antonio Di Pietro, altro inquisitore finito in politica, ricordò a tutti noi comuni mortali: «La responsabilità penale è personale».

PARLIAMO DI FALLIMENTO DELLA GIUSTIZIA

Un fallimento? In Italia può durare anche mezzo secolo !!!

Quarantasei anni: a tanto ammonta la durata della procedura fallimentare di un’azienda di Taranto. Lo racconta Sergio Rizzo nella “Cricca”, un saggio Rizzoli dedicato alle lentezze e ai mille conflitti d’interesse del nostro Paese. Leggiamone un estratto.

A Berlino la costruzione del Muro procedeva a ritmi serrati. Papa Giovanni XXIII aveva scomunicato il comunista Fidel Castro e la Francia riconosceva l’indipendenza dell’Algeria. In Italia Aldo Moro apriva la stagione del centrosinistra, Enrico Mattei regnava sull’Eni, Antonio Segni entrava al Quirinale. E mentre per la prima volta, dopo 400 anni, le orbite di Nettuno e Plutone si allineavano e gli Stati Uniti mandavano il loro primo uomo in orbita intorno alla Terra, in quel 1962 falliva a Taranto la ditta del signor Otello Semeraro. Non meritò nemmeno due righe in cronaca la notizia che al tribunale del capoluogo pugliese stava per cominciare una delle procedure fallimentari più lunghe della storia della Repubblica. Quarantasei anni.

Nel 2008 il tribunale di Taranto ha approvato il rendiconto finale del fallimento Semeraro, con un verbale condito da particolari burocraticamente esilaranti. «Avanti l’Illustrissimo Signor Giudice Delegato Pietro Genoviva assistito dal cancelliere è personalmente comparso il curatore Michele Grippa il quale fa presente che tutti i creditori ed il fallito sono stati avvisati mediante raccomandata con avviso di ricevimento dell’avvenuto deposito del conto di cancelleria.» Nonostante ciò il giudice «dà atto che all’udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». Sulle ragioni dell’assenza dei creditori non ci sono informazioni certe. Invece il signor Semeraro, pur volendo, difficilmente si sarebbe potuto presentare. Fitto è il mistero dell’indirizzo al quale gli sarebbe stata recapitata la raccomandata, con tanto di ricevuta di ritorno: perché egli, purtroppo, non è più tra i vivi.
Come il tribunale di Taranto non poteva non sapere, avendo accertato, nel rendiconto del fallimento, un versamento di 10.263 euro «a favore della vedova di O. Semeraro». Quarantasei anni.

Una lentezza inaccettabile per qualunque procedimento. Figuriamoci per un fallimento che ha fatto recuperare in tutto 188.314 euro, ai valori di oggi. Con la doverosa precisazione che un terzo abbondante se n’è andato in spese: 70.000 euro, di cui 50.398 soltanto per gli avvocati. Nei tribunali mancano i cancellieri, è vero. Nemmeno i giudici sono così numerosi. Poi la burocrazia, le procedure... Vero, verissimo. Ma chi glielo spiega ai due pensionati settantenni di Foggia che un paio d’anni fa si sono visti fissare l’udienza per un ricorso contro l’Inps al 27 febbraio del 2020, cioè dopo 12 anni? Salvo poi, una volta sbattuta la vicenda in prima pagina, vedersi concedere dal tribunale un generoso sconto di sette anni, dal 2020 al 2013.

Grazie alla legge voluta dall’ex ministro Dc Michele Pinto potranno sempre chiedere i danni per le lungaggini ingiustificate della loro causa. Roba da leccarsi i baffi: un euro al giorno. Tanto è stato riconosciuto, per citare appena un caso, dalla corte d’Appello di Trento alle vittime di un paio di cause civili per la durata rispettivamente di 17 e 15 anni per il solo primo grado. Trentadue anni in tutto, dei quali ben 12 (7 in un caso e 5 nell’altro) impiegati dal giudice Carlo Sangiorgio soltanto per depositare la sentenza: 4.230 giorni di ritardo, 4.286 euro di multa.

E pensare che l’ex presidente della Cassazione Gaetano Nicastro denunciava già nel 2007 che «se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati della irragionevole durata dei processi non basterebbero tre Finanziarie». Lo stesso ministero dell’Economia di un Paese come l’Italia, pluricondannato dalla Corte dei diritti umani per la lentezza esasperante della giustizia, stimava in «almeno 100.000 l’anno» i potenziali aventi diritto a essere risarciti per la durata ingiustificata dei processi. Un numero teorico, ovviamente: per fortuna dello Stato pochissimi sono quelli che gli chiedono i danni.

Per pochissimi che siano, tuttavia, le migliaia e migliaia di cause di risarcimento si aggiungono alle altre, contribuendo a intasare i tribunali. Il ministero della Giustizia ha già dovuto pagare (dati comunicati dal ministro Angelino Alfano al Senato il 30 novembre 2009) ben 267 milioni di euro.

Tanti soldi, che rappresentano comunque una briciola rispetto agli 8 miliardi l’anno che l’Italia spende, dice Luigi Ferrarella nel libro "Fine pena mai", «per impiegare in media 5 anni a decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni; per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in 7 anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre per 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare». Senza parlare della piaga delle prescrizioni.

È ancora Alfano a fornire le cifre: ogni ventiquattr’ore vengono prescritti 466 processi, 170.000 l’anno, 850.000 dal 2004 al 2008.

Secondo un'indagine dell'Eurispes, due udienze preliminari su tre vengono rinviate. Causa principale: l'assenza del giudice. Più che l'autocritica manca il castigo. Diecimila arresti ingiusti in cinque anni!!!! 18 milioni di euro pagati in risarcimenti solo fra 2006 e 2008 per immotivata lunghezza del processo, il 70 per cento delle prescrizioni che maturano già negli uffici dei pm. E mai nessun provvedimento disciplinare. «Ai magistrati servirebbe un po' d'autocritica», così dice Napolitano.

E però, se ci si ferma qui, non è che la situazione penosa in cui versa la giustizia italica possa cambiare molto. Cioè, va bene l'eventuale cenere cosparsa sul capo togato, ma se poi, per dire 3.612 istruttorie aperte per 3.612 casi di processi troppo lunghi con conseguenti risarcimenti portano a 3.612 assoluzioni per i magistrati coinvolti (fonte «Fine pena mai», il libro di Luigi Ferrarella), ecco, l'impressione è che, oltre all'autocritica, siano proprio gli strumenti di (auto) controllo a funzionare poco e male.

Qualcuno dice: sì, ma i processi troppo lunghi sono conseguenza degli organici insufficienti e del sistema farraginoso. Senz'altro vero che non è più rimandabile la riorganizzazione di uffici e distretti giudiziari, e anche che le sedi sotto organico soffrono d'una situazione da collasso (circa 160mila fascicoli non assegnati, come segnalato da una recente indagine del Csm), epperò ci sarebbe anche da dire sulla ritrosia di parecchi magistrati ad accettare trasferimenti in quelle lande giudiziariamente desolate. Peraltro, tornando ai processi infiniti, ci sono le percentuali contenute nel "Rapporto sul processo penale" dell'Eurispes: il 69,3 per cento delle udienze in fase preliminare si conclude con un rinvio (cioè, due udienze su tre non cominciano nemmeno!). Le due cause principali: nel 12,4 per cento dei casi il giudice titolare è assente, nel 9,4 si accerta invece l'omessa o irregolare notifica all'imputato. Come dire: le colpe non è che son tutte di quei cattivoni degli avvocati tiratardi.

Poi ci sono i risarcimenti per via dei processi troppo lunghi (previsti dalla famosa legge Pinto del 2001), cui s'accennava prima. Nel solo biennio 2006-2008, lo Stato ha pagato indennizzi per 118 milioni di euro. Tra l'altro, anche le cause sui risarcimenti si allineano all'endemica lentezza dei processi. Ragion per cui, paradosso dei paradossi, il presidente di Cassazione Vincenzo Carbone ha dichiarato che «oggi si assiste alla richiesta di risarcimento per il ritardo nella definizione non solo della prima causa, ma anche della causa del ritardo».

Passiamo ora all'altro argomento di discussione perenne: la responsabilità civile dei magistrati. Non viene riconosciuta perché, come si usa dire, altrimenti il pm non si sentirebbe di poter svolgere il suo delicato lavoro libero da condizionamenti: nel senso, sempre con quest'incudine sopra la testa. Sarà, ma c'è da dire che l'incudine finisce poi sulla testa di altri. Basta dare un'occhiata ai numeri ministeriali legati alle ingiuste detenzioni, e alle conseguenti cause: in cinque anni - dal 2003 al 2007 - sono stati complessivamente 9.557 i procedimenti di questo genere arrivati a sentenza nelle Corti d'Appello. Giusto per capirci: in cinque anni ci sono stati quasi diecimila arresti ingiusti - diecimila persone in galera senza giustificato motivo! Che poi vuol dire una media di circa cinque al giorno. Ogni commento è superfluo.

Un'ultima cosa. Le toghe che sbagliano si difendono spesso sostenendo di essere vincolati all'obbligatorietà dell'azione penale. Per dire: il pm di turno ha condotto un'inchiesta sul nulla, con spreco di soldi e tempo? E lui replica che era obbligato a farlo, era un «atto dovuto», e dunque di rispondere di eventuali danni morali e materiali non se ne parla.

Per smentire la scusa, bastano ancora i numeri. Nel 2007, su complessive 144.047 prescrizioni maturate nei tre gradi di giudizio, addirittura 116.207 hanno raggiunto i termini di legge in fase di indagini preliminari, e fra queste solo 3.437 erano riconducibili a procedimenti contro ignoti. Significa che oltre il 70% delle prescrizioni viene sancito già negli uffici dei pm, ancor prima che cominci il dibattimento vero e proprio. Dimostrazione che sono i magistrati - come peraltro è ovvio, al di là di ogni ipocrisia..- a scegliere quali reati perseguire e quali no. E che dire di tutte le richieste di archiviazione, naturalmente accolte dai colleghi giudicanti. Ad oggi, non i cittadini pazzi o mitomani, ma le Forze dell'ordine che denunciano un reato, hanno la soddisfazione di veder emessa una condanna solo 8 volte su 100 denunce.

“FINE PENA MAI”. L'ergastolo dei tuoi diritti nella giustizia italiana”, (Il Saggiatore editore) libro di Luigi Ferrarella.

In Italia anche chi ha la fortuna di non aver mai messo piede in un tribunale paga lo stesso, e salato, il prezzo della lentezza dei processi e dell'inaffidabilità di un sistema giudiziario che consuma 7 miliardi di euro l'anno per castigare di fatto chi ha ragione e graziare invece chi ha torto. Paga questo prezzo (senza sapere perché) quando la banca gli aumenta le rate del mutuo, quando l'azienda in crisi lo licenzia o quando per strada viene aggredito da qualcuno che, benché pluricondannato, si trova ancora a piede libero. Luigi Ferrarella sfata i luoghi comuni sulla giustizia infilando il dito nelle vere piaghe della sua amministrazione quotidiana, a corto di fondi persino per la carta delle fotocopie.

Sprechi, tempi, costi: perché in Italia la giustizia non funziona.

«Chi pensa che farsi i fatti propri e non aver mai messo piede in un tribunale basti a non scontare l'inefficienza del sistema giudiziario italiano si sbaglia. Il crac della giustizia insegue tutti i cittadini fin dentro casa e invade la loro vita quotidiana.» Questo libro è una visita guidata in un sistema crollato. Un viaggio capillare da Nord a Sud nelle aule giudiziarie, nei corridoi dei tribunali, nei bilanci ministeriali, nel lavoro di magistrati, avvocati, del personale amministrativo, nella perversione e nella proliferazione di leggi che sono fatte ad arte per aggravare questo stato di cose.

Viviamo in uno dei Paesi con la più elevata spesa pubblica nel settore della giustizia. Una macchina giudiziaria che consuma più di 7,7 miliardi di euro l'anno, eppure nei tribunali mancano le penne, la carta, i computer, l'inchiostro per le stampanti, le fotocopiatrici.

Abbiamo lo stesso numero di giudici, eppure in Italia i processi durano più a lungo che in ogni altro Paese d'Europa. Una media di cinque anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente. Sette anni e mezzo per un divorzio. Due anni per un licenziamento in prima istanza. Otto per dare ragione o torto in una causa civile.

Una lentezza e un'inefficienza che il cittadino paga anche quando stipula un mutuo o accende un conto in banca a condizioni più onerose che nel resto d'Europa; quando si imbatte nelle difficoltà di recuperare un credito; quando subisce un infortunio sul lavoro; quando sconta l'inefficienza delle condanne ai delinquenti. Basti pensare che ogni anno nelle carceri italiane entrano 90.000 persone e ne escono 88.000 e che a Milano due mani mutilate sul lavoro valgono 200.000 euro meno che a Roma.

Una giustizia a pezzi in un Paese spaccato.

CORTE DI CASSAZIONE: LA SUPREMA CORTE.

ART. 25, II COMMA, DELLA COSTITUZIONE: NESSUNO PUO' ESSERE PUNITO SE NON IN FORZA DI UNA LEGGE CHE SIA ENTRATA IN VIGORE PRIMA DEL FATTO COMMESSO.

La Corte di Cassazione, su interpretazioni giuridiche contrastanti o abnormi, detta le linee guida di principi e valori uniformi, condivisi dal senso comune e in rispetto della carta costituzionale.

In questa funzione essa tende, invece, non a fare giurisprudenza, ma addirittura a fare prassi avente valore ed effetto di norma giuridica di ambito prettamente politico e legislativo.

Il caso più esemplare è l’istituto del “CONCORSO ESTERNO ALL’ASSOCIAZIONE MAFIOSA”: norma applicata, ma inesistente.

La dottrina maggioritaria, alla luce del dato testuale emergente dall’art. 416 bis c.p., ha sempre ritenuto che a qualificare una determinata condotta come “partecipativa interna e necessaria”, distinta da quella “concorrente esterna ed eventuale”, contribuissero due elementi qualificanti: il primo, oggettivo, individuabile nel requisito della permanenza nella illicita societas, ossia nello stabile inquadramento del soggetto agente nell’organizzazione criminale, circostanza desumibile da indici fattuali esteriori e oggettivamente accertabili; il secondo, meno agevole a verificarsi, ravvisabile nell’elemento psichico che sorregge la condotta del soggetto partecipe dell’associazione, dato dalla commistione di due elementi soggettivi coessenziali, ossia il dolo generico di aderire al programma tracciato dall’associazione e il dolo specifico di contribuire, fattivamente, a realizzarlo.

Più o meno unanimemente la giurisprudenza di legittimità ha delineato l’elemento oggettivo del concorso esterno ripercorrendo gli iter argomentativi propinati dalla dottrina maggiormente condivisa, volti a descrivere il ruolo del compartecipe interno e a rendere desumibile a contrario la figura del concorrente esterno: nella pronuncia a Sezioni Unite n. 16 del 28.12.1994 (sentenza Demitri) la Corte di Cassazione sottolinea la diversità di ruoli tra partecipazione all’associazione e concorso eventuale materiale, attribuendo ai soggetti “intranei” alla societas sceleris una posizione determinante nella “fisiologia” dell’associazione - fornendo gli stessi un apporto quotidiano o comunque assiduo, insostituibile o quantomeno agevolante, alla realizzazione dei fini associativi – e ai soggetti “extranei” un ruolo sostitutivo, non sorretto dalla volontà di far parte dell’associazione, ma asservito a quest’ultima nei momenti di “fibrillazione” o vuoti temporanei che fanno entrare la societas in una fase patologica.

La Corte di Cassazione, nella sua impropria attività  normativa, tuttavia, è, anche, contraddittoria nelle pronunce Sezionali. Da qui l'intervento necessario delle Sezioni Unite. Non è raro, comunque, trovare contraddittorietà, addirittura, nelle stesse decisioni delle Assise più alte.

Da un po’ di tempo appellare con parole di dubbio gusto il prossimo è diventata questione da Corte di Cassazione, che condanna (o assolve) i casi di insolenza che vengono sottoposti. Come nella recente sentenza in cui ha ritenuto colpevole un piemontese che, durante una lite, insultò il vicino di casa chiamandolo “terrone di merda". Ma non è l’unico episodio. Ecco un breve (e sicuramente incompleto) elenco delle sentenze più curiose in fatto di offese, che denotano un altrettanta incoerenza degli ermellini.

Dici solo stronzate. Brutta espressione, in un primo tempo tollerata come semplice indice di maleducazione. Ma se chi pronuncia quelle parole lo fa nell’ambiente di lavoro, magari persino di fronte a colleghi, la condanna è inevitabile. È accaduto a un preside che, durante una riunione tra docenti, ha appellato così un’insegnante. Condannato. Ottobre 2011

Frocio. Nel maggio 2005 un quarantenne abruzzese viene denunciato al Giudice di pace di Teramo per aver apostrofato un conoscente, appunto, come “frocio”. Andata assolta in prima istanza, la Cassazione rivede la questione ravvisando nel termine un “chiaro intento di derisione e scherno”. Luglio 2006.

Gay. Dare dell’omosessuale, anche a chi lo è, ma con intento denigratorio non è permesso. Condannato un vigile urbano sessantenne di Ancona che nel 2002 aveva dato del gay a un collega, in corsa con lui per la qualifica di comandante. Marzo 2011.

Imbecille. Niente riconoscimento del diritto di critica neanche nel corso di un acceso alterco tra sindacalisti. È il maggio 2010 quando due sindacalisti affiggono un comunicato in cui definiscono “notorio imbecille” un ingegnere colpevole di voler indire un referendum in azienda su un accordo appena concluso. Secondo la Suprema Corte, si tratta di un’offesa alle «qualità morali e intellettuali del soggetto criticato». Aprile 2011.

Italiano di merda. Assolto con formula piena un extracomunitario che aveva usato un’espressione di solito tristemente razzista adattandola alla nazionalità dell’uomo che lo stava picchiando. Essendo infatti l’aggressore italiano, quindi appartenente alla «stragrande maggioranza e classe dirigente», il titolo è da considerarsi semplicemente un “attestato di disistima”. Marzo 2010.

Ladro. Se l’insulto riveste i caratteri della critica sindacale e politica, invece, non è da condannare. Così ha deciso la Corte che ha annullato la precedente condanna a un insegnante, professore di matematica in un istituto tecnico commerciale, che ha dato dell’imbroglione e del ladro al proprio dirigente, aggiungendo che epiteti obiettivamente offensivi possono «in un contesto di polemica politica e sindacale costituire legittimo esercizio del diritto di critica circa l’operato della parte offesa». Aprile 2011.

Matto. Dare invece del “matto” o del “pazzo” al proprio datore di lavoro è, sempre secondo il massimo grado di giudizio, addirittura “costruttivo”: «questo modo di esprimersi» recita la sentenza «non ha valore distruttivo. Nell’uso comune è un modo come un altro di indicare un comportamento da non tenere in ufficio». 2010.

Meridionale di merda. Memorabile la condanna del giornalista Giampiero Galeazzi che aveva offeso il portiere del suo condominio definendolo “meridionale di merda”. Motivazione: anche nel caso il portinaio non avesse compiuto il proprio dovere, come lo accusava il giornalista, la faccenda sarebbe dovuta essere trattata nel corso di un’assemblea condominiale, e non a male parole. Giugno 2010.

Negro di merda. In questo caso, la Corte di Cassazione ha contraddetto sé stessa due volte. Ora, però, il giudizio è definitivo: si tratta di un grave insulto razziale. Nel 2005, a Trieste, un uomo di 54 anni si rivolge a una bimba di sei anni di colore dicendole «Vai via di qua, sporca negra». Sulla scia di due precedenti decisioni che avevano assolto una donna rea di aver insultato un collega extracomunitario sul posto di lavoro e un giovane che aveva aggredito alcune donne colombiane, l’uomo si è rivolto alla Suprema Corte per un ricorso, che però, ha perso miseramente. Marzo 2006.

Puttana. Non importa se la signora in questione esercita davvero il mestiere più antico del mondo: sottolinearne la peculiarità è sempre reato, oltreché di dubbio gusto: lo ha stabilito la Corte di Cassazione una volta per tutte. Settembre 2006.

Scioccarellino. Quasi paradossale la condanna a 600 euro di multa in cui è incorsa una signora abruzzese che ha dato del “scioccarellino” a un bambino che giocava con degli amichetti. Nonostante la giustificazione della donna che ha affermato che, se avesse davvero voluto offendere il bambino, gli avrebbe affibbiato ben altri titoli, la Suprema Corte ha sostenuto la tesi della lesione dell’onore e del decoro del piccolo, proprio perché “insultato” di fronte ad altri bambini. Ottobre 2011.

Sporco negro. I fatti: tre anni fa un italiano chiama “sporco negro” un senegalese, invitandolo a «tornare al suo paese». In questo caso, la motivazione della condanna è che l’«espressione è idonea a coinvolgere un giudizio di disvalore sulla razza della persona offesa». Febbraio 2011.

Stronzo. Attenzione. Termine sempre condannato, secondo la Cassazione, che in questo caso giudica ininfluente il fatto che chi pronuncia l’offesa abbia o meno l’intento, appunto, di offendere. Così, un maresciallo dei Carabinieri che aveva apostrofato in tal modo un immigrato trovato alla guida di un’auto nonostante la sospensione della patente, ha dovuto pagare una multa salata. Aprile 2005.

Vaffa'n culo. Infine, “Vaffa’n culo” libero tra automobilisti. Le liti al volante, considerate un contesto particolarmente stimolante in termini di reazioni violente, possono anche prevedere qualche insulto, se l’ingiuriante viene adeguatamente provocato. Parola di Corte di Cassazione, che ha annullato una condanna per ingiuria a un automobilista per un “vaffa” volato a un semaforo. Luglio 2010.

E tutto questo lasciando perdere le espressioni dialettali come “scurnacchiata”, o animaliste come “faccia di cavallo”…

Inoltre, le sentenze della Corte di Cassazione, spesso, possono apparire “stravaganti”, dando vita a discussioni e polemiche pubbliche.

C'è quella per cui "ANNA MARIA FRANZONI UCCISE IL FIGLIOLETTO SAMUELE CON RAZIONALE LUCIDITA'", (31456/08), confermando 16 anni di reclusione, che sono tanti se si è innocenti, ma condannati senza prove, e sono pochi se si è colpevoli di un efferato delitto.

C’è quella per cui "IL MOBBING" non è reato, (33624/07).

C’è quella per cui  "LO STUPRO E’ CONSENZIENTE" se s’indossano jeans stretti, (1636/99), oppure  non è stupro se all’inizio "C’E’ CONSENSO", (24061/06), oppure quella secondo cui una ragazzina stuprata di 13 anni "SOFFRE MENO SE NON E’ VERGINE", (6329/06), oppure quella che afferma "SI POSSONO TOCCARE LE COLLEGHE, SE FATTO SENZA «INTENTI LIBIDINOSI»", (30969/09).

O quella per cui "IL RASTA E' LEGITTIMATO A FUMARE MARIJUANA", in quanto favorisce la contemplazione e la preghiera, ( 28720/08), ovvero "SI PUO' COLTIVARE MARIJUANA A SCOPO ORNAMENTALE", (40362/07), o "SI PUO' COLTIVARE MARIJUANA PER USO PERSONALE", (17983/07), o "NON PUO' ESSERE CONDANNATO CHI COLTIVA PIANTE DI MARIJUANA NON ANCORA MATURE", perché le foglie non hanno prodotto alcun principio attivo di sostanza stupefacente, (1222/2009).

O quella per cui "NON SI POSSONO FARE GLI SCONGIURI, TOCCANDOSI I GENITALI", in quanto manifestazione di mancanza di costumatezza ed educazione,(8389/08).

O quelle per cui "SI PUO' DARE DEL BUFFONE AD UN POLITICO", (19509/06), o "SI PUO' DIRE VAFFANCULO A QUALCUNO", (27966/07), o "SI PUO' DIRE NEGRO DI MERDA", (8475/06), o "SI PUO' DIRE FATTI I CAZZI TUOI", (2695/05), mentre "NON SI PUO' DIRE “AZZECCAGARBUGLI A QUANCUNO", (32577/07), o "NON SI PUO' DIRE NON CAPISCI UN CAZZO", (31388/08); o  "NON SI PUO' DIRE CHE CAZZO CI STAI A FA QUA DENTRO", (42064/2007); o "NON SI PUO' DIRE SEI UN CAZZO PIENO D'ACQUA", (15503/2004).

O quelle per cui "SI PUO' DARE DEL FASCISTA AD UN POLITICO", ma "NON PUOI DARE DEL FASCISTA AD UN PRIVATO CITTADINO", (29433/07). C’è quella per cui "FARE SBERLEFFI, SMORFIE E LINGUACCE È REATO", (48306/09), ma non è reato dare del "PAZZO AL PROPRIO CAPO E LECCACULO AI COLLEGHI", (17672/10). Mentre "INSULTARE CON UN VAFFANCULO O DARE DEL CRETINO A UN COLLEGA E' POSSIBILE, MENTRE NON VALE LO STESSO PER I CAPI, CON LORO NON SI E' IN SITUAZIONE PARITARIA", (22691/2010).

O quella per cui "TRA AUTOMOBILISTI A VOLTE CI SI PUÒ MANDARE 'A QUEL PAESE'", (24864/2010). O quella per cui "LE MAIL OLTRAGGIOSE, RICCHE DI PAROLE MALEVOLI, NON SONO PERSEGUIBILI", (24510/2010).  

O quella per cui "SI PUO' MINACCIARE UN VIGILE PER UNA MULTA, MA SOLO PER UN DOVERE PROFESSIONALE", (1997/2010).

O quella per cui "IL CARABINIERE NON PUO’ AVERE L’AMANTE", (24414/08).

O quella secondo la quale il "MARITO ISLAMICO PUÒ PICCHIARE LA MOGLIE CRISTIANA", ma solo sporadicamente e in un momento di rabbia, (40789/06), mentre è reato di maltrattamento "SE SI REAGISCE AL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO DELLA MOGLIE", (35862/08). Però "SE LA MOGLIE E’ FORTE, LE PERCOSSE E I MALTRATTAMENTI SONO LECITI", (25138/2010).

O quella per cui "SI PUO' SVERGOGNARE LA MOGLIE ADULTERA", (8097/07), ma "NON SI POSSONO RACCOGLIERE LE PROVE DEL SUO TRADIMENTO", con pedinamenti a piedi da parte del marito, (7765/06), o del cognato o di altri, (29495/08), o con pedinamenti in auto, (2113/08), o con cimici nel telefono di casa, (19368/08). O quella per cui il marito tradito "PUO' OFFENDERE IL RIVALE, AMANTE DELLA MOGLIE, MA SOLO SE PROVOCATO", (39236/2008). O quella per cui "IL TRADIMENTO E' MENO GRAVE SE IL MARITO HA NASCOSTO DI NON POTER AVERE FIGLI, ANCHE SE LEI E L'ALTRO SONO STATI SORPRESI DAL MARITO PROPRIO NEL LETTO CONIUGALE", (6697/2009). O quella che "SE IL MARITO INSULTA LA SUOCERA (ASSENTE), DOVRA' RISARCIRE LA MOGLIE", (35874/09).

C’è quella per cui il tradimento non va mai svelato: "E’ MOLESTIA SE AMANTE RIVELA INFEDELTA’ CON SMS ALLA RIVALE", (28852/09); "E’ ESTORSIONE MINACCIARE DI SBANDIERARE UNA RELAZIONE", (19/12/2009); "E’ MALTRATTAMENTO DEL CONIUGE SBANDIERARE LE 'CORNA'", ( 38125/09).

O quella per cui "E’ DISONOREVOLE IL SESSO TRA GAY", (7280/07), oppure "E' VIETATA L'ESPULSIONE DEGLI IMMIGRATI GAY", (2907/08).

O quella per cui non è reato "OCCUPARE UNA CASA POPOLARE", (35580/07).

O quella per cui è reato dire ad uno studente impreparato: "IO TI BOCCIO", (36700/08), in quanto incute forte timore e lede la sua libertà morale, ma non è reato ingiungere a qualcuno "SE NON VE ANDATE VIA VI PRENDO TUTTI A CALCI IN CULO. TU RIENTRA IN QUEL MONDEZZAIO DI CASA TUA, MALEDUCATO, FIGLIO DI BAGASSA", (32179/09).

Ecc., ecc., ecc..

Se dire "scrofa" è reato: quante sentenze bestiali, secondo Nino Materi de “Il Giornale”.

Nei tribunali italiani ogni giorno si discutono centinaia di cause con al centro epiteti animaleschi. Le interpretazioni dei giudici risultano però discordanti. Ecco alcuni esempi divertenti.

Scusate, ma perché dare del «ciuccio» a uno scolaro di Palermo è reato, mentre dare dell’«asino» a un alunno milanese no? Non sarà mica che il vero «somaro» è il giudice? Scherzi a parte e con tutto il rispetto per l’«eccellentissima corte», non si spiega infatti come mai - a parità di epiteto equino - il maestro palermitano sia stato condannato a risarcire mille euro alla parte offesa (vale a dire ai genitori del bimbo - diciamo così - un po’ duro di comprendonio), e invece l’insegnante milanese sia stato assolto con formula piena.

Un raro caso di disparità di giudizio, penserete voi. E invece di opposte interpretazioni «animalesche» sono pieni i tribunali italiani. Circostanza - quest’ultima - che rappresenta già un’anomalia, considerata l’assurdità di magistrati costretti a perdere tempo prezioso dietro sentenze più o meno «bestiali». Ma la legge è legge e l’ingiuria è reato da codice penale. Quindi tutti a Palazzo di giustizia per rivendicare l’onorabilità infangata per colpa di un «porco» detto al vicino durante la riunione di condominio, o di un «verme» strisciato di bocca durante il torneo di scopone scientifico al Bar Sport. Ma attenzione, qui la giurisprudenza comincia a dare di matto peggio di una mucca pazza: mentre infatti per il tribunale di Napoli (sentenza del 1999) dare del «porco» a un uomo «non costituisce offesa all’altrui reputazione», per il tribunale di Campobasso (sentenza del 2007) dare della «scrofa» a una signora è meritevole di «condanna a un mese di reclusione più pagamento delle spese processuali». Ma porco e scrofa non appartengono alla medesima razza suina? Sì, ma non evidentemente alla stessa razza ingiuriosa. Idem per «cane» e «cagna». Se il «cane» se lo becca (nel senso di insulto) un maschio, non c’è reato; se al contrario la «cagna» è all’indirizzo di una donna, ecco scattare la pena. Ma anche sul fronte dei volatili, l’ornitologia giudiziaria ha visioni opposte: se infatti lei dà a lui del «pappagallo», nulla quaestio; mentre se lui dà a lei dell’«uccello del malaugurio» si ritrova con la fedina penale macchiata. E passiamo ai rettili. Se una donna sibila al suo ex ragazzo, «serpente», rischia la denuncia ma non la condanna; mentre se un fidanzato cornificato dice «vipera» all’ex compagna che l’ha tradito, si ritrova - oltre che con la testa più pesante - anche con un carico pendente giudiziario sul groppone.

Vate indiscusso delle offese «caprine» è invece Vittorio Sgarbi che, dopo essere stato condannato per l’uso del termine «stronzo», ha ripiegato (forse dopo attenta consulenza zoologica-legale) su «capra»: epiteto che Sgarbi ama ripetere a raffica sulla faccia dei malcapitati che osino contraddirlo. E potrà tranquillamente seguitare a farlo, considerato che la Cassazione ha sancito che «capra» non è termine «atto a ledere l’altrui onore». Insomma, «capra» è poco più di un belante apostrofo tra le parole «t’odio». Non così per «iena»: il destinatario della parolina poco ridens è stato infatti considerato dai giudici valdostani meritevole di un risarcimento di ben 2 mila euro. Se non volete rischiare condanne, in alternativa a «capra», ci sarebbe anche «pachiderma» che il tribunale di Palermo ha ritenuto «termine innocuo, se pure vagamente ispirato alla mole fisica della controparte». Ok, ma se il discorso sul «pachiderma» ha una sua logica, perché allora il tribunale di Messina ha pensato di condannare un uomo che si era permesso di dire «balena» alla suocera?

Ma nelle aule di giustizia anche gli «scarafaggi» non sono uguali per tutti. Tolleranti i tribunali di Ancona, Gubbio, Pescara e Piacenza con chi fa un uso troppo disinvolto del termine «bacarozzo»; molto più severi invece, in tema di «insetti», i giudici di Campobasso, Salerno e Reggio Calabria.

A fare la differenza tra un atteggiamento più o meno soft da parte dei giudici è la giurisprudenza basata sui pronunciamenti della Cassazione che - in tema di ingiurie - ha spesso precisato che «a fare la differenza è il tono e il contesto in cui un determinato termine viene adoperato». Così, se dò del «maiale» a un tifoso avversario (ma lo faccio con il il sorriso sulla bocca) la parola viene «depotenziata della sua carica offensiva»; e quindi, con un buon avvocato, ho buone possibilità di essere assolto. Al contrario, se dò del «maiale» allo stesso tifoso avversario (e lo faccio con gli occhi iniettati di sangue, magari brandendo pure una spranga), ho ottime possibilità di essere condannato. Ma, soprattutto, di finire in ospedale. Meritatamente.

Sentenze stravaganti. Naturalmente, il tutto non deve essere rimbrottato. Per averlo fatto, il Procuratore Generale di Ancona, Gaetano Dragotto, in seguito alle ritorsioni subite lascia la magistratura: «perché combatto contro gli svarioni giudiziari».

Su un blog anonimo metteva alla berlina le sentenze impresentabili. E per un titolo impresentabile il Csm non lo ha confermato procuratore generale di Ancona. A dispetto del parere unanime e altamente positivo inviato al Csm dal consiglio dei colleghi del suo distretto. Per questo Gaetano Dragotto lascia la magistratura. Questione di stile è la motivazione che avrebbe spinto il plenum a silurarlo. A causa di un doppio senso, utilizzato per bacchettare una collega (non nominata) che sbagliava i calcoli delle attenuanti e delle aggravanti regolati dall’articolo 69. Ma lui si difende: «Il blog era riservato a pochi amici. Era anonimo come le sentenze. Virgolettava solo alcune perle. Come la sentenza di un collega della Cassazione sul barista che serve detersivo per lavastoviglie nell’acqua minerale. Stabilisce che se il liquido è puro il barista non è punibile, se diluito sì: per contraffazione. Se il cliente morisse sarebbe omicidio colposo. E il primo presidente della Cassazione e il pg hanno votato contro la mia riconferma», dice, amareggiato, Dragotto.

Contro gli svarioni giudiziari dei colleghi aveva combattuto a lungo, dando anche giudizi negativi in sede di valutazione. «Non avevo ottenuto nulla se non voci di una mia presunta cattiveria. Per difendermi avevo creato quel blog per gli amici. E ridevamo dei pasticci scritti nelle sentenze ». Come quella sulla «prostata salvifica». L’aveva fatta franca un maniaco che aveva mostrato la sua virilità a una bimba ferma in auto con il finestrino aperto, giacché il giudice aveva attribuito l’esibizione alla impossibilità di «trattenersi dall’urinare». Senza domandarsi perché non si fosse allora rivolto verso il muro. Oppure le attenuanti generiche, concesse a un senegalese «perché l'imputato è africano e l'Africa è povera ». O quella nella quale il computo di un terzo della pena di tre mesi faceva sempre tre mesi. E infine quella della giudice che applicava male l’articolo 69. «Lei deve essersi riconosciuta, forse avvertita da qualche collega, si è offesa per il titolo sarcastico e ha avvertito il Csm» racconta Dragotto. Ma la preistruttoria per incompatibilità ambientale a causa della caduta di stile si è subito chiusa. Ed è finita lì.  Da tempo si maceravano nella ricerca dell’autore delle sferzanti battute con cui venivano liquidate condanne e assoluzioni incongruenti, assurde, talvolta al limite della barzelletta. Come definire diversamente quella intitolata: «Il giudice immaginifico»? Spiegava il blogger: «Per motivare una sentenza di condanna, un giudice di chiara fama usa la seguente espressione: “Va rilevato che la narrazione dei fatti fornita da Tizio (la parte offesa) trova sostanziale riscontro nelle oculari, concordi e disinteressate deposizioni testimoniali di Caio (il teste). Quando si dice occhi parlanti...”». 

Al Csm vennero esaminate altre pratiche intestate a Dragotto. La prima: la sua domanda per ottenere l’incarico di avvocato generale dello Stato. Respinta, nonostante il vasto curriculum del pg. La seconda: un’altra candidatura, questa volta alla nomina di presidente di sezione del tribunale di Grosseto. Respinta. La terza: la riconferma quadriennale alla procura generale della Corte d’appello di Ancona.  sappiamo anche questa com’è finita. A questo punto, il blogger in toga sbatte la porta. Lascia la magistratura e avvia le pratiche per la pensione, fra le ostentate manifestazioni di solidarietà di alcuni colleghi e la mascherata esultanza di altri. C’è da scommettere che non sentirà la sua mancanza quel giudice che con una singolare sentenza ha imposto al marito separato l’assegno di mantenimento, oltre che per la moglie, per la figlia morta. E conclude: «C’è chi mi ha consigliato di fare ricorso. Ma come potrei continuare a fare il magistrato con le mani legate dietro la schiena?».

NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. 13 marzo 2008 n. 11251/08) ha stabilito che non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente imputato poi assolto.
I Giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che "in tema di danni provocati dall'attività giudiziaria, l'ordinamento vigente prevede la riparazione del danno, patrimoniale e non patrimoniale, patito per: a) custodia cautelare ingiusta (art. 314 c.p.p.); b) irragionevole durata del processo (legge 24.3.2001 n. 89, c.d. legge Pinto); c) condanna ingiusta accertata in sede di revisione, ovverosia errore giudiziario (art. 643 c.p.p.)". Aggiunge poi la Corte che "non prevede invece alcun indennizzo per una imputazione ingiusta, cioè per una imputazione rivelatasi infondata a seguito di sentenza di assoluzione. Così come ovviamente non consente di duplicare, in sedi processuali diverse, la riparazione dello stesso danno".

GIUSTIZIA NEGATA.RELAZIONE APERTURA ANNO GIUDIZIARIO.

GIUSTIZIA INGIUSTA. ITALIA FANALINO DI CODA NEL MONDO: E' 156/MA SU 181 PAESI NELLA CLASSIFICA INTERNAZIONALE DEL SISTEMA GIUDIZIARIO.

"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".

Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità'''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.

«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»

Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.

Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.

«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»

''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.

“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.

«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»

Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.

Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.

Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.

La Giustizia vista da un alto Magistrato con l’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno.

Martedì 13 ottobre 2009, nuovo palazzo di giustizia, «Torre C», dodicesimo piano, le cinque del pomeriggio. Vincenzo Galgano — procuratore generale della Repubblica, la più alta carica della magistratura inquirente nel distretto di corte d’appello di Napoli — siede sulla stessa sedia che occupava esattamente sei mesi prima, quando una sua dichiarazione («Ci sono pm che perseguono interessi personali») scatenò un terremoto all’interno della Procura e portò all’apertura di un'indagine del Csm. Correva il 14 aprile 2009. E, a dispetto del nome del santo del giorno (Abbondio), il Pg decise di intervenire direttamente nello scontro tra alcuni sostituti e il capo dei pm.

Procuratore generale, iniziamo dalla fine. Cominciamo da quel documento di Magistratura democratica, l’ala di sinistra delle toghe, che ha parla di «anomala situazione processuale scaturita da determinazioni adottate in contrasto con quelle già espresse dalla Procura in relazione ad altre persone attualmente imputate nel dibattimento ». L’ha letto?
«Sì. Toni irritanti. Dichiarazione irragionevole. Fossi in loro lascerei perdere, non gli conviene...».

La sostanza, procuratore. La sostanza, non la forma.
«La sostanza è che i colleghi di Md hanno trascurato di considerare che chi esercita la funzione giudiziaria deve obbedire alla propria professionalità e alla propria coscienza».

Qualcuno sostiene che i magistrati dovrebbero giudicare senza farsi condizionare dalla realtà...
«Qui il ragionamento va sganciato da questo o quel processo, dai singoli magistrati. Ciò premesso, è ora di iniziare a chiarire alcuni punti una volta per tutte». Chiarisca... «La ricerca astratta della perfetta osservanza delle leggi dà luogo a soluzioni dolorose e insoddisfacenti per coloro che ne subiscono le conseguenze, siano essi individui o collettività».

La «perfetta osservanza delle leggi» però è impegno che dovrebbe esser preteso, no?
«Certo, ma se si esaminassero bene le norme, e soprattutto se si applicassero correttamente le regole di interpretazione, queste conseguenze dannose non si dovrebbero verificare». Usa il condizionale... «La ricerca della perfezione spesso si traduce in un errore».

Vuol dire che c’è qualche pm che sbaglia ad applicare le norme?
«Ci sono casi in cui la certezza delle proprie idee diventa fanatismo. E uno degli effetti di questa eccessiva sicurezza è quello di non percepire le opinioni degli altri, di entrare in un meccanismo di irrealtà e di errore, insistendovi».

E come si difende il cittadino da questi pm?
«Il nostro sistema giudiziario è costruito in modo che gli errori vengano corretti, che questi magistrati si scontrino sempre con un muro che li riconduce a ragione. O, almeno, quasi sempre».

È quel «quasi» che preoccupa...
«Il lavoro della Procura costituisce la fase iniziale del procedimento, non quella finale. Ciò non esclude, però, che in questa fase certi magistrati possano creare problemi».

Quali?
«C’è il rischio che il fanatismo di alcuni pm venga strumentalizzato dall’esterno per lotte politiche, campagne di stampa, trame cui la magistratura dovrebbe rimanere estranea. La conseguenza è un enorme danno all’ufficio del pubblico ministero».

Rischiano anche i cittadini?
«Il fanatismo di questi magistrati provoca sofferenze alla gente e alla collettività. È un costo che i cittadini devono pagare all’autonomia della funzione giurisdizionale ».

Scusi, ma il compito di vigilare sull’operato dei pm non spetta a lei?
«Sì».

E che fa?
«Tutto quello che posso, cioè solo segnalare certe condotte al Csm».

E poi?
«Bah. La sezione disciplinare funziona male. Il collegio è troppo numeroso, gravato da un carico eccessivo. E poi subisce gli effetti inevitabili connessi a un sistema organizzativo che ne trascura la terzietà».

Cioè?
«Cioè lì c’è sempre un collega che giudica su un altro collega. Insomma, è gente che fa lo stesso lavoro. E non voglio pensare alla lunghezza delle istruttorie ».

E alla lunghezza dei processi ci vuole pensare?
«Le lungaggini giudiziarie si protraggono al di là di ogni possibile tollerabilità. Colpa dell’indifferenza di chi dovrebbe investire nei servizi giudiziari».

Ci risiamo. Piove, governo ladro?
«No. È anche colpa degli uomini se il sistema non funziona, ed è ora che coloro che vi operano inizino ad assumersi le loro responsabilità».

Ci sarebbero anche i tanti «imputati qualunque» che avrebbero diritto a tempi celeri. Le loro attese sono addebitabili solo al sistema inceppato?
«No. È intollerabile anche l’indifferenza mostrata da gran parte dei magistrati per i tempi della loro attività. Questo è un aspetto della professionalità che trovo peggiorato».

Ingegni a parte, pensa che i magistrati di oggi siano meno bravi di quelli di ieri?
«Il calo di qualità non è né inferiore né superiore a quello di tutti gli ambienti professionali. Però c’è stato, anche se compensato da alcune eccellenze. È la storia del nostro Paese, del Sud in particolare. Gli altri hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma 90 asini».

DATI MINISTERO DELL'INTERNO. REATI: 3 MILIONI L'ANNO; 333 REATI ALL'ORA; 5 OGNI CENTO ABITANTI.

Nel complesso l'aumento si può definire "contenuto" e il traguardo dei tre milioni era atteso. Ma il problema criminalità resta all'ordine del giorno – tra insicurezza "percepita", episodi di cronaca "effettivi" e allarmi continui. L'ultimo – sull'incertezza delle pene che vanificherebbe «gli sforzi della magistratura e delle Forze di polizia» – l'ha lanciato venerdì scorso al Senato il capo della Polizia Antonio Manganelli. Qualche indicazione concreta sulla situazione e sui trend più recenti può venire dai dati forniti dal ministero dell'Interno – ed elaborati dal Sole 24 Ore del lunedì – che parlano di un bilancio 2007 di 2,9 milioni di reati denunciati, circa 143mila in più rispetto al 2006 (+5,15%), quasi 8mila al giorno o 333 ogni ora.

Rapportando il dato ai 59,2 milioni di italiani, si ottiene una media di 4.900 delitti ogni centomila abitanti: su ogni cento abitanti graverebbero insomma 4,9 crimini (appena un paio di decimi in più rispetto al 2006). Se quindi, considerando l'attività criminale in generale, il quadro non si presenta molto movimentato, luci e ombre emergono da un'analisi più dettagliata, scendendo cioè nelle principali tipologie (si veda la pagina a fianco) e nelle performance territoriali.

DATI ISTAT. RAPPORTO TRA LE DENUNCE E LE CONDANNE: L'8%

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

DENUNCE FORZE DELL'ORDINE TOTALE AUTORI IGNOTI AUTORI NOTI    
  2.456.887 1.840.209 616.678    
TOTALE CONDANNE 198.263        
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 8%        

 

RAPPORTO EURISPES: ITALIANI SFIDUCIATI NON DENUNCIANO IL 31 % DEI REATI.

Sicurezza: si stima che il bilancio dei crimini stia per raggiungere quota tre milioni, un vero e proprio record. Nel 30,6% dei casi gli italiani, pur essendo stati vittima di reati, hanno preferito non denunciare l'accaduto agli organi competenti. Il 42,4% degli italiani ha installato un allarme antifurto in macchina, mentre il 33,3% ha preferito montarne uno a difesa della propria casa. Dati allarmanti, che segnalano un preoccupante senso di sfiducia nelle istituzioni ed un aumento della voglia del tutelarsi in proprio.

RAPPORTO EURISPES: 7 PROCESSI PENALI SU 10 SONO RINVIATI.

Ogni giorno, in Italia, si rinviano 7 processi penali su dieci. Vuoi perché manca l’imputato o perché non ci sono aule dove celebrarli. A volte non si trovano i fascicoli dei procedimenti, altre volte mancano il giudice o il pubblico ministero, mentre in altri casi serve prendere tempo per generiche “esigenze difensive” o per consentire all’avvocato di seguire un’udienza di un’altra causa, che si svolge in contemporanea. E non mancano, poi, gli errori nelle notifiche degli atti processuali o l’elevato numero di udienze in una sola giornata che rende impossibile seguirle tutte o, più banalmente, l’assenza dell’interprete o del perito, senza i quali non si può svolgere alcuna attività.

Basta questo per dire che l’istantanea sulla giustizia italiana è a tinte fosche. E gli elementi sono contenuti in un’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione camere penali.

L’osservazione svolta riguarda 12.918 schede, ognuna delle quali corrisponde ad un processo penale monitorato. Si va in ordine alfabetico, da Ancona a Venezia, passando per Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese.

Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia.

Dalla rilevazione è emerso, come dato generale, che la durata media della trattazione di un processo in udienza è di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al giudice monocratico e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al collegio.

Perché si rinviano ogni giorno 7 processi su dieci?

L’analisi delle ragioni di rinvio dei processi (69,3% sul totale) distingue tra cause di rinvio di carattere generale, che riguardano la totalità dei processi monitorati, e cause di rinvio proprie dell’istruttoria dibattimentale, che rilevano ciò che accade oltre la fase preliminare della udienza, quando tutto è pronto per lo svolgimento (parziale o conclusivo) della istruttoria dibattimentale (esame testi e consulenti, svolgimento di perizie ed esperimenti giudiziali, esame dell’imputato e delle parti offese, confronti).

Il legittimo impedimento dell’imputato determina il rinvio del 2,6% dei processi.

Non di molto superiore (5%) la percentuale dei rinvii dovuti al legittimo impedimento del difensore.

I rinvii “per esigenze difensive”, che non derivano da norme processuali che li legittimino e li impongano al giudice, quanto piuttosto determinati da necessità processuali contingenti, rappresentano il 6,6% del totale.

Significativamente alta invece la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici, 6,8% (si tratta di ragioni quali, ad esempio: indisponibilità dell’aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell’interprete di lingua straniera, ma anche, con frequenza tutt’altro che marginale, per mancanza del fascicolo del pm e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento).

Dal rapporto emerge, poi, come funzionino ancora poco i riti cosiddetti alternativi al giudizio ordinario, in particolare rito abbreviato e patteggiamento.

Nel 90% dei casi monitorati, infatti, il dibattimento si svolge nelle forme del rito ordinario, mentre solo nel 5,4% dei casi con il rito abbreviato e nel 4% con il patteggiamento.

Nell’indagine si evidenzia così l’alto numero di rinvii, i cui tempi sono in media di 139 giorni per processi davanti al giudice monocratico e di 117 per quelli dibattuti in aula collegiale.

Già nella fase preliminare dell’udienza dibattimentale, prima ancora che si proceda alle richieste di ammissione delle prove da parte di accusa e difesa, il 47,4% dei processi fissati per l'inizio del dibattimento viene rinviato.

Inoltre, notevole è la percentuale (27%) dei rinvii dei processi in prima udienza per questioni preliminari e ammissione delle prove.

E ancora: il 54% dei procedimenti fissati per lo svolgimento dell’istruttoria dibattimentale viene rinviato senza lo svolgimento di alcuna attività, perché l'atto della citazione del testimone o è stato del tutto omesso o è stato effettuato in modo errato.

Enorme (39,2%) la percentuale delle udienze rinviate per assenza dei testi citati dal pm, mentre i rinvii per prosecuzione dell’istruttoria sono il 32,7% del totale.

In quasi il 40% dei casi il teste che, pur citato, non compare, appartiene alla polizia giudiziaria.

Solo in una minoranza dei casi (11,2%) il giudice ha applicato la sanzione della multa al teste assente o ne ha disposto l'accompagnamento coattivo (11,7%).

Leggermente differente la situazione se il teste è citato dalla difesa: per lui la sanzione è stata irrogata nel 16,7% dei casi e nel 16% c’è stato l’accompagnamento coattivo.

Sul totale dei processi che si concludono con la pronuncia di una sentenza (29,5%), nel 60,6% dei casi si tratta di condanna, nel 21,9% di assoluzione e nel 14,9% di estinzione del reato (tra i casi di estinzione, il 45,5% è avvenuto per prescrizione, il 32,8% per remissione di querela, l'8,6% per oblazione).

I processi con un solo imputato rappresentano il 77,5% del campione.

Un peso marginale sui rinvii hanno i provvedimenti con i quali il giudice del dibattimento rimette gli atti al pubblico ministero (1,7%) per ragioni processuali.

Nel 75,3% dei casi questo è determinato dalla nullità della citazione diretta a giudizio e nel 24,7% dalla nullità del decreto che dispone il giudizio.

Ininfluente, invece, sulla durata dei procedimenti, appare il problema del consenso alla lettura degli atti in caso di mutamento del giudice in corso di causa: il diniego del consenso da parte del difensore di fiducia si verifica in poco meno del 30% dei casi e i difensori d'ufficio prestano il loro consenso in più di 9 casi su 10. Il legittimo impedimento dell'imputato determina il rinvio del 2,6% dei processi (5% è rinviato per impedimento del difensore): alta invece è l'incidenza (12,4%) del rinvio per assenza del giudice titolare, mentre quella per carico del ruolo si attesta al 3,1%. Molti rinvii avvengono per omessa o irregolare notifica all'imputato (9,4%), alla persona offesa (1,3%) o al difensore (0,9%).

La crisi strutturale del processo penale, secondo quanto emerge dal dossier, non salva nessuna area del Paese: l'80% dei processi al Sud viene rinviato (contro il 60% circa al Nord e il 70,5% al centro), ma il 'costo' di ogni rinvio in termini di tempo medio intercorrente tra un'udienza e l’altra è più alto nelle regione del Centro (163 giorni, contro i 152 registrati al Sud e i 146 del Nord Ovest). L’assenza del giudice titolare è una causa marginale di rinvio al Nord-Ovest (3,8%) mentre è assolutamente rilevante al Sud (29,1%).

La maglia nera per l'omessa od errata notifica all'imputato va invece agli uffici giudiziari del Nord Ovest (12,6% contro il 10% del Sud). Sintomatica, infine, è la forte prevalenza dell’estinzione del reato dove i processi hanno tempi di definizione più lunghi (nettamente il Sud peninsulare con il 21,8%) posto che proprio la prescrizione dei reati ne è la causa prevalente.

RAPPORTO EURISPES. 10 MILIONI DI PROCESSI PENDENTI: 4 CIVILI, 6 PENALI.

DURATA: 4-8 ANNI PER IL CIVILE; 4-6 ANNI PER IL PENALE.

"L'Italia delle Regole" lascia il passo "all'Italia dei Furbi" e "lo scenario si fa cupo: uno scempio quotidiano di diritti e legalità, un processo farraginoso ed incomprensibile, con costi e tempi che generano sfiducia e insicurezza". Questa la sintesi dell'Eurispes sul capitolo Giustizia/Legalità del "Rapporto Italia 2008".

Il sistema giustizia? Quasi un percorso ad ostacoli!

Ci si deve scontrare infatti con la durata dei processi civili e penali (4-8 anni per il civile; 4-6 per il penale). Eppure il rapporto tra magistrati e abitanti (un giudice ogni 900 e un Pm ogni 25.000) rimane nella media europea. Nel 2004, senza che la situazione sia in seguito migliorata, i processi pendenti erano circa 9 milioni di cui 3,5 mln civili e 5,5 mln penali. Le carceri poi sono sempre più piene, dal 1990 al 2006, in poco più di quindici anni, si è passati da 25 mila a 63 mila presenze. "Una discarica sociale" secondo l'Eurispes. Il 33% dei detenuti è straniero e il 27 tossicodipendente. Le persone in carcere per droga sono il 15%; quelli per reati contro il patrimonio il 31; quelli per i reati contro la persona il 15%. Marginali sono le aliquote riguardanti delitti come l' associazione mafiosa (3%) e infinitesimali quelli per i reati dei 'colletti bianchi', conferma della compresenza di due codici distinti.

DATI MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, DIPARTIMENTO PENITENZIARIO. CARCERE: ICONA DELL'INGIUSTIZIA.

PARLIAMO DI CANILI UMANI DI STATO. CANILE DI STATO. QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI.

L'INCHIESTA ITALIANA: “Così i reati più piccoli fanno esplodere il carcere”. Di Enrico Bellavia e Piero Colaprico su La Repubblica.

C'è chi viene arrestato per aver rubato una lattina di birra e chi per aver buttato segatura in un cassonetto. In cella meno di 48 ore, in condizioni disperate. Quattro detenuti su 10 non hanno precedenti penali. A chi serve il "carcere breve"? Chi si ricorda l'indulto?  Quanto costa questa macchina infernale? E quali sono i rimedi proposti dal governo per uscire dall'incubo della bolgia? A ognuno di noi sembra molto ma molto difficile, se ci si comporta più o meno bene, entrare in carcere, in questa Italia. Anzi sembra che nei duecento "istituti di pena" non ci entri nemmeno chi "se lo merita". Ma non è così. Dall'Unità d'Italia a oggi, nei 170 anni di storia italiana, non si sono mai registrati così tanti detenuti nelle nostre carceri. L'ultimo conteggio ufficiale del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, parla di 68.527 detenuti (ma sarebbero già 69.500), tra i quali 3mila donne. Di queste, sessantuno hanno i figli in cella. Rispetto ai 44.568 posti effettivamente disponibili, i detenuti sono circa 25mila in più. Un terzo non è nato da noi: sono stranieri, con in testa marocchini e algerini, due terzi dei detenuti sono italiani. Da dove nascono le cifre del record? Per quale "irragionevole ragione" la popolazione carceraria è così alta, appena quattro anni dopo l'indulto voluto dall'allora ministro Clemente Mastella? E se i reati, come assicura il ministero degli Interni Roberto Maroni, sono "complessivamente in calo", com'è possibile un incremento così ansiogeno?

LE PORTE GIREVOLI
In televisione "passano" gli arresti dei latitanti, quest'ondata infinita di catture improvvise, che sommerge boss e gregari anzianotti, reduci dei vecchi eserciti mafiosi in rotta. Ma nelle celle vanno ben altri. Per esempio, ci va un calciatore, delle giovanili della Juventus. E perché? Nella Chivasso dell'ultimo ferragosto incrocia una pattuglia dei vigili e vola qualche parola di troppo. E anche se l'arresto per resistenza a pubblico ufficiale è facoltativo, D. B., classe 1988, finisce dentro. Due giorni alle Vallette, sulle brandine sovraffollate, per ricomparire in tribunale il 16 agosto. Con il suo taglio di capelli scolpito, il fisico perfetto e la maglietta alla moda spicca tra gli stranieri e i "borderline" delle direttissime: viene scarcerato, ma due giorni se li è fatti. Cambiamo regione e professione: Felice e Salvatore sono due operai di Bagheria, hanno 28 anni, non hanno mai avuto un guaio con la giustizia, finché un giorno buttano in un cassonetto della segatura di legno. Lo avevano sempre fatto, alla fine del turno in falegnameria. Ma era appena cambiata la norma, rimasero tre giorni dentro. Qualche anno fa, e ancora ne ridono, entrò a San Vittore un diciottenne che non s'era fermato all'alt nella zona della stazione Centrale ed era scappato con lo skate-board. E a Reggio Emilia, solo quindici giorni fa, è stato messo in cella uno che aveva rubato una lattina di birra. É il reato che manco si sa di commettere a rendere il carcere una bolgia. Sono soprattutto i "pesci piccoli"  -  questa è la gran verità, omessa nei discorsi ufficiali sulla sicurezza e la giustizia  -  che rendono le carceri simili a una tonnara nei giorni della mattanza. E chi si occupa di detenuti accusa del disastro soprattutto le "porte girevoli": è stato ribattezzato in questo modo il vortice d'ingressi (che si potrebbero evitare) e di repentine uscite. Come il calciatore, i falegnami e il ladro della lattina. I "nuovi rei", ossia le persone che entrano in carcere per la prima volta, sono 32mila. Uomini e donne, con famiglie, con affetti, che vengono presi, perquisiti, spogliati, che ricevono dalla polizia penitenziaria gli "effetti letterecci" per dormire sulle brande. Vengono infilati in celle già affollatissime e ci restano, con le nuove, sconosciute e obbligatorie compagnie, non si sa quanto gradevoli, per quarantott'ore. E poi, ancora sporchi dell'inchiostro delle impronte digitali all'ufficio matricola, e con le stringhe da allacciare, ricevono tanti saluti: possono tornare a casa. In Lombardia, il provveditore regionale Luigi Pagano ha calcolato che, nelle due principali case circondariali, Milano e Brescia, la percentuale dei detenuti che "esce nel giro di una settimana varia dal cinquanta al sessanta per cento. A volte arriva uno alle 12 e alle 14 esce". Mentre il nostro governo si dedica anima e corpo al cosiddetto lodo Alfano e al "processo breve", a chi e a che cosa serve questo "carcere breve"? Non c'è una risposta che sia una. Ma è stato calcolato che quattro persone comuni su dieci, la cui fedina penale era pulita, e che se la potevano cavare con una denuncia a piede libero, incontrano il sistema penale italiano: meglio, ci sbattono contro. Una parte molto cospicua di questo "entra ed esci" riguarda quelli che vengono anche definiti "reati apparenti", e cioè reati in cui manca la vittima. È il reato principe degli immigrati clandestini, come Frank: era un habitué dei portici di Palermo, ha collezionato un arresto ogni due settimane per mesi ("non ottemperava al decreto d'espulsione") fino a quando è riuscito a far perdere le proprie tracce. Quello cui si sta assistendo  -  parlano i fatti  -  è un "repulisti" di poveracci, di stranieri e di tossici, messi nella "discarica" del carcere (sono tutte parole pronunciate nei convegni). Se questo può forse corrispondere a una precisa logica "d'ordine" (ordine almeno apparente, da immagine televisiva e non da strada), il problema non cambia. Il reato piccolo piccolo è in agguato per chiunque: Antonio è un odontotecnico, è stato accusato di un furto di corrente elettrica, si era dichiarato innocente, ma non ha avuto possibilità di difesa, giacché il tecnico dell'Enel aveva portato via il contatore. Quattro giorni di prigione e poi via di corsa a patteggiare, "pur di tornarmene fuori", dice. Qual è la "colpa principale" per quasi la stragrande maggioranza dei detenuti italiani? Sono i "reati contro il patrimonio": furti e borseggi. Poi c'è il piccolo spaccio. Molto impegnati nel "turn over" della giustizia sono i tossicomani, arrestati per possesso di droga sul cui uso, personale o per vendita, deve pronunziarsi il magistrato. Ben il 30 per cento dei detenuti è consumatore di droga (e molti sono affetti da epatite C) e dovreste stare in comunità (ma non c'è posto). Per omissione di soccorso, ingiuria e diffamazione finisce dentro il 15 per cento. In fondo alla classifica dei detenuti, ecco i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione (3,4) e contro l'amministrazione della giustizia (2,9%).

LE MISURE DELLA TORTURA
E i "cattivi" veri? A conti fatti, solo tre detenuti su dieci  -  attenzione  -  si sono macchiati o sono sospettati di crimini violenti. Più paradossale il tema dei "mafiosi in galera": intere fette di territorio sono in mano ai clan, ma in carcere non arrivano a seimila detenuti. E, tra questi, è il 10 per cento che sconta il famoso o famigerato 41 bis, ossia il carcere durissimo. Quanti? Presto detto: 267 camorristi, 210 esponenti di Cosa nostra, 114 affiliati alla 'ndrangheta. Una goccia nel mare. Vale la pena di ricordare che era il 2006 e con l'indulto avvenne "l'esodo dei 23mila". Ma adesso "tutte le Regioni italiane hanno abbondantemente superato la capienza regolamentare", come denuncia il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe. Al Nord non si sta meglio che al Sud. Il top? È in Emilia Romagna: capienza totale 2393, numero dei reclusi oltre 4.400. "In percentuale è il 198 per cento, un dato cronico e destinato a superare ogni limite in Italia", dice Franco Maisto, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. "Siamo in un frenetico e imperdonabile immobilismo, "si fa si fa", dicono, e non si fa mai niente in nessuna direzione. Né aumentano i posti letto, né esce la gente". "Detenuto in attesa di giudizio" è il titolo di un vecchio film, con Alberto Sordi protagonista. Raccontava di un innocente che finiva in carcere. Negli anni dell'inchiesta milanese "Mani pulite", quando a entrare in cella erano politici, finanzieri, imprenditori, molti giuravano: "Mai più, bisogna cambiare le carceri". Comunque la si pensi sul "pugno duro", sul "giustizialismo" o sul "garantismo", il dato è angoscioso: il 43 per cento degli attuali detenuti è in attesa di giudizio. Dietro le sbarre, dove qualche gangster resiste ancora, e non mancano i balordi, tra tossici e clandestini, gravitano oggi 30mila detenuti senza una condanna definitiva. E  -  attenzione  -  la metà di questi "non definitivi", e dunque almeno quindicimila, sarà  -  la stima è dell'associazione Ristretti Orizzonti  -  assolta. In Europa, siamo un caso unico. È grazie a questo paranoico stato delle cose che in cento posti-branda sono ammassate  -  per statistica  -  152 persone. Soltanto in Bulgaria il tasso di affollamento delle carceri è maggiore (155), mentre la media europea è di 107 detenuti ogni 100 posti. I letti a castello arrivano a tre, quattro piani, la testa di chi dorme è a 50 centimetri dal soffitto. Spesso lo spazio vitale del detenuto è molto al di sotto dello standard dei 3 metri quadrati che sono "la misura della tortura". Il coefficiente, in molte carceri dell'Italia del G8, è del 2,66 periodico: un coefficiente accettabile solo tra innamorati. Caltagirone, in provincia di Catania, è al primo posto per l'indice di sovraffollamento: ospita 302 persone invece delle 75 previste. Lo segue un altro carcere siciliano, Mistretta (Messina), con l'indice al 175 per cento. E la Uil penitenziari fa notare anche il caso di Busto Arsizio (Varese), non enorme, ma con gli arresti dell'aeroporto internazionale della Malpensa, "è pieno come un uovo".  Si sta un po' più larghi a Poggioreale: il carcere di Napoli ha una capienza di 1.658 persone, è arrivato a 2.801, numero che lo rende in termini assoluti quello più popolato d'Europa. Sommando tutti i numeri dei detenuti europei, fa effetto scoprire che uno su quattro si trova in Italia.

L'EXPLOIT DEI COSTI
Ma quanto costa questa macchina infernale? E che rimedi propongono dal governo? Ogni detenuto costa allo Stato come se alloggiasse in un hotel quattro stelle: 113,04 euro. È questa la cifra media che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, indica come costo giornaliero di un detenuto. In totale fanno 2,7 miliardi di euro. La cifra, non certo bassa, viene considerata ben al di sotto del necessario dagli operatori. L'associazione Antigone, che diffonderà un suo dossier sulle carceri, ha calcolato che se si arrivasse alla cifra dei 44 mila detenuti previsti nelle tabelle, si risparmierebbero 1,5 miliardi di euro. Non mancano neppure sprechi "classici": come le nuove manette acquistate in confezione da cinque per le quali però, stando a un sindacato, ci sono solo due coppie di chiavi. Gli agenti sono 39mila contro i 45 mila dell'organico. E seimila assenze pesano: nella sezione femminile del carcere pesarese Villa Fastiggi hanno dovuto lavorare anche agenti maschi, con sconcerto generale. Anche perché, nel gennaio scorso, il ministro Angiolino Alfano, in un incontro con i sindacati della polizia penitenziaria, aveva rassicurato tutti. Come? Annunciando diciotto nuove carceri, di cui dieci "flessibili". E garantendo  -  parole sue  -  le "tanto agognate 2mila unità". Risultato reale?
I "Baschi azzurri" della polizia penitenziaria fanno le scorte. Ma  -  chiedono da qualche tempo  -  ha senso organizzare trasferte "di almeno tre uomini" non per i mafiosi, ma per chi sta per essere rilasciato? "Partiamo in tre con il cellulare  -  è il racconto concreto  -  per trasportare in un'altra regione qualcuno che va ai domiciliari, lo salutiamo e lo lasciamo libero anche... di evadere", protestano. È anche successo che, durante un trasferimento, il furgone cellulare si sia fermato: siccome si taglia su tutto, nel serbatoio non c'era più benzina.

Un crimine contro l'umanità. Se facessimo provare ai nostri Parlamentari la stessa sorte toccata spesso anche a poveri innocenti, ossia essere rinchiusi in spazi ristretti, in tanti, in estate con 40°, a convivere con l'intolleranza, la puzza di sudore e degli urinatoi ??

Intervento di Adriano Sofri su Ristretti. Sul sito di Repubblica c’era il resoconto di una visita ispettiva di parlamentari radicali e volontari di Ristretti Orizzonti e del Garante dei detenuti all’Ucciardone. La visita aveva preso le mosse dalla lettera di un detenuto a Riccardo Arena: “Cara Radiocarcere, sono un detenuto dell’Ucciardone e quando sono entrato qui dentro sono stato nel canile”. Ovvero una gabbietta, larga un metro e alta due, dove stai chiuso in piedi per ore, qualcuno anche per giorni, io ci sono stato 10 ore. È stato terribile. Vomitavo, facevo i bisogni e piangevo. Ma nessuno è venuto a vedere come stavo... Dopo il canile mi hanno portato in uno stanzone pieno zeppo di detenuti. Lì c’era gente malata di mente, stranieri, tossicodipendenti in crisi d’astinenza, malati d’Aids. Dopo circa un mese mi hanno portato in quella che sarebbe diventata la mia cella e mi son detto: il peggio è passato! E invece mi sbagliavo, l’inferno vero all’Ucciardone iniziava lì”. I visitatori hanno trovato il canile e le gabbie. “Il giorno dell’ispezione dentro c’era un ragazzo - ha detto l’on. Rita Bernardini - ma quando ho fatto per chiedergli da quanto tempo fosse lì dentro, di fatto mi è stato impedito”. Ecco, i giornali davano brevissima notizia del suicidio del provveditore calabrese alle carceri, in vacanza a Tropea, era indagato per “abuso d’ufficio e minacce a un direttore di carcere”, si proclamava innocente: aveva il porto d’armi, si è sparato con la sua pistola. Ancora, a Catania, si è ammazzato un detenuto di 39 anni - il nome non importa, solo il numero ordinale, era il trentottesimo: si è reciso la carotide con una lametta da barba. Chissà come se l’era procurata, una lametta da barba.

Considerazione di Filippo Facci su Libero. Penso che Libero, nei giorni in cui i Radicali tornano a ispezionare le carceri per denunciarne le vergognose condizioni, sia una buona sede per ospitare una proposta cosiddetta provocatoria. Dunque. Gli istituti di pena italiani sono realmente da Terzo mondo e brutalizzano circa 70mila persone: siamo al record dei suicidi. Nessun governo vuol rischiare la lapidazione proponendo indulti (come nel 2006, ministero Prodi) e tantomeno vuol mai metterci soldi, perché il costruire galere non porta voti; tantomeno porta voti il proporre misure alternative per chi abbia quasi finito di scontare la pena. Si teme che l’elettorato possa dire: ecco, c’è la crisi e loro spendono per i galeotti: anche perché la stragrande maggioranza degli eletti ed elettori di centrodestra, io credo, considera il carcere come una punizione o un impedimento fisico a delinquere: per questo guardano con antipatia le semilibertà e le condizionali e i permessi premio eccetera. Bene. Calcolando che la funzione ufficiale del carcere sarebbe tuttavia un’altra, ecco, a questo punto ditelo: vogliamo abrogare l’articolo 27 della Costituzione, quello secondo il quale le pene «non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Ditelo, lettori ed elettori. Ditelo, politici e parlamentari che anche a loro nome, per le carceri, non fate assolutamente nulla.

Da “Il Messaggero” una testimonianza degli agenti di Polizia. Una passerella sotto i riflettori mediatici. Viene vista così l’abituale visita di Ferragosto dei parlamentari ai detenuti. Quest’anno tra senatori, deputati e amministratori locali saranno 200. E il giorno dopo la tremenda situazione dei reclusi è immutata. “I politici nelle carceri a Ferragosto sono come i cantanti a Sanremo - accusa Mimmo Nicotra, vicesegretario dell’Osapp, il sindacato autonomo di Polizia. Una moda che aggrava ulteriormente le già precarie condizioni degli agenti, costretti a rinforzare i servizi per fare bella figura, proprio nel momento in cui il personale, già fortemente carente, fruisce delle ferie”. Sintomo che il clima è surriscaldato, le morti arrivano ormai con drammatica cadenza. Due, tre, quattro al mese. Da ogni parte d’Italia. “Scandali” che colpiscono per qualche ora. Poi vengono archiviati. Riccardo Greco, impiccandosi nel carcere romano di Rebibbia, ha fatto segnare quota 41 alla conta dei suicidi in 6 mesi (35 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), 14 solo dall’inizio di giugno, secondo i dati dell’associazione Ristretti Orizzonti. In totale, tra malattie e cause da accertare, si arriva nell’ultimo anno a 113 decessi. Dal 2000 i morti di carcere sono stati 1.711, di cui 597 per suicidio. Senza contare le decine di tentativi sventati come a Genova, Piacenza, Locri o Rovereto. Si muore di stenti, di violenza, di abbandono. Si muore in celle di 2 metri x 2 condivise con 5 compagni. In compagnia di topi e scarafaggi. In attesa di un colloquio di un educatore che arriva dopo 7 mesi. Si muore soffocati da un’estate che non dà tregua. Che ha trasformato in forni migliaia di prigioni lungo la penisola, da un sovraffollamento che ha dell’inverosimile. Ben 69 mila detenuti rinchiusi in strutture che potrebbero contenerne solo 44 mila. Con un incremento mensile di circa mille unità. La metà (37 mila) in attesa di condanna definitiva (quindi presunti innocenti). 12 mila 500 stranieri. E un’endemica carenza di personale che non garantisce più la sicurezza all’interno, 6.500 in meno agenti rispetto alla normale pianta organica.

Il dramma, però, è anche per gli agenti penitenziari. La CISL Milano denuncia: sono 64 gli agenti di Polizia penitenziaria che si sono tolti la vita in 10 anni. I dati sono stati diffusi dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).“E’ certo che l’amministrazione  penitenziaria  non può restare inerte di fronte al drammatico fenomeno dei suicidi che, negli ultimi mesi, si sono verificati tra gli appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria" ha affermato il capo del Dap, Ettore Ferrara, nel corso dell’incontro che si è tenuto con le organizzazioni sindacali per discutere della particolare situazione di disagio vissuta dagli appartenenti alla Polizia penitenziaria. Era presente il ministro della Giustizia, che ha voluto sottolineare l’attenzione al problema. I suicidi si sono verificati  sia al nord che al sud, ma raramente all’interno della sede di servizio: dal 2006 ad oggi solo 1 caso su 13. Le cause, secondo quanto riferito dal Dipartimento, sono legate soprattutto a problemi finanziari, sentimentali, dolore per la perdita di un familiare, preoccupazione per una diagnosi infausta. Insomma personali. Tuttavia, sottolinea il Dap, “sembrerebbe emergere che i recenti episodi di suicidi di appartenenti alla Polizia penitenziaria, benchè verosimilmente indotti dalle ragioni più varie e comunque strettamente personali, sono, in taluni casi, le manifestazioni più drammatiche e dolorose di un disagio derivante da un lavoro difficile e carico di tensioni. Un disagio, peraltro, significativamente comune a tutte le forze di Polizia”.

Dall'analisi complessiva del "pianeta carcere", compiuta in questi anni dagli eletti Radicali con visite sistematiche negli Istituti di Pena, emerge la fotografia di una situazione di vero e proprio sfascio di legalità.

Popolazione detenuta in Italia è cresciuta egli ultimi dieci anni dell’80%. A fronte di spazi e strutture rimasti sostanzialmente invariati. E quindi sempre più invivibili. Ci sono detenuti stipati in posti in cui si fa una sadica economia dello spazio: a Poggioreale dovrebbero essere in 1308, ma ci stanno in più di 2.200. Per lo più stranieri. E le cose non vanno meglio a Regina Cœli, San Vittore e negli altri istituti “metropolitani”. Ci sono quelli che stanno in edifici vincolati dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici, in stabili costruiti nel ‘700 - ‘800, decadenti e privi di spazi si socialità, di aree verdi e di qualunque struttura sportiva. Posti in cui anche l’aria sembra vecchia. Ci sono quelli che stanno nelle carceri più nuove: quelle che hanno fatto la fortuna di progettisti e architetti che potremmo definire “sperimentali”. A Padova “Due Palazzi” la pavimentazione non è mai stata finita e pochi anni dopo l’inaugurazione è stato necessario rifare l’intero sistema idraulico in quanto completamente marcito. Ad Asti i consiglieri regionali radicali del Piemonte hanno denunciato che il carcere costruito nel 1990 non è mai stato allacciato alla rete idrica: l’acqua è prelevata grazie a dei pozzi artesiani da una falda molto calcarea che danneggia tubature e caldaie…quindi docce, celle e cibo freddi. A Catania non solo non fa freddo, ma non esiste neppure il problema dell’acqua, che non c’è. Semplicemente. Mentre a Vicenza le sbarre affondano in una zona paludosa, con fognature intasate, sangue di zanzare sulle pareti e pioggia in biblioteca. Poi ci sono quelli che vivono nelle cosiddette “carceri d’oro”, costate miliardi di lire ai contribuenti degli anni ’80, progettate per fronteggiare l’emergenza terrorista, ma costruite ed aperte con qualche anno di ritardo sulla tabella di marcia della Storia. La priorità è data alla sicurezza, a scapito della vivibilità. Lontane dai centri abitati e mal servite dai mezzi pubblici. Eppure tutte le carceri hanno qualcosa in comune: hanno tutte (o quasi) bagno e cucina nello stesso locale; cambio lenzuola ogni 15 giorni; cesso alla turca o water separato dagli sguardi e dalla vita degli altri da un muretto alto appena un metro e poi decadenza e decrepitudine.

Tutte le carceri pugliesi vanno chiuse, «sono fuori legge». È quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, alle luce delle visite effettuate negli istituti penitenziari della regione per verificare le condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria.

«La situazione di degrado delle condizioni igienico-sanitarie dovuta alla fatiscenza delle strutture carcerarie – si legge in una nota firmata da Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe – è stata aggravata dal grave sovraffollamento dei detenuti che ormai ha superato la popolazione detenuta prima dell’indulto, con circa 3600 detenuti, di cui 600 stranieri». Per questo motivo, il sindacato ha inviato alle Asl competenti una richiesta di intervento ai sensi dell’art.11 della legge 345/75 e successive modificazioni che prevede che «il medico provinciale (ora Asl) visiti almeno due volte l’anno gli istituti di prevenzione e di pena allo scopo di accertare lo stato igienico-sanitario, l’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario e le condizioni igieniche e sanitarie dei ristretti negli istituti» e riferisca «sulle visite compiute e sui provvedimenti da adottare al ministero della sanità e a quello di grazia e giustizia informando i competenti uffici regionali e il magistrato di sorveglianza».

Se le cose «non cambieranno – continua la nota - interverrà la magistratura ordinaria a cui nei giorni scorsi abbiamo trasmesso per conoscenza una dettagliata relazione informando della situazione anche il magistrato di sorveglianza, l’ispettorato del lavoro, il presidente della regione, i presidenti delle province, i sindaci interessati». L'attuale situazione, infatti, secondo il sindacato, «oltre ad andare contro alcune leggi costituzionali ed ordinarie che dovrebbero tutelare i lavoratori nonché la popolazione detenuta, ne offende la dignità». Durante le sue visite nei penitenziari pugliesi, il Sappe afferma di aver trovato stanze di 1,5 x 3 metri che ospitano fino a 5 detenuti, stanze per 3 posti con 7 detenuti senza acqua, cubicoli stretti e maleodoranti con il bagno a vista, sezioni detentive in cui cadono pezzi di intonaco, muri scrostati, precaria assistenza sanitaria, mancanza di medicinali, cucine fuori legge, sezioni detentive scarsamente illuminate che emanano cattivi odori dovuti all’umidità, al fumo, al cibo, nonché detenuti affetti da diverse patologie, che vivono in maniera promiscua, mancando letti, materassi, lenzuola e coperte.

Stefano Cucchi, arrestato perché deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato.

I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un’orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».

Purtroppo Stefano non è da solo a morire di carcere. Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall’Associazione Contro Tutte le Mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di cui 56 per suicidio.

Le condizioni inumane della vita carceraria, ovvero la consapevolezza di essere innocente, spinge chi, spesso è un povero cristo senza sponsor e senza difesa, a scegliere la via più breve verso la libertà. Tutto questo nell’indifferenza di chi addita in altri le proprie colpe o collusioni.

Sui network nazionali spesso si fanno battaglie per i canili lager, per difendere i diritti degli animali. Ma un’informazione foraggiata e politicizzata si dimentica di illuminare le nefandezze perpetrate dal sistema sugli umani. Così come non si capisce il silenzio o la diplomazia delle associazioni tematiche.

Gli ultimi dati ministeriali disponibili ci parlano di 64.595 detenuti, a fronte di una capienza sui 205 istituti di 43.186 unità. Ben 21.409 detenuti in più stipati uno sull’altro, come cavie.

Il dato allarmante, che mette all’indice il sistema giudiziario, è che solo il 48,5 % di questi ha subìto condanna (31.363). Il resto, si badi bene, è formato da persone presunte innocenti (33.232)!!

Ma un dato salta agli occhi. Se da un lato gli italiani in carcere presunti innocenti sono il 47 %, per gli stranieri il dato balza al 58 %.

Indigenza è sinonimo di difesa inadeguata, quindi il parallelismo: povero = colpevole.

Ai ben pensanti, giustizialisti e garantisti a senso unico, è bene rammentare un fatto: uno stato di diritto ad elevata civiltà giuridica deve pretendere “pena certa e riabilitativa in giusto processo”.

Solo così si può dare rispetto a quelle istituzioni che lo pretendono senza meritarlo.

"Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra il comandante delle guardie del penitenziario e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.

Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.

In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano.

Abusi e violenze sui detenuti, un dossier infinito…

Oltre al G8, i casi più eclatanti e "politici" sono il pestaggio nel carcere San Sebastiano di Sassari nel 2000, le botte e gli inni fascisti al Global forum di Napoli nel 2001. In entrambi i casi governava il centrosinistra. Federico Aldrovandi 17 anni, muore durante un controllo di polizia a Ferrara. Sotto processo ci sono quattro poliziotti. Aldo Bianzino, arrestato per possesso di marijuana, non uscirà vivo dal carcere di Perugia. L’inchiesta è stata archiviata. Stefano Cucchi, arrestato perché deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato. I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un’orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».

Storie di pestaggi, di abusi, di violenze usate per estorcere notizie. Ma anche di soprusi su "diversi" e luogo di numerose morti "misteriose". Il carcere italiano è anche questo: la sospensione dello stato diritto avviene spesso.

Analizzando la situazione penitenziaria degli ultimi anni si ottiene un dossier infinito che evidenzia testimonianze, accertate, di "maltrattamenti" e casi di tortura. Quella tortura assente nel codice penale, considerata erroneamente dalla maggior parte della popolazione un affare lontano. Non è così. Il film della tortura in Italia passa per tre istantanee: il pestaggio contro i detenuti al carcere di San Sebastiano (Sassari) nel 2000, la repressione del movimento no global a Napoli, il 17 marzo 2001 e a Genova tra il 20 e 22 luglio dello stesso anno. Tutto senza soluzione di continuità tra governi di centrosinistra o centrodestra.

Lunga è la lista di persone che si sarebbero suicidate in carcere o morte per "cause naturali". Solo la testardaggine dei familiari o l’inchiesta di qualche pm hanno permesso di riaprire casi che hanno portato alla condanna di agenti di polizia penitenziaria. Qualche esempio. Il 4 febbraio 2008 un internato dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario "Filippo Saporito" di Aversa muore "suicida" in circostanze ancora da definire. All’età di 17 anni gli era stata diagnosticata una "schizofrenia paranoidea". "Come fa un paziente schizofrenico - sostiene la madre - a impiccarsi con tutta tranquillità, di notte? Dove stavano le guardie?". Si attendono ancora gli sviluppi. Intanto ad Aversa i "suicidi" non si sono arrestati.

Uno dei casi più eclatanti è quello di Marcello Lonzi. L’11 luglio 2003 il giovane, 29 anni, viene trovato morto, coperto di sangue e con il volto tumefatto. Secondo l’autopsia la morte sarebbe avvenuta a seguito di arresto cardiaco, quindi per cause naturali. La madre, pensando a un violento pestaggio, sporge denuncia: "Ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata, ecchimosi che possono essere state fatte solo con un manganello. Non sono i segni di una caduta". Il caso è stato archiviato. Con tanti dubbi. Non molto differenti le circostanze della morte di Aldo Bianzino, non sopravvissuto alla prima notte di fermo per possesso di marijuana. Anche in questo caso l’inchiesta è stata archiviata.

Ma i casi raccolti dall’associazione Antigone sono tantissimi. La formula legale è sempre la stessa: "Gli accertamenti medico-legali hanno dimostrato che il decesso era avvenuto a seguito di violenze perpetrate da persone accanitesi contro di lui con calci, pugni e corpi contundenti, sì da procurare lesioni letali".

Episodi di "semplice" maltrattamento sono invece ancor più numerosi. Tra i soggetti più colpiti gli immigrati. "Mettiti in ginocchio, prega la Madonna e bacia la bandiera italiana", sono gli ordini diretti a B. M., detenuto marocchino, da un agente di polizia penitenziaria rinviato a giudizio per violenza privata. L’episodio risale al marzo 2006 nella casa circondariale di Nuoro. A Biella, all’interno del carcere, nel 2002 è stata trovata una "cella liscia" dove i detenuti sarebbero stati perquisiti e poi colpiti con violenti getti d’acqua sparati da un idrante. Nel fascicolo aperto dalla magistratura si parla di abusi e pestaggi, di omissioni e silenzi dei medici, di intimidazioni da parte degli agenti. In tutto vi sono a tutt’oggi cinquantanove persone indagate. Denunce analoghe a Palermo, Firenze, Forlì, Frosinone, Lecce e Milano. Qui, a San Vittore, O. R., meglio noto come Mohamed l’egiziano, considerato la "mente" dell’attentato dell’11 marzo a Madrid 2006, ha denunciato per maltrattamenti, abusi, torture e umiliazioni: come le richieste di "pregare per loro", "insulti a Dio, al Corano e all’Islam", oltre a minacce di "stupri alle donne musulmane".

In base alle convenzioni internazionali c’è però una differenza tra il "maltrattamento", anche grave, e la "tortura". "Sono questi tre elementi a distinguerli - spiega Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura - la gravissima sofferenza inflitta, la volontà di infliggerla e la finalizzazione". E a Genova e a Napoli c’era una volontà politica, una cabina di regia. "Durante le giornate genovesi non si tratta di abusi di una o più mele marce, bensì emerge un quadro in cui la struttura nel suo complesso si è caratterizzata in questo tipo di funzionamento", sostiene Palma. Le testimonianze gli danno ragione: dita intenzionalmente divaricate fino a determinare la rottura dei legamenti fino all’osso, persone ferite picchiate sulla ferita stessa e altri trattamenti inumani e degradanti inflitti ai manifestanti.

Una volontà di infliggere sofferenza motivata dal volere umiliare e punire la persona detenuta. Le situazioni a Napoli nel marzo 2001 (esecutivo Amato) sono state descritte con modalità analoghe: polizia e carabinieri caricano il corteo e trattengono 80 persone anche prelevandole dal pronto soccorso. Gli arrestati, condotti nella caserma Raniero, subiscono lesioni. Così come il sistematico pestaggio avvenuto il 3 aprile 2000 nel carcere di San Sebastiano a Sassari è una punizione collettiva ai detenuti che avevano "osato" protestare per la mancanza di viveri e acqua. "Tutto ciò mi fa dire che questi tre episodi vanno al di là dei pur gravissimi casi di pestaggi individuali", aggiunge Palma che poi conclude: "Anche se comunque non vanno sottovalutati, in quanto anch’essi indicativi di una cultura pericolosa".

RAPPORTO EURISPES. AD OGGI 5 MILIONI CIRCA DI ERRORI GIUDIZIARI E IL 50% DEI RECLUSI VITTIME DI DETENZIONI INGIUSTE.

Dal 1945 al 1995 in cella vi sono stati 4 milioni di innocenti. Dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. La percentuale di persone prosciolte è risultata pari al 43,94 per cento di quelle sottoposte a giudizio. In cifre assolute, più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E ancora: di questo milione e mezzo sono più di 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Tradotti in cifre, i mali della giustizia fanno rabbrividire. Si chiamano errori giudiziari e in 50 anni di storia repubblicana hanno travolto 4 milioni di italiani. Per omonimia, perizie errate, calcoli approssimativi sulla permanenza in carcere. Errori o distrazioni che hanno avuto costi altissimi per le casse dello Stato. Non per niente il rapporto che l'Eurispes ha preparato e che è stato presentato a gennaio del 2006, si intitola: "Un popolo a rischio. Gli italiani e la macchina della giustizia".

Ad oggi non vi sono a riguardo dati statistici ufficiali da parte del Ministero della Giustizia, per ovvie ragioni, ma ormai siamo vicini ai 5 milioni di vittime del sistema. Adesso quasi ogni giorno, sostiene il rapporto dell'Eurispes, "lo Stato si vede costretto a riconoscere i propri errori e a rifondere cittadini innocenti".

Più in generale, l'Eurispes sostiene che il fenomeno degli "errori giudiziari" in Italia è in ogni caso soltanto "la punta di un iceberg". Infatti, "per una piccola parte di situazioni accertate e riparate, c'è comunque un numero altissimo di realtà che restano senza soluzione: sul totale delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione o responsabilità civile dei giudici, quelle che vanno a buon fine rappresentano la minoranza". La ricerca riporta anche alcune considerazioni di "addetti ai lavori", come il senatore Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore, e l'avvocato Carlo Taormina. Imposimato sostiene che "i procedimenti sono ormai quasi tutti indiziari, basati cioè su fatti desunti dall'esistenza di altri fatti. In pratica, il risultato di una deduzione logica: terreno ideale per l'errore; troppo spesso l'indizio non è altro che un sospetto che si è trasformato in un indizio, prima di tramutarsi ulteriormente in prova". Per Taormina, invece, esiste "una condizione di squilibrio" in particolare a vantaggio del pm e come conseguenza si verificano "errori giudiziari che incidono sull'impostazione dell'accusa".

La vittima di un ingiustizia è vittima, sì, si un errore giudiziario, ma spesso è anche vittima di un'ingiusta detenzione.

L'errore giudiziario consiste nella scoperta, mediante l'impugnazione straordinaria della revisione (cfr. artt. 629 ss c.p.p.), dell'ingiustizia sostanziale di una sentenza irrevocabile di condanna.

E' importante ricordare che è la stessa Costituzione a richiedere che il legislatore determini le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari (cfr. art. 24, comma 4, Cost.).

I presupposti necessari alla riparazione dell'errore giudiziario sono sia positivi, sia negativi (art. 643 c.p.p.).

Il presupposto positivo è il proscioglimento in sede di revisione; i casi di revisione del processo sono essenzialmente il contrasto tra giudicati penali, il contrasto tra giudicato penale e civile o amministrativo, la scoperta di nuove prove (cfr. art.630 c.p.p.).

I presupposti negativi sono i seguenti: innanzitutto chi è stato prosciolto in sede di revisione non deve aver dato causa per dolo o colpa grave all'errore giudiziario; in secondo luogo, il diritto alla riparazione è escluso per quella parte della pena detentiva che sia computata nella determinazione della pena da espiare per un reato diverso.

La quantificazione del danno esistenziale da errore giudiziario è legato fondamentalmente ad un duplice ordine di fattori: anzitutto alla genericità dell’espressione utilizzata dal legislatore nella indicazione dei parametri di riferimento per la commisurazione dell’entità della riparazione e, in secondo luogo, alla considerazione che, in realtà, stando anche al dato letterale, non si può parlare tecnicamente di risarcimento del danno da errore giudiziario, ma di indennità o indennizzo.

E’ in quest’ottica che si pone la ricorrente massima giurisprudenziale in base alla quale "la riparazione dell’errore giudiziario, come quella per l’ingiusta detenzione, non ha natura di risarcimento del danno ma di semplice indennità o indennizzo in base a principi di solidarietà sociale per chi sia stato ingiustamente privato della libertà personale o ingiustamente condannato".

La ricostruzione in questi termini della riparazione per l’errore giudiziario (avente, dunque, natura indennitaria e non risarcitoria) risponde alla precisa finalità di evitare che il danneggiato debba fornire la prova sia dell’esistenza dell’elemento soggettivo (dolo o colpa) delle persone fisiche che hanno agito, sia la prova dell’entità dei danni subiti.

Per quanto riguarda l'ingiusta detenzione, all'imputato è riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un'equa riparazione per la custodia cautelare subita ingiustamente (artt. 314 e 315 c.p.p.).

Questo diritto è stato introdotto con il codice di procedura penale del 1988 ed è in adempimento di un preciso obbligo posto dalla Convenzione dei diritti dell'uomo (cfr. art 5, comma 5, C.E.D.U.).

La domanda di riparazione è presentata dall'imputato dopo che la sentenza di assoluzione è divenuta irrevocabile e sulla richiesta decide la Corte di Appello con un procedimento in camera di consiglio.

Il presupposto del diritto ad ottenere l'equa riparazione consiste nella ingiustizia sostanziale o nell'ingiustizia formale della custodia cautelare subita.

L'ingiustizia sostanziale è prevista dall'art. 314, comma 1, c.p.p. e ricorre quando vi è proscioglimento con sentenza irrevocabile perchè il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato.

E' importante tenere presente che, ai sensi del successivo comma 3 dell'art. 314 c.p.p., alla sentenza di assoluzione sono parificati la sentenza di non luogo a procedere e il provvedimento di archiviazione.

L'ingiustizia formale è disciplinata dal comma 2 dell'art. 314 c.p.p. e ricorre quando la custodia cautelare è stata applicata illegittimamente, cioè senza che ricorressero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 c.p.p., a prescindere dalla sentenza di assoluzione o di condanna.

In materia rilevanti novità sono state apportate dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, cosiddetta "Legge Carotti", il cui articolo 15 ha apportato modifiche all’art.315 del codice di procedura penale.

In particolare, è aumentato il limite massimo di risarcimento per aver patito un’ingiusta permanenza in carcere, passando da cento milioni di lire ad un miliardo (oggi € 516.456,90), ed è altresì aumentato il termine ultimo per proporre, a pena di inammissibilità, domanda di riparazione: da 18 a 24 mesi.

FALSE TESTIMONIANZE

La fabbrica dei risarcimenti, una sentenza ogni 78 secondi: il giudice di pace Alberto Mecozzi, quando teneva udienza sugli incidenti stradali e la forma lo reggeva, ridicolizzava anche Alexei Stakanov e le 102 tonnellate di carbone estratte in sei ore. Il suo record personale, che polverizzava ogni precedente giudiziario del pianeta, lo mise a segno nella bolgia del suo ufficio di Aversa dove gli avvocati sgomitavano i testimoni e i testimoni sgomitavano i periti e i periti sgomitavano i sinistrati in una sauna urlante e appiccicosa, riuscì a esaminare 230 processi dalle nove di mattina alle due del pomeriggio. Cinque ore nette. Finito tutto disse: «Basta. Andiamo a farci due fettuccine».

Per capire come mai sia esplosa la grana delle assicurazioni auto bisogna venire qui, nella periferia napoletana. Dove la gara tra le compagnie che alzano il prezzo delle polizze per arginare i buchi creati dai furbi e i furbi che cercano di fregare le compagnie, con finti incidenti e finte lesioni e perfino finte radiografie, ha toccato vette inarrivabili.

Basti dire che il poliziotto in prima linea su questo fronte, il vicequestore Maurizio Vallone, è arrivato a scrivere che «la truffa in danno della compagnia assicurativa è diventata per il napoletano un vero e proprio ammortizzatore sociale».

Dovreste vedere cosa succede in certe mattine negli uffici giudiziari di Trentola Dugenta, un paesotto dello sterminato hinterland partenopeo in provincia di Caserta, a pochi chilometri da quella Casal di Principe, dove non c'è più una agenzia d'assicurazioni perché, dopo qualche discussione con la camorra, se ne sono andate tutte. Accorrono a centinaia e annaspano cercando aria ingolfando le stanze, i corridoi, i bagni, e nella babele caciarona il caos è tale, davanti ai quattro giudici di pace chiamati a esaminare a ogni udienza un centinaio di procedimenti a testa, che lo stesso Ordine degli avvocati è arrivato a proporre che ogni legale debba avere un tesserino perché nel casino gli avvocati si confondono coi periti e i periti con le vittime e tutti insieme fanno una tale ressa che una mattina un teste, in un ufficio come questo, riuscì a deporre davanti allo stesso magistrato su 5 incidenti diversi avvenuti in posti diversi e in date diverse: «Signor giudice, andò così: camminavo per la strada quando...».

Si chiama Gerardo Oliva. Lo chiamano «Tapparella» perché a tempo perso fa il tappezziere ma, di professione, fa il teste. Devoto di Sant' Antonio da Padova e Lisbona, è dotato pure lui del dono dell' ubiquità. Si schianta un motorino a Ercolano? Lui è lì. Sbanda una Ritmo a Villaggio Coppola? E' lì. Un Tir viene tamponato a Pozzuoli? E' lì. Sempre presente, per 650 sinistri in un anno. Due al giorno. Col sole e la pioggia. E mai un acciacco, un'influenza, una slogatura. Il giorno dell' arresto gli hanno detto: «Sputa tutto, tanto lo sappiamo che prendi da 120 a 140 mila lire a testimonianza». Ha sbarrato gli occhi: «Commissario, mi dovete credere, sono solo coincidenze, io cammino per la strada e improvvisamente...».

L'affare è tale che, nelle zone più calde, non se ne occupano solo certi avvocati maneggioni, che di tanto in tanto vengono presi in una retata, ma anche la camorra. La quale ha un peso tale, in certi uffici stravolti dal caos e affidati a magistrati onorari «particolarmente vulnerabili», che nel solo 1999 il Consiglio giudiziario di Napoli, scrive ancora il funzionario, ha proposto la revoca del 50% dei giudici di pace, revoca accolta solo a metà. E che lo stesso Antonio Cammisa, coordinatore dell'ufficio di Aversa, dove in una manciata di anni si sono già accatastati 12 mila processi, deve a malincuore ammettere che «certe volte è la camorra a far sapere: questo processo va chiuso oggi».

Se abbiano cominciato con le furbizie prima le compagnie per difendersi dagli imbroglioni o viceversa non si sa. Certo è che quelle rimaste a lavorare a Napoli dopo l'esodo della Toro, della Winterthur, della Milano ed altre, hanno tariffe da choc.

Al mercato dei falsi testimoni bisogna arrivare di buon mattino. Prima delle 8. Fare tardi può comportare il rischio di non trovare più materia utile a rendere false le carte di un processo davanti al giudice di pace. Funziona così, ed è purtroppo questo il modo con il quale ancora si amministra la giustizia in certe aule del distretto giudiziario napoletano.

Con i falsi testimoni. Cento euro e passa la paura. Tanto costa assoldare un professionista della menzogna. E nella città italiana che continua a vantare il più alto numero di cause in materia di incidentistica stradale si può facilmente intuire come questo gioco disonesto la valga tutta, la candela.

Per trovare un falso testimone occorre disporre di un «gancio» giusto. Molti anni fa bastava affidarsi a un avvocato di quelli molto a buon mercato (li chiamavano i «paglietta»), abbondavano nei pressi della ex Pretura di piazza San Francesco o all’esterno di Castelcapuano.

Come nel film «La cambiale». Oggi che i tempi sono cambiati esiste un vero e proprio servizio di caporalato che accetta le richieste, filtrandole e destinandole al falso teste di volta in volta necessario. Il loro punto di riunione è a un paio di centinaia di metri dall’ingresso principale della caserma Garibaldi, su un marciapiedi non lontano da una fermata del bus della caotica via Foria. È qui che ci si incontra, che si discute e si fa l’affare; è qui che il giorno fissato per l’udienza si ripete a memoria la parte che bisognerà sostenere avanti al giudice di pace.

Non c’è mai passaggio di soldi in pubblico: il pagamento avviene generalmente la sera prima. «Che vi serve?»,ci chiede il caporale, dopo aver salutato un giovane avvocato amico che si sta prestando alla provocazione. Spieghiamo di aver ricevuto una citazione da parte di un’assicurazione che cura gli interessi di un automobilista tamponato al corso Umberto.

«Fanno cento euro - replica l’uomo sui 50 anni, barba incolta e ventre prominente - vi troviamo noi la persona giusta che dichiarerà di avere assistito all’incidente, che la colpa non è attribuibile a voi e che anzi la dinamica del sinistro è stata causata dal vostro avversario».

Il giro d’affari pare sia vorticoso. «Quello dei falsi testimoni - commenta Mario Tuccillo, noto penalista napoletano e storico legale che assiste le principali società assicurative italiane - resta purtroppo un fenomeno ramificato, e non solo a Napoli. I casi abbondano anche a Caserta, a Barra, in alcuni Comuni dell’area a nord di Napoli».

E come si combatte questo malcostume? «In assenza delle regole che dovrebbero dettare il senso civico a questi professionisti della menzogna - prosegue l’avvocato Tuccillo - io credo che un ruolo determinante dovrebbero avere gli stessi giudici di pace: in fondo, questi falsi testimoni sono sempre gli stessi che girano per le aule della caserma Garibaldi, e non è impossibile riconoscerli. Quando si presenta lo stesso testimone nell’arco di uno, due mesi davanti allo stesso giudice, dovrebbe essere quest’ultimo a chiedergli: “ma come mai lei è sempre qui a testimoniare?».

Ma il malcostume è duro da vincere. Le compagnie assicurative si difendono come possono. «Ma c’è anche un secondo modo per contrastare il fenomeno delle false testimonianze - conclude Tuccillo - Ammesso che per i giudici di pace sia difficile da stanare questi mascalzoni, allora potrebbero essere le forze dell’ordine a individuarli. Magari confondendosi qualche mattina alla folla che sosta proprio davanti alla caserma Garibaldi. Il che garantirebbe prevenzione e repressione del fenomeno.

In tutte le aule giudiziarie nessun testimone vero è disposto a prestarsi alle lunghe e reiterate attese per rendere testimonianze spesso inutili. Ci perdono tempo, soldi e spesso sono soggetti alle  ritorsioni.

Solo i falsi testimoni lo fanno per passione. Così come è ordinario l’uso di perizie o consulenze false a disposizione di chi ha maggiore impatto sociale od economico. La prassi è da tutti conosciuta, ma nell’ambiente si tace. Sta bene a tutti, tanto i magistrati e gli avvocati, a prescindere dall’esito della causa, vincono sempre perché il loro onorario è comunque garantito. Se ti ribelli all’ingiustizia e presenti le doverose denunce di falso, ovvero presenti le relative opposizioni alle richieste di archiviazioni delle medesime, ecco pronta la ritorsiva incriminazione per calunnia, anche contro gli avvocati che non hanno sottoscritta la denuncia, ma solo assistito i loro clienti a redigerla.

Silenzio in aula, prego. Articolo 497 comma 2 del Codice Penale, il testimone legga ad alta voce: «Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza». Il microfono fischia, la voce si impaccia, qualcuno tentenna sul significato della parola «consapevole». Poi iniziano a piovere menzogne.

Il giudice di Aosta Eugenio Gramola - sì, quello del caso Cogne - ha lanciato l’allarme: «Ci prendono per imbecilli. È incredibile come mentano con facilità davanti al giudice. Sfrontati, fantasiosi. Senza la minima cura per la plausibilità del racconto. Orari impossibili, contraddizioni lampanti, pasticci. L’incidenza dei falsi testimoni è molto superiore a una media fisiologica, si attesta tra il 70 e l’80 per cento».

Sette su dieci mentono, in Valle d’Aosta. Sembra uno di quei casi in cui la geografia potrebbe significare qualcosa. L’Italia un Paese di bugiardi, quasi una tara nel codice genetico: «Chi mente al giudice è furbo - dice Gramola -. Essere bugiardo fa ridere, piace, non comporta disvalore sociale. Mentre indicare la menzogna come un grave atto contro la Giustizia è da biechi moralisti e puritani».

Totò e Peppino erano all’avanguardia, è risaputo. «Caffè, panini, false testimonianze!», urlavano nel 1959 nel film «La Cambiale». Proprio a Napoli, alla fine di gennaio, hanno scoperto un mercato in fervente attività. Centinaia di specialisti aspettavano davanti al portone d’ingresso della sede dei Giudice di Pace in via Foria. Tariffe trattabili, da 100 a 25 euro, a seconda dell’impegno. Perché bisogna pur sempre studiare un minimo la parte, imparare i nomi, mandare a memoria gli orari, mettere a fuoco le circostanze, prima di entrare in scena e recitare.

Secondo le statistiche, la metà delle cause civili pendenti davanti ai giudici di pace (in nove casi su 10 sono risarcimenti di sinistri stradali) si svolgono nel distretto di Napoli: quasi 600 nuove pratiche al giorno. Una cifra abnorme. Lì, davanti all’ex caserma Garibaldi, gli investigatori hanno scoperto un’industria della menzogna. Ogni giorno si aggiustavano cause e si procuravano rimborsi. Specialità della casa: truffe alle assicurazioni, falsi incidenti, cause di lavoro. Un fenomeno non quantificato e raramente perseguito (pena prevista da due a sei anni di carcere).

Il ministero di Grazia a Giustizia non ha dati aggiornati: 50 condanne passate in giudicato nel 2007 per falsa testimonianza, 300 nel 2005. Molti procedimenti si perdono lungo la strada, senza arrivare a sentenza definitiva. Eppure: «La falsa testimonianza negli incidenti stradali ormai è un fenomeno sociale. Nel Casertano abbiamo avuto un recordman con più di 300 menzogne accertate». Antonio Coviello è professore di marketing assicurativo all’Università di Napoli, ma anche un ex ufficiale della Guardia di Finanza. Certe cose le ha verificate sul campo, prima di teorizzarle. Ha scritto un saggio assieme al vicequestore Maurizio Vallone, dirigente della Squadra Mobile di Napoli, dal titolo significativo: «Truffa in nome della legge».

Ecco un passaggio: «Il fenomeno dei falsi testimoni è direttamente commisurato allo stato di assoluto caos organizzativo in cui operano i giudici di pace e gli uffici sinistri. Infatti è soltanto in una situazione di assoluta disorganizzazione che può proliferare un tale fenomeno, che ormai assume proporzioni eccezionali». Peculiarità italiana? «Sicuramente siamo un popolo propenso all’inganno - dice il professor Coviello -: questo è un dato di fatto. A Napoli ci sono coinvolgimenti a tutti i livelli: una parte di carrozzieri, una piccola parte dei giudici di pace che lavorano a gettone, una piccola parte di avvocati che lavorano solo con le assicurazioni. Persino lo Stato ha da guadagnarci: un terzo dei premi incassati dai cittadini finisce nelle casse sotto forma di imposte». C’è un antidoto? «Basterebbe istituire un registro dei testimoni». Nel frattempo, nascono delle professionalità.

A Roma, durante un’indagine del pubblico ministero Pietro Saviotti su diverse agenzie investigative che facevano affari illegali - ricatti, accessi a banche dati protette, spaccio di notizie «sensibili» - viene intercettata questa conversazione fra due detective: «Ho chiamato e gli ho detto: “Robbé, è mezz’ora di lavoro”. Quanto? Mille euro. E io allora gli ho fatto: “Ce voi annà?” E lui: “Eh sì che ce vado”». Mille euro più spese pagate - albergo e ristorante - per una bella falsa testimonianza in Tribunale.

Nel Casertano sono stati scoperti intrecci criminali inediti: il clan dei casalesi alleato con la mafia nigeriana, proprio sul ramo delle truffe alle assicurazioni. Falsi incidenti in Africa, per falsi automobilisti italiani, suffragati da false testimonianze incrociate e concordanti, per rimborsi da spartire.

A Palermo il clima è diverso, nel senso che il reato assume forme peculiari: «Qui la situazione è quasi paradossale - dice il pm Paolo Guido -. La falsa testimonianza spesso non è frutto di un accordo, ma di un condizionamento ambientale. Il teste più che falso, è reticente. Predomina il pensiero: “Ma chi me lo fa fare?”». Qual è il paradosso siciliano? «Sono più affidabili i pentiti che adempiono a un contratto e sanno bene quanto rischiano in caso di menzogna - spiega il magistrato - piuttosto che le persone ritenute, per così dire, attendibili. Facciamo salti mortali per contrastare dichiarazioni che sconfessano dati di fatto».

False testimonianze. Piccole e grandi. Celebri e appena scoperte. Due operai e due dirigenti della Thyssen avrebbero concordato una ricostruzione della situazione in fabbrica, antecedente alla tragedia, molto edulcorata. I carabinieri in servizio alla caserma di Bolzaneto con i loro «non ricordo», «non c’ero», «non ho visto». Il caso dell’avvocato inglese David Mills, condannato a quattro anni e sei mesi con l’accusa di aver accettato somme di denaro per testimoniare il falso in due processi in cui era imputato Silvio Berlusconi.

Dall’alto della civilissima Valle d’Aosta, al cospetto di storie magari più piccole eppure significative, il giudice Gramola ha un guizzo d’orgoglio: «Certe volte, più che a testimoni ci troviamo di fronte ad amici delle parti in conflitto. E questi bugiardi sono poi magari gli stessi che si scagliano contro una giustizia che non funziona».

PERIZIE INFONDATE. PARLIAMO DI CTU CIVILE (CONSULENTE TECNICO D’UFFICIO) E DI PERITO PENALE.

Il consulente tecnico d'ufficio (d’ora in poi, per semplicità, CTU) ed il Perito  svolgono la funzione di Ausiliario del Giudice lavorando per lo stesso in un rapporto strettamente fiduciario nell'ambito delle rigide e precise competenze definite dai codici di procedura civile e penale. Scopo del Consulente e del Perito è quello di rispondere in maniera puntuale e precisa ai quesiti che il Giudice formula nell'udienza di conferimento dell'incarico e di relazionarne i risultati nell'elaborato peritale che prende il nome di Consulenza Tecnica d'Ufficio o Perizia Tecnica.

Sul tema vi è estrema censura ed omertà attinente le anomalie. Insabbiamenti ed archiviazioni sulle perizie e consulenze false indotte da corruzione o concussione.

Solo i casi più eclatanti vengono alla ribalta.

Il giudice con i conti in Svizzera. La Grossi nei guai per la lista Falciani. Magistrato fallimentare, era indagata per gli incarichi a professionisti amici. Dal Lodo Mondadori a Villa Certosa, le sue cause si sono incrociate con gli affari di Berlusconi. Su “La Repubblica” del 1 marzo 2011. "La zarina del Tribunale fallimentare di Milano, finita sotto inchiesta (e dimessa dal ruolo) per il giro di consulenze e incarichi assegnati a professionisti amici o ai quali era affettivamente legata, aveva i conti in Svizzera. Il nome di Maria Rosaria Grossi compare tra i 7mila nominativi della lista che la polizia francese ha sequestrato a Hervé Falciani, francese, ingegnere informatico ed ex dipendente della Hsbc Private Bank di Ginevra. Una lista di potenziali evasori del Fisco che la Guardia di finanza e l'Agenzia delle entrate stanno passando al setaccio. La posizione della Grossi è attiva fino al 2003 e probabilmente, grazie a scudi, condoni e prescrizioni, non determinerà conseguenze di carattere penale. Eppure quella sola presenza getta un'ombra in più sull'operato del giudice, la cui condotta è descritta minuziosamente nei verbali del procedimento bresciano, nel quale è accusata di concussione (per un episodio, mentre il pm Fabio Salamone ha chiesto e ottenuto l'archiviazione dal gip Roberto Gurini per il reato di abuso d'ufficio). L'udienza per decidere sul rinvio a giudizio è fissata per il 15 marzo 2011. A parlare negli interrogatori è Mauro Vitiello, magistrato in servizio al Tribunale di Milano, sezione fallimentare e dunque ex collega della Grossi: "Era sospettata di scambiare favori di natura economica con professionisti vari utilizzando il sistema della loro nomina nelle procedure concorsuali. Altra voce che correva sul conto della Grossi era relativa al fatto che avesse avuto relazioni sentimentali con avvocati e professionisti che lavoravano nello stesso settore dove lei svolgeva attività di giudice". Vitiello fa riferimenti espliciti: "La Grossi si occupò della vicenda lodo Mondadori (...) In particolare aveva fatto scalpore la circostanza che la causa fosse stata assegnata proprio alla Grossi, che a quel tempo aveva una relazione con l'avvocato Bruno Giordano, a sua volta avvocato, credo, in ambito assicurativo del gruppo Berlusconi". È poi un commercialista, Giovanni La Croce, a raccontare come la Grossi abbia chiesto a Marina Giordano, sorella di Bruno, di sostenere davanti alla procura che "i movimenti di denaro tra loro (i Giordano ndr) e la sorella del giudice, pari a circa 100mila euro, erano riferibili a prestiti non meglio precisati della Grossi". Marina Giordano, invece, aveva sostenuto che tali somme erano state affidate a lei in custodia dal giudice - e non in prestito - e che a un certo momento la Grossi ne aveva chiesto la restituzione. "La Grossi - spiega La Croce nei suoi verbali - sarebbe riuscita, a suo dire, a dimostrare agli investigatori bresciani che le somme raccolte nel 2008 pari a circa 100mila euro, proverrebbero dall'incasso di suoi affitti in nero e non invece, come sosteneva l'accusa, dall'incasso di ipotetiche tangenti". La Grossi sembra portar fortuna al gruppo Berlusconi anche nella trattativa che condusse all'acquisto di Radio 101 da parte del gruppo Mondadori. La "zarina" partecipò alle riunioni e alla formulazione del contratto. "L'avvocato Gatti - riporta La Croce - si disse meravigliato della partecipazione della Grossi che gli apparve anomala in quanto il ruolo del giudice sarebbe dovuto essere quello di mero controllo dell'attività degli organi preposti e non quella di diretta partecipazione alla trattativa". Lo zampino della Grossi compare anche nel fallimento dell'Arcado, dove rivestiva il ruolo di giudice delegato: alla Arcado, società dei Donà delle Rose, facevano capo i terreni adiacenti a Villa Certosa, che, attraverso la mediazione di una società delle British Virgin Island riconducibile al fiduciario Filippo Dolfuss, finirono poi alla Idra del gruppo Berlusconi.

Da tutta la stampa, tra cui  “La Repubblica” del 13 febbraio 2009. Arrestato per corruzione l'ex procuratore di Pinerolo Giuseppe Marabotto. Negli anni '80 era stato protagonista di diverse indagini sul mondo del calcio. Ospite fisso per stagioni al "Processo" di Biscardi, nel 1986, quando era sostituto procuratore a Torino, è stato titolare della seconda inchiesta calcistica su un giro di scommesse illegali che, sul piano sportivo, portò alle penalizzazioni dell'Udinese in serie A, di Perugia, Lazio e Vicenza in B nonché alla squalifica di 27 calciatori. L'inchiesta della procura di Torino che ha portato al provvedimento per lui e altre tre persone è iniziata diversi mesi fa. Le Fiamme Gialle si erano concentrate su un giro di consulenze (pagate in tutto una dozzina di milioni di euro in tre anni) che Marabotto affidava a un gruppo di professionisti: gli accertamenti sulle aziende di Pinerolo venivano condotti "a modello 45", vale a dire senza notizia di reato. Quando trapelò la notizia dell'inchiesta, l'allora procuratore spiegò che il suo modo di procedere poteva permettere all'Erario di recuperare cospicue somme di denaro. Le accuse sono associazione per delinquere e corruzione. Oltre a quello per Marabotto, sono stati spiccati ordini di custodia cautelare per il medico Dario Vizzotto e i commercialisti Mario Emanuele Florio (molto conosciuto a Torino) e Ruggero Ragazzoni. Sono state eseguite una decina di perquisizioni. In tutto gli indagati a piede libero sono ventitré. I provvedimenti costituiscono lo sviluppo di un'inchiesta cominciata dai finanzieri guidati da Ermanno Palombini, ora in forza alla Dia, del gruppo Torino di Michele Alterio. Come si ricava dal capo d'accusa, fra il 2002 e il 2006, quando si è trasferito a Genova, il giudice Marabotto avrebbe preso, lucrando il 30% sulle consulenze, due milioni 780 mila euro. Secondo gli investigatori, l'ex procuratore capo avrebbe accumulato 6 milioni di euro che, allo stato, non sono stati ancora individuati nei conti sequestrati al magistrato. Durissima il gip Stefania Donadeo nell'ordinanza: "Dall'analisi delle fonti di prova è emersa una personalità incline alla truffa e alla corruzione per il conseguimento di un qualsiasi vantaggio economico". Nel 2006 il magistrato era finito nelle intercettazioni telefoniche disposte dai pm di Napoli per l'inchiesta su Calciopoli. Aveva - secondo l'accusa - chiesto aiuto al direttore generale della Juventus Luciano Moggi per il buon esito di un'ispezione negli uffici di Pinerolo, disposta dall'allora ministro della Giustizia Castelli. Una interpretazione che Marabotto aveva respinto con sdegno e stupore: "Macché imbonire - si era difeso -, la mia era una telefonata scherzosa con la quale presentavo Moggi a un ispettore ministeriale, sfegatato tifoso bianconero, un ispettore venuto a Pinerolo per controllare dati informatici, non certo per esaminare il mio operato".  Sul piano disciplinare il caso è stato archiviato dal plenum del Csm, ma Armando Carbone, l'uomo che nell'86 truccò gran parte delle partite allora sotto inchiesta, due anni fa davanti ai magistrati di Napoli ha messo a verbale: "Grazie all'inchiesta di Marabotto negli anni '80 è stato affossato il sistema di Italo Allodi per consentire a Luciano Moggi di diventare il nuovo burattinaio del calcio. Marabotto indagò a senso unico zittendomi ogni volta che parlavo della corruzione di Juventus e Torino. Insieme al sostituto Laudi, prestato all'ufficio inchieste della Federcalcio, Marabotto fu strumento di Moggi nello scandalo dell'86". Di tutto questo si parlerà nel processo in corso a Napoli, dove Carbone è teste per l'accusa. Da “La Repubblica” del 8 ottobre 2008: Giudice scriveva sentenze con avvocati, trasferito dal CSM. Decreti ingiuntivi scritti con l' aiuto di avvocati e perizie mediche affidate a professionisti senza la richiesta specializzazione. Sono le accuse che hanno travolto il giudice Vito Vozza, presidente della sezione Lavoro del Tribunale di Taranto, proprio a un passo dalla pensione. Quelle contestazioni hanno convinto la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura a disporre il suo trasferimento in via cautelare. Il provvedimento era stato richiesto dal Guardasigilli Angelino Alfano. Sulla richiesta, peraltro, si è allineata la procura della Cassazione, rappresentata da Pasquale Ciccolo. Vito Vozza, tarantino di settantadue anni, da trentasette di fila era in servizio a Taranto. Nella sezione lavoro del palazzo di giustizia del capoluogo pugliese è ritenuto una vera e propria istituzione. Una carriera invidiabile la sua, sulla quale però si sono addensate le prime nubi nel 2006. Contro di lui un dettagliato esposto presentato da un legale dell' Inail. Nero su bianco finirono le modalità poco ortodosse di alcune udienze gestite dal magistrato. Nella denuncia si faceva riferimento a quei rapporti confidenziali con alcuni legali e periti di ufficio. Avvocati che avrebbero materialmente scritto stralci di decreti ingiuntivi poi regolarmente firmati dal giudice. Sui verbali di udienza, poi, sarebbe stata riportata la presenza di periti al momento del conferimento di consulenze con annesso giuramento. Ma quei professionisti in realtà erano da tutt' altra parte. Episodi che hanno tradito il magistrato che all' età di settantadue anni è stato invitato dal Csm a fare i bagagli per trasferirsi in un' altra sede. «Sono davvero amareggiato - si limita a bisbigliare al telefono il giudice Vozza - A questo punto posso solo dire che sceglierò di andare in pensione. Sono molto triste per quanto è accaduto ma non sono dell' animo giusto per rilasciare commenti». Parla, invece, e prova a ridimensionare le accuse il suo legale, l' avvocato Nicola Buccico ex consigliere del Csm che assiste il dottor Vozza anche nell' inchiesta condotta dalla procura di Potenza sugli episodi contestati al magistrato. «Rispetto il verdetto della commissione che ho avuto anche l' onore di presiedere - spiega il difensore - ma a mio avviso non ricorrono le esigenze di urgenza su cui costruire il trasferimento di natura cautelare. Basti pensare che dal momento della denuncia sono trascorsi due anni in cui il dottor Vozza ha continuato a esercitare a Taranto con la perizia che gli viene riconosciuta da tutti. Peraltro - continua il legale - già due anni fa è stato sottoposto a interrogatorio in sede penale e ha illustrato la sua versione dei fatti». Ed in effetti i guai del magistrato non si limitano ai fulmini piovuti dal Consiglio superiore della magistratura che ha disposto il trasferimento. Su di lui indaga la procura di Potenza che ha competenza sui giudici in servizio a Taranto. Il pubblico ministero che si è interessato del caso ha già chiesto l' archiviazione per l' accusa di corruzione in atti giudiziari, la più grave delle imputazioni ipotizzate a carico del dottor Vozza. «In realtà - continua l' avvocato Buccico - in udienze alle quali partecipavano mediamente cinquecento persone i legali hanno scritto solo la parte materiale dei decreti ingiuntivi. Quanto ai periti senza specializzazione si tratta di una prassi seguita anche in altri tribunali». Argomentazioni che sino a ora hanno sortito effetti solo in parte, visto che la procura di Potenza ha optato per la richiesta di archiviazione per l' ipotesi di reato di corruzione in atti giudiziari, ma ha mantenuto in piedi quella di falso ideologico. Il magistrato il prossimo 10 dicembre dovrà presentarsi in udienza preliminare per provare a evitare l' onta del processo. Ma davanti al suo giudice potrebbe già presentarsi da pensionato e con la toga appesa al chiodo.

Da Go Fasano, del 24 giugno 2011, da Brindisi Report Un consulente tecnico del Tribunale di Brindisi certamente infedele, il biologo Cosimo Barletta, 62 anni, di Ceglie Messapica, visto che i carabinieri lo hanno colto mentre intascava l’acconto di una sostanziosa mazzetta di cui l’ammontare totale era di 50mila euro. Infatti proprio perché consulente tecnico d’ufficio (Ctu in termini da addetti ai lavori), e cioè nominato dai giudici per fornire un parere obiettivo sotto giuramento, e dietro compenso da parte dell’amministrazione della giustizia, Barletta non avrebbe dovuto ricevere alcunché dalle parti in causa. Quindi quei duemila euro che aveva appena intascato nel proprio studio proprio da una delle parti non possono che essere un compenso in cambio di un aggiustamento della perizia a favore di chi pagava. Il quale, tuttavia, di fronte alla richiesta di 50mila euro per aggiustare la consulenza, aveva deciso di informare subito gli investigatori, che hanno organizzato la solita trappola. Ovviamente le banconote che la vittima della pressione estorsiva doveva consegnare al biologo erano state tutte prima fotocopiate dagli investigatori dell’Arma. E quando nel laboratorio-studio di Cosimo Barletta il denaro è stato consegnato, sono scattate le manette. Il reato di cui risponde il genetista è quello di concussione, perché è stato commesso dall’indagato in veste di pubblico ufficiale. Il favore valutato 50mila euro? Stilare una relazione positiva circa una test del Dna, che doveva comprovare un riconoscimento di paternità in sede di giudizio civile. L’operazione è stata condotta dai carabinieri delle compagnie di Brindisi (che avevano ricevuto la denuncia) e San Vito dei Normanni. Avrebbe chiesto ad una fasanese 50 mila euro per sistemare una vicenda legata ad una eredità contesa. Ieri, però, è finito in manette. Si tratta di un noto biologo genetista di Ceglie Messapica, Cosimo Barletta di 62 anni, arrestato in flagranza di reato per concussione dai Carabinieri del nucleo radiomobile della compagnia di Brindisi e San Vito Dei Normanni. La vicenda si incardina in un processo civile per una eredità contesa avviato da una 50enne fasanese. La donna, figlia mai riconosciuta di un ricco fasanese morto una trentina di anni fa, ha impugnato il testamento sostenendo di essere figlia del de cuius. Nell’ambito del procedimento giudiziario il giudice del Tribunale di Brindisi decide di incaricare un proprio Ctu per il riconoscimento di paternità nominando, appunto, il biologo genetista cegliese. Proprio nell’ambito delle attività peritali svolte dal Ctu, il cegliese avrebbe preteso dalla donna 50 mila euro per garantire il risultato positivo della comparazione del dna. La vittima dopo aver ricevuto la richiesta di denaro da parte del Ctu, ha denunciato il fatto ai Carabinieri che hanno organizzato una trappola per cogliere con le mani nel sacco il genetista. Il biologo, infatti, è stato sorpreso dai militari all'interno del proprio studio mentre ritirava un acconto di 2 mila euro in banconote che erano state preventivamente fotocopiate dai Cc. Dopo le formalità di rito Barletta è stato condotto nel carcere di Brindisi. Ecc. Ecc. Ecc………………..

Ha indagato su 140 delitti con Giovanni Falcone: "La giustizia? Una piovra!".

Marco Morin è uno dei più autorevoli periti balistici al mondo. Ha fatto scarcerare un inglese condannato all’ergastolo per l’omicidio di Jill Dando, conduttrice della Bbc. Ma ora rifugge i tribunali italiani. È uno dei più autorevoli esperti - appena una dozzina in tutto il mondo - di balistica, esplosivistica e residui dello sparo. Quindi se il professor Marco Morin dice che nel nostro Paese le sentenze dei processi per omicidi, attentati e altri reati, in cui c’entrano le armi da fuoco o le bombe sono quasi sempre frutto di investigazioni fatte alla carlona, c’è da preoccuparsi. Se poi la conferma arriva da Edoardo Mori, che, oltre a essere giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bolzano, è anche titolare del sito Earmi.it, «dedicato a coloro che amano lo studio delle armi e della balistica e sono interessati ai problemi giuridici connessi», c’è da spaventarsi.

Scrive Mori, osannando, e non certo per consonanza anagrafica, una relazione di Morin: «È esemplare nel dimostrare quale deve essere la buona preparazione di un perito, ben informato su tutta la più recente letteratura scientifica, capace di comprenderla nelle lingue straniere e capace di usare strumenti di analisi. Tutte cose che non si possono pretendere da un poliziotto o un carabiniere, addestrati alla bell’e meglio in base “alla prassi dell’ufficio” o “a ciò che si è sempre fatto”».

Elevata competenza professionale, fu consulente di fiducia del compianto Giovanni Falcone per le indagini su 140 delitti di mafia, a cominciare dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro. Morin s’è occupato anche dei casi Aldo Moro, Luigi Calabresi e Marta Russo, delle efferatezze del mostro di Firenze, delle stragi di Peteano, Bologna e Ustica. Ma oggi guai a dargli del perito balistico: «Faccio solo consulenze di parte. Non voglio più aver nulla a che fare con magistrati e tribunali. Lo vede questo tomo di 637 pagine? È il manuale che i giudici federali statunitensi devono studiarsi per essere in grado di valutare la bontà delle prove scientifiche portate alla loro attenzione. Da noi? Prendono per oro colato qualsiasi bischerata. Basta che provenga dai laboratori istituzionali».

Fino a pochi anni fa il professor Morin era l’anima del più attrezzato di questi laboratori, il Centro indagini criminali, costruito a propria immagine e somiglianza presso la Procura di Venezia. A un certo punto gli impedirono di accedervi, nonostante le rimostranze di Falcone. «Come? Facendo passare me per un criminale», allarga le braccia.

Come mai non collabora più con la giustizia italiana?

«Mi hanno fatto fuori professionalmente. Mi risulta che l’ordine sia partito da Palermo. Me l’hanno confidato alcuni alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri. I miei rapporti con Falcone erano strettissimi, si fidava soltanto di me. Una volta, a cena qui a casa mia, dove ora è seduto lei, mi raccontò d’aver scoperto un traffico di droga fra Bulgaria e Italia favorito da personaggi legati al Pci: gli stupefacenti finivano in mano alla mafia. Mi mangiai due diottrie al microscopio per esaminare i proiettili dei delitti di Cosa nostra e scoprii che a sparare erano sempre le stesse Smith & Wesson calibro 38. Le mie perizie balistiche avevano consentito a Falcone di risalire a insospettabili connessioni fra le cosche di Palermo e Catania. Per la mafia ero diventato un pericolo».

In che modo l’hanno fatta fuori?

«Con l’accusa di peculato. Mi sarei appropriato di 30 o 40 cartucce da caccia del costo di 100, massimo 150 lire l’una, pensi un po’. Se a Venezia ci fossero state le pecore, m’avrebbero accusato di abigeato. Ma l’accusa più grave fu quella formulata dal pubblico ministero Felice Casson, oggi senatore del Partito democratico, che m’incolpava d’aver fatto sparire dell’esplosivo. Dopodiché saltò fuori un documento, controfirmato dallo stesso Casson, dal quale risultava che quell’esplosivo era stato consegnato alla direzione di artiglieria. Presentai un esposto al Consiglio superiore della magistratura e l’accusa cadde subito».

Cogne, Garlasco, Perugia, e prim’ancora l’Olgiata e via Poma: tanti toponimi per indicare altrettanti delitti in cui dalla guerra di perizie e controperizie non emerge mai una verità credibile. Di chi è la colpa?

«Di chi compie le prime indagini. Com’è possibile che nel caso di Meredith Kercher siano state trovate tracce di sangue su una borsa a tracolla a quattro mesi e mezzo dal delitto? Nella mia carriera ho visto cose da far paura. Prenda la tragedia del Moby Prince, che costò la vita a 140 persone. Il gabinetto di polizia scientifica della Criminalpol individuò sul traghetto tracce di ben sette diversi tipi di esplosivo».

E invece?

«A bordo non ve n’era nemmeno uno, di esplosivo! Così come non vi erano residui dello sparo sul davanzale della Sapienza di Roma, da dove sarebbe partito il colpo che uccise la studentessa Marta Russo. Peggio ancora fu quello che accertai come consulente di Pietro Pacciani. I periti di fiducia del giudice dovevano rilevare eventuali tracce di polvere da sparo su un baby-doll e su un pannolino da neonato che avrebbero avvolto armi da fuoco usate dal mostro di Firenze. Conclusero per la presenza di antimonio, elemento chimico attribuito alla miscela d’innesco delle cartucce Winchester calibro 22 Long Rifle. Ebbene, chiunque s’interessi seriamente di munizioni sa che quell’innesco non contiene antimonio. Appare grave che dei periti d’ufficio abbiano disposto la ricerca strumentale dell’antimonio in cartucce che ne sono notoriamente prive. Ma ancora più grave è che l’antimonio sia stato addirittura individuato negli inneschi esaminati. Risultato: Pacciani assolto, giustizia svergognata».

Che conclusioni devo trarne?

«Domina la pressoché generale ignoranza della criminalistica, di quel complesso di discipline che si definiscono scienze forensi. Il giudice non è onnisciente, deve per forza rivolgersi al consulente tecnico. Ma se il secondo è più ignorante del primo? Tutto ciò rende aleatoria la giustizia penale in Italia. Adesso lei sa quali rischi corre il cittadino innocente quando viene afferrato dai tentacoli di questa piovra. Se sarà fortunato, potrà riavere la libertà a prezzo della salute, della rovina economica, dell’onore».

Tesi confermata da eventi inimmaginabili: Luciano Garofano lascia la guida dei Ris di Parma.

La notizia arriva dopo l'annuncio del Tg1 di un suo probabile coinvolgimento diretto nelle indagini della procura di Parma, scaturite da una denuncia dell'avvocato Carlo Taormina, in merito a presunte irregolarità compiute dal reparto per lo svolgimento di consulenze tecniche su importanti e controversi casi giudiziari degli ultimi anni. Le accuse sarebbero di truffa ai danni dello stato, abuso di ufficio e falso ideologico. Il colonnello dei carabinieri, per 14 anni comandante del Reparto investigazioni scientifiche, dopo essersi occupato dei delitti più noti degli ultimi anni, dall’omicidio di Garlasco alla strage di Erba, dal caso Cogne all’assassinio di via Poma, ha presentato congedo al comando generale dei carabinieri. La sua richiesta è stata accolta. Comunque soddisfatto Taormina: "Ciò che ha costituito oggetto delle mie indicazioni ha trovato riscontro.”

Ma non finisce qui. Unabomber: Condannato a due anni Ezio Zernar, il poliziotto accusato di aver alterato una “prova principe” nel processo contro il bombarolo del nordest. C’é una condanna nella vicenda Unabomber, ma non è a carico dello sconosciuto bombarolo del nordest, bensì per un poliziotto, Ezio Zernar, del laboratorio di indagini criminalistiche di Venezia, accusato di aver alterato quella che poteva essere una “prova principe”, che sarebbe stata data dalle striature trovate su un lato del lamierino e compatibili con i segni lasciati da una forbice che era nelle disponibilità di Zornitta.

INETTITUDINE DELLO STATO

Questi sono alcuni casi di morti conosciuti ed evitabili a causa dell'inefficienza. Tantissimi altri rimangono sconosciuti

Martedì mattina 23 giugno 2009, quando uccise a coltellate l’ex moglie 33enne Monica Morra, che davanti all’asilo aveva in braccio il loro figlio di 2 anni, Massimo Merafina non sarebbe dovuto essere libero, ma avrebbe dovuto già trovarsi in carcere da almeno 3 giorni in forza di un ordine di arresto che sabato 20 giugno era stato emesso dal Tribunale di Sorveglianza e comunicato via fax per l’esecuzione alle forze dell’ordine. Ma il commissariato cominciò formalmente a cercare Merafina (senza trovarlo) solo lunedì 22 giugno. Un vuoto di 48 ore. Che si aggiunge allo sfortunato paradosso di una donna uccisa mentre era sottoposta (per tutt’altre vicende) a una «vigilanza mobile» di polizia. E all’ulteriore beffa (questa già nota) del fatto che la notizia di reato relativa a due denunce per stalking, sporte appena pochi giorni prima, (il 17 e 18 giugno) al commissariato Lambrate contro l’uomo da cui si stava separando, sia poi arrivata in Procura, benché redatta il 20 giugno, solo il giorno stesso del delitto, 23 giugno.

Merafina, 45 anni, alcolista da 25, condannato nel 2008 a 1 anno e 6 mesi per detenzione d’armi, stava scontando la pena in misura alternativa al carcere, affidato dal Tribunale di sorveglianza (pur con due pareri negativi del commissariato) a un Servizio sociale. Ma sabato 20 giugno, alle ore 9.05, l’assistente sociale del Centro diurno «Il Girasole» comunica via fax urgente al Tribunale che il condannato «ha interrotto il programma terapeutico» e che il Servizio sociale, «con gli strumenti tecnici a disposizione, non può garantire la tenuta della misura alternativa e la tutela delle persone coinvolte nella sua vita familiare».

Quel sabato il giudice Cossia competente su Merafina non c’è, e il fax passa a un’altra giudice di turno, Ceffa. Che già alle 11.28 manda al commissariato un fax in cui «paventa il rischio di atti anche di etero-aggressività da parte di Merafina», motiva «l’inidoneità della misura» alternativa al carcere «a tutelare l’incolumità dei terzi e dei familiari», ne dispone la sospensione, e «ordina l’accompagnamento di Merafina in istituto penitenziario».

Il rapporto di trasmissione attesta che il fax è effettivamente partito; è stato ricevuto 22 secondi dopo da un fax intestato «Ps Quarto Oggia» (il commissariato di Quarto Oggiaro); e ha avuto «risult ok». E invece nella ricezione, evidentemente non preavvisata da alcuna telefonata del Tribunale, accade qualcosa che ok non è: per ragioni non chiarite (guasto tecnico? disattenzioni umane?), in commissariato il fax non c’è o si perde. È solo una fortuita circolazione di notizie tra assistenti sociali e polizia a far sì che lunedì il commissariato apprenda della revoca dell’affidamento in prova, revoca che formalmente riceve in fax dal servizio sociale. Stando agli atti dell’indagine sul delitto del pm Ester Nocera, è da lunedì che gli agenti cominciano a cercare Merafina nei bar, presso i conoscenti, nei luoghi frequentati. Senza successo.

Caso vuole che l’ex moglie intanto abbia da mesi una protezione della polizia. A inizio 2009, infatti, Morra ha deposto come teste in un processo contro due imputati di aver sparato nel 2006 a Merafina. Per metterla al riparo da possibili ritorsioni da parte degli imputati, il pm Sangermano il 13 febbraio 2009 chiede alla Questura una qualche forma di tutela; e il 19 febbraio il questore milanese Indolfi comunica «di aver disposto, in via preventiva, una vigilanza mobile dedicata, a cura della Polizia, presso l’abitazione della signora», insomma un’auto che ogni tanto passa sotto casa (peraltro poi cambiata dalla donna). Neanche questo, per sfortuna, la salverà.

Il capo della Squadra Mobile di Genova, Claudio Sanfilippo, ha lasciato il capoluogo ligure, destinato a Parma, dove sarà vicequestore vicario. Fu protagonista di una polemica con il Pm Zucca della Procura di Genova, dopo l'omicidio di Maria Antonietta Multari. La ragazza, infatti, era stata uccisa a Sanremo da Luca Delfino, di cui Sanfilippo aveva chiesto l'arresto per l'omicidio di Luciana Biggi, ma per il Pm non c'erano le prove necessarie.

Si è ucciso in preda alla disperazione. Si è ucciso perché nessuno, nella complessa burocrazia carceraria, gli aveva fatto capire che ormai stava per uscire. Era già stato, infatti, formalmente scarcerato, ma nessuno glielo aveva comunicato, e in quelle che sarebbero state le sue ultime ore di prigionia si è tolto la vita in carcere. È accaduto nel supercarcere di Palmi (Reggio Calabria), secondo quanto riporta oggi il Corriere di Rimini: l’uomo infatti, 41, anni, di Bari, era stato condannato nel capoluogo romagnolo nell’agosto 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia.

Gli erano stati comminati 4 anni e 5 mesi di pena per una serie di aggravanti fra cui la recidiva specifica, la dichiarazione di delinquente abituale e il fatto che si trovasse in Romagna in violazione delle misure di sorveglianza alle quali era sottoposto. Andati a vuoto i tentativi di ottenere gli arresti domiciliari in una comunità di recupero, il barese era disperato e si è tolto la vita in cella con il fornellino del gas.

Ma il provvedimento di scarcerazione era già arrivato da più di 24 ore negli uffici del penitenziario, grazie alla richiesta dell’avvocato Martina Montanari che era stata accolta dalla Corte d’Appello di Bologna.

OTTO ANNI PER SCRIVERE UNA SENTENZA: BOSS MAFIOSI LIBERI.

Non bastano i tanti, troppi fuori ruolo nella magistratura. In più ci sono tante toghe impegnate in incarichi temporanei extragiudiziari, mentre la giustizia affoga tra milioni di arretrati e accumula ritardi da record nel deposito delle sentenze. Tra queste, un giudice-lumaca, sotto processo al Csm per aver depositato sentenze con grave ritardo, che fa parte della Commissione per individuare gli standard di produttività delle toghe ed evitare proprio i ritardi dei colleghi.

Palazzo de’ Marescialli è di manica larga e autorizza non solo quelli che la toga la mettono nell’armadio per anni, anche decenni, per fare i parlamentari, gli amministratori locali, i ministeriali, i diplomatici in organismi internazionali, i membri dello stesso organo di autodisciplina della magistratura, ma anche quelli che a centinaia entrano in commissioni di studio, tengono insegnamenti universitari o corsi di specializzazione e formazione professionale, fanno lezione un po’ a tutti, nelle accademie navali e negli ospedali, all’Aci, a vigili e ingegneri, carabinieri, giornalisti e doganieri.

Sono stati 957 i nulla osta dati da Palazzo de’ Marescialli in 6 mesi. Finora c’era un tetto di 40 ore all’anno, che salivano a 50 in casi particolari, ma una sentenza del Consiglio di Stato ha aperto la porta, dando ragione ad un magistrato cui era stata negata l’autorizzazione perché superava appunto il limite fissato dalla circolare del Csm. Per il supremo giudice amministrativo il no non può essere legato solo al tetto orario, ma dev’essere giustificato con un previsto pregiudizio dell’attività quotidiana del magistrato.

Non preoccupa che ci sia già un esercito di fuori ruolo con incarichi permanenti a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, al Csm, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero. Sono 277, malgrado i circa mille e 400 posti vuoti negli uffici giudiziari, soprattutto nelle sedi disagiate, sempre più in affanno nel loro lavoro.

Almeno le toghe in servizio dovrebbero lavorare full time. E invece no: gli incarichi extragiudiziari per il Csm devono essere aumentati. Eppure, diverse volte la sezione disciplinare si è trovata alle prese con casi di magistrati sotto processo per i ritardi accumulati nel loro lavoro che come giustificazione sostenevano di essere stati impegnati in altri incarichi, regolarmente autorizzati dallo stesso Csm, che ora li incolpava. Questo mentre la prima condizione per ottenere il nulla osta è che non ci sia «interferenza dell’incarico con l’attività giudiziaria».

Il caso più recente riguarda il giudice di Milano Enrico Consolandi. Il  Csm lo ha autorizzato a fare un seminario di 20 ore sul processo telematico all’università di Milano, malgrado egli sia sotto procedimento disciplinare proprio per ritardi nel deposito delle sentenze, rilevati da una recente ispezione del ministero della giustizia.

Il fatto più clamoroso è che Consolandi fa parte della Commissione del Csm, insediatasi a dicembre 2008, che si occupa di stabilire gli standard di produttività per i colleghi. Sembra peraltro, che in quella Commissione non sia l’unico ad essere stato individuato come giudice-lumaca. Ma non è tutto.

Un’altra regola del Csm è quella di non dare l’ok per attività part time a chi subisce un procedimento disciplinare. Per tanti c’è stato il rifiuto, ma Consolandi (pare appoggiato da una forte corrente di sinistra) è stato regolarmente autorizzato. Non era la prima volta. Perché aveva avuto l’ok per entrare nella Commissione del Csm sulla produttività, mentre pendeva sul suo capo un altro processo disciplinare. Nel 2007, dopo un violento alterco, aveva spinto in malo modo un anziano di 75 anni fuori dal suo studio, facendolo cadere e sbattere alla porta. Questi era finito al pronto soccorso con un ematoma e il giudice aveva subito un processo penale per lesioni. Il Csm, pur censurando il suo comportamento, lo ha assolto.

Altro caso che val la pena di ricordare quello del giudice del tribunale di Milano Guglielmo Leo. Tra il 1997 e il 2001 aveva depositato 13 sentenze penali con ritardi anche di 4-5 anni. «Ero molto impegnato - spiegò a Palazzo de’ Marescialli, durante il suo processo disciplinare- anche per il lavoro nel Comitato scientifico per la formazione del Csm, con molti viaggi a Roma e in altre città».

Pensare che, come abbiamo detto, la prima regola per l’autorizzazione sarebbe che il nuovo incarico non pesi negativamente sul lavoro d’ufficio. Per la cronaca, quel gip nel 2006 è stato assolto. Era «laborioso», anche se fuori dal tribunale.

Ecco perché ai magistrati si drizzano i capelli in testa a sentir parlare di «processo breve», 2 anni per ogni grado. Solo per depositare una sentenza c’è chi ci mette ben sei anni e mezzo.

Succede nel tribunale di Milano, che dovrebbe essere un modello per il sistema giustizia italiano, anche perché ci passano come si sa processi «eccellenti». Magari, però, se c’è un imputato come Silvio Berlusconi, si va più in fretta.

Un’ispezione del ministero della Giustizia ha esaminato l’attività del tribunale tra il 25 marzo 2003 e il 15 settembre 2008. Un’ispezione ordinaria, di quelle periodiche negli uffici giudiziari. Ma i risultati sono stati eclatanti: gravi ritardi, negligenze, errori. C’è chi accumula 2.066 giorni di ritardo nel deposito delle sentenze, chi 1.311, chi 928, chi supera l’anno in 123 casi, chi sfora i termini il 75 per cento delle volte. C’è anche chi si «dimentica» in prigione un detenuto che dev’essere scarcerato per ben 127 giorni.

Per tutto questo e molto di più il Guardasigilli Angelino Alfano ha deciso di promuovere l’azione disciplinare per 14 giudici. L’11 novembre del 2009 ha fatto la segnalazione al procuratore generale della Cassazione e Vitaliano Esposito sta ora facendo la sua istruttoria. Alla fine, chiederà di procedere o, in rari casi, di archiviare. Sarà la sezione disciplinare a giudicare le toghe sotto accusa. Il più delle volte, per ritardi anche gravi come questi, tutto si conclude con una censura che rallenta la futura carriera.

Carriera che è andata a gonfie vele, ad esempio, per uno dei giudici in questione: Elena Riva Crugnola nel 2008 è stata promossa all’unanimità dal Csm ed è diventata presidente di sezione del tribunale di Milano, sbaragliando ben 61 candidati. Valutazioni positive che più positive non si può: «entusiasmo», «buona produttività», «doti organizzative». Come si concilia questo quadro con il fatto che negli anni precedenti, si legge nell’atto di accusa di Alfano, abbia «omesso di rispettare i termini di deposito di 86 sentenze civili, (pari al 74 per cento di quelle complessivamente depositate), con un ritardo massimo pari a 669 giorni e ben 46 casi di ritardo superiore all’anno»? Ritardi, per il ministro, «reiterati e gravi, non giustificati e sintomatici di mancato rispetto, nell’esercizio delle funzioni, dei doveri di diligenza e laboriosità, con evidente lesione del diritto del cittadino a una corretta e sollecita amministrazione della giustizia, nonché pregiudizio della fiducia di cui un magistrato deve godere e conseguente compromissione del prestigio dell’ordine giudiziario».

Colpisce anche che tra i giudici indicati come fannulloni ce ne sia uno, Enrico Consolilandi, che fa parte del gruppo di lavoro del Csm per stabilire le regole di produttività delle toghe. Forse il suo esempio non è dei migliori, se ha depositato fuori dai termini 78 sentenze civili e 8 penali (il 14 per cento del totale), con un ritardo massimo di 892 giorni e ben 21 casi che superano l’anno. Il record sembra raggiunto da Bartolomeo Quatraro che è arrivato a depositare una sentenza con 6 anni e mezzo di ritardo e altre 67 con oltre un anno: 86 in tutto fuori dai termini. Quanto a Maria Rosaria Mandrioli, tra le sue 59 sentenze in ritardo ne ha qualcuna che sfora i 1.311 giorni, oltre ad altre 3 oltre l’anno.

Per Bianca La Monica risultano 106 sentenze in ritardo, quasi il 40 per cento, anche di 439 giorni. Arriva a 928 giorni Angelo Riccardi, che non consegna nei termini 82 sentenze, mentre Federico Buono è sotto accusa per ben 396 sentenze (il 43,46 per cento): il suo massimo è 838 giorni ma in 123 casi supera l’anno. Angela Rosa Bernardini ambiva alla stessa promozione della Crugnola e poteva farcela, visto che esibiva al Csm «lusinghiere valutazioni sulle qualità professionali e personali», in particolare una «laboriosità molto elevata» e una «notevole produttività». Peccato che in quasi il 60 per cento dei casi depositava le sentenze in ritardo, 273 nel periodo in questione, arrivando a 579 giorni e oltre l’anno in 88 casi. C’è poi il caso a parte di Jole Milanesi, che ha tenuto in carcere Abdel Nabi El Gammal per 127 giorni, malgrado fossero scaduti i termini per la carcerazione cautelare.

Quando c'è da discutere sui problemi che affliggono l’Italia si arriva sempre alla medesima conclusione: nella penisola manca la certezza della pena. Che si tratti di mafia, di violenza negli stadi o di appalti truccati, la burocrazia lumaca e le falle del sistema giudiziario fanno si che l'epilogo di molte vicende sia, tristemente, sempre lo stesso. L'elenco potrebbe essere interminabile. Alla lunga sfilza di casi simili si aggiunge il 15 aprile 2009 l'assurdo episodio di Bari. Nel capoluogo pugliese, infatti, Rosa Anna De Palo, giudice dell'udienza preliminare del Tribunale, non ha depositato le motivazioni della sentenza di primo grado che condannava 21 presunti mafiosi e narcotrafficanti nell'ambito del maxiprocesso “Eclissi”, nei confronti del clan “Strisciuglio”. A seguito della prima fase di tale processo, conclusasi il 16 gennaio 2008, erano stati condannati anche un'altra trentina di imputati che verranno scarcerati in ottobre 2009. Ci si interroga ora sulle motivazioni che hanno spinto la De Palo a non depositare le motivazioni sebbene avesse avuto oltre 15 mesi a disposizione. Intanto le forze di polizia sono state allertate per far fronte a questa possibile minaccia.

Sono molto preoccupato» ammette il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. Non capita tutti i giorni che liberino ventuno delinquenti, o presunti tali, perché un giudice non riesce a depositare le motivazioni della sentenza di condanna.

«Non è nemmeno la prima volta che in questo distretto giudiziario accadono cose del genere: la mafia foggiana aveva beneficiato dello stesso trattamento. In quel caso perché non erano state trascritte secondo tempi utili una serie di intercettazioni telefoniche. Oggi come ieri, il risultato non cambia: non riescono ad essere osservati i termini fissati dalla legge. Qualsiasi scusa per giustificare comportamenti di questo tipo, non ha fondamento».

Rimedi?
«Ho chiesto al prefetto Schilardi di convocare una riunione col procuratore della Repubblica e con i vertici delle forze di polizia».

Ci sarà anche il numero due del Viminale?
«Sì, certamente. Insieme con tutti quanti gli altri, voglio valutare bene l'impatto che queste scarcerazioni provocano in termini di incremento della pericolosità».

Cioè?
«Un mafioso non può fare altro che il mafioso. Questa regola, verosimilmente, sarà seguita pure in questa occasione: ritorneranno a fare quello che facevano prima di essere arrestati».

Non c'è da stare allegri.
«Ci sarà, temo inevitabilmente, un deficit di sicurezza ed un incremento di insicurezza».

Mantovano pecca di pessimismo?
«Non stiamo mica parlando di agnellini».

Il presidente dell'Anm Salvatore Casciaro, fa sapere che «le scarcerazioni non riguardano le imputazioni e le condanne più gravi».
«Invidio chi riesce a fare distinzioni».

Quali, scusi?
«Quella fra chi è imputato di strage e di omicidio, e che non esce dal carcere, e chi è accusato solo di associazione per delinquere. Solo fra virgolette, mi raccomando. Gente, insomma, che sembra destinata esclusivamente a fare ammuina, come dicono a Napoli. Non è così, naturalmente».

Perché, che cosa potrebbe succedere?
«C'è un rischio per la collettività. Siamo di fronte a scarcerazioni improvvide: adesso si tratta di comprendere come contenerle».

Il responsabile della giunta dell'Anm, sostiene: il gup Anna Rosa De Palo, promossa dal Csm alla guida del tribunale per i minori, è «bravo e stimato» e se fosse stato «esonerato dalle urgenze» avrebbe potuto scrivere la sentenza che ancora non c'è.
«A me risulta che avesse avuto l'esonero proprio per scrivere quella sentenza. Poteva ad ogni buon conto segnalare eventuali problemi al capo dell'ufficio, e si sarebbe trovata la maniera di risolverli».

La maniera di risolverli.
«Bari non è Gela o la Calabria dove l'assenza di giudici è cronica. L'Anm piuttosto, la smetta di difendere acriticamente i suoi associati. Mi attenderei un minimo di riflessione: possibile che perfino davanti a fatti pesanti come questo, la colpa è sempre degli altri? Del Parlamento, del governo, dei partiti... E' come rifiutarsi di capire».

A riguardo ci sono dei precedenti eclatanti.

Edi Pinatto non farà  mai più il magistrato in quanto, avendo impiegato otto anni per scrivere una sentenza di mafia, ha gettato "discredito sul prestigio della magistratura tutta". Ecco perché le sezioni unite civili della Cassazione hanno respinto il ricorso presentato dall'ex giudice di Gela, poi pm a Milano, sospeso dal Csm dalle sue funzione di giudice per avere appunto impiegato otto anni per stendere una sentenza che riguardava capi mafia, scarcerati per decorrenza dei termini. Il magistrato, il 7 luglio del 2008, era stato sospeso dalle sue funzioni con provvedimento del Csm.

Inutilmente Edi Pinatto si è difeso in Cassazione, lamentando un "eccesso di potere" da parte della magistratura nell'ordinare la sua rimozione da giudice. Secondo Pinatto, infatti, nei suoi confronti avrebbero potuto adottare una linea più morbida. Piazza Cavour non ha condiviso la linea difensiva e ha respinto il ricorso, evidenziando che "il ritardo" nella stesura della sentenza di mafia "si è tradotto in un diniego di giustizia lungamente protratto in netto ed insanabile contrasto con il principio di ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 della Costituzione".

Tutto questo "ha inevitabilmente provocato nella pubblica opinione una assoluta caduta di stima - annota la Suprema Corte nella sentenza 8615 -, fiducia e considerazione nella persona del dottor Pinatto del tutto incompatibile con l'esercizio delle funzioni giudiziarie". Infatti, dicono gli 'ermellini', "il ritardo ha superato la soglia della ragionevolezza e giustificabilità  e ha gettato discredito sul prestigio del magistrato e della magistratura tutta".

DENUNCE PENALI MAI ISCRITTE NEL REGISTRO GENERALE.

Se io dico che a Taranto le denunce si insabbiano, in quanto non si iscrivono nel registro delle notizie di reato, mi denunciano per diffamazione. E poi vedi che quella denuncia a Potenza, sì che va avanti. Ma se ciò è denunciato dal Procuratore della Repubblica di Napoli, allora sì che c'è da riflettere sul fenomeno delle denunce fantasma.

Questo ha detto Agostino Cordova durante l'audizione in Commissione Antimafia nella quale ha fatto un bilancio, disastroso, dell'amministrazione giudiziaria nel capoluogo campano.

Sta proprio in questo, secondo Cordova, "l'origine di tutti i problemi", nell'unificazione delle due procure dal primo gennaio 2000. "Prima di quella data avevamo 16 mila fascicoli, il primo gennaio l'ex Circondariale ce ne portò circa 690 mila, una cifra mai riscontrata credo in nessun'altra procura italiana". Di questi 690 mila fascicoli "ben 200 mila non erano nemmeno iscritti nel registro delle notizie di reato". E nel conto vanno messi anche "due milioni e trecentomila seguiti di informativa ammonticchiati sul pavimento e mai visionati da nessuno e oltre novemila esecuzioni pendenti, di cui diverse prescritte, cioè risalenti a dieci anni prima".

Ottocento magistrati del distretto di Napoli, tutti chiamati a palazzo di giustizia dall'Associazione Nazionale Magistrati. E per parlare di una cosa sola: le dichiarazioni esplosive del procuratore della Repubblica Agostino Cordova davanti alla commissione Antimafia, qualche giorno fa. E' proprio lui, oggi, a salire simbolicamente sul banco degli imputati. Mentre il ministro della Giustizia manda gli ispettori negli uffici giudiziari.

Pm contro pm, giudici accusati di abbandonare nei cassetti richieste di arresto per 700 camorristi.

Questa è stata la denuncia a freddo di Agostino Cordova, lui che qualche mese fa vide consegnare al Consiglio superiore della Magistratura un documento con le firme di 64 sostituti, più della metà, nel quale veniva contestata la sua gestione e l'organizzazione degli uffici giudiziari partenopei.

Ma Napoli è l'Italia. Centinaia di migliaia di atti non registrati neanche a Milano.

Perché per molti mesi queste denunce sono sì esistite fisicamente, in carta e inchiostro nell'ufficio che in Procura registra appunto le denunce di reato dopo le indicazioni impartite dai procuratori aggiunti; ma formalmente non sono mai esistite, e quindi non sono ancora state prese in carico e coltivate dalle indagini di alcun pm, perché mai sono state registrate nel Registro Generale informatico.

Perché? Perché a fare quello che pomposamente è chiamato «servizio di data entry», ovvero a immettere i dati nell'archivio elettronico della Procura, invece dei 22 cancellieri che facevano questo lavoro anni fa, oggi in servizio effettivo si ritrovano solo 7 impiegati.

Che, come ovvio, nella registrazione delle denunce danno la priorità a quelle contro persone identificate. Così la massa di denunce contro ignoti, che una città come Milano produce al ritmo di 500 al giorno, periodicamente diventa una montagna dalla vetta non più scalabile.

Alla fine dal ministero, come in altri casi nel passato, è arrivato un mini stanziamento- extra per appaltare a una ditta privata il servizio di assorbimento dell'arretrato da questo limbo.

Dove, nel frattempo, il cittadino ha comunque già pagato una «tassa» senza saperlo. Se la denuncia non viene registrata, infatti, non parte l'indagine; ma se non inizia, nemmeno può finire con quel certificato di «chiusura indagine» necessario a ottenere dalla propria assicurazione il risarcimento per il furto in casa o l'auto rubata.

A MILANO IL TRIBUNALE CONVOCA TOPOLINO E PAPERINA.

Il testimone Topolino? «È pregato di comparire innanzi al Tribunale il 7 dicembre». E non da solo: perché anche «i signori Titti, Paperino, Paperina» sono attesi «davanti al giudice monocratico» per deporre «quali testi nel procedimento penale 6342/05». Il timbro parla chiaro: «Io ufficiale giudiziario, richiesto come in atti, ho per ogni legale effetto notificato l'atto che precede a: Titti, Paperina, Paperino, Topolino». La «relazione di notifica», che la cartolina dell'Ufficio notifiche atti giudiziari di Milano attesta appunto essere stata fatta pervenire al supposto domicilio legale dei fumetti, conferma: non è uno scherzo della giustizia. Ma la bizzarra esecuzione di un teorico adempimento, richiesto effettivamente dalla Procura di Napoli: la citazione proprio di questi quattro testimoni da parte del pm all'udienza in programma venerdì, in un processo partenopeo a un cinese accusato di aver contraffatto gadget con le immagini dei personaggi dei cartoni.

Ovvio che si sia trattato di un paradossale lapsus di cancelleria. Che, una volta vergato, non è stato più fermato, anzi ha via via risalito tutti i livelli di una burocrazia ormai talmente paraocchiata da diventare cieca anche rispetto al ridicolo. L'imputato cinese è accusato a Napoli di aver contraffatto giochi e adesivi con le immagini di Topolino & Co. E in questi casi è il legale rappresentante dell'azienda danneggiata a essere chiamato dal pm per riferire al giudice che quello contraffatto era davvero un proprio marchio. Ma non è un caso che ogni giorno in Italia un processo su tre «salti» per un qualche difetto di notifica.

Nella montagna di adempimenti pratici nei quali si dibattono le cancellerie dei tribunali, in perenne affanno da carenza d'organici e assenza di risorse materiali, deve essere accaduto che il tapino cancelliere di turno abbia automaticamente trasposto nell'atto di citazione dei testi i nomi rimastigli impressi in una affrettata lettura del capo d'imputazione. Il resto è implacabile burocrazia che si autoperpetua. Che sia a mano (come la citazione della Procura napoletana) o dattiloscritto (come sulla cartolina dell'Ufficio notifiche milanese), il risultato non cambia: e «mediante consegna di copia a mani dell'ufficiale giudiziario», la notifica plana (come e anche meglio che in un cartone animato) nello studio legale di Milano che di solito patrocina Warner Bros e Walt Disney nei processi per contraffazione. Improbabile, però, che Paperino e Topolino si presentino a testimoniare. Pare siano già impegnati con i bambini di mezzo mondo sotto Natale. «Legittimo impedimento».

FASCICOLI CHE SPARISCONO.

Sei giorni, sei palazzi di giustizia. Per una settimana "L'espresso" si è infiltrato dentro il tribunale penale, la Cassazione, il Tar, il Consiglio di Stato, il tribunale civile e il giudice di pace. Dove un perfetto estraneo può "bucare" non solo gli archivi, ma le cancellerie con le carte di processi in corso, i cassetti dei pm e gli uffici dei dirigenti. Dove chiunque può spadroneggiare tra corridoi e stanze private, tra sottoscala e armadi con lucchetti rigorosamente aperti. Scoprendo che la giustizia è peggio di un formaggio groviera, un sistema insicuro dove stanze che dovrebbero essere supervigilate sono peggio di un self service all'ora di punta. Già. Nella capitale si può rubare e saccheggiare, distruggere verbali di udienza, fare sparire notifiche e bloccare così qualsiasi provvedimento. Piccole diatribe o cause miliardarie, è uguale: prendendo le carte giuste si possono mandare all'aria anni di lavoro di magistrati, e vanificare le indagini della polizia giudiziaria.

Non ci credete? Eppure si può entrare nelle camere di consiglio dei magistrati a meno di un'ora dalla seduta, trovando sulla tavola i faldoni in disordine e pezzi di pizza ancora caldi. Per infilarsi in una borsa verbali di udienza ci vogliono 30 secondi, nessuno si accorge di nulla. Un normale cittadino può penetrare nella cancelleria e nell'archivio della corte d'appello e rovistare tra i fascicoli dei giudici, mentre segretarie gentili passano salutando. "Buongiorno". "Buongiorno a lei". Nessuno ferma gli sconosciuti, nessuno chiede niente. "Se in sede civile scompare un verbale d'udienza", spiega un magistrato, "il procedimento deve ripartire da zero, se porti via una notifica e il processo è vicino la prescrizione, c'è il rischio che i tempi per ricostruire il fascicolo siano troppo stretti. Il lavoro di anni può andare bruciato. C'è persino la possibilità che sicuri colpevoli la facciano franca". Nulla è cambiato dai tempi della causa Imi-Sir, quando la scomparsa di una semplice procura stava per far saltare un ricorso da mille miliardi di lire: i processi sono ancora di "carta", l'informatizzazione resta un miraggio. Per non parlare del rispetto della privacy: nei tribunali si può fotografare e filmare atti coperti da segreto istruttorio, leggere carte che raccontano le gesta di assassini e stupratori, annotare ogni dettaglio di cause da decine di milioni di euro o i fatti intimi di cittadini qualunque.

È un lunedì di ottobre, primo giorno. Tocca al Tribunale amministrativo del Lazio, il più grande l'Italia. I suoi giudici decidono il primo grado di ogni ricorso contro tutte le decisioni della pubblica amministrazione. Le sue sentenze sono fondamentali: solo negli ultimi giorni il Tar ha deliberato su business a sei zeri come il concorso del Gratta e Vinci, sulle graduatorie della scuola, su temi sensibili come il biotestamento e le cellule embrionali. Oltre ai processi che riguardano ogni cittadino, tipo quelle sui concorsi pubblici o il mobbing del capo. All'ingresso c'è un piantone, ma è come non ci fosse. È giorno d'udienza, la sala degli avvocati al secondo piano è piena di gente. A dieci metri ci sono gli archivi: la stanza 326, la stanza 307 della Seconda sezione. Le porte sono aperte: dentro vengono conservate sentenze di primo grado. Nei corridoi del terzo piano il cronista può leggere memorie difensive che riguardano vecchie contese tra Banca d'Italia, Holmo e Banco di Bilbao, può aprire armadietti con le chiavi attaccate alla serratura che traboccano di "ricorsi in attesa di rinuncia". Poi sfoglia una domanda di fissazione di un'udienza per una professoressa bocciata a un concorso, atti della sezione terza quater buttati in corridoio, un ricorso di una grossa azienda contro l'authority sulla vigilanza dei concorsi pubblici. Nella stanza 203, sembra quella di un giudice, oltre ai fascicoli c'è persino un'agenda personale. Anche la sala di consiglio è deserta: sul tavolo ci sono le carte di cinque consiglieri. Un dipendente sorride. Il cronista continua a scartabellare. Ha accesso a migliaia di fascicoli. Ne prende uno dove c'è scritto a penna che l'avvocato verrà a leggerlo, lo prende, si infila nel bagno, mette i fogli in uno zainetto, scende tre piani e va via. Si tratta di copie originali: se non avesse rimesso a posto il faldone prima di uscire, avrebbe bloccato il ricorso.

Martedi è il turno della Corte d'appello penale. Entrare da via Romeo Romei è facile, i controlli fanno ridere. Passando davanti ai carabinieri basta mostrare un tesserino qualunque. Di metal detector neanche l'ombra. Il palazzo è nuovissimo, i corridoi lindi, non c'è una carta in giro. Al piano terra c'è udienza, l'aula è piena come un uovo. Inutile provare a curiosare nelle stanze riservate ai testimoni, sono chiuse a chiave. Al primo piano, però, la cancelleria della sezione lavoro e previdenza e l'ufficio pubblicazioni sentenze sembrano una libreria Feltrinelli. Il via vai è impressionate. Ci sono carte (di primo grado) per cause che verranno discusse l'anno successivo, i fascicoli aperti del "presidente", quelli "in attesa di pubblicazione" del 4° e 5° collegio. Liti, diatribe tra società e dipendenti, abusi, c'è l'imbarazzo della scelta. Anche l'archivio è peggio del deserto dei tartari: l'infiltrato può far finta di rubarsi la sentenza penale contro un ragazzo di 17 anni, oltre a fogli originali del Tribunale dei minori.

Mercoledì l'agenda prevede un salto al Palazzaccio, la Cassazione. Il luogo dove nel 1992 si volatilizzò la procura dell'Imi. Un tipo scaltro può accedere dall'entrata secondaria sul Lungotevere: la guardia è distratta. Se va male, l'alternativa è passare per l'ingresso al pubblico, consegnare la carta d'identità dicendo che si vuole far visita alla biblioteca. Una volta entrati, è fatta. Il palazzo è enorme, si macinano chilometri tra scaloni e corridoi, ma ne vale la pena: in cinque ore si riesce facilmente a guardare le carte dalla cancelleria civile al primo piano, far scomparire ricorsi ancora caldi, bersi un buon caffè nel bar interno, entrare negli archivi più svariati, persino spulciare fascicoli lasciati nell'anticamera dell'ufficio procedimenti disciplinari. Un dirigente ha lasciato le chiavi della segreteria penale attaccate alla porta ed è andato a mangiare, aprire gli armadi pieni di documenti è un giochetto. Le sorprese non mancano nemmeno visitando i seminterrati: sotto la Cassazione tra motorini di magistrati e dipendenti c'è un enorme deposito di rifiuti speciali, migliaia di stampanti, computer, monitor e schede madri fatte a pezzi e gettate alla rinfusa nel corridoio.

Anche al tribunale ordinario di Roma, sezione lavoro, i cancellieri si contano sul lumicino. È giovedì. L'edificio è stato visitato due anni fa da "Repubblica". Nulla è cambiato rispetto all'inchiesta di Attilio Bolzoni. Anzi. Fregarsi il verbale di udienza, il cuore di un processo civile, è più semplice del previsto. Dentro le stanze delle cancellerie nessuno fa domande, si arraffa a piacimento, si può rubare indisturbati. Senza quel verbale (che si può facilmente far volatilizzare) la causa tra due parenti per un affare immobiliare andrebbe rifatta daccapo. Anche la stanza 114 è aperta al pubblico: dentro il guardiano non c'è, sulla scrivania giace una diatriba tra due fratelli e le vicende segrete di un ingegnere che non paga gli alimenti ai figli. Mentre il cronista aspetta che arrivi qualcuno a redarguirlo, ammazza il tempo aprendo fascicoli a caso.

Venerdì, si prova il doppio colpo. Prima si va a via Teulada, dai giudici di pace. L'inferno sceso in terra. Un flusso compatto di persone urlanti e sudate che quasi ti spinge nelle camere di giudici oberati e dentro cancellerie abbandonate, dove tutti possono fare il comodo loro. "Entrare uno alla volta", c'è scritto sulla porta. Come no. Liti condominiali, ricorsi alle multe, piccole cause civili, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Dopo un'oretta di pirateria della privacy, si tenta un'ultima tappa, il Consiglio di Stato. Dalle stalle, alle stelle. In teoria Palazzo Spada, uno dei più belli di Roma, dovrebbe essere protetto come Fort Knox. Qui 120 magistrati strapagati decidono le controversie che riguardano la pubblica amministrazione. Affari miliardari, o ricorsi contro le sentenze del Tar depositate da semplici cittadini. "L'espresso" ha fatto un sopralluogo qualche settimana prima: anche oggi i custodi e i carabinieri sembrano messi lì per bellezza. L'ascensore, piano meno uno, porta dritti all'archivio: non c'è anima viva, chiunque può leggere con calma i dettagli di cause di Vodafone, Consob, ministeri vari, Assitalia, Ferrovie e decine di altre piccole aziende. Su una porta gialla c'è scritto: "Si fa presente che per accedere ai locali dell'archivio generale occorre chiedere le chiavi di accesso al personale o ai carabinieri". Sarà un caso, ma la porta è aperta, le chiavi sono inserite nella toppa. Al primo piano, tra affreschi e mobili antichi, c'è la camera di consiglio dei magistrati della quarta sezione: sul tavolo decine di fascicoli appena dibattuti o da dibattere a breve, toghe spiegazzate, armadietti personali pieni di documenti. Sono spalancati. In giro non si sente volare una mosca. È mezzogiorno, il weekend si avvicina. All'uscita, ineffabile, il custode parla con il carabiniere. "Arrivederci ". "Buona giornata a lei".

IL MINISTERO RISARCISCE GLI AVVOCATI, “STRESS DA MALAGIUSTIZIA”.

Il ministero risarcisce gli avvocati per stress da "inefficienza del sistema giudiziario". Accade a Napoli dove il giudice di pace ha condannato il dicastero della Giustizia a rimborsare cento euro per ciascuno degli ottanta legali che lo hanno citato in giudizio.

Il contenzioso nasce da una causa promossa dall'avvocato Angelo Pisani, alla quale poi si sono accodati altri suoi colleghi iniziata il 28 ottobre del 2005 contro, si legge nell'esposto, "l'inefficiente sistema giudiziario napoletano caratterizzato da gravi e ingiustificati disagi, gravi violazioni del diritto di difesa, delle regole processuali come illegittimi ed inspiegabili rinvii delle prime udienze, lunghe file per la verifica dell'assegnazione delle cause, ingiustificate condizioni di lavoro, inspiegabili ritardi anche di otto/nove mesi per il rilascio di copie esecutive di sentenze relative a procedimenti tenuti presso l'ufficio del giudice di pace".

Insomma, in poche righe, una descrizione esaustiva dei mali che affliggono questa come altre sezioni del tribunale partenopeo. Dopo un anno e mezzo, la sentenza emessa dal giudice di pace della prima sezione civile Renato Marzano che dà ragione agli avvocati e condanna il ministero a una equa riparazione dei "danni esistenziali conseguenti allo stress derivante dai disagi subiti". Oltre ai cento euro, via Arenula dovrà accollarsi anche il pagamento delle spese di giudizio liquidate in 70 euro per le spese, 125 euro per i diritti, 75 per gli onorari oltre l'Iva, il 12,50% a titolo di rimborso spese generali.

Il giudice di pace ha però accolto solo in parte le richieste dei legali, che avanzavano anche l'ipotesi di una applicazione della legge Pinto, individuando gli elementi per ritenere di dover essere risarciti per una ingiustificata durata dei processi.  Tutti i testi hanno riferito al giudice di Pace che mentre sino a qualche tempo fa una causa iscritta a ruolo veniva chiamata dopo sette giorni rispetto la data indicata in citazione, questo termine nel tempo si è dilatato fino ad arrivare a 60 giorni; senza contare le file lunghissime, per circa una ora, per iscrivere una causa a ruolo, e i quattro mesi che occorrono per ottenere copie urgenti di una sentenza, pagando il triplo dei diritti previsti, mentre per le vie ordinarie ci vogliono anche 12 mesi per quelle stesse copie.

Una situazione per la quale gli avvocati si trovano coinvolti in discussioni continue con i loro clienti esasperati. Da qui lo stress. E il risarcimento.

MALAGIUSTIZIA OCCULTA

Atto n. 4-04363

Pubblicato il 10 aprile 2003

Seduta n. 381

CURTO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso:

che allo scrivente è pervenuta copia di un esposto inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente del Consiglio Nazionale Forense, al Procuratore Generale della Repubblica c/o la Corte d’Appello di Taranto, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Potenza, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Taranto e al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto;

che tale esposto, penale ed amministrativo, sembra sia l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di denuncie ed esposti tendenti a smantellare illegalità di vario tipo che colpiscono i cittadini più deboli e più poveri ad opera di chi rappresenta la giustizia nel nostro Paese, in particolare giudici ed avvocati;

che, per la delicatezza della questione, e a causa della mancanza di un qualsiasi riscontro a questo esposto e ad altri precedenti atti congeneri, ritengo opportuno riportare di seguito il testo del citato esposto:

“Oggetto: omissioni d’atti d’ufficio ed abusi d’ufficio presso gli Uffici Giudiziari di Taranto.

In campo penale si viola il diritto di difesa della persona offesa dal reato;

Al Registro Generale non si ritrovano iscritte notizie di reato, di cui si è presentata regolare denuncia o querela o esposti firmati, ex art.335, c.p.p. ed ex art. 110 bis att. c.p.p., né si forniscono notizie circa le notizie di reato iscritte.

Non si comunica, quando richiesto, ex artt. 406, 408 c.p.p., la proroga delle indagini e la richiesta di archiviazione al GIP, impedendo l’opposizione alla stessa.

Non si svolgono indagini, ex art. 50 c.p.p., nei confronti di persone influenti, e Pubblici Ufficiali che li coprono, per notizie di reato di abusivismo edilizio e violazione di norme ambientali, di sfruttamento del lavoro giovanile e nero ed emissione di buste paghe false, di concorsi truccati per diventare avvocato e di evasione fiscale e contributiva sui praticanti avvocati, di aggressioni ad avvocati per impedirgli la presenza in udienza, di abbandono di incapaci, di riciclaggio di assegni nominativi rubati, di emissione di deleghe false, di truffe Enel, ecc…

Si eseguono sequestri innominati, senza notifica di copia all’interessato. Al soggetto interessato, quando è ritenuto incapace, non si nomina un tutore, impedendo la nomina di un difensore di fiducia, né si nomina un difensore d’ufficio, affinché il soggetto possa opporre richiesta di riesame, ex artt. 257, 322 c.p.p., ed esercitare tutti gli altri diritti processuali, ovvero, se abbandonato fin anche dalle istituzioni, possa esercitare ogni facoltà a favore dello stesso, siano di cura, assistenza, mantenimento, ecc…

In campo penale si viola il diritto di difesa della persona sottoposta ad indagine;

Si chiedono sommarie informazioni alla persona nei cui confronti si svolgono indagini, senza che questa sappia di essere indagata e di conseguenza senza la presenza necessaria del difensore, ex artt. 350, 369, 369 bis c.p.p.

Ex artt.358, 362 c.p.p. non si svolgono accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato, né si assumono informazioni utili alle indagini, omettendo l’interrogatorio dello stesso.

Non si procede nei confronti di soggetti rei dello stesso reato.

Si ritrova il fascicolo degli atti d’indagine compiuti dal P.M. e delle dichiarazioni rese dagli indagati, coperti dal segreto d’ufficio, ex art. 329 c.p.p., alla pubblica conoscenza degli indagati e degli estranei in procedimento civile di interdizione. Procedimento civile d’interdizione che dura anni e senza la presenza dell’interdicenda. Quando questa è presente, la si sente alla presenza di decine di persone divertite.

Si obbliga la persona sottoposta ad indagine ad essere il difensore di fiducia e tutore convenzionale del soggetto offeso dallo stesso reato, in quanto non si nomina un difensore d’ufficio, né un tutore, affinché la presunta incapace possa esercitare i suoi diritti processuali e l’indagato non possa reiterare le azioni ritenute lesive.

Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si comunica il limite di ammissione di € 5.815,30 (lire 11.260.000) quale reddito del nucleo familiare, anziché € 9.296,22 (lire 18 milioni),ex art. 3, L. 134/01, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.

Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si ignora ogni istanza di concessione del gratuito patrocinio, presentata ex art. 2 L. 217/90, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.

In campo civile si violano i diritti di difesa delle parti private;

Le vendite dei pignoramenti di beni mobili non si eseguono per mancanza di organi preposti alla vendita, (Istituto Vendite Giudiziarie, Commissionari), ovvero, quando ci sono, si eseguono al di sotto del 10% del valore pignorato, obbligando l’abbandono del procedimento di esecuzione per antieconomicità, perdendo il conto capitale e le spese di giudizio.

Si omette di sollevare il problema dei tempi biblici dei procedimenti civili ordinari e speciali, con meri rinvii delle udienze effettuati per decenni con la complicità dei Giudici.

Con la presente si chiede alle autorità interpellate di intervenire, adottando i provvedimenti necessari, con preghiera di riscontro al sottoscritto, pronto a dare prova per quanto su esposto. In caso contrario si chiede di procedere obbligatoriamente nei confronti del sottoscritto, attivando procedimento penale di calunnia, se bugiardo, ovvero procedimento civile d’interdizione, se pazzo.”,

l’interrogante chiede di conoscere:

se si ritenga opportuno verificare quanto riportato dall’esposto in questione;

se si intenda, e in quale modo, procedere qualora gli argomenti, o alcuni di essi, rispondessero a verità.

SFRUTTAMENTO E LAVORO NERO.

DEI GIUDICI ONORARI

Lavoratori precari che si autotassano per permettere ad una loro collega di avere un minimo di reddito nel periodo di maternità. Costretta a rimanere a casa da una normativa che le impedisce di riprendere il lavoro dopo aver partorito ma non le riconosce le forme di assistenza e di previdenza che la legge riconosce ai lavoratori dipendenti.

La precaria di questa storia però non lavora in un call center o in una agenzia di lavoro temporaneo.

E non è neppure un operaio dell’800, quando i lavoratori senza diritti fondavano le società di mutuo soccorso per darsi un minimo di tutela l’un l’altro.

La precaria di questa storia, che chiameremo Luisa, amministra la giustizia oggi a Torino.

Per 73 euro netti al giorno, senza indennità di malattia, senza ferie pagate, senza tutela se decide di avere un figlio, rappresenta la pubblica accusa, cioè lo Stato, in tribunale. È la «co.co.co. della giustizia».

Luisa fa la viceprocuratore onorario a Torino. Resta incinta e nell’ultimo periodo della gravidanza si astiene (volontariamente) dal lavoro. Un mese fa il lieto evento, dà alla luce un bel bambino, un maschietto dai capelli scuri. Decide di tornare sul suo posto di lavoro, cioè il tribunale di Torino. Solo che il suo posto di lavoro non c’è, almeno per ora e fino a che non saranno trascorsi tre mesi dal parto, come prescrive il Testo unico in materia di tutela della maternità. Una delibera del Consiglio superiore della magistratura del luglio 2006 stabilisce che ai «precari della giustizia» - i giudici di pace, i viceprocuratori onorari e i giudici onorari di tribunale - vanno applicati gli stessi obblighi dei lavoratori dipendenti, ovvero devono restare in aspettativa obbligatoria in caso di maternità, come un lavoratore dipendente. Ma ovviamente non le riconosce il diritto a percepire l’indennità per le giornate di lavoro perse, come viene accade ai lavoratori dipendenti. Col risultato che Luisa resta sì a casa ad accudire il suo bimbo, ma senza l’unica fonte di reddito.

Il caso di Luisa stabilisce un precedente a livello nazionale, sottolineano i rappresentanti della categoria, perché di fatto «si prende atto che gli obblighi di prestazione che fanno capo al magistrato onorario non consentono di equipararlo ad un qualsiasi lavoratore autonomo - spiega Paola Bellone, la collega di Luisa che ha promosso questa Mutua del nuovo millennio -. Il paradosso è che al magistrato onorario non sono estese le forme di previdenza e di assistenza di cui beneficia il lavoratore dipendente, e quindi la tutela della prole, a cui è ispirata la delibera del Csm, non è effettiva».

Così i magistrati onorari di Torino hanno preso carta e penna e scritto ai parlamentari, hanno sollevato il caso di Luisa tra le ragioni dell’ennesimo sciopero della categoria - il secondo dall’inizio dell’anno - e alla fine si sono infilati le mani in tasca e hanno deciso di rinunciare ad una parte dei loro compensi, per costituire un fondo in favore di Luisa e del suo bambino.

L’iniziativa dei «magistrati co.co.co» torinesi ha avuto anche un’eco nazionale, con gli iscritti alla Federmot, una delle associazioni della categoria, che si stanno organizzando per un fondo nazionale di solidarietà a favore di tutte le future madri come Luisa.

Intanto i magistrati onorari tornano a scioperare. Cinque giorni, da oggi e fino al 31 marzo. Dopo un analogo sciopero sempre di cinque giorni in gennaio. Da allora, al di là delle molte promesse e della solidarietà di tanti magistrati togati - quelli veri, ufficiali, che hanno diritto alla maternità e alle ferie pagate - che riconoscono il loro ruolo nel tenere in piedi lo scoraggiante carrozzone dell’amministrazione della giustizia in Italia. Perché, senza questi precari, la giustizia italiana sarebbe in una situazione ben peggiore di quella attuale.

Due numeri, solo per chiarire di cosa stiamo parlando. In tutta Italia i giudici onorari e i magistrati onorari sono in quattromila. A loro è delegata l'ordinaria amministrazione dei tribunali: per reati come scippo, furto semplice e aggravato, rapina semplice, ricettazione, truffa, spaccio, calunnia, diffamazione a mezzo stampa la pubblica accusa può essere rappresentata dai Vpo. Ma anche per alcuni reati ambientali, i maltrattamenti in famiglia, le lesioni personali. E per tutti i reati previsti dalla Bossi-Fini, che hanno gonfiato il lavoro dei tribunali. Per reati più lievi, quelli che dal 2002 sono di competenza del giudice di pace, Got e Vpo svolgono addirittura le indagini.

In molte procure i Vpo sostengono l'accusa davanti al giudice di pace nel 100% dei casi. La percentuale è superiore al 90% anche per i procedimenti con il giudice monocratico. A Torino, per esempio, il 97% delle udienze monocratiche (che fa il 78% del totale) è tenuta da un «onorario». Tutto questo per 73 euro al giorno, senza ferie, senza malattia, e se fanno un figlio l’unica risorsa è la solidarietà dei colleghi. Come nell’Ottocento.

DEI GIUDICI DI PACE

Gentile Presidente,

la ringrazio per l'interessamento manifestato e la terrò costantemente informata delle vicende che ledono i diritti della personalità dei colleghi Giudici di Pace.

Ne approfitto per allegarle una mail inviata a tutti i deputati e senatori, nella quale già si denunciano fatti gravissimi, realmente accaduti (mamme senza tutela, colleghi in malattia costretti a lavorare fra un ciclo di chemioterapia e l'altro; un collega di Torino è addirittura giunto alla decisione estrema di suicidarsi perché il Consiglio Giudiziario non lo ha confermato senza neppure consentirgli di difendersi e di controbattere alle contestazioni rivoltegli!

Per la cronaca, ed in via confidenziale, la informo a parte sulle motivazioni di tale gesto.

dott. Alberto Rossi Presidente Circondariale Unagipa

 Onorevole Deputato,

le invio il comunicato del Segretario Generale dell’Unione Nazionale dei Giudici di Pace sulle iniziative di protesta (manifestazioni e scioperi) programmate nei prossimi mesi.

Attualmente la magistratura di pace gestisce un contenzioso enorme (circa 1.800.000 procedimenti l’anno), con tempi di definizione delle cause molti rapidi (mediamente meno di un anno, a fronte dei 5 anni occorrenti ai Tribunali) e con un impegno lavorativo praticamente a tempo pieno (che ha costretto la maggior parte dei colleghi ad interrompere o comunque a diminuire drasticamente la propria attività professionale di avvocato).

Il Giudice di Pace, pur avendo le medesime responsabilità e doveri dei magistrati di carriera (nonché carichi di lavoro equiparabili), non gode di nessun diritto, sia sotto il profilo dello status giuridico (irragionevolmente assimilato al funzionario cd. “onorario”, il quale, per definizione, ha carica elettiva o discrezionale, laddove il GdP è nominato sulla base di un concorso vincolato per titoli e deve superare un periodo di tirocinio), sia, cosa ancora più grave, sotto il profilo della TOTALE CARENZA DI QUALSIASI FORMA DI TUTELA PREVIDENZIALE E ASSISTENZIALE: i Giudici di Pace, integralmente retribuiti “a cottimo” sulla base del lavoro effettivamente svolto, non maturano il diritto alla pensione, non hanno diritto a indennità di malattia o maternità (con dispensa d’ufficio nel caso in cui l’impedimento si protragga oltre i 6 mesi), non percepiscono il trattamento di fine rapporto, non hanno tutele e agevolazioni per i familiari a carico, né la moglie del giudice deceduto percepisce indennizzi, assegni di reversibilità o quant’altro, non sono coperti dall’assicurazione per infortuni sul lavoro (pur operando, per lo più, in luoghi insalubri a causa delle scarse risorse economiche destinate agli uffici), né le indennità percepite possono essere assimilate ai redditi derivanti da altre attività professionali eventualmente svolte, con la conseguenza che anche i più fortunati e stacanovisti, i quali riescono, con enormi sacrifici, ad esercitare, in altra sede (incompatibilità), l’attività di avvocato, nel caso in cui non raggiungano i minimi reddituali – piuttosto alti per gli avvocati (circa 20.000 Euro) – restano sforniti di tutela previdenziale.

Qualche esempio per renderle l’idea della gravità della situazione: numerosi colleghi affetti da malattie molto gravi (tumori in primis) sono costretti, fra un ciclo di cure e l’altro (parliamo di interventi invasivi come la “chemioterapia”), a recarsi a lavorare in ufficio per mantenere le famiglie e per non incorrere nella dispensa d’ufficio; addirittura le donne in maternità, oltre a non percepire alcuna indennità, sulla base di una recente circolare del C.S.M., per cinque mesi (il periodo legale di astensione dal lavoro per gravidanza e puerperio) non possono esercitare le funzioni di giudice ed i capi dell’ufficio sono obbligati a dispensarle da ogni attività, anche contro la loro volontà: a Torino (notizia pubblicata sul settimanale l’Espresso, nonché dalla Stampa locale) i colleghi hanno dovuto organizzare una “colletta” per consentire alla donna-madre di allattare il proprio figlio! E se la gravidanza dovesse presentare complicazioni e l’assenza protrarsi oltre il semestre c’è sempre la dispensa d’ufficio, ossia la perdita definitiva del lavoro!

Notizie di questo tenore ci pervengono quotidianamente (colleghi che si recano al lavoro con braccia o gambe ingessate, e senza l’ausilio in udienza di cancellieri o commessi; colleghi che due-tre giorni dopo seri interventi chirurgici sono costretti a riprendere il lavoro in precario stato di salute; malori in udienza causati dall’inidoneità dei locali, etcc..)

Non le sembra che tutto ciò contrasti insanabilmente con la Costituzione della Repubblica e con la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo?

Un collega (altra notizia che ha avuto ampia risonanza sulla stampa) è addirittura giunto alla decisione estrema del suicidio, perché in sede di conferma (negatagli) non gli era stato neppure consentito di difendersi dinanzi al Consiglio Giudiziario, organo che sulla carta redige solo una “proposta” di conferma o di inidoneità, ma che nella sostanza decide, considerato che il 99% delle delibere del C.S.M. fanno proprie le proposte dei Consigli Giudiziari. Lo stesso Presidente dell’VIII Commissione del C.S.M., intervistato dalla stampa a seguito del gravissimo fatto espostole, si è giustificato affermando che, dinanzi alla “proposta” del Consiglio Giudiziario, ed ai pareri allegati – redatti sempre in assenza totale di contraddittorio con l’interessato - il C.S.M. non avrebbe potuto decidere diversamente. Oggi la moglie, che ha un figlio che studia all’università, si trova in gravi difficoltà economiche perchè, sulla base della legge, non ha diritto a nessuna prestazione economica, previdenziale o assistenziale, malgrado il marito abbia con dignità e senso del dovere (le contestazioni del Consiglio Giudiziario riguardavano solo il merito delle sue decisioni) servito per molti anni lo Stato quale Giudice a tempo pieno ed in via esclusiva!

Siamo certi che la sua persona non potrà restare indifferente dinanzi alla gravità dei fatti denunciati e confidiamo in un suo intervento in sede parlamentare per sensibilizzare tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione sull’esigenza di un’immediata riforma della magistratura di pace.

Con osservanza.

Dott. Alberto Rossi

Presidente Circondariale di Roma dell’Unagipa

DEI VERBALIZZANTI GIUDIZIARI

LA STORIA

Probabilmente termini quali “verbalizzatori, stenotipisti, trascrittori, fonici” significano poco o nulla per molti, ma nella realtà descrivono figure importanti nello scenario della Giustizia praticata nei Tribunali italiani. Agli inizi degli anni 90, a garanzia del cittadino, venne introdotta nel processo penale la resocontazione integrale del dibattimento, ovvero le udienze dovevano essere registrate (con registratori che col tempo si sono evoluti da analogico a digitale), poi riascoltate, trascritte, riviste, stampate e impaginate, cosicché il prodotto finale entrava quale parte integrante del fascicolo del dibattimento. In alternativa, sempre rispettando il principio dell’integralità del parlato, la ripresa avveniva per mezzo di sistemi stenotipici che altro non sono che una forma di stenografia computerizzata. Tutto questo per la imprescindibile necessità di non stravolgere il senso delle testimonianze, come invece poteva avvenire con la verbalizzazione riassuntiva e manuale che evidentemente non poteva rispettare i tempi del parlato.

La gara di appalto nazionale, dopo una vigenza di operatori territoriali, è stata indetta in periodo di regola dedicato al riposo, il 17 agosto 2005, e allora tutti con ansia a formare entità che potessero coprire l’intero stivale.

Le nuove modalità nazionali si concretizzano comunque il 16 novembre 2006, lasciando a spasso la metà di tutti gli operatori italiani, ossia i più piccoli, i professionisti in proprio, quelli che non avrebbero mai potuto superare la scoglio economico della quota associativa, molto elevata, imposta dal raggruppamento temporaneo di impresa risultato poi vincitore dell’appalto. Lo Stato Italiano indice quindi questa gara con una base d’asta che rispecchia la spesa dell’anno in corso, ma la gara è al ribasso e viene vinta con un 30% in meno. Lo stato in due anni ha risparmiato 20.000.0000 di euro, però ha dovuto pagare assegni di disoccupazione a dipendenti licenziati, spese giudiziarie per reiterati rinvii dei processi (pagamento per nuove notifiche e viaggi dei testimoni, straordinari dei cancellieri, tempo lavoro di personale retribuito senza che si raggiungesse la fine del dibattimento nei tempi previsti, ecc. ecc.), interrogatori pagati due volte perché assegnati anche sotto forma di perizia per ovviare alla mancata consegna nei tempi. Dove sta il risparmio? E questo risparmio cosa ha comportato?

In gara si sono ritrovati due gruppi e ciascuno rispecchiava grosso modo il 50% del territorio, nessuno dei due gruppi poteva vantare la copertura nazionale, e chiaro che se operi in 50 per coprire il 100, diventa fatale accumulare ritardi su ritardi, poi errori per mancanza del tempo da dedicare alla revisione dei testi, e poi e poi… è stata una valanga. A gara vinta si è scoperto come, per coprire i buchi, ci si sia accontentati di personale declassato: i verbalizzatori, i fonici, i trascrittori, gli stenotipisti erano assimilabili, dopo un mese di contratto, a studenti universitari con lavoretti part-time, ad anonimi che lavoravano a casa loro, che trattavano materia tanto delicata come quella processuale, senza controlli sulla loro adeguatezza a rendere tale servizio, persone senza cognizione di cosa stessero scrivendo. Udienze intere rinviate per mancanza del verbale trascritto; processi in prescrizione e quindi detenuti in libertà; personale sottopagato a causa del budget insufficiente.

LA PROTESTA

Ministero della Giustizia

Roma, 19 maggio 2008

Comunicato stampa

Verbalizzazione atti processi penali: sospensione del servizio ingiustificata

La sospensione del servizio di verbalizzazione e trascrizione attuata in alcune sedi e minacciata a partire dal 21 maggio 2008 dal Consorzio Astrea nelle altre sedi è del tutto ingiustificata e non trova origine in un mancato adempimento da parte del Ministero.

Va ribadito che i soldi destinati alla trascrizione degli atti dei dibattimenti penali sono previsti dalla legge finanziaria e che i relativi pagamenti – in conformità a quanto previsto nel contratto e nel capitolato – sono già stati tutti effettuati fino al 31 dicembre 2007.

Per i pagamenti dell'anno in corso, va precisato che, innanzitutto, è già stato assunto in data 3 aprile l'impegno di spesa per la prima tranche 2008 ed è stato chiesto al R.T.I contraente di far pervenire l'attestazione del regolare pagamento degli stipendi e dei contributi ai dipendenti, onere al quale alcune delle società del Consorzio non hanno ancora ottemperato.

Tale richiesta deriva da normativa di legge e dalla comunicazione che almeno in una città la locale Procura della Repubblica sta procedendo penalmente contro i responsabili di una delle società del consorzio tra l'altro per irregolarità dei rapporti lavorativi.

Il ministero della Giustizia ha dato agli uffici giudiziari le indicazioni da seguire in caso di sospensione del servizio e qualora la situazione si estenda prenderà tutte le iniziative del caso per consentire la verbalizzazione con fonoregistrazione, stenotipia o altri strumenti meccanici degli atti dei processi penali.

LA DENUNCIA

Interrogazione a risposta in Commissione 5-01487

presentata da  LUDOVICO VICO giovedì 20 settembre 2007 nella seduta n.208

VICO. - Al Ministro della giustizia, al Ministro del lavoro e della previdenza sociale. - Per sapere - premesso che:

dal 16 novembre 2006 il servizio di verbalizzazione delle udienze penali è stato appaltato a livello nazionale ad un unico Consorzio;

sono stati riscontrati, sin da subito, mancanza di qualità nelle trascrizioni, oltreché gravissimi disservizi e ritardi (nonostante in molti Tribunali vengano dati termini di consegna diversi da quelli stabiliti dal contratto!), provati dalle penalità applicate al Consorzio aggiudicatario dell'appalto e culminati con documenti di protesta di varie Camere Penali locali e con uno sciopero degli avvocati del Foro di Catanzaro il giorno 4 giugno 2007 con presa di posizione dell'Unione delle Camere Penali Italiane (vedi delibera del 16 maggio 2007);

anche molti Magistrati hanno segnalato, con denunce al Consorzio e richiami al Ministero (vedi ad esempio Tribunale di Venezia, Pinerolo, Agrigento, eccetera), lo stato di disagio causato dal nuovo tipo di contratto, dovendo - ad esempio - ricordare a memoria le fasi processuali, non essendo - a distanza di tempo - in possesso dei verbali di udienza ovvero in possesso del solo verbale sintetico del Cancelliere a causa della mancata consegna delle trascrizioni;

si ritiene leso, in molti casi, il diritto di difesa degli imputati;

molti Magistrati - soprattutto G.I.P. - sono costretti ad affidare a periti esterni le trascrizioni di delicati procedimenti per mancanza di disponibilità da parte del Consorzio ad intervenire in tempi brevi ovvero dove non esistono impianti di fonoregistrazione - tra l'altro forniti, con regolare contratto, da azienda facente parte dell'R.T.I. - aumentando così i costi della Giustizia, ma assicurando per lo meno un servizio efficiente;

ancora oggi, a distanza di quasi un anno dalla partenza del contratto e nonostante le ripetute promesse di immediata attivazione da parte del Consorzio, si riscontra la non entrata in funzione del portale telematico - tranne che in qualche località ben visibile agli occhi del Ministro (vedi Roma) - che avrebbe dovuto essere il quid pluris del nuovo sistema di trascrizione e doveva essere il vero impianto innovativo di questo contratto;

ancora oggi si riscontra che, in talune parti di Italia (vedi Calabria e Sicilia), risultano scoperte di personale le Aule Giudiziarie, ritenendo - di conseguenza - che il Consorzio aggiudicatario del contratto abbia attestato il falso al momento della formulazione dell'offerta tecnica, avendo dichiarato la completa copertura del territorio nazionale;

ancora oggi, oltreché ad un continuo viavai di persone all'interno degli Uffici e delle Aule giudiziarie senza alcun giuramento di rito (peraltro richiesto dal contratto), si verificano casi di dipendenti sottopagati o, addirittura, «a nero»;

si riscontra una lesione della privacy poiché si è persa la rintracciabilità del trascrittore, molto spesso non presente nell'Aula del dibattimento, mancando quasi dappertutto la firma apposta dallo stesso sotto la trascrizione, rischiando di causare la nullità del verbale stesso (come recitano gli articoli dal 134 al 142 del codice di procedura penale);

si ha notizia di file di trascrizione che circolano liberamente su internet, viaggiando - senza protezione - da un capo all'altro dell'Italia, col pericolo di un'intrusione da parte di hackers senza scrupoli o con interessi specifici, soprattutto per i più delicati procedimenti;

risulta evidente la presenza di numerosissime ditte sub-appaltatrici del contratto, inseritesi dopo la stipula dello stesso, mentre il capitolato ed il bando ne prevedevano l'elencazione ab origine e non in corso d'opera;

si può pensare che, alla scadenza naturale del contratto - due anni - vi potrà essere una situazione di monopolio in questo settore, non avendo alcun'altra azienda un fatturato specifico per poter partecipare all'eventuale futura gara e rendendo così il Consorzio attualmente detentore del contratto unico in grado di dettare regole economiche e tecniche;

risultano ancora senza giusta collocazione molti degli addetti delle ditte che, precedentemente al nuovo contratto, lavoravano con professionalità e puntualità all'interno dei nostri Tribunali;

a seguito di precedente interrogazione del 1o marzo 2007, il Ministro rispondeva in data 25 giugno 2007 che tutto andava per il meglio, non vivendo evidentemente quotidianamente la vita all'interno dei Tribunali e non conoscendo appieno ovvero conoscendolo per interposta persona la formulazione del contratto -:

quali provvedimenti il Ministro del lavoro e della previdenza sociale intenda assumere per tutelare tutti i lavoratori delle tante aziende locali che svolgevano il servizio di fonoregistrazione e trascrizione e che dal 16 novembre 2006 sono stati privati della loro occupazione e per tutelare i tanti lavoratori che all'interno del Consorzio Astrea-Lutech operano quotidianamente in condizioni di estrema precarietà, se non proprio senza alcun diritto sancito dallo Statuto dei Lavoratori;

quali provvedimenti il Ministro della giustizia intenda assumere per rimuovere questa gravissima situazione affinché lo stesso diritto di difesa sia garantito a tutti i cittadini, ripristinando un sistema «certo» di assegnazione del servizio a livello locale o distrettuale; per risolvere le inadempienze contrattuali, e della fornitura di servizio dell'appalto nei confronti della pubblica amministrazione; per assicurare la copertura della parte di territorio nazionale privo del servizio di fonoregistrazione e trascrizione attraverso le unità lavorative che operavano con le ditte estromesse dalla gara nazionale e mai rimpiazzate con altri lavoratori dal Consorzio aggiudicatario. (5-01487)

DEI PRATICANTI AVVOCATO.

In Italia, per chi termina gli studi universitari e intenda intraprendere la professione forense, è difficile trovare uno Studio Legale, che lo accolga per l’effettuazione del praticantato dei due anni.

Praticantato che serve per poter poi partecipare all’esame di abilitazione forense.

E’ quasi impossibile se non si ha un parente od un amico, che ti sostenga. Tutto ciò per garantire l’omertà sugli abusi del sistema.

A tal proposito, assistendo alle udienze durante la mia pratica assidua e veritiera, mi accorgevo che il numero dei Praticanti Avvocato presenti non corrispondeva alla loro reale entità numerica, riportata presso il registro tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto.

Comunque, delle altrui false annotazioni di presenza non mi creavo cruccio, perché la pratica si fa per imparare, non per annotare sul libretto, ma altri erano i miei problemi di legalità.

Agli inizi della mia pratica forense entrò in vigore la riforma previdenziale. L’art.2, comma 26, L.335/95, istituiva dal 01/01/96 l’obbligo di iscrizione INPS per i lavoratori autonomi e per i Collaboratori Coordinati e Continuativi. L’art.49, DPR 917/86, considera il Praticante Avvocato percepiente redditi derivati da collaborazione coordinata e continuativa, ovvero produttore di redditi di lavoro autonomo, a secondo se esso sia semplice tirocinante o con il patrocinio legale.

Gli articoli 25 e 26 del Codice deontologico forense obbligano l’avvocato ospitante a remunerare i collaboratori e i praticanti dello Studio Legale.

Il n.2 del periodico trimestrale della previdenza forense, pag. 39-44, del giugno 1996, confermava che l’obbligo ai contributi previdenziali INPS toccasse al dominus, o ai Praticanti Avvocato con patrocinio legale, e riteneva che l’iscrizione alla Cassa Forense fosse facoltativa e più onerosa.

Su queste basi normative e dato che il Praticante Avvocato svolge una proficua ed utile attività lavorativa a favore del dominus, tramite missiva semplice, chiesi un parere al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto riguardo l’importante riforma previdenziale. Non ricevendo risposta, chiesi personalmente al vice presidente, quanto contenuto nella lettera.

Questi, seccato, mi disse “Tu la lettera non l’hai mai mandata, e comunque fatti i fatti tuoi. Intanto fammi vedere il libretto di pratica, che poi vediamo se diventi avvocato”. Controllò il libretto, contestando la veridicità delle annotazioni e delle firme di controllo del Consigliere. Contestazione fatta a me e non a chi veramente falsificava le presenze.

Il tutto per zittirmi e intimorirmi, affinché tacessi l’evasione contributiva e fiscale forense.

Non basta. Nonostante il regolare pagamento dei bollettini di versamento di iscrizione, a mio carico viene attivata procedura di riscossione coattiva con cartella di pagamento, contro la quale presento opposizione. Nel processo seguente il Consiglio dell’Ordine non si costituisce.

Reazione: Come da rendiconto delle denuncie, in data 18/10/02, come politico, presento esposto-denuncia al Ministero dell’Economia e delle Finanze contro l’evasione fiscale e contributiva a danno del praticantato. Lettera morta. Come da rendiconto delle denuncie, in data 26/09/03, si presenta denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto, contenente il dossier Malagiustizia. Lettera morta. 

Risultato: tutto insabbiato con ritorsione.

Ne consegue che sono stato bocciato all’esame del patrocinio legale, così come mio fratello, e per 10 volte all’esame di abilitazione, così come mio fratello. Ad oggi, in Italia, i Praticanti Avvocato, per la loro collaborazione in studio e per le sostituzioni in udienza dei dominus, non vengono retribuiti o sono retribuiti in nero, né per loro si versano i contributi INPS, come non si versano i contributi per la loro attività autonoma. La stessa situazione è per il praticantato in generale.

SI PARTE DALL’USURA E SI ARRIVA ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.

«L'ufficio studi Cgia di Mestre, sulla base dei dati relativi alle denunce presentate alle procure dalle vittime delle organizzazioni criminali, trascurando completamente i dati riferiti all'usura bancaria rilevati presso i bollettini della Banca  d'Italia, ha elaborato e comunicato la classifica dell'usura in Italia, ponendo al primo posto la Campania ed all'ultimo posto il Trentino».

Così l'On. Scilipoti (IDV), presidente del Forum Nazionale Antiusura Bancaria, che fa invece riferimento alla classifica dell'usura ufficializzata dal Bollettino Statistico della Banca D'Italia, parte II del 2010. «Dai dati trimestralmente rilevati e pubblicati dalla Banca D'Italia si evince che a fine marzo 2010 - continua il deputato di Italia dei Valori - le famiglie produttrici italiane nell'utilizzare il credito per operazioni autoliquidanti (sconto portafoglio, anticipo fatture ecc.), hanno subìto usura in ben 11 Regioni, con tassi superiori a quello soglia. L'importo complessivamente usurato ammonta a ben 37,8 miliardi di €, coinvolgenti non meno di 302.000 famiglie svolgenti attività produttiva.

L'usura criminale a cui si riferisce il centro studi Cgia - continua l'On. Scilipoti - non rappresenta minimamente il fenomeno, e la dimensione è caratterizzata invece dall'usura bancaria che vede la stessa Campania al primo posto, con un tasso effettivo del 9,28% (ben superiore a quello soglia vigente nel primo trimestre 2010 pari al all'8,145%), ed il Trentino all'Ultimo posto con tasso effettivo al 5,07% e di molto inferiori a quello soglia. All'analisi del centro studi Cgia va aggiunto che è il fenomeno dell'Usura Bancaria che genera l'usura criminale. Quest'ultima non esisterebbe se non ci fosse la prima. I tassi usurari praticati dalle Banche per le operazioni autoliquidanti alle famiglie produttrici - precisa l'On. Scilipoti - superano di 7 volte l'inflazione che governa la dinamica dei prezzi praticabili nella produzione di beni e servizi. Inevitabilmente, prima o poi le famiglie che producono finiscono nella morsa della sospensione del credito bancario e buttate in pasto agli usurai criminali. In Campania, le famiglie che producono, pagano interessi quasi doppi, rispetto alle famiglie Trentine, per scontare portafoglio e anticipare crediti».

«Insomma - conclude l'On. Scilipoti (IDV), si vuole rendere meno efficace la "licenza di uccidere" le imprese che oggi l'Art.50 del Testo Unico Bancario mette a disposizione delle Banche».

Antonio Giangrande, Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie non è il solo a denunciare pubblicamente le anomalie IMPUNITE E SOTTACIUTE in campo forense-giudiziario. “Il volto sporco della giustizia nel Salento” (libro – dossier). Testimonianza a cura dell’Avv. Fedele Rigliaco di Lecce.

Presentazione. Questo dossier vuole costituire un piccolo saggio dei numerosi casi di mala-giustizia nel Salento, che il sottoscritto difensore ha raccolto a seguito dell’incarico ricevuto di svolgere investigazioni ai sensi della legge 7-12-2000, n. 397. Egli è a disposizione delle autorità competenti a fornire ogni ragguaglio che dovesse occorrere sui casi esposti e su quelli non riportati in esso di cui, comunque, è a conoscenza. Questo opuscolo si prefigge, altresì, lo scopo d’invitare le autorità a prendere i provvedimenti di competenza. Nella mia veste di difensore incaricato di svolgere indagini ai sensi legge 7-12-2000, n. 397 sono venuto a conoscenza di casi di pessima amministrazione della Giustizia da parte di alcuni magistrati della Corte di Appello di Lecce, di Bari, di Potenza, di Catanzaro e di Bologna e di sperpero di preziose risorse di questa: archiviazione di procedimenti penali “de plano” finalizzati a favorire alcuni soggetti in danno di altri, insabbiamenti d’indagini importanti, fallimenti di aziende o di privati cittadini in assenza dei presupposti di legge, o condotti in modo scorretto, istanze di fallimento avanzate da usurai privati o da Istituti bancari che hanno praticato tassi d’interesse elevati, decreti ingiuntivi accordati ad usurai o ad Istituti bancari privi di titolo, disintegrazione di aziende ad opera di Istituti bancari che applicano interessi ultralegali anatocistici in assenza di contratti, trattamento di favore riservato da magistrati ad Istituti Bancari, dispendiose ed inutili consulente, diniego da parte di alcuni magistrati delle indagini difensive di cui agli artt. 391-bis e 391-nonies, utilizzo dei processi per calunnia come spauracchio per disincentivare i cittadini a denunciare amici di magistrati, corruzione di alcuni magistrati, terrorismo che promana da una parte della magistratura, condizionamenti da parte di magistrati su avvocati, archiviazione di procedimenti penali per comportamenti estorsivi da parte del Concessionario esattore delle tasse e da parte di Enti impositori, ecc..

CONTINUA……….

L’usura, secondo l’art. 644 c.p., è l’attività di chi si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, secondo il calcolo della media dei tassi applicati ai titoli di Stato. A differenza delle vittime della mafia, a cui la legge 44/99 ha riconosciuto a tutti l’indennizzo per i danni subiti e non risarcibili dal responsabile, alle vittime dell’usura si applica una discriminazione ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi, per far fronte alle obbligazioni.

Secondo la legge 108/96 al "Fondo di solidarietà per le vittime dell'usura" istituito presso l'ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento iniziative anti-racket possono accedervi solo soggetti economici.

Il Fondo provvede alla erogazione di mutui senza interesse di durata non superiore al quinquennio a favore di soggetti che esercitano attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o comunque economica, ovvero una libera arte o professione, i quali dichiarino di essere vittime dei delitto di usura e risultino parti offese nel relativo procedimento penale. Il Fondo è surrogato, quanto all'importo dell'interesse e limitatamente a questo, nei diritti della persona offesa verso l'autore del reato.

Pare chiaro che il cittadino comune, vittima dell’usuraio, in quanto costretto da circostanze avverse a rivolgersi a questi per impedimento di accesso al credito da parte delle banche, sia discriminato dalla legge.

La stessa legge 44/99 ha introdotto la possibilità di ottenere la sospensione dei termini esecutivi per 300 giorni e di tre anni per quelli fiscali, sino all'esito dei giudizi penali incardinati a seguito di denunzie delle vittime. La sospensione la concede il giudice procedente, sentito il parere del Prefetto rilasciato entro 30 giorni dalla richiesta.

Anche sulle stesse sospensioni vi era discriminazione, sanata dall’intervento del parere emesso dal Consiglio di Stato il 3 dicembre 2007, in seguito al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il decreto del Commissario Straordinario del Governo Prefetto Lauro.

Oggetto del ricorso fu l’illegittimo orientamento seguito dal Comitato di Governo nel quantificare il danno da usura bancaria ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi previsto dalla L. 44/99 . Difatti pur riconoscendo lo status di usurato bancario l’ufficio Amministrativo sopra menzionato ha ritenuto di dover diversificare e penalizzare la condizione.

Il Consiglio di Stato ha accolto le critiche denunciate e ha riconosciuto che: “… Manca d’altronde, qualsivoglia precetto che legittimi una diversità di trattamento. Né può essere ravvisato nell’ordinamento attraverso una interpretazione contraria al principio di uguaglianza e ragionevolezza che struttura l’intero sistema costituzionale…”

Così argomentando il Consiglio di Stato ha dichiarato che l’atto impugnato è illegittimo e va conseguentemente annullato. Tale parere rappresenta una pietra miliare all’interno delle procedure di erogazione dei fondi e costituisce il modello interpretativo e di indirizzo al quale tutte le Prefetture d’Italia e l’ufficio del Commissario Straordinario di Governo dovranno attenersi.

Nell’intervista rilasciata a “Striscia la Notizia” il 18.12.07, il Commissario Straordinario del Governo, Prefetto Lauro, ha manifestato la volontà di costituirsi parte civile in tutti i procedimenti di usura ed estorsione bancaria.

Per la gente comune l'usura ha un significato del tutto incomprensibile, che rimane tale sino a quando accade di trovarsi nella condizione di ricorrere a un certo e oscuro amico, in apparenza benefattore. Completamente diverse sono invece le circostanze che inducono imprenditori e professionisti a ricorrere al credito alternativo a quello convenzionale. Mentre per il nucleo famigliare il ricorso all'usura avviene solo in circostanze straordinarie, per risolvere problemi che la normale redditività non consente di appianare, per gli imprenditori e i professionisti il meccanismo del ricorso all'usura scatta, quando per una qualsivoglia ragione si ritrovano incagliati verso la banca che gli ha dato credito, quando si accumulano rate insolute di mutuo o vengono revocati i crediti affidati.

In pratica si diviene potenziali vittime di usura a partire dal momento in cui il proprio nominativo viene censito dalla Banca Dati CRIF o dalla Centrale Rischi di Bankitalia o ancora nella Centrale di Allarme Interbancario, anche quando si è incorsi nel semplice caso che un proprio assegno è risultato scoperto a prima presentazione, o sia stato richiamato dal suo presentatore per accordi col debitore. La situazione di affidabilità peggiora poi se l'imprenditore o il professionista sono incorsi in protesti di assegni o cambiali.

In pratica, per il sistema bancario e finanziario del nostro paese, ai cittadini, alle imprese e ai professionisti i cui nomi finiscono nelle predette Banche Dati, indipendentemente dal loro patrimonio e dalle loro capacità reddituali, non viene data alcuna possibilità di appello, poiché sino a quando i loro nomi risultano nella lista nera sono e saranno letteralmente inibiti ad ogni operatività col sistema bancario. Fatto più grave, che, mentre per gli evasori fiscali, per coloro che incorrono in abusi edilizi e per una infinità di reati o condannati a pene detentive fino a tre anni, sono previste sanatorie, condoni e indulti che fanno sparire ogni traccia degli eventi e consentono a questi soggetti piena operatività, per i malcapitati dei protesti la situazione diviene drammatica, poiché non viene loro consentita alcuna possibilità di operare con e tramite banche, neppure volendo operare con mezzi e soldi propri, anche quando sono in grado di dimostrare di avere assolto al pagamento dei titoli finiti in protesto.

Problema per il quale, l'ABI e le banche tutte, si ostinano a negare soluzioni obiettive.

Va considerato che le banche sono gli unici soggetti abilitati dalla legge alla raccolta dei risparmi e al reimpiego con il credito. La situazione non è cambiata neppure quando nell'estate del 2006 è intervenuto il famigerato decreto Bersani n.248/2006 che col suo art.35, comma 12, obbligava gli italiani, a effettuare tutti i pagamenti tramite banca, carte di credito o bancomat, per consentire la tracciabilità e limitava sotto la soglia dei 500 euro ogni pagamento con l'utilizzo di contante.

Secondo il Centro Studi SNARP, in Italia, oltre 6 milioni di cittadini e imprese sono costretti ad operare in modo sommerso, solo perché, in modo del tutto incostituzionale, sono esclusi dalla possibilità di operare attraverso le banche. Un problema, ripetiamo, che vede coinvolti oltre 6 milioni di protestati, in aggiunta agli oltre 15 milioni censiti nella CRIF e nella Centrale Rischi.

Più di 20 milioni di cittadini dunque ai quali è preclusa l'operatività.

Il Consorzio Patti Chiari di emanazione ABI, costituito da circa 150 Banche, ha istituito sì "il conto corrente di base", si dà il caso però, che tutte le volte che lo SNARP ha trasmesso richieste in favore di soggetti per i quali tale tipo di conto sarebbe stato istituito, le banche non hanno mai ritenuto opportuno aprirlo, neppure quando si è fatto prioritariamente dichiarare agli interessati che non avrebbero richiesto il libretto degli assegni, e che avrebbero operato solo con mezzi propri.

Ma veniamo al nocciolo del problema. Con queste premesse e limitazioni, risulta inevitabile che in situazioni di bisogno, chi non può disporre di soluzioni convenzionali sia costretto a ricorrere a soluzioni estreme. E dopo essere finito nelle mani degli usurai, comincia per i malcapitati un periodo più o meno di lunga agonia, in dipendenza della durata del rapporto e soprattutto della dipendenza economica del soggetto sventurato.

Il Ministero dell'Interno anno dopo anno ha fatto costosissime campagne informative sulla legge anti-usura e anti-racket per esortare le vittime dell'usura e del racket a sporgere denuncia per essere protetti dalle istituzioni, ma tutto ciò si scontra con una dura realtà.

Il Prof. Francesco Petrino, presidente nazionale del sindacato anti-usura SNARP, ha avuto modo di istruire e seguire oltre 8 mila denunce, col risultato che, pur in presenza della documentata consistenza di ipotesi di reato, almeno la metà delle stesse, rimaste per anni insabbiate, sono state archiviate per prescrizione dei reati; per circa il 40% delle denunce è stata richiesta l'archiviazione, le cui opposizioni hanno condotto al rinvio a giudizio solo in una decina di casi; e per circa il 10% si sono ottenuti i rinvii a giudizio degli aguzzini con qualche condanna.

Di contro, il 92% delle vittime che hanno denunciato i propri aguzzini non hanno mai ottenuto l'accesso ai mutui di solidarietà, anche quando gli usurai sono stati condannati. Non è andata meglio per coloro che hanno invocato i fondi per la prevenzione, con cui viene garantito l'80% delle somme erogate; poiché gestiti dalle banche, nella maggior parte dei casi vengono concessi solo in favore di soggetti indebitati con le medesime, le quali così recuperano i loro crediti, spingendo gli altri, che hanno sofferenze con soggetti diversi dalle stesse, nelle braccia degli usurai.

Va fatto notare che, la maggior parte delle denunce sono state presentate per il reato di usura bancaria, fronte su cui la magistratura ha quasi sempre mantenuto un atteggiamento di notevole distacco, evidentemente perché considera usura, solo quella praticata da chi non espleta attività bancaria, e non invece l'usura praticata dalle banche, specialmente dopo l'uscita della contestata legge n. 24/2001 di interpretazione autentica della precedente legge n. 108/96, che autorizza il sistema creditizio ancora oggi a percepire interessi alle condizioni stipulate sui contratti antecedenti al 1996, frequentemente a tasso superiore al 40% annuo.

Ma tornando alle vittime, divengono ancor più vittime dopo la presentazione delle denunce: rimangono isolate più di prima, e tenute a debita distanza dalle banche e dagli usurai. Le richieste di accesso al fondo di solidarietà si sono rivelate un autentico fallimento, poiché la maggior parte dei soggetti ammessi, hanno richiesto 100 ed hanno ottenuto delibere per 20, e, per ottenere i 20, hanno dovuto attendere mesi, se non addirittura anni. La lungaggine burocratica è dovuta prima alle Prefetture delegate alla gestione amministrativa delle domande e poi al Comitato Consap, istituito presso il Ministero dell'Interno.

Peggio ancora l'iter per ottenere la sospensione dei termini esecutivi, che in passato hanno consentito il salvataggio di molte gravi situazioni. Difatti dopo la pronuncia della Corte Costituzionale n.457 del 14/12/2005, che ha attribuito al giudice delle esecuzioni il potere di concedere le sospensioni, si è rivelato del tutto inutile l'iter che prevedeva la domanda al Prefetto per l'emissione del decreto che autorizza la sospensione, subordinata però all'acquisizione del parere positivo del Presidente del Tribunale e di quello del pubblico ministero designato all'istruttoria delle denunce, con il risultato, che, anche in presenza di tutti e tre i pareri positivi, i giudici delle esecuzioni si ostinano a rigettare le richieste di sospensione delle esecuzioni e delle scadenze fiscali, dando così impulso a illegittime espropriazioni di interi patrimoni, calpestando ogni diritto che compete alle vittime, che si ritrovano beffate e ingannate. Tutto questo, mentre per la crisi che ha investito l'economia mondiale, nell'ultimo anno è aumentato del 27% l'indebitamento delle famiglie, è cresciuto del 32% il numero dei soggetti costretti a ricorrere agli usurai, ed è paurosamente aumentato il numero dei suicidi per debiti.

Secondo Petrino, presidente nazionale del sindacato anti-usura SNARP, “sembrerebbe esserci un patto federativo fra banche, uffici amministrativi, Prefetture, uffici giudiziari affinché i diritti dei cittadini vengano calpestati”.

Parole durissime che vengono pronunciate con la massima tranquillità, perché nascono da dati di fatto, sottolinea Petrino, docente di Diritto bancario. Una particolare forma mentis induce a pensare all’usura come a un reato commesso da nomadi, pseudo finanziarie, associazioni di falsi samaritani. In realtà “i principali usurai sono le banche”, afferma Petrino. Non è un caso che la legge anti-usura preveda anche l’usura bancaria che viene sanzionata sotto il profilo penale e civilistico.

Dal punto di vista civilistico esiste un articolo secondo cui anche le banche che superano per tasso le soglie stabilite trimestralmente dalla legge incorrono nel reato di usura. Il Consiglio di Stato ha stabilito che quando le banche si macchiano di usura sono sanzionabili penalmente e civilmente con la perdita degli interessi, “mentre la magistratura – attacca Petrino – si ostinava a far passare i tassi bancari ripristinandone il diritto”.

“In teoria la legge anti-usura ha istituito tutele per i cittadini e le imprese che denunciano il fenomeno (famoso lo slogan ‘denunciate l’usura e le estorsioni, noi vi tuteleremo’); nell’arco di dodici anni abbiamo presentato 8 mila denunce, ma nessuno di loro è stato tutelato dalla legge”.

Come se non bastasse “i Comitati di gestione dei fondi anti-usura hanno privilegiato soggetti che non avevano alcun diritto, tanto che sono partite inchieste sull’utilizzo dei fondi, chi li ha concessi, chi ne ha beneficiato; per non parlare poi – continua Petrino – del Fondo di prevenzione del fenomeno usuraio gestito da Confidi attraverso le banche che avevano concesso finanziamenti solo a soggetti che erano scoperti con quella banca. Il risultato? Imprese lasciate sole”.

Per Petrino la realtà è che le “banche si sono dimostrate istituzioni espropriative”. Il presidente nazionale punta il dito anche contro le Prefetture “responsabili di incomprensibili ritardi”.

Le anomalie sono tante, non ultima la sospensiva dei termini di esecuzione in attesa che i responsabili vengano rinviati a giudizio: “Troppe volte i giudici non tengono conto della sospensiva”. In altri casi vengono concessi i 300 giorni, ma l’istruttoria poi non viene conclusa (chissà come mai) e i beni finiscono venduti all’asta. Secondo Petrino “la banca è una società speculativa che eroga il credito dopo aver valutato l’immobile; quando il debitore diventa inadempiente e c’è un rapporto superiore al 60 per cento fra valore immobiliare e debito reale, la banca non può far vendere l’immobile da 100 a 40, ma tutt’al più prenderlo e rimborsare il debitore”.

A ingarbugliare il quadro ci si mette anche il ‘caso Banca d’Italia’: “La Banca d’Italia non è un organo dello Stato in quanto è stata venduta ad alcune banche”, spiega Argo Fedrigo, imprenditore, presidente del Comitato di sovranità monetaria. In pratica “la Banca d’Italia è privata e controllata da due Istituti che fanno capo all’estero: San Paolo Intesa e Capitalia Unicredit, queste ultime due dovrebbero essere controllate e invece controllano la Banca d’Italia; questo significa che la carta moneta non è di proprietà dello Stato, bensì delle banche”.

L’usura bancaria e l’usura comune, comunque indotta dalla banche, è solo un tassello anomalo del sistema creditizio italiano.

Altro tassello anomalo è l’impedimento della portabilità dei mutui da una banca ad un’altra. Tutti gli istituti di credito più importanti del nostro Paese sono stati condannati dall’Antitrust per pratiche commerciali scorrette per non aver applicato la legge sulla portabilità dei mutui (art. 8 della legge n. 40/2007), che non prevede spese a carico del consumatore per trasferire il mutuo a un’altra banca. L’ inchiesta aveva svelato il comportamento scorretto del 95% delle banche italiane che, nonostante il dettato della legge, facevano pagare il trasferimento del mutuo ostacolando la concorrenza e impedendo al cittadino di risparmiare. Chi è stato costretto a pagare le spese richieste dalla banca per trasferire il mutuo con la surrogazione ha diritto a chiederne il rimborso. La condanna dell’Antitrust è la conferma ulteriore che si è trattato di una richiesta illecita.

Altro tassello anomalo è la costituzione di società ad hoc per la gestione dei fallimenti. Le principali banche hanno infatti costituto apposite società denominate "Asteimmobili", nei principali Tribunali (Roma, Milano, Genova, ecc.), con la finalità di chiudere il cerchio quando i tartassati e maltrattati utenti non hanno la possibilità di adempiere alle obbligazioni, specie su mutui e prestiti.

ABI e banche si sono quindi ritrovate ben presto, con personale impiegato nella società costituita “Asteimmobili” a fare lavoro di cancelleria come altri pubblici ufficiali (con la non piccola differenza di non essere entrati per concorso e di non aver dovuto "prestare giuramento di fedeltà" allo Stato) in gangli alquanto delicati come le esecuzioni immobiliari, le procedure fallimentari, gli uffici dei giudici di pace, le corti d'appello sia civili che penali, le stesse procure.

Le precedenti società, per aver offerto un invidiabile vantaggio competitivo imbattibile, ossia la gratuità del servizio offerto, che svolgevano questo delicato lavoro, come Data Service ed Insiel, sono state sostituite dalla Asteimmobili Servizi spa con sede sociale presso l'A.B.I. (via delle Botteghe Oscure 46 di Roma) e come soci un pool di banche, quali Intesa San Paolo S. p. A., SI TE BA S. p. A., UGC Banca (Gruppo Unicredit), ICCREA Holding, Banca Monte Paschi di Siena, Credit Servicing, Banca Sella, Banco di Desio, Banca Carige, Banca Popolare di Verona e Novara, Interhol 2001 s.r.l., Banca del Piemonte, Bipielle S.G.C., Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Banca Popolare di Lajatico, Banca Popolare di Sondrio.

Come mai imprenditori taccagni e vessatori come le banche, dovrebbero offrire prestazioni di servizio gratuite allo Stato?

Per chiudere il cerchio, essendo la Asteimmobili di proprietà dell'Abi, e delle banche,che avrebbero investito 3,5 milioni di euro in questa operazione, con una generosa offerta con la finalità privatistica, come ad es. la trasformazione dei pignoramenti degli immobili (chiesti al 99% dalle stesse banche!) in vendite all'asta; oppure le procedure fallimentari di società (che devono soldi alle banche, altrettanto spesso); l'archiviazione (o no, si potrebbe anche sospettare, visto che non sempre il deposito di un atto processuale di diritto civile prevede rilascio di una ricevuta) degli atti e delle sentenze. Le banche gestiranno questi servizi con molta più efficienza, ma con minore attenzione per l'interesse pubblico, per la terzietà degli atti della pubblica amministrazione, per i diritti dei vessati cittadini sottoposti ad ogni sorta di abuso da parte degli Istituti di credito, alla stessa stregua di un “Dracula” chiamato a gestire la banca del sangue !

Per questo evidente conflitto di interessi tra gli istituti di credito, che avrebbero il dovere di salvaguardare anche il sudato risparmio investito nelle abitazioni per acquistare la prima casa per abitarci, tutelato dalla Costituzione, e la voracità di banche, non aduse a guardare mai le esigenze dei cittadini ed andare incontro a temporanee esigenze per onorare gli impegni, nel caso di specie con l’allungamento non oneroso della durata dei mutui stessi, i Senatori Di Lello, Casson (ex magistrati penali) e Bordon, hanno presentato una interrogazione parlamentare al Governo, mentre l’Adusbef, ha presentato esposti denunce alle Procure di Milano, Roma e Genova.

Il risultato delle anomalie su indicate è che da Nord a Sud, un sodalizio criminale in grado di condizionare l’attività giudiziaria, attraverso la collusione di intranei ai centri di comando della magistratura, sino alla Suprema Corte di Cassazione e al C.S.M., controlla indisturbatamente, da oltre 40 anni, le vendite giudiziarie e i fallimenti, garantendo impunità ai magistrati collusi con banche, finanziarie, usurai, speculatori, partiti e criminalità organizzata.

Era il 1998 quando la legge di riforma dava il via all'ambizioso progetto teso all'ottimizzazione delle tempistiche e della prassi legate alla vendita degli immobili da parte dei Tribunali competenti. In quel periodo il Tribunale di Milano era sommerso da una vera e propria valanga di procedure: 11.000 quelle pendenti, di cui 4.000 in attesa della fissazione della prima udienza, come dire bloccate a causa del mancato deposito dei certificati richiesti (quelli che in gergo tecnico vengono definiti "certificati ipocatastali"). Ed è stata sempre la stessa riforma a dare un "colpo d'acceleratore" all'intero comparto delle procedure esecutive, grazie alla sostituzione del certificato ipocatastale col certificato notarile ed alla sostituzione di termini più brevi per il deposito, pena l'estinzione della procedura stessa. Ma l'entrata in vigore di una normativa non sempre coincide con l'effettiva sua applicazione. Un impulso concreto, perciò, alla prassi delle esecuzioni immobiliari si è registrato grazie al lavoro sinergico promosso da un pool di magistrati di Milano unitamente all'Ordine degli avvocati ed al Consiglio notarile.

Obiettivo: coniugare garantismo ed efficienza nel pieno rispetto delle disposizioni vigenti in materia. Da qui la prassi inaugurata dal Tribunale di Milano in seno alle procedure immobiliari rappresentata dalla delega al notaio. Almeno per tutti quegli immobili di valore superiore ai 50.000 euro. Una formula, questa, che ha rappresentato un vero e proprio acceleratore. Attraverso la delega, infatti, ogni giudice riesce oggi, in ogni singola udienza, a rilasciare dalle 15 alle 20 deleghe. Potremmo dire che, considerati i tempi medi necessari all'espletamento della intera fase notarile, che vanno dai 6 ai 18 mesi, la procedura avviata dal Tribunale di Milano può, a pieno regime, garantire l'espletamento di una esecuzione immobiliare ordinaria nel giro di un anno e mezzo/due, un termine che può dirsi senza dubbio più ragionevole ed accettabile se confrontato alla media europea.

Non si può, comunque, dimenticare che il percorso dei giudici del Tribunale di Milano è stato particolarmente difficile, soprattutto nei confronti di un problema estremamente rilevante quale quello legato alla turbativa d'asta, vero e proprio tallone d' Achille per il sistema delle esecuzioni.

E' proprio su questo punto che i giudici sono intervenuti in maniera decisa denunciando alla Procura il fenomeno. I giornali allora parlarono di un "cartello" di speculatori per le “aste truccate”. Una specie di organizzazione in grado di condizione le gare per l'acquisto degli immobili pignorati. Come dire, nessuno poteva partecipare ad un'asta giudiziaria senza pagare una "commissione" che andava dal 10 al 15 percento del valore dell'immobile che intendeva acquistare. In caso contrario il "cartello" soprannominato allora "La compagnia della morte" avrebbe fatto lievitare al prezzo.

In passato, a partire dall’esperienza pilota del Tribunale di Milano, stampa ed istituzioni hanno dato grande risalto alla pretesa "innovazione" del sistema delle vendite giudiziarie, dedicando intere pagine, anche di pubblicità a  pagamento, sui quotidiani nazionali, facendoci credere che con gli otto arresti di avvocati e pubblici funzionari della c.d. "compagnia della morte", si sarebbe posto fine al cartello di speculatori, in grado di condizionare le gare d’asta per l'acquisto degli immobili pignorati.

Ci hanno spiegato e confermato che per svariati anni una banda di "professionisti" ha potuto agire impunita, scoraggiando la partecipazione alle aste del pubblico, che veniva intimidito e minacciato, imponendo il pagamento di un "pizzo" pari al 10-15% del valore dell'immobile pignorato e pilotando l'assegnazione su società immobiliari vicine o su professionisti, soggetti privati e prestanome, i cui interessi spesso sono risultati riferibili agli stessi magistrati giudicanti, come nei tanti casi da noi vanamente denunciati.

Lo stesso dicasi per quanto attiene l'ambito delle procedure fallimentari, controllate da un vero e proprio racket di professionisti delle estorsioni, che con il caso del maxi-ammanco negli uffici giudiziari del Tribunale di Milano, da cui sono stati sottratti in 10 anni da una cinquantina di fallimenti, circa 35 milioni di euro, mietendo oltre 7000 vittime, ha messo a nudo una ultradecennale capacità di delinquere interna agli uffici istituzionali, in grado di resistere ad ogni denuncia-querela, forma di controllo ed ispezione ministeriale. Fatti per i quali si è cercato, anche in questo caso, di farci credere che tutto sarebbe avvenuto all'insaputa dei magistrati, dei vertici del Tribunale di Milano e degli organismi di controllo preposti (CSM, Ministero di Giustizia, Procura di Brescia, Procura Nazionale Antimafia), i quali, invero, seppure edotti di tutto, dagli anni ‘80, hanno sistematicamente insabbiato anche le stesse segnalazioni di magistrati onesti, come la dr.ssa Gandolfi, occultando solo negli ultimi anni svariate decine di migliaia di esposti a carico di avvocati, magistrati e curatori fallimentari, nei cui confronti sono rimasti del tutto inerti, giungendo, persino, a tollerare la dolosa elusione dell’obbligo di registrazione delle denunce nell’apposito Registro delle notizie di reato, tassativamente previsto dall’art. 335 c. 1° c.p.p. (26.000 procedimenti insabbiati e occultati in soffitta dalla sola Procura di Brescia).

Un fenomeno che caratterizza la vita giudiziaria in ogni parte del Paese, mettendo in evidenza, come la “mafia giudiziaria” non sia una questione legata alle sole zone del sud a forte concentrazione criminale, ma una condizione connaturata all’esercizio stesso della giurisdizione e al modo di gestire le funzioni giurisdizionali - a tutela di interessi particolaristici, corporativi e lobbistici - ovvero al modo di intendere le stesse finalità del diritto, secondo una visione deviata rispetto ai principi dello stato di diritto, ormai storicamente entrata a fare parte della cultura dominante e delle perverse logiche di amministrazione della cosa pubblica, ad esclusivo appannaggio di partiti e gruppi affaristici trasversali, che della giustizia e del suo capillare controllo hanno fatto strumento di arricchimento occulto e fonte di finanziamento illecito, in base ad un “codice non scritto”, secondo cui, indipendentemente dalle latitudini, vince chi ha le giuste aderenze ed entra a fare parte del “giro” dei comitati d’affari.

Un “codice”, imposto dalla politica e dalla cultura dominante che accomuna il nord al sud del Paese e fa di quella che possiamo con giusta causa definire “mafia giudiziaria”, un fenomeno di elevatissima pericolosità sociale e allarme per la stabilità democratica e la sicurezza nazionale, riferibile alle logiche dominanti di gestione del potere e del finanziamento illecito dei partiti, che dalla malagiustizia si alimentano, attingendo ingenti risorse, consenso e protezione, grazie ai legami con la massoneria e la criminalità organizzata e mafiosa.

Non crediate, dunque, di essere gli unici ad avere subito un'ingiustizia dallo svolgimento delle aste giudiziarie o da anomale procedure fallimentari. Si tratta di un sistema criminale istituzionalizzato, da nord a sud del Paese, voluto e alimentato dagli istituti bancari e dalle mafie locali. Un malaffare legalizzato dallo Stato, che tende a mostrare l'efficienza dei Tribunali, nascondendo ogni coinvolgimento di magistrati e infedeli funzionari.

Dalle cronache dei giornali si apprende che una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione di un salentino, Giorgio Romano, che avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie. Mantovano lo ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti. Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie.

“Un procedimento disciplinare per tutti gli avvocati coinvolti nella vicenda delle aste giudiziarie sottoposte all’indagine della Procura”. È quanto ha annunciato il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce Luigi Rella. “Ancora non c’è nulla di certo – ha dichiarato il presidente – ma non appena riceveremo notizie ufficiali da parte della Magistratura, avvieremo un procedimento disciplinare nei confronti di chi è coinvolto”. Nel giorno in cui la categoria degli avvocati fa sentire la sua voce nell’ambito dell’omicidio Romano, che ha visto prendere di mira gli avvocati per lo svolgimento non trasparente di alcune aste giudiziarie, il presidente Rella avverte: “Abbiamo sentito l’esigenza di intervenire in questa vicenda che si è poi dilatata. Se ci sono avvocati coinvolti non si può genericamente dire che lo sia tutta la categoria”. Rella continua dicendo che il fenomeno di cui si è parlato in queste settimane riguardante le aste sospette, esiste indubbiamente e conferma la volontà, da parte dei giudici, di eliminare tutte quelle influenze negative che ci sono sulle aste. “A Lecce la giustizia è al collasso – conclude il presidente – ma non ancora al fallimento”.

Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2011 Giovanni Longo racconta la Fallimentopoli barese. C’è voluto un camion per trasportare tutte le carte da Bari a Lecce. E quando i faldoni sono giunti a destinazione, pare che nella stanza del procuratore di Lecce Cataldo Motta non ci fosse spazio sufficiente. L’inchiesta della Procura di Bari sulle procedure fallimentari si allarga e trasloca: oltre a curatori, consulenti, professionisti, bancari e cancellieri, nel mirino del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza sono finiti anche magistrati in servizio presso il Tribunale del capoluogo pugliese. E dunque il Pm ha passato la mano.

I primi particolari dell’inchiesta sono emersi nella primavera del 2011, con numerose perquisizioni e l’arresto dell’avvocato barese Marco Vignola. Dopo che l’indagine ha toccato alcuni giudici le carte sono passate a Lecce, ufficio competente a indagare sui magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari. Quattro i filoni d’indagine. In tre sarebbero stati individuati comportamenti penalmente rilevanti da parte di toghe baresi, in merito, sembra, alle modalità con cui per anni sarebbero stati gestiti i mandati di pagamento delle curatele. È il tema toccato in due informative che gli investigatori hanno depositato a fine settembre e fine ottobre ipotizzando, sembra, anche la corruzione in atti giudiziari. Che le indagini potessero allargarsi lo si era intuito leggendo la richiesta di misura cautelare nei confronti di Vignola, indagato per falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. «Occorre capire - scriveva tra l’altro il Pm barese Ciro Angelillis, ormai ex titolare di tutti i fascicoli - se e come sia stato possibile operare nel modo contestato senza che altri soggetti (cancellieri, creditori, giudici, bancari, ecc.) operanti all’interno di uffici in vario modo al controllo se non proprio alla gestione congiunta (col curatore) del patrimonio fallimentare se ne siano avveduti; occorre capire se vi siano state connivenze o, addirittura, forme di concorrenza nei reati commessi».

L’indagine era partita dalla presunta falsificazione dei mandati di pagamento per oltre sette milioni di euro che sarebbe stata commessa dall’avvocato Gaetano Vignola, padre di Marco, curatore fallimentare da almeno un ventennio. Ma ora l’inchiesta si è allargata: in uno solo dei quattro filoni passati a Lecce sarebbero analizzate otto procedure. Più recente invece il fascicolo su Marco Vignola, indagato nella veste di curatore della procedura fallimentare «Nova Tessile Srl». I fatti contestati al giovane legale - che ha assistito Alessandro Mannarini, uno dei tre «moschettieri» del caso Tarantini - si riferiscono agli anni 2000-2008 e riguardano presunti falsi mandati di pagamento e l’appropriazione di 1,6 milioni dai conti del fallimento. Soldi che il professionista sta restituendo alla nuova curatela.

Ora tocca a Lecce iniziare la fase degli accertamenti su alcuni magistrati baresi.

"Basta fallimenti truccati promossi dal sistema di potere, che distruggono aziende sane. Basta caste professionali, che gestiscono con arbitrio la svendita dei beni per arricchirsi alle spalle dell’indifeso cittadino imprenditore. Da anni denuncio al mondo l’anomalia dei fallimenti, su segnalazione dei miei associati locali, spesso vittime di racket ed usura e rappresentanti di comitati territoriali. Lo denuncio pubblicamente da Presidente nazionale di una associazione antimafia riconosciuta dal Ministero degli Interni. Il fenomeno copre tutta la penisola, ma le note stampa vengono ignorate e le mie denunce penali vengono insabbiate. Per il sistema devi subire e tacere”.

Il dr Antonio Giangrande nella sua inchiesta elenca una serie di casi eclatanti.

Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.

E che dire del caso Cirio. Ci furono accertamenti su presunte irregolarità avvenute nella sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che hanno visto coinvolti giudici accusati di aver “pilotato” alcuni fallimenti e che vede una procedura di trasferimento d’ ufficio per incompatibilità, avviata nei confronti di un giudice arrestato per corruzione in atti giudiziari.

E che dire delle aste truccate in Lombardia. Al Tribunale di Milano i magistrati hanno denunciato una loro collega: tentata concussione e abuso d'ufficio nelle nomine dei consulenti, al fine di suddividerne i compensi. A Brescia si è archiviato un procedimento penale per usura, pur essendo stato accertato dal perito della Procura un tasso applicato del 446% annuo.

E che dire dell’intrigo che lega il Piemonte e la Toscana. Un Giudice condannato per tangenti per il fallimento Aiazzone e legato con un esponente della P2 in altri processi in Toscana. All’indomani di una udienza a Prato contro di questo, il suo difensore, noto avvocato e professore milanese, fu trovato morto a causa di uno strano suicidio. Nell’ambito di quei processi si denunciano casi di violazione del diritto di difesa. Sempre in Toscana, si chiede il processo ad un giudice:  al magistrato vengono contestati corruzione, concussione, peculato, falso, abuso di ufficio e concorso in bancarotta.

Anche in Emilia Romagna si denunciano casi di lesione del diritto di difesa e del contraddittorio a danno dei falliti.

Nelle Marche l'inchiesta sul crack delle aziende dell'imprenditore sambenedettese ha coinvolto ben 18 personaggi. Fra essi numerosi magistrati, avvocati, curatori fallimentari e dirigenti di banca.

In Abruzzo, l’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e oggi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e l’attuale presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato da un cancelliere.

A Lecce, per la prima volta in Europa, è stato dichiarato il fallimento del creditore su richiesta del debitore. L’imprenditore è stato sbattuto fuori di casa, nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento. Una vittima spara al suo aguzzino: solo allora danno il via alle indagini, rimaste da tempo insabbiate.

Ciliegina sulla torta è il caso Palermo e Catania. A Palermo per il fallimento con il trucco, tre giudici rischiano il processo. A denunciare le illegalità un comitato antiracket ed antiusura. La competenza è passata alla Procura di Reggio Calabria. Nei suoi uffici è scoppiato lo scandalo “cimici”. A Catania, con atto ispettivo al Ministro della Giustizia n. 4-29179, l'interrogante On. Angela Napoli, ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti su una denuncia di un imprenditore dichiarato, ingiustamente, fallito.

Il sistema lobbistico di potere delle banche usufruisce di altri favoritismi: lo scandaloso meccanismo delle cartolarizzazioni che non ha risparmiato le casse dello Stato, la piccola e media impresa e i cittadini.

E’ doveroso spiegare in che cosa consiste di fatto la cartolarizzazione e quali sono le ragioni per cui la definisco, la più grande truffa organizzata dal sistema bancario in danno degli italiani.

Nel 1999, quando alla guida del governo italiano in barba a Prodi si era insediato D’Alema, il quale all’insegna del partito della coalizione della solidarietà ebbe a propinare agli italiani il grande evento rappresentato dalla promulgazione della legge n. 130/99, che soltanto gli esperti non allineati compresero subito essere una legge istituita per salvare le banche. Difatti di li a poco sono esplose le tre principali vicende cui si allude, conseguenti al mancato rimborso in misura adeguata delle obbligazioni emesse dallo Stato argentino, nonché da società riconducibili al gruppo Cirio e al gruppo Parmalat, titoli di cui le banche italiane hanno infestato i nostri poveri risparmiatori allettandoli con prospettive di lauti facili guadagni, per la sola finalità di scaricare quelle che si sarebbero presto rivelate perdite sulla pelle della povera gente. Va ricordato che in Italia sono stati sottoscritti circa 12 miliardi di euro di obbligazioni argentine, 1 miliardo di obbligazioni Cirio e 4,8 miliardi di obbligazioni Parmalat. Nel complesso si tratta dunque di quasi 18 miliardi di euro, ossia l’equivalente di tre finanziarie, che in massima parte si sono tradotti in consistenti perdite per varie centinaia di migliaia di investitori. E non sono stati gli unici casi purtroppo.

«Non è con le suggestioni» o «con il vibrato richiamo enunciato dal pm Francesco Greco» ai «tremendi guasti della finanza 'tossica' che si ricostruiscono i reati nelle aule di tribunale», qui «non si tratta di un convegno ma di accertamento penale»: e «l’enfasi » dei pm, «esibita» per sostenere «una sorta di aggiotaggio immanente» (tipo «la vicenda Parmalat è talmente grave, i fatti così macroscopici che qui tutti sono responsabili di tutto... »), avrebbe meritato «impegno degno di miglior causa» verso «ben altri responsabili certi del default, usciti» invece «per strategia inquirente con pene irrisorie» in patteggiamenti «già oggetto di indulto».

Trecento pagine di motivazione non argomentano solo la condanna a 10 anni di Calisto Tanzi per aggiotaggio e le molte assoluzioni decise invece il 18 dicembre 2008 per amministratori di Parmalat e funzionari di Bank of America: i giudici Luisa Ponti (processo Sme), Giuseppe Gennari (inchiesta Telecom) e Silvia Baldi vi formulano anche inedite critiche all’«errore di fondo» dei pm «i cui effetti deleteri hanno attraversato tutto il processo»; alla Consob «priva di curiosità» sui debiti Parmalat; e alle «scarse (a essere benevoli) capacità mnemoniche» del testimone Enrico Bondi, commissario Parmalat. Il Tribunale esprime «notevole imbarazzo» per un’accusa che «soffre di quei medesimi gravi difetti già segnalati dal Gip che respinse la richiesta di giudizio immediato (Piffer nel 2004,)». «Non emendati» dai pm. Ad esempio, Bank of America (BofA) o i consiglieri non esecutivi di Parmalat «per quale ragione avrebbero dovuto scandalizzarsi», se nel 2003 «Consob con poteri ben più ampi al termine di un’accurata attività ispettiva non solo non contestava alcun addebito, ma attestava l’attendibilità dei saldi contabili? Sia chiaro, questa domanda non vuole suonare come una critica alla Consob», tanto più che «i suoi accertamenti sono stati ostacolati in ogni modo da Tanzi », e «poi vale sempre il principio che meglio tardi che mai».

Ma «neppure si può alzare il dito contro» la banca BofA «pretendendo, come sostiene la consulente del pm, che dalla mera lettura dei bilanci si scoprisse l’arcano mistero celato dietro le scritture Parmalat». Altrimenti bisognerebbe ripensare alle «curiosità che Consob non aveva nutrito in precedenza pur visionando i bilanci»: su Epicurum, l’asserito fondo d’investimenti da 7 miliardi di dollari e in realtà inesistente, «neppure Consob ha consultato Internet e non si è resa conto che doveva essere falso perché sarebbe stato, pur sconosciuto, uno dei dieci più consistenti al mondo». E Bondi? «Imposto — ritiene di scrivere il Tribunale — come sempre e come in altre note vicende italiane da Mediobanca, neanche a lui, che pure conosceva almeno superficialmente i conti Parmalat al momento di accettare l’incarico, è parso così sospetto il rapporto tra indebitamento e liquidità, altrimenti non si sarebbe adoperato così apertamente» per provare a pagare il bond del dicembre 2003, «operazione che ha indotto più di un investitore a tornare sul titolo, convinto che il gruppo si sarebbe salvato».

Il Tribunale, poi, «avrebbe avuto interesse a conoscere» anche «il contenuto degli accordi riservati» tra Bondi e il capo (Lagro) del team di suoi consulenti PwC, perché, «se i compensi fossero legati al successo delle iniziative giudiziarie intraprese da Bondi in base al lavoro di verifica del team, ciò non potrebbe non avere una ricaduta sulla valutazione del teste Lagro, che tanto più guadagnerebbe quanto più sostenesse tesi funzionali al commissario». E la tesi di Tanzi, io vittima delle banche voraci? «Se il Collegio non esclude che alcuni istituti possano aver lucrato illecitamente dal rapporto con Parmalat, non per questo il ruolo di Tanzi non può essere ridimensionato, visto che il 'sostegno' bancario è servito a mantenere un sistema di cui era ideatore e primo avvantaggiato». Delusi dalla sentenza erano stati i 42mila risparmiatori rinviati dai giudici penali a una futura quantificazione dei danni in sede civile. Nel rifiutare il ricatto morale di «insostenibili generalizzazioni in nome della generica tutela del risparmiatore o della 'enormità' della vicenda Parmalat», i giudici rivendicano l’impietosa «verità: accertare il nesso causale tra condotta e danno avrebbe richiesto un’istruttoria su ciascuna delle 42mila parti civili che, va detto senza infingimenti, era impossibile da svolgere», pena «tempi intollerabili e sicura prescrizione». Se mai, proprio questo fallimento «dovrebbe fare riflettere sull’idoneità stessa del processo penale a fornire adeguato strumento di ristoro in caso di violazioni di massa che interessano migliaia di persone».

Ma torniamo alla sindrome della cartolarizzazione. Le banche italiane nel 1999, tirando le somme del contenzioso maturato dopo la crisi del 1992, si sono accorte che avevano crediti ipotecari con difficili probabilità di recupero per parecchie migliaia di miliardi, oltre a decine di migliaia di miliardi di crediti chirografi. Avendo i rappresentanti del sistema bancario mantenuto sempre buoni rapporti con i sinistri “governi della solidarietà”, sin da quando l’ex governatore Carli è stato ministro del tesoro, Ciampi, presidente della Repubblica, Dini e Prodi presidenti del Consiglio, hanno caldeggiato al suo successore una legge che permettesse lo sgravio dei bilanci delle partite difficili e l’abbattimento dell’importo dei crediti.

Col bene placido dell’allora presidente della Repubblica, è stata approvata una legge tutta italiana per la cartolarizzazione dei crediti, concepita per permettere alle banche una evasione legalizzata. Da quel momento si evince che nei soli primi due anni, 2000-2001, si è concretizzata in un buco di oltre 90.000 miliardi di lire per i conti dello Stato, danno ricaduto poi sui contribuenti.

Il 30 aprile 1999, con la legge n.130 intitolata “disposizioni per la cartolarizzazione dei crediti”, il governo presieduto da Massimo D’Alema, proseguendo nel suo progetto di sostegno alle povere banche italiane, dopo il decreto salva anatocismo del 1998, si è sentito in dovere di concedere alle banche un ulteriore strumento idoneo a distruggere la media e piccola imprenditoria del nostro paese, accattivandosi la riconoscenza del medioevale sistema bancario italiano.

Non appena questa legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, le banche più furbe, sempre pronte all’arrembaggio, avevano già costituito delle banali s.r.l. con capitale di 20 milioni di lire, ovviamente sottoscritto da esse stesse. S.r.l. alle quali hanno venduto crediti miliardari in cambio di obbligazioni (derivati - hedge found) di durata anche ventennale. Ma la vera astuzia degli scaltri manager delle grandi banche è consistita nel vendere in blocco (a se stesse), in cambio della promessa di pagamento del 40% del loro valore iscritto a bilancio, i crediti assistiti da garanzie ipotecarie, con perdite dichiarate del 60%. A questo si aggiungano anche i crediti chirografi per svariate centinaia di miliardi, svenduti a se stessi al 10% del loro valore a bilancio, partite per le quali le banche hanno dichiarato perdite del 90%.

Così che per conseguenza del metodo legalizzato delle elusioni fiscali e delle compensazioni per le presunte perdite subite a far data dall’anno 1999, le pseudo istituzioni creditizie, si sono sottratte al pagamento di molte migliaia di miliardi di vecchie lire di tributi, pari all’equivalente delle perdite multimiliardarie derivanti dalle cartolarizzazioni alle loro società controllate.

Ma non è tutto qui, le cause e gli effetti della cartolarizzazione derivante dalla legge D’Alema, si sono rivelati devastanti non solo per i conti dello Stato, ma anche per i debitori del sistema bancario, i quali si sono ritrovati a fare i conti con una nuova forma di usura e di estorsioni, attuata delle società di recupero crediti e delle immobiliari, in prevalenza di emanazione bancaria.

Veniamo al nocciolo del problema. Cartolarizzazione, significa “cessione dei propri crediti” ad altra azienda finanziaria, la quale, a fronte di posizioni creditorie ipotecarie contenziose paga con obbligazioni di durata anche ventennale, in media il 40% del valore dichiarato dalla banca venditrice dei crediti.

Così stando le cose, si è portati subito a pensare che la povera banca che si trova costretta a cedere i sui crediti, per esempio di un miliardo di euro, per effetto della cessione, incassa in 5/10/20 anni soltanto 400 milioni e perde di fatto l’importo di ben 600 milioni. Anche se i dati contabili portano in questa direzione, il risultato reale è ben diverso, poiché con l’operazione di cartolarizzazione, la banca venditrice, anziché perdere il 60%, in realtà realizza un duplice magnifico affare. Analizziamo insieme come e perché.

In dipendenza della cessione del credito, sul bilancio di esercizio, la banca consegue nello stesso anno dell’avvenuta cessione, l’immediato pareggio contabile dell’intero ammontare del credito ceduto. Il pareggio è costituito in parte dal controvalore incamerato con la percentuale pattuita per la cessione ed in parte per l’elusione fiscale conseguente alla perdita patrimoniale derivata dalla cessione del credito.

La prima «truffa» deriva dal fatto che per la perdita registrata, la Banca è esonerata dal versamento delle imposte dovute per pari ammontare delle presunte perdite dichiarate in bilancio.

La seconda operazione consiste nel fatto che la banca, per i medesimi crediti ceduti, con la formula della cartolarizzazione al momento della cessione, aveva già praticamente ammortizzato ognuno dei crediti vantati, poiché aveva già conseguito il beneficio degli ammortamenti attraverso il dispositivo degli accantonamenti annuali al fondo di svalutazione crediti e al fondo di rischio.

Questo graverà per il 50% circa sul debitore reale e per l’altro 50% sugli ignari cittadini contribuenti, costretti a pagare quelle tasse che gli istituti di credito sistematicamente eludono. Le operazioni di cartolarizzazione a partire dal 1999 sono state attuate dalle maggiori banche nazionali, per un ammontare stimato di oltre 300 miliardi di euro, pari a circa 580.000 miliardi di lire, con elusione fiscale derivata che ha aperto una voragine nei conti pubblici di almeno 150 miliardi di euro, pari a 290.000 milioni di lire.

La realtà che emerge è che le banche col meccanismo della creazione di società costituite, alle quali conferiscono mandato per la gestione dei crediti, fanno la parte del leone nei confronti degli sprovveduti cittadini e titolari di imprese, i quali si ritrovano di fronte ad autentici automi che discutono solo di rapporto tra credito preteso – benché infarcito di mostruosi interessi – e valore degli immobili in espropriazione, rapporto logico tra credito erogato e somme già rimborsate.

La conseguenza derivata è la assoluta impossibilità dei debitori a trovare soluzioni, se non quella di ricorrere al credito usuraio, per chi riesce a ottenerlo. In tale situazione i malcapitati delle cartolarizzazioni, vengono sottoposti ad una autentica aggressione psicologica e costretti a vivere in uno stato di totale insicurezza per l’imminenza della perdita della casa e per la triste sorte a cui si ritroverà esposto il proprio nucleo famigliare. Lo stato di stress emotivo–psico-fisico, in una gran percentuale di soggetti potrebbe portare alla graduale perdita delle difese immunitarie, e di conseguenza a gravissime patologie cardiache e tumorali senza scampo, come purtroppo è accaduto in moltissimi casi descritti sul dossier SNARP.

La drammatica situazione, è ignorata dal governo, oltre che dalla magistratura penale e tributaria.

Anzi, dopo il vertice di Parigi del 12 ottobre 2008 l'Esecutivo completa gli strumenti messi in campo con il decreto 9 ottobre 2008 n. 155 per far fronte alla crisi dei mercati finanziari.

Il nuovo decreto legge (13 ottobre 2008 n. 157, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 ottobre 2008 n. 240) introduce alcune misure per riattivare il funzionamento del mercato di prestiti interbancari. Le soluzioni adottate, attivabili fino al 31 dicembre 2009, vogliono favorire la liquidità, la capacità di finanziamento e la solvibilità delle banche con lo scopo di garantire il flusso di finanziamento all'economia reale.

Insomma, a garantire le Banche in sofferenza ci pensa lo Stato, ossia i cittadini vessati dalle stesse banche.

La crisi mondiale delle banche e del mondo della finanza ha scatenato una miriade incontrollata di opinioni. Sono spuntati opinionisti economici ovunque, tutti pronti a condannare il libero mercato indicandolo come la causa principale del finimondo finanziario a cui stiamo assistendo. Credere nel libero mercato, significa credere nella libertà dell’uomo di agire e a volte anche di sbagliare. Crederci non significa in ogni modo che chi sbaglia non debba pagare le conseguenze dei propri errori.

Il “diritto” o il rischio di fallire non deve rimanere appannaggio di pochi ma è il freno che regola il libero mercato che, se tolto o eluso, può provocare molti sconquassi.

Dove sta scritto che le banche non possano fallire? Dove sta scritto che non è giusto che una banca, grande o piccola che sia, finisca con dichiarare fallimento? Certo, le ripercussioni per il crollo di un grande istituto sono ingenti, con migliaia di posti di lavoro persi, piccoli risparmiatori coinvolti, azionisti che vedrebbero trasformarsi in carta straccia i loro investimenti (come del resto anche senza il fallimento dichiarato lo sono già). Lo spauracchio del fallimento, conseguenza logica di cattiva gestione, di perdita della clientela, di spese che superano le entrate, di mancanza di liquidità, è il vero regolatore del libero mercato. Crudele che sia, a volte cinico ma garanzia che richiama gli operatori alle proprie responsabilità.

D'altronde lo stesso metodo del fallimento è adottato per il clienti inadempienti delle stesse banche.

Allora, perché si chiede il fallimento delle imprese e viceversa si salvano le banche??

Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi gli istituti bancari raccolgono i soldi dei risparmiatori e li investono in attività di carattere finanziario. Direttamente. Per le grandi banche, ad esempio, oltre il 50% dei loro ricavi viene da questi strumenti finanziari. In questo modo, le banche da anni hanno perso il ruolo di intermediario del credito e stanno svolgendo un altro mestiere. Dopo i casi di Cirio e Parmalat, da allora centinaia di testimonianze di dipendenti del settore bancario raccontano come prodotti ad alto rischio siano stati venduti a massaie, pensionati e a chi ci metteva tutti i risparmi. Se all'inizio le banche hanno teso solo a massimizzare gli interessi degli azionisti, con profitti davvero notevoli anche negli ultimi anni, di recente hanno usato questo procedimento anche per scaricarsi delle insolvenze, sui clienti. E adesso i tassi interbancari sono alle stelle, le banche non si fidano più di prestarsi soldi tra loro.

Le banche non si prestano tra loro denaro perché hanno una crisi di liquidità e sono preoccupate di non essere in grado di soddisfare le eventuali richieste di rimborso che potrebbero arrivar loro dai risparmiatori. E poi c'è il problema enorme della montagna di titoli spazzatura dentro le loro tesorerie. Di fatto i bilanci dell'intero sistema globale sono falsati. D'altronde la massa di carta finanziaria che gira è 25 volte l'economia reale.

La distanza tra economia finanziaria e reale non c'è più.

Alla base di questa crisi vi è quindi il mancato ritorno di denaro alle banche che l’hanno prestato, ma che hanno agito come se quel denaro fosse comunque immediatamente disponibile per altre operazioni finanziarie. Vi è quindi un enorme mercato bancario parallelo, fatto di debiti non coperti.

Ed è su questo mercato parallelo, da cui non c'è praticamente nulla da recuperare, che i governi cercano di intervenire cercando di mettere in atto provvedimenti volti a sgonfiare la bolla prima che esploda: trasferire masse di denaro fresco dalle casse dello Stato alle casse delle banche ed elargire ulteriore denaro alle imprese che non saranno in grado di ottenere finanziamenti attraverso i canali del credito. Nessuna operazione di ingegneria finanziaria, solo un gigantesco passaggio di risorse dal pubblico al privato in nome della salvezza del sistema economico e finanziario, con conseguenti lacrime e dolori per i lavoratori e i pensionati.

Non solo le banche fanno ciò che vogliono in economia, ma “le banche rappresentano la rete più estesa della connivenza con gli interessi finanziari della mafia. I soldi vengono ripuliti lì”. Ne è convinto Francesco Forgione, presidente della commissione Antimafia, in una intervista a Sintesi Dialettica.

"La politica - spiega Forgione - non ha avuto la forza di approvare una buona legge come quella sull'anagrafe dei conti correnti - legge Mancino del 1993, mai applicata. Da qui, quando si arresta un mafioso e gli si vogliono congelare subito i conti correnti, il mafioso, o l'amministratore del mafioso, ha tutto il tempo per svuotarli e movimentarli via internet in uno dei tanti paradisi fiscali del pianeta. Noi non abbiamo neanche la possibilità, attraverso l'anagrafe dei conti correnti e l'anagrafe degli immobili, di capire anche gli spostamenti di proprietà e le movimentazioni catastali. Manca, quindi, la possibilità di intervenire proprio lì dove si concentra il potere mafioso".

Insomma, per il presidente della commissione Antimafia il ruolo delle banche è centrale. Per Forgione, dunque, è necessario aggredire "il santuario del mercato", altrimenti non si possono sconfiggere le mafie.  "100.000 milioni di euro all'anno è l'ammontare di movimentazione delle mafie di cui almeno il 60% entra nell'economia legale - dice ancora -. Da qui si apre il problema della rintracciabilità dei flussi e dei patrimoni. Le mafie non hanno più la coppola e la lupara dei film in bianco e nero. Hanno capito che investire in patrimoni è rischioso per cui "finanziarizzano" le loro attività. E per colpire questo livello di "finanziarizzazione" e intercettarne i flussi, bisogna aggredire il sistema bancario".

IL CERCHIO SI È CHIUSO. SI È PARTITI DALL’USURA E SI È ARRIVATI ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.

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